LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 21
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Pure io non ci misi malizia; il mio intelletto era fatto cosí, e pareva arte quello ch'era natura.
Mi è saltato innanzi fra i tanti miei scartafacci un sunto di questi discorsi, essendo mio costume di notare per iscritto i concetti piú importanti delle mie lezioni.
Quel sunto mi è parso magro e plebeo.
Ero solito rifrugare quei concetti in me, e lungamente meditarvi sopra, e poi, parlando, mi rivenivano, ma con piú luce e piú energia.
Quel sunto mi è parso il mio cadavere.
Chi mi dà l'uomo vivo? Chi mi dà tanta parte di me, consumata in quel tripudio di un cervello esaltato, mosso da una forza allegra? Tutto questo è morto nel mio spirito, e non posso risuscitarlo.
E morte sono quelle analisi e quelle critiche, una collaborazione, nella quale giovani e maestro entravano in comunione di spirito, ed in quell'attrito mandavano scintille.
A che giovano le memorie? Di noi muore la miglior parte, e non ci è memoria che possa risuscitarla.
Capitolo ventiduesimo
REMINISCENZE.
AGNESE
Sono già parecchi giorni che i medici mi hanno consentito di prendere un boccon d'aria, non piú che un'oretta.
Mi è parso uscir di prigione, ed ho respirato a grandi sorsi, e mi sono sentito allargare il petto e i visceri.
Mi sono ricordato le lunghe passeggiate di un tempo, lí a Capodimonte o sul Vomero; ma ohimè! debbo camminare adagio e non mi posso stender molto lungi.
Oggi, 8 marzo, mi sento meglio in gambe, e sono stato alla solita passeggiata, lungo il corso Vittorio Emanuele.
Giunto al convento dei Pasqualini, là dov'ero solito rimettermi in carrozza e rifare la via, mi è venuta la voglia di far ritorno per un'altra via: tanto, non mi sentivo stanco, e le gambe volevano ancora andare.
Sono sceso lemme lemme, per una scala erta, che mi hanno detto menare alla chiesa della Madonna dei Sette Dolori.
Guardo e guardo: cercavo la casa dov'erano i Fernandez, e non trovo nulla, e non ravviso la strada.
L'ingegneria, per fare il corso Vittorio Emanuele, ha disfatto due strade belle a quei tempi miei, quella di San Pasquale e l'altra di San Martino.
Scendo e scendo e non mi ci raccapezzo.
Giunto alla chiesa, respiro: tutto mi torna a mente.
Laggiú è Magnocavallo, la strada nobile che mena a Toledo.
Ma io piego a mancina e fo adagio quella scalinata lunga e sozza, fermandomi a ogni tratto, e mettendomi la mano sulla fronte, come se volessi evocare la mia giovinezza, vissuta in quelle parti.
Giungo al palazzo ove abitavano e non so se abitano ancora i Minervini.
A dritta è la strada del Formale.
Mi ci avvio quasi automaticamente, ancorché non fosse la mia strada.
Ma era la strada della mia prima giovinezza, piena di memorie.
Da quella parte la via è incassata tra due mura alte e nude di vecchi conventi, entro di cui sono incavati certi primi piani e certe stanze terrene, simili a covili: un putridume.
Le vedo imbiancate, ripulite, e vedo la via bene spazzata.
"Manco male, - dissi; - qui c'è progresso".
L'occhio da lontano afferrava già il portone numero 23.
Mi ci fermo, e quell'entrata, dove sonarono già i miei clamori fanciulleschi, mi pare sporca e umida.
Certi monelli cenciosi mi guardavano con un occhio interrogativo, come volessero dire: "Cosa vuole questo signore?" Mi fo un po' lontano, ed alzo un'occhiata su al terzo piano, e veggo una donnicciuola ingiallita, d'aspetto volgare e civettuolo, lí sul balcone dove io soleva declamare le ottave del Tasso.
Mi pare proprio un insulto quella donna.
Scendo ancora e do un'occhiata obliqua al numero 39, a sinistra, dove fui cosí spesso a visitare zia Marianna, con zio Carlo e Giovannino.
"E dove sono ora?" Vengo in malinconia e rifò i miei passi, e m'imbocco per la strada Rosario a Porta Medina.
Giunto al larghetto dove è posta la chiesa, mi batté il cuore, ché presso v'è la casa da me abitata.
Entro risolutamente nel cortile e guardo la scalinata.
"Cosa volete?" dice una vecchiarella.
"Eh! niente.
Qui ho abitato, piú di trent'anni or sono".
"Gesummaria! - disse lei, come vedesse l'orco; - trent'anni!" "In questo caso, io dovrei ricordarmene, che sono antico di qua", disse un uomo grosso, cavandosi il berretto.
"Sì? Ma io non mi ricordo di te, - diss'io.
- Ti ricordi tu quando venivano qui tanti scolari?" Restando esso tra il sí ed il no, gli domandai: "Ma in che anno sei venuto tu qui?" "Signore, nel 1845".
"E io ci fui nel 1841" "Eh! oh! eh!" Io li lascio lí ad esclamare, e mi pianto su l'uscio, e guardo su, dirimpetto, al terzo piano, e vedo il balconcino; ma non c'era lei.
Povera Agnese! Mando cosí un respiro alla creatura dei miei passati dí, e torno lentamente a casa, pensoso e tutto pieno di questa giornata.
Ho voluto raccontarla.
Sicuro! Dirimpetto al mio balcone era un balconcino, sul quale gli studenti gittavano furtivi sguardi.
Assorto negli studi, non me n'ero avvisto; poi, guardai anch'io.
Avevo preso l'abitudine di gittar per via occhiate alle donne, senza malizia, perché il mio spirito era altrove.
In Napoli c'è spesso un saettío di occhiate tra balcone e balcone: cattiva abitudine anche questa.
Ciò si chiama uno spassatiempo, un modo di passare il tempo.
La donna era per me non so che vicino alla Divinità, troppo lontana da quelle ombre femminili che mi rasentavano il fianco per via.
Il mio intelletto, profondato negli studi, era rimasto involuto, e non c'era entrata la malizia.
Guardai a quel balconcino, e vidi una signorina vestita con semplicità non priva di gusto, un po' magrolina, con due occhi che parlavano.
Ero cosí timido che non osavo guardarla fiso in faccia, e la guardavo con la coda dell'occhio.
Ella stava lí come una esposizione, e si faceva guardare.
Talora la guardavo per di sopra a un libro che avevo in mano.
Anche passeggiando e ripensando la mia lezione, gli occhi scappavano verso il balconcino.
Sembra che ella sapesse tutte le mie ore, perché, affacciandomi, la trovavo sempre lí.
Se con me erano altri giovani, la stava pur lí e tirava occhiate di fuoco, mentre io voltavo le spalle per non farmi scorgere.
Ma quando di lontano vedeva venire zio Peppe, la scappava subito: quella figura erculea e fiera le faceva paura.
Cosí continuarono le cose per parecchi mesi.
Io non ci pensavo che quando ero al balcone.
Tutti i giorni si somigliavano: non si andava innanzi né indietro.
Vedevo che la mi faceva di gran gesti; ma non ne capivo nulla.
Talora si tirava dentro, e alzava la voce e pestava dei piedi; io guardava intontito: mi pareva una matta.
Un sabato, dopo pranzo, che zio Peppe era sortito per non so quale faccenda, mi vedo volare sulla testa un involto di carta.
La raccatto, lo spiego, ci trovo una letterina profumata, e vi era scritto cosí: "O mia celeste Emilia, domani a vent'ore sarò a San Martino.
Verrai?" Rimasi trasognato.
Voltavo e rivoltavo quella carta, e guardavo al balcone, e non c'era nessuno.
Credo che la dovesse star da un canto, e farsi le grasse risi della mia dabbenaggine.
Il dí appresso Zio Peppe era andato a dir messa, e io, fattomi al balcone, vidi lei un po' indietro, e mi vidi piovere sopra un secondo involto.
Lo afferrai per aria, e vi trovai scritta la stessa canzone, e sentivo di là dentro venire una voce che pareva fosse l'eco, e diceva: "Verrai? verrai?" Io presi subito una carta e ci scrissi sopra: "Sí"; ma vidi ch'era troppo leggiera e sarebbe cascata giú.
Presi un cartone e ve la inviluppai dentro, e con un filo la legai bene, e la lanciai di gran forza, che pareva volessi sfondare il muro.
Ella apri con avidità, credendo trovare un letterone, e come vide quel sí asciutto, alzò il muso, in aria di disappunto.
Io, spaventato della mia temerità, m'ero fatto un po' indietro.
Quel dí mangiai distratto.
Zio Peppe scherzava sulla mia distrazione, e m'andava stuzzicando.
Ma mi girava pel capo la mia bella del balconcino, e lo lasciavo dire e alzavo un tantino le spalle.
Alle frutta mi levo in furia e in fretta, m'infilzo l'abito e mi calco il cappello.
"Dove vai?" disse lui, guardandomi sospettoso.
Quella sua guardata mi fece salire una fiamma sul volto.
"Vado, - fec'io; - fra un par d'ore sarò qui".
"Bene, t'aspetto.
È la prima volta che ti vedo uscire a quest'ora e con questi calori.
Bada, non sudare, e fai presto, ché vogliamo farci una bella passeggiata al fresco".
Quando fui in istrada, m'incamminai frettoloso, ché mi pareva l'ora tarda, e feci, a quattro a quattro, le scale che menano alla Madonna dei Sette Dolori, e volsi a dritta e infilai la via di San Martino.
Salgo e salgo; avevo il fiato grosso e mi fermai alla terza rampa, dove era un bel giardino, convegno di gente allegra che andava lí a fare baldoria.
Mi si apriva innanzi la vista di mezza Napoli, case addossate a case, di mezzo a cui spiccavano cupole e campanili.
Alzai il capo, e non mi parve mai cosí bello quel vivo, limpido azzurro del cielo.
Mi ricordai che, nella mia adolescenza, di lí appunto avevo mirato, tra gran folla, uno dei primi palloni che in Napoli si fossero alzati a spettacolo, e la zia mi tirava per la mano e diceva: "Vedi, vedi il pallone, è lí"; e mi indicava col dito, e io ficcavo gli occhi tra le nuvole e non vedevo niente, e mi arrabbiavo, e zia diceva: "Cosa ci vuoi fare? sei miope".
Era la prima volta che sentivo parlare della mia miopia.
Quella ricordanza se ne trasse appresso molte altre, ché quella era la via solita dei miei trastulli coi cugini e coi compagni.
In quel giardino facevamo le nostre merenduole, e andavamo a mangiare le troianelle, i dolci fichi cosí cari ai napoletani.
Pensando a quella innocenza di vita, mi parve una follia quel correr dietro a una donna, e il cuore mi disse: "Torna, torna, ché zio Peppe ti aspetta".
Rifeci un po' i miei passi, sospeso tra il sí e il no, e l'occhio errava distratto tra quella infinità biancheggiante di case, e lí vedevo lei, e non potevo cavarmela dinanzi, e mi sentivo mormorare all'orecchio quel suo: "Verrai?" Mi fermai, pensando a quel mio sí, e che ella era lí e m'attendeva, e la bella figura ch'io farei: "Dirà per lo meno ch'io sono un buffone".
Salivo già, tra questi pensieri, e mi trovai su quell'ampia pianura erbosa ch'è alle spalle di Sant'Elmo.
Guardavo e non vedevo nessuno, e mi venne il pensiero che la bricconcella si fosse voluta pigliare gioco di me.
"Tanto meglio", dissi, e feci per tornare, pensando a zio Peppe, quando la vidi sbucare di mezzo alle erbe, che mi parve una ninfa.
"Ciccillo", fece ella, e mi tese la mano.
Io la guardai, stupito.
"Conoscete il mio nome?" "Sicuro! ti ho inteso tante volte chiamare da zio Peppe con quella sua vociona".
"E conoscete pure zio Peppe?" fec'io, e la guardavo trasognato.
Ella rideva rideva, mostrando una fila di denti bianchissimi, e diceva: "Come vedi, io sono di casa".
E qui, saltellando e tirandomi seco, mi raccontò la lunga storia dei suoi sospiri, dicendo di me alcune particolarità che mi facevano stupire.
Mi fece sino il nome di qualche signorina alla quale davo lezione, e faceva la gelosa e diceva: "Già si sa, il signor maestro non poteva pensare a me".
Mi venne innanzi come un baleno ch'ella mi umiliasse; ma non avevo tempo di fissare la mia idea, ch'ella parlava cosí lesta come camminava, e non mi dava tregua, e mi tirava nei suoi pensieri e nelle sue impressioni.
Mi fece molto ridere di quel "letterone".
"Diavolo! un maestro tuo pari uscirsene con quel sí secco e smunto; mi attendevo un bello scritto, ché so scrivere anch'io e ho una bella calligrafia".
"Vi faccio i miei complimenti", diss'io.
Ed ella mi parlò dei suoi studi, e come sapeva un po' di disegno, e aveva fatto anche la sua grammatica.
"Bravo voi", diss'io.
"Voi! voi! sempre con questo voi! Tu mi devi dare del tu".
"Ma una signorina come lei..." "Ah! eccoci ora col lei.
Tu mi confondi la grammatica, signor maestro!" Io mi feci rosso come uno scolarello colto in fallo.
E lei, sdegnosa, mi prese la mano e disse: "Tu mi devi dare del tu, hai capito?" "Ma se questo tu non mi vuole uscire!..." "Ma tu non capisci che noi siamo predestinati ad esser marito e moglie?"
Qui la disse un po' grossa.
Io mi feci un po' indietro, e con tuono fermo di voce risposi: "Sentite, io ho il dovere di farvi una dichiarazione; sono un uomo leale e non soglio ingannar femmine.
Mia moglie non potete voi essere, perché ho già la mia sposa".
Ella si fece pallidissima, e io esaltandomi continuai: "Mia sposa è la gloria, alla quale mi sono votato".
Ruppe in una risata sonora: "Oh! di questa signora gloria non sono punto gelosa".
Ma io, preso il verso, continuava e non mi lasciava interrompere, e lei sentiva sentiva, pigliando un'aria di ammirazione.
Parlai dei miei studi, delle mie aspirazioni, dei miei ideali, dei miei giovani, acceso in volto, tutto dentro in quei pensieri, e quasi dimentico che lei fosse lí.
"Cosa è la vita senza la gloria? E la donna è nemica della gloria, e distrae la gioventú, e la tira nell'ozio".
"La donna è il demonio", interruppe lei con un ghigno che aveva del beffardo.
Ma io non la sentivo e tiravo innanzi e rinforzavo la voce, insino a che ella, perdendo la pazienza, mi afferrò la mano per aria, facendo: "Uh! uh! uh! E finiscila mo.
Capisco che sei venuto qua per farmi il predicatore, per farmi il casto Giuseppe".
Questa sua uscita mi troncò la parola, e la guardai e mi parve bellina, e raddolcii la voce.
"Questo vi posso promettere, - conchiusi, - che se mi amate per davvero, nessun'altra donna porrò in vostro luogo".
"Per ora, me ne contento", disse lei.
Cosí infocati, facemmo molta strada, e giunti a una svoltata che menava in città, e visto che lei tirava per diritto, dissi: "Dove si va?" "Dove amor ci porta", disse lei ridendo.
E io la guardava con la faccia imbrogliata.
Volevo dire e non volevo dire.
E finalmente dissi: "È tardi; torniamo di qui".
Lei mi fece una mossa col muso, come a dire: "Questi non è buono a niente".
Io le dissi che zio Peppe mi aspettava, e che avevo promesso di fare una passeggiata con lui.
"Vai dunque con zio Peppe; io me ne vo' sola".
E mi fece un tale gesto di sprezzo, ch'io mi sentii freddo.
Cercai di rabbonirla, e mi seguí mormorando.
Giunti in giú, quando la strada era piena di gente, dissi: "Addio, ora possiamo dividerci".
"Già, perché ti veggono i tuoi scolari".
E mi voltò le spalle.
Non ci badai molto, ché avevo in capo zio Peppe.
Corsi, e giunsi trafelato e tutto in sudore; ma era già quasi buio, e zio Peppe era uscito.
Quando tornò, non mi salutò e io non fiatai.
Ma il brav'uomo non sapeva tenere il broncio, e la mattina mi parlò come se niente fosse.
Quel giorno ero un po' soprapensiero.
Tenevo gli occhi spesso verso il balconcino, spingendo lo sguardo anche addentro, ma non c'era anima viva.
Le mie solite lezioni furono una medicina, perché il sentimento del dovere e l'abitudine mi tenevano il cervello a segno.
Talora mi si presentava lei tra una frase e l'altra, ma era un lampo e non avea la forza di fissarsi.
Tornato a ora di pranzo, l'occhio corse là; ma quella casa già piena della sua voce, era solitudine e silenzio.
A tavola zio Peppe, che aveva avuto vento della cosa, motteggiava, non mi dava requie, toccava questo e quel tasto, e io non rispondeva a tuono.
Quando fu a letto, per fare il suo sonnellino del dopo pranzo, io mi posi a passeggiare per la stanza della scuola, e cercava di ficcarmi in testa la lezione; ma non c'era verso, ché l'occhio andava pur lí, e quel pensiero era come un verme fitto nel cerebro, che me lo teneva inquieto.
"Dunque, - dicevo, - allons, pensiamo alla lezione"; ma la lezione non voleva andare, e stava sempre lí, tra quelle prime idee, e io ci stagnavo come in una palude.
Piú era lo sforzo, e piú m'ingarbugliavo e non facevo via.
Mi provai a socchiudere le imposte, per togliermi dagli occhi quel maledetto balconcino; ma che! in quella mezza luce la vedevo dovunque fissavo l'occhio, e talora sulla cattedra, con quel suo tuono beffardo, quando diceva: "La donna è un demonio".
Quando vennero i giovani, tutto finí.
In mezzo a loro mi sentii un altro; ripresi il mio buon umore, e tra quella concitazione mi uscí una lezione tale, che fu applaudita.
Parlai di Dino Compagni.
Volevo mostrare ch'era un bon omo e cittadino probo e un gran cuore, ma inetto alle pubbliche faccende.
Scorsi tutta la sua Cronaca, pigliando di qua e di là, frizzando, motteggiando e sfogando su di lui tutta la stizza che avevo in corpo.
Non è che quelle idee mi venissero giú cosí all'improvviso; piú volte mi erano passate per il capo, ma quella sera le condensai, le colorii, fui eloquente.
E quella lezione mi piacque tanto, che la ripetei l'anno appresso, cosa insolita, e me ne rimase memoria, e mezza la inserii nella mia Storia della letteratura.
A sera tarda zio Peppe mi disse: "Passeggiamo?" "Sono stanco", risposi: parte verità, parte pretesto.
Volevo star solo.
Andavo qua e là nelle stanze, e i punti piú belli della lezione mi tornavano in mente, e si ficcavano tra le ombre della giornata: e fantasticando, mi trovavo spesso alla finestra, al balcone, tossendo, pestando dei piedi; e quella cameretta era sempre muta e oscura.
"Sarà ita in collera", pensai, e mi rimproverai certe mie rozzezze, riandando quella passeggiata.
Cosí passò il dimani e il dí appresso.
Quei balconcino deserto mi facea venire la stizza e fomentava il desiderio.
La sera del mercoledí uscii soletto; mi attendeva zio Peppe tra una brigata di amici.
Avevo appena voltato a destra, quando udii un pissi pissi.
E una vecchia mi porse una carta, e via.
Era un bigliettino profumato, che lessi al lume di un lampione.
Diceva che lei era stata ammalata dalla collera, e ch'io m'era portato male, e che voleva vedermi, e mi dava posta per domenica alla stessa ora e nello stesso luogo.
Fui allegro.
Quei giorni mi parvero lunghissimi.
Lei non si lasciava vedere, e io diceva: "Poverina! è malata".
La domenica non promisi a zio Peppe di passeggiare con lui, volevo esser libero.
La trovai lí, tra l'erbe; mi venne incontro mogia mogia, malinconica.
L'avrei abbracciata, se non fosse stata via pubblica.
Lei mi si mise sotto il braccio senza cerimonie, e mi contò la sua storiella di quei giorni, e io le contai la mia.
Tra vezzi e rimbrotti, mi tirava seco come un fanciullo; e mi menò per una svolta, in un bel pratello erboso e fiorito, dov'erano di grosse pietre muscose, come sedili fatti apposta per noi.
"Fa caldo, - disse lei, - sono stanca; sediamo qui".
Io la guardava; non l'aveva mai vista cosí bene.
Aveva un bel cappellino che ombreggiava un visetto grazioso; era una simpatica creatura.
Quel suo riso mi ammaliava, e ci aveva messo dentro non so che malinconia piena di dolcezza.
Vivi sudori mi scorrevano sulla fronte, e lei si cavò di tasca un fazzoletto odoroso, e me li asciugava, accostando il viso; e io mi trovai con la bocca sulla sua fronte, e le labbra mi tremavano.
Stupito della mia temerità, e turbato, mi levai.
Ella mi seguí, facendo un: oh! Mi gittai a terra, raccattando la sua sciarpina che le si era sciolta dalla gola.
Gliela porsi; ma lei mise la mano indietro, dicendo: "Non vuoi legarmela tu?" Mi avvicinai a quella gola, ma non ci vedevo, e le mani s'imbrogliavano, timorose di toccare il nudo della carne.
E lei rideva, rideva d'un riso birichino, e s'aggiustò la sciarpa.
La passeggiata fu cosí lunga ch'io potei mostrarle le dorate nubi e la candida luna e le luccicanti stelle, e m'ingolfai in quella contemplazione.
"Vedi là, - disse lei, - quella stella che luce piú".
E in tuono di vezzosa caricatura modulava:
Quant'è bella chella stella,
Ch'è la primma a comparé.
Avrei voluto darle un bacio, ma mi tenni.
Vide la mossa, e disse argutamente: "Quella è la stella del nostro amore.
Vogliamo darle un nome?" "Diamole il tuo nome.
A proposito, come ti chiami?" "Mi chiamo Agnese".
"Il nome di mia madre!" Non so dire se ciò mi piacque o mi dispiacque.
Mi pareva quasi che quel nome a me sacro fosse profanato in quell'avventura.
Poi dissi: "Poiché porti il nome di mia madre, dobbiamo condurci come se quella fosse presente".
Lei stava seria, ma non mi persuadeva: c'era in quella serietà non so quale ostentazione, che non mi faceva simpatia.
Fummo d'accordo che ci saremmo veduti tutte le domeniche, stessa ora e stesso luogo.
Le passeggiate furono parecchie.
Nella settimana mi mandava dei bigliettini.
La scrittura era bella, ma non mancavano errori di ortografia e qualche sgrammaticatura.
Talora io facevo il signor maestro, non senza sua noia.
C'erano giornate intere e anche intere serate che non compariva: quella stanza mi pareva allora disabitata.
Gliene facea motto, ma era sempre pronta qualche storiella.
Io aveva fatto di lei il mio confidente, e le raccontava i miei pensieri e i miei casi della settimana.
Lei avevi esaurito tutto il suo magazzino di tirate e di novelle, e mi lasciava dire, e poco parlava.
Io non trovava miglior materia di discorso che le mie lezioni, e recitavo brani di poesia, e talora anche versi miei:
Cara, tu ben rammenti.
In noi fu quasi
Il vederci e l'amarci un solo istante.
Come, non so.
Cosí musico suono
L'orecchio e il core in un sol tempo invade.
Ora che ci penso, quello non era che un amore d'immaginazione.
Non mi distraeva, non mi turbava, anzi era uno sprone acuto che mi scaldava la fantasia e rendeva geniali le mie lezioni.
Il buon successo mi esaltava, e pensavo alla domenica quando ne avrei parlato con lei.
Avevo una certa giovialità interiore che mi rendeva piacevole il mio compito a scuola, soprattutto nel parlare improvviso, quando si esaminavano i componimenti.
S'era già fatto un progresso; non si stava piú alla lingua e alla grammatica; si guardava allo stile e anche alla tessitura.
Una sera capitò a leggere un suo lavoro un giovinetto di quindici o sedici anni, un biondino, bassotto, facile ad arrossire, e si chiamava Agostino Magliani.
Il marchese l'aveva caro, perché nel tradurre era corretto e castigato; e talora diceva scherzando: "Gracilino si, ma la cassa del petto è ben munita".
Non aveva fatto ancora cosa che tirasse gli occhi sopra di lui.
Quel suo lavoro era intitolato: La donna.
Andava piano e soave, con pronunzia chiara, e si faceva sentire, tanto che si fece subito un gran silenzio, come nei momenti solenni.
Finí tra le approvazioni.
"Ecco una prima rivelazione", diss'io: parola che poi spesso mi veniva sul labbro.
E volevo dire che in quel lavoro s'era rivelato l'ingegno.
Non volli interrogare nessuno, com'ero solito; ma parlai io subito.
Il lavoro era di genere didascalico, come avrebbe detto il marchese.
Il piccolo autore senza frasi e senza enfasi faceva le lodi della donna, con un discorso cosí chiaro e cosí bene ordito, ch'io potei riprodurne a memoria tutte le parti per filo e per segno.
"Che memoria!" dissero i giovani maravigliati.
E io di rimando: "Merito non mio, ma dell'autore, che ha fatto questa mirabile orditura, e s'è rivelato uomo d'ingegno".
Il tema era bello; io ero in vena, e parlavo con quel mezzo riso sulle labbra, che esprime l'interna soddisfazione.
Finii contento di me, tra gli applausi.
Quella sera fu una festa.
La domenica era aspettatissima.
Parlavo con lei de' miei successi, e m'esaltavo della mia stessa esaltazione.
Venne un tempo che lei si annoiò di quella vita, voleva stringere un po' piú le cose.
"Sono stanca, - diceva alcuna volta; - questo camminare cosí lungo mi toglie la lena; dovresti trovar modo che ci potessimo parlare senza tanto fastidio".
"Vengo a casa tua".
"Mia mamma non vorrebbe".
"E chi è tua mamma?" "È una lavandaia", mi disse lei a bruciapelo e fissandomi.
Io non mostrai sorpresa: questo le piacque.
Dissi: "A casa tua no; a casa mia né tampoco".
"E perché no?" "Se non ci fosse zio Peppe!" "Zio Peppe non è un orco".
"No, no.
Zio Peppe non vuole".
Una sera, erano tre ore di notte.
Zio Peppe s'era coricato e russava potentemente.
L'uscio era socchiuso.
Entrò lei, e io volevo menarla in salotto.
"No", disse lei, resistendo.
Io le parlavo a voce alta.
"Zitto, - disse lei, - che non si svegli.
Menami piuttosto di là".
"Ma di là è la cucina".
"E sia", disse lei.
Entrando, ci giunse un urlo: "Ciccillo!" Lei scappò, io corsi a lui.
"Che rumore è questo?" Io sostenni che rumore non c'era.
Il dí appresso fui in casa di un tal don Vincenzo, un giovane chirurgo che mi faceva l'amico, e abitava nella stessa strada.
Scherzando, io gli contai il fattarello, l'urlo di zio Peppe e la fuga della mia bella.
Egli parlava un po' alla libera, e mi andava motteggiando sulla mia scelta.
Io gli feci mille scongiuri, che la era una giovane per bene, e purissima e virtuosissima, e gli raccontai le passeggiate.
Lui mi seguiva, facendo caricature col muso.
D'una parola in un'altra, mi uscì detto che il suo nome era Agnese, e che abitava di faccia a me.
Allora colui scoppiò in una potente risata, lungo tempo trattenuta, sí che io vedea quasi l'interno della sua gola.
Mi narrò che quella virtuosa giovane andava spesso a fare una scampagnata coi belli giovanotti, e passava la notte fuori, e a lui stesso incontrò di vederla in un giardino, che faceva la schizzinosa e fingea le convulsioni, con la bava sulle labbra.
Orrore!
Quella notte non ebbi pace.
Ricordai le intere giornate che non compariva.
Ci credevo e non ci credevo.
Ero di un animo cosí delicato, che nella passeggiata non le dissi nulla.
Solo le facevo un risolino equivoco.
Le dissi che volevo andare a casa sua.
Fece un po' la ritrosa.
Una sera ci fui, e l'incanto finí.
Quella stanzetta, che innanzi all'occhio dell'immaginazione pareva un tempietto d'amore, mi fece turare il naso, cosí era sudicia.
La trovai insipida, mera materia di piacere.
Ella che aveva molta finezza, fiutò il mio disgusto.
Il domani mi giunse questo vigliettino: "Carino.
Con un po' piú di pazienza e di garbo ti avrei fatto mia vittima.
Del resto, quel brutto zio Peppe mi ha fatto il tiro".
Cosí finí l'avventura.
Capitolo VENTESIMOTERZO
LO STILE
La scolaresca era cosí cresciuta che in quella mia sala ci si stava a disagio.
Pensai di mutar casa.
Zio Peppe, vedendomi ben guarito, tornò in paese, adducendo per motivo la gravezza dell'età.
In verità io era proprio guarito, perché non guardavo piú al balcone, e rimandavo indietro i bigliettini, senza aprirli.
Una sera si fe' trovare giú al suo portoncino, e mi fece il pissi pissi.
Ma voltai il viso e andai.
Un filo di speranza ebbe quando sentí partito zio Peppe.
Infine si persuase, e non la vidi piú.
La nuova casa era nel larghetto di San Pellegrino a San Paolo.
Mi parve la piú bella casa che uomo potesse avere.
Un gran cortile, belle scale, posta quasi tutta a mezzodí, con un giardino dirimpetto e un grazioso terrazzino.
La casa era all'antica, con grandi finestre e grandi sale.
A dritta era una sala capace di meglio che trecento persone, bene aerata, piena di luce.
Lí m'installai.
Non era messa con lusso, ma non mancava la decenza.
In fondo, a sinistra, era il tavolino con l'immancabile lavagna, e presso la finestra, di lato, era la cattedra.
A sinistra della entrata c'era la cosí detta galleria, una sala capace di un migliaio di persone, ch'io aveva cercato di riempire alla meglio con lunghi sofà coperti di tela bianca.
C'era nel mezzo una gran tavola coperta di marmo, con sopra libri e carte alla rinfusa: poteva parere una sala di lettura.
Quella casa fu di buon augurio.
Gli studenti moltiplicavano.
E quantunque io concedessi ingresso gratuito a tutti quelli che si dicevano poveri, pure era un bel numero che pagavano, e ne cavavo di bei quattrini.
Non si era dato ancora il caso che qualcuno lasciasse la mia scuola.
Io dispensai dal pagamento quelli che vi rimanevano piú di un anno, e avvenne che parecchi vi rimasero fino a otto anni, vale a dire tutto il tempo che durò la scuola.
Tra i nuovi arrivati c'era un vecchio, per nome don Francesco che, venuto per curiosità, non se ne partí piú, e pigliava un gran gusto alle lezioni.
Talora disputava di rettorica; ma io presi tale ascendente, che non fiatò piú e stava cheto e attentissimo.
Il marchese l'ebbe in grande onore, e tutti gli volevano bene.
Una sera che la lezione era finita, e molti mi stavano attorno, mi fu presentato un giovane basso e pallido, con due occhi vivacissimi.
Mi dissero che si chiamava Angelo Camillo de Meis.
Quel nome non m'era nuovo.
Sapevo già in confuso dei suoi studi e del suo ingegno.
Gli dissi il suo posto essere alla scuola del marchese Puoti.
Rispose: "No, no, voglio restare con voi".
Aveva un'aria di modestia e di semplicità, e quasi un abbandono nei modi e nel vestire.
Feci un corso sullo stile.
Intorno a questa parola trovavo una grande confusione.
Alcuni intendevano significare con essa l'elocuzione; altri la rettorica; alcuni vi mescolavano il genio ed il gusto; e chi il bello ed il sublime.
C'erano poi infinite maniere di stili, come il tenue, il magnifico, il forte, l'eloquente, il poetico, il prosaico, ecc.
Queste confusioni e queste divisioni avevano la loro spiegazione nell'abitudine dello spirito a considerare tutta questa materia letteraria nella sua esteriorità, secondo le singole apparenze di ciascuna forma.
Tante erano le divisioni quanti erano gli aspetti delle cose, considerate nella loro superficie, e vuol dire ch'erano moltissime.
Io avevo preso un'abitudine affatto contraria, ché non vedevo le forme, ma le cose da quelle significate, e dalle cose tiravo la definizione e la divisione delle forme.
Cosí avevo fatto per la grammatica e per la lingua, cosí feci per lo stile.
Secondo che andavo piú innanzi, piú ci vedevo chiaro, e piú stavo saldo in questa idea.
Solevo dire che bisognava capovolgere la base.
Correva allora per le mani il Blair; certo, un progresso dirimpetto al Falconieri e al De Colonia.
Io mi divertivo a sue spese.
Diceva il Blair: "Le regole conducono al ben dire"; io dicevo: "No, è il ben pensare che conduce al ben dire, e le regole del ben dire prendono norma e qualità dal ben pensare".
Combattevo la celebre definizione di Buffon: "Lo stile è l'uomo".
Io diceva: "Lo stile è la cosa", e intendevo per cosa quello che piú tardi ho chiamato l'argomento o il contenuto.
Se lo stile è l'espressione, questa prende la sua sostanza e il suo carattere dalla cosa che si vuole esprimere: lí è la sua ragion d'essere.
A quel modo che la parola non ha valore in se stessa, ma nella cosa di cui è segno; a quel modo che le forme grammaticali hanno il loro senso nelle forme del pensiero, cosí lo stile ha il suo valore nelle cose espresse.
In questa guisa coordinavo insieme, sulla stessa base, grammatica, lingua e stile.
Ma la cosa non si dee prendere nel suo valore assoluto.
Essa va considerata per rispetto a quello o questo argomento.
Perciò non comparisce nella sua totalità, ma in quelle sue parti che vi hanno relazione.
A quel modo che un oggetto, situato cosí o cosí, mostra di sé alcuna parte, e le altre nasconde, anche la cosa dee avere la sua situazione, che determina il suo comparire, cioè il suo stile.
La situazione era per me il punto capitale.
Nell'esame degli autori avvezzai i giovani a cercare la situazione; e ne venivano osservazioni nuove e acute su' loro pregi e su' loro difetti.
Anche nell'esame dei componimenti i giovani si avvezzarono per prima cosa a determinare la situazione.
Questo punto di partenza, ch'io chiamavo la base, fu un gran progresso per me e per loro.
Ma la cosa non si doveva considerare in una maniera isolata.
La cosa vive nello spazio e nel tempo, che formano la sua atmosfera, pigliando modo e colore da questo o quel secolo, da questa o quella società.
Questi elementi avevano una grande importanza nella determinazione dello stile.
Esprimere la cosa nella sua verità, questo era lo stile.
Chiamavo stile falso quello che non era conforme alla cosa, nella sua situazione e nei suoi elementi.
L'uomo dee pur entrare nello stile, ma di modo che non aggiunga niente che sia estraneo alla cosa; altrimenti è una espressione traditora.
Dicevo che il grande scrittore oblia sé nella cosa, risecando da sé tutto quello che è fuor di lei.
Questo oblio di sé nelle cose era per me il carattere dello stile vero.
Nondimeno ciascuno scrittore ha una maniera sua propria di espressione, che nasce da certe sue qualità predominanti, come è l'intendere, il concepire, l'immaginare, il disegnare, il colorire.
La cosa comparisce cosí o cosí, secondo questa o quella impressione che fa sull'individuo.
In questo senso può dirsi che lo stile è l'uomo, come lo stile di Dante o del Petrarca.
L'impronta individuale non dee però offendere le cose nella loro verità.
Notavo tre specie di stili: stile naturale, che ha in mira l'espressione delle cose nella loro natura; stile sociale, che guarda principalmente al colore del tempo; stile individuale, che prende qualità dallo scrittore.
Questi diversi stili non sono che tre lati di un solo e medesimo stile, le parti necessarie a formare il tutto.
Una sola di queste parti non ti dà la cosa nella sua integrità, l'è una mutilazione.
Dicevo che due difetti capitali erano la mutilazione e la esagerazione, il meno o il piú del vero, ciò ch'era proprio degli scrittori aridi o ampollosi.
Non biasimavo meno le digressioni e le parentesi, tutto quello che si suol chiamare un fuor d'opera, fuori della cosa.
Venendo alle qualità dell'espressione, dicevo che la nota fondamentale dello stile è la chiarezza, cioè a dire la visione immediata della cosa, come in uno specchio.
Stile terso o limpido non sono che gradi della chiarezza.
L'eccellenza dello stile è in questo trapasso dello spirito nella cosa, senza che ci sia niente di mezzo che oscuri o alteri la visione.
Questo io chiamavo trasparenza dello stile.
La chiarezza ha per sua compagna la semplicità, che è la cosa nella sua apparenza immediata, nella quale si acquieti lo spirito.
Lo splendore della chiarezza è l'eleganza, la quale perciò non è convenevole, quando non sia richiesta dalla natura delle cose o dal colore del tempo o da altre condizioni particolari.
"Ciò che luce sempre, - dicevo io, - si arrugginisce e invilisce".
La chiarezza sta nella quantità e qualità degli aggiunti o accessorii intorno all'idea principale.
Dicevo che ciascun argomento dee avere il suo protagonista, com'è in un quadro, visibile in tutte le parti.
Illustrai il simplex et unum di Orazio.
Questa unità di disegno doveva determinare le idee che possono entrare nell'argomento.
Ma ciascuna di queste idee era a sua volta un protagonista, circondato e illuminato da idee necessarie e accessorie.
Di qui cercavo il fine e il contenuto del periodo.
Non volevo lo stile a singhiozzi, ch'era spesso una mutilazione; ma non volevo neppure lo stile periodico, che portava spesso alla digressione o distrazione, al troppo e al vano.
Sul numero e sulla scelta degli accessori mi giovò assai il Beccaria, quantunque non approvassi quel suo ridurre lo stile quasi a un meccanismo.
La forza è il rilievo della chiarezza, e si ottiene mediante il parallelismo o il contrasto o l'urto delle idee, che ti fanno balzare innanzi una nuova idea improvvisa, quasi una sintesi che si affacci nello spirito stimolato e percosso dall'analisi.
Andavo accompagnando queste teorie con esempli e applicazioni copiose, quasi sempre nuove.
A me era di stimolo la mia opposizione alla corrente.
Non s'imparavano che forme, e io tirava gli spiriti a guardare sotto di esse le cose.
L'effetto era maraviglioso.
Io stesso non mi rendevo conto di questa maraviglia, e neppure i giovani.
Era una ginnastica intellettuale, che acuiva l'intelligenza e spoltriva l'immaginazione.
Avvenivano nuove rivelazioni.
Quando mi veniva alle mani un lavoro che usciva dal comune, la faccia mi raggiava, e dicevo: "Ecco una nuova rivelazione".
La lettura del lavoro finiva tra i battimani e i mi rallegro.
Un giorno di vacanza mi trovavo alla Prefettura vecchia.
Faceva un caldo grande; era nelle prime ore vespertine, quello che in Napoli si chiama la contr'ora.
Io era volto verso casi, e mi frullava pel capo la lezione del dí appresso.
Stavo per infilare la strada che mena alla Posta, quando vidi una laida vecchia che mi faceva l'occhiolino, e io voltai la faccia con disgusto.
Ma lei mi si accostò dicendo: "Bel cavaliere, volete voi accompagnarmi? In questa maledetta Napoli le donne non possono andar sole".
Mi venne in pensiero: "la bella giovinetta, che ha paura di andar sola!" Ma rimasi a bocca chiusa, e lei senza piú mi si mise sotto il braccio.
Mi tirò a dritta della Prefettura, per una brutta discesa, ch'io non avevo vista mai.
E cammina cammina, mi trovai ingolfato tra vicoli fetenti che vedevo per la prima volta.
"Ma dove andiamo?" Diss'io infine, rinnegata la pazienza e turandomi il naso.
E lei, con la vocina rauca di uno strumento scordato, disse: "E mi volete lasciar cosí in queste brutte vie, signor cavaliere?" Io ansava per il caldo, avevo ritirato il braccio e la guardava fiso.
Era una strega, con la faccia di un rosso carico, che pareva un empiastro.
C'era in quella fisonomia non so che d'equivoco.
Stetti per dirle: "Vai al diavolo!"; ma la mia naturale delicatezza mi tenne.
E lei diceva: "Via, siate buono; avete fatto il piú, fate il meno, solo pochi passi".
E mi si rimise sotto il braccio, e mi tirò seco, ringraziandomi e lodando il mio buon garbo.
Andammo ancora un bel tratto, scendendo verso la Marinella, e ci fermammo a un uscio.
Lei disse: "Fatemi ancora una grazia; accompagnatemi quassú; faccio una visita, e poi vi lascio".
Entrammo in un salotto, dov'erano certe figure, gente di cattivo odore, come a dire falsarii di carte, usurai e simil risma.
Lei entrò con impeto e disse: "Ecco, vi presento il signor contino".
"Ah!" fecero quelli, e s'inchinarono.
"Avete visto? - gridò la strega.
- O ch'io era un cencio? o ch'io dicevo bugie?" E gridava per cento, e voleva ragione.
Io stavo come un asino in mezzo ai suoni, e non ci capivo nulla, e non volli svergognare la sgualdrina.
Quelli facevano scuse, e si tirarono con lei da parte, e parlarono a bassa voce.
Poi la mi disse: "Andiamo, signor contino".
Io aveva una grande stizza in corpo.
Giunti in istrada, lei con un riso di caricatura mi disse: "Signor contino! signor contino!" E a me usci di bocca finalmente: "Vai al diavolo!" E, volte le spalle, studiai il passo, dicendo: "Dunque, allons, torniamo alla lezione!" Il dí appresso raccontai ai giovani come io era stato conte per un quarto d'ora, e fecero le grandi risa, ammirando la mia semplicità.
Capitolo VENTESIMOQUARTO
CAMILLO DE MEIS E LA MIA SCUOLA
La mia casa era cosí silenziosa, che mi ci pareva naufragare.
E quando seppi che voleva abitare con me un giovane appartenente a una famiglia stretta d'antica amicizia con la mia ci ebbi gusto.
E fu un vero acquisto.
Costui era Giambattista Mauro, di Andretta, un paese prossimo al mio.
Veniva a fare i suoi studi, ai quali si diede con una serietà superiore agli anni.
Semplice, modesto, sobrio di parole, di carattere facile e paziente, mi fu dolce compagno, e la compagnia si mutò presto in una stretta amicizia, fondata sulla stima.
Mi pagava dodici ducati al mese.
Piú tardi capitò un greco, certo Giovanni M...
Educato a Parigi, veniva in Napoli per compiere i suoi studi, affidato alle mie cure.
Mi offerse cinquanta ducati al mese.
Questo mi fece aprir gli occhi.
Mi parve una somma enorme, e quasi un tesoro venutomi da qualche zio d'America.
Quei cinquanta ducati mi parevano una ricchezza inconsumabile, e, per fare onore all'ospite, non guardai a spese.
Gli diedi la piú bella stanza e provvidi che il desinare fosse lauto.
Era un giovane sveltissimo e vivacissimo, l'allegria della casa.
La natura lo aveva fatto a grandi cose, ma i quattrini e Parigi avevano guasta l'opera della natura.
Crebbe frivolo, superficiale; faceva dello spirito; motteggiava con frizzi spesso volgari.
Suo bersaglio era principalmente Giambattista, che gli passava tutto con un mezzo riso, tenendosi sempre dalla sua.
Prendeva aria di gran signore, affettava una superiorità benevola, che si esalava nei motteggi fatti con certo garbo di giovane a modo.
C'era in quel suo riso un'amabilità che troncava le punte, e non ti dava modo di mostrarti offeso.
Era un buon compagnone e un buontempone, vago di sollazzi tra gioviali brigate.
Giambattista era il contrapposto di lui; la sua serenità era in contrasto grottesco con quella leggerezza capricciosa del greco.
Veniva anche alla scuola; ma il suo spirito vi rimaneva estraneo, e stava lí solo per far raccolta di sali e di motti.
Soleva mettere in caricatura tutti i nobili sentimenti; era come il diavolo in chiesa.
Se la pigliava alcuna volta col povero don Francesco: non sapeva cosa ci venisse a fare lui, in quella età.
Religione, patria, libertà, scienza, tutto ciò che faceva risuonare le nostre anime, rimaneva senza eco in quello spirito mobile.
Nondimeno gli volevano bene, conversavano volentieri con lui, e lo trovavano un buon amico.
Parecchi gli si attaccavano ai panni, e facevano le scampagnate con lui, tutto contento di fare le spese.
Questo diavoletto mutò le mie abitudini.
Da modesto nel vivere e severo nel volto, mi fece allegro per forza, e prodigo.
Vedendo che gli piaceva la compagnia, a tavola non mancavano mai invitati, amici suoi o miei.
Si faceva del chiasso, si consumavano allegramente i cinquanta ducati.
Sopraggiunse il babbo, che faceva lui solo per tre giovinotti, e inventava sollazzi e facezie, in buonissima lega col greco.
Spiccava tra gli altri un don Raffaele, che mi veniva sempre incontro con le braccia tese, gridando: "allegramente!", come per darmi animo a essere de' loro.
Costui finí con istallarsi a casa, pigliandosi la sua camera senza cerimonie, con aria di comando, come se il padrone di casa fosse lui.
Per un tal modo di vita mi sarebbe occorsa una persona sicura, affezionata e proba; ma la casa era in mano alla servitú, e nessuno ci aveva l'occhio, e tanto meno io, assorto negli studi.
Fra tanti chiassi s'insinuava una nebbia di dissipazione e di disordine, che mi dava il capogiro.
Ma questo turbinío rimaneva al di fuori di me, non mi scalfiva neppure.
Il mio naturale tranquillo e concentrato resisteva senza alcuno sforzo alla corrente, e rimanevo sempre io.
Non perciò facevo il Catone, ché non era il mio costume; anzi avevo una grande indulgenza.
I motteggi non mi destavano collera, e gli scherzi anche grossolani non m'impazientivano.
Un risolino, un'alzatina di spalla era la mia risposta.
Perciò non perdevo autorità e non destavo antipatia.
Stavo tra loro di buonissima voglia, senza confondermi con loro.
Medicina efficace era la scuola, che tirava a sé tutto me.
In quell'anno la scuola s'era molto popolata.
V'erano intervenuti giovani d'ingegno, che spiccavano in quella grande moltitudine.
Era già venuto Carlo Pavone, giovane bonario e affezionato, concittadino di Magliani.
Da Molfetta mi vennero i fratelli De Judicibus, Orazio Pansini, Felice Nisio, Samarelli.
Di Calabria vennero Giuseppe De Luca, Liborio Menichini, Francesco Corabi, i fratelli Mazza, Diomede Marvasi.
Venne da Venosa Luigi La Vista, da Spinazzola Michele Agostinacchia, e da Sarno Vincenzo Siniscalchi con parecchi altri.
Ci vennero anche due frati, padre Juppa e padre Smith, ch'ebbero il ben venuto e furono tra i piú studiosi.
Questa eletta schiera diede il tono alla scuola.
Io li chiamavo il mio stato maggiore.
Era visibile il progresso, soprattutto nei componimenti e nella critica.
Non era piú quistione solo di lingua e di stile: i giovani si addestravano a cercare nelle viscere dell'argomento, a trovarvi la situazione, e da quella derivavano la bontà o il difetto del lavoro.
Questo li tirava all'unità del disegno, all'ossatura e al congegno delle parti.
Lo stile veniva in ultimo, ed era esaminato non solo in sé, ma piú in relazione all'argomento.
Quando la conclusione della critica era questa formola: "la situazione è sbagliata", l'autore si faceva pallido, il lavoro era giudicato essenzialmente cattivo.
Nei giudizi il piú indulgente ero io, che trovavo sempre nei lavori piú mediocri qualche pregio, il quale mi apriva l'adito a parole di conforto e d'incoraggiamento.
Questa maniera di critica riusciva barocca presso gl'ingegni comuni, inetti a orientarsi e a guardare il lavoro nella sua sostanza, pedanti nel loro rigore e facili a dire: "La situazione è sbagliata".
"Ciò che vi è di sbagliato, - dicevo io allora, - è la vostra critica".
Un giudizio buono era un avvenimento, come un buon lavoro.
Si dice che i giovani sono i migliori giudici dei professori, ed è vero, ed io ci credevo molto.
Il livello infatti s'era tanto alzato, ch'io mi misi in pensiero, e misuravo le cose e le parole, perché essi, sincerissimi e attentissimi, talora mi guardavano con un'aria impersuasa, alzando il muso con un atto che voleva dire: "Questa volta non ha dato nel segno".
Io mi ripetevo, rincalzavo, mi spiegavo meglio; ma la mia coscienza si avviliva in quel mio armeggiare, e la mia sincerità mi dipingeva sul volto la mia condanna.
Questo mi rendeva piú preziosa la loro approvazione, ugualmente sincera, e mi stimolava a raccogliermi e a studiar bene.
Non era in verità cosa facile imbroccare la situazione, guardando, nel fare la critica, la cosa da quei lati che l'argomento richiedeva.
Talora si rimaneva troppo sul generale e s'ingrandiva il quadro, e questo avveniva per lo piú con frequenti richiami da parte mia.
Qualche volta ci capitavo io, ed il loro volto diceva: "Ecco, anche lui ha incespicato".
I due che avevano acquistato piú autorità erano Magliani e De Meis.
Magliani era un po' secco, ma preciso e serrato.
Però il suo dire non andava al cuore e non destava entusiasmo.
De Meis era insinuante, incisivo, facile all'emozione, e guadagnava gli animi e suscitava le approvazioni.
Una sera la scuola era molto animata.
Io ero di buonissimo umore, e lessi la Griselda del Boccaccio.
Feci parecchie osservazioni piccanti, e scelsi tre giovani perché studiassero la novella e ne facessero la critica.
Tra questi era De Meis, che si scusò allegando le sue occupazioni, ma insieme ci annunziò un suo lavoro.
Era il primo suo lavoro in iscuola.
Successe uno di quei movimenti di attenzione che segnalano qualcosa di straordinario.
Egli cominciò adagino, con quella sua voce che anche oggi tocca il cuore, senza ombra di ostentazione o pretensione, semplice nello scrivere, com'era nella vita.
Si trattava di uno studente venuto in Napoli e divenuto un giocatore.
Il giovane era studioso, ma, capitato in mala compagnia, fu tratto al vizio.
Sul principio il racconto procedeva liscio, ma sempre filato e nutrito, non stagnava mai e non divagava, l'attenzione era sostenuta.
Poi, nella storia di quella depravazione progressiva si notarono certe finezze di gradazione, che rivelavano un ingegno superiore.
Cominciò nell'uditorio uno di quei movimenti di soddisfazione, che si sentono e non si descrivono.
Era un senso indefinito di ammirazione, che scoppiò in voci di applauso quando il giovane autore, con uno stile colorito e pittoresco, ci mostrò il giovane, sprofondato nel gioco, che "metteva la sua anima su quattro carte dipinte".
Quel motto fece cosí viva impressione, che non l'ho dimenticato piú.
Quando finí, gli fummo tutti attorno, e io mi levai e gli andai incontro, e dissi: "Ecco un'altra rivelazione".
Ebbe un'ovazione, in mezzo alla quale egli si faceva piccino, quasi per sfuggire a quel trionfo.
De Meis divenne l'anima della scuola.
Lo stimavano per il suo ingegno e per la sua coltura straordinaria, e lo amavano per la bontà della sua natura.
Anima pura e ideale, accompagnava la rettitudine e severità dei princípi con un'amabile indulgenza, che gli amicava anche i piú rozzi.
Partecipe a tutti i sollazzi giovanili, piú per compiacenza che per desiderio, aperto all'amicizia, salí in tale fiducia e in tale dimestichezza, che divenne il confidente intimo di quella gioventú.
Pure serbò tanta modestia, che sembrava lui solo ignorasse quello ch'egli valeva.
La scuola s'era arricchita di altri valorosi.
C'era venuto Francesco Saverio Arabia, Cirillo di Trani, Paolo Kangian; e tutti si strinsero intorno a De Meis.
Questo nucleo di giovani, mantenutosi saldo insino a che durò la scuola, divenne il punto fermo, intorno al quale girava tutto il resto.
La scuola prese un'aria di famiglia, penetrata da un solo spirito.
Non ricordo mai che un giovane si fosse incollerito della critica fatta al suo lavoro, anche severissima; anzi nacque il costume che si andava a ringraziare l'autore della critica, e seguiva uno scambio di cortesie.
Questo ingentiliva gli animi piú zotici, e li disponeva a sentimenti nobili.
C'eravamo tutti alzati in un'atmosfera elevata, alla quale non pervenivano i rumori della vita comune.
Una volta si sentí non so che diverbio in sala, e tutti vi prestavano orecchio.
Io feci il volto severo, e citai il verso di Dante:
Ché voler ciò udire è bassa voglia.
Si fecero un pizzico.
E non avvenne mai piú cosa simile.
In mezzo a loro io non prendeva aria professorale.
Stavo come amico tra amici, alla buona e in tutta dimestichezza.
Ma la mia natura concentrata mi teneva lontano da soverchia familiarità; c'era non so che cosa nell'aria del volto, che non consentiva altrui un soverchio abbandono, e mi manteneva il rispetto.
Quando poi si usciva dalle conversazioni e cominciava la lezione, io mi trasformavo addirittura.
Avevo un concetto cosí alto della mia missione, che il mio magistero mi pareva un sacerdozio.
Avevo gli occhi bassi, la mente in travaglio, insino a che, preso l'aíre, gli occhi s'illuminavano e la voce s'intonava.
Tutto questo avveniva con tanta serietà e con tanta sincerità, che produceva una certa comunione delle anime, e non si sentiva un zitto.
Questa era un'aureola che manteneva il mio prestigio, sí che bastava una voltata d'occhio per farmi ubbidire.
Non mi ricordo mai che nessuno mi abbia risposto.
Ciascun uomo ha il suo ritornello.
E il mio ritornello era il disprezzo del luogo comune e il disprezzo del plebeo.
Il maggior dispiacere che potesse avere un giovane era il sentirsi a dire di qualche suo lavoro: "L'è un luogo comune".
Ed era una trafittura quando si sentiva dire: "I sentimenti sono plebei".
Questo dava una impronta singolare alla scuola.
Si abborriva dal mediocre; si mirava alla eccellenza.
Io era incontentabile; solevo dire: "Mi contento per ora", mostrando loro un piú alto segno.
Dicevo che il vero ingegno non s'acqueta mai, e poggia sempre piú alto.
Questo teneva in moto continuo l'intelletto, e lo sforzava a cose nuove.
Qualcuno mi osservò che ponevo la mira troppo alta, ove non arrivavano che i pochi; ma non c'era verso, l'impulso era dato.
Dotato di molta pazienza, mosso da un gran desiderio del bene, tentai un corso speciale per i meno provetti, ritornando alle cose grammaticali, e dettandone un sunto.
Ma se ne cavò poco frutto.
Ciascuno mirava là dove splendevano gli astri maggiori, e avveniva che talora in lavori a grandi pretensioni si notavano scorrezioni grossolane, anche sgrammaticature.
Se però il profitto non era uguale, il buono indirizzo giovava a tutti, stimolando le forze dello spirito.
Quello che volevo nello scrivere, volevo anche nella vita.
Dicevo che lo scrittore dee concordare con l'uomo, e perciò anche nell'uomo volevo il disprezzo del comune e del plebeo.
Ciò io chiamavo dignità personale.
In questa parola compendiavo tutta la moralità, e dicevo che la dignità era la chiave della vita.
Contravveniva alla dignità la menzogna, ch'io perseguitava cosí nello scrivere come nell'azione.
"La menzogna nello scrivere, - dicevo, - è roba da retori e da pedanti".
Ero cosí inflessibile, che dannavo non solo gli ornamenti e i ricami, che chiamavo il belletto e il rossetto dello scrivere; ma anche le frasi convenzionali e usuali di una ostentata benevolenza.
Parimenti inflessibile ero nella vita, e dicevo che la menzogna era la negazione della propria personalità, un atto di vigliaccheria.
Con lo stesso zelo flagellavo ogni atto basso e volgare, come la cortigianeria, la ciarlataneria, l'intrigo, la violenza, la superbia.
Dicevo che l'orgoglio è il sentimento della dignità, ed è nell'uomo e nella donna la guardia della virtú, e chiamavo la superbia una maschera della dignità, una menzogna.
"La vita, - dicevo, - è una missione determinata dalle forze che ciascun uomo ha sortito da natura, e che ha il dovere di svolgere secondo i grandi fini dell'umanità: la scienza, la giustizia, l'arte, che con parole del tempo si chiamavano il vero, il buono, il bello.
La dignità non è cosa passiva, e non è cosa esteriore; il decoro è la sua apparenza, non è lei.
La dignità è uno sforzo verso il meglio, che nobilita la persona".
Queste idee mi venivano fuori, non in forma di lezione, ma secondo l'occasione, e trovavano il loro luogo specialmente nella critica degli autori e nelle mie prolusioni.
Ho trovato nelle mie vecchie carte vari brani d'un discorso che pronunziai in quell'anno.
Voglio riferirne alcuni, che daranno un concetto della scuola: "Ed ecco, noi siamo qui insieme un'altra volta: amico, rivedo gli amici miei.
Con questa cara parola ci separammo l'ultima volta, e questa cara parola mi ritorna ora sul labbro.
Voi, giovani, che qui la prima volta venite, specchiatevi in coloro ch'io ho chiamati col nome di amici miei; e il loro esempio vi mostri che delle lettere il primo frutto è gentilezza; e ricordatevi che spesso la bontà genera la sapienza e il cuore ispira la mente.
Questo è il fondamento della nostra scuola; e quando vi sarete avvezzi a scrivere quello che avete prima sentito, voi non descriverete piú battaglie, assedi, tempeste, tombe e cimiteri, e non scriverete piú lettere di complimenti, di congratulazioni, di lode, voi, giovani sdegnosi dell'adulare, e schivi di quelle civili menzogne che chiamano cerimonia e convenevoli.
No: preparatevi a scrivere con verità e naturalezza, serbando inviolata in voi l'umana dignità.
Sia questo il principio e l'insegna della nostra scuola".
Queste idee non erano rettorica, anzi talora mi venivano di rimbalzo dalla stessa scuola.
Alitava sopra tutti uno spirito pieno d'amore, come direbbe Dante, il quale ci teneva stretti intorno alla bandiera, alti sulla vita comune.
L'esempio piú puro e piú attraente era Camillo De Meis, carattere eroico nella maggiore naturalezza.
Capitolo ventesimoquinto
LA RETTORICA
In questo tempo feci lezioni sulla rettorica, o piuttosto sull'anti-rettorica.
Dissi che la rettorica ha per base l'arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già provetti nelle discipline filosofiche.
Fu essa una invenzione e quasi un gioco dei Sofisti, i quali, separando le forme del dire dallo spirito che le avea generate, e nel quale sono vive e in atto, avevano fatto di quelle un morto repertorio.
Di qui nacque l'indifferenza verso il contenuto, e il disprezzo della verità, trattando essi tutte le cause buone e cattive, e lodando l'abilità e il talento del dicitore anzi che la sua scienza e la sincerità.
Contro questa prostituzione si armò la collera di Socrate, che flagellò come violazione dell'umana coscienza questi lenocinii dell'arte.
Le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle forme del pensiero, materia della logica.
Ma come la rettorica non ti dà il ben dire, cosí neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito.
Non perciò le regole sono inutili; anzi sono buone a consultare, come si fa un dizionario di parole o di frasi o di rime.
Anche un cinquecentista credette di potere insegnare a scrivere de omnibus rebus, elaborando un dizionario di tutti gli oggetti.
Tutto questo è un materiale grezzo, che dee riempire la memoria e divenire come l'arsenale dello spirito; ma, nell'atto dello scrivere, lo spirito dee mantenersi libero e guardare e ispirarsi nell'argomento, e guai a colui che cerca aiuto nei dizionari.
Ricordavo il motto di Orazio, che lo scrittore dee per prima cosa studiare il suo argomento ed averne un'intera padronanza: la parola non manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa.
Lo studio delle cose richiede serietà e libertà d'intelletto: due qualità molto desiderate nei nostri scrittori.
Serietà vuol dire che l'intelletto non si arresti alla superficie, ma scruti le cose nella loro intimità, perché la verità è nel pozzo, e là nel profondo bisogna ficcar l'occhio.
Le armi dell'intelletto sono la sintesi e l'analisi, due forze che, debitamente esercitate, gli dànno la guardatura giusta e piena.
Cosí armato, l'intelletto prende possesso delle cose, e ne fa il suo pensiero e la sua parola.
Divenute proprietà dello spirito, ricevono ivi dall'intelletto, dall'immaginazione, dal sentimento, cioè da tutta l'anima, una seconda vita.
C'è la cosa e c'è l'anima, che le dà la sua guardatura, e se la pone dinanzi e se la rappresenta.
Qui è il foco dove prendono luce tutte le regole dei ben pensare e del ben dire, la logica e la rettorica.
Ma occorre a questo che l'intelletto abbia piena libertà di moto; altrimenti le sue forze giacciono inoperose.
La libertà è all'intelletto cosí necessaria, come la serietà.
Spesso l'intelletto si crede libero, ed è servo, servo dell'abitudine, della tradizione, dell'autorità, della società.
Segno certo della decadenza è la servitú dell'intelletto, la quale gli tarpa le ali, gli annebbia la visione delle cose, lo tiene sulla superficie, uccide ogni serietà.
Perché l'intelletto sia libero, è mestieri che abbia l'amore del vero, quell'amore che è padre della fede.
Qui è la moralità dello scrittore.
Chi non ha fede in qualche cosa, può essere un buon giocoliere nel maneggio della rettorica, non sarà mai uno scrittore.
Il liscio nella forma e la superficialità nelle cose sono i due piú gravi indizi di decadenza nazionale.
In Italia l'espressione piú piccante di questa decadenza fu il seicentismo prima, e l'Arcadia poi, e dell'uno e dell'altro rimangono ancora oggi i vestigi anche nei nostri migliori, come io mostrai in parecchi scrittori, anche in Pietro Giordani, tenuto allora principe dell'arte, il cui stile io qualificai accademico.
L'originalità è il risultato di quelle due qualità dell'intelletto.
Lo spirito ha un suo orizzonte proprio, nel quale colloca le cose divenute sua proprietà, e partecipa a quelle l'impronta sua e dei tempo.
Questa è l'originalità nelle cose e nelle forme.
I grandi ingegni sono come le aquile, hanno la guardatura dall'alto e da lontano.
L'umanità, dopo analisi secolari, giunge a questa guardatura aquilina, per ricominciare poi il lento lavorío analitico.
La storia dell'umanità si ripete negl'individui, che solo dopo le pazienti analisi salgono alle sintesi serie e reali.
La sintesi è la cosa guardata non nelle sue particolarità, ma nel suo tutto e nelle relazioni con le altre cose: relazioni di somiglianza, di differenza e di contrasto.
Le cosí dette figure rettoriche, cosí come i tropi, non sono che l'espressione di queste relazioni, e hanno in esse la loro verità.
Venni all'esame di queste figure, e le ridussi in categorie, secondo le relazioni che esprimono, guardando dal di dentro al di fuori, come avevo fatto con le forme grammaticali, con la lingua e con lo stile.
Mi fermai molto sui contrasti o antitesi, flagellando il loro abuso, massime quando lo stile a contrasti sia divenuto una maniera dello scrittore: il qual vizio io chiamai la piú grave malattia dell'intelletto, che, appagato in quei riscontri o raffronti o paralleli delle cose, non posa in alcuno.
Biasimai soprattutto la critica dei paralleli, come quella che rimaneva alla superficie, toccando delle cose non la loro sostanza individua, ma le loro attinenze.
Compiuto questo lavoro sulle figure, notai ch'elle non sono solo mezzi di stile, come le avevano considerate i retori, che le veggono solo nelle parole e nelle frasi.
Le figure entrano nell'organismo stesso della composizione, e sono il modo di concepire e di guardare le cose nelle loro somiglianze, differenze e opposizioni.
Esse dunque sono il processo delle cose nel loro tutto e in ciascuna parte.
Addussi molti esempi di queste figure, sia nell'intimo stesso della concezione, sia nei singoli periodi.
Questo lavoro parve nuovissimo, specialmente per le applicazioni.
Conchiusi che la rettorica, attirando l'attenzione sopra forme esteriori alle cose e appariscenti di falsa luce, indirizza la gioventú alla menzogna, e la svia da' forti studi, guasta l'intelletto e il cuore.
Dissi il simile di quelle figure che hanno la loro radice nell'immaginazione e nel sentimento.
"Buttate al foco le rettoriche, - dicevo, - e anche le logiche.
Ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa.
Studiare le cose, questa è la vostra rettorica.
Le cose tireranno con sé anche le forme, le quali solo in esse e con esse sono intelligibili.
Lo studio isolato delle forme adusa l'intelletto al vacuo.
Solo nello studio delle cose lo spirito esercita ed educa tutte le sue forze, e a questa educazione dee provvedere la scuola".
L'istruzione non ha limiti.
Nessuno può esaurire, non dico le scienze, ma né una scienza sola, per circoscritta che sia.
Ogni anno si allarga il campo del sapere; dopo alcuni anni il maestro diviene appena un discepolo.
Perciò l'ufficio della scuola non è l'istruzione sola, ch'è un fine inarrivabile, ma ancora e piú l'educazione dello spirito in tutte le sue forze.
Questo io chiamava ginnastica dell'anima.
Le forze te le dà la natura, ma limitatamente anche nei piú grandi.
Ricordandomi certi miei studi di medicina, descrissi i quattro famosi temperamenti, notando le loro forze e le loro debolezze.
Mi promettevo un grand'effetto da quella lezione, che contro il mio costume avevo scritta tutta intera, non ben sicuro della materia.
Avevo segnato anche nella memoria i punti che mi parevano piú interessanti, e dai quali mi attendevo grandi applausi.
Ma gli applausi non vennero né grandi né piccoli; anzi la lezione fu udita con una freddezza insolita, che a poco a poco guadagnò anche me.
Non mi sapevo consolare di questo insuccesso, e passai la sera con quel chiodo nel cervello.
Il dí appresso, attendendo il marchese per la traduzione, si fece crocchio; e io, con quel martello che aveva nel cuore, buttai fuori tutti i miei pensieri.
"La lezione che ieri mi costò molta fatica, ma non fu gradita, fu un vero fiasco.
Io ci ho pensato ben sopra, ed ecco la spiegazione.
Voi non credevate alla mia competenza, e io non ci credevo.
Quella materia, ancorché molto da me ruminata e studiata nei piú piccoli particolari, rimaneva fuori del mio spirito, come parte di una scienza a me nuova.
Temevo di errare, pesai le virgole, usando i modi e le parole del testo, e sempre con questo pensiero fitto in mente: dovesse uscirmi qualche sproposito! Cosí riuscii freddo e insipido, scontento io, scontenti voi.
E ho imparato a mie spese, che a parlar bene d'una materia è mestieri aver dimestichezza con la scienza di cui è parte.
Ed ecco nella mia persona un esempio di quello ch'io ho chiamato serietà dell'intelletto.
Questa serietà mi è mancata".
La mia confessione, fatta con tutta bonomia, mosse in loro un riso di applauso, e io mi sentii compensato abbastanza dell'insuccesso.
Sissignore, la natura ti dà le forze e le attitudini.
Non si nasce solo poeta; si nasce oratore, filosofo, scrittore.
La natura ti dà la genialità; e se la natura fa difetto, non c'è arte che possa riempire questa lacuna.
Ma la natura è semplice potenzialità; occorre l'educazione perché diventi atto.
E questo è il miracolo che dee fare la scuola.
Discorsi del basso concetto in che è tenuta la scuola, e del dispregio che si ha dei maestri e degli studenti.
"Il maestro, - dicevo io, - non dee dogmatizzare, tenersi fuori dell'uditorio, sputar senno e mettere sempre innanzi il suo personcino.
Egli dee entrare in comunione intellettuale con la gioventú, e farla sua collaboratrice.
È in questo lavoro di tutti e di ciascuno che si genera l'amore del vero, il desiderio della ricerca e dell'esame, la pazienza dell'analisi; è in questa collaborazione che si fondano le amicizie e si formano le piú nobili qualità dell'anima, le piú alte aspirazioni, il culto della scienza accompagnata dalla modestia e dalla bontà".
E questa fu la mia rettorica.
Venne poi la poetica.
Qui non avevo che studi superficiali.
Non ebbi mai la pazienza di legger tutta intera l'Arte poetica di Orazio o di Boileau, o la Ragion poetica di Gravina.
Costui, malgrado gli elogi del marchese, m'era antipatico; lo trovavo pesante e pedante, spesso piú acuto che vero.
Della metrica conoscevo solo le divisioni e suddivisioni dei trattati scolastici; la materia era quasi nuova nelle sue profondità.
Non avevo tempo di leggere; mi posi a meditare e ad osservare.
Sentivo un giubilo, quando quel mondo a metà oscuro mi si rischiarava; e quel giubilo brillava sulla faccia dei giovani, attirati da osservazioni inaspettate.
Mi fermai molto sull'endecasillabo, ch'io chiamai potentissimo, mostrando le ragioni della sua superiorità sull'alessandrino, la cui monotonia, cantilena e parallelismo mi spiacevano.
Mostrai la flessuosità del nostro endecasillabo, che, mediante la posizione degli accenti, rispondeva a tutti i bisogni della melodia e dell'armonia.
Notai che, come le parole e le frasi, cosí i versi non vanno considerati solo in se stessi, come buoni o cattivi, ma ancora e principalmente per rispetto alle cose.
Perciò la magnificenza è qualità relativa, e, a pigliarla in senso assoluto, è cosa cosí biasimevole, come in prosa l'eleganza ricercata e l'ornamento.
Dissi che i principii generali dell'arte dello scrivere intorno al modo di concepire, di situare e di esprimere gli oggetti, sono i medesimi anche per la poesia.
La differenza è nel fine e nella facoltà motrice, la quale nella prosa è l'intelletto, e nella poesia è la fantasia.
Riserbando a uno speciale trattato questo studio, e tornando alla metrica, dissi che tutti i metri sono parti e frammenti dell'endecasillabo, nel quale spesso ci è la risonanza di questo o di quello, come del quinario, del settenario, del decasillabo.
La lettura dei versi prese per noi un nuovo sapore.
Facevo osservazioni piccanti e minute sul loro congegno e sui vari effetti di melodia.
Distinsi il verseggiatore dal poeta.
Colui era un fabbro piú o meno perito, non un artista.
Venni alle rime e poi alle strofe, e feci una breve storia del sonetto, della canzone, della terzina, dell'ottava e del verso sciolto, secondo i tempi e secondo gli autori.
Parlai della poesia solenne e della poesia popolare.
Mostrai che il cammino delle forme poetiche è determinato dalla civiltà, e si va sempre verso la maggiore libertà di congegno e verso la maggiore popolarità.
A quel modo che la lingua, arricchendosi, va sempre piú rompendo i suoi nativi confini, e si va sempre piú accostando alle forme popolari del dialetto; a quello stesso modo la poesia produce con piú libertà nelle sue forme, e si rinfresca e si rinsangua nell'immaginazione popolare.
Cercai gli esempi nella nostra storia, e spiegai cosí la preponderanza, negli ultimi poeti, del verso sciolto, e la libertà nel gioco delle rime e delle strofe.
Di queste lezioni qualche notizia giungeva al marchese, travisata ed esagerata, come suole avvenire.
Gli si diceva ch'io insegnava la noncuranza, anzi il dispregio della regola e delle forme.
Egli non mi fece motto, ma vedevo sul suo volto una certa freddezza.
Quello che non diceva lui, dicevano i suoi discepoli, dei quali alcuni mi gridavano la croce addosso, motteggiando me e la scuola.
Alcuni miei discepoli, esagerando la dottrina del maestro, e pigliando per Vangelo qualche parola uscitami nel calore della lezione, andavano gridando che delle grammatiche e delle rettoriche bisognava fare un bel falò.
Questi vari rumori mi giunsero all'orecchio, e ne fui sdegnato.
Nuovo del mondo, inesperto delle passioncelle che muovono gli uomini, mi meravigliava che le mie opinioni fossero riferite senza quella misura giusta nella quale io mi tenevo.
Non pensai di aprirmene col marchese; la mia natura poco comunicativa, anzi restia, me lo impediva.
Credulo nella sincerità degli altri, pensai che la colpa dovesse esser mia, e che forse non m'ero spiegato bene.
Feci dunque un'ultima lezione, nella quale mi studiai di dare le piú precise determinazioni alle mie idee.
Dissi che lo studio delle cose e l'educazione delle nostre forze intellettuali e morali sono il fondamento dell'arte; ma che l'arte non si può esercitare senza istrumenti, e che le forme sono gli strumenti dell'arte.
Citai con lode il marchese, e dissi ch'egli soleva chiamare le forme, "i ferri dei mestiere".
Le mie lezioni non erano state che uno studio delle forme, e non dovevano menare al disprezzo di quelle.
Dizionari, grammatiche, rettoriche, poetiche non erano roba da gittare al fuoco.
Sole esse conducono alla pedanteria; ma lo studio delle cose, scompagnato da esse, conduce alla barbarie.
Quello solo rimane nei posteri che riceve il suo suggello dalla forma.
Paragonai le forme al culto, senza il quale la religione rimane un fatto interiore, senza espressione.
Dissi ch'era bene studiare le forme con la penna in mano, notando i modi, i pensieri, i versi che piú facevano impressione.
"Notate anche, - dicevo, - i vostri pensieri e le vostre osservazioni, giorno per giorno; sarà il giornale dei vostri studi, non meno prezioso che il giornale della vita.
Ciascun dí riandate la vostra giornata, fate il vostro esame di coscienza; scrivete i fatti, i pensieri, i sentimenti buoni e cattivi; siate confessori a voi stessi.
Nessun uomo fa senza del libro dei conti; oh come dee mancare il libro della scuola e il libro della vita? Con l'uno imparerete a scrivere, con l'altro imparerete a vivere".
Stetti alcuni dí, dicendo fra me: "Qualcuno dirà di questa lezione al marchese".
E m'immaginavo già che mi venisse incontro con quella sua faccia aperti, piena di bontà.
Andai a lui e lo trovai muto e freddo.
Nessuno gliene aveva detto verbo.
Curiosa questa natura umana!
Capitolo ventesimosesto
LA LIRICA
Vennero l'anno appresso alcuni altri bravi giovani: Gabriello Balsamo, Ermenegildo Barci, Casimiro e Francesco De Rogatis, Belfiore, i fratelli Finelli, Francesco Bax, Pasquale Villari, Domenico Müller Ferdinando Vercillo.
Erano passati alla scuola del marchese i giovani Filippo De Blasio, Enrico Capozzi, Giuseppe Talamo, Matteo Vercilio.
Tormentando la memoria, non mi sovviene di alcun altro.
La scuola era numerosissima.
Già la fama se ne spargeva per la città e per le province.
In essa si era naturalmente formata l'aristocrazia dell'ingegno.
Per consenso tacito di tutti, i migliori occupavano i banchi d'innanzi.
Mi corse allora per la mente una reminiscenza della scuola del Puoti, e volli consacrare quella distinzione ufficialmente, volli anch'io gli Eletti.
Il marchese gustò l'idea, perché ci vide come un ritorno alle sue tradizioni.
Vi fu una gran festa scolastica, ed egli venne con tutti i suoi maggiorenti.
Io pronunziai un discorso che non trovo piú fra le mie carte.
Il sugo era che la scuola è presentimento della società, che quei primi banchi erano pronostico degli alti posti sociali a cui salgono i piú degni, dei quali gli altri sono come il corteggio ed il coro.
Potevo temere che quella distinzione fosse principio d'invidia e di piccole gare; ma, schivo d'intrighi e di raccomandazioni, feci la scelta con tale dirittura, che tutti la trovarono giusta.
Dicevano: "Cosí avremmo fatto noi".
Quell'anno cominciarono le lezioni di letteratura.
Nel corso sullo stile e sulla rettorica avevo stabiliti i princípi generali dell'arte dello scrivere.
Qui venni ai cosí detti generi di letteratura, collegandoli con quella parte della rettorica che si chiama invenzione.
"I generi, - dissi, - sono determinati non dalle forme, ma dal contenuto; anzi è il contenuto che determina le forme, secondo la sua natura e la sua impressione sull'anima.
La stessa grande divisione di prosa e poesia non basta a determinare i generi, perché lo stesso contenuto si esprime in poesia e in prosa, secondo le sue impressioni nel tal tempo e nel tal luogo.
Per esempio, il poema epico e la storia appartengono allo stesso genere, quantunque l'uno sia poesia e l'altra sia prosa.
I generi e le loro forme hanno la loro origine e il loro andamento nella storia dell'umanità, attraverso i secoli.
Il linguaggio dell'immaginazione e del sentimento precede il linguaggio della riflessione.
Perciò la poesia apparisce prima, e la prosa è invece il tardo frutto dell'intelletto venuto a maturità".
Queste osservazioni parvero nuove, perché Giambattista Vico era piú ammirato che studiato.
Io per conclusione feci una lezione sulla Scienza Nuova, che destò nei giovani il desiderio di quello studio, e parecchi andarono a sentire le dotte lezioni di Enrico Amante sopra il Vico.
Il primo linguaggio dell'anima fu la lirica.
E di qui cominciai il mio corso.
La distinsi, secondo il contenuto, in religiosa, eroica ed amorosa.
Toccai della lirica greca e romana, riserbando la trattazione a un corso speciale.
Mi fermai molto sulla lirica ebraica, esaminando in ispecie il libro di Giobbe, il canto di Mosè dopo il passaggio del mar Rosso, i Salmi di Davide, la Cantica di Salomone, i Canti dei profeti, specialmente d'Isaia.
Avevo sete di cose nuove, e quello studio era per me nuovissimo.
Non avevo letto mai la Bibbia, e i giovani neppure.
Con quella indifferenza mescolata di disprezzo, che allora si sentiva per le cose religiose, la Bibbia, come parola di Dio, moveva il sarcasmo.
Nella nostra immaginazione c'erano il catechismo e le preghiere che ci sforzavano a recitare nelle Congregazioni, e la Bibbia entrava nel nostro disgusto di tutti i sacri riti.
Lessi non so dove maraviglie di quel libro, come documento di alta eloquenza, e tirato dall'argomento delle mie lezioni, gittai l'occhio sopra il Libro di Giobbe.
Rimasi atterrito.
Non trovavo nella mia erudizione classica niente comparabile a quella grandezza.
Portai le mie impressioni calde calde nella scuola.
Avevo già fatto una lezione sopra l'origine del male e il significato di quel libro, e fu udita con molta attenzione.
Ma quando lessi il libro tutto intero, la mia emozione e la mia ammirazione guadagnarono tutti.
Preso l'aíre, c'immergemmo in quegli studi.
Furono molto gustati la Cantica; un Salmo di Davide, dove dalla contemplazione delle cose create si argomenta la potenza e la grandezza del Creatore; e qualche Treno di Geremia.
Era per noi come un viaggio in terre ignote e lontane dai nostri usi.
Con esagerazione di neofiti, dimenticammo i nostri classici, fino Omero, e per parecchi mesi non si udí altro che Bibbia.
C'era non so che di solenne e di religioso nella nostra impressione, che alzava gli animi.
Chiamammo questo sentimento il divino, e intendevamo sotto questa parola tutto ciò che di puro e di grande è nella coscienza.
Mi meraviglio come nelle nostre scuole, dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un'antologia biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, ch'è lo stesso sentimento morale nel suo senso piú elevato.
Staccare l'uomo da sé, e disporlo al sacrificio per tutti gl'ideali umani, la scienza, la libertà, la patria, questo è la morale, questo è la religione, e questo è l'imitazione di Cristo.
Le mie impressioni erano vivaci, perché sincere, e partecipate da quella brava gioventú.
Io non cercavo le frasi per fare effetto e per eccitare applausi; essi se ne accorgevano, sapevano che a me era piú grato il loro raccoglimento che il loro battimano.
Volevo la serietà delle impressioni.
"Cosa mi fanno i vostri applausi, quando, usciti di qua, non resta che un vaniloquio? No, la scuola dee essere la vita; e quella lezione è bella, che vi avrà resi migliori".
La scuola era il riflesso della mia anima, e rassomigliava piú a una chiesa che a un teatro.
Venendo alla lirica italiana, mostrai perché noi non avevamo avuto lirica né religiosa né eroica.
Questa lirica è voce di popolo sotto forma individuale, come si può vedere nei canti biblici, dove il vero cantore è il popolo ebreo, nel suo clima fisico e morale.
Tale lirica è la voce delle genti primitive, e si confonde con i tempi mitici ed epici.
La lirica italiana ha avuta la sua voce universale nella Divina Commedia, che oltrepassa i confini d'Italia ed è il poema religioso del Medio Evo.
Il sentimento religioso ed eroico non ha avuto presso di noi un accento nazionale.
Ci sono delle cosí dette poesie sacre o eroiche, dove cerchi invano la sincerità del sentimento, e spesso non sono che declamazioni, opere letterarie e convenzionali, non voci della coscienza popolare.
Non eccettuai la celebrata canzone del Petrarca alla Vergine.
A quel tempo correvano opinioni curiose sopra molti nostri lirici.
Si citava come modello di genere eroico una canzone di Annibal Caro.
Grande era l'ammirazione per le canzoni eroiche del Filicaja, del Chiabrera, del Guidi, del Frugoni.
La canzone del Guidi alla Fortuna era un esempio di sublimità.
Il Casa e il Costanzo erano lumi del Parnaso.
Ma il nostro gusto era divenuto cosí delicato, il nostro giudizio cosí sicuro, che tutte queste divinità si liquefecero, e molti brani ammirati dagli altri destavano in noi il riso, perché ci sentivamo sotto il vuoto e il gonfio.
Certe poesie facevano sdegno, come la canzone detta eroica di Annibal Caro, dove l'adulazione si sentiva lontano un miglio.
La lirica amorosa non era poi che un sonnolento e artificioso petrarchismo.
Ci fermammo dunque all'esame dei due grandi maestri: Dante e Petrarca.
Noi eravamo come certi ambiziosi, che sognano re e imperatori, e abitano nei cieli, e sdegnano la bassa terra.
Il mediocre e il comune non ci attirava neppure per il piacere di dirne male.
Non potendo cansarlo, ci strisciavamo sopra con un "guarda e passa".
Miravamo alle stelle di prima grandezza, disposti piú all'ammirazione che al biasimo.
Certamente questa inclinazione ci teneva alto l'intelletto e il sentimento, ma pur lasciava una lacuna nello spirito.
Non c'è niente di sí mediocre e piccolo, che non abbia il suo valore nella connessione delle cause e degli effetti; non c'è libro cosí volgare, dove non ci sia da imparare, e la storia dei sommi, scompagnati dal corteo dei mediocri, è come concepire il re senza sudditi.
Tutto sta che il mediocre resti mediocre e non usurpi il luogo dei grandi: ciascuno al suo posto.
Mirando sí alto, a noi riusciva facile spogliare della propria porpora molti re di cartone.
Le canzoni eroiche del Petrarca ci parvero roba letteraria.
C'era in lui il grande artista, non c'era l'uomo.
Pure, nella sua canzone all'Italia ammirammo la sincerità del sentimento giovanile.
Venendo poi alla lirica amorosa, uso com'ero a collaborare coi giovani, feci fare parecchie ricerche sull'indole di quella lirica, indicando loro i libri da consultare.
Fu questo il tema di parecchi componimenti.
Uno scrisse sul culto della donna, un altro sul concetto dell'amore platonico, un terzo sopra Beatrice e sopra Laura.
Vi furono lavori di qualche importanza, e discussioni interessanti.
Le lezioni sulla lirica di Dante parvero una rivelazione.
Conoscevamo la Divina Commedia a menadito; ma quella lirica era nuova a me e a loro.
Mi capitò un esemplare muffito, macchiato e di caratteri antichi, che irritavano l'occhio.
Certi sonetti mi fecero venir le grinze al naso: "Che roba è questa?" Mi pareva fra Guittone o fra Iacopone.
Mi venne il sospetto d'interpolazioni o di falsificazioni.
Poi mi furono innanzi sonetti vivi e freschi, che parevano scritti oggi: "Questa è poesia per tutti i secoli!" Feci notare che i sonetti buoni avevano a base un fatto concreto e una situazione determinata, con accordo di stile e di accento e di colore, e non vi comparivano le sottigliezze e i luoghi comuni del secolo.
La canzone della visione della morte di Beatrice, e l'altra sulle tre suore destarono viva ammirazione, e parvero i monumenti piú importanti della nostra lirica.
M'è ancora presente il fremito di tutta la scuola, quando dissi:
....
non sai novella?
Morta è la donna tua, ch'era sí bella;
e quando lessi:
....
Morte, assai dolce ti tegno:
Tu déi omai esser cosa gentile,
Poiché tu se' nella mia donna stata.
Fu anche applaudito il verso:
L'esilio che m'è dato, onor mi tegno.
La semplice lettura destava questi entusiasmi.
Solevo però prepararli, riempiendo le lacune della situazione, e notando le idee accessorie, che fermentavano nel cervello del poeta, condensate in sintesi gravide, solevo dire, piene di cose.
Critica pericolosa; ma ci riuscivo, perché, come un bravo attore, dimenticavo me nella situazione, e non vi aggiungevo niente di mio.
D'altra parte avevo fatto molto progresso nell'arte del leggere, e ne avevo qualche obbligo a un tal Camilli, che teneva scuola di declamazione, dove, imparando a recitare con verità e naturalezza, avevo corretto quel po' d'enfasi stridente e piagnucolosa, che m'aveva appiccicato il Bidera.
Ci conferiva anche il gusto che mi si andava purificando, e quel mio viver dentro nella lettura, sí che non mi sfuggivano le piú lievi gradazioni del pensiero o del sentimento.
L'intonazione era giusta, l'accento sincero, la voce insinuante, fatta piú alla dolcezza che all'energia, non mai monotona.
Dicevo che le cose hanno ciascuna la sua voce, e quando qualcuno, leggendo, non aveva la voce abbastanza flessibile e mutabile, mi veniva il mal di visceri, e non sapevo infingermi.
Me la prendevo coi maestri, che non sapevano leggere; e dicevo che il modo di leggere mi mostrava il valore del giovane piú che qualunque esame, ciò che sembra un paradosso, ed è verità.
Quando ero chiamato a qualche esame, solevo far leggere qualche periodo, e a dare il giudizio non mi occorreva altro.
Queste parranno puerilità; ma penso anche oggi cosí.
In Napoli pochissimi sanno ben leggere e ben pronunziare, e il fatto comincia nei fanciulli, che imparano in modo cosí barbaro a compitare.
Il marchese ci si arrabbiava.
L'importanza della buona pronunzia e delle letture pubbliche non è ancora ben capita.
La lettura che facevo io m'impressionava tanto, che mi si ripercoteva nella memoria per piú d'un giorno, e i piú bei luoghi mi giravano per il capo, e non mi volevano lasciare, e mi gettavano in dolci fantasie.
Parlando di Dante, toccai del suo amico Guido Cavalcanti, e ci colpí non la vantata canzone sull'amore, ma le deliziose strofe sulla forosetta, e ancora piú la canzone sulla Mandetta, dove sentivamo il fremito d'una passione sincera, cosa rarissima nella nostra letteratura.
Sapevamo a mente molti sonetti e canzoni del Petrarca, e appunto perché dimesticati con lui, ci fece poca impressione.
Poi, il petrarchismo, da noi tenuto a vile, noceva un poco al Petrarca, a quel modo che l'abuso della religione non è senza cattivo effetto sul sentimento religioso.
Pure, io tenni molto a rialzare il concetto del Petrarca, e ciò feci a spese de' suoi imitatori.
Notando che l'ispirazione del poeta era spesso letteraria, come nelle stesse tre canzoni sorelle e in molti sonetti sulla bellezza di Laura, trovai le orme d'una ispirazione sincera nella sua malinconia piena di dolcezza e di grazia; piú che poeta, io lo chiamai un grande artista.
I giovani si misero a scernere il buono dal cattivo, e in queste ricerche e distinzioni si affinava il nostro gusto.
Feci anche una curiosa ricerca.
Avvezzo a guardare il di fuori nel di dentro, volli fare una storia del suo amore, cercando la successione e la gradazione dei sentimenti, e trovando cosí un prima e un poi in quelle poesie.
Fu una volata d'ingegno, dalla quale uscirono una storia intima del poeta e una classificazione delle poesie, secondo lo stato dell'animo e la qualità dei sentimenti.
Ciò piacque molto; ma piú tardi mi parve un romanzo e non ci pensai piú.
Venendo ai nostri tempi, toccato del Parini e del Foscolo, mi fermai sopra il Manzoni e il Leopardi.
Il Berchet non era ancora giunto tra noi, e appena qualche sentore si aveva del Giusti: se ne mormorava qualche strofa a bassa voce.
Giudicai gl'Inni del Manzoni cosa letteraria, eco piú del talento individuale che di un vivo e profondo sentimento nazionale, stimando fittizio e superficiale quel sentimento neo-cattolico, che allora faceva tanto strepito.
Anche il Cinque maggio mi parve opera letteraria, tale però, per vigore di concezione, per unità di getto, per grandezza d'immagini e per forza di stile, che in questo genere si poteva chiamare il piú grande monumento della nostra lirica.
Ci feci sopra una lezione che destò la piú viva impressione, e gli applausi mi suonano ancora nella mente.
Cari e bei giorni quelli, che non ho ritrovati piú.
Leopardi era il nostro beniamino.
Avevo acceso di lui tale ammirazione, che l'edizione dello Starita fu spacciata in pochi giorni.
Quasi non v'era dí che, per un verso o per l'altro, non si parlasse di lui.
Si recitavano i suoi Canti, tutti con uguale ammirazione; non c'era ancora un gusto cosí squisito da fare distinzioni; e poi, ci sarebbe parsa una irriverenza.
Eravamo non critici, ma idolatri.
Le canzoni patriottiche ci parevano miracoli di genio, ci aggiungevamo i nostri sottintesi.
Quelle Silvie e quelle Nerine ci rapivano nei cieli, quel Canto del pastore errante ci percoteva di stupore.
Una sola poesia non fu potuta digerire; né io né alcuno la potemmo leggere dall'un capo all'altro: I Paralipomeni.
Anche la Batracomiomachia ci pesava.
Vennero molti di fuori a sentire le mie lezioni sopra Leopardi, nome popolare in Napoli.
Io lo chiamai il primo poeta d'Italia dopo Dante.
Trovavo in lui una profondità di concepire e una verità di sentimento, di cui troppo scarso vestigio è nei nostri poeti.
Lo giudicai voce del secolo piú che interprete del sentimento nazionale, una di quelle voci eterne che segnano a grandi intervalli la storia dei mondo.
Esaminando il suo concetto, m'incontrai con Byron, che fece trionfale ingresso nella scuola, argomento prediletto di molti lavori.
In quell'onda d'inganni e di disinganni, di aspirazioni e di disperazioni, cercai un capo saldo che mi desse il filo; e ne venne un ordine delle poesie, secondo le gradazioni dei suo concetto.
Vedevo il suo pensiero svolgersi, a poco a poco, sino alla negazione universale, e anche in quello, a poco a poco, volli ficcare il naso, determinando le gradazioni e i passaggi.
In quel tempo la reazione contro l'idolatria delle forme conduceva all'idolatria del concetto, tenuto come criterio principale e quasi unico del valore di un'opera artistica.
Si disputava se il concetto era buono o cattivo, volgare o nobile, vero o falso.
Queste dispute sorgevano anche intorno al Leopardi.
Io sostenni che il concetto non esiste in arte, non nella natura e non nella storia.
Il poeta opera inconsciamente, e non vede il concetto, ma la forma, nella quale è involto e quasi perduto.
Se il filosofo, per via di astrazioni, può cavarlo di là e contemplarlo nella sua purezza, questo processo è proprio il contrario di quello che fanno l'arte, la natura e la storia.
Si può della storia, della natura e dell'arte fare una filosofia, ma è un lavoro ulteriore del pensiero su quelle produzioni spontanee.
Perciò distinsi la forma dalle forme, e chiamai forma, non il concetto, ma la concezione, che è come l'embrione generato nella fantasia poetica.
In questa produzione il poeta non sa quello che fa, appunto come la natura.
I poeti primitivi sono assolutamente incoscienti, sono espressione spontanea e immediata di tempi tutto senso e immaginazione.
Nei nostri tempi il critico e il filosofo coesistono nella mente, accanto al poeta: onde nasce una poesia riflessa.
L'intelletto come tarlo penetra nella fantasia; ma nei grandi poeti la fantasia sommerge e sperde in sé il concetto, e lo profonda in modo nella forma, che solo piú tardi un'acuta riflessione può ritrovarlo.
Anche oggi si disputa quale sia il concetto della Beatrice e della Margherita, il che dimostra l'eccellenza di quelle concezioni.
Leopardi ha dovuto conquistarsi lui il suo concetto, e si vede il lavorío della mente dalle sue fluttuazioni.
Ma quel concetto diventò sua passione e sua immagine, e qui è l'eccellenza della sua poesia.
Il suo concetto è una faccia del secolo decimottavo e decimonono, lui incosciente, che lo attinse nella vigoria e originalità del suo pensiero.
Ma è poeta, perché quel concetto è lui, è la sua carne e il suo sangue, il suo tiranno e il suo carnefice, ed è insieme il germe che, fecondato nella fantasia, genera le piú amabili creature poetiche.
Le sue piú belle poesie sono quelle in cui la forma è vera persona poetica, di modo che il concetto vi apparisce come immedesimato ed obbliato nell'individuo, con appena un barlume della coscienza di sé.
Cosí è nell'Infinito, nella Saffo, nel Bruto, nella Silvia, nella Nerina, nel Consalvo, nell' Aspasia.
Quando il concetto non sia persona poetica, è necessario che sia almeno non una intellezione, ma uno stato appassionato dell'anima, o una visione della fantasia, com'è nei Salmi e nelle Profezie e negli Inni, e come nel canto Alla luna, in Amore e morte, nel Pensiero dominante.
Al contrario, malgrado i fulmini di Pietro Giordani, tenni poesia mediocre La ginestra, dove la base poetica è occasionale, il concetto rimane nella sua astrattezza filosofica, e si esprime per via di argomentazioni e di ragionamenti.
Dissi che, appunto presso al nostro vulcano, s'era spento quel vulcano poetico.
Questa teoria della concezione, della fantasia, della situazione e della persona poetica; quest'obblio del concetto nella forma; questa incoscienza e spontaneità dell'artista fecero grande impressione, e sono rimasti sempre il capo saldo della mia critica.
Accompagnavo le teorie con frequenti letture di quelle poesie, dove avevo modo di scendere nei piú fini particolari della composizione e dello stile.
Coronammo quelle lezioni con un pio pellegrinaggio alla tomba di Giacomo Leopardi.
Divisi in piccoli gruppi, ci demmo la posta al di là della Grotta di Pozzuoli.
Quei paesani ci guardavano con gli occhi grandi, e ci presero forse per una processione di devoti, che andavano in chiesa a sciogliere non so qual voto.
Noi ci fermammo con religioso raccoglimento innanzi alla lapide, sulla quale è l'iscrizione di Antonio Ranieri, nome caro a noi, perché caro a Giacomo Leopardi.
Intanto in casa continuava la baldoria.
Costretto a non interrotta meditazione per la novità delle mie lezioni, che mi tiravano il miglior sugo dal cervello, perché non aveva tempo né voglia di leggere, né libri adatti, e spesso tutto veniva da un'accanita riflessione in me stesso, lasciavo dietro di me i rumori di casa, e me ne andavo tutto solo a fantasticare per Capodimonte o per altri luoghi lontani, gesticolando, vagando talora con gli occhi distratti, e ripigliando poi il filo col mio solito: "Dunque, allons, pensiamo alla lezione".
Quei buontemponi ch'erano attorno al greco, ne inventavano delle belle.
Venne loro il ticchio d'imparare il ballo.
Si fece una compagnia d'amici, e due volte la settimana era un diavoleto.
Il bello e che vollero tirare anche me in quel gioco turbolento, e io mi ci acconciai di buona grazia, ricordando le lezioni del maestro Cinque.
Non sapevo piú là del walzer tedesco; le chiamate della contraddanza poco mi volevano stare in mente.
Non era ancora di moda la polka, ma c'era il walzer saltante e non so quali altre novità, e io con tutti quei sopraccapi ci metteva poco studio.
Poi ero tutto d'un pezzo, come diceva il marchese, e non ci avevo grazia.
Aggiungi una cert'aria professeur, come diceva il greco, l'aria del mestiere, che ti sale sulla faccia.
I motteggi m'impacciavano di piú.
Si danzava quasi sempre nel gran salone, che qui chiamano galleria, sotto a cui stavano due stanze da letto di un commissario di polizia.
A quel chiasso questi s'inalberò, e volle intimidirmi, abusando del suo ufficio.
Io non sapevo nulla dei fatti suoi, anzi neppure chi abitasse in quella casa, sprofondato nelle mie lezioni.
Un dí venne un feroce, come chiamavano la bassa gente di polizia, e m'invitò a recarmi presso l'ufficio.
Era la prima volta che mi succedeva questo.
La polizia era per me un nome scuro e pauroso, ma non altro che un nome; non ci avevo avuto mai che fare.
Ci andai con la faccia scura: "Che sarà?" Trovai lí un signore grosso e tondo, che fece una brutta cera, e mi scaraventò certe parole grasse alla napoletana.
Io restai grullo.
Quando la tempesta finí, e mi fece capire cosa c'era sotto, io, sicuro del mio diritto, e poco pratico del mondo, risposi secco che in casa mia ero io il padrone, e potevo ballare a mia posta.
L'amico, rauco per lo sforzo della voce e per la rabbia, balbettò che mi avrebbe insegnato lui l'educazione.
Voltai le spalle e andai via sbuffando.
Narrai il caso, e la compagnia si mise a far peggio, quasi a dispetto.
Allora mi sentii chiamare in ufficio per "esibire il permesso della scuola".
Questo mi impensierí.
Io non avevo laurea né permesso, ero nel caso di quasi tutti i maestri, non perché la legge non ci fosse, ma per una cert'abitudine di tolleranza, che lasciava correre le cose.
Capii onde veniva il tiro: quel signore lí non mi avrebbe lasciato piú quieto.
Avrei potuto accopparlo, perché il prefetto di polizia aveva non so quale parentela con la famiglia Amante, a me affezionata, e poi c'era il marchese.
I ballerini mi aizzavano, e qualche brutta idea di vendetta mi tentò un momento; ma la mia natura mite rifuggiva dalle soverchierie, e cercai un altro modo.
Me ne aprii con un tale Albanesi, che faceva gli affari del mio padrone di casa.
Costui sorrise del mio imbarazzo e della mia inesperienza, e disse che lasciassi fare a lui, e stessi tranquillo, che del permesso non si sarebbe parlato piú.
Poi in tuono paterno aggiunse: "Ballate pure, ma in ogni cosa c'è modo".
Non so che via tenne.
L'effetto fu che quel signore, una volta che scendevo, si fe' trovare sull'uscio di casa, e mi tese la mano, e mi si profferse, dichiarandosi mio buon vicino, stimandomi un giovane dabbene, di cui aveva inteso a far molta lode.
Io interrompeva e cercavo di venire al quatenus; ma lui fece un gesto con la mano, come volesse dire: "Al passato non ci si pensa piú".
La parte d'uomo di spirito la fece lui, io feci la parte goffa.
Il signor Albanesi non mi disse niente; io capii che se la intesero fra loro.
Intanto in fin di mese non mi trovavo mai bene a quattrini.
Guadagnavo allora quanto non ho mai guadagnato in mia vita.
Quei cinquanta ducati mi parevano inesauribili, ma pure quei danari del greco si liquefacevano come neve.
S'erano introdotti in casa un disordine e una dissipazione a cui non vedevo fine.
Mi credevo ricco, e mi trovai povero: maledissi il greco e i cinquanta ducati.
Quei chiassi mi davano il capogiro; quel disordine mi stomacava; quella vita non era la mia, e ci stavo per forza.
Pensai a ridurre le spese.
Soppressi quel bicchiere di malaga che coronava il pranzo, una cattiva malaga che mi pareva sciroppo e mi facevano pagar salata.
Il greco mi fece un ghigno, che mi saettò.
Pensai che potesse recarlo a meschinità d'animo, e rallentai il freno.
In quella baraonda montò la testa anche a me, e, chi il credería?, tornai ad Agnese.
Colsi il pretesto che sua mamma venisse a lavarmi il bucato.
Era imbruttita, con aria stanca di malata.
Quel riso leggero non le veniva piú.
Cercammo rianimarci l'uno e l'altra, ma la parola usciva fredda.
E non la vidi piú.
Verso la fine dell'anno, il fratello del greco mi scrisse una curiosa lettera, nella quale c'era qualche frase allusiva alla somma "enorme" dei cinquanta ducati.
Quella parola "enorme" mi ferí, perché l'avevo trovata in bocca al greco, insinuatagli dai suoi compagni.
E feci una risposta risentita, indicando la spesa che mi costava il greco.
Mi portai da fanciullo, e ne venne un pettegolezzo.
La fine fu buona: il greco andò via, e abitò in casa del fratello ch'era venuto in Napoli.
Ci separammo con segni di cordiale amicizia: che infine quel povero diavolo non aveva altro torto che d'essere un capo scarico, ed era buono d'indole e di cuore, e si faceva voler bene da tutti.
Cosí, finiti quei cinquanta ducati tentatori, mi sentii piú ricco.
Rimaneva don Raffaele, che mi si era insediato in casa e spadroneggiava.
Glielo feci capir bel bello; non se l'ebbe a male e rimanemmo amici.
Cominciai pure a essere un po' restío agl'imprestiti.
Pareva che la borsa mia non fosse mia: ciascuno vi attingeva sotto nome d'imprestito.
Quando incontravo qualcuno, quegli mi sfuggiva come un creditore.
Mutai la servitú, ch'era gran parte di quella dissipazione, visto pure che molti oggetti sparivano di casa a vista d'occhio.
Cosí misi un po' d'ordine in casa, e potei con cuore tranquillo passar le vacanze sull'Arenella, in una villetta.
Venivano a visitarmi i miei giovani, e passavano con me la giornata, e tanto per non perder l'uso, facevo lezioni alla peripatetica, per il Vomero e per Antignano.
La sera mi recavo a una villa vicina, dove si faceva tavola da gioco.
Venivano parecchi amici da Napoli e si formava una compagnia scelta e allegra.
Là rividi il Pisanelli, mio antico compagno nella scuola del marchese, e già innanzi nella carriera forense.
Era un bel giovane, persona alta e svelta, volto pallido, pieno di distinzione, con occhi languidi, dolcissimo di favella e di modi.
Faceva crocchio intorno a sé e, come si direbbe oggi, posava.
Gli occhi delle signorine erano sopra di lui.
Vestiva con eleganza, profumato, con la chioma ben pettinata.
Io lo guardavo incantato.
Uso a stare cosí alla buona e alla naturale, semplice di parola e di modi, mi sentivo piccolo dirimpetto a lui; mi pareva una divinità, ma, come dissi poi ai giovani col mio linguaggio scolastico, un tipo di eleganza un po' manierata.
Si fece un po' di conversazione.
Tra quella gente lambiccata io ero una figura insignificante, stavo tra la folla, non facevo spicco e nessuno mi badava.
Poco fatto alla conversazione, sgraziato e confuso in tutti quegli usi convenzionali di una società elegante, stavo piú volentieri a guardare le vicende del gioco, senza capirci un ette.
Conoscevo un po' la scopa e lo scopone; ma non capii mai il mercante, che si giocava in casa dello zio, e tanto meno il mediatore e la calabresella, che non avevo visto mai.
Pure, a forza di guardare, ci capii un poco.
Una sera si giocava il mediatore, e mancava il quarto.
Pisanelli mi fece ressa, perché il quarto foss'io, e per cortesia presi posto.
Gioca e gioca, perdevo sempre, il piattino era tutto pieno.
"Che bella cosa una sola ora!"; disse Pisanelli, guardando il piattino.
"Sola!", gridai io, e Pisanelli gettò gli occhi sulle carte.
"Sola!, temerario", notò lui, con quella sua aria di maestro che m'imponeva.
Io non potei tirarmi indietro, ancorché tutti dicessero: "Riflettete!" Il mio amor proprio m'incapricciava.
Si fece un gran cerchio intorno a me.
Avevo molte carte simili; ma mi mancava il due, e, se questo non cadeva, l'era finita.
Io gitto il tre, e il cuore mi diceva: "Non cadrà il due".
Ma ecco, il due cade, e io gitto le carte col riso trionfale d'un imperatore che ha vinto la battaglia.
Ci fu un urlo, batterono le mani, e io mi misi in tasca non so quanti carlini, una cosa straordinaria.
E come sono piccoli gli uomini! Quella scena mi è rimasta impressa, e per piú tempo sono andato raccontando il caso bizzarro a questo e a quello, e anche oggi m'è venuto in mente.
Capitolo VENTESIMOSETTIMO
LA SCUOLA.
PROPOSTA DI MATRIMONIO IL MARCHESE E I GIORNALI
Anche quest'anno il marchese veniva tutti i mercoledí per la traduzione; talora anche il sabato, destinato all'esame dei componimenti.
Parecchi giovani erano molto innanzi per purità e castigatezza di scrivere, e la loro traduzione era scelta per lo piú come la migliore, sulla quale il marchese faceva poi la sua correzione.
Tra questi puri scrittori, che egli aveva in maggior conto, erano Vincenzo Siniscalchi, Francesco Corabi e Agostino Magliani.
Il marchese teneva ancora la sua scuola di perfezionamento, ma nella sola domenica.
Ci andavano alcuni giovani miei, come Bruto Fabbricatore, Matteo Vercillo, Alessandro Parlati, venuti a me fin dal primo anno, anche Siniscalchi, e credo pure De Meis.
Di questi, Fabbricatore lasciò la mia scuola, venne nella buona grazia del marchese, e gli rimase accanto, assistendolo in tutti i suoi lavori.
Era giovane laborioso, pratico della lingua, e per la natura della sua mente poco atto ad altro indirizzo.
Stava strettamente alle opinioni del marchese, ed era il suo piú fido interprete presso i giovani.
Anche don Francesco, che seppi essere il barone Corvo, assisteva alle mie lezioni, primo a venire, ultimo ad andar via.
Aveva preso molta dimestichezza coi giovani, e stava in mezzo a loro, come papà.
La sua modestia e il suo riserbo gli mantenevano riverenza, e non ricordo che alcuno abbia mai abusato di quella familiarità.
La disciplina si rallenta quando il movimento intellettuale stagna e l'attenzione non è tenuta viva da cose interessanti.
Ora, nella scuola non c'erano parentesi, non digressioni; anche parlando a uno, dicevo cose che tutti avevano interesse a sapere, e perché non solevo ripetermi mai, c'era del nuovo che tenea desta la curiosità.
Una, sera, cominciata già la lezione, entrava Ferdinando Vercillo.
Era un giovane elegante, guantato, ricercato nel vestire, e portava un cappello a punta allora in moda, e certi scarpini rumorosi.
Fu accolto dai giovani con un suono che voleva dir "zitto!", e che a me parve un sibilo.
Questo mi turbò assai.
Feci vive lagnanze, dicendo con voce commossa che l'era un fatto grave, senza esempio nella mia scuola.
Nessuno fiatò.
E io, eccitato dalle mie stesse parole, lasciai lí la lezione e non volli continuare, congedai tutti bruscamente.
Se ne andarono mogi, in silenzio.
Dopo mi fu spiegato il caso, e ripigliai le lezioni.
Questa era la disciplina della scuola.
E avvenne un altro scandalo, come io chiamavo queste cose.
Capitò un abate su' trent'anni, di cui non faccio il nome.
Uscito dalla scuola dei Gesuiti, egli veniva pettoruto, con l'aria di volerci inghiottire tutti.
E tutti gli fummo addosso, al primo suo lavoro.
Declamava certa orazione, in tre punti, col relativo esordio ed epilogo, con le solite amplificazioni, fermandosi dopo certi periodoni, che gli parevano magnifici e di molto effetto, tutto pavoneggiandosi; e piú prendeva il tuono solenne e piú ci metteva d'enfasi, e tanto piú erano romorose le risa.
L'abate, vedendosi sberteggiato, ricalcitrava, tutto rosso dalla stizza, e piú s'incolleriva lui, e piú si rallegravano gli altri.
Io feci il volto grave, e domandai ad uno dei piú allegri il suo giudizio.
Ma l'abate l'interrompeva con certe mosse di stupore: "Come! Ma lei non sa che questa è una regola rettorica! Questa è una ipotiposi.
Ma questo nel linguaggio di chi studia si chiama un'amplificazione".
E sghignazzava e si dondolava, facendo: ah! ah!, come per affogare le risate nel riso suo.
Lo spettacolo era nuovo e voleva una correzione.
Feci d'occhio a Francesco Corabi lí in prima fila, ch'era stato serio e prendeva delle note.
Costui era un ingegno secco di stretta logica e di analisi fine, acuto come un coltello e stringente come una tenaglia.
Ghermí il povero abate e ne fece un cencio.
Ben tentava qualche interruzione, ma lui non gli dava il tempo, e lo incalzava, e in breve il ritroso abate si vide tirato a tale altezza, che gli mancò l'aria e gli cascò il capo tra le mani.
Io usai parole dolci per consolarlo e fargli animo.
L'abate presuntuoso si fece piccino piccino, e come in fondo era un brav'omo, divenne un buon compagno e un buono scolaro, e se non fece miracoli, imparò almeno a scrivere naturalmente.
La scuola era venuta a quel punto che Proudhon chiamerebbe anarchia.
Era una piccola società abbandonata a se stessa, senza regolamenti, senza disciplina, senza autorità di comando, mossa dal sentimento del dovere, da stima e da rispetto reciproco, da quello ch'io chiamavo sentimento di dignità personale.
Ci eravamo educati insieme.
Io avevo per quei giovani un culto, sentivo con desiderio le loro osservazioni e i loro pareri, studiavo le loro impressioni.
Godevo tanto a vedermeli intorno con quei gesti vivaci, con quelle facce soddisfatte! Essi guardavano in me il loro amico e il loro coetaneo, e mi amavano perché sentivano di essere amati.
Io avevo il loro entusiasmo giovanile, i loro ideali, e, se in loro c'era una parte del mio cervello, da loro veniva a me una fresc'aura di vita e d'ispirazione.
Senza di loro mi sentivo nel buio, essi erano lo sprone che mi teneva vivo l'intelletto e lo riempiva di luce.
Scrissi nell'album di una signora: "Desiderando di piacere a qualcuno, tu piaci a te stesso e ti senti felice".
Patria, libertà, umanità, tutti i piú alti ideali che mi brillavano innanzi, si compendiavano in quest'uno: piacere alla scuola; e lí erano la mia espansione, la mia felicità.
Quante volte anche oggi rimemoro quei giorni, e dico: "Com'ero felice allora!" C'è nei giovani un sicuro istinto che li avvisa di tutto ciò ch'è nobile e sincero; ed è vero che i migliori giudici del maestro sono i discepoli, sono come il popolo, voce di Dio, giudice inappellabile di quelli che lo governano.
Il loro affetto era cosí delicato che, quando avveniva qualche sconcio, dicevano: "Non lo facciamo sapere al professore".
Pure c'era un'ombra.
Non mi credevano capace di favori, di protezioni indebite; ma cosa volete? quegli Eletti lí, per grazia mia, turbavano alcuni; un po' di gelosia, un po' di vanità e debolezza umana: quella distinzione per ordine, quel carattere ufficiale, come dicevano, non andava a garbo.
La gerarchia dell'ingegno c'era, non la potevano disconoscere; ma tant'è, volevano riconoscerla loro, non ammettevano una gerarchia a priori, quasi per diritto divino, come diceva Luigi La Vista.
Il quale un giorno saltò a dirmi: "Professore, sbarazzateci; questo nome di Eletti non ci va; vogliamo tutti lo stesso nome!" Cosí, dopo appena un anno, venne a noia una istituzione tanto nel suo principio magnificata.
Io con buona grazia feci cader l'uso, e non si parlò piú di Eletti.
"Ed eccoci in piena democrazia, tutti uguali", diceva Lavista, ch'era l'idolo della scuola.
Io dimagravo a vista d'occhio; talora mi vagava il cervello, cercando con gli occhi qua e là, senza uno scopo chiaro e consapevole.
Quello star solo e concentrato nella scuola, lontano da ogni umana compagnia, aveva la sua parte in quegli accessi di umor nero, di mala contentezza.
Gli amici mi vollero ammogliare.
Usavo da un pezzo in casa dell'avvocato Tommaso J., uno stecco d'uomo, che passava tutto il giorno in tribunale a far liti, il piú spesso per conto proprio.
Passava per uomo ricco, ma viveva con modestia e quasi con trascuratezza.
Abitava in una casa che si credeva sua: poche stanze antiche, sdrucite dal tempo e dall'incuria.
Noi altri non ci si guardava per il sottile; io distinguevo poco una stanza dall'altra, come poco una vivanda dall'altra: avevo altro pel capo.
Figlia di don Tommaso era Caterina, cresciuta cosí alla grossa e alla buona, un po' saputella, con un cervellino sottile e acuto, sullo stampo paterno.
Fatta grandina, dicevano che era tutta suo padre, perciò un po' bruttina.
Stavo lí come un amico di famiglia, e sentivo le grandi lodi di mamma per la figlia, e cercavo di scappar via quando sopravveniva il babbo, che m'empiva la testa di chiacchiere, parlandomi delle sue possessioni e delle liti, e non mi lasciava piú, capacissimo di prendermi sotto il braccio, e volermi per forza accompagnare sino a casa, per farmi la storia d'un processo e recitarmi la sua orazione.
Io sentivo di ciò una fiera noia, ma sapeva contenermi, e lui, immerso nelle sue cause, non se ne accorgeva.
Venne terzo fra noi don Raffaele, che m'investiva sempre col suo: "Allegramente!" Poi s'aggiunse il babbo, che veniva a Napoli di frequente, e conosceva don Tommaso, e s'intrometteva tra' discorsi, e, faceto, impaziente, gli rompeva la parola.
Cosí trovai un diversivo, e talora mi scaricava di don Tommaso, e lo regalavo a loro.
Avevo preso dimestichezza con la Caterina, senza intenzione, e talora si disputava di storia greca e romana, dove lei era una dottora.
La mamma rompeva le dispute con un motto d'elogio alla figlia, istruita con molta cura e con grande affetto, e pur facendo intendere che a lei, figlia unica, sarebbe spettato un ricco patrimonio.
Quando io venivo in malinconia, gli amici dicevano scherzando: "C'è il mal di cuore, il mal della Caterina".
Cosí, parlando del mio amore, finii col crederci anch'io, e mi trovai innamorato senza saperlo.
Don Tommaso stese sopra un gran foglio di carta avvocatessa una lista delle sue possessioni, che non finiva mai.
Ne aveva in Atripalda, ne aveva in Montesarchio, ne aveva, anche in Napoli.
Parlava come Carlo quinto.
Sovente tirava il discorso sopra i suoi feudi.
E una sera mi messe sotto il naso quella sua carta, credendo di abbarbagliarmi.
Mi accompagnò, secondo il solito, e tirandomi sotto il braccio, mi narrò non so qual causa strepitosa, e sull'uscio di casa mi consegnò quella famosa carta.
Vi gittai l'occhio sopra.
Era un carattere impossibile; ma, uso a deciferare tutti i geroglifici dei miei scolari, non mi atterrii.
Quel numeri, uno, due, tre, e via via fino a cinquanta o sessanta, mi davano il capogiro: era la lista dei suoi possedimenti.
A un certo punto mi seccai, e non andai oltre.
Non sono stato mai atto a leggere tutto un istrumento o un regolamento.
Leggo con piacere dov'è una serie d'idee che si muovono.
La mia natura abborre dai dettagli, salvo che non mi ci ficchi io, e non ci metta il mio cervello; allora mi ci delizio e divento minuto, anche troppo.
Quella infilata di titoli, di censi, di rendite, di fitti non mi entrava, non ci capivo nulla.
Pure, una cosa m'era rimasta, che don Tommaso avea molti feudi, e ch'io sarei divenuto un gran proprietario.
Non so quale influsso magico ha sullo spirito questa parola "proprietario".
In provincia un contadino si farebbe tagliare il naso anzi che cedere un pezzo di terra: "il danaro se ne va, la terra resta".
E quando hanno danari, li seppelliscono sotto terra, come per impedire la loro fuga.
Sono ancora in un'età primitiva: le banche, le cambiali, il credito sono diavolerie ch'essi scongiurano con un segno di croce.
Io era rimasto un po' contadino per questo rispetto: i miei danari volavano, non sapevo come, e ci avevo fatto il callo, sicuro che venivano gli altri.
Il mio sogno era: una casa mia, con un bel giardino; e, quando giravo per le alture di Napoli, e qualche villetta mi fermava, cadevo in fantasia e dicevo: "Oh fosse mia! Stare qui tra questi fiori, studiare sotto quelle ombre! Diventerei poeta".
Figurarsi qual fascino aveva quella carta sulla mia immaginazione! E corsi al marchese Puoti, e gliela porsi.
Quell'eccellente uomo, che mi teneva come suo figliuolo, disse: "Adagio! Fosse una canzone, ce ne intenderemmo tu ed io; ma è roba d'avvocati, e potrebb'essere una canzonatura, e saremmo canzonati tu ed io".
Si tenne la carta e chiese consiglio a suo fratello Giammaria, che teneva uno dei piú alti posti in magistratura, uomo proverbiale per rettitudine e puntualità nel suo uffizio, e, come noi si diceva allora, uomo all'antica, di cui si va perdendo lo stampo.
Dopo alcuni giorni mi chiamò a sé, e disse: "Sentite, don Francesco, non so se vi farà piacere o vi spiacerà, ma la verità è una, e come uomo di coscienza ve la debbo dire.
Tutte queste possessioni sono come i castelli di Spagna, che talora ci vengono in sogno.
Qualcosa c'è in questa carta, ma niente è liquido, niente corre liscio; qui c'è un semenzaio di liti perpetue, che non ne vedranno la fine i figli dei figli, come dice il vostro Tasso.
Don Tommaso ci gavazza dentro e ci s'imbrodola, perché nato fra le liti, e ci ha un gusto matto.
Ma voi, caro don Francesco, col vostro Tasso e col vostro Dante, cosa vorrete farne di tutta questa roba litigiosa? Finirete che gli avvocati si mangeranno tutto e vorranno il resto.
Dunque lasciate stare, non è cosa per voi".
Io rimasi come chi si sveglia da un bel sogno e si trova a bocca asciutta.
Lui vedendomi cosí sospeso, disse, restituendomi la carta: "Se poi amate quella creatura, l'è un altro affare; ma non c'entro piú io.
Però, se il vostro cuore dice di si, meglio pigliarla sola, che in compagnia di tutte queste liti".
Mi strinse la mano con un sorriso pieno di bonomia, e mi congedò.
Me ne andai solo e correndo, com'era mio uso, con la testa in tumulto.
Don Tommaso e la Caterina m'incalzavano nel cervello, e dall'altro lato c'era la lezione che cercava pure il suo posto.
Feci un grande sforzo, ché dovevo parlare del poema epico, e già mi frullavano alcune idee fin dal mattino.
Tentai ripigliare le fila, ma il matrimonio, le possessioni, don Tommaso me le guastavano, e per quel dí caddi in preda ai fantasmi, e non conclusi nulla di nulla.
La sera fui dalla Caterina per abito preso, e non fiatai della cosa; ma sulla faccia si leggeva il maledetto imbroglio ch'era nel mio spirito.
Capitò all'ultim'ora don Tommaso, e al solito volle accompagnarmi.
L'acuto sguardo della mamma notò la freddezza del mio addio alla Caterina, e disse: "Qualcosa qui c'è sotto; non me la dai a intendere".
"Niente, niente", diss'io, piú confuso e piú rosso a quelle parole.
Don Tommaso, assorto nelle sue liti, non s'era addato di nulla, e cominciava la sua solita litania; ma io mi sciolsi dal suo braccio, e dissi: "Don Tommaso, questa è la vostra carta".
Aveva le braccia lunghe, giocava spesso co