I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 36
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LIONARDO Non so se io questo m'intendo.
GIANNOZZO Dimonstrava essere officio del mercatante e d'ogni mestiere, quale abbia a tramare con piú persone, sempre scrivere ogni cosa, ogni contratto, ogni entrata e uscita fuori di bottega, e cosí spesso tutto rivedendo quasi sempre avere la penna in mano.
E quanto a me questo precetto pare troppo utilissimo, imperoché, se tu indugi d'oggi in domane, le cose t'invecchiano pelle mani, vengonsi dimenticando, e cosí il fattore piglia argomento e stagione di diventare o vizioso, o come il padrone suo negligente.
Né stimare alle cose tue altri sia piú che tu stesso sollicito, e cosí alla fine te n'hai il danno, o vero ti perdi il fattore.
Né dubitare, Lionardo mio, ch'egli è peggio avere male fattore che in tutto nollo avere.
La diligenza del maestro può d'uno fattore non molto buono farlo migliore, ma la negligenza di chi debba avere principale cura delle cose sempre suole di qualunque buono lasciarlo piggiorare.
LIONARDO E quanto! Uno fattore vizioso ti ruba e inganna per suo maligno ingegno, benché tu sia sollicito, e molto piú ti nocerà ove vedrà alle cose tue in te stessi essere negligenza.
E bene questo spesso provorono e' nostri, e bene spesso hanno avuto chi per suo vizio molto piú che per nostra negligenza ci è stato dannoso.
Ma da' viziosi raro si può senza danno ritrarsi.
GIANNOZZO A me, quando io riduco a memoria quelli danni e perdite di molti mercatanti, e ove io veggo che de' sei infortunii e' cinque sono occorsi per difetto di chi governa le cose, pare veramente possa cosí affermare che niuna cosa tanto fa buono fattore quanto la diligenza del maestro.
La pigrizia, tralasciare e non spesso rivedere e' fatti suoi troppo, figliuoli miei, troppo nuoce.
E stolto colui, il quale non saprà favellare de' fatti suoi se non per bocca altrui.
Cieco per certo sarà colui, il quale non vedrà se non con gli occhi altrui.
Vuolsi adunque stare sollicito, desto, diligente, rivedere spesso ogni nostra cosa, perché cosí nulla si può facilmente perdere, e ismarrita piú tosto si truova.
Agiugni che sendo negligente ti si fa una somma di faccende quale a scioglierle non vi basta il dí, né ivi puoi quanto bisogna fatica, e truovi quel che tu ne' tempi suoi aresti fatto bene e con diletto, ora, volendo quello quanto bisogna doppo allo indugio, t'è impossibile o farlo a compimento, o delle molte parti farne alcuna bene quanto certo prima aresti nelle stagioni loro fatto.
Cosí adunque io sarei sempre in ogni cosa diligente, e in questa quanto a me s'apartenesse molto sarei sollicito, prima in scegliere quanto piú potessi buono fattore, poi sarei diligente in nollo lasciare piggiorare rivedendo spesso e riconoscendo ogni mia cosa.
E acciò ch'e' miei avessino cagione d'essere migliori, io gli onorerei e largamente bene gli tratterei, e studiare'mi farli amorevoli a me e alle cose mie.
LIONARDO Cosí mi pare certo necessario avere grande diligenza in scegliere e' fattori bene buoni, e ancora avere non minore diligenza in non gli lasciare piggiorare, e ancora quanto dite molto bisogna essere diligente in farli di dí in dí amorevoli e studiosi delle cose vostre.
GIANNOZZO Molto, e sai come? Conviensi prima da piú persone domandarne, avisarsi delle condizioni loro, informarsi de' costumi, porre bene mente che usanze, che maniere siano le loro.
LIONARDO E per fattori quali a voi piacerebbono piú, o gli strani o pure e' vostri della casa? Perché spesso vidi fra mercatanti farne non piccolo dubio.
Eravi chi diceva potersi meglio vendicare e valersi con piú facilità da uno strano che da uno della sua propria famiglia.
Altri stimava gli strani piú essere ubbidienti a' maestri e piú suggetti.
Altri parea non volesse ch'e' suoi fossero in tempo per venire in tale fortuna che potessino tôrsi il primo grado e occupare l'autorità e luogo di chi governa.
E cosí erano varie le loro opinioni.
GIANNOZZO Quanto io, Lionardo mio, mai chiamerei fattore, ma piú tosto nimico mio, e non vorrei tra' miei domestici quello uomo da cui aspettassi vendicarmi; né apresso comprendo per che cagione io dagli strani dovessi piú essere riverito che da' miei, quantunque da' miei a me piú parrebbe onesto accettarne benivolenza e amore che obedienza e servitú; né io stimo meno essere utile alle faccende la fede e diligenza di quelli quali ci portino amore, che sia la subiezione di chi noi tema; e non reputo degno di buona fortuna, né meritare autorità, né doversi grado alcuno a colui al quale sia molesto l'onore e felicità de' suoi; e a me potrà parere stultissimo colui, il quale stimerà senza favore e aiuto de' suoi mantenersi in dignità o in felice alcuno stato.
Credete a me, figliuoli miei, che di questo mi ramenta infiniti essempli, quali per piú brevità non riferisco; credete a me, niuno può durare in alcuna buona fortuna senza spalle e mano degli altri uomini; e chi sarà in disgrazia a' suoi, costui stolto s'egli stima mai essere bene agli strani accetto.
Ma per diffinire la questione tua, presupponi tu, Lionardo, ch'e' tuoi sieno buoni o mali?
LIONARDO Buoni.
GIANNOZZO Se fiano buoni, mi rendo io certissimo molto saranno migliori meco i miei che gli strani.
E cosí ragionevole a me pare stimare ne' miei essere piú fede e amore che in qualunque sia strano, e a me piú debba essere caro fare bene a' miei che agli altrui.
LIONARDO O se fossoro mali?
GIANNOZZO Come, Lionardo? Che non sapessino procurare bene? Non sarebbe qui a me, Lionardo, maggiore debito insegnare a' miei che agli strani?
LIONARDO Certo.
Ma se, come alcuna volta accade, e' v'ingannassino?
GIANNOZZO Dimmi, Lionardo, a te saprebbe egli peggio se uno tuo avesse de' beni tuoi, che se uno strano se gli rapisse?
LIONARDO Meno a me dorrebbe se a uno de' miei le mie fortune fusseno utili, ma piú mi sdegnerei se di chi piú mi fido piú m'ingannasse.
GIANNOZZO Lievati dall'animo, Lionardo, questa falsa opinione.
Non credete che de' tuoi alcuno mai t'inganni, ove tu lo tratti come tuo.
Quale de' tuoi non volesse piú tosto avere a fare teco che con gli strani? Pensa tu in te stessi: a chi saresti tu piú volentieri utile, a' tuoi pure o agli altrui? E stima questo, che lo strano si riduce teco solo per valersi di meglio; e ricòrdati (spesso lo dico perché sempre ci vuole essere a mente) ch'egli è piú lodo e piú utile fare bene a' suoi che agli strani.
Quello poco o quello assai, quale lo strano se ne porta, non torna piú in casa tua, né in modo alcuno in tempo sarà a' nipoti tuoi utile.
Se lo strano teco diventa ricco, perché cosí stima meritare da te, poco te ne sa grado; ma, se da te il parente tuo arà bene, e' confesserà esserti obligato, e cosí arà volunterosa memoria fare il simile a' tuoi.
E quando bene e' non te ne sapesse né grado, né merito, se tu sarai buono e giusto, tu prima dovrai volere in buona fortuna e' tuoi che quale si sia strano.
Ma pensa che di questo mai a te bisognerà temere, se tu cosí sarai diligente a eleggere buono, e desto a non lasciare peggiorare el fattore.
E dimmi ancora: scegliendo il fattore ove ara' tu manco indizii a bene conoscere de' costumi? Pigliando de' tuoi, e' quali a te sono cresciuti nelle mani, e' quali tu hai pratichi tutto il dí, o pure togliendo degli strani, co' quali avesti molto manco conoscenza e molto minori esperienze? Cosí credo io, Lionardo mio, molto piú sia difficile conoscere lo 'ngegno degli strani che de' tuoi.
E se cosí è, se a noi per bene scegliere molto si conviene conoscere ed essaminare e' costumi, chi mai credesse piú tosto investigalli in uno strano che ne' suoi proprii? Chi mai volesse piú tosto uno strano non bene conosciuto che uno suo bene conosciuto? Voglionsi aiutare e' nostri quando e' sono buoni e atti, e se da sé non sono, con ogni nostra industria e aiuto voglionsi e' nostri di dí in dí rendere migliori.
Segno di poca carità sdegnare e' suoi per beneficare agli altri, segno di grande perfidia non si fidare de' suoi per confidarsi degli altri.
Ma io dico forse troppo in questa materia.
A te, Lionardo, che ne pare?
LIONARDO A me pare, questa vostra, amorevole, iusta e verissima sentenza, e tale che s'ella fusse da tutti, come da me, creduta e gustata, forse la famiglia nostra arebbe manco da dolersi di molte ingiurie, quali già piú volte ricevette dagli strani.
E certo la vostra cosí confesso essere giusta sentenza: non sa amare chi non ama e' suoi.
GIANNOZZO E quanto giustissima! Mai, se tu puoi avere de' tuoi, non mai tôrre gli altrui.
E' ti giova sollicitarli, pigli piacere a insegnarli, godi ove te vedi riputar padre, puoi ascriverti a felicità averti con tuoi beneficii addutta in luogo di figliuoli molta gioventú, la quale speri e disponga teco tutta la sua età.
Quale cose non cosí farà lo strano.
Anzi, quando egli arà cominciato a piú qualcosa sapere o avere, e' vorrà essere compagno, diratti volersi partire, moveratti doppo questo una, e doppo quella un'altra lite per migliorare sua condizione, e del danno tuo, della infamia tua poco stimerà ove a sé ne risulti bene.
Ma lasciamo passare.
Io potrei monstrarti infinite ragioni pelle quali vederesti che lo strano sempre sta teco come nimico, dove e' tuoi sempre sono amici.
Procurono e' tuoi il bene e l'onore tuo, fuggono il danno e la infamia tua, perché d'ogni tuo onore a loro ne risulta lodo, e d'ogni disonore sentono parte di biasimo.
E cosí occorrerebbono doppo queste infinite altre ragioni, pelle quali manifesto vederresti ch'egli è piú dovuto, piú onesto, piú utile, piú lodato, piú sicuro tôrre de' suoi che degli strani.
E quando a te questo bene paresse il contrario, io ti consiglierei sempre piú verso e' tuoi avessi carità che verso gli strani, e ricordere'ti quanto a noi stia debito avere cura della gioventú, trarla in virtú, condurla in lode.
E stima tu certo che a noi padri di famiglia non è se non gran biasimo, possendo onorare e grandire e' nostri, se noi li terremo adrieto quasi spregiati e aviliti.
LIONARDO A me non bisogna udirne piú ragioni.
Io stimo in parte di grandissimo biasimo non sapere gratificarsi a' suoi, e confesserei io sempre che chi non sa vivere co' suoi molto meno saprà vivere con gli strani.
E di questi vostri ricordi, in la masserizia troppo utilissimi, molto vi siamo questi giovani e io obligatissimi, e anche ci sarà molto piú dono e debito da voi aver sentito il resto quanto aspettiamo seguitiate.
Poiché detto avete della casa, della possessione e degli essercizii accommodati alla masserizia, ora c'insegnate quanto abbiamo a seguire in queste spese, le quali tutto il dí accaggiono, oltre al vestire e al pascere la famiglia, e ancora ricevere amici, onorarli con doni e liberalità.
E accade tale ora a fare qualche spesa la quale apartenga allo onore e fama di casa, come alla famiglia nostra delle altre assai e fra molte quella una de' padri nostri in edificare nel tempio di Santa Croce, nel tempio del Carmine, nel tempio degli Agnoli e in molti luoghi dentro e fuori della terra, a Santo Miniato, al Paradiso, a Santa Caterina, e simili nostri publici e privati edificii.
Adunque a queste spese che regola o che modo daresti voi? So in questo come nell'altre forse dovete avere perfetti documenti.
GIANNOZZO E hogli tali che nulla meglio.
LIONARDO E quali?
GIANNOZZO Uditemi.
Io soglio porre mente, e pènsavi ancora tu s'io tengo buona opinione; vedi, a me pare le spese tutte siano o necessarie o non necessarie, e chiamo io necessarie quelle spese, senza le quali non si può onesto mantenere la famiglia, quali spese chi non le fa nuoce allo onore suo e al commodo de' suoi; e quanto non le faccendo piú nuociono, tanto piú sono necessarie.
E sono queste numero a raccontarle grandissimo; ma insomma possiamo dire siano quelle fatte per averne e conservarne la casa, la possessione e la bottega, tre membri onde alla famiglia s'aministra ogni utilità e frutto quanto bisogna.
Vero, le spese non necessarie sono o con qualche ragione fatte, o senza alcuna pazzamente gittate via.
Ma le spese non necessarie con qualche ragione fatte piacciono, non fatte non nuocono.
E sono queste come dipignere la loggia, comperare gli arienti, volersi magnificare con pompa, con vestire e con liberalità.
Sono anche poco necessarie, ma non senza qualche ragione, le spese fatte per asseguire piaceri, sollazzi civili, senza quali ancora potevi onesto e bene viverti.
LIONARDO Intendovi: come d'avere bellissimi libri, nobilissimi corsieri, e simile voglie d'animo generoso e magnifico.
GIANNOZZO Proprio questo medesimo.
LIONARDO Adunque si chiamino queste spese voluntarie, perché satisfanno piú tosto alla voluntà che alla necessità.
GIANNOZZO Piacemi.
Di poi le spese pazze sono quelle quali fatte meritano biasimo, come sarebbe pascere in casa draconi o altri animali piú che questi terribili, crudeli e venenosi.
LIONARDO Tigri forse?
GIANNOZZO Anzi, Lionardo mio, pascere scelerati e viziosi uomini, imperoch'e' mali uomini sono piú che le tigre e che qualunque si sia pestifero animale molto piggiori.
Uno solo vizioso mette in ruina tutta una universa famiglia.
Niuno si truova veneno maggiore, né sí pestilenzioso quanto sono le parole d'una mala lingua; niuna rabbia tanto sarà rabbiosa quanto quella d'uno invidioso raportatore.
E chi pasce simili scelerati, costui certo fa spese pazze, bestialissime, e molto merita biasimo.
Vuolsi fuggire quanto una pestilenza ogni uso e dimestichezza di simili maledici, raportatori e ghiottonacci quali s'inframettono fra gli amici e conoscenti delle case.
Né mai si vuole essere amico di chi racolga volentieri simili viziosi, imperoché a chi ama e' viziosi piace il vizio: a chi piace il vizio costui non è buono, e a' mali uomini mai e' buoni furono amici.
Pertanto sarà né utile, né facile acquistarsi amistà di questi tali, de' quali non stia l'uscio e l'orecchie molto serrato a tutti e' viziosi.
LIONARDO Sí certo, Giannozzo, sí dite il vero, e sono spese non solo pazze ma anche troppo dannose, ché sogliono e' viziosi con loro raportamenti e false accusazioni, godendo in usare la sua malvagità, addurti in suspizione e odio a tutti e' tuoi, solo perché tu non abbia a credere a chi te veramente ami, quando e' t'avisasse del vizio e malignità di quelli.
GIANNOZZO Però né queste, né simili spese pazze mai si vogliono fare.
Voglionsi fuggire, non udire, né riputare amico chi le domandi, né chi te ne consigli.
LIONARDO E quelle altre due, Giannozzo, le necessarie e le volontarie spese, con che ragione abbiamo noi ad essequille?
GIANNOZZO Come ti pensi? Sai come fo io le necessarie spese? Quanto piú posso le fo presto.
LIONARDO Non vi pensate voi prima quale modo sia il migliore?
GIANNOZZO Certo sí.
Né stimare che in cosa alcuna a me mai piaccia correre a furia, ma bene studio fare le cose maturamente presto.
LIONARDO Perché?
GIANNOZZO Perché quello che era necessario fare mi giova subito avello fatto, non fusse per altro se none per avermi scarico di quello pensiero.
Cosí adunque fo le necessarie subito, ma le voluntarie spese traduco io in altro modo buono, utile.
LIONARDO E quale?
GIANNOZZO Ottimo, utilissimo.
Dicotelo.
Indugio, Lionardo mio, indugio parecchi termini, indugio quanto posso.
LIONARDO E questo perché?
GIANNOZZO Pur per bene.
LIONARDO Desidero sapere che buona cagione vi muova, ché so nulla fate senza ottima ragione.
GIANNOZZO Dicotelo.
Per vedere se quella voglia m'uscisse in quello mezzo; e non m'uscendo, io pure mi truovo avere spazio da pensare in che modo ivi si spenda manco, e piú a pieno mi satisfaccia.
LIONARDO Ringraziovi, Giannozzo.
Voi testé m'avete insegnato schifare molte spese, alle quali io, come gli altri giovani, raro mi sapeva rafrenare.
GIANNOZZO Però non è se non dovuto che a noi vecchi si renda molta riverenza, e cosí a voi giovani pare sia utile in ogni vostra faccenda addimandiate e riceviate da noi padri consiglio.
Molte cose di questo mondo meglio per pruova si conoscono che per giudicio e prudenza, e noi uomini non gastigati dalle lettere, ma fatti eruditi dall'uso e dagli anni, e' quali a tutto l'ordine del vivere abbiamo e pensato e distinto quale sia il meglio, non dubitare, possiamo in bene molte cose con la nostra pratica forse piú che a voi altri litterati non è licito colle vostre sottigliezze e regole di malizia.
E dicovi, sempre a me parse via brevissima a, come voi dite, bene filosofare, conversare e assiduo trovarsi apresso de' vecchi, domandarli, udirli e ubidilli, imperoché il tempo, ottimo maestro delle cose, rende e' vecchi buoni conoscitori e operatori di tutte quelle cose, quali a noi mortali sono nel vivere nostro utili e buone a tradurre l'età nostra in quiete, tranquillità e onestissimo ozio.
LIONARDO Bene aspettavamo da voi apreendere molte e perfette cose, ma voi e in questo e negli altri vostri singularissimi e perfettissimi ditti superasti ogni nostra espettazione.
Tante cose c'insegnate quante io mai arei pensato si potessoro adattare alla masserizia.
Ma non so se io mi giudico il vero.
Dico, Giannozzo, che volere essere padre di famiglia come voi ce l'avete distinto, mi pare forse sarebbe opera molto faticosa: prima essere massaio delle sue proprie cose, reggere e moderare l'affezioni dell'animo, frenare e contenere gli appetiti del corpo, adattarsi e usufruttare il tempo, osservare e governare la famiglia, mantenere la roba, conservare la casa, cultivare la possessione, guidare la bottega, le quali cose da per sé ciascuna sarà non piccolissima a chi voglia in quella essere diligentissimo, e in tutte insieme credo io, perché sono difficili, sarà quasi impossibile adoperarsi in modo che la nostra sollecitudine in qualche una non manchi.
GIANNOZZO Non essere in questa opinione.
Elle non sono, come a te forse paiono, Lionardo mio; queste non sono difficili quanto credevi, però che elle sono tutte collegate insieme e incatenate per modo, che a chi vuole essere buono padre di famiglia, a costui conviene, guidandone bene una, tutte l'altre seguano pur bene.
Chi sa non perdere tempo sa fare quasi ogni cosa, e chi sa adoperare il tempo, costui sarà signore di qualunque cosa e' voglia.
E quando queste bene fussino difficili, elle porgono tanta utilità e tanto piacere a chi in esse si diletti, e con tuo tanto biasimo ti stanno adosso ove tu nolle molto procuri, ch'elle debbono non attediare, né straccare, anzi parere giocundissime a chi sia in sé buono, e non in tutto pigro e negligente, e a noi debba piacere farci e' fatti nostri.
Niuna cosa tanto si truova piacevole quanto contentare sé stesso, e assai si contenta chi fa quello che gli piace, e dobbiamo riputarci a lode fare e' fatti nostri pur bene, ove faccendoli male sentiamo per pruova quanto ci sia non meno biasimo che danno.
E quando pure ti piacesse piú alleggerirti, piglia di tutti una certa parte quale piú all'ingegno, età, costumi e autorità tua s'aconfaccia, ma sempre statuisci te sopra tutti, in modo che non tu per le mani e indizio d'altri, ma gli altri tuoi tutti per la volontà e sentenza tua ne' fatti tuoi seguano quanto sia onesto e devuto, e cosí sempre provedi che ciascuno de' tuoi faccia il debito suo.
Terrai e' tuoi fattori distribuiti pelle faccende, quello alla villa, questo alla terra, gli altri ove bisogna, e cosí ciascuno in quale meglio si gli aconfaccia.
Voi litterati (quanto spesso, ora mi ramenta, fu costume di messer Benedetto Alberti, uomo in casa studioso e assiduo alle lettere, e fuori fra' cittadini e amici umanissimo, il quale con una sua letizia piena di gravità sempre ragionava di cose onestissime e bellissime, grate e utili a chi l'ascoltava, soleva ragionando seguire questi vostri litterati), e' quali trattando della prudenza e vivere umano solete adurre essemplo dalle formiche, e dite che da loro si debba prendere amonimento provedendo oggi a' bisogni di domane; e cosí constituendo il principe solete prendere argomento dall'api, le quali tutte a uno solo obediscono, e pella publica salute tutte con fortissimo animo e ardentissima opera s'essercitano, queste a mietere quella suprema calugine de' fiori, queste altre a suportare e condurre il peso, quelle a distribuirlo in opera, quelle altre a fabricare lo edificio, e tutte insieme a difendere le loro riposte ricchezze e delizie; e cosí avete molte vostre piacevolissime similitudini atte a quello che voi intendete dimonstrare e molto dilettose a udirle: e sia testé ancora licito a me con qualche mia similitudine non tanto apropriatissima quanto le vostre, ma certo non in tutto inetta, per meglio e piú aperto narrarvi, e quasi dipignere, e qui in mezzo porvi inanzi agli occhi quello che a me pare in uno padre di famiglia sia necessario, sia, dico, testé a me licito seguire ne' miei ragionamenti la vostra lodata e nobile consuetudine.
Voi vedete el ragno quanto egli nella sua rete abbia le cordicine tutte per modo sparse in razzi che ciascuna di quelle, benché sia in lungo spazio stesa, pure suo principio e quasi radice e nascimento si vede cominciato e uscito dal mezzo, in quale luogo lo industrissimo animale osserva sua sedia e abitacolo; e ivi, poiché cosí dimora, tessuto e ordinato il suo lavoro, sta desto e diligente, tale che, per minima ed estremissima cordicina quale si fosse tocca, subito la sente, subito s'apresenta e a tutto subito provede.
Cosí faccia il padre della famiglia.
Distingua le cose sue, pongale in modo che a lui solo tutte facciano capo, e da lui s'adirizzino e ferminsi ai piú sicuri luoghi; e stia il padre della famiglia in mezzo intento e presto a sentire e vedere il tutto, e dove bisogni provedere subito provegga.
Non so, Lionardo mio, quanto questa mia similitudine ti dispiaccia.
LIONARDO In che modo potrebbe alcuno vostro detto dispiacermi? Giurovi, Giannozzo, mai a me parse vedere piú atta, né piú utile similitudine, e bene certo comprendo, certo cosí essere quanto voi diciavate, che il modo e diligenza di chi governa le cose rende ogni grande e grieve fatto facile e trattabile.
Ma non so io come tale ora pare che le faccende di fuori impacciano le domestiche, e le domestiche necessità spesso non lasciano bene di servire alle cose publiche.
Però dubito la diligenza nostra a tutte le cose in tempo fusse non quanto si richiede sufficiente.
GIANNOZZO Non stimare costí ancora non sia presto e ottimo rimedio.
LIONARDO Quale?
GIANNOZZO Dicotelo.
Faccia il padre della famiglia come feci io.
Perché a me parea non piccolo incarco provedere alle necessità entro in casa, bisognando a me non raro avermi fuori tra gli uomini in maggiori faccende, però mi parse di partire questa somma, a me tenermi l'usare tra gli uomini, guadagnare e acquistare di fuori, poi del resto entro in casa quelle tutte cose minori lascialle a cura della donna mia.
Cosí feci, ché a dirti il vero, sí come sarebbe poco onore se la donna traficasse fra gli uomini nelle piazze, in publico, cosí a me parrebbe ancora biasimo tenermi chiuso in casa tra le femine, quando a me stia nelle cose virili tra gli uomini, co' cittadini, ancora e con buoni e onesti forestieri convivere e conversare.
Non so se tu in questo mi lodi, già che io veggo alcuni, e' quali vanno rovistando e disgruzzolando per casa ogni cantuccio, nulla sofferano rimanere ascoso, nulla può tanto essere occulto che questi ivi non pongano gli occhi e le mani, tutto essaminano, persino se le lucerne avessino i lucignoli troppo doppi, e dicono essere vergogna niuna, né fare ingiuria ad alcuno se procurano e' fatti suoi, o se danno sue legge e suoi costumi in casa sua, e allegano quello detto solea dire messer Niccolaio Alberti uomo diligentissimo, che la cura e diligenza delle cose sempre fu madre delle ricchezze.
Molto mi piace e lodo questa sentenza, ché essere diligente in ogni cosa giova; ma pure io non posso darmi a credere che agli uomini occupati in cose non feminili stia bene essere o monstrarsi tanto curiosi circa queste tali infime masseriziuole domestiche.
Non so se io erro qui.
Tu, Lionardo, che ne di', che te ne pare?
LIONARDO Aconsentisco, ché proprio sete della opinione degli antichi ove dicevano che gli uomini hanno da natura l'animo rilevato e piú che le femine atto con arme e consiglio a propulsare ogni avversità quale premesse la patria, le cose sacre, o e' nati suoi.
Ed è l'animo dell'uomo assai piú che quello della femmina robusto e fermo a sostenere ogni impeto de' nimici, e sono piú forti alle fatiche, piú constanti negli affanni, e hanno gli uomini ancora piú onesta licenza uscire pe' paesi altrui acquistando e coadunando de' beni della fortuna.
Contrario le femmine quasi tutte si veggono timide da natura, molle, tarde, e per questo piú utili sedendo a custodire le cose, quasi come la natura cosí provedesse al vivere nostro, volendo che l'uomo rechi a casa, la donna lo serbi.
Difenda la donna serrata in casa le cose e sé stessi con ozio, timore e suspizione.
L'uomo difenda la donna, la casa, e' suoi e la patria sua, non sedendo ma essercitando l'animo, le mani con molta virtú per sino a spandere il sudore e il sangue.
Però non è da dubitare, Giannozzo, questi scioperati, i quali si stanno il dí tutto tra le femminelle, o che si pigliano ad animo tali simili penseruzzi femminili, certo non hanno il cuore maschio né magnifico, e tanto sono da biasimare costoro quanto e' dimonstrano piú piacerli sé essere femina che uomo.
A chi piace l'opere virtuose dimostra piacerli sé essere virtuoso; a chi non ha in odio queste minime cose femminili facilmente dimonstra non fuggire d'essere riputato femminile.
E per questo molto mi pare siate da essere lodato, poiché alla donna vostra lasciasti il governo delle cose minori, e per voi, quanto vidi sempre, vi tenesti ogni faccenda virile e lodatissima.
GIANNOZZO Or sí ben sai cosí sempre mi parse debito a' padri della famiglia non solo fare le cose degne all'uomo, ma ancora fuggire ogni atto e fatto quale s'apartenga alle femmine.
Vuolsi lasciare le faccenduzze di casa tutte alle donne come feci io.
LIONARDO Voi potete lodarvi che aveste la donna forse piú che l'altre virtuosissima.
Non so quanto si trovasse altrove donna tanto faccente e tanto nel reggere la famiglia prudente quanto fu la vostra.
GIANNOZZO Fu certo la mia e per suo ingegno e costumi, ma molto piú per miei ammonimenti ottima madre di famiglia.
LIONARDO Voi adunque gl'insegnasti?
GIANNOZZO In buona parte.
LIONARDO E come facesti voi?
GIANNOZZO Dicotelo.
Quando la donna mia fra pochi giorni fu rasicurata in casa mia, e già il desiderio della madre e de' suoi gli cominciava essere meno grave, io la presi per mano e andai monstrandoli tutta la casa, e insegna'li suso alto essere luogo pelle biave, giú a basso essere stanza per vino e legne.
Monstra'li ove si serba ciò che bisognasse alla mensa, e cosí per tutta la casa rimase niuna masserizia quale la donna non vedesse ove stesse assettata, e conoscesse a che utilità s'adoperasse.
Poi rivenimmo in camera mia, e ivi serrato l'uscio le monstrai le cose di pregio, gli arienti, gli arazzi, le veste, le gemme, e dove queste tutte s'avessono ne' luoghi loro a riposare.
LIONARDO A tutte queste cose preziose adunque era consegnato luogo in camera vostra, credo perché ivi stavano piú sicure, e piú rimote e serrate.
GIANNOZZO Anzi ancora, Lionardo mio, per potelle rivedere quando a me paresse senza altri testimoni; ché, siate certi, figliuoli miei, non è prudenza vivere sí che tutta la famiglia sappia ogni nostra cosa, e stimate minore fatica guardarvi da pochi che da tutti.
Quello el quale saputo da pochi piú sarà sicuro a serballo, ancora perduto piú sarà facile a riavello da pochi che da molti, e io per questo e per molti altri rispetti sempre riputai meno pericolo tenere ogni mia cosa preziosa quanto si può occulta e serrata in luogo remoto dalle mani e occhi della moltitudine; sempre volli quelle essere riposte in luogo ove elle si serbino salve e libere da fuoco e da ogni sinistro caso, e dove spessissimo e per mio diletto e per riconoscere le cose io possa solo e con chi mi pare rinchiudermi, senza lasciare di fuori a chi m'aspetta cagione di cercare di sapere e' fatti miei piú che io mi voglia.
Né a me pare a questo piú atto luogo che la propria camera mia ove io dormo, in quale, come io diceva, volsi niuna delle preziose mie cose fosse alla donna mia occulta.
Tutte le mie fortune domestiche gli apersi, spiegai e monstrai.
Solo e' libri e le scritture mie e de' miei passati a me piacque e allora e poi sempre avere in modo rinchiuse che mai la donna le potesse non tanto leggere, ma né vedere.
Sempre tenni le scritture non per le maniche de' vestiri, ma serrate e in suo ordine allogate nel mio studio quasi come cosa sacrata e religiosa, in quale luogo mai diedi licenza alla donna mia né meco né sola v'intrasse, e piú gli comandai, se mai s'abattesse a mia alcuna scrittura, subito me la consegnasse.
E per levarli ogni appetito se mai desiderasse vedere o mie scritture o mie secrete faccende, io spesso molto gli biasimava quelle femmine ardite e baldanzose, le quali danno troppo opera in sapere e' fatti fuori di casa o del marito o degli altri uomini; ramentavagli che sempre si vide questo essere verissimo quale mi ricorda messer Cipriano Alberti, uomo interissimo e prudentissimo, disse alla moglie d'uno suo amicissimo, che pur vedendola troppo curiosa in domandare e investigare dove e con cui il marito fusse albergato, per amonilla quanto poteva e per rispetto della amicizia forse dovea, cosí gli disse: «Io ti consiglio per tuo bene, amica mia, che tu sia molto piú nelle cose di casa sollecita che in quelle di fuori, e ramentoti come a sorella che' savi dicono che le donne quali spiano pure spesso degli uomini non sono senza sospetto che a loro troppo stiano nell'animo gli uomini, e forse si monstrano piú desiderose di sapere se altri conosce e' costumi suoi che cupide di conoscere e' fatti d'altrui, e di queste pensa tu quale alle oneste donne stia peggio».
Cosí dicea messer Cipriano; cosí io con simili detti ammaestrai la donna mia, e sempre m'ingegnai ch'ella in prima non potesse, e apresso poi ch'ella non curasse sapere le mie secrete cose piú che io mi volessi; né vuolsi mai, per minimo secreto che io avessi, mai farne parte alla donna né a femina alcuna.
E troppo mi spiacciono alcuni mariti, i quali si consigliano colle moglie, né sanno serbarsi dentro al petto secreto alcuno: pazzi che stimano in ingegno femminile stare alcuna vera prudenza o diritto consiglio, pazzi per certo se credono la moglie ne' fatti del marito piú essere che 'l marito stessi tenace e taciturna.
O stolti mariti, quando cianciando con una femmina non vi ramentate che ogni cosa possono le femmine eccetto che tacere.
Per questo adunque sempre curai che mio alcuno secreto mai venisse a notizia delle donne, non perché io non conoscessi la mia amorevolissima, discretissima e modestissima piú che qual si fusse altra, ma pure stimai piú sicuro s'ella non poteva nuocermi che s'ella non voleva.
LIONARDO O ricordo ottimo! E voi non meno prudente che fortunato, se mai la donna vostra da voi trasse alcuno secreto.
GIANNOZZO Mai, Lionardo mio, e dicoti perché: prima come ella era modestissima, cosí mai si curò piú sapere che a lei s'apartenesse, e io poi questo seco osservava, che mai ragionava se none della masserizia o de' costumi o de' figliuoli, e di queste molto spesso faceva seco parole assai, acciò che ella e dal dire mio imparasse fare, e per saperne meco ragionare e rispondermi studiasse conoscere e con opere bene asseguire tutto ciò che a quelle s'apartenesse; e anche, Lionardo mio, cosí faceva per tôlli via d'entrare meco in ragionamenti d'alcuna mia maggiore e propria cosa.
Cosí adunque feci: e' secreti e le scritture mie sempre tenni occultissime; ogni altra cosa domestica in quella ora e dipoi sempre mi parse licito consegnalle alla donna mia, e lascialle non in tanto a custodia sua che io spesso non volessi e sapere e vedere ogni minuta cosa dove fosse e quanto stesse bene salva.
E poiché la donna cosí ebbe veduto e bene compreso ove ciascuna cosa s'avesse a rassettare, io gli dissi: «Moglie mia, quello che doverà essere utile e grato a te come a me mentre che sarà salvo, e quello che a te sarebbe dannoso e arestine disagio se noi ne fossimo straccurati, di questo conviene ancora a te esserne sollicita non meno che a me.
Tu hai vedute le nostre fortune, le quali, grazia d'Iddio, sono tante che noi doviamo bene contentarcene: se noi sapremo conservalle, queste saranno utili a te, a me e a' figliuoli nostri.
Però, moglie mia, a te s'apartiene essere diligente e averne cura non meno che a me».
LIONARDO E qui che vi rispuose la donna?
GIANNOZZO Rispuose e disse che aveva imparato ubidire il padre e la madre sua, e che da loro avea comandamento sempre obedire me, e pertanto era disposta fare ciò che io gli comandassi.
Adunque dissi io: «Moglie mia, chi sa obedire il padre e la madre sua tosto impara satisfare al marito.
Ma, - dissi, - sa' tu quel che noi faremo? Come chi fa la guardia la notte in sulle mura per la patria sua, se forse di loro qualcuno s'adormenta, costui non ha per male se 'l compagno lo desta a fare il debito suo quanto sia utile alla patria, io, donna mia, molto arò per bene, se tu mai vedrai in me mancamento alcuno, me n'avisi, imperoché a quello modo conoscerò quanto l'onore nostro, l'utilità nostra e il bene de' figliuoli nostri ti sia a mente; cosí a te non spiacerà se io te desterò dove bisogni.
In quello che io mancassi supplisci tu, e cosí insieme cercheremo vincere l'uno l'altro d'amore e diligenza.
Questa roba, questa famiglia, e i figliuoli che nasceranno sono nostri, cosí tuoi come miei, cosí miei come tuoi.
Però qui a noi sta debito pensare non quanto ciascuno di noi ci portò, ma in che modo noi possiamo bene mantenere quello che sia dell'uno e dell'altro.
Io procurerò di fuori che tu qui abbia in casa ciò che bisogni; tu provedi nulla s'adoperi male».
LIONARDO Come vi parse ella udirvi? Volentieri?
GIANNOZZO Molto, e disse gli piacerà fare con diligenza quanto saprà e potrà quello che mi sia a grado.
Però dissi io: «Donna mia, odimi: sopra tutto a me sarà gratissimo faccia tre cose: la prima, qui in questo letto fa', moglie mia, mai vi desideri altro uomo che me solo, sai».
Ella arrossí e abassò gli occhi.
Ancora glielo ridissi che in quella camera mia ricevesse solo me, e questa fu la prima.
La seconda, dissi, avesse buona cura della famiglia, contenessela e reggessela con modestia in riposo, tranquillità e pace; e questa fu la seconda.
La terza cosa, dissi, provedesse che delle cose domestiche niuna andasse a male.
LIONARDO Monstrastile voi come ella dovesse fare quanto li comandavate, o pure essa da sé in queste tutte era maestra e dotta?
GIANNOZZO Non credere, Lionardo mio, che una giovinetta possa essere in le cose bene dotta.
Né si richiede dalle fanciulle tutta quella astuzia e malizia quale bisogna in una madre di famiglia, ma molto piú modestia e onestà, quali virtú furono in la donna mia sopra tutte l'altre, e non potrei dirti con quanta riverenza ella mi rispondesse.
Dissemi la madre gli avea insegnato filare, cucire solo, ed essere onesta ancora e obediente, che testé da me imparerebbe volentieri in reggere la famiglia e in quello che io gli comandassi quanto a me paresse d'insegnarli.
LIONARDO E voi come, Giannozzo, insegnastili voi queste cose?
GIANNOZZO Che? Forse adormentarsi senza uomo altri che me appresso?
LIONARDO Molto mi diletta, Giannozzo, che in questi vostri ricordi e ammonimenti santissimi e severissimi voi ancora siate giocoso e festivo.
GIANNOZZO Certo sarebbe cosa da ridere se io gli avessi voluto insegnare dormir sola.
Non so io se quelli tuoi antichi li sepporo insegnare.
LIONARDO Ogni altra cosa.
Ma e' racontano bene come e' confortavano la donna che con suoi atti e portamenti ella non volesse parere piú disonesta che in verità non fusse.
E racontasi come e' persuadevano alle donne per questo non si dipignessono il viso con cerusa, brasile e simile liscio alcuno.
GIANNOZZO Dicoti che in questo io bene non mancai.
LIONARDO Molto vorrei udire il modo per, quando anche io arò la donna, sappia fare quello quale poco sanno molti mariti.
A ciascuno dispiace vedere la moglie lisciata, ma niuno pare sappia distornela.
GIANNOZZO E in questo fu' io prudentissimo, né ti dispiacerà udire in quanto bello modo io gli ponessi in odio ogni liscio; e perché a voi sarà utilissimo avermi udito, ascoltatemi.
Quando io ebbi alla donna mia consegnato tutta la casa, ridutti come racontai serrati in camera, e lei e io c'inginocchiammo e pregammo Iddio ci desse facultà di bene usufruttare quelli beni de' quali la pietà e beneficenza sua ci aveva fatti partefici, e ripregammo ancora con molta divotissima mente ci concedesse grazia di vivere insieme con tranquillità e concordia molti anni lieti e con molti figliuoli maschi, e a me desse ricchezza, amistà e onore, a lei donasse integrità e onestà e virtú d'essere buona massaia.
Poi, levati diritti, dissi:
«Moglie mia, a noi non basta avere di queste ottime e santissime cose pregatone Iddio, se in esse noi non saremo diligenti e solleciti quanto piú ci sarà licito, per quanto pregammo essere e asseguirle.
Io, donna mia, procurerò con ogni mia industria e opera d'acquistare quanto pregammo Iddio: tu il simile con ogni tua voluntà, con tutto lo ingegno, con quanta potrai modestia farai d'essere essaudita e accetta a Dio in tutte le cose delle quali pregasti; e sappi che di quelle niuna tanto sarà necessaria a te, accetta a Dio e gratissima a me e utile a' figliuoli nostri quanto la onestà tua.
La onestà della donna sempre fu ornamento della famiglia; la onestà della madre sempre fu parte di dote alle figliuole; la onestà in ciascuna sempre piú valse che ogni bellezza.
Lodasi il bello viso, ma e' disonesti occhi lo fanno lordo di biasimo e spesso troppo acceso di vergogna o pallido di dolore e tristezza d'animo.
Piace una signorile persona, ma uno disonesto cenno, uno atto di incontinenza subito la rende vilissima.
La disonestà dispiace a Dio, e vedi che di niuna cosa tanto si truova Iddio essere severo punitore contro alle donne, quanto della loro poca onestà: rendele infame e in tutta la vita male contente.
Vedi la disonestà essere in odio a chi veramente e di buono amore ama, e sente costei la disonestà sua solo essere grata a chi a lei sia inimico; e a chi solo piace ogni nostro male e ogni nostro danno, a costui solo può non dispiacere vederti disonesta.
Però, moglie mia, se vuol fuggire ogni specie di disonestà e dare modo di parere a tutti onestissima, ché a quello modo faresti ingiuria a Dio, a me, a' figliuoli nostri e a te stessi, a questo modo acquisti lodo, pregio e grazia da tutti, e da Dio potrai sperare le preghiere e i voti tuoi essere non poco essauditi.
Adunque, volendo essere lodata di tua onestà, tu fuggirai ogni atto non lodato, ogni parola non modesta, ogni indizio d'animo non molto pesato e continente.
E in prima arai in odio tutte quelle leggerezze colle quali alcune femmine studiano piacere agli uomini, credendosi cosí lisciate, impiastrate e dipinte, in quelli loro abiti lascivi e inonesti, piú essere agli uomini grate che monstrandosi ornate di pura simplicità e vera onestà; ché bene sono stultissime e troppo vane femmine, ove porgendosi lisciate e disoneste credono essere da chi le guata lodate, e non s'aveggono del biasimo loro e del danno, non s'aveggono meschine che con quelli indizii di disonestà elle allettano le turme de' lascivi; e chi con improntitudine, chi con assiduità, chi con qualche inganno, tutti l'assediano e combàttolla per modo che la misera e isfortunatissima fanciulla cade in qualche errore, donde mai si lieva se non tutta brutta di molta e sempiterna infamia».
Cosí dissi alla donna mia; e ancora per rèndella bene certa quanto alle donne fosse non solo biasimo, ma molto ancora dannoso marcirsi il viso con quelle calcine e veneni quali le pazze femine appellano lisci, vedi, Lionardo mio, come bellamente io l'amaestrai.
Ivi era il Santo, una ornatissima statua d'argento, solo a cui il capo e le mani erano d'avorio candidissimo: era pulita, lustrava, posta nel mezzo del tabernaculo come s'usa.
Dissili: «Donna mia, se la mattina tu con gessi e calcina e simili impiastri imbiutassi el viso a questa imagine, sarebbe forse piú colorita e piú bianca sí, ma se poi fra dí il vento levasse alto la polvere la insusciderebbe pur sí, e tu la sera la lavassi, e poi e' dí seguenti in simili modo la rimpiastrassi e rilavassi, dimmi, doppo molti giorni volendola vendere cosí lisciata, quanti danari n'aresti tu? Piú che mai non avendola lisciata?» Rispuose ella: «Molti pochi».
«E cosí sta», dissi io, «però che chi compera l'imagine non compera quello impiastro quale si può levare e porre, ma appregia la bontà della statua e la grazia del magisterio.
Tu adunque aresti perduta la fatica e le spese di quelli impiastri.
E dimmi, se tu seguissi pur lavandola e impiastrandola piú mesi o anni, farestila tu essere piú bella?».
«Non credo», disse ella.
«Anzi», dissi io, «la guasteresti, logorerestila, renderesti quello avorio incotto, riarso con quelle calcine, e livido, giallo e frollo.
Certo sí.
E se queste adunque pultiglie tanto possono in una cosa durissima, in uno avorio, ché vedi l'avorio per sé durare eterno, stima certo, moglie mia, quelle molto piú potranno nel fronte e nelle guance tue, quali senza imbrattalle sono tenere e delicate, e con qualunque liscio diventeranno aspre e vizze.
E non dubitare che quelli veneni, se tu poni mente, tutte sono cose ne' vostri lisci venenose, e a te molto piú che a quello avorio noceranno, già che ogni poca polvere, ogni piccolo sudore ti farà il viso imbrattato.
Né a quello modo sarai piú bella, anzi piú sozza, e a lungo andare ti troverresti fracide le guance».
LIONARDO Monstrò ella assentirvi e stimare che voi le dicessi il vero?
GIANNOZZO E quale pazza stimasse il contrario? Anzi ancora perché ella piú mi credesse, la domandai d'una mia vicina, la quale tenea pochi denti in bocca, e quelli pareano di busso tarmato, e avea gli occhi al continuo pesti, incavernati, il resto del viso vizzo e cennericcio, per tutta la carne morticcia e in ogni parte sozza; solo in lei poteano alquanto e' capelli argentini guardandola non dispiacere.
Adunque domandai la donna mia s'ella volesse essere bionda e simile a costei.
«Oimè no!», disse ella.
«O perché?», dissi io, «ti pare ella cosí vecchia? Di quanta età la stimi tu?».
Rispuosemi vergognosa dicendo che male ne sapeva giudicare, ma che li parea quella fosse di tanta età quanta era la balia della madre sua.
E io allora li giurai il vero che quella sí fatta vicina mia non era due anni nata prima di me, né certo agiugneva ad anni trenta e due, ma cagione de' lisci cosí era rimasta pesta, e tanto parea oltre al suo tempo vecchia.
Dipoi che io di questo la vidi assai maravigliarsi, io gli puosi a mente tutte le fanciulle nostre Alberte mie cugine e l'altre della casa.
«Vedi tu, donna mia», dissi io, «come le nostre tutte sono frescozze e tutte vive, non per altro se none perché a loro solo basta lisciarsi col fiume.
Cosí farai tu, donna mia», dissi io.
«Tu non ti intonicherai né scialberai il viso per parermi piú bella, già che tu a me se' candida troppo e colorita, ma come le nostre Alberte solo coll'acqua, cosí tu terrai lavata te e netta.
E, donna mia, tu non hai a piacere se non a me in questo, e stima non potere piacermi volendomi ingannare, monstrandoti lisciata quello che tu non fussi; benché me non potresti tu ingannare, perché io ti veggo ogni ora e bene mi stai in mente come tu se' fatta senza liscio.
Di quelli di fuori, se tu amerai me, stima tu quale potrà esserti ad animo piú che il marito tuo.
E sappi, moglie mia, che chi cerca piú piacere a quelli di fuori che a chi ella debba in casa, costei monstrerrà meno amare il marito che gli strani».
LIONARDO Prudentissime parole.
Ma fustine voi obedito?
GIANNOZZO Pur tale ora alle nozze, o che ella si vergognasse tra le genti, o che ella fosse riscaldata pel danzare, la mi pareva alquanto piú che l'usato tinta; ma in casa non mai, salvo il vero una sola volta quando doveano venire gli amici e le loro donne la pasqua convitati a cena in casa mia.
Allora la moglie mia col nome d'Iddio tutta impomiciata, troppa lieta s'afrontava a qualunque venia, e cosí a chi andava si porgeva, a tutti motteggiava.
Io me n'avidi.
LIONARDO Crucciastivi voi seco?
GIANNOZZO Ah! Lionardo, colla donna mai mi crucciai.
LIONARDO Mai?
GIANNOZZO Perché dovessino tra noi durare crucci? Di noi niuno mai volse dall'altro cosa se non tutta onesta.
LIONARDO Pur credo vi dovesti turbare se in questo la donna non quanto dovea voi ubidiva.
GIANNOZZO Sí, questo sí bene.
Ma non però mi li scopersi turbato.
LIONARDO Non la riprendesti voi?
GIANNOZZO Eh! Eh! pur con buono modo, ché a me sempre parse, figliuoli miei, correggendo cominciare con la dolcezza, acciò che il vizio si spenga e la benivolenza s'accenda.
E apprendete questo da me.
Le femmine troppo meglio si gastigano con modo e umanità che con quale si sia durezza e severità.
El servo potrà patire le minaccia, le busse, e non forse sdegnerà se tu lo sgriderai; ma la moglie piú tosto te ubidirà amandoti che temendoti, e ciascuno libero animo piú sarà presto a compiacerti che a servirti.
Però si vuole, come feci io, l'errore della moglie in tempo bellamente riprendere.
LIONARDO E in che modo la riprendesti voi?
GiANNOZZO Aspettai di riscontrarla sola, sorrisili e dissili: «Tristo a me, e come t'imbrattasti cosí il viso? Forse t'abattesti a qualche padella? Lavera'ti, che questi altri non ti dileggino.
La donna madre della famiglia conviene stia netta e costumata, s'ella vuole che l'altra famiglia impari essere costumata e modesta».
Ella me intese, lacrimò.
Io gli die' luogo ch'ella si lavasse le lacrime e il liscio.
Dipoi ebbi mai di questo che dirgliene.
LIONARDO O moglie costumatissima! Di lei bene posso io credere che sendo a voi tanto ubbidiente e tanto in sé modesta, molto potesse rendere l'altra famiglia reverente e costumata.
GIANNOZZO E cosí tutte le moglie sono a' mariti obediente quanto questi sanno essere mariti.
Ma veggo alcuni poco prudenti che stimano potere farsi ubidire e riverire dalle moglie alle quali essi manifesto e miseri servono, e dimonstrano con loro parole e gesti l'animo suo troppo lascivo ed effeminato, onde rendono la moglie non meno disonesta che contumace.
A me mai piacque in luogo alcuno né con parole né con gesto in quale minima parte si fusse sottomettermi alla donna mia; né sarebbe paruto a me potermi fare ubidire da quella a chi io avessi confessato me essere servo.
Adunque sempre mi li monstrai virile e uomo, sempre la confortai ad amare la onestà, sempre le ricordai fusse onestissima, sempre li ramentai qualunque cosa io conosceva degna sapere alle perfette madri di famiglia, e spesso gli dicea: «Donna mia, a volere vivere in buona tranquillità e quiete in casa, conviene che in prima sia la famiglia tutta costumata e molto modesta, la quale stima tu questo tanto sarà quanto saprai farla ubidiente e riverente.
E quando tu in te non sarai molto modesta e molto costumata, sia certo quello quale tu in te non puoi, molto manco potrai in altri.
E allora potrai essere conosciuta modestissima e bene costumatissima quando a te dispiaceranno le cose brutte; e gioverà questo ancora che quelli di casa se ne guarderanno per non dispiacerti.
E se la famiglia da te non arà ottimo essemplo di continenza e costume interissimo, non dubitare ch'ella sarà poco a te ubidiente e manco riverente.
La riverenza si rende alle persone degne.
Solo e' costumi danno dignità, e chi sa osservare dignità sa farsi riverire, e chi sa fare sé riverire costui facilmente si fa ubidire, ma chi non serba in sé buoni costumi, costui subito perde ogni dignità e reverenza.
Per questo, moglie mia, sarà tua opera in ogni atto, parole e fatti essere e volere parere modestissima e costumatissima.
E ramentoti che una grandissima parte di modestia sta in sapere temperarsi con gravità e maturità in ogni gesto, e in temperarsi con ragione e consiglio in ogni parola sí in casa tra' suoi, sí molto piú fuori tra le genti.
Per questo, molto a me sarà grato vedere a te sia in odio questi gesti leggieri, questo gittare le mani qua e là, questo gracchiare quale fanno alcune treccaiuole tutto il dí e in casa e all'uscio e altrove, con questa e con quella, dimandando e narrando quello ch'elle sanno e quel ch'elle non sanno, imperoché cosí saresti riputata leggiere e cervellina.
Sempre fu ornamento di gravità e riverenza in una donna la taciturnità; sempre fu costume e indizio di pazzerella il troppo favellare.
Adunque a te piacerà tacendo piú ascoltare che favellare, e favellando mai comunicare e' nostri segreti ad altri, né troppo mai investigare e' fatti altrui.
Brutto costume e gran biasimo a una donna star tutto il dí cicalando e procurando piú le cose fuori di casa che quelle di casa.
Ma tu con diligenza quanto si richiede governerai la famiglia, e conserverai e adopererai le cose nostre domestiche bene».
LIONARDO E voi credo, come l'altre cose, cosí ancora gl'insegnasti il governo della famiglia.
GIANNOZZO Non dubitare che io m'ingegnai farla in ogni cosa ottima madre di famiglia.
Dissili: «Moglie mia, reputa tuo officio porre modo e ordine in casa che niuno mai stia ozioso.
A tutti distribuischi qualche a lui condegna faccenda, e quanto vedrai fede e industria, tu tanto a ciascuno commetterai; e dipoi spesso riconoscerai quello che ciascuno s'adopera, in modo che chi sé essercita in utile e bene di casa conosca averti testimone de' meriti suoi, e chi con piú diligenza e amore che gli altri farà il debito suo, costui, moglie mia, non t'esca di mente molto in presenza degli altri conmendarlo, acciò che per l'avenire a lui piaccia essere di dí in dí piú utile a chi e' senta sé essere grato, e cosí gli altri medesimi studino piacere fra' primi lodati.
E noi poi insieme premiaremo ciascuno secondo e' meriti suoi, e a quello modo faremo che de' nostri ciascuno porti molta fede e molto amore a noi e alle cose nostre».
LIONARDO Ma pur, Giannozzo, poiché cosí si vede non solo de' servi, ma de' famigli ancora la maggiore parte sono non in tutto discreti, ché, se fussero di piú industria e sentimento, non starebbono con noi, adatterebbonsi a qualche altro essercizio, per questo insegnasti voi alla donna come ella avesse a farsi ubidire e aversi con simile gente rozza e inetta?
GIANNOZZO Sia certo ch'e' servi son quanto e' signori li sanno volere obedienti.
Ma truovo alcuni, e' quali vogliono ch'e' servi sappiano ubidirli in quelle cose quali essi non sanno comandare, e altri sono che non sanno essere né farsi riputare signori.
E stimate questo, figliuoli miei, che mai sarà servo sí ubidiente el qual v'ascolti se voi non saprete come signori loro comandare, né mai sarà servo sí contumace il quale non ubidisca, se voi saprete con modo e ragione essere signori.
Vuolsi sapere da' servi essere riverito e amato non meno che ubidito, e truovo io che a farsi riputare molto giova quello che io dissi alla donna mia facesse, che quanto manco potea manco stesse a ragionare con la fante, ancora e manco con famigli, imperoché la troppa dimestichezza spegne la reverenza.
E dissili che loro spesso comandasse non come fanno alcuni, quali comandano a tutti insieme e dicono: «Uno di voi cosí faccia», e poi, dove niuno l'ubidisce, tutti sono in colpa e niuno si può correggere; e comandasse alle fante e a' servi che di loro niuno uscisse di casa senza sua licenza, acciò che imparassino essere assidui e presti al bisogno; e mai desse a tutti licenza in modo che in casa non fusse al continuo qualcuno a guardia delle cose, a ciò che, se caso avenisse, sempre vi sia qualcuno aparecchiato.
E per questo sempre a me piacque cosí ordinare la famiglia, che, a qualunque ora il giorno e la notte, sempre in casa fusse chi vegghiasse per tutti e' casi quali alla famiglia potessono avenire.
E sempre volsi in casa l'oca e il cane, animali destissimi e, come vedete, suspiziosissimi e amorevoli, acciò che l'uno destando l'altro e chiamando la brigata sempre la casa fusse piú sicura.
Cosí adunque soglio.
Ma torniamo a proposito.
Dissi alla donna mia mai a tutti desse licenza, e, quando rivenissono tardi volesse con modo, facilità e maturità saperne la cagione.
E piú li dissi:
«Perché spesso acade ch'e' servi, quantunque obedienti e reverenti, pur tale ora sono tra loro discordi e gareggionsi, per questo a te, donna mia, comando sia prudente, né mai te inframettere in rissa o gare d'alcuno, né debbasi mai a chi si sia in casa dare ardire che faccia o dica piú che a lui s'apartenga.
E se tu, moglie mia, cosí vorrai provedere a questo, non porgere mai orecchie né favore ad alcuno raportamento o contendere di qualunque si sia, imperoché la famiglia gareggiosa mai può avere pensiero o voluntà ferma a bene servirti.
Anzi chi reputa sé offeso o da quello rapportatore o da te ascoltatore, costui sempre sta con quello incendio in animo pronto a vendicarsi, e in molti modi cerca addurti a disgrazia quello altro, e cosí arà caro colui commetta in le cose nostre qualche grandissimo errore, per a quello modo cacciarlo; e se il pensiero gli riesce, esso piglia licenza e arte di fare il simile a chi altri e' volesse.
E chi potrà cacciare di casa nostra quale a lui talenterà, costui, moglie mia, non vedi tu che sarà non servidore, ma signore nostro? E se costui non potrà vincere, sempre la casa per lui sarà in tempesta, e dall'altro lato penserà in che modo perdendo l'amistà tua possa di meglio valersi, né per satisfare a sé molto si curerà del danno nostro; e a costui medesimo, partitosi da te, mai per iscusare sé mancherà materia da incolpare noi.
Cosí adunque tenere uomo rapportatore e gareggiatore in casa vedi quanto sia danno; mandarlo vedi quanto a noi sia danno e vergogna.
Agiugni che tenendolo, di dí in dí sarà forza mutare nuova famiglia, la quale, per non servire a' nostri servi, cercherà nuovo padrone, onde quelli scusando sé infameranno te, e cosí tu resti pelle parole loro riputata superba e strana, o avara e misera».
E certo, figliuoli miei, delle gare de' suoi di casa niuno può averne se non biasimo.
Non sarà la casa gareggiosa, se chi la governa non è imprudente.
Il poco senno di chi governa fa l'altra famiglia essere poco modesta e poco regolata, e cosí sempre sta perturbata, serveti peggio, perdine utile e fama non poca.
Per questo debbono a' padri della famiglia troppo dispiacere questi raportatori, e' quali sono principio e cagione d'ogni gara, d'ogni discordia e rissa, subito li doverebbono cacciare; e troppo debba piacere vedersi la casa vòta d'ogni tumulto, piena di pace e concordia, quali cose ottime se vorranno bene potere quanto si richiede, faranno quanto dissi io alla donna mia, non daranno orecchie o arbitrio a raportamento o gare di qualunque si sia.
E piú dissi alla donna mia, se pure in casa fusse alcuno non ubidiente, quanto alla quiete e tranquillità della famiglia s'apartiene mansueto e fedele, con lui non contendesse né gridasse, imperoché in donna simile a te, dissi io, moglie mia, onestissima e degna di riverenza, troppo pare sozzo vederla con la bocca contorta, con gli occhi turbati, gittando le mani, gridando e minacciando, ed essere sentita, biasimata e dileggiata da tutta la vicinanza, dare di sé che dire a tutte le persone.
Anzi, moglie mia, una donna d'autorità quale di dí in dí spero sarai tu, tanto quanto in te saprai servare modestia e dignità, sarebbe bruttissimo non dico solo amonendo, ma comandando ancora e ragionando mai alzare la voce, quale fanno alcune parlando per casa come se tutta la famiglia fusse sorda, o come volessero d'ogni sua parola tutta la vicinanza esserne testimone: segno d'arroganza e costume di trecca, usanza di queste fanciulle montanine, quali sogliono chiamare gridando per essere intese da questo monte a quello.
Vuolsi adunque, dissi io, moglie mia, amonire con dolcezza in ogni atto e parole, essere non però vezzosa e leziosa, ma molto mansueta e continente, comandare con ragione e in modo che non solo sia fatto quanto comandi, ma usare comandando, quanto patisce la dignità tua, ogni facilità e modestia, e in modo che chi ubidisce faccia il debito suo volentieri con molto amore e con intera fede.
LIONARDO Quali documenti piú si possono trovare altrove utilissimi a informare una ottima madre di famiglia quanti sono questi di Giannozzo, el quale prima insegna parere ed essere onestissima e continentissima, insegnali farsi ubidire, temere, amare e riverire? O noi beati mariti, se quando aremo moglie sapremo con questi vostri ricordi, Giannozzo, fare le nostre donne simili alla vostra in tante virtú lodatissima! Ma poiché voi cosí a lei monstrasti quanto si gli richiedea onestà e regola a contenere la famiglia, monstrastili voi ancora conservare e bene usare le cose?
GIANNOZZO Apunto, io vi farò qui ridere.
LIONARDO Come, Giannozzo?
GIANNOZZO Lionardo mio, come quella la quale era di pura simplicità e d'ingegno non malizioso, stimandosi già essere prudente madre di famiglia pelle cose quali da me ella con sí grande attenzione avea comprese, dicendoli io che a una madre di famiglia non solo era sufficiente il volere fare il debito suo, se ella insieme ancora non sapea bene quanto bisognava essequire, e domandandola se in questo fusse esperta, quanto dalla madre sua avesse veduto in procurare le cose domestice che niuna andasse a male, disse la simplice che in questo credea assai da sé poterne essere quasi maestra.
«Ben, moglie mia», dissi io, «piacemi ti proferisca a me molto esperta quanto stimo in te sia proposito averti compiuta buona madre di famiglia in tutte le cose.
Ma, che Dio a te sia favorevole a questa tua buona voluntà e conservi in te molta onestà, moglie mia, come faresti tu?».
LIONARDO Che rispuose ella?
GIANNOZZO Rispuosemi presto lieta lieta, ma pur col viso alquanto rosato con qualche fiammolina di verecundia.
«Farò io bene», disse ella, «tenendo ogni cosa bene serrata?».
«Mainò», dissi io.
E vedi, Lionardo mio, quale essemplo mi occorresse a mente stimo ti piacerà.
Dissili: «Donna mia, se tu nel tuo forziere nuziale insieme colle veste della seta e con tuoi ornamenti d'oro e gemme ponessi la chioma del lino, ancora v'asettassi il vasetto dello olio, ancora vi chiudessi entro e' pulcini e tutto serrassi a chiave, dimmi, ti parrebbe averne forse cosí buona cura perché sono bene serrate?» Ella fermò il guardare suo basso a terra, e tacendo parea dolersi troppo essere stata ratta e subita a rendermi risposta.
Io allora non poco fui in me stessi lieto, vedendo in lei quello ornatissimo pentirsi, quale a me diede indizio a persuadermi che se lei pensava essere paruta troppo a rispondermi leggiere, ella pell'avenire curarebbe nelle parole e ne' fatti di dí in dí essere piú matura e piú grave.
Pure doppo un poco questa con una tardità umile e molto onestissima su levò verso me gli occhi e tacendo sorrise.
E io: «Come ti parrebbe dalle vicine tue esserne lodata, se quando elle venendo a salutarti in casa trovassino te avere sino alle predelle serrato? E ben sai, moglie mia, che collocare e' pulcini in mezzo il lino sarebbe dannoso, porre l'olio apresso delle veste sarebbe pericoloso, e serrare le cose le quali tutta ora s'adoperano in casa sarebbe poca prudenza.
Però bisogna che non tutte le cose sempre stiano quanto dicevi serrate, ma sia quanto si richiede ciascuna a' luoghi suoi, e non solo ne' luoghi suoi, ma in modo ancora che l'una non possa essere nociva all'altra.
E cosí tutte si rasettino in lato ove ciascuna per sé molto si salvi, molto sia presta e apparecchiata a' bisogni con quanto manco si possa ingombro della casa.
E tu hai veduto, dissi io, donna mia, ove ciascuna per sé abbia a stare, e se a te parrà forse altrove stessono piú assettate, piú apparecchiate e piú serrate, pènsavi bene e rassettale meglio.
E se tu vorrai che nulla vada a male, fa', subito che sarà la cosa adoperata, subito si riponga nel luogo suo, acciò che quando altra volta accaderà d'adoperalla, questa si possa subito rinvenire, e s'ella si smarrisse o fosse prestata a qualche amico, tu subito vedendo il luogo suo vacuo conosca in che modo ella manchi e subito studii di riaverla, che per negligenza non si perda, e poi riavutola tu la rasegnerai al luogo suo, ove, se sarà da tenerla serrata, comanderai si serri e rendasi le chiavi a te, però che tu, moglie mia, hai a custodire e mantenere ciò che sta in casa.
E per bene potere questo, a te conviene non tutto il dí sedendo starti oziosa colle gomita in sulla finestra, quale fanno alcune mone lentose, quali per suo scusa tengono il cucito in mano che mai viene meno.
Ma pigliati questo piacevole essercizio di rivedere ogni dí piú volte da sommo a imo tutta la casa, rinumerare se le cose sono ne' luoghi loro, e conoscere ciascuno quanto s'adoperi, lodare piú chi meglio faccia il debito suo, e se quello che fa costui meglio si potesse in altro modo fare, informarlo: al tutto sempre fuggire l'ozio, sempre in qualche cosa essercitarti, imperoché questo essercizio molto gioverà alla masserizia, e molto anche a te sarà utilissimo, ché poi cenerai con migliore appetito, sara'ne piú sana, piú colorita, fresca e bella, e la famiglia ne sarà piú regolata, non potranno cosí scialacquare la roba».
LIONARDO Certo dite il vero.
Quando e' famigli non temono essere veduti, né hanno chi gli rasegni, quelli allora gettano via piú molto che non logorano.
GIANNOZZO Ancora ivi surge maggiore danno, diventano ghiotti e lascivi, e dalla negligenza de' padri della famiglia pigliano licenza e ozio a maggiori vizii.
Però dissi io alla donna mia, quanto potesse fusse diligente provedendo che in casa si distribuisse le cose con ragione e ordine, e che per casa non sofferisse essere alcuna cosa in uso la quale fusse piú che al bisogno s'apartenesse superflua, ma scemasse ogni superchio e quello facesse riporre in luogo salvo; se fusse disutile, lo desse a vendere, e sempre piú si dilettasse di vendere che di comperare, e de' danari comperasse solo cose necessarie alla famiglia.
LIONARDO Insegnastili voi conoscere quando qualche cosa si dovesse giudicare superchia?
GIANNOZZO Feci.
Dissili: «Donna mia, ogni cosa senza la quale onestamente si può a' nostri bisogni supplire, quella si vuole stimare superchia, e vuolsi non lasciarla per casa alle mani di tutti, ma riporla: come gli arienti, quali in casa ogni dí non s'adoperano, ripo'gli, assettali ne' luoghi loro, e quando noi onoraremo gli amici, tu allora ne ornerai la mensa.
E cosí quello che s'adopera solo il verno provederai non stia per casa la state, e quello che si adopera solo la state conviene stia riposto il verno; e quanto di qualunque cosa nell'uso nostro domestico potrai onestamente scemare, stima ivi tutto quello esservi troppo.
Però scemalo, ripollo e serbalo».
LIONARDO E per serballo desti voi alla donna regola alcuna?
GIANNOZZO Sí, diedi questa.
Dissili: «Bisogna per conservare le cose prima provedere che da sé a sé quelle non si guastino, poi guardalle che da altri non fussino magagnate o destrutte.
Pertanto in prima bisogna riporre ciascuna in luogo atto a molto mantenerla, come il grano in luogo fresco, scoperto da tramontana, el vino in luogo dove né caldo né freddo superchio, né vento né cattivo alcuno odore vi possa nuocere; e conviensi spesso rivedella, che se per caso alcuno incominciassi a corrompersi, subito si possa o risanarla o prima adoperarla che in tutto ella sia fatta disutile, o per modo medicarla ch'ella tutta non si perda; poi sarà necessario tenerle chiuse in parte che non a ogni persona sia licito aoperarla e logorarla».
Adunque cosí li dissi; in questo non biasimerei se le cose da serbare, per non le lasciare in mano e uso della brigata, si serrassino ne' luoghi loro colle chiavi, e lodarei le chiavi tutte stessono apresso della madre di famiglia, la quale osservasse ch'elle non andassono per troppe mani, anzi le tenesse tutte apresso di sé; solo quelle chiavi quali s'adoperassino tutta ora, come della cella e della dispensa, queste consegnasse a uno de' piú assidui in casa e piú fidato, piú onesto, piú costumato, piú amorevole e massaio verso le cose nostre.
LIONARDO E a questo desse quelle chiavi, che andasse in su in giú portando quanto bisogna?
GIANNOZZO Sí, ancora perché sarebbe una ricadia alla donna dare e richiedere le chiavi sí spesso.
Ma dissi: «Donna mia, ordina che le chiavi sempre siano in casa, per non aver cercando ad indugiare se forse bisognasse, e ordina che al tempo costui apparecchi in modo che la brigata tutto abbi ciò che bisogna a fuggire la sete e la fame, però che loro mancando questo, ci servirebbono male e non procurerebbono con diligenza le cose nostre.
A' sani farai dare le cose buone, acciò che di loro niuno infermi; e' non sani farai molto governare, e con molta diligenza curerai che tornino a sanità, imperò che egli è masserizia presto guarirli; mentre che giacessoro, tu non saresti servita e arestine spesa.
Quando e' saranno sani e liberi, e' ti serviranno con piú fede e con piú amore.
Sí che, donna mia, cosí farai ciascuno in casa abbia quello che a lui bisogna».
Cosí li dissi, e agiunsi ancora questo: «Moglie mia, acciò che a questo e agli altri domestici bisogni non manchi le cose, fa in casa come fo io nel resto fuori di casa.
Pensa molto prima quale cosa possa bisognare, poni mente quanto di ciascuna sia in casa, quanto quella soglia bastare, quanto sia durata, e quanto ancora all'uso nostro possa supplire; e a quello modo bene comprenderai ove sia da provedere, e subito me lo dirai molto prima che quella a noi in casa scemi afatto, acciò che io possa di fuori trovare del migliore e con minore spesa.
Sí, quello che si compera in fretta le piú volte sarà male stagionato, mal netto, guastasi presto, costa piú, e cosí se ne getta via altretanto piú che non se n'adopera».
LIONARDO E la donna cosí faceva, prevedeva e avisava?
GIANNOZZO Sí, e per questo sempre io avevo spazio a procacciarne del migliore.
LIONARDO Trovate voi masserizia in comperare sempre del migliore?
GIANNOZZO E quanto grande! Se tu manometti il vino forte, el salato guasto, o qualunque altra cosa non buona a pascere la famiglia, non so come veruno sappia farne riserbo.
Gettasi, versasi, niuno se ne cura, ciascuno se ne duole, e per questo ti serve di peggio, ascrivonti questo ad avarizia, chiàmanti misero.
Adunque ne ricevi danno e infamia, e cosí chi non ama le cose tue triste impara poco amare e riverire te.
Ma se tu hai il vino buono, il pane migliore, l'altre cose competente, la famiglia sta contenta e lieta a servirti.
Il dispensatore fa delle buone cose masserizia, e delle cattive insieme con gli altri si duole; e per ciascuno de' tuoi le cose buone si riguardano, e dagli strani molto ne se' onorato, e durano sempre le cose buone piú che le non buone.
Eccoti questa mia cioppa quale io tengo in dosso.
Qui già sotto ho io consumato piú e piú anni, poiché io me la feci persino quando maritai la prima mia figliuola, e fui di questa onorevole parecchi anni le feste; testé per ogni dí ancora vedi quanto ella sia non disdicevole.
Se io allora non avessi scelto il migliore panno di Firenze, io dipoi n'arei fatte due altre, né però sarei stato di quelle onorevole come di questa.
LIONARDO Ben si suole dire le cose buone meno costano che le non buone.
GIANNOZZO Non dubitare, egli è verissimo.
Le cose quanto sono migliori tanto piú durano, tanto piú ti onorano, tanto piú ti contentano, tanto piú si riguardano.
E voglionsi avere in casa le cose buone, e averne in copia quanto basti.
E quello detto d'alcuni e' quali dicono essere meglio carestia di piazza che dovizia di casa, mi pare solo vero in una famiglia disordinata e sanza regola.
Ma chi per tempo e con ordine sa regolare sé e' suoi, a costui giova avere la casa doviziosa e abondante d'ogni bene.
Né si potrebbe dire a mezzo quanto in ogni cosa sia nocivo il disordine, e per contrario utilissimo l'ordine, né so quale piú sia alle famiglie dannoso o la straccuraggine de' padri o il disordine della famiglia.
LIONARDO Dicesti voi alla donna di questo ordine quanto bisognava?
GIANNOZZO Nulla rimase adrieto.
Piú e in piú modi lodai l'ordine e biasimai il disordine, quali modi testé sarebbe lungo recitarli.
Monstra'li che l'ordine era necessario, come con l'ordine si facevano le cose leggiermente e bene, e doppo molte ragioni io diedi questa similitudine: dissi: «Eh! moglie mia, se il dí solenne della grande festa tu uscissi in publico e mandassiti inanzi le fanti e le serve, tu poi seguissi drieto cortese, e fussi vestita col broccato, e avessi il capo fasciato come quando tu vai a posarti, e portassi cinta la spada e in mano la rocca, come ti parrebbe esserne lodata? Quanto ne saresti tu onorata?».
LIONARDO Considerate voi, Battista e tu Carlo, quanto in sé abbino forza queste similitudini insieme e quanta grazia.
Ma che vi rispuose ella, Giannozzo?
GIANNOZZO «Certo», disse ella, «trista a me, in quello abito mi riputeresti pazza».
«Però», li dissi io, «moglie mia, si vuole avere ordine e modo in tutte le cose.
A te non sta portare la spada, né come gli uomini fare l'altre cose virili, né ancora alle donne sta bene in ogni luogo e a ogni tempo fare ogni cosa licita alle femmine, come tu vedi che tenere la rócca, portare el broccato, avere il capo fasciato non si conviene se non ciascuno a' tempi e a' luoghi suoi.
Ma sia tuo officio, donna mia, essere la prima inanzi a tutto il resto della famiglia, non con superbia, ma con molta umanità, e con ogni diligenza avere a tutto buono ordine e buona cura, e provedere che le cose siano in uso a' tempi dovuti, per modo che quello el quale s'afaceva all'autunno non si consumi il maggio, e quello dovea bastare uno mese non si logori in uno dí».
LIONARDO Come vi parse la donna bene animata a fare quante cose voi contavi?
GIANNOZZO Ella pure stava non poco in sé sospesa.
Per questo li dissi: «Moglie mia, queste cose quali io dico, se tu disporrai di farle, tutte verranno a te leggiermente fatte.
Non ti paia grieve fare quello di che tu sarai lodata; piú tosto ti pesi lasciare adrieto quello quale non faccendo saresti biasimata.
Credo io sino a qui tu, in ciò che io t'ho detto, abbia inteso me senza alcuna fatica, e piacemi.
Dicoti, come queste a te sono state leggieri ad imparare, cosí molte saranno dilettose a farle, ove tu amando me, desiderando l'utile nostro, qui porrai l'animo a fare con ordine e diligenza quanto da me tutto il dí imparerai.
E, moglie mia, quello che tu farai volentieri, per difficile che sia, ti verrà fatto bene.
Sempre quello che si fa non volentieri, per facile che sia, non si fa bene.
Non però voglio tu sia quella che facci ogni cosa, no.
Molte cose a te sarebbono male a fare, sendovi altri che le facesse, ma a te sta nelle cose piú infime comandare, e in tutte, quanto spesso ti dico, conoscere in casa quello che ciascuno s'adoperi».
LIONARDO O buoni e santissimi amaestramenti, quali desti alla donna vostra: fusse e volesse parere onesta, comandasse e facessesi riverire, curasse l'utile della famiglia e conservasse le cose domestice! E quanto li dovesti voi parere uomo da gloriarsi esservi moglie!
GIANNOZZO Sia certo, ella conobbe che io li dissi il vero, comprese quanto io diceva per sua utilità, intese me essere piú savio di lei; però sempre mi portò grandissimo amore e molta riverenza.
LIONARDO Quanto fa, quanto è il sapere ammaestrare e' suoi! Ma quanto vi parse ella avervene grazia?
GIANNOZZO La maggiore.
Anzi solea dire spesso tutte le ricchezze sue, tutte le fortune sue essere in me, e con l'altre donne sempre dicea che io era e' suoi ornamenti.
E io dicea: «Donna mia, gli ornamenti tuoi e le bellezze tue saranno la modestia, il costume, e le ricchezze tue staranno nella tua diligenza; però piú si loda in voi donne la diligenza che la bellezza.
Mai fu la casa per vostra bellezza ricca, ma sí spesso diventa per diligenza ricchissima.
Pertanto tu, donna mia, e sarai e desidererai parere piú diligente, modesta e costumata che bella, e a quello modo ogni tuo bene sarà in te».
LIONARDO Queste parole la doverono incendere per modo che tutti e' suoi pensieri, tutto el suo ingegno mai dovea restare di fare ogni cosa quale vi piacesse, sempre studiarsi e sollicitarsi in procurare bene ogni cosa, mai dovea requiare di provedere a tutto per monstrare sé essere diligente e amorevole quanto ella dovea.
GIANNOZZO Ella pure da prima era alquanto timidetta in comandare, come quella ch'era usata ubidire alla madre, e ancora la vedeva oziosetta, e pareva alquanto starsi malinconosa.
LIONARDO E a questo non rimediasti voi?
GIANNOZZO Rimediai.
Quando io giugneva in casa, io la salutava con apertissimo fronte, acciò che ella vedendo me lieto ancora si rallegrasse, e vedendo me stare tristo non avesse cagione di contristarsi.
Dipoi li dissi come el compar mio, uomo prudentissimo, solea subito tornando in casa avedersi se la moglie sua, la quale era ritrosissima, avesse conteso con alcuno, non ad altro segno se non quando e' vedea ch'ella fusse meno che l'usato lieta.
E qui, molto biasimandoli el contendere in casa, io affermava che le donne sempre doverebbono in casa stare liete, e questo sí per non parere diverse come la comare e contenziose, sí ancora per piú piacere al marito.
Una donna lieta sempre sarà piú bella che quando ella stia accigliata.
«E ponvi mente tu stessi, moglie mia», dissi io, «quando io torno in casa con qualche acerbo pensiero, che spesso accade a noi uomini perché conversiamo e abbattiànci a' malvagi maligni e a chi ci inimica, tu, cosí vedendomi turbato, tutta in te t'atristi e dispiaceti.
Cosí stima interviene e molto piú a me, perché so tu non puoi avere in animo alcuna acerbità se non di cose quali vengono solo per tuo mancamento.
A te non accade se non vivendo lieta farti ubidire e procurare l'utile della nostra famiglia.
Per questo mi dispiacerebbe vederti non lieta, ove io comprenderei con quello tuo attristirti confesseresti avere in qualche cosa errato».
Questo e molte simili cose atte alla materia piú volte li dissi, confortandola al tutto fuggisse ogni tristezza, sempre a me, a' parenti e agli amici miei si porgesse con molta onestà, lieta, amorevole e graziosa.
LIONARDO E' parenti assai credo essa potea conoscere quali fossino, ma non so quanto a una giovinetta di quella età sia facile discernere chi sia amico, ove troviamo in la vita quasi niuna cosa piú difficilissima che in tanta ombra di fizioni, in tanta oscurità di voluntà, e in tante tenebre d'errori e vizii, quanto da ogni parte abondano, scorgere quale ti sia vero amico.
Per questo a me sarebbe caro sapere se voi alla donna vostra insegnasti conoscere chi vi fusse amico.
GIANNOZZO Non l'insegnai conoscere, no, chi mi fosse amico, però che, come tu di', cosí questo a me pare cosa incertissima e molto fallace intendere l'animo d'uno se m'è vero amico o no.
Ma io bene alla donna insegnai conoscere chi ci fosse inimico, e poi appresso l'insegnai chi ella dovesse riputare amico.
Dissili: «Non stimare, moglie mia, uomo alcuno mai essere nostro amico el quale tu vegga cercare contro all'utile nostro; e stima colui essere inimicissimo il quale cerchi cosa alcuna contro al nostro onore, imperoché piú a noi debba essere caro molto l'onore che la roba, piú la onestà che l'utile.
Manco ci farà danno chi a noi torrà qualche cosa, che chi ci darà infamia.
E perché, moglie mia, in due modi si vive contro alli inimici, o superchiandoli con forza, o fuggendoli ove tu sia piú debole, agli uomini giova adoperare la forza vincendo, ma alle donne non resta se non il fuggire per salvarsi.
Fuggi adunque, non mai porre occhio a niuno nostro inimico, ma riputa amico qualunque io in presenza onoro e in assenza lodo».
Cosí li dissi.
Dipoi ella cosí facea.
Era onestissima, lieta, governava con modo, procurava con molta diligenza tutta la famiglia.
Ma in questo peccava, che alcuna volta, per parere troppo diligente, si sarebbe data a fare una o una altra cosa infima, e io subito gliele vietava, diceali questo comandasse ad altri, e comandando facesse valere sé apresso e' suoi, in qualunque modo avendosi per casa come si richiede patrona e maestra di tutti, e fuori di casa ancora cercasse acquistare in sé qualche dignità; e per questo qualche volta ancora, per prendere in sé qualche autorità e per imparare comparire tra la gente, si porgesse fuori aperto l'uscio con buona continenza, con modo grave, per quale e' vicini la conoscessoro prudente e pregiassoro, e cosí e' nostri di casa molto la riverissono.
LIONARDO Cosí a me pare ragionevole la donna sia riverita.
GIANNOZZO Anzi fu sempre necessario questo.
Se la donna non si fa riverire, la famiglia non cura e' comandamenti suoi, e ciascuno fa le cose a sua voglia, sta la casa perturbata e male servita.
Ma se la donna sarà desta e diligente alle cose, tutti e' suoi la ubidiranno.
S'ella sarà costumata, tutti la riveriranno.
In questo ragionamento Adovardo discese verso noi.
Giannozzo e Lionardo si levorono incóntroli a salutarlo.
Carlo e io subito ascendemmo, se cosa fusse bisognata a nostro padre per vederlo.
Trovammo e' famigli aveano in comandamento stare in sull'uscio fuori della camera che niuno là entro entrasse.
Maravigliammoci e subito ritornammo giú ove Adovardo rispondeva a Giannozzo come Ricciardo era tutta questa mattina stato a rinvenire scritture e commentarii secreti, e che ora cosí era rimaso con Lorenzo per essere con lui solo insieme, e che Lorenzo molto gli parea migliorato.
Allora disse cosí Giannozzo: - Se io avessi cosí stimato Ricciardo essere stamani infaccendato, non mi sarei qui tanto indugiato, anzi in questo mezzo sarei ito a riverire Iddio e adorare il sacrificio, come già molti anni sempre fu mia usanza fare ogni mattina.
ADOVARDO Costume ottimo, e vuolsi prima cercare la grazia d'Iddio chi desidera essere quanto siete voi agli uomini grato e accetto.
GIANNOZZO Cosí mi pare condegno rendere grazia a Dio de' doni quali la sua pietà sino a qui ci concede, e pregarlo ci dia quiete e verità d'animo e di intelletto, e pregarlo ci conceda lungo tempo sanità, vita, e buona fortuna, bella famiglia, oneste ricchezze, buona grazia e onore tra gli uomini.
ADOVARDO Sono queste le preghiere quali porgete a Dio?
GIANNOZZO E sono, e ogni mattina cosí soglio.
Ma costoro stamani qui m'hanno tenuto.
Fuggitosi il tempo ragionando, non ce ne siamo acorti.
LIONARDO Stimate, Giannozzo, questo vostro officio di pietà essere gratissimo a Dio non meno che se fossi stato al sacrificio, avendoci insegnato tante buone e santissime cose.
ADOVARDO Che ragionamenti sono stati e' vostri?
LIONARDO E' piú nobili, Adovardo, e' piú utili; e quanto ti sarebbe piaciuto avere udito infiniti perfettissimi suoi ragionamenti!
ADOVARDO Bene so io, dove tu sia, mai si ragiona di cose se non molto nobilissime, e conosco in tutti e' suoi ragionamenti Giannozzo essere da udirlo molto volentieri.
LIONARDO In tutte l'altre cose sempre fu Giannozzo da essere ascoltato, ma in questa una piú che nell'altre ti sarebbe veduto e da 'scoltarlo e da maravigliartene, tante sono state le sue sentenze alla masserizia elegantissime e maturissime, innumerabili, inaudite.
ADOVARDO Quanto vorrei esserci stato!
LIONARDO Gioverebbeti, ché aresti inteso come la masserizia non manco sta in usare le cose che in serballe, e come quelle delle quali si dee fare piú che dell'altre masserizia sono le cose piú che tutte l'altre proprie nostre; e aresti udito come la roba, la famiglia, l'onore e l'amicizie non in tutto sono nostre, e aresti impreso in che modo di queste si debba essere massaio; giudicaresti questo dí esserti felicissimo.
ADOVARDO Duolmi altrove essere stato occupato, ché niuna cosa a me sarebbe piú cara che avermi trovato con questi vostro discipolo, Giannozzo, a imparare quel che oggimai m'accade, diventare buono massaio, ché cosí mi pare si convenga a noi, quanto prima diventiamo padri, crescendo in famiglia simile si cresca in masserizia.
GIANNOZZO Non ti lasciare cosí leggiere persuadere, Adovardo, quello che non è.
Lionardo qui sempre fu in me troppo affezionato, e forse gli sono piaciuto ragionando della masserizia, la quale cosa per ancora non gli accade interamente provare; piacegli udirne come di cosa nuova.
E se io sono a lui in questi nostri passati ragionamenti piaciuto piú che le mie parole né meritavano, né cercavano, non lo imputate a me, ma giudicate che la troppa affezione di Lionardo in me fa che ogni mia parola gli pare sentenziosa.
Di mie parole che grazia posso io porgere apresso di voi litterati e studiosi, i quali tutto il dí leggete e vedete divini ingegni, trassinate sentenze nobilissime, trovate detti prudentissimi apresso quelli vostri antichi, le quali cose in parte alcuna non sono in me? Ben mi sono certo ingegnato dire cose utili, quali dirle con eloquenza, con ordine, intesservi essempli, adducervi autorità, ornalle di parole, come solete dire voi che bisogna, arei né saputo né potuto; ché mi conoscete sono idiota.
Quello che io volessi dire d'altra cosa in quale io sono meno pratico non sarebbe degno d'audienza, né anche quello della masserizia si potesse per me narrare sarebbe se non quanto per lunga pruova cosí truovo essere utile; sí che dicoti, Adovardo mio, non ti dolga non ci essere stato.
Tu hai moglie e figliuoli; pruovi e conosci di dí in dí quello medesimo quale ho conosciuto io, e quanto tu hai piú ingegno di me insieme e piú dottrina, tanto piú e presto e meglio da te a te comprenderai e' bisogni, il modo, l'ordine e tutto quello si richiede alla masserizia.
ADOVARDO Né Lionardo stima di voi piú che vi meritiate, né voi ragionando della masserizia potresti parlare se non utilissimo.
E arei io caro per altre cagioni avervi udito, e per questa ancora, per riconoscere se l'opinione mia fusse simile al giudicio vostro.
GIANNOZZO Potrei io giudicare di cosa alcuna se non ben volgare e aperta? E potrei io, Adovardo, interpormi in causa alcuna ove il tuo sentimento, le tue lettere non ponessoro il giudicio tuo molto di sopra al mio? Io sempre sono stato contento non piú sapere che quanto mi bisogna, e a me basta intendere quello che io mi veggo e sento tra le mani.
Voi litterati volete sapere quello che fu anni già cento, e quello che sarà di qui doppo a sessanta, e in ogni cosa desiderate ingegni, arte, dottrina ed eloquenza simile alle vostre.
Chi mai potesse satisfarvi? Io certo no.
Di quelli non sono io.
E dicovi tanto, forse mi può essere caro tu, Adovardo, non ci sia stato presente, non perché io stimi da meno il giudicio di Lionardo che il tuo, Adovardo, ma perché cosí arei avuto a satisfare a due voi litterati; ove forse avessi voluto parervi quello che io non sono, io arei detta qualche sciocchezza, e molto piú mi sarei vergognato sentendomi non potervi satisfare.
LIONARDO Siate certo, Giannozzo, che, ragionando voi della masserizia, in qualunque luogo e' litterati non fastidiosi vi udirebbono volentieri, né so chi desiderasse in voi altro stile né altra copia d'ingegno né altro ordine d'eloquenza.
ADOVARDO Certo non che io avessi desideratovi altra copia, ma io mai arei stimato, e dicoti il vero, Lionardo, mai arei creduto la masserizia in sé avesse tanti membri quanti tu dicevi che Giannozzo la distinse.
LIONARDO Non ne dissi a mezzo.
ADOVARDO Come?
LIONARDO Molte piú cose: in che modo alla famiglia bisogna la casa, la possessione, la bottega, per avere dove tutti insieme si riducano per pascere e vestire e' suoi, e come di queste si debba esserne massaio.
ADOVARDO E della moneta dicesti vo' come o quale masserizia se n'abbia a fare?
GIANNOZZO Che bisogna dirne, se non come dell'altre cose? Spendansi alle necessità, l'avanzo si serbi, se caso venisse servirne all'amico, al parente, alla patria.
ADOVARDO E vedete, Giannozzo, diversa opinione quale io stimava, e forse poteva non senza ferma ragione cosí giudicare, che a uno massaio bisognasse non altro piú che fare buona masserizia del danaio.
E potea me muovere questo, che pur si vede il danaio essere di tutte le cose o radice, o esca, o nutrimento.
Il danaio niuno dubita quanto e' sia nervo di tutti e' mestieri, per modo che chi possiede copia del danaio facilmente può fuggire ogni necessità e adempiere molta somma delle voglie sue.
Puossi con danari avere e casa e villa; e tutti e' mestieri, e tutti gli artigiani quasi come servi s'afaticano per colui il quale abbia danari.
A chi non ha danari manca quasi ogni cosa, e a tutte le cose bisogna danari; alla villa, alla casa, alla bottega sono necessarii i servi, fattori, strumenti, buoi, e simili altre, le quali cose non si posseggono e ottengono senza spendere danari.
Se adunque il danaio supplisce a tutti i bisogni, che fa mestiere occupare l'animo in altra masserizia che in sola questa del danaio? E ponete mente, Giannozzo, in queste nostre fortune acerbissime, in questo nostro essilio ingiustissimo, ponete mente la famiglia nostra Alberta, quelli i quali si truovano avere danari quante sofferino manche necessitati che se fossino stati copiosi di terreni.
Quanta ricchezza manca a' nostri Alberti qui fuori di casa nostra, per avere in casa speso il grande danaio in mura e terreni! Giudicate voi stessi quanto sarebbe maggiore il nostro avere, se noi cosí avessimo potuto portarne gli edificii e i molti nostri campi drietoci come fatto abbiamo il danaio.
Stimerete voi forse a noi non fosse testé piú utile qui trovarci in danari anoverati quello che là oltre vagliono quelle nostre molte possessioni?
GIANNOZZO Bene a me sogliono questi vostri litterati parere troppo litigiosi.
Niuna cosa si truova tanto certa, niuna sí manifesta, niuna sí chiara, la quale voi con vostri argomenti non facciate essere dubia, incerta, e oscurissima.
Ma testé meco o piacciavi come tra voi solete disputare, o piacciavi vedere in questo che opinione sia la mia, conosco a me essere debito risponderti piú per contentarne te, Adovardo, che per difendere alcuna opinione.
Io non ti voglio negare, Adovardo, che per sopplire alle necessità e per satisfare alle nostre voglie il danaio non vaglia assai, ma io non ti confesserò però, benché io avessi danari, che ancora a me non manchino molte e molte cose, le quali non si truovano tutte ora apparecchiate a' bisogni, o sono non sí buone, o costano superchio.
E quando le bene costassino vili, a me sarà piú grato pigliarmi fatica piacevole in governare le mie possessioni, la mia casa io stessi, e ricormi quello mi bisogna, che d'avere prima al continuo fatica in contenere e' danari, poi avere travaglio in trovare le cose di dí in dí, e in quelle spendere molto piú che se io me l'avessi stagionate in casa.
E se non fusse in queste nostre avversità tu qui senti a te piú commodo il danaio che le possessioni altrove, stimo ne giudicaresti quello che io medesimo, e avendo quanto fusse assai per satisfare alle necessità e alle voglie tue e della famiglia tua, tu credo non troppo ti cureresti del danaio.
Quanto io, mai seppi a che fusse utile il danaio altro che a satisfare a' bisogni e volontà nostre.
Ma vedi ora quanto io sia da te piú oltre in diversa opinione, se tu piú stimi utili i danari ch'e' terreni: ove tu truovi te manco avere perduto danari che possessioni, ti pare egli però ch'e' danari si possino meglio serbare che le cose stabili? Parti però piú stabile ricchezza quella del danaio che quella della villa? Parti piú utile frutto quello del danaio che quello de' terreni? Quale sarà cosa alcuna piú atta a perdersi, piú difficile a serbare, piú pericolosa a trassinalla, piú brigosa a riavella, piú facile a dileguarsi, spegnersi, irne in fummo? Quale a tutti quelli perdimenti tanto sarà atta quanto essere si vede il danaio? Niuna cosa manco si truova stabile, con manco fermezza che la moneta.
Fatica incredibile serbar e' danari, fatica sopra tutte l'altre piena di sospetti, piena di pericoli, pienissima di infortunii.
Né in modo alcuno si possono tenere rinchiusi e' danari; e se tu gli tieni serrati e ascosi, sono utili né a te né a' tuoi: niuna cosa ti si dice essere utile se non quanto tu l'adoperi.
E potrei ancora racontarti a quanti pericoli sia sottoposto il danaio: male mani, mala fede, malo consiglio, mala fortuna, e infinite simili altre cose pessime in uno sorso divorano tutte le somme de' danari, tutto consumano, mai piú se ne vede né reliquie né cenere.
E in questo, Lionardo e tu Adovardo, parvi forse che io erri?
LIONARDO Quanto io, sono in cotesta medesima sentenza.
ADOVARDO In chi diciavate voi, Giannozzo, tanto essere forza d'argomentazioni che ogni ferma sentenza dicendo pervertiva? In noi forse litterati? Quanto io, non però vorrei non sapere quali mi dilettano lettere.
Ma se i litterati sono quelli e' quali sanno quanto voi dite con argomenti rivolgere ogni cosa e monstralla contraria, certo in me si può giudicare niuna lettera, tanto testé mi manca ogni ridutto da confutare e' vostri argomenti.
Ma per non mi arendere cosí tosto, ché sapete, Giannozzo, sempre fu piú lodo vincere chi si difende che vincere chi subito s'abandoni, io, non per concertare ma piú tosto per perdere virilmente, dico ch'e' vostri argomenti non però in tutto mi satisfanno.
Non saprei addurvi altra ragione, se non quanto mi pare che 'l corso e impeto della fortuna cosí se ne porta le possessioni come il danaio, e forse tale ora in luogo rimangono ascose e salve le pecunie, ove le possessioni e gli edificii in palese sono da guerre, da inimici, con fuoco e con ferro disfatte e perdute.
GIANNOZZO Ancora mi piace, com'e' pratichi buoni combattenti adoperano per vincere non meno astuzia che forza, e tale ora monstrano fuggire per condurre il nimico in qualche disavantaggio, cosí tu meco qui mostri accedermi, e pur ti fortifichi piú tosto d'astuzia che di fermezza.
Ma voglio di questo lasciarne il giudicio a te.
Non temo da voi alcune insidie come forse dovrei.
Considera, Adovardo, che né mani di furoni, né rapine, né fuoco, né ferro, né perfidia de' mortali, né, che ardirò io dire, non le saette, il tuono, non l'ira d'Iddio ti priva della possessione.
Se questo anno vi cascò tempesta, se molte piove, se troppo gelo, se venti, o calure, o secco corruppero e riarsero le semente, a te poi seguita uno altro anno migliore fortuna, se non a te, a' figliuoli tuoi, a' nipoti tuoi.
A quanti pupilli, a quanti cittadini sono piú state utili le possessioni ch'e' denari! Per tutto se ne vede infiniti essempli.
E quanti falliti, e quanti corsali, e quanti rapinatori hanno saziati e' danari de' nostri Alberti! Somme inestimabili, somme infinite, ricchezze da nolle credere tutte fatte con nostra perdita.
E volesse Dio si fussero spesi in praterie, in boschi o grippe piú tosto, che almanco pur sarebbono dette nostre, almanco si potrebbe sperare a migliore nostra fortuna di riavelle.
Stimate adunque il danaio non essere piú che le possessioni utile; stimate alla famiglia essere e utile e necessario la possessione.
Né so conoscere io il danaio a che sia trovato se non per spendere, per a quello cambio riceverne cose.
Tu, vero, avendo le cose, che ti bisogna il danaio? E hanno le cose questo in sé piú, che le truovano e' danari, suppliscono al bisogno.
Ma non ci aviluppiamo in questo ragionamento; favelliamo come pratichi massai; lasciamo le disputazioni da parte.
Cosí giudico: el buono padre di famiglia conosca tutte le fortune sue, né voglia avelle tutte in uno luogo, né tutte in una cosa poste, acciò che se gli inimici, se gli impeti ostili, s'e' casi avversi premono di qua, tu vaglia e possa di là; se danneggiano di là, tu salvi di qua; se la fortuna non ti giova in quello, né anche ti sia nociva in questo.
Cosí adunque mi piace non tutti danari, né tutte possessioni, ma parte in questo, parte in altre cose poste e in diversi luoghi allogate.
E di queste s'adoperi al bisogno, l'avanzo si serbi pell'avenire.
LIONARDO Che pure miri tu, Adovardo, quasi come stupefatto a questi detti di Giannozzo? Se tu avessi udito e' suoi ragionamenti sopra, tu confesseresti e' suoi detti alle famiglie quasi oraculi divini essere, tutti necessarii a bene reggere ogni famiglia fuori e dentro in casa.
Nulla v'è mancato, tutto v'è detto con suavità, chiaro, netto, puro.
Lodarestilo.
ADOVARDO Se Lionardo me ne consiglia, io sono contento consentirvi, Giannozzo, e come volete giudicherò che il buono massaio debba non ridursi in danari soli, né in sole possessioni, ma debba partire le fortune sue in piú cose e in piú luoghi.
E sono contento accresce'gli fatica e porgli ad animo la custodia e conservazione piú che del danaio, sola una cosa della quale essere massaio stimava io che bastasse.
LIONARDO Crederesti tu potere errare, Adovardo, nella masserizia consentendo al giudicio di Giannozzo?
ADOVARDO Anzi sarebbe in grande errore chi credesse il giudicio e sentenze di Giannozzo non essere verissimo, ma in alcuna cosa, Lionardo, benché le siano vere, tale ora non mi pare biasimo dubitarne.
E vedete, Giannozzo, in quello che io potrei dubitare.
Voi testé mi isvilisti il danaio, Iddio buono, per modo che niuna cosa piú sarebbe, sendo come diciavate, vile; solo fatto il danaio per comperare le cose.
Parse a me volesti pur troppo rendere il danaio disutile; sotto tante sciagure, sotto tanti pericoli il ponesti, che, se altri vi credesse mai, nonché esserne massaio, ma e' no' gli vorrebbe vedere.
E benché io vegga ne dite in molta parte el vero, pure stimo nel danaio esservi alcune altre commodità.
Pare a me non fate stima in una piccola borsetta trovarvi pane, vino, e tutte le vittoaglie, veste, cavalli, e ogni cosa utile portarsi in seno.
Ma chi negasse il danaio non essere ancora utile in prestallo agli amici quanto diciavate, e in traficarlo?
GIANNOZZO Non dissi io che tu, Adovardo, tendevi qualche insidie? Ma vinca meco questo costume di voi altri litterati, né sia cosa alcuna sí bene detta quale voi non sappiate monstrare essere male detta; né io sarei sufficiente volella con voi vincere.
ADOVARDO Certo non ad altro fine ve ne domando, se non per imparare da voi quanto per maturissima prudenza in questo come nell'altre cose conoscete.
LIONARDO Del trafficare i danari risponderò io quanto compresi da Giannozzo.
In ogni compera e vendita siavi simplicità, verità, fede e integrità tanto con lo strano quanto con l'amico, con tutti chiaro e netto.
ADOVARDO Ottimo.
Ma del prestargli, Giannozzo, se qualche signore, come tutto dí accade, vi richiedesse?
GIANNOZZO Dare'gli piú tosto in dono venti che in presto cento, e per non fare né l'uno né l'altro, Adovardo mio, ché tutti gli fuggirei.
ADOVARDO Che te ne pare, Lionardo?
LIONARDO E io ancora il simile.
Eleggerei perdere venti acquistandomi grazia, che arischiarne cento senza essere certo di riaverne grado.
GIANNOZZO Taci.
Non dire.
Non sia chi speri mai da' signori né grado né grazia.
Tanto ama il signore, tanto ti pregia, quanto tu gli se' utile.
Non ama il signore per tua alcuna virtú, né si possono le virtú fare note a' signori.
Sempre piú sono e' viziosi, ostentatori, assentatori e maligni in casa de' signori ch'e' buoni.
E se tu consideri, quasi la maggiore parte di quelli stanno ivi perdendo tempo oziosi, ché non sanno guadagnare in altro modo il propio vivere.
Pasconsi del pane altrui, fuggono la propria industria e onesta fatica.
E se ivi sono e' buoni, stansi modesti, stimano piú venire in grazia per la virtú che per ostentazione, amano piú essere bene voluti per suo merito che con ingiuriare altrui.
Ma la virtú non si conosce se non quando sia per opera manifestata, e poi ancora conosciuta pare assai s'ella è lodata; e forse raro si truova virtú bene premiata, e tu virtuoso non potrai la conversazione di quelli scelerati, a' quali dispiacerà la continenza, severità e religione tua.
Né tra i viziosi a te sarà luogo monstrare virtú, né arecherai a lodo contendere qualche premio con alcuno scelerato, lascera'lo vincere e ottenere quello che tu appetivi per non perseverare in questa contenzione, della quale tu vegga esserti apparecchiata molta piú ingiuria da quelli audacissimi uomini che lode dagli altri buoni.
Quelli adunque arditi e baldanzosi ti lasciano adrieto, e spesso piú nuoce uno raportamento di quelli assentatori in tuo biasimo, che non giova molta testimonianza in tua comendazione.
Però sempre a me parse da fuggire questi signori.
E credete a me, da loro si vuole chiedere e tôrre, dare o prestare non mai.
Ciò che tu loro dai, si getta via.
Hanno molti donatori, anzi comperatori delle grazie loro, anzi ricomperatori delle ingiurie.
Se tu porgi poco, ne ricevi odio, e perdi il dono; se tu assai, non te ne rende premio; se tu troppo, non però satisfai alla grande loro cupidità.
Non solo vogliono per loro, ma per tutti ancora e' suoi.
Se tu dai a uno, apri necessità a te stessi di dare a tutti gli altri, e quanto piú dai, tanto piú in te stessi ricevi danno, tanto piú quelli aspettano, tanto piú loro pare dovere ricevere: quanto piú presti, tanto piú te ne arai a pentire.
Apresso e' signori le promesse tue sono obligo, le prestanze sono doni, e' doni sono uno gittare via.
E colui si stimi a felicità a chi non molto costano le conoscenze de' signori.
Raro ti puoi fare grato a uno signore, se non ti costa.
Soleva dire messer Antonio Alberti ch'e' signori si voleano salutare con parole dorate.
E proverrai ch'e' signori debitori, per non renderti premio, adombreranno teco, strazierannoti, per farti rompere in qualche detto o risposta onde e' piglino loro scusa a nuocerti, e sempre cercheranno male finirti; e dove possano in molti modi nuocerti, ivi ti fanno peggio.
ADOVARDO Adunque sarò per vostro consiglio prudente.
Fuggirò ogni pratica de' signori, o, acadendomi con loro qualche traffico, sempre domanderò, o domandato cercarò dar loro quanto manco poterò.
GIANNOZZO Cosí farete, figliuoli miei, e piú tosto fuggirete ogni lusinga e fronte d'ogni tiranno, e questo vi troverrete utilissimo.
ADOVARDO Agli amici?
GIANNOZZO Che domandi tu? Ben sai che con l'amico si vuole essere liberale.
LIONARDO Prestare, donare loro?
GIANNOZZO Questo bene sapete.
Ove non bisogni, a che fine vorresti voi donare? Non perché e' t'amino, già che sono amici.
Non perché e' conoscano la liberalità tua, già che non bisogna.
Niuna donazione mi pare liberalità, se non quando il bisogno la richiede.
E io sono di quelli el quale piú tosto voglio amici virtuosi che ricchi.
Ma ancora io mi diletto piú d'avere amici fortunati che infortunati e poveri.
LIONARDO Ma all'amico che posso io, domandandomi, negarli?
GIANNOZZO Sai quanto? Tutto quello quale e' dimandasse disonesto.
ADOVARDO Ne' bisogni, credo, non sarebbe disonesto domandare allo amico qualunque cosa.
GIANNOZZO Se a me fosse troppo sconcio fare quanto chiedesse l'amico, perché devessi io piú avere caro l'utile suo che lui il mio? Ben voglio, a te non resultando troppo danno, presti all'amico, in modo però che, rivolendo il tuo, né tu entri in litigio, né lui ti diventi inimico.
LIONARDO Non so quanto voi massari mi loderete, ma io all'amico sarei in ogni cosa largo, fidere'mi di lui, prestere'li, donare'li; nulla sarebbe tra lui e me diviso.
GIANNOZZO E se lui non facesse a te il simile?
LIONARDO Farebbelo sendo mio amico.
Comunicarebbe cosí tutte le cose, tutte le voglie, tutti e' pensieri; e tutte le nostre fortune insieme sarebbono tra noi non piú sue che mie.
GIANNOZZO Sapra'mi dire quanti tu arai trovati comunicare teco altro che parole e frasche; mostrera'mi a chi tu possa fidare uno minimo tuo secreto.
Tutto il mondo si truova pieno di fizioni.
E abbiate da me questo: chi con qualunque arte, con qualunque colore, con quale si sia astuzia cercherà tôrvi del vostro, costui non vi sarà vero amico.
ADOVARDO Cosí sta.
Salutatori, lodatori, assentatori si truovono assai, amici niuno, conoscenti quanti vuoi, fidati pochissimi.
Quali adunque con questi saremo noi?
GIANNOZZO Sapete voi quale uno mio amico, uomo in l'altre cose intero e severo, ma ne' fatti della masserizia forse troppo tegnente, suole porgersi a questi tali leggieri uomini e dimandatori, quando e' vengono a lui sotto colore d'amicizia racontando parentadi e antiche conoscenze? Se questi a lui donano salute, e lui contra infinite salute.
Se questi li ridono in fronte, e lui molto piú ride a loro.
Se questi lodano, e lui molto piú loda loro.
In queste simili cose molto lo truovano liberale, sentonsi vincere di larghezza e facilità.
A tutte loro parole, a tutte loro moine presta fronte e orecchie, ma come quelli riescono narrandoli e' suoi bisogni, e lui subito finge e narra molti de' suoi; quando quelli cominciano a conchiudere pregandolo che presti loro, o che almanco entri fideiussore, e lui subito diventa sordo, frantende, e ad altra cosa risponde, e subito entra in qualche altro lungo ragionamento.
Quelli, e' quali sono in quella arte dello ingannare altrui buoni maestri, subito framettono una novelletta, e dove doppo quello poco ridere di nuovo ripicchiano, e lui pure il simile.
Quando alla fine con lunga importunità lo vincono, se domandano piccola somma, per levarsi quella ricadia, mancandoli ogni scusa, presta loro, ma il meno che può.
Ove la somma gli pare grande, allora l'amico mio...
Ma, tristo me, che fo io? Quando io doverrei insegnarvi essere cortesi e liberali, io v'insegno essere fingardi e troppo tegnenti.
Non piú.
Io non voglio mi riputiate maestro di malizie.
Verso gli amici si vuole usare liberalità.
ADOVARDO Anzi questo riputatelo virtú, Giannozzo, con malizia vincere uno malizioso.
LIONARDO Sí certo, a me pare spesso necessario usare astuzia co' troppo astuti.
GIANNOZZO Pur vorrete trovare da me via per onde possiate fuggire questi chieditori.
S'e' ditti miei gioveranno a convincere astuzia con astuzia, sono contento.
Se vi noceranno aiutandovi essere non liberali e larghi, ma tenaci e stretti, ancora potrò di questo esserne contento, perché almanco arete qualche colore a parere motteggiatori ove siate avari.
Ma per mio consiglio piacciavi piú acquistandovi onore parere liberali che astuti.
La liberalità fatta con ragione sempre fu lodata; l'astuzia spesso si biasima.
E non lodo tanto la masserizia che io biasimi tale ora essere liberale, né tanto a me pare dovuta la liberalità fra gli amici che ancora qualche volta non sia utile usarla verso gli strani, o per farti conoscere non avaro, o per acquistarti nuovi amici.
ADOVARDO Quanto a noi pare, Giannozzo, testé qui vogliate seguire l'uso di quello vostro amico, ché, per non rispondere a quanto da voi aspettiamo, voi rivolgete il ragionare vostro della molta masserizia e traducetelo proprio in contraria parte dicendo della liberalità.
Noi desideriamo udire e imparare da quello vostro amico, per poterci valere contro a questi chieditori, e' quali tutto il dí ci seccano.
GIANNOZZO Cosí al tutto volete? Dicovelo.
Solea l'amico mio a questi trappolatori prima rispondere che per gli amici a lui era debito fare tutto, ma per ora non essere possibile fare come vorrebbe, e quanto era sua usanza fare agli amici non meno che si meritino.
Poi si dava con molte parole a mostrare loro non fusse meglio, né per ora bisognasse fare quella spesa.
Diceva quello non gli essere utile, meglio essere indugiare, piú giovare tenervi quella altra via, e cosí di parole molto si dava largo e prodigo.
Apresso confortava ne chiedessono qualche uno altro, e prometteva di parlarne e adoperarsi in ogni aiuto a trovarli da chi si sia degli altri amici.
E se pur questi ripregando lo convinceano, allora l'amico per stracchezza dicea: «Io mi vi penserò, e troverrovvi buono rimedio; torna domani».
Poi e' non era in casa, o egli era troppo infaccendato, e cosí a colui conveniva già stracco provedersi altronde.
LIONARDO Forse sarebbe il meglio negare aperto e virile.
GIANNOZZO Quanto io, prima era di questo animo, e spesso ne ripresi l'amico mio, ma lui mi rispondea e dicea la sua essere migliore via, imperoché a questi infrascatori pare saperci dire in modo che noi non possiamo loro dinegare cosa quale e' dimandino; però si vogliono contentare di quello che non ci costa.
E dicea l'amico mio: «Se io da prima negassi aperto, io monstrerrei non curarli, sarei loro odioso.
A questo modo quelli pur sperano ingannarmi, e io monstro stimarli, e cosí poi elli giudicano me da piú che loro ove e' si veggono avanzare d'astuzia, né a me ancora par poco piacere ove io dileggio chi me voglia ingannare».
ADOVARDO Molto a me piace costui, il quale richiesto di fatti dava parole, e a chi domandava danari porgea consiglio.
LIONARDO Ma se uno de' vostri di casa vi richiedesse, come tutto il dí accade, come li tratterresti voi?
GIANNOZZO Ove io potessi senza grandissimo mio sconcio, ove io gliene facessi utile, prestere'gli danari e roba quanto e' volesse e quanto io potessi, però che a me sta debito aiutare e' miei con la roba, col sudore, col sangue, con quello che io posso persino a porvi la vita in onore della casa e de' miei.
ADOVARDO O Giannozzo!
LIONARDO Diritto, buono, prudente padre.
Simili vogliono essere e' buoni parenti.
GIANNOZZO La roba, e' danari si vogliono sapere spendere e adoperare.
Chi non sa spendere le ricchezze se non in pascere e vestire, chi non sa usarle in utile de' suoi, in onore della casa, costui certo non le sa adoperare.
ADOVARDO Ancora mi occorre qui dimandarvi, Giannozzo.
Ecco in me di qui a uno pezzo e' miei figliuoli cresceranno.
Usano e' padri in Firenze a ciascuno de' suoi figliuoli dare certa somma d'argento per minute loro spese, e loro pare ch'e' garzoni manco ne siano sviati, avendo in quello modo da satisfare alle giovinili sue voglie, e dicono che il tenere la gioventú stretta del danaio la pinge in molti vizii e costumi scelerati.
Che dite, Giannozzo? Parvi da cosí allargare la mano?
GIANNOZZO Dimmi, Adovardo, se tu vedessi uno tuo fanciullo maneggiare rasoi arrotati, affilati, troppo taglienti, che faresti tu?
ADOVARDO Torre'li di mano.
Temerei non s'impiagasse.
GIANNOZZO E adirerestiti, so, con chi avesse cosí lasciatoli trassinare.
Vero? E quale credi tu essere piú suo mestiere a uno fanciullo, trassinare rasoi o moneta?
ADOVARDO Né l'uno né l'altro mi pare suo atto mestiere.
GIANNOZZO E stimi tu senza pericolo a uno garzonetto trassinare danari? Certo a me, che sono omai vecchio, sono e' danari fatti cosí, che non senza pericolo ancora ben so maneggiarli.
E credi tu che a uno giovane non pratico sia non pericolosissimo trassinare danari? Lasciamo da parte che gli sarano tolti da' ghiotti, da' lacciuoli, da' quali e' giovani sanno male schifarsi.
Pensa tu, uno giovane che utilità potrà egli sapere trarre de' danari; che necessità saranno quelle d'uno garzonetto? La mensa gli apparecchia il padre, el quale sendo prudente non patirà che il figliuolo si satolli altrove.
Se vorrà vestire, richieggane il padre, el quale, sendo facile e maturo, lo contenterà, ma non lascerà il figliuolo vestire isfoggiato, né con alcuna leggerezza.
Quale adunque può in uno garzonetto venire necessità, o quale voglia, se non una sola di gittarli in lussurie, in dadi e in ghiottornie? Io piú tosto consiglierei e' padri che procurassino, Adovardo mio, ch'e' figliuoli suoi non scorrino in voglie lascive e disoneste.
A chi non arà volontà di spendere, a costui non bisogneranno danari.
S'e' tuoi figliuoli aranno voglie oneste, molto sarà loro caro tu le sappia; dirannotele, e tu in quelle abbiati con loro facile e liberale.
LIONARDO Quelli nostri prudenti cittadini, stimo io, Giannozzo, se non conoscessono essere ivi qualche utilità, forse non servarebbono quella larghezza co' giovani loro.
GIANNOZZO Se io vedessi che le volontà e il corso della gioventú in tutto si potesse restringere, io grandemente biasimerei quelli padri e' quali non cercassino distorre e' suoi figliuoli dalle voglie prima che darli aiuto a seguirle.
E io quanto piú penso tanto meno conosco ove surga piú vizio nella gioventú, o per essere troppo bisognosi del danaio, o per esserne copiosi.
LIONARDO A me pare comprendere che Giannozzo vorrebbe prima e' padri stogliessono da' giovani le voglie quanto e' potessono, poi mi pare essere certo non gli vorrebbe diventare piggiori per mancamento alcuno di danari.
GIANNOZZO Proprio.
ADOVARDO O Lionardo, quanto m'è Giannozzo utile stamani!
LIONARDO Molto piú fu utile con noi dicendo tutto ciò che della masserizia si possa udire, e piú ancora in che modo si sia massaio della roba, e in che modo si regga la famiglia.
E pare a me di tutte le cose necessarie al vivere, di tutte Giannozzo ci abbia insegnato essere massaio.
ADOVARDO Non riputate voi, Giannozzo, utile al vivere l'amicizia, fama e onore?
GIANNOZZO Utilissimo.
ADOVARDO E di queste dicesti voi in che modo si debba esserne massaio?
LIONARDO Quello no.
ADOVARDO Forse non gli parse da darne precetti.
GIANNOZZO Anzi sí, pare.
ADOVARDO Che adunque ne dite voi?
GIANNOZZO Quanto io, della amistà, che so io? Forse potrebbesi dire che chi è ricco truova piú amici che non vuole.
ADOVARDO Io pur veggo e' ricchi essere molto invidiati dagli altri, e dicesi che tutti e' poveri sono inimici de' ricchi, e forse dicono il vero.
Volete voi vedere perché?
GIANNOZZO Voglio.
Dí.
ADOVARDO Perché ogni povero cerca d'aricchire.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO E niuno povero, se già non gli nascessono sotto terra le ricchezze, niuno povero arricchisce se a qualche altro non scemano le sue ricchezze.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO E' poveri sono quasi infiniti.
GIANNOZZO Vero.
Molto piú ch'e' ricchi.
ADOVARDO Tutti s'argomentano d'avere piú roba, ciascuno con sua arte, con inganni, fraude, rapine, non meno che con industria.
GIANNOZZO Vero.
ADOVARDO Le ricchezze adunque assediate da tanti piluccatori v'arrecano elle amistà pure o nimistà?
GIANNOZZO E io pur sono uno di quelli el quale vorrei piú tosto potere da me con mie ricchezze, mai avere a richiedere alcuno amico.
Manco mi nocerebbe negare a chi mi chiedesse che prestare a tutti chi mi domandasse.
ADOVARDO Puossi egli questo forse, vivere sanza amici e' quali vi sostenghino in pacifica fortuna, difendinvi dagli ingiusti, aiutinvi ne' casi?
GIANNOZZO Non ti nego che nella vita degli uomini sono gli amici accommodatissimi.
Ma io sono uno di quelli el quale richiederei l'amico quanto rarissimo potessi, e se grandissimo bisogno non mi premesse, mai addurrei allo amico gravezza alcuna.
ADOVARDO Dite ora voi a me, Giannozzo, se voi avessi l'arco, non vorresti voi tendello e saettare una e un'altra volta in tempo di pace, per vedere quanto nella battaglia contro e' nimici e' valesse?
GIANNOZZO Sí.
ADOVARDO E se voi avessi la bella vesta, non la vorresti voi provare in casa qualche volta, per vedere come voi ne fossi onorato ne' dí e ne' luoghi solenni?
GIANNOZZO Sí.
ADOVARDO E se voi avessi il cavallo, non lo vorresti voi avere fatto correre e saltare, per sapere come bisognando e' vi potesse cavare della via difficile e portarvi in luogo salvo?
GIANNOZZO Sí.
Ma che intendi tu dire?
ADOVARDO Voglio dire pertanto, cosí credo si conviene fare degli amici: provarli in cose pacifiche e quiete, per sapere quant'e' possino alle turbate, provarli in cose private e piccole in casa, per sapere com'e' valessino nelle publice e grandi, provarli quanto corrano a fare l'utile e l'onore tuo, quanto siano atti a portarti e sofferirti nelle fortune, e cavarti delle avversità.
GIANNOZZO Non biasimo queste tue ragioni.
Meglio è avere gli amici provati che averli a provare.
Ma quanto io pruovo in me, che mai offesi alcuno, che sempre cercai piacere a tutti, dispiacere a niuno, che sempre curai e' fatti miei io stessi attesomi alla mia masserizia, per questo mi truovo delle conoscenze assai, non mi bisogna richiedere, né afaticare gli amici, truovomi oneste ricchezze, e tra gli altri, grazia d'Iddio, sono posto non adrieto; cosí voglio confortare voi.
Seguite come fate, vivete onesti, e in ditti e in fatti mai vi piaccia nuocere ad alcuno.
Se voi non vorrete l'altrui, se saprete del vostro esserne massai, a voi molto raro, molto poco bisognerà provare gli amici.
Io sarei qui con voi quanto vi piacesse, ma io veggo l'amico mio per cui bisogna m'adoperi in palagio; cosí ordinammo stamane per tempo; testé sarà ora di comparire; non voglio abandonare l'amico mio: sempre a me piacque piú tosto servire altri che richiedere, piú tosto farmi altri obligato che obligarmi; e piacemi questa opera di pietà, sollevarlo e aiutarlo con fatti e con parole quanto io posso, e questo non tanto perché conosco lui ama me, quanto perché conosco lui essere buono e giusto.
E voglionsi e' buoni tutti riputare amici, e benché a te non siano conoscenti, e' buoni e virtuosi voglionsi sempre amare e aiutare.
Voi adunque vi rimarrete.
Altre volte saremo insieme, e una cosa qui non voglio dimenticarmi.
Terrete questo a mente, figliuoli miei: siano le spese vostre piú che l'entrate non mai maggiori; anzi, ove tu puoi tenere tre cavalli, piacciati vederti piú tosto due ben grassi e ben in punto che quattro affamati e male forniti, imperoché, come voi litterati solete dire l'occhio del signore ingrassa el cavallo, questo intendo io, che non manco si nutrisce la famiglia con diligenza che con ispesa.
Pare a voi cosí da interpetrar quel detto antico?
ADOVARDO Parci.
GIANNOZZO Se adunque cosí vi pare, a chi di voi, sendo quanto sete prudenti, non piú piacerà produrre in publico due lodatori della diligenza vostra che quattro testimonii, e' quali a tutti gli occhi a chi gli miri accusino la vostra negligenza? Vero? Adunque cosí fate: sian le spese pari o minori che la intrata, e in tutte le cose, atti, parole, pensieri e fatti vostri siate giusti, veritieri e massai.
Cosí sarete fortunati, amati e onorati.
LIBRO QUARTO
liber quartus familie: de amicitia
Era già quasi da riporre gli argenti e ridurre in mensa l'ultima collazione al convito, quando Buto, antico domestico della famiglia nostra Alberta, udendo che per vedere nostro padre, quale ne' libri di sopra dicemmo iacea infermo e grave, fussero que' nostri vecchi venuti: Giannozzo, Ricciardo, Piero, e gli altri a lui persino dai primi suoi anni molto familiari; sopragiunse a visitarli e presentò loro poche ma fuori di stagione scelte e rare, e di sapore e odore suavissime frutte.
Onde, doppo a' primi saluti, fu commendata la fede e constanza di Buto, che cosí ne' nostri casi avesse conservata la ottima persino dallo avolo suo co' nostri Alberti nata e ben nutrita amicizia: essere adunque vero amico costui a chi qual sia commutazion di fortuna può mai distorre o minuire la impresa benevolenza, e sopra gli altri meritar lode chi come Buto di sua affezione e animo nelle cose avverse ancora non resti dare di dí in dí aperti e grati di sé stessi indizii e beneficio.
Seguirono questi ragionamenti oltre sino che gli affermorono cosí, in vita de' mortali piú quasi trovarsi nulla sopra alla amicizia da tanto essere pregiata e osservata.
Buto, uomo di natura lieto, e uomo quale forse ancora la sua perpetua povertà e insieme el convenirli assentando e ridendo piacere apresso chi e' discorreva per pascersi in varie e diverse altrui case, cosí l'avea fatto ridicolo e buono artefice di mottegiare: - E che? Tanto lodate voi questa amicizia, - disse, - e tanto ponete in alto grado di prudenza chi sappi darsi e servarsi a ferma benivolenza e molta grazia? Non sia chi stimi in vita potersi trovare uomo qual vero possa dirsi bene amato.
Piú volte intesi messer Benedetto, messer Niccolaio, messer Cipriano, cavalieri Alberti, uomini quanto ciascuno dicea litteratissimi, in queste simili disputazioni molto e alto fra loro contrastare, che non mi duole essere com'io sono ignorante, se a chi sa lettera conviene come a loro sempre bisticciare e insieme gridare; né pare possano sanza gittare le dita e le mani, e le ciglia e il viso, e il capo e tutta la persona, farsi bene intendere, tanto non basta a questi litterati colla lingua e con molta voce tutti in un sieme garrire.
Molte diceano dell'amicizia cose belle a udirle, ma cose quale a chi poi le pruova favole.
Diceano che a ben fermare l'amicizia convenia che due in uno si congiungessero, e bisognarvi non so io che moggio di sale.
Giurovi, me la donna mia piú molto amava prima vergine che poi sposata e coniunta; e in ora non buona per noi coniunti che noi fummo, persino che ella fu meco i