LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 45
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Fino ad allora fu quello certamente il piú lungo periodo ch'io avessi dedicato ad una stessa occupazione.
Non posso vantarmene solo perché tale mia attività non diede alcun frutto né a me né a Guido ed in commercio - tutti lo sanno - non si può giudicare che dal risultato.
Io conservai la fiducia d'esser avviato ad un grande commercio per circa tre mesi, il tempo occorrente a fondare quella ditta.
Seppi che a me sarebbe toccato non solo di regolare dei particolari come la corrispondenza e la contabilità, ma anche di sorvegliare gli affari.
Guido conservò tuttavia un grande ascendente su di me, tanto che avrebbe potuto anche rovinarmi e solo la mia buona fortuna glielo impedí.
Bastava un suo cenno perché accorressi a lui.
Ciò desta la mia stupefazione ancora adesso che ne scrivo, dopo che ho avuto il tempo di pensarci per tanta parte della mia vita.
E scrivo ancora di questi due anni perché il mio attaccamento a lui mi sembra una chiara manifestazione della mia malattia.
Che ragione c'era di attaccarsi a lui per apprendere il grande commercio e subito dopo restare attaccato a lui per insegnargli quello piccolo? Che ragione c'era di sentirsi bene in quella posizione solo perché mi sembrava significasse una grande indifferenza per Ada la mia grande amicizia per Guido? Chi esigeva da me tutto questo? Non bastava a provare la nostra indifferenza reciproca l'esistenza di tutti quei marmocchi cui davamo assiduamente la vita? Io non volevo male a Guido, ma non sarebbe stato certamente l'amico che avrei liberamente prescelto.
Ne vidi sempre tanto chiaramente i difetti che il suo pensiero spesso mi irritava, quando non mi commoveva qualche suo atto di debolezza.
Per tanto tempo gli portai il sacrificio della mia libertà e mi lasciai trascinare da lui nelle posizioni piú odiose solo per assisterlo! Una vera e propria manifestazione di malattia o di grande bontà, due qualità che stanno in rapporto molto intimo fra di loro.
Ciò rimane vero se anche col tempo fra noi si sviluppò un grande affetto come succede sempre fra gente dabbene che si vede ogni giorno.
E fu un grande affetto il mio! Allorché egli scomparve, per lungo tempo sentii com'egli mi mancava ed anzi l'intera mia vita mi sembrò vuota poiché tanta parte ne era stata invasa da lui e dai suoi affari.
Mi viene da ridere al ricordare che subito, nel nostro primo affare, l'acquisto dei mobili, sbagliammo in certo qual modo un termine.
Ci eravamo accollati i mobili e non ci decidevamo ancora a stabilire l'ufficio.
Per la scelta dell'ufficio, fra me a Guido c'era una divergenza di opinione che la ritardò.
Da mio suocero e dall'Olivi io avevo sempre visto che per rendere possibile la sorveglianza del magazzino, l'ufficio vi era contiguo.
Guido protestava con una smorfia di disgusto:
- Quegli uffici triestini che puzzano di baccalà o di pellami! - Egli assicurava che avrebbe saputo organizzare la sorveglianza anche da lontano, ma intanto esitava.
Un bel giorno il venditore dei mobili gl'intimò di ritirarli perché altrimenti li avrebbe gettati sulla strada e allora lui corse a stabilire un ufficio, l'ultimo che gli era stato offerto, privo di un magazzino nelle vicinanze, ma proprio al centro della città.
È perciò che il magazzino non lo ebbimo mai piú.
L'ufficio si componeva di due vaste stanze bene illuminate e di uno stanzino privo di finestre.
Sulla porta di questo stanzino inabitabile fu appiccicato un bollettino con l'iscrizione in lettere lapidarie: Contabilità; poi, delle altre due porte l'una ebbe il bollettino: Cassa e l'altra fu addobbata dalla designazione tanto inglese di Privato.
Anche Guido aveva studiato il commercio in Inghilterra e ne aveva riportate delle nozioni utili.
La Cassa fu, come di dovere, fornita di una magnifica cassa di ferro e del cancello tradizionale.
La nostra stanza Privata divenne una camera di lusso splendidamente tappezzata in un colore bruno vellutato e fornita delle due scrivanie, di un sofà e di varie comodissime poltrone.
Poi venne l'acquisto dei libri e dei varii utensili.
Qui la mia parte di direttore fu indiscussa.
Io ordinavo e le cose arrivavano.
Invero avrei preferito di non essere seguito tanto prontamente, ma era mio dovere di dire tutte le cose che occorrevano in un ufficio.
Allora credetti di scoprire la grande differenza che c'era fra me e Guido.
Quanto sapevo io, mi serviva per parlare e a lui per agire.
Quand'egli arrivava a sapere quello che sapevo io e non piú, lui comperava.
È vero che talvolta in commercio fu ben deciso a non far nulla, cioè a non comperare né vendere, ma anche questa mi parve una risoluzione di persona che crede di saper molto.
Io sarei stato piú dubbioso anche nell'inerzia.
In quegli acquisti fui molto prudente.
Corsi dall'Olivi a prendere le misure per i copialettere e per i libri di contabilità.
Poi il giovine Olivi m'aiutò ad aprire i libri e mi spiegò anche una volta la contabilità a partita doppia, tutta roba non difficile, ma che si dimentica tanto facilmente.
Quando si sarebbe arrivati al bilancio, egli m'avrebbe spiegato anche quello.
Non sapevamo ancora quello che avremmo fatto in quell'ufficio (adesso so che neppure Guido allora lo sapeva) e si discuteva di tutta la nostra organizzazione.
Ricordo che per giorni si parlò dove avremmo messi gli altri impiegati se di essi avessimo avuto bisogno.
Guido suggeriva di metterne quanti potessero capirvi nella Cassa.
Ma il piccolo Luciano, l'unico nostro impiegato per il momento, dichiarava che là dove c'era la cassa, non potessero esserci altre persone fuori di quelle addette alla cassa stessa.
Era ben dura di dover accettare delle lezioni dal nostro galoppino! Io ebbi un'ispirazione:
- A me sembra di ricordare che in Inghilterra si paghi tutto con assegni.
Era una cosa che m'era stata detta a Trieste.
- Bravo! - disse Guido.
- Anch'io lo ricordo ora.
Curioso che l'avevo dimenticato!
Si mise a spiegare a Luciano in lungo e in largo come non si usasse piú di maneggiare tanto denaro.
Gli assegni giravano dall'uno all'altro in tutti gl'importi che si voleva.
Fu una bella vittoria la nostra, e Luciano tacque.
Costui ebbe un grande vantaggio da quanto apprese da Guido.
Il nostro galoppino è oggidí un commerciante di Trieste assai rispettato.
Egli mi saluta ancora con una certa umiltà attenuata da un sorriso.
Guido spendeva sempre una parte della giornata ad insegnare dapprima a Luciano, poi a me e quindi all'impiegata.
Ricordo ch'egli aveva accarezzato per lungo tempo l'idea di fare il commercio in commissione per non arrischiare il proprio denaro.
Spiegò l'essenza di tale commercio a me e, visto che evidentemente io capivo troppo presto, si mise a spiegarlo a Luciano che per molto tempo stette a sentirlo coi segni della piú viva attenzione, i grandi occhi lucenti nella faccia ancora imberbe.
Non si può dire che Guido abbia perduto il suo tempo, perché Luciano è il solo fra di noi che sia riuscito in quel genere di commercio.
Eppoi si dice che la scienza è quella che vince!
Intanto da Buenos Aires arrivarono i pesos.
Fu un affare serio! A me era parsa dapprima una cosa facile, ma invece il mercato di Trieste non era preparato a quella moneta esotica.
Ebbimo di nuovo bisogno del giovine Olivi che c'insegnò il modo di realizzare quegli assegni.
Poi, perché a un dato punto fummo lasciati soli, sembrando all'Olivi di averci condotti a buon porto, Guido si trovò per varii giorni con le tasche gonfie di corone, finché non trovammo la via ad una Banca che ci sbrigò dell'incomodo fardello consegnandoci un libretto assegni di cui presto apprendemmo a far uso.
Guido sentí il bisogno di dire all'Olivi che gli facilitava il cosidetto impianto:
- Le assicuro che non farò mai la concorrenza alla ditta del mio amico!
Ma il giovinotto che del commercio aveva un altro concetto, rispose:
- Magari ci fosse un maggior numero di contraenti nei nostri articoli.
Si starebbe meglio!
Guido restò a bocca aperta, comprese troppo bene come gli succedeva sempre e si attaccò a quella teoria che propinò a chi la volle.
Ad onta della sua Scuola Superiore, Guido aveva un concetto poco preciso del dare e dell'avere.
Stette a guardare con sorpresa come io costituii il Conto Capitale ed anche come registrai le spese.
Poi fu tanto dotto di contabilità che quando gli si proponeva un affare, lo analizzava prima di tutto dal punto di vista contabile.
Gli pareva addirittura che la conoscenza della contabilità conferisse al mondo un nuovo aspetto.
Egli vedeva nascere debitori e creditori dappertutto anche quando due si picchiavano o si baciavano.
Si può dire ch'egli entrò in commercio armato della massima prudenza.
Rifiutò una quantità di affari ed anzi per sei mesi li rifiutò tutti con l'aria tranquilla di chi sa meglio:
- No! - diceva, e il monosillabo pareva il risultato di un calcolo preciso anche quando si trattava di un articolo ch'egli non aveva mai visto.
Ma tutta quella riflessione era stata sprecata a vedere come l'affare eppoi il suo eventuale beneficio o la sua perdita avrebbe dovuto passare traverso ad una contabilità.
Era l'ultima cosa ch'egli avesse appreso e s'era sovrapposta a tutte le sue nozioni.
Mi duole di dover dire tanto male del mio povero amico, ma devo essere veritiero anche per intendere meglio me stesso.
Ricordo quanta intelligenza egli impiegò per ingombrare il nostro piccolo ufficio di fantasticherie che c'impedivano ogni sana operosità.
A un dato punto, per iniziare il lavoro in commissione, lanciammo per posta un migliaio di circolari.
Guido fece questa riflessione:
- Quanti francobolli risparmiati se prima di spedire queste circolari sapessimo quali di esse raggiungeranno le persone che le considereranno!
La frase sola non avrebbe impedito nulla, ma egli se ne compiacque troppo e cominciò a gettare per aria le circolari chiuse per spedire solo quelle che cadevano dalla parte dell'indirizzo.
L'esperimento ricordava qualche cosa di simile ch'io avevo fatto in passato, ma tuttavia a me sembra di non essere mai arrivato a tale punto.
Naturalmente io non raccolsi né spedii le circolari da lui eliminate, perché non potevo essere certo che non ci fosse stata realmente una seria ispirazione che lo avesse diretto in quell'eliminazione e dovessi perciò non sprecare i francobolli che toccava di pagare a lui.
La mia buona sorte m'impedí di venir rovinato da Guido, ma la stessa buona sorte m'impedí pure di prendere una parte troppo attiva nei suoi affari.
Lo dico ad alta voce perché altri a Trieste pensa che non sia stato cosí: durante il tempo che passai con lui, non intervenni mai con un'ispirazione qualunque, del genere di quelle della frutta secca.
Mai lo spinsi ad un affare e mai gliene impedii alcuno.
Ero l'ammonitore! Lo spingevo all'attività, all'oculatezza.
Ma non avrei osato di gettare sul tavolo da giuoco i suoi denari.
Accanto a lui io mi feci molto inerte.
Cercai di metterlo sulla retta via e forse non ci riuscii per troppa inerzia.
Del resto, quando due si trovano insieme, non spetta loro di decidere chi dei due deve essere Don Quijote e chi Sancio Panza.
Egli faceva l'affare ed io da buon Sancio lo seguivo lento lento nei miei libri dopo di averlo esaminato e criticato come dovevo.
Il commercio in commissione fiascheggiò completamente, ma senz'arrecarci alcun danno.
Il solo che c'inviò delle merci fu un cartolaio di Vienna, e una parte di quegli oggetti di cancelleria furono venduti da Luciano che pian pianino arrivò a sapere quanta commissione ci spettasse e se la fece concedere quasi tutta da Guido.
Guido finí con l'accondiscendere perché erano piccolezze, eppoi perché il primo affare liquidato cosí doveva portare fortuna.
Questo primo affare ci lasciò lo strascico nel camerino dei ripostigli di una quantità di oggetti di cancelleria che dovemmo pagare e tenere.
Ne avevamo per il consumo di molti anni di una casa commerciale ben piú attiva della nostra.
Per un paio di mesi quel piccolo ufficio luminoso, nel centro della città, fu per noi un ritrovo gradevole.
Vi si lavorava ben poco (io credo vi si abbiano conchiusi in tutto due affari in imballaggi usati vuoti per i quali nello stesso giorno s'incontrarono da noi la domanda e l'offerta e da cui ricavammo un piccolo utile) e vi si chiacchierava molto, da buoni ragazzi, anche con quell'innocente di Luciano, il quale, quando si parlava d'affari, s'agitava come altri della sua età quando sente dire di donne.
Allora m'era facile di divertirmi da innocente con gl'innocenti perché non avevo ancora perduta Carla.
E di quell'epoca ricordo con piacere la giornata intera.
La sera, a casa, avevo molte cose da raccontare ad Augusta e potevo dirle tutte quelle che si riferivano all'ufficio, senz'alcun'eccezione e senza dover aggiungervi qualche cosa per falsarle.
Non mi preoccupava affatto quando Augusta impensierita esclamava:
- Ma quando comincerete a guadagnare dei denari?
Denari? A quelli non ci avevamo ancora neppur pensato.
Noi sapevamo che prima bisognava fermarsi a guardare, studiare le merci, il paese e anche il nostro Hinterland.
Non s'improvvisava mica cosí una casa di commercio! E anche Augusta s'acquietava alle mie spiegazioni.
Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso.
Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente.
Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e di carne.
Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch'io con piacere saltellare per l'ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro.
Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, cosí rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido forní di non essere degno di dirigere una casa commerciale.
Ciò provava un'assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere.
Perciò mi parve di dover dedicarmi io all'educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c'era.
Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l'avessi urtato per errore.
Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v'era pace.
Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi.
Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò piú di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido.
- Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te.
I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane.
Ebbi presto una scaramuccia con Guido su una questione che veramente non avrebbe dovuto importarmi tanto.
Occupatosi con tanta passione di contabilità, egli si mise in capo di mettere le sue spese di famiglia nel conto delle spese generali.
Dopo di essermi consultato con l'Olivi, io mi vi opposi e difesi gl'interessi del vecchio Cada.
Non era infatti possibile di mettere in quel conto tutto ciò che spendeva Guido, Ada eppoi anche quello che costarono i due gemelli quando nacquero.
Erano delle spese che incombevano personalmente a Guido e non alla ditta.
Poi, in compenso, suggerii di scrivere a Buenos Aires per accordarsi per un salario per Guido.
Il padre si rifiutò di concederlo osservando che Guido percepiva già il settantacinque per cento dei benefici mentre a lui non toccava che il residuo.
A me parve una risposta giusta mentre Guido si mise a scrivere delle lunghe lettere al padre per discutere la questione da un punto di vista superiore, come egli diceva.
Buenos Aires era molto lontana e cosí la corrispondenza durò finché durò la nostra casa.
Ma io vinsi il mio punto! Il conto spese generali rimase puro e non fu inquinato dalle spese particolari di Guido e il capitale fu compromesso intero dal crollo della casa, ma proprio intero senza deduzioni.
La quinta persona ammessa nel nostro ufficio (calcolando anche Argo) fu Carmen.
Io assistetti alla sua assunzione all'impiego.
Ero venuto all'ufficio dopo di essere stato da Carla e mi sentivo molto sereno, di quella serenità delle otto di mattina del principe di Taillerand.
Nell'oscuro corridoio vidi una signorina, e Luciano mi disse ch'essa voleva parlare con Guido in persona.
Io avevo qualche cosa da fare e la pregai di attendere là fuori.
Guido entrò poco dopo nella nostra stanza evidentemente senz'aver vista la signorina e Luciano venne a porgergli il biglietto di presentazione di cui la signorina era fornita.
Guido lo lesse eppoi:
- No! - disse seccamente levandosi la giubba perché faceva caldo.
Ma subito dopo ebbe un'esitazione:
- Bisognerà che le parli per riguardo a chi la raccomanda.
La fece entrare ed io la guardai soltanto quando vidi che Guido s'era gettato con un balzo sulla propria giubba per indossarla e s'era rivolto alla fanciulla con la bella faccia bruna arrossata e gli occhi scintillanti.
Ora io sono sicuro di aver viste delle fanciulle altrettanto belle di Carmen, ma non di una bellezza tanto aggressiva cioè tanto evidente alla prima occhiata.
Di solito le donne prima si creano per il proprio desiderio mentre questa non aveva il bisogno di tale prima fase.
Guardandola sorrisi e anche risi.
Mi pareva simile ad un industriale che corresse per il mondo gridando l'eccellenza dei suoi prodotti.
Si presentava per avere un impiego, ma io avrei avuto voglia d'intervenire nelle trattative per domandarle: - Quale impiego? Per un'alcova?
Io vidi che la sua faccia non era tinta, ma i colori ne erano tanto precisi, tanto azzurro il candore e tanto simile a quello delle frutta mature il rossore, che l'artificio vi era simulato alla perfezione.
I suoi grandi occhi bruni rifrangevano una tale quantità di luce che ogni loro movimento aveva una grande importanza.
Guido l'aveva fatta sedere ed essa modestamente guardava la punta del proprio ombrellino o piú probabilmente il proprio stivaletto verniciato.
Quand'egli le parlò, essa levò rapidamente gli occhi e glieli rivolse sulla faccia cosí luminosi, che il mio povero principale ne fu proprio abbattuto.
Era vestita modestamente, ma ciò non le giovava perché ogni modestia sul suo corpo s'annullava.
Solo gli stivaletti erano di lusso e ricordavano un po' la carta bianchissima che Velasquez metteva sotto ai piedi dei suoi modelli.
Anche Velasquez, per staccare Carmen dall'ambiente, l'avrebbe poggiata sul nero di lacca.
Nella mia serenità io stetti a sentire curiosamente, Guido le domandò se conoscesse la stenografia.
Essa confessò di non conoscerla affatto, ma aggiunse che aveva una grande pratica di scrivere sotto dettatura.
Curioso! Quella figura alta, slanciata e tanto armonica, produceva una voce roca.
Non seppi celare la mia sorpresa:
- È raffreddata? - le domandai.
- No! - mi rispose - Perché me lo domanda? - e fu tanto sorpresa che l'occhiata in cui m'avvolse fu anche piú intensa.
Non sapeva di avere una voce tanto stonata ed io dovetti supporre che anche il suo piccolo orecchio non fosse tanto perfetto come appariva.
Guido le domandò se conoscesse l'inglese, il francese o il tedesco.
Egli le lasciava la scelta visto che noi ancora non sapevamo di quale lingua avremmo avuto bisogno.
Carmen rispose che sapeva un po' di tedesco, ma pochissimo.
Guido non prendeva mai alcuna decisione senza ragionare:
- Noi non abbiamo bisogno del tedesco perché lo so molto bene io.
La signorina aspettava la parola decisiva che a me pareva fosse già stata detta e, per affrettarla, raccontò ch'essa nel nuovo impiego cercava anche la possibilità d'impratichirsi e che perciò si sarebbe contentata di un salario ben modesto.
Uno dei primi effetti della bellezza femminile su di un uomo è quello di levargli l'avarizia.
Guido si strinse nelle spalle per significare che di cose tanto insignificanti non si occupava, le stabilí il salario ch'essa riconoscente accettò e le raccomandò con grande serietà di studiare la stenografia.
Questa raccomandazione egli la fece solo per riguardo a me col quale s'era compromesso dichiarando che il primo impiegato ch'egli avrebbe assunto sarebbe stato uno stenografo perfetto.
Quella sera stessa raccontai del mio nuovo collega a mia moglie.
Essa ne fu oltremodo spiacente.
Senza ch'io gliel'avessi detto, essa pensò subito che Guido avesse assunta al suo servizio quella fanciulla per farsene un'amante.
Io discussi con lei e, pur ammettendo che Guido si comportava un poco da innamorato, asserii ch'egli avrebbe potuto riaversi da quel colpo di fulmine senza che vi fossero delle conseguenze.
La fanciulla, in complesso, pareva dabbene.
Pochi giorni dopo - non so se per caso - ebbimo in ufficio la visita di Ada.
Guido non c'era ancora ed essa si fermò con me per un istante per domandarmi a che ora sarebbe venuto.
Poi, con passo esitante, si recò nella stanza vicina ove in quel momento non c'erano che Carmen e Luciano.
Carmen stava esercitandosi alla macchina da scrivere, tutt'assorta a rintracciarvi le singole lettere.
Alzò i begli occhi per guardare Ada che la fissava.
Come erano differenti le due donne! Si somigliavano un poco, ma Carmen pareva un'Ada caricata.
Io pensai che veramente l'una che pur era vestita piú riccamente, fosse fatta per divenire una moglie o una madre mentre all'altra, ad onta che in quell'istante portasse un modesto grembiule per non insudiciare il suo vestito alla macchina, toccava la parte di amante.
Non so se a questo mondo vi sieno dei dotti che saprebbero dire perché il bellissimo occhio di Ada adunasse meno luce di quello di Carmen e fosse perciò un vero organo per guardare le cose e le persone e non per sbalordirle.
Cosí Carmen ne sopportò benissimo l'occhiata sdegnosa, ma anche curiosa; v'era dentro fors'anche un poco d'invidia, o ve la misi io?
Questa fu l'ultima volta in cui io vidi Ada ancora bella, proprio quale s'era rifiutata a me.
Poi venne la sua disastrosa gravidanza e i due gemelli ebbero bisogno dell'intervento del chirurgo per venire all'aria.
Subito dopo fu colpita da quella malattia che le tolse ogni bellezza.
Perciò io ricordo tanto bene quella visita.
Ma la ricordo anche perché in quel momento tutta la mia simpatia andò a lei dalla bellezza mite e modesta abbattuta da quella tanto differente dell'altra.
Io non amavo certo Carmen e non ne sapevo altro che i magnifici occhi, gli splendidi colori, poi la voce roca e infine il modo - di cui essa era innocente - come era stata ammessa lí dentro.
Volli invece proprio bene ad Ada in quel momento, ed è una cosa ben strana di voler bene ad una donna che si desiderò ardentemente, che non si ebbe e di cui ora non importa niente.
In complesso si arriva cosí alle stesse condizioni in cui ci si troverebbe qualora essa avesse aderito ai nostri desiderii, ed è sorprendente di poter constatare ancora una volta come certe cose per cui viviamo hanno una ben piccola importanza.
Volli abbreviarle il dolore e la precedetti all'altra stanza.
Guido, che subito dopo entrò, si fece molto rosso alla vista della moglie.
Ada gli disse una ragione plausibilissima per cui era venuta, ma subito dopo e in atto di lasciarci, gli domandò:
- Avete assunto in ufficio una nuova impiegata?
- Si! - disse Guido e, per celare la sua confusione, non trovò di meglio che d'interrompersi per domandare se qualcuno fosse venuto a cercarlo.
Poi, avuta la mia risposta negativa, ebbe ancora una smorfia di dispiacere come se avesse sperata una visita importante, mentre io sapevo che non aspettavamo proprio nessuno e appena allora disse ad Ada con un aspetto d'indifferenza che finalmente gli riuscí di assumere:
- Avevamo bisogno di uno stenografo!
Io mi divertii moltissimo all'udire ch'egli sbagliava anche il sesso della persona di cui aveva bisogno.
La venuta di Carmen apportò una grande vita nel nostro ufficio.
Non parlo della vivacità che veniva dai suoi occhi, dalla gentile sua figura e dai colori della sua faccia; parlo proprio di affari.
Guido ebbe una spinta al lavoro dalla presenza di quella fanciulla.
Prima di tutto volle dimostrare a me e a tutti gli altri che la nuova impiegata era necessaria, ed ogni giorno inventava dei nuovi lavori cui partecipava anche lui.
Poi, per lungo tempo, la sua attività fu un mezzo per corteggiare piú efficacemente la fanciulla.
Raggiunse un'efficacia inaudita.
Doveva insegnarle la forma della lettera ch'egli dettava e correggerle l'ortografia di molte moltissime parole.
Lo fece sempre dolcemente.
Qualunque compenso da parte della fanciulla non sarebbe stato eccessivo.
Pochi degli affari inventati da lui in amore gli diedero un frutto.
Una volta lavorò lungamente intorno ad un affare in un articolo che risultò essere proibito.
Ci trovammo ad un certo punto di fronte ad un uomo dalla faccia contratta dal dolore sui cui calli noi, senza saperlo, eravamo montati.
Voleva sapere quest'uomo che cosa c'entrassimo noi in quell'articolo e supponeva fossimo stati mandatarii di potenti concorrenti esteri.
La prima volta era sconvolto e temeva il peggio.
Quando indovinò la nostra ingenuità, ci rise in faccia e ci assicurò che non saremmo riusciti a nulla.
Finí ch'ebbe ragione, ma prima che ci acconciassimo alla condanna durò non poco tempo e da Carmen furono scritte non poche lettere.
Trovammo che l'articolo era irraggiungibile perché circondato da trincee.
Io non dissi nulla di tale affare ad Augusta, ma essa ne parlò a me perché Guido ne aveva parlato ad Ada per dimostrarle quanto da fare avesse il nostro stenografo.
Ma l'affare che non fu fatto, rimase molto importante per Guido.
Ne parlò ogni giorno.
Era convinto che in nessun'altra città del mondo sarebbe avvenuta una cosa simile.
Il nostro ambiente commerciale era miserabile ed ogni commerciante intraprendente vi veniva strangolato.
Cosí toccava anche a lui
Nella folle, disordinata sequela di affari che in quell'epoca passò per le nostre mani, ve ne fu uno che addirittura ce le bruciò.
Non lo cercammo noi; fu l'affare che ci assaltò.
Vi fummo cacciati dentro da un dalmata, certo Tacich, il cui padre aveva lavorato all'Argentina col padre di Guido.
Venne dapprima a trovarci solo per avere da noi delle informazioni commerciali che noi seppimo procurargli.
Il Tacich era un bellissimo giovine, anzi troppo bello.
Alto, forte, aveva una faccia olivastra in cui si fondevano in un'intonazione deliziosa l'azzurro fosco degli occhi, le lunghe sopracciglia e i brevi folti mustacchi bruni dai riflessi aurei.
Insomma v'era in lui un tale intonato studio di colore che a me parve l'uomo nato per accompagnarsi a Carmen.
Anche a lui parve cosí e venne a trovarci ogni giorno.
La conversazione nel nostro ufficio durava ogni giorno per delle ore, ma non fu mai noiosa.
I due uomini lottavano per conquistare la donna e, come tutti gli animali in amore, sfoggiavano le loro migliori qualità.
Guido era un po' trattenuto dal fatto che il dalmata veniva a trovarlo anche a casa sua e conosceva perciò Ada, ma niente poteva piú danneggiarlo agli occhi di Carmen; io, che conoscevo tanto bene quegli occhi, lo seppi subito, mentre il Tacich lo apprese molto piú tardi e, per avere piú frequente il pretesto di vederla, comperò da noi anziché dal fabbricante, varii vagoni di sapone che pagò per qualche percento piú cari.
Poi, sempre per amore, ci ficcò in quell'affare disastroso.
Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni, il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo.
Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento piú favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate.
Noi parlammo a lungo di quell'affare ed anzi lo preparammo mettendoci in relazione con una casa inglese.
Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l'affare.
Il Tacich, innamorato com'era, corse da noi e ci consegnò l'affare avendone in premio una bella, grande, carezzevole occhiata da Carmen.
Il povero dalmata incassò riconoscente l'occhiata non sapendo ch'era una manifestazione d'amore per Guido.
Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Guido s'accinse all'affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz'esserne rimossa, al nostro compratore.
Egli fissò esattamente l'importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilí quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l'acquisto.
Con l'aiuto del vocabolario combinammo insieme il dispaccio in inglese.
Una volta speditolo, Guido si fregò le mani e si mise a calcolare quante corone gli sarebbero piovute in cassa in premio di quella lieve e breve fatica.
Per tenersi favorevoli gli dei, trovò giusto di promettere una piccola provvigione a me e quindi, con qualche malizia, anche a Carmen che all'affare aveva collaborato con i suoi occhi.
Ambedue volemmo rifiutare, ma egli ci supplicò di fingere almeno di accettare.
Temeva altrimenti il nostro malocchio ed io lo compiacqui subito per rassicurarlo.
Sapevo con certezza matematica che da me non potevano venirgli che i migliori auguri, ma capivo ch'egli potesse dubitarne.
Quaggiú quando non ci vogliamo male ci amiamo tutti, ma però i nostri vivi desideri accompagnano solo gli affari cui partecipiamo.
L'affare fu vagliato in tutti i sensi ed anzi ricordo che Guido calcolò persino per quanti mesi, col beneficio che ne avrebbe tratto, avrebbe potuto mantenere la sua famiglia e l'ufficio, cioè le sue due famiglie, come egli diceva talvolta o i suoi due uffici come diceva tale altra quando si seccava molto in casa.
Fu vagliato troppo, quell'affare, e non riuscí forse per questo.
Da Londra capitò un breve dispaccio: Notato eppoi l'indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, piú elevato di molto di quello concessoci dal nostro compratore.
Addio affare.
Il Tacich ne fu informato e poco dopo abbandonò Trieste.
In quell'epoca io cessai per circa un mese di frequentare l'ufficio e perciò, per le mie mani, non passò una lettera che giunse alla ditta, dall'aspetto inoffensivo, ma che doveva avere gravi conseguenze per Guido.
Con essa, quella ditta inglese ci confermava il suo dispaccio e finiva con l'informarci che notava il nostro ordine valido sino a revoca.
Guido non ci pensò affatto di dare tale revoca ed io, quando ritornai in ufficio, non ricordai piú quell'affare.
Cosí varii mesi appresso, una sera, Guido venne a cercarmi a casa con un dispaccio ch'egli non intendeva e che credeva fosse stato indirizzato a noi per errore ad onta che portasse chiaro il nostro indirizzo telegrafico che io avevo fatto regolarmente notare non appena fummo installati nel nostro ufficio.
Il dispaccio conteneva solo tre parole: 60 tons settled, ed io lo intesi subito, ciò che non era difficile perché quello del solfato di rame era il solo affare grosso che avessimo trattato.
Glielo dissi: si capiva da quel dispaccio che il prezzo, che noi avevamo fissato per l'esecuzione del nostro ordine, era stato raggiunto e che perciò eravamo felici proprietari di sessanta tonnellate di solfato di rame.
Guido protestò:
- Come si può pensare ch'io accetti tanto in ritardo l'esecuzione del mio ordine?
Pensai subito io che nel nostro ufficio dovesse esserci la lettera di conferma del primo dispaccio, mentre Guido non ricordava di averla ricevuta.
Lui, inquieto, propose di correre subito all'ufficio per vedere se ci fosse, ciò che mi fu molto gradito perché mi seccava quella discussione dinanzi ad Augusta la quale ignorava che io per un mese non m'ero fatto vedere in ufficio.
Corremmo all'ufficio.
Guido era tanto dispiacente di vedersi costretto a quel primo grande affare che, per esimersene, sarebbe corso fino a Londra.
Aprimmo l'ufficio; poi, a tastoni nell'oscurità, trovammo la via alla nostra stanza e raggiungemmo il gas, per accenderlo.
Allora la lettera fu subito trovata ed era fatta come io l'avevo supposta; c'informava cioè che il nostro ordine valido sino a revoca era stato eseguito.
Guido guardò la lettera con la fronte contratta non so se dal dispiacere o dallo sforzo di voler annientare col suo sguardo quanto si annunciava esistente con tanta semplicità di parola.
- E pensare - osservò - che sarebbe bastato di scrivere due parole per risparmiarsi un danno simile.
Non era certo un rimprovero diretto a me perché io ero stato assente dall'ufficio e, per quanto avessi saputo trovare subito la lettera sapendo ove doveva trovarsi, prima di allora non l'avevo mai vista.
Ma per nettarmi piú radicalmente da ogni rimprovero, lo rivolsi deciso a lui:
- Durante la mia assenza avresti pur dovuto leggere accuratamente tutte le lettere!
La fronte di Guido si spianò.
Alzò le spalle e mormorò:
- Può ancora finire coll'essere una fortuna quest'affare.
Poco dopo mi lasciò ed io ritornai a casa mia.
Ma il Tacich ebbe ragione: in certe stagioni il solfato di rame andava giú, giú, ogni giorno piú giú e noi avevamo nell'esecuzione del nostro ordine e nella immediata impossibilità di cedere la merce a quel prezzo ad altri, l'opportunità di studiare tutto il fenomeno.
La nostra perdita aumentò.
Il primo giorno Guido mi domandò consiglio.
Avrebbe potuto vendere con una perdita piccola in confronto di quella che dovette sopportare poi.
Io non volli dare dei consigli, ma non trascurai di ricordargli la convinzione del Tacich secondo la quale il ribasso avrebbe dovuto continuare per oltre cinque mesi.
Guido rise:
- Adesso non mi mancherebbe altro che farmi dirigere nei miei affari da un provinciale!
Ricordo che tentai pure di correggerlo, dicendogli che quel provinciale da molti anni passava il suo tempo nella piccola cittadina dalmata a guardare il solfato di rame.
Io non posso avere alcun rimorso per la perdita che Guido subí in quell'affare.
Se mi avesse ascoltato gli sarebbe stata risparmiata.
Piú tardi discutemmo l'affare del solfato di rame con un agente, un uomo piccolo, grassoccio, vivo e accorto, che ci biasimò di aver fatto quell'acquisto, ma che non sembrava di dividere l'opinione del Tacich.
Secondo lui il solfato di rame, per quanto facesse un mercato a sé, pur risentiva la fluttuazione del prezzo del metallo.
Guido da quell'intervista acquistò una certa sicurezza.
Pregò l'agente di tenerlo informato di ogni movimento nel prezzo; avrebbe aspettato volendo vendere non soltanto senza perdita, ma con un piccolo utile.
L'agente rise discretamente eppoi nel corso del discorso disse una parola ch'io notai perché mi parve molto vera:
- Curioso come a questo mondo vi sia poca gente che si rassegni a perdite piccole; sono le grandi che inducono immediatamente alla grande rassegnazione.
Guido non ne fece caso.
Io ammirai però anche lui, perché all'agente non raccontò per quale via noi fossimo arrivati a quell'acquisto.
Glielo dissi ed egli ne menò vanto.
Avrebbe temuto, mi disse, di screditare noi e anche la nostra merce raccontando la storia di quell'acquisto.
Poi, per parecchio tempo, non parlammo piú del solfato, finché cioè non venne da Londra una lettera con la quale ci si invitava al pagamento e a dare istruzioni per la spedizione.
Ricevere, immagazzinare sessanta tonnellate! A Guido cominciò a girare la testa.
Facemmo i calcoli di quanto avremmo speso per conservare tale merce per varii mesi.
Una somma enorme! Io non dissi niente, ma il sensale che volontieri avrebbe vista la merce arrivare a Trieste perché allora prima o poi avrebbe avuto lui l'incarico di venderla, fece osservare a Guido che quella somma che a lui pareva enorme, non era gran cosa se espressa in «percenti» sul valore della merce.
Guido si mise a ridere perché l'osservazione gli pareva strana:
- Io non ho mica soli cento chili di solfato; ne ho sessanta tonnellate, purtroppo!
Egli avrebbe finito col lasciarsi convincere dal calcolo dell'agente, evidentemente giusto, visto che con un piccolo movimento in sú del prezzo, le spese sarebbero state coperte ad usura, se in quel momento non fosse stato arrestato da una sua cosidetta ispirazione.
Quando gli avveniva di avere un'idea commerciale proprio sua, egli ne era addirittura allucinato e non c'era posto nella sua mente per altre considerazioni.
Ecco la sua idea: la merce gli era stata venduta franco Trieste da gente che doveva pagarne il trasporto dall'Inghilterra.
Se egli ora avesse ceduta la merce ai suoi stessi venditori che avrebbero perciò risparmiate le spese per tale trasporto, egli avrebbe potuto fruire di un prezzo ben piú vantaggioso di quello che gli veniva offerto a Trieste.
La cosa non era tanto vera, ma, per fargli piacere, nessuno la discusse.
Una volta liquidata la faccenda, egli ebbe un sorriso un po' amarognolo sulla sua faccia che allora parve proprio di pensatore pessimista e disse:
- Non ne parliamo piú.
La lezione fu alquanto cara; bisogna ora saperne approfittare.
Invece se ne parlò ancora.
Egli non ebbe mai piú quella sua bella sicurezza nel rifiutare degli affari e, quando alla fine d'anno gli feci vedere quanti denari avevamo perduti, egli mormorò:
- Quel maledetto solfato di rame fu la mia disgrazia! Sentivo sempre il bisogno di rimettermi di quella perdita!
La mia assenza dall'ufficio era stato provocato dall'abbandono di Carla.
Non avevo piú potuto assistere agli amori di Carmen e Guido.
Essi si guardavano, si sorridevano, in mia presenza.
Me ne andai sdegnosamente con una risoluzione che presi di sera al momento di chiudere l'ufficio e senza dirne nulla a nessuno.
M'aspettavo che Guido m'avrebbe chiesta la ragione di tale abbandono e mi preparavo allora di dargli il fatto suo.
Io potevo essere molto severo con lui visto ch'egli non sapeva assolutamente nulla delle mie gite al Giardino Pubblico.
Era una specie di gelosia la mia, perché Carmen m'appariva quale la Carla di Guido, una Carla piú mite e sottomessa.
Anche con la seconda donna egli era stato piú fortunato di me, come con la prima.
Ma forse - e ciò mi forniva la ragione ad un nuovo rimprovero per lui - egli doveva anche tale fortuna a quelle sue qualità ch'io gl'invidiavo e che continuavo a considerare quali inferiori: parallelamente alla sua sicurezza sul violino, correva anche la sua disinvoltura nella vita.
Io oramai sapevo con certezza di aver sacrificata Carla ad Augusta.
Quando riandavo col pensiero a quei due anni di felicità che Carla m'aveva concessi, m'era difficile d'intendere come essa - essendo fatta nel modo che ora sapevo - avesse potuto sopportarmi per tanto tempo.
Non l'avevo io offesa ogni giorno per amore ad Augusta? Di Guido invece sapevo con certezza ch'egli avrebbe saputo godersi Carmen senza neppur ricordarsi di Ada.
Nel suo animo disinvolto due donne non erano di troppo.
Confrontandomi con lui, a me pareva di essere addirittura innocente.
Io avevo sposata Augusta senz'amore e tuttavia non sapevo tradirla senza soffrirne.
Forse anche lui aveva sposata Ada senz'amarla, ma - per quanto ora di Ada non m'importasse affatto - ricordavo l'amore ch'essa mi aveva ispirato e mi pareva che poiché io l'avevo amata tanto, al suo posto sarei stato anche piú delicato di quanto non lo fossi ora al mio.
Non fu Guido che venne a cercarmi.
Fui io che da solo ritornai a quell'ufficio a cercare il sollievo ad una grande noia.
Egli si comportò in conformità ai patti del nostro contratto secondo i quali io non avevo alcun obbligo ad un'attività regolare nei suoi affari e quando s'imbatteva in me a casa o altrove, mi dimostrava la solita grande amicizia di cui gli ero sempre grato e non sembrava ricordare ch'io avessi lasciato vuoto il posto a quel tavolo ch'egli aveva comperato per me.
Fra noi due non c'era che un solo imbarazzo: il mio.
Quando ritornai al mio posto m'accolse come se dall'ufficio io fossi stato assente per un giorno solo, m'espresse con calore il suo piacere di aver riconquistata la mia compagnia e, sentito il mio proposito di riprendere il mio lavoro, esclamò:
- Ho fatto dunque bene a non permettere a nessuno di toccare i tuoi libri!
Infatti trovai il mastro ed anche il giornale al punto ove li avevo lasciati.
Luciano mi disse:
- Speriamo che ora che lei è qui, ci moveremo di nuovo.
Penso che il signor Guido sia scoraggiato per un paio di affari che tentò e che non gli riuscirono.
Non gli dica nulla che io le parlo cosí, ma guardi se può incoraggiarlo.
M'accorsi infatti che in quell'ufficio si lavorava ben poco e finché la perdita subita col solfato di rame non ci vivificò, vi si menò una vita veramente idillica.
Io ne conclusi subito che Guido non sentisse piú tanto urgente il bisogno di lavorare per far muovere Carmen sotto la sua direzione e, altrettanto presto, che il periodo della corte da loro fosse passato e che oramai essa fosse divenuta la sua amante.
L'accoglienza di Carmen mi portò una sorpresa perché essa subito sentí il bisogno di ricordarmi una cosa che io avevo completamente dimenticata.
Pare che prima di abbandonare quell'ufficio, in quei giorni in cui ero corso dietro a tante donne perché non m'era stato piú possibile di raggiungere la mia, io avessi aggredita anche Carmen.
Essa mi parlò con grande serietà e con qualche imbarazzo: aveva piacere di rivedermi perché pensava io volessi bene a Guido e che i miei consigli potrebbero essergli utili, e voleva intrattenere con me - se io vi consentivo - una bella, una fraterna amicizia.
Mi disse proprio qualche cosa di simile porgendomi con gesto largo la sua destra.
Sulla sua faccia tanto bella che sempre pareva dolce, vi fu un atteggiamento molto severo per rilevare la pura fraternità della relazione che mi veniva offerta.
Allora ricordai e arrossii.
Forse se avessi ricordato prima, non sarei ritornato a quell'ufficio mai piú.
Era stata una cosa tanto breve e ficcata in mezzo a tante altre azioni dello stesso valore, che se ora non fosse stata ricordata, si avrebbe potuto credere non fosse esistita mai.
Pochi giorni dopo l'abbandono di Carla, io m'ero messo a esaminare i libri facendomi aiutare da Carmen e pian pianino, per veder meglio nella stessa pagina, avevo passato il mio braccio intorno alla sua vita che poi avevo stretta sempre piú.
Con un balzo Carmen s'era sottratta a me ed io allora avevo abbandonato l'ufficio.
Io avrei potuto difendermi con un sorriso inducendola a sorridere con me perché le donne sono tanto propense a sorridere di delitti siffatti! Avrei potuto dirle:
- Ho tentato una cosa che non m'è riuscita e me ne duole, ma non vi tengo rancore e voglio esservi amico finché non vi piacerà altrimenti.
O avrei potuto rispondere anche da persona seria, scusandomi con lei e anche con Guido:
- Scusatemi e non giudicatemi prima di sapere in quali condizioni io mi sia trovato allora.
Invece mi mancò la parola.
La mia gola - credo - era chiusa dal rancore solidificatovisi e non potevo parlare.
Tutte queste donne che mi respingevano risolutamente davano addirittura una tinta tragica alla mia vita.
Non avevo mai avuto un periodo tanto disgraziato.
Invece di una risposta non mi sarei trovato pronto che a digrignare i denti, cosa poca comoda dovendo celarla.
Forse mi mancò la parola anche pel dolore di veder cosí recisamente esclusa una speranza che tuttavia accarezzavo.
Non posso fare a meno di confessarlo: meglio che con Carmen non avrei potuto rimpiazzare l'amante ch'io avevo perduta, quella fanciulla tanto poco compromettente che non m'aveva chiesto altro che il permesso di vivermi accanto finché non domandò quello di non vedermi piú.
Un'amante in due è l'amante meno compromettente.
Certamente allora non avevo chiarite tanto bene le mie idee, ma le sentivo e adesso le so.
Divenendo l'amante di Carmen, io avrei fatto il bene di Ada e non avrei danneggiato di troppo Augusta.
Ambedue sarebbero state tradite molto meno che se Guido ed io avessimo avuta una donna intera per ciascuno.
La risposta a Carmen io la diedi varii giorni appresso, ma ancor oggidí ne arrossisco.
L'orgasmo in cui m'aveva gettato l'abbandono di Carla doveva sussistere tuttavia per farmi arrivare ad un punto simile.
Ne ho rimorso come di nessun'altra azione della mia vita.
Le parole bestiali che ci lasciamo scappare rimordono piú fortemente delle azioni piú nefande cui la nostra passione c'induca.
Naturalmente designo come parole solo quelle che non sono azioni, perché so benissimo che le parole di Jago, per esempio, sono delle vere e proprie azioni.
Ma le azioni, comprese le parole di Jago, si commettono per averne un piacere o un beneficio e allora tutto l'organismo, anche quella parte che poi dovrebbe erigersi a giudice, vi partecipa e diventa dunque un giudice molto benevolo.
Ma la stupida lingua agisce a propria e a soddisfazione di qualche piccola parte dell'organismo che senza di essa si sente vinta e procede alla simulazione di una lotta quando la lotta è finita e perduta.
Vuole ferire o vuole accarezzare.
Si muove sempre in mezzo a dei traslati mastodontici.
E quando son roventi, le parole scottano chi le ha dette.
Io avevo osservato ch'essa non aveva piú i colori che l'avevano fatta ammettere tanto prontamente nel nostro ufficio.
Mi figurai fossero andati perduti per una sofferenza che non ammisi avesse potuto essere fisica e l'attribuii all'amore per Guido.
Del resto noi uomini siamo molto inclinati a compiangere le donne che si abbandonarono agli altri.
Non vediamo mai quale vantaggio se ne possano aspettare.
Possiamo magari amare l'uomo di cui si tratta - come avveniva nel caso mio - ma non sappiamo neppur allora dimenticare come di solito vadano a finire quaggiú le avventure d'amore.
Sentii una sincera compassione per Carmen come non l'avevo sentita mai per Augusta o per Carla.
Le dissi: - E giacché avete avuta la gentilezza d'invitarmi ad esservi amico, mi permettereste di farvi degli ammonimenti?
Essa non me lo permise, perché, come tutte le donne in quei frangenti, anch'essa credette che ogni ammonimento sia un'aggressione.
Arrossí e balbettò: - Non capisco! Perché dice cosí? - E subito dopo, per farmi tacere: - Se avessi bisogno di consigli ricorrerei certamente a lei, signor Cosini.
Perciò non mi fu concesso di predicarle la morale e fu un danno per me.
Predicandole la morale certamente sarei arrivato ad un grado superiore di sincerità, magari tentando di prenderla di nuovo fra le mie braccia.
Non m'arrovellerei piú di aver voluto assumere quell'aspetto bugiardo di Mentore.
Per varii giorni di ogni settimana, Guido non si faceva neppur vedere in ufficio perché s'era appassionato alla caccia e alla pesca.
Io, invece, dopo il mio ritorno, per qualche tempo vi fui assiduo, occupatissimo nel mettere a giorno i libri.
Ero spesso solo con Carmen e Luciano che mi consideravano quale il loro capo ufficio.
Non mi pareva che Carmen soffrisse per l'assenza di Guido e mi figurai ch'essa l'amasse tanto da gioire al sapere che si divertiva.
Doveva anche essere avvisata dei giorni in cui egli sarebbe stato assente, perché non tradiva alcuna attesa ansiosa.
Sapeva da Augusta che Ada invece non era fatta cosí, perché si lagnava amaramente delle frequenti assenze del marito.
Del resto non era questa la sua unica lagnanza.
Come tutte le donne non amate, essa si lagnava con lo stesso calore delle offese grandi e di quelle piccole.
Non soltanto Guido la tradiva, ma quando era in casa suonava sempre il violino.
Quel violino, che m'aveva fatto tanto soffrire, era una specie di lancia di Achille per la varietà delle sue prestazioni.
Appresi ch'era passato anche per il nostro ufficio ove aveva promossa la corte a Carmen con delle bellissime variazioni sul «Barbiere».
Poi era ripartito perché in ufficio non occorreva piú ed era ritornato a casa ove risparmiava a Guido la noia di dover conversare con la moglie.
Fra me e Carmen non ci fu mai piú nulla.
Ben presto io ebbi per lei un sentimento d'indifferenza assoluta come se essa avesse cambiato di sesso, qualche cosa di simile a quello che provavo per Ada.
Una viva compassione per ambedue e nient'altro.
Proprio cosí!
Guido mi colmava di gentilezze.
Io credo che in quel mese in cui l'avevo lasciato solo, avesse imparato ad apprezzare la mia conpagnia.
Una donnina come Carmen può essere gradevole di tempo in tempo, ma non si può mica sopportarla per giornate intere.
Egli m'invitò a caccia e a pesca.
Aborro la caccia e decisamente mi rifiutai di accompagnarvelo.
Invece, una sera, spintovi dalla noia, finii con l'andare con lui a pesca.
Al pesce manca ogni mezzo di comunicazione con noi e non può destare la nostra compassione.
Se boccheggia anche quand'è sano e salvo in acqua! Persino la morte non ne altera l'aspetto.
Il suo dolore, se esiste, è celato perfettamente sotto le sue squame.
Quando un giorno m'invitò ad una pesca notturna, mi riservai di vedere se Augusta m'avrebbe permesso di uscire quella sera e di restar fuori tanto tardi.
Gli dissi che avrei ricordato che la sua barchetta si sarebbe staccata dal molo Sartorio alle nove di sera e che, potendo, mi vi sarei trovato.
Pensai perciò che anche lui dovette sapere subito che per quella sera non m'avrebbe riveduto e che come avevo fatto tante altre volte, non mi sarei recato all'appuntamento.
Invece quella sera fui cacciato di casa dalle strida della mia piccola Antonia.
Piú la madre l'accarezzava e piú la piccina strillava.
Allora tentai un mio sistema che consisteva nel gridar delle insolenze nel piccolo orecchio di quella scimmietta urlante.
N'ebbi il solo risultato di far cambiare il ritmo alle sue strida, perché si mise a gridare dallo spavento.
Poi avrei voluto tentare un altro sistema un poco piú energico, ma Augusta ricordò in tempo l'invito di Guido e m'accompagnò alla porta promettendomi di coricarsi sola se io non fossi rincasato che tardi.
Anzi, pur di mandarmi via, si sarebbe anche adattata di prendere senza di me il caffè la mattina appresso, se fossi rimasto fuori fino allora.
C'è un piccolo dissidio tra me e Augusta - l'unico - sul modo di trattare i bambini fastidiosi: a me pare che il dolore del bambino sia meno importante del nostro e che valga la pena d'infliggerglielo pur di risparmiare un grande disturbo all'adulto; a lei invece sembra che noi, che abbiamo fatti i bambini, dobbiamo anche subirli.
Avevo tutto il tempo per arrivare all'appuntamento e attraversai lentamente la città guardando le donne e nello stesso tempo inventando un ordigno speciale che avrebbe impedito ogni dissidio fra me ed Augusta.
Ma per il mio ordigno l'umanità non era abbastanza evoluta! Esso era destinato al futuro lontano e non poteva piú giovare a me se non dimostrandomi per quale piccola ragione si rendevano possibili le mie dispute con Augusta: la mancanza di un piccolo ordigno! Esso sarebbe stato semplice, un tramvai casalingo, una sediola fornita di ruote e rotaie sulla quale la mia bimba avrebbe passata la sua giornata: poi un bottone elettrico toccando il quale la sediola con la bimba urlante si sarebbe messa a correre via fino a raggiungere il punto piú lontano della casa donde la sua voce affievolita dalla lontananza ci sarebbe sembrata perfino gradevole.
Ed io ed Augusta saremmo rimasti insieme tranquilli ed affettuosi.
Era una notte ricca di stelle e priva di luna, una di quelle notti in cui si vede molto lontano e perciò addolcisce e quieta.
Guardai le stelle che avrebbero potuto ancora portare il segno dell'occhiata d'addio di mio padre moribondo.
Sarebbe passato il periodo orrendo in cui i miei bimbi sporcavano e urlavano.
Poi sarebbero stati simili a me; io li avrei amati secondo il mio dovere e senza sforzo.
Nella bella, vasta notte mi rasserenai del tutto e senz'aver bisogno di fare dei propositi.
Alla punta del molo Sartorio le luci provenienti dalla città erano tagliate dall'antica casetta da cui sporge la punta stessa quale una breve fondamenta.
L'oscurità era perfetta e l'acqua alta e fosca e quieta mi pareva pigramente gonfia.
Non guardai piú né il cielo né il mare.
A pochi passi da me c'era una donna che destò la mia curiosità per uno stivaletto verniciato che per un istante brillò nell'oscurità.
Nel breve spazio e nel buio, a me parve che quella donna alta e forse elegante, si trovasse chiusa in una stanza con me.
Le avventure piú gradevoli possono capitare quando meno ci si pensa, e vedendo che quella donna tutt'ad un tratto deliberatamente s'avvicinava, ebbi per un istante un sentimento piacevolissimo, che sparve subito quando sentii la voce roca di Carmen.
Voleva fingere di aver piacere d'apprendere ch'ero anch'io della partita.
Ma nell'oscurità e con quella specie di voce non si poteva fingere.
Le dissi rudemente:
- Guido m'ha invitato.
Ma se volete, io trovo altro da fare e vi lascio soli!
Ella protestò dichiarando che anzi era felice di vedermi per la terza volta in quel giorno.
Mi raccontò che in quella piccola barchetta si sarebbe trovato riunito l'ufficio intero perché c'era anche Luciano.
Guai per i nostri affari se fosse andata a picco! M'aveva detto che c'era anche Luciano, certo per darmi la prova dell'innocenza del ritrovo.
Poi chiacchierò ancora volubilmente, dapprima dicendomi ch'era la prima volta che andava con Guido a pesca eppoi confessando ch'era la seconda.
S'era lasciato sfuggire che non le dispiaceva di star seduta «a pagliolo» in una barchetta e a me era sembrato strano ch'essa conoscesse quel termine.
Cosí dovette confessarmi di averlo appreso la prima volta ch'era stata a pesca con Guido.
- Quel giorno - aggiunse per rivelare la completa innocenza di quella prima gita - andammo alla pesca degli sgombri e non delle orate.
Di mattina.
Peccato che non abbia avuto il tempo di farla chiacchierare di piú, perché avrei potuto sapere tutto quello che m'importava, ma dall'oscurità della Sacchetta uscí e s'approssimò a noi rapidamente la barchetta di Guido.
Io ero sempre in dubbio: dal momento che c'era Carmen, non avrei dovuto allontanarmi? Forse Guido non aveva neppur avuto l'intenzione d'invitarci ambedue perché io ricordavo di aver quasi rifiutato il suo invito.
Intanto la barchetta approdò e, giovanilmente sicura anche nell'oscurità, Carmen vi scese trascurando di appoggiarsi alla mano che Luciano le aveva offerta.
Poiché esitavo, Guido urlò:
- Non farci perder tempo!
Con un balzo fui anch'io nella barchetta.
Il balzo mio era quasi involontario: un prodotto dell'urlo di Guido.
Guardavo con grande desiderio la terra, ma bastò un istante di esitazione per rendermi impossibile lo sbarco.
Finii col sedermi a prua della non grande barchetta.
Quando m'abituai all'oscurità, vidi che a poppa, di faccia a me, sedeva Guido e ai suoi piedi, a pagliolo, Carmen.
Luciano, che vogava, ci divideva.
Io non mi sentivo né molto sicuro né molto comodo nella piccola barca, ma presto mi vi abituai e guardai le stelle che di nuovo mi mitigarono.
Era vero che in presenza di Luciano - un servo devoto delle famiglie delle nostre mogli - Guido non si sarebbe rischiato di tradire Ada e non c'era perciò niente di male che io fossi con loro.
Desideravo vivamente di poter godere di quel cielo, quel mare e la vastissima quiete.
Se avessi dovuto sentirne rimorso e perciò soffrire, avrei fatto meglio di restare a casa mia a farmi torturare dalla piccola Antonia.
L'aria fresca notturna mi gonfiò i polmoni e compresi ch'io potevo divertirmi in compagnia di Guido e Carmen, cui in fondo volevo bene.
Passammo dinanzi al faro e arrivammo al mare aperto.
Qualche miglio piú in là brillavano le luci d'innumerevoli velieri: là si tendevano ben altre insidie al pesce.
Dal Bagno Militare, - una mole poderosa nereggiante sui suoi pali, - cominciammo a moverci su e giú lungo la riviera di Sant'Andrea.
Era il posto prediletto dei pescatori.
Accanto a noi, silenziosamente, molte altre barche facevano la stessa nostra manovra.
Guido preparò le tre lenze e inescò gli ami configgendovi dei gamberelli per la coda.
Consegnò una lenza ad ognuno di noi dicendo che la mia, a prua, - la sola munita di piombino - sarebbe stata preferita dal pesce.
Scorsi nell'oscurità il mio gamberello dalla coda trafitta e mi parve che movesse lentamente la parte superiore del corpo, quella parte che non era diventata una guaina.
Per questo movimento mi parve piuttosto meditabondo che spasimante dal dolore.
Forse ciò che produce il dolore nei grandi organismi, nei piccolissimi può ridursi fino a divenire un'esperienza nuova, un solletico al pensiero.
Lo ficcai nell'acqua calandovelo, come mi fu detto da Guido, per dieci braccia.
Dopo di me Carmen e Guido calarono le loro lenze.
Guido aveva ora a poppa anche un remo col quale spingeva la barca con l'arte che occorreva perché le lenze non s'aggrovigliassero.
Pare che Luciano non fosse ancora al caso di dirigere in tale modo la barchetta.
Del resto Luciano aveva ora l'incarico della piccola rete con la quale avrebbe levato dall'acqua il pesce portato dall'amo fino alla superficie.
Per lungo tempo egli non ebbe nulla da fare.
Guido ciarlava molto.
Chissà che non sia stato attaccato a Carmen dalla sua passione per l'insegnamento piuttosto che dall'amore.
Io avrei voluto non starlo a sentire per continuare a pensare al piccolo animaletto che tenevo esposto alla voracità dei pesci, sospeso nell'acqua e che coi cenni della testolina - se li continuava anche in acqua - avrebbe adescato meglio il pesce.
Ma Guido mi chiamò ripetute volte e dovetti star a sentire la sua teoria sulla pesca.
Il pesce avrebbe toccato varie volte l'esca e noi l'avremmo sentito, ma dovevamo guardarci dal tirare la lenza finché non si fosse tesa.
Allora dovevamo essere pronti per dare lo strappo che avrebbe infilzato sicuramente l'amo nella bocca del pesce.
Guido, come al solito, fu lungo nelle sue spiegazioni.
Voleva spiegarci chiaramente quello che avremmo sentito nella mano quando il pesce avrebbe annusato l'amo.
E continuava le sue spiegazioni quando io e Carmen conoscevamo già per esperienza la quasi sonora ripercussione sulla mano di ogni contatto che l'amo subiva.
Piú volte dovemmo raccogliere la lenza per rinnovare l'esca.
Il piccolo animaluccio pensieroso finiva invendicato nelle fauci di qualche pesce accorto che sapeva evitare l'amo.
A bordo c'era della birra e dei panini.
Guido condiva tutto ciò con la sua chiacchiera inesauribile.
Parlava ora delle enormi ricchezze che giacevano nel mare.
Non si trattava, come Luciano credeva, né del pesce né delle ricchezze immersevi dall'uomo.
Nell'acqua del mare c'era disciolto dell'oro.
Improvvisamente ricordò ch'io avevo studiato chimica e mi disse:
- Anche tu devi sapere qualche cosa di quest'oro.
Io non ne ricordavo molto, ma annuii arrischiando un'osservazione della cui verità non potevo essere sicuro.
Dichiarai:
- L'oro del mare è il piú costoso di tutti.
Per avere uno di quei napoleoni che giacciono qui disciolti, bisognerebbe spenderne cinque.
Luciano che ansiosamente s'era rivolto a me per sentirmi confermare le ricchezze su cui nuotavamo, mi volse disilluso la schiena.
A lui di quell'oro non importava piú.
Guido invece mi diede ragione credendo di ricordare che il prezzo di quell'oro era esattamente di cinque volte tanto, proprio come avevo detto io.
Mi glorificava addirittura confermando la mia asserzione, che io sapevo del tutto cervellotica.
Si vedeva che mi sentiva poco pericoloso e che in lui non c'era ombra di gelosia per quella donna coricata ai suoi piedi.
Pensai per un istante di metterlo in imbarazzo dichiarando che ricordavo ora meglio e che per trarre dal mare uno di quei napoleoni ne sarebbero bastati tre o che ne sarebbero abbisognati addirittura dieci.
Ma in quell'istante fui chiamato dalla mia lenza che improvvisamente s'era tesa per uno strappo poderoso.
Strappai anch'io e gridai.
Con un balzo Guido mi fu vicino e mi prese di mano la lenza.
Gliel'abbandonai volentieri.
Egli si mise a tirarla su, prima a piccoli tratti, poi, essendo diminuita la resistenza, a grandissimi.
E nell'acqua fosca si vide brillare l'argenteo corpo del grosso animale.
Correva oramai rapidamente e senza resistenza dietro al suo dolore.
Perciò compresi anche il dolore dell'animale muto, perché era gridato da quella fretta di correre alla morte.
Presto l'ebbi boccheggiante ai miei piedi.
Luciano l'aveva tratto dall'acqua con la rete e, strappandonelo senza riguardo, gli aveva levato di bocca l'amo.
Palpò il grosso pesce:
- Un'orata di tre chilogrammi!
Ammirando, disse il prezzo che se ne sarebbe domandato in pescheria.
Poi Guido osservò che l'acqua era ferma a quell'ora e che sarebbe stato difficile di pigliare dell'altro pesce.
Raccontò che i pescatori ritenevano che quando l'acqua non cresceva né calava, i pesci non mangiavano e perciò non potevano essere presi.
Fece della filosofia sul pericolo che risultava ad un animale dal suo appetito.
Poi, mettendosi a ridere, senz'accorgersi che si comprometteva, disse:
- Tu sei l'unico che sappia pescare questa sera.
La mia preda si dibatteva tuttavia nella barca, quando Carmen diede uno strido.
Guido domandò senza muoversi e con una gran voglia di ridere nella voce:
- Un'altra orata?
Carmen confusa rispose:
- Mi pareva! Ma ha già abbandonato l'amo!
Io sono sicuro che, trascinato dal suo desiderio, egli le aveva dato un pizzicotto.
Io oramai mi sentivo a disagio in quella barca.
Non accompagnavo piú col desiderio l'opera del mio amo, anzi agitavo la lenza in modo che i poveri animali non potessero abboccare.
Dichiarai che avevo sonno e pregai Guido di sbarcarmi a Sant'Andrea.
Poi mi preoccupai di togliergli il sospetto ch'io me ne andassi perché infastidito da quanto doveva avermi rivelato lo strido di Carmen, e gli raccontai della scena che aveva fatta la mia piccina quella sera e il mio desiderio di accertarmi presto che non stesse male.
Compiacente come sempre, Guido accostò la barca alla riva.
M'offerse l'orata ch'io avevo pescata, ma io rifiutai.
Proposi di ridarle la libertà gettandola in mare, ciò che fece dare un urlo di protesta a Luciano, mentre Guido bonariamente disse:
- Se sapessi di poter ridarle la vita e la salute lo farei.
Ma a quest'ora la povera bestia non può servire che in piatto!
Li seguii con gli occhi e potei accertarmi che non approfittarono dello spazio lasciato libero da me.
Stavano bene serrati insieme e la barchetta andò via un po' sollevata a prua dal troppo peso a poppa.
Mi parve una punizione divina all'apprendere che la mia bambina era stata colta dalla febbre.
Non l'avevo resa malata io, simulando con Guido una preoccupazione che non sentivo per la sua salute? Augusta non s'era ancora coricata, ma poco prima c'era stato il dottor Paoli che l'aveva rassicurata dicendo di essere sicuro che una febbre improvvisa tanto violenta non poteva annunziare una malattia grave.
Restammo lungamente a guardare Antonia che giaceva abbandonata sul piccolo giaciglio, la faccina dalla pelle asciutta arrossata intensamente sotto i bruni ricci scomposti.
Non gridava, ma si lamentava di tempo in tempo con un lamento breve che veniva interrotto da un torpore imperioso.
Dio mio! Come il male me la portava vicina! Avrei data una parte della mia vita per liberarle il respiro.
Come togliermi il rimorso di aver pensato di non saper amarla, eppoi di aver passato tutto quel tempo in cui soffriva, lontano da lei e in quella compagnia?
- Somiglia ad Ada! - disse Augusta con un singulto.
Era vero! Ce ne accorgemmo allora per la prima volta e quella somiglianza divenne sempre piú evidente a mano a mano che Antonia crebbe, tanto che io talvolta mi sento tremare il cuore al pensiero che le potrebbe toccare il destino della poverina a cui assomiglia.
Ci coricammo dopo di aver posto il letto della bambina accanto a quello di Augusta.
Ma io non potevo dormire: avevo un peso al cuore come quelle sere in cui i miei trascorsi della giornata si specchiavano in immagini notturne di dolore e di rimorso.
La malattia della bambina mi pesava come un'opera mia.
Mi ribellai! Io ero puro e potevo parlare, potevo dire tutto.
E dissi tutto.
Raccontai ad Augusta dell'incontro con Carmen, della posizione ch'essa occupava nella barca, eppoi del suo strido che io dubitai fosse stato provocato da una carezza brutale di Guido senza però poter esserne sicuro.
Ma Augusta ne era sicura.
Perché altrimenti, subito dopo, la voce di Guido sarebbe stata alterata dall'ilarità? Cercai di attenuare la sua convinzione, ma poi dovetti ancora raccontare.
Feci una confessione anche per quanto concerneva me, descrivendo la noia che m'aveva cacciato di casa e il mio rimorso di non amare meglio Antonia.
Mi sentii subito meglio e m'addormentai profondamente.
La mattina appresso, Antonia stava meglio; era quasi priva di febbre.
Giaceva calma e libera di affanno, ma era pallida e affranta come se si fosse consunta in uno sforzo sproporzionato al suo piccolo organismo; evidentemente essa era già uscita vittoriosa dalla breve battaglia.
Nella calma che ne derivò anche a me, ricordai, dolendomene, di aver compromesso orribilmente Guido e volli da Augusta la promessa ch'essa non avrebbe comunicato a nessuno i miei sospetti.
Ella protestò che non si trattava di sospetti, ma di evidenza certa ciò che io negai senza riuscire a convincerla.
Poi essa mi promise tutto quello che volli ed io me ne andai tranquillamente in ufficio.
Guido non c'era ancora e Carmen mi raccontò ch'erano stati ben fortunati dopo la mia partenza.
Avevano prese altre due orate, piú piccole della mia, ma di un peso considerevole.
Io non volli crederlo e pensai che essa volesse convincermi che alla mia partenza avessero abbandonata l'occupazione a cui avevano atteso finché c'ero stato io.
L'acqua non s'era fermata? Fino a che ora erano stati in mare?
Carmen per convincermi mi fece confermare anche da Luciano la pesca delle due orate ed io da quella volta pensai che Luciano per ingraziarsi Guido sia stato capace di qualunque azione.
Sempre durante la calma idillica che precorse l'affare del solfato di rame, avvenne in quell'ufficio una cosa abbastanza strana che non so dimenticare, tanto perché mette in evidenza la smisurata presunzione di Guido, quanto perché pone me in una luce nella quale m'è difficile di ravvisarmi.
Un giorno eravamo tutt'e quattro in ufficio e il solo che fra di noi parlasse di affari era, come sempre, Luciano.
Qualche cosa nelle sue parole suonò all'orecchio di Guido quale una rampogna che, in presenza di Carmen, gli era difficile di sopportare.
Ma altrettanto difficile era difendersene, perché Luciano aveva le prove che un affare ch'egli aveva consigliato mesi prima e che da Guido era stato rifiutato, aveva finito col rendere una quantità di denaro a chi se ne era occupato.
Guido finí col dichiarare di disprezzare il commercio e asserire che se la fortuna non l'avesse assistito in questo, egli avrebbe trovato il mezzo di guadagnare del denaro con altre attività molto piú intelligenti.
Col violino, per esempio.
Tutti furono d'accordo con lui ed anch'io, ma con la riserva:
- A patto di studiare molto.
La mia riserva gli dispiacque e disse subito che se si trattava di studiare, egli allora avrebbe potuto fare molte altre cose, per esempio, della letteratura.
Anche qui gli altri furono d'accordo, ed io stesso, ma con qualche esitazione.
Non ricordavo bene le fisonomie dei nostri grandi letterati e le evocavo per trovarne una che somigliasse a Guido.
Egli allora urlò:
- Volete delle buone favole? Io ve ne improvviso come Esopo!
Tutti risero, meno lui.
Si fece dare la macchina da scrivere e, correntemente, come se avesse scritto sotto dettatura, con gesti piú ampi di quanto esigesse un lavoro utile alla macchina, stese la prima favola.
Porgeva già il foglietto a Luciano, ma si ricredette, lo riprese e lo rimise a posto nella macchina, scrisse una seconda favola, ma questa gli costò piú fatica della prima tanto che dimenticò di continuare a simulare con gesti l'ispirazione e dovette correggere il suo scritto piú volte.
Perciò io ritengo che la prima delle due favole non sia stata sua e che invece la seconda sia veramente uscita dal suo cervello di cui mi sembra degna.
La prima favola diceva di un uccelletto al quale avvenne d'accorgersi che lo sportellino della sua gabbia era rimasto aperto.
Dapprima pensò di approfittarne per volar via, ma poi si ricredette temendo che se, durante la sua assenza, lo sportellino fosse stato rinchiuso egli avrebbe perduta la sua libertà.
La seconda trattava di un elefante ed era veramente elefantesca.
Soffrendo di debolezza alle gambe, il grosso animale andava a consultare un uomo, celebre medico, il quale al vedere quegli arti poderosi gridava: - Non vidi giammai delle gambe tanto forti.
Luciano non si lasciò imporre da quelle favole anche perché non le capiva.
Rideva abbondantemente, ma si vedeva che gli sembrava comico che una cosa simile gli fosse presentata come commerciabile.
Rise poi anche per compiacenza quando gli fu spiegato che l'uccellino temeva di essere privato della libertà di ritornare in gabbia e l'uomo ammirava le gambe per quanto deboli dell'elefante.
Ma poi chiese:
- Quanto si ricava da due favole cosí?
Guido fece da uomo superiore:
- Il piacere d'averle fatte eppoi, volendo farne di piú, anche molti denari.
Carmen invece era agitata dall'emozione.
Domandò il permesso di poter copiare quelle due favole e ringraziò riconoscente quando Guido le offerse in dono il foglietto ch'egli aveva scritto dopo di averlo anche firmato a penna.
Che cosa c'entravo io? Non avevo da battermi per l'ammirazione di Carmen della quale, come ho detto, non m'importava nulla, ma ricordando il mio modo di fare, devo credere che anche una donna che non sia rilevata dal nostro desiderio possa spingerci alla lotta.
Infatti non si battevano gli eroi medievali anche per donne che non avevano mai viste? A me quel giorno avvenne che i dolori lancinanti del mio povero organismo improvvisamente si facessero acuti e mi parve di non poterli attenuare altrimenti che battendomi con Guido facendo subito delle favole anch'io.
Mi feci consegnare la macchina ed io veramente improvvisai.
Vero è che la prima delle favole che feci, stava da molti giorni nel mio animo.
Ne improvvisai il titolo: «Inno alla vita».
Poi, dopo breve riflessione, scrissi di sotto: «Dialogo».
Mi pareva piú facile di far parlare le bestie che descriverle.
Cosí nacque la mia favola dal dialogo brevissimo:
Il gamberello meditabondo: - La vita è bella ma bisogna badare al posto dove ci si siede.
L'orata, correndo dal dentista: - La vita è bella ma bisognerebbe eliminare quegli animalucci traditori che celano nella carne saporita il metallo acuminato.
Ora bisognava fare la seconda favola ma mi mancavano le bestie.
Guardai il cane che giaceva nel suo cantuccio ed anch'esso guardò me.
Da quegli occhi timidi trassi un ricordo: pochi giorni prima Guido era ritornato da caccia pieno di pulci ed era andato a nettarsi nel nostro ripostiglio.
Ebbi allora subito la favola e la scrissi correntemente: «C'era una volta un principe morso da molte pulci.
S'appellò agli dei che affliggessero una sola pulce, grossa e famelica, ma una sola, e destinassero le altre agli altri uomini.
Ma nessuna delle pulci accettò di restare sola con quella bestia d'uomo, ed egli dovette tenersele tutte».
In quel momento le mie favole mi parvero splendide.
Le cose ch'escono dal nostro cervello hanno un aspetto sovranamente amabile specie quando si esaminano non appena nate.
Per dire la verità il mio dialogo mi piace anche adesso, che ho fatta tanta pratica nel comporre.
L'inno alla vita fatto dal morituro è una cosa molto simpatica per coloro che lo guardano morire ed è anche vero che molti moribondi spendono l'ultimo fiato per dire quella che a loro sembra la causa per cui muoiono, innalzando cosí un inno alla vita degli altri che sapranno evitare quell'accidente.
In quanto alla seconda favola non voglio parlarne e fu commentata argutamente da Guido stesso che gridò ridendo:
- Non è una favola, ma un modo di darmi della bestia.
Risi con lui e i dolori che m'avevano spinto a scrivere s'attenuarono subito.
Luciano rise quando gli spiegai quello che avevo voluto dire e trovò che nessuno avrebbe pagato qualche cosa né per le mie né per le favole di Guido.
Ma a Carmen le mie favole non piacquero.
Mi diede un'occhiataccia indagatrice ch'era veramente nuova per quegli occhi e che io intesi come se fosse stata una parola detta:
- Tu non ami Guido!
Ne fui addirittura sconvolto perché in quel momento essa certamente non sbagliava.
Pensai che avevo torto di comportarmi come se non amassi Guido, io che poi lavoravo disinteressatamente per lui.
Dovevo far attenzione al mio modo di comportarmi.
Dissi mitemente a Guido:
- Riconosco volentieri che le tue favole sono migliori delle mie.
Bisogna però ricordare che sono le prime favole che ho fatte in vita mia.
Egli non s'arrese:
- Credi forse ch'io ne abbia fatte delle altre?
Lo sguardo di Carmen s'era già raddolcito e, per ottenerlo piú dolce ancora, io dissi a Guido:
- Tu hai certamente un talento speciale per le favole.
Ma il complimento fece ridere tutti e due e subito dopo anche me, ma tutti bonariamente perché si vedeva che avevo parlato senz'alcuna intenzione maligna.
L'affare del solfato di rame diede una maggiore serietà al nostro ufficio.
Non c'era piú tempo per le favole.
Quasi tutti gli affari che ci venivano proposti erano ormai da noi accettati.
Alcuni diedero qualche utile, ma piccolo; altri delle perdite, ma grandi.
Una strana avarizia era il principale difetto di Guido che fuori degli affari era tanto generoso.
Quando un affare si dimostrava buono, egli lo liquidava frettolosamente, avido d'incassare il piccolo utile che gliene derivava.
Quando invece si trovava involto in un affare sfavorevole, non si decideva mai ad uscirne pur di ritardare il momento in cui doveva toccare la propria tasca.
Per questo io credo che le sue perdite sieno state sempre rilevanti e i suoi utili piccoli.
Le qualità di un commerciante non sono altro che le risultanti di tutto il suo organismo, dalla punta dei capelli fino alle unghie dei piedi.
A Guido si sarebbe adattata una parola che hanno i Greci: «astuto imbecille».
Veramente astuto, ma anche veramente uno scimunito.
Era pieno di accortezze che non servivano ad altro che ad ungere il piano inclinato sul quale scivolava sempre piú in giú.
Assieme al solfato di rame gli capitarono tra capo e collo i due gemelli.
La sua prima impressione fu di sorpresa tutt'altro che piacevole, ma subito dopo di avermi annunziato l'avvenimento, gli riuscí di dire una facezia che mi fece ridere molto, per cui, compiacendosi del successo, non seppe conservare il cipiglio.
Associando i due bambini alle sessanta tonnellate di solfato, disse:
- Sono condannato a lavorare all'ingrosso, io!
Per confortarlo gli ricordai che Augusta era di nuovo nel settimo mese e che ben presto in fatto di bambini avrei raggiunto il suo tonnellaggio.
Rispose sempre argutamente:
- A me, da buon contabile, non sembra la stessa cosa.
Dopo qualche giorno, per qualche tempo, fu preso da un grande affetto per i due marmocchi.
Augusta che passava una parte della sua giornata dalla sorella, mi raccontò ch'egli dedicava loro ogni giorno qualche ora.
Li carezzava, e ninnava e Ada gliene era tanto riconoscente che fra i due coniugi sembrava rifiorire un nuovo affetto.
In quei giorni egli versò un importo abbastanza vistoso ad una società d'Assicurazioni per far trovare ai figli a vent'anni una piccola sostanza.
Lo ricordo per aver io registrato quell'importo a suo debito.
Fui invitato anch'io a vedere i due gemelli; anzi da Augusta m'era stato detto che avrei potuto salutare anche Ada, che invece non poté ricevermi dovendo stare a letto ad onta che fossero passati già dieci giorni dal parto.
I due bambini giacevano in due culle in un gabinetto attiguo alla stanza da letto dei genitori.
Ada, dal suo letto, mi gridò:
- Sono belli, Zeno?
Restai sorpreso dal suono di quella voce.
Mi parve piú dolce: era un vero grido perché vi si sentiva uno sforzo, eppure rimaneva tanto dolce.
Senza dubbio la dolcezza in quella voce veniva dalla maternità, ma io ne fui commosso perché ve la scoprivo proprio quand'era rivolta a me.
Quella dolcezza mi fece sentire come se Ada non m'avesse chiamato col solo mio nome, ma premettendovi anche qualche qualificativo affettuoso come «caro» o «fratello mio»! Ne sentii una viva riconoscenza e divenni buono ed affettuoso.
Risposi festosamente:
- Belli, cari, somiglianti, due meraviglie.
- Mi parevano invece due morticini scoloriti.
Vagivano ambedue e non andavano d'accordo.
Presto Guido ritornò alla vita di prima.
Dopo l'affare del solfato veniva piú assiduo in ufficio, ma ogni settimana, al sabato, partiva per la caccia e non ritornava che al lunedí mattina tardi e giusto in tempo per dare un'occhiata all'ufficio prima di colazione.
Alla pesca andava di sera e passava spesso la notte in mare.
Augusta mi raccontava dei dispiaceri di Ada, la quale soffriva bensí di una frenetica gelosia, ma anche di trovarsi sola per tanta parte della giornata.
Augusta tentava di calmarla ricordandole che a caccia e a pesca non c'erano donne.
Però - non si sapeva da chi - Ada era stata informata che Carmen talvolta aveva accompagnato Guido a pesca.
Guido, poi, l'aveva confessato aggiungendo che non c'era niente di male in una gentilezza ch'egli usava ad un'impiegata che gli era tanto utile.
Eppoi non c'era stato sempre presente Luciano? Egli finí col promettere che non l'avrebbe invitata piú, visto che ad Ada ciò dispiaceva.
Dichiarava di non voler rinunciare né alla sua caccia che gli costava tanti denari né alla pesca.
Diceva di lavorare molto (e infatti in quell'epoca nel nostro ufficio c'era molto da fare) e gli pareva che un po' di svago gli spettasse.
Ada non era di tale parere e le sembrava che il miglior svago egli l'avrebbe avuto in famiglia, e trovava in ciò l'assenso incondizionato di Augusta, mentre a me quello sembrava uno svago troppo sonoro.
Augusta allora esclamava:
- E tu non sei forse a casa ogni giorno, ad ore debite?
Era vero ed io dovevo confessare che fra me e Guido c'era una grande differenza, ma non sapevo vantarmene.
Dicevo ad Augusta accarezzandola:
- Il merito è tuo perché hai usato dei metodi molto drastici di educazione.
D'altronde per il povero Guido le cose andavano peggiorandosi ogni giorno di piú: dapprima c'erano stati bensí due bambini, ma una balia sola perché si sperava che Ada avrebbe potuto nutrire uno dei bambini.
Invece essa non lo poté e dovettero far venire un'altra balia.
Quando Guido voleva farmi ridere, camminava su e giú per l'ufficio battendosi il tempo con le parole: - Una moglie...
due bambini...
due balie!
C'era una cosa che Ada specialmente odiava: Il violino di Guido.
Essa sopportava i vagiti dei bambini, ma soffriva orrendamente per il suono del violino.
Aveva detto ad Augusta:
- Mi sentirei di abbaiare come un cane contro quei suoni!
Strano! Augusta invece era beata quando passando dinanzi al mio studiolo sentiva uscirne i miei suoni aritmici!
- Eppure anche il matrimonio di Ada è stato un matrimonio d'amore, - dicevo io stupito.
- Non è il violino la miglior parte di Guido?
Tali chiacchiere furono del tutto dimenticate quando io rividi per la prima volta Ada.
Fui proprio io che per il primo m'accorsi della sua malattia.
Uno dei primi giorni del Novembre - una giornata fredda, priva di sole, umida, - abbandonai eccezionalmente l'ufficio alle tre del pomeriggio e corsi a casa pensando di riposare e sognare per qualche ora nel mio studiolo caldo.
Per recarmivi dovevo passare il lungo corridoio, e dinanzi alla stanza di lavoro di Augusta mi fermai perché sentii la voce di Ada.
Era dolce o malsicura (ciò che si equivale, io credo) come quel giorno in cui era stata indirizzata a me.
Entrai in quella stanza spintovi dalla strana curiosità di vedere come la serena, la calma Ada, potesse vestirsi di quella voce che ricordava un po' quella di qualche nostra attrice quando vuol far piangere senza saper piangere essa stessa.
Infatti era una voce falsa o io la sentivo cosí, solo perché senza neppur aver visto chi la emetteva, la percepivo per la seconda volta dopo tanti giorni sempre ugualmente commossa e commovente.
Pensai parlassero di Guido, perché quale altro argomento avrebbe potuto commuovere a quel modo Ada?
Invece le due donne, prendendo una tazza di caffè insieme, parlavano di cose domestiche: biancheria, servitú eccetera.
Ma mi bastò di aver vista Ada per intendere che quella voce non era falsa.
Commovente era anche la sua faccia ch'io per primo scoprivo tanto alterata, e quella voce, se non si accordava con un sentimento, rispecchiava esattamente tutto un organismo, ed era perciò vera e sincera.
Questo io sentii subito.
Io non sono un medico e perciò non pensai ad una malattia, ma cercai di spiegarmi l'alterazione nell'aspetto di Ada come un effetto della convalescenza dopo il parto.
Ma come si poteva spiegare che Guido non si fosse accorto di tanto mutamento avvenuto nella sua donna? Intanto io, che sapevo a mente quell'occhio, quell'occhio ch'io tanto avevo temuto perché subito m'ero accorto che freddamente esaminava cose e persone per ammetterle o respingerle, potei constatare subito ch'era mutato, ingrandito, come se per vedere meglio avesse forzata l'orbita.
Stonava quell'occhio grande nella faccina immiserita e scolorita.
Mi stese con grande affetto la mano:
- Già lo so, - mi disse - tu approfitti di ogni istante per venir a riveder tua moglie e la tua bambina.
Aveva la mano madida di sudore ed io so che ciò denota debolezza.
Tanto piú mi figurai che, rimettendosi, avrebbe riacquistati gli antichi colori e le linee sicure delle guancie e dell'incassatura dell'occhio.
Interpretai le parole che m'aveva indirizzate quale un rimprovero rivolto a Guido, e bonariamente risposi che Guido, quale proprietario della ditta, aveva maggiori responsabilità delle mie che lo legavano all'ufficio.
Mi guardò indagatrice per assicurarsi ch'io parlavo sul serio.
- Ma pure - disse - mi sembra che potrebbe trovare un po' di tempo per sua moglie e i suoi figli, - e la sua voce era piena di lacrime.
Si rimise con un sorriso che domandava indulgenza e soggiunse:
- Oltre agli affari ci sono anche la caccia e la pesca! Quelle, quelle portano via tanto tempo.
Con una volubilità che mi stupí raccontò dei cibi prelibati che si mangiavano alla loro tavola in seguito alla caccia e alla pesca di Guido.
- Tuttavia vi rinunzierei volentieri! - soggiunse poi con un sospiro e una lagrima.
Non si diceva però infelice, anzi! Raccontava che ormai non sapeva neppur figurarsi che non le fossero nati i due bambini ch'essa adorava! Con un po' di malizia aggiungeva sorridendo che li amava di piú ora che ciascuno aveva la sua balia.
Essa non dormiva molto, ma almeno, quando arrivava a prender sonno, nessuno la disturbava.
E quando le chiesi se davvero dormisse tanto poco, si rifece seria e commossa per dirmi ch'era il suo maggior disturbo.
Poi, lieta, aggiunse:
- Ma va già meglio!
Poco dopo ci lasciò per due ragioni: prima di sera doveva andar a salutare la madre eppoi non sapeva sopportare la temperatura delle nostre stanze munite di grandi stufe.
Io, che ritenevo quella temperatura appena gradevole, pensai fosse un segno di forza quello di sentirla eccessivamente calda:
- Non pare che tu sia tanto debole, - dissi sorridendo, - vedrai come sentirai diversamente alla mia età.
Essa si compiacque molto di sentirsi designare come troppo giovine.
Io ed Augusta l'accompagnammo fino al pianerottolo.
Pareva sentisse un grande bisogno della nostra amicizia perché per fare quei pochi passi camminò in mezzo a noi e si prese prima al braccio di Augusta eppoi al mio che io subito irrigidii per paura di cedere ad un'antica abitudine di premere ogni braccio femminile che s'offrisse al mio contatto.
Sul pianerottolo parlò ancora molto e, avendo ricordato il padre suo, ebbe gli occhi di nuovo umidi, per la terza volta in un quarto d'ora.
Quando se ne fu andata, io dissi ad Agusta che quella non era una donna ma una fontana.
Benché avessi vista la malattia di Ada, non vi diedi alcun'importanza.
Aveva l'occhio ingrandito; aveva la faccina magra; la sua voce s'era trasformata ed anche il carattere in quell'affettuosità che non era sua, ma io attribuivo tutto ciò alla doppia maternità e alla debolezza.
Insomma io mi dimostrai un magnifico osservatore perché vidi tutto, ma un grande ignorante perché non dissi la vera parola: malattia!
Il giorno appresso l'ostetrico, che curava Ada, domandò l'assistenza del dottor Paoli il quale subito pronunziò la parola ch'io non avevo saputo dire: Morbus Basedowii.
Guido me lo raccontò descrivendomi con grande dottrina la malattia e compiangendo Ada che soffriva molto.
Senz'alcuna malizia io penso che la sua compassione e la sua scienza non fossero grandi.
Assumeva un aspetto accorato quando parlava della moglie, ma quando dettava delle lettere a Carmen manifestava tutta la gioia di vivere e insegnare; credeva poi che colui che aveva dato il suo nome alla malattia fosse il Basedow ch'era stato l'amico di Goethe, mentre quando io studiai quella malattia in un'enciclopedia, m'accorsi subito che si trattava di un altro.
Grande, importante malattia quella di Basedow! Per me fu importantissimo di averla conosciuta.
La studiai in varie monografie e credetti di scoprire appena allora il segreto essenziale del nostro organismo.
Io credo che da molti come da me vi sieno dei periodi di tempo in cui certe idee occupino e ingombrino tutto il cervello chiudendolo a tutte le altre.
Ma se anche alla collettività succede la stessa cosa! Vive di Darwin dopo di essere vissuta di Robespierre e di Napoleone eppoi di Liebig o magari di Leopardi quando su tutto il cosmo non troneggi Bismark!
Ma di Basedow vissi sol io! Mi parve ch'egli avesse portate alla luce le radici della vita la quale è fatta cosí: tutti gli organismi si distribuiscono su una linea, ad un capo della quale sta la malattia di Basedow che implica il generosissimo, folle consumo della forza vitale ad un ritmo precipitoso, il battito di un cuore sfrenato, e all'altro stanno gli organismi immiseriti per avarizia organica, destinati a perire di una malattia che sembrerebbe di esaurimento ed è invece di poltronaggine.
Il giusto medio fra le due malattie si trova al centro e viene designato impropriamente come la salute che non è che una sosta.
E fra il centro ed un'estremità - quella di Basedow - stanno tutti coloro ch'esasperano e consumano la vita in grandi desiderii.
ambizioni, godimenti e anche lavoro, dall'altra quelli che non gettano sul piatto della vita che delle briciole e risparmiano preparando quegli abietti longevi che appariscono quale un peso per la società.
Pare che questo peso sia anch'esso necessario.
La società procede perché i Basedowiani la sospingono, e non precipita perché gli altri la trattengono.
Io sono convinto che volendo costruire una società, si poteva farlo piú semplicemente, ma è fatta cosí, col gozzo ad uno dei suoi capi e l'edema all'altro, e non c'è rimedio.
In mezzo stanno coloro che hanno incipiente o gozzo o edema e su tutta la linea, in tutta l'umanità, la salute assoluta manca.
Anche ad Ada il gozzo mancava a quanto mi diceva Augusta, ma aveva tutti gli altri sintomi della malattia.
Povera Ada! M'era apparsa come la figurazione della salute e dell'equilibrio, tanto che per lungo tempo avevo pensato avesse scelto il marito con lo stesso animo freddo col quale suo padre sceglieva la sua merce, ed ora era stata afferrata da una malattia che la trascinava a tutt'altro regime: le perversioni psichiche! Ma io ammalai con lei di una malattia lieve, ma lunga.
Per troppo tempo pensai a Basedow.
Già credo che in qualunque punto dell'universo ci si stabilisca si finisce coll'inquinarsi.
Bisogna moversi.
La vita ha dei veleni, ma poi anche degli altri veleni che servono di contravveleni.
Solo correndo si può sottrarsi ai primi e giovarsi degli altri.
La mia malattia fu un pensiero dominante, un sogno, e anche uno spavento.
Deve aver avuto origine da un ragionamento: con la designazione di perversione si vuole intendere una deviazione dalla salute, quella specie di salute che ci accompagnò per un tratto della vita.
Ora sapevo che cosa fosse stata la salute da Ada.
Non poteva la sua perversione portarla ad amare me, che da sana aveva respinto?
Io non so come questo terrore (o questa speranza) sia nato nel mio cervello!
Forse perché la voce dolce e spezzata di Ada mi parve di amore quando s'indirizzò a me? La povera Ada s'era fatta ben brutta ed io non sapevo piú desiderarla.
Ma andavo rivedendo i nostri rapporti passati e mi pareva che se essa fosse stata còlta da un improvviso amore per me, mi sarei trovato nelle brutte condizioni che ricordavano un poco quelle di Guido verso l'amico inglese dalle sessanta tonnellate di solfato di rame.
Proprio lo stesso caso! Pochi anni prima io le avevo dichiarato il mio amore e non avevo fatto alcun atto di revoca fuori di quello di sposarne la sorella.
In tale contratto essa non era protetta dalla legge ma dalla cavalleria.
A me pareva di essere tanto fortemente impegnato con lei, che se essa si fosse presentata da me molti ma molti anni piú tardi, perfezionata magari nella malattia di Basedow da un bel gozzo, io avrei dovuto far onore alla mia firma.
Ricordo però che tale prospettiva rese il mio pensiero piú affettuoso per Ada.
Fino ad allora, quando m'avevano informato dei dolori di Ada causati da Guido, io non ne avevo certamente goduto, ma pure avevo rivolto il pensiero con una certa soddisfazione alla mia casa nella quale Ada aveva rifiutato di entrare ed ove non si soffriva affatto.
Ora le cose avevano cambiato: quell'Ada che m'aveva respinto con disdegno non c'era piú, a meno che i miei testi di medicina non sbagliassero.
La malattia di Ada era grave.
Il dottor Paoli, pochi giorni dopo, consigliò di allontanarla dalla famiglia e di mandarla in una casa di salute a Bologna.
Seppi ciò da Guido, ma Augusta poi mi raccontò che alla povera Ada anche in quel momento non furono risparmiati dei grandi dispiaceri.
Guido aveva avuto la sfacciataggine di proporre di metter Carmen alla direzione della famiglia durante l'assenza di sua moglie.
Ada non ebbe il coraggio di dire apertamente quello che pensava di una simile proposta, ma dichiarò che non si sarebbe mossa di casa se non le fosse stato permesso di affidarne la direzione alla zia Maria, e Guido si adattò senz'altro.
Egli però continuò ad accarezzare l'idea di poter aver Carmen a sua disposizione al posto lasciato libero da Ada.
Un giorno disse a Carmen che se essa non fosse stata tanto occupata in ufficio, egli le avrebbe volentieri affidata la direzione della sua casa.
Luciano ed io ci guardammo, e certamente scoprimmo ognuno nella faccia dell'altro un'espressione maliziosa.
Carmen arrossí e mormorò che non avrebbe potuto accettare.
- Già - disse Guido con ira - per quegli sciocchi riguardi al mondo non si può fare quello che gioverebbe tanto!
Però tacque anche lui presto ed era sorprendente abbreviasse una predica tanto interessante.
Tutta la famiglia accompagnò Ada alla stazione.
Augusta m'aveva pregato di portare dei fiori per la sorella.
Arrivai un po' in ritardo con un bel mazzo di orchidee che porsi ad Augusta.
Ada ci sorvegliava e quando Augusta le offerse i fiori ci disse:
- Vi ringrazio di cuore!
Voleva significare di aver ricevuto i fiori anche da me, ma io sentii ciò come una manifestazione di affetto fraterno, dolce e anche un po' fredda.
Basedow certo non ci entrava.
Pareva una sposina, la povera Ada con quegli occhi ingranditi smisuratamente dalla felicità.
La sua malattia sapeva simulare tutte le emozioni.
Guido partiva con lei per accompagnarla e ritornare dopo pochi giorni.
Aspettammo sulla banchina la partenza del treno.
Ada rimase affacciata alla finestra della sua vettura e continuò ad agitare il fazzoletto finché poté vederci.
Poi accompagnammo la signora Malfenti lacrimante a casa.
Al momento di dividerci mia suocera dopo di aver baciata Augusta, baciò anche me.
- Scusa! - desse ridendo fra le lacrime - l'ho fatto senza proposito, ma se lo permetti ti dò anche un altro bacio.
Anche la piccola Anna, ormai dodicenne, volle baciarmi.
Alberta, ch'era in procinto di abbandonare il teatro nazionale per fidanzarsi, e che di solito era un po' sostenuta con me, quel giorno mi porse calorosamente la mano.
Tutte mi volevano bene perché mia moglie era fiorente, e facevano cosí delle manifestazioni di antipatia per Guido, la cui moglie era malata.
Ma proprio allora corsi il rischio di divenire un marito meno buono.
Diedi un grande dolore a mia moglie, senza mia colpa, per un sogno cui innocentemente la feci addirittura partecipare.
Ecco il sogno: eravamo in tre, Augusta, Ada ed io che ci eravamo affacciati ad una finestra e precisamente alla piú piccola che ci fosse stata nelle nostre tre abitazioni, cioè la mia, quella di mia suocera e quella di Ada.
Eravamo cioè alla finestra della cucina della casa di mia suocera che veramente si apre sopra un piccolo cortile mentre nel sogno dava proprio sul Corso.
Al piccolo davanzale c'era tanto poco spazio che Ada, che stava in mezzo a noi tenendosi alle nostre braccia, aderiva proprio a me.
Io la guardai e vidi che il suo occhio era ridivenuto freddo e preciso e le linee della sua faccia purissime fino alla nuca ch'io vedevo coperta dei suoi riccioli lievi, quei riccioli ch'io avevo visti tanto spesso quando Ada mi volgeva le spalle.
Ad onta di tanta freddezza (tale mi pareva la sua salute) essa rimaneva aderente a me come avevo creduto lo fosse quella sera del mio fidanzamento intorno al tavolino parlante.
Io, giocondamente, dissi ad Augusta (certo facendo uno sforzo per occuparmi anche di lei): «Vedi com'è risanata? Ma dov'è Basedow?».
«Non vedi?», domandò Augusta ch'era la sola fra di noi che arrivasse a guardare sulla via.
Con uno sforzo ci sporgemmo anche noi e scorgemmo una grande folla che s'avanzava minacciosa urlando.
«Ma dov'è Basedow?» domandai ancora una volta.
Poi lo vidi.
Era lui che s'avanzava inseguito da quella folla: un vecchio pezzente coperto di un grande mantello stracciato, ma di broccato rigido, la grande testa coperta di una chioma bianca disordinata, svolazzante all'aria, gli occhi sporgenti dall'orbita che guardavano ansiosi con uno sguardo ch'io avevo notato in bestie inseguite, di paura e di minaccia.
E la folla urlava: «Ammazzate l'untore!».
Poi ci fu un intervallo di notte vuota.
Indi, subito, Ada ed io ci trovavamo soli sulla piú erta scala che ci fosse nelle nostre tre case, quella che conduce alla soffitta della mia villa.
Ada era posta per alcuni scalini piú in alto, ma rivolta a me ch'ero in atto di salire, mentre lei sembrava volesse scendere.
Io le abbracciavo le gambe e lei si piegava verso di me non so se per debolezza o per essermi piú vicina.
Per un istante mi parve sfigurata dalla sua malattia, ma poi, guardandola con affanno, riuscivo a rivederla come m'era apparsa alla finestra, bella e sana.
Mi diceva con la sua voce soda: «Precedimi, ti seguo subito!» Io, pronto, mi volgevo per precederla correndo, ma non abbastanza presto per non scorgere che la porta della mia soffitta veniva aperta pian pianino e ne sporgeva la testa chiomata e bianca di Basedow con quella sua faccia fra timorosa e minacciosa.
Ne vidi anche le gambe malsicure e il povero misero corpo che il mantello non arrivava a celare.
Arrivai a correre via, ma non so se per precedere Ada o per fuggirla.
Ora pare che trafelato io mi sia destato nella notte, e nell'assopimento abbia raccontato tutto o parte del sogno ad Augusta per riprendere poi il sonno piú tranquillo e piú profondo.
Credo che nella mezza coscienza io abbia seguito ciecamente l'antico desiderio di confessare i miei trascorsi.
Alla mattina, sulla faccia di Augusta, c'era il cereo pallore delle grandi occasioni.
Io ricordavo perfettamente il sogno, ma non esattamente quello che gliene avessi riferito.
Con un aspetto di rassegnazione dolorosa essa mi disse:
- Ti senti infelice perché essa è malata ed è partita e perciò sogni di lei.
Io mi difesi ridendo ed irridendo.
Non Ada era importante per me, ma Basedow, e le raccontai dei miei studi e anche delle applicazioni che avevo fatte.
Ma non so se riuscii di convincerla.
Quando si viene colti nel sogno è difficile di difendersi.
È tutt'altra cosa che arrivare alla moglie freschi freschi dall'averla tradita in piena coscienza.
Del resto, per tali gelosie di Augusta, io non avevo nulla da perdere perché essa amava tanto Ada che da quel lato la sua gelosia non gettava alcun'ombra e, in quanto a me, essa mi trattava con un riguardo anche piú affettuoso e m'era anche piú grata di ogni mia piú lieve manifestazione di affetto.
Pochi giorni dopo, Guido ritornò da Bologna con le migliori notizie.
Il direttore della casa di salute garantiva una guarigione definitiva a patto che Ada trovasse poi in casa una grande quiete.
Guido riferí con semplicità e bastevole incoscienza la prognosi del sanitario non avvedendosi che in famiglia Malfenti quel verdetto veniva a confermare molti sospetti sul suo conto.
Ed io dissi ad Augusta:
- Ecco che sono minacciato di altri baci di tua madre.
Pare che Guido non si trovasse molto bene nella casa diretta da zia Maria.
Talvolta camminava su e giú per l'ufficio mormorando:
- Due bambini...
tre balie...
nessuna moglie.
Anche dall'ufficio rimaneva piú spesso assente perché sfogava il suo malumore imperversando sulle bestie a caccia e a pesca.
Ma quando verso la fine dell'anno, ebbimo da Bologna la notizia che Ada veniva considerata guarita e che s'accingeva a rimpatriare, non mi parve che egli ne fosse troppo felice.
S'era abituato a zia Maria oppure la vedeva tanto poco che gli era facile e gradevole di sopportarla? Con me naturalmente non manifestò il suo malumore se non esprimendo il dubbio che forse Ada s'affrettava troppo a lasciare la casa di salute prima di essersi assicurata contro una ricaduta.
Infatti quand'essa, dopo breve tempo e ancora nel corso di quello stesso inverno, dovette ritornare a Bologna, egli mi disse trionfante:
- L'avevo detto io?
Non credo però che in quel trionfo ci fosse stata altra gioia che quella da lui tanto viva di aver saputo prevedere qualche cosa.
Egli non augurava del male ad Ada, ma l'avrebbe tenuta volentieri per lungo tempo a Bologna.
Quando Ada ritornò, Augusta era relegata a letto per la nascita del mio piccolo Alfio e in quell'occasione fu veramente commovente.
Volle io andassi alla stazione con dei fiori e dicessi ad Ada ch'essa voleva vederla quello stesso giorno.
E se Ada non avesse potuto venire da lei addirittura dalla stazione, mi pregava ritornassi subito a casa, per saperle descrivere Ada e dirle se la sua bellezza, di cui in famiglia erano tanto orgogliosi, le fosse stata restituita intera.
Alla stazione eravamo io, Guido e la sola Alberta, perché la signora Malfenti passava una gran parte delle sue giornate presso Augusta.
Sulla banchina, Guido cercava di convincerci della sua grande gioia per l'arrivo di Ada, ma Alberta lo ascoltava fingendo una grande distrazione allo scopo - come poi mi disse - di non dover rispondergli.
In quanto a me la simulazione con Guido mi costava oramai poca fatica.
M'ero abituato a fingere di non accorgermi delle sue preferenze per Carmen e non avevo mai osato alludere ai suoi torti verso la moglie.
Non m'era perciò difficile di avere un atteggiamento d'attenzione come se ammirassi la sua gioia per il ritorno della sua amata moglie.
Quando il treno in punto a mezzodí entrò in stazione, egli ci precedette per raggiungere la moglie che ne scendeva.
La prese fra le braccia e la baciò affettuosamente.
Io, che gli vedevo il dorso piegato per arrivare a baciare la moglie piú piccola di lui, pensai: «Un bravo attore!».
Poi prese Ada per mano e la condusse a noi:
- Eccola riconquistata al nostro affetto!
Allora si rivelò quale era, cioè falso e simulatore, perché se egli avesse guardata meglio in faccia la povera donna, si sarebbe accorto che invece che al nostro affetto essa veniva consegnata alla nostra indifferenza.
La faccia di Ada era male costruita perché aveva riconquistate delle guancie ma fuori di posto come se la carne, quando ritornò, avesse dimenticato dove apparteneva e si fosse poggiata troppo in basso.
Avevano perciò l'aspetto di gonfiezze anziché di guancie.
E l'occhio era ritornato nell'orbita, ma nessuno aveva saputo riparare i danni ch'esso aveva prodotto uscendone.
Aveva spostate o distrutte delle linee precise e importanti.
Quando ci congedammo fuori della stazione, al sole invernale abbacinante vidi che tutto il colorito di quella faccia non era piú quello che io avevo tanto amato.
Era impallidito e sulle parti carnose si arrossava per chiazzette rosse.
Pareva che la salute non appartenesse piú a quella faccia e si fosse riusciti di fingervela.
Raccontai subito ad Augusta che Ada era bellissima proprio come era stata da fanciulla ed essa ne fu beata.
Poi, dopo di averla vista, a mia sorpresa essa confermò piú volte come se fossero state evidenti verità le mie pietose bugie.
Essa diceva:
- È bella com'era da fanciulla e come lo sarà mia figlia!
Si vede che l'occhio di una sorella non è molto acuto.
Per lungo tempo non rividi Ada.
Essa aveva troppi figliuoli e cosí pure noi.
Tuttavia Ada e Augusta facevano in modo di trovarsi insieme varie volte alla settimana, ma sempre in ore in cui io ero fuori di casa.
Si approssimava l'epoca del bilancio ed io avevo molto da fare.
Fu anzi quella l'epoca della mia vita in cui lavorai di piú.
Qualche giorno restai a tavolino persino per dieci ore.
Guido m'aveva offerto di farmi assistere da un contabile, ma io non ne volli sapere.
Avevo assunto un incarico e dovevo corrispondervi.
Intendevo compensare Guido di quella mia funesta assenza di un mese, e mi piaceva anche dimostrare a Carmen la mia diligenza, che non poteva essere ispirata da altro che dal mio affetto per Guido.
Ma come procedetti nel regolare i conti, incominciai a scoprire la grossa perdita in cui eravamo incorsi in quel primo anno di esercizio.
Impensierito ne dissi a quattr'occhi qualche cosa a Guido, ma lui, che s'apprestava a partire per la caccia, non volle starmi a sentire:
- Vedrai che non è tanto grave come ti sembra eppoi l'anno non è ancora finito.
Infatti mancavano ancora otto giorni interi a capo d'anno.
Allora mi confidai ad Augusta.
Dapprima essa vide in quella faccenda solo il danno che ne avrebbe potuto derivare a me.
Le donne sono sempre fatte cosí, ma Augusta era straordinaria persino fra le donne quando qui si doleva del proprio danno.
Non avrei finito anch'io - essa domandava - con l'essere ritenuto un po' responsabile delle perdite subite da Guido? Voleva si consultasse subito un avvocato.
Bisognava intanto staccarsi da Guido e cessare dal frequentare quell'ufficio.
Non mi fu facile di convincerla ch'io non potevo essere tenuto responsabile di niente non essendo io altra cosa che un impiegato di Guido.
Essa sosteneva che chi non ha un emolumento fisso non possa essere considerato quale un impiegato, ma qualche cosa di simile ad un padrone.
Quando fu ben convinta, naturalmente restò della sua opinione perché allora scoprí che non avrei perduto niente se avessi cessato di frequentare quell'ufficio dove sicuramente avrei finito col diffamarmi commercialmente.
Diamine: la mia fama commerciale! Fui anch'io d'accordo ch'era importante di salvarla e, per quanto essa avesse avuto torto negli argomenti, si conchiuse che dovevo fare com'ella voleva.
Consentí ch'io terminassi il bilancio poiché l'avevo iniziato, ma poi avrei dovuto trovare il modo di ritornare al mio studiolo nel quale non si guadagnavano dei denari, ma nemmeno se ne perdevano.
Feci però allora una curiosa esperienza su me stesso.
Io non fui capace di abbandonare quella mia attività per quanto lo avessi deciso.
Ne fui stupito! Per intendere bene le cose, occorre lavorare di immagini.
Ricordai allora che una volta in Inghilterra la condanna ai lavori forzati veniva applicata appendendo il condannato al disopra di una ruota azionata a forza d'acqua, obbligando cosí la vittima a muovere in un certo ritmo le gambe che altrimenti gli sarebbero state sfracellate.
Quando si lavora si ha sempre il senso di una costrizione di quel genere.
È vero che quando non si lavora la posizione è la stessa e credo giusto di asserire che io e l'Olivi fummo sempre ugualmente appesi; soltanto che io lo fui in modo da non dover movere le gambe.
La nostra posizione dava bensí un risultato differente, ma ora so con certezza ch'esso non legittimava né un biasimo né una lode.
Insomma dipende dal caso se si viene attaccati ad una ruota mobile o ad una immobile.
Staccarsene è sempre difficile.
Per varii giorni, dopo chiuso il bilancio, continuai ad andare all'ufficio pur avendo deciso di non andarci affatto.
Uscivo di casa incerto; incerto prendevo una direzione ch'era quasi sempre quella dell'ufficio e, come procedevo, tale direzione si precisava finché non mi trovavo seduto sulla solita sedia in faccia a Guido.
Per fortuna a un dato momento fui pregato di non lasciare il mio posto ed io subito vi accondiscesi visto che nel frattempo m'ero accorto d'esservi inchiodato.
Per il quindici di Gennaio il mio bilancio era chiuso.
Un vero disastro! Chiudevamo con la perdita di metà del capitale.
Guido non avrebbe voluto farlo vedere al giovine Olivi temendone qualche indiscrezione, ma io insistetti nella speranza che costui, con la sua grande pratica, vi avesse trovato qualche errore tale da mutare tutta la posizione.
Poteva esserci qualche importo spostato dal dare, ove apparteneva, all'avere, e con una rettifica si sarebbe arrivati ad una differenza importante.
Sorridendo, l'Olivi promise a Guido la massima discrezione e lavorò poi con me per una giornata intera.
Disgraziatamente non trovò alcun errore.
Devo dire che io da quella revisione fatta in due, appresi molto e che oramai saprei affrontare e chiudere dei bilanci anche piú importanti di quello.
- E che cosa farete ora? - domandò l'occhialuto giovinotto prima di andarsene.
Io sapevo già quello ch'egli avrebbe suggerito.
Mio padre, che spesso mi aveva parlato di commercio nella mia infanzia, me l'aveva già insegnato.
Secondo le leggi vigenti, data la perdita di metà del capitale, noi si avrebbe dovuto liquidare la ditta e magari ristabilirla subito su nuove basi.
Lasciai ch'egli mi ripetesse il consiglio.
Aggiunse:
- Si tratta di una formalità.
- Poi, sorridendo:
- Può costare caro il non attenervisi!
Alla sera anche Guido si mise a rivedere il bilancio cui non sapeva adattarsi ancora.
Lo fece senz'alcun metodo, verificando questo o quell'importo a casaccio.
Volli interrompere quel lavoro inutile e gli comunicai il consiglio dell'Olivi di liquidare subito, ma pro forma, la gestione.
Fino ad allora Guido aveva avuto la faccia contratta dallo sforzo di trovare in quei conti l'errore liberatore: un cipiglio complicato dalla contrazione di chi ha in bocca un sapore disgustoso.
Alla mia comunicazione alzò la faccia che si spianò in uno sforzo d'attenzione.
Non comprese subito, ma quando capí si mise subito a ridere di cuore.
Io interpretai l'espressione della sua faccia cosí: aspra, acida finché si trovava di fronte a quelle cifre che non si potevano alterare; lieta e risoluta quando il doloroso problema fu spinto in disparte da una proposta che gli dava agio di riavere il sentimento di padrone e arbitro.
Non comprendeva.
Gli pareva il consiglio di un nemico.
Gli spiegai che il consiglio dell'Olivi aveva il suo valore specialmente per il pericolo, che incombeva in modo evidente sulla ditta, di perdere degli altri denari e fallire.
Un'eventuale bancarotta sarebbe stata colposa se dopo questo bilancio, oramai consegnato nei nostri libri, non si fossero prese le misure consigliate dall'Olivi.
E aggiunsi:
- La pena comminata dalle nostre leggi per il fallimento colposo è il carcere!
La faccia di Guido si coperse di tanto rosso che temetti egli fosse minacciato da una congestione cerebrale.
Urlò:
- In questo caso l'Olivi non ha bisogno di darmi dei consigli! Se mai ciò dovesse avverarsi saprei risolvere da solo!
La sua decisione m'impose ed ebbi il sentimento di trovarmi di fronte a persona perfettamente conscia della propria responsabilità.
Abbassai il tono della mia voce.
Mi buttai poi tutto dalla sua parte e, dimenticando di aver già presentato il consiglio dell'Olivi come degno di esser preso in considerazione, gli dissi:
- È quello che obiettai anch'io all'Olivi.
La responsabilità è tua e noi non ci entriamo quando tu decidi qualche cosa circa il destino della ditta che appartiene a te ed a tuo padre.
Veramente io questo l'avevo detto a mia moglie e non all'Olivi, ma insomma era vero che a qualcuno l'avevo detto.
Ora, dopo aver sentita la virile dichiarazione di Guido, sarei stato anche capace di dirlo all'Olivi, perché la decisione e il coraggio m'hanno sempre conquistato.
Se amavo già tanto anche la sola disinvoltura che può risultare da quelle qualità, ma anche da altre inferiori di molto.
Poiché volevo riferire tutte le sue parole ad Augusta per tranquillarla, insistetti:
- Tu sai che di me, e probabilmente a ragione, si dice che io non abbia alcun talento per il commercio.
Io posso eseguire quello che tu mi ordini, ma non posso mica assumermi una responsabilità per quello che fai tu.
Egli assentí vivamente.
Si sentiva tanto bene nella parte che io gli attribuivo, da dimenticare il suo dolore per il cattivo bilancio.
Dichiarò:
- Io sono il solo responsabile.
Tutto porta il mio nome ed io non ammetterei neppure che altri accanto a me volesse addossarsi delle responsabilità.
Ciò andava benissimo per essere riferito ad Augusta, ma molto di piú di quanto io avevo domandato.
E bisognava vedere l'aspetto ch'egli assumeva facendo quella dichiarazione: invece di un mezzo fallito sembrava un apostolo! S'era adagiato comodamente sul suo bilancio passivo e da lí diventava il mio padrone e signore.
Questa volta come tante altre nel corso della nostra vita in comune, il mio slancio d'affetto per lui fu soffocato dalle sue espressioni rivelanti la spropositata stima ch'egli faceva di se stesso.
Egli stonava.
Sí: bisogna dire proprio cosí; quel grande musicista stonava!
Gli domandai bruscamente:
- Vuoi che domani faccia una copia del bilancio per tuo padre?
Per un momento ero stato in procinto di fargli una dichiarazione ben piú rude dicendogli che subito dopo chiuso il bilancio io mi sarei astenuto dal frequentare il suo ufficio.
Non lo feci non sapendo come avrei impiegate le tante ore libere che mi sarebbero rimaste.
Ma la mia domanda sostituiva quasi perfettamente la dichiarazione che m'ero rimangiata.
Intanto gli avevo ricordato ch'egli in quell'ufficio non era il solo padrone.
Si dimostrò sorpreso delle mie parole perché gli parevano non conformi a quanto fino ad allora, col mio evidente consenso, s'era parlato e, col tono di prima, mi disse:
- Ti dirò io come si dovrà fare quella copia.
Protestai gridando.
In tutta la mia vita non gridai tanto come con Guido perché talvolta mi sembrava sordo.
Gli dichiarai che esisteva in legge anche una responsabilità del contabile ed io non ero disposto di gabellare per copie esatte dei raggruppamenti cervellotici di cifre.
Egli impallidí e riconobbe che avevo ragione, ma soggiunse ch'egli era padrone d'ordinare che non si dessero affatto degli estratti dai suoi libri.
In ciò riconobbi volentieri che aveva ragione e allora, rinfrancatosi, dichiarò che a suo padre avrebbe scritto lui.
Parve anzi che volesse immediatamente mettersi a scrivere, ma poi cambiò d'idea e mi propose di andar a pigliare una boccata d'aria.
Volli compiacerlo.
Supponevo che non avesse ancora digerito bene il bilancio e volesse moversi per cacciarlo giú.
La passeggiata mi ricordò quella della notte dopo il mio fidanzamento.
Mancava la luna perché in alto c'era molta nebbia, ma giú era la stessa cosa, perché si camminava sicuri traverso un'aria limpida.
Anche Guido ricordò quella sera memoranda:
- È la prima volta che camminiamo di nuovo insieme di notte.
Ricordi? Tu allora mi spiegasti che anche nella luna ci si baciava come quaggiú.
Adesso invece nella luna continuano il bacio eterno; ne sono sicuro ad onta che questa sera non si veda.
Quaggiú, invece...
Voleva ricominciare a dir male di Ada? Della povera malata? Lo interruppi, ma mitemente, quasi associandomi a lui (non l'avevo forse accompagnato per aituarlo a dimenticare?):
- Già! Quaggiú non si può sempre baciare! Lassú poi non c'è che l'immagine del bacio.
Il bacio è soprattutto movimento.
Tentavo di allontanarmi da tutte le sue questio