AMORE E GINNASTICA, di Edmondo De Amicis - pagina 9
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L'ingegnere si maravigliò.
Del resto, sapeva qualche cosa: era bresciana, orfana, figliuola d'un medico militare, morto da molti anni; aveva un fratello, onesto negoziante, stabilito nella Nuova Granata.
Queste notizie fecero piacere a don Celzani, - E che altre informazioni vuol chiedere? continuò il Ginoni.
- Vuol mandare una circolare a tutti i sindaci dei comuni dov'è stata maestra? Cose da ridere.
Una ragazza è sempre un mistero; non c'è che fidarsi al suo viso e all'ispirazione del proprio cuore.
Piuttosto...
mi dica un po'..
segretario amato, a che punto siamo quanto a corrispondenza?
Don Celzani fece un viso cosí sconfortato, abbassando gli occhi a modo del prete davanti all'altare, che l'ingegnere ne dovette ridere, e n'ebbe pietà ad un tempo.
E gli disse: - Senta...
e se io mettessi una parolina in suo favore!...
Eh?..
Che ne dice?...
Si può dare una miglior prova d'amicizia? Se io scrutassi un poco il cuore di lei?
- Scruti...
- rispose mestamente il segretario.
- Scruteremo, - disse l'ingegnere, - Chi sa mai! Nel cuore delle donne non ci vede chiaro che l'esaminatore disinteressato.
Lasci fare a me e viva allegro.
E si propose di far davvero quel che aveva promesso, non solo per curiosità del caso psicologico, cosí singolare per la singolarità delle due persone, ma perché da alcuni giorni sospettava che il suo figliuolo, con quella faccia che egli sapeva, fermasse per le scale la maestra; la quale si doveva essere astenuta fino allora dal farne lagnanza a lui, non per altro che per non dargli un dispiacere: gli pareva atto di buona politica paterna il mettere tra il figliuolo e lei un impedimento.
La mattina seguente, uscendo casa, trovò sul pianerottolo la Pedani, ferma con la sua cameriera, alla quale suggeriva certi esercizi ginnastici per curare i geloni.
Il Baumann era stato il primo a trovare che la ginnastica fra i banchi poteva prevenire questo malanno.
Essa la sapeva lunga sull'argomento.
Alla vista del padrone, la cameriera rientrò, e quegli fece alla maestra il solito saluto scherzoso: - Abbasso la ginnastica!
Essa rispose con lo stesso tuono: - Abbasso i fautori del linfatismo e della rachitide!
L'ingegnere rise, e s'avviò con lei giù per le scale.
Poi le domandò a bassa voce, soffermandosi: - Ma come mai lei può esser cosí tranquilla mentre c'è dei disgraziati che soffrono morte e passione per causa sua?
Essa lo guardò fisso, e gli domandò: - Chi gliel'ha detto?
- Colui che gliel'ha scritto.
- In tal caso, - disse con indifferenza la maestra, - discorriamo d'altro,
- Come! Nemmeno ne può sentir parlare? - domandò l'ingegnere.
- Neppure un senso di pietà? A tal segno indurisce i cuori la ginnastica?
No, essa rispose, non aveva il cuor duro: l'aveva occupato.
Era dominata da una sola passione e aveva deciso di consacrarvi tutta la sua gioventù.
In ogni caso, non avrebbe legato la sua vita se non ad un uomo che volesse dedicar la propria allo stesso scopo.
E disse con semplicità: - Quello che sposerà me, farà della gran ginnastica.
L'ingegnere rise sotto i baffi, e, squadrando la maestra con un'occhiata, disse: - Lo credo.
- Poi domandò: - Dunque, il destino dello sventurato è irrevocabilmente deciso?
- Da me, - riprese quella, - non dipende il destino di nessuno.
E basta cosí.
- Amen! - mormorò il Ginoni.
Scesero in silenzio gli ultimi scalini,
- Eppure, - disse l'ingegnere, sotto il portone, - lei ci pensa ancora.
- Oh giusto! - rispose la Pedani, - pensavo a tutt'altra cosa.
Pensavo che alle bambine sono concessi troppo pochi movimenti degli arti inferiori.
Guardi!
L'ingegnere diede in una risata, e, lasciandola, esclamò: - Abbasso Sparta!
E quella, voltandosi: - Abbasso Sibari! - e infilò il marciapiedi a grandi passi.
Don Celzani fu ferito all'anima dalla risposta, pure un po' raddolcita, che gli riferí l'ingegnere; e non lo confortò punto l'esortazione che questi gli fece a non desistere, ripetendogli il paragone della mina con la miccia lunga, che sarebbe scoppiata più tardi, indubitabilmente.
Ricadde allora in uno stato tormentoso e compassionevole.
Continuò a spiar la maestra quando scendeva o rientrava, per incontrarla o seguirla, e la disperazione dandogli ora maggior coraggio, le lanciava ogni volta un lungo sguardo indagatore e supplichevole accompagnato da una scappellata di mendicante, che chiedeva un sorriso per amor di Dio.
Ella si manteneva sempre la stessa con lui, salutando con garbo, indifferente senza ostentazione, non mostrando d'avvedersi ch'egli s'appostava dietro l'uscio, dietro i pilastri, agli angoli dei muri, in portieria, e che stava fermo un pezzo a contemplarla, dopo ch'era passata.
Capiva, peraltro, che la passione del pover'uomo si veniva infiammando ogni giorno di più.
Ma v'era a questo una cagione nuova, ch'ella non sospettava.
La riputazione di lei andava crescendo.
Un suo articolo su Pier Enrico Ling, il fondatore della ginnastica svedese, pubblicato nel «Nuovo Agone», curioso per l'argomento e per una certa vivacità evidente e brusca di stile, specie nella descrizione degli esercizi sulla scala a ondulazione e sulla spalliera, era stato riprodotto da un giornale politico di Torino e aveva fatto un certo rumore.
Una sera essa tenne una conferenza alla Filotecnica sulla istituzione d'una speciale ginnastica curativa per certe deformità dei ragazzi, spiegando, senza presunzione pedantesca, una assai rara conoscenza dell'anatomia; e i giornali ne parlarono, accennando con parole di simpatia alla sua persona, alla sua voce bella e strana, e al suo modo singolare di porgere, con dei gesti vigorosi e composti insieme, che strappavan gli applausi.
Tutto questo la faceva molto ricercare per lezioni private, e le venivano a casa delle maestre aspiranti a far dei corsi di ginnastica, non c'essendo corsi aperti alla Palestra in quei mesi, delle ragazze che, avendo dei difetti, non volevano far gli esercizi con l'altre, delle insegnanti già patentate che cercavano spiegazioni ed aiuti.
E don Celzani ne incontrava ogni momento per le scale, e sentiva ripetere quel nome con ammirazione da loro e da altri, dentro e fuori di casa.
Ora questa celebrità nascente di lei dava un'esca nuova al suo amore, un nuovo stimolo mordente e squisito ai suoi desideri.
Egli sentiva una più raffinata voluttà a immaginarsi possessore sicuro di una donna conosciuta e ammirata, pensava che sarebbe stato doppiamente felice nell'oscurità sua, d'averla quando tornava da una conferenza applaudita, di impadronirsi di quelle forme che tanti altri avrebbero carezzate con gli occhi e desiderate; gli pareva anzi che quella felicità gli sarebbe stata tanto più dolce e profonda quanto più egli fosse rimasto piccolo e nullo accanto a lei, nient'altro che marito, a cert'ore, anche dimenticato per tutto il resto della giornata, tenuto come un servitore, uno strumento, un sollazzo, un buon bestione di casa.
Ah! Dio grande.
E questo gl'infocava il cuore anche più forte: che colla sua zucca soda d'uomo meditativo, non privo di certa finezza pretina, egli aveva letto a fondo nell'indole di lei, e capiva che, quando ella avesse fatto il passo, era donna da rimanergli rigidamente fedele, non foss'altro che pel sentimento della dignità propria e per forza di ragione, per quanto l'avesse tenuto al di sotto di sé in ogni cosa.
Ch'egli ci fosse arrivato, soltanto; e poi, che gli sarebbe importato delle canzonature e delle insidie! Sarebbe stato sicuro del fatto suo, avrebbe ben saputo custodire il suo tesoro alla barba del mondo intiero.
Se ne rideva delle satire del maestro Fassi!
Giusto, costui continuava a dargli delle bottate ogni volta che l'incontrava, ma con un sentimento nuovo di acrimonia contro la Pedani, la quale, diventando chiara, lasciava lui nell'ombra; oltrediché, occupata in altro, gli restringeva sempre più la collaborazione, di cui aveva bisogno.
Egli s'era in quei giorni tirato addosso con gli articoli provocanti dell'«Agone» un nuvolo di nemici.
Assalendo tutti gli avversari della ginnastica, aveva detto che i ballerini, non esercitando che gli arti inferiori, avevan delle gambe atletiche ma dei petti di pollo; aveva accusato i maestri di scherma di far ingrossare l'anca e la spalla destra a scapito delle giuste proporzioni di tutto il corpo; se l'era presa coi maestri di pianoforte, dicendoli causa principale della vita troppo sedentaria delle ragazze, e coi bendaggisti, che osteggiavan la ginnastica perché screditava i loro istrumenti di tortura; aveva perfino stuzzicato gli speziali e i droghieri scrivendo che calunniavano «la nuova scienza» perché aveva fatto scemar la vendita dell'olio di merluzzo; e da tutte le parti gli eran venute acerbe risposte, a cui, da sé solo, si trovava imbarazzato a rispondere, e appunto in quella congiuntura difficile la Pedani quasi l'abbandonava.
Il Fassi sfogava il suo dispetto col segretario, senza dirne il vero perché, tacciando la maestra d'ambiziosa e d'ingrata, quantunque, per interesse, serbasse ancora con lei le migliori relazioni, e il segretario difendendola, egli diceva peggio.
Un giorno, finalmente, vennero a parole secche.
Spingendo il maestro la maldicenza più in là del solito, don Celzani gli rispose risentito: - La signorina Pedani è un'onesta ragazza.
- Poh! - disse il Fassi, - se avessi voluto!
- Ah! non è vero! - esclamò don Celzani indignato.
Quegli stette per rispondere una grossa insolenza; ma il pensiero della pigione ridotta gliene ritenne mezza fra i denti.
- Le auguro, - si contentò di dirgli, - di non farne l'esperimento a sue spese.
Il segretario ribatté, si separarono di mal garbo, e d'allora in poi non si salutarono più che freddamente.
Ma anche quella disputa crebbe fuoco al suo amore.
Eran dunque tutti d'accordo per calunniarla e per contrastargliela; lo zio, il maestro, sua moglie, il direttore, la Zibelli, mentivano tutti; ebbene, e lui l'avrebbe amata a dispetto di tutti.
E l'amava più che mai, di fatti, trovando anzi nella severa eguaglianza della sua condotta verso di lui e perfino in ogni suo atteggiamento o movenza nuova ch'egli scoprisse, una riprova dell'onestà della sua vita.
Un altro eccitamento gli si aggiunse.
Avendo dei muratori, che rifacevan l'ammattonato del pianerottolo, disteso un'asse sulla parte smossa per servir di ponte agl'inquilini, era per lui una vera voluttà, uscendo di casa a tempo, veder passare su quell'asse la Pedani, e misurar l'incurvatura del legno sotto il suo passo, la quale gli dava, in certo modo, la sensazione indiretta e pure dolcissima del suo peso.
E una mattina gli toccò una gran fortuna.
L'asse era stata buttata da parte: egli uscí in tempo dall'uscio per rimetterla al posto mentre la maestra stava per passare, e lo fece con un atto violento per far vedere la sua forza.
Ella non ne approfittò, superando il passo d'un salto, ma, nel saltare, strisciò col vestito la sua faccia china, producendogli l'effetto d'una sferzata voluttuosa, e lo ringraziò con un sorriso, che lo rese felice per più giorni.
Fu una realtà o un'illusione?
Dopo quel giorno, egli credette di veder nei suoi occhi qualche cosa di nuovo, un barlume di benevolenza, che gli parve il principio di un mutamento durevole; e cominciò a scrutar quel viso con ardore insolito, come un astronomo la faccia del sole, ora accertandosi, ora dubitando, tanto il mutamento era leggero.
Poteva arrischiarsi a far la sua domanda? Era troppo presto? Ma che altro incoraggiamento c'era da sperare?
Gli venne allora in aiuto l'ingegner Ginoni con una idea luminosa.
Incontrandolo una sera in Via San Francesco: - Segretario amato, - gli disse, - se lei è un uomo fino, deve fare una cosa.
C'è nelle vetrine del Berry una fotografia del barone Maignolt, quello che vinse a piedi, da Parigi a Versailles, un velocipedista famoso.
La signora Pedani è grande ammiratrice del barone.
Lei dovrebbe andar a prendere il ritratto e portarglielo.
Che ne dice? Vedrà che farà colpo.
Ma badi: non basta regalar le fotografie; bisogna emulare i fotografati.
Faccia una corsa di resistenza da Torino a Moncalieri, e che ne parli la «Gazzetta del Popolo»: avrà fatto di più che con dieci anni di sospiri.
Don Celzani non disse né sí né no; ma la sera aveva già comprato e rimesso la fotografia alla donna di servizio delle maestre.
Egli sperava ben poca cosa da quell'atto.
Nondimeno, aspettò la mattina dopo la Pedani, non foss'altro che per ricevere un freddo ringraziamento.
Essa discendeva con la Zibelli.
Questa, vedendo lui, tirò dritto senza salutare.
La Pedani si fermò, e gli disse con vivacità insolita, facendogli il più bel sorriso ch'ei le avesse mai visto: - Ah! Signor segretario, com'è stato gentile! Come ha fatto a indovinare il mio desiderio?.
Don Celzani gongolò.
E la maestra gli disse ancora allegramente, andandosene: - Non so come sdebitarmi.
Mi comandi, se la posso servire in qualche cosa.
Ah! barbara! Ma don Celzani andò al terzo cielo, e, beato, allucinato, parendogli d'aver fatto un passo gigantesco, giudicò venuto il buon momento.
Zio o non zio, informazioni o non informazioni, egli non ci poteva più reggere, doveva far la sua domanda formale al più presto, fin che il ferro era caldo.
Solamente era in dubbio se la dovesse fare a voce o per iscritto, e tenne in sospeso la decisione.
Frattanto, si mise a elaborare con profonda cura la formola, di cui si sarebbe servito nei due casi...
Ma mentre la stava elaborando, fu prevenuto.
Da vari giorni la Zibelli aveva rifatto la pace con l'amica, ed era seguito nella sua vita un mutamento nuovo.
Aveva trovato un giorno sotto il portone un giovane maestro di ginnastica, ex sergente del Genio biondo e elegante, ch'essa aveva sentito parlare una volta con molto garbo a un'adunanza della Società della Cassa degl'insegnanti.
Egli andava dal maestro Fassi, di cui era amico.
Le aveva fatto una grande scappellata e le si era accompagnato su per la scala, parlandole con una particolare espressione di rispetto e di simpatia.
S'eran poi ritrovati due giorni dopo in casa del Fassi assente, dove la moglie, visto che si conoscevano, non aveva fatto presentazioni; e come il giovane era maestro all'ergastolo La Generala, la loro conversazione aveva preso un certo colore sentimentale, spiegando egli in che maniera fossero cessate in quella casa le risse sanguinose, le ribellioni e altre violenze, per virtù della istituzione della ginnastica, la quale serviva di sfogo all'esuberanza di vita ed all'orgoglio dei forti, diventati sdegnosi, dopo la vittoria pubblica degli esercizi, di opprimere i deboli riconosciuti.
E continuando il discorso, le aveva chiesto spiegazioni e consigli, e l'aveva ascoltata con cosí viva e gentile attenzione, ch'essa n'era rimasta commossa.
Da questo, con l'usata prontezza, le era rinata l'illusione d'un amore, e insieme l'allegrezza, la cordialità, l'amicizia; s'era rappattumata con la Pedani, soffocando anche l'invidia, che la incominciava a mordere, delle sue glorie ginnastiche; s'era rifatta buona alla scuola, aveva buttato la cappa nera della pedagogia, nella quale stava rinchiusa da un pezzo, e ricominciato a leggere libri di letteratura e a scrivere perfino dei versi di nascosto, trascurando l'amministrazione della casa, di cui soleva addossarsi tutte le cure.
A questa nuova disposizione d'animo dovette la Pedani di esser incaricata, il primo giorno del mese, di portare essa medesima i denari della pigione al segretario; ciò che entrava nelle incombenze della sua amica.
Essa ne rimase un po' stupita, appunto perché si trattava d'andare da don Celzani.
Ma la Zibelli, benché l'avesse sempre amara con lui, non n'era più gelosa, - Va', - le disse anzi scherzando, dopo averle dato i denari nella busta, - lo farai felice.
La Pedani prese nello scaffale la Ginnastica medica dello Schreber, che aveva promesso al cavalier Padalocchi, ed usci.
Sonò all'uscio di questo: il quale la ricevette con molti complimenti, e, preso il libro, le disse di risentire qualche miglioramento dopo che faceva le inspirazioni e le espirazioni, e allora la maestra gli consigliò di provare la rotazione delle braccia, spiegandogli anatomicamente l'azione speciale dell'esercizio ginnastico delle estremità superiori sulle funzioni degli organi del petto.
Mentre ella dava queste spiegazioni, il segretario, solo in casa, seduto a tavolino nello scrittoio del commendatore, stava cercando da un pezzo, con la penna in mano, le frasi più importanti della sua domanda solenne, parlata o scritta che dovesse essere.
E dava del capo in difficoltà serie, poiché si trattava di armonizzare bellamente una dichiarazione d'amore appassionato con la gravità d'una richiesta di matrimonio, la quale dimostrasse d'esser stata preceduta da una lunga meditazione e decisa con intera e tranquilla coscienza; e occorreva pure di farci entrare, con molta delicatezza, un cenno delle sue condizioni di fortuna, non dispregevoli, e balenar la speranza d'una futura eredità dello zio, benché questi avesse a Genova e a Milano una falange di nipotini.
Egli cercava, scriveva, cancellava, non mai soddisfatto, turbato anche un poco dal pensiero che, essendo il primo del trimestre, sarebbe venuta da lui la Zibelli, ch'era la factotum, a portar la pigione: visita che lo avrebbe messo nell'impiccio, dopo che quella gli aveva levato il saluto.
Nondimeno, la prima frase era assicurata oramai, ed immutabile.
Cominciava: «Signorina, vengo a fare un passo decisivo nella vita d'un uomo...», ed egli finiva appunto di arrotondare il primo periodo, quando il campanello sonò.
«Ecco la Zibelli», disse tra sé, con dispetto, e preparò un viso contegnoso per riceverla.
In quel momento s'affacciò all'uscio la vecchia serva, e disse: - Signor segretario, c'e la maestra Pedani per la pigione.
Don Celzani saltò in piedi, con le fiamme al viso.
Non gli riuscí di dire: «Fate entrare»; non poté fare che un gesto.
La Pedani entrò, e la serva richiuse l'uscio.
L'apparizione della maestra gli produsse l'effetto come d'un mutamento improvviso d'ogni cosa intorno a sé: la stanza cambiò luce, i mobili si spostarono, i contorni degli oggetti si confusero, tutto s'alterò ai suoi occhi, come segue ai paurosi nei duelli.
Corse qua e là in cerca d'una seggiola, balbettando: - S'accomodi, s'accomodi, - e andò a pigliare la più lontana: la mise accanto al tavolo, gli parve troppo vicina, la scostò, gli parve messa di sbieco, la voltò, accennò a lei di sedersi senza guardarla, sedette lui di traverso, e, presa la busta dalla sua mano, non trovò altro di meglio, per avere il tempo di ricomporsi, che prendere a contare i biglietti con grandissima attenzione, come se sospettasse d'esser truffato.
Poi disse con le labbra tremanti: - Va bene, - e prese un foglio di carta bollata per scrivere la ricevuta.
Ma nel cominciare a scrivere, gli cozzarono con una tal tempesta nel capo la tentazione di coglier quel momento per far la domanda, e il timore che il momento fosse inopportuno e pericoloso, che invece di scriver sul foglio le parole solite, scrisse: «Signorina, vengo a fare un passo decisivo...»
Se n'accorse, arrossí, stracciò il foglio, ne prese un altro, ricominciò a scrivere, sempre con quella tempesta nel capo; la vista gli si velava, la mano gli ballava, le parole gli sfuggivano, la fronte gli si bagnava di sudore.
La maestra lo guardava, tranquilla e seria.
Essa non rideva di nulla; non aveva senso comico.
S'egli l'avesse osservata in quel punto, non le avrebbe visto negli occhi che una leggera espressione di curiosità compassionevole, come quella con cui si guarda un malato d'alienazione mentale.
Quando alla fine riuscí a metter la firma, la sua risoluzione era già presa.
Piegò il foglio, e ritenendolo in mano per trattener lei, s'alzò in piedi, e di rosso si fece pallido.
Poi cominciò: - Signorina!...
Che cosa seguí allora nella sua mente? Forse una sincope improvvisa del coraggio, forse il pensiero improvviso che sarebbe stato meglio avviar prima il dialogo sopra un altro argomento, perché la dichiarazione non paresse troppo repentina ed ardita.
Fatto sta che invece di dire quello che aveva preparato, mutato tuono tutt'a un tratto, mandando giù la saliva per la gola secca, mormorò umilmente: - Signorina...se ha bisogno di qualche riparazione...
Questa volta alla ragazza sfuggí un sorriso.
Rispose di no, tutto era in ordine nel suo quartierino; lo ringraziò della cortesia.
E, alzandosi, tese la mano per prendere la ricevuta.
Il momento era giunto: o subito o non più.
Il segretario tirò indietro il foglio, e rinunziando a dir le parole preparate perché la confusione non gliele lasciava ritrovare, si slanciò con disperato coraggio contro al pericolo.
- Signorina! - ripeté...
Accade qualche volta anche ai non timidi, quando parlan dominati da una forte commozione, e tanto più se in una lingua che non hanno familiare, che il loro linguaggio, il tuono, il gesto, tutto devia involontariamente dal sentimento che vogliono esprimere, in modo che mentre questo è sincero, semplice, umile, l'espressione esce enfatica, tormentata, predicatoria, stonata, falsa, come se un altro parlasse in luogo loro, senza comprenderli, e quasi col proposito di farli fallire al loro scopo.
Questo avvenne al povero don Celzani.
Battendosi una mano sul petto, gonfiando troppo la voce, facendo la ruota con lo sguardo intorno alla maestra come per seguire il volo circolare d'una farfalla, e movendo in cento modi strani le grosse labbra come se le avesse intorpidite dal freddo:
- Signorina! - declamò.
- Io ho una cosa da dirle.
Mi permetta.
Mi perdoni.
So che questo non è il luogo.
Ma vi sono dei momenti, vi sono dei sentimenti, nei quali l'uomo onesto, quando è un affetto onesto, sia pure davanti a Dio, è impossibile, tutto si deve dire, tutto si può scusare, è un dovere lasciar dire.
Io già mi sono spiegato.
Lei conosce il mio sentimento.
Mai, mai fu leggerezza, fin dal primo giorno.
Mai.
Sempre ho coltivato quel pensiero.
Giammai nella mia coscienza, se ho ardito, Dio m'é testimonio, la più pura intenzione, il più sacrosanto scopo, l'affezione di tutta la vita, se anche non l'ho scritto, eccomi a dirlo, signorina.
La sua mano!...
Forse non è il modo; ma parlo a un'anima bella.
Il frutto è maturo.
Meditai.
È un galantuomo che parla.
Concorde è lo zio.
Creda a questo cuore.
Non è più vita la mia.
Non domando che la sua mano.
Una sola parola! Pronuncia la mia sentenza.
(«Pronuncia» fu un lapsus linguae).
Detto questo, ansando, piantò gli occhi dilatati in viso alla maestra, con un'espressione quasi di terrore.
La maestra, che aveva sorriso alle prime parole e ascoltato con serietà le ultime, corrugò la fronte quando egli ebbe finito, suffusa d'un leggero rossore, che sparve subito.
Poi, fissando lo sguardo sopra un almanacco appeso alla parete, con una intonazione naturalissima che faceva un curioso contrasto a quella del segretario, e con una voce che, abbassandosi, diventava baritonale: - Veda, signor segretario, - rispose, - Io non so trovar giri di parole per dir certe cose...
come si dovrebbero dire.
Dico franco il mio pensiero.
Lei perdonerà.
Non ho che a ringraziarla delle sue buone intenzioni.
Anzi, mi tengo onorata.
Ma...se avessi avuto un'idea, l'avrei manifestata subito, dopo la sua lettera, perché avevo capito quel che c'era sottinteso.
Le dico che mi tengo onorata, sinceramente.
Però, ecco la cosa: davvero io non ho vocazione pel matrimonio.
Per le mie occupazioni ho bisogno d'esser libera; ho deciso d'esser libera.
E poi....
ho ventisette anni: se avessi avuto altre inclinazioni, le avrei secondate da un pezzo.
Cosícché...
Insomma, io non so trovar delle frasi.
Mi rincresce, la ringrazio: ecco tutto.
Favorisca la ricevuta.
A quelle parole l'amore trafitto urlò, e la naturalezza gli venne.
- Ah no, signorina, no! - esclamò don Celzani agitandosi.
- Lei dice cosí perché non sa.
Non sono come gli altri, io; cosa crede? Io le voglio bene sul serio, è un pezzo che peno, non vedo altro, io: come si fa? Dice: voglio esser libera.
Che m'importa, a me? Non sarei mica un padrone.
Ah, lei non mi capisce: io sarei il suo servitore, non pretenderei nulla, non son niente, starei sotto i suoi piedi, sarei troppo felice, matto! Lei non mi conosce, come sono, che mi fa perder la testa, che le darei il mio sangue e la salute dell'anima...
Dio grande! Non mi dica di no! Abbia misericordia d'un galantuomo!
E ciò dicendo allargò le braccia e si chinò davanti a lei, sollevando il viso supplichevole, come il Sant'Antonio del Murillo davanti al Bambino.
La maestra, maravigliata di tanto calore di passione in quell'uomo, lo guardò un momento, diede un'occhiata all'uscio, e lo tornò a guardare, con una vaga espressione di rammarico.
Pareva che pensasse: «Peccato ch'egli non sia un altro!» - Ma capí subito che il suo silenzio poteva essere male interpretato, e s'affrettò a dire, col tuono più amichevole che le fu possibile:
- Basta cosí, signor Celzani.
Io le ho già detto il mio sentimento.
Lei ha buon cuore.
Troverà un'altra che corrisponderà al suo affetto, come merita.
Lei s'inganna sul conto mio: io non sono come forse s'immagina.
Io non son tenera.
Ho il cuore d'un uomo, io.
Non sarei una buona moglie.
Veda che son sincera.
Si faccia una ragione...
e mi dia il foglio.
Non è conveniente che mi fermi un momento di più.
Don Celzani restò lí come pietrificato.
Ma il terrore di rimaner solo in casa, con la disperazione di quel rifiuto nel cuore, lo riscosse subito, e gli fece fare un ultimo tentativo sconsolato di preghiera:
- Pigli tempo a rispondere, almeno! Ci pensi ancora! Non mi dica di no per sempre!
La Pedani fu presa da un principio d'impazienza, e facendo un passo avanti, allungò la mano per pigliar la ricevuta.
Per istinto il segretario le afferrò la mano, e fu come una vertigine: cadde ginocchioni d'un colpo e, accecato, supplicando, s'avviticchiò furiosamente alle ginocchia di lei, strofinando il viso convulso contro la sua veste.
Fu un baleno però: due mani gagliarde sciolsero le sue dita incrocicchiate, e con una spinta virilmente impetuosa lo misero in piedi d'un balzo, sbalordito.
- Signor Celzani, - disse severamente la maestra, ma con accento più di fastidio, che di sdegno, - queste cose con me non si fanno -.
E soggiunse dopo una pausa: - Sia detto una volta per sempre.
Ma il segretario quasi non sentí.
Il dolore immenso del rifiuto, la vergogna, il terrore dell'avvenire erano per un momento soffocati in lui dalla sensazione profonda e violenta di quell'abbraccio, rivelatore misterioso di tesori che superavano le sue fantasie, e che gli lasciavano come lo stupore d'un contatto sovrumano.
Si risentí vedendo la Pedani avvicinarsi all'uscio e a passi vacillanti e impetuosi la raggiunse; ma si fermò a un passo da lei.
Essa aveva già la mano sulla maniglia dell'uscio: la ritirò guardando lui con un sorriso d'indulgenza, e poi gliela porse con un atto rigoroso di camerata, per togliere a quella concessione ogni senso di tenerezza.
Il segretario capí, e le diede la sua, morta.
Essa si rifece seria, e disse: - Siamo intesi, dunque...
Mai più.
Egli ripeté macchinalmente, come uno stupido.
- Mai più.
E non l'accompagnò.
Attraversando l'anticamera, la maestra sentí un lamento lungo e sordo, come un gemito soffocato tra i pugni, e uno strepito precipitoso di piedi, simile allo scalpitio d'un giumento imbizzarrito; e uscí scrollando il capo, pietosamente.
Dopo quel giorno don Celzani fu un altro.
Non aspettò più la maestra per le scale, si mise a fumare dei sigari Virginia, bazzicò il vicino caffè del Monviso, frequentò il teatro Alfieri, prese un'andatura più disinvolta, si diede alla sua opera di segretario con una operosità non mai veduta, come se le proprietà del commendatore si fossero triplicate tutt'a un tratto, e spinse la bizzarria fino a cambiare il suo eterno cravattino di seta nera con una cravatta di color turchino, che gli dava un'aria addirittura baldanzosa.
Tutti gli inquilini notarono quella trasformazione.
Lo sentivano qualche volta solfeggiare per le scale, lo vedevan salire o scender a piccoli salti, lo incontravano per la strada in compagnia di giovani della sua età, coi quali non l'avevano mai visto, gesticolante, con una faccia nuova, con mosse e impostature di prete spretato, che volesse dissimulare il suo carattere antico.
Il solo ingegner Ginoni conobbe il perché di quel mutamento, e se ne prese spasso: diceva al segretario, incontrandolo:
Cadde l'incanto, e a terra sparso è il giogo;
oppure:
Alfin respiro, o Nice,
Bravo segretario!
E questi gli rispondeva con un gesto comico, come per dire: «Tutto è passato».
E cosí durò per tutto il mese di marzo.
Dopo di che...
ricadde più perdutamente innamorato di prima.
Ma come si fa, Dio grande! Ai primi giorni della nuova stagione la Pedani aveva messo su un vestito di lanetta color marrone, guernito con una straliciatura di seta nera, semplicissimo, una miseria che poteva costar trenta lire con la fattura, e che aveva fors'anche dei difetti di taglio; ma la sarta vera e maravigliosa era la persona che lo riempiva e lo tirava, informandolo ai più seducenti contorni che avesse mai trovato uno scultore di Dee.
V'erano adesso delle giornate, quando essa tornava dalla ginnastica, delle ore in cui l'aria, il sole, l'esercizio fatto mettevano nella sua carne come uno splendore caldo di giovinezza matura, la freschezza d'un corpo di nuotatrice uscita allora dall'acqua, qualche cosa che si effondeva intorno come la fragranza inebriante d'un albero in fiore.
E passando accanto a don Celzani a passi svelti gli diceva: - Buon giorno - con una nota d'oboe, spiccata e profonda, che pareva un grido involontario di voluttà, troncato a mezzo.
Il povero don Celzani resistette a tre o quattro di questi incontri, poi perdette la testa: lasciò il caffè Monviso, il teatro, gli amici, i sigari Virginia, le corse per Torino, e i baldi atteggiamenti; e della sua audace ribellione d'un mese non gli rimase altro segno che la cravatta turchina.
Ma durante quel mese aveva meditato, e frutto delle sue meditazioni fu che, entrando nel nuovo periodo, cambiò di tattica amorosa, si sforzò di dare alla sua passione l'apparenza d'una tranquilla amicizia.
Non più appostamenti, non più sguardi supplichevoli, né saluti trepidanti, né silenzi d'adoratore.
Egli fermava la maestra su per le scale e le si accompagnava, attaccando discorso a qualunque proposito, ragionando del tempo, degli orari scolastici, d'una riparazione da farsi, d'un inquilino, d'una bazzecola, pur di parlare e d'intrattenerla, di abituarla alla sua compagnia, di persuaderla bene ch'essa poteva star con lui d'ora innanzi senza che egli ricadesse nelle dichiarazioni passate.
E vi riuscí.
Essa sospettava bensí confusamente che sotto quel novo contegno si nascondesse un pensiero, un proponimento lontano; ma, insomma, s'era quetato, e gli si poteva discorrere, tanto più che, levato da quel suo matto amore, era una persona educata e un buon diavolo, che non le spiaceva.
In tal modo s'incominciò a stabilir fra loro una certa familiarità.
E questo avvenne più agevolmente per effetto d'una nuova dichiarazione di guerra della maestra Zibelli, che lasciava da capo uscir sola la sua amica.
Era seguito questo lepido caso: che le due amiche essendosi incontrate, per la prima volta tutt'e due insieme, in Piazza Solferino, col maestro biondo della Generala, il quale le aveva fermate, s'era dopo poche parole chiarito l'equivoco, che quegli aveva fino allora scambiato la Zibelli con la Pedani, conosciuta da lui soltanto di fama e ammirata per i suoi articoli; e la Zibelli aveva visto rivolgere immediatamente all'altra, ma raddoppiati, gli ossequi e l'ammirazione di cui era stata essa prima l'oggetto.
Messa sottosopra da questa scoperta, dopo aver passato dei giorni orribili, astiando l'amica dalla mattina alla sera, s'era data con grande ardore alla religione, andava in chiesa ogni mattina, aveva stretto amicizia con le signore divote del primo piano, messo un velo nero sul viso, voluto far di magro il venerdí e il sabato, e dedicato tutti i suoi ritagli di tempo a libri ascetici, che leggeva forte anche di notte.
Con questo si rincrudí pure in quei giorni, a cagione d'un avvenimento straordinario, la gelosia ch'essa cominciava a sentire da un po' di tempo dei trionfi ginnastico-letterari della sua nemica.
Era allora a Torino il ministro dell'istruzione pubblica, Guido Baccelli.
Egli capitò una mattina inaspettato, col sindaco e con l'assessore, seguito da un folto corteo, alla scuola Margherita, mentre la Pedani faceva la lezione di ginnastica.
Un'altra avrebbe perso la bussola.
Essa non si turbò e, schierate tutte le sue allieve, fece eseguire i passi ritmici con una tal varietà, precisione e vigoria di comandi, che, un po' per questo e un po' per effetto della sua bella persona, il ministro le prodigò i più caldi elogi, intavolando con lei una conversazione su metodi ginnastici inglesi, della quale uscí anche più ammirato che degli esercizi.
Il fatto fu riferito dai giornali, che stamparono il suo nome, e fu una gloria.
E non ne ingelosí soltanto la Zibelli: il maestro Fassi andò in bestia.
In quei giorni appunto la Pedani era anche stata nominata maestra di ginnastica delle monache Vincenzine del Cottolengo.
Una successione cosí inaudita di fortune cominciava a non esser più comportabile, né si poteva spiegare che con qualche protezione segreta.
Ora il maestro si ficcò in capo che chi le faceva aver tutti quei favori fosse il commendator Celzani, per sollecitazione del nipote.
E non poté trattenersi dal fare uno sfogo con costui.
- È una vergogna, - gli disse un giorno senza preamboli, - che mentre ci sono dei professori di ginnastica che sudano da vent'anni agli studi senza aver mai potuto ottenere un favore, e neppure il compenso della notorietà, ci sia chi si fa largo e ottiene tutti gli onori per la sola virtù della gonnella.
È un mercimonio schifoso, che denunzierò per le stampe.
Il segretario finse di non capire.
Ma quella finzione non fece che riaffermare il maestro nella sua idea, tanto che, pur conservando per interesse un'apparenza d'amicizia con la Pedani, egli tolse a lui il saluto, e sua moglie fece lo stesso, E cosí eran già tre, che, per causa della maestra, gli avevan dichiarato la guerra.
Ma don Celzani, ostinato e intrepido, continuava a colorire il suo disegno, cercando di guadagnarsi la buona amicizia di lei.
Le fece un giorno un vero piacere portandole un numero del «Ginnasta triestino», venutogli a mano per caso, che conteneva un articolo sulla danza pirrica.
Le portò un'altra volta un numero della «Tribuna», che riceveva lo zio, nella quale era riferita la risposta negativa data dall'ufficio d'igiene del municipio di Roma a tutte le direzioni delle scuole, che l'avevano interrogato intorno alla maggiore o minor convenienza di tener gli alunni nella posizione di braccia conserte.
La maestra gradí molto l'offerta, dicendo che aveva già trattato l'argomento in un articolo.
Ma il segretario le preparava ben altre sorprese.
Era tentato da un po' di tempo d'intavolare con lei certi discorsi, ai quali s'andava apparecchiando; ma non osava.
Un giorno osò.
Avendogli essa detto che frequentava un corso d'anatomia, egli le rispose timidamente: - L'anatomia...
Lei fa bene, perché, senza quello studio, non si può conoscere il valore...
fisiologico dei singoli esercizi, e, senza di questo, gli esercizi non si possono classificare...
fisiologicamente, che è l'ordine più utile.
La maestra lo guardò con stupore, e approvò.
Era un primo passo.
Un altro giorno si fece anche più animo e le domandò che cosa pensasse sulla quistione degli attrezzi.
Anche questa domanda la stupí gradevolmente.
E gli rispose: non stava con coloro che ne volevano abusare, mirando a convertire le palestre in circhi acrobatici, ciò che spaventava le famiglie, ed era veramente un pericolo; ma dava torto anche agli esageratori della parte opposta, che li volevano addirittura abolire.
Dove si sarebbe andati per quella via? A una ginnastica bambinesca, con cui non sarebbe stata punto educata nei fanciulli quella facoltà speciale, che è il coraggio fisico, a tutti necessaria; senza la quale non si riesce più tardi in nessun esercizio civile e arrischiato, se non a prezzo di sforzi penosi e di figure ridicole.
Don Celzani approvò con ripetuti cenni del capo.
- Sono persuaso anch'io - disse, cercando le parole, - che l'intero sviluppo di tutte le membra non si può ottenere se non con l'aiuto degli attrezzi.
Si posson lasciare da parte quelli di cui si può contestare l'utilità; ma quelli che hanno un'utilità...
antropologica dimostrata, secondo me, sono indispensabili.
- Alla buon'ora! - esclamò la maestra, guardandolo con curiosità.
- E non è di parere che riguardo al numero e al modo degli attrezzi sarebbe bene di lasciar libero ogni insegnante di seguire il proprio genio e la propria persuasione?
- Non ci può esser dubbio, - rispose don Celzani, con gravità.
- Se non si fa questo, si toglie all'insegnante ogni incoraggiamento a studiare per farsi delle combinazioni da sé in ordine alle varie classificazioni; - e le contò sulla punta delle dita, -...
anatomica, pedagogica, collettiva, individuale, e via dicendo; e allora chi farebbe più esperienze e ricerche?....
La maestra tornò a guardarlo con maraviglia e con piacere ad un tempo.
E punta da maggior curiosità, soffermandosi per la scala: - Quali sarebbero, - gli domandò, - gli attrezzi che lei giudicherebbe indispensabili?
- Gli attrezzi che io giudicherei indispensabili, - rispose don Celzani col tono d'un ragazzo catechizzato, rimettendosi a contar sulle dita, - sarebbero...
le pertiche d'ascensione...
la trave d'equilibrio, non troppo elevata da terra, che è inutile...
la sbarra fissa...
s'intende le parallele e il piano inclinato...
Tutt'al più, lascerei da parte qualche esercizio...
l'altalena di salvataggio, per esempio.
- Come? - domandò con vivacità la maestra, - anche lei è di quelli che trovan pericolosa l'altalena di salvataggio?
- No, ho sbagliato, - rispose il segretario, - l'altalena di salvataggio, veramente, si dovrebbe lasciare.
Infatti, che pericolo c'è?...
Qualche piccolo storcimento, alla peggio.
Siamo d'accordo anche su questo.
- Siamo dunque d'accordo su tutto! - esclamò la maestra, soddisfatta.
- Dico bene, che non si può aver buon senso e pensarla altrimenti -.
Poi, ripresa dalla curiosità, mentre eran già sotto il portone, gli domandò con un sorriso singolare: - È un pezzo che s'è dedicato a questi studi?
Il segretario arrossí e fece un gesto indeterminato, senza dir nulla.
Ma dopo quel giorno ritornò sull'argomento ad ogni incontro, Il commendatore possedeva dei libri di ginnastica, avuti in dono dagli autori, durante il suo vice-assessorato dell'istruzione pubblica, dei pacchi di numeri del «Ginnasta aretino», che gli aveva mandato anni addietro un amico toscano: don Celzani leggeva ogni cosa, per prepararsi certe domande e certe risposte, e cosí poteva sostener la conversazione.
Aveva finalmente trovato il gancio e ammirava la perspicacia dell'ingegnere.
Ora, quand'eran su quei discorsi, la maestra si soffermava ogni quattro scalini, ed egli aveva cosí un agio delizioso di ammirarla, come non l'aveva mai avuto, e imparava a memoria tutte le pieghe, tutti i bottoni, tutte le fettucce di quel terribile vestito color marrone; scopriva dei piccoli movimenti abituali di lei, che non aveva mai osservati, studiava i suoi denti bianchi uno per uno, faceva con l'occhio dei veri viaggi d'esplorazione intorno alle sue forme, cosí profondamente assorto alle volte in quelle indagini amorose, che dimenticava di rispondere, o rispondeva a casaccio.
Senonchè, in questo gioco, egli perdette ben presto quella padronanza di sè, che era necessaria ai suoi fini.
A poco a poco, cominciò a pensare che fosse rivolta a lui la simpatia che essa mostrava per l'argomento delle loro conversazioni; gli pareva d'esser salutato, guardato, ascoltato in tutt'altro modo da quello di prima; risentiva dei fremiti sotto lo sguardo ch'ella gli fissava negli occhi, nell'esporgli le sue ragioni; fu due o tre volte sul punto di tradirsi, di afferrare il suo bel braccio per aria, quando accennava un movimento alla trave di sospensione.
Si contenne, però.
Ma prese tanto coraggio da decidersi a una nuova prova, più accortamente preparata dell'altra, da tentare il primo giorno di maggio, quando ella fosse tornata in casa sua a portar la pigione.
Credeva che questa volta non gli avrebbe più potuto dare una ripulsa assoluta.
Un legame c'era fra loro.
L'idea che, sposando lui, ella avrebbe avuto un conlocutore intelligente per le sue conversazioni predilette, uno specchio riflettore perpetuo della sua passione dominante, una specie di segretario intellettuale, gli pareva che dovesse avere un gran peso sulla sua determinazione.
Ed egli aveva in serbo, per darle l'ultima spinta, la rivelazione d'un piccolo secreto, che, per certa vergogna, teneva gelosamente nascosto, da un po' di tempo, a tutta la casa.
Ma, ahimè! non era più un segreto per tutti.
Il giorno prima di quello fissato da lui per far la sua terza dichiarazione, lo studente Ginoni, entrando in casa all'ora di desinare, diede una notizia che fece prorompere tutti in una risata.
- Papà, - disse, incrociando le braccia sul petto, - ne vuoi sapere una incredibile?..
Don Celzani va alla Palestra!
Ma alla risata succedettero esclamazioni d'incredulità.
Eppure, egli l'aveva visto entrare alla Palestra, sul corso Umberto, all'ora dell'entrata degli altri soci.
Non c'era ombra di dubbio.
Le speranze fondate da don Celzani sul primo di maggio furono mandate a monte da un avvenimento imprevisto.
Il commendatore, che, per scansar le visite dei suoi pigionali, soleva ogni primo del mese passar la giornata di fuori, stette in casa quel giorno, ribadito come sempre sulla sua poltrona, come se li aspettasse.
Don Celzani, che aveva fatto tutti gli apparecchi per l'assalto, n'ebbe una stizza da addentarsi le mani.
Sperò fino alle undici ch'egli si decidesse ad andarsene; poi perdette ogni speranza, e prese a girar per le camere col diavolo in corpo.
Ma un pensiero consolante gli balenò a un certo punto: che lo zio avesse curiosità di veder un po' da vicino la Pedani, e di discorrer con lei, poiché non eran corsi fra loro che dei saluti di scala; e che questo fosse un indizio di buone intenzioni, Dopo la visita al direttore, lo zio non gli aveva più parlato dell'affare; ma don Celzani capiva che egli non ignorava la persistenza risoluta della sua passione.
Chi sa! Forse egli aveva davvero quel disegno.
E allora il suo dispetto si cangiò in impazienza.
Sarebbe venuta come l'altra volta al tocco e mezzo.
Al tocco, il commendatore era seduto nello scrittoio, con la maestosa testa bianca abbandonata sulla spalliera della poltrona, e gli occhi azzurri al soffitto.
Fosse politica o altro, quando la serva annunziò la Pedani, egli fece l'atto di andarsene e di cedere il posto al nipote: poi cambiò idea.
La maestra entrò, e parve che non le spiacesse di trovar là il padrone di casa, forse perché questi rendeva impossibile una nuova dichiarazione ch'essa temeva.
Il commendatore era coi suoi pigionali d'una rara compitezza, e usava col bel sesso delle forme straordinariamente rispettose e dignitose.
S'alzò, s'inchinò con gli occhi chiusi davanti alla ragazza, e, rimettendosi a sedere, insistè perché sedesse lei pure.
Il segretario prese i denari e scrisse la ricevuta con le mani malferme, lanciando continui sguardi di sotto in su a tutti e due.
Era preso da una commozione di ragazzo, come se la Pedani avesse fatto la sua prima entrata nella famiglia, e si dovesse concludere il matrimonio in quella seduta.
- Ebbene, signorina, - domandò il commendatore con dignità, temperata da un sorriso cerimonioso, quando il segretario ebbe rimesso il foglio alla maestra, - come va la ginnastica?
Era evidente che voleva farla parlar lungamente.
La maestra rispose che era sempre alle stesse: una quantità di pregiudizi da vincere nei parenti delle alunne, e anche nelle autorità; per il che gl'insegnanti dovevan sostenere una lotta continua, a scapito, s'intende, dell'insegnamento,
- Nella ginnastica femminile sopra tutto, - disse il commendatore, gravemente,
- Nella femminile sopra tutto, - ripete la Pedani, animandosi, - per un mondo di riguardi...
non fondati.
Ella lo saprà.
Io non dico che si possa subito, con le idee di adesso, attuare il concetto dei baumannisti avanzati, di non fare alcuna differenza fra la ginnastica maschile e la femminile.
Ma al punto a cui si vuol ridurre questa...
è veramente troppo.
Il commendatore fece un cenno d'assenso con le palpebre.
Il male, secondo lui, era che s'insegnava la ginnastica per dar saggi negli spettacoli e nelle occasioni di visite ufficiali: per questo si andava all'eccesso nella compassatura e nella riservatezza dei movimenti.
- Non è vero? - domandò la maestra con vivacità.
- È quello che io dico sempre.
- E, infervorandosi nel discorso, dimentica affatto o incredula di quello che l'ingegnere le aveva detto, con l'ingenuità d'una monomane, premette il tasto prediletto dell'ex assessore.
- Dicono: le ragazze non debbono fare i movimenti che fanno i maschi.
Ma io rispondo: o quei movimenti sono igienici o non lo sono.
Se lo sono, come si possono omettere per dei riguardi che non si appoggiano sopra alcuna ragione seria? Perché il punto è questo.
Le ragazze non hanno da far ginnastica che davanti alle loro maestre o alle loro madri.
Dunque, soppressi gli spettacoli che guastan tutto, è rimossa ogni difficoltà.
Il commendatore approvò.
Veramente, secondo la sua idea, gli spettacoli andavan lasciati stare; ma non lo disse.
Si restrinse a fare un'osservazione generale sul grande bisogno che v'era, specialmente per le ragazze, d'una ginnastica più energica, più conforme a quella ch'era in voga in Germania.
La generazione nuova, a suo giudizio, lasciava molto a desiderare.
Aveva toccato la corda più viva della maestra.
- Se lascia a desiderare! - esclamò questa.
- E ancora che lei, signor commendatore, non è al caso di farsene un'idea precisa.
Ma noi che le vediamo bene le nostre ragazze, che abbiamo il dovere di esaminarle, di tastarle, noi tocchiamo con mano l'assoluta necessità che lei dice.
Se lei potesse vedere...
Il commendatore socchiuse gli occhi e prestò una profonda attenzione.
- Se lei vedesse, - continuò la maestra, - che povero sangue! Non dico di quelle che hanno dei veri difetti d'organismo.
Ma ce n'è un gran numero che hanno una costituzione abbastanza buona, senza alcun vizio organico, nè alcuna infermità spiegata; eppure metton pietà.
Sono cresciute in fretta, ma s'è soltanto allungato lo scheletro: il sistema muscolare non si è svolto in proporzione.
Non hanno spalle, nè braccia, nè petto.
Non è il caso davvero di temer le pressioni...
sul davanti, come temon le mamme.
Per il più piccolo sforzo sono anelanti, sudano; ce n'è che svengono.
Paion bambine uscite di malattia.
Fa dispetto vedersi metter delle restrizioni monacali all'insegnamento per ragazze simili, che non dovrebbero far altro che ginnastica dalla mattina alla sera!
- Quali restrizioni le son poste, generalmente? - domandò il commendatore, guardandosi le unghie.
- Ma!...
d'ogni specie, - rispose la Pedani.
- Vogliono ristrettissimo l'esercizio d'abduzione e sollevazione delle gambe e...
che so io.
Poi, alle parallele e al volteggio, e anche alla sbarra fissa, nessuno degli esercizi in cui sia necessario sollevare gli arti inferiori...
Per le grandicelle, non salita alla corda, nè alla pertica.
Domando io! - E tirò avanti.
Il commendatore ascoltava, con gli occhi azzurri fissi alla vôlta, come immerso in una contemplazione celeste, movendo lentamente il capo in segno d'assenso.
- E con questo, - continuò la maestra, - ciò che ci appassiona sempre più per le nostre idee, è il vedere che progressi si ottengono anche con quel poco che ci è permesso.
Lei non può credere il mutamento che si nota dopo un mese di ginnastica nelle ragazze dai dodici anni in su, e tanto più in quelle che son magre e anemiche per malattie sofferte nell'infanzia o per linfatismo acquisito.
In un mese, si allarga il rossore delle guance, che era soltanto un cerchietto, le braccia s'arrotondano, il dorso si raddrizza, i muscoli si rilevano...
Alle volte, a guardarle di dietro, non si riconoscono più, paiono donnine fatte, hanno acquistato quella eleganza e sveltezza dei movimenti, che formano la vera bellezza estetica; specialmente negli arti inferiori...
uno sviluppo da far rimanere sbalorditi.
È veramente una cosa consolante.
Sí, era consolante anche per il commendatore, che seguitava il corso dei suoi pensieri.
E fece una domanda che parve scaturire da una profonda meditazione.
- Oltre a questo, - disse, - ella avrà anche delle particolari soddisfazioni da quelle poche che hanno per la ginnastica un'attitudine fisica eccezionale e un ardore eguale al suo; perché, sopra un gran numero, ce n'ha da essere, sicuramente.
- E, socchiusi gli occhi, tornò a fissarli in alto, come per assaporar la risposta.
- Ah, questo si! - rispose la maestra eccitandosi.
Ce ne sono! Ed io, oramai, le conosco alla prima occhiata, la prima volta che si presentano, che non è poi tanto facile.
Perché non son mica sempre quelle più asciutte e d'apparenza più svelte, che hanno le migliori attitudini.
Queste derivano dalla struttura più o meno armonica delle membra.
Ci sono delle grasse, per esempio, che si crederebbero pesanti e impacciate, e hanno invece una agilità, un'elasticità da fare stupire.
Bisognerebbe che il signor commendatore potesse vedere, nelle ore di ricreazione, alle Figlie dei militari...
Il commendatore chiuse gli occhi.
- Perchè, - seguitò la maestra, - il regolamento della ginnastica può restringere i movimenti fin che vuole; ma poi, fuor della lezione, le più brave fanno quello che vogliono.
Ce n'ho una dozzina, a San Domenico, tra i quattordici e i diciotto anni, che potrebbero dar spettacolo in un teatro, delle vere acrobate, che fanno dei giri sulla sbarra fissa, da dar le vertigini, dei salti con la pedana d'un metro e mezzo d'altezza dei volteggi...
- E soggiunse con un sorriso: - Fortuna che non c'è spettatori.
Ma le dico delle braccia e delle gambe d'acciaio, dei vitini che scattano come molle: una bellezza, le assicuro.
E dire che si potrebbero ridurre tutte cosí!...
Sarebbe una benedizione!
Sí, sarebbe stata una benedizione; il commendatore n'era persuaso più di chi che sia.
E dopo una breve meditazione, riscotendosi tutt'a un tratto, disse il suo pensiero: - Speriamo, signora maestra, che a poco a poco ci si verrà.
Le buone idee finiscono sempre con vincere.
Intanto, le resistenze cedono da tutte le parti.
E lei prosegua con costanza il suo apostolato, che fa un'opera santa per il bene delle nostre povere bambine: gliene dobbiamo tutti esser grati.
La maestra s'alzò, ringraziando; s'alzò egli pure, e, prevenendo il nipote, l'accompagnò garbatamente fino all'uscio, dove le fece un inchino profondo.
Il segretario, che per tutto quel tempo era rimasto in piedi in disparte, immobile, non perdendo una sillaba della conversazione, e spiando a vicenda i due visi, gongolava al pensiero che la maestra doveva aver fatto allo zio un'eccellente impressione.
Questi, ritornato indietro, si fermò in mezzo alla stanza, e passandosi una mano sulla canizie maestosa, disse con accento paterno, quasi parlando tra sè: - Una simpatica signorina!
E rimase come assorto nel suo pensiero.
- Dunque, - domandò trepidando don Celzani, - lei non avrebbe più da fare alcuna obiezione?
Lo zio parve che non capisse subito quello che voleva dire.
Poi, quando capí, rispose trascuratamente:
- Per me...
nessuna.
Solamente, - soggiunse, guardando il nipote da capo a piedi, - hai il suo consenso?
Questi prese il suo atteggiamento di chierico, con una mano nell'altra, e abbassando gli occhi sfavillanti, rispose con voluta umiltà: - Lo spero.
- Vedremo, - disse lo zio, squadrandolo ancora una volta, e risedutosi sulla poltrona, colla nuca alla spalliera e gli occhi socchiusi, si sprofondò da capo nei suoi pensieri,
Don Celzani fu felice.
La via, dunque, era interamente libera, e dopo quella visita la maestra doveva essere anche meglio disposta di prima.
Egli contava di far avanti una domanda di prova, con le debite cautele, e poi la mossa suprema, quando la prima fosse stata bene accolta.
Questa la poteva far dove si fosse.
Cercò dunque l'occasione per le scale.
Ma fu sfortunato.
La Zibelli aveva rifatto con l'amica la sua centesima riconciliazione, provocata da una delle cause solite.
Lo studente Ginoni, visto respinti i suoi assalti successivi dalla Pedani, in parte per far rappresaglia, in parte per certa grossa malizia di ragazzone, con la quale credeva di spremer l'amore dal dispetto, s'era messo a far delle piccole cortesie alla Zibelli: non una corte spiegata, ma una specie di «asineggiamento», semiserio, delle conversazioni amichevoli, qualche mazzetto, delle strette di mano espressive, quando la incontrava sola.
E pur senza dar gran peso a quelle dimostrazioni, la Zibelli, non sospettandone il perchè, le gradiva come una carezza al suo amor proprio, una ricreazione, un pascolo piacevole dato alla sua fantasia.
Per questo, ritornata in buona con la Pedani, ogni volta che sapeva di non incontrare il giovane, le si riaccompagnava uscendo e rientrando, come per l'addietro.
Don Celzani fallí dunque per cagion sua varie appostature.
Una volta, mentre egli stava per cogliere la bella tutta sola, uscí di casa il professor Padalocchi e la fermò, per lagnarsi della solita difficoltà di respiro, e dirle che la rotazione delle braccia suggeritagli da lei lo affaticava troppo.
Dopo aver un po' pensato, la maestra gli consigliò la lettura ad alta voce, dicendogli che l'acceleramento della respirazione in questo esercizio era calcolato in 1,26: badasse però di leggere con una cravatta larga: ne avrebbe risentito un vantaggio.
Il segretario sperò che fosse finita; ma il terribile vecchio chiese degli schiarimenti sui movimenti di flessione della ginnastica Schreber, e allora egli rinunciò al suo proposito.
L'aveva un'altra volta quasi raggiunta, sola, a piè della scala, rientrando in casa, quand'eccoti dietro l'ingegner Ginoni, che rientrava pure.
Dopo che don Celzani era ricascato nella sua passione, quegli aveva ripreso a far con lui la sua parte di protettore, tra benevolo e canzonatorio.
Ma questa volta gli diede un dispiacere.
- Signorina Pedani, - disse con la maggior serietà, mettendo una mano sulla spalla al segretario, - le faccio la presentazione d'uno dei più assidui e valenti acrobatici della Palestra di Torino.
Don Celzani fremè, negò, arrossendo, acceso di dispetto; si sarebbe voluto nascondere, e augurò il malanno in cuor suo all'impertinente.
Ma la maestra fece un'esclamazione di lieta maraviglia, guardandolo, come per cercare i cambiamenti che la ginnastica aveva prodotti nella sua persona.
In quel momento, appunto, egli stava nel solito atteggiamento pretesco; ma a lei parve di vedergli un che di più vivo negli occhi.
Nondimeno, dubitò d'uno scherzo.
- Vede che non lo può negare due volte, - disse l'ingegnere, - Creda, signora maestra, che il fatto d'aver mandato don Celzani alla Palestra sarà la più maravigliosa delle sue prodezze!
Quel don ferí un'altra volta nel vivo il Celzani.
Ma egli vide in viso della ragazza un sorriso cosí sincero di compiacenza, senz'ombra di canzonatura, che si racconsolò.
Sí, il momento era giunto, egli avrebbe fatto bene a non tardare nemmen più d'un giorno.
E la sera stessa, infatti, prima di notte, all'ora in cui sapeva che la Zibelli era fuori, preso il pretesto d'andar a vedere se s'era fatto un certo guasto nel tubo dell'acqua potabile, salí in casa della Pedani.
Sperava d'esser ricevuto nella sua camera.
Essa lo ricevette invece nel salotto, in piedi.
Vestiva la «blusa» da ginnastica, di rigatino turchino, che le disegnava mirabilmente le spalle, e una gonnella bianca, con una macchietta d'inchiostro sopra il ginocchio.
Aveva per la prima volta l'aspetto un po'imbarazzato, ciò che stupí don Celzani; ma l'imbarazzo non derivava tanto dalla visita di lui, della quale indovinava lo scopo, quanto dalla certezza assoluta ch'ella aveva, come se la vedesse, che la donna di servizio, appostata dietro all'uscio, non avrebbe perduto una sillaba dei loro discorsi.
Fu quindi costretta a esser breve e quasi dura nelle parole, cercando di temperare quella durezza coll'espressione del viso.
- Signorina, - disse piano don Celzani, tremando, dopo aver parlato ad alta voce del tubo, -...
vengo per volta a domandarle...
se è sempre della stessa idea.
Essa lo guardò con aria benevola, diede un'occhiata all'uscio, e ripete, con leggero accento di rammarico, le sue stesse parole: - Sempre della stessa idea...
Don Celzani impallidí.
E domandò più piano: - Ir...removibile?
La maestra tornò a guardar verso l'uscio, e chinando un poco il viso in atto di pietà, rispose: - Sí.
Il segretario si passò una mano sulla fronte e sbarrò gli occhi.
Quella risposta l'aveva paralizzato: non trovava parole.
Il silenzio si prolungava.
Non si poteva restar cosí.
La maestra, che neppure sapeva che cosa dire, fece un atto d'inquietudine, che egli notò.
-...
Allora, - disse, - me ne vado...
Essa non rispose.
Egli si mosse, e quando fu vicino all'uscio, voltando indietro il viso stravolto, con un accento disperato che avrebbe fatto scoppiar dal ridere uno spettatore indifferente: - Dunque, - disse, - nel tubo dell'acqua potabile non c'è niente da fare!
Quel contrasto ridicolo tra la voce e la parola toccò nel cuore la ragazza più di qualunque supplicazione: ella fu tentata di dirgli qualche cosa per consolarlo.
Ma la coscienza le vietò d'illuderlo, E disse soltanto, con un sorriso affettuoso e pietoso ch'egli non vide: - No, signor Celzani...
non c'è nulla da fare.
Quegli rispose con un singhiozzo nella gola: - Tanti rispetti! - ed uscí.
E allora si disperò, perché allora l'amava con tutta l'anima, con un misto di sensualità ardente e di tenerezza infantile, avvivate continuamente dal pensiero di quell'abbraccio che l'aveva inebriato, dal ricordo dei loro colloqui familiari, di tante trepidazioni, di tante speranze, di tanti disinganni, che gli parevan la storia di metà della sua vita.
E non sognò nemmeno di ribellarsi alla propria passione, come l'altra volta, perché sentiva che non era più possibile.
No, a prezzo di qualunque tormento, doveva continuare a vederla, a parlarle, a strisciarle intorno come un cane, a mettersele tra i piedi a ogni passo, a sentire il suo profumo di gioventù e la sua voce profonda, a godere almeno della sua pietà, a torturarsi l'immaginazione, il cuore e la carne sotto i suoi occhi.
E i tormenti s'inasprirono, ed egli se li cercò.
Coll'avvicinarsi dell'estate, ella alleggerí ancora il suo abbigliamento, mettendo le sue forme in una evidenza che lo facea delirare.
Egli risalí sul soppalco, a inginocchiarsi tra la polvere e le foglie secche, col viso all'abbaino, e la vista di lei, che dava allora le sue lezioni col busto scoperto, mostrando nude le larghe spalle e le braccia stupende, lo martoriava; e anche quando non la potea vedere, stava alle volte un'ora a sentir la sua voce, e quei comandi: «Prona, supina, palme in avanti, palme indietro, slancio simultaneo delle braccia» gli risonavan nell'anima come esclamazioni d'amore.
Egli non dormiva più, la notte, per raccogliere tutti i rumori di sopra, al più lieve dei quali sussultava come se si fosse sentito i suoi piedini sul corpo.
E s'affaticava il cervello, in quel dormiveglia febbrile, a immaginare astuzie e industrie temerarie per poterla vedere: dei buchi nel solaio, dei traforamenti di muri, delle combinazioni di specchi, dei nascondimenti impossibili.
E al punto d'eccitamento a cui era arrivato, non si guardava più dai vicini per appostarla: usciva, entrava, risaliva a tutte l'ore, la seguitava per la strada, l'aspettava nel cortile, pigliava tutti i più futili pretesti per parlarle, le offriva ogni specie di strani servizi, in presenza di chi che sia, non più con l'aria d'un pretendente, ma d'uno schiavo, faticandola con uno sguardo fiammeggiante, ma umile, che non chiedeva amore, ma compassione, ripetendo come l'eco ogni sua parola, abbracciando in un solo sentimento di smisurata ammirazione la sua persona, il suo ingegno, la sua fama crescente, la più comune e più vuota delle sue frasi.
E si frenava ancora in sua presenza; ma non più quand'era passata: si metteva allora una mano sulla bocca, guardandola di dietro, e soffocava a quel modo il grido dell'amore e del desiderio, che usciva in un sospiro lamentevole e sordo.
E non osava quasi più, come altre volte, fermar 1'immaginazione sulla felicità d'un possedimento intero, poiché, tolto appena l'ultimo velo al suo idolo vivo, gli si apriva alla mente un tale abisso luminoso di voluttà, ch'ei ne rifuggiva di volo per terrore della pazzia.
E allora, per quietarsi, ricorreva ai pensieri dell'affetto, immaginava la casa nuova di sposo, disponeva i mobili, si rappresentava delle scene affettuose, vedeva una culla bianca...
Ma la passione lo assaliva subito anche in quel rifugio: egli vedeva un'altra culla, dieci, venti, un popolo uscito dal suo amplesso, e non gli bastava ancora, e si tormentava ancora la fantasia su quella persona che gli rimaneva sempre davanti, fresca e potente, come l'immagine della giovinezza immortale e della voluttà eterna.
E questo ardore cresceva di giorno in giorno nella familiarità amichevole ch'ella gli veniva rendendo, credendolo rassegnato al suo rifiuto.
La giornata intera non gli bastava più a quella varia e vertiginosa successione di fantasticherie, di corse all'abbaino, di conversazioni di cinque minuti guadagnate con mezz'ora d'attesa, d'impeti improvvisi e solitari di tenerezza e d'angoscia, nei quali soffriva e godeva quasi di soffrire.
La sua mente rifuggiva dal lavoro, la sua memoria s'offuscava per tutti i suoi affari, la sua vita si disordinava, la sua salute stessa s'andava alterando, il suo viso pigliava una espressione nuova, bizzarra, fanciullesca, spaurita, unita a quella d'una grande bontà ingenua ed attonita, come d'un uomo rapito nell'adorazione perpetua d'un fantasma fuggente nell'aria.
L'ingegner Ginoni, che seguitava con occhio curioso ed accorto questo crescit eundo, incontrata una mattina la maestra Pedani nel cortile, si fermò a cinque passi davanti a lei, e le fece scherzosamente un atto minaccioso con la canna.
Poi s'avvicinò, e tradusse l'atto in parole:
- Ah! spietata signorina! Ma non sa lei che il povero don Celzani si va perdendo per cagion sua?
La maestra non capí.
- Ma positivamente, - continuò l'ingegnere, - egli va perdendo la cuccuma - E disse quello che aveva inteso dal commendatore.
Da un po' di tempo la segreteria non camminava più, l'amministrazione andava a rotta di collo, gl'inquilini dell'altra casa di Vanchiglia eran venuti a far il diavolo col padrone perchè non ricevevan più risposta ai loro richiami, il bravo segretario s'era fatto multare due volte per aver tardato a pagar le tasse di registro.
- Ecco, - soggiunse, - a che cosa conduce la ginnastica! Ecco i funesti effetti dell'esercizio del sistema muscolare sulle funzioni del cervello! - Ancora tre giorni addietro il povero don Celzani s'era lasciato infinocchiare miseramente nella vendita di ottocento miriagrammi di fascine e di legna dei poderi dello zio, facendo uno sbaglio d'addizione che costava al commendatore centododici lire e settantacinque centesimi.
Il commendatore gli aveva fatto un partaccione, era fuori dei gangheri.
Se don Celzani gliene faceva ancor una, egli aveva deciso di dispensarlo ipso fatto dai suoi servizi, e di mandarlo a spasimare in casa d'un altro.
E lei, «fredda di cor vulneratrice», aveva il coraggio di rovinare in quella maniera un povero galantuomo!
La Pedani non sorrise: la cosa le rincresceva davvero.
E lo disse, fissando gli occhi a terra, come assorta in un pensiero.
- Mi rincresce, - Poi soggiunse: - Io non ci ho nessuna colpa, però.
- Questo è il male! - rispose l'ingegnere, ridendo.
- Perchè, se ci avesse colpa, sarebbe obbligata a riparare.
E allora...
veda un po', quanti beni! Il segretario non perderebbe la testa, il commendatore non perderebbe il segretario.
Povero segretario! Un cuor d'oro, in fondo, un uomo onesto, la miglior pasta di abatino fuorviato che Dio abbia messo in terra.
Solamente ha la disgrazia di aspirare...
alla perfezione delle linee, e la perfezione, si sa, non la raggiungono che i privilegiati.
- Qui diede in una risata.
- Ah! Che prodigio! Dire che lei ha mandato don Celzani alla cavallina!
La maestra pensava.
- Basta, - soggiunse il Ginoni, - purché dal salto della cavallina non passi a quello del ponte di Po!
- Oh, signor ingegnere! - disse la Pedani con un sorriso; ma non senza inquietudine.
- Il signor Celzani non è uomo da far queste cose.
- Eh, signorina, - rispose il Ginoni, - l'uomo anche più mite e più ragionevole del mondo, per sé stesso, è come dell'acqua in un bicchiere: che trabocchi o no, dipende dal grado di forza della polvere effervescente che ci mette dentro la passione.
Detto questo, la salutò, e quella s'avviò per le scale, pensierosa.
Ma uscí ben presto da quel pensiero, poiché la sua passione sovrana riceveva in quei giorni un alimento potentissimo dalle notizie che giungevano d'ora in ora delle grandi feste del Congresso ginnastico di Francoforte.
Ogni giornale che gliene recava nuovi particolari, rinfiammava il suo entusiasmo.
Essa vedeva l'arrivo delle rappresentanze alla città, ricevute dal borgomastro e da una folla immensa di cittadini; vedeva la gran processione trionfale di quattordicimila ginnasti d'ogni paese del mondo, giovanetti, uomini canuti, uomini sul fiore degli anni, sventolanti centinaia di stendardi, accompagnati da duemila cantanti delle società corali, che s'avanzavano per le vie coperte di bandiere, sotto gli archi trionfali, fra le case decorate di corone e di ghirlande, sotto una pioggia di fiori; vedeva la palestra smisurata, con la statua colossale della Germania, e gli attrezzi innumerevoli, e ventimila spettatori, plaudenti a miracoli di forza, di destrezza e d'ardire; si rappresentava la maschia figura del Meller, il vincitore del primo premio, che agitava la sua corona di quercia fra gli urrà frenetici d'un popolo; si raffigurava quell'esercito di gagliardi sparsi per la città antica, dove appariva ad ogni passo il ritratto di Jahn Turn Vater, mescolati fraternamente alla cittadinanza, affollati intorno ai ginnasiarchi più celebri, a scrittori, a dotti, a medici, a riformatori, ragionanti in venti lingue diverse di tutto ciò che essa amava e ammirava, inebriati tutti dall'idea rigeneratrice della razza umana, dal soffio di gioventù e di grandezza che spirava nell'aria come a un grande spettacolo antico di Corinto e di Delfo.
Oh! Come tutto questo era bello e grande! Il pensiero di poter concorrere anche per poco, nel suo angusto campo, a preparare al proprio paese delle giornate simili diffondendo la fede negli effetti maravigliosi dell'educazione fisica ed eccitando altri a diffonderla come il verbo d'un'età nuova, le accendeva l'anima, le illuminava tutte le facoltà, le triplicava le forze al lavoro.
In quei giorni appunto stava preparando un discorso a quel proposito da pronunciare al prossimo congresso nazionale degli insegnanti primari, che si doveva inaugurare a Torino, e avendo avuto ottimo successo una raccolta di vari articoli, pubblicata dal «Campo di Marte», nei quali essa aveva caldeggiato l'istituzione in ogni grande città d'un corpo di pompiere volontarie, si apparecchiava a tenere una conferenza su quell'argomento nella sala della scuola Archimede.
E intanto riceveva da molte parti incoraggiamenti, lettere di congratulazione, proposte e quesiti di filoginnici appassionati; e a tutti rispondeva.
Certo, il più forte impulso a tutto questo lavoro glielo dava la ferma e calda persuasione di far del bene, che era viva in lei fin dalla prima giovinezza; ma col crescere della notorietà e del plauso pubblico, vi si cominciava a mescolare una compiacenza prima non conosciuta, un'idea d'ambizione ch'ella non voleva confessare a sè stessa, e con questa un altro senso nuovo, il turbamento che dà la prima coscienza della rinomanza, una certa amarezza di non saper in chi versare il soverchio della sua vitalità intellettuale e morale, il quale l'agitava, vinceva la forza nativa della sua tempra, e faceva che si sentisse più donna di quello che si fosse sentita mai.
Per lei, che non aveva mai sognato d'uscire dalla più modesta oscurità, quel po' di rumore che si faceva in un angolo del mondo intorno al suo nome, era la gloria, e la gloria è solitudine.
E quando sentiva questa solitudine, durante le interruzioni del suo lavoro, nei giorni in cui l'amica non le parlava, il suo pensiero andava qualche volta al povero don Celzani, non come a un amante, ma come a un amico, e allora ella stava per un momento con l'asticciuola della penna appoggiata al labbro di sotto, e con un leggero sorriso di benevolenza, rivolto alla sua immagine.
Quegli l'amava, senza dubbio, ed essa capiva che la sua era una di quelle passioni che han materia da ardere per tutta la vita.
Soltanto...
Tenne la sua conferenza sulle pompiere volontarie.
Aveva scelto male la serata; c'era poca gente, fra cui una trentina di signore e un gruppo di studenti; ma riportò fra quei pochi, per la singolarità del soggetto e per la vivezza originale dell'esposizione, un caloroso successo.
Uno dei primi che le corsero a stringer la mano fu il giovane Ginoni, con tanto di faccia fresca, come se nulla fosse accaduto fra loro; anzi, con un sorriso scintillante in cui ella lesse con rammarico la risurrezione del suo capriccio.
Infatti, al veder lei per la prima volta in pubblico, ammirata e applaudita, la sua passioncella aveva ripreso fuoco per la miccia della vanità.
L'idea degli squisiti godimenti d'amor proprio che egli avrebbe assaporati, quando fosse riuscito a vincerla, ogni volta che l'avesse vista e udita a quel modo, gli diede come un solletico irresistibile.
E, non conoscendola a fondo, si decise a una nuova mossa da giovanotto impetuoso e leggero, che crede nell'onnipotenza dell'assalto alla baionetta.
Il giorno dopo, all'ora in cui soleva uscir sola, egli l'aspettava sul pianerottolo del primo piano.
Pioveva, la scala era buia; quindi propizia.
Per aver un modo d'entratura, egli aveva comperato dal Berry un ritratto del Meller, il vincitore del primo premio di Francoforte, del quale, in pochi giorni, s'eran diffuse migliaia di fotografie in tutta l'Europa.
Quando la sentí discendere, salí verso di lei.
Essa era veramente bella quel giorno, ancora un po'eccitata dal piccolo trionfo della sera innanzi, tutta vestita di scuro, con un grande cappello nero che incoronava mirabilmente la sua forte e snella persona.
Il giovane si levò il cappello, e con allegra disinvoltura, mettendole davanti la fotografia:
- Signorina, - le disse, - mi permette di offrirle un ritratto che forse è curiosa di vedere?
Essa avvicinò il viso con diffidenza; ma, appena letto il nome, mise un'esclamazione di piacere:
- Meller!
E, preso il ritratto, si accostò al muro per vederlo meglio, sotto quel po' di luce che veniva dal finestrino della scala.
Il giovane le si strinse al fianco, come per guardare egli pure, e sporgendo il mento sopra la spalla di lei, cominciò a dar delle spiegazioni a bassa voce, segnando con l'indice della mano destra: - Questo è un vero tipo tedesco.
Guardi la struttura del cranio, guardi che bocca.
Eppure, se non si sapesse, non si direbbe che è il primo ginnastico della Germania.
Non pare piuttosto un pacifico professore di letteratura? Non mi vorrà mai dire una parola consolante? Sarà sempre cosí indifferente con me? Avrà sempre un cuore...
Il passaggio da una domanda all'altra era stato cosí naturale, che la maestra non v'aveva subito posto mente; ma lo avvertí bene e meglio sentendosi la guancia di lui contro la sua, e un braccio intorno alla vita.
Si svincolò con una brusca mossa, indignata, dicendo: - Signor Ginoni, questo è un agguato ignobile!
Il giovane si tirò indietro, per farle una risposta comica, ma la rattenne e si rabbuiò vedendo apparire in capo alla scala la faccia stravolta del segretario, il quale veniva giù lestamente, con un ritratto del Meller, lui pure! Nondimeno, egli non fu scontento di trovare una scappatoia alla sua brutta figura.
- Che cosa fa lei qui? - domandò al segretario, che s'era fermato e lo fulminava con gli occhi.
- Non vien mica a riscuotere la pigione?
Il segretario non seppe far di meglio che ripetere fremendo le parole della maestra: - È un ignobile agguato!
- Caspita! - riprese il giovane, mentre la maestra se n'andava lentamente, - È un'eco perfetta, salvo la trasposizione dell'aggettivo.
Soltanto, badi, le parole dette da lei io le piglio in tutt'altro senso.
- E osa ancora?...
- esclamò il segretario, quasi fuor di sè.
- Se non fosse il rispetto che ho per il suo signor padre..,
- Oh per carità! - interruppe lo studente.
- In queste cose non c'entra nè il signor padre nè la signora madre.
Son vent'anni che sono slattato.
Qui non ci sono che due uomini...
Ma...
per non sciupare il fiato, mi dica: lei è uno di quei segretari che si battono?...
- Si! - rispose ad alta voce don Celzani, pigliando un'impostatura troppo tragica per l'occasione.
- Sono uno di quelli che si battono.
- E allora basta cosí, - disse il giovane risoluto, - avrà l'onore di rivedermi.
- E voltate le spalle, rientrò in casa sua.
Un'ora dopo l'ingegnere Ginoni, informato d'ogni cosa dalla Pedani, prendeva il cappello, seccato, e saliva le scale per andar dal segretario, col fine di prevenire ogni passo del suo figliuolo.
In fondo, benché spiacentissimo dell'offesa fatta alla signorina, considerava la provocazione del giovane come una ragazzata; ma da uomo di mondo, che conosceva i riguardi dovuti all'amor proprio d'un giovanotto vivo, capace d'intestarsi a voler condurre a fondo la cosa, la voleva accomodare all'amichevole, non già ritrattando la provocazione in nome di lui, ma proponendo una conciliazione, per la quale si facesse un passo avanti dalle due parti.
Si presentò dunque al segretario, che trovò solo, coi modi cordiali d'un amico.
Ma quegli, eccitato sempre dalla passione, eccitatissimo allora dalla gelosia, lo ricevette con un sussiego, di cui l'ingegnere durò fatica a non ridere.
Affabilmente, questi gli disse che era stato informato dalla maestra, e che era venuto per comporre la contesa da buoni amici.
Deplorava l'atto del figliuolo, ma il duello sarebbe stato una pazzia, un'assurdità ridicola, di cui non c'era neppur da discorrere.
Bisognava sopire la cosa immediatamente.
- Andiamo, caro segretario, - disse, - la maestra Pedani è fuor di quistione; io posso fare, in nome di mio figlio, per quel che riguarda la signorina, le più ampie scuse, com'è di dovere.
Ma per ciò che riguarda lei...
non ci fu che un po' di vivacità dalle due parti.
Lei non ha che a mostrare un po' di buon volere, e la cosa non avrà seguito alcuno, ne rispondo io.
Ma don Celzani non era più il don Celzani d'una volta.
Stette su.
- Io sono stato offeso, - disse.
- Andiamo, - rispose l'ingegnere, - le parole più gravi che si sian pronunciate sono «ignobile agguato», e le ha dette lei.
Chi ha più giudizio più ne metta.
Lei ha quindici anni di più.
Non è il caso di stare sui puntigli, che diavolo!
Ma il segretario l'aveva a morte per quel certo braccio intorno alla vita.
Questo era il punto, non la provocazione; per questo era di difficile accomodamento, - Pretende forse che io m'umilii?- domandò, rizzando la cresta.
- Ma di che umiliazioni mi va parlando! - esclamò l'ingegnere.
- Non si tratta di questo.
Si tratta di salvar l'amor proprio d'un giovanotto, che ha lanciato una provocazione: non la vuol capire! Si tratta di fare in maniera che non sia costretto a darci seguito.
Non ha che da dire che le rincresce d'aver pronunciate quelle due parole, e le rispondo io che tutto è finito.
Oh santo Iddio! Ma è per punto d'onore o per gelosia che è tanto duro?
Don Celzani rispose solennemente: - Per l'uno e per l'altro.
L'ingegnere lo guardò...
e perdette la pazienza.
- Non credevo, - disse, contenendosi a stento, - che l'amore le avesse vuotato il cervello a questo segno.
Ma dunque lei cerca un duello?
Quegli alzò il capo, e rispose con tuono veramente eroico: - Non lo cerco, ma non lo temo.
- E allora le dirò che è matto nel mezzo della testa, - gridò l'ingegnere esasperato, - e che se le piglierà, saran sue!
E uscí sbattendo l'uscio con violenza.
Un'altra scena tragicomica seguiva poche ore dopo al piano di sopra, cagionata dal medesimo fatto.
La Pedani essendo rientrata in casa, all'ora di mettersi a tavola, col viso un po' turbato, la sua amica, che era allora in buon accordo con lei, gliene domandò il perchè, amorevolmente.
Poco tempo addietro, ella non avrebbe rifiatato; ma ora che cominciava a sentire il bisogno di aprir l'animo, raccontò per filo e per segno, senza un sospetto al mondo, quello che era accaduto, esprimendo la sua inquietudine per ciò che ne poteva seguire.
Alle prime parole, la Zibelli ebbe un colpo al cuore: dissimulò non di meno, e stette a sentir fino all'ultimo.
Ma non potè rispondere una parola, tanto la rabbia la soffocava.
Anche lo studente! Ma era nata per la sua dannazione quella malaugurata creatura! E chi sa da quanti mesi durava quell'amore, a cui da qualche settimana ella serviva di divagazione, e forse di stimolo! Non terminò di mangiare, disse che non si sentiva bene.
Ma se non si sfogava, schiattava.
E non si potendo sfogare, per dignità, su quell'argomento, ne cercò un altro, con impazienza febbrile.
Finita in fretta la sua cena, la Pedani aperse sulla tavola ancora apparecchiata un atlante del Baumann, e prese ad esaminar le figure.
La Zibelli passeggiava per la stanza, mordendosi le labbra.
A un tratto, si fermò dietro alle spalle dell'amica, e dando un'occhiata ai disegni, esclamò: -
- Che atteggiamenti da pagliacci, Dio mio!
Stuzzicata da quella parte, la Pedani si risentiva subito e sempre.
Rispose: - Ma trovate una volta una critica nuova, se potete! Non fate che ripetere da anni e anni le stesse dieci parole!
- È perchè son sempre giuste, - ribatte la Zibelli.
- E poi, fin che farete i sordi e starete sempre in adorazione del gran capo acrobata, come gli artisti pagati d'una compagnia!
Era un'impertinenza; ma la Pedani non pigliava mai nulla per sè, non vedeva che l'argomento contrario.
- Gran capo acrobata! - esclamò, con un sorriso ironico.
- Ha più buon senso e talento il Baumann in un dito mignolo di quel che n'abbian nel cervello tutti gli obermannisti passati, presenti e futuri.
La quistione è giudicata.
- Ah non ancora! - rispose la Zibelli, facendo una spallata.
- Il Baumann è un grande sconclusionato, che fa, disfà, senza aver nemmeno un'idea chiara e fissa del proprio metodo, e mette il mondo sossopra per far rumore.
Non è altro!
- Il Baumann, - disse pacatamente la Pedani, - ha dato una ginnastica all'Italia, che non l'aveva.
- Come si può dir questo, - rispose la Zibelli, - mentre non ha fatto che esagerare tutto quello che c'era e voltare il modello in caricatura, che è la cosa più facile di questo mondo?
- Oh! è un'indegnità! - esclamò la Pedani.
- E chi, fra l'altre cose, ha insegnato pel primo al vostro Obermann la ginnastica fra i banchi? E come potete parlare voi in nome dell'Obermann, che era progressista, che sarebbe baumannista ora, se vivesse, senza un dubbio al mondo, perchè aveva talento, mentre voi non siete nemmeno conservatori, e degenerate ancora da lui?
La Zibelli diventò livida, e smise di ragionare.
- Ebbene, - rispose, - se anche fosse, tutto è preferibile all'andare avanti con voialtri, con la vostra ginnastica da Alcidi di piazza, pericolosa pei fanciulli, indecente per le ragazze, brutale e ciarlatanesca per tutti.
Quando l'amica dava in escandescenze, la Pedani ritornava padrona di sé,
- Ebbene, - rispose con trascuranza, - lasciate che ci rompiamo la testa noi, e tenetevi la vostra ginnastica da marmocchi.
Non vi farete la bua e salverete il pudore,
Questo fece uscir la Zibelli dalla grazia di Dio.
- Non voglio esser derisa...
per giunta! - gridò.
- Sono stanca d'essere ingiuriata! È un pezzo...
Oh! non ne posso più! non ne posso più!
E uscí sbatacchiando l'uscio con tutta la sua forza, e lasciando la Pedani col suo atlante davanti, più stupita che offesa.
Ma anche più stanca che mai di tutti quei mutamenti, di tutte quelle sfuriate, di cui non sospettava che vagamente la cagione, ma che, diventando sempre più frequenti, le rendevano oramai insopportabile quella convivenza.
Tutto andò sempre più a traverso, in quei giorni, anche per don Celzani.
Egli non vide i padrini dello studente, perchè l'ingegnere aveva rigorosamente proibito al figliuolo di dar corso alla cosa; ma, incontrando due giorni dopo la signora Ginoni, ch'era sempre stata gentile con lui, fino a fargli portar qualche volta a braccetto su per le scale la sua magrezza indolente, ebbe il dolore di non vedersi restituito il saluto.
E sarebbe stato offeso anche di più dell'affronto se avesse saputo che quella brava signora non l'aveva diretto all'offensore del figliuolo, ma all'innamorato della maestra, come quello che intralciava al suo adorato Alfredo una conquista galante, sulla quale ella sarebbe stata lieta di chiudere i suoi occhi materni! Ebbe poi il colpo di grazia quello stesso giorno, ricevendo il medesimo affronto dall'ingegnere Ginoni, che gli passò accanto in via San Francesco, senza neppur voltarsi a guardarlo.
Era dunque rotta ogni relazione con tutta la famiglia, e questo crebbe ancora lo stato d'eccitamento morboso della sua passione.
Ebbe altri dispiaceri il giorno di poi.
Fra l'altre ragazze che salivano a prender lezioni private di ginnastica al terzo piano, v'era una specie di zingarella coi capelli corti, figliuola d'una venditrice di pomate e di saponette, e maestra di ginnastica essa pure, la quale andava dalla Pedani a farsi fare delle «combinazioni» di passi ritmici, che poi dava per sue; ed essendo molto appassionata per l'arte, e un po' stramba, faceva continui esperimenti, dovunque fosse, con le gonnelle alla mano, come se avesse il ballo di San Vito.
Ora le signorine divote del primo piano, avendola sorpresa due volte sul pianerottolo, mentre dava dei saggi a calze scoperte a un'altra allieva della Pedani, scandalizzate e furiose, mandarono a chiamare il segretario perchè impedisse quelle indecenze, e gli dissero che «non si sapeva più che cosa, per causa della Pedani, fosse diventata la casa», Il segretario, punto nel suo amore, e già mal disposto, rispose con male parole, quelle lo rimpolpettarono, egli alzò la voce, e allora lo misero all'uscio, minacciando di ricorrere al padrone, e ordinandogli di non salutarle mai più.
Gli seguí anche di peggio nei giorni seguenti.
Il professor Padalocchi lo incaricò di andar a pregare in nome suo il maestro Fassi, che a una cert'ora cessasse di far saltare e giocar coi manubri la sua figliuolanza, perché lo disturbavano nei suoi studi di lingua.
Il segretario, già irritato, non fece 1'ambasciata coi riguardi dovuti, e si lasciò sfuggire la parola baccano.
Il maestro andò su tutte le furie.
Chiamar baccano degli esperimenti scientifici, le preparazioni pratiche e ragionate ch'egli faceva delle proprie lezioni, torturandosi il cervello per il bene dell'umanità, gli pareva il non plus ultra dell'audacia, e, spalleggiato dalla moglie, rimbeccò il segretario in tutte le regole, alludendo con impertinenza alla Pedani; poi lo mise all'uscio, minacciandolo, e s'andò a lagnare col professore; il quale, accusando don Celzani d'aver adempito male l'incarico e compromesso un professore con un marrano, lo redarguí, si offese delle sue risposte e non lo guardò più in faccia.
Era dunque in rotta con tutti, oramai, su quella scala.
Ma c'era di più.
Delle sue distrazioni e della sua irritabilità avevano motivo di lagnarsi da un pezzo anche gl'inquilini dell'altra parte della casa; e poiché la notizia del suo innamoramento, causa di quella gran mutazione, s'era diffusa, tutti parlavano alto e basso di lui, senza riguardi.
Insomma, l'ostinatezza di quel pretucolo fallito a voler una ragazza che non lo voleva, pareva una petulante pretensione, un indizio d'orgoglio ridicolo, o d'imbecillimento addirittura.
E non gli facevan neppur l'onore di chiamarlo amore il suo: doveva essere una brutta passionaccia di seminarista invecchiato, e gli si leggeva negli occhi; raccontavano anzi di tentativi brutali ch'egli aveva fatto con la signorina su per le scale, gli davan del porco, lo guardavan per traverso; poi cominciarono a fargli dei piccoli sgarbi, a cui egli rispose con altri sgarbi; lo inasprirono fino al punto che diventò egli stesso provocatore.
Allora vari inquilini si lagnarono per lettera al commendatore, alcuni di essi accennando all'amore scandaloso, alla persecuzione sfacciata che faceva alla maestra, a scene che seguivan per le scale e sotto il portone, tali, che le madri di famiglia non potevan più uscire con le loro ragazze, senza correr rischio di doversi coprire il viso col ventaglio.
Fecero tanto, fra tutti, che un giorno il commendatore perdette finalmente la pazienza, e decise di far al nipote l'ultima intimazione, quando fosse rientrato pel desinare.
Non avrebbe non di meno usato le parole più gravi perchè era disposto al buon umore da una letterina della Pedani, che lo invitava per due giorni dopo a un saggio ginnastico delle Figlie dei militari, nel quale si riprometteva di far delle osservazioni profonde.
Ma s'indispettí al veder comparire il segretario colla fronte fasciata, pallido e impolverato.
Gli domandò che cosa aveva.
Egli lo disse.
Alla Palestra (dove continuava a andare, anche dopo persa ogni speranza, per domare i suoi nervi) essendosi lanciato (per disperazione) a un esercizio troppo ardito sulla trave d'equilibrio, gli era fallito un piede, ed era caduto giù, picchiando del capo in una delle travi di sostegno.
Il commendatore s'irritò anche di quello, che chiamò una pagliacciata.
Poi gli disse fuor dei denti, con una severità che non aveva mai mostrata con lui, che era stanco della sua negligenza, della sua vita disordinata e indecorosa, e delle lagnanze che gliene venivan da ogni parte, e che lo scandalo doveva avere una fine, e che se nello spazio d'una settimana non avesse visto radicalmente mutata la sua condotta, egli l'avrebbe cacciato fuori di casa.
Aveva già messo gli occhi sopra un altro.
Detto questo, e avvisatolo che voleva desinar solo, lo piantò.
E allora egli cadde nell'ultima disperazione, la quale non lasciò più che un dubbio nella sua mente sconvolta: se dovesse partir per Genova e imbarcarsi per l'America, o rimanere a Torino e profondere il suo piccolo patrimonio in bagordi e pazzie, per istupidirsi e dimenticare.
In ogni modo, se ne doveva andar subito da quella casa, dove la vita non era più tollerabile.
In silenzio, apparecchiò le sue robe fino a notte inoltrata.
Poi si buttò vestito sul letto.
Ma non potè dormire.
Acceso dalla febbre, tese l'orecchio per l'ultima volta ai rumori usati.
E quella notte i rumori furon continui.
Il tanto aspettato Congresso dei maestri s'era aperto da una settimana: il giorno dopo era appunto quello fissato per la discussione del quesito della ginnastica, sul quale la Pedani doveva pronunciare il suo discorso: essa era agitata, scendeva da letto a ogni poco, vi risaliva, tornava a scendere, girava per la camera.
Egli sentiva i suoi piedi nudi.
E fu quella per lui una tortura dei sensi atrocissima; ma sopraffatta da un grande sentimento di tenerezza, da un rammarico profondo di dover abbandonar per sempre quella camera, di non aver a udir mai più quei rumori familiari al suo orecchio, che egli amava oramai, perché gli ricordavano tante notti insonni, tanti desideri, tante fantasie, tante tristezze, e che non avrebbe mai più dimenticato, n'era certo.
Riandò nella mente il passato, si levò ritto sul letto per sentir meglio i suoi passi e i suoi sospiri, la invocò, le parlò, pianse, si morse i pugni, passò una notte di condannato a morte.
All'alba si levò stanco e sbattuto: la ferita al capo gli doleva.
Stette incerto tutta la mattina se dovesse accomiatarsi da lei con una lettera o andare in persona.
Decise d'andare in persona.
E al tocco e mezzo salí le scale.
La maestra era sola in casa, e un po' triste.
Dopo la scenata che aveva fatto per lo studente, la Zibelli le rendeva la vita amara con una nuova stranezza: pareva che volesse sfogare la sua passione sulla tavola: voleva spendere e spandere in ghiottonerie, metteva le spese di cucina per una via, sulla quale non si poteva andare avanti; e pure mangiando con l'avidità d'uno struzzo, si lagnava d'ogni cosa, attaccava liti indiavolate per una salsa andata a male, per il pane troppo cotto, per la carne troppo dura, per l'aceto senza gusto.
La Pedani non ne poteva veramente più.
Quel serpente le aveva avvelenato anche quella mattinata, nella quale avrebbe avuto tanto bisogno di serenità di spirito, per prepararsi al suo discorso.
Morsa, oltre che dall'altra, anche dalla gelosia del suo prossimo trionfo, la Zibelli non aveva potuto resistere al supplizio di vederla fino all'ultimo momento, e dopo averle fatto una delle scene solite, sferzando la sua ambizione e presagendole un fiasco, se n'era andata senza desinare.
La Pedani stava nel salottino, dando l'ultima passata al suo manoscritto, già abbigliata per il Congresso, che cominciava alle due e mezzo, Aveva un vestito nero senza guarnizioni, che la stringeva come una maglia, e la faceva parer più bianca di carne e più alta di statura; e l'agitazione dell'animo dava al suo viso una espressione di sensitività, che non aveva mostrata mai.
Era sola, e non ostante l'aspettazione dell'ora desiderata e il bel sole che le empiva d'oro la stanza, era malinconica.
Alcune amiche che la dovevan venire a prendere per farle animo, non eran venute.
Quella solitudine le pesava: ella non aveva mai tanto desiderato la compagnia.
Fece dunque un atto quasi d'allegrezza quando le fu annunziato il segretario.
Questi entrò col cappello in mano, notò il vestito nero e mise un sospiro.
Con quella fronte bendata, pallido, avvilito, triste come una cassa da morto, era veramente una figura da far compassione.
Non si volle sedere.
La maestra gli domandò subito che cos'avesse al capo
- Caduto alla Palestra, - rispose.
E soggiunse che veniva a salutarla per l'ultima volta.
La Pedani credette che partisse, come ogni anno, per la campagna.
E gli domandò: - Non viene neppure al Congresso?
Il segretario, che aveva visto il biglietto d'invito dallo zio, se n'era dimenticato.
Ebbene, sí, sarebbe andato prima al Congresso, l'avrebbe vista ancora una volta nella piena luce della sua bellezza e del suo trionfo, e sarebbe partito poi, con quell'ultima immagine davanti agli occhi.
Ma non disse questo; la ringraziò soltanto del biglietto ch'essa gli porse.
- Parto...- disse poi, con voce commossa, - Son venuto a salutarla....
per sempre.
La maestra lo guardò, e capí ogni cosa.
Ma non trovò parola da dirgli.
Infatti, che gli poteva dire? Ella sentiva che qualunque più lieve esortazione a rimanere sarebbe stata una lusinga, quasi una promessa, e la sua schietta natura non le consentiva di farla, perché non l'avrebbe potuta fare che con la determinata intenzione di mantenerla.
Scansò i suoi occhi, guardò verso la finestra, imbarazzata.
Poi, vedendo che teneva lo sguardo basso, tornò a guardar lui, meditando.
Essa sapeva tutto e tutto le tornò alla mente in quel punto.
L'aveva trovato in quella casa assestato, operoso, tranquillo, buono, benvoluto da tutti.
Egli aveva cominciato a perder la pace per lei.
E tutto era derivato di lí.
La maestra Zibelli s'era inimicata per la prima con lui, il maestro Fassi l'aveva preso in odio, i Ginoni gli avevan voltate le spalle, lo studente lo voleva sfidare, il professor Padalocchi non lo salutava più, le signorine del primo piano l'avevan messo alla porta, tutti gl'inquilini gli avevan dichiarato guerra, il commendatore lo voleva cacciar di casa, l'aveva cacciato forse, ed egli se n'andava solo e ramingo.
E quanto doveva aver sospirato prima ch'ella se ne avvedesse, e poi sofferto dei disinganni e delle umiliazioni, e quanto la doveva amare per ostinarsi a quel modo, dopo tanti rifiuti di lei, e a dispetto di tutti, e con tanto danno proprio! E infine, per lei, s'era rotto la testa.
E guardò la sua fasciatura.
E, come avviene sovente, fu ciò che v'era di comico in quel povero capo fasciato, e nell'immagine che le si presentò di lui ruzzolante giù dalle travi d'equilibrio, quello che diede l'ultima mossa alla sua pietà, e la spinse per la prima volta fino a un sentimento di tenerezza.
Ma il povero don Celzani, che non le leggeva nell'animo, non vide che il sorriso che esprimeva il penultimo dei suoi pensieri, e lo credette una canzonatura.
E quello fu il suo colpo di morte.
- Ah! - esclamò con accento d'angoscia disperata, alzando gli occhi e allargando le braccia, - questo poi non dovrebbe...
Lei mi fa troppa pena in questo momento!
- Oh, signor Celzani, che cosa crede? - domandò con slancio la maestra, balzando verso di lui.
Ma una musica di voci allegre risonò in quel punto nell'anticamera, e un drappello di maestre vestite in gala e ridenti irruppero nel salotto, e dato appena uno sguardo al segretario, s'affollarono intorno alla Pedani, facendo un coro di saluti e d'esclamazioni.
Erano le compagne che venivano a prenderla per condurla al Congresso, erano la sua passione, il mondo, la gloria, che gliela strappavano che gli rapivano anche la consolazione dell'ultimo addio.
Don Celzani diede ancora un ultimo sguardo d'adorazione, pura in quel momento, a quella bella creatura a cui non avrebbe parlato mai più, e ribevendosi le lacrime, uscí, non veduto.
Il Congresso sedeva nel Palazzo Carignano, nell'aula ancora intatta dell'antico Parlamento subalpino.
V'erano forse quel giorno più di trecento congressisti, tra maestre e maestri, sparsi senz'ordine sugli scanni rivestiti di velluto, pochi dei quali eran vuoti.
Uno spettacolo nuovo offriva quel salone illustre dove era risonata la voce dei più grandi campioni della rivoluzione d'Italia nei momenti più terribili e più gloriosi della nostra storia, occupato ora da una folla d'insegnanti elementari, che rappresentavano anche nell'aspetto e nei panni tutti i ceti sociali.
Eppure non si prestava allo scherzo il raffronto, poiché faceva pensare che il Parlamento italiano si trovava allora molto lontano, in una città dove pochi anni prima sarebbe parso un sogno a chi sedeva là, ch'ei si potesse trovare pochi anni dopo.
Sopra quegli scanni dove i torinesi avevan visto biancheggiar delle canizie venerande e dei crani spelati di legislatori, si rizzavano da tutte le parti penne e fiori di cappellini di maestre, disposte in file o in gruppi, da cui s'alzava un cinguettio di nidi di passere.
Al posto di Garibaldi sedeva un vecchio maestro di campagna col gozzo.
Sullo scanno del conte Cavour si dondolava un giovanotto imberbe, con un garofano all'occhiello.
La presidenza era tenuta da un grosso maestro prete, napoletano.
Si riconosceva a primo aspetto, dalla varietà dei visi, che quello non era un congresso regionale, ma formato di maestri d'ogni provincia d'Italia; fra i quali predominavan le capigliature e le carnagioni brune delle terre meridionali.
Sui banchi alti c'era un gran numero di signorine variamente vestite: maestre patentate, ma senza impiego, intervenute come spettatrici, per curiosità, molte con dei fogli davanti e con la penna in mano per pigliar degli appunti, e in mezzo a loro dei ragazzi e delle ragazzine, loro fratelli e sorelle.
Due alti uscieri col panciotto giallo e le calze bianche giravano per l'aula.
Le tribune erano affollate d'altri insegnanti e di parenti dei congressisti, e si vedevano nelle prime file alcune delle più illustri autorità ginnastiche di Torino, dei professori, dei medici, dei rappresentanti di giornali.
Non c'era ancora stata una adunanza cosí piena, né un'agitazione cosí viva.
Quando don Celzani entrò nell'antica tribuna pubblica la seduta era già aperta da quasi un'ora.
Appena seduto, egli cercò la Pedani.
Non la trovò subito.
Vide invece la Zibelli in uno dei banchi più bassi, di faccia alla presidenza, in mezzo ad altre due maestre, ch'egli non conosceva, e risalendo con lo sguardo su pei banchi di dietro, trovò il profilo caporalesco del maestro Fassi, che aveva intorno un grosso drappello di maestri di ginnastica di Torino; quasi tutti visi d'antichi militari, fra i quali riconobbe la testa bionda del maestro della Generala.
Ma, dov'era lei? Dopo aver cercato un altro po'alla ventura, la ritrovò finalmente, riscotendosi tutto, in uno dei banchi più alti di destra dove avevan seduto i Massari, i Boggio, i Lanza, la più fedele pattuglia del grande ministro.
Era in un posto vicino al finestrone, in mezzo allo stuolo vivace delle maestre ch'eran venute a prenderla a casa, e che le facevano intorno come una scorta d'onore.
La luce del sole che entrava pel finestrone accendeva tutta la parte destra del suo corpo serrato nel vestito nero.
Aveva delle carte davanti, discorreva con le vicine, pareva un po'agitata.
Il segretario pose un pugno sull'altro sopra il parapetto, appoggiò il mento sui pugni, e rimase immobile cosí, guardandola, confortato da un'ultima speranza: che una volta sola, alzando gli occhi verso quella parte, ella avesse incontrato il suo sguardo.
Sarebbe stato l'ultimo addio.
Poi tutto sarebbe finito.
Di nessun'altra cosa si curava.
Come, entrando, non aveva nemmen guardato quell'aula storica che non aveva mai vista, cosí non sentí neppure una parola dei discorsi che allora vi risonavano.
La discussione s'aggirava ancora intorno al tema che era già stato trattato il giorno avanti: sull'opportunità d'introdurre nelle scuole gli esercizi di lavoro manuale.
Aveva parlato prima, con grande dolcezza, una maestrina veneta, facendo vedere un modo trovato da lei d'insegnare a far dei canestrini con nastri di carta, e un saggio dell'opera sua andava girando di mano in mano per i banchi, dove le maestre si provavano a rifare il lavoro.
Poi aveva parlato un maestro calabrese, con una voce cantante e lamentosa, mostrando una grossa cesta piena di lavori fatti nella sua scuola, fra i quali c'era anche un paio di scarpe.
Dopo di lui, avendo parlato alcuni oratori dissenzienti, la discussione s'era accalorata e inasprita.
Una bella maestra, che faceva da segretario, dovette rileggere una parte del verbale dell'altra seduta.
V'era in un banco dell'estrema sinistra una schiera di giovani maestri lombardi arditi e battaglieri, che il presidente, con tutta la sua pazienza sacerdotale, non riusciva a racquetare.
Due maestri, dalle parti opposte dell'aula, si scambiarono delle parole acri.
In somma, una gran parte del tempo se n'andava in quistioni di prammatica parlamentare, gli oratori sentivano l'influsso dell'aura politica della sala, parlavano con troppa enfasi, mostravan un amor proprio eccitabile.
Don Celzani fu un momento distratto da una grossa voce che gridò solennemente: - I rappresentanti di Milano non hanno alcun mandato imperativo -.
Poi lo riscosse di nuovo una salva d'applausi fatta in onore d'una maestra, la quale, con voce di soprano, aveva detto che se si fosse adottato il lavoro manuale nelle scuole, sarebbe stato giusto un aumento proporzionato di stipendio.
Poi seguí un nuovo arruffio.
Infine un maestro piccolo e grasso, con poche parole lucide e piene di buon senso, rimise la pace, e il presidente potè porre ai voti un ordine del giorno, per alzata di mano.
Duecento braccia s'alzarono, fra cui si videro moltissimi guanti di donna, abbottonati fino al gomito; un applauso seguí la votazione, e si passò all'altro tema che eran le Modificazioni da proporsi nell'insegnamento della ginnastica.
L'annunzio del tema fece dare uno scossone a don Celzani, che credeva che la Pedani parlasse subito.
E nel volger gli occhi da quella parte, egli vide comparir nella tribuna in faccia alla sua, proprio sul capo della maestra, il viso ridente dell'ingegner Ginoni.
Ma la sua aspettazione fu delusa.
Altri parlarono prima, maestri e maestre.
La discussione, da principio, s'aggirò con molto disordine sul lato tecnico dell'argomento, al qual proposito si sfoggiò una fraseologia tecnologica, di cui i profani non capirono nulla, e si sentí il cozzo delle due scuole, e i nomi del Baumann e dell'Obermann proferiti in mezzo a un grande tumulto, dominato per un momento da una voce cavernosa che gridò: - Torino che fu la culla della ginnastica, ne sarà la tomba! - Un maestro richiamò l'attenzione del Congresso sulla opportunità di riformare il linguaggio non abbastanza italiano del regolamento di ginnastica, esponendo il parere che si proponessero certi quesiti all'Accademia della Crusca.
Don Celzani credeva che il maestro Fassi avrebbe parlato; e infatti egli s'agitava, approvava e disapprovava violentemente, gridando: - No! - Mai! - Questa è grossa! - Un po' di buon senso! - ma non domandò la parola.
Un maestro di ginnastica dimostrò la necessità di migliorare le condizioni dei suoi colleghi, ch'erano pagati dal Governo, ma senz'aver alcuno dei diritti degli altri impiegati, che si trovavano in uno stato precario, sottoposti all'arbitrio dei presidi di liceo e di ginnasio, i quali aprivano il corso in ritardo, non li ammettevano, come sarebbe stato giusto, nelle Commissioni per le esenzioni, concesse quasi sempre a capriccio, e non li spalleggiavano nella disciplina.
Quindi la discussione s'imbrogliò e s'infiammò da capo in una controversia di metodo, nella quale si udirono accenti di tutte le parti d'Italia.
Il segretario cominciava a temere che la Pedani non avrebbe più parlato, e si preparava con grande amarezza a rinunciare a quell'ultima voluttà di sentir la sua voce, di vedere applaudito e onorato il suo idolo, di portar via la propria disperazione quasi dorata dal raggio di quella gloria.
Ogni nuovo maestro che parlava, gli premeva che finisse, gli pareva che prolungasse apposta il suo supplizio, ed egli ne contava le parole fremendo.
Finalmente, dopo un breve discorso d'una maestra toscana che si fece applaudire citando a nostra vergogna il piccolo Belgio, dove si offrivan venticinquemila lire di premio all'autore d'un buon libro sulla ginnastica, il presidente disse ad alta voce: - La parola è alla signora Maria Pedani.
Don Celzani scattò, come se lo avesse avvolto una fiamma.
Corse prima un sordo mormorio, poi si fece un grande silenzio, il quale significava che la maestra era conosciuta per fama, e il discorso, aspettato: tutti i visi si voltarono verso di lei.
Al primo vederla in piedi, eretta con tutto il busto sopra il banco, alta e possente, col bel viso ovale pallido, ma risoluto, s'intese un nuovo mormorio, come un commento favorevole alla sua persona, il quale subito cessò.
Un secondo senso di stupore destarono le prime note della sua voce bella e strana, quasi virile, ma armoniosa, che corrispondeva perfettamente al corpo poderoso e svelto.
Essa cominciò col dire che nessun miglioramento si sarebbe conseguito sia nell'attuazione della ginnastica che nella condizione degl'insegnanti, se al Governo, ai municipi, a tutte le autorità non si fosse fatta sentire, come in altri paesi, la forza imperiosa della voce della nazione, profondamente persuasa dei benefizi di quell'insegnamento e fermamente risoluta a volerli.
Il primo debito di tutti, e in particolar modo degli insegnanti, era dunque di far propaganda di quell'idea, d'inculcarla nella ragione, nella coscienza, nel cuore del popolo di tutte le classi.
Essa parlava lentamente da prima, corrugando la fronte in segno d'impazienza quando la parola non le veniva, e facendo un atto dispettoso quando s'imbrogliava in un periodo, come per lacerare la rete che l'avvolgeva, ed esprimere il suo pensiero a ogni costo.
- Anche per la ginnastica, - proseguí dicendo, - l'Italia aveva fatto come per tant'altre cose, come, per esempio, per l'istruzione militare delle scolaresche: c'era stato da principio un grande entusiasmo, dal quale, a poco a poco, s'era caduti nella più vergognosa trascuranza, fino a gettare il ridicolo sull'idea e sui suoi devoti.
Ma alla ginnastica accadeva di peggio.
Era sorto contro di questa e s'andava ingrossando un esercito di nemici, dei quali le autorità scolastiche subivan la forza, per modo che l'insegnamento tendeva a diventare una vana mostra, una miserabile impostura, anzi un'aperta irrisione.
L'ignoranza, una vile paura di pericoli immaginari, l'infingardaggine nazionale, la perfidia di certe genti interessate, che giungevano con inaudita sfacciataggine fino a addebitare alla ginnastica le infermità e i difetti organici della gioventù che essa aveva per istituto di correggere, congiuravano insieme.
E sarebbe stata una cosa incredibile se non si fosse veduta ogni giorno.
- Nemici della ginnastica, - disse, - sono dei colti professori, acciaccosi a quarant'anni come ottuagenari, appunto per aver troppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli.
Nemiche della ginnastica son delle madri di fanciulle senza carne e senza sangue, future madri anche esse d'una prole infelice, per non aver mai esercitato le forze del corpo.
Nemici della ginnastica, dei padri di giovinetti che, per l'eccesso delle fatiche della mente, cadono in consunzione, contraggono malattie cerebrali terribili, si abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio! Nemici e derisori della ginnastica a mille a mille, mentre la crescente facilità della locomozione e i raddoppiati comodi della vita già tendono a renderci inerti e fiacchi; mentre la rincrudita lotta per l'esistenza richiede a tutti ogni giorno un maggior dispendio di forza e di salute; nemici della ginnastica mentre siamo una generazione misera, sfibrata e guasta, che fa rigurgitar gli ospedali e gli ospizi di deformità e di dolori! Quale cecità! Quale insensatezza! Quale vergogna!
Le ultime parole furono accolte da uno scoppio di applausi.
La Pedani prese animo, e incominciò a fare un confronto del discredito e della frivolezza della ginnastica in Italia con l'onore in cui era tenuta presso altre nazioni.
Qui commise l'errore di diffondersi un po' troppo in citazioni statistiche, e qua e là si manifestò un principio di opposizione.
Due o tre gruppi di maestre si misero a bisbigliare tra loro per distrarre l'uditorio.
Don Celzani sentí il maestro Fassi, che non guardava mai l'oratrice, esclamar due o tre volte con dispetto: - È fuori dell'argomento! - Son cose che si sanno! - Una volta esclamò forte: - Bella novità! - tanto che molti si voltarono.
Ma la Pedani uscí in tempo dal mal passo, accennando alle recenti feste di Francoforte con un periodo veramente felice, in cui l'uditorio vide per un momento davanti a sé la grande palestra riboccante del fiore della gioventù germanica, e sentí come la vampa di quel gagliardo entusiasmo passar sopra il suo capo.
La maestra s'accendeva nel viso, spiegava la voce con una sonorità potente, tagliava l'aria col gesto, senza smodare, col vigore d'una sacerdotessa ispirata.
E si sentiva tutta l'anima sua in quella sincera eloquenza, s'indovinava tutta la sua vita consacrata a un'idea, una gioventù che era come una lunga adolescenza severa, affrancata dai sensi, repugnante a ogni specie di affettazione sentimentale o scolastica, semplice di costumi e di modi, purificata e fortificata da un esercizio continuo delle forze fisiche, del quale erano effetto manifesto la sua salute fiorente, la mente limpida e l'anima retta ed ardita.
E quando con l'ultimo tratto ella fece passare nell'aula la figura del vecchio Augusto Ravenstein, fondatore della prima palestra del suo popolo, seguito dal corteo dei grandi ginnasiarchi tedeschi, benefattori di milioni di fanciulli e benemeriti della potenza e della gloria della Germania, sc
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