LA SCIENZA E LA VITA, di Francesco De Sanctis - pagina 2
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Per uscir dell'astratto, guardiamo cosa era l'uomo, prima che la scienza moderna vi avesse posto la mano.
L'uomo del medio evo, robustissimo di sentimento e d'immaginazione, nella pienezza della sua libertà e nella foga delle sue passioni, trovava ad ogni passo de' limiti accettati dalla sua volontà, perchè non erano imposti con violenza dal di fuori, ma erano il prodotto della sua coscienza.
Que' limiti perciò non erano ributtati come ostacoli ma erano rispettati come doveri e come stimoli alla produzione.
Aveva la sua casa, dove trovava la donna, materia di venerazione e quasi di culto, il padre della famiglia, armato di dritti formidabili, avvezzo al comando e sicuro dell'ubbidienza, il nome della famiglia, vincolo comune e rispettato, che imponeva a tutti gli stessi odii e gli stessi interessi, tradizioni secolari, di cui era viva la storia ne' testamenti degli avi, che con previdente affetto abbracciavano i secoli e incatenavano l'avvenire alla perpetuità del casato.
La famiglia era già per lui come una piccola patria, che gli creava doveri, approvati dal suo cuore, e trasformati in gagliardi stimoli al decoro e alla prosperità della casa.
E aveva la grande patria vicina e concreta, che incontrava ad ogni passo della vita, immedesimata col suolo, con la casa, con le parentele, co' suoi interessi le sue passioni e le sue aspirazioni, comunanza di sentimenti e di credenze e di costumi, che con vocabolo singolarmente espressivo era detto il Comune.
Ivi trovava nuovi vincoli e nuovi stimoli all'opera, la sua chiesa e la sua classe, poderosi organismi, de' quali si sentiva parte, forte della forza comune.
Quando si spiegava all'aria il gonfalone, tutti vi si stringevano attorno, deliberati a porre per quello le sostanze e la vita, perchè il gonfalone era il simbolo della patria e la patria era la terra de' padri, era la famiglia, la chiesa, la classe, il comune.
L'uomo viveva come abbarbicato al suo suolo, a' suoi avi, alla sua casa, alla sua chiesa, alla sua classe, al suo comune, chiuso in potenti organismi, che gli rammentavano doveri da compiere più che dritti da rivendicare.
Si sentiva non un individuo libero e isolato, ma parte di un tutto, vivente della vita di quello, figlio, marito, cittadino, soldato, credente, di questo o quel ceto.
E qui era il difetto di quei ferrei organismi; l'individuo non vi aveva fini propri, ma un fine comune, che spesso pesava sopra di lui come il fato, e uccideva la sua libertà.
A poco a poco il limite soperchiò, cessò di essere uno stimolo, e divenne un ostacolo.
L'uomo stretto come in una rete di organismi soprapposti gli uni agli altri, de' quali non sapeva come distrigarsi, vi si sentia affogare e intisichire, e prese in odio i sentimenti più cari della vita, la sua religione la sua famiglia, il suo comune, la sua classe.
Volendo rovesciare l'ostacolo, soppresse lo stimolo.
Quei limiti non furono più doveri graditi, accettati dalla sua volontà ma obblighi imposti dalla violenza,e nell'ardore della lotta perirono nella sua coscienza non solo quegli obblighi, ma quei doveri; la religione, la stessa morale gli divenne sospetta, perchè invocata da' suoi oppressori; maledisse la società e la legge come istrumenti della sua oppressione e sospirò allo stato di natura, e perchè nel suo sangue ci era entrato il guasto, cacciò da sè il sangue cattivo e il sangue buono: così cominciò quella dissoluzione che Machiavelli chiamava corruttela italiana.
Molti fanno di quella corruttela autrice la scienza, e non veggono che la scienza apparve quando la materia era già corrotta, apparve per risanare.
Che cosa era la scienza? Era l'intelletto già adulto che acquistava coscienza della sua autonomia, e si distingueva da tutti gli elementi del sentimento e dell'immaginazione, in mezzo a' quali era cresciuto credulo e ignaro di sè.
Era la Natura già maledetta e scomunicata che si affermava in mezzo alla società del soprannaturale e del privilegio, e proclamava i dritti dell'uomo.
Era l'individuo che contrapponeva la sua autonomia dirimpetto a tutti quegli assorbenti organismi degli esseri collettivi, dirimpetto alla famiglia, al Comune, alla Chiesa, alla Classe, allo Stato, e si proclamava fine e non mezzo.
Il limite aveva soverchiato la libertà.
E la Scienza era la Libertà, che reagiva contro il limite.
Perchè la scienza ebbe così piccolo potere sulla vita romana? Perchè la vita vi si era raffreddata, ritiratosi da lei ogni stimolo, ogni sentimento del limite.
E se ne volete una immagine, guardate alla catastrofe.
Là erano i barbari che si avanzavano, e qua erano soldati accampati alle frontiere, che li attendevano.
Quelli portavano seco la patria, la famiglia, le loro donne, i loro vecchi, i loro figli, erano un popolo in marcia: le loro migliori armi erano le loro forze morali.
Là era la famiglia, e qua era la caserma, soldati di ogni gente, tutti chiamati romani, e perciò nessuno romano davvero, tenuti insieme nella vita artificiale de' campi senz'altro stimolo che lo stipendio, senz'altro vincolo che la disciplina, formidabili non a' loro nemici, ma a' loro concittadini, che li chiamavano pretoriani, lontana dalli occhi e dal cuore la casa, la famiglia, il tempio, la patria, tutti gli stimoli che fanno grandi gli uomini
E perchè la scienza potè così poco in Italia? Perchè vi erano indeboliti tutti quei limiti che svegliarono tanta potenza di vita in quella che fu chiamata età di mezzo; fiaccati i caratteri, prostrate le forze morali, rimaste vacue forme chiesa, famiglia, patria, classe, stato, ogni organismo sociale, ogni vita pubblica, vacue forme, alle quali l'alta ironia dell'intelletto italiano aveva portato via il contenuto.
Nello stesso scienziato la vita era molto al di sotto del pensiero, spesso violenti e radicali i concetti, ipocrita il linguaggio, e servili le opere.
La scienza può dare un nuovo contenuto, quando trova materia che lo riceva; altrimenti è un Sole, che irradia nel vuoto senza poter formare attorno a sè il suo sistema, e va in cieli più lontani, cercando materia più giovane e più feconda.
La scienza, perchè operi sulla vita, bisogna che ami la vita, quale la trova, guasta che sia, e studii a ricreare ivi dentro gli stimoli e i limiti, nettandoli della scoria che il tempo vi ha aggiunti e riconducendoli a' loro principii, quando erano più nella coscienza che nelle istituzioni.
Ma se il guasto è nelle radici, se insieme con la religione è mancato il sentimento religioso, se il sentimento della patria e della famiglia e della natura e della libertà è fiacco, se le stesse radici della vita son secche, cosa ti può fare la scienza ? La scienza non ti può dare la vita, anzi le volge allora le spalle, e se ne disgusta, e non segue più il corso delle' cose, segue il corso delle idee, si ritira nella solitudine del pensiero, rinunzia a qualsiasi azione immediata sulla vita, lavora per l'umanità, fruttifica in altre terre.
Così la scienza fu presso noi più radicale ne' suoi concepimenti e più sterile ne' suoi atti.
Molti oggi ancora se ne gloriano, e vantano la lucidità dell'intelletto italiano, che vedeva così alto e così lungi, quando altrove si disputava ancora di cose teologiche.
E non pensano che l'intelletto italiano vedeva meglio, perchè il suo cuore sentiva peggio, mancati i sentimenti, le passioni, le illusioni, che trattengono nel suo volo l'intelletto, e lo tirano nella loro orbita, e impediscono che ne scappi fuori, libero nella sua corsa, ma solitario e infecondo.
La scienza potè così poco in Francia, come in Italia, ma per opposte cagioni.
Tra noi una vita piena ed agitata compiva allora il suo ciclo, riflettendosi nelle arti e nelle scienze; ivi era nel suo pieno fiore, e il limite vi si manteneva ancora con molto prestigio.
La monarchia vi era istrumento di conquista, di unificazione e di gloria; abbondavano i Casati illustri, che rappresentavano le glorie nazionali; la religione ricordava le più nobili tradizioni popolari, Carlo Magno e Carlo Martello, Goffredo, San Luigi, Giovanna d'Arco.
Le forze popolari vi erano impetuose, espansive, immaginose ed ambiziose; ciò che è ancora oggi gran parte del genio nazionale.
Contro a questa vita robusta e giovane urtò indarno l'ironia di Rabelais, il buon senso di Montaigne, lo spirito severo e prosaico degli Ugonotti, la riflessione malinconica di Pascal, e le sottigliezze estatiche de' giansenisti.
Lo spirito nuovo potè appena scalfire la superficie di una vita più rumorosa che seria, nella quale invano cercavi il raccoglimento, la riflessione, la calma e l'equilibrio interiore.
Lotte vi furono violente, ardenti, mescolate di scandali e di epigrammi, come portava il genio nazionale; ma Parigi valeva bene una messa, e gl'interessi pugnavano alla conservazione di una vita, che si sentiva ancora rigogliosa.
Lo spirito pubblico sazio di conquiste e di gloria si addormentò sotto l'ombra del gran Re e tra le fallaci apparenze del secolo d'oro, di cui erano ornamento letterati e scienziati, pomposo lusso di corte, brillante preludio ad una vita tutta di convenzione, allegra, elegante, sciolta, sotto alla quale ruggivano inesplorate profondità.
Il risveglio fu terribile.
Sorse il disprezzo verso tutte le istituzioni nazionali, divenute decorazioni di corte, e in quel disprezzo soffiava l'ironia di Voltaire e la collera di Rousseau.
La scienza vi divenne rivoluzione, perchè ebbe a suo servigio una nuova classe, che chiedeva il suo posto nella vita.
E la rivoluzione fu violenta, rapida, drammatica, e nelle sue convulsioni assoluta come la scienza astratta come l'umanità.
Cercando libertà non nel limite, ma contro il limite, ruppe il limite, e non diede la libertà.
Combattendo la superstizione, spense negli uni il sentimento religioso, e provocò negli altri, come reazione, il fanatismo.
Stabilì l'uguaglianza giuridica, e produsse una disuguaglianza di fatto sentita più acerbamente in quella contraddizione, e il frutto fu l'odio di classe, il più attivo dissolvente sociale, e i più delicati problemi abbandonati alla forza brutale.
Mobilizzò fortune, famiglie, costituzioni e governi, e il turbinìo rapì seco ogni costanza di carattere, ogni fermezza di disciplina, ogni vincolo sociale, il culto del dovere e della legge.
Sviluppò grandi caratteri, grandi forze, le usò e le abusò, trattò e stancò in tutti i versi una vita dotata di tanta elasticità, che oggi ancora così calcata minaccia ed offende.
Quando non potè avere le cose, si appagò de' nomi; non potendo aver la sostanza, abbracciò l'ombra; riebbe l'imperatore senza l'impero, la repubblica senza i repubblicani; ripetè e scimieggiò sè stessa; ripetè rivoluzioni senza rivoluzionarii, epopee senza eroi; la storia divenne un circolo, nel quale elementi, ora vinti, ora vincitori, sempre violenti, si dibattono e si consumano.
Limite e libertà, indeboliti nella coscienza, logorati nell'attrito, non furono più le funzioni organiche di una società armonica; furono meccanismi tanto più artificiosi e complicati ne' loro congegni, quanto la vita interna vi era più debole e men rispettata; sicchè nè i concordati rinvigorirono la fede, nè le costituzioni rinvigorirono la libertà.
Operando fuori di ogni tradizione e di ogni condizione storica, la società rimase in balìa al lavorio de' cervelli; furono provati tutt'i meccanismi, furono fatte tutte le esperienze; i fatti furono costretti a camminare con la stessa velocità delle idee; la storia uscì dalle sue vie naturali, fu una corsa vertiginosa, che non ancora ha trovato il suo punto di fermata, lasciando dietro di sè nel cammino intelletti dubbiosi, sentimenti vacillanti, caratteri mobili, non so che insoddisfatto, uno spirito irrequieto, avventuroso, che molto si agita e poco conchiude, senza fermezza ne' fini e senza serietà ne' mezzi.
Questa fu la prima prova, nella quale l'influsso della scienza è visibile.
Più che rivoluzione, fu reazione della natura contro la società, della libertà contro il limite.
Ciascuna forza sociale nell'espansione della sua gioventù si oltrepassa e si esagera.
La religione che non è di questo mondo, vuol essere questo mondo; lo stato usurpa a sua volta, e usurpa la famiglia, e usurpa il comune e usurpa la nazione.
Anche la scienza è usurpatrice, e invade le altre sfere della vita sociale, e vuole realizzare in quelle sè stessa, alterando la loro natura, vuole formare una società intellettuale e scientifica, e come si diceva un tempo, il regno della filosofia.
Ultima forma dello spirito, non è maraviglia che cerchi sè stessa in tutte le altre, e dove non vi si trovi, vi si cacci per forza.
Nel suo orgoglio e nella sua inesperienza presunse troppo della sua forza, credette che quello che allo spirito apparisce ragionevole, dovesse e potesse per ciò solo tradursi in atto, e il suo motto fu: periscano le colonie, piuttosto che i principii.
Le colonie perirono, ma non si salvarono i principii.
E cosa avvenne? La scienza perdette il suo credito, quasi fosse ella stata cagione di tutte quelle calamità, e gli uomini nel loro disinganno rincularono insino al medio evo, cercando salvezza nel catechismo, quasi che fosse così facile restituirlo nella coscienza, com'era facile restituirlo nella memoria.
Certo, da quel moto indimenticabile molti beneficii sono venuti all'umanità.
La libertà si è fatta via ne' popoli civili; molti limiti artificiali sono caduti; molti limiti sociali sono trasformati; l'autonomia e l'eguaglianza dell'individuo ha generato l'autonomia e l'eguaglianza della nazione, il sentimento di nazionalità; la scienza ammaestrata in quella terribile prova, calando dalla sommità de' suoi ideali, ed entrando ne' misteri della vita e nelle vie della storia, assisa sopra tante rovine si è fatta pensosa, positiva e organizzatrice L'esperienza ha fruttato.
Siamone grati a quel nobile popolo, che fece l'esperienza a sue spese, sul suo corpo e sulla sua anima; a questo martire della umanità, che vi logorò le forze, vi abbreviò la vita; a questo popolo che ha avuto più difetti che colpe, e la storia punisce sempre i difetti e risparmia spesso le colpe, perchè il difetto è debolezza, e la storia, come la natura, nutre i forti anche colpevoli a spese de' deboli.
La scienza che nella società latina ingoiò più di quello che poteva assorbire e digerire, restò al contrario nella vita anglo-alemanna modesta ausiliaria, perchè ivi incontrò organismi formidabili, pieni di prestigio e di forza e di fiducia, e non si mise già di contro ad essi come nemica, per disfarli, ma penetrò ivi dentro con moto lento, ma continuo.
E con poca resistenza; perchè gli organismi viventi, nel rigoglio del loro sviluppo, non hanno in sospetto la scienza, anzi se ne valgono come istromento ad allargarsi e consolidarsi, purgandosi e riformandosi, cioè cacciando da sè le parti morte e stantie, e rinnovando la materia; dove gli organismi vecchi e aridi stanno chiusi in sè e temono la scienza, odiano l'aria e la luce, come cadaveri che al contatto dell'aria si dissolvono.
Ivi la scienza operava non fuori del limite ma entro di quello, e illuminava dall'alto la vita senza mescolarvisi, senza sforzarla, contenta alla sua parte modesta.
Cosi ci vive e ci vivrà lungo tempo la chiesa, il comune, la classe, la famiglia, lo stato e la legge, limiti rispettati, la cui voce è ancora potente nel cuore degli uomini, e vi stimola e vi sviluppa le forze produttive.
E ci vive insieme la scienza e la libertà, la più ampia libertà di coscienza, di discussione e di associazione, che pur non è un pericolo, ma una forza, perchè il volo dell' intelletto ha ivi il suo limite nelle forze sociali ancora integre, il sentimento religioso, la disciplina, la tenacità, il coraggio morale, il sentimento del dovere e del sacrifizio, l'amore della natura e della famiglia, il rispetto dell'autorità l'osservanza della legge, tutta quelle forze morali che nel loro insieme noi chiamiamo l'uomo.
Sento dire che la scienza ha fatto grande la Germania.
Ah! signori, sono queste qualità che fanno grandi i popoli, e la scienza non le crea, ve le trova.
Ben può ella analizzarle, cercarne l'origine, seguirne la formazione, determinarne li effetti; ben può anche moderarle, correggerla, volgerla a questo o a quel fine: una sola cosa non può, non può produrle, e dove son fiacche e logore, non può lei surrogarle.
No, ella non può, dove il sentimento religioso languisce, dire: la religione son io, e non può, dove l'arte è isterilita, dire: arte son io; può darti una filosofia della storia, del linguaggio, dell'uomo, dello stato; ma non ti dà la storia, il linguaggio, l'uomo, lo stato.
Ti dà la coscienza della vita, non ti dà la vita, ti dà la forma, non ti dà la materia, ti dà il gusto, non ti dà l'ispirazione, ti dà l'intelligenza, non ti dà il genio.
Una forma non intende l'altra.
Il sentimento non comprende l'immaginazione, e l'immaginazione non comprende l'intelligenza.
Ciascuna forma pone sè stessa nelle altre, e non ci vede che sè, e si ride di ciò che non è lei.
Il sentimento guarda con occhio di compassione l'uomo d'immaginazione, che ha bisogno d'idoli per alzarsi fino ad esso; e l'intelletto non comprende il sentimento nella sua ignoranza semplice e commovente.
Una forma progredisce davvero, quando riconosce il suo limite nelle altre forme, e le studia e le comprende e le rispetta e fa di quelle il suo vestito.
La religione cattolica fu potente davvero, quando uscì dal suo ascetismo, e riconobbe il suo limite nella vita, e se ne appropriò le passioni, gl'interessi e le forme, e il papa fu Re, e il Cardinale fu principe, e il Vescovo fu barone.
Sotto a quel vestito temporale ci era lei nel suo spirito e nella sua verità; e se scadde, gli è che quel vestito divenne il suo corpo e la sua sostanza, e se perdette la vita temporale, gli è che da lei s'era ritirata la vita spirituale.
Un gran progresso ha fatto la scienza, quando è giunta a riconoscere il suo limite nella vita, e si è fatta potente, perchè si è fatta modesta.
Quel giorno che potè contemplare sè nella vita, e trovare ivi dentro la sua sfera accanto alle altre e studiarle, comprenderle, rispettarle nella loro autonomia, nella loro libertà, nel loro diritto alla vita, appropriarsele, fare dì quelle il suo vestito, rimanendo ivi dietro causa attiva e trasformatrice, quel giorno fu il principio della sua potenza.
Questa è la grande scoperta del nostro secolo, che vale bene quella del vapore.
L'ideale antico era Beatrice, la scienza che può tutto, la dottorona e la teologa; il nuovo ideale è Margherita, la vita ignorante, inconsciente, ma ricca di fede, di affetto, d'immaginazione e d'illusione.
E, la scienza diviene Faust, il sapiente che ha disprezzato la vita e si è chiuso ne' libri, e attende dalla scienza miracoli, attende l'homunculus, e che nel suo disinganno lascia i libri e cerca la vita, e tuffandosi nelle fresche onde della natura e della storia ritrova la sua gioventù, ritrova l'amore e la fede.
Allora si capì perchè i filosofi furono meno potenti degl'ignoranti apostoli; perchè i romani con tante scuole e con tanta dottrina soggiacquero alli analfabeti, che chiamavano barbari; perchè Machiavelli che sapeva di stato, fu meno possente di quei barbari, che fondavano gli stati, e perchè i civili italiani poterono disprezzare, comprendere, schernire, ma non vincere l'ignorante barbarie, maestri incatenati da' loro discepoli.
Allora si capì che la scienza non è il pensiero di questo o di quello, non questo o quel principio, ma è produzione attiva, continua di quel cervello collettivo, che dicesi popolo, produzione impregnata di tutti gli elementi e le forze e gl'interessi della vita, e si capì che là, in quel cervello, ella dee cercare la sua legittimità, la sua base di operazione.
Più si addentra nella vita, più imita la storia ne' suoi procedimenti, più dissimula sè stessa in quelle forze e in quegl'interessi, e più efficace e più espansiva sarà la sua azione.
E cosa è uscito da questa scienza, che ha saputo misurare sè stessa e ritrovare nella vita il suo limite? Là dove le forze morali sono ancora sane, ivi ella è principio attivo e assimilatore, produce nuovi organismi sociali.
Ma dove il sentimento del limite è raffreddato e le forze organiche indebolite, là non è buona quasi ad altro che a darti una coscienza della tua decadenza, la quale ti toglie le ultime forze e affretta la tua dissoluzione.
Così per qualche tempo la colta Europa dubitò del suo avvenire, e si proclamò da sè vecchia, e si domandò se forse non era destinata a diventare cosacca.
Così noi latini parliamo oggi della decadenza della razza latina; e non so davvero qual forza rimanga più ad un popolo che si rassegni ad un preteso fato storico, e perda fede nel suo avvenire e predichi la sua decadenza.
Quanto a me, preferisco a questa scienza l'ignoranza del popolano, che stimi sè ancora erede dell'antica grandezza romana, e sogni l'impero del mondo.
Una volta la scienza era tutto, e s'imponeva con la forza.
Oggi corriamo al segno opposto; la vita è inviolabile, e bisogna lasciarla fare.
Una volta frutto della scienza era la violenza; oggi frutto della scienza è una libertà poltrona e inorganica, che lascia la vita al suo processo storico, fosso anche di dissoluzione; che abbandona a sè stesse le forze cozzanti; che fa dello stato un essere neutro e ipocrita, un testimonio più che un attore; che si lascia fuggir di mano il freno, e che rivela l'indifferenza entrata negli animi, e quel difetto d'iniziativa e di coraggio morale, che noi sogliamo mascherare sotto la formola del lasciar fare e del lasciar passare: sicché frutto della scienza è una libertà che ripudia la scienza come potere legittimo e direttivo, e abbandona la società al flutto delle opinioni e a' rottami del passato.
Diciamo la verità.
Al paese si dee la verità, e si dee a noi stessi.
La scienza è un pezzo che si è ritirata da noi, e non opera più ne' nostri cervelli, non produce più.
Noi ripetiamo una canzone divenuta malinconica per vecchiaia, che non fa più effetto, neppure sopra di noi.
E perché dentro di noi non ci è una idea che ci tormenta, non un sentimento che ci stimola, gridiamo pomposamente: lasciamo fare e lasciamo passare; la scienza fa da sè, e la scienza fa miracoli, quasi che i miracoli li facesse la scienza e non l'uomo.
La scienza, quando si move dentro di noi, è attiva, e penetra in tutti gli organismi, e gl'illumina e li trasforma sotto la sua azione lenta, ma perseverante.
Non è scienza codesta, che produce idee sciolte, senza virtù di coesione, ed ha per sua arma di guerra non organismi opposti ad organismi, ma ironia e caricatura: sicchè talora avviene che organismi vecchi e screditati rimasi intatti li colgono in mezzo a quel risolino e si chiudono sopra di loro e li ricoprono.
Perchè quello resta che è organizzato, e organismi battezzati per morti hanno sempre maggior forza che idee vaganti e ironiche, piovute di qua e di là, miscuglio inconsistente di vecchio e di nuovo, mutabili ne' cervelli secondo il successo e la moda.
La scienza ha prodotto presso di noi due grandi cose, l'unità della patria e la libertà.
Dico la scienza, perchè è lei, che ha scosse le alte cime della società, e le ha messe in movimento, tirandosi appresso e galvanizzando la restante materia.
L'unità della patria è la concentrazione di tutte le forze, e la libertà è lo sviluppo di quelle secondo il processo della natura e della storia, è la loro autonomia e la loro indipendenza.
Grandi cose son queste, idee semplici, accessibili, che non hanno bisogno di libri e di scuole, sono istrumenti del lavoro, ma non sono il lavoro; sono forme che si putrefanno presto, ove ivi dentro non è una materia che si mova.
Che cosa è l'Italia senza italiani? Che cosa è la libertà senza uomini liberi? Sono forme senza contenuto, nomi senza soggetto; sono il prete senza fede, sono il soldato senza patria.
Anche nella vita ci è il pensiero, un pensiero latente, lenta formazione de' secoli, che riproduce e trasmette sè nelle generazioni mescolato co' succhi generativi.
La vita si rinnova nell'alto, e questo pensiero scava il suo letto più profondo, e si abbarbica ne
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