LA SCIENZA E LA VITA, di Francesco De Sanctis - pagina 3
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Ciascuna forza sociale nell'espansione della sua gioventù si oltrepassa e si esagera.
La religione che non è di questo mondo, vuol essere questo mondo; lo stato usurpa a sua volta, e usurpa la famiglia, e usurpa il comune e usurpa la nazione.
Anche la scienza è usurpatrice, e invade le altre sfere della vita sociale, e vuole realizzare in quelle sè stessa, alterando la loro natura, vuole formare una società intellettuale e scientifica, e come si diceva un tempo, il regno della filosofia.
Ultima forma dello spirito, non è maraviglia che cerchi sè stessa in tutte le altre, e dove non vi si trovi, vi si cacci per forza.
Nel suo orgoglio e nella sua inesperienza presunse troppo della sua forza, credette che quello che allo spirito apparisce ragionevole, dovesse e potesse per ciò solo tradursi in atto, e il suo motto fu: periscano le colonie, piuttosto che i principii.
Le colonie perirono, ma non si salvarono i principii.
E cosa avvenne? La scienza perdette il suo credito, quasi fosse ella stata cagione di tutte quelle calamità, e gli uomini nel loro disinganno rincularono insino al medio evo, cercando salvezza nel catechismo, quasi che fosse così facile restituirlo nella coscienza, com'era facile restituirlo nella memoria.
Certo, da quel moto indimenticabile molti beneficii sono venuti all'umanità.
La libertà si è fatta via ne' popoli civili; molti limiti artificiali sono caduti; molti limiti sociali sono trasformati; l'autonomia e l'eguaglianza dell'individuo ha generato l'autonomia e l'eguaglianza della nazione, il sentimento di nazionalità; la scienza ammaestrata in quella terribile prova, calando dalla sommità de' suoi ideali, ed entrando ne' misteri della vita e nelle vie della storia, assisa sopra tante rovine si è fatta pensosa, positiva e organizzatrice L'esperienza ha fruttato.
Siamone grati a quel nobile popolo, che fece l'esperienza a sue spese, sul suo corpo e sulla sua anima; a questo martire della umanità, che vi logorò le forze, vi abbreviò la vita; a questo popolo che ha avuto più difetti che colpe, e la storia punisce sempre i difetti e risparmia spesso le colpe, perchè il difetto è debolezza, e la storia, come la natura, nutre i forti anche colpevoli a spese de' deboli.
La scienza che nella società latina ingoiò più di quello che poteva assorbire e digerire, restò al contrario nella vita anglo-alemanna modesta ausiliaria, perchè ivi incontrò organismi formidabili, pieni di prestigio e di forza e di fiducia, e non si mise già di contro ad essi come nemica, per disfarli, ma penetrò ivi dentro con moto lento, ma continuo.
E con poca resistenza; perchè gli organismi viventi, nel rigoglio del loro sviluppo, non hanno in sospetto la scienza, anzi se ne valgono come istromento ad allargarsi e consolidarsi, purgandosi e riformandosi, cioè cacciando da sè le parti morte e stantie, e rinnovando la materia; dove gli organismi vecchi e aridi stanno chiusi in sè e temono la scienza, odiano l'aria e la luce, come cadaveri che al contatto dell'aria si dissolvono.
Ivi la scienza operava non fuori del limite ma entro di quello, e illuminava dall'alto la vita senza mescolarvisi, senza sforzarla, contenta alla sua parte modesta.
Cosi ci vive e ci vivrà lungo tempo la chiesa, il comune, la classe, la famiglia, lo stato e la legge, limiti rispettati, la cui voce è ancora potente nel cuore degli uomini, e vi stimola e vi sviluppa le forze produttive.
E ci vive insieme la scienza e la libertà, la più ampia libertà di coscienza, di discussione e di associazione, che pur non è un pericolo, ma una forza, perchè il volo dell' intelletto ha ivi il suo limite nelle forze sociali ancora integre, il sentimento religioso, la disciplina, la tenacità, il coraggio morale, il sentimento del dovere e del sacrifizio, l'amore della natura e della famiglia, il rispetto dell'autorità l'osservanza della legge, tutta quelle forze morali che nel loro insieme noi chiamiamo l'uomo.
Sento dire che la scienza ha fatto grande la Germania.
Ah! signori, sono queste qualità che fanno grandi i popoli, e la scienza non le crea, ve le trova.
Ben può ella analizzarle, cercarne l'origine, seguirne la formazione, determinarne li effetti; ben può anche moderarle, correggerla, volgerla a questo o a quel fine: una sola cosa non può, non può produrle, e dove son fiacche e logore, non può lei surrogarle.
No, ella non può, dove il sentimento religioso languisce, dire: la religione son io, e non può, dove l'arte è isterilita, dire: arte son io; può darti una filosofia della storia, del linguaggio, dell'uomo, dello stato; ma non ti dà la storia, il linguaggio, l'uomo, lo stato.
Ti dà la coscienza della vita, non ti dà la vita, ti dà la forma, non ti dà la materia, ti dà il gusto, non ti dà l'ispirazione, ti dà l'intelligenza, non ti dà il genio.
Una forma non intende l'altra.
Il sentimento non comprende l'immaginazione, e l'immaginazione non comprende l'intelligenza.
Ciascuna forma pone sè stessa nelle altre, e non ci vede che sè, e si ride di ciò che non è lei.
Il sentimento guarda con occhio di compassione l'uomo d'immaginazione, che ha bisogno d'idoli per alzarsi fino ad esso; e l'intelletto non comprende il sentimento nella sua ignoranza semplice e commovente.
Una forma progredisce davvero, quando riconosce il suo limite nelle altre forme, e le studia e le comprende e le rispetta e fa di quelle il suo vestito.
La religione cattolica fu potente davvero, quando uscì dal suo ascetismo, e riconobbe il suo limite nella vita, e se ne appropriò le passioni, gl'interessi e le forme, e il papa fu Re, e il Cardinale fu principe, e il Vescovo fu barone.
Sotto a quel vestito temporale ci era lei nel suo spirito e nella sua verità; e se scadde, gli è che quel vestito divenne il suo corpo e la sua sostanza, e se perdette la vita temporale, gli è che da lei s'era ritirata la vita spirituale.
Un gran progresso ha fatto la scienza, quando è giunta a riconoscere il suo limite nella vita, e si è fatta potente, perchè si è fatta modesta.
Quel giorno che potè contemplare sè nella vita, e trovare ivi dentro la sua sfera accanto alle altre e studiarle, comprenderle, rispettarle nella loro autonomia, nella loro libertà, nel loro diritto alla vita, appropriarsele, fare dì quelle il suo vestito, rimanendo ivi dietro causa attiva e trasformatrice, quel giorno fu il principio della sua potenza.
Questa è la grande scoperta del nostro secolo, che vale bene quella del vapore.
L'ideale antico era Beatrice, la scienza che può tutto, la dottorona e la teologa; il nuovo ideale è Margherita, la vita ignorante, inconsciente, ma ricca di fede, di affetto, d'immaginazione e d'illusione.
E, la scienza diviene Faust, il sapiente che ha disprezzato la vita e si è chiuso ne' libri, e attende dalla scienza miracoli, attende l'homunculus, e che nel suo disinganno lascia i libri e cerca la vita, e tuffandosi nelle fresche onde della natura e della storia ritrova la sua gioventù, ritrova l'amore e la fede.
Allora si capì perchè i filosofi furono meno potenti degl'ignoranti apostoli; perchè i romani con tante scuole e con tanta dottrina soggiacquero alli analfabeti, che chiamavano barbari; perchè Machiavelli che sapeva di stato, fu meno possente di quei barbari, che fondavano gli stati, e perchè i civili italiani poterono disprezzare, comprendere, schernire, ma non vincere l'ignorante barbarie, maestri incatenati da' loro discepoli.
Allora si capì che la scienza non è il pensiero di questo o di quello, non questo o quel principio, ma è produzione attiva, continua di quel cervello collettivo, che dicesi popolo, produzione impregnata di tutti gli elementi e le forze e gl'interessi della vita, e si capì che là, in quel cervello, ella dee cercare la sua legittimità, la sua base di operazione.
Più si addentra nella vita, più imita la storia ne' suoi procedimenti, più dissimula sè stessa in quelle forze e in quegl'interessi, e più efficace e più espansiva sarà la sua azione.
E cosa è uscito da questa scienza, che ha saputo misurare sè stessa e ritrovare nella vita il suo limite? Là dove le forze morali sono ancora sane, ivi ella è principio attivo e assimilatore, produce nuovi organismi sociali.
Ma dove il sentimento del limite è raffreddato e le forze organiche indebolite, là non è buona quasi ad altro che a darti una coscienza della tua decadenza, la quale ti toglie le ultime forze e affretta la tua dissoluzione.
Così per qualche tempo la colta Europa dubitò del suo avvenire, e si proclamò da sè vecchia, e si domandò se forse non era destinata a diventare cosacca.
Così noi latini parliamo oggi della decadenza della razza latina; e non so davvero qual forza rimanga più ad un popolo che si rassegni ad un preteso fato storico, e perda fede nel suo avvenire e predichi la sua decadenza.
Quanto a me, preferisco a questa scienza l'ignoranza del popolano, che stimi sè ancora erede dell'antica grandezza romana, e sogni l'impero del mondo.
Una volta la scienza era tutto, e s'imponeva con la forza.
Oggi corriamo al segno opposto; la vita è inviolabile, e bisogna lasciarla fare.
Una volta frutto della scienza era la violenza; oggi frutto della scienza è una libertà poltrona e inorganica, che lascia la vita al suo processo storico, fosso anche di dissoluzione; che abbandona a sè stesse le forze cozzanti; che fa dello stato un essere neutro e ipocrita, un testimonio più che un attore; che si lascia fuggir di mano il freno, e che rivela l'indifferenza entrata negli animi, e quel difetto d'iniziativa e di coraggio morale, che noi sogliamo mascherare sotto la formola del lasciar fare e del lasciar passare: sicché frutto della scienza è una libertà che ripudia la scienza come potere legittimo e direttivo, e abbandona la società al flutto delle opinioni e a' rottami del passato.
Diciamo la verità.
Al paese si dee la verità, e si dee a noi stessi.
La scienza è un pezzo che si è ritirata da noi, e non opera più ne' nostri cervelli, non produce più.
Noi ripetiamo una canzone divenuta malinconica per vecchiaia, che non fa più effetto, neppure sopra di noi.
E perché dentro di noi non ci è una idea che ci tormenta, non un sentimento che ci stimola, gridiamo pomposamente: lasciamo fare e lasciamo passare; la scienza fa da sè, e la scienza fa miracoli, quasi che i miracoli li facesse la scienza e non l'uomo.
La scienza, quando si move dentro di noi, è attiva, e penetra in tutti gli organismi, e gl'illumina e li trasforma sotto la sua azione lenta, ma perseverante.
Non è scienza codesta, che produce idee sciolte, senza virtù di coesione, ed ha per sua arma di guerra non organismi opposti ad organismi, ma ironia e caricatura: sicchè talora avviene che organismi vecchi e screditati rimasi intatti li colgono in mezzo a quel risolino e si chiudono sopra di loro e li ricoprono.
Perchè quello resta che è organizzato, e organismi battezzati per morti hanno sempre maggior forza che idee vaganti e ironiche, piovute di qua e di là, miscuglio inconsistente di vecchio e di nuovo, mutabili ne' cervelli secondo il successo e la moda.
La scienza ha prodotto presso di noi due grandi cose, l'unità della patria e la libertà.
Dico la scienza, perchè è lei, che ha scosse le alte cime della società, e le ha messe in movimento, tirandosi appresso e galvanizzando la restante materia.
L'unità della patria è la concentrazione di tutte le forze, e la libertà è lo sviluppo di quelle secondo il processo della natura e della storia, è la loro autonomia e la loro indipendenza.
Grandi cose son queste, idee semplici, accessibili, che non hanno bisogno di libri e di scuole, sono istrumenti del lavoro, ma non sono il lavoro; sono forme che si putrefanno presto, ove ivi dentro non è una materia che si mova.
Che cosa è l'Italia senza italiani? Che cosa è la libertà senza uomini liberi? Sono forme senza contenuto, nomi senza soggetto; sono il prete senza fede, sono il soldato senza patria.
Anche nella vita ci è il pensiero, un pensiero latente, lenta formazione de' secoli, che riproduce e trasmette sè nelle generazioni mescolato co' succhi generativi.
La vita si rinnova nell'alto, e questo pensiero scava il suo letto più profondo, e si abbarbica ne' cervelli, come quercia nel suolo, e non si move più, rimane incastrato, stagnante, passivo, rimane la mano morta della vita.
Noi non siamo penetrati in questo pensiero, ci abbiamo solo sovrapposto il nostro pensiero, e prima abbiamo pesato troppo, e quello ha mosse le spalle e lo ha gittato giù.
Poi, fatti savii e abili, vogliamo vivere in buona pace l'uno accanto all'altro, e gli diamo la libertà e gli diciamo: muoviti e cammina; e quello risponde con l'apatia, e se lo punzecchiate troppo, si moverà e camminerà contro di voi, ravviluppato più fieramente in sè stesso.
La libertà non giova a quello, e non giova neppure a noi; perchè il nostro pensiero, come stanco della lunga produzione, non sa più qual uso farsene.
Perciò la sua forza d' azione è divenuta inferiore a quella forza di resistenza.
Quel pensiero è insieme volontà, abitudine, storia, tradizione, tutta la vita.
Può dirsi il medesimo del vostro pensiero, nato ieri, appena e male assiso nel vostro intelletto, e che non è ancora in noi volontà, sentimento, fede, immaginazione, coraggio, iniziativa, disciplina, non è ancora energia? Quel pensiero voi potete schernirlo, ma è più forte di voi, perchè sente, immagina crede, fa quello che pensa.
Dicono: lasciamo fare allo spirito del mondo.
Abbiamo fede nel progresso.
Il tempo e la libertà matura tutto.
Certamente.
Anche io ho fede nel progresso dell'umanità, ma non nel progresso delle nazioni, e se il processo è di dissoluzione, il tempo e la libertà non matura che la morte.
E poniamo pure che la società sia sana ed abbia le sue forze intatte; ma dunque la scienza non è parte anche lei di questo spirito del mondo? Un tempo tutto era lei, e oggi sarà divenuta semplice spettatrice della storia, e abdicherà ad ogni suo potere sopra questa pianta che si chiama uomo, e la sua ultima conclusione sarà: lasciamo fare e lasciamo passare? Lei ha potuto costringere la natura a camminare più rapida, ha creato il vapore; e quando si tratta dell'uomo ora, che il movimento sociale è accelerato, ora che i secoli si chiamano decennii, attenderà tra noi che il tempo faccia il suo comodo e maturi quando gli viene?
La libertà di tutti o per tutti è oramai un punto acquisito, già oltrepassato dalla scienza, non contrastato più invocato anche dagli avversarii.
La missione della scienza è oggi di dare a questa libertà un contenuto, di darle il suo contenuto, non invadendo le altre sfere della vita, ma lavorando ivi dentro e trasformandole.
Abbiamo già un contenuto scientifico, un complesso d'idee, che chiamiamo lo spirito nuovo.
Ciò che rimane è che sia davvero spirito.
La scienza continuerà nelle sue alte regioni il suo processo di elaborazione e di formazione; ma ciò che urge, è che ella mi crei questo spirito nuovo.
I milioni di analfabeti scossero un giorno le nostre fibre.
Illuminiamo gl'intelletti, sentii dire; qui è il rimedio.
Leggere e scrivere, far di conti, un libriccino de' doveri e delle creanze, storie e favolette, e la scienza penetrerà ne' più bassi fondi della vita e se li assimilerà.
Or questa istruzione, mi contenta assai mediocremente.
Credete voi, Signori, che i romani degeneri non avevano libri e scuole? o che loro mancavano trattati di morale, pratiche religiose, e storie dì uomini illustri? I giovani romani andavano in Atene ad imparare virtù e libertà, e tornavano retori e accademici.
E gli accademici, come Cicerone, erano gli eclettici e i temperati di quel tempo, che tenendosi in bilico tra stoici ed epicurei rimanevano in quella mezzanità che meglio rispondeva alla bassa temperatura sociale, e lasciavano fare, e lasciavano passare insino a che vinto ogni ritegno, la società si chiarì epicurea e materialista.
Questo non diceva loro il libro: anzi il libro parlava savio; il libro parlava, e la corrotta natura operava.
Or questo è appunto il tarlo, che ha roso l'antica nostra società, e che noi chiamiamo la decadenza: altro pensare e altro fare.
E noi che abbiamo tanta fede; nell'istruzione, dobbiamo domandarci, se siamo davvero tornati giovani, e se quella decadenza non ci ha lasciato niente nelle ossa e nel cuore, se noi serbiamo intatte le nostre forze fisiche e morali.
Ma se il nostro male è l'anemia, se ci è bisogno una cura ricostituente e corroborante, l'istruzione può illuminare il nostro intelletto, non può sanare la nostra volontà.
E poi, quando dentro è difetto di calore, già non produrremo noi nè scienza, nè istruzione.
Avremo una scienza di riflesso, non figlia nostra, non forma del nostro cervello, ma venutaci, secondo la moda, di Francia e di Alemagna, e prima di fare noi, ci domanderemo: cosa fanno gl'inglesi, e cosa fanno gli americani.
Non che sentire il pungolo della vergogna, ma ci consoleremo e ci applaudiremo, proclamando che la scienza non ha patria, e bisogna pigliarla dov'è, e quando altrove è bella e fatta, è inutile stillarci noi il cervello.
E non è vero.
La scienza non può germogliare senza una patria, che le dà la sua fisonomia e la sua originalità.
E là dove cresce bastarda e presa ad imprestito, non ha fisonomia, e rimane fuori di noi, non opera in noi, non riscalda il cervello.
Non produrremo la scienza e non produrremo l'istruzione.
Accetteremo dal di fuori metodi e libri, costituzioni, ordinamenti e leggi, e spesso piglieremo un abito, quando là dov'è nato è già logoro e messo fra' cenci.
Così tutto è mezzanità, mezza istruzione, mezze idee.
La scienza.
è sistema com'è la vita, le migliori verità sono falsità, se non sono nella mente coordinate e limitate.
Idea intera è idea nel sistema; mezza idea è idea scappata dal centro, e presa per sè è cosi vera lei, come è vera l'opposta.
Onde società e individui, divenute cervelli centrifughi, passano con facilità dall'una all'altra, e oggi gridano libertà, e domani gridano autorità.
La nostra vita è a pezzi, a ritagli, con molto di nuovo nelle parole, con molto di vecchio ne' costumi e nelle opere, sicché dentro di noi non è serio nè quel nuovo, nè quel vecchio.
Tale è la vita e tale è la scienza.
E posso dire il contrario: tale la scienza, tale la vita; perché la scienza è la vita che si riflette nel cervello, è il prodotto della stessa materia, e se la vita è guasta, la scienza è guasta, e non che faccia miracoli, ma non può fare neppure il miracolo di avviarci alla vera scienza, a' sodi e serii studii.
Piccola azione dunque avrà sulla vita questa scienza e questa istruzione.
E quando pure sia istruzione soda e intera, già non guarirà il nostro male che ha la sua sede nella fiacchezza della fibra e nella debolezza delle forze morali.
Conoscere non è potere.
Vagheggiamo non so che enciclopedico nella gioventù, abbiamo aumentata la serie delle sue conoscenze e non perciò abbiamo aumentata nè la forza del cervello, nè la forza del carattere.
Con questi preludii allarghiamo la nostra azione anche alle basse classi, vogliamo spandere i lumi del secolo, come si dice, spezzare a quelle il pane della scienza, ed è venuta su una letteratura popolare, tutta smancerie e tutta fiorentinerie, tutta diminutivi, e in una forma da commedia che chiamano lingua toscana un accozzame di roba filosofica e di roba cattolica, l'ateo e la suora di carità a braccetto.
Così noi pensiamo fortiter et suaviter d'insinuarci nel cuore del popolo, come già il demonio nel cuore di Eva, e fargli gustare il frutto proibito senza troppe grida del babbo e del prete, e vogliamo insegnare la verità col mezzo della menzogna, inculchiamo negli altri certe idee, di cui ci beffiamo nel secreto della coscienza, e gridiamo contro i preti, e ci mettiamo sul capo il berretto del prete.
Così fortificheremo la fibra, rialzeremo i caratteri e formeremo l'uomo.
A questo gioco si corrompe maestro e scolare, borghesia e popolo, l'una ipocrita e beffarda, 1'altro che sopra un fondo vecchio metterà una vernice di nuovo.
Quel fondo vecchio, quel pensiero secolare resisterà.
Potete ben cacciare certe idee e mettercene altre, potete mutar nomi e forme, e quel figlio de' secoli metterà il capo fuori a traverso di quelle, e dirà a Bruto: ti facciamo Cesare, e dirà alla Ragione: ti facciamo una Dea.
Il motto della scienza era un giorno la libertà contro il limite; oggi è la ristaurazione del limite nella libertà.
Noi abbiamo distrutti o indeboliti tutt'i limiti al dì fuori, e non li abbiamo ricreati dentro di noi.
Nel furore della lotta li abbiamo odiati, disconosciuti, e perché al di fuori erano superstizione, oppressione; abbiamo ucciso dentro di noi anche il sentimento che li rigenera, e siamo rimasti nel vuoto.
Quei limiti sono lo stimolo che sviluppa le forze organiche e creano la serietà e la moralità dalla vita, e ci toglie all'egoismo animale, e ci rende capaci del sacrifizio e del dovere.
La scienza altro non è se non ricostituzione de' limiti nella coscienza, la riabilitazione di tutte le sfere della vita.
L'uomo della scienza è il più alto e virile tipo d'uomo, che non ha bisogno di culto, perché ne ha dentro di sé il sentimento, e non ha bisogno di stimoli esterni, non di medaglie e di titoli, di pene e di premii, di stato e di leggi, perché quegli stimoli li sente più vivamente dentro di sé, e non ci è bandiera e non ci è gonfalone, che abbia la forza della sua coscienza.
Quando questi stimoli interni operano, presto o tardi ci daranno la forza di ricostruirci anche un simile mondo esterno, la concordia sarà ristaurata tra la scienza e la vita.
Ma dove operano mollemente, non hanno virtù organica, e caricando e beffeggiando si sentono soddisfatti, e altro è la scienza, altro è la vita.
E allora chi vi dà il dritto di negare il Dio fuori di voi, quando vi manca virtù di ricreare Dio dentro di voi, e raggiarlo al di fuori? Chi vi dà il dritto di negare l'eredità e la solidarietà di famiglia, quando dentro di voi non ci è altro che il solitario Voi? Chi vi dà il dritto d'invocare nuove forme e nuove istituzioni, quando la materia, nonche altro, è guasta fino dentro di voi? Se la scienza non può ricostituire quest'uomo interno, meglio il di fuori, guasto e viziato com'è, che il vuoto.
Questo sarà il grido di tutti, anche degli uomini colti, e questo spiega le reazioni.
La società non può vivere lungamente sopra idee che non generano, non organizzano, e dopo varie oscillazioni si adagerà per stanchezza nel suo stato antico, quale l'hanno fatta i secoli.
Forse io carico le tinte.
Ma trovo intorno a me apatia ne' fatti, prosunzione nelle parole.
E pur bisogna sferzarla quest'apatia, umiliarla questa prosunzione.
Le mie inquietudini sono oggi il tormento de' più elevati intelletti, il problema de' problemi, la missione urgente della scienza.
Una volta tutto era filosofico, oggi tutto è sociale.
Abbiamo la fisica sociale, la fisiologia sociale, l'economia sociale, antropologia, pedagogia, tutti sono intorno a questo grande malato.
Ci è un cumulo di scienze che si potrebbero chiamare con una parola, la medicina sociale.
La grande medicina era un tempo l'istruzione, e ora che l'istruzione ha reso tutt'i suoi frutti in Germania, già non basta più, e Virchow impensierito invoca una educazione nazionale.
La scienza dee organizzarmi questa educazione nazionale, dee imitarmi il cattolicismo, la cui potenza non è il catechismo, è l'uomo preso dalle fasce e tenuto stretto in pugno sino alla tomba, dee imitarmi quei suoi organismi di granito, su' quali ella picchia e ripicchia da secoli e ancora invano.
Ciascuna scienza ha la sua epoca.
La vita corre là dove si sente riflessa, colta dal vero, come si trova, quella è la scienza vivente, che fa batterei cori, che ha un'azione sulla vita.
Oggi la vita, si sente attinta da un malore incognito, la cui manifestazione è l'apatia, la noia, il vuoto, e corre per istinto colà dove si parla di materia e di forza e come ristaurare l'uomo fisico, e come rigenerare l'uomo morale.
Letteratura e filosofia, scienze mediche e scienze morali, tutte prendono quel riflesso e quel colore.
Rifare il sangue, ricostituire la fibra, rialzare le forze vita è il motto non solo della medicina ma della pedagogia, non solo della storia, ma dell'arte, rialzare le forze vitali, ritemprare i caratteri, e col sentimento della forza rigenerare il coraggio morale, la sincerità, l'iniziativa, la disciplina, l'uomo virile e perciò l'uomo libero.
Le università italiane oggi sono come tagliate fuori del movimento nazionale, senz'alcuna azione sullo Stato che si dichiara essere neutro, e con piccolissima azione sulla società di cui non osano interrogare le viscere.
Divenute fabbriche di avvocati, di medici e d'architetti, se intenderanno questa missione della scienza odierna, se usando la libertà che loro è data, affronteranno problemi attuali e taglieranno sul vivo, se avranno l'energia di farsi esse capo e guida di questa restaurazione nazionale, ritorneranno, quali erano un tempo, il gran vivaio delle nuove generazioni, centri viventi e irraggianti dello spirito nuovo.
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