DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE, di Vittorio Alfieri - pagina 7
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Ma il principe non ha nè amici nè uguali; e non può mai essere nel sopraddetto caso".
In nessun'altra maniera dunque potrebbe il letterato lasciarsi protegger dal principe, senza guastare nè se, nè il suo libro, nè la sua fama, fuorchè cavandone quelle tanto desiderate necessità superflue della vita, vivendo ad un tempo sempre fuori degli stati suoi, e non gli facendo mai capitare alcun de' suoi scritti.
Questa inurbana e stravagante aderenza, che io do per una pura chimera, prova bastantemente, che sotto niuno aspetto vi può essere commercio onesto e legittimo fra il letterato ed il principe.
Ma, posto pure, che un tal principe proteggente e non inquirente potesse esistere, quel letterato che ne trarrebbe mercede, senza null'altro restituirgli che oltraggi, (lo scrivere il vero è un continuo oltraggiare chi vive del falso) non vi scapiterebbe forse come scrittore; ma moltissimo vi scapiterebbe come uomo onorato, in riga di gratitudine.
Non si può onoratamente cercare di nuocere a chi ti giova: e come si può egli scrivere un buon libro qualunque, che alle massime, all'esistenza, e al potere del principe non contraddica? e che quindi non lo offenda? e che quindi, in tutto o in parte, immediatamente o col tempo, non gli riesca dannoso?
Tra il principe dunque e il letterato vero, che facciano e sappiano amendue l'arte loro, non vi può essere comunanza, nè reciprocità, nè armonia, nè assolutamente legame nessuno giammai.
CAPITOLO QUINTO.
DIFFERENZA TOTALE CHE PASSA, QUANTO ALLA PROTEZION PRINCIPESCA,
FRA I LETTERATI E GLI ARTISTI.
Ma un'altra classe d'uomini sublimi a me si appresenta, che io chiamerei letterati muti.
Questi, con tele, bronzi, marmi, o altri simili, grandissima fama acquistano a se stessi, e moltissimo diletto, misto pur anche d'alcuna utilità, procacciano altrui.
Costoro, come imitatori anch'essi, e ritrattori della natura, vanno quasi del pari coi letterati.
Le opere loro vengono poste in cielo dall'opinione universale, e dagli stessi scrittori; i più grandi tra essi vengono paragonati ai maggiori letterati.
Si dice in oltre, e si crede, che l'impulso dei sommi artisti fosse assolutamente lo stesso che quello degli scrittori: talchè, a stringere in una parola, le arti e le lettere sarebbero una cosa stessa; e tra Michelangelo, e Dante non passerebbe altro divario che d'aver l'uno spiegato i suoi sensi con lo scarpello e pennello, l'altro con la penna e l'inchiostro.
Agli artisti sublimi io tributo quel rispetto e ammirazione tutta che loro è dovuta; ma non penso interamente così.
E volendo io investigare il fonte di questo moderno e tardivo entusiasmo, che si professa per le arti assai più che per le lettere, principalissima cagione di esso ritrovo pur anche essere l'assoluta potenza, che non teme in nulla le arti, e quindi le favorisce; mentre le temute lettere disturba, se può, o almeno le svolge, o le discredita, o le impedisce.
Ma pare, che anche l'arti stesse, smentendo in questo nostro secolo la loro dipendente natura, concorrano a gara con le lettere a schernire la protezion principesca; poichè in questi tempi, ove elle sono pur tanto ricompensate, incoraggite, e protette, elle negano assolutamente di dare nessun sommo artista, mentre pur tanti ne diedero allorchè assai meno ci si pensava.
Ma tornando al mio tema, che è di provare la differenza che passa fra l'arti e le lettere, dico, e sempre dirò; che un ottimo quadro non volta però mai il foglio; onde egli è pur sempre un assai minore sforzo d'invenzione, di composizione, di condotta, di giudizio, di combinazioni, di abbondante e maturo pensare, di quel che lo sia un buon libro qualunque, e massimamente un poema: quindi è pur sempre assai minore l'effetto, che egli produce nell'animo altrui.
Che se in vece dei libri antichi greci e latini, pervenute ci fossero soltanto le greche pitture e sculture, noi certamente saremmo ignorantissimi e barbari; poichè la vera grandezza dei Romani sta nelle cose che di loro ci narra Tito Livio, e non già nel Panteon, o nel Colosseo: anzi le opere grandiose, e perciò di gran costo, fanno sempre fede di un'assoluta sterminata autorità, di molto ozio politico, e di gran corruzione.
Le altre imprese, al contrario, e gli uomini che le condussero, fanno fede di un popolo libero e grande.
Perciò, anche ammettendo che uno stesso impulso per diversa via spinga e il sublime artista e il sublime scrittore, si dee pure sempre anteporre l'opera di colui che ha trascelto la più utile, la più durevole, difficile, e pericolosa impresa.
Onde, a chi guarda le umane cose con occhio filosofico e sano, non ripugna affatto il confondere insieme e pareggiare i letterati e gli artisti; ma intieramente ripugna bensì il confondere o pareggiare in nulla le lettere e l'arti.
E per sola prova della immensa differenza, che passa tra l'effetto di quelle e di queste; si esamini imparzialmente qual cosa utile e grande potrebbe sapere, operare, o pensare, quell'uomo, che non sapendo leggere, nè usando con gente colta di nessuna maniera, avesse tuttavia sortito dalla natura un gusto finissimo per le belle arti, e avesse visto ed esaminato e sentito tutti i prodigj di esse.
Costui al certo nulla saprebbe; e tutti i più dotti dipinti non gli potrebbero mai aprir l'intelletto; anzi ignorandone i soggetti, non li potrebbe nè intendere, nè gustare.
Ma, che vo io perdendo le parole in cosa che non abbisogna di prove? Dico bensì; che se l'artista stesso non si è fatto dotto quanto basti su i libri, ancorchè dalla natura avesse egli ottenuto il dono del più eccellente pennello o scarpello, riuscirà pur sempre un ignorante e mediocre pittore o scultore: nè da una vera, ma sterile imitazione della natura, perverrà egli mai a ricavarne quel vero e perfetto sublime a cui può giungere l'arte sua.
Ogni bell'arte è figlia del molto pensare; il che vuol dir, leggere, o parlare con chi ha letto: poichè il pensare altro non è che il combinare il già detto e pensato; ed una idea che chiamiam nuova, non può essere se non figlia di cento antiche.
Tra le lettere dunque e le arti corre, a mio parere, il divario, che corre tra lo sviluppo intero della facoltà pensatrice, e l'esercizio della potenza degli occhi e delle mani.
Si può benissimo non aver visto mai quadro, ed esser Dante, e farne dei maravigliosi con poche righe d'inchiostro: ma non si può essere Michelangelo, senza avere in molti Danti imparato a pensare, inventare, e comporre.
E a voler provare questa primazía delle lettere, non solo su le arti mute, che troppo chiara cosa ella è, ma anche su tutte le cose grandi e grandissime che gli uomini possono eseguire, si dimostri soltanto che lo scrivere è la sola arte che basti a se medesima, e il di cui artista ritrovi tutta in se stesso la materia per eseguire.
Onde, non solamente il pittore, scultore, e architetto, abbisognano di tele, di colori, di marmi, e di chi loro commetta e paghi il lavoro; ma il legislatore, il politico, il capitano, ove non abbiano e stato e popolo e soldati, nulli affatto per se stessi riescono: o, se pure adombrare vogliono i loro vasti e negati disegni, si fanno scrittori; e così all'immortalità arrivano per via più lenta, ma più durevole.
E non mi si dica, che appunto per lo aver tutto in se stesso, lo scrittore abbia più facilità, che non è per certo così; anzi, tanto è severo il mondo per gli scrittori, che ai soli eccellenti accorda la fama; in vece che anche ai non sommi artisti ne accorda pure una certa; perchè un quadro, una statua, una reggia, od un tempio, ancorchè non siano eccellenti, non costano però niuna fatica a chi li rimira, e di alcun utile riescono a chi se ne prevale.
Così anche una certa fama si accorda ai legislatori, benchè mediocri; ed una, ma assai meno durevole, ai capitani felici.
Tanto può più, presso al comune degli uomini, il fare che il dire.
Non pensano essi, che il dire altamente alte cose, è un farle in gran parte; e che per lo più chi ben disse, in parità di circostanze, di tanto avrebbe superato chi ben fece, di quanto dovea il dicitore aver avuto un ben maggior impulso per darsi interamente ad esaminare, conoscere, innovare, o rettificare una cosa, da cui, non potendola egli eseguire, niuno altro frutto per allora sperava, che la semplice gloria dell'averla ben ideata, e ben detta.
Non si può fortemente ritrarre ciò che fortissimamente non si sente; ed ogni gran cosa nasce pur sempre dal forte sentire.
Esemplifico, e domando; Omero in parità di circostanze non avrebbe egli potuto essere quello stesso Achille, o quell'Agamennone, o quel Priamo, che con tanta fantasia, con tanta dignità e verità egli immagina e ritrae? Ma Omero è maggiore assai di costoro nella più lontana memoria degli uomini, perchè, oltre la possibilità che si vede in lui di far cose grandi in valore ed in senno, riunisce anco in se la divina arte di ben inventarle, e di ottimamente colorirle ed esprimerle.
Io perciò credo, che lo scrittore grande sia maggiore d'ogni altro grand'uomo; perchè oltre l'utile che egli arreca maggiore, come artefice di cosa che non ha fine, e che giova ai presenti ed ai lontani, si dee pur anche confessare che in lui ci è per lo più l'eroe di cui narra, e ci è di più il sublime narratore.
Ed in fatti, gli eroi nati dopo quell'Achille (interamente forse fabbricato nella testa d'Omero) tutti vollero più o meno rassomigliarsi a lui.
Ma, se un eccellente scrittore vuol dipingere un eroe, lo crea da se; dunque lo ritrova egli in se stesso.
L'uomo in somma non può perfettamente inventare e ritrarre ciò che egli non potrebbe (avendone però i mezzi necessarj) eseguire: ma può bensì l'uomo eseguire ciò che ritrar non saprebbe.
Onde io nell'esecutore di una impresa sublime ci vedo un grand'uomo; ma nel sublime inventore e descrittore di essa, a me pare di vedercene due.
Ritornando ora al mio proposito, (da cui pure mi son forse dilungato assai meno di quel che si paia) dico; che se innegabil cosa è che lo scrittore di cose sublimi debba essere di sublimissimo animo, e ch'egli abbia tutti in se stesso i mezzi dell'arte sua; innegabilissima sarà, ch'egli disonora l'arte e se stesso, cercando o ricevendo protezione o soccorsi di cui non ha egli bisogno; poichè i suoi mezzi per eseguire sono semplicemente poca carta, inchiostro, ed ingegno; mezzi che nessun principe gli può dare, se a lui gli ha negati natura.
Ma, non è già delle arti così.
Da prima, per esser elle opera di mano, raramente vi si acconciano persone altamente educate, ed agiate dei beni di fortuna; poi, perchè l'esecuzione di esse ne riesce faticosa, dispendiosa, ed incomoda, non ne può essere mai indipendente l'artefice.
E in fatti, la pittura, che pure è la meno incomoda di tutte le belle arti, si può ella vantare di aver avuto mai alcuno eccellente artefice, che prezzolato non fosse? Una cosa che si fa per vendersi, abbisogna di compratore; ed ecco tosto la dipendenza e servitù di quell'arte.
E benchè si vendano anche i libri, si possono pur fare senza venderli; e prima della stampa così accadeva per lo più.
Ma un pittore, che abbia e molto e bene dipinto per serbare o donare i proprj quadri, non vi è stato mai; così, nè scultore delle sue statue; e molto meno architetto; che questo artefice più di tutti ha bisogno d'altrui per esercitar l'arte sua; ove però non si voglia egli contentare di dar vita alle sue idee nei semplici disegni.
La musica, nobilissima arte anch'essa, e la prima forse per muovere, e per esprimere (benchè passeggeramente) le passioni tutte e gli affetti; la musica potrebbe, in un certo aspetto, bastare ella pure a se stessa.
Ma nei nostri tempi da alte persone non viene esercitata, se non per proprio diletto; inoltre, le sue creazioni abbisognano pure d'esecutori, poichè quelle carte notate sono mute per se stesse, se a farle parlare non vengono gli strumenti.
E la musica vocale, che dee pur preferirsi a tutte l'altre, le quali altro non sono che una imperfetta imitazione di essa, la musica vocale è schiava nata dello scrittore; ed anzi (come già era in Grecia per lo più) non si dovrebbe ella mai scompagnar dal poeta.
Si lascino dunque proteggere dai principi queste quattro arti, che per se stesse o sussistere non possono, o non abbastanza fiorire; e che, anzi, dalla protezione e dai premi ottengono incoraggimento e miglioramento, senza che all'artefice ne scemi punto la fama.
Ma le alte e sacre lettere, sdegnino, abborriscano, e sfuggano ogni protezione, come a loro mortifera; poichè pur tanto debbono elle scapitarvi, e per se stesse, e per gli artefici loro.
I principi, senza avvedersi forse della vera ragion che li muove, ricompensano in fatti le arti, e le fanno anzi stromento della loro grandezza.
Non possono dissimulare a se stessi, che una vasta e bene architettata reggia, in cui, fra l'oro e i ben ideati arredi, campeggino molti dipinti e statue sublimi, ella è la maggiore e la più nobile parte del loro essere.
Ben sanno i principi, che la stoltezza del volgo reputa veramente grande colui che in mezzo a cose preziose e grandi si ricovera.
Ma sfuggono essi bensì di proteggere, di ricompensare, e d'accogliere i veramente alti scrittori; perchè al confronto di questi, appariscono vie più sempre minori essi stessi.
Se il tiranno Dionisio avesse albergato nella sua reggia Platone, chi avrebbe più badato a Dionisio?
E benchè la scultura e pittura con una certa maschia libertà e filosofia possano lumeggiare i più utili tratti della storia antica, e consecrare le più libere imprese, nulladimeno, come arti mute, elle vengono lasciate fare, e di esse poco si teme.
Un principe non darà forse per tema a un pittore la morte di Lucrezia; ma pure ne ricompenserà l'autore, e ne collocherà il quadro nella sua reggia, ancorchè il gran Bruto col ferro in mano, e pieno di mal talento contra i tiranni, nel quadro primeggi.
Ma quello scrittore, che sovra Bruto dicesse tutto ciò che l'eccellente pittore dee e vuole farne pensare, e che la maestà di un tanto uomo richiede, non sarebbe certamente, nè egli nè il suo libro, egualmente ricompensato ed accolto nella reggia.
E ciò perchè? perchè assai più dicono sopra Bruto le poche parole di Livio, di quello che mai esprimerà o farà pensare un Bruto dipinto, o scolpito; e il fosse pur anco da Michelangelo stesso, il quale solo era degno di ritrarlo.
E le parole di Livio son queste: Juro, nec illos, nec alium quemquam regnare Romae passurum.(3)
CAPITOLO SESTO.
CHE IL LUSTRO MOMENTANEO SI PUÒ OTTENERE PER VIA DEI POTENTI;
MA IL VERO ED ETERNO, DAL SOLO VALORE.
Io non saprei dar principio migliore a questo capitolo, che citando alcune parole di Tacito.
Meditatio et labor in posterum valescit; canorum et profluens, cum ipso scriptore simul extinctum est.(4)
Non credo io, nè pretendo asserire ed espor cose nuove; benchè forse non siano state trattate finora con questo stesso ordine: anzi, a me pare, che i medesimi artefici, così delle lettere, come delle arti, le sappiano tutte, quanto e più di me.
E così mi fo io a credere, perchè altro non si legge nelle loro vite, fuorchè ora gli uni per compiacere ai principi protettori li lodarono non gli stimando; ora gli altri ricevettero da essi il tema dei loro poemi, libri, o quadri; questi lasciarono guastare i proprj disegni di templi, di palazzi, di pubbliche moli, dal capriccio, dall'ignoranza e presunzione dei protettori, ordinatori, o pagatori di esse: e tutti si vedono, in somma, aver sempre maladetto l'ora e il momento e la necessità, (dicon essi) che gli avea condotti a impacciarsi con gente che nulla intendendo, e tutto potendo, assai più atta riesce ad atterrire che a consigliare altrui.
Da codeste loro stesse moltiplicate e giuste doglianze, io dunque ne ritraggo la certezza, che gli uomini per lo più, anche riflettendo, e conoscendo, e palpando la vera cagione delle cose, pure ci si ingannano poi se medesimi; e rimane lor dubbio tuttavia se sappiano essi o no, che pur vi si ingannano.
Questo accade semplicemente, perchè i più degli uomini non vogliono riconoscere nel presente il passato, e nel passato l'avvenire: o, per dir meglio, perchè non vogliono essi per lo più veder altro che il presente, ed anche male osservarlo.
E la ragione trivialissima, messa in campo da tutti; che il presente ci tocca assai più da presso; non si può assolutamente tollerare in bocca di nessun artefice di cose grandi: d'un uomo cioè, in cui suppongo, e deve albergare, una nobile e ardentissima fiamma d'amor di gloria, la quale, se non sola, almeno prima motrice a lui sia.
Che se il poeta, l'oratore, o lo storico, o il filosofo, ardiscono pur pronunziare, ch'essi hanno bisogno di pane, con viso giustamente adirato rispondono loro i non vili: "E perchè dunque, abbisognando di pane, non vi destinaste voi da prima ad una qualche opera servile di mano? più certo era il pane; non era infame il mezzo; e non avreste così dovuto arrossire in riceverlo".
Ma, ben mi avveggo che dai più degli uomini, sotto il nome sacrosanto di pane, si ricercano, e vogliono acquistarsi molti superflui comodi.
Così, sotto il nome di fama, null'altro si va cercando dai più che un'aura passeggiera di vana glorietta, per cui correndo il loro nome per bocca dei loro contemporanei, accarezzati e considerati da essi ne vengano.
E questa effimera distinzione, a cui non so qual nome si aspetti, per mezzo di una mediocre virtù protetta da una assoluta potenza, si ottiene.
Ma il tempo, vendicator d'ogni torto, la riduce anche in polve ben presto, insieme colla stolta superbia e colla debile fama del protettore.
L'uomo che è nato capace d'esser sommo in un'arte, se alla naturale capacità egli aggiunge la tenace risoluzione di volersi far tale, io credo che prima d'ogni altra cosa egli debba piacere a se stesso; e per ciò, innanzi tutto, conoscere, stimare, e temere se stesso.
Gli altri, sono uomini anch'essi; ma i più son minori di lui, e i pochi suoi eguali, o sono da invidia e da altre passioncelle acciecati, o essendo in tutto dediti a speculazioni diverse dalle sue, raramente sono giudici competenti, illuminati, e caldamente spassionati, dell'arte sua.
Il bello, sinonimo perfettamente del vero, è uno in ogni arte: ciascun uomo più o meno lo sente; ma chi può mai tanto sentirlo, quanto colui che lo può eseguire? Mille ostacoli impediscono il retto giudizio degli altri; ma, freddato interamente quell'impeto che allo scrittore era necessario pur tanto al creare, nulla può impedire in appresso il suo retto giudizio su le proprie opere; purchè soltanto egli voglia giudicarle da quella prima impressione che ne riceve il suo intelletto nel rileggerle, o farsele rileggere, allorchè non sono più affatto presenti alla di lui memoria.
Il che può accadere facilmente a quel tale scrittore che avrà il savio metodo di far succedere l'una sua opera all'altra, per modo che lungamente le prime riposino.
Ma, e dove vò io d'una in altra cosa saltando? al mio fine vò sempre; e troppo l'ho io nel cuore, perchè dalla mente ei mi sfugga.
Il sommo artefice, cioè l'imitatore e ritrattore della natura, più forse quale ella potrebbe essere, che quale ella è pigliandola a parte a parte; l'artefice, dico, dee ascoltar quasi tutti, e non dispregiar mai nessuno; ma, formato ch'egli ha se stesso su gli ottimi che lo han preceduto, dee, più che ad ogni altro, piacere a quegli ottimi, e a se stesso; e ciò necessariamente importa, che egli piacerà poi a venti nazioni, a venti generazioni di uomini, in vece di piacere alla parte guasta di una.
Né il sommo artefice dee così fare per orgoglio, ma per l'intima conoscenza del cuore umano ch'egli avrà acquistata leggendo, riflettendo, e pesando le passate cose; e per una intima conoscenza di se stesso, e delle proprie forze, ch'egli avrà acquistata esercitandole, e comparando se ai grandi di cui legge, e le cose sue alle loro, e le loro vicende alle sue.
Ed ecco come il sublime sguardo dell'uomo che sommo vuol farsi, vede e misura ad un tratto il passato, il presente, e l'avvenire; conosce se stesso negli altri; gli altri in se stesso; e la natura, la verità, il retto, ed il bello conosce nella loro maggiore estensione, per quanto ad uom si conceda.
Ora, un artefice che così fattamente pensa, si lascierà egli proteggere nell'esercizio di un'arte per se stessa sublime, a cui vede palpabilmente dagli esempj passati che la protezione ha arrecato minoramento di fama, e nel suo autore, e nell'opera? E colui, che ha necessità di appoggio per sostentarsi, può egli avere spinto tant'oltre il suo imparziale ragionare e riflettere? ed essendosi pure spinto fin là, non sceglierà egli piuttosto ogni altra via, che quella di un'arte sublime, per procacciarsi il più infimo indispensabile sostentamento?
L'uomo, che con qualche dritto si lusinga di conoscere il vero, e che si sente il nerbo di esporlo con forza ed eleganza, o dee avere il bastante per vivere, o contentarsi del pochissimo, o rinunziare all'impresa, o guastarla.
Ma io dicitor di paradossi parrò, se esemplificando non provo, o almeno non identifico il mio pensiero.
"La fama di Virgilio è somma; chi non se ne appagherebbe? chi l'ha agguagliato, non che superato? ed egli era pure protetto e pasciuto da Augusto." Rispondo: "La fama dei libri di Virgilio è somma; e tale, quasi per tutti i lati, la meritano; e quelle parti di essi, che possono essere combinabili colla timidità dell'autore, e coll'avvilimento della sua dipendenza, vi si scorgono tutte perfette; sceltezza e maestà di parlare, varietà e imitazione d'armonia, vivacità di colori, evidenza, brevità, costume, e mill'altre: ma la principalissima parte d'ogni scritto, che dee essere (per metà almeno) l'utile misto col dilettevole; quella parte divina, che ha per base il vero robusto pensare e sentire, totalmente quasi manca in Virgilio".
Alle prove.
Discende Enea nell'inferno, e gli vien fatta la rassegna dei grandi uomini che sono per illustrar Roma, e per farla poi un giorno signora del mondo.
Quale scrittore di verità, qual pensatore, qual gelido cronologista per anche, si attenterebbe fra questi di mentovarvi primi Cesare ed Augusto? e di mentovarli con ben altre lodi, che gli Scipioni, i Regoli, i Fabrizi, ed i Fabj, i quali seguono col misero corredo di pochissimi versi.
Non contento di ciò, Virgilio spende diciannove altri eccellenti e toccantissimi versi per far menzione d'un Marcellotto nipotino d'Augusto, morto nell'adolescenza, il quale sarebbe affatto sconosciuto, se non era la vile sublimità di quei versi.
Ma, per Catone, un mezzo verso basta a Virgilio; tre soli per Giunio Bruto; nè una parola pure per Marco Bruto.
Molti altri grandi vi sono appena accennati; moltissimi preteriti del tutto, e fra questi (chi 'l crederebbe?) il gran Cicerone; perchè quel sommo oratore recentemente allora caduto era vittima di quella stessa tirannica mano d'Augusto, che, sanguinosa ancora e fumante del sangue dei cittadini romani, pasceva ed avviliva il niente romano poeta.
Anzi, Cicerone dalla codardia di Virgilio viene espressamente insultato con quelle infami parole: Orabunt (alii) caussas meliùs;(5) nelle quali uno scrittore latino eccellente, con vile e menzognera sfacciataggine, gratuitamente accorda la palma della eloquenza ai Greci, o a chi la vorrà; e ciò soltanto per toglierla a Cicerone.
Il lettore, a tai passi, ripieno di giusta indegnazione, è sforzato a gridar fra se stesso: "Ecco il pane di Augusto; ecco l'utile, che arrecano i principi protettori alle lettere; ecco l'inganno, la viltà, e l'errore, che non mai da essi, nè dai clienti loro, scompagnare si possono".
Parmi innegabile, che Virgilio in questo luogo, e in mille altri simili, abbia voluto piacere ad Augusto più che a se stesso; e che in ciò solo abbia ardito scostarsi da Omero, il quale non tradì mai il vero e se stesso per adular chi che fosse; e che poco si sia egli ricordato della grandezza di Roma, e meno curato della propria fama fra i posteri.
Virgilio dunque, nell'atto di scriver tal cosa, o non sentiva, o, (che peggio è) sentiva egli e tradiva l'importanza del sublime suo incarico fra i suoi coetanei; di essere il poeta nazionale di un popolo, il primo che mai fosse stato sul globo, e che ridottosi allora schiavo di fresco, non ne era ancora certamente divenuto l'ultimo.
Virgilio non conoscea dunque se stesso, poichè non si supponeva da tanto, di potere, con la bellezza ed energia del suo verseggiare divino, riaccendere a libertà e a virtù quel popolo, qual ch'ei si fosse.
E se egli anche non potea pure lusingarsi di tanto ottenere, un poeta veramente romano avrebbe soddisfatto almeno a se stesso, alla patria, e alla fama e gloria d'amendue, col solamente tentarlo.
Ma, potremmo noi credere mai, che Virgilio, quel sovrano scrutatore degli umani affetti, queste cose tutte al par di noi non sapesse? no certo.
Eppure ei fece il contrario; e perchè? perchè non seppe, o non ardì egli conoscere e stimare se stesso.
E perciò egli ha fatto il suo libro assai minore di quello che avrebbe pur potuto e dovuto essere; e perciò egli ha fatto se stesso minor del suo libro.
Se egli dunque non avesse avuto nell'animo quella viltà, che sempre dà il pane principesco, assai maggiore sarebbe stato egli stesso, e quindi assai maggiore il suo libro.
Che niuna cosa non viene chiamata mai somma, finchè si ha pure idea di un meglio, eseguibile.
In un poema che ha per titolo, ROMA; quale, senza però darglielo, ha preteso di fare Virgilio; egli vi poteva e dovea inserire, per la parte robusta pensante e giovevole, una grandezza, verità, libertà, e forza, che invano vi si cercano.
Virgilio dunque ha tradito in ciò la gloria di Roma, scambiandola (e non a caso) con quella dei Cesari; e ad un tempo stesso egli ha di gran lunga menomato la propria.
E tutto ciò, perchè Virgilio non ha pienamente conosciuto, o voluto, o ardito conoscere, stimare, e piacere a se stesso.
E questa parola SE STESSO, ch'io tanto ribatto, si dee talmente dall'artefice in tutta la sua immensità immedesimare colla parola VERO, che quando egli dice dopo il maturo esame d'una opera sua, come d'una altrui, NON MI PIACE, equivaglia ciò per l'appunto al dire, NON CI È IL VERO: con quelle picciole restrizioni però, che le facoltà limitate dell'uomo richiedono pur sempre; ma, che non sostituiscono tuttavia mai il falso al vero.
Alcuni, per distruggere in una parola quanto io finora ho ragionato intorno a Virgilio, diranno; che egli non avrebbe forse scritto nulla, senza la protezione d'Augusto.
Rispondo; che così può essere, e ch'io stesso così credo; e che a ogni modo noi dobbiamo pur essere molto tenuti ad Augusto di un tanto poema, in cui ciò che manca non si suol mettere in contrappeso dai più con tutto quel che vi abbonda.
Gli amatori principalmente di poesia, che con tanto trasporto leggono e debbon leggere l'Eneide, così dicono; e così debbono dire.
Ma chi specula in grande, è sforzato a giustamente conchiudere, che il bene di una cosa non ne toglie però il male; e che dovendosi cercare, per quanto è possibile, sempre quella perfezione che sta sola nel maggior utile, indispensabilmente ella si dee sempre originare o dalla schietta verità, o dalla finzione che venga a concludere in qualche utile verità.
Quindi, anche gli amatori più caldi di Virgilio (e mi vanto io d'esser uno di quelli) debbono pur confessare, se intendono ed amano il vero, che Virgilio, nato cent'anni prima con le stesse sue doti, avrebbe fatto di tanto migliore il poema, di quanto quella Roma era miglior della sua; ovvero, che essendo anche nato sotto Augusto, se egli, provvisto delle prime necessità, avesse avuto sì fatta altezza nell'animo di tornarsene a scrivere liberamente il poema nella sua nativa palude, e che scrivendolo avesse avuto sempre in vista di piacere al vero e a se stesso, Virgilio in tal modo sarebbe pervenuto a piacere e a giovare assai più a' suoi coetanei, e a' suoi posteri: e tessuto avrebbe un poema tanto maggior di quel suo, quanto l'animo, i costumi, la vita, e la sublimità d'un vero saggio indipendente avanzano i costumi, la vita, e la bassezza d'un tiranno, e dei suoi cortigiani.
Quale romana storia agguagliare si potrebbe ai più luminosi e forti tratti di essa, espressi coi sublimi versi di Virgilio? A far rinascere Romani in Italia, quali insegnamenti più alti e più caldi si potevano mai lasciare ai venturi giovanetti, che le imprese dei Bruti, dei Fabj, e dei Deci, da Virgilio pennelleggiate? E se i diciannove versi da lui consecrati ad eternare la nullità di un Marcelluccio cesareo, con miglior senno consecrati gli avesse ad un Regolo, o ad uno Scipione romani, la immensa, e purissima gloria che glie ne ridonderebbe da tanti secoli; la soddisfazione, più cara ancora che la gloria, di avere con egregio stile laudata la egregia virtù; non gli sarebbero elle state più nobile e desiderabil guiderdone, che non quella disonorante mercede di non so quanti talenti da Livia donatigli? I versi eccellenti, consecrati a lodar la virtù, hanno la loro mercede in se stessi.
Nessuno eroe romano ricevea mai guiderdone di danari dalla patria sua per aver fatto una nobile impresa; ed ardirebbe riceverla colui, che degnamente cantandola si mostra degno e capace di bisognando eseguirla?
L'amore dunque della fama presente e non vera, spesso fa perdere, e talvolta scemar, la futura, che sola è verace, e durevole.
I sommi scrittori lascino per tanto ai mediocri godersi questa picciola e momentanea fama, che è veramente la loro, poichè se ne appagano, e poichè dalla altrui potenza si ottiene.
Ma essi, caldi proseguitori della vera fama che sta in loro stessi, e che dal vero e dal tempo soltanto si ottiene, nessuno altro termine pongano alla loro virtuosa e nobile brama di giovar dilettando, se non se la infinita serie delle future generazioni.
E sempre abbiano presente, che un Omero ha dato e vita e fama perenne ad Achille; ma che nessuno Achille mai, non che un Omero creare, bastato sarebbe colle proprie forze a dar vita e perenne fama a se stesso.
CAPITOLO SETTIMO.
QUANTO SIA IMPORTANTE, CHE IL LETTERATO STIMI CON RAGIONE SE STESSO.
Avendo io nel precedente capitolo, per quanto mi pare, dimostrato, che dal conoscere se stesso con intimo e pieno senso delle proprie facoltà, nasce la perfezione del letterato, e quindi la sua durevole fama; piacemi in questo di ragionare a lungo su la stima di se stesso, che dee necessariamente nello scrittore originarsi dalla intima e assennata di lui securtà nei proprj suoi mezzi.
E dico da prima, che da una tale stima vivamente sentita, e alle volte anche spinta alquanto oltre al vero, ne nasce il divino effetto di valere l'uomo assai più che non varrebbe per se stesso, se egli meno si stimasse.
Questa idea di se, per quanto si può osservare dai fatti, ha generato sommi effetti, non solamente in alcuni individui, ma perfino nei popoli interi.
Gli Spartani, Ateniesi, e Romani, attesa la smisurata opinione di se stessi, saputa loro infondere dai savi governi, fondata però su alcune vere basi, divennero in fatti per sì gran tempo superiori ai popoli tutti con cui ebbero che fare.
E nei loro primi tempi, l'opinione di se stessi certamente avanzava la realità della loro forza: ma si verificò in appresso una tale opinione, perchè nel più delle cose, il crederle fortemente, le fa essere; come il debolmente crederle, cessare le fa.
Ma, di nessuna si vede più pronto e sicuro questo effetto, che della opinione avuta da ciascuno individuo di se stesso.
Non dico io per ciò, che ad essere un uomo grande basti il credersi tale; anzi, chi lo è, tale per lo più non si reputa: ma dico bensì, che a volerlo divenire, bisogna essere in se stesso convinto di averne tutta la capacità; e aggiungervi un intenso, e incessante volere; e il tutto corredare poi di quella saggia diffidenza di se, che non è nè viltà, nè coscienza della propria debolezza, ma un profondo sentimento della difficoltà e sublimità della perfezione.
Se dunque il letterato, uomo per se privatissimo e oscuro, senza nessun'altra potenza nè autorità, che quella del proprio ingegno; se il letterato osa pur concepire il sublime disegno di voler da se solo persuadere gli uomini, rettificare i loro pensieri, illuminarli, difenderli, dilettarli, convincerli, e far forza ai più; chiara cosa è, ch'egli dovrà aggiungere al molto ingegno naturale, alla dottrina necessaria e bastante al soggetto, al caldo e puro parlare, una altissima stima di se stesso: e non solamente la stima del proprio ingegno, ma della illibatezza dell'animo, del severo costume, della virtuosa e libera sua vita, non contaminata (per quanto si può) da nessuna macchia di timore, di dipendenza, nè di viltà.
Che se egli non si reputa e conosce per tale, come ardirà lo scrittore insegnar la virtù, che non ha praticata? altro non sarebbe, che uno svergognare e condannare se stesso.
Ma, se egli tal non si reputa, come potrà egli tale mostrarsi? Lo scrittore crede, e pretende, di parlare a tutti.
Uno scrittore onorato non dee commettere alla carta veruna cosa, che egli in savia e ben costituita repubblica non ardirebbe pronunziare di bocca ad un popolo intero.
Non dee dunque mai porre in iscritto cosa, che non creda esser vera e retta; e che, come tale, non segua primo egli stesso, per quanto è possibile.
Una moderna opinione, sfacciata ad un tempo e timida e vile, asserisce che il lettore dee giudicare il libro e non l'uomo.
Io dico, e credo, e facile mi sarebbe il provare; che il libro è, e deve essere la quintessenza del suo scrittore; e che, se non è tale, egli sarà cattivo, debole, volgare, di poca vita, e di effetto nessuno.
Ed eccone rapidamente le prove.
A voler fare vivamente sentire altrui, bisogna che vivissimamente senta lo scrittore egli primo: non si può mai fortemente esprimere ciò che debolmente si sente: un pensiero espresso debolmente perchè non è fortemente sentito da chi il concepisce, non potrà mai fare neppure una mediocre impressione in colui che lo legge: da queste tre verità, parmi che ne risulti una quarta; che se lo scrittore non è intimamente persuaso di ciò ch'egli dice, non persuaderà, nè commoverà mai nessuno; e quindi sarà per lo meno inutile il suo libro.
E sempre io parlo di calda, di forte, e di vivissima impressione, come della più importante parte d'ogni buon libro; perchè gli uomini tutti per lo più, e maggiormente i più schiavi (come siam noi) peccano tutti nel poco sentire.
Credo, che ciò provenga (almeno in noi) dal troppo parlare, dal poco pensare, e dal nulla operare; esistenza affatto passiva, che ci è singolarmente toccata in sorte a questi tempi, come ho già più sopra osservato; sorte, di cui dobbiamo pure esser degni, poichè con tanta disinvoltura la sopportiamo: ed i più la sopportano, senza neppure avvedersene.
A così fatti popoli non si ardisce in nessun modo annunziare il vero di bocca; conviensi dunque a lor favellare per via degli scritti.
Ma così forte e inveterato deve essere il loro callo, ch'io credo necessario il tuonare, per fargli appena appena sentire.
Ogni lievissimo cenno è troppo per aizzare la tigre e il leone; ma qual pungolo è mai troppo acuto per inferocire il placido aggiogato bue? Quindi, ogni libro debole di pensieri, e di stile, riuscirà fra noi di nessunissimo effetto; ed ogni forte libro, di picciolissimo effetto riuscirà.
Non potendo dunque lo scrittore ottenere una commozione, che egli fortissimamente non provasse prima in se stesso; nè potendola egli in tal modo provare, e causare in altrui, se le cose da lui inculcate non praticava egli primo; ne risulta, che uno scrittore non ha fatto mai un forte e buon libro, senza stimare se stesso moltissimo.
Ma, può egli moltissimo stimare se stesso, senza essersi fatto assolutamente libero da ogni servitù di coloro ch'egli stimare non debbe, nè può? Ed essendo egli ingegnoso, libero, virtuoso, costumato, eloquente, potrà egli mai mancar d'alti sensi, nè di giusto ardire, nè di luminose idee, nè di forti, splendidi, e sublimi colori per esprimerle?
Si osservi, che se a Virgilio (come già dissi) è mancata l'energia d'animo, che richiedeasi in un Romano che a Romani parlava, la cagion principale ne fu, che egli debolmente sentiva, e se stesso non istimava, nè stimare potea.
Quindi è, che oltre il timore d'Augusto, anche la vergogna di se stesso lo trattenea dal dare certi tocchi risentiti, feroci, e verissimi, i quali smentito avrebbero pur troppo la sua vita servile.
E se alcuno volesse anche trovare da ridere in un autor così grave, l'osservi in quei pochi suoi passi, dove egli pur vuole parer cittadino; e lo vedrà procedere con timidità tanta, e con tante cautele, che la di lui pusillanime cittadinanza lo svela, anche più che le ardite sue adulazioni, per un vile liberto di Augusto.
Ma, chi vorrà pur trovarvi onde piangere, e con ragione, da quegli stessi passi ne ricaverà non picciolo dolore, riflettendo che da quei mezzi tocchi, e da quelle massimette di semilibertà snervate in versi eleganti, ne nasce assai più danno che utile alla universalità dei lettori.
Dal poco dire, ne risulta il meno sentire; e dal sentir poco, allorchè un tale effetto si trae da un autore di grido com'è Virgilio, se ne cava questa falsa induzione; che in un buon libro (e massime di poesia) molte cose importantissime vi si debbano piuttosto tacere, o appena accennare, che scolpire.
Non mancava a Virgilio null'altro, che l'alto e robusto pensar di Lucano; ma questa mancanza ad ogni pagina vi si fa grandemente sentire.
Se non isbaglio, gli epiteti sono quelli che meglio svelano l'animo, le circostanze, e il più o men forte sentire dello scrittore.
Esaminiamo rapidamente, sotto questo aspetto, l'epitetar di Virgilio.
Nel sesto libro, parlando egli d'Augusto, ne dice in diciotto versi ciò che mai d'uomo nessuno dir non potrebbesi senza sfacciata menzogna, e senza che parimente non arrossissero il lodatore e il lodato: ma in quei diciotto versi non ci osservo altro che il vile.
Proseguiamo.
Nominando egli i Tarquini, cioè quegli abbominevoli tiranni, la cui sola espulsione di Roma la fece poi grande, Virgilio dice: Tarquinios reges(6); e non vi aggiunge epiteto nessuno: perchè ogni giusto epiteto che avesse loro dato, veniva ad essere per l'appunto l'epiteto, che in vece dei diciotto versi sopraccennati, meritamente e solo spettava ad Augusto.
E si noti, che il buon Virgilio dice: Tarquinios reges; neppure osando dire tyrannos; ed ecco il timido e ingannevole poeta, che scrive, non pei Romani, no, ma pel principe che lo pasce.
Più oltre, menzionando Giunio Bruto, cioè il liberatore, e quindi il fondatore vero di Roma, dice il leggiadro poeta: animamque superbam ultoris Bruti; ed ecco il non cittadino, il traditor della gloria, della libertà, e dell'utile verace di Roma.
Falsissimo, vile, ed iniquo pensiero fu il suo, di non dire, per la patria liberata da un Bruto, altro che animamque superbam(7); e di avvelenare ancora quell'epiteto già improprio, coll'aggiunto di ultoris Bruti; come se Bruto non fosse stato mosso da altro impulso, che dalla privata vendetta; e altra impresa non avesse egli a fine condotta, che il vendicare la contaminata Lucrezia.
Ma, per i figli condannati dal padre (tratto, la cui ferocia non può essere scusata, nè abbellita, se non dalla riacquistata libertà) ci impiega egli maliziosamente quattro versi, sparsi di veleno cortigianesco; in cui dovendogli sfuggire per forza l'epiteto di pulcra a libertate, intieramente lo cancella tosto coll'aggiungervi in fine il laudumque immensa cupido;(8) e con ciò Virgilio viene a dipingerci Bruto, non come un cittadino liberatore, ma come un vendicatore crudele e vanaglorioso.
Che ne risulta da un così fatto scrivere? o il lettore, che non conosce Bruto altrimenti che da Virgilio, piglierà più avversione che amore per Bruto; e, stimando più le private virtù che le pubbliche, abborrirà il parricida, senza badare al liberator della patria; tollererà gli Augusti; li crederà per anche necessarj alla pubblica felicità: ovvero il lettore, iniziato già nelle cose romane da Livio, nulla potendo aggiungere alla stima e venerazione ch'egli avea già concepita per Bruto, molto aggiungerà pur troppo al disprezzo ch'egli giustamente anche concepito avea per Virgilio ed Augusto, nel leggerne le sopra mentovate lodi, non meno indiscrete che vili.
Ma questo falso e debole pensare, potea egli forse provenire in Virgilio dall'avere egli stimato in suo core maggiormente Augusto che Bruto? niuno è, che ciò creda.
Non proviene dunque questa virgiliana viltà da null'altro, se non dall'aver Virgilio anteposto gli agj e gli onori del corpo alla altezza e chiarezza della propria fama; dall'aver egli temuto più la povertà che l'infamia; dall'aver egli riguardato Augusto come il tutto, e Roma come il nulla; dall'avere egli in somma tenuto se stesso minor d'un tiranno.
Il sublime letterato, a parer mio, si dee dunque stimare più che uomo nessuno, se egli non vuol tradire la sacrosanta causa dei più, che sempre dev'essere quella, che in mille diversi modi egli tratta.
E gli orgogliosi re, che scambiando la loro illimitata potenza con se stessi, si credono essere il tutto, e sono il perfettissimo nulla, debbono ai sani occhi del letterato il nulla parere: che tanto divario corre per l'appunto fra un illustre scrittore ed un volgar re, quanto ne correa tra un cittadino romano ed un servo asiatico eunuco.
Ma, parole al vento gittate sarebbero le mie, se altro aggiungessi per provar la supremazia del sublime ingegno su la volgare potenza: mi pare bensì di dover dir qualche cosa su la preeminenza tra un principe grande, e un grande scrittore; rarissime e sublimi piante l'una e l'altra, ma assai più rara, e sempre meno sublime, la prima.
CAPITOLO OTTAVO.
QUAL SIA MAGGIOR COSA; O UN GRANDE SCRITTORE, O UN PRINCIPE GRANDE.
Se tutti i pregi che si richiedono per fare il sublime scrittore, si trovassero pure riuniti in un principe, di quanto non dovrebbe egli primeggiar sovra tutti, poichè egli può operar tante cose, che lo scrittore può appena accennare? Questa mi pare una questione da doversi esaminare profondamente, per la semplice soddisfazione e persuasione dei più; che se io dovessi parlare a quei soli pochi, che giudicano per forza d'intimo sentimento, non la tratterei altrimenti.
Ricapitolerei soltanto tutti i pregi dello scrittore sublime; cioè, sommo ingegno, integrità somma, conoscenza piena del vero, e non minore ardire nel praticarlo e nel dirlo.
Da questo solo novero, verrei bastantemente a dimostrare, che se tali e tante doti potessero per semplice forza di natura trionfare degli ostacoli annessi al nascimento e educazione del principe, un uomo che se ne trovasse fornito, inorridirebbe tosto dell'esser principe, ed immediatamente cesserebbe di esserlo; e, divenendo facitore di così savie leggi che impedissero per sempre ogni futuro principe, egli verrebbe in tal modo (senza avvedersene) ad essere ad un tempo il primo degli scrittori tutti, e il solo vero gran principe che vi fosse mai stato.
Dei tali non ne conosco dalle storie, che un solo: Licurgo, che di re si facea legislatore, poi cittadino; e quindi finalmente esule si faceva della riprocreata sua patria, per dare così più valore alle proprie leggi, acquetando con la sua lontananza l'invidia.
Agide, e Cleomene, tentarono la stessa cosa più secoli dopo: il primo perì nella impresa; il secondo non la riuscì interamente.
Per ciò la gloria loro è minore di quella di Licurgo; ma di gran lunga maggiore di quella d'ogni altro principe.
Ma si lasci a parte questa specie di grandezza, principesca ad un tempo e cittadinesca ed umana, la quale, per essere troppo sublime, se non vi fosse stato un Licurgo, verrebbe riputata più ideale che vera.
Parliamo per ora delle tre specie di principi grandi di grandezza principesca soltanto; che appunto di tre sorti ce ne somministra alcuni, ed anche rari esempli, la storia.
Scegliendo dunque un principe grande di ciascuna classe, e paragonandolo a un veramente grande scrittore, (e di questi non ve n'è se non d'una sola) mi affido di evidentemente dimostrare la verità.
La esatta misura della fama meritata e acquistata, innegabilmente sta nel maggiore o minore utile che si è arrecato agli uomini con imprese difficili, ardite, laboriose, e grandi, sì per se stesse, che pe' loro effetti.
I principi che noi chiamiamo grandi, erano eglino conquistatori? La loro virtù è dunque stata utile soltanto ai pochi dei loro sudditi, dannosa ai più, distruttiva pei moltissimi uomini vicini, incognita o di nessun effetto ai lontani, di debole esempio o di tristo incitamento ai loro successori, e in fine di sterile maraviglia alle susseguenti generazioni.
Erano eglino legislatori? ma essi fondavano assoluti principati, e non repubbliche mai.
E, fondando governi assoluti, hanno insultati ed oppressi i più; hanno innalzati, insuperbiti, e fatti o lasciati essere oppressori i pochi e malvagj: quindi la loro fama, in proporzione dell'utile arrecato agli uomini, riesce pur sempre picciolissima o nulla agli occhi dei savj; ed agli occhi della moltitudine è durata quanto l'imperio loro, o poco più.
In fatti, per quanto sia stato grande Numa, credo che la fama di Giunio Bruto in Roma avanzasse di gran lunga, e giustamente, la sua; poichè Numa con tante savie leggi non avea però potuto o voluto impedire le seguenti tirannidi, che avvilita ed oppressa la tennero; e Bruto all'incontro, con una sola generosissima impresa, avea stabilito quella libertà da cui nacque la vera Roma, che fu poi per tre secoli la maggiore e la più perfetta cosa pubblica di cui si abbia esempio nel mondo.
O, finalmente, grandi erano codesti principi per avere, in un regno già stabilito, governati i lor popoli con somma politica, umanità, e dolcezza? ora, qual trista specie di uomini è dunque codesta dei principi, a cui viene ascritto come somma virtù, a cui acquista immensa fama ed eterna, il semplice esercizio del loro più stretto dovere? esercizio, al quale (se essi ben distinguono le cose) va annessa ad un tempo con il maggior loro utile la loro propria intera e sola felicità.
Fu egli mai riputato sommo verun giudice, pel non commettere evidenti ingiustizie? verun pastore, per non disperdere il proprio gregge? verun padre, pel non trucidare i suoi figli? un uomo, in somma, è egli tenuto maggiore degli altri, soltanto per non esser egli e scellerato e crudele? Così è, pur troppo! Tanta è la facilità, la possibilità, e l'invito al mal fare per chi sta sul trono, che chi, nol facendo, ha operato, o lasciato operare dalle leggi un certo anche minimo bene, è stato riputato grandissimo.
E, vista la nostra debile ed insolente natura, allorchè alcun freno possente non la corregge, un tale principe si dee pur troppo riputare grandissimo.
Fra queste tre specie di principi magnati, piglierò per esempio della prima, Alessandro; della seconda, Ciro; della terza, Tito: e paragonerò l'utile da essi arrecato agli uomini, e quindi la somma della loro fama, alla fama ed utilità arrecata da un solo valente scrittore; e sia questi il più antico; il gran padre Omero.
Alessandro, le cui vittorie e conquiste da nessun principe non furono mai agguagliate, non giovò ai Macedoni; perchè, della infinita gente ch'egli estrasse dal proprio regno, il più gran numero ne periva nell'Asia; e dei pochi che si arricchirono della preda dei Persj, niuno quasi ne ritornava in Macedonia: e questa, allo svanire di quell'aura prima di gloria che al popolo conquistatore si aspetta, rimanea un picciolo regno da se, poco o nulla serbando di quelle sue già tante conquiste.
Alessandro ai Greci non giovò, poichè dalla epoca sua si deve ripetere la intera cessazione della lor libertà, per cui sola i Greci si erano creati il primo popolo della terra: ai Persj non giovò, poichè distruggea il loro impero, smembrandolo: agli altri popoli del globo non arrecò nè utile, nè danno: ai principi nati dopo lui, e che senza le sue virtù imitare lo vollero, gran danno arrecò; e più ancora ai popoli posteriori, che furono di quelle mal nate abortive ambizioni la vittima: Alessandro, in fine, alla universalità delle successive generazioni null'altro lasciò di se stesso, se non il terrore, o la maraviglia, del nome.
Ciro giovò ai Persj fondando il loro impero, e assicurandolo con savie leggi; per quanto pure elle siano combinabili col governo d'un solo.
Ma Ciro, come avviene in ogni principato, assai più giovò ai suoi successori re, che non ai suoi popoli.
E in prova di ciò, tolta una certa disciplina militare, che neppur molto durava, e che in nulla era da paragonarsi alla greca e romana dappoi, in qual virtù, in quale arte divennero mai eccellenti i Persiani? quai lumi ebbero? quali ne arrecarono alle soggiogate nazioni? quai tratti di sublime grandezza d'animo ci hanno tramandati le loro storie? dove sono le loro storie? Un vasto e muto silenzio di molti secoli, interrotto di tempo in tempo da milioni di schiavi armati, e sempre disfatti da poche centinaia di Greci liberi, ogniqualvolta all'Europa affacciavansi; è questa la storia della nazione che nacque dalle leggi di Ciro: e se i greci scrittori stati non fossero, nè di Ciro, nè de' suoi Persj, il nome pure pervenuto sarebbeci.
L'utile arrecato da questo conquistatore legislatore a' suoi popoli, fu dunque assai picciolo; alle remote nazioni fu assolutamente nullo; alle postere, nullo: ed il nome di Ciro, per essere più antico e non Greco, è anche rimasto assai minore di quello d'Alessandro.
Tanto è vero, che negli imperj assoluti non viene nulla più riputato chi fonda che chi distrugge: ed è questa una tacita giustizia degli uomini, che con ciò dimostrano, che negli assoluti imperj anco il fondare è un mero distruggere.
Tito, appellato delizia del genere umano, giovò per pochi anni a Roma col rispettare alquanto le leggi da' suoi predecessori barbaramente straziate; ma non ne fece pur niuna, che saldamente impedire potesse ai successori suoi di commettere le atrocità dei suoi antecessori.
Qual utile effimero fu dunque mai questo? Perdonò Tito ad alcuni congiurati; ma ciò fece anche Augusto, e lo stesso Tiberio.
Potea Tito giovare grandemente a Roma, tentando almeno di rifarla libera e virtuosa; ma ad una tal cosa neppure ei pensava.
All'universale degli uomini non giovò egli, nè nocque; null'altro di lui rimane, che il nome; e questo si va proponendo ogni giorno per modello ai principi tutti.
Tito non è perciò imitato; ma se pure il fosse, quale utile ne risulterebbe ai popoli sudditi? un brevissimo istante di precario respiro, per poi risoffrire al doppio le oppressioni del successore.
Ed in fatti, se anco da noi tutti non si dovesse aver mai altri principi, che dei simili a Tito, ne saremmo quindi noi forse maggiormente uomini? nol credo; poichè i Romani non ridivennero maggiormente Romani sotto Tito, nè sotto Trajano, nè sotto gli Antonini, di quello che il fossero sotto Augusto, Tiberio, e Nerone.
I veri Romani, cioè l'adunanza di tutte le virtù possibili in un ente umano, erano quella tal pianta, che allignar ben doveva a tempo dei Bruti, dei Catoni, e dei Fabj; ma, all'ombra dei Titi e dei Trajani, non mai.
Esaminate queste tre specie di principi grandi, veniamo presentemente al grande scrittore.
Omero, verde e fresco dopo più di due mille anni, come se ier l'altro ei vivesse, agli uomini tutti presenti e futuri giova e gioverà; nè ad alcuno mai nocque, se non a chi volle, senza averne l'ingegno, imitarlo.
La virtù, e la sublimità egli insegna; il cuore dell'uomo sviluppa e commove: guerriero egli e legislatore, amico degli uomini e del vero, gli illumina discoprendolo.
Ed a così immenso giovamento quanto dal suo insegnare si trae, vi si aggiunge di più quell'immenso diletto che a tutti egli arreca; cosa che nessun gran principe, neppure giovando, non arrecava ai popoli mai.
Omero fu invidiato da Alessandro, senza accorgersene questi, nello invidiargli Achille: ma, se Omero rivivendo paragonasse la sua propria fama a quella d'Alessandro, non credo io che egli mai Alessandro invidiasse.
Ma, quando anche in vita fossero essi stati, o sembrati uguali il gran principe e il grande scrittore, eguale non può mai essere in appresso la loro memoria e fama, per due potentissime ragioni.
Prima; che il principe non può aver giovato che ai soli suoi popoli, e per un dato tempo; lo scrittore a tutti, e per sempre.
Seconda; che il principe ha tratto la propria grandezza da mezzi che non erano in lui stesso; poichè, se non avesse egli avuto e stato e potenza, nessuna delle sue imprese avrebbe potuta condurre a buon fine: ed inoltre, di cotesta sua propria grandezza niuno stabile effetto ai posteri ne può il principe tramandare; null'altro del suo alla voracità del tempo involandosi, fuorchè la memoria ed il nome: e questi anche, se debbono rimanere grandi davvero, abbisognano pur sempre d'un grande scrittore.
Al contrario lo scrittore sublime, tutto in se stesso, ed in se solo, trovando; fabro egli solo della propria grandezza, non meno che dell'utile altrui; alle seguenti età tramanda eternamente la viva sua fama, non quasi un vuoto nome, ma corroborata e giustificata dal proprio libro.
CAPITOLO NONO.
SE SIA VERO, CHE LE LETTERE DEBBANO MAGGIORMENTE
PROSPERARE NEL PRINCIPATO, CHE NELLA REPUBBLICA.
Ragionando io da sì gran tempo di letterati e di principi, mi si para naturalmente innanzi una questione che par meritare capitolo da se; benchè molte parti di essa io ne sia venute accennando nel corso di questo libro secondo.
"Le lettere, debbono elle veramente più prosperare nel principato che nella repubblica? e, se così è, quale ne può essere la trista e lamentevole cagione? il difetto di tal cosa sta egli nelle lettere stesse, o nei letterati, o nei popoli fra cui, e per cui questi scrivono?"
Di queste cose tutte, quanto potrò più brevemente sviluppandole, discorrerò.
Ecco da prima, che se ai fatti ricorro, trovo pur troppo, che dei quattro secoli, in cui con lunghi intervalli fiorirono le lettere, tranne il primo e il più fecondo, quello di Atene libera, gli altri tre furono senza dubbio promossi e per così dire covati dai principi di cui conservano i nomi.
Quindi, se imprendo ad esaminare la non lunga rassegna degli altissimi scrittori d'ogni nazione e d'ogni secolo, trovo il numero dei nati in principato per lo meno eguale al numero dei nati in repubblica; e la loro eccellenza trovo pur anche divisa; ma non però tanto, che la vera e massima eccellenza (cioè la massima utilità) non si debba originare quasichè tutta dai letterati nati in repubblica.
Gradatamente poscia ritrovo la seconda e minore eccellenza presso i nati in principato, ma non fattisi nè lasciatisi proteggere.
La terza ed infima eccellenza finalmente ritrovo per lo più negli scrittori nati schiavi, rifattisi poi doppiamente schiavi; e, come tali, pagati, inceppati, e protetti.
E venendo agli esempj, se fra gli scrittori tutti noi poniamo in prima riga i sommi filosofi, che, come padri d'ogni lume, ci si debbono di necessità collocare; bisogna pur confessare, che questi erano tutti Greci; cioè liberi: e non erano, nè Egizi, nè Indiani, nè Persj, nè Assirj.
E bisogna aggiungere, che non solamente erano liberi, ma anche sprotetti, e spesso anzi perseguitati.
Tali furono Socrate, Platone, e Pittagora.
A questi tre seguita e cede, a parere del retto giudizio, Aristotile; che la macchia d'essere stato pedagogo di Alessandro, e d'esserne nato suddito in Stagira, non poco pure oscurare dovea la sua fama fra i Greci, e alquanto forse la sua filosofia indebolire e minorare.
Ma non credo necessario di annoverare i tanti e tanti altri filosofi capi-setta, di cui la Grecia libera abbondò, per darla interamente vinta per questa parte di letteratura alle repubbliche.
Lo investigare altamente le cagioni delle cose, e principalmente le morali, non fu, nè potea esser mai l'arte, non che promossa e protetta, ma nè pur tollerata ne' suoi cominciamenti, dal principe; il quale, fra le cagioni d'ogni male politico, non può ignorare d'esser egli la maggiore e la prima.
Se la filosofia seguitiamo traspiantata di Grecia in Italia, i veri romani filosofi troviamo pure essere stati quasi tutti anteriori ad Augusto: Panezio, Varrone, Lucrezio, Catone; ed in ultimo, maggiore di tutti, il gran Tullio; figlio, a dir vero, di morente repubblica, ma scrittore pure, e pensatore, non degno di nascente tirannide.
Filosofi investigatori di politiche e morali verità, l'Italia non ne ebbe dappoi quasi niuno di vaglia, infino al Machiavello.
Questi, profondissimo in tutto ciò che spetta ai governi, nella sublime e intera cognizione e sviluppo del cuor dell'uomo inimitabil maestro, è stato e merita d'essere capo-setta fra noi.
Ma il Machiavello è pure anche figlio di una tal quale agonizzante repubblica: e benchè con alcune dediche ai medícei tiranni disonorasse egli alquanto se stesso, pure da essi per somma ventura sua non essendo stato protetto, luminosamente perciò scrisse il vero.
Ciò non ostante, come pianta troppo straniera alla Italia serva e avvilita, poco fu egli considerato, e poco letto, e assai meno meditato e inteso finch'egli visse; dopo morte, rimase assai screditato ed egli e il suo libro.
E circa a quest'autore mi conviene qui di passo osservare una strana bizzarria dell'ingegno umano; ed è, che dal solo suo libro del principe si potrebbero qua e là ricavare alcune massime immorali e tiranniche; e queste dall'autore sono messe in luce (a chi ben riflette) molto più per disvelare ai popoli le ambiziose e avvedute crudeltà dei principi, che non certamente per insegnare ai principi a praticarle; poichè essi più o meno sempre le adoprano, le hanno adoprate, e le adopreranno, secondo il loro bisogno ingegno e destrezza.
All'incontro, il Machiavello nelle storie, e nei discorsi sopra Tito Livio, ad ogni sua parola e pensiero, respira libertà, giustizia, acume, verità, ed altezza di animo somma: onde chiunque ben legge, e molto sente, e nell'autore s'immedesima, non può riuscire se non un focoso entusiasta di libertà, e un illuminatissimo amatore d'ogni politica virtù.
Eppure, il Machiavello, proscritto dai principi per mera vergogna di se stessi, e dai popoli poco letto e niente meditato, volgarmente viene da tutti creduto un vile precettore di tirannia, di vizi, e di viltà.
Né sarà questa una delle minori prove in favore di quanto asserisco; che i filosofi non possono essere mai pianta di servitù; poichè la moderna Italia, in ogni servire maestra, il solo vero filosofo politico ch'ella abbia avuto finora, non lo conosce, nè stima.
A voler poscia seguitare le tracce della filosofia ne' suoi lenti e luminosi progressi, ci conviene varcar monti e mari, per ritrovar Bacone, Locke, e pochi altri, ma tutti figli di libertà.
La Francia, così colta pel rimanente, non potea pure mai, come serva ch'ella era, procreare filosofi sommi, e massime in politica; o se pur li creò, non poteva allevargli e serbarli.
Bayle ne fa prova, il quale, per poter essere filosofo vero, e scrivere come tale, si trovò costretto di cessar d'essere Francese, e di ricoverarsi in Olanda.
Montaigne, oltre lo stemma gentilizio, (che in quei tempi serviva ancora d'usbergo) dalle due tirannidi e principesca e pretesca si sottrasse anche dietro alla scorza del pirronismo, e di un certo molle faceto, che tutti i suoi scritti veramente filosofici avviluppa, senza punto contaminarli.
Montesquieu, in questi ultimi tempi, alquanto più ardiva, ma non però mai abbastanza; il che di tanto più gran macchia alla sua fama riesce, quanto si vede benissimo da ciascuno, che egli per solo timore tacque, o adombrò, o intralciò quelle semplici ed alte verità, le quali egli pure assai vivamente nel più profondo del cuore sentiva.
E, senza più dire dei filosofi, parmi dagli esempli aver provato abbastanza, che quella filosofia, ch'io volentieri chiamerei LA SCIENZA DELL'UOMO, e che è la prima parte e base d'ogni vera letteratura, viene sbandita, perseguitata, ed oppressa dal principato; e sarebbe oramai dal mondo estirpata, se in diversi tempi le diverse repubbliche ricoverata non l'avessero.
E quella parte di essa, che diviene poi il necessario condimento d'ogni qualunque libro, si vede più o meno negli scritti abbondare, secondo che più o meno è schiavo l'autore, ed il popolo nella cui lingua egli scrive.
Esaminiamo ora gli oratori.
Da prima, se io miro ai due sommi, Demostene e Cicerone, erano pur nati in repubblica: e di quanti altri ottimi la Grecia e Roma non abbondarono? Ma, se lo sguardo rivolgo ai moderni oratori di principato, li trovo esser pochi, e assai meno grandi, e vuoti di cose, e neppure sanamente adorni di faconde e sublimi parole; e in somma, di politici li veggo trasfigurati interamente in sacri, o in panegiristi: ottimi forse in tal genere, ma molto meno conosciuti, e letti, e gustati; i sacri, per essere la materia che trattano, più venerata che amata; i panegiristi, nauseosi quasi sempre, come vili menzogneri tributarj o del vizio, o dell'errore potente; e come tali, meritamente obbliati.
E quali altri oratori può esservi nel principato? che hanno eglino a dire? dove a parlare? chi ad ascoltarli?
Passiamo agli storici.
Tra la inutile folla di essi, pochi pur sempre ritrovo essere stati gli storici sommi; ed erano Greci, ed eran Romani, e sono Inglesi; cioè sempre, e liberi, e non protetti scrittori.
E chi si attenterà di mettere gli storici schiavi e protetti a confronto dei liberi sprotetti? Tucidide, Polibio, Senofonte; Livio, Sallustio, Tacito; Hume, Robertson, Gibbon; si udiranno forse a fronte di costoro rammentare i Patercoli, i Flori, i Varchi, i Segni, gli Adriani, i Guicciardini, i Du Thou, i d'Orleans, o che so io? E tralascio tante migliaja d'altri storici non saputi, non letti, e non apprezzati; sì, perchè timidi tessitori erano di storie di paesi che non avendo prodotto uomini nulla insegnano all'uomo, e non meritano quindi d'essere conosciuti; sì, perchè in ogni parte costoro si mostravan minori del loro già niente alto tema.
Ma, se ai poeti vengo; oimè! che io veggo questa sublime e prima classe di letterati contaminata quasi sempre, e deviata, e spogliata d'ogni utilità, ed anzi fatta espressamente dannosa, dalla pestifera influenza del principato.
Né mi si apponga ora a contraddizione, se i poeti vengono qui da me intitolati la prima classe di letterati; avendo io pur dianzi attribuito il primato alla filosofia.
Giustamente io reputo la classe dei poeti essere la prima, in quanto giudico che debbano essi, secondo l'arte loro, essere anche profondi filosofi; e dovendo pur anco essere caldi efficaci oratori, e, sopra tutto questo, poeti; a loro si aspetta certamente (allor che son tali) la primazía fra i letterati, come alla filosofia spetta il primato fra le lettere.
Pure, anche traendo esempj di poeti, troverei, annoverandogli, e la loro vita adducendo, che i più, e i maggiori, se non erano nati liberi, erano però liberissimi d'animo, giusti estimatori della politica libertà, e abborritori nel loro cuore di quella stessa tirannide che spesso li proteggeva o pasceva.
Ma, fra gli altri esempj, giova pure non poco a provare il mio assunto, l'essere stato e libero e non protetto il principe e padre di tutti i poeti.
Omero, cieco e mendico, non si sa pure, e non apparisce da' suoi scritti, che egli tremasse di nessun principe, nè che da alcuno di essi cercasse, o ricevesse protezione; non è contaminato di adulazione nessuna il suo libro; e la sua fama non è meno pura, che immensa ed eterna.
Esiodo parimente, non si sa ch'egli soggiacesse a protezione principesca.
Ed ecco a buon conto i due, che per essere stati i più antichi si possono riguardare come inventori e fondatori dell'arte; ecco, che ritrovata pur l'hanno, e cotant'oltre portata, senza la macchia di principe proteggente.
Esaminando poi i progressi di quest'arte divina, si trova la poesia fatta gigante nella Grecia, dove non v'era principe niuno a promuoverla.
La lirica fra le mani di Orfeo, d'Alcéo, di Saffo, e sommamente di Pindaro, ritrova e fissa la sua inagguagliabile perfezione.
Così la drammatica, da Eschilo, da Sofocle, da Euripide, e da Aristofane, riceve principio e compimento perfetto, senza che protezione di principe unico non v'entri per nulla: ma v'entrava per molto bensì la onorevole, e non mai rifiutabile protezione del principe popolo; e tale era, fortunatamente per l'arte, il popolo d'Atene.
E così la egloga pastorale, le satire, ed ogni specie in somma di poesia, nacque e si perfezionò fra i Greci, senza l'insultante mortifero ajuto di nessuna assoluta ed unica potestà.
Che se gli altri tre secoli letterarj videro crescere all'ombra del principe quei sommi poeti di cui si fregiarono, la maestà e sublimità di quei primi Greci varrà ben tanto (io spero) da potere ella sola starsene a fronte di tutti questi altri poeti; i quali di ogni cosa sono debitori più assai alla loro imitazione di quei sommi Greci, che non all'ajuto dei loro sozzi ed inetti protettori.
E se a Virgilio avesse mancato l'appoggio d'Omero, di Esiodo, e di Teocrito, che avrebbe egli creato col solo appoggio d'Augusto? E che sarebbero in somma pressochè tutti i poeti nostri moderni, e i teatrali specialmente, se i Greci, inventori d'ogni cosa perchè erano liberi, non avessero a loro insegnato ogni cosa; e se, in tal modo, non gli avessero protetti di necessaria, verace, e non vergognosa protezione?
Dagli esempj ricavati da ogni specie di letterati, parmi dunque aver chiaramente provato; che le lettere tutte, come semplicemente dilettevoli, hanno tanto maggiormente prosperato in repubblica che nel principato, di quanto è di gran lunga superiore l'inventare al solo imitare; e che, come utili, le lettere vi hanno tanto maggiormente prosperato, quanto la filosofia, storia, e oratoria, prese in se stesse, possono riuscire più giovevoli che la nuda poesia.
Ma questa sola può allignare nel principato, massimamente allorchè nulla dice: ed anco allignare vi può dicendo pur qualche cosa; e ciò, mercè il velo sotto cui ella le tre altre nasconde.
La trista cagione, per cui la poesia (ma deviata sempre moltissimo dal suo vero fine) può sola prosperare nel principato, parmi essere, da prima, il lenocinio del diletto, che anche sovra i duri cuori dei dominanti può molto; in oltre, dall'essere la poesia finzione, ne nasce la lusinga nel principe, che seducendo egli o corrompendone l'artefice, potrà ottenervi luogo a se stesso, e sorrepire in tal modo presso ai posteri una fama non meritata.
L'attribuisco, oltre ciò, all'essere necessariamente arte del poeta il parlar d'ogni cosa, ma il non discuterne nè dimostrarne alcuna; all'essere la poesia per lo più molto maggiore motrice di affetti nell'animo, che di pensieri nella mente; al potere il poeta, mercè delle imagini, parlare agli occhi; mercè del numero, agli orecchi; mercè dell'eleganza, alla sottigliezza del gusto; e tutto ciò, senza che l'intelletto pensante gran parte vi prenda: lo attribuisco in fine al potere il poeta esser sommo (o almeno parerlo) senza che sommo sia ciò ch'ei dice, purchè lo sia il modo con cui lo dice.
E tali erano in fatti quasi tutti i moderni poeti: e indistintamente tali sono stati, e saranno, tutti i non liberi e protetti scrittori.
Credo, che tutte queste allegate ragioni fan sì, che agli occhi del principe la poesia sola trovi grazia; e che perciò ella sola possa fino a un certo segno prosperare, e prosperato abbia, nel principato: ma non però mai quella sublime poesia, che al proprio immenso diletto l'utile della filosofia, e l'impeto della oratoria aggiungendo, non può nè nascere mai, nè fiorire, se non in vera repubblica.
E chi s'ardirebbe negarmi, che se alle immagini, agli affetti, armonia, eleganza, e giudizio del poeta di principe, annessa venisse la sublime robustezza, l'amor del vero, l'ardire, la fierezza, l'indipendenza, e il forte e giusto pensare del poeta di repubblica, quello solo che tutto ciò raccozzasse, sarebbe veramente il sommo poeta? il sommo, sì, quello sarebbe; poichè da quello soltanto verrebbero ad un tempo commossi tutti gli affetti, dilettati tutti i sensi, sviluppate ed accese tutte le virtù.
Ma, se tale poeta vi fu mai, tali, o quasi tali, erano senza dubbio i poeti principali d'Atene.
Ed in fatti (se pur mi dicono il vero quei che sanno di greco e latino; che io del primo nulla so, e nell'altro piuttosto indovino che intendere) nessuno desidera in Omero, od in Pindaro, la eleganza di Virgilio e d'Orazio; poichè quanta ne hanno costoro, tutta da quelli per imitazione l'han tolta; ma, chi è che non desideri sotto il divino pennelleggiar di Virgilio il fecondo inventare d'Omero; il dignitoso e libero dialogizzare di Sofocle, d'Euripide, e di Lucano; il robusto conciso pensare e sentire di Tucidide e di Tacito?
Quindi, a me pare, che il principato permette, nudrisce, intende, e assapora i mezzi poeti; cioè i molto descriventi narranti e imitanti, ma poco operanti, e nulla pensanti; ma che degli interi poeti (quali alcuni ne sono stati, o essere possono in natura) non gli ebbe mai, nè gli avrà, che la sola repubblica.
Se dunque le lettere non sono ciò che per se stesse elle dovrebbero essere, il difetto non sta certamente nelle lettere.
Altro limite non conoscono elle che il vero; e solo se lo propongono per fine.
Ma, e gli uomini che le trattano, e gli uomini che se ne prevalgono, quando son trattate dagli altri; e gli uomini che, governando, o le lasciano fare, o le impediscono, o le deviano; questi uomini tutti, imprimono alle lettere il marchio, direi così, del loro proprio intimo valore.
Quindi è, che da un principe proteggente, da pochi e non liberi lettori, da molti autori tremanti o protetti (che sinonimi sono) si viene a procreare una tale specie di letteratura, che non eccedendo lo stato di convalescenza degli animi di costoro, dee perciò rimanere di gran lunga indietro dalla intera pompa delle umane intellettuali facoltà.
E però ci convien pure, vergognando, tergiversando, e sommessamente mormorando, dalle sole ben costituite repubbliche ripetere in ogni qualunque genere i più alti sforzi dello ingegno dell'uomo.
CAPITOLO DECIMO.
QUANTO IL LETTERATO È MAGGIORE DEL PRINCIPE, ALTRETTANTO DIVIENE EGLI
MINORE DEL PRINCIPE E DI SE STESSO, LASCIANDOSENE PROTEGGERE.
La maggioranza del letterato sul principe consistendo, più che in ogni altra cosa, nella intima conoscenza ch'egli ha del principe e di se stesso, non potrà veramente esser egli il maggiore, se per intima convinzione egli il maggior non si reputa.
Ma tale non potrà riputarsi per certo, se egli colle opere sue non arreca, o non tenta di arrecare agli uomini assai più vantaggio, che il principe non arrechi lor danno.
Ora, uno scrittore che così opera e pensa, non potrà assolutamente mai soggiacere alla protezione di chi egli crede (e con ragione) essere tanto minore di se; di chi egli odia, come facitore di cose contrarie alle sue; di chi egli spregia, come privo per lo più d'ogni virtù, d'ogni lume, e d'ogni ingegno; di chi in somma egli teme e abborrisce, come esercitatore di una soverchia potenza, la quale è morte d'ogni verità e di ogni sublimità in qualunque uomo sconsigliatamente a lei si avvicina.
Con questa giusta e precisa idea del principe e di se stesso, il letterato potrà egli mai seppellirsi in tanta vergogna, coprirsi di tanto obbrobrio, quanto fia quello che giustamente a lui tocca, se egli riceve o mendica ajuti o sostegno da una persona temuta, abborrita, e sprezzata non poco da tutti, e sovranamente da lui? Gli scrittori dunque che così non ragionano, oltre la infamia, ben ampia pena del volontario loro errare ne riportano; così in se stessi finchè son vivi, come nei loro libri; ove pure i lor libri rimangano.
I posteri giudicano il valore del libro dallo schietto utile che ne traggono; cioè dal vero che vi si contiene, e che solo può esser fonte dell'utile: e giudicano in oltre il valore dell'uomo dal libro: ma nè l'uno nè l'altro mai, dalle loro circostanze.
Ed in fatti, circostanza nessuna vi può essere, che nelle cose non necessarie a farsi, scusi il mal farle, o il farle meno bene della propria capacità; il che in letteratura è un malissimo fare; mentre tutte le circostanze si poteano pure interamente domare, col non far nulla.
Quanto a se stessi poi, i letterati protetti portano nel loro cuore l'orribile martirio di essere costretti a tenersi minori di quel principe, che essi, e tutti, a giusto dritto, egualmente dispregiano.
Costoro, col fero supplizio di Tantalo, in mezzo alla propria passeggera fama, ne patiscono in se stessi una tormentosissima sete: che nessuna propria fama può esistere agli occhi di quell'uomo, il quale, se stesso non potendo stimare, diviene per forza minor di se stesso.
CAPITOLO UNDECIMO.
CHE TUTTI I PREMII PRINCIPESCHI AVVILISCONO I LETTERATI.
Il primo premio d'ogni alta opera è la gloria.
La gloria è: Quella stima che il più degli uomini concepiscono d'un uomo, per l'utile ch'egli ha loro procacciato; quelle laudi che il mondo glie ne tributa; quella tacita maraviglia con cui lo rimira; quel sorridergli dei buoni con gioja e venerazione; quel sogguardarlo con torvi e timidi occhi, de' rei; quell'impallidire degli invidi; quel fremere dei potenti: che tutti questi sono i corredi della nascente gloria fin che l'uomo in vita rimane.
Ma, l'apice di essa non s'innalzando mai totalmente che su la di lui tomba, io credo che la più vera e pura gloria non sia già quella che viene riposta nelle altrui lodi; ma quella bensì, che consiste nella intima divina certezza dall'uomo portata con se stesso al sepolcro morendo, di veramente meritarla.
A chi con forte ed intenso volere si propone un tale sublime premio, niun altro premio non può cader nella mente; ma, se pure ad alcun altro guiderdone intendono le sue brame, ogni qualunque ch'egli ne riceva o ne speri, oltre la gloria, minoramento gravissimo diviene di quella.
I premj tutti adunque, che gloria e gloriosi non siano, macchiano sempre e minorano la sublimità d'ogni impresa.
Ma, poichè nell'uomo l'ingegno è tanto più nobil cosa che la forza, innegabile sarà che le opere della mente siano altrettanto maggiori di quelle della mano.
E ogni premio dovendo essere conveniente e degno della fatica, sarebbe cosa ingiuriosa a un tempo non meno che obbrobriosa, se, per ricompensare l'ingegno, si venisse il corpo a premiare.
L'opera dello scrittore, è opera intera di mente; della mente dunque sia il premio.
Ora, nessun principe al mondo può dare un tal premio, per cui la mente soltanto ne venga ad essere veracemente onorata.
Può darlo bensì un popolo libero; e col semplice applauso può darlo.
Il guerriero ha esposto la vita, e benchè il capitano operi del pari colla mano e col senno, pure, per aver egli con ferite, con pericoli e travagli menomato il suo corpo, egli può oltre la gloria accettare altresì tali altre ricompense, che quella rimanente sua vita e più comoda e più larga e più dolce gli rendano.
Ma lo scrittore, che coll'intelletto soltanto lavora, per quanto anche ne venga a soffrire il suo corpo, egli però non lo espone mai a nessuno evidente pericolo.
Il guerriero serve alla patria; e, a ciò eletto da lei, lavora per essa, E noterò qui di passo, che guerrieri, altri che per la vera patria, io non ammetto fra i sommi: e i condottieri dei principi, se sommi pure sono stati, o sembrati tali ai nostri occhi, non l'erano essi certamente ai lor proprj; che un Turenne, un Montecuccoli, o tale altro simile, non potea mai nel suo intimo core stimare se stesso, quanto un Scipione, un Annibale, un Fabio, o tanti altri sommi, che capitani erano per la loro vera e libera patria.
Ma lo scrittore, eletto all'arte sua da se stesso, non serve a nessuno, altro che al vero; e non solo per la patria sua, ma per gli uomini tutti e presenti e futuri ei lavora.
Chi dunque avrà e dritto ed ardire di ricompensarlo, se non se gli uomini tutti? E in qual modo? coll'accordargli la nuda gloria, che era la sola ricompensa da lui già propostasi.
Parmi dunque, che tutti i grandi uomini, che in un modo qualunque giovano agli altri, si possano degnamente ricompensare con aggiungere loro giusti premj alla gloria; ma, che da questi tutti eccettuare si debbano i soli letterati; perchè la loro arte è spontanea; perchè si esercita con la mente soltanto, e senza pericoli; e perchè in somma, abbracciando questa per la sua utilità tutti gli uomini, non ne risguarda pure mai particolarmente nessuno.
A chi mi dirà; che lo scrittore potrebbe pure abbisognare d'altro che di gloria; risponderò: "Scrittore eccellente non sarà questi mai, nè lo poteva mai essere; poichè egli si è pure proposto per fine dell'arte sua, per se stessa nobilissima, dei premj che tali non erano: premj, che stanno in mano di pochi, che glie li possono negare come dare; che possono ingannarsi; a cui bisogna piacere e compiacere per ottenerli: e il piacere e compiacere a codesti assoluti premiatori, non si può certamente accordare col piacere a se stesso, al retto, ed al pubblico." La gloria all'incontro, essendo un premio ideale, ed un mero nome, nulla toglie a chi la dà; per essere ella data dai molti, non si può mai dir sorrepita; e per essere ella legittimamente ottenuta in semplice dono dai molti datori, ella porta con se ai pochi che la ottengono l'impareggiabile eterna prova, che quei soli pochissimi erano pur riusciti nella difficilissima impresa di piacere, compiacere, e giovare ai molti uomini.
Lo scrittore veramente sublime, non può dunque mai abbisognar d'altro, che di semplice gloria; perchè, se egli d'altro abbisognava prima d'esser sublime, non ha certamente potuto divenir tale, appunto perchè proponevasi egli un fine niente sublime; ma s'egli è caduto in bisogno dopo di avere ottimamente composto i suoi libri, la intatta sua fama, e le immacolate egregie sue opere, gli avranno certamente procacciato qualche virtuoso amico, che, prevenendo i bisogni suoi, lo impedirà di contaminarsi in appresso.
Ma, se pur fosse possibile, che egli un tale amico non ritrovasse, lo scrittor d'alte cose, in qualunque stato ridotto ei si veda, non potrà mai apporvi rimedio che alto non sia.
Pascano adunque i principi e i loro sgherri e soldati, e i loro giumenti, cortigiani, servi, e buffoni; si ricompensino con ricchezze onori e gloria i sommi guerrieri dalle vere repubbliche; ma, con la sola e purissima gloria si guiderdonino i letterati dagli uomini tutti.
CAPITOLO DUODECIMO.
QUAI PREMII AVVILISCANO MENO I LETTERATI.
Pure, non voglio io per una severità, che in questi snervati secoli parrebbe soverchia, (benchè soverchio non sia mai ciò ch'è vero) privare gli scrittori, che uomini sono anch'essi pur troppo, della dolcezza di tanti altri premj, che gloria non sono, ma che non pajono alla gloria nocivi.
Mi giova perciò l'investigar brevemente quali siano codesti premj, e chi dargli e chi riceverli possa.
Premj, che non siano gloria, e che pure non la vengano a contaminare con la loro mistura, altri non so vederne, fuorchè certi onori, tributati, quasi a nome di tutti, dagli uomini, costituiti in una legittima dignità, a chi se ne sia fatto degno.
Questi onori, che mi pajono essere i soli veraci, sono raramente concessi nelle repubbliche; perchè l'autorità essendovi divisa e permutabile in molti, non v'è mai fra i dignitarj una tale persona e sì grande, (parlo di estrinseca grandezza) che venga stimato un onore appo gli uomini il sederglisi accanto, il coprirsi, il mangiare alla mensa sua, o simile altra principesca puerilità.
Oltre ciò, le repubbliche volendo, e con ragione, che ogni loro individuo cooperi all'atto pratico del presente vantaggio, hanno tenuto per lo più gli scrittori per una gente oziosa e poco utile.
E in fatti, le lettere possono parere meno utili assai in una sana repubblica, dove gli uomini son buoni già dalle giuste e ben eseguite leggi, che non in un principato dove già sono pessimi dal servire.
Ma, per una trista fatalità, elle possono nondimeno più facilmente allignare là dove il bisogno di esse è molto meno incalzante.
Ove però le repubbliche volessero pur dare alcuni onori a chi ottimamente scrive, innegabile è ch'elle sole li potrebbero dare veraci.
Se Sofocle, per esempio, avesse ottenuto dalla sua città, per legge vinta, di sedersi infra i più alti magistrati, o alcun'altra simile distinzione; essendo una tale particolarità accordata dai molti là dove i molti negarla o impedirla poteano, vero ed importantissimo onore, nobile e sovrano premio si dovea un tal privilegio riputare.
Ma, se un solo, a cui nessuno può, nè osa contraddire, accorda una qualunque distinzione, ella dee intitolarsi favore, e non mai onore; perchè non fa prova di merito niuno; e quindi potendola ottenere un inetto, e assai più facilmente che un sommo uomo, necessariamente diviene questa distinzione una macchia alla vera virtù.
Le sole repubbliche adunque onorare possono davvero i loro scrittori; i principi null'altro possono, se non se favorire e distinguere i loro schiavi.
Quindi, l'essere scrittore pubblicamente onorato in repubblica, attesta l'aver dilettato e giovato ai più; l'esserlo nel principato, attesta l'aver forse dilettato i più, ma l'avergli ad un tempo traditi, cercando con false massime di giovare ad un solo.
Ciò posto, se io risguardo Cicerone come semplice letterato, non lo biasimo quindi moltissimo dell'essersi voluto far console: eppure, per acquistare una tal dignità in quei tempi, molti raggiri, pratiche, e viltà, gli sarà convenuto adoprare; il che senza dubbio gli sarà riuscito di molto minoramento alla stima di se stesso, all'altezza dell'animo suo, e quindi ai suoi libri, alla sua fama, alla sua gloria.
Ma la maestà e importanza di una tale e fin allora legittima dignità; la nobil fermezza con cui la esercitò Cicerone; la difficoltà dei tempi; l'esser egli nato libero ancora, e perciò necessario membro della repubblica; e in fine, l'aver egli fra tanti torbidi con tanto calore e felicità coltivato sempre le sacre lettere; tutto questo ammirare e scusare e venerare mi fa Cicerone.
E credo, che ad ogni letterato perdonare e concedere si potrebbe, il volersi delle lettere far base e scala a divenir console in Roma a quei tempi: cioè, a divenir più grande, più importante, e possente di assai più largo nobile e legittimo dominio, che nol sono dieci dei nostri moderni re, presi a fascio.
Ma pure, nel perdonargli una tale ambizione, bisognerebbe confessare ad un tempo, che codesto scrittor-consolo nuocerebbe non poco alla perfezione dell'arte sua; e si dovrebbe pur sempre riguardare da chi è ben sano di mente, come un traditore delle lettere.
Costui dunque in suo cuore avrebbe creduto essere maggior cosa un console, che uno perfetto scrittore; e che quella pubblica carica, data da altrui, fosse più importante cosa che non la sua privata altissima carica di scrittore; carica che niuno può dare, nè torre: non si sarebbe ricordato costui, che dei consoli ve ne erano stati a centinaja, e che gli eccellenti scrittori ad uno ad uno e pochi si annoverano: e da questa sola colpevole dimenticanza del primato innegabile dell'arte sua sovra tutte, ecco tosto lo scrittore fatto minore della propria arte.
Tolta adunque ai letterati ogni speranza ambiziosa, o nociva nelle repubbliche; tolta loro ogni ambizione di onori e di ricchezze nel principato; ad essi non resta, oltre alla gloria, altri premj che non gli avviliscano, fuorchè i semplici onori nelle repubbliche.
E dico espressamente, i semplici onori; e non le cariche o dignità; perche queste non si possono ottenere senza gareggiare coi concorrenti; e il gareggiare, allorchè in virtù schiettamente non si gareggia, suppone sempre un raggiro, e delle pratiche non letterarie affatto, e indegne perciò d'un vero letterato.
Nè si possono le cariche o dignità esercitare a dovere, senza abbandonare, o sospendere e guastare gli studj.
Non è dunque scusabile mai, nè merita gloria quell'uomo, che sprezzatore si fa della propria arte.
E si avverta, che le Muse sdegnose non sublimano mai sovra gli altri colui, che non le apprezza e sublima sopra ogni cosa.
Dolce e grandioso spettacolo sarebbe stato, se Atene, in vece di uccidere Socrate, lo avesse fatto sedere pubblicamente in mezzo agli arconti, senza esserlo: così, se gl'Inglesi avessero a Locke e a Milton assegnato luogo in parlamento, senza formalità di elezione, nè esercizio di carica alcuna; ma ivi collocatili, quasi nazionali gemme, degne di rilucere tra il fiore di un colto e libero popolo.
Sono questi gli
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