LA MOSCA, di Luigi Pirandello - pagina 19
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- Non sono bello io? E sono pure sposo, oh! di donna Rosolina.
Due coppie!
- Zitto là! - gridò questa, sentendosi tutta rimescolare.
- Non voglio che si dicano neppure per ischerzo, certe cose!
Venerina rideva come una matta.
- Sul serio! sul serio! - protestava don Pietro.
E insistette tanto su quel brutto scherzo, per far festa alla nipote, che la zitellona non volle tornarsene sola con lui, in carrozza, al paese.
Ordinò al garzone che montasse in cassetta, accanto al cocchiere.
- Le male lingue...
non si sa mai! con un mattaccio come voi.
- Ah, cara donna Rosolina! che ne volete piú di me, ormai? non posso farvi piú nulla io! - le disse don Pietro in carrozza, di ritorno, scotendo la testa e soffiando per il naso un gran sospiro, come se si sgonfiasse di tutta quell'allegria dimostrata alla nipote.
- Vorrei aver fatto felice quella povera figliuola!
Gli pareva di aver raggiunto ormai lo scopo della sua lunga, travagliata, scombinata esistenza.
Che gli restava piú da fare ormai? mettersi a disposizione della morte, con la coscienza tranquilla, sí, ma angosciata.
Altri quattro giorni di noja...
e poi, lí.
La carrozza passava vicino al camposanto, aereo su l'altipiano che rosseggiava nei fuochi del tramonto.
- Lí, e che ho concluso?
Donna Rosolina, accanto a lui, con le labbra appuntite e gli occhi fissi, acuti, si sforzava d'immaginare che cosa facessero in quel momento gli sposi, rimasti soli, e dominava le smanie da cui si sentiva prendere e che si traducevano in acre stizza contro quell'omaccio, ormai vecchio, che le stava a fianco.
Si voltò a guardarlo, lo vide con gli occhi chiusi: credette che dormisse.
- Sú, sú, a momenti siamo arrivati.
Don Pietro riaprí gli occhi rossi di pianto contenuto, e brontolò:
- Lo so, sposina.
Penso ai gronghi di questa sera.
Chi me li cucina?
VIII
Superato il primo impaccio, vivissimo, della improvvisa intrinsechezza piú che ogni altra intima, con un uomo che le pareva ancora quasi piovuto dal cielo, Venerina prese a proteggere e a condurre per mano, come un bambino, il marito incantato dagli spettacoli che gli offriva la campagna, quella natura per lui cosí strana e quasi violenta.
Si fermava a contemplare a lungo certi tronchi enormi, stravolti, d'olivi, pieni di groppi, di sproni, di giunture storpie, nodose, e non rifiniva d'esclamare:
- Il sole! il sole! - come se in quei tronchi vedesse viva, impressa, tutta quella cocente rabbia solare, da cui si sentiva stordito e quasi ubriacato.
Lo vedeva da per tutto, il sole, e specialmente negli occhi e nelle labbra ardenti e succhiose di Venerina, che rideva di quelle sue meraviglie e lo trascinava via, per mostrargli altre cose che le parevano piú degne d'esser vedute: la grotta del Cioccafa, per esempio.
Ma egli si arrestava, quando ella se l'aspettava meno, davanti a certe cose per lei cosí comuni.
- Ebbene, fichi d'India.
Che stai a guardare?
Proprio un fanciullo le pareva, e gli scoppiava a ridere in faccia, dopo averlo guardato un po', cosí allocchito per niente! e lo scoteva, gli soffiava sugli occhi, per rompere quello stupore che talvolta lo rendeva attonito.
- Svégliati! svégliati!
E allora egli sorrideva, l'abbracciava, e si lasciava condurre, abbandonato a lei, come un cieco.
Ricadeva sempre a parlarle, con le stesse frasi d'orrore, della famiglia del garzone, a cui entrambi avevano fatto la visita promessa.
Non si poteva dar pace che quella gente abitasse lí, in quella stanzaccia, ch'era divenuta quasi una grotta fumida e fetida, e invano Venerina gli ripeteva:
- Ma se togli loro l'asino, il porcellino e le galline dalla camera, non vi possono piú dormire in pace.
Devono star lí tutti insieme; fanno una famiglia sola.
- Orribile! orribile! - esclamava egli, agitando in aria le mani.
E quel povero ragazzo, lí, sul pagliericcio per terra, ingiallito dalle febbri continue e quasi ischeletrito? Lo curavano con certi loro decotti infallibili.
Sarebbe guarito, come erano guariti gli altri.
E, intanto, il poverino, che pena! se ne stava a rosicchiare, svogliato, un tozzo di pan nero.
- Non ci pensare! - gli diceva Venerina, che pur se ne affliggeva, ma non tanto, sapendo che la povera gente vive cosí.
Credeva che dovesse saperlo anche lui, il marito, e perciò, nel vederlo cosí afflitto, sempre piú si raffermava nell'idea che egli fosse di una bontà non comune, quasi morbosa, e questo le dispiaceva.
Passarono presto quei dieci giorni in campagna.
Ritornati in paese, Venerina accompagnò fino al vaporetto il marito, ma non volle imbarcarsi con lui per il viaggio di nozze concesso dal Di Nica.
Don Pietro ve la spingeva.
- Vedrai Tunisi, che quei cari nostri fratelli francesi, sempre aggraziati, ci hanno presa di furto.
Vedrai Malta, dove tuo zio bestione andò a rovinarsi.
Magari potessi venirci anch'io! Vedresti di che cuore mi schiaffeggerei, se m'incontrassi con me stesso per le vie de La Valletta, com'ero allora, giovane patriota imbecille.
No, no; Venerina non volle saperne: il mare le faceva paura, e poi si vergognava, in mezzo a tutti quegli uomini.
- E non sei con tuo marito? - insisteva don Pietro.
-Tutte cosí, le nostre donne! Non debbono far mai piacere ai loro uomini.
Tu che ne dici? - domandava al Cleen.
Non diceva nulla, lui: guardava Venerina col desiderio di averla con sé, ma non voleva che ella facesse un sacrifizio o che avesse veramente a soffrire del viaggio.
- Ho capito! - concluse don Paranza, - sei un gran babbalacchio!
Lars non comprese la parola siciliana dello zio, ma sorrise vedendo riderne tanto Venerina.
E, poco dopo, partí solo.
Appena si fu allontanato dal porto, dopo gli ultimi saluti col fazzoletto alla sposa che agitava il suo dalla banchina del Molo e ormai quasi non si distingueva piú, egli provò istintivamente un gran sollievo, che pur lo rese piú triste, a pensarci.
S'accorse ora, lí, solo davanti allo spettacolo del mare, d'aver sofferto in quei dieci giorni una grande oppressione nell'intimità pur tanto cara con la giovane sposa.
Ora poteva pensare liberamente, espandere la propria anima, senza dover sforzare il cervello a indovinare, a intendere i pensieri, i sentimenti di quella creatura tanto diversa da lui e che tuttavia gli apparteneva cosí intimamente.
Si confortò sperando che col tempo si sarebbe adattato alle nuove condizioni d'esistenza, si sarebbe messo a pensare, a sentire come Venerina, o che questa, con l'affetto, con l'intimità sarebbe riuscita a trovar la via fino a lui per non lasciarlo piú solo, cosí, in quell'esilio angoscioso della mente e del cuore.
Venerina e lo zio, intanto, parlavano di lui nella nuova casetta, in cui anche don Pietro aveva preso stanza.
- Sí, - diceva lei, sorridendo, - è proprio come tu hai detto!
- Babbalacchio? Minchione? - domandava don Paranza.
- Va' là, è buono, è buono...
- E buono che significa, zio? - osservava, sospirando, Venerina.
- Quest'è vero! - riconosceva don Pietro.
- Infatti, i birbaccioni, oggi, si chiamano uomini accorti, e tuo zio per il primo li rispetta.
Ma speriamo che l'aria del nostro mare, che dev'essere, sai, piú salato di quello del suo paese, gli giovi.
Ho gran paura anch'io, però, che somigli troppo a me, quanto a giudizio.
Gli si era affezionato, lui, don Pietro, ma non si proponeva, neppure per curiosità, di cercar d'indovinare com'egli la pensasse, né gli veniva in mente di consigliarlo a Venerina.
- Vedrai, - anzi le diceva, - vedrai che a poco a poco prenderà gli usi del nostro paese.
Testa, ne ha.
Prima di partire, il Cleen aveva suggerito a Venerina di non lasciar andar piú il vecchio zio alla pesca; ma don Pietro, non solo non volle saperne, ma anche s'arrabbiò:
- Non sapete piú che farvene adesso de' miei gronghi? Bene, bene.
Me li mangerò io solo.
- Non è per questo, zio! - esclamò Venerina.
- E allora volete farmi morire? - riprese don Paranza.
- C'era ai miei tempi un povero contadino che aveva novantacinque anni, e ogni santa mattina saliva dalla campagna a Girgenti con una gran cesta d'erbaggi su le spalle, e andava tutto il giorno in giro per venderli.
Lo videro cosí vecchio, ne sentirono pietà, pensarono di ricoverarlo all'ospedale e lo fecero morire dopo tre giorni.
L'equilibrio, cara mia! Toltagli la cesta dalle spalle, quel poveretto perdette l'equilibrio e morí.
Cosí io, se mi togliete la lenza.
Gronghi han da essere: stasera e domani sera e fin che campo.
E se ne andava con gli attrezzi e col lanternino alla scogliera del porto.
Sola, Venerina, si metteva anche a pensare al marito lontano.
Lo aspettava con ansia, sí, in quei primi giorni; ma non sapeva neppur desiderarlo altrimenti che cosí; due giorni in casa e il resto della settimana fuori; due giorni con lui, e il resto della settimana, sola, ad aspettare ogni sera che lo zio tornasse dalla pesca; e poi, la cena; e poi, a letto, sí, sola.
Si contentava? No.
Neppure lei, cosí.
Troppo poco...
E restava a lungo assorta in una segreta aspettazione, che pure le ispirava una certa ambascia, quasi di sgomento.
- Quando?
IX
- Ih, che prescia! - esclamò don Paranza, appena si accorse delle prime nausee, dei primi capogiri.
- Lo previde quel boja d'Agostino! Di' un po', hai avuto paura che tuo zio non ci arrivasse a sentire la bella musica del gattino?
- Zio! - gli gridò Venerina, offesa e sorridente.
Era felice: le era venuto il da fare, in quelle lunghe sere nella casa sola: cuffiette, bavaglini, fasce, camicine...
- e non le sere soltanto.
Non ebbe piú tempo né voglia di curarsi di sé, tutta in pensiero già per l'angioletto che sarebbe venuto, - dal cielo, zia Rosolina! dal cielo! - gridava alla zitellona pudibonda, abbracciandola con furia e scombinandola tutta.
- E me lo terrà lei a battesimo, lei e zio Pietro!
Donna Rosolina apriva e chiudeva gli occhi, mandava giú saliva, con l'angoscia nel naso, fra le strette di quella santa figliuola che pareva impazzita e non aveva nessun riguardo per tutti i suoi cerotti.
- Piano piano, sí, volentieri.
Purché gli mettiate un nome cristiano.
Io non lo so ancora chiamare tuo marito.
- Lo chiami L'arso, come lo chiamano tutti! - le rispondeva ridendo Venerina.
- Non me n'importa piú, adesso!
Non le importava piú di niente, ora: non s'acconciava neppure pochino, quand'egli doveva arrivare.
- Rifatti un po' i capelli, almeno! - le consigliava donna Rosolina.
- Non stai bene, cosí.
- Ormai! Chi n'ha avuto, n'ha avuto.
Cosí, se mi vuole! E se non mi vuole, mi lasci in pace: tanto meglio!
Era cosí esclusiva la gioja di quella sua nuova attesa, che il Cleen non si sentiva chiamato a parteciparne, come di gioja anche sua: si sentiva lasciato da parte, e n'era lieto soltanto per lei, quasi che il figlio nascituro non dovesse appartenere anche a lui, nato lí in quel paese non suo, da quella madre che non si curava neppure di sapere quel che egli ne sentisse e ne pensasse.
Lei aveva già trovato il suo posto nella vita: aveva la sua casetta, il marito; tra breve avrebbe avuto anche il figlio desiderato; e non pensava che lui, straniero, era sul principio di quella sua nuova esistenza e aspettava che ella gli tendesse la mano per guidarlo.
Noncurante, o ignara, lei lo lasciava lí, alla soglia, escluso, smarrito.
E ripartiva, e lontano, per quel mare, su quel guscio di noce, si sentiva sempre piú solo e piú angosciato.
I compagni, nel vederlo cosí triste, non lo deridevano piú come prima, è vero, ma non si curavano di lui, proprio come se non ci fosse: nessuno gli domandava: - Che hai? - Era il forestiere.
Chi sa com'era fatto e perché era cosí!
Non se ne sarebbe afflitto tanto, egli, se anche a casa sua, come lí sul vaporetto, non si fosse sentito estraneo.
Casa sua? Questa, in quel borgo di Sicilia? No, no! Il cuore gli volava ancora lontano, lassú, al paese natale, alla casa antica, ove sua madre era morta, ove abitava la sorella, che forse in quel punto pensava a lui e forse lo credeva felice.
X
Una speranza ancora resisteva in lui, ultimo argine, ultimo riparo contro la malinconia che lo invadeva e lo soffocava: che si vedesse, che si riconoscesse nel suo bambino appena nato e si sentisse in lui, e con lui, lí, in quella terra d'esilio, meno solo, non piú solo.
Ma anche questa speranza gli venne subito meno, appena guardato il figlioletto, nato da due giorni, durante la sua assenza.
Somigliava tutto alla madre.
- Nero, nero, povero ninno mio! Sicilianaccio - gli disse Venerina dal letto, mentre egli lo contemplava deluso, nella cuna.
- Richiudi la cortina.
Me lo farai svegliare.
Non m'ha fatto dormire tutta la notte, poverino: ha le dogliette.
Ora riposa, e io vorrei profittarne.
Il Cleen baciò in fronte, commosso, la moglie; riaccostò gli scuri e uscí dalla camera in punta di piedi.
Appena solo, si premette le mani sul volto e soffocò il pianto irrompente.
Che sperava? Un segno, almeno un segno in quell'esseruccio, nel colore degli occhi, nella prima peluria del capo, che lo palesasse suo, straniero anche lui, e che gli richiamasse il suo paese lontano.
Che sperava? Quand'anche, quand'anche, non sarebbe forse cresciuto lí, come tutti gli altri ragazzi del paese, sotto quel sole cocente, con quelle abitudini di vita, alle quali egli si sentiva estraneo, allevato quasi soltanto dalla madre e perciò con gli stessi pensieri, con gli stessi sentimenti di lei? Che sperava? Straniero, straniero anche per suo figlio.
Ora, nei due giorni che passava in casa, cercava di nascondere il suo animo; né gli riusciva difficile, poiché nessuno badava a lui: don Pietro se n'andava al solito alla pesca, e Venerina era tutta intenta al bambino, che non gli lasciava neppur toccare:
- Me lo fai piangere...
Non sai tenerlo! Via, via, esci un po' di casa.
Che stai a guardarmi? Vedi come mi sono ridotta? Sú, va' a fare una visita alla zia Rosolina, che non viene da tre giorni.
Forse vuol fatta davvero la corte, come dice zio Pietro.
Ci andò una volta il Cleen, per far piacere alla moglie, ma ebbe dalla zitellona tale accoglienza, che giurò di non ritornarci piú, né solo né accompagnato.
- Solo, gnornò, - gli disse donna Rosolina, vergognosa e stizzita, con gli occhi bassi.
- Mi dispiace, ma debbo dirvelo.
Nipote, capisco; siete mio nipote, ma la gente vi sa forestiere, con certi costumi curiosi, e chi sa che cosa può sospettare.
Solo, gnornò.
Verrò io piú tardi a casa vostra, se non volete venire qua con Venerina.
Si vide, cosí, messo alla porta, e non seppe, né poté riderne, come Venerina, quand'egli le raccontò l'avventura.
Ma se ella sapeva che quella vecchia era cosí fastidiosamente matta, perché spingerlo a fargli fare quella ridicola figura? voleva forse ridere anche lei alle sue spalle?
- Non hai trovato ancora un amico? - gli domandava Venerina.
- No.
- È difficile, lo so: siamo orsi, caro mio! Tu poi sei cosí, ancora come una mosca senza capo.
Non ti vuoi svegliare? Va' a trovare lo zio, almeno: sta al porto.
Tra voi uomini, v'intenderete.
Io sono donna, e non posso tenerti conversazione: ho tanto da fare!
Egli la guardava, la guardava, e gli veniva di domandarle: "Non mi ami piú?" - Venerina, sentendo che non si moveva, alzava gli occhi dal cucito, lo vedeva con quell'aria smarrita e rompeva in una gaja risata:
- Che vuoi da me? Un omaccione tanto, che se ne sta in casa come un ragazzino, Dio benedetto! Impara un po' a vivere come i nostri uomini: piú fuori che dentro.
Non posso vederti cosí.
Mi fai rabbia e pena.
Fuori non lo vedeva.
Ma dall'aria triste, con cui egli si disponeva a uscire, cacciato cosí di casa, come un cane caduto in disgrazia, avrebbe potuto argomentare come egli si trascinasse per le vie del paese, in cui la sorte lo aveva gettato, e che egli già odiava.
Non sapendo dove andare, si recava all'agenzia del Di Nica.
Trovava ogni volta il vecchio dietro gli scritturali, col collo allungato e gli occhiali su la punta del naso, per vedere che cosa essi scrivessero nei registri.
Non perché diffidasse, ma, chi sa! si fa presto, per una momentanea distrazione, a scrivere una cifra per un'altra, a sbagliare una somma; e poi, per osservare la calligrafia, ecco.
La calligrafia era il suo debole: voleva i registri puliti.
Intanto in quella stanzetta umida e buja, a pian terreno, certi giorni, alle quattro, ci si vedeva a mala pena: si dovevano accendere i lumi.
- È una vergogna, padron Di Nica! Con tanti bei denari...
- Quali denari? - domandava il Di Nica.
- Se me li date voi! E poi, niente! Qua ho cominciato! qua voglio finire.
Vedendo entrare il Cleen, si angustiava:
- E mo'? E mo'? E mo'?
Gli andava incontro, col capo reclinato indietro per poter guardare attraverso gli occhiali insellati su la punta del naso, e diceva:
- Che cosa volete, figlio mio? Niente? E allora, prendetevi una seggiola, e sedete là, fuori della porta.
Temeva che gli scritturali si distraessero davvero, e poi non voleva che colui sapesse gli affari dell'agenzia prima del viaggio.
Il Cleen sedeva un po' lí, su la porta.
Nessuno, dunque, lo voleva? Già egli non portava piú il berretto di pelo; era vestito come tutti gli altri; eppure, ecco, la gente si voltava a osservarlo, quasi che egli si tenesse esposto lí, davanti all'agenzia; e a un tratto si vedeva girar innanzi su le mani e sui piedi, a ruota, un monellaccio, che per quella bravura da pagliaccetto gli chiedeva poi un soldo; e tutti ridevano.
- Che c'è? che c'è? - gridava padron Di Nica, facendosi alla porta.
- Teatrino? Marionette?
I monellacci si sbandavano urlando, fischiando.
- Caro mio, - diceva allora il Di Nica al Cleen, - voi lo capite, sono selvaggi.
Andatevene; fatemi questo piacere.
E il Cleen se ne andava.
Anche quel vecchio, con la sua tirchieria diffidente, gli era venuto in uggia.
Si recava su la spiaggia, tutta ingombra di zolfo accatastato, e con un senso profondo d'amarezza e di disgusto assisteva alla fatica bestiale di tutta quella gente, sotto la vampa del sole.
Perché, coi tesori che si ricavavano da quel traffico, non si pensava a far lavorare piú umanamente tutti quegli infelici ridotti peggio delle bestie da soma? Perché non si pensava a costruire le banchine su le due scogliere del nuovo porto, dove si ancoravano i vapori mercantili? Da quelle banchine non si sarebbe fatto piú presto l'imbarco dello zolfo, coi carri o coi vagoncini?
- Non ti scappi mai di bocca una parola su questo argomento! - gli raccomandò don Paranza, una sera, dopo cena.
- Vuoi finire come Gesú Cristo? Tutti i ricchi del paese hanno interesse che le banchine non siano costruite, perché sono i proprietarii delle spigonare, che portano lo zolfo dalla spiaggia sui vapori.
Bada, sai! Ti mettono in croce.
Sí, e intanto su la spiaggia nuda, tra i depositi di zolfo, correvano scoperte le fogne, che appestavano il paese; e tutti si lamentavano e nessuno badava a provveder d'acqua sufficiente il paese assetato.
A che serviva tutto quel denaro con tanto accanimento guadagnato? Chi se ne giovava? Tutti ricchi e tutti poveri! Non un teatro, né un luogo o un mezzo di onesto svago, dopo tanto e cosí enorme lavoro.
Appena sera, il paese pareva morto, vegliato da quei quattro lampioncini a petrolio.
E pareva che gli uomini, tra le brighe continue e le diffidenze di quella guerra di lucro, non avessero neanche tempo di badare all'amore, se le donne si mostravano cosí svogliate, neghittose.
Il marito era fatto per lavorare: la moglie per badare alla casa e far figliuoli.
- Qua? - pensava il Cleen, - qua, tutta la vita?
E si sentiva stringere la gola sempre piú da un nodo di pianto.
XI
- L'Hammerfest! arriva l'Hammerfest! - corse ad annunziare a Venerina don Paranza, tutto ansante.
- Ho l'avviso, guarda: arriverà oggi! E L'arso è partito.
Porco diavolo! Chi sa se farà a tempo a rivedere il cognato e gli amici!
Scappò dal Di Nica, con l'avviso in mano:
- Agostino, l'Hammerfest!
Il Di Nica lo guardò, come se lo credesse ammattito.
- Chi è? Non lo conosco!
- Il vapore di mio nipote.
- E che vuoi da me? Salutamelo!
Si mise a ridere, con gli occhi chiusi, d'una sua speciale risatina nel naso, sentendo le bestialità che scappavano a don Pietro nel tumultuoso dispiacere che gli cagionava quel contrattempo.
- Se si potesse...
- Eh già! - gli rispose il Di Nica.
- Detto fatto.
Ora telegrafo a Tunisi, e lo faccio tornare a rotta di collo.
Non dubitare.
- Sempre grazioso sei stato! - gli gridò don Paranza, lasciandolo in asso.
- Quanto ti voglio bene!
E tornò a casa, a pararsi, per la visita a bordo.
Su l'Hammerfest, appena entrato in porto, fu accolto con gran festa da tutti i marinai compagni del Cleen.
Egli, che per gli affari del vice-consolato se la sbrigava con quattro frasucce solite, dovette quella volta violentare orribilmente la sua immaginaria conoscenza della lingua francese, per rispondere a tutte le domande che gli venivano rivolte a tempesta sul Cleen; e ridusse in uno stato compassionevole la sua povera camicia inamidata, tanto sudò per lo stento di far comprendere a quei diavoli che egli propriamente non era il suocero de L'arso, perché la sposa di lui non era propriamente sua figlia, quantunque come figlia la avesse allevata fin da bambina.
Non lo capirono, o non vollero capirlo.
- Beau-père! Beau-père!
- E va bene! - esclamava don Paranza.
- Sono diventato beau-père!
Non sarebbe stato niente se, in qualità di beau-père, non avessero voluto ubriacarlo, nonostante le sue vivaci proteste:
- Je ne bois pas de vin.
Non era vino.
Chi sa che diavolo gli avevano messo in corpo.
Si sentiva avvampare.
E che enorme fatica per far entrare in testa a tutto l'equipaggio che voleva assolutamente conoscere la sposina, che non era possibile, cosí, tutti insieme!
- Il solo beau-frère! il solo beau-frère! Dov'è? Vous seulement! Venez! venez!
E se lo condusse in casa.
Il cognato non sapeva ancora della nascita del bambino: aveva recato soltanto alla sposa alcuni doni, per incarico della moglie lontana.
Era dispiacentissimo di non poter riabbracciare Lars.
Fra tre giorni l'Hammerfest doveva ripartire per Marsiglia.
Venerina non poté scambiare una parola con quel giovine dalla statura gigantesca, che le richiamò vivissimo alla memoria il giorno che Lars era stato portato su la barella, moribondo, nell'altra casa dello zio.
Sí, a lui ella aveva recato l'occorrente per scrivere quella lettera all'abbandonato; da lui aveva ricevuto la borsetta, e per averlo veduto piangere a quel modo ella s'era presa tanta cura del povero infermo.
E ora, ora Lars era suo marito, e quel colosso biondo e sorridente, chino su la culla, suo parente, suo cognato.
Volle che lo zio le ripetesse in siciliano ciò che egli diceva per il piccino.
- Dice che somiglia a te, - rispose don Paranza.
- Ma non ci credere, sai: somiglia a me, invece.
Con quella porcheria che gli avevano cacciato nello stomaco, a bordo, se lo lasciò scappare, don Paranza.
Non voleva mostrare il tenerissimo affetto che gli era nato per quel bimbo, ch'egli chiamava gattino.
Venerina si mise a ridere.
- Zio, e che dice adesso? - gli domandò poco dopo, sentendo parlare lo straniero, suo cognato.
- Abbi pazienza, figlia mia! - sbuffò don Paranza.
-Non posso attendere a tutt'e due...
Ah, Oui...
L'arso, sí.
Dommage! che rabbia, dice...
Eh! certo, non sarà possibile vederlo...
se il capitano, capisci?...
Già! già! oui...
Engagement...
impegni commerciali, capisci! Il vapore non può aspettare.
Eppure quest'ultimo strazio non fu risparmiato al Cleen.
Per un ritardo nell'arrivo delle polizze di carico, l'Hammerfest dovette rimandare d'un giorno la partenza.
Si disponeva già a salpare da Porto Empedocle, quando il vaporetto del Di Nica entrò nel Molo.
Lars Cleen si precipitò su una lancia, e volò a bordo del suo piroscafo, col cuore in tumulto.
Non ragionava piú! Ah, partire, fuggire coi suoi compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria, lí, sul suo piroscafo - eccolo! grande! bello! - fuggire da quell'esilio, da quella morte! - Si buttò tra le braccia del cognato, se lo strinse a sé fin quasi a soffocarlo, scoppiando irresistibilmente in un pianto dirotto.
Ma quando i compagni intorno gli chiesero, costernati, la cagione di quel pianto convulso, egli rientrò in sé, mentí, disse che piangeva soltanto per la gioja di rivederli.
Solo il cognato non gli chiese nulla: gli lesse negli occhi la disperazione, il violento proposito con cui era volato a bordo, e lo guardò per fargli intendere che egli aveva compreso.
Non c'era tempo da perdere: sonava già la campana per dare il segno della partenza.
Poco dopo Lars Cleen dalla lancia vedeva uscire dal porto l'Hammerfest e lo salutava col fazzoletto bagnato di lagrime, mentre altre lagrime gli sgorgavano dagli occhi, senza fine.
Comandò al barcajolo di remare fino all'uscita del porto per poter vedere liberamente il piroscafo allontanarsi man mano nel mare sconfinato, e allontanarsi con lui la sua patria, la sua anima, la sua vita.
Eccolo, piú lontano...
piú lontano ancora...
spariva...
- Torniamo? - gli domandò, sbadigliando, il barcaiolo.
Egli accennò di sí, col capo.
LA FEDE
In quell'umile cameretta di prete piena di luce e di pace, coi vecchi mattoni di Valenza che qua e là avevano perduto lo smalto e sui quali si allungava quieto e vaporante in un pulviscolo d'oro il rettangolo di sole della finestra con l'ombra precisa delle tendine trapunte e lí come stampate e perfino quella della gabbiola verde che pendeva dal palchetto col canarino che vi saltellava dentro, un odore di pane tratto ora dal forno giú nel cortiletto era venuto ad alitare caldo e a fondersi con quello umido dell'incenso della chiesetta vicina e quello acuto dei mazzetti di spigo tra la biancheria dell'antico canterano.
Pareva che ormai non potesse avvenire piú nulla in quella cameretta.
Immobile, quella luce di sole; immobile, quella pace; come, ad affacciarsi alla finestra, immobili giú tra i ciottoli grigi del cortiletto i fili di erba, i fili di paglia caduti dalla mangiatoja sotto il tettuccio in un angolo, dalle tegole sanguigne e coi tanti sassolini scivolati dalla ripa che si stendeva scabra lassú.
Dentro, le piccole antiche sedie verniciate di nero, pulite pulite, di qua e di là dal canterano, avevano tutte una crocettina argentata sulla spalliera, che dava loro un'aria di monacelle attempate, contente di starsene lí ben custodite, al riparo, non toccate mai da nessuno; e con piacere pareva stessero a guardare il modesto lettino di ferro del prete, che aveva a capezzale, su la parete imbiancata, una croce nera col vecchio Crocefisso d'avorio, gracile e ingiallito.
Ma soprattutto un grosso Bambino Gesú di cera in un cestello imbottito di seta celeste, sul canterano, riparato dalle mosche da un tenue velo anche esso celeste, pareva profittasse del silenzio, in quella luce di sole, per dormire con una manina sotto la guancia paffuta il suo roseo sonno tra quegli odori misti d'incenso, di spigo e di caldo pane di casa.
Dormiva anche, su la poltroncina di juta a piè del letto, col capo calvo, incartapecorito, reclinato indietro penosamente sulla spalliera, don Pietro.
Ma era un sonno ben diverso, il suo.
Sonno a bocca aperta, di vecchio stanco e malato.
Le palpebre esili pareva non avessero piú forza neanche di chiudersi sui duri globi dolenti degli occhi appannati.
Le narici s'affilavano nello stento sibilante del respiro irregolare che palesava l'infermità del cuore.
Il viso giallo, scavato, aguzzo, aveva assunto in quel sonno, e pareva a tradimento, un'espressione cattiva e sguajata, come se, nella momentanea assenza, il corpo volesse vendicarsi dello spirito che per tanti anni con l'austera volontà lo aveva martoriato e ridotto in servitú, cosí disperatamente estenuato e miserabile.
Con quello sguajato abbandono, con quel filo di bava che pendeva dal labbro cadente, voleva dimostrare che non ne poteva piú.
E quasi oscenamente rappresentava la sua sofferenza di bestia.
Don Angelino, entrato di furia nella cameretta, s'era subito arrestato e poi era venuto avanti in punta di piedi.
Ora da una decina di minuti stava a contemplare il dormente, in silenzio, ma con un'angoscia che di punto in punto, esasperandosi, gli si cangiava in rabbia; per cui apriva e serrava le mani fino ad affondarsi le unghie nella carne.
Avrebbe voluto gridare per svegliarlo:
- Ho deciso, don Pietro: mi spoglio!
Ma si sforzava di trattenere perfino il respiro per paura che, svegliandosi, quel santo vecchio se lo trovasse davanti all'improvviso con quell'angoscia rabbiosa che certo doveva trasparirgli dagli occhi e da tutto il viso disgustato; e anzi aveva la tentazione di far saltare con una manata fuori della finestra quella gabbiola che pendeva dal palchetto, tanta irritazione gli cagionava, nella paura che il vecchio si svegliasse, il raspío delle zampine di quel canarino su lo zinco del fondo.
Il giorno avanti, per piú di quattr'ore, andando sú e giú per quella cameretta, dimenandosi, storcendosi tutto, come per staccare e respingere dal contatto col suo corpicciuolo ribelle l'abito talare, e movendo sott'esso le gambe come se volesse prenderlo a calci, aveva discusso accanitamente con don Pietro sulla risoluzione d'abbandonare il sacerdozio, non perché avesse perduto la fede, no, ma perché con gli studii e la meditazione era sinceramente convinto d'averne acquistata un'altra piú viva e piú libera, per cui ormai non poteva accettare né sopportare i dommi, i vincoli, le mortificazioni che l'antica gli imponeva.
La discussione s'era fatta, da parte sua soltanto, sempre piú violenta, non tanto per le risposte che gli aveva dato don Pietro, quanto per un dispetto man mano crescente contro se stesso, per il bisogno che aveva sentito, invincibile e assurdo, d'andarsi a confidare con quel santo vecchio, già suo primo precettore e poi confessore per tanti anni, pur riconoscendolo incapace d'intendere i suoi tormenti, la sua angoscia, la sua disperazione.
E infatti don Pietro lo aveva lasciato sfogare, socchiudendo ogni tanto gli occhi e accennando con le labbra bianche un lieve sorrisino, a cui non parevano neppure piú adatte quelle sue labbra, un sorrisino bonariamente ironico, o mormorando, senza sdegno, con indulgenza:
- Vanità...
vanità..
Un'altra fede? Ma quale, se non ce n'è che una? Piú viva? piú libera? Ecco appunto dov'era la vanità; e se ne sarebbe accorto bene quando, caduto quell'impeto giovanile, spento quel fervore diabolico, intepidito il sangue nelle vene, non avrebbe piú avuto tutto quel fuoco negli occhietti arditi e, coi capelli canuti o calvo, non sarebbe stato piú cosí bellino e fiero.
Insomma, lo aveva trattato come un ragazzo, ecco, un buon ragazzo che sicuramente non avrebbe fatto lo scandalo che minacciava, anche in considerazione del cordoglio che avrebbe cagionato alla sua vecchia mamma, che aveva fatto tanti sacrifizii per lui.
E veramente, al ricordo della mamma, di nuovo ora don Angelino si sentí salire le lagrime agli occhi.
Ma intanto, proprio per lei, proprio per la sua vecchia mamma era venuto a quella risoluzione; per non ingannarla piú; e anche per lo strazio che gli dava il vedersi venerato da lei come un piccolo santo.
Che crudeltà, che crudeltà di spettacolo, quel sonno di vecchio! Era pure nella miseria infinita di quel corpo stremato in abbandono la dimostrazione piú chiara delle verità nuove che gli s'erano rivelate.
Ma in quel punto si schiuse l'uscio della cameretta ed entrò la vecchia sorella di don Pietro, piccola, cerea, vestita di nero, con un fazzoletto nero di lana in capo, piú curva e piú tremula del fratello.
Parve a don Angelino che - chiamata dalle sue lagrime - entrasse nella cameretta la sua mamma, piccola, cerea e vestita di nero come quella.
E alzò gli occhi a guardarla, quasi con sgomento, senza comprendere in prima il cenno con cui gli domandava:
- Che fa, dorme?
Don Angelino fece di sí col capo.
- E tu perché piangi?
Ma ecco che il vecchio schiude gli occhi imbambolati e con la bocca ancora aperta solleva il capo dalla spalliera della poltroncina.
- Ah, tu Angelino? che c'è?
La sorella gli s'accostò e, curvandosi sulla poltrona, gli disse piano qualche parola all'orecchio.
Allora don Pietro si alzò a stento e, strascicando i piedi, venne a posare una mano sulla spalla di don Angelino, e gli domandò:
- Vuoi farmi una grazia, figliuolo mio? È arrivata dalla campagna una povera vecchia, che chiede di me.
Vedi che mi reggo appena in piedi.
Vorresti andare in vece mia? È giú in sagrestia.
Puoi scendere di qua, dalla scaletta interna.
Va', va', che tu sei sempre il mio buon figliuolo.
E Dio ti benedica!
Don Angelino, senza dir nulla, andò.
Forse non aveva neanche compreso bene.
Per la scaletta interna della cura, buja, angustissima, a chiocciola, si fermò; appoggiò il capo alla mano che, scendendo, faceva scorrere lungo il muro, e si rimise a piangere, come un bambino.
Un pianto che gli bruciava gli occhi e lo strozzava.
Pianto d'avvilimento, pianto di rabbia e di pietà insieme.
Quando alla fine giunse alla sagrestia, si sentí improvvisamente come alienato da tutto.
La sagrestia gli parve un'altra, come se vi entrasse per la prima volta.
Frigida, squallida e luminosa.
E trovandovi seduta la vecchia, quasi non comprese che cosa vi stesse ad aspettare, e quasi non gli parve vera.
Era una decrepita contadina, tutta infagottata e lercia, dalle pàlpebre sanguigne orribilmente arrovesciate.
Biasciando, faceva di continuo balzare il mento aguzzo fin sotto il naso.
Reggeva in una mano due galletti per le zampe, e mostrava nel palmo dell'altra mano tre lire d'argento, chi sa da quanto tempo conservate.
Per terra, davanti ai piedi imbarcati in due logore enormi scarpacce da uomo, aveva una sudicia bisaccia piena di mandorle secche e di noci.
Don Angelino la guatò con ribrezzo.
- Che volete?
La vecchia, sforzandosi di sbirciarlo, barbugliò qualcosa con la lingua imbrogliata entro le gote flosce e cave, tra le gengive sdentate.
- Come dite? Non sento.
Vi chiamate zia Croce?
Sí, zia Croce.
Era la zia Croce.
Don Pietro la conosceva bene.
La zia Croce Scoma; che il marito le era morto tant'anni fa, nel fiume di Naro, annegato.
Veniva a piedi, con quella bisaccia sulle spalle, dalle pianure del Cannatello.
Piú di sette miglia di cammino.
E con quell'offerta di due galletti e di quella bisaccia di mandorle e di noci e con le tre lire della messa doveva placare (don Pietro lo sapeva) San Calògero, il santo di tutte le grazie, che le aveva fatto guarire il figlio d'una malattia mortale.
Appena guarito, però, quel figlio se n'era andato in America.
Le aveva promesso che di là le avrebbe scritto e mandato ogni mese tanto da mantenersi.
Erano passati sedici mesi; non ne aveva piú notizia; non sapeva neppure se fosse vivo o morto.
Lo avesse almeno saputo vivo, pazienza per lei, se non le mandava niente.
Neanche un rigo di lettera! Niente.
Ma ora tutti in campagna le avevano detto che questo dipendeva perché lei, appena guarito il figlio, non aveva adempiuto il voto a San Calògero.
E certo doveva essere cosí: lo riconosceva anche lei.
Il voto però non lo aveva adempiuto (don Pietro lo sapeva) perché s'era spogliata di tutto per quella malattia del figlio e le erano rimasti appena gli occhi per piangere: piangere sangue! ecco, sangue! Poi, andato via il figlio, vecchia com'era e senz'ajuto di nessuno, come trovare da mettere insieme l'offerta e quelle tre lire della messa, se guadagnava appena tanto ogni giorno da non morire di fame? Sedici mesi le ci eran voluti, e con quali stenti, Dio solo lo sapeva! Ma ora, ecco qua i due galletti, ed ecco le tre lire e le mandorle e le noci.
San Calògero misericordioso si sarebbe placato e tra poco, senza dubbio, le sarebbe arrivata dall'America la notizia che il figlio era vivo e prosperava.
Don Angelino, mentre la vecchia parlava cosí, andava sú e giú per la sagrestia, volgendo di qua e di là occhiate feroci e aprendo e chiudendo le mani, perché aveva la tentazione d'afferrare per le spalle quella vecchia e scrollarla furiosamente, urlandole in faccia:
- Questa è la tua fede?
Ma no: altri, altri, non quella povera vecchia; altri, i suoi colleghi sacerdoti avrebbe voluto afferrare per le spalle e scrollare, i suoi colleghi sacerdoti che tenevano in quell'abiezione di fede tanta povera gente, e su quell'abiezione facevano bottega.
Ah Dio, come potevano prendersi per una messa le tre lire di quella vecchia, i galletti, le mandorle e le noci?
- Riprendete codesta bisaccia e andatevene! - le gridò, tutto fremente.
Quella lo guardò, sbalordita.
- Potete andarvene, ve lo dico io! - aggiunse don Angelino, infuriandosi vieppiú.
- San Calògero non ha bisogno né di galletti né di fichi secchi! Se vostro figlio ha da scrivervi, state sicura che vi scriverà.
Quanto alla messa, vi dico che don Pietro è malato.
Andatevene! andatevene!
Come intronata da quelle parole furiose, la vecchia gli domandò:
- Ma che dice? Non ha capito che questo è un voto? È un voto!
E c'era nella parola, pur ferma, un tale sbalordimento per l'incomprensione di lui, quasi incredibile, che don Angelino fu costretto a fermarvi l'attenzione.
Pensò ch'era lí in vece di don Pietro, e si frenò.
Con parole meno furiose cercò di persuadere la vecchia a riportarsi i galletti e le mandorle e le noci, e le disse che, quanto alla messa, ecco, se proprio la voleva, magari gliel'avrebbe detta lui, invece di don Pietro, ma a patto che lei si tenesse le tre lire.
La vecchia tornò a guardarlo, quasi atterrita, e ripeté:
- Ma come! Che dice? E allora che voto è? Se non do quello che ho promesso, che vale? Ma scusi, a chi parlo? Non parlo forse a un sacerdote? E perché allora mi tratta cosí? O che forse crede che non do a San Calògero miracoloso con tutto il cuore quello che gli ho promesso? Oh Dio! oh Dio! Forse perché le ho parlato di quanto ho penato per raccoglierlo?
E cosí dicendo, si mise a piangere perdutamente, con quegli orribili occhi insanguati.
Commosso e pieno di rimorso per quel pianto, don Angelino si pentí della sua durezza, sopraffatto all'improvviso da un rispetto, che quasi lo avviliva di vergogna, per quella vecchia che piangeva innanzi a lui per la sua fede offesa.
Le s'accostò, la confortò, le disse che non aveva pensato quello che lei sospettava, e che lasciasse lí tutto; anche le tre lire, sí; e intanto entrasse in chiesa, che or ora le avrebbe detto la messa.
Chiamò il sagrestano; corse al lavabo; e mentre quello lo ajutava a pararsi, pensò che avrebbe trovato modo di ridare alla vecchia, dopo la messa, le tre lire e i galletti e quell'altra offerta della bisaccia.
Ma ecco, questa carità perché avesse il valore che potesse renderla accetta a quella povera vecchia, non richiedeva forse qualcosa ch'egli non sentiva piú d'avere in sé? Che carità sarebbe stata il prezzo d'una messa, se per tutti gli stenti e i sacrifizii durati da quella vecchia per adempiere il voto, egli non avesse celebrato quella messa col piú sincero e acceso fervore? Una finzione indegna, per una elemosina di tre lire?
E don Angelino, già parato, col calice in mano, si fermò un istante, incerto e oppresso d'angoscia, su la soglia della sagrestia a guardare nella chiesetta deserta; se gli conveniva, cosí senza fede, salire all'altare.
Ma vide davanti a quell'altare prosternata con la fronte a terra la vecchia, e si sentí come da un respiro non suo sollevare tutto il petto, e fendere la schiena da un brivido nuovo.
O perché se l'era immaginata bella e radiosa come un sole, finora, la fede? Eccola lí, eccola lí, nella miseria di quel dolore inginocchiato, nella squallida angustia di quella paura prosternata, la fede!
E don Angelino salí come sospinto all'altare, esaltato di tanta carità, che le mani gli tremavano e tutta l'anima gli tremava, come la prima volta che vi si era accostato.
E per quella fede pregò, a occhi chiusi, entrando nell'anima di quella vecchia come in un oscuro e angusto tempio, dov'essa ardeva; pregò il Dio di quel tempio, qual esso era, quale poteva essere: unico bene, comunque, conforto unico per quella miseria.
E finita la messa, si tenne l'offerta e le tre lire, per non scemare con una piccola carità la carità grande di quella fede.
CON ALTRI OCCHI
Dall'ampia finestra, aperta sul giardinetto pensile della casa, si vedeva come posato sull'azzurro vivo della fresca mattina un ramo di mandorlo fiorito, e si udiva, misto al ròco quatto chioccolío della vaschetta in mezzo al giardino, lo scampanío festivo delle chiese lontane e il garrire delle rondini ebbre d'aria e di sole.
Nel ritirarsi dalla finestra sospirando, Anna s'accorse che il marito quella mattina s'era dimenticato di guastare il letto, come soleva ogni volta, perché i servi non s'avvedessero che non s'era coricato in camera sua.
Poggiò allora i gomiti sul letto non toccato, poi vi si stese con tutto il busto, piegando il bel capo biondo su i guanciali e socchiudendo gli occhi, come per assaporare nella freschezza del lino i sonni che egli soleva dormirvi.
Uno stormo di rondini sbalestrate guizzarono strillando davanti alla finestra.
- Meglio se ti fossi coricato qui, - mormorò tra sé, e si rialzò stanca.
Il marito doveva partire quella sera stessa, ed ella era entrata nella camera di lui per preparargli l'occorrente per il viaggio.
Nell'aprire l'armadio, sentí come uno squittío nel cassetto interno e subito si ritrasse, impaurita.
Tolse da un angolo della camera un bastone dal manico ricurvo e, tenendosi stretta alle gambe la veste, prese il bastone per la punta e si provò ad aprire con esso, cosí discosta, il cassetto.
Ma, nel tirare, invece del cassetto, venne fuori agevolmente dal bastone una lucida lama insidiosa.
Non se l'aspettava; n'ebbe ribrezzo e si lasciò cadere di mano il fodero dello stocco.
In quel punto, un altro squittío la fece voltare di scatto, in dubbio se anche il primo fosse partito da qualche rondine sguizzante davanti la finestra.
Scostò con un piede l'arma sguainata e trasse in fuori tra i due sportelli aperti il cassetto pieno d'antichi abiti smessi del marito.
Per improvvisa curiosità si mise allora a rovistare in esso e, nel riporre una giacca logora e stinta, le avvenne di tastare negli orli sotto il soppanno come un cartoncino, scivolato lí dalla tasca in petto sfondata; volle vedere che cosa fosse quella carta caduta lí chi sa da quanti anni e dimenticata; e cosí per caso Anna scoprí il ritratto della prima moglie del marito.
Impallidendo, con la vista intorbidata e il cuore sospeso, corse alla finestra, e vi rimase a lungo, attonita, a mirare l'immagine sconosciuta, quasi con un senso di sgomento.
La voluminosa acconciatura del capo e la veste d'antica foggia non le fecero notare in prima la bellezza di quel volto; ma appena poté coglierne le fattezze, astraendole dall'abbigliamento che ora, dopo tanti anni, appariva goffo, e fissarne specialmente gli occhi, se ne sentí quasi offesa e un impeto d'odio le balzò dal cuore al cervello: odio di postuma gelosia; l'odio misto di sprezzo che aveva provato per colei nell'innamorarsi dell'uomo ch'era adesso suo marito, dopo undici anni dalla tragedia coniugale che aveva distrutto d'un colpo la prima casa di lui.
Anna aveva odiato quella donna non sapendo intendere come avesse potuto tradire l'uomo ora da lei adorato e, in secondo luogo, perché i suoi parenti s'erano opposti al matrimonio suo col Brivio, come se questi fosse stato responsabile dell'infamia e della morte violenta della moglie infedele.
Era lei, sí, era lei, senza dubbio! la prima moglie di Vittore: colei che s'era uccisa!
Ne ebbe la conferma dalla dedica scritta sul dorso del ritratto: Al mio Vittore, Almira sua - 11 novembre 1873.
Anna aveva notizie molto vaghe della morta: sapeva soltanto che il marito, scoperto il tradimento, l'aveva costretta, con l'impassibilità di un giudice, a togliersi la vita.
Ora ella si richiamò con soddisfazione alla mente questa condanna del marito, irritata da quel "mio" e da quel "sua" della dedica, come se colei avesse voluto ostentare cosí la strettezza del legame che reciprocamente aveva unito lei e Vittore, unicamente per farle dispetto.
A quel primo lampo d'odio, guizzato dalla rivalità per lei sola ormai sussistente, seguí nell'anima di Anna la curiosità femminile di esaminare i lineamenti di quel volto, ma quasi trattenuta dalla strana costernazione che si prova alla vista di un oggetto appartenuto a qualcuno tragicamente morto; costernazione ora piú viva; ma a lei non ignota, poiché n'era compenetrato tutto il suo amore per il marito appartenuto a quell'altra donna.
Esaminandone il volto, Anna notò subito quanto dissomigliasse dal suo; e le sorse a un tempo dal cuore la domanda, come mai il marito che aveva amato quella donna, quella giovinetta certo bella per lui, si fosse poi potuto innamorare di lei cosí diversa.
Sembrava bello, molto piú bello del suo anche a lei quel volto che, dal ritratto, appariva bruno.
Ecco: e quelle labbra si erano congiunte nel bacio alle labbra di lui; ma perché mai agli angoli della bocca quella piega dolorosa? e perché cosí mesto lo sguardo di quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava un profondo cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile e vera che quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto di repulsione e di ribrezzo, sembrandole a un tratto di scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima espressione degli occhi suoi allorché, pensando al marito, ella si guardava nello specchio, la mattina, dopo essersi acconciata.
Ebbe appena il tempo di cacciarsi in tasca il ritratto: il marito si presentò, sbuffando, sulla soglia della camera.
- Che hai fatto? Al solito? Hai rassettato? Oh povero me! Ora non trovo piú nulla!
Vedendo poi lo stocco sguainato per terra:
- Ah! Hai anche tirato di scherma con gli abiti dell'armadio?
E rise di quel suo riso che partiva soltanto dalla gola, quasi qualcuno gliel'avesse vellicata; e, ridendo cosí, guardò la moglie, come se domandasse a lei il perché del suo proprio riso.
Guardando, batteva di continuo le pàlpebre celerissimamente su gli occhietti cauti, neri, irrequieti.
Vittore Brivio trattava la moglie come una bambina non d'altro capace che di quell'amore ingenuo e quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo attenzione di tempo in tempo, mostrando anche allora una condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia, come se volesse dire: "Ebbene, via! per un po' diventerò anch'io bambino con te: bisogna fare anche questo, ma non perdiamo troppo tempo!".
Anna s'era lasciata cadere ai piedi la vecchia giacca in cui aveva trovato il ritratto.
Egli la raccattò infilzandola con la punta dello stocco, poi chiamò dalla finestra nel giardino il servotto che fungeva anche da cocchiere e che in quel momento attaccava al biroccio il cavallo.
Appena il ragazzo si presentò in maniche di camicia nel giardino davanti alla finestra, il Brivio gli buttò in faccia sgarbatamente la giacca infilzata, accompagnando l'elemosina con un "Tieni, è per te!".
- Cosí avrai meno da spazzolare - aggiunse, rivolto alla moglie, - e da rassettare, speriamo!
E di nuovo emise quel suo riso stentato battendo piú e piú volte le pàlpebre.
Altre volte il marito s'era allontanato dalla città e non per pochi giorni soltanto, partendo anche di notte come quella volta; ma Anna, ancora sotto l'impressione della scoperta di quel ritratto, provò una strana paura di restar sola, e lo disse, piangendo, al marito.
Vittore Brivio, frettoloso nel timore di non fare a tempo e tutto assorto nel pensiero dei suoi affari, accolse con mal garbo quel pianto insolito della moglie.
- Come! Perché? Via, via, bambinate!
E andò via di furia, senza neppur salutarla.
Anna sussultò al rumore della porta ch'egli si chiuse dietro con impeto; rimase col lume in mano nella saletta e sentí raggelarsi le lagrime negli occhi.
Poi si scosse e si ritirò in fretta nella sua camera, per andar subito a letto.
Nella camera già in ordine ardeva il lampadino da notte.
- Va' pure a dormire - disse Anna alla cameriera che la attendeva.
- Fo da me.
Buona notte.
Spense il lume, ma invece di posarlo, come soleva, su la mensola, lo posò sul tavolino da notte, presentendo - pur contro la propria volontà - che forse ne avrebbe avuto bisogno piú tardi.
Cominciò a svestirsi in fretta, tenendo gli occhi fissi a terra, innanzi a sé.
Quando la veste le cadde attorno ai piedi, pensò che il ritratto era là e con viva stizza si sentí guardata e commiserata da quegli occhi dolenti, che tanta impressione le avevano fatto.
Si chinò risolutamente a raccogliere dal tappeto la veste e la posò senza ripiegarla, su la poltrona a piè del letto, come se la tasca che nascondeva il ritratto e il viluppo della stoffa dovessero e potessero impedirle di ricostruirsi l'immagine di quella morta.
Appena coricata, chiuse gli occhi e s'impose di seguire col pensiero il marito per la via che conduceva alla stazione ferroviaria.
Se l'impose per astiosa ribellione al sentimento che tutto quel giorno l'aveva tenuta vigile a osservare, a studiare il marito.
Sapeva donde quel sentimento le era venuto e voleva scacciarlo da sé.
Nello sforzo della volontà, che le produceva una viva sovreccitazione nervosa, si rappresentò con straordinaria evidenza la via lunga, deserta nella notte, rischiarata dai fanali verberanti il lume tremulo sul lastrico che pareva ne palpitasse: a piè d'ogni fanale, un cerchio d'ombra; le botteghe, tutte chiuse; ed ecco la vettura che conduceva Vittore.
Come se l'avesse aspettata al varco, si mise a seguirla fino alla stazione: vide il treno lugubre, sotto la tettoja a vetri; una gran confusione di gente in quell'interno vasto, fumido, mal rischiarato, cupamente sonoro: ecco, il treno partiva; e, come se veramente lo vedesse allontanare e sparire nelle tenebre, rientrò d'un subito in sé, aprí gli occhi nella camera silenziosa e provò un senso angoscioso di vuoto, come se qualcosa le mancasse dentro.
Sentí allora confusamente, smarrendosi, che da tre anni forse, dal momento in cui era partita dalla casa paterna, ella era in quel vuoto, di cui ora soltanto cominciava ad assumer coscienza.
Non se n'era accorta prima, perché lo aveva riempito solo di sé, del suo amore, quel vuoto; se ne accorgeva ora, perché in tutto quel giorno aveva tenuto quasi sospeso il suo amore, per vedere, per osservare, per giudicare.
"Non mi ha neppure salutata!" pensò; e si mise a piangere di nuovo, quasi che questo pensiero fosse determinatamente la cagione del pianto.
Sorse a sedere sul letto: ma subito arrestò la mano tesa, nel levarsi, per prendere dalla veste il fazzoletto.
Via, era ormai inutile vietarsi di rivedere, di riosservare quel ritratto! Lo prese.
Riaccese il lume.
Come se la era raffigurata diversamente quella donna! Contemplandone ora la vera effigie, provava rimorso dei sentimenti che la immaginaria le aveva suggeriti.
Si era raffigurata una donna, piuttosto grassa e rubiconda, con gli occhi lampeggianti e ridenti, inclinata al riso, agli spassi volgari.
E invece, ora, eccola: una giovinetta che dalle pure fattezze spirava un'anima profonda e addolorata; diversa sí, da lei, ma non nel senso sguajato di prima: al contrario, anzi quella bocca pareva non avesse dovuto mai sorridere, mentre la sua tante volte e lietamente aveva riso; e certo, se bruno quel volto (come dal ritratto appariva), di un'aria men ridente del suo, biondo e roseo.
Perché, perché cosí triste?
Un pensiero odioso le balenò in mente, e subito staccò gli occhi dall'immagine di quella donna, scorgendovi d'improvviso un'insidia non solo alla sua pace, al suo amore che pure in quel giorno aveva ricevuto piú d'una ferita, ma anche alla sua orgogliosa dignità di donna onesta che non s'era mai permesso neppure il piú lontano pensiero contro il marito.
Colei aveva avuto un amante! E per lui forse era cosí triste, per quell'amore adultero, e non per il marito!
Buttò il ritratto sul comodino e spense di nuovo il lume, sperando di addormentarsi, questa volta, senza pensare piú a quella donna, con la quale non poteva aver nulla di comune.
Ma, chiudendo le pàlpebre, rivide subito, suo malgrado, gli occhi della morta, e invano cercò di scacciare quella vista.
- Non per lui, non per lui! - mormorò allora con smaniosa ostinazione, come se, ingiuriandola, sperasse di liberarsene.
E si sforzò di richiamare alla memoria quanto sapeva intorno a quell'altro, all'amante, costringendo quasi lo sguardo e la tristezza di quegli occhi a rivolgersi non piú a lei, ma all'antico amante, di cui ella conosceva soltanto il nome: Arturo Valli.
Sapeva che costui aveva sposato qualche anno dopo, quasi a provare ch'era innocente della colpa che gli voleva addebitare il Brivio di cui aveva respinto energicamente la sfida, protestando che non si sarebbe mai battuto con un pazzo assassino.
Dopo questo rifiuto, Vittore aveva minacciato di ucciderlo ovunque lo avesse incontrato, foss'anche in chiesa; e allora egli era andato via con la moglie dal paese, nel quale era poi ritornato, appena Vittore, riammogliatosi, se n'era partito.
Ma dalla tristezza di questi avvenimenti da lei rievocati, dalla viltà del Valli e, dopo tanti anni, dalla dimenticanza del marito, il quale, come se nulla fosse stato, s'era potuto rimettere nella vita e riammogliare, dalla gioja che ella stessa aveva provato nel divenir moglie di lui, da quei tre anni trascorsi da lei senza mai un pensiero per quell'altra, inaspettatamente un motivo di compassione per costei s'impose ad Anna spontaneo; ne rivide viva l'immagine, ma come da lontano lontano e le parve che con quegli occhi, intensi di tanta pena, colei le dicesse, tentennando lievemente il capo:
- Io sola però ne son morta! Voi tutti vivete!
Si vide, si sentí sola nella casa: ebbe paura.
Viveva, sí, lei; ma da tre anni, dal giorno delle nozze, non aveva piú riveduto, neanche una volta, i suoi genitori, la sorella.
Lei che li adorava, e ch'era stata sempre con loro docile e confidente, aveva potuto ribellarsi alla loro volontà, ai loro consigli per amore di quell'uomo; per amore di quell'uomo s'era mortalmente ammalata e sarebbe morta, se i medici non avessero indotto il padre a condiscendere alle nozze.
Il padre aveva ceduto, non consentendo, però, anzi giurando che ella per lui, per la casa, dopo quelle nozze, non sarebbe piú esistita.
Oltre alla differenza di età, ai diciotto anni che il marito aveva piú di lei, ostacolo piú grave per il padre era stata la posizione finanziaria di lui soggetta a rapidi cambiamenti per le imprese rischiose a cui soleva gettarsi con temeraria fiducia in sé stesso e nella fortuna.
In tre anni di matrimonio Anna, circondata da agi, aveva potuto ritenere ingiuste o dettate da prevenzione contraria le considerazioni della prudenza paterna, quanto alle sostanze del marito, nel quale del resto ella, ignara, riponeva la medesima fiducia che egli in se stesso; quanto poi alla differenza d'età, finora nessun argomento manifesto di delusione per lei o di meraviglia per gli altri, poiché dagli anni il Brivio non risentiva il minimo danno né nel corpo vivacissimo e nervoso, né tanto meno poi nell'animo dotato d'infaticabile energia, d'irrequieta alacrità.
Di ben altro Anna, ora per la prima volta, guardando (senza neppur sospettarlo) nella sua vita con gli occhi di quella morta, trovava da lagnarsi del marito.
Sí, era vero: della noncuranza quasi sdegnosa di lui ella si era altre volte sentita ferire; ma non mai come quel giorno; e ora per la prima volta si sentiva cosí angosciosamente sola, divisa dai suoi parenti, i quali le pareva in quel momento la avessero abbandonata lí, quasi che, sposando il Brivio, avesse già qualcosa di comune con quella morta e non fosse piú degna d'altra compagnia.
E il marito che avrebbe dovuto consolarla, il marito stesso pareva non volesse darle alcun merito del sacrifizio ch'ella gli aveva fatto del suo amore filiale e fraterno, come se a lei non fosse costato nulla, come se a quel sacrifizio egli avesse avuto diritto, e per ciò nessun dovere avesse ora di compensarnela.
Diritto, sí, ma perché lei se ne era cosí perdutamente innamorata allora; dunque il dovere per lui adesso di compensarla.
E invece...
- Sempre cosí! - parve ad Anna di sentirsi sospirare dalle labbra dolenti della morta.
Riaccese il lume e di nuovo, contemplando l'immagine, fu attratta dall'espressione di quegli occhi.
Anche lei dunque, davvero, aveva sofferto per lui? anche lei, anche lei, accorgendosi di non essere amata, aveva sentito quel vuoto angoscioso?
- Sí? sí? - domandò Anna, soffocata dal pianto, all'immagine.
E le parve allora che quegli occhi buoni, intensi di passione, la commiserassero a lor volta, la compiangessero di quell'abbandono, del sacrifizio non rimeritato, dell'amore che le restava chiuso in seno quasi tesoro in uno scrigno, di cui egli avesse le chiavi, ma per non servirsene mai, come l'avaro.
TRA DUE OMBRE
Stridore di catene e scambio di saluti e d'augurii, ultime raccomandazioni e grida di richiamo tra i passeggeri di terza classe e la gente che s'affollava su lo scalo dell'Immacolatella o sulle barchette ballanti attorno al piroscafo in parterza.
- De vení cu tte! de vení cu tte!
- No! no! t' 'o ddico!
- E nun avé paura!
- Core mio, core 'e mamma, stenne 'e mmane!
- Addò sta? addò sta?
- Mo sta cca!
- Allegramente!
E tra tanta confusione, per accrescere l'agitazione di chi partiva, il suono titillante dei mandolini d'una banda di musici girovaghi.
- Faustino! Dio mio, guarda Niní...
guarda Bicetta...
- gridava al Sangelli la moglie che non si moveva per timore del mal di mare, prima ancora che il piroscafo si mettesse in movimento.
Non c'era stato verso d'indurla ad andare a sedere sul piano di coperta destinato alla prima classe, a pruavía.
S'era buttata come una balla sul sedile del lucernario della camera di poppa; e cosí grassa come s'era fatta pochi anni dopo il matrimonio, bionda e pallida, con gli occhi azzurri ovati, non si curava nemmeno dello spettacolo che dava con quel suo ridicolo sgomento, aggrappata con la mano tozza piena d'anelli al bracciuolo di legno del sedile, quasi che, tenendolo cosí, volesse impedire lo scotimento fitto fitto e continuo della macchina già sotto pressione.
Strillava lamentosamente per Bicetta, per Niní, per Carluccio, ma non osava neppure girare un po' la testa per vedere dove fossero.
L'ampio velo turchino attorno al cappello di paglia, col vento, le sbatteva in faccia; lo lasciava sbattere, pur di non muoversi; e teneva fissi gli occhi spaventati a una manica a vento lí presso, suo incubo forse, ma anche riparo e protezione.
- Carluccio, Dio mio, dov'è? Faustino! Faustino! E Bicetta?
Con l'aria che batteva viva, da terra là sopra coperta e che si portava via il fumo della ciminiera tra il cordame dell'alberatura, nel chiarore aperto e fresco, tutto lampeggiante dei riflessi del sole al tramonto sul mare un po' mosso a ogni sollevarsi dei parasoli, quei tre benedetti ragazzi, che non erano stati mai su un piroscafo, parevano impazziti; si ficcavano tra la gente, da per tutto, tra le scale sul passavanti, le lapazze, i ponti di sbarco, sotto le lance; volevano veder tutto, e correvano davvero il rischio anche di precipitar giú in mare.
Faustino Sangelli, andando loro dietro, si sentiva intanto finir lo stomaco a quelle raccomandazioni della moglie.
Non gli era parso mai tanto ridicolo il suo nome in diminutivo sulle labbra di quella donna cosí grassa, né mai tanto sgradevole la voce di lei.
Avrebbe voluto gridarle:
- E sta' zitta! Non vedi che sto badando a loro?
Ma aveva sulle labbra, rassegato, un sorriso freddo e fatuo, come di chi si presti a far cosa che a lui veramente non appartenga o non prema molto.
Oh Dio, come? I figliuoli? Non gli premevano i figliuoli? Sí, gli premevano.
Ma in quel momento, Faustino Sangelli - il quale aveva già trentasei anni e qualche pelo bianco, piú d'uno, nella barba e alle tempie - si sentiva proprio costretto a sorridere in quel modo, di quel mezzo sorriso freddo e fatuo, tra di compiacenza e di rassegnazione.
Non poteva farne a meno.
Avrebbe seguitato a sorridere cosí, anche se Carluccio o Niní o Bicetta fossero caduti - non in mare, no, Dio liberi! - ma lí sopra coperta e si fossero messi a piangere.
Perché non sorrideva lui cosí, propriamente; ma un altro Faustino Sangelli, di circa diciott'anni, e dunque senza quella barba, e dunque senza né quella moglie né quei figliuoli.
Questo gli avveniva per il fatto che, tra la gente che quella sera partiva da Napoli col piroscafo per la Sicilia, aveva intraveduto e riconosciuto subito un suo lontano parente, un tal Silvestro Crispo, già tutto grigio e piú ispido e piú cupo di quando, tanti e tanti anni addietro, lui, Faustino Sangelli, allor quasi ragazzo imberbe, studentello matricolino di lettere all'Università di Palermo, gli aveva tolto l'amore di Lillí, loro comune cugina, di cui tutti e due allora erano perdutamente innamorati e quel poveretto aveva tentato di uccidersi, chiudendosi in camera una notte col braciere acceso.
Ora Lillí da otto anni era moglie di colui; e Faustino Sangelli sapeva che, nonostante l'età, si conservava ancora bellissima e fresca.
Tutti i ricordi scottanti, gli errori, i rimorsi della prima gioventú, improvvisamente, alla vista di quell'uomo, gli avevano fatto un tale impeto dentro, che n'era come stordito.
Al solo pensiero che quel Silvestro Crispo potesse vederlo, invecchiato e cosí dietro a quei tre ragazzi mal vestiti, e con quella moglie grassa e ridicola che strillava di là, si sentiva vaneggiare in un avvilimento di vergogna, acre e insopportabile, al quale reagiva seguitando a sorridere a quel modo, mentre avvertiva con una lucidità che gl'incuteva quasi ribrezzo, che non soltanto lui qual era adesso, ma lui anche qual era stato tant'anni addietro, sedici anni addietro, viveva tuttora e sentiva e ragionava con quegli stessi pensieri, con quegli stessi sentimenti, che già da tanto tempo credeva spenti o cancellati in sé; ma cosí vivo, cosí "presentemente" vivo che, quasi non parendogli piú vero in quel momento tutto ciò che lo circondava, e pur non potendo negarne a se stesso la realtà, non potendo negare per esempio che quei tre ragazzi là fossero suoi; ecco qua, sorrideva, proprio come se non fossero; proprio come se lui non fosse questo Faustino d'adesso, ma quello: diviso in due vite distanti e contemporanee; vere tutt'e due, e vane tutte e due nello stesso tempo; e di là quella biondona pallida, di cui gli arrivava la voce sgraziata: "Faustino! Faustino!" - e qua, fuggente e ammiccante tra il rimescolío dei passeggeri sopra coperta, Lillí, Lillí di ventidue anni, bella come quando di nascosto, da lontano, per tentarlo, tenendo socchiuso l'uscio della sua cameretta si scopriva il seno tra il candor delle trine e con la mano faceva appena appena l'atto d'offrirglielo e subito con la stessa mano se lo nascondeva.
Aveva quattr'anni piú di lui, Lillí.
E che passione, che frenesie, prima ch'ella accondiscendesse a fidanzarsi con lui, corteggiata da tanti, anche da quel povero Silvestro Crispo, che s'affannava in tutti i modi a lavorare per farsi uno stato e ottener subito la mano di lei! Ma allora Lillí non si curava di nessuno dei due: di Silvestro Crispo, perché troppo rozzo, ispido e brutto; di lui, perché troppo ragazzo; e s'univa perfidamente a tutti i parenti che se lo prendevano a godere per lo spettacolo che dava loro con quella sua passione precoce e della gelosia che lo assaliva appena vedeva qualcuno ottenere i sorrisi di lei.
Finché, all'improvviso, chi sa perché, forse per qualche dispetto o per qualche disinganno inatteso o per prendersi una subita rivincita su qualcuno, ella gli s'era accostata amorosa, gli s'era promessa, ma a patto che subito egli si fosse apertamente fidanzato con lei.
Lí per lí, gli era parso di toccare il cielo col dito.
Per piú d'un mese aveva dovuto combattere per strappare il consenso al padre, il quale saggiamente gli aveva fatto osservare ch'era troppo intempestivo per lui un impegno di quel genere; che la cugina aveva quattr'anni piú di lui, e che egli, ancora studente, avrebbe dovuto aspettare per lo meno altri sei anni per farla sua.
Ostinato, dopo molte promesse e giuramenti, era riuscito a spuntarla.
Se non che, subito dopo, nel vedersi presentare a tutti, cosí ancor quasi ragazzo, senza uno stato, come promesso sposo di Lillí, s'era sentito ridicolo agli occhi di tutti e specialmente di quegli altri giovanotti che, corrisposti, avevano per qualche tempo amoreggiato con la sua fidanzata.
La passione, cosí cocente quand'era nascosta, contrariata e derisa, aveva perduto a un tratto il fervore, tutta la poesia; e poco dopo egli se n'era scappato dalla Sicilia per troncare quel fidanzamento, ch'era stato intanto il colpo di grazia per quel Silvestro Crispo.
Nel vedersi posposto a un giovanottino ancor imberbe, senza né arte né parte, lui che già lavorava, lui che era già uomo; sdegnato, disperato, aveva voluto uccidersi; ed era stato salvato per miracolo.
Ora eccolo là! Marito di Lillí.
Padre (sapeva anche questo, Faustino Sangelli), padre d'un bambino, di cui gli avevano tanto vantato la bellezza.
Bello come mamma.
Dunque, forse felice, quell'uomo lí.
Mentre lui...
Ecco, perché, correndo appresso a quei bambini non belli e mal vestiti, aveva bisogno di sorridere a quel modo Faustino Sangelli in quel momento; bisogno, proprio bisogno di veder viva, di ventidue anni, là, fuggente e ammiccante, tra il rimescolío dei passeggeri Lillí, Lillí che accennava, cosí fuggendo e riparandosi dietro le spalle dei passeggeri, di scoprirsi ancora il seno e far con la mano appena appena l'atto d'offrirglielo e subito con la stessa mano l'atto di nasconderselo.
Ah, tante volte, tante volte, ebbro d'amore, gliel'aveva baciato, lui, quel piccolo seno! E ora voleva che quell'uomo lí lo sapesse.
Sí, sí.
Sorrideva a quel modo per farglielo sapere.
E con tal rabbia, con tal livore - pur con quel sorriso sulle labbra - pensava, sentiva, vedeva tutto questo, che a un certo punto costretto a correre fin quasi ai piedi di Silvestro Crispo per acchiappare a tempo uno dei bambini che stava per cadere, acchiappatolo, si rizzò tutto fremente davanti a lui, quasi a petto, come se si aspettasse che quello dovesse saltargli al collo per strozzarlo.
Silvestro Crispo, invece, lo guardò appena con la coda dell'occhio; evidentemente senza riconoscerlo.
E s'allontanò pian piano.
Faustino Sangelli restò di gelo a quello sguardo d'assoluta indifferenza.
Da che rideva, da che baciava vivo, con labbra ardenti, il tepido, piccolo seno bianco di Lillí, e costringeva quell'uomo a chiudersi in camera con un braciere acceso per asfissiarsi, ecco che d'un tratto spariva in lui l'immagine di ciò ch'era stato, come un'ombra; e un'altra ombra d'improvviso sottentrava, l'ombra miserabile di se stesso, ombra irriconoscibile, se colui non lo aveva riconosciuto, dopo sedici anni: i sedici anni di tutti i suoi sogni svaniti, e di tante noje e di tante amarezze; i sedici anni che lo avevano invecchiato precocemente; che gli avevano portato la sciagura di quella moglie, il tormento di quei figliuoli.
Di furia, inferocito, con la scusa della caduta di quel piccino riparata a tempo, mentre tra il cresciuto clamore la sirena della ciminiera avventava il rauco fischio formidabile, acchiappò gli altri due, andò a prendere la moglie, e giú, a cuccia! a cuccia!
- Andiamo a dormire!
Ma Niní voleva il biscotto; l'acqua, Bicetta; Carluccio, la tromba.
- A dormire! a dormire! Avete sentito il babau?
- Oh Dio, Faustino, e non è presto?
- Che presto! che presto! Meglio che ti trovi accucciata, prima che si esca dal porto! Giú! giú!
- La tromba, papà!
- Oh Dio, Faustino, mi gira la testa...
- Ma se siamo ancora fermi! Se ancora non si muove!
- Biccotto, papà!
- Papà, quando bevo?
- Giú! giú! Berrai giú! Andiamo!
- Oh Dio, Faustino...
- Corpo di...
Giusto qua?...
Cameriere! cameriere!
Tutta la nottata, quella delizia lí.
E fosse stato cattivo il mare! Ma che! Un olio.
E che strilli, che strilli!
- Sta' zitta! Pare che ti scànnino!
- Oh Dio, muojo! Reggimi, Faustino! Ah, non arrivo...
non arrivo...
Voglio scendere!
- Scendiamo, papà.
- A casa, andiamo a casa, papà!
- Mammà, oh Dio! ho paura, papà!
- Fermi, perdio! E tu stenditi giú, supina, o vado a buttarmi a mare!
Di solito tanto paziente con la moglie e coi figliuoli, era diventato una belva, Faustino Sangelli, quella notte, per mare.
Ma come Dio volle, verso il tocco, la moglie s'assopí; i bambini s'addormentarono.
Egli rimase un pezzo nella cuccetta, seduto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani.
E stando cosí seduto, si vide, a un certo punto, sotto gli occhi emergere il pancino, che da alcuni anni gli era cresciuto; e vide quasi per ischerno ciondolare dalla catena dell'orologio una medaglina d'oro, premio volgare d'un misero concorso vinto.
A diciott'anni, innamorato di Lillí, aveva sognato la gloria.
Era finito professor di liceo, non tanto miserabile perché la moglie gli aveva recato una buona dote.
Ah Dio, un po' d'aria, un po' d'aria! Si sentiva soffocare!
Spense la lampadina elettrica; uscí dalla cuccetta; attraversò un po' barcollando e reggendosi alle pareti di legno del corridojo, e salí in coperta.
La notte era scurissima, polverata di stelle.
Gli alberi del piroscafo vibravano allo scotimento della macchina e dalla ciminiera sboccava continuo un pennacchio di fumo denso, rossastro.
Il mare, tutto nero, rotto dalla prua, s'apriva spumeggiando un poco lungo i fianchi del piroscafo.
Tutti i passeggeri s'erano ritirati nelle loro cuccette.
Faustino Sangelli tirò sú il bavero del pastrano; si diede una rincalcata al berretto da viaggio; passeggiò un tratto sul ponte riservato alla prima classe; guardò i passeggeri di terza buttati come bestie a dormire su la coperta, con le teste sui fagotti, attorno alla bocca della stiva: poi, alzando il capo, vide dall'altra parte, sul ponte di poppa riservato ai passeggeri di seconda, uno - lui? - presso il parapetto, appoggiato a una delle bacchette di ferro che sorreggevano la tenda.
Al bujo non discerneva bene.
Ma pareva lui, Silvestro Crispo.
Doveva esser lui.
Forse, anche prima che egli lo scorgesse tra i passeggeri in partenza quella sera da Napoli, era stato scorto da lui.
E forse, quand'egli sorreggendo il bambino che stava per cadere, s'era rizzato a guardarlo, lo sguardo che colui gli aveva rivolto con la coda dell'occhio nell'allontanarsi non era d'indifferenza, ma di sdegno, e forse d'odio.
Ora là, fermo, insaccato nelle spalle, anch'esso col bavero del pastrano tirato sú e il berretto rincalcato, guardava il mare.
Da guardare però non c'era nulla, in quella tenebra.
Dunque pensava.
Anche lui, dunque, sapendo che l'antico rivale viaggiava sullo stesso piroscafo, non poteva dormire, quella notte.
Che pensava?
Faustino Sangelli stette a spiarlo un pezzo con una pena, con una pena che, a mano a mano crescendo, gli si faceva piú amara e piú angosciosa: pena della vita che è cosí; pena delle memorie che dolgono, come se i dolori presenti non bastassero al cuore degli uomini.
Ma a poco a poco, cominciò quasi a svaporargli, quella pena, nella vastità sconfinata, tenebrosa, sotto quella polvere di stelle, e si vide, si sentí piccolissimo, e piccolissimo vide il rivale; piccolissima, la sua miseria annegarsi nel sentimento che gli s'allargava smisurato, della vanità di tutte le cose.
Allora, con amaro dileggio, si persuase a profittar del mare tranquillo e del sonno della moglie e dei figliuoli per farsi una dormitina anche lui, fino all'approdo in Sicilia a giorno chiaro.
Cosí fece.
Ma la bella filosofia gli venne meno di nuovo, come il piroscafo fu per doppiare Monte Pellegrino e imboccare il golfo di Palermo.
Ora la moglie era diventata coraggiosissima: una leonessa; e anche i figliuoli, tre leoncini.
Volevano andare sul ponte subito subito a godere della magnifica vista dell'entrata a Palermo.
- Nossignori! Non permetto! Prima aspettate che il vapore si fermi!
- Oh Dio, Faustino, ma se tutti gli altri passeggeri sono già sú!
- Va bene.
E voi state giú.
- Ma perché?
- Perché voglio cosí!
Figurarsi se si voleva far vedere da quello alla luce del giorno, con quella moglie accanto tutta ammaccata e spettinata, con quei tre piccini con gli abitucci sporchi e tutti raggrinziti!
Ma quando, alla fine, il vapore s'ormeggiò e dalla banchina dello scalo fu buttato il pontile sul barcarizzo - via! via di furia! il facchino avanti, con le valige, lui Faustino dietro, coi due maschietti uno per mano; la moglie appresso, con la Bicetta.
Se non che, giunto a mezzo del pontile, gettando per caso uno sguardo sotto la tettoja della banchina alla gente venuta ad assistere allo sbarco dei passeggeri, Faustino Sangelli non vide e non capí piú nulla.
Lí, su la banchina, sotto la tettoja, c'era Lillí, Lillí venuta col suo bambino ad accogliere il marito, Lillí che lo guardava, sbalordita, con tanto d'occhi; piú che sbalordita, quasi oppressa di stupore.
La intravide appena.
Lo stesso viso; lo stesso corpo, saldo, svelto, formoso; solo gli parve che avesse i capelli ritinti, dorati.
Il pontile, la folla, le valige, lo scalo, la tettoja, tutto gli girò attorno.
Avrebbe voluto sprofondare, sparire.
Dov'era il facchino? Chi aveva per mano? Si cacciò nell'ufficio della dogana; ma, in tempo che faceva visitare le valige ai doganieri, vide Silvestro Crispo attraversar l'ufficio, fosco e solo.
E come? Lillí dunque non s'era accorta del marito? Se l'era lasciato passar davanti senz'accorgersene? Ed era venuta apposta cosí di buon mattino allo scalo, per accoglierlo all'arrivo.
Tanta impressione dunque le aveva fatto la vista inattesa di lui, dopo tanti anni? E chi sa che scena tra poco sarebbe accaduta a casa, quand'ella, ritornando col bambino, vi avrebbe trovato il marito, già arrivato; il marito che avrebbe indovinato subito la ragione per cui ella non s'era accorta di lui, là sulla banchina dello scalo!
Fu per goderne malignamente, Faustino Sangelli; ma ecco che sballottato con la moglie e i tre figliuoli dentro un enorme e sgangherato omnibus d'albergo, tutto fragoroso di vetri, là per il viale dei Quattro Venti si vide raggiungere da una carrozzella, la quale si mise lenta lenta a seguire il lentissimo enorme omnibus fragoroso.
Nella carrozzella c'era Lillí col suo bambino.
Faustino Sangelli si sentí strappare le viscere, tirare il respiro e non seppe piú da che parte voltarsi a guardare per non veder l'antica fidanzata che gli veniva appresso, appresso, e che lo guardava sbalordita con tanto d'occhi.
Patí morte e passione.
Quegli occhi, cosí stupiti, gli dicevano quant'era cambiato; lo guardavano come di là da un abisso, ove adesso anche il ricordo della sua lontana immagine precipitava e ogni rimpianto, tutto.
E di qua dall'abisso, sul carrozzone traballante e fragoroso, ecco, c'era lui, lui quale s'era ridotto, fra quei tre figliuoli non belli e quella stupida moglie.
Ah, fare un salto da quel carrozzone a quella carrozzella, mettere a terra il bambino di lei, e attaccarsi con la bocca a quella bocca che era stata sua tant'anni fa; commettere l'ultima pazzia, fuggire, fuggire...
- Perché lo guardava ella cosí? Che pensava? Che voleva? Ecco, si chinava verso il bambino che le sedeva accanto, poi rialzava la testa e sorrideva, sorrideva guardando verso lui, tentennando lievemente il capo.
Lo derideva? Su le spine, temendo che la moglie guardando a quella carrozzella s'accorgesse della sua agitazione, si prese sulle ginocchia uno dei figliuoli, gli grattò con una mano la pancina e si mise a ridere, a ridere anche lui, a ridere per fare a sua volta un ultimo dispetto a lei che seguitava a venirgli appresso senz'essersi accorta del marito arrivato con lui.
- Ti sei smattinata, e adesso a casa sentirai, cara, sentirai!
Pensava, e rideva, rideva.
Ma come una lumaca sul fuoco.
NIENTE
La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d'una vetrata opaca di farmacia all'angolo di via San Lorenzo.
Un signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella vetrata per aprirla.
Piega di qua, piega di là - che diavolo? - non s'apre.
- Provi a sonare, - suggerisce il vetturino.
- Dove, come si suona?
- Guardi, c'è lí il pallino.
Tiri.
Quel signore tira con furia rabbiosa.
- Bell'assistenza notturna!
E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.
Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d'un treno in partenza.
Il vetturino cava l'orologio; si china verso uno dei fanaletti; dice:
- Eh, vicino le tre...
Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad aprire.
E subito il signore:
- C'è un medico?
Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di fuori, dà indietro, alza le braccia, stringe le pugna e comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:
- A quest'ora?
Poi, per interrompere le proteste dell'avventore, il quale - ma sí, Dio mio, sí - tutta quella furia, sí, con ragione: chi dice di no? - ma dovrebbe pure compatire chi a quell'ora ha anche ragione d'aver sonno - ecco, ecco, si toglie le mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d'aspettare; poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della farmacia.
Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni per far lí apertamente, al cospetto della vasta piazza deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie, quel che di giorno non è lecito senza i debiti ripari.
Perché è pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, cosí, alla soddisfazione d'un piccolo bisogno naturale, e veder che tutto rimane al suo posto: là, quei lecci neri in fila che costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono la trama dei fili tramviarii, tutte quelle lune vane in cima ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla stazione.
Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto scaffalato, è quasi al bujo e appestato dal tanfo dei medicinali.
Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a un'immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto all'entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se stesso.
La tavola in mezzo, ingombra di bocce, vasetti, bilance, mortaj e imbuti, impedisce di vedere in prima se sul logoro divanuccio di cuojo, là sotto a quello scaffale dirimpetto all'entrata, sia rimasto a dormire il medico di guardia.
- Eccolo, c'è - dice il giovine di farmacia, indicando un pezzo d'omone che dorme penosamente, tutto aggruppato e raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.
- E lo chiami, perdio!
- Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio, sa?
- Ma è medico?
- Medico, medico.
Il dottor Mangoni.
- E tira calci?
- Capirà, svegliarlo a quest'ora...
- Lo chiamo io!
E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e scuote il dormente.
- Dottore! dottore!
Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che gl'invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le sopracciglia spioventi.
Uno dei calzoni gli è rimasto tirato sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela legate all'antica con una cordellina sulla rozza calza nera di cotone.
- Ecco, dottore...
Subito, la prego, - dice impaziente il signore.
- Un caso d'asfissia...
- Col carbone? - domanda il dottore, volgendosi ma senza aprir gli occhi.
Alza una mano a un gesto melodrammatico e, provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora addormentata, accenna l'aria della "Gioconda": Suicidio? In questi fieeeriii momenti...
Quel signore fa un atto di stupore e d'indignazione.
Ma il dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e incignando ad aprire un occhio solo:
- Scusi, - dice, - è un suo parente?
- Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegherò strada facendo.
Ho qui la vettura.
Se ha da prendere qualche cosa...
- Sí, dammi...
dammi...
- comincia a dire il dottor Mangoni, tentando d'alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.
- Penso io, penso io, signor dottore, - risponde quello, girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno tutt'a un tratto con una allegra fretta che impressiona l'avventore notturno.
Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga a cozzare, per difendersi gli occhi dalla súbita luce.
- Sí, bravo figliuolo, - dice.
- Ma mi hai accecato.
Oh, e il mio elmo? dov'è?
L'elmo è il cappello.
Lo ha, sí.
Per averlo, lo ha: positivo.
Ricorda d'averlo posato, prima d'addormentarsi, su lo sgabello accanto al divanuccio.
Dov'è andato a finire?
Si mette a cercarlo.
Ci si mette anche l'avventore; poi anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della farmacia.
E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.
- La siringa per le iniezioni, dottore, ce l'ha?
- Io? - si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.
- Bene bene.
Dunque, si dice, carte senapate.
Otto, basteranno? Caffeina, stricnina.
Una Pravaz.
E l'ossigeno, dottore? Ci vorrà pure un sacco d'ossigeno, mi figuro.
- Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di tutto! - grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni.
E spiega che, tra l'altro, c'è affezionato lui a quel cappello, perché è un cappello storico: comperato circa undici anni addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria dell'Udienza, Superiora del ricovero notturno al vicolo del Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non è di guardia nelle farmacie.
Finalmente il cappello è trovato, non lí nel laboratorio ma di là, sotto il banco della farmacia.
Ci ha giocato il gattino.
L'avventore freme d'impazienza.
Ma un'altra lunga discussione ha luogo, perché il dottor Mangoni, con la tuba tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il gattino, sí, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui, il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per giunta, una buona acciaccata sotto il banco.
Basta.
Un gran pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le ventitré.
- Ai suoi ordini, pregiatissimo signore!
- Un povero giovine, - prende a dir subito il signore rimontando su la botticella e stendendo la coperta su le gambe del dottore e su le proprie.
- Ah, bravo! Grazie.
- Un povero giovine che m'era stato tanto raccomandato da un mio fratello, perché gli trovassi un collocamento.
Eh già, capisce? come se fosse la cosa piú facile del mondo; t-o-to, fatto.
La solita storia.
Pare che stiano all'altro mondo, quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per trovare un impiego: t-o-to, fatto.
Anche mio fratello, sissignore! m'ha fatto questo bel regalo.
Uno dei soliti spostati, sa: figlio d'un fattore di campagna, morto da due anni al servizio di questo mio fratello.
Se ne viene a Roma, a far che? niente, il giornalista, dice.
Mi presenta i titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi.
Dice: "Lei mi deve trovar posto in qualche giornale".
Io? Roba da matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il rimpatrio dalla questura.
E intanto, potevo lasciarlo in mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso; e due o tre lire in tasca: non piú di tanto.
Gli do alloggio in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa gente...
lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due camerette mobiliate.
Non mi pagano la pigione da quattro mesi.
Me n'approfitto; lo ficco lí a dormire.
E va bene! Passano cinque giorni; non c'è verso d'ottenere il foglio di rimpatrio dalla questura.
La meticolosità di questi impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi! Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che pratiche là, al paese; poi qua alla questura.
Basta: questa sera ero a teatro, al Nazionale.
Viene, tutto spaventato, il figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un quarto, perché quel disgraziato s'era chiuso in camera, dice, con un braciere acceso.
Dalle sette di sera, capisce?
A questo punto il signore si china un poco a guardare nel fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non ha piú dato segno di vita.
Temendo che si sia riaddormentato, ripete piú forte:
- Dalle sette di sera!
- Come trotta bene questo cavallino, - gli dice allora il dottore Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.
Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno sul naso.
- Ma scusi, dottore, ha sentito?
- Sissignore.
- Dalle sette di sera.
Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.
- Precise.
- Respira però, sa! Appena appena.
È tutto rattrappito, e...
- Che bellezza! Saranno...
sí, aspetti, tre...
no, che dico tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza.
Come ci si va bene!
- Ma scusi, io le sto parlando...
- Sissignore.
Ma abbia pazienza, che vuole che m'importi la storia di questo disgraziato?
- Per dirle che sono cinque ore...
- E va bene! Adesso vedremo.
Crede lei che gli stia rendendo un bel servizio?
- Come?
- Ma sí, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo, una disgrazia qualsiasi...
prestare ajuto, chiamare il medico, lo capisco.
Ma un pover'uomo, scusi, che zitto zitto si accuccia per morire?
- Come! - ripete, vieppiú trasecolato, quel signore.
E il dottor Mangoni, placidissimo:
- Abbia pazienza.
Il piú l'aveva fatto, quel poverino.
Invece del pane, s'era comperato il carbone.
Mi figuro che avrà sprangato l'uscio, no? otturato tutti i buchi; si sarà magari alloppiato prima; erano passate cinque ore; e lei va a disturbarlo sul piú bello!
- Lei scherza! - grida il signore.
- No no; dico sul serio.
- Oh perdio! - scatta quello.
- Ma sono stato disturbato io, mi sembra! Sono venuti a chiamarmi...
- Capisco, già, a teatro.
- Dovevo lasciarlo morire? E allora, altri impicci, è vero? come se fossero pochi quelli che m'ha dati.
Queste cose non si fanno in casa d'altri, scusi!
- Ah, sí, sí; per questa parte, sí, ha ragione, - riconosce con un sospiro il dottor Mangoni.
- Se ne poteva andare a morire fuori dai piedi, lei dice.
Ha ragione.
Ma il letto tenta, sa! Tenta, tenta.
Morire per terra come un cane...
Lo lasci dire a uno che non ne ha!
- Che cosa?
- Letto.
- Lei?
Il dottor Mangoni tarda a rispondere.
Poi, lentamente, col tono di chi ripete una cosa già tant'altre volte detta:
- Dormo dove posso.
Mangio quando posso.
Vesto come posso.
E subito aggiunge:
- Ma non creda oh, che ne sia afflitto.
Tutt'altro.
Sono un grand'uomo, io, sa? Ma dimissionario.
Il signore s'incuriosisce di quel bel tipo di medico in cui gli è avvenuto cosí per caso d'imbattersi; e ride, domandando:
- Dimissionario? Come sarebbe a dire dimissionario?
- Che capii a tempo, caro signore, che non metteva conto di nulla.
E che anzi, quanto piú ci s'affanna a divenir grandi, e piú si diventa piccoli.
Per forza.
Ha moglie lei, scusi?
- Io? Sissignore.
- Mi pare che abbia sospirato dicendo sissignore.
- Ma no, non ho sospirato affatto.
- E allora, basta.
Se non ha sospirato, non ne parliamo piú.
E il dottor Mangoni torna a rannicchiarsi nel fondo della vettura, dando a vedere cosí che non gli pare piú il caso di seguitare la conversazione.
Il signore ci resta male.
- Ma come c'entra mia moglie, scusi?
Il vetturino a questo punto, si volta da cassetta e domanda:
- Insomma, dov'è? A momenti siamo a Campoverano!
- Uh, già! - esclama il signore.
- Volta! volta! La casa è passata da un pezzo.
- Peccato tornare indietro, - dice il dottor Mangoni, - quando s'è quasi arrivati alla mèta.
Il vetturino volta, bestemmiando.
Una scaletta buja, che pare un antro dirupato: tetra umida fetida.
- Ahi! Maledizione.
Diòòòdiodio!
- Che cos'è? s'è fatto male?
- Il piede.
Ahiahi.
Ma non ci avrebbe un fiammifero, scusi?
- Mannaggia! Cerco la scatola.
Non la trovo!
Alla fine, un barlume che viene da una porta aperta sul pianerottolo della terza branca.
La sventura, quando entra in una casa, ha questo di particolare: che lascia la porta aperta, cosí che ogni estraneo possa introdursi a curiosare.
Il dottor Mangoni segue zoppicando il signore che attraversa una squallida saletta con un lumino bianco a petrolio per terra presso l'entrata; poi, senza chieder permesso a nessuno, un corridojo bujo, con tre usci: due chiusi, l'altro, in fondo, aperto e debolmente illuminato.
Nello spasimo di quella storta al piede, trovandosi col sacco dell'ossigeno in mano, gli viene la tentazione di scaraventarlo alle spalle di quel signore; ma lo posa per terra, si ferma, si appoggia con una mano al muro, e con l'altra, tirato sú il piede, se lo stringe forte alla noce, provandosi a muoverlo in qua e in là, col volto tutto strizzato.
Intanto, nella stanza in fondo al corridojo, è scoppiata, chi sa perché, una lite tra quel signore e gl'inquilini.
Il dottor Mangoni lascia il piede e fa per muoversi, volendo sapere che cosa è accaduto, quando si vede venire addosso come una bufera quel signore che grida:
- Sí, sí, da stupidi! da stupidi! da stupidi!
Fa appena a tempo a scansàrlo; si volta, lo vede inciampare nel sacco d'ossigeno:
- Piano! piano, per carità!
Ma che piano! Quello allunga un calcio al sacco; se lo ritrova tra i piedi; è di nuovo per cadere e, bestemmiando, scappa via, mentre sulla soglia della stanza in fondo al corridojo appare un tozzo e goffo vecchio in pantofole e papalina, con una grossa sciarpa di lana verde al collo, da cui emerge un faccione tutto enfiato e paonazzo, illuminato dalla candela stearica, sorretta in una mano.
- Ma scusi...
dico, o che era meglio allora, che lo lasciavamo morire qua, aspettando il medico?
Il dottor Mangoni crede che si rivolga a lui e gli risponde:
- Eccomi qua, sono io.
Ma quello alza e protende la mano con la stearica; lo osserva, e come imbalordito gli domanda:
- Lei? chi?
- Non diceva il medico?
- Ma che medico! ma che medico! - insorge, strillando, nella camera di là, una voce di donna.
E si precipita nel corridojo la moglie di quel degno vecchio in pantofole e papalina, tutta sussultante, con una nuvola di capelli grigi e ricci per aria, gli occhi affumicati ammaccati e piangenti, la bocca tagliata di traverso, oscenamente dipinta, che le freme convulsa.
Sollevando il capo da un lato, per guardare, soggiunge imperiosa:
- Se ne può andare! se ne può andare! Non c'è piú bisogno di lei! L'abbiamo fatto trasportare al Policlinico, perché moriva!
E cozzando in un braccio il marito violentemente:
- Fallo andar via!
Ma il marito dà uno strillo e un balzo perché, cosí cozzato nel braccio, ha avuto sulle dita la sgocciolatura calda della candela.
- Eh, piano, santo Dio!
Il dottor Mangoni protesta, ma senza troppo sdegno, che non è un ladro, né un assassino da esser mandato via a quel modo; che se è venuto, è perché sono andati a chiamarlo in farmacia; che per ora ci ha guadagnato soltanto una storta al piede, per cui chiede che lo lascino sedere almeno per un momento.
- Ma si figuri, qua, venga, s'accomodi, s'accomodi, signor dottore, - s'affretta a dirgli il vecchio, conducendolo nella stanza in fondo al corridojo; mentre la moglie, sempre col capo sollevato da un lato per guardare come una gallina stizzita, lo spia impressionata da tutta quella feroce barba fin sotto gli occhi.
- Bada, oh, se per aver fatto il bene, - dice ora, ammansata, a mo' di scusa, - ci si deve anche prendere i rimproveri!
- Già, i rimproveri, - soggiunge il vecchio cacciando la candela accesa nel bocciuolo della bugia sul tavolino da notte accanto al lettino vuoto, disfatto, i cui guanciali serbano ancora l'impronta della testa del giovinetto suicida.
Quietamente si toglie poi dalle dita le gocce rapprese, e seguita:
- Perché dice che nossignori, non si doveva portare all'ospedale, non si doveva.
- Tutto annerito era! - grida, scattando, la moglie.
- Ah, quel visino.
Pareva succhiato.
E che occhi! E quelle labbra, nere, che scoprivan qua, qua, i denti, appena appena.
Senza piú fiato...
E si copre il volto con le mani.
- Si doveva lasciarlo morire senza ajuto? - ridomanda placido il vecchio.
- Ma sa perché s'è arrabbiato? Perché sospetta, dice, che quel povero ragazzo sia un figlio bastardo di suo fratello.
- E ce l'aveva buttato qua, - riprende la moglie balzando in piedi di nuovo, non si sa se per rabbia o per commozione.
- Qua, per far nascere in casa mia questa tragedia, che non finirà per ora, perché la mia figliuola, la maggiore, se n'è innamorata, capisce? Come una pazza, vedendolo morire - ah, che spettacolo! - se l'è caricato in collo, io non so com'ha fatto! se l'è portato via, con l'ajuto del fratello, giú per le scale, sperando di trovare una carrozza per istrada.
Forse l'hanno trovata.
E mi guardi, mi guardi là quell'altra figliuola, come piange.
Il dottor Mangoni, entrando, ha già intraveduto nell'attigua saletta da pranzo una figliolona bionda scarmigliata intenta a leggere, coi gomiti sulla tavola e la testa tra le mani.
Legge e piange, sí; ma col corpetto sbottonato e le rosee esuberanti rotondità del seno quasi tutte scoperte sotto il lume giallo della lampada a sospensione.
Il vecchio padre, a cui il dottor Mangoni ora si volta come intronato, fa con le mani gesti di grande ammirazione.
Sul seno della figliuola? No.
Su ciò che la figliuola sta leggendo di là fra tante lagrime.
Le poesie del giovinetto.
- Un poeta! - esclama.
- Un poeta, che se lei sentisse...
cose! Me ne intendo, perché professore di belle lettere a riposo.
Cose grandi, cose grandi.
E si reca di là per prendere alcune di quelle poesie; ma la figliuola con rabbia se le difende, per paura che la sorella maggiore, ritornando col fratello dall'ospedale, non gliele lascerà piú leggere, perché vorrà tenersele per sé gelosamente, come un tesoro di cui lei sola dev'esser l'erede.
- Almeno qualcuna di queste che hai già lette, - insiste timidamente il padre.
Ma quella, curva con tutto il seno su le carte, pesta un piede e grida: - No! - Poi le raccoglie dalla tavola, se le ripreme con le mani sul seno scoperto e se le porta via in un'altra stanza di là.
Il dottor Mangoni si volta allora a guardar di nuovo quella tristezza di lettino vuoto, che rende vana la sua visita; poi guarda la finestra che, non ostante il gelo della notte, è rimasta aperta in quella lugubre stanza per farne svaporare il puzzo del carbone.
La luna rischiara il vano di quella finestra.
Nella notte alta, la luna.
Il dottor Mangoni se la immagina, come tante volte, errando per vie remote, l'ha veduta, quando gli uomini dormono e non la vedono piú, inabissata e come smarrita nella sommità dei cieli.
Lo squallore di quella stanza, di tutta quella casa, che è una delle tante case degli uomini, dove ballonchiano tentatrici, a perpetuare l'inconcludente miseria della vita, due mammelle di donna come quelle ch'egli ha or ora intravedute sotto il lume della lampada a sospensione nella stanza di là, gl'infonde un cosí frigido scoraggiamento e insieme una cosí acre irritazione, che non gli è piú possibile rimanere seduto.
Si alza, sbuffando, per andarsene.
Infine, via, è uno dei tanti casi che gli sogliono capitare, stando di guardia nelle farmacie notturne.
Forse un po' piú triste degli altri, a pensare che probabilmente, chi sa! era un poeta davvero quel povero ragazzo.
Ma, in questo caso, meglio cosí: che sia morto.
- Senta, - dice al vecchio che s'è alzato anche lui per riprendere in mano la candela.
- Quel signore che li ha rimproverati e che è venuto a scomodarmi in farmacia, dev'essere veramente un imbecille.
Aspetti: mi lasci dire.
Non già perché li ha rimproverati, ma perché gli ho domandato se aveva moglie, e mi ha risposto di sí; ma senza sospirare.
Ha capito?
Il vecchio lo guarda a bocca aperta.
Evidentemente non capisce.
Capisce la moglie, che salta sú a domandargli:
- Perché chi dice d'aver moglie, secondo lei, dovrebbe sospirare?
E il dottor Mangoni, pronto:
- Come m'immagino che sospira lei, cara signora, se qualcuno le domanda se ha marito.
E glielo addita.
Poi riprende:
- Scusi, a quel giovinetto, se non si fosse ucciso, lei avrebbe dato in moglie la sua figliuola?
Quella lo guarda un pezzo, di traverso, e poi, come a sfida, gli risponde:
- E perché no?
- E se lo sarebbero preso qua con loro in questa casa? - torna a domandare il dottor Mangoni.
E quella, di nuovo:
- E perché no?
- E lei, - domanda ancora il dottor Mangoni, rivolto al vecchio marito, - lei che se n'intende, professore di belle lettere a riposo, gli avrebbe anche consigliato di stampare quelle sue poesie?
Per non esser da meno della moglie, il vecchio risponde anche lui:
- E perché no?
- E allora, - conclude il dottor Mangoni, - me ne dispiace, ma debbo dir loro, che sono per lo meno due volte piú imbecilli di quel signore.
E volta le spalle per andarsene.
- Si può sapere perché? - gli grida dietro la donna inviperita.
Il dottor Mangoni si ferma e le risponde pacatamente:
- Abbia pazienza.
Mi ammetterà che quel povero ragazzo sognava forse la gloria, se faceva poesie.
Ora pensi un po' che cosa gli sarebbe diventata la gloria, facendo stampare quelle sue poesie.
Un povero, inutile volumetto di versi.
E l'amore? L'amore che è la cosa piú viva e piú santa che ci sia dato provare sulla terra? Che cosa gli sarebbe diventato? L'amore: una donna.
Anzi, peggio, una moglie: la sua figliuola.
- Oh! oh! - minaccia quella, venendogli quasi con le mani in faccia.
- Badi come parla della mia figliuola!
- Non dico niente, - s'affretta a protestare il dottor Mangoni.
- Me l'immagino anzi bellissima e adorna di tutte le virtú.
Ma sempre una donna, cara signora mia: che dopo un po' santo Dio, lo sappiamo bene, con la miseria e i figliuoli, come si sarebbe ridotta.
E il mondo, dica un po'? Il mondo, dove io adesso con questo piede che mi fa tanto male mi vado a perdere; il mondo veda lei, veda lei, signora cara, che cosa gli sarebbe diventato! Una casa.
Questa casa.
Ha capito?
E facendo scattar le mani in curiosi gesti di nausea e di sdegno, se ne va, zoppicando e borbottando:
- Che libri! Che donne! Che casa! Niente...
niente...
niente...
Dimissionario! dimissionario! Niente.
MONDO DI CARTA
Un gridare, un accorrere di gente in capo a Via Nazionale, attorno a due che s'erano presi: un ragazzaccio sui quindici anni, e un signore ispido, dalla faccia gialliccia, quasi tagliata in un popone, su la quale luccicavano gli occhialacci da miope, grossi come due fondi di bottiglia.
Sforzando la vocetta fessa, quest'ultimo voleva darsi ragione e agitava di continuo le mani che brandivano l'una un bastoncino d'ebano dal pomo d'avorio, l'altra un libraccio di stampa antica.
Il ragazzaccio strepitava pestando i piedi sui cocci d'una volgarissima statuetta di terracotta misti a quelli di gesso abbronzato della colonnina che la sorreggeva.
Tutti attorno, chi scoppiava in clamorose risate, chi faceva un viso lungo lungo e chi pietoso: e i monelli, attaccati ai lampioni, chi abbajava, chi fischiava, chi strombettava sul palmo della mano.
- È la terza! è la terza! - urlava il signore.
- Mentre passo leggendo, mi para davanti le sue schifose statuette, e me le fa rovesciare.
È la terza! Mi dà la caccia! Si mette alle poste! Una volta al Corso Vittorio; un'altra a Via Volturno; adesso qua.
Tra molti giuramenti e proteste d'innocenza, il figurinajo cercava anch'esso di farsi ragione presso i piú vicini:
- Ma che! È lui! Non è vero che legge! Mi ci vien sopra! O che non veda, o che vada stordito, o che o come, fatto si è...
- Ma tre? Tre volte? - gli domandavano quelli tra le risa.
Alla fine, due guardie di città, sudate, sbuffanti, riuscirono tra tutta quella calca a farsi largo; e siccome l'uno e l'altro dei contendenti, alla loro presenza, riprendevano a gridare piú forte ciascuno le proprie ragioni, pensarono bene, per togliere quello spettacolo, di condurli in vettura al piú vicino posto di guardia.
Ma appena montato in vettura, quel signore occhialuto si drizzò lungo lungo sulla vita e si mise a voltare a scatti la testa, di qua, di là, in sú, in giú; infine s'accasciò, aprí il libraccio e vi tuffò la faccia fino a toccar col naso la pagina; la sollevò tutto sconvolto, si tirò sulla fronte gli occhialacci e rituffò la faccia nel libro per provarsi a leggere con gli occhi soltanto; dopo tutta questa mimica cominciò a dare in smanie furiose, a contrarre la faccia in smorfie orrende, di spavento, di disperazione:
- Oh Dio.
Gli occhi.
Non ci vedo piú.
Non ci vedo piú!
Il vetturino si fermò di botto.
Le guardie, il figurinajo, sbalorditi, non sapevano neppure se colui facesse sul serio o fosse impazzito; perplessi nello sbalordimento, avevano quasi un sorriso d'incredulità sulle bocche aperte.
C'era là una farmacia; e, tra la gente ch'era corsa dietro la vettura e l'altra che si fermò a curiosare, quel signore, tutto scompigliato, cadaverico in faccia, sorretto per le ascelle, vi fu fatto entrare.
Mugolava.
Posto a sedere su una seggiola, si diede a dondolare la testa e a passarsi le mani sulle gambe che gli ballavano, senza badare al farmacista che voleva osservargli gli occhi, senza badare ai conforti, alle esortazioni, ai consigli che gli davano tutti: che si calmasse; che non era niente; disturbo passeggero; il bollore della collera che gli aveva dato agli occhi.
A un tratto, cessò di dondolare il capo, levò le mani, cominciò ad aprire e chiudere le dita.
- Il libro! Il libro! Dov'è il libro?
Tutti si guardarono negli occhi, stupiti; poi risero.
Ah, aveva un libro con sé? Aveva il coraggio, con quegli occhi, di andar leggendo per istrada? Come, tre statuette? Ah sí? e chi, chi, quello? Ah sí? Gliele metteva davanti apposta? Oh bella! oh bella!
- Lo denunzio! - gridò allora il signore, balzando in piedi, con le mani protese e strabuzzando gli occhi con scontorcimenti di tutto il volto ridicoli e pietosi a un tempo.
- In presenza di tutti qua, lo denunzio! Mi pagherà gli occhi! Assassino! Ci sono due guardie qua; prendano i nomi, subito, il mio e il suo.
Testimoni tutti! Guardia, scrivete: Balicci.
Sí, Balicci; è il mio nome.
Valeriano, sí, via Nomentana 112, ultimo piano.
E il nome di questo manigoldo, dov'è? è qua? lo tengano! Tre volte, approfittando della mia debole vista, della mia distrazione, sissignori, tre schifose statuette.
Ah, bravo, grazie, il libro, sí, obbligatissimo! Una vettura, per carità.
A casa, a casa, voglio andare a casa! Resta denunziato.
E si mosse per uscire, con le mani avanti; barellò; fu sorretto, messo in vettura e accompagnato da due pietosi fino a casa.
Fu l'epilogo buffo e clamoroso d'una quieta sciagura che durava da lunghissimi anni.
Infinite volte, per unica ricetta del male che inevitabilmente lo avrebbe condotto alla cecità, il medico oculista gli aveva detto di smettere la lettura.
Ma il Balicci aveva accolto ogni volta questa ricetta con quel sorriso vano con cui si risponde a una celia troppo evidente.
- No? - gli aveva detto il medico.
- E allora séguiti a leggere, e poi mi lodi la fine! Lei ci perde la vista, glielo dico io.
Non dica poi, se me lo credevo! Io la ho avvertita!
Bell'avvertimento! Ma se vivere, per lui, voleva dir leggere! Non dovendo piú leggere, tanto valeva che morisse.
Fin da quando aveva imparato a compitare, era stato preso da quella manía furiosa.
Affidato da anni e anni alle cure di una vecchia domestica che lo amava come un figliuolo, avrebbe potuto campare sul suo piú che discretamente, se per l'acquisto dei tanti e tanti libri che gl'ingombravano in gran disordine la casa, non si fosse perfino indebitato.
Non potendo piú comprarne di nuovi, s'era dato già due volte a rileggersi i vecchi, a rimasticarseli a uno a uno tutti quanti dalla prima all'ultima pagina.
E come quegli animali che per difesa naturale prendono colore e qualità dai luoghi, dalle piante in cui vivono, cosí a poco a poco era divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel colore della barba e dei capelli.
Discesa a grado a grado tutta la scala della miopia, ormai da alcuni anni pareva che i libri se li mangiasse davvero, anche materialmente, tanto se li accostava alla faccia per leggerli.
Condannato dal medico, dopo quella tremenda caldana, a stare per quaranta giorni al bujo, non s'illuse piú neanche lui che quel rimedio potesse giovare, e appena poté uscire di camera, si fece condurre allo studio, presso il primo scaffale.
Cercò a tasto un libro, lo prese, lo aprí, vi affondò la faccia, prima con gli occhiali, poi senza, come aveva fatto quel giorno in vettura; e si mise a piangere dentro quel libro, silenziosamente.
Piano piano poi andò in giro per l'ampia sala, tastando qua e là con le mani i palchetti degli scaffali.
Eccolo lí, tutto il suo mondo! E non poterci piú vivere ora, se non per quel tanto che lo avrebbe ajutato la memoria!
La vita, non l'aveva vissuta; poteva dire di non aver visto bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto altro che leggere, leggere, leggere.
Cieco ora per la realtà viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella rappresentata nei libri che non poteva piú leggere.
La grande confusione in cui aveva sempre lasciato tutti i suoi libri, sparsi o ammucchiati qua e là sulle seggiole, per terra, sui tavolini, negli scaffali, lo fece ora disperare.
Tante volte s'era proposto di mettere un po' d'ordine in quella babele, di disporre tutti quei libri per materie, e non l'aveva mai fatto, per non perder tempo.
Se l'avesse fatto, ora, accostandosi all'uno o all'altro degli scaffali, si sarebbe sentito meno sperduto, con lo spirito meno confuso, meno sparpagliato.
Fece mettere un avviso nei giornali, per avere qualcuno pratico di biblioteche, che si incaricasse di quel lavoro d'ordinamento.
In capo a due giorni gli si presentò un giovinotto saccente, il quale rimase molto meravigliato nel trovarsi davanti un cieco che voleva riordinata la libreria e che pretendeva per giunta di guidarlo.
Ma non tardò a comprendere, quel giovanotto, che - via - doveva essere uscito di cervello quel pover'uomo, se per ogni libro che gli nominava, eccolo là, saltava di gioja, piangeva, se lo faceva dare, e allora, palpeggiamenti carezzevoli alle pagine e abbracci, come a un amico ritrovato.
- Professore, - sbuffava il giovanotto.
- Ma cosí badi che non la finiamo piú!
- Sí, sí, ecco, ecco, - riconosceva subito il Balicci.
- Ma lo metta qua, questo: aspetti, mi faccia toccare dove l'ha messo.
Bene, bene qua, per sapermi raccapezzare.
Erano per la maggior parte libri di viaggi, d'usi e costumi dei varii popoli, libri di scienze naturali e d'amena letteratura, libri di storia e di filosofia.
Quando alla fine il lavoro fu compiuto, parve al Balicci che il bujo gli s'allargasse intorno in tenebre meno torbide, quasi avesse tratto dal caos il suo mondo.
E per un pezzo rimase come rimbozzolito a covarlo.
Con la fronte appoggiata sul dorso dei libri allineati sui palchetti degli scaffali, passava ora le giornate quasi aspettando che, per via di quel contatto, la materia stampata gli si travasasse dentro.
Scene, episodii, brani di descrizioni gli si rappresentavano alla mente con minuta, spiccata evidenza; rivedeva, rivedeva proprio in quel suo mondo alcuni particolari che gli erano rimasti piú impressi, durante le sue riletture: quattro fanali rossi accesi ancora, alla punta dell'alba, in un porto di mare deserto, con una sola nave ormeggiata, la cui alberatura con tutte le sartie si stagliava scheletrica sullo squallore cinereo della prima luce; in capo a un erto viale, su lo sfondo di fiamma d'un crepuscolo autunnale, due grossi cavalli neri con le sacche del fieno alla testa.
Ma non poté reggere a lungo in quel silenzio angoscioso.
Volle che il suo mondo riavesse voce, che si facesse risentire da lui e gli dicesse com'era veramente e non come lui in confuso se lo ricordava.
Mise un altro avviso nei giornali, per un lettore o una lettrice; e gli capitò una certa signorinetta tutta fremente in una perpetua irrequietezza di perplessità.
Aveva svolazzato per mezzo mondo, senza requie, e anche per il modo di parlare dava l'immagine d'una calandrella smarrita, che spiccasse di qua, di là il volo, indecisa, e s'arrestasse d'un subito, con furioso sbàttito d'ali, e saltellasse, rigirandosi per ogni verso.
Irruppe nello studio, gridando il suo nome:
- Tilde Pagliocchini.
Lei? Ah già...
me lo...
sicuro, Balicci, c'era scritto sul giornale...
anche su la porta...
Oh Dio, per carità, no! guardi, professore, non faccia cosí con gli occhi.
Mi spavento.
Niente, niente, scusi, me ne vado.
Questa fu la prima entrata.
Non se n'andò.
La vecchia domestica, con le lagrime agli occhi, le dimostrò che quello era per lei un posticino proprio per la quale.
- Niente pericoli?
Ma che pericoli! Mai, che è mai? Solo, un po' strano, per via di quei libri.
Ah, per quei libracci maledetti, anche lei, povera vecchia, eccola là, non sapeva piú se fosse donna o strofinaccio.
- Purché lei glieli legga bene.
La signorina Tilde Pagliocchini la guardò, e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto:
- Io?
Tirò fuori una voce, che neanche in paradiso.
Ma quando ne diede il primo saggio al Balicci con certe inflessioni e certe modulazioni, e volate e smorzamenti e arresti e scivoli, accompagnati da una mimica tanto impetuosa quanto superflua, il pover'uomo si prese la testa tra le mani e si restrinse e si contorse come per schermirsi da tanti cani che volessero addentarlo.
- No! Cosí no! Cosí no! per carità! - si mise a gridare.
E la signorina Pagliocchini, con l'aria piú ingenua del mondo:
- Non leggo bene?
- Ma no! Per carità, a bassa voce! Piú bassa che può! quasi senza voce! Capirà, io leggevo con gli occhi soltanto, signorina!
- Malissimo, professore! Leggere a voce alta fa bene.
Meglio poi non leggere affatto! Ma scusi, che se ne fa? Senta (picchiava con le nocche delle dita sul libro).
Non suona! Sordo.
Ponga il caso, professore, che io ora le dia un bacio.
Il Balicci s'interiva pallido:
- Le proibisco!
- Ma no scusi! Teme che glielo dia davvero? Non glielo do! Dicevo per farle avvertir subito la differenza.
Ecco, mi provo a leggere quasi senza voce.
Badi però che, leggendo cosí io fischio l'esse, professore!
Alla nuova prova, il Balicci si contorse peggio di prima.
Ma comprese che, sú per giú, sarebbe stato lo stesso con qualunque altra lettrice, con qualunque altro lettore.
Ogni voce, che non fosse la sua, gli avrebbe fatto parere un altro il suo mondo.
- Signorina, guardi, mi faccia il favore, provi con gli occhi soltanto, senza voce.
La signorina Tilde Pagliocchini si voltò a guardarlo, con tanto d'occhi.
- Come dice? Senza voce? E allora, come? per me?
- Sí, ecco, per conto suo.
- Ma grazie tante! - scattò, balzando in piedi, la signorina.
- Lei si burla di me? Che vuole che me ne faccia io, dei suoi libri, se lei non deve sentire?
- Ecco, le spiego, - rispose il Balicci, quieto, con un amarissimo sorriso.
- Provo piacere che qualcuno legga qua, in vece mia.
Lei forse non riesce a intenderlo, questo piacere.
Ma gliel'ho già detto: questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco.
Io le sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa legge, e lei mi dirà...
oh, basterà un cenno...
e io la seguirò con la memoria.
La sua voce, signorina, mi guasta tutto!
- Ma io la prego di credere, professore, che la mia voce è bellissima! - protestò, sulle furie, la signorina.
- Lo credo, lo so - disse subito il Balicci.
- Non voglio farle offesa.
Ma mi colora tutto diversamente, capisce? E io ho bisogno che nulla mi sia alterato; che ogni cosa mi rimanga tal quale.
Legga, legga.
Le dirò io che cosa deve leggere.
Ci sta?
- Ebbene, ci sto, sí.
Dia qua!
In punta di piedi, appena il Balicci le assegnava il libro da leggere, la signorina Tilde Pagliocchini volava via dallo studio e se n'andava a conversare di là con la vecchia domestica.
Il Balicci intanto viveva nel libro che le aveva assegnato e godeva del godimento che si figurava ella dovesse prenderne.
E di tratto in tratto le domandava: - Bello, eh? - oppure: - Ha voltato? - Non sentendola nemmeno fiatare, s'immagin