I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga - pagina 29
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E mentre gli cuciva le camicie, e gli rattoppava i panni, la testa correva lontano lontano, a tante cose passate, che il cuore ne era tutto gonfio.
- Dalla casa del nespolo non posso passarci più - diceva quando stava a sedere accanto al nonno, - me la sento nella gola, e mi soffoca, dopo tante cose che sono avvenute dacché l'abbiamo lasciata!
E mentre preparava la roba del fratello, piangeva come se non dovesse vederlo più.
Infine, quando ogni cosa fu in ordine, il nonno chiamò il suo ragazzo per fargli l'ultima predica, e dargli gli ultimi consigli per quando sarebbe stato solo, che avrebbe dovuto far capitale soltanto della sua testa, e non avrebbe avuti accanto i suoi di casa per dirgli come doveva fare, o per disperarsi insieme; e gli diede anche un po' di denaro, caso mai ne avesse bisogno, e il suo tabarro foderato di pelle, ché oramai lui era vecchio, e non gli serviva più.
I ragazzi vedendo il fratello maggiore affaccendarsi nei preparativi della partenza, gli andavano dietro pian piano per la casa, e non osavano dirgli più nulla, come fosse diggià un estraneo.
- Così se ne è andato mio padre, - disse infine la Nunziata la quale era andata a dirgli addio anche lei, e stava sull'uscio.
Nessuno allora parlò più.
Le vicine venivano ad una ad una a salutare compare 'Ntoni, e poi stettero ad aspettarlo sulla strada per vederlo partire.
Egli indugiava col fagotto sulle spalle, e le scarpe in mano, come all'ultimo momento gli fossero venute meno il cuore e le gambe tutt'a un tratto.
E guardava di qua e di là per stamparsi la casa e il paese, ogni cosa in mente, e aveva la faccia sconvolta come gli altri.
Il nonno prese il suo bastone per accompagnarlo sino alla città, e la Mena in un cantuccio piangeva cheta cheta.
- Via! diceva 'Ntoni, orsù, via! Vado per tornare alla fin fine! e sono tornato un'altra volta da soldato.
- Poi, dopo ch'ebbe baciata Mena e la Lia, e salutate le comari, si mosse per andarsene, e Mena gli corse dietro colle braccia aperte singhiozzando ad alta voce, quasi fuori di sé, e dicendogli: - Ora che dirà la mamma? ora che dirà la mamma? - Come se la mamma avesse potuto vedere e parlare.
Ma ripeteva quello che le era rimasto più fitto nella mente, quando 'Ntoni aveva detto un'altra volta di voler andarsene, e aveva vista la mamma piangere ogni notte, che all'indomani trovava il lenzuolo tutto fradicio, nel rifare il letto:
- Addio, 'Ntoni! gli gridò dietro Alessi facendosi coraggio, come il fratello era già lontano; e allora la Lia cominciò a strillare.
- Così se n'è andato mio padre, disse infine la Nunziata, la quale era rimasta sulla porta.
'Ntoni si voltò prima di scantonare dalla strada del Nero, cogli occhi lagrimosi anche lui, e fece un saluto colla mano.
Mena allora chiuse l'uscio, e andò a sedersi in un angolo insieme alla Lia, la quale piangeva a voce alta.
- Ora ne manca un altro della casa! disse lei.
E se fossimo nella casa del nespolo parrebbe vuota come una chiesa.
Come se ne andavano ad uno ad uno tutti quelli che le volevano bene, ella si sentiva davvero un pesce fuori dell'acqua.
E la Nunziata, là presente, colle sue piccine in collo, tornava a dire: - Così se ne è andato mio padre.
CAPITOLO 12
Padron 'Ntoni, ora che non gli era rimasto altri che Alessi pel governo della barca, doveva prendere a giornata qualcheduno, o compare Nunzio, che era carico di figliuoli, e aveva la moglie malata, o il figlio della Locca, il quale veniva a piagnucolare dietro l'uscio che sua madre moriva di fame, e lo zio Crocifisso non voleva dargli nulla, perché il colèra l'aveva rovinato, diceva, con tanti che erano morti e gli avevano truffati i denari, talché aveva preso il colèra anche lui, ma non era morto, aggiungeva il figlio della Locca, e scuoteva il capo tristamente.
- Adesso ci avremmo da mangiare, io e mia madre e tutto il parentado, se fosse morto.
Siamo stati a curarlo due giorni colla Vespa, che pareva avesse ad andarsene da un momento all'altro, ma poi non è morto!
Però, quel che i Malavoglia guadagnavano non bastava spesso a pagare lo zio Nunzio, o il figlio della Locca, e si doveva metter mano a quei soldi raccolti con tanta fatica per la casa del nespolo.
Ogni volta che Mena andava a pigliare la calza sotto la materassa, lei e il nonno sospiravano.
Il povero figlio della Locca non ci aveva colpa; avrebbe voluto farsi in quattro per guadagnarsi la sua giornata; era il pesce che non voleva farsi prendere.
E quando tornavano mogi mogi, sbattendo i remi e colla vela allentata, il figlio della Locca diceva a padron 'Ntoni: - Fatemi spaccar della legna, o legar dei sarmenti; io posso lavorare sino a mezzanotte se credete, come facevo collo zio Crocifisso.
Non voglio rubarvela, la giornata.
Allora padron 'Ntoni dopo averci pensato su un pezzo, col cuore stretto, si decise a parlare colla Mena di quel che doveva farsi oramai.
Ella era giudiziosa come sua madre, e non c'era altri in casa per parlarne, di tanti che c'erano prima! Il meglio era vendere la Provvidenza, che non rendeva nulla, e si mangiava le giornate di compare Nunzio e del figlio della Locca; se no quei soldi della casa se ne sarebbero andati tutti a poco a poco.
La Provvidenza era vecchia e aveva sempre bisogno che ci spendessero dei denari per metterle delle toppe, e farla stare a galla.
Più tardi, se tornava 'Ntoni e spirava un po' di fortuna in poppa, come quando avevano messo insieme quei denari della casa, avrebbero comprato un'altra barca nuova, e l'avrebbero chiamata di nuovo la Provvidenza.
La domenica andò sulla piazza a parlarne a Piedipapera, dopo la messa.
Compare Tino scrollava le spalle, dimenava il capo, diceva che la Provvidenza era buona da mettere sotto la pentola, e così parlando lo tirava sulla riva; là si vedevano le toppe, sotto la impeciatura nuova, era come certe donnacce che sapeva lui, colle rughe sotto il corsetto; e tornava a darci dei calci nella pancia, col piede zoppo.
Del resto il mestiere andava male; piuttosto che comprare, tutti avrebbero voluto vendere le loro barche, e più nuove della Provvidenza.
Poi, chi avrebbe potuto comprarla? Padron Cipolla non voleva di quei vecchiumi.
Quello era affare dello zio Crocifisso.
Ma in quel momento lo zio Crocifisso aveva altro per la testa, con quell'ossessa della Vespa che gli faceva dannare l'anima, correndo dietro a tutti gli uomini che c'erano da maritare nel paese.
Infine, per la santa amicizia, sarebbe andato a parlarne allo zio Crocifisso, nel buon momento, se padron 'Ntoni voleva vendere ad ogni costo la Provvidenza per un pezzo di pane; perché egli, Piedipapera, gli faceva fare quello che voleva lui allo zio Crocifisso.
Infatti, quando gliene parlò, tirandolo in disparte verso l'abbeveratoio, lo zio Crocifisso rispondeva a spallate, e dimenava il capo come Peppinino, e voleva scappargli dalle mani.
Compare Tino, poveraccio, lo afferrava pel giubbone, perché stesse a sentire per forza; gli dava delle scrollate; lo abbracciava stretto per parlargli nell'orecchio.
- Sì, siete una bestia se vi lasciate scappare quell'occasione! per un pezzo di pane! padron 'Ntoni la vende proprio perché non può tirare innanzi, ora che suo nipote l'ha piantato.
Ma voi potreste darla in mano a compare Nunzio, o al figlio della Locca, che muoiono di fame, e verrebbero a lavorare per niente.
Tutto quello che buscheranno ve lo papperete voi.
Siete una bestia, vi dico! La barca è ben conservata, come se fosse nuova.
Padron 'Ntoni se ne intendeva quando l'aveva fatta fare.
Questo è un affare d'oro, come quello dei lupini, sentite a me!
Ma lo zio Crocifisso non voleva sentir parlare di niente, che quasi quasi gli spuntavano le lagrime, con quella faccia gialla, ora che aveva preso il colèra; e tirava per andarsene, e voleva lasciargli il giubbone nelle mani.
- Non me ne importa! ripeteva.
Non me ne importa niente.
Voi non sapete cosa ci ho qui dentro, compare Tino! Tutti vogliono succhiarmi il sangue come le sanguisughe, e prendersi il fatto mio.
Ora v'è anche Pizzuto che corre dietro la Vespa, tutti come cani da caccia!
- E voi prendetevela la Vespa! O infine non è sangue vostro, lei e la sua chiusa? Non sarà una bocca di più, no! che ha le mani benedette quella donna, e non lo perderete il pane che gli darete da mangiare! Ci avrete una serva in casa, senza darle salario, e vi prenderete anche la chiusa.
Sentite a me, zio Crocifisso, questo è un altro affare come quello dei lupini!
Padron 'Ntoni intanto aspettava la risposta davanti alla bottega di Pizzuto, e guardava come un'anima del Purgatorio quei due che pareva si azzuffassero, per cercare di indovinare se lo zio Crocifisso diceva di sì.
Piedipapera veniva a dirgli quel che aveva potuto ottenere dallo zio Crocifisso, e poi tornava a parlare con lui; e andava e veniva per la piazza come la spola nel telaio, tirandosi dietro la sua gamba storta, finché riescì a metterli d'accordo.
- Benone! - diceva a padron 'Ntoni; e allo zio Crocifisso: - Per un pezzo di pane! - così combinò anche la vendita di tutti gli attrezzi, ché i Malavoglia non sapevano che farsene, ora che non possedevano più una tavola sull'acqua; ma a padron 'Ntoni gli parve che gli strappassero le budella dallo stomaco, come si portavano via le nasse, le reti, le fiocine, le canne, e ogni cosa.
- Ci penserò io a trovarvi d'andare a giornata, voi e vostro nipote Alessi, non dubitate; - gli diceva Piedipapera.
- Bisogna che vi contentiate di poco, sapete! "Forza di giovane e consiglio di vecchio".
Per la mia senseria poi mi rimetto al vostro buon cuore.
"In tempo di carestia pane d'orzo".
Rispondeva padron 'Ntoni.
"Necessità abbassa nobiltà".
- Va bene, va bene, siamo intesi! conchiuse Piedipapera, e andò davvero a parlarne con padron Cipolla, nella spezieria, dove don Silvestro era riuscito a tirarli un'altra volta, lui, massaro Filippo e qualche altro pesce grosso, per discorrere degli affari del comune, che infine erano denari loro, ed è una minchioneria non contare per nulla nel paese quando si è ricchi, e le tasse si pagano peggio degli altri.
- Voi che siete tanto ricco, potreste dargli del pane a quel poveraccio di padron 'Ntoni, - soggiungeva Piedipapera.
- A voi non vi farebbe nulla di prenderlo a giornata, con suo nipote Alessi; sapete che ne sa più di ogni altro del mestiere, e si contenterebbe di poco, ché son proprio senza pane.
Fareste un affar d'oro, sentite a me, padron Fortunato.
Padron Fortunato, preso così in quel momento, non seppe dir di no; ma dopo che ebbero tirato e stiracchiato un po' sul prezzo; giacché i tempi erano magri, gli uomini non avevano da lavorare, padron Cipolla faceva proprio un atto di carità a prendersi padron 'Ntoni.
- Sì, lo prendo se viene a dirmelo lui! Lo credereste che mi porta il broncio dacché mandai in aria quel matrimonio di mio figlio colla Mena.
Eh! bell'affare che ci avrei fatto! Ed hanno il coraggio di portarmi il broncio per giunta!
Don Silvestro, massaro Filippo, ed anche Piedipapera, tutti, s'affrettavano a dire che padron Fortunato aveva ragione.
Brasi non gli lasciava più pace, dopo che gli avevano fatto venire il pensiero di maritarlo, e correva dietro a tutte le donne come un gatto in gennaio, ch'era una sollecitudine continua pel povero padre.
Ora era entrata in ballo anche la Mangiacarrubbe, la quale s'era messo in testa di pigliarselo lei, Brasi Cipolla, giacché era di chi se lo pigliava; lei almeno era una bella ragazza con tanto di spalle, e non vecchia e spelata come la Vespa.
Ma la Vespa aveva la sua chiusa, e la Mangiacarrubbe non ci aveva altro che le sue trecce nere, dicevano gli altri.
La Mangiacarrubbe sapeva quel che doveva fare se si voleva pigliare Brasi Cipolla, ora che suo padre se l'era rimorchiato di nuovo in casa pel colèra, e non andava a nascondersi più nella sciara, o per la chiusa, o dallo speziale e nella sacristia.
Ella gli passava davanti lesta lesta, colle scarpette nuove; e passando si faceva urtare nel gomito, in mezzo alla folla che veniva dalla messa; oppure lo aspettava sulla porta, colle mani sul ventre, e il fazzoletto di seta in testa, e gli lasciava andare un'occhiata assassina, di quelle che rubano il cuore, e si voltava ad aggiustarsi le cocche del fazzoletto sul mento per vedere se le veniva dietro; o scappava in casa com'ei compariva in capo alla straduccia, e andava a nascondersi dietro il basilico ch'era sulla finestra, con quegli occhioni neri che se lo mangiavano di nascosto.
Ma se Brasi si fermava a guardarla come un bietolone, gli voltava le spalle, col mento sul petto, tutta rossa, e gli occhi bassi, masticandosi la cocca del grembiule, che ognuno se la sarebbe mangiata per pane.
Infine, poiché Brasi non sapeva risolversi a mangiarsela per pane, dovette acciuffarlo lei pei capelli, e gli disse: - Sentite, compare Brasi, perché volete togliermi la pace? Io lo so che non sono per voi.
Ora è meglio che non ci passiate più di qua, perché più vi vedo e più vorrei vedervi, e oramai son la favola del paese; la Zuppidda si mette sulla porta ogni volta che vi vede passare, e poi va a dirlo a tutti; ma farebbe meglio a tener d'occhi quella civetta di sua figlia Barbara, che l'ha ridotta come una piazza questa strada, tanta la gente che ci tira, e non va a dirlo quante volte passa e ripassa don Michele, per vedere la Barbara alla finestra.
Con queste chiacchiere Brasi non si moveva più dalla straduzza, che non l'avrebbero mandato via neanche a bastonate, ed era sempre là intorno, a gironzolare colle braccia penzoloni, il naso in aria e la bocca aperta, come Giufà.
La Mangiacarrubbe dal suo canto stava alla finestra, e cambiava ogni giorno fazzoletti di seta, e collane di vetro, come una regina.
- Tutto quello che aveva lo metteva alla finestra - andava dicendo la Zuppidda, e quel bietolone di Brasi prendeva tutto per oro contante, ed era imbestialito, che non aveva paura nemmeno di suo padre, se fosse venuto a prenderlo a scapaccioni.
- Questa è la mano di Dio per castigar la superbia di padron Fortunato, - diceva la gente.
- Per lui sarebbe stato cento volte meglio dare a suo figlio la Malavoglia, la quale almeno ci aveva quel po' di dote, e non la spendeva in fazzoletti e collane.
- Mena invece non ci metteva neppure il naso alla finestra, perché non ci stava bene, adesso che le era morta la mamma, e aveva il fazzoletto nero; e poi doveva anche badare a quella piccina, e farle da mamma, e non aveva chi l'aiutasse nelle faccenduole di casa, tanto che doveva andare anche al lavatoio, e alla fontana, e a portare il pane agli uomini, quando erano a giornata; sicché non era più come Sant'Agata, quando nessuno la vedeva, e stava sempre al telaio.
Adesso aveva poco tempo da stare al telaio.
Don Michele, dal giorno che la Zuppidda s'era messa a predicare sul ballatoio, colla conocchia in mano, che voleva cavargli gli occhi con quella conocchia, se tornava a bazzicar da quelle parti per la Barbara, passava e ripassava per la strada del Nero dieci volte al giorno, onde mostrare che non aveva paura della Zuppidda né della sua conocchia; e quando arrivava alla casa dei Malavoglia, rallentava il passo e guardava dentro, per vedere le belle ragazze che crescevano nella casa dei Malavoglia.
La sera gli uomini tornando dal mare, trovavano ogni cosa preparata; la pentola che bolliva, e la tovaglia sul desco; oramai quel desco era troppo grande per loro, e ci si perdevano.
Chiudevano l'uscio e mangiavano in santa pace.
Poi si mettevano a sedere sulla porta, coi ginocchi fra le braccia, e si riposavano della giornata.
Almeno non mancava nulla, e non toccavano più i denari della casa.
Padron 'Ntoni aveva sempre la casa davanti agli occhi, là vicino, colle finestre chiuse, e il nespolo che si affacciava sul muro del cortile.
Maruzza non aveva potuto morire in quella casa; né egli forse vi sarebbe morto; ma i denari ricominciavano a raggranellarsi, e i suoi ragazzi ci sarebbero tornati un giorno, ora che Alessi cominciava a farsi uomo anche lui, ed era un buon figliuolo della pasta dei Malavoglia.
Quando poi avrebbero maritato le ragazze e ricomperata la casa, se potevano metter su anche la barca, non avevano più nulla a desiderare, e padron 'Ntoni avrebbe chiuso gli occhi contento.
La Nunziata e la cugina Anna venivano anche loro a sedersi lì accanto sui sassi, a chiacchierare dopo cena con quei poveretti, che erano rimasti soli e derelitti anch'essi, talché sembrava fossero parenti.
La Nunziata pareva che fosse a casa sua, e ci conduceva i suoi piccini, come la chioccia.
Alessi, seduto accanto a lei le diceva: - O che l'hai finita oggi la tua tela? - oppure: - Lunedì ci andrai a vendemmiare da massaro Filippo? Ora che viene il tempo delle ulive avrai sempre da buscartela la tua giornata, anche se non hai roba da lavare; e potrai condurvi il tuo fratellino, che ora glieli daranno due soldi al giorno.
- La Nunziata, seria seria, gli raccontava tutti i suoi progetti, e gli domandava dei consigli, e ragionavano insieme in disparte, come se avessero già i capelli bianchi.
- Hanno imparato presto perché hanno visti guai assai! diceva padron 'Ntoni: il giudizio viene colle disgrazie.
- Alessi, coi ginocchi fra le braccia, al pari del nonno anche lui, domandava alla Nunziata:
- Mi vorrai per marito quando sarò grande?
- Ancora c'è tempo; rispondeva lei.
- Sì, c'è tempo, ma è meglio pensarci adesso, così saprò quel che devo fare.
Prima bisogna maritare la Mena, e la Lia, quando sarà grande anche lei.
Lia comincia a volere le vesti lunghe e i fazzoletti colle rose, e tu pure ci hai i tuoi ragazzi da situare.
Bisogna arrivare a comprare la barca; la barca poi ci aiuterà a comprare la casa.
Il nonno vorrebbe avere un'altra volta quella del nespolo, e anche a me mi piacerebbe, ché saprei dove andare a occhi chiusi, o di notte, senza battere il naso; e c'è il cortile grande per gli attrezzi, e in due salti s'è al mare.
Poi, quando le mie sorelle saranno maritate, il nonno verrà a stare con noi, e lo metteremo nella stanza grande del cortile, che c'entra il sole; così, quando non potrà più venire sul mare, povero vecchio, se ne starà accanto all'uscio nel cortile, e nell'estate ci avrà lì vicino il nespolo per fargli ombra.
Noi prenderemo la camera dell'orto, ti piace? e ci avrai accanto la cucina; così avrai ogni cosa sotto la mano, non è vero? Quando tornerà mio fratello 'Ntoni gliela daremo a lui, e noi andremo a stare sul solaio.
Tu non avrai che a scendere la scaletta per essere in cucina o nell'orto.
- In cucina vuol essere rifatto il focolare, disse Nunziata.
L'ultima volta che ci cuocevo la minestra, quando la povera comare Maruzza non aveva animo di far nulla, la pentola bisognava tenerla su coi sassi.
- Sì, lo so! rispondeva Alessi, col mento sulle mani, e approvando colla testa.
Aveva gli occhi incantati, quasi vedesse la Nunziata davanti al focolare, e la mamma che si disperava accanto al letto.
- Anche tu potresti andare al buio per la casa del nespolo, tante volte ci sei stata.
La mamma diceva sempre che sei una buona ragazza.
- Ora ci hanno messo le cipolle nell'orto, e son venute grosse come arancie.
- Che ti piacciono a te le cipolle?
- Per forza mi piacciono.
Aiutano a mangiare il pane e costano poco.
Quando non abbiamo denari per la minestra ne mangiamo sempre coi miei piccini.
- Per questo se ne vendono tante.
Allo zio Crocifisso non gliene importa di aver cavoli e lattughe, perché ci ha l'altro orto di casa sua, e l'ha messo tutto a cipolle.
Ma noi ci metteremo pure i broccoli, e i cavolfiori...
Buoni, eh?
La ragazzetta, accoccolata sulla soglia, coi ginocchi fra le braccia, guardava lontano anche lei; e poi si mise a cantare, mentre Alessi stava ad ascoltare, tutto intento.
Infine disse:
- Ma ancora c'è tempo.
- Sì, affermò Alessi; prima bisogna maritare la Mena, ed anche la Lia, e situare i tuoi piccini.
Ma è meglio pensarci adesso.
- Quando canta la Nunziata, disse Mena affacciandosi sull'uscio, è segno che il giorno dopo farà bel tempo e potrà andare al lavatoio.
- La cugina Anna era nello stesso caso, perché la sua chiusa e la sua vigna erano il lavatoio, e la sua festa era quando aveva della roba per le mani, tanto più ora che suo figlio Rocco faceva festa all'osteria da un lunedì all'altro, per smaltire il malumore che gli aveva ficcato in corpo quella civetta della Mangiacarrubbe.
- Ogni male non viene per nuocere - le diceva padron 'Ntoni.
- Forse in tal modo metterà giudizio, il vostro Rocco.
Anche al mio 'Ntoni gli gioverà stare lontano da casa sua; così quando tornerà, e sarà stanco di girare il mondo, ogni cosa gli sembrerà buona, e non si lamenterà più di tutto; e se arriviamo un'altra volta ad aver delle barche sull'acqua, e a mettere i nostri letti laggiù, in quella casa, vedrete che bello starsi a riposare su quell'uscio, la sera quando si torna a casa stanchi, e che la giornata è andata bene; e veder il lume in quella camera dove l'avete visto tante volte, e ci avete visto tutte le facce care che avete avuto al mondo.
Ma ora tanti se ne sono andati, ad uno ad uno, che non tornano più, e la camera è buia e colla porta chiusa, come se quelli che se ne sono andati avessero portato la chiave in tasca per sempre.
- 'Ntoni non doveva andarsene! soggiunse il vecchio dopo un pezzetto.
Doveva saperlo che son vecchio, e se muoio io quei ragazzi non hanno più nessuno.
- Se compreremo la casa del nespolo mentre egli è lontano, non gli parrà vero quando tornerà, disse Mena, e verrà a cercarci qui.
Padron 'Ntoni scosse il capo tristamente.
- Ma ancora c'è tempo! disse infine anche lui, come la Nunziata; e la cugina Anna soggiunse:
- Se 'Ntoni torna ricco la comprerà lui la casa.
Padron 'Ntoni non rispondeva nulla; ma tutto il paese sapeva che 'Ntoni doveva tornare ricco, dopo tanto tempo ch'era andato a cercare fortuna, e molti già lo invidiavano, e volevano lasciar ogni cosa e andarsene a caccia della fortuna, come lui.
Infine non avevano torto, perché non lasciavano altro che delle donnicciuole a piagnucolare; e solo chi non gli bastava l'animo di lasciare la sua donnicciuola, era quella bestia del figlio della Locca, che aveva quella sorta di madre che sapete, e Rocco Spatu, il quale ce l'aveva alla taverna l'animo.
Ma per fortuna delle donnicciuole, tutt'a un tratto, si venne a sapere che era tornato 'Ntoni di padron 'Ntoni, di notte, con un bastimento catanese, e che si vergognava di farsi vedere senza scarpe.
Se fosse stato vero che tornava ricco, i danari non avrebbe avuto dove metterli, tanto era lacero e pezzente.
Ma il nonno e i fratelli gli fecero festa ugualmente, come se fosse venuto carico di denari, e le sorelle gli si appesero al collo, ridendo e piangendo, che 'Ntoni non conosceva più la Lia, tanto s'era fatta grande, e gli dicevano: - Ora non ci lascerai più, non è vero?
Il nonno si soffiava il naso anche lui, e brontolava: - Adesso posso morire tranquillo, ora che quei ragazzi non rimarranno più soli e in mezzo a una strada.
Ma per otto giorni 'Ntoni non ebbe il coraggio di metter piede nella strada.
Come lo vedevano tutti gli ridevano sul naso, e Piedipapera andava dicendo: - Avete visto le ricchezze che ha portato 'Ntoni di padron 'Ntoni? - E quelli che ci avevano messo un po' di tempo a fare il fagotto, colle scarpe e le camicie, prima di avventurarsi a quella minchioneria di lasciare il paese, si tenevano la pancia dal ridere.
Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione, questo si sa.
Don Silvestro, lo zio Crocifisso, padron Cipolla, e massaro Filippo non erano minchioni, e tutti facevano loro festa, perché quelli che non hanno niente stanno a guardare a bocca aperta i ricchi e i fortunati, e lavorano per loro, come l'asino di compare Mosca, per un pugno di paglia, invece di tirar calci, e mettersi sotto i piedi il carretto, e sdraiarsi sull'erba colle zampe in aria.
Aveva ragione lo speziale che bisognava dare un calcio al mondo come era fatto adesso, e rifarlo da capo.
Anche lui, colla sua barbona, che predicava di cominciar da capo, era di quelli che avevano acchiappato la fortuna, e la teneva negli scarabattoli, e si godeva il ben di Dio stando sulla porta della bottega, a chiacchierare con questo o con quell'altro, e quando aveva pestato quel po' d'acqua sporca nel mortaio, aveva fatto il suo lavoro.
Che bel mestiere gli aveva insegnato suo padre a colui di far denari coll'acqua delle cisterne! Ma a 'Ntoni suo nonno gli aveva insegnato il mestiere di rompersi le braccia e la schiena tutto il giorno, e arrischiare la pelle, e morir di fame, e non aver mai un giorno da sdraiarsi al sole come l'asino di Mosca.
Un ladro di mestiere che si mangiava l'anima, per la madonna! e ne aveva fino al naso, che preferiva fare come Rocco Spatu, il quale almeno non faceva nulla.
Già adesso non gliene importava più della Zuppidda e della Sara di comare Tudda, e di tutte le ragazze del mondo.
Esse non cercano che di pescare un marito il quale lavori peggio di un cane per dar loro da mangiare, e comprarle dei fazzoletti di seta, quando si mettono sull'uscio la domenica, colle mani sulla pancia piena.
Piuttosto voleva starci lui, colle mani sulla pancia, la domenica e il lunedì, ed anche gli altri giorni, giacché è inutile affaticarsi per nulla.
Così 'Ntoni faceva il predicatore, come lo speziale; almeno aveva imparato questo nel viaggio, ed ora aveva aperto gli occhi, come i gattini dopo i quaranta giorni che son nati.
"La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena".
Se non altro egli se l'era riempita di giudizio, la pancia, e andava a raccontare quello che aveva imparato sulla piazza, nella bottega di Pizzuto, ed anche all'osteria della Santuzza.
Ora non vi andava più di nascosto all'osteria della Santuzza, che s'era fatto grande, e il nonno non gli avrebbe tirato le orecchie, alla fin fine; ed egli avrebbe saputo rispondere il fatto suo se gli rimproveravano di andare a cercarsi quel po' di bene che poteva.
Il nonno, poveraccio, invece di prenderlo per le orecchie, lo prendeva colle buone.
- Vedi, gli diceva, ora che sei qua tu ci arriveremo presto a fare i denari della casa, - gli cantava sempre la canzone della casa.
- Lo zio Crocifisso ha detto che non la darà ad altri.
Tua madre, poveretta, non ha potuto morirci, lei! Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena.
Poi, coll'aiuto di Dio, metteremo su un'altra barca; perché, devo dirtelo, alla mia età l'è dura andare a giornata, e vedersi comandare a bacchetta, quando si è stati padroni.
Anche voi altri siete nati padroni.
Vuoi che compriamo prima la barca coi denari della casa? Ora sei grande, e devi dirla anche tu la tua parola, perché devi avere più giudizio di me, che son vecchio.
Cosa vuoi fare?
Nulla voleva fare, lui! Che gliene importava della barca e della casa? Poi veniva un'altra malannata, un altro colèra, un altro guajo, e si mangiava la casa e la barca, e si tornava di nuovo a fare come le formiche.
Bella cosa! E poi quando si aveva la casa e la barca, che non si lavorava più? o si mangiava pasta e carne tutti i giorni? Mentre laggiù, dov'era stato lui, c'era della gente che andava sempre in carrozza, ecco quello che faceva.
Gente appetto dei quali don Franco ed il segretario lavoravano come tanti asini a sporcar cartacce, e a pestare l'acqua sporca nel mortaio.
Almeno voleva sapere perché al mondo ci doveva essere della gente che se la gode senza far nulla, e nasce colla fortuna nei capelli, e degli altri che non hanno niente, e tirano la carretta coi denti per tutta la vita?
Poi quella storia d'andare a giornata non gli andava affatto, a lui ch'era nato padrone, l'aveva detto anche il nonno.
Vedersi comandare a bacchetta, da gente che erano venuti su dal nulla, che tutti lo sapevano, in paese, come avevano fatto i loro denari a soldo a soldo, sudando ed affaticandosi! A giornata ci andava proprio perché il nonno ve lo conduceva, e non gli bastava ancora l'anima di dir di no.
Ma quando il soprastante gli stava addosso come un cane, e gli gridava dalla poppa: - Oh! laggiù, ragazzo! che facciamo? gli veniva voglia di dargli del remo sulla testa, e preferiva starsene ad aggiustare le nasse, e rifare le maglie delle reti, seduto sulla riva, colle gambe distese, e la schiena appoggiata ai sassi; che allora se pure stava un momento colle mani sotto le ascelle nessuno gli diceva nulla.
Là veniva anche a stirarsi le braccia Rocco Spatu, e Vanni Pizzuto, quando non aveva che fare, fra una barba e l'altra, ed anche Piedipapera, che era il suo mestiere di chiacchierare con questo e con quello per cercare le senserie.
E si discorreva di ciò che succedeva in paese, di quello che donna Rosolina aveva raccontato a suo fratello, sotto il sigillo della confessione, quando era stato il tempo del colèra, che don Silvestro le aveva truffato le 25 onze, e non poteva andare dal giudice, perché le 25 onze donna Rosolina le aveva rubate a suo fratello il vicario, e si sarebbe saputo il motivo per cui aveva dato in mano a don Silvestro quel denaro, per sua vergogna.
- Poi, osservò Pizzuto, donde l'erano venute le 25 onze a donna Rosolina? "Roba rubata non dura".
- Almeno erano sempre nella casa, diceva Spatu; se mia madre avesse 12 tarì, e glieli prendessi, che passerei per ladro?
Di ladro in ladro vennero a parlare dello zio Crocifisso, il quale aveva perso più di 30 onze, dicevano, con tanta gente che era morta di colèra, e gli erano rimasti i pegni.
Ora Campana di legno, per non saper che fare di tutti quegli anelli e di tutti quegli orecchini rimastigli in pegno, si maritava con la Vespa; la cosa era certa, che l'avevano visto persino andare a farsi scrivere al municipio, presente don Silvestro.
- Non è vero che se la piglia per gli orecchini, diceva Piedipapera, il quale poteva saperlo.
Gli orecchini e le collane alla fin fine sono d'oro ed argento colato, e avrebbe potuto andare a venderli alla città; anzi ci avrebbe guadagnato il tanto per tanto sui denari che ha dati.
Se la piglia perché la Vespa gli fece vedere e toccare con mano che stava per andare dal notaio, con compare Spatu, ora che la Mangiacarrubbe s'è tirato in casa Brasi Cipolla.
Scusate veh! compare Rocco.
- Niente niente, compare Tino; - rispose Rocco Spatu.
- A me non me ne importa; perché chi si fida di quelle canaglie di femmine, è un porco.
Per me la mia innamorata è la Santuzza, che mi fa credenza quando voglio; e ne vuol due delle Mangiacarrubbe nella sua bilancia! con quel petto, eh? compare Tino!
- "Ostessa bella conto caro!" disse Pizzuto sputacchiando.
- Cercano il marito per farsi mantenere da lui! aggiunse 'Ntoni.
Tutte le stesse! - E Piedipapera seguitò: - Lo zio Crocifisso allora corse trafelato dal notaio, che aveva il fiato ai denti.
Così se la piglia la Vespa.
- Bella sorte eh! quella della Mangiacarrubbe! esclamò 'Ntoni.
- Brasi Cipolla, da qui a cent'anni che muore suo padre, se Dio vuole, sarà ricco come un maiale, disse Spatu.
- Adesso suo padre fa il diavolo, ma col tempo chinerà il capo.
Non ha altri figli, e non gli resta altro che maritarsi, se non vuole che la sua roba se la goda la Mangiacarrubbe alla sua barba.
- Io ci ho gusto, conchiuse 'Ntoni.
- La Mangiacarrubbe non ha niente.
O perché padron Cipolla deve essere ricco soltanto lui?
Qui prese parte al discorso lo speziale, il quale veniva a fumare la sua pipa sulla riva, dopo desinare, e pestava l'acqua nel mortaio che così il mondo non andava bene, e bisognava buttare in aria ogni cosa, e rifar da capo.
Ma con quella gente lì, era proprio come pestar l'acqua nel mortaio.
Il solo che ne capisse qualche cosa era 'Ntoni, che aveva visto il mondo, e aveva aperto un po' gli occhi come i gattini; da soldato gli avevano insegnato a leggere, perciò andava anche lui sulla porta della spezieria, a sentire quello che diceva il giornale, e a chiacchierare collo speziale, il quale era un buon diavolaccio con tutti, e non aveva pel capo i fumi di sua moglie, la quale lo sgridava: - O tu perché t'immischi negli affari che non ti riguardano?
- Le donne bisogna lasciarle dire, e far le cose di nascosto; diceva don Franco appena la Signora se ne saliva nella stanza.
Lui non aveva difficoltà di starsene in sinedrio anche con quelli senza scarpe, purché non mettessero i piedi sui regoli delle scranne; e spiegava loro parola per parola quello che diceva il giornale, mettendoci il dito, che il mondo avrebbe dovuto andare come era scritto là.
Don Franco, arrivando sul greto quando gli amici tenevano quei discorsi, ammiccava a 'Ntoni Malavoglia, il quale rimendava le maglie delle reti colle gambe distese e la schiena appoggiata ai sassi, e gli faceva dei cenni col capo, scuotendo la barbona in aria.
- Eh! bella giustizia che certuni abbiano a rompersi la schiena contro i sassi, e degli altri stiano colla pancia al sole, a fumar la pipa, mentre gli uomini dovrebbero essere tutti fratelli, l'ha detto Gesù, il più gran rivoluzionario che ci sia stato, e i suoi preti al giorno d'oggi fanno i birri e le spie! Non lo sapevano che l'affare di don Michele colla Santuzza l'aveva scoperto don Giammaria, nella confessione?
- Altro che don Michele! La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia! Lui ci ha la pistola.
- Tutte e due vi dico! Coteste che si confessano ogni domenica hanno il sacco grande da metterci i peccati; per questo la Santuzza porta la medaglia sul petto! per coprire le porcherie che ci stan sotto.
- Don Michele perde il tempo colla Zuppidda; il segretario ha detto che vuol farla cascare coi suoi piedi come una pera matura.
- Ma sì! Intanto don Michele si diverte colla Barbara, e con le altre che stanno nella via.
- Lo so io - e ammiccava di soppiatto a 'Ntoni.
- Non ha niente da fare, e ogni giorno ha i suoi quattro tarì di soldo.
- Quello che dico sempre! ripeteva lo speziale tirandosi la barba.
- Tutto il sistema è così; pagar degli sfaccendati per non far niente, e farci le corna, a noi che li paghiamo! ecco che cos'è.
Della gente che ha quattro tarì al giorno per stare a passeggiare sotto le finestre della Zuppidda; e don Giammaria che si pappa la lira al giorno per confessare la Santuzza, e sentire le porcherie che gli racconta; e don Silvestro che...
so io! e mastro Cirino che è pagato per romperci gli stivali colle sue campane, ma i lumi poi non li accende, e si mette in tasca l'olio, ché lì, al municipio poi, ci son altre porcherie! in fede mia! E volevano far casa nuova di tutti nella baracca, ma poi si sono intesi un'altra volta, don Silvestro e gli altri, e non ne hanno parlato più...
Tale e quale come quegli altri ladri del parlamento, che chiacchierano e chiacchierano fra di loro; ma ne sapete niente di quel che dicono? Fanno la schiuma alla bocca, e sembra che vogliano prendersi pei capelli di momento in momento, ma poi ridono sotto il naso dei minchioni che ci credono.
Tutte vesciche pel popolo che paga i ladri e i ruffiani, e gli sbirri come don Michele.
- Che bella cosa, disse 'Ntoni, quattro tarì al giorno per andare a passeggiare di qua e di là.
Io vorrei essere guardia doganale.
- Ecco! ecco! esclamò don Franco cogli occhi che gli schizzavano dalla testa.
- Vedete la conseguenza del sistema! La conseguenza è che tutti diventano canaglia.
Non vi offendete, compare 'Ntoni.
"Il pesce puzza dalla testa".
Anch'io sarei come voi, se non avessi studiato, e non avessi quel mestiere da guadagnarmi il pane.
Infatti dicevano che era un bel mestiere quello che gli aveva insegnato suo padre allo speziale, di pestare nel mortaio, e di far denari coll'acqua sporca; mentre c'era gente che doveva cuocersi le corna al sole, e cavarsi gli occhi colle maglie delle reti, e prendersi il granchio alle gambe e alla schiena per guadagnarsi dieci soldi; e così lasciarono le reti e le chiacchiere, e se ne tornarono all'osteria sputacchiando per la strada.
CAPITOLO 13
Padron 'Ntoni, come il nipote gli arrivava a casa ubbriaco, la sera, faceva di tutto per mandarlo a letto senza che gli altri se ne avvedessero, perché questo non c'era mai stato nei Malavoglia, e gli venivano le lagrime agli occhi.
La notte, quando si alzava e chiamava Alessi per andare al mare, lasciava dormire l'altro; tanto, non sarebbe stato buono a nulla.
'Ntoni da prima se ne vergognava, e andava ad aspettarli sulla riva appena tornavano, colla testa bassa.
Ma a poco a poco ci fece il callo, e diceva fra di sé: - Così domani faremo ancora domenica!
Il povero vecchio cercò tutti i mezzi di toccargli il cuore, e di nascosto gli fece persino esorcizzare la camicia da don Giammaria, e spese tre tarì.
- Vedi! gli diceva, questo non c'è mai stato nei Malavoglia! Se tu prendi la mala strada di Rocco Spatu, tuo fratello e le tue sorelle ti verranno dietro.
"Una mela fradicia guasta tutte le altre", e quei soldi che abbiamo messo insieme con tanto stento se ne anderanno in fumo.
"Per un pescatore si perde la barca", e allora che faremo?
'Ntoni restava a capo chino, o brontolava fra i denti; ma l'indomani tornava da capo, e una volta glielo disse: - Che volete? almeno quando non sono più in sensi non penso alla mia disgrazia.
- Che disgrazia! Tu hai la salute, sei giovane, sai il tuo mestiere, che ti manca? Io che son vecchio, e tuo fratello che è ancora un ragazzo, ci siamo tirati su dal fosso.
Ora se tu volessi aiutarci, torneremo ad essere quelli che eravamo, se non più col cuore contento, perché quelli che sono morti non tornano più, almeno senza altre angustie; e tutti uniti, come devono stare le dita della mano, e col pane in casa.
Se io chiudo gli occhi come resterete voi altri? Adesso, vedi, mi tocca d'aver paura ogni volta che c'imbarchiamo per andar lontano.
E son vecchio!...
Quando il nonno riesciva a toccargli il cuore, 'Ntoni si metteva a piangere.
I fratelli, che sapevano tutto, si rincantucciavano, appena lo sentivano venire, come ei fosse un estraneo, o quasi avessero paura di lui; e il nonno, col rosario in mano, borbottava: - O anima benedetta di Bastianazzo! O anima di mia nuora Maruzza! fatelo voi il miracolo! - Come Mena lo vedeva arrivare colla faccia pallida e gli occhi lustri, gli diceva: - Entra da questa parte, che ci è il nonno! - E lo faceva entrare dalla porticina della cucina; poi si metteva a piangere cheta cheta accanto al focolare; tanto che 'Ntoni disse alla fine: - Non voglio andarci più all'osteria, neanche se m'ammazzano! E tornò a lavorare di buonavoglia come prima; anzi, si alzava prima degli altri, e andava ad aspettare il nonno alla marina, che ci volevano due ore a far giorno, i Tre Re erano ancora alti sul campanile del villaggio, e i grilli si udivano trillare nelle chiuse come se fossero lì accanto.
Il nonno non ci capiva più nella camicia dalla contentezza; andava chiacchierando con lui onde provargli come gli volesse bene, e fra di sé diceva: - Son l'anime sante di sua madre e di suo padre che hanno fatto il miracolo.
Il miracolo durò tutta la settimana, e la domenica 'Ntoni non volle nemmeno andare in piazza, per non vedere l'osteria da lontano e gli amici che lo chiamavano.
Ma si rompeva le mascelle a sbadigliare tutto quel giorno in cui non aveva nulla da fare, e non finiva più.
Oramai non era un ragazzo per passare il tempo ad andare per le ginestre nella sciara, cantando come suo fratello Alessi e la Nunziata, o a spazzar la casa come Mena, e nemmeno un vecchio come il nonno per divertirsi ad accomodare i barilotti sfondati, e le nasse sfasciate.
Egli restò seduto accanto alla porta, nella strada del Nero, che non ci passava nemmeno una gallina, e sentiva le voci e le risate all'osteria.
Tanto che andò a dormire per non sapere che fare, e il lunedì tornò a fare il muso lungo.
Il nonno gli diceva: - Per te sarebbe meglio che non venisse la domenica; perché il giorno dopo sei come se fossi malato.
Ecco quello che era meglio per lui, che non venisse mai la domenica! e gli cascava il cuore per terra a pensare che tutti i giorni fossero dei lunedì.
Sicché, quando tornava dal mare, la sera, non aveva voglia nemmeno d'andare a dormire, e si sfogava a scorazzare di qua e di là colla sua disgrazia, tanto che infine venne a capitare di nuovo all'osteria.
Prima, allorché tornava a casa malfermo sulle gambe, si ficcava dentro mogio mogio, facendosi piccino e balbettando delle scuse, o almeno non fiatava.
Ma ora alzava la voce, litigava colla sorella se l'aspettava sull'uscio, colla faccia pallida e gli occhi gonfi, e se gli diceva sottovoce d'entrare dalla cucina che in casa c'era il nonno.
- A me non me ne importa! rispondeva.
Il giorno dopo si levava stravolto e di cattivo umore; e cominciava a gridare e bestemmiare dalla mattina alla sera.
Una volta successe una brutta scena.
Il nonno, non sapendo più che fare per toccargli il cuore, l'aveva tirato nell'angolo della cameruccia, ad usci chiusi, perché non udissero i vicini, e gli diceva piangendo come un ragazzo, il povero vecchio: - Oh 'Ntoni! non ti rammenti che qui c'è morta tua madre? Perché vuoi darle questo dolore a tua madre, di vederti fare la riescita di Rocco Spatu? Non lo vedi come stenta e si affatica la povera cugina Anna per quell'ubbriacone di suo figlio? e come piange alle volte, allorché non ha pane da dare agli altri suoi figliuoli, e non le basta il cuore di ridere? "Chi va col lupo allupa" e "chi pratica con zoppi all'anno zoppica".
Non ti rammenti quella notte del colèra che eravamo qui tutti davanti a quel lettuccio, ed ella ti raccomandava Mena e i ragazzi? - 'Ntoni piangeva come un vitello slattato, e diceva che voleva morire anche lui; ma poi adagio adagio tornava all'osteria, e la notte, invece di venire a casa, andava per la via, fermandosi dietro gli usci, colle spalle appoggiate al muro, stanco morto, insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta; e si metteva a cantare con loro, per scacciare la malinconia.
Infine il povero padron 'Ntoni non osava più mostrarsi per le strade dalla vergogna.
Il nipote invece, per evitare le prediche, veniva a casa colla faccia scura; così non gli rompevano la devozione con le solite prediche.
Già le prediche se le faceva da se stesso, a voce bassa, ed era tutta colpa della sua disgrazia che l'aveva fatto nascere in quello stato.
E andava a sfogarsi collo speziale e con altri di quelli che avevano un po' di tempo per chiacchierare dell'ingiustizia sacrosanta che ci è a questo mondo in ogni cosa; che se uno va dalla Santuzza, per dimenticare i suoi guai, si chiama ubbriacone; mentre tanti altri che si ubbriacano a casa di vino buono non hanno guai per la testa, né nessuno che li rimproveri o faccia loro la predica di andare a lavorare, giacché non hanno nulla da fare, e son ricchi per due; eppure tutti siamo figli di Dio allo stesso modo, e ognuno dovrebbe avere la sua parte egualmente.
- Quel ragazzo lì ha del talento! diceva lo speziale a don Silvestro, e a padron Cipolla, e a chi voleva sentirlo.
- Vede le cose all'ingrosso, così alla carlona, ma il sugo c'è; non è colpa sua se non sa esprimersi meglio; è colpa del governo che lo lascia nell'ignoranza.
Per istruirlo gli portava il Secolo e la Gazzetta di Catania.
Però 'Ntoni si seccava a leggere; prima di tutto perché era una fatica, e quand'era soldato gli avevano insegnato a leggere per forza; ma adesso era libero di fare quello che gli pareva e piaceva, e aveva un po' dimenticato come si cacciano insieme le parole nello scritto.
Poi tutte quelle chiacchiere stampate non gli mettevano un soldo in tasca.
Che gliene importava a lui? Don Franco glielo spiegava lui perché avrebbe dovuto importargliene; e quando passava don Michele per la piazza, glielo indicava colla barbona, ammiccando, e gli spifferava sottovoce che passava per donna Rosolina anche quello, ora che aveva sentito come donna Rosolina avesse dei denari, e li dava alla gente per farsi sposare.
- Bisogna cominciare dal levarci dai piedi tutti costoro col berretto gallonato.
Bisogna far la rivoluzione.
Ecco quello che bisogna fare!
- E voi cosa mi date per fare la rivoluzione?
Don Franco allora si stringeva nelle spalle, e se ne andava indispettito a pestare l'acqua sporca nel mortaio; giacché con gente siffatta era proprio pestar l'acqua nel mortaio, diceva.
E Piedipapera, appena 'Ntoni voltava le spalle, soggiungeva sottovoce:
- Se volesse ammazzare don Michele, dovrebbe ammazzarlo per qualche altra cosa; ché gli vuol rubare la sorella; ma 'Ntoni è peggio d'un maiale, tanto che si fa mantenere dalla Santuzza.
Piedipapera se lo sentiva sullo stomaco don Michele, dacché guardava cogli occhi torvi lui e Rocco Spatu e Cinghialenta quando li incontrava; perciò voleva levarselo davanti.
Quelle povere Malavoglia erano arrivate al punto che andavano per le bocche di tutti, per colpa del fratello, tanto i Malavoglia erano caduti in bassa fortuna.
Ora tutto il paese sapeva che don Michele passava e ripassava per la strada del Nero, onde far dispetto alla Zuppidda, la quale stava a guardia di sua figlia colla conocchia in mano.
Intanto don Michele per non perdere i suoi passi, aveva gettato gli occhi su di Lia, la quale si era fatta una bella ragazza anche lei, e non aveva nessuno che le stesse a guardia, tranne la sorella che si faceva rossa per lei, e le diceva: - Rientriamo in casa, Lia.
Sulla porta non ci stiamo bene ora che siamo orfane.
Ma la Lia era vanerella peggio di suo fratello 'Ntoni, e le piaceva starsene sulla porta a far vedere il fazzoletto colle rose, che ognuno le diceva: - Come siete bella con quel fazzoletto, comare Lia! e don Michele se la mangiava cogli occhi.
La povera Mena, mentre stava là sulla porta, ad aspettare il fratello che tornava a casa ubbriaco, si sentiva così stanca ed avvilita che le cascavano le braccia quando voleva tirare in casa la sorella, perché passava don Michele, e Lia le rispondeva: - Hai paura che mi mangi? Già, nessuno ne vuole di noi altri, ora che non abbiamo più niente.
Non lo vedi come è andato a finire mio fratello, che non lo vogliono nemmeno i cani!
- Se 'Ntoni avesse fegato, andava dicendo Piedipapera, se lo leverebbe dinanzi quel don Michele.
'Ntoni invece voleva levarsi dinanzi don Michele per un'altra cosa.
La Santuzza, dopo che l'aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere 'Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull'orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po' di qua e un po' di là gli riempiva anche il bicchiere.
In tal modo lo manteneva per l'osteria grasso e unto come il cane del macellaio.
Al bisogno poi 'Ntoni si disobbligava facendo a pugni con quegli avventori della malannata, che cercano il pelo nell'uovo all'ora del conto, e gridano e bestemmiano prima di pagare.
Cogli amici della taverna invece era allegro e chiacchierone, e teneva d'occhio anche il banco, allorché la Santuzza andava a confessarsi.
Sicché, tutti colà gli volevano bene come se fosse a casa sua; tranne lo zio Santoro il quale lo guardava di mal'occhio, e borbottava, fra un'avemaria e l'altra, contro di lui, che viveva alle spalle di sua figlia, come un canonico; la Santuzza rispondeva che era la padrona, se voleva far vivere alle sue spalle 'Ntoni Malavoglia, grasso come un canonico; segno che ci aveva il suo piacere, e non aveva più bisogno di nessuno.
- Sì! sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva chiapparla un momento a quattr'occhi.
Di don Michele ne hai sempre bisogno.
Massaro Filippo m'ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare in paese di contrabbando.
- Massaro Filippo pensa al suo interesse.
Ma io, vedete, dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!
Ella non voleva perdonare a don Michele quella partaccia che gli aveva fatta colla Zuppidda, dopo tanto tempo ch'era stato trattato come un canonico nell'osteria, per l'amore dei suoi galloni; e 'Ntoni Malavoglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele; a lui, quello che gli dava glielo dava di tutto cuore.
'Ntoni si guadagnava il pane in tal modo, e quando il nonno gli rimproverava il suo far nulla, e la sorella lo guardava tristamente, cogli occhi fissi, rispondeva: - Forse che vi costo qualche cosa? Dei denari della casa non ne spendo, e il mio pane me lo guadagno da me.
- Meglio sarebbe che tu morissi di fame, gli diceva il nonno, e che avessimo a morire tutti oggi stesso! - Infine nessuno parlava più, seduti dov'erano, e voltandosi le spalle.
Padron 'Ntoni era ridotto a non aprir bocca, per non litigare col nipote; e 'Ntoni poi, quand'era stanco della predica, piantava lì tutti della paranza, a piagnucolare, e se ne andava a trovar Rocco o compare Vanni, coi quali si stava allegri e se ne trovava sempre una nuova da inventare.
Una volta inventarono di fare la serenata allo zio Crocifisso, la notte in cui s'era maritato colla Vespa, e condussero sotto le finestre di lui tutti coloro cui lo zio Crocifisso non voleva prestare più un soldo, coi cocci, e le pentole fesse, i campanacci del beccaio e gli zufoli di canna, a fare il baccano e un casa del diavolo sino a mezzanotte, talché la Vespa l'indomani s'alzò più verde del solito, e se la prese con quella canaglia della Santuzza, nella taverna della quale s'era macchinata tutta quella birbonata, per gelosia che lei se l'era trovato il marito, onde stare in grazia di Dio, mentre le altre erano sempre nel peccato mortale, e facevano mille porcherie, sotto l'abitino della Madonna.
La gente gli rideva sul muso allo zio Crocifisso, come lo vide sposo sulla piazza, vestito di nuovo, e giallo come un morto, dalla paura che gli aveva fatto la Vespa con quel vestito nuovo che costava denari.
La Vespa era sempre a spendere e spandere, che se l'avessero lasciata fare avrebbe vuotato il sacco in una settimana; e diceva che la padrona adesso era lei, tanto che tutti i giorni c'era il diavolo dallo zio Crocifisso.
Sua moglie gli piantava le unghie sulla faccia, e gli gridava che voleva aver le chiavi lei, e non voleva star sempre a desiderare un pezzo di pane e un fazzoletto nuovo peggio di prima; perché se avesse saputo quel che le doveva venire dal matrimonio, con quel bel marito che le era toccato, si sarebbe tenuta la chiusa e la medaglia di Figlia di Maria, piuttosto; già, tanto e tanto avrebbe potuto portarla ancora, la medaglia di Figlia di Maria! E lui strillava che era rovinato; che non era più padrone del fatto suo; che v'era tuttora il colèra in casa, e volevano farlo morire di crepacuore prima del tempo, per scialacquarsi allegramente la roba che egli aveva stentato tanto a raggranellare! Lui pure, se avesse saputo tutto questo, avrebbe mandato al diavolo la chiusa e la moglie; ché già lui di moglie non ne aveva bisogno, e l'avevano preso per il collo, facendogli credere che la Vespa avesse acchiappato Brasi Cipolla, e stesse per scappargli insieme alla chiusa, maledetta chiusa!
Giusto in quel punto si seppe che Brasi Cipolla s'era lasciato rubare dalla Mangiacarrubbe, come un bietolone, e padron Fortunato li andava cercando per la sciara, e pel vallone, e sotto il ponte, colla schiuma alla bocca, giurando e spergiurando che se li trovava voleva dar loro tante di quelle pedate, e farsi venire le orecchie di suo figlio nelle mani.
Lo zio Crocifisso a quel discorso si cacciava le mani nei capelli anche lui, e diceva che la Zuppidda l'aveva rovinato a non rapire Brasi una settimana prima.
- Questa è stata la volontà di Dio! andava dicendo picchiandosi il petto; la volontà di Dio è stata che io m'avessi a pigliar la Vespa per castigo dei miei peccati! - E dei peccati doveva avercene grossi assai, perché la Vespa gli avvelenava il pane in bocca, e gli faceva soffrire le pene del purgatorio, notte e giorno.
Per giunta poi si vantava di essergli fedele, che non avrebbe guardato in faccia un cristiano, fosse giovane e bello come 'Ntoni Malavoglia o Vanni Pizzuto, per tutto l'oro del mondo; mentre gli uomini le ronzavano sempre attorno a tentarla come ci avesse il miele nelle gonnelle.
- Se fosse vero andrei a chiamarglielo io stesso colui! borbottava lo zio Crocifisso; - purché me la levasse davanti! E diceva pure che avrebbe pagato qualche cosa a Vanni Pizzuto o a 'Ntoni Malavoglia perché gli facessero le corna, giacché 'Ntoni faceva quel mestiere.
- Allora potrei mandarla via quella strega che mi son cacciata in casa!
Ma 'Ntoni il mestiere lo faceva dove era grasso, e ci mangiava e beveva, che era un piacere a vederlo.
Ora portava la testa alta, e se la rideva se il nonno gli diceva qualche parola a bassa voce; adesso era il nonno che si faceva piccino, quasi il torto fosse suo.
'Ntoni diceva che se non lo volevano in casa sapeva dove andare a dormire, nella stalla della Santuzza; e già non spendevano nulla a casa sua per dargli da mangiare.
Padron 'Ntoni, e Alessi, e Mena, tutto quello che buscavano colla pesca, col telaio, al lavatoio, e con tutti gli altri mestieri, potevano metterlo da parte, per quella famosa barca di san Pietro, colla quale si guadagnava di rompersi le braccia tutti i giorni per un rotolo di pesce, o per la casa del nespolo, nella quale si sarebbe andati a crepare allegramente di fame! tanto lui un soldo non l'avrebbe voluto; povero diavolo per povero diavolo, preferiva godersi un po' di riposo, finché era giovane, e non abbaiava la notte come il nonno.
Il sole c'era lì per tutti, e l'ombra degli ulivi per mettersi al fresco, e la piazza per passeggiare, e gli scalini della chiesa per stare a chiacchierare, e lo stradone per veder passare la gente e sentir le notizie, e l'osteria per mangiare e bere cogli amici.
Poi quando gli sbadigli vi rompevano le mascelle, si giocava alla mora, o a briscola; e quando infine si aveva sonno, ci era lì la chiusa dove pascevano i montoni di compare Naso, per sdraiarsi a dormire il giorno, o la stalla di comare suor Mariangela quand'era notte.
- Che non ti vergogni di fare questa vita? gli disse alfine il nonno, il quale era venuto apposta a cercarlo colla testa bassa e tutto curvo; e piangeva come un fanciullo nel dir così, tirandolo per la manica dietro la stalla della Santuzza, perché nessuno li vedesse.
- E alla tua casa non ci pensi? e ai tuoi fratelli non ci pensi? Oh, se fossero qui tuo padre e la Longa! 'Ntoni! 'Ntoni!...
- Ma voi altri ve la passate forse meglio di me a lavorare, e ad affannarvi per nulla? È la nostra mala sorte infame! ecco cos'è! Vedete come siete ridotto, che sembrate un arco di violino, e sino a vecchio avete fatto sempre la stessa vita! Ora che ne avete? Voi altri non conoscete il mondo, e siete come i gattini cogli occhi chiusi.
E il pesce che pescate ve lo mangiate voi? Sapete per chi lavorate, dal lunedì al sabato, e vi siete ridotto a quel modo che non vi vorrebbero neanche all'ospedale? per quelli che non fanno nulla, e che hanno denari a palate lavorate!
- Ma tu non ne hai denari, né io ne ho! Non ne abbiamo avuti mai, e ci siamo guadagnato il pane come vuol Dio; è per questo che bisogna darsi le mani attorno, a guadagnarli, se no si muore di fame.
- Come vuole il diavolo, volete dire! Che è tutta opera di Satanasso la nostra disgrazia! Ora sapete quel che ci aspetta, quando non potrete più darvele attorno le mani, perché i reumatismi le avranno ridotte come una radica di vite? Vi aspetta il vallone sotto il ponte per andare a creparvi.
- No! no! esclamò il vecchio tutto giulivo, e gettandogli al collo le braccia rattratte come radiche di vite.
I denari per la casa ci son già, e se tu ci aiuti...
- Ah! la casa del nespolo! Credete che sia il più bel palazzo del mondo, voi che non avete visto altro?
- Lo so che non è il più bel palazzo del mondo.
Ma non dovresti dirlo tu che ci sei nato, tanto più che tua madre non ci è morta.
- Nemmeno mio padre non ci è morto.
Il nostro mestiere è di lasciare la pelle laggiù, in bocca ai pescicani.
Almeno, finché non ce la lascio, voglio godermi quel po' di bene che posso trovare, giacché è inutile logorarmi la pelle per niente! E poi? quando avrete la casa? e quando avrete la barca? E poi? e la dote di Mena? e la dote di Lia?...
Ah! sangue di Giuda ladro! che malasorte è la nostra!
Il vecchio se ne andò desolato, scuotendo il capo, col dorso curvo, ché le parole amare del nipote l'avevano schiacciato peggio di un pezzo di scoglio piombatogli sulla schiena.
Adesso non aveva più coraggio per nulla, gli cascavano le braccia, e aveva voglia di piangere.
Non poteva pensare ad altro, se non che Bastianazzo e Luca non ci avevano mai avuto pel capo quelle cose che ci aveva 'Ntoni, e avevano sempre fatto senza lamentarsi quello che dovevano fare; e mulinava pure che era inutile pensare alla dote di Mena, e di Lia, giacché non ci sarebbero arrivati mai.
La povera Mena pareva che lo sapesse anche lei, tanto era avvilita.
Le vicine ora tiravano di lungo dinanzi alla porta dei Malavoglia, come durasse il colèra, e la lasciavano sola, accanto alla sorella col fazzoletto colle rose, o insieme alla Nunziata, e alla cugina Anna, quando esse facevano la carità di venire a cianciare un po'; giacché la cugina Anna ci aveva anche lei, poveretta, quell'ubbriacone di Rocco, e oramai tutti lo sapevano; e la Nunziata era troppo piccola quando quel bel mobile di suo padre l'aveva piantata per andarsene a cercare fortuna altrove.
Le poverette s'intendevano fra di loro appunto per questo, quando discorrevano a bassa voce, col capo chino, e le mani sotto il grembiule, ed anche quando tacevano, senza guardarsi in viso, pensando ognuno ai casi suoi.
- Quando si è ridotti allo stato in cui siamo, diceva Lia che parlava come una donna fatta, bisogna aiutarsi da sé, e che ognuno pensi ai suoi interessi.
Don Michele di tanto in tanto si fermava a salutarle o a dir qualche barzelletta; tanto che le donne si erano addomesticate col berretto gallonato, e non ne avevano più paura: anzi la Lia s'era lasciata andare a dire anche lei le barzellette, e ci rideva sopra; né la Mena osava sgridarla, o andarsene in cucina e lasciarla sola, ora che non aveva più la madre; e restava lì anche lei accasciata su di sé stessa, guardando di qua e di là della strada con gli occhi stanchi.
Oramai come si vedeva che i vicini li avevano abbandonati, le si gonfiava il cuore di riconoscenza ogni volta che don Michele con tutto il suo berretto gallonato non sdegnava di fermarsi sulla porta dei Malavoglia a far quattro chiacchiere.
E se don Michele trovava la Lia sola, la guardava negli occhi, tirandosi i mustacchi, col berretto gallonato messo alla sgherra, e le diceva: - Che bella ragazza che siete, comare Malavoglia.
Nessuno le aveva detto questo; perciò ella si faceva rossa come un pomodoro.
- Come va che non vi siete maritata ancora? le diceva anche don Michele.
Ella si stringeva nelle spalle, e rispondeva che non lo sapeva.
- Voi dovreste avere la veste di lana e seta, e gli orecchini lunghi; ché allora, in parola d'onore, gli fareste tenere il candeliere a molte signore della città.
- La veste di lana e seta non fa per me, don Michele! rispondeva Lia.
- O perché? La Zuppidda non l'ha? e la Mangiacarrubbe, ora che ha acchiappato Brasi di padron Cipolla, non l'avrà anche lei? e la Vespa, se la vuole, non se la farà come le altre?
- Loro son ricche, loro!
- Sorte scellerata! esclamava don Michele battendo col pugno sulla sciabola.
Vorrei pigliare un terno al lotto, vorrei pigliare, comare Lia! per farvi vedere cosa son capace di fare!
Alle volte don Michele aggiungeva: - Permettete? - colla mano nel berretto, e si metteva a sedere lì vicino sui sassi, mentre non aveva da fare.
Mena credeva che volesse stare lì per comare Barbara, e non gli diceva nulla.
Ma don Michele alla Lia le giurava che non era per la Barbara, e non ci aveva mai pensato, sulla santa parola d'onore! Pensava a tutt'altro lui, se non lo sapeva comare Lia!...
E si fregava il mento, o si stirava i baffi guardandola come il basilisco.
La ragazza si faceva di mille colori e si alzava per andarsene.
Però don Michele la prendeva per la mano, e le diceva: - Perché volete farmi quest'offesa, comare Malavoglia? Restate lì, che nessuno vi mangia.
Così, mentre aspettavano gli uomini dal mare, passavano il tempo; ella sulla porta, e don Michele sui sassi, sminuzzando qualche sterpolino per non sapere che fare, e le domandava: - Che ci verreste a stare nella città?
- Che verrei a farci nella città?
- Quello è il posto per voi! Voi non siete fatta per star qui, fra questi villani, in parola d'onore! Voi siete una roba fine e di prima qualità, e siete fatta per stare in una bella casetta, e andare a spasso alla Marina e alla Villa, quando c'è la musica, vestita bene, come m'intendo io.
Con un bel fazzoletto di seta in testa, e la collana d'ambra.
Qui par di stare in mezzo ai porci, parola mia d'onore! e non vedo l'ora di essere traslocato, che mi hanno promesso di richiamarmi alla città coll'anno nuovo.
Lia si metteva a ridere della burla, e scrollava le spalle, che lei non sapeva nemmeno come fossero fatte le collane d'ambra e i fazzoletti di seta.
Una volta poi don Michele tirò fuori in gran mistero un bel fazzoletto giallo e rosso, colla sua brava carta, che l'aveva avuto da un contrabbando, e voleva regalarlo a comare Lia.
- No! no! diceva lei tutta rossa.
Non lo piglio se mi ammazzate! - E don Michele insisteva: - Questa non me l'aspettavo, comare Lia.
Non me lo merito, vedete! - E dovette avvolgere un'altra volta il fazzoletto nella carta e metterselo in tasca.
D'allora in poi, quando vedeva spuntare il naso di don Michele, Lia correva a ficcarsi in casa, per paura che volesse darle il fazzoletto.
Don Michele aveva un bel passare e ripassare, e far brontolare la Zuppidda colla schiuma alla bocca, e aveva un bell'allungare il collo dentro l'uscio dei Malavoglia, che non vedeva più nessuno, talché alla fine si decise ad entrare.
Le ragazze, come se lo videro dinanzi, rimasero a bocca aperta, tremando quasi avessero la terzana, e senza saper che fare.
- Voi non l'avete voluto il fazzoletto di seta, comare Lia, diss'egli alla ragazza, la quale s'era fatta rossa come un papavero, ma io sono tornato pel bene che voglio a voi altri.
Che cosa fa vostro fratello 'Ntoni?
Anche Mena si faceva rossa, quando le domandavano che cosa facesse suo fratello 'Ntoni, perché non faceva nulla.
E don Michele continuò: - Ho paura che vi dia qualche dispiacere, a tutti voi altri, vostro fratello 'Ntoni.
Io vi sono amico e chiudo gli occhi; ma quando verrà qui un altro brigadiere in vece mia, vorrà sapere che cosa va a fare vostro fratello con Cinghialenta, la sera, verso il Rotolo, e con quell'altro buon arnese di Rocco Spatu, quando vanno a passeggiare nella sciara, come se avessero delle scarpe da buttar via.
Aprite bene gli occhi anche voi a quel che vi dico ora, comare Mena; e ditegli pure che non bazzichi tanto con quell'imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto, che si sa tutto, e nei guai poi ci resterà lui.
Gli altri sono volpi vecchie, e sarebbe bene che vostro nonno non lo facesse andare a passeggiare nella sciara, perché la sciara non è fatta per andarci a passeggiare, e gli scogli del Rotolo ci sentono come se avessero le orecchie, ditegli, e vedono anche senza cannocchiale le barche che vanno costeggiando quatte quatte verso l'imbrunire, come se andassero a pescar pipistrelli.
Ditegli questo, comare Mena, e ditegli pure che chi gli dà quest'avvertimento è un amico il quale vi vuol bene.
Quanto a compare Cinghialenta e Rocco Spatu, ed anche Vanni Pizzuto, son tenuti d'occhio.
Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola e farlo cantare per chiapparla.
Di Piedipapera questo solo rammentategli: - Gli disse Gesù Cristo a San Giovanni, "degli uomini segnati guàrdatene!".
Lo dice pure il proverbio.
Mena sbarrava gli occhi, e impallidiva, senza capir bene quel che ascoltava; ma sentiva già la paura che suo fratello avesse a fare con quelli del berretto gallonato.
Don Michele allora la prese per mano onde farle animo, e seguitò:
- Se si sapesse che son venuto a dirvi tutto questo, sarei fritto.
Io mi giuoco il mio berretto gallonato, per il bene che vi voglio a voi altri Malavoglia.
Ma non mi piace che vostro fratello patisca qualche guaio.
No! non vorrei incontrarlo di notte in qualche brutto posto, nemmeno per acchiappare un contrabbando di mille lire, parola mia d'onore!
Le povere ragazze non ebbero più pace, dacché don Michele ebbe messo loro quella pulce nell'orecchio.
Non chiudevano occhio nella notte, aspettando il fratello dietro l'uscio sino a tardi, tremando di freddo e di paura, mentre egli andava cantando per le strade con Rocco Spatu ed altri della combriccola, e alle povere ragazze pareva sempre di udire delle grida, e delle schioppettate, come quando avevano detto che c'era stata la caccia delle quaglie a due piedi.
- Tu va a dormire, ripeteva Mena alla sorella.
Tu sei troppo giovane, e certe cose non devi saperle.
Al nonno non diceva nulla per non dargli quest'altro crepacuore; ma a 'Ntoni, quando lo vedeva un po' calmo, che si metteva a sedere tristamente sulla porta, col mento in mano, si faceva coraggio per chiedergli: - Cosa vai a fare sempre con Rocco Spatu e Cinghialenta? Guardati che ti hanno visto sulla sciara e verso il Rotolo.
Guardati di Piedipapera.
Sai il detto dell'antico che gli disse Gesù Cristo a San Giovanni: "degli uomini segnati guàrdatene!".
- Chi te l'ha detto? domandava 'Ntoni saltando su come un diavolo.
Dimmi chi te l'ha detto?
- Don Michele me l'ha detto! rispondeva lei colle lacrime agli occhi.
M'ha detto di guardarti di Piedipapera, che per acchiappare un contrabbando bisogna dar la parte ad uno della combriccola.
- E non ti ha detto altro?
- No, non mi ha detto altro.
'Ntoni allora giurava che non era vero niente, e non lo dicesse al nonno.
Poi si levava di là frettoloso, e se ne andava all'osteria, a smaltire l'uggia, e se incontrava quelli del berretto gallonato, faceva il giro lungo per non vederli neanche nel battesimo.
Già don Michele non sapeva nulla, e parlava a casaccio, onde fargli paura, per la bizza che ci aveva contro di lui dopo l'affare della Santuzza, la quale l'aveva messo fuori della porta come un cane rognoso.
Alla fin fine egli non aveva paura di don Michele e dei suoi galloni, che era ben pagato per succhiare il sangue del povero.
Bella cosa! Don Michele non aveva bisogno di cercare di aiutarsi in qualche maniera, così grasso e pasciuto! e non aveva altro da fare che metter le mani addosso a qualche povero diavolo, se si industriava a buscarsi come poteva un pezzo di dodici tarì.
E quell'altra prepotenza che per sbarcare la roba di fuori regno, bisognava pagare il dazio, come fosse roba rubata! e doveva metterci il naso don Michele coi suoi sbirri! Loro erano padroni di mettere le mani su ogni cosa, e prendere quello che volevano; ma gli altri, se cercavano a rischio della pelle di fare come volevano, per sbarcare la loro roba, passavano per ladri, e li cacciavano peggio dei lupi colle pistole e le carabine.
- Ma rubare ai ladri non è stato mai peccato.
Lo diceva anche don Giammaria nella bottega dello speziale.
E don Franco approvava col capo e con tutta la barba, sogghignando, che quando si faceva la repubblica non se ne vedevano più di quelle porcherie.
- E di quegli impiegati di Satanasso! - aggiungeva il vicario.
A don Giammaria gli cuoceva tuttora delle venticinque onze che gli erano scappate di casa.
Ora donna Rosolina aveva perso anche la testa, colle venticinque onze, e correva dietro a don Michele, per farsi mangiare il resto.
Come lo vedeva andare nella strada del Nero, credeva ci andasse per veder lei sul terrazzino, e stava sempre al terrazzino colla conserva dei pomidoro, e colle bocce dei peperoni, per far vedere di che era capace; poiché non glielo avrebbero levato dalla testa colle tenaglie che don Michele, colla sua pancia, ora che si era levato dal peccato mortale colla Santuzza, non cercasse una donna di casa e di giudizio, come intendeva lei; perciò lo difendeva, se suo fratello diceva corna del governo e dei mangiapane, e rispondeva: - Dei mangiapane come don Silvestro sì! che si mangiano un paese senza far nulla; ma i dazii ci vogliono per pagare i soldati, che fanno bella vista colla montura, e senza soldati ci mangeremmo come lupi fra di noi.
- Dei fannulloni pagati per portare il fucile, e non altro! sogghignava lo speziale; come i preti, che prendono tre tarì per messa.
Dite la verità, don Giammaria, che capitale ci mettete voi nella messa che vi pagano tre tarì?
- E voi che capitale ci mettete in quell'acqua sporca che vi fate pagare a sangue d'uomo? rimbeccava il vicario colla schiuma alla bocca.
Don Franco aveva imparato a ridere come don Silvestro, per far dannare l'anima a don Giammaria; e continuava senza dargli retta, ché aveva sperimentato il mezzo migliore per fargli perdere la tramontana: - In mezz'ora si guadagnano la loro giornata, e poi sono a spasso tutto il giorno; tale e quale come don Michele il quale sembra un uccellaccio perdigiorno, sempre là per i piedi, dacché non va più a scaldare le panche della Santuzza.
- Per questo ce l'ha con me, entrava a dire 'Ntoni; è arrabbiato come un cane, e vuol fare il prepotente perché ci ha la sciabola.
Ma, sangue della Madonna! una volta o l'altra voglio dargliela sul muso la sua sciabola, per fargli vedere che me ne infischio, io!
- Bravo! esclamava lo speziale, così va fatto! Bisogna che il popolo mostri i denti.
Ma lontano di qua, che non voglio pasticci nella mia spezieria.
Al governo non parrebbe vero di tirarmi nell'imbroglio pei capelli; ma a me non mi piace aver che fare coi giudici e con tutta quella canaglia della baracca.
* 'Ntoni Malavoglia levava i pugni al cielo, e giurava e sacramentava per Cristo e per la Madonna che voleva finirla, avesse dovuto andare in galera; già egli non aveva niente da perdere.
La Santuzza non lo guardava più dello stesso occhio, tante gliene aveva dette quel paneperso di suo padre, piagnucolando fra un'avemaria e l'altra, dopo che massaro Filippo non mandava più il vino all'osteria! Le diceva che gli avventori cominciavano a diradare come le mosche a sant'Andrea, dacché non ci trovavano più il vino di massaro Filippo, al quale erano avvezzi come il bambino alla poppa.
Lo zio Santoro ogni volta ripeteva alla figliuola: - Che vuoi farne di quell'affamato di 'Ntoni Malavoglia? Non vedi che ti mangia tutta la roba senza frutto? Tu lo ingrassi meglio di un maiale, e poi va a fare il cascamorto colla Vespa e colla Mangiacarrubbe, ora che sono ricche.
- E le diceva pure: - Gli avventori se ne vanno perché egli ti sta sempre alla gonnella, e non ti lascia un momento da dirti una barzelletta.
- Oppure: - Così lacero e sudicio è una porcheria avercelo per la bettola; che sembra tutta una stalla, e la gente ha schifo di beverci nei bicchieri.
Don Michele sì che ci stava bene sulla porta, coi galloni nel berretto.
La gente che paga il vino, vuol berselo in santa pace, ed è contenta di vedere uno colla sciabola lì davanti.
Poi tutti gli facevano di berretto, e nessuno ti avrebbe negato un soldo se te lo doveva, quando era segnato col carbone sul muro.
Ora che non c'è più lui, non viene nemmeno massaro Filippo.
L'altra volta è passato di qua, ed io volevo farlo entrare; ma ei dice che è inutile venirci, giacché il mosto non può farlo passare più di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele.
Una cosa che non è buona né per l'anima, né pel corpo.
La gente comincia perfino a mormorare che a 'Ntoni gli fai la carità pelosa, giacché massaro Filippo non ci viene più, e vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all'orecchio del vicario, e ti leveranno la medaglia di Figlia di Maria.
* La Santuzza teneva duro ancora, perché in casa sua voleva esser sempre la padrona; ma cominciava ad aprire gli occhi anche lei, giacché tutto quello che le diceva suo padre era il santo evangelo, e non trattava più 'Ntoni come prima.
Se c'era un rimasuglio da riporre in serbo nel piatto, non lo dava più a lui, e gli metteva dell'acqua sporca nei fondi di bicchiere; sicché 'Ntoni alla fine cominciò a fare il viso lungo, e la Santuzza gli rispose che i fannulloni non le piacevano, e lei e suo padre se lo guadagnavano il pane, così pure avrebbe dovuto far lui, e aiutare un po' nella casa, a spaccar legna o a soffiare nel fuoco, invece di starsene come un lazzarone a vociare e dormire colla testa fra le braccia, o a sputacchiare per terra dappertutto, che faceva un mare e non si sapeva più dove mettere i piedi.
'Ntoni un po' andò a spaccar legna, brontolando, o a soffiare nel fuoco, per fare meno fatica.
Ma gli era duro lavorare tutto il giorno come un cane, peggio di quello che faceva un tempo a casa sua, per vedersi trattare peggio di un cane a sgarbi e parolacce, in grazia di quei piatti sporchi che gli davano da leccare.
Una volta finalmente, mentre la Santuzza tornava dal confessarsi col rosario in mano, le fece una scenata, lagnandosi che questo avveniva perché don Michele era tornato a gironzolare davanti l'osteria, che l'aspettava anche sulla piazza, quando andava a confessarsi, e lo zio Santoro gli gridava dietro per salutarlo, quando sentiva la sua voce, e andava a cercarlo fin nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone per trovar la strada.
La Santuzza allora cominciò a fare il diavolo, e rispondergli che era venuto apposta per farle fare peccati, mentre aveva l'ostia in bocca, e farle perdere la comunione.
- Se non vi piace andatevene! gli diceva.
Io non voglio dannarmi l'anima per voi; e non vi ho detto nulla quando ho saputo che correte dietro le donnacce come la Vespa e la Mangiacarrubbe, ora che sono malmaritate.
Correte a trovarle, che ora ci hanno il truogolo in casa, e cercano il maiale.
- Ma 'Ntoni giurava che non era vero, e a lui non gliene importava di queste cose; alle femmine non ci pensava più, e avrebbe potuto sputargli in faccia se lo vedeva parlare con un'altra donna.
* - No, così non te lo levi dai piedi, ripeteva intanto lo zio Santoro.
Non vedi come è attaccato al pane che ti mangia? Bisogna rompere la pentola per aggiustarla.
Bisogna farlo mettere fuori a pedate.
Massaro Filippo mi ha detto che il mosto non può tenerlo più nelle botti, e lo venderà ad altri se tu non fai la pace con don Michele, e non ti riesce di farlo entrare di contrabbando come prima! - E tornava a cercare massaro Filippo nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone.
Sua figlia faceva la sdegnosa, protestando che non avrebbe mai piegato il capo a don Michele, dopo la partaccia che colui le aveva fatto.
- Lascia fare a me che l'aggiusto io! assicurava lo zio Santoro.
- Farò le cose con giudizio.
Non ti lascerei fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele; sono tuo padre o no, santo Dio?
* 'Ntoni, dacché la Santuzza gli faceva degli sgarbi, bisognava che pensasse come pagare il pane che gli davano all'osteria, giacché a casa sua non osava comparire, e quei poveretti intanto pensavano a lui quando mangiavano la loro minestra senza appetito, come se anch'egli fosse morto, e non stendevano nemmeno la tovaglia, sparpagliati per la casa, colla scodella sulle ginocchia.
- Questo è l'ultimo colpo per me che sono vecchio! - ripeteva il nonno; e chi lo vedeva passare colle reti in spalla, per andare a giornata, diceva: - Questa è l'ultima invernata per padron 'Ntoni.
Poco ci vorrà che tutti quegli orfani rimangono sulla strada.
- E la Lia, se la Mena le diceva di ficcarsi dentro quando passava don Michele, rispondeva con tanto di bocca:
* - Sì! bisogna ficcarsi in casa, quasi fossi un tesoro! Sta tranquilla che di tesori come noi non ne vogliono neppure i cani!
* - Oh! se tua madre fosse qui, non diresti così! mormorava Mena.
* - Se mia madre fosse qui, non sarei orfana, e non dovrei pensarci da me ad aiutarmi.
E nemmeno 'Ntoni andrebbe per le strade, che è una vergogna sentirsi dire che siamo sue sorelle, e nessuno vorrà prendersi in moglie la sorella di 'Ntoni Malavoglia.
* 'Ntoni, ora che era in miseria, non aveva più ritegno di mostrarsi insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta per la sciara e verso il Rotolo, e a discorrere sottovoce fra di loro, colla faccia scura, a guisa di lupi affamati.
Don Michele tornava a dire alla Mena: - Vostro fratello vi darà qualche dispiacere, comare Mena!
* Mena era ridotta ad andare a cercare il fratello sulla sciara anche lei, e verso il Rotolo, o sulla porta dell'osteria; e piangeva e singhiozzava, tirandolo per la manica della camicia.
Ma egli rispondeva:
* - No! È don Michele che mi vuole male, te l'ho detto.
Sta sempre a macchinar birbonate contro di me collo zio Santoro.
Li ho sentiti io nella bottega di Pizzuto, che lo sbirro gli diceva: - E se tornassi da vostra figlia, che figuraccia ci farei? - E lo zio Santoro rispondeva: - Oh bella! se vi dico che tutto il paese si mangerebbe i gomiti dall'invidia!
* - Ma tu cosa vuoi fare? ripeteva Mena colla faccia pallida.
Pensa alla mamma, 'Ntoni, e pensa a noi che non abbiamo più nessuno!
* - Niente! Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese, quando vanno alla messa! Voglio dir loro il fatto mio, e far ridere la gente.
Già non ho paura di nessuno al mondo; e mi sentirà anche lo speziale lì vicino.
* Mena infatti aveva un bel piangere e un bel pregare, egli tornava a dire che non aveva nulla da perdere, e dovevano pensarci gli altri più di lui; che era stanco di fare quella vita, e voleva finirla - come diceva don Franco.
E siccome all'osteria lo vedevano di malocchio, andava a girandolare per la piazza, specialmente la domenica, e si metteva sugli scalini della chiesa per vedere che faccia facevano quei svergognati che venivano lì a gabbare il mondo, e far le corna al Signore e alla Madonna sotto i loro occhi stessi.
* La Santuzza, dacché incontrava 'Ntoni che faceva la sentinella sulla porta della chiesa, se ne andava ad Aci Castello per la messa, di buon mattino, onde sfuggire la tentazione di far peccati.
'Ntoni vedeva passare la Mangiacarrubbe, col naso nella mantellina, senza guardar più nessuno, ora che aveva acchiappato il marito.
La Vespa, tutta in fronzoli, e con tanto di rosario in mano, andava a pregare il Signore di liberarla di quel castigo di Dio di suo marito; e 'Ntoni sghignazzava loro dietro: - Ora che l'hanno pescato il marito non hanno più bisogno di nulla.
Ci è chi deve pensare a dar loro da mangiare!
* Lo zio Crocifisso aveva persa anche la devozione, dacché si era messa la Vespa addosso, e non andava nemmeno in chiesa, per stare lontano dalla moglie almeno il tempo della messa; così si dannava l'anima.
* - Questo è l'ultimo anno per me! andava piagnucolando; e adesso correva a cercare padron 'Ntoni, e gli altri disgraziati al pari di lui.
- Nella mia vigna ci ha grandinato, e alla vendemmia non ci arrivo di certo.
* - Sapete, zio Crocifisso, rispondeva padron 'Ntoni; quando vogliamo andare dal notaio per quell'affare della casa io son pronto, e ci ho qui i denari.
- Colui non pensava ad altro che alla sua casa, e non gliene importava un corno degli affari degli altri.
* - Non mi parlate di notaio, padron 'Ntoni! Quando sento parlare di notaio, mi rammento del giorno in cui mi ci lasciai trascinare dalla Vespa; maledetto sia il giorno che ci misi i piedi!
* Ma compare Piedipapera che fiutava la senseria, gli diceva: - Quella strega della Vespa, se morite voi, è capace di dargliela per un pezzo di pane la casa del nespolo; ed è meglio che li facciate voi i vostri affari, finché ci avete gli occhi aperti.
* Allora lo zio Crocifisso rispondeva: - Sì, sì, andiamoci pure dal notaio; ma bisogna che mi facciate guadagnare qualche cosa su questo affare.
Vedete quante perdite ho fatte! - E Piedipapera aggiungeva, fingendo di parlare con lui: - Quella strega di vostra moglie se sa che avete ripreso i denari della casa, è capace di strozzarvi, per comprarsene tante collane e fazzoletti di seta.
- E diceva pure: - Almeno la Mangiacarrubbe non ne compra più collane e fazzoletti di seta, ora che ha acchiappato il marito.
La vedete come viene a messa con una vesticciuola di cotonina!
* - A me non me ne importa della Mangiacarrubbe, ma avrebbero dovuto bruciarla viva anche lei, con tutte le altre donne che sono al mondo per farci dannare l'anima.
Che ci credete che non compra più nulla? Tutta impostura per minchionare padron Fortunato, il quale va gridando che vuole pigliarsi piuttosto una di mezzo alla strada, piuttosto che lasciar godere la roba sua a quella pezzente la quale gli ha rubato il figliuolo.
Io per me gli regalerei la Vespa, se la volesse! Tutte le stesse! e guai a chi ci capita, per sua disgrazia! che il Signore leva il lume.
Vedete don Michele, che va nella strada del Nero, per far l'occhietto con donna Rosolina; cosa gli manca a costui? Rispettato, ben pagato, con tanto di pancia!...
Ebbene! corre dietro alle donne anche lui per cercarsi i guai colla lanterna; per la speranza di quei quattro soldi del vicario.
* - No, egli non ci viene per donna Rosolina, no! diceva Piedipapera ammiccandogli di nascosto.
- Donna Rosolina può farci le radiche sul terrazzino in mezzo ai suoi pomidoro, a fargli l'occhio di pesce morto.
A don Michele non gliene importa nulla dei denari del vicario.
Lo so io cosa va a fare nella strada del Nero!
* - Dunque cosa pretendete per la casa? tornò a dire padron 'Ntoni.
* - Ne parleremo, ne parleremo quando saremo dal notaio, rispose lo zio Crocifisso.
Adesso lasciatemi ascoltare la santa messa; e in tal modo lo mandava via mogio mogio.
* - Don Michele ci ha altro per la testa - ripeteva Piedipapera, cacciando fuori tanto di lingua dietro le spalle di padron 'Ntoni, e accennando coll'occhio a suo nipote, il quale andava ad appollaiarsi sui muri, con un pezzo di giubbone sulle spalle, saettando delle occhiatacce sullo zio Santoro, il quale aveva preso a venire alla messa per stendere la mano ai fedeli, borbottando avemarie e gloriapatri, e conosceva tutti ad uno ad uno, come la folla usciva dalla chiesa, dicendo all'uno: - Il Signore vi dia la provvidenza! e a quell'altro: - Tanta salute! - e come gli passò accanto don Michele gli disse pure: - Andateci, che vi aspetta nell'orto dietro la tettoia.
- Santa Maria, ora pro nobis! Signore Iddio perdonatemi!...
* La gente, appena don Michele tornò a bazzicare dalla Santuzza, diceva: - Fecero pace cani e gatti! Vuol dire che ci era sotto qualche cosa per tenersi il broncio.
- E come massaro Filippo era pure tornato all'osteria - Anche quell'altro! Che non sa starci senza don Michele? È segno che è innamorato di don Michele, piuttosto che della Santuzza.
Certuni non sanno star soli neppure in paradiso.
* Allora 'Ntoni Malavoglia masticava bile, vedendosi scacciato a pedate fuori della bettola peggio di un cane rognoso, senza un baiocco in tasca per andare a bere sul mostaccio a don Michele, e piantarsi là tutto il giorno, coi gomiti sul desco, a far loro mangiare il fegato.
Invece gli toccava star sulla strada come un cagnaccio, colla coda fra le gambe e il muso a terra, borbottando: - Sangue di Giuda! un giorno o l'altro succederà una commedia, succederà!
* Rocco Spatu, e Cinghialenta, che avevano sempre qualche soldo, gli ridevano sul naso, dalla porta della taverna, facendogli le corna; e venivano a parlargli sottovoce, tirandolo pel braccio verso la sciara e parlandogli nell'orecchio.
Egli tentennava sempre a dir di sì, come un minchione che era.
Allora gli rinfacciavano: - Ti sta bene a morir di fame, lì davanti, e a vederti far le corna sotto agli occhi tuoi stessi da don Michele, carogna che sei!
* - Sangue di Giuda! non dite così! gridava 'Ntoni col pugno in aria, - che un giorno o l'altro faccio succedere una commedia, faccio succedere!
* Ma gli altri lo piantavano lì, alzando le spalle, sghignazzando; tanto che infine gli fecero montare la mosca al naso; e andò a piantarsi proprio nel bel mezzo dell'osteria, giallo come un morto, col pugno sul fianco, e il giubbone vecchio sulle spalle, che pareva ci avesse un vestito di velluto, girando gli occhiacci intorno per stuzzicare chi sapeva lui.
Don Michele, per amore dei galloni, fingeva di non vederlo, e cercava di andarsene; ma 'Ntoni ora che don Michele faceva il minchione si sentiva cuocere il fegato, e gli rideva e gli sghignazzava sul mostaccio, a lui e alla Santuzza; e sputava sul vino che beveva, dicendo che era tossico di quello che avevano dato a Gesù sacramentato! - E battezzato per giunta, che la Santuzza ci aveva messa l'acqua, ed era una vera minchioneria venire a lasciarsi rubare i soldi in quella bettolaccia; per questo ei non ci veniva più! - La Santuzza, toccata nel debole, non seppe più contenersi, e gli disse che non ci veniva più perché erano stanchi di mantenerlo per carità, che erano stati costretti a cacciarlo fuori dell'uscio colla scopa, tanto era affamato.
Allora 'Ntoni cominciò a fare il diavolo, gridando e rompendo i bicchieri, che l'avevano messo fuori per tirarsi in casa quell'altro baccalà col berretto gallonato; ma gli bastava l'anima di fargli uscire il vino dal naso, se voleva, perché lui non aveva paura di nessuno.
Don Michele, giallo anche lui, col berretto di traverso, balbettava: - Per la santa parola d'onore, stavolta finisce brutta! - intanto che la Santuzza faceva piovere i bicchieri e le mezzette addosso a tutte e due.
Così finalmente si azzuffarono e cominciarono a darsi dei pugni, e a rotolarsi sotto le panche, che volevano mangiarsi il naso, mentre la gente li prendeva a calci e a pugni per separarli; e ci riescì infine Peppi Naso colla cinghia di cuoio che s'era levata dai calzoni, e dove arrivava levava il pelo.
Don Michele si spolverò la montura, andò a raccattare la sciabola che aveva persa, e se ne uscì borbottando fra i denti, senz'altro, per amor dei galloni.
Ma 'Ntoni Malavoglia, il quale mandava un fiume di sangue dal naso, vedendolo sgattaiolare, non lo potevano tenere dal gridargli dietro un mare d'improperi dalla porta dell'osteria, mostrandogli il pugno, e asciugandosi colla manica il sangue che gli colava dal naso; e gli prometteva che voleva dargli il resto quando l'incontrava.
CAPITOLO 14
Quando 'Ntoni Malavoglia incontrò don Michele per dargli il resto fu un brutto affare, di notte, mentre diluviava, ed era scuro che non ci avrebbe visto neppure un gatto, all'angolo della sciara verso il Rotolo, dove bordeggiavano quatte quatte le barche che facevano finta di pescar merluzzi a mezzanotte, e dove 'Ntoni andava a ronzare, con Rocco Spatu, e Cinghialenta, ed altri malarnesi, colla pipa in bocca, che le guardie le conoscevano ad una ad una quelle punte di fuoco delle pipe, mentre stavano appiattate fra gli scogli con le carabine in mano.
- Comare Mena, - aveva detto don Michele un'altra volta passando dalla strada del Nero; - ditegli a vostro fratello di non andarci di notte al Rotolo, con Rocco Spatu e Cinghialenta.
Ma 'Ntoni aveva fatto il sordo perché "ventre affamato non sente ragione"; e don Michele non gli faceva più paura, dopo che si erano rotolati a pugni e a cazzotti sotto le panche all'osteria; inoltre gli aveva promesso di dargli il resto quando l'incontrava, e non voleva passare per canaglia e per spaccone agli occhi della Santuzza e di tutti quelli che erano stati presenti alla minaccia.
- Gli ho detto che gli darò il rimanente dove l'incontrerò; e se l'incontro al Rotolo glielo dò al Rotolo! - ripeteva coi suoi amici, e ci avevano tirato anche il figlio della Locca.
Avevano passato la sera all'osteria, a bere e schiamazzare, che la bettola è come un porto di mare, e la Santuzza non avrebbe potuto mandarlo via, ora che ci aveva dei soldi in tasca e li faceva ballare nella mano.
Don Michele era passato a far la ronda, ma Rocco Spatu, che sapeva la legge, diceva sputacchiando: - Finché c'è il lume sulla porta abbiamo il diritto di star qua! - e si appoggiava al muro per star meglio.
'Ntoni Malavoglia se la godeva anche a far sbadigliare la Santuzza, la quale dormicchiava dietro i bicchieri, colla testa posata su quei cuscini che portavano la medaglia di Figlia di Maria.
- E ci sta sul morbido meglio che su un fascio d'erba fresca! - diceva 'Ntoni, il quale aveva il vino chiacchierone; mentre Rocco, pieno come una botte, non fiatava più, colle spalle al muro.
Lo zio Santoro intanto a tastoni aveva ritirato il lume e chiudeva la porta.
- Ora andatevene che ho sonno; disse la Santuzza.
- Io non ho mica sonno io! Massaro Filippo a me mi lascia dormire la notte.
- A me non me ne importa se vi lascia dormire; ma non voglio che mi prendano la multa per amor vostro, se mi trovano l'uscio aperto a quest'ora.
- Chi ve la piglia la multa? quello sbirro di don Michele? Fatelo venire qui che gliela dò io la multa! ditegli che c'è qui 'Ntoni Malavoglia, sangue della Madonna!
La Santuzza intanto lo aveva preso per le spalle e lo spingeva fuori dell'uscio.
- Andate a dirglielo voi stesso; e andate a cercarvi i guai fuori di qui.
Io non ne voglio chiacchiere colla polizia pei vostri begli occhi.
'Ntoni, vistosi cacciare in quel modo sulla strada, nel fango, e coll'acqua che veniva giù come Dio la mandava, tirò fuori tanto di coltello, e giurava e sacramentava che voleva pungerli tutti quanti, lei e don Michele! Cinghialenta era il solo che stesse in sensi per tutti, e lo tirava pel giubbone, e gli diceva: - Lascia stare per stasera! Non lo sai quello che abbiamo da fare?
Al figlio della Locca allora gli venne una gran voglia di mettersi a piangere, al buio.
- È ubbriaco, osservò Rocco Spatu, messo sotto la gronda.
Portatelo qui che gli farà bene.
'Ntoni, un po' calmato dall'acqua che gli pioveva dalla gronda, si lasciò condurre da compare Cinghialenta, seguitando a sbuffare, mentre sguazzava nelle pozzanghere, e sacramentava che se incontrava don Michele voleva dargli quello che gli aveva promesso.
Tutt'a un tratto si trovò davvero naso a naso con don Michele, il quale ronzava lì intorno anche lui; colla pistola sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali.
Allora 'Ntoni si calmò di botto, e tutti e tre si allontanarono quatti quatti, verso la bottega di Pizzuto.
Arrivati dietro l'uscio, adesso che don Michele era ben lontano, 'Ntoni volle a forza che si fermassero per udire quello che diceva.
- Lo vedete dove andava don Michele? e la Santuzza che diceva d'aver sonno! Adesso come faranno se c'è tuttora massaro Filippo nella stalla?
- E tu lascia stare don Michele - disse Cinghialenta, così ci lascerà andare pei fatti nostri.
- Voi altri siete tante canaglie! disse 'Ntoni, che avete paura di don Michele.
- Stasera sei ubbriaco! ma ti farei vedere se ho paura di don Michele! Ora che ho venduto il mulo non voglio che nessuno venga a vedere come mi guadagno il pane, sangue di un cane!
Là si misero a cianciare a voce bassa a ridosso del muro, intanto che lo scroscio della pioggia copriva i loro discorsi.
Ad un tratto suonarono le ore, e tacquero tutti e quattro per stare ad ascoltare.
- Entriamo da compare Pizzuto, disse Cinghialenta.
Egli è padrone di tenere la porta aperta sino che vuole, e senza lume fuori.
- È scuro che non ci si vede! disse il figlio della Locca.
- Bisogna bere qualche cosa, col tempo che fa; rispose Rocco Spatu.
Se no ci romperemo il naso nella sciara.
Cinghialenta si mise a brontolare: - Come se andassimo a giuocare! Ora vi farò dare dell'acqua col limone da mastro Vanni.
- Io non ho bisogno dell'acqua col limone! saltò su 'Ntoni; e vedrete se il fatto mio lo saprò fare meglio di voi altri!
Compare Pizzuto non voleva aprire a quell'ora, e rispondeva che era in letto; ma siccome continuavano a picchiare, e minacciavano di svegliare tutto il paese e di far correre la guardia a mettere il naso nei fatti loro, si fece dare la voce e venne ad aprire in mutande.
- Che siete pazzi a picchiare in questo modo? esclamava.
Or ora ho visto passare don Michele.
- Sì, l'abbiamo visto anche noi; adesso sta recitando il rosario colla Santuzza.
- Che lo sai d'onde viene don Michele? gli domandò Pizzuto guardandolo negli occhi: 'Ntoni fece una spallata; e Vanni mentre si faceva da parte per lasciarli entrare, ammiccò a Rocco e a Cinghialenta:
- È stato dalle Malavoglia, soffiò loro nell'orecchio.
- L'ho visto escire io!
- Buon prò, rispose Cinghialenta; ma bisognerebbe dire a 'Ntoni che raccomandi a sua sorella di trattenere don Michele tutta la notte, quando abbiamo da fare...
- Che cosa volete da me? chiese 'Ntoni colla lingua grossa.
- Niente, non è affare per questa sera.
- Se non è affare per questa sera perché mi avete fatto lasciar l'osteria, che son tutto fradicio dalla pioggia? disse Rocco Spatu.
- È un altro discorso che stavamo facendo con compare Cinghialenta.
E Pizzuto aggiunse:
- Sì, è venuto l'uomo dalla città, e ha detto che per questa sera la roba è là, ma sarà un affare grosso sbarcarla con questo tempo.
- Tanto meglio; così nessuno ci vede a sbarcarla.
- Sì, ma le guardie hanno l'orecchio fino; e badate che m'è parso di vederle ronzare qui davanti, e guardare dentro la bottega.
Allora successe un momento di silenzio, e compare Vanni, per finirla, andò a riempire tre bicchieri di erbabianca.
- Me ne impipo delle guardie! esclamò Rocco Spatu dopo che ebbe bevuto.
- Peggio per loro se vengono a mettere il naso nei fatti miei; ho qui il mio temperino che non fa tanto chiasso come le loro pistole.
- Noi ci buschiamo il pane come possiamo, e non vogliamo far male a nessuno! aggiunse Cinghialenta.
- O che uno non è più padrone di farsi sbarcare la roba dove vuole?
- Loro stanno a spasso come i ladri, per farsi pagare il dazio di ogni fazzoletto da naso che volete portare a terra, e nessuno li prende a schioppettate; aggiunse 'Ntoni Malavoglia.
- Sapete cos'ha detto don Giammaria? che rubare ai ladri non è peccato.
E i primi ladri son quelli coi galloni, che ci mangiano vivi.
- Vogliamo farne tonnina! conchiuse Rocco Spatu, cogli occhi lucenti al pari di un gatto.
Ma a quel discorso il figlio della Locca posò il bicchierino senza accostarlo alla bocca, giallo come un morto.
- Che sei già ubbriaco? gli chiese Cinghialenta.
- No, rispose lui, non ho bevuto.
- Esciamo fuori che l'aria aperta farà bene a tutti.
Buona notte a chi resta.
- Un momento! gridò Pizzuto colla mano sul battente.
- Non è pei soldi dell'erbabianca; questa ve l'ho data per niente, come amici che siete; ma vi raccomando, eh! La mia casa è qui per voi altri, se l'affare va bene.
Sapete che ci ho lì dietro una camera dove ci starebbe un bastimento di roba, e nessuno ci mette il naso, ché con don Michele e le sue guardie siamo come pane e cacio.
Di compare Piedipapera non mi fido, perché l'altra volta mi fece le corna, e andò a portare la roba in casa di don Silvestro.
Don Silvestro non si contenterebbe mai di quel che gli dareste di sua parte, col pretesto che arrischia di perdere il posto; ma con me non avete questo timore, e mi darete quel ch'è giusto.
E sì che a compare Piedipapera non gli ho mai negato la senseria, e gli dò il bicchierino ogni volta che viene qui, e la barba gliela faccio per niente.
Ma santo diavolone! se mi fa le corna un'altra volta non voglio passar per minchione, e andrò a contare a don Michele tutte queste bricconate.
- No, no! compare Vanni; non c'è bisogno d'andarle a contare a don Michele! E Piedipapera s'è visto stasera?
- Neanche sulla piazza; era lì nella spezieria a fare la repubblica collo speziale.
Ogni volta che si fa il colpo egli voga al largo, per provare che lui non ci entra in tutto quel che può succedere.
È volpe vecchia e le palle delle guardie non lo coglieranno mai, sebbene sia zoppo come il diavolo.
Poi domattina, a cose fatte, verrà a riscuotere la senseria, colla faccia tosta.
Ma le palle le lascia pegli altri.
- Piove sempre! disse Rocco Spatu.
Che non vuol finire stanotte?
- Con questo tempaccio non ci sarà nessuno al Rotolo, soggiunse il figlio della Locca, ed è meglio tornarsene a casa.
'Ntoni, Cinghialenta e Rocco Spatu, che erano sulla soglia, davanti alla pioggia che scrosciava come il pesce nella padella, rimasero un momento zitti, guardando nel buio.
- Minchione che sei! esclamò Cinghialenta per fargli coraggio, e Vanni Pizzuto adagio adagio chiuse l'uscio, dopo di aver detto sottovoce:
- Sentite, veh! se vi accadesse qualche disgrazia, voi non m'avete visto stasera! Il bicchierino ve l'ho dato per l'amicizia, ma in casa mia non ci siete stati.
Non mi tradite, che non ho nessuno al mondo.
Gli altri se ne andarono mogi mogi, sotto la pioggia, rasente i muri.
- E anche costui! masticava fra i denti Cinghialenta, - che sta a sparlare di Piedipapera, e dice che non ha nessuno al mondo.
Almeno Piedipapera ci ha la moglie.
E ci ho la moglie anch'io! Ma io son di quelli delle palle!...
In quel momento passavano quatti quatti dietro l'uscio della cugina Anna, e Rocco Spatu disse che anche lui ci aveva la mamma, la quale a quell'ora stava dormendo, beata lei.
- Chi può starsene fra le lenzuola, con questo tempaccio, non va in giro di certo; conchiuse compare Cinghialenta.
'Ntoni fece segno di star zitti, e di scantonare per la viottola, onde evitare di passare davanti alla sua casa, ché Mena o il nonno potevano stare ad aspettarlo, e li avrebbero uditi.
- Non sta ad aspettar te, no, tua sorella; gli diceva quell'ubbriacone di Rocco Spatu.
Se mai aspetta don Michele!
'Ntoni allora voleva mangiargli l'anima, mentre si trovava il coltello in tasca, e Cinghialenta chiese loro se erano ubbriachi, a volersi quistionare per delle sciocchezze, mentre andavano a fare quello che sapevano.
Mena infatti aspettava il fratello dietro l'uscio, col rosario in mano, ed anche Lia, senza dir nulla di quello che sapeva, ma pallida come una morta.
E meglio sarebbe stato per tutti che 'Ntoni fosse passato per la strada del Nero, invece di scantonare per la viottola.
Don Michele c'era stato davvero verso un'ora di notte, e aveva picchiato all'uscio.
- Chi è a quest'ora? disse Lia, la quale orlava di nascosto un fazzoletto di seta che don Michele infine era riescito a farle prendere.
- Sono io, don Michele; aprite che devo parlarvi di premura!
- Non apro perché tutti sono in letto e mia sorella è di là ad aspettare 'Ntoni dietro l'uscio.
- Se vostra sorella vi sente ad aprire non fa nulla.
Si tratta appunto di 'Ntoni, ed è affare di premura.
Non voglio che vada in galera vostro fratello.
Ma apritemi, che se mi vedono qui perdo il pane.
- Oh vergine Maria! cominciò a dire allora la ragazza.
Oh vergine Maria!
- Chiudetelo in casa stanotte, vostro fratello, come torna.
Ma non gli dite che ci sono stato io.
Ditegli che è meglio che stia in casa.
Diteglielo!
- Oh vergine Maria! Oh vergine Maria! ripeteva Lia colle mani giunte.
- Adesso è all'osteria, ma deve passar di qua.
Voi aspettatelo sull'uscio, che è meglio per lui.
Lia piangeva sottovoce, perché non udisse sua sorella, col viso nelle mani, e don Michele la vedeva piangere, colle pistole sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali.
- Per me stasera non c'è nessuno che stia inquieto, o che si metta a piangere, comare Lia, ma anch'io sono in pericolo come vostro fratello.
Allora, se mi accade qualche disgrazia, pensateci che son venuto ad avvertirvi ed ho arrischiato di perdere il pane per voi!
Allora Lia alzò il viso dalle mani, e lo guardò cogli occhi pieni di lacrime.
- Dio ve la paga, don Michele, la carità!
- Io non voglio esser pagato, comare Lia; l'ho fatto per voi e pel bene che vi voglio.
- Ora andatevene, che tutti dormono! andatevene, per l'amor di Dio, don Michele!
Don Michele se ne andò, ed ella rimase dietro l'uscio a dire il rosario per suo fratello; e pregava il Signore che lo mandasse da quelle parti.
Ma il Signore non ve lo mandò.
Tutti e quattro, 'Ntoni, Cinghialenta, Rocco Spatu e il figlio della Locca, filavano quatti quatti lungo i muri della viottola, e come furono sulla sciara si cavarono le scarpe, e stettero ad origliare un po', inquieti e colle scarpe in mano.
- Non si sente nulla, disse Cinghialenta.
La pioggia continuava a cadere, e dalla sciara non si udiva altro che il brontolare del mare là sotto.
- Non ci si vede nemmeno a bestemmiare, disse Rocco Spatu.
Come faranno ad afferrare lo scoglio dei colombi con questo scuro?
- Sono tutti gente pratica, rispose Cinghialenta.
Conoscono le coste, palmo a palmo, ad occhi chiusi.
- Ma io non sento nulla! osservò 'Ntoni.
- È vero, non si sente nulla! rispose Cinghialenta.
Ma devono essere laggiù da un pezzo.
- Allora è meglio tornarsene a casa, aggiunse il figlio della Locca.
- Tu ora che hai mangiato e bevuto non pensi ad altro che a tornartene a casa; ma se non stai zitto ti butto in mare con una pedata! gli disse Cinghialenta.
- Il fatto è, brontolò Rocco, che mi secca passar qui la notte, senza far nulla.
- Ora sapremo se ci sono o no; e si misero a fare lo strido della civetta.
- Se sentono le guardie di don Michele, disse 'Ntoni, correranno qui subito, perché con una notte come questa le civette non vanno in giro.
- Allora è meglio andarcene, piagnucolò il figlio della Locca, giacché nessuno risponde.
Tutti e quattro si guardarono in volto, sebbene non si vedessero, e pensarono a quel che aveva detto 'Ntoni di padron 'Ntoni.
- Che facciamo? tornò a dire il figlio della Locca.
- Scendiamo sulla strada, propose Cinghialenta; se non c'è nessuno nemmeno là, vuol dire che non son venuti.
'Ntoni, mentre scendevano sulla strada disse:
- Piedipapera è capace di venderci tutti per un bicchiere di vino.
- Ora che non hai più il bicchiere dinanzi, gli disse Cinghialenta, hai paura anche tu.
- Andiamo, sangue del diavolo! Vi farò vedere se ho paura.
Nello scendere adagio adagio per gli scogli, tenendosi bene per non rompersi il collo, Spatu osservò sottovoce:
- Vanni Pizzuto a quest'ora è nel suo letto, lui che se la prendeva con Piedipapera perché si acchiappa la senseria senza far nulla.
- Orbè! conchiuse Cinghialenta, se non volete rischiar la pelle, dovevate restare a casa a dormire.
Nessuno fiatò più, e 'Ntoni andava pensando, mentre metteva le mani avanti per vedere dove posava i piedi, che compare Cinghialenta avrebbe potuto fare a meno di dir così, perché a ciascuno in quei frangenti gli viene davanti agli occhi la sua casa, col letto e la Mena che sonnecchiava dietro l'uscio.
Quell'ubbriacone di Rocco Spatu disse infine:
- La nostra pelle non vale un baiocco.
- Chi va là! udirono gridare a un tratto dietro il muro della strada.
- Fermi! fermi tutti!
- Tradimento! tradimento! cominciarono a gridare, mettendosi a fuggire per la sciara, senza badare più dove mettevano i piedi.
Ma 'Ntoni che aveva già scavalcato il muro si trovò naso a naso con don Michele, il quale aveva la pistola in pugno.
- Sangue della Madonna! gridò Malavoglia tirando fuori il coltello; voglio farvi vedere se ho paura della pistola!
La pistola di don Michele partì in aria, ma egli stramazzò come un bue, colpito al petto.
'Ntoni allora voleva fuggire, saltando meglio di un capriolo, però le guardie gli furono addosso, intanto che piovevano le schioppettate come la grandine, e lo gettarono a terra.
- Ora come farà mia mamma! piagnucolava il figlio della Locca, mentre lo legavano peggio di Cristo.
- Non stringete tanto forte, sangue della Madonna! urlava 'Ntoni; lo vedete che non posso più muovermi!
- Va là, va là, Malavoglia! gli rispondevano.
Il tuo conto è bello e aggiustato! e lo spingevano a boccate di carabina.
Mentre lo conducevano in caserma, legato peggio di Cristo anche lui, e gli portavano dietro don Michele, sulle spalle delle guardie, andava cercando cogli occhi dove fossero Cinghialenta e Rocco Spatu.
- L'hanno scappata! diceva fra di sé; non hanno a temere più niente, come Vanni Pizzuto e Piedipapera che dormono fra le lenzuola a quest'ora.
Soltanto a casa mia non dormono più, dacché hanno udito le schioppettate.
Infatti quei poveretti non dormivano, e stavano sulla porta, sotto la pioggia, come se avesse parlato loro il cuore; mentre i vicini, si voltavano dall'altra parte, e tornavano a dormire, sbadigliando: - Domani sapremo cos'è stato.
Sul tardi, appena principiò a rompere l'alba, la gente si affollava davanti alla bottega di Pizzuto, che c'era ancora il lumicino; e lì si faceva un gran chiacchierare di quel che era successo, in quel diavolio della notte.
- Hanno sorpreso il contrabbando e i contrabbandieri; raccontava Pizzuto, - e don Michele ci ha buscato una coltellata.
- La gente guardava verso la porta dei Malavoglia, e faceva segno col dito.
Infine venne la cugina Anna, tutta spettinata, bianca come un cencio, e non sapeva che dire.
Padron 'Ntoni, come se gli parlasse il cuore, domandò: - E 'Ntoni? Sapete dov'è 'Ntoni? - L'hanno arrestato stanotte nel contrabbando, insieme al figlio della Locca! - rispose la cugina Anna, la quale aveva perduto la testa.
- Hanno ammazzato don Michele!
- Ah! mamma mia! - gridò il vecchio cacciandosi le mani nei capelli; ed anche la Lia si era cacciate le mani nei capelli.
Padron 'Ntoni, sempre colle mani in testa, non faceva altro che dire: - Ah! mamma mia! Ah! mamma mia!
Sul tardi venne Piedipapera, colla faccia angustiata, picchiandosi la fronte: - Avete sentito, eh, padron 'Ntoni, che disgrazia! Io son rimasto di sale quando l'ho saputo.
- Comare Grazia, sua moglie, piangeva davvero, poveretta, vedendo come le disgrazie fioccavano nella casa dei Malavoglia.
- Tu che ci vieni a fare? gli diceva sottovoce suo marito, tirandola vicino alla finestra.
- Tu non ci entri.
Adesso a bazzicare in questa casa si tira addosso gli occhi degli sbirri.
La gente perciò non si affacciava nemmeno all'uscio dei Malavoglia.
Solo la Nunziata, appena sentita la notizia, aveva affidato i ragazzi al più grandicello, e raccomandata la sua casa alla vicina, ed era corsa da comare Mena, a piangere con lei, come una che non aveva ancora gli anni del giudizio.
Gli altri stavano a godersi la vista da lontano, sulla strada, o si affollavano come le mosche davanti alla caserma, per vedere come sembrava 'Ntoni di padron 'Ntoni dietro la grata, dopo che aveva dato la coltellata a don Michele; oppure correvano nella bottega di Pizzuto, il quale vendeva acquabianca, e faceva la barba, e raccontava ogni cosa com'era stata, parola per parola.
- I minchioni! sentenziava lo speziale.
Vedete chi si lascia prendere? i minchioni!
- Sarà un affare brutto! aggiungeva don Silvestro; la galera non gliela levano nemmeno col rasoio.
E don Giammaria andava a dirgli sul mostaccio: - In galera non ci vanno quelli che dovrebbero andarci!
- Sicuro! non ci vanno! rispondeva don Silvestro colla faccia tosta.
- Al giorno d'oggi, aggiungeva padron Cipolla, giallo dalla bile, i veri ladri vi rubano il fatto vostro di mezzogiorno, e in mezzo alla piazza.
Vi si ficcano in casa, per forza, senza rompere né porte né finestre.
- Come voleva fare in casa mia 'Ntoni Malavoglia, aggiungeva la Zuppidda, venendo a filare la sua canapa nel crocchio.
- Io te l'ho sempre detto, pace degli angeli! cominciava suo marito.
- Voi state zitto, che non sapete niente! Guardate che giornata sarebbe venuta adesso per mia figlia Barbara, se non stavo all'erta!
Sua figlia Barbara stava alla finestra, per vedere passare fra gli sbirri 'Ntoni di padron 'Ntoni quando l'avrebbero portato alla città.
- Di là non n'esce più - dicevano tutti.
- Sapete cosa c'è scritto alla Vicaria di Palermo? "Corri quanto vuoi che qui t'aspetto!" e "il malo ferro se lo mangia la mola".
Poveri diavoli!
- La buona gente non ci si mette a quel mestiere! sbraitava la Vespa.
- I guai li ha chi li cerca.
Vedete chi ci si mette a queste cose? Chi non fa altro mestiere, ed è un malarnese, come Malavoglia, e il figlio della Locca! - Tutti dicevano di sì, che quando capita un figlio di quella fatta è meglio che gli caschi la casa addosso.
La sola Locca, andava cercando suo figlio, e si piantava davanti alla caserma delle guardie, strepitando che glielo dessero, senza voler sentir ragione; e quando andava a seccare suo fratello Campana di legno, e si piantava sugli scalini del ballatoio per delle ore intere, coi capelli bianchi che svolazzavano, lo zio Crocifisso gli diceva: - La galera ce l'ho in casa! Vorrei esserci io al posto di tuo figlio! Cosa vuoi da me? Già il pane non te lo portava nemmeno lui!
- La Locca ci guadagna! osservava don Silvestro.
Ora che non ha più quel pretesto di averci chi la mantiene, la metteranno all'albergo dei poveri, e mangerà pasta e carne tutti i giorni.
Se no resta a carico del comune.
E come tornavano a concludere che "il malo ferro se lo mangia la mola", padron Fortunato soggiungeva:
- È un buon affare anche per padron 'Ntoni.
Credete che non gliene mangi dei soldi quel malarnese di suo nipote? Io lo so quel che vuol dire un figlio che vi fa questa riuscita! Ora glielo manterrà il re.
Ma padron 'Ntoni invece di pensare a risparmiare quei soldi, adesso che il nipote non glieli mangiava più, seguitava a buttarglieli dietro, con avvocati e mangiacarte - quei soldi che costavano tanto, e che erano destinati alla casa del nespolo.
- Ora non abbiamo più bisogno della casa, né di nulla! - diceva egli col viso pallido come quello di 'Ntoni, quando l'avevano condotto in città fra gli sbirri, e tutto il paese era andato a vederlo colle mani legate e il fagotto delle camicie sotto il braccio, che glielo aveva portato piangendo Mena, di sera, quando nessuno poteva vederla.
Il nonno era andato a cercare l'avvocato, quello delle chiacchiere, che adesso, dopo aver visto passare anche don Michele, mentre lo portavano all'ospedale, in carrozza, colla faccia gialla lui pure, e la montura sbottonata, il povero vecchio aveva paura, e non stava a cercare il pelo nell'uovo colle chiacchiere dell'avvocato, purché gli sciogliessero le mani a suo nipote e lo lasciassero tornare a casa; giacché gli pareva che 'Ntoni dopo quel terremoto dovesse tornare a casa e starsene sempre con loro, come quando era ragazzo.
Don Silvestro gli fece la carità d'andar con lui dall'avvocato, perché diceva che quando a un cristiano accade una disgrazia come quella dei Malavoglia, bisogna aiutare il prossimo colle mani e coi piedi, fosse pure un birbante da galera, e fare il possibile per levarlo di mano alla giustizia, per questo siamo cristiani e dobbiamo aiutare i nostri simili.
L'avvocato, dopo che ebbe udito ogni cosa, e si fu raccapezzato per merito di don Silvestro, disse che era una bella causa, da buscarsi sicuro la galera, se non c'era lui, e si fregava le mani.
Padron 'Ntoni diventava molle come un minchione al sentir parlare di galera; ma il dottor Scipione gli batteva sulla spalla, e gli diceva che non era dottore se non gliela faceva cavare con quattro o cinque anni di prigione.
- Cosa ha detto l'avvocato? domandò Mena appena vide comparire il nonno con quella faccia; e si mise a piangere prima di udire la risposta.
Il vecchio si strappava quei pochi capelli bianchi, e andava come un pazzo per la casa, ripetendo: - Ah! perché non siamo morti tutti! - Lia, bianca come la camicia, piantava tanto d'occhi in faccia a ciascuno che parlava, senza potere aprir bocca.
Poco dopo arrivò la citazione per testimonianza a Barbara Zuppidda, a Grazia Piedipapera, e don Franco lo speziale, e a tutti quelli che chiacchieravano nella piazza e nella bottega di Pizzuto; sicché il paese intero si mise in subbuglio, e la gente si affollava colla carta bollata in mano, e giurava che non sapeva nulla, com'è vero Dio! perché non voleva averci che fare colla giustizia.
Accidenti a 'Ntoni e ai Malavoglia che li tiravano pei capelli nei loro imbrogli.
La Zuppidda strillava come un'ossessa: - Io non so niente; io all'avemaria mi chiudo in casa, e non sono come loro che vanno in giro per fare quello che fanno, o che stanno sull'uscio per cicalare con gli sbirri.
- Alla larga col governo! aggiungeva don Franco.
Sanno che sono repubblicano, e sarebbero contenti di acchiappare un pretesto per farmi sparire dalla faccia della terra.
La gente si logorava il cervello a sapere che cosa potessero dire in testimonianza la Zuppidda e comare Grazia e gli altri, che non avevano visto niente, e le schioppettate l'avevano udite dal letto, mentre dormivano.
Ma don Silvestro si fregava le mani come l'avvocato, e diceva che lo sapeva lui perché li avevano citati, ed era meglio per l'avvocato.
Ogni volta che l'avvocato andava a parlare con 'Ntoni Malavoglia, don Silvestro l'accompagnava alla prigione, quando non avea nulla da fare; al consiglio adesso non ci andava nessuno, e le ulive erano raccolte.
Anche padron 'Ntoni aveva tentato d'andarci due o tre volte; ma com'era arrivato davanti a quelle finestre colle inferriate, e i soldati col fucile che le guardavano, e guardavano tutti coloro che entravano, si era sentito male allo stomaco, ed era rimasto ad aspettare lì davanti, seduto sul marciapiedi, in mezzo a quelli che vendevano castagne e fichidindia, e non gli pareva vero che il suo 'Ntoni fosse là, dietro a quelle grate, coi soldati a guardia.
L'avvocato poi tornava dal chiacchierare con 'Ntoni fresco come una rosa, fregandosi le mani; e gli diceva che suo nipote stava bene, anzi era ingrassato.
Adesso al povero vecchio gli pareva che suo nipote fosse dei soldati.
- Perché non me lo lasciano andare? - domandava ogni volta come un pappagallo, o come un ragazzo che non sente ragione, e voleva anche sapere se lo tenevano colle mani legate.
- Lasciatelo stare dov'è, gli rispondeva il dottor Scipioni.
In queste cose è meglio farci passare del tempo sopra.
Già non gli manca nulla, ve l'ho detto, e ingrassa come un cappone.
Le cose vanno bene.
Don Michele è quasi guarito dalla sua ferita, e anche questo per noi è una cosa buona.
Non ci pensate, vi dico, e tornatevene nella barca ché questo è affar mio.
- Non ci posso tornare nella barca, ora che 'Ntoni è carcerato; non ci posso tornare.
Ognuno ci guarderebbe dove passiamo, e poi non ho più la testa al suo posto, ora che 'Ntoni è carcerato.
E tornava a ripetere sempre la stessa cosa, intanto che i denari se ne andavano come l'acqua, e tutti i suoi passavano le giornate rincantucciati in casa, coll'uscio chiuso.
Finalmente arrivò il giorno della citazione, e bisognava che quelli che ci erano scritti andassero al tribunale coi loro piedi, se non volevano andarci coi carabinieri.
Ci andò persino don Franco, il quale lasciò il cappellaccio nero per comparire davanti alla giustizia, ed era pallido peggio di 'Ntoni Malavoglia che stava dietro la grata come una bestia feroce, coi carabinieri allato.
Don Franco non ci aveva avuto mai a fare colla giustizia, e gli rompeva le scarabattole dover comparire per la prima volta davanti a quella manica di giudici e di sbirri che uno ve lo mettono dietro la grata come 'Ntoni Malavoglia in un batter d'occhio.
Tutto il paese era andato a vedere che faccia ci avesse dietro la grata 'Ntoni di padron 'Ntoni, in mezzo ai carabinieri, e giallo come una candela, che non ardiva soffiarsi il naso per non vedere tutti quegli occhi d'amici e di conoscenti che se lo mangiavano, e voltava e rivoltava nelle mani il suo berretto, mentre il presidente, col robone nero e la tovaglia sotto il mento, gli spifferava tutte le birbonate che aveva fatto, ed erano scritte senza che vi mancasse una parola sulla carta.
Don Michele era là, giallo anche lui, seduto sulla sedia, di faccia ai giudei che sbadigliavano e si facevano vento col fazzoletto.
L'avvocato intanto chiacchierava sottovoce col suo vicino, come se non fosse stato fatto suo.
- Per stavolta, mormorava la Zuppidda all'orecchio della vicina, udendo tutte quelle porcherie che 'Ntoni aveva fatto, la galera non gliela levano di certo.
C'era anche la Santuzza, per dire alla giustizia dove era stato 'Ntoni e dove aveva passata quella sera.
- Guardate cosa vanno a domandare alla Santuzza, borbottava la Zuppidda.
Son curiosa di sentire cosa risponderà, per non spiattellare alla giustizia tutti i fatti suoi.
- Ma da noi che vogliono sapere? domandò comare Grazia.
- Vogliono sapere se è vero che la Lia se la intendeva con don Michele, e che suo fratello 'Ntoni abbia voluto ammazzarlo per tagliarsi le corna; me l'ha detto l'avvocato.
- Che vi venga il colèra! soffiò loro lo speziale facendo gli occhiacci.
Volete che andiamo tutti in galera? Sappiate che colla giustizia bisogna dir sempre di no, e che noi non sappiamo niente.
Comare Venera si rincantucciò nella mantellina, ma seguitò a borbottare.
- Questa è la verità.
Li ho visti io cogli occhi miei, e lo sa tutto il paese.
Quella mattina nella casa dei Malavoglia c'era stata una tragedia, che il nonno, come aveva visto partire tutto il paese, per andare a sentire condannare 'Ntoni, aveva voluto correre cogli altri, e Lia, coi capell