I RAGAZZI GRANDI, di Carlo Collodi - pagina 9
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- Fai tu: ma la frase «Signor ministro» è molto più franca e più disinvolta.
- È vero; ma i ministri, credilo a me, ci tengono all'Eccellenza: le so certe cose.
Vuoi fare a modo mio? Diamogli dell'Eccellenza.
- Diamogli dell'Eccellenza - soggiunse Mario, ridendo: poi seguitò a dettare: - «Sono sensibile all'onore...».
- Quel «sensibile» mi pare un po' corto - osservò Federigo.
- Se mettessimo invece «sensibilissimo?».
- Hai ragione.
«Sensibilissimo» è più lungo.
Dunque comincia così: «Sono sensibilissimo all'onore...».
- Onore...
onore! - borbottò fra i denti Federigo.
- E non credi che sarebbe meglio detto «all'alto onore?».
- Alto? in questo caso mi pare un vocabolo un po' troppo ampolloso.
- Ampolloso, no.
Anzi mi pare un vocabolo comunissimo e che si adopera continuamente.
Diffatti si dice «alta stima» e alta considerazione...
anche quando si scrive per non dir nulla.
- Vedo, amico mio - disse Mario, annoiato - che ne sai più di me: dunque scriviti da te la tua lettera: eppoi, se credi, gliela posso portar io.
- Mi farai un vero regalo - rispose Federigo.
Quindi scrisse la lettera in pochi minuti, la chiuse in una busta, e, consegnandola al conte, gli disse con un tuono di voce cupo e malinconico: - Ora ho bisogno che tu mi dia una prova di vera amicizia.
- Parla.
- Tu sai il peso, che io ho sempre dato a questi gingilli, a questi giuocattoli da fanciulli...
- Lo so! lo so...
- interruppe l'altro, ridendosela sotto i baffi.
- Orbene: vorrei che questa cosa restasse un segreto fra noi due: che non la sapesse nemmeno l'aria.
Che vuoi che ti dica? Sento qualche cosa qui che mi ripugna - (e si toccava lo stomaco dalla parte del cuore).
- Capisco che l'uomo è un animale di abitudine, e che in questo mondo ci si avvezza a tutto: ma, ora come ora, dico la verità, sento che non saprei rassegnarmi a sentirmi chiamare cavaliere.
- Intendo benissimo la tua ripugnanza...
ed eccoti la mano.
Giuro solennemente di non parlarne a nessuno.
- Siamo intesi: a nessuno!
- A nessuno!
Clarenza entrò in sala: forse credeva di trovarvi Mario solo: ma visto che c'era anche Federigo, rimase piuttosto male; e voltasi con garbo dispettoso verso il marito, gli disse:
- Come? sei sempre qui?
- Sempre qui! - rispose l'altro, senza alzare il capo, e accompagnando la risposta con una specie di sospiro.
- Che cos'hai? che cosa ti è accaduto?
- Nulla, nulla.
- Ditelo voi, Mario; che cosa c'è stato? - domandò Clarenza, un poco impensierita.
- Ti ripeto, che non c'è stato nulla - gridò Federigo, arrabbiandosi.
- Una delle mie solite fortune.
Guarda! - e, nel dir così, si cavò di tasca il plico del Ministero, e lo passò in mano alla moglie.
Clarenza posò gli occhi sull'indirizzo: e dopo aver vista la provenienza, e dopo aver letto sulla sopraccarta «Al cavalier Federigo Fabiani» restituì la lettera al marito, esclamando con vera consolazione:
- Oh! sia ringraziato il cielo! Finalmente sarai contento!
- Contento io? io? Vai pur là, che l'hai indovinata.
- Quanto a me, lo dico francamente, sono contentissima.
- Tutte uguali le donne! - disse Federigo, ingrossando la voce.
- Avete una vanità che passa qualunque misura.
Per altro, Clarenza, intendiamoci bene.
Ti avverto una volta per tutte.
Sappi che questa cosa deve restare un segreto fra noi tre - (accennando anche a Mario).
- Dunque bada bene di non lo dire a nessuno! A nessuno, e specialmente a quella ciarliera della Norina.
- Signor cavaliere, i miei rispetti - disse la Norina, saltando in sala, e inchinandosi comicamente dinanzi cognato.
- Ah! Norina! - replicò Federigo, facendo l'impermalito - questa tua indiscretezza...
questa tua smania di ficcare il naso dappertutto mi comincia a seccare.
Con una donna, come te, fra i piedi.
è inutile che in una casa ci sieno gli usci e le porte.
- Inutile?
- Inutilissimo.
Perché almeno ho sentito dir sempre che gli usci erano fatti apposta per impedire agli altri che sappiano ciò che vogliamo che non si sappia.
- È un'idea anche codesta - soggiunse la Norina, ridendo.
- Non tutti si pensa allo stesso modo.
Io, per esempio, ho creduto sempre che gli usci fossero fatti unicamente per poter stare a sentire ciò che dicono gli altri.
È un'opinione come la tua, e va rispettata.
- Non ne discorriamo più per oggi.
Ti avverto di serbare il segreto: e non ne facciamo parola con nessuno! con nessuno.
A proposito: ma che il marchese Sorbelli sia sempre giù ad aspettarmi? Sentiamo un poco.
E Federigo suonò il campanello.
- Ha suonato lei, signor Federigo?.
- disse la Bettina, entrando in sala.
- Brava, Bettina! Così mi piace: chiamami sempre Federigo.
- O come vuol che lo chiami?
- Guai a te, se una volta, una volta sola, ti scappa detto cavaliere.
- Come! come! - gridò la vecchia cameriera, tutta allegra - che è stato fatto cavaliere, lei? l'ho caro davvero! era tanto, povero padrone, che se ne struggeva!...
- Mi struggevo, un corno! Non discorrer tanto, e guarda piuttosto a quel che ti dico: ti ripeto dunque che io mi chiamo Federigo, che voglio esser chiamato Federigo, e in casa mia non ci debbono essere né cavalieri, né commendatori.
Dillo subito anche a Francesco e al cuoco.
- Non dubiti, signor cavaliere.
- Basta così.
Volevo ora domandarti una cosa; il marchese è partito?
- Sarà quasi una mezz'ora - disse la Bettina.
- Soffiava come un istrice.
Se sapesse quante cosacce ha detto!...
- Contro me?
- Contro lei!
- Bravo signor marchese: faremo i conti a suo tempo.
Lo aspetto, all'urna, non dubiti, lo aspetto all'urna! Curiosi questi nobilucci di vecchia data.
Perché hanno un po' di titolo, trovato fra i ragnateli di casa, gli par d'essere Dio sa che!...
Quant'a me, per esempio, non baratterei la mia modestissima croce di cavaliere con tutti i loro stemmi gentilizi: dico bene?..
- Santamente! - soggiunse Mario; - dimmi una cosa: e ora, verso qual parte sei indirizzato?
- Che si domanda? - rispose Federigo, guardando l'orologio.
- È la mia ora: io, secondo il mio solito (un'abitudine oramai di dieci anni), vado in casa Appiani a far la mia partita a scacchi.
- Non puoi lasciarla per una sera? - chiese il conte.
- Impossibile: son sicuro che questa notte non potrei dormire.
- Non ti dissimulo, che mi dispiace.
- Ti dispiace? e perché?
- Perché il ministro avrebbe desiderato di vederti.
- Me?..
- domandò Federigo, a cui la troppa e improvvisa contentezza fece mandar fuori una nota di falsetto.
- Te in persona.
E aggiungi che io gli avevo promesso di accompagnarti stasera da lui!
- Hai fatto male...
cioè, non dico che tu abbia fatto male...
ma, insomma, che cosa vuole il signor ministro da me?
- Non lo so!
- Il conte non lo sa - interruppe Clarenza - ma è facile supporlo.
Il ministro sa che tu sei un brav'uomo, un uomo onesto, una persona moltissimo influente...
ed è naturale che desideri di conoscerti personalmente e di stringerti la mano.
- Troppo buono, il signor ministro: ma non ci vado! - disse Federigo, atteggiandosi a uomo inflessibile e resoluto.
- Pazienza! - replicò Mario, facendo l'atto di non voler più insistere.
- Ti prego, peraltro, di fargli le mie scuse.
- Non c'è bisogno di scuse.
Hai le tue buone ragioni per non volerci venire, e basta così!
- E perché non ci vai? - domandò Clarenza, alla quale dispiaceva questa strana cocciutaggine del marito.
- Oh! bella! non ci vado, perché non mi conviene.
È una questione di fierezza di carattere e di sentimento della propria dignità, e le donne non possono intendere certe cose.
- Io ti comprendo benissimo! - disse Mario, soffiandosi il naso, per tappare una risata insolentissima.
- E tu, quando ritorni da tuo zio?
- Ci ritorno subito: appena che esco di qui.
Intanto gli porterò la tua lettera e gli farò le tue scuse.
- Se mi aspetti due minuti, possiamo fare un pezzo di strada insieme.
- Ho fretta.
- Due minuti soli.
- Ti prego dunque di far presto.
- Il tempo che ci vuole, per cambiarmi questo soprabito, che comincia a essere un po' troppo grave per la stagione.
E Federigo uscì dalla sala.
- Ditemi, Mario, e vostro zio si trattiene molto? - domandò Clarenza, tanto per dir qualche cosa, e per dissimular la sua stizza per la Norina, che si ostinava a non volersene andare.
- Mio zio parte stasera col treno delle otto e mezzo per San Giusto.
- Senti!
- E, probabilmente, io gli terrò compagnia.
- Partite anche voi?..
- chiese Clarenza, strascicando la voce con un po' di canzonatura.
- Non è punto difficile.
- E quando sarete di ritorno?
- Chi lo sa.
Non lo so nemmeno io.
Dipende tutto da una risposta, che aspetto...
- disse, guardando negli occhi la graziosa moglie di Federigo, quindi soggiunse subito, per non dar tempo alla Norina di fantasticare:
- E queste due belle signore vanno poi stasera al teatro?
- Sì - rispose la Norina.
- Aspettiamo giusto il signor Valerio, il quale ha promesso di accompagnarci.
- C'è una bella commedia?
- Non lo so davvero: io vado al teatro, per andare al teatro.
- E io vado al teatro per non restare in casa - soggiunse Clarenza, accentando leggermente le ultime parole.
- Scommetto che avete un po' di paura a restar sola in casa? - domandò il conte, sorridendo con intenzione.
- L'avete indovinata! Ho paura della noia.
Tre ore di solitudine sono troppo lunghe.
Che ora avete, Mario?
- Le otto vicine.
- Se indugiate un altro poco, perderete il treno, e non potrete più accompagnare vostro zio.
- Aspetto quel benedetto uomo di Federigo...
Oh! Ma c'è tutto il tempo necessario: il treno dovrebbe passare alle otto e mezzo, e ritarda sempre nove o dieci minuti...Scusate, signora Clarenza: e perché ridete?
- Rido a vedervi dire le bugie con tanta serietà.
- Cioè?
- Per vostra regola, voi stasera non partite!
- Vi giuro che parto.
L'ho promesso a mio zio.
E perché, scusatemi, dovrei dirvi una cosa per un'altra?..
- O San Giusto! - continuò a dire Clarenza, ridendo sguaiatamente di un riso forzato.
- Guarda, per l'appunto!...
E che cosa andate a fare a San Giusto?..
- Ho là qualche piccolo affaretto.
- Non è vero.
- Scusate Clarenza: ma perché mi date una mentita?
- Io non vi do nessuna mentita: vi dico semplicemente che non è vero! - replicò Clarenza, che, senza avvedersene, era diventata seria e quasi dispettosa.
- Il signor Leonetto! - disse il giornalista, affacciandosi in sala, e annunziando se medesimo.
- Oh! che miracolo è questo? - domandò la Norina, facendogli segno di venire innanzi.
- Scusatemi, mie belle signore, se vi disturbo: Federigo è uscito?
- Federigo sarà qui fra minuti - rispose Clarenza.
- Ho bisogno di vederlo per una certa cosa...
d'urgenza...
Intanto profitterò dell'occasione per stringergli la mano e per dargli il mi-rallegro.
- Come l'avete saputo?
- La Bettina mi ha detto tutto.
Anzi, se vi contentate, vorrei fargli una specie di sorpresa...
Vorrei annunziare la sua nomina nel giornale di domani.
E nel dir così trasse di tasca una matita e un pezzetto di carta; e, dopo avere scritto pochi versi, si voltò alla padrona di casa, dicendole:
- Scusate, signora Clarenza: vi dispiacerebbe di mandare il vostro Francesco alla stamperia del giornale con questo piccolo avviso? -
- Figuratevi!...
E Clarenza chiamò la Bettina, e le dié il biglietto, con ordine premuroso di farlo portar subito da Francesco alla stamperia del «Giornale della Provincia».
- Son pronto! - disse Federigo, entrando in sala, tutto vestito, in abito nero, cravatta bianca, guanti perlati e paletot chiaro sul braccio.
- Bene! bene! - gridò Mario ridendo - dunque ti sei pentito? vieni anche tu dal ministro?
- E perché?..
- Me lo figuro! ti vedo in abito di visita officiale!...
- Officiale?..
tutt'altro che officiale! Mi son cambiato vestito, perché con quell'altro scoppiavo dal caldo.
- Dunque, vieni o non vieni?
- Impossibile, credilo, impossibile! Chiedimi piuttosto un bicchier del mio sangue, e non ti dico di no...
ma dal ministro...
- Ebbene, non se ne parli più: dunque io posso andarmene?
- Se mi aspetti, si fa la strada insieme e ti accompagno fin là.
- Fino a dove?
- Fino alla Locanda Maggiore.
Per me, è tutta strada.
- Siamo giusti! Quando hai fatto tanto di arrivar lì, puoi anche salire le scale - disse Clarenza.
- Non salgo! quando ho detto che non salgo, non salgo.
Tutt'al più, posso aspettarti giù abbasso, nella stanza del burò.
- E se il ministro, per caso, viene a sapere che sei giù ad aspettarmi...
- Oh! insomma: non salgo.
Ti accompagno, ti aspetto, ma...
ma non salirò mai le scale del potere.
Federigo, credendo di aver detto una bella cosa, si accarezzò il mento, con visibile compiacenza.
- Dunque, Federigo, ti si può stringere la mano? - domandò Leonetto, facendosi avanti.
- Caro mio.
è un tegolo che mi è cascato all'improvviso sulla testa.
Io ti giuro che non ne sapevo nulla! proprio il gran nulla!...
- Vedrai annunziata la tua nomina nel giornale di domani! - soggiunse il giornalista, per dirgli subito una cosa gradita.
- Hai fatto malissimo.
- Davvero?
- Avrei desiderato che di questa cosa se ne facesse un segreto! Non ti nascondo che mi hai dato un vero dispiacere!...
- Quand'è così, si fa presto a rimediarci...
- disse Leonetto, avviandosi in fretta, per uscir dalla sala.
- E ora dove scappi? - gli domandò Federigo, trattenendolo per un braccio.
- Corro alla stamperia, a far sospendere l'annunzio.
Siamo sempre in tempo.
- Oramai lascia andare - soggiunse il marito di Clarenza.
- Poco bene e poco male: tanto si tratta del giornale della provincia.
È un giornale che non lo legge nessuno.
- Il biglietto è già alla stamperia - disse Francesco, presentandosi sulla porta, con una sacca da viaggio in mano.
- Dica signor Mario, questa sacca dove la devo portare?
- Alla stazione: e lasciala in consegna al signor Pietrino.
- È deciso davvero! - bisbigliò sottovoce Clarenza, mordendosi per la bizza il labbro di sotto.
- Dunque, mie belle signore, avete comandi da darmi per San Giusto? - disse il conte, con grazia e con moltissima indifferenza.
- Grazie, Mario - rispose la Norina.
- Allora buona notte e buon divertimento...
- E a rivederci a quando? - domandò Clarenza, ingegnandosi di far la disinvolta.
- Chi lo sa!...
forse domani e forse fra una settimana.
Clarenza, che si era alzata in piedi, si avvicinò al conte, e cogliendo un momento che tutti gli altri parlavano fra loro, gli domandò pianissimo, ma con accento vibrato:
- Partite davvero?..
- Andate proprio al teatro? - sussurrò Mario, dando alla moglie di Federigo un'occhiata significantissima.
- Sbrighiamoci Mario - gridò Federigo, voltandosi a un tratto.
- Ho fatto tardi; e gli scacchi mi aspettano.
E il conte e Federigo si congedarono in fretta e se ne andarono.
Norina si affacciò sulla porta, per accertarsi se Mario era proprio uscito; quindi uscì anche lei, dicendo alla sorella:
- Io vado, intanto, di là a prendere la mantiglia e il cappuccio: e tu?
- La mia toelette è bell'e fatta - disse Clarenza, guardandosi nello specchio.
- Per quel teatro lì, è anche troppo lusso!...
Appena Leonetto rimase solo con la moglie di Federigo, prese una certa aria di collegiale vergognoso: e, quasi avesse avuto bisogno di cercare le parole adatte, per incominciare, balbettò confusamente...
- Ditemi...
signora Clarenza, vorreste mettere una buona parola per me con vostro marito?
- Figuratevi; - rispose l'altra.
- Con tutto il piacere.
E di che si tratta?..
- Ecco di che si tratta...
voi sapete dicerto...
o anche se per caso non lo sapete, ve lo dico io, che c'è vacante il posto di direttrice nell'Istituto Azeglio...
Vostro marito, come uno dei principali sovventori di quell'Istituto, ha molta voce in capitolo...
Vorreste raccomandargli per quel posto una persona di mia conoscenza?..
- Di Vostra conoscenza? - replicò Clarenza, guardando il giornalista con una specie di curiosità maligna.
- Di mia conoscenza - soggiunse Leonetto seriamente - e che...
m'interessa moltissimo!...
- Forse una vostra parente?
- Qualche cosa di più!
- Di più?..
e questa persona sarebbe?..
- La signorina Armanda, quella stessa della quale abbiamo parlato insieme qualche tempo fa.
- Ah! signor Leonetto! - disse Clarenza, alzandosi in piedi e coll'accento della persona offesa.
- Dico la verità: mi fa meraviglia che possiate raccomandarmi per un impiego tanto delicato una persona...
di quel genere!
- Domando scusa! - riprese il giornalista, che era diventato rosso come una ciliegia (bel fatto per un giornalista!).
- Vi giuro, sull'onor mio, che quella giovine...
- E perché volete sciupare il tempo a giurare? Non vi rammentate che mi avete detto voi stesso, capite bene, voi stesso, che quella signorina girava per il mondo, facendosi chiamare provvisoriamente Armanda.
Tocca forse a me a dirvi a qual famiglia appartengono le donne...senza domicilio fisso, e che cambiano di nome come di pettinatura?
- Signora Clarenza, avete ragione: - disse Leonetto confuso e mortificato.
- Ma se io vi rispondessi che quel giorno, parlando con tanta leggerezza di Armanda, credevo di essere un giovane di spirito, mentre dopo mi son dovuto persuadere che non ero altro che un imbecille e un volgarissimo calunniatore?
- Non c'è dubbio - osservò Clarenza con grazia: - è una ritrattazione spontanea e fatta lealmente...
ma ha un piccolo difetto...
- Quale?
- Giunge un pochino tardi.
- Non ho altro da aggiungere! - disse il giornalista, alzandosi in atto di volersi congedare.
- Sentite, Leonetto: non fuggite; ho anche io bisogno di chiedervi un favore.
- Son qua.
- Parlatene direttamente con mio marito di questa...persona...
che v'interessa tanto; ma dispensatemi me dal metterci bocca.
- Ebbene, signora Clarenza - disse Leonetto con accento franco e risoluto - la mia delicatezza non mi permette di lasciarvi sotto la triste impressione che io abbia voluto abusare della vostra buona fede e della vostra squisita cortesia.
- Abusare?..
no davvero.
- A giustificazione della raccomandazione che vi ho fatto, sento il bisogno assoluto di confidarvi una cosa, che finora è un segreto per tutti.
Fra qualche giorno Armanda porterà il mio nome!
- Come?..
voi?..
- È così, signora Clarenza...
- In questo caso, amor mio, sono mortificatissima di aver detto qualche parola forse un po'...
acerba, ma spero vorrete convenir meco che la colpa, in fin dei conti, non è tutta mia.
- Ve lo ripeto: avete mille ragioni.
Io sono stato un gran ragazzo: e oggi pago il fio della mia leggerezza...
- Consolatevi, Leonetto! - disse Clarenza sorridendo e stendendogli la mano - non siete il solo! Ne ho conosciuti degli altri, che hanno finito collo sposare la donna, della quale si erano lavati la bocca.
- E questo signor Valerio non si è veduto ancora? - domandò la Norina, entrando in sala, colla mantiglia sul braccio.
- Eccomi qua - disse Valerio presentandosi sulla porta di fondo.
- Vi ho fatto forse aspettare?
- No davvero.
Anzi possiamo trattenerci un altro poco.
Quanto a me, non mi è piaciuto mai di arrivare in teatro, all'alzata del sipario.
Sì, par di quella gentuccia, che va al teatro, proprio per lo spettacolo, non è vero?...
E tu, Clarenza, che cosa fai che non mandi a prendere intanto la tua roba?
- Oramai non vengo più - rispose la moglie di Federigo, facendo l'annoiata, e appoggiandosi con stanchezza il capo alla spalliera della sedia.
- Per questa sera, rimango in casa.
- Rimani in casa? - replicò vivacemente la sorella.
- Mi par fatica a uscire!...
eppoi a dirti la verità, io sono come Valerio: mi diverto moltissimo alla musica: ma la prosa...
oh! Dio!...
la prosa!...
- Per me, - disse Valerio, - la prosa è sempre prosa.
- Anche quand'è in poesia! - soggiunse ridendo la moglie di Federigo.
La Norina era rimasta incantata: pensava a qualche cosa con una fissazione insolita in lei.
Quando si riscosse, mormorò fra i denti: L'affare si fa serio...
e di molto!...Speriamo che la mia lettera sia giunta in tempo! E se no, pazienza! Sono cose di questo mondo.
Quindi, data una scrollatina di spalle, riprese la sua solita spensieratezza e il suo solito buon umore, e rivoltasi verso il giornalista, gli domandò ridendo:
- E così, Leonetto, come funziona quel famoso vecchio termometro?..
Il giornalista voleva fare l'astratto, l'uomo assorto in gravi pensieri, ma la Norina, con una sbadataggine infantile e petulante, insisté:
- E quei poveri capelli? Sono rimasti sempre a trentanove e mezzo, oppure in questo tempo han figliato? La sapete, Valerio, la storia dei trentanove capelli e del vecchio termometro? - (e qui una grandissima risata).
- Basta, basta, Norina - disse Clarenza, impietosita dalle ineffabili torture, che pativa il povero Leonetto.
- Come sei prolissa! quando cominci, non la finisci più!
In questo mentre, la Bettina entrò tutta frettolosa in sala, annunziando:
- La signora contessa Emilia.
Quadro di stupore e di sorpresa universale!
Dopo tutti i baci e tutti gli abbracci, che si scambiano in simili circostanze, tutte le donne che si vogliono bene e quelle che non si possono soffrire fra loro, Clarenza, per la prima, gridò, tenendo l'amica per tutte e due le mani.
- Ma questa è una carissima improvvisata!
- E Mario dov'è? - domandò l'Emilia.
- Mario per questa sera non lo potrai vedere! - soggiunse la Norina, tutta contenta che la sua lettera fosse arrivata in tempo.
- E perché non lo posso vedere?
- Perché partiva col treno delle otto e mezzo per San Giusto.
Accompagnava il ministro.
- Lo zio dunque è stato qui?
- Si è trattenuto poche ore.
- L'avrei veduto tanto volentieri.
E Federigo?..
Quella perla d'uomo di tuo marito? - disse volgendosi a Clarenza.
- Sta benissimo: ma anche lui è fuori.
A quest'ora sarà in casa Appiani a fare la sua solita partita a scacchi fino a mezzanotte.
- Scommetto, Clarenza, che tu non mi aspettavi...
stasera?...
- Io no!...
- rispose l'altra, un po' sconcertata dalle occhiate indagatrici e penetranti, colle quali la saettava la moglie di Mario.
- Stasera non ti aspettavo...
ma però sapevo che saresti stata qui fra due o tre giorni al più lungo.
- È vero!...
ho voluto anticipare la mia gita di qualche ora...
e ti dirò perché.
È stato un capriccio...
m'ero messa nell'idea di arrivare qui all'improvviso, senza che nessuno ne sapesse nulla...
e specialmente Mario...
- Una sorpresa?
- Precisamente.
Così dicendo, l'Emilia prese per la mano le due amiche, e dopo averle condotte con molta disinvoltura verso il pianoforte, situato in un angolo della sala, disse loro pianissimo, e con un certo garbo comico della fisonomia:
- Con voi non ho misteri, e posso anche dirvi il motivo di questa bizzarra risoluzione.
Pochi giorni addietro ho ricevuto per la posta una lettera, che veniva di qui...una lettera anonima e curiosissima...
- La mia lettera! - bisbigliò dentro di sé la Norina..
Ero certissima che avrebbe fatto il suo effetto.
- Comincerò dal dirvi che la lettera era firmata Folletto.
-.
e che, fra le altre cose, era piena di spropositi d'ortografia!...
- Sguaiata! - mormorò la sorella di Clarenza: poi aggiunse forte: - Bada veh! che forse saranno stati spropositi fatti apposta...
per nascondere la mano della persona che scriveva.
- No, no - replicò vivacemente la contessa - ti assicuro che erano spropositi spontanei, legittimi, cascati giù dalla penna con tutta naturalezza.
Ma questo importa poco.
Io so benissimo il conto che si dovrebbe fare delle lettere anonime: ma bisognerebbe aver la forza di poterle strappare prima di leggerle.
Una volta lette, è finita: ti paiono più vere delle lettere vere.
Il fatto sta che Folletto si diverte a darmi dei ragguagli curiosi...
molto curiosi sulla vita, che mio marito conduce qui -.
(E l'Emilia, con una volubilità prodigiosa, fissava gli occhi in viso ora alla Clarenza, ora alla Norina: ma particolarmente poi alla Clarenza).
- La lettera, chi lo sa perché, è scritta tutta in un linguaggio bizzarro; come quello delle favole del Clasio e del Pignotti.
Figuratevi, per darvene un'idea, che parla d'un certo farfallone che per ingannare la solitudine e il mal umore si è messo a far la corte e a svolazzare intorno a un fiore: beninteso, dice Folletto, intorno a un fiore di giardino chiuso.
Il farfallone e il fiore stanno vicinissimi di casa: quasi, sotto il medesimo tetto...
Il fiore, per ora, ha resistito a tutte le tentazioni: ma se la sua virtù lo abbandonasse? Venite subito qua, conclude l'autore della lettera; la vostra presenza metterà giudizio alla farfalla: e così salverete l'onore del fiore e la tranquillità di quel buon uomo del giardiniere...
Anzi mi ricordo benissimo, che, invece di giardiniere, c'è scritto gardinere, senza l'i.
- Gardinere? - ripeté la Norina impermalita.
- Mi pare impossibile!
- Cioè?
- Voglio dire - soggiunse, ripigliandosi in tempo - mi pare impossibile che il signor Folletto non sappia che c'è bisogno dell'i per scrivere giardiniere.
Sono i primi principii della lingua italiana, che sappiamo tutti a memoria come l'Avemmaria.
- Sia favola o storia? - domandò l'Emilia, senza perder d'occhio la fisonomia delle due sorelle.
- che cosa ne dici, Clarenza?..
- Per me è tutta una favola - rispose la moglie di Federigo, studiandosi di dissimulare l'agitazione che aveva addosso.
- Ma, bada! potrebbe anche darsi che ci fosse un po' di storia.
- Nessuna di voi si è accorta mai di nulla?..
- Di nulla! proprio di nulla! - replicarono all'unisono le due sorelle.
- La credo una favola anch'io! - continuò a dire la contessa.
- Più ci penso, e più mi pare impossibile che Mario potesse esser capace...
specialmente ora...
in questo momento...
- Per codesto, cara mia, io credo gli uomini capaci di qualunque cosa...
fuori che d'una buona azione! - disse Clarenza con l'accento della bizza mal repressa.
- Con tutti i vostri discorsi, mi fate far la mezzanotte in casa! - soggiunse la Norina, contentissima di poter interrompere una conversazione, che minacciava di diventar pericolosa.
- Io vado al teatro.
Vuoi venire anche tu? - domandò all'Emilia.
- In quest'arnese da viaggio?
- Stai benissimo.
- Ebbene, verrò al teatro anch'io.
Così la serata passerà più presto.
- Addio a poi, Clarenza! - disse la Norina, mettendosi la mantiglia sulle spalle.
- Come! tu rimani in casa? - chiese la contessa con un accento di curiosità singolarissima.
- Sì rimango in casa.
Non mi sento benissimo.
- Ti senti male? Oh povera Clarenza! In questo caso, non vado al teatro neanch'io! Voglio restare a farti un po' di compagnia.
- Ti prego, Emilia, non far complimenti con me!
- Ti dico che non vado!
- Bada, ti annoierai.
Debbo avvertirti che quando mi prende questo maledettissimo dolor di capo, ho bisogno di dormire almeno un par d'ore.
- Dormi pure.
Dormirò anch'io! Ne ho tanto bisogno.
Figurati che mi sono alzata alle otto!...
- Fai come credi!...
- Eppoi...
te ne voglio dire un'altra: qui, nel cuore, ho un presentimento curioso! Lo so da me che è una scioccheria, una cosa senza senso comune...
ma pure mi son messa in capo che Mario...
debba tornare a casa da un momento all'altro.
- Se ti dico che è partito!...
- Avrà detto di partire...
ma poi è così sfatato!...
Chi ti dice a te che non abbia fatto tardi?
- Dov'è, dov'è questa signora Emilia? - gridò Federigo, entrando in sala e andando a stringere la mano alla contessa.
- Come avete saputo del mio arrivo?..
- Quella buona donna della Bettina! Appena sono entrato in casa, la Bettina mi ha detto: sa, cavaliere, chi è arrivato?
- Cavaliere!...
- domandò l'Emilia in atto di rallegrarsi.
- Per carità, contessa, chiamatemi Federigo, come mi avete chiamato finora! o ci guastiamo.
Peccato del resto che siate arrivata un po' tardi.
- Tardi?..
e perché? io spero, invece, di essere arrivata in tempo...
almeno non voglio perder quest'illusione! - soggiunse l'altra con quel fare sbadato della persona che parla a caso: e nello stesso tempo lanciò alla Clarenza un'occhiata rapidissima, che parve uno di quei baleni di luce, prodotti da un piccolo specchio agitato sotto uno spiraglio di sole.
- Un'ora più presto - continuò Federigo - e avreste trovato Mario in casa.
Ormai per questa sera ci vuol pazienza.
- E quando ha detto di tornare?..
- Forse, domani, col treno di mezzogiorno.
- È proprio partito?
- L'ho accompagnato io fino alla stazione: o per dir meglio, li ho accompagnati tutti e due, lui e il ministro.
- E avete aspettato che il treno partisse?
- No!
- Allora, ho sempre una speranza!
- Avrei aspettato volentieri, ma quel benedetto uomo di Mario ha cominciato a dire che l'aria era rinfrescata, e che io avrei fatto bene a venir subito a casa a mutarmi di vestito.
- È così pieno d'attenzioni mio marito, alle volte!
- A proposito di attenzioni, sapete che il vostro Mario mi ha fatto stasera una di quelle birichinate, che me ne ricorderò per tutta la vita!
- Che cosa vi ha fatto?
- Sentite, e giudicate voi se non passa quasi il limite dello scherzo.
Appena uscito di casa, un'ora fa, siamo andati alla Locanda Maggiore, dove era albergato il ministro.
Premetto che io gli aveva dichiarato anticipatamente che in nessun modo volevo esser presentato a Sua Eccellenza.
Avevo le mie ragioni per serbare questo contegno e basta.
È tutta una questione di principii, e coi principii non si scherza! Giunti che siamo alla locanda dico a Mario.
«Vai pur tu, e fai tutto il tuo comodo: io ti aspetto qui fuori, passeggiando e pigliando una boccata d'aria.».
Dopo pochi minuti, che ero lì sulla porta dell'albergo, eccoti che scende le scale un giovine, pulitamente vestito, il quale, presentandosi a me e titubando, mi dice: «Scusi: è il cavaliere Fabiani?».
«Per ubbidirla» rispondo io.
«Cavaliere! il signor ministro la prega di salire un momento da lui».
«Grazie...
non posso davvero...
eppoi in questo abito».
«Io la prego, cavaliere, da parte di Sua Eccellenza».
«Un'altra volta...
stasera è impossibile».
Insomma, cavaliere di qui, cavaliere di là, cavaliere di sotto, cavaliere di sopra, ho dovuto arrendermi, e ho finito col rassegnarmi a salire le scale della Locanda Maggiore.
Quelle scale saranno sempre il più gran rimorso della mia vita!
- Se indugiamo dell'altro - disse la Norina, alzando la voce - vedo bene che arriveremo a commedia finita.
- Io son pronto - replicò Valerio, infilandosi i guanti.
- E voi, Leonetto, ci accompagnate? - domandò la sorella di Clarenza.
- Sarei venuto volentierissimo anch'io: ma per l'appunto sono impegnato.
Bisogna che fra un quarto d'ora mi trovi al municipio.
- Qualche matrimonio forse? - domandò Federigo.
- Precisamente - rispose il giornalista.
- Sono testimonio alle nozze del marchesino di Santa Teodora con miss Edwige Clarence, la figlia del console americano.
- Stasera?..
proprio stasera? - chiese la Norina con una vivacità appassionata, che non seppe dissimulare.
- Fra una mezz'ora - replicò Leonetto.
- Sia ringraziato il cielo! - sclamò la furba vedovella, mutando istantaneamente di fisonomia, e diventando tutta tranquilla e sorridente.
- Sia ringraziato il cielo! e ora ditemi un poco, signor Valerio, vi pare che le vostre paure fossero ragionate?
- Compatitemi, cara mia, sapete bene che chi ama, teme.
Intanto nelle stanze d'ingresso si udì una voce d'uomo, e un rumore di passi.
- Possibile! - gridò Federigo - ma se non sbaglio, questa è tutta la voce di Mario.
- Finalmente!...
- disse il conte precipitandosi in sala, e correndo ad abbracciare sua moglie: - Questa è stata proprio una combinazione fortunata!...
Pareva proprio che il cuore me lo dicesse!...
- E io che, a quest'ora, ti credevo già arrivato a San Giusto!...
- Debbo ringraziare il caso: il caso, stasera, è stato il mio angelo tutelare: figurati che mio zio ed io eravamo già entrati in vagone: la macchina soffiava: il treno stava per partire: quand'io mi accorgo, a un tratto, di aver dimenticata la sacca da viaggio nel caffè della stazione.
Salto in terra, e corro verso il caffè...
la sacca era sparita.
«Chi ha preso la mia sacca?».
«L'ho consegnata ad una guardia» risponde il caffettiere.
«E dove me l'avrà portata?».
«Forse nella stanza del capostazione».
E via di corsa nell'ufficio del capostazione.
L'ufficio era chiuso.
Busso, chiamo, bestemmio...
finalmente...
la porta si apre...
prendo la sacca...
e torno in cerca del vagone...
ma in quel momento la macchina fischia, il treno si muove...
e io...
- E tu, com'è naturale, corri subito a casa, sapendo che qui ti aspettava...
tua moglie...
- Non lo sapevo, di certo, ma ti giuro che me l'ero figurato - replicò Mario con quella naturalezza che acquista l'uomo quando ha imparato a dire la bugia collo stesso candore della verità.
- E ora che cosa facciamo? - domandò Federigo, consigliandosi colla conversazione sul modo migliore di passare il rimanente della serata.
- Propongo una cosa - disse Clarenza: - andiamo tutti al teatro.
- Io non ci vengo davvero - rispose la Norina con aria svogliata.
- Oramai è tardi!
- C'era forse qualche commedia nuova? - domandò l'Emilia.
- Nuova? Non lo so.
Ho visto sui giornali che stasera recitavano i Ragazzi grandi.
- Allora ho capito - disse Leonetto, sorridendo - è una commedia vecchissima, ma diverte sempre.
Il giorno dopo, il conte Mario e sua moglie, dovevano partire, giusta il loro fissato, per un lungo viaggio (un viaggio almeno di un anno, così dicevano i patti della riconciliazione) attraverso ai principali paesi della Germania.
Ma la contessa, per buona fortuna, fece osservare che era di venerdì: e le persone prudenti debbono scansare di mettersi in viaggio, nel giorno più funesto di tutta la settimana!
Concordi su questo punto, i due coniugi, invece di prendere il volo per Vienna, stimarono ben fatto di tornare per qualche giorno in famiglia - e la sera stessa partirono alla volta di Genova.
Il cerimoniale degli addii fu cordialissimo - e qualche volta commoventissimo.
La Clarenza, colto un frattempo, disse piano al conte, ridendo tutta contenta: - Povero Mario?...
vi ho dato una bella lezione!...
- A me?
- Voglio sperare che non ve ne sarete avuto a male.
- E potrete credere, Clarenza, che sarei stato capace?..
Ah! no, mille volte! la mia adorazione per voi aveva un limite sacro, inviolabile...
l'amicizia per Federigo!
E Clarenza e il conte, in quel momento, parlavano in buona fede e credevano tutti e due di dire la verità.
Valerio com'era facile a prevedersi, finì collo sposare la Norina...
per più motivi, e specialmente per far vedere che era un uomo di carattere serio, e non già un ragazzo - mentre la Norina, dal canto suo, si compiaceva di raccontare alle amiche intime (e tutte le amiche diventano amiche intime per una donna che ha bisogno di far sapere un segreto), si compiaceva, dunque, a raccontare che se avesse voluto, avrebbe potuto sposare il marchesino di Santa Teodora; ma che, invece, per dar retta al cuore, si era sacrificata (sic) e aveva fatto un matrimonio d'inclinazione.
Leonetto, il giornalista, innamorato fino agli occhi di Armanda - forse appunto perché dapprincipio ne aveva detto moltissimo male - l'avrebbe sposata anche subito - ma non osava farlo, per paura della marchesa Ortensia.
Per buona sorte la Provvidenza (si vede proprio che c'è una provvidenza anche per quelli che pigliano moglie), si recò a visitare la marchesa, sotto la forma di una bronchite acuta: e il giornalista, profittando della favorevole occasione, condusse dinanzi al sindaco quella fanciulla adorata, che il cielo manifestamente aveva creata apposta per lui.
Quando la notizia si divulgò per il paese, la Sorbelli, ch'era già in via di guarigione, dissimulò con disinvoltura il proprio risentimento.
Il marchese, invece, andò su tutte le furie.
Il pover'uomo non sapeva capacitarsi, come mai un amico suo di casa, come Leonetto, avesse potuto meditare e concludere un matrimonio, senza dirne prima una mezza parola almeno alla marchesa - alla marchesa che aveva fatto tanto per lui!
Dopo nove mesi, Armanda dié alla luce una bambina - alla quale Leonetto volle per forza che fosse imposto al fonte battesimale il nome di Ortensia.
La cosa dispiacque vivamente alla giovine madre: ma fece piacere alla Sorbelli, la quale, appena riseppe quest'episodio intimo di famiglia, dismesse il suo contegno fin'allora freddo e riservatissimo, e andò a far visita alla puerpera, parlandole per mezz'ora dei grandi pensieri della maternità e prognosticando da certi segni particolari, che la bambina, fatta grande, avrebbe avuto degli occhi bellissimi e una quantità di capelli straordinaria - come suo padre!
Da quel giorno in poi, Leonetto e la marchesa Ortensia ritornarono buonissimi amici, come prima; e quel galantuomo del marchese, riacquistata un po' di tranquillità in casa, e detto addio alla politica (il paese non era ancora maturo per lui), si dedicò interamente allo studio del filugello, proponendosi di sciogliere il problema, se durante la malattia del seme, si potesse ottenere dal baco da seta almeno del cotone di primissima qualità!
Quanto alla Clarenza e all'Emilia, la commedia durò per quasi un anno: si scrivevano di tanto in tanto; si baciavano per lettera - ma, in sostanza, fra di loro non si potevano soffrire.
Venne finalmente un bel giorno, in cui la moglie di Federigo cessò improvvisamente ogni relazione e ogni corrispondenza amichevole colla contessa - e la ragione, a quanto pare, fu questa.
La Clarenza era venuta a sapere che Giorgio - quel Giorgio delle bagnature e dell'amor platonico coll'Emilia - per un seguito di combinazioni (tutte combinazioni, l'una meno combinazione dell'altra) aveva nuovamente riattaccato il cappello in casa di Mario.
Questo fatto, la stomacò (sono sue parole testuali); tant'è vero che parlandone a quattr'occhi con suo marito, era solita dire facendo colla bocca un atto di disgusto ineffabile: - Non mi fa meraviglia dell'Emilia, l'Emilia oramai è...
quel che è! Chi davvero mi sorprende, è Mario!...
E io che lo credevo un uomo d'onore!...
Che roba!...
che roba!...
Accadde in questo tempo che, una sera, Mario, arrivando da Genova, andò tutto pallido e trasfigurato a bussare alla casa dell'amico Fabiani.
Cos'è, cosa non è, alla fine Federigo poté capire che il conte, avendo giuocato pazzamente alla Borsa, si trovava dinanzi a un pauroso dilemma (pauroso, s'intende bene, in modo molto relativo!) vale a dire, o pagare - o far la figura del giuocatore onorato...
che non paga i suoi debiti di giuoco!...
Federigo, che per date e fatto di Mario, si era trovato nominato cavaliere - poi sindaco - e che, per l'assistenza del medesimo santo, si sentiva già in odore di grand'ufficiale o di commendatore, proclamò il gran principio, che «l'amico all'occorrenza, deve sacrificarsi per l'amico», e il giorno dopo, col portafoglio pieno di fogli di Banca, partì per Genova, dicendo al conte: «Aspettami qui; al mio ritorno, ti dirò tutto, e aggiusteremo ogni cosa fra noi due!».
La consolazione di Mario, in quel momento, fu tanta e tale, che non potendo resistere a un impulso del cuore, gettò le braccia intorno al collo dell'amico, e lo baciò ripetutamente, bagnandogli le gote con qualche lacrima di profonda e incancellabile riconoscenza.
Federigo credeva di trattenersi a Genova un giorno o due, tutt'al più; invece si trattenne quattro.
Quando ritornò a casa, la prima cosa che disse a Mario fu questa:
- Tutto è accomodato!.
- ed era allegrissimo e soddisfatto, come se si fosse trattato di cosa sua.
Il conte, forzato da circostanze imperiose, dové partire la sera stessa.
Nell'atto di congedarsi e di uscir fuori dalla porta di casa, la Clarenza gli sussurrò, con un certo accento di voce e con una certa guardata d'occhi, che davano molto da pensare: - Appena arrivato, rammentati di scrivermi subito!...
Federigo, che per prudenza doveva essere un poco più distante, e che invece, per una inavvertenza imperdonabile, si trovava molto vicino, intese quelle parole, o almeno gli parve d'intenderle; - il fatto sta che, ripensandoci su, non poté chiudere un occhio in tutta la notte!
Meno male che la sera dopo andò a letto alle dieci, e si svegliò la mattina seguente a mezzogiorno preciso!
...
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