IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga - pagina 19
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Ci volevano ancora tre ore.
Cesare sentì il bisogno di escire a prendere una boccata d'aria, e far quattro passi.
Quando ritornò, Elena aveva già fatto apparecchiare la colazione nella sua camera, perché non si sentiva bene.
Ella era pallida, sembrava stanca, si strascinava lentamente coi capelli ancora disfatti su di una lunga veste di camera slacciata.
Senza che egli glielo avesse chiesto gli disse:
- Sono indisposta, ma non è nulla.
Un po' di stanchezza.
Ho dormito poco in questi giorni...
Bisogna aspettarselo.
Non mangiò quasi a colazione, sembrava che a tavola ci stesse per far compagnia al marito.
Dopo sparecchiato si sdraiò sulla poltrona, rifinita, e lui non osò lasciarla sola mentre la donna si affaccendava ancora per la camera.
Entrambi cercavano gli argomenti per scambiare qualche parola breve e fredda.
Così trascorsero parecchi giorni.
Col tempo il primo impeto di dolore disperato che sembrava collera andava mutandosi in una tristezza desolata e taciturna.
Un giorno verso sera, arrivò donn'Anna, tutta scalmanata, collo scialle giù per la schiena, facendosi accompagnare stavolta da Roberto.
Nella notte Elena diede alla luce una bambina.
Il marito che aveva atteso nella stanza accanto, trasalendo dall'intimo delle viscere ad ogni lamento soffocato che si udiva, allorché aprirono l'uscio si sentì balzare il cuore alla gola in un sol palpito.
Egli si accostò al letto di sua moglie, sgomento, con un gran tumulto di pensieri e di affetti in cuore.
Elena, abbattuta, col viso bianco, pareva non ci avesse più una sola goccia di sangue nelle vene.
Come la chiamavano con voce carezzevole ella voltò il capo dall'altra parte, con quell'espressione di disgusto, di dispetto infantile che hanno certi ammalati, senza aprire gli occhi.
Le sole parole che disse furono:
- Lasciatemi stare! Lasciatemi stare!
La bambina l'avevano messa da parte, come un mucchio di biancheria.
La madre in silenzio, aveva interrogato la levatrice con uno sguardo ansioso e febbrile, ma al sentirsi rispondere la magra consolazione: «Una bella bambina», aveva richiuso gli occhi con quella stessa aria di noia, di stanchezza e di fastidio.
Don Liborio era corso a prendere la Camilla.
Donn'Anna affaccendata s'era impadronita della bambina, la portava in trionfo, tornava a posarla sul guanciale accanto all'Elena per fargliela vedere.
Questa finalmente aprì gli occhi a stento, e le rivolse uno sguardo stanco.
- Sarà bella come un amore! esclamò la nonna.
Elena rispose con un movimento delle spalle che fece smuovere le coperte, e mormorò, rinchiudendo gli occhi:
- A che giova?...
Il povero marito ne fu mortificato, quasi quelle parole fossero rivolte a lui.
Egli non osava fiatare e si sentiva estraneo in mezzo a tutta quella gente che riempiva la sua casa, donn'Anna, il suocero, Camilla, Roberto, si lasciava scacciare a poco a poco fuori della camera, dalla suocera, dalla levatrice, dalla serva che si affaccendavano intorno al letto di Elena.
Andò ad attendere nel salotto, insieme al suocero che chiacchierava con Roberto sul canapè.
Di tanto in tanto Camilla veniva a dire qualche parola al cugino sotto voce, e tutti e due scomparivano nel terrazzino; e il babbo aspettava sbadigliando, colle mani sul bastone.
L'alba cominciava ad imbiancare nella piazza.
Infine donn'Anna venne col cappello in testa ad annunziare che Elena stava riposando.
Roberto diede il braccio a Camilla, e tutti se ne andarono.
Rimase solo colla moglie, la quale aveva le mani e il viso bianchi come la tela su cui posavano, assopita in un sonno penoso che di tanto in tanto la faceva riscuotere con un gemito soffocato, senza aprire gli occhi.
Il medico non si era mostrato del tutto tranquillo, ed era tornato due volte nella giornata.
Cesare solo spiava ansiosamente il volto e le parole di lui.
Donn'Anna, Camilla, tutta la famiglia, andavano e venivano senza sospettare di nulla, empivano di frastuono e di via vai tutta la casa.
Elena aveva un moto doloroso della fisonomia per esprimere il male che le arrecavano i più lievi rumori, un voltar la testa pallida dall'altra parte, una contrazione delle sopracciglia sulle palpebre chiuse, uno stringer di labbra.
Soltanto allorché il marito si chinava sul letto per dirle sottovoce di bere una tazza di brodo o di prendere una medicina, apriva gli occhi, lo guardava con una specie di meraviglia, lo seguiva collo sguardo mentre egli andava e veniva per la stanza in punta di piedi, con rara sollecitudine, delicata e femminea.
Allorquando si svegliava di soprassalto dal suo corto sonnecchiare, lo vedeva sempre là, sulla poltroncina ai piedi del letto, che si alzava pian piano, e si accostava per domandarle all'orecchio come si sentisse.
Molte volte, in quelle tristi veglie al lume della lampada notturna che lasciava il letto nell'ombra, dinanzi a quella forma indistinta di cui non si udiva neppure un soffio, di cui spiccavano solo i capelli bruni, e le ombre vaghe del viso, Cesare fu assalito da un pauroso presentimento da un terrore superstizioso che gli agghiacciava il sangue nelle vene al pensare che in un momento di disperato dolore egli aveva invocata la morte, la morte per sé o per lei, non sapeva per chi.
Allora tutta la sua collera, tutta la sua angoscia si fondeva in un'altra angoscia sorda e molle, in una tenerezza cieca e disperata che gli avrebbe fatto afferrare piangendo quelle mani lunghe e bianche posate sulle lenzuola, se non avesse temuto di destarla.
Ella, quando si sentiva un po' meglio, lo guardava con quegli occhi pieni di febbre, troppo sfinita per poter parlare, o come se non avesse osato farlo, quasi volesse domandargli perdono del male che gli aveva fatto, con certa serenità carezzevole di bestia malefica, inconscia ed irresponsabile, con un sorriso melanconico, stendendogli le mani pallide.
In quei momenti ei le leggeva sino in fondo all'anima, attraverso quegli occhi limpidi, e pensava che ella gli aveva dilaniato il cuore senza sospettare di fargli male, al pari del fanciullo che tortura un uccelletto.
S'egli avesse avuto l'ispirazione di parlarle in questo senso Elena forse avrebbe pianto con lui.
Ora, pensava lui, era tardi.
Ora bisogna distruggere e dimenticare persino quella lettera fatale, e ricominciare un'altra vita di intimità e d'affetto per riconquistare quel cuore a furia d'abnegazione e di sacrifici, col dimostrarle che le si abbandonava tutto intero, fiducioso e dimentico di quel ch'era stato.
Un mattino in cui il medico aveva detto finalmente che non c'era più bisogno di lui, e l'Elena appoggiata a un monte di guanciali sorrideva del suo sorriso pallido, in mezzo a tutti i suoi parenti, ei domandò:
- Vuoi vedere la Barbara?
- Che Barbara?
- Nostra figlia.
- Vuoi chiamarla Barbara? Ah, è vero.
È il nome di tua madre.
Ma non è bello; del resto fa come vuoi.
La mamma, che aveva i suoi pregiudizii a questo riguardo, e sapeva che se c'è due dello stesso nome nella famiglia il più vecchio se ne va per cedere il posto, conchiuse:
- Bisogna trovare un bel nome per la piccina; un nome di buon augurio: Fortunata, per esempio!
- Aurelia! suggerì Camilla.
- Barbara! sentenziò don Liborio.
Il primo nato deve portare un nome dei genitori del marito, il secondo quello dei genitori della moglie, e così di seguito per tutta la parentela.
- Grazie tante! esclamò Elena alzando la voce per la prima volta.
- Quanto a me mi fermo alla Barbara!
XII
Nel salottino color d'oro, alla luce tranquilla della lampada, Elena, inginocchiata sul tappeto, si trastullava colla sua bambina come fosse ridivenuta bambina anch'essa.
La spogliava per rivestirla a modo suo, si divertiva a vederla agitare le gambucce e a baciarle i piedini color di rosa, sembrava invasa da impeti di frenesia al sentirla galloriare, quasi la Barberina prendesse parte alla festa, colle manine tese e brancicanti, cogli occhietti ancora vaghi e senza sguardo; si slanciava su di lei come volesse soffocarla colle carezze, e la baciava con una specie di furore amoroso.
Di tanto in tanto si arrestava, anelante, seduta sulle calcagna, lisciandosi i capelli sulla fronte, per riprender fiato, e balbettava al marito:
- Guarda! guarda! che amore!
Poi se la pigliava al seno, nudo, per sentirsi fra le braccia tutta la sua creatura, andava a mettersi dinanzi allo specchio, discingendosi con arte, acconciandosi sul capo un fazzoletto rosso a guisa di quelle Madonne che aveva viste dipinte, assorta in un'ammirazione così ingenua della sua bellezza sensuale che diceva di allattar lei la bimba, e non voleva la toccassero altre mani.
La maternità era un'altra maniera di espandersi la sua sensualità sottile, l'ambizione, la leggerezza, la bizzarria che c'era nel suo temperamento.
Il marito, lì davanti, colle sue cartacce sotto il braccio, col viso pallido dalla fatica, col sorriso distratto, non aveva nulla di artistico agli occhi di tal moglie, nulla di teatralmente affettuoso.
Per poco non gli rimproverava:
- Tu non le vuoi bene alla Barberina!
In lui tutto era modesto: il lavoro, la tenerezza, la generosità delicata.
Quando facevano dei progetti per l'avvenire della bimba, dei castelli in aria, quelli di Elena erano sempre i più belli e i più pittoreschi.
Parlava di cercare una bambinaia inglese, e una istitutrice toscana, maestri di musica, di disegno, di lingua, che so io.
Una volta lanciata, rifaceva colla figliuola i fantastici progetti della sua giovinezza, che non si erano realizzati.
Cesare non osava però rompere con una parola quelle divagazioni sfrenate dell'immaginazione, sorrideva dolcemente, quasi per richiamarla alla realtà.
Ma in cuor suo si sentiva delle vaghe angoscie, come l'eco dei dolori che quelle illusioni gli erano costate.
Però le sue inquietudini si calmavano alla luce blanda di quella lampada, fra quelle note pareti, al cinguettio infantile di quelle due voci adorate.
E ripeteva dentro di sé: - È una bambina anch'essa! e glielo diceva anche col suo sorriso un po' triste, accarezzandole colla mano la testolina bruna allo stesso modo che accarezzava la testolina bionda della figliuoletta: - Bambina! bambina mia! Tu sei ancora una bambina.
E sentiva una dolcezza melanconica, una specie di conforto al pensare che la sua Elena era così giovane od inesperta, da non accorgersi quasi del male che poteva fare, ch'egli era il suo protettore e la sua guida, e se pure un momento ella si era smarrita per correre dietro il suo cervellino romantico, la colpa era di lui, che non era stato abbastanza prudente, né abbastanza forte.
Il sentimento della propria debolezza era il suo maggiore tormento.
Gli pareva di diffidare della moglie perché diffidava di se stesso.
Si attaccava tanto più a lei quanto meno si sentiva a livello di quel carattere energico e risoluto.
Egli era la donna, l'amante, senz'altra forza che la devozione, l'abnegazione, il sagrificio.
Ma quante cose non gli aveva sacrificato l'Elena! Quanti pensieri gli tornavano in mente mentre accarezzava la testa di Elena! ed uno, il più doloroso di tutti, che non si presentava mai nettamente, ma gli offuscava, gli avvelenava ogni gioia, se Elena gli fissava gli occhi addosso, se gli rideva, se nella voce di lei sentiva un'intonazione più dolce, s'ella chinava il capo sotto la sua carezza come una colomba innamorata! No! no! era impossibile che quella colomba avesse guardato un altro così! che gli avesse parlato in tal modo!
Era una bambina! Era una bambina!
Allora posava la testa sulle spalle di Elena, la cingeva colle braccia, come per proteggerla, le parlava della figliuola per metter questa fra il presente e il passato.
- L'importante è d'impararle ad essere felice, la povera creaturina, a contentarsi del suo stato.
Non è vero, Elena? Quando si è contenti del proprio stato si è felici.
Noi non siamo ricchi.
Abbiamo avuto dei guai tanti! Ti ricordi, povera Elena? Ma ora son finiti.
Non è vero che son finiti?...
Dimmi, sei felice anche te?
Elena diceva di sì col capo, cogli occhi, colle carezze, coi baci...
Poscia tornava a baciucchiare la sua bambina, e a sballottarsela fra le braccia.
Giurava che oramai apparteneva alla sua creatura, nient'altro.
L'unica vanità d'Elena era di mostrare la sua creaturina alla mamma, alla sorella, alle amiche che venivano a trovarla, il visino roseo, nella cuffietta di pizzo, quel corpicino infagottato in una lunga vesticciuola ricamata, se la conduceva a spasso, sulle braccia della balia in gala.
Avrebbe voluto adornarla tutti i giorni a nuovo, come una pupattola, avere anche lei per la sua bimba una balia dal costume pittoresco, colle spalline d'oro, tutta ricami e gale di nastri.
Mentre componeva allo specchio un quadretto di genere, colla bambina al seno, drappeggiandosi lo scialletto sulle spalle, con un fazzoletto a colori vivi acconciato sul capo artisticamente, cominciò a provarsi di nuovo i cappellini impennacchiati, le vesti alquanto passate di moda.
Rivide il sorriso agro delle amiche, e le occhiate insistenti degli ammiratori.
A poco a poco la bimba che strillava sempre, che le sgualciva il vestito, che le pigliava tutto il tempo, fu lasciata alla balia.
Elena tornò alle sue visite, ai suoi concerti della Filarmonica, alla messa delle due, la domenica, prima di passare davanti al Caffè d'Europa, e prima d'andare a fare la passeggiata alla Villa, dalle quattro alle cinque.
Il marito fu persuaso che il suo studio ingombrava il quartiere, e lo trasportò al pian di sopra.
Nelle due stanze un tappezziere allogò a credenza tutta la sua roba vecchia, in un disordine artificioso e pieno di pretese suggerito dall'Elena.
Fu preso un altro domestico pel venerdì, canuto, maestoso, accuratamente raso, che aveva l'aria di aver fatto ballare sulle sue ginocchia la padrona.
Gl'intimi della casa si erano aumentati prodigiosamente.
Le serate musicali della signora Elena erano affollate di baronesse e di marchese più o meno decadute, di signore senza titolo ma che davano il tono alla moda, di uomini tutti della miglior società che potevano parlare sul serio delle loro relazioni aristocratiche, e venivano davvero da casa B.
e dalla duchessa C.
colle violette all'occhiello, e il cappello a molle sotto il braccio, a fare il loro dito di corte alla signora Elena, in crocchio attorno alla poltrona di lei, in aria di amabile confidenza, con quella disinvolta cortesia che ha in ogni parola, in ogni atto, in ogni inflessione di voce, delle sfumature finissime di alterigia, che affascina le donne, fa imporporare di sdegno la fronte degli uomini che ne sono feriti senza esserne presi di mira, e umilia i timidi e i delicati.
Essi mostravano di non accorgersi se mancava qualche cosa nel servizio, se il domestico che doveva aver l'aria per bene commetteva qualche goffaggine, se il padrone di casa era più timido dei suoi invitati.
Ma Elena arrossiva, si sentiva avviluppare da un certo impaccio anche lei, perdeva la sua disinvoltura nella preoccupazione continua di non esser ridicola per colpa altrui.
Il marito che non aveva avuto il coraggio di opporsi a quel nuovo tenore di vita, si eclissava spontaneamente per la sua riserbatezza abituale, ed anche per un certo amor proprio fine ed ombroso il quale gli faceva evitare dei contrasti umilianti che indovinava per istinto.
Egli voleva solo che Elena fosse felice, e dopo tutti i guai che avevano passati insieme, e nei quali gli pareva che avessero avuto una gran parte gli stenti attraverso i quali erano passati, gli pareva ora di dovere a lei quel compenso; credeva di riattaccarsela più strettamente colle soddisfazioni e coi divertimenti che le procurava per mezzo del suo lavoro.
Ella avrebbe detto: - C'è lì in un angolo, nascosto, noncurato, un uomo a cui devo questo lusso, queste feste, questi omaggi.
- Contava sulla gratitudine per rinsaldare l'affetto che vedeva vacillare negli sguardi distratti di lei.
Gli amici che bevevano il suo thè e logoravano i suoi tappeti non lo conoscevano quasi.
Il tono elegante della moglie, senza volerlo, lo allontanava da lei.
Le grandi maniere che Elena scimmiottava per tenersi a livello della sua società, e che non poteva cambiare da un momento all'altro come i servitori a giornata spogliavano la livrea e spegnevano i lumi, allargavano sempre più quella specie di separazione fra marito e moglie.
Egli tornava a casa stanco, disfatto, quando Elena usciva dal suo spogliatoio vaporosa ed elegante come una figura da giornale di mode.
Ella gli domandava affrettatamente se avesse bisogno di qualche cosa, suonava per chiamargli la serva.
Si lagnava: - Dio mio! a quest'ora! Con tanta gente che ci ho! - Trovava alle volte qualche minuto per sparire fra due usci, e andava a mettere la sua testolina ornata di rose purpuree o di camelie nel vano del suo uscio, dicendogli: - Non vieni un momento? Un momento solo! per farti vedere e non aver l'aria di non so che.
- Poi la mattina, stanca, assonnata, tornando dal teatro, o dal ballo, o dalle serate di musica si lasciava accarezzare sbadatamente, impazientandosi se egli le intrigava un nodo, o le strappava una forcellina.
- Dio mio! Dio mio! Tu non sai come son stanca! Tu ti alzi adesso! E la bimba? ha pianto? Perché non sei passato da casa Galli, un momento, per farti vedere? Che sonno! lasciami dormire!
Ma lui colla sua tacita devozione, colla sua generosità ignorata, coi suoi servizi senza pompa, col suo aspetto modesto, non poteva appagare il bisogno irrequieto di emozioni vietate, il sentimentalismo isterico, le tentazioni malsane, che la complicità di una vita facile doveva sviluppare ed irritare in Elena.
Ella si creava ingenuamente delle sofferenze ideali, si atteggiava da incompresa, da vittima, nel tempo stesso che godeva il frutto di quei sacrifici ignorati.
Cercava ancora il sogno della sua giovinezza delusa, ma rimaneva inespugnabile in mezzo a tutto un avvicendarsi di intrighi galanti, e di scandali color di rosa.
Prima fu un poeta che la ispirò.
Una gloria futura, che scriveva dei versi - a Lei! - a Te sola! - a Te che sai! colle sopracciglia aggrottate, e la destra nello sparato del panciotto, ritto su di un piede come un gallo, in mezzo alle dame che stralunavano gli occhi onde far credere ciascuna di esser lei, la sola, quella che sapeva.
Elena aveva voluto avere anche lei nel suo salotto quel cappone dalle penne di fagiano.
Leggevano insieme Musset ed Heine, contraffacendo il ghigno satanico.
Egli s'era spinto sino a tollerare Stecchetti per parlarle delle carni bianche, dei baci dietro la veletta.
Ella rimaneva assorta, sprofondata nella gran poltrona di velluto nero, col libro sulla ginocchia, le labbra scolorite, gli occhi vaghi ed erranti in cerca delle larve che creava ella stessa.
La bambinaia le irritava continuamente i nervi, una volta al giorno, cogli strilli della Barberina, strilli che la mamma non poteva soffrire.
- Mio Dio! mio Dio! Son queste le gioie della maternità? - E si metteva la testa fra le palme, disperata, con un arsenale di boccettine e di sali a portata di mano.
Di tanto in tanto donn'Anna, ansante dall'adipe, saliva le scale di marmo, e veniva a sfogarsi colla figliuola, regalandole anch'essa il racconto di suoi guai, - don Liborio che correva dietro le donne, Roberto che non otteneva più l'avanzamento, Camilla che non si maritava mai.
- Gran disgrazia! rispondeva Elena.
- Col poco che ha Roberto, bella prospettiva, quel matrimonio! Lasciateli in pace, mamma! Quando non si hanno almeno centomila lire di entrata, è meglio restar a casa.
- A te cosa ti manca? Di', cosa ti manca?
- Nulla! rispondeva Elena.
Cesare, sopraffatto dal lavoro, era felice allorché poteva rubare qualche minuto alle sue occupazioni, e veniva a sederlesi accanto, modestamente orgoglioso del benessere che le procurava, timidamente affettuoso.
Le parlava dei suoi progetti, della loro bambina, di tutte quelle cose che gli sembravano altrettanti legami fra di loro.
Come la vedeva distratta e indifferente, le chiedeva anch'esso:
- Che hai? Cosa desideri?
- Nulla, rispondeva Elena.
Egli si sentiva stringere il cuore a quella parola, all'aria di quel viso, al tono di quella voce.
Tornavano ad assalirlo suo malgrado dei sospetti angosciosi, delle memorie tristissime, una amara inquietudine che lo tentava, lo spingeva a cercare di leggere negli occhi e sulla fronte di lei.
No! no! Egli se ne accusava internamente e gliene domandava perdono.
Non voleva cercare in quegli abissi del cuore dove si snodano inesorabili e feroci tutte le serpi della gelosia.
Non voleva dubitare di lei, non voleva soffrire come aveva sofferto.
Non voleva passare quelle notti insonni accanto al suo capezzale, e quei giorni di sole implacabile.
Ella era stata fantastica, leggiera anche, ma colpevole no! Lo dimostrava l'imprudenza stessa di quella lettera, il non saper dissimulare, la sincerità delle sue stranezze.
Follie della mente, null'altro.
Ella viveva troppo in quell'atmosfera artificiale delle sue letture romanzesche.
La lettera a Cataldi era stata l'episodio di un romanzetto da educanda.
Ora era entrata nella vita vera, era madre, era troppo altera per non pensare a sua figlia.
Poi era troppo circondata, troppo adulata.
L'esuberanza morbosa della sua sensibilità avrebbe trovato uno sfogo in quell'esistenza di cui tutte le ore erano prese ripiene di distrazioni diverse, di allettamenti che si eludevano scambievolmente.
Sì, era stata educata come una principessa, don Liborio l'aveva detto.
Aveva bisogno di vivere a quel modo, ciò la rialzava nella sua stima stessa, l'avrebbe resa più fiera e invulnerabile, rialzava anche lui, il marito che gliene dava il mezzo.
Oltre la sensibilità pericolosa, ella aveva anche nel cuore le delicatezze squisite.
Ella avrebbe pensato a Cesare che l'amava come ella voleva essere amata, che viveva solo per lei, pel lusso in cui la faceva brillare, per le gioie che le procurava, che racchiudeva tutta la sua gioia, tutti gli splendori della sua vita, tutte le feste del suo cuore nel sorriso che le stava sul labbro, quando entrava nel suo studiolo, accompagnata dal fruscio superbo della sua veste, per dirgli - Ancora alzato? Povero Cesare!
Dalle finestre lucenti le ombre nere degli uomini, i profili eleganti delle signore, si allungavano nella queta oscurità del molo, ciangottante del sommesso mormorio del riflusso, nel formicolio dei lumicini delle barche ancorate, sotto il cielo alto e stellato.
Gli uomini si affollavano sui terrazzini spalancati, dietro le tende trasparenti, sotto la lumiera scintillavano le gemme.
Una voce calda e potente cantava al piano la romanza in voga.
La padrona di casa, più bella di tutte nel suo pallore color d'ambra, sembrava volesse eclissassi nel fondo della poltrona, colla fronte sulla palma, il bel braccio ignudo dorato dai riflessi di tutta quella luce, quasi sotto il fascino di due occhi ardenti che la fissavano dal vano di un uscio, ostinati, provocatori nella loro insistenza, su di un viso pallido e capelluto che attirava l'attenzione nella severa uniformità di tutti quei vestiti d'etichetta.
- Fategli la carità di rivolgergli un'occhiata, a quel povero Fiandura.
Elena si strinse nelle spalle, e cercò di sorridere, poiché il duca Aragno non era di quelli cui si può dare dell'insolente.
Più tardi, quando la folla cominciò a diradare dalle sale, nel crocchio degli intimi, le dame all'occaso che si arrabattavano in tutti i modi per afferrarsi al mondo che le abbandonava, cominciarono a sussurrare: - Fiandura! Fiandura! Dei versi di Fiandura! - sottovoce, con delle sfumature di sorrisi beati, battendo discretamente in anticipazione le mani inguantate.
Il poeta era arcigno, inflessibile, comprimendo tutte le tempeste del cuore col guanto grigio, scuotendo l'olimpica chioma ad un rifiuto superbo.
Allora tutte quelle Muse e quelle Grazie stagionate si rivolsero in coro alla padrona di casa, con gesti supplichevoli, con un interesse ridicolmente esagerato.
Elena arrossendo suo malgrado, disse con voce calma:
- Andiamo, Fiandura...
per queste signore...
Egli rispose con uno sguardo profondo, inarcando i baffetti ad un leggero sorriso, inchinandosi in modo che voleva dire:
- Per voi! per voi sola! - Poi levò al soffitto la fronte ispirata.
Il successo fu enorme.
Quelle signore sembravano invase dal demone dell'entusiasmo.
Aragno batteva le mani come un ossesso.
E il baccano fu tale che all'uscio del salotto comparve il viso sorridente di Cesare, un po' sbattuto e stanco, recante ancora le tracce del suo lavoro ingrato e senza poesia.
- Vedete per chi?!...
Vedete per chi?!...
sussurrò il poeta caldo ancora di ispirazione all'orecchio di Elena, seduta in disparte, smarrita nella folla che ingombrava la sua casa, cogli occhi ardenti e vaghi, sul viso smorto.
- Per quest'uomo che scrive delle citazioni! ed io che vi porto in cuore come un raggio di sole, come un profumo, come un tormento, devo lasciarvi nel talamo di quest'uomo...
Ah! se sapeste, Elena! quanti sogni, quante follie! quali tentazioni mi assalgono!...
- Tacete! disse ella.
- No! Non posso.
Mi sento pazzo, Elena! Vorrei stamparvi in faccia al mondo la stimate del mio amore! Vorrei morire ai vostri piedi!
- Tacete!
- Ah! voi! cuore di marmo! Non sapete quel che ho sofferto, da quanto tempo! Come vi ho invocata! come ho teso le braccia verso di voi! E quante volte!...
a mani giunte! quando vi ho scongiurato di accordarmi un'ora di cielo! Quante volte mi è parso di vedervi, la vostra ombra, il vostro fantasma, la vostra aureola, il vostro profumo, nella mia cameretta solitaria! Il rumore del vostro passo per le scale; il fruscio della vostra veste, la prima vostra parola, il primo sguardo, i primi baci dietro la veletta!...
- Domani! balbettò Elena con voce sorda.
XIII
«Oh, i primi baci dietro la veletta!» Ella li aveva dinanzi agli occhi febbrili, mentre saliva trepida e guardinga le rampe del Vasto, col passo leggiero, chiusa nella mantiglia, pallida.
Il ciabattino lercio che faceva da portinaio si fece ripetere due volte il nome del suo inquilino, guardandola sfacciatamente, canticchiandole dietro una canzonaccia oscena, che accompagnava picchiando del martello sulla suola, mentre ella saliva rapidamente la scala sudicia e nera, premendosi la mantiglia sul seno ansante, sino a un quinto piano smantellato.
Egli l'aspettava dietro l'uscio, più pallido di lei, e nell'anticamera buia, le domandò prima di ogni altra cosa se fosse certa di non essere seguita.
Poi le prese la mano per guidarla negli andirivieni dell'andito.
Ella non rispondeva, e si lasciava condurre nella vasta cameraccia piena soltanto di sole e di luce.
Di là si scorgeva come un panorama il mare, Capri, e un'immensa distesa d'azzurro.
Il poeta, trionfante, aveva spalancato il balcone per preparare la messa in scena, la festa del cielo che armonizzava colla festa dei loro cuori, la natura che sorrideva del loro sorriso, tutta la ricchezza di sensazioni delle anime privilegiate, che i ricchi della terra non possono comprare a peso d'oro.
Elena volse le spalle a quella luce sfacciata che la imbarazzava, infastidita, irritata.
- Non temere; nessuno può vederti, disse lui, le case dirimpetto non arrivano al secondo piano.
Se no, avrei chiuso il balcone.
- Sì, chiudete.
Fiandura indovinò vagamente la goffaggine in cui era caduto, chiuse le imposte, con un'aria misteriosa.
Poi corse a buttarsi ai piedi di lei, con uno slancio di tenerezza commovente, benedicendola per la felicità che gli arrecava sotto il suo povero tetto, baciandole il lembo della veste, mormorando con voce melodrammatica: - Grazie! grazie!
- Ho fatto male! diss'ella.
- Male? Ah! la gran parola! la parola di tutti coloro che non hanno mai sofferto, che non hanno amato, che non sanno quanto valga uno di cotesti momenti per certe anime! come uno di cotesti ricordi basti a riempire un'esistenza!
Qual'era il male, per lui, dotato della scintilla divina che rischiara ogni sentimento della sua vera luce, e lo rende etereo? che cos'era il marito, la legge, il mondo, per lui che aveva in cuore tutto l'amore dell'universo, nella sua più sublime essenza? Che cos'era la figlia di Elena per le opere che avrebbe potuto crear lui, ispirato da questo amore, in cui ella avrebbe messo la favilla, il pensiero, il soffio, il fiato? Egli aveva aspettato questo momento dieci anni! Aveva vissuto con questo sogno, aveva avuto sempre là quell'immagine che aveva presentito, aveva atteso colla doppia vista degli spiriti superiori, la sua ispirazione, la sua musa, verso cui aveva steso le braccia supplichevoli nei giorni neri, nei giorni di sconforto, che aveva invocato, che aveva conquistato, che gli apparteneva, era cosa sua, pel diritto che gli dava il suo lungo martirio, il suo amore, l'ispirazione che ella gli avrebbe dato, la gloria che l'attendeva, l'ingegno che metteva ai piedi di lei.
Elena, disattenta, con cento pensieri confusi negli occhi, guardava intorno come sbigottita, le pareti nude, la finestra senza tende, il lettuccio basso e piatto, i libracci squinternati, e gli scartafacci polverosi accatastati sulle seggiole in artistico disordine, tutta quella gloria di cartacce sudicie.
Ella ritirò vivamente la mano di cui egli voleva impadronirsi.
Allora il poeta, un po' sconcertato, prese a parlare dei suoi versi, degli argomenti che aveva in testa, di quello che voleva fare per rendersi degno di lei, perché ella andasse superba di poter dire, quando la folla pronunziava commossa il nome di lui: - È mio!
Si rizzò adagio adagio, poiché le ginocchia gli dolevano, e cominciava a comprendere che era ridicolo il rimanere in quella positura, se ella non lo tirava su fra le sue braccia.
Andò a rintracciare delle poesie che aveva scritto per essa, ispirato dall'amore, in quella stanzaccia tutta vibrante del pensiero di lei.
Ella ascoltava, cogli occhi intenti, bramosa di commuoversi alla cadenza melodiosa di quella voce concitata, che suonava come un sermone nel silenzio della vasta camera, isolata sui tetti.
Cercava anche lei qualche cosa, una parola adatta, un argomento che non seguitasse a far battere la campagna al pensiero, lontano dalla loro situazione.
Trovò soltanto:
- Avete scritto qui...
queste cose?
- Sì, rispose lui, pensando a voi! Qui non giungono altri pensieri, non sale voce umana.
Quando apro quelle imposte vedo soltanto dinanzi a me il mare immenso, e mi basta.
È l'alloggio di un uccello solitario.
Ve l'avevo detto.
- È un po' alto, - osservò Elena.
- Ha il vantaggio di non esserci vicini curiosi e importuni.
Mi piace la mia libertà.
Anzi posso ricevere chi voglio senza che nessuno se ne avvegga.
- Ah! diss'ella.
- Elena!...
No!...
Non quello che pensate.
Qui non ha messo il piede nessun'altra donna.
- Ah!
- Mi credete? Credete che allorquando si ha il cuore e la mente pieni della vostra immagine è impossibile profanarla!...
Mi credete che dacché vi conosco, dacché vi siete impadronita di tutto l'essere mio, mai un pensiero...
mai un atto...
Elena!...
- No! esclamò Elena bruscamente, tirandosi indietro.
No, Fiandura...
Non mi fate pentire di esser venuta!...
- Perdonatemi, Elena! son pazzo! È che vi amo come un pazzo! - Elena gli abbandonò la mano.
Allora il poeta incoraggiato, continuò: - Se sapeste come vi amo! Se potessi mostrarvi il cuore delirante per voi! Se potessi dirvi le parole con cui vi ho invocata! se potessi narrarvi le notti insonni, i giorni desolati, le febbri, quel che sento a una vostra parola, quel che è per me un vostro sguardo, quel che provo a un vostro sorriso, un gesto, il fruscio della vostra veste, il profumo dei vostri guanti! Quando vi vedo nelle vostre sale, circondata, corteggiata, adulata...
comprimendo l'angoscia nel mio petto!...
E come son geloso di tutti, delle ore in cui non vi vedo, delle case in cui non posso seguirvi, delle parole che vi dicono, degli uomini che discorrono con voi, dell'aria che respirate, del vostro passato...
Elena levò il capo con tal moto improvviso che gli tagliò netta la parola.
- Oh! mormorò ella amaramente col volto in fiamme.
- Che cosa?
- Nulla!
Il poeta sconcertato, riprese con fuoco:
- Sì, son geloso di quell'imbecille che si crede in diritto di farvi la corte perché ha un cerotto di corona sul biglietto di visita...
Elena fece una spallucciata che lo scombussolò completamente.
Oramai aveva vuotato il sacco del lirismo melodrammatico e cercava il modo, anche lui, di mettersi in carreggiata.
- Quanto era felice, al pensare che ella era là, che era venuta per lui! Come le stava bene quel vestito nero! Perché non si lasciava togliere un guanto? Soltanto cotesto! - Ella diceva di no, imbarazzata anche lei, umiliata di sentirsi ridicola ancor essa.
Era tardi, doveva andarsene.
- Ancora un istante! Egli aveva bisogno ancora di saziarsi gli occhi ed il cuore di quella visione celeste! Oh! il suo povero tetto! le sue povere gioie! la sua vita deserta! tanti anni! Aveva un mondo di cose da dirle e non le trovava.
Si sentiva sbalordito dalla felicità.
- A volte Elena gli saettava un'occhiata, rapida, avida anch'essa e pur diffidente, con un sorriso che si agghiacciava sulle labbra.
- No! no! Elena! non ancora! Se tu sapessi cos'è questo momento per me! per un cuore di poeta! Ne saresti superba anche tu.
Voglio crearti un trono di gloria, voglio eternare in un canto...
E ci tornava con un'insistenza spietata, ingenua, instancabile.
Il tempo scorreva rapidamente, sebbene nella stanza non ci fosse neppur l'ombra di quel volgare arnese che lo misura agli intelletti piccini, che regola prosaicamente le occupazioni dei borghesi.
Elena guardò il suo orologio, e si rizzò di botto, più seria di com'era venuta, aggiustandosi in furia i nastri del cappello e il lembo della veletta, cercando istintivamente cogli occhi uno specchio...
- No! no! è tardi, devo andarmene...
- Perché siete venuta dunque? esclamò il poeta lasciandosi vincere dal dispetto.
Elena si tirò indietro bruscamente, completamente trasformata da un istante all'altro, col viso basso, tutto una vampa, i lineamenti contratti, le sopracciglia aggrottate.
Poscia gli saettò in faccia un'occhiata che pel poeta fu una rivelazione, un lampo, l'ispirazione di gettarlesi ai piedi un'altra volta, scongiurandola di perdonargli.
- Era pazzo, era pazzo d'amore.
Aveva persa la testa.
Se ella non gli avesse stesa la mano si sarebbe buttato dal balcone, davanti a quell'immensità azzurra.
Si sarebbe sfracellato il cranio in mezzo a tutta quella festa di luce.
Elena nervosamente agitata, coi denti stretti, l'occhio smarrito sotto la veletta, aggiustandosi febbrilmente la mantiglia addosso, balbettava:
- Lasciatemi andare! lasciatemi andare!
- Ditemi che mi avete perdonato, Elena! Non mi lasciate così! Ditemi che vi rivedrò!...
- Sì, sì! ripeteva ella macchinalmente.
- Grazie.
Oh! grazie! Quando?...
quando vi rivedrò?...
- Non lo so...
non posso dirvelo ora...
È tardi...
Non ho un minuto di tempo...
Vi scriverò...
Ci vedremo...
Egli la seguiva passo passo per l'andito, mogio, a capo basso, inciampando nei mattoni smossi, dietro il passo rapido di lei che sembrava fuggire.
Elena chinò il capo nel passare per l'uscio che le era aperto, gettandogli una stretta di mano lenta e una parola che spirò sotto la veletta.
Ei rimase sul pianerottolo, col cuore che gli martellava, accompagnando ansioso quella veste nera che si dileguava rapidamente lungo le rampe della scala, quel sogno ambizioso e febbrile che sfumava volgarmente.
Quando era per scomparire, col cuore stretto dall'angoscia, le gridò:
- Ricordatevi!
Elena abbassò il capo, come se le fosse caduta una tegola addosso, stringendosi nella mantiglia.
Il portinaio tempestando di colpi di martello la suola della ciabatta le cantò un'altra volta dietro il ritornello osceno.
- Ah! mormorava Elena fuggendo, colle labbra contratte dal disgusto.
- Ah!
Per la strada incontrò il marito, il quale correva come un cavallo da lavoro su e giù per Napoli, carico d'affari e di preoccupazioni, in mezzo al via vai chiassoso della folla, e fece fermare la carrozzella, tutto felice d'incontrarla, di dirle una buona parola, di mettere un momento la sua immagine leggiadra fra le occupazioni noiose della sua professione.
- Come stai bene! Hai passeggiato molto? Sei rossa in viso.
Vuoi che ti accompagni in legno?
- No, vado qui vicino.
Grazie.
- Sai! per la causa col demanio, sono in giro dalle otto.
Va benone!
- Addio.
Egli si sporgeva ancora dal legnetto che correva saltellando sul lastricato per seguire cogli occhi amorosi l'andatura modesta ed elegante della sua Elena, la quale si allontanava frettolosa, rasente al muro, a capo chino, grave del pentimento di una colpa inutile.
Cesare invece correva dagli avvocati, dai procuratori, su e giù per le scale dei tribunali, tutto invaso e commosso dal pensiero di lei, onde procurarle quella vita agiata, quei mobili antichi, quei servitori coi capelli bianchi che avevano l'aspetto di averla tenuta a balia.
La casa oramai era messa su questo piede, che le amiche intime fossero almeno delle baronesse, e Cesare che pagava tutto si presentasse timidamente nel suo salone, fra le tende di broccato antico, e il duca Aragno desse a ogni cosa il tono, il gusto, il colore, le maniere grandiose che lusingavano la vanità borghese di Elena, le tenevano luogo dei suoi castelli in aria da ragazza, la rialzavano dall'umiliazione che aveva ricevuto dalla sua scappata sino alla soffitta del poeta, completamente obliato.
Il duca trionfava colla sua scuderia, col suo sarto, col suo gran nome buttato dall'alto in anticamera, colla gelosia pettegola di una vera dama che faceva parlare di sé tutta Napoli.
La tresca col duca era profumata, elegante, in un ambiente che raffina la colpa, l'accarezza e l'addormenta con tutte le mollezze, nel velluto, tra i fiori, coi piaceri artificiosi, coi riguardi scambievoli, coll'etichetta inflessibile, con tutte le buone maniere inventate dalla raffinata corruzione per far cadere mollemente l'onore di una donna.
Il poetuccolo, geloso per vanità, aveva scritto una satira furibonda contro di Lei.
- «Ti rammenti? - L'elegia erotica e accusatrice.
- Ti rammenti, nel salotto color d'oro? - Ti rammenti, quando venisti a trovarmi nella povera stanzetta? - La povertà tornava bene coll'intonazione piagnucolosa.
Le allusioni erano trasparenti come il cristallo, i particolari precisi per l'impronta di intimità che richiedeva l'argomento.
- Ti rammenti il primo bacio, sulla poltrona di velluto nero, ricamato colle tue cifre? e il fazzoletto che dimenticasti nella mia stanza? il profumo che vi lasciasti con esso? il tuo nome dolce al pari di quello della tua greca sorella? Ah! dove l'hai portato adesso quel profumo, traditrice? Nell'alcova principesca! nelle stanze anticipatamente profanate da altri amori volgari.
Hai barattato il tuo motto altero "Tant que vivray autre n'auray " contro una corona a cinque fioroni, perch'essa t'è parsa più nobile di una fronda d'alloro, e più bella dei vent'anni, e più splendida dei capelli biondi...».
La romanza continuava su questo tono per tre facciate di uno di quei giornaletti grandi quanto un foglio di lettera, che nessuno compra, e che tutti leggono ogni volta che si vitupera un uomo, un libro, o qualche altra cosa in vita.
Il marito della greca donna seppe in tal modo, un mese dopo, lo scempio turpe che si era fatto del suo onore.
Ma allorquando tentò di lavare la macchia in una maniera qualsiasi, con un colpo di sciabola o di pistola, non trovò per assisterlo un solo di quegli amici che gli stringevano la mano, che gli lasciavano il loro nome alla porta, venendo a far visita a sua moglie, che gliela avrebbero nascosta colla loro persona s'egli l'avesse sorpresa fra le braccia del suo amante, e che in cambio gli avrebbero fatto da testimonio s'egli avesse dovuto battersi per una ballerina o per una cortigiana.
Il poeta, in cima alle sue povere stanze, si drappeggiava superbamente, come nel suo paletò spelato, nella dignità dell'arte, nel sacerdozio della penna.
Trinceravasi dietro la irresponsabilità della finzione poetica.
Gli amici non osavano insistere onde approfondire la cosa.
Avevano fretta di levare i piedi da quella mota.
Schieravano dinanzi al marito la fama delicata della moglie, l'avvenire della figliuoletta, il pericolo di uno scandalo che sarebbe stato pregiudizievole in qualsiasi evento.
Citavano Cesare e sua moglie.
Infine, infine...
- E questa gente che si stringe nelle spalle allorché vi sentite spezzare il cuore pel tradimento di lei in cui avete riposto tutto il vostro affetto, la vostra fede, la vostra felicità, questa gente, se non sapete resistere a lei per cui il cuore vi sanguina, che amate ancora, e la quale vi dice, con lagrime vere, con singhiozzi che sentite venire dal cuore, aggrappandosi al vostro collo coi capelli sciolti, colle braccia convulse: - Perdonami! Perdonami! perdonami come Dio!...
Ebbene, questa gente, se voi fate come Dio, si stringe egualmente nelle spalle, ma di sprezzo.
Cesare tornò a casa, pallido come uno spettro.
E lì, colla figlioletta fra le braccia, pianse a lungo, disperatamente, di quelle lagrime che piombano ad una ad una sul cuore, e vi scavano un solco.
Tutt'a un tratto entrò l'Elena, coll'occhio impietrato, le labbra convulse e cascanti...
XIV
La gente, quando vedeva passare il marito un po' triste, ma calmo, come un uomo in lutto, accanto alla bruna e fiera beltà, gli gettava dietro il suo scherno, li seguiva cogli sguardi sfacciatamente curiosi, con un senso di desiderio e quasi di ammirazione per la donna, col cinico egoismo della folla, col sarcasmo feroce che getta il fango a due mani, senza cercare chi, fra la donna che inganna e l'uomo che è ingannato, sia realmente ridicolo.
- Le menzogne, le finzioni, le prostituzioni dell'una, quando gli usci son chiusi, e i domestici dai capelli bianchi si sono ritirati, i sorrisi falsi, le parole false, le carezze false, gli occhi pieni di un'altra immagine, farli mentire nel fissare gli occhi del marito, coll'eco di una parola ardente nelle orecchie, torturarsi il cervello per trovar una parola d'amore per quest'altro che non si ama più, - il rimorso, l'ostacolo vivente, il giudice, la paura.
Tutto ciò con un crescendo in proporzione della colpa che si sente montare al viso come una marea.
E quest'altro, l'uomo ingannato, sincero invece, che può guardare in faccia senza finzioni, che può stringere la mano quando vuole e a chi vuole, che può piangere a viso aperto allorché il cuore gli scoppia d'amarezza o quando gli esulta, eppure è costretto a confessare sottovoce, nel cavo del suo orecchio istesso: - Chi sono io?
Quando il marito offeso non schiaccia la donna sotto il tacco, al primo momento, non ha altro di meglio a fare che prendere il cappello e andarsene.
Se la donna ha il tempo di dire due parole, di spargere una lagrima, di fare un gesto, il marito perdona, e nove volte su dieci si rassegna.
Elena sarà caduta ai piedi di lui di un sol colpo, coi due ginocchi per terra, le braccia aperte, il viso disfatto, dicendo: - Uccidimi! - O si sarà arrestata sull'uscio, ritta, immobile, pallida, fiera, a fronte alta, ripetendo cogli occhi limpidi e lucenti - No! no! no! - O infine, sedendo in disparte e accavallando le gambe, colle sopracciglia aggrottate, col labbro sdegnoso gli avrà detto: - Sì! Che vuoi? non ti amo più! - Egli rimaneva pur sempre lo stesso uomo, fulminato dalla scoperta.
Trasalendo, ancora ansioso sotto il fascino di lei; e quegli occhi stralunati come quelli del moribondo che cerca la luce, hanno forse ancora in quel momento la dolorosa visione della gioia fuggita per sempre, di tutti quei fantasmi rapidi e vivi che inchiodano la lingua e fanno cascar le braccia.
Quindi l'abbattimento che sembra oblio, le tacite e scorate rassegnazioni, una parola vaga e senza senso, poi due individui che, dopo essersi tanto amati, si voltan le spalle silenziosi, si vedono solo dinanzi alla gente, scambiano qualche parola a tavola, dinanzi ai domestici, evitando di guardarsi, dimenticano a poco a poco, coi gomiti sulla tovaglia, fumando un sigaro sul canapè, affacciati al balcone - le abitudini che vi riprendono, la tirannia degli affari, con le mollezze della vita domestica, le attrattive dell'intimità, il sorriso della propria creatura, un parola, una mano incontrata a caso, un gesto molle, un ritorno del passato esitante, lento, che ha tutte le seduzioni di un primo abbandono.
Poscia ancora tutte le debolezze dell'amore che non siete riescito a soffocare completamente, tutti i languori del desiderio che vi si inspira, tutte le fiacchezze dei lieti ricordi che vi disarmano, tutte le tentazioni dell'egoismo che vi si insinuano.
- Ella tornerà ad amarmi.
Ella si rammenterà anche lei.
Ella ha fatto per me quello che per nessuno avrebbe fatto.
- Un bacio, infine cos'è? - Lo stesso ragionamento fatto per la lettera, quei ragionamenti biascicati sottovoce, col viso rosso.
- Vi amo! - cos'è? - una parola! - un momento di debolezza, di vanità, l'esempio delle altre, la vita disoccupata.
- Poteva strapparsela dal cuore così facilmente come poteva fuggirla? Cosa ci avrebbe guadagnato? E se ella reietta e libera si fosse abbandonata senza ritegno ad altri amori? Ella cercava l'amore.
La colpa era di lui che non aveva saputo darglielo.
Cosa era l'opinione del mondo in confronto di riaver l'Elena? Quando egli l'avesse scacciata, quando fosse rimasto solo, colla bambina macchiata nella culla, desolato, senza conforto, senza speranze, senza nemmeno il compenso di vederla restare con lui, cosa ci avrebbe guadagnato? Egli l'avrebbe riconquistata colla generosità, coll'abnegazione, coll'affetto, rendendole lieta e facile l'esistenza.
Sì, l'amava ancora il disgraziato! Era geloso al modo dei deboli, senza aver la forza di rompere la sua catena, colla vaga speranza che non osava confessare a se stesso di riconquistare il suo affetto a furia di generosità, di devozione, di rassegnazione persino! - Sì, una viltà! Ma non è la peggiore delle disgrazie esser vile? Se cercate bene, in ogni marito offeso che si vendica, allorché non vendica soltanto il sentimento sociale, c'è un residuo d'amore, il bisogno di rialzarsi agli occhi stessi della traditrice, il rimpianto dei giorni lieti dovuti a lei, delle sue attrattive rubategli.
XV
«Vostra madre sta male, e desidera vedervi.
Venite.
don Anselmo Dorello».
Cesare si sentì mancare le ginocchia.
Poi, accasciato sulla poltrona, si mise a piangere dirottamente.
Elena era lì presente, immobile, sembrava commossa anche lei.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, gli prese il capo fra le braccia, e se lo strinse al seno, in silenzio.
Il poveretto, in quell'ora nera che gli si stringeva addosso, sentì scendersi al cuore quella pietà come un'amara dolcezza.
La guardò cogli occhi lagrimosi, balbettando:
- Mia madre, Elena! mia madre, Elena!
- Vengo con te - diss'ella.
- Voglio venire anch'io.
Arrivarono al paesello verso l'alba.
Le finestre della casa paterna lucevano ancora.
Attraversarono le stanze in disordine, cogli usci spalancati, pei quali passavano i pianti della famiglia, l'odor vago dell'incenso, delle candele di cera, e della morte.
Don Anselmo, tutt'ora ornato dalla stola nera, venne loro incontro, sbarrando l'entrata colla sua persona, e in quell'istante solenne abbracciò il nipote, senza dir motto, lo portò quasi di peso sul vecchio canapè, in mezzo alle sorelle che piangevano.
- La volontà di Dio! - disse il prete, pallido anche lui.
- In ogni cosa c'è la volontà di Dio.
Elena, in quella desolazione, rimaneva come obliata in un cantuccio, si sentiva che era la sola estranea a quel dolore.
Chi si occupò di lei fu lo zio canonico, colui dal quale l'era stata mossa la guerra più aspra, quasi ora la morte avesse dissipato ogni rancore, gli avesse data una lezione severa di carità e di perdono.
- Siete tutti figli miei, - diss'egli.
- L'ho promesso a quella poveretta.
Nel paese fu una sorpresa generale.
L'argomento di tutte le conversazioni, lo stupore di coloro che tenevano il canonico per un uomo di carattere, e non avrebbero mai creduto che si lascerebbe abbindolare dalle moine della Napoletana, la forestiera che avrebbe dissipato i risparmi di don Anselmo, avrebbe mangiato le speranze delle cognate, per ecclissare le signore del paese col suo lusso.
Un maturo benestante che faceva la corte dalla finestra ad una delle sorelle di Dorello non si fece più vedere.
Lo zio Luigi, al quale delle anime caritatevoli erano corse a dare l'allarme, arrivò all'improvviso, tutto sottosopra, commosso sino alle intime viscere dal timore che suo fratello il canonico potesse essere rapito al suo affetto da un momento all'altro, come la cognata.
- Quando la morte picchia ad una casa non si contenta di così poco.
- Il sangue gli parlava nelle vene, il sangue stesso di don Anselmo, il quale aveva accumulato una bella sostanza, e doveva rammentarsi del sangue suo, prima di disporre in favore dei nipoti, e di gente estranea per soprammercato, che aspettava la sua morte per scialarla coi suoi denari.
Il paese intero diceva la stessa cosa.
Nella spezieria e nel casino non si parlava d'altro che del lusso di Elena, dei suoi ricevimenti principeschi, delle sue dozzine di cappelli, - aneddoti, pettegolezzi, maldicenze.
La signora Brancato, la signora Golano, tutte, andarono a farle visita in gala, seguite da certi servitori insaccati in livree a colori vivaci, impastoiati in guanti bianchi di cotone.
Elena sembrava tornata ai bei tempi della Rosamarina.
La morte che aveva colpito come un fulmine, il lutto che si era stretto attorno alla famiglia, l'aveva riaccostata intimamente e sinceramente al marito, di cui sentiva essere il solo conforto, quasi una cara e dolorosa memoria vivente delle amarezze che gli era costata.
Cesare non le aveva detto nulla, ma ella indovinava ai suoi tristi silenzi, agli occhi che gli si gonfiavano di lagrime, quando le stringeva commosso la mano, scrollando il capo, e pareva volesse dirle:
- Dimentichiamo! dimentichiamo!...
Una delle sorelle, nell'espansione disperata delle lagrime, aveva detto che la mamma non s'era più riavuta dallo spavento quando il canonico aveva scoperto la vendita segreta del sommacco e l'affare del vaglia mandato a Cesare di nascosto.
Sembrava che zio e nipote avessero sempre dinanzi agli occhi quelle parole, e non potessero guardarsi senza ricordarsene.
A poco a poco nella famigliuola andavasi facendo la calma del dolore, si riprendevano tristamente le abitudini della vita, l'intimità era meno silenziosa ma meno stretta.
Il prete tornava alla sua chiesa e ai suoi poderi.
Cesare aveva dovuto fare una o due gite alla città per affari, quantunque fosse l'epoca feriale.
Le ragazze ricominciavano ad occuparsi di faccende domestiche.
La vita li ripigliava, li distraeva, li separava, ognuno per la sua strada.
Dopo pranzo la Barberina, la quale prima col ricordo soltanto del suo nome, faceva gonfiare gli occhi di lagrime, chiamava alcuni istanti di allegria schietta, di vera festa domestica, colla sua innocente serenità, colle sue monellerie da bambina viziata.
Nelle carezze le fronti si spianavano, delle risate gioconde tornavano a risuonare nella vasta stanza piena di tante memorie tristi.
Elena godeva anch'essa di quei piaceri intimi, della gioia tranquilla, di quell'esistenza raccolta.
Colla volubilità estrema della sua natura le pareva che fossero passati dei secoli dal tempo delle feste mondane.
Provava una soddisfazione raffinata, un contrasto piccante, nell'evocare i sogni romanzeschi come cose lontane, nella fantastica contemplazione della natura, nell'azzurro del cielo, nel violetto delle montagne lontane, nella pace dell'ora silenziosa, nel cinguettio volgare delle dame colle mani rosse che andavano a trovarla.
Il barone si era fatto sposo con una delle più ricche damigelle di Avellino, e venne a far visita anche lui - sorpresi entrambi di trovarsi tanto mutati.
Elena sapeva ormai per esperienza che anche nelle sale sdegnose della grande città l'eco di una sostanza colossale ha sempre una grande importanza.
Egli aveva viaggiato e aveva lasciato qua e là un po' della sua pinguedine e molto del suo denaro.
In cambio aveva riportato dei vestiti di un sarto in voga, le maniere distinte, il frasario convenzionale dei saloni, la disinvoltura e l'impertinenza della sua ricchezza.
Elena ne fu piacevolmente impressionata, quasi lusingata, come ciò fosse opera sua, pel lievito che aveva lasciato la sua memoria in quel mezzo contadino.
E per quanto fosse padrona di sé, per quanto volesse persuadersi sinceramente di non aver più un pensiero che non fosse per suo marito, era troppo donna per non lasciarglielo indovinare.
Don Peppino dal canto suo era abbastanza incivilito per non accorgersene, per non fondarci sopra mille castelli in aria, aiutandoli colle chiacchiere sentite in caffè, dinanzi al banco del farmacista, nello studio del notaio.
Egli aveva raccolto, come gli altri del paesello, i pettegolezzi che correvano sulla riputazione dell'Elena.
Alla sua primitiva ammirazione ingenua per la cittadina, gonfiata nella disoccupazione del paesello, si mescolava adesso un sapore più acuto, l'immagine della sua nuca bianca, dei suoi occhioni grigi, le carezze della sua voce, il ricordo delle sue civetterie innocenti, il desiderio delle sue labbra rosse.
Il poco che ella gli aveva accordato s'ingigantiva e si inaspriva ora al sorgere di tutte quelle memorie, gli pareva che ella fosse stata qualcosa per lui, gli avesse lasciato come una promessa.
Ma tornando a farle visita, ogni volta, si trovava di nuovo impacciato e timido; sentiva ingigantire il suo desiderio all'ostacolo che incontrava in se stesso; continuava ad esprimerle la sua ammirazione bramosa con una riserbatezza esitante che aveva l'attrattiva del pudore.
La donna ricominciava a sentire un piacere mascolino nell'indovinare tutte coteste impressioni, nel solleticare coteste simpatie, nel provocare la confessione di questi sentimenti, come un seduttore raffinato gode nell'assaporare il turbamento che mette nell'anima d'una giovinetta, per l'attrattiva della novità, per la freschezza della sensazione, pel gusto di destare l'incendio senza lasciarsi scottare, di sfiorare il male senza cascarci.
No! stavolta non voleva cascarci! Egli le portava dei fiori, passava delle ore ad adorarla in silenzio.
Aveva finito per mandare a monte il suo matrimonio.
Tutta Altavilla avrebbe potuto credere che era l'amante di Elena.
Ma ella non gli aveva dato la punta di un dito.
- No, neppure la punta di un dito.
- Perché avete rotto il matrimonio? Sapete, non mi piace! No: siamo amici, sentite, ma niente dippiù! No!
Don Peppino arrivava a piangere di desiderio, di gelosia, di disperazione, baciandole le mani fredde.
- No! No! giammai! Io son maritata.
Poi le crudeltà della civetteria: - Cosa facevate ieri sera in casa Brancato? Non voglio che vi sdolciniate con quella sguaiata della Golano! - Nessuno dei miei amici deve andare in casa Azzari.
Buona notte ora, che è tardi.
E tutto il paese, inquieto, geloso, spiava per turno le finestre, si attardava nelle piazze, dai vicini, trascurava gli affari proprii per veder chiaro nella cosa, mandava in visita le donne, corteggiava don Peppino, sperando che cascasse in alcuno dei trabocchetti che gli si tendevano con discorsi insidiosi, che mettevano da lontano al punto controverso, interrogava ansioso il volto impenetrabile dello zio canonico, il lume della sua finestra che vegliava su quella di Elena nell'oscurità.
Almeno quello era un uomo, aveva la bocca per non parlare, ma aveva pure degli occhi per vedere; non somigliava a quel marito che se n'era andato a dar sesto ai suoi affari di Napoli, senza accorgersi del malanno che gli cascava sul capo ad Altavilla.
I più indulgenti dicevano che marito e moglie erano separati di fatto, da un pezzo, e serbavano le apparenze esteriori per riguardi umani.
Elena aveva procurato a Dorello una clientela ricca e numerosa.
Egli l'aveva sposata per questo, e faceva affari d'oro a Napoli, senza curarsi d'altro.
Si citavano nomi senza fine, date, aneddoti precisi e accertati.
Nella spezieria e al casino non parlavasi d'altro.
I curiosi si affacciavano sugli usci allorché le sorelle di Cesare andavano a messa; le signore allungavano il giro e passavano dalla piazza per vedere se c'era l'Elena affacciata, e scambiare un saluto dalla finestra, e se potevano anche quattro chiacchiere.
L'impiegato postale esaminava attentamente ogni lettera che partiva per Napoli all'indirizzo di Cesare Dorello, voltandola e rivoltandola dieci volte per ogni verso, prima di decidersi con un sospirone a metterla colle altre nel sacco della spedizione.
Se incontravano per via don Luigi, con suo fratello il canonico, andavano loro dietro, raccolti, intenti, per cercare di carpire qualche parola dei loro discorsi, e sentire se trattavasi del nipote o di sua moglie.
Il loro buon istinto non li ingannava del tutto.
Lo zio don Luigi andava a cercare ogni volta suo fratello il canonico per dirgli:
- È una porcheria! Non posso più escire di casa dalla vergogna.
Tutto il paese non parla d'altro.
La roba dei Dorello andrà in mano di una che ci disonora tutti!
- No; rispondeva il fratello colla sua calma inalterabile.
Lascia fare a me.
Vedrò io.
E parlava d'altro, evitando il discorso ogni volta che il fratello don Luigi ce lo tirava pian piano, fermandosi a chiacchierare colla gente che incontrava quasi non ci avesse altro in capo, più gentile ed ossequioso che non era mai stato verso il barone.
Ma le ragazze, le quali lo conoscevano meglio, sentivano, malgrado il loro triste raccoglimento, qualcosa di straordinario che pesava sulla casa, ormai vasta e deserta, come un pericolo, una minaccia, che maturava e si accostava lentamente; ed entravano timide nelle stanze della cognata, quelle stanze dove c'erano ancora tante memorie della loro povera morta, senza osare di fissarvi gli occhi, senza osare di fermarvisi, in presenza della foresteria, nel mutamento che indovinavano senza comprendere.
Una sera don Anselmo, passando dinanzi all'uscio di Elena, picchiò discretamente.
Don Peppino era seduto presso la finestra, e si alzò al comparire del canonico, quasi ei fosse stato un vescovo per lo meno, tutto ossequioso e imbarazzato.
Stette ancora un poco, chiacchierando a casaccio col prete impenetrabile e coll'Elena perfettamente calma.
Poi si congedò, come fosse sulle spine, e se ne andò un'ora prima del solito.
All'Elena, che glielo faceva osservare con perfetta disinvoltura, in presenza dello zio, appena don Peppino se ne fu andato, il canonico disse sorridendo:
- Son le dieci.
Voi credete sempre d'essere a Napoli.
Le dieci qui sono un'ora straordinaria.
Stette un momento in silenzio.
Poscia le prese la mano, e soggiunse colla sua voce insinuante da confessore:
- Anzi, ascoltatemi, nipote mia.
Certe visite, a certe ore, qui da noi danno nell'occhio.
Siamo in un piccolo paese, pieno di pregiudizii, di pettegolezzi, sapete...
Vi parlo come un parente, come un padre, come un confessore.
Non ve l'avrete a male.
- No! - disse Elena.
- Lo so, meschinerie, pura maldicenza.
Che volete farci? Non chiuderete la bocca ai calunniatori.
Don Peppino è giovane, ricco, scapolo...
si dice anzi che abbia voluto rimanere scapolo...
Il meglio è tagliare corto alle chiacchiere maligne, senza scandali, con bella maniera...
- Va bene, - interruppe Elena.
- Ho inteso.
XVI
Cesare tornò da Napoli all'improvviso, chiamato da un telegramma urgente di don Anselmo «per affari che reclamavano la sua presenza».
Da qualche tempo il canonico servivasi del telegrafo come un banchiere.
Elena al veder comparire suo marito si fece rossa.
Alle domande che lui balbettava, colla testa altrove, rispondeva distrattamente anch'essa:
- Sì, la Barberina sta bene, tutti stanno bene...
Chi non sta bene qui sono io sola.
Cesare evitò di rispondere.
Elena allora gli domandò, col suo viso duro che la trasformava completamente da un momento all'altro:
- Tuo zio t'ha scritto?
Cesare levò il capo, e i loro occhi s'incontrarono.
Voleva dire qualche cosa, ma non poteva.
Si scolorava in volto, impallidiva grado grado in un modo spaventevole.
Infine balbettò:
- È vero che la baronessa...
ti ha fatto scacciare di casa sua?...
Elena avvampò in viso.
Poscia impallidì anch'essa.
Ma non rispose, guardandolo fisso.
- Suo figlio...
ha mandato a monte il matrimonio...
per te?...
Ella non rispose nemmeno.
Lo speziale ha visto uscire don Peppino da questa casa...
di notte.
Cesare aspettò, ansante, tremando in tutte le membra, cogli occhi ardenti di lagrime.
- Ma rispondi! rispondi, sciagurata! Rispondi qualche cosa!...
- Voglio andarmene a Napoli, dai miei parenti, - rispose soltanto Elena.
Egli non disse motto, aprì la bocca senza fiato.
Barcollò.
Poi cadde su di una sedia.
Ah! ecco la risposta che gli dava! Non una parola di giustificazione, di conforto, d'affetto, di pietà, pel dolore atroce che pur doveva leggere nei lineamenti di suo marito! Non un pensiero per lui! non un pensiero per sua figlia? - Allora tutte le memorie nere, tutte le gelosie, tutti i dolori del passato gli morsero il cuore, vive, implacabili.
Un'immensa vergogna, un immenso scoramento, una collera amara lo invasero.
Egli non trovava le parole, ma tutto ciò gli scintillava in quegli occhi ardenti e pieni di lagrime, gli tremava nelle membra convulse.
Le afferrò le mani, con uno schianto di quella angoscia sovrumana.
Ella ebbe paura, soltanto paura, e si svincolò atterrita.
- No! esclamò Cesare con un riso amaro.
Non temere!
Don Liborio arrivò colla famiglia, compresa la Camilla, arcigna.
S'istallarono nelle migliori stanze della casetta.
Non aprivano bocca a tavola.
E dopo pranzo il babbo usciva a passeggiare col canonico, per regolare gli affari della figliuola, prima di riprendersela.
Egli era venuto armato del codice, del commentario, di tutti i suoi libri legali, felicissimo di poter sfoderare la sua eloquenza e i suoi cavilli.
Donn'Anna rovistava le casse e gli armadii della figliuola, andava attorno pel vicinato a dir roba da chiodi del genero, tirandosi dietro, in prova, la Camilla rassegnata e calma come una vittima.
Il paese ci godeva nello scandalo, lo allargava coi commenti, lo faceva irrimediabile.
Elena chiusa nella sua stanza, non si lasciava veder più, e don Peppino se n'era andato a Napoli per fuggire lo scandalo - per aspettarla laggiù - dicevano le male lingue.
- Ah! finiamola, finiamola presto, per carità, diceva Cesare allo zio, come uno che stia per perdere la ragione.
Il canonico, onde cercare di evitare il chiasso quando poteva, aveva fatto ogni concessione.
Finalmente, regolati gli interessi, come voleva don Liborio, fissarono il giorno della partenza.
La Barberina doveva restare colla madre, sino all'età di metterla in collegio.
La sera prima della partenza la bambinaia la portò dal genitore perché l'abbracciasse.
Così la rompevano col passato! dimenticavano ogni cosa! e gli voltavano le spalle! Elena, in quei cinque giorni, non aveva provato una sola di quelle tentazioni che a lui avevano fatto girare il capo, di correre fra le sue braccia, di dimenticare tutti i rancori e tutti i dolori in un amplesso! Non gli si era fatta più vedere.
Partiva senza dirgli una parola.
Che cuore aveva cotesta donna? Qual sentimento aveva avuto per lui? Allora, in quella notte eterna, fra le quattro pareti tetre della sua cameretta, il pensiero delle altre ore di angoscia, delle altre notti insonni, tornò invariato a torturarlo.
Cataldi! il poeta! il duca!...
Dunque era vero? Si trovava avvilito, non credeva a se stesso.
Era sceso tanto in basso? Era stato geloso di tanti?...
Quanto c'era di vero nei sospetti? di fondato nella sua gelosia?...
Ah!...
Ora che essa lo lasciava! Quando sarebbe stata libera...
Elena!...
la sua Elena! sua moglie, la madre della sua bambina! La sua donna adorata!...
E poteva partire così? E poteva lasciarlo, e non sentire proprio più nulla per lui? Dopo tanto amore, tante carezze, tanta intimità, tante gioie, tanti sagrifizi!...
Ella pure l'aveva amato.
Ella pure!...
Com'era bella! quanto quanto!...
come l'amava! E potevano lasciarsi così? senza vedersi!...
L'avesse vista almeno un'ultima volta...
in quel letto, coi capelli sciolti...
vederla dormire!...
un'ultima volta!...
Poteva dormire?...
La fiamma del lume solitario drizzavasi diritta sulle pareti nere.
La piazza deserta, di là dei vetri.
Non un passo, non una voce, non un tocco d'orologio.
Nella casa non si udiva un sol rumore della numerosa famiglia.
Il passato scompariva tutto, la gelosia, la collera, il dolore, tutto...
Non restava che Elena, la sua Elena, di là, dopo due o tre stanze, che partiva il giorno dopo, per sempre!...
Almeno vederla un'ultima volta! l'ultima!...
S'ella si fosse svegliata? se gli avesse buttato le braccia al collo? se gli avesse detto: - Perdonami! Sì, anche allora!...
fosse anche stato certo!...
che gliene importava a lui, se Elena avrebbe potuto amarlo un'altra volta?...
Sarebbero fuggiti insieme, lontano!...
Ma lasciarla!...
Forse lasciarla ad un altro!...
Piuttosto si sarebbe ucciso sotto i suoi occhi, con quel pugnale, se lo lasciava così!...
No! no! senza di lei non poteva restare...
senza la sua Elena...
Meglio la morte...
meglio!
Le stanze erano buie, in fondo trapelava dall'uscio il lume della lampada di lei.
Un lieve sforzo e l'imposta cedette.
Elena non era di quelle che hanno paura.
Dormiva serena, quasi sorridente, coi capelli neri sul guanciale, il viso bianco posato sul braccio nudo.
Quante memorie, quanta dolcezza, quanto amore c'eran là! Che dolore, che angoscia terribile, che smania, che gelosia!...
Degli altri! degli altri!...
quel braccio nudo, quell'omero nudo! quella bocca profumata! quei capelli folti...
Ah! degli altri! degli altri, come lui! come lui!...
Ella...
come a lui...
E quando fosse stato lontano...
quando ella fosse stata libera...
Allora...
allora!...
E se dopo gli avesse detto: - Vieni - egli sarebbe andato! E qualunque cosa avesse voluto da lui, egli l'avrebbe fatto! E finché fosse stata viva, lo avesse anche tradito cento volte, egli sarebbe tornato cento volte a leccarle i piedi! Vile! vile! vile!...
Era malato, era pazzo! quella era la sua malattia, quella era la sua pazzia! finch'ella vivrebbe!...
finché vivrebbe!...
Di altri!...
Ebbene..
sì! che importa?...
Il passato...
che importa il passato?...
Cos'è il passato?...
Purché Elena fosse tornata ad amarlo? Purché fosse tornata ad esser sua!...
Fuggirebbe.
Cambierebbe nome...
Dimenticherebbe ogni cosa!...
Se ella poteva tornare ad amarlo!...
Se ella lo vedeva! lì, in quel momento supremo, pronto a morire, con quel pugnale per uccidersi! - Le scoperse il seno, e chiamò con voce sorda:
- Elena!
Ella si riscosse atterrita, cogli occhi stralunati.
Ebbe paura, e balzò fuori del letto, colla voce soffocata in gola dal terrore.
Egli continua a chiamarla, con uno strano accento di desiderio e d'amore: - Elena! Elena!...
Ella cominciò a gridare, pazza di terrore, chiamando aiuto!
- Ah! balbettò Cesare rabbrividendo sino alla radice dei capelli.
- Ah! non mi ami più! non mi ami più! Non hai che paura!...
Allora, afferrandola per il braccio, colla mano ferma, colpì disperatamente, una, due, tre volte.
...
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