MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 31
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Tutti perciò volevano vedere la bambina - un fiore, una rosa di maggio.
- La zia Rubiera abbracciava Bianca, come una mamma che abbia ritrovata la sua creatura, asciugandosi gli occhi col fazzoletto diventato una spugna.
- No! Non ho peli sullo stomaco!...
Non mi pareva vero, dopo d'averti allevata come una figliuola!...
Sono una bestia...
Son rimasta una contadina...
tale e quale mia madre, buon'anima...
col cuore in mano...
Bianca tutta adornata sotto il baldacchino del lettone, pallida che sembrava di cera, sbalordita da tutta quella ressa, non sapeva che rispondere, guardava la gente, stralunata, cercava di abbozzare qualche sorriso, balbettando.
Suo marito invece faceva la sua parte in mezzo a tutti quegli amici e parenti e mirallegro, col viso aperto e giulivo, le spalle grosse e bonarie, l'orecchio teso a raccogliere i discorsi che si tenevano intorno a lui e dietro le sue spalle.
La zia Cirmena, infatuata, rispondeva a coloro che auguravano la nascita di un bel maschiotto, più tardi, che già le femmine sono come la gramigna, e vi scopano poi la casa del bello e del buono per andare a maritarsi...
- Eh...
i figliuoli bisogna pigliarseli come Dio li manda, maschi o femmine...
Se si potesse andare a sceglierli al mercato...
A don Gesualdo non gli mancherebbero i denari per comprare il maschio.
- Non me ne parlate! - interruppe alla fine la zia Rubiera - Non sapete quel che costino i maschi!...
Quanti dispiaceri! Lo so io!...
E continuò a sfogarsi all'orecchio di Bianca, accesa sbirciando di sottecchi don Gesualdo per vedere quel che ne dicesse.
Don Gesualdo non diceva nulla.
Bianca invece, cogli occhi chini, si faceva di mille colori.
- Non lo riconosco più, no!...
nemmeno io che l'ho fatto!...
Ti rammenti, che figliuol d'oro?...
docile, amoroso, ubbidiente...
Adesso si rivolterebbe anche a sua madre, per quella donnaccia forestiera...
una commediante, la conosci? Dicono che ha i denti e i capelli finti...
Deve avergli fatta qualche malìa! Commediante e forestiera, capisci!...
lui non ci vede più dagli occhi...
Spende l'osso del collo...
La gente cattiva...
i birboni anche l'aiutano...
Ma io non pago, no!...
Oh, questo poi, no!
- Zia! - balbettò Bianca con tutto il sangue al viso.
- Che vuoi farci? E' la mia croce! Se sapevo tanto piuttosto...
Don Gesualdo badava a chiacchierare col cugino Zacco, tutti e due col cuore in mano, amiconi.
La baronessa allora spiattellò la domanda che le bolliva dentro:
- E' vero che tuo marito gli presta dei denari...
sottomano?...
L'hai visto venire qui, da lui?...
Di', che ne sai?
- Certo, certo, - rispose in quel punto don Gesualdo.
- I figliuoli bisogna pigliarseli come vengono.
- Zacco a conferma mostrò le sue ragazze, schierate in fila come tante canne d'organo, modeste e prosperose.
- Ecco! io ho cinque figliuole, e voglio bene a tutte egualmente!
- Sicuro! - rispose Limòli.
- E' per questo che non volete maritarle.
Donna Lavinia, la maggiore, volse indietro un'occhiata brutta.
- Ah, siete qui? - disse il barone.
- Siete sempre presente come il diavolo nelle litanie, voi!
Il marchese, che doveva essere il padrino, si era messa la croce di Malta.
Don Luca venne a dire che il canonico era pronto, e le signore passarono in sala, con un gran fruscìo di seta, dietro donna Marianna la quale portava la bambina.
Dall'uscio aperto vedevasi un brulichìo di fiammelle.
Don Ferdinando, in fondo al corridoio, fece capolino, curioso.
Bianca dalla tenerezza piangeva cheta cheta.
Suo marito ch'era rimasto ginocchioni, come gli aveva detto la Macrì, col naso contro il muro, si alzò per calmarla.
- Zitta...
Non ti far scorgere!...
Dinanzi a coloro bisogna far buon viso...
Tutt'a un tratto scoppiò giù in piazza un crepitìo indiavolato di mortaletti.
Don Ferdinando fuggì via spaventato.
Gli altri che assistevano al battesimo corsero al balcone coi ceri in mano.
Persino il canonico in cotta e stola.
Era Santo, il fratello di don Gesualdo, il quale festeggiava a quel modo il battesimo della nipotina, scamiciato, carponi per terra, colla miccia accesa.
Don Gesualdo aprì la finestra per dirgli un sacco di male parole:
- Bestia!...
Ne fai sempre delle tue!...
Bestia!...
Gli amici lo calmarono: - Poveraccio...
lasciatelo fare.
E' un modo d'esprimere la sua allegria...
La zia Sganci trionfante gli mise sulle braccia la figliuola:
- Eccovi Isabella Trao!
- Motta e Trao! Isabella Motta e Trao! - corresse il marchese.
Zacco soggiunse ch'era un innesto.
Le due famiglie che diventavano una sola.
Però don Gesualdo tenendo la bambina sulle braccia rimaneva alquanto imbroncito.
Intanto don Luca, aiutato da Barabba e dal cacciatore, serviva le granite e i dolci.
La zia Cirmena, che aveva portato seco apposta il nipotino La Gurna, gli riempiva le tasche e il fazzoletto.
Le Zacco invece, poiché la maggiore, contegnosa, non aveva preso nulla, dissero tutte di no, una dopo l'altra, mangiandosi il vassoio cogli occhi.
Don Luca incoraggiava a prendere dicendo:
- E' roba fresca.
Sono stato io stesso ad ordinarla a Santa Maria e al Collegio.
Non s'è guardato a spesa.
- Diavolo! - disse Zacco, che cercava l'occasione di mostrarsi amabile.
- Diavolo! Vorrei vedere anche questa!...
- Gli altri facevano coro.
- Ecco che risorgeva casa Trao.
Voleri di Dio.
Quella bambina stessa che aveva voluto nascere nella casa materna.
Il canonico Lupi arrivò anche a congratularsi col marchese Limòli il quale aveva pensato al mezzo di non lasciare estinguere il casato alla morte di don Ferdinando.
- Sicuro, sicuro, - borbottò don Gesualdo.
- Era già inteso...
V'avevo detto di sì allora...
Quando ho detto una parola...
E andò a deporre la figliuola fra le braccia della moglie che le zie si rubavano a vicenda.
La baronessa Mèndola voleva sapere cosa dicessero.
Zacco, premuroso, venne a chiedere dei confetti per don Ferdinando a cui nessuno aveva pensato.
- Sicuro, sicuro.
E' il padrone di casa.
- Vedete? - osservò la zia Rubiera.
- A quest'ora c'è già pel mondo chi deve portarvi via la figliuola e la roba.
Scoppiarono delle risate.
Donna Agrippina torse la bocca e chinò a terra gli occhioni che dicevano tante cose, quasi avesse udito un'indecenza.
Don Gesualdo rideva anche lui, faceva buon viso a tutti.
Alla fine arrischiò anche una barzelletta:
- E quando si marita vi lascia anche il nome dei Trao...
La dote, no, non ve la lascia!...
La Rubiera che stimò il momento propizio, e non voleva perdere l'occasione, lo tirò a quattr'occhi vicino al letto, mentre si udivano in fondo al corridoio Mèndola e don Ferdinando i quali litigavano ad alta voce, e tutti corsero a vedere.
- Sentite don Gesualdo; io non ho peli sulla lingua.
Volevo parlarvi di quello scapestrato di mio figlio.
Aiutami tu, Bianca.
- Io, zia?...
- Scusatemi, io so parlare col cuore in mano...
tale e quale come m'ha fatta mia madre...
Ora che siete padre anche voi, don Gesualdo capirete quel che devo averci in cuore...
che spina...
che tormento!...
Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le avevano insegnato i genitori pei negozi spinosi.
Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente.
Bianca, imbarazzata da quell'esordio, colla figliuoletta in grembo, sembrava una statua di cera.
- Saprete le chiacchiere che corrono, di Ninì con quella comica? Bene.
Di ciò non mi darei pensiero.
Non è la prima e l'ultima.
Suo padre, buon'anima, era fatto anch'esso così.
Ma sinora gli ho impedito di commettere qualche sciocchezza.
Adesso però ci sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni...
Senti, Bianca, io, la mia figliuola, non l'avrei data da battezzare a quel canonico lì!...
Bianca, sbigottita, muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar parole.
Don Gesualdo invece aveva fatto la bocca a riso, come la baronessa scappò in quell'osservazione.
Essa, udendo che tornava gente, gli domandò infine apertamente:
- Ditemi la verità.
V'ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?...
Gliene avete dato?
Don Gesualdo rideva più forte.
Poi vedendo che la baronessa diveniva rossa come un peperone, rispose:
- Scusate...
scusate...
Se mai...
Perché non lo domandate a lui?...
Questa è bella!...
Io non sono il confessore di vostro figlio...
Mèndola irruppe nella camera narrando fra le risate la scena che aveva avuta con quell'orso di don Ferdinando il quale non voleva venire a far la pace col cognato.
La Rubiera, senza dir altro, asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso di dolciume, mentre i parenti toglievano commiato.
Nell'andarsene ciascuno aveva una parola d'elogio sul modo in cui erano andate le cose.
Donna Marianna diceva alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire anche lei, per non dar nell'occhio, per far tacere le male lingue...
L'altra rispose con un'occhiataccia che donna Agrippina colse al volo:
- M'è giovata assai! Serpi sono! Non vi dico altro.
Ci siam messa la vipera nella manica!...
Vedrete poi...
Don Gesualdo, rimasto solo colla moglie tracannò di un fiato un gran bicchiere di acqua fresca, senza dir nulla.
Bianca disfatta in viso, quasi fosse per sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina.
- Te', vuoi bere? - disse lui.
- Devi aver sete anche tu.
Ella accennò di sì.
Ma il bicchiere le tremava talmente nelle mani che si versò tutta l'acqua addosso.
- Non importa, non importa, - aggiunse il marito.
- Adesso nessuno ci vede.
E si mise ad asciugare il lenzuolo col fazzoletto.
Poi tolse in braccio la bambina che vagiva, ballottandola per farla chetare, portandola in giro per la camera.
- Hai visto, eh, che gente? che parenti affezionati? Ma tuo marito non se lo mettono in tasca, no.
Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per vedere uscire gli invitati.
Alla finestra dei Margarone, laggiù in fondo, al di sopra dei tetti, c'era pure dell'altra gente che faceva capolino ogni momento.
La Rubiera cominciò a salutare da lontano, col ventaglio, col fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limòli, talmente accesa che sembrava volessero accapigliarsi.
- Razze di serpi, sono! Cime di birbanti! Se lo mangiano in un boccone quello scomunicato di mio figlio!...
Ma prima l'ha da fare con me! Sentite, accompagnatemi un momento dai Margarone...
E' un pezzo che non ci vediamo...
Infine non è un motivo per romperla con dei vecchi amici...
una ragazzata...
Voi siete un uomo ammodo...
e alle volte...
una parola a proposito...
Venne ad aprire donna Giovannina con tanto di muso.
Si vedeva in fondo l'uscio del salotto buono spalancato; tolte le fodere ai mobili.
Un'aria di cerimonia insomma.
- Che c'è? - chiese il marchese entrando.
- Cosa accade?
- Io non so nulla! - esclamò donna Giovannina la quale sembrava sul punto di scoppiare a piangere.
- Ci sarà gente di là, credo; ma io non ne so nulla.
- Povera bambina! povera bambina! - Il marchese indugiava in anticamera, accarezzando la ragazza.
Le aveva preso con due dita il ganascino da canonico, ammiccando con malizia, guardandosi intorno per dirle sottovoce:
- Che vuoi farci? Pazienza! Chi primo nasce primo pasce.
Ci sarà donna Fifì, colla mamma, a ricevere le visite, eh? Don Bastiano, eh? il Capitan d'Arme?...
Don Bastiano infatti era lì, nel salotto, vestito in borghese, con abiti nuovi fiammanti che gli rilucevano addosso, raso di fresco, seduto sul canapè accanto alla mamma Margarone, come uno sposo, facendo scivolare di tanto in tanto un'occhiata languida e sentimentale verso la ragazza, lisciandosi i baffoni novelli che non volevano piegarsi.
Donna Fifì, al vedere giungere la Rubiera, si ringalluzzì, superbiosa, tubando sottomano col forestiero per farle dispetto.
- Oh, oh, - disse il marchese, salutando don Bastiano ch'era rimasto un po' grullo.
- Siete ancora qui? Bene! bene!
Ed incominciò a discorrere col capitano, intanto che le signore chiacchieravano tutte in una volta, domandandogli perché la Compagnia d'Arme fosse partita senza di lui, se aveva intenzione di fermarsi un pezzetto, se era contento del paese e voleva lasciare le spalline.
Don Bastiano si teneva sulle generali, lodando il paesaggio, il clima, gli abitanti, sottolineando le parole con certi sguardi espressivi rivolti a donna Fifì, la quale fingeva di guardare fuori dal balcone cogli occhi pieni di poesia, e chinava il capo arrossendo a ciascuno di quei complimenti, quasi fossero a lei dedicati.
Il marchese domandò a un tratto che n'era di don Filippo, e gli risposero che era uscito per condurre a spasso Nicolino.
- Ah, bene! bene!
La Rubiera si morsicava le labbra aspettando che il cugino Limòli avviasse il discorso sul tema che sapeva.
Ma intanto osservava di sottecchi le arie languide di donna Fifì, la quale sembrava struggersi sotto le occhiate incendiarie di don Bastiano Stangafame, e non poteva star ferma sulla seggiola, col seno piatto ansante come un mantice, e i piedini irrequieti che dicevano tante cose affacciandosi ogni momento dal lembo del vestito.
La conversazione languiva.
Si parlò del battesimo e della gente che c'era stata.
Ma ciascuno pensava intanto ai fatti suoi, chiacchierando del più e del meno, cercando le parole, col sorriso distratto in bocca.
Solo il marchese sembrava che pigliasse un grande interesse ai discorsi del capitano, quasi non fosse fatto suo.
Poi, sbirciando il viso rosso di donna Giovannina che stava a spiare dall'uscio socchiuso, la chiamò a voce alta.
- Avanti, avanti, bella figliuola.
Vogliamo vedere quella bella faccia.
Siamo qui noi soli, in famiglia...
La mamma e la sorella maggiore fulminarono due occhiataccie addosso alla ragazza, la quale rimaneva sull'uscio, nascondendo le mani di serva sotto il grembiule, vergognosa di esser stata scoperta a quel modo, vestita di casa.
Limòli, senza accorgersi di nulla, domandava sottovoce a donna Bellonia:
- Quando la maritiamo quella bella figliuola? Prima tocca alla maggiore, è naturale.
Ma poi ricordatevi che ci son qua io per fare il sensale...
gratis et amore, ben inteso...
Siamo amici vecchi!...
Donna Bellonia andava facendogli li occhiacci, sebbene il marchese fingesse di non badarci.
Poi gli disse sottovoce:
- Cosa dite!...
che idee da metterle in testa!...
Ancora è troppo giovane...
quasi quasi ha ancora il vestito corto...
- Vedo! vedo! - rispose il marchese sbirciando le calze bianche di donna Giovannina.
Donna Fifì aveva condotto il capitano ad ammirare i suoi fiori sul balcone.
Colse un bel garofano, l'odorò a lungo socchiudendo gli occhi, e glielo porse.
- Vedo, vedo, - ripeté il vecchietto.
La Rubiera allora volle accomiatarsi, masticando un sorriso, coi fiori gialli che le fremevano sul cappellino.
Intanto che le signore barattavano baci ed abbracci, il marchese si rivolse al capitano.
- Mi congratulo!...
Mi congratulo tanto...
davvero...
don Bastiano.
- Perché?...
Di che cosa?...
- Il capitano sorpreso e imbarazzato cercava una botta di risposta.
Ma l'altro gli aveva già voltato le spalle, salutava le signore con una parola gentile per ciascuna; accarezzava paternamente donna Giovannina che teneva ancora il broncio.
- Che c'è? che c'è? Cosa vuol dire? Le ragazze devono stare allegre.
Hai inteso tua madre? Dice che hai tempo di crescere.
Su, dunque! allegra!
La Rubiera sentivasi scoppiare sotto la mantiglia; dopo che si fu voltata indietro a salutare colla mano dalla strada tutti i Margarone schierati sul terrazzino prese a borbottare:
- Avete capito, eh?
- Diamine! Non ci voleva molto.
Anche per la Giovannina bisogna mettersi il cuore in pace...
- Ma sì, ma sì! Con tanto piacere me lo metto il cuore in pace...
Una civetta!...
Avete visto il giuochetto del garofano? Saremmo stati freschi mio figlio ed io...
Quasi quasi se lo meritava! Scomunicato! Nemico di sua madre stessa!...
Lì a due passi si imbatterono in Canali, che andava dai Margarone, e aveva visto da lontano i baciamani fra la strada e il terrazzo.
Canali fece un certo viso, e fermò la baronessa per salutarla, menando il discorso per le lunghe, sgranandole in faccia due occhi curiosi.
- Siete stata da donna Bellonia, eh? Avete fatto bene.
Un'amicizia antica come la vostra!...
Peccato che don Ninì...
La baronessa cercava di scavar terreno anch'essa, in aria disinvolta, facendosi vento e menando il can per l'aia.
- Infine...
delle sciocchezze...
sciocchezze di gioventù...
- No, no, perdonate! - ribatté Canali.
- Vorrei veder voi stessa!...
Un padre deve aprire gli occhi per sapere a chi dà la sua creatura...
Non dico per vostro figlio...
Un buon giovane...
un cuor d'oro...
Il male è che s'è lasciato abbindolare...
circondato da falsi amici...
Di bricconi ce ne son sempre...
Gli hanno carpito qualche firma...
La baronessa lo piantò lì senz'altro.
- Sentite? Vedete? - andava brontolando col cugino Limòli.
Poscia piantò anche lui che non poteva più tenerle dietro.
- Vi saluto, vi saluto - E corse dal notaro Neri, pallida e trafelata, per vedere...
per sentire...
Il notaro non sapeva nulla...
nulla di positivo almeno.
- Sapete, don Gesualdo è volpe fina...
Son cose queste che si fanno sottomano, se mai...
Avranno fatto il contratto da qualche notaio forestiere...
Il notaro Sghembri di Militello dicono...
Ma via...
Non c'è motivo poi di mettersi in quello stato per una cosa simile...
Avete una faccia che non mi piace.
Rosaria, ch'era a ripulire il pollaio quando la sua padrona era tornata a casa, udì a un tratto dal cortile un urlo spaventoso, come stessero sgozzando un animale grosso di sopra, una cosa che le fece perdere le ciabatte correndo a precipizio.
La baronessa era ancora lì, dove aveva cominciato a spogliarsi, appoggiata al cassettone, piegata in due quasi avesse la colica, gemendo e lamentandosi, mentre le usciva bava dalla bocca, e gli occhi le schizzavano fuori:
- Assassino! Figlio snaturato!...
No! non me la faccio mangiare la mia roba!...
Piuttosto la lascio ai poveri...
ai conventi...
Voglio far testamento!...
Voglio far donazione!...
Chiamatemi il notaro...
subito!...
Don Ninì stava bisticciandosi colla sua Aglae, in quella stanzaccia di locanda che per lui era diventata un inferno dal momento in cui s'era messo sulle spalle il debito e mastro-don Gesualdo.
Il letto in disordine, i vestiti sudici, i capelli spettinati, le carezze stesse di lei, i manicaretti cucinati dall'amico Pallante, gli si erano mutati in veleno, dacché gli costavano cari.
Al veder giungere Alessi che veniva a chiamarlo, parlando di notaro e di donazione, si fece pallido a un tratto.
Invano la prima donna gli si avvinghiò al collo, discinta, senza badare al Pallante che accorreva dalla cucina né ad Alessi il quale spalancava gli occhi e si fregava le mani.
- Ninì! Ninì mio!...
Non mi abbandonare in questo stato!...
- Malannaggia! Lasciatemi andare...
tutti quanti siete!...
Vi pare che si scherzi!...
Quella donna è capace di tutto!
Don Ninì, ripreso interamente dall'amor della roba, non si lasciò commuovere neppure dalla scena dello svenimento.
Piantò lì dov'era la povera Aglae lunga distesa sul pavimento come all'ultimo atto di una tragedia, e Pallante che le tirava giù il vestito sulle calze, per correre a casa senza cappello.
Colà ci fu una scena terribile fra madre e figlio.
Lui da prima cercava di negare; poi montò su tutte le furie, si lagnò di esser tenuto come uno schiavo, peggio di un ragazzo, senza due tarì da spendere; e la baronessa minacciava di andare lei in persona dal notaro, per disporre della sua roba, così com'era, in sottana, a quell'ora stessa, se non volevano mandarlo a chiamare.
Don Ninì allora scese a dar tanto di chiavistello al portone, e si mise la chiave in tasca, minacciando di rompere le ossa al garzone, se fiatava.
- Ah! questa è la ricompensa! - borbottò Alessi.
- Un'altra volta ci vò davvero dal notaio.
Finalmente, per amore o per forza, riescirono a mettere in letto la baronessa, la quale si dibatteva e strillava che volevano farla morire di colpo per scialacquare la sua roba: - Mastro-don Gesualdo!...
sì!...
Lui se lo mangia il fatto mio! - Il figliuolo colle buone e colle cattive tentava di calmarla: - Non vedete che state poco bene? Volete ammalarvi per farmi dar l'anima al diavolo? - Poi tutta la notte non chiuse occhio, alzandosi ogni momento per correre ad origliare se sua madre strillava ancora, spaventato all'idea che udissero i vicini e gli venissero in casa colla giustizia e il notaro, maledicendo in cuor suo la prima donna e chi gliela aveva messa fra i piedi, turbato, se si appisolava un momento, da tanti brutti sogni: mastro-don Gesualdo, il debito, della gente che gli si accalcava addosso e gli empiva la casa, una gran folla.
Rosaria venne a bussargli all'uscio di buon mattino:
- Don Ninì! signor barone! venite a vedere...
La padrona ha perso la parola!...
Io ho paura, se vedeste...
La baronessa stava lunga distesa sul letto, simile a un bue colpito dal macellaio, con tutto il sangue al viso e la lingua ciondoloni.
La bile, i dispiaceri, tutti quegli umori cattivi che doveva averci accumulati sullo stomaco, le gorgogliavano dentro, le uscivano dalla bocca e dal naso, le colavano sul guanciale.
E come volesse aiutarsi, ancora in quello stato, come cercasse di annaspare colle mani gonfie e grevi, come cercasse di chiamare aiuto, coi suoni inarticolati che s'impastavano nella bava vischiosa.
- Mamma! mamma mia!
Don Ninì atterrito, ancora gonfio dal sonno, andava strillando per le stanze, dandosi dei pugni sulla testa, correndo al balcone e disperandosi mentre i vicini bussavano e tempestavano che il portone era chiuso a chiave.
Da lì a un po', medico, barbiere, parenti, curiosi, la casa si riempì di gente.
Proprio il sogno di quella notte.
Don Ninì narrava a tutti la stessa cosa, asciugandosi gli occhi e soffiandosi il naso gonfio quasi suonasse la tromba.
Appena vide giungere anche il notaro Neri non si mosse più dal capezzale della mamma, domandando al medico ogni momento:
- Che ve ne sembra, dottore? Riacquisterà la parola?
- Col tempo, col tempo, - rispose infine il medico seccato.
- Diamine, credete che sia stato come fare uno starnuto?
Don Ninì non si riconosceva più da un giorno all'altro; colla barba lunga, i capelli arruffati, fisso al capezzale della madre, oppure arrabattandosi nelle faccende di casa.
Non usciva una fava dalla dispensa senza passare per le sue mani.
Tant'è vero che i guai insegnano a metter giudizio.
Sua madre stessa glielo avrebbe detto, se avesse potuto parlare.
Si vedeva dal modo in cui gli guardava le mani, col sangue agli occhi, ogni volta che veniva a prendere le chiavi appese allo stipite dell'uscio.
E anche lui, adesso che la roba passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pazienza, colle cure amorevoli standole sempre intorno, sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agli estranei.
Sentiva una gran tenerezza al pensare che la povera paralitica non poteva muoversi né parlare per togliergli la roba siccome aveva minacciato.
- No, no, non lo farà! Son cose che si dicono in un momento di collera...
Vorrei vederla!...
Sono infine il sangue suo...
Morirebbe d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e a quello...
PARTE TERZA
I
L'Isabellina, prima ancora di compire i cinque anni, fu messa nel Collegio di Maria.
Don Gesualdo adesso che aveva delle pietre al sole, e marciava da pari a pari coi meglio del paese, così voleva che marciasse la sua figliuola: imparare le belle maniere, leggere e scrivere, ricamare, il latino dell'uffizio anche, e ogni cosa come la figlia di un barone; tanto più che, grazie a Dio, la dote non le sarebbe mancata, perché Bianca non prometteva di dargli altri eredi.
Essa dopo il parto non s'era più rifatta in salute; anzi deperiva sempre più di giorno in giorno, rosa dal baco che s'era mangiati tutti i Trao, e figliuoli era certo che non ne faceva più.
Un vero gastigo di Dio.
Un affare sbagliato, sebbene il galantuomo avesse la prudenza di non lagnarsene neppure col canonico Lupi che glielo aveva proposto.
Quando uno ha fatto la minchioneria, è meglio starsi zitto e non parlarne più, per non darla vinta ai nemici.
- Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago un'ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover'uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello! - Una moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventato, come se volessero farla cascare in peccato mortale ogni volta e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima quand'ella aveva detto di sì...
Bianca non ci aveva colpa.
Era il sangue della razza che si rifiutava.
Le pesche non si innestano sull'olivo.
Ella, poveretta, chinava il viso, arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo...
Ma egli non si lasciava illudere, no.
Era villano, ma aveva il naso fino di villano pure! E aveva il suo orgoglio anche lui.
L'orgoglio di quello che aveva saputo guadagnarsi, colle sue mani, tutto opera sua, quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi le spalle, e quei bocconi buoni che doveva mangiare in punta di forchetta, sotto gli occhi della Trao...
Almeno in casa sua voleva comandar le feste.
E se Domeneddio l'aveva gastigato giusto nei figliuoli che voleva mettere al mondo secondo la sua legge, dandogli una bambina invece dell'erede legittimo che aspettava, Isabella almeno doveva possedere tutto ciò che mancava a lui, essere signora di nome e di fatto.
Bianca, quasi indovinasse d'aver poco da vivere, non avrebbe voluto separarsi dalla sua figliuoletta.
Ma il padrone era lui, don Gesualdo.
Egli era buono, amorevole, a modo suo; non le faceva mancare nulla, medici, speziali, tale e quale come se gli avesse portato una grossa dote.
- Bianca non aveva parole per ringraziare Iddio quando paragonava la casa in cui il Signore l'aveva fatta entrare con quella in cui era nata.
Lì suo fratello stesso desiderava di giorno il pane e di notte le coperte...
Sarebbe morto di stenti se i suoi parenti non l'avessero aiutato con bella maniera, senza farglielo capire.
Soltanto da lei don Ferdinando non voleva accettare checchessia, mentre don Gesualdo non gli avrebbe fatto mancar nulla, col cuore largo quanto un mare, quell'uomo! Gli stessi parenti di lei glielo dicevano: - Tu non hai parole per ringraziare Dio e tuo marito.
Lascia fare a lui ch'è il padrone, e cerca il meglio della tua figliuola.
Poi considerava ch'era il Signore che la puniva, che non voleva quella povera innocente nella casa di suo marito, e la notte inzuppava di lagrime il guanciale.
Pregava Iddio di darle forza, e si consolava alla meglio pensando che soffriva in penitenza dei suoi peccati.
Don Gesualdo, che aveva tante altre cose per la testa, tanti interessi grossi sulle spalle, ed era abituato a vederla sempre così, con quel viso, non ci badava neppure.
Qualche volta che la vedeva alzarsi più smorta, più disfatta del solito, le diceva per farle animo:
- Vedrai che quando avrai messo in collegio la tua bambina sarai contenta tu pure.
E' come strapparsi un dente.
Tu non puoi badare alla tua figliuola, colla poca salute che hai.
E bisogna che quando sarà grande ella sappia tutto ciò che sanno tante altre che sono meno ricche di lei.
I figliuoli bisogna avvezzarli al giogo da piccoli, ciascuno secondo il suo stato...
Lo so io!...
E non ho avuto chi mi aiutasse, io! Quella piccina è nata vestita.
Nondimeno, all'ultimo momento vi furono lagrime e piagnistei, quando accompagnarono l'Isabellina al parlatorio del monastero.
Bianca s'era confessata e comunicata.
Ascoltò la messa ginocchioni, sentendosi mancare, sentendosi strappare un'altra volta dalle viscere la sua creatura che le si aggrappava al collo e non voleva lasciarla.
Don Gesualdo non guardò a spesa per far stare contenta Isabellina in collegio: dolci, libri colle figure, immagini di santi, noci col bambino Gesù di cera dentro, un presepio del Bongiovanni che pigliava un'intera tavola: tutto ciò che avevano le figlie dei primi signori, la sua figliuola l'aveva; e i meglio bocconi, le primizie che offriva il paese, le ciriegie e le albicocche venute apposta da lontano.
Le altre ragazzette guardavano con tanto d'occhi, e soffocavano dei sospiri grossi così.
La minore delle Zacco, e le Mèndola di seconda mano, le quali dovevano contentarsi delle cipolle e delle olive nere che passava il convento a merenda, si rifacevano parlando delle ricchezze che possedevano a casa e nei loro poderi.
Quelle che non avevano né casa né poderi, tiravano in ballo il parentado nobile, il Capitano Giustiziere ch'era fratello della mamma, la zia baronessa che aveva il cacciatore colle penne, i cugini del babbo che possedevano cinque feudi l'uno attaccato all'altro, nello stato di Caltagirone.
Ogni festa, ogni Capo d'anno, come la piccola Isabella riceveva altri regali più costosi, un crocifisso d'argento, un rosario coi gloriapatri d'oro, un libro da messa rilegato in tartaruga per imparare a leggere, nascevano altre guerricciuole, altri dispettucci, delle alleanze fatte e disfatte a seconda di un dolce e di un'immagine data o rifiutata.
Si vedevano degli occhietti già lucenti d'alterigia e di gelosia, dei visetti accesi, dei piagnistei, che andavano poi a sfogarsi nell'orecchio delle mamme, in parlatorio.
Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succedeva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese.
Non si sapeva più chi poteva spendere e chi no.
Una gara fra i parenti a buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era stato sempre in prima fila, e chi veniva dopo.
Quelli che non potevano, proprio, o si seccavano a spendere l'osso del collo pel buon piacere di mastro-don Gesualdo, si lasciavano scappare contro di lui certe allusioni e certi motteggi che fermentavano nelle piccole teste delle educande.
Alla guerra intestina pigliavano parte anche le monache, secondo le relazioni, le simpatie, il partito che sosteneva oppure voleva rovesciare la superiora.
Ci si accaloravano fin la portinaia, fin le converse che si sentivano umiliate di dover servire senz'altro guadagno anche la figliuola di mastro-don Gesualdo, uno venuto su dal nulla, come loro, arricchito di ieri.
Le nimicizie di fuori, le discordie, le lotte d'interessi e di vanità, passavano la clausura, occupavano le ore d'ozio, si sfogavano fin là dentro in pettegolezzi, in rappresaglie, in parole grosse.
- Sai come si chiama tuo padre? mastro-don Gesualdo.
- Sai cosa succede a casa tua? che hanno dovuto vendere una coppia di buoi per seminare le terre.
- Tua zia Speranza fila stoppa per conto di chi la paga, e i suoi figliuoli vanno scalzi.
- A casa tua c'è stato l'usciere per fare il pignoramento.
- La piccola Alimena arrivò a nascondersi nella scala del campanile, una domenica, per vedere se era vero che il padre d'Isabella portasse la berretta.
Egli trovava la sua figliuoletta ancora rossa, col petto gonfio di singhiozzi, volgendo il capo timorosa di veder luccicare dietro ogni grata gli occhietti maliziosi delle altre piccine, guardandogli le mani per vedere se davvero erano sporche di calcina, tirandosi indietro istintivamente quando nel baciarla la pungeva colla barba ispida.
Tale e quale sua madre.
- Così il pesco non s'innesta all'ulivo.
- Tante punture di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra implacabile ch'era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e contro tutti; e lo feriva sin lì, nell'amore della sua creatura.
Stava zitto, non lagnavasi, perché non era un minchione e non voleva far ridere i nemici; ma intanto gli tornavano in mente le parole di suo padre, gli stessi rancori, le stesse gelosie.
Poi rifletteva che ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via.
Così aveva fatto lui con suo padre, così faceva sua figlia.
Così dev'essere.
Si metteva il cuore in pace, ma gli restava sempre una spina in cuore.
Tutto ciò che aveva fatto e faceva per la sua figliuola l'allontanava appunto da lui: i denari che aveva speso per farla educare come una signora, le compagne in mezzo alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritandosi a una Trao - bel guadagno che ci aveva fatto! - La piccina diceva sempre: - Io son figlia della Trao.
Io mi chiamo Isabella Trao.
La guerra si riaccese più viva fra le ragazze quando si maritò don Ninì Rubiera: - S'è vero che siete parenti, perché tuo zio non ti ha mandato i confetti? Vuol dire che voialtri non vi vogliono per parenti.
- L'Isabellina, che rispondeva già come una grande, ribatté:
- Mio padre me li comprerà lui i confetti.
Ci siamo guastati coi Rubiera perché ci devono tanti denari.
- La figlia della ceraiuola, ch'era del suo partito, aggiunse tante altre storie: - Il baronello era uno spiantato.
La Margarone non aveva più voluto saperne.
Sposava donna Giuseppina Alòsi più vecchia di lui, perché non aveva trovato altro, per amor dei denari: tutto ciò che narravasi nella bottega di sua madre, in ogni caffè, in ogni spezieria, di porta in porta.
Nel paese non si parlava d'altro che del matrimonio di don Ninì Rubiera.
- Un matrimonio di convenienza! - diceva la signora Capitana che parlava sempre in punta di forchetta.
Cogli anni, la Capitana aveva preso anche i vizii del paese; occupavasi dei fatti altrui ora che non aveva da nasconderne dei propri.
Allorchè incontrava il cavalier Peperito gli faceva un certo visetto malizioso che la ringiovaniva di vent'anni, dei sorrisi che volevano indovinare molte cose, scrollando il capo, offrendosi graziosamente ad ascoltare le confidenze e gli sfoghi gelosi, minacciando il cavaliere col ventaglio, come a dirgli ch'era stato un gran discolaccio lui, e se si lasciava adesso portar via l'amante era segno che ci dovevano essere state le sue buone ragioni...
prima o poi...
- No! - ribatteva Peperito fuori della grazia di Dio.
- Né prima né poi! Questo potete andare a dirglielo a donna Giuseppina! Se non ho potuto comandare da padrone non voglio servire nemmeno da comodino, capite?...
fare il gallo di razza...
capite? Su di ciò donna Giuseppina potrà mettersi il cuore in pace!
Adesso sciorinava in piazza tutte le porcherie dell'Alòsi, che se vi mandava a regalare per miracolo un paniere d'uva voleva restituito il paniere; e vendeva sottomano le calze che faceva, delle calze da serva grosse un dito, - essa gliele aveva fatte anche vedere sulla forma per stuzzicarlo...
per strappargli ciò che faceva comodo a lei...
Ma lui, no!...
Insomma, andava raccontandone di cotte e di crude.
Corsero anche delle sante legnate al Caffè dei Nobili.
Ciolla gli stava alle calcagna per raccogliere i pettegolezzi e portarli in giro alla sua volta.
Un giorno poi fu una vera festa per lui, quando si vide arrivare in paese la signora Aglae che veniva insieme al signor Pallante a fare uno scandalo contro il barone Rubiera, a riscuotere ciò che le spettava, se il seduttore non voleva vedersela comparire dinanzi all'altare.
Essa giungeva apposta da Modica, sputando fiele, incerettata, dipinta, carica di piume di gallo e di pezzi di vetro, tirandosi dietro la prova innocente della birbonata di don Ninì, una bambinella ch'era un amore.
Così la gente diceva che don Ninì era sempre stato un donnaiuolo, e se sposava l'Alòsi, che avrebbe potuto essergli madre, ci dovevano essere interessi gravi.
Chi spiegava la cosa in un modo e chi in un altro.
Il baronello, quelli che s'affrettarono a fargli i mirallegro onde tirargli di bocca la verità vera, se li levò dai piedi in poche parole.
La Sganci che aveva combinato il negozio stava zitta colle amiche le quali andavano apposta a farle visita.
Don Gesualdo ne sapeva forse più degli altri, ma stringevasi nelle spalle e se la cavava con simili risposte:
- Che volete? Ciascuno fa il suo interesse.
Vuol dire che il barone Rubiera ci ha trovato il suo vantaggio a sposare la signora Alòsi.
La verità era che don Ninì aveva dovuto pigliarsi l'Alòsi per salvare quel po' di casa che don Gesualdo voleva espropriargli.
E' vero che adesso era diventato giudizioso, tutto dedito agli affari; ma sua madre, sepolta viva nel seggiolone non lo lasciava padrone di un baiocco; si faceva dar conto di tutto; voleva che ogni cosa passasse sotto i suoi occhi; senza poter parlare, senza potersi muovere, si faceva ubbidire dalla sua gente meglio di prima.
E attaccata alla sua roba come un'ostrica, ostinandosi a vivere per non pagare.
Il debito intanto ingrossava d'anno in anno: una cosa che il povero don Ninì ci perdeva delle nottate intere, senza poter chiudere occhio, alle volte: e alla scadenza, capitale e usura, rappresentavano una bella somma.
Il canonico Lupi, che andò in nome del baronello a chiedere dilazione al pagamento, trovò don Gesualdo peggio di un muro: - A che giuoco giochiamo canonico mio? Sono più di nove anni che non vedo né frutti né capitale.
Ora mi serve il mio denaro, e voglio esser pagato.
Don Ninì pel bisogno scese anche all'umiliazione d'andare a pregare la cugina Bianca, dopo tanto tempo.
La prese appunto da lontano.
- Tanto tempo che non s'erano visti! Lui non aveva faccia di comparirle dinanzi, in parola d'onore! Non cercava di scolparsi.
Era stato un ragazzaccio.
Ora aveva aperto gli occhi, troppo tardi, quando non c'era più rimedio, quando si trovava sulle spalle il peso dei suoi errori.
Ma proprio non poteva pagare in quel momento.
- Son galantuomo.
Ho di che pagare infine.
Tuo marito sarà pagato sino all'ultimo baiocco.
Ma in questo momento proprio non posso! Tu sai com'è fatta tua zia! che testa dura! Ne abbiamo avuti dei dispiaceri per quella testa dura! Ma infine non può campare eternamente, poveretta, com'è ridotta...
Bianca era rimasta senza fiato al primo vederlo, senza parole, facendosi ora pallida e ora rossa.
Non sapeva che dire, balbettava, sudava freddo, aveva una convulsione nelle mani che cercava di dissimulare, stirando macchinalmente le due cocche del grembiule.
A un tratto ebbe uno sbocco di sangue.
- Cos'è? cos'è? Qualcosa alle gengive? Ti sei morsicata la lingua?
- No, - rispose lei.
- Mi viene di tanto in tanto.
L'aveva anche don Diego, ti rammenti? Non è nulla.
- Bene, bene.
Intanto fammi questo piacere; parlane a tuo marito.
In questo momento proprio non posso...
Ma son galantuomo, mi pare!...
Mia madre, da qui a cent'anni, non ha a chi lasciare tutto il suo.
Bianca cercava di scusarsi.
- Suo marito era il padrone.
Faceva tutto di testa propria, lui.
Non voleva che gli mettessero il naso nelle sue cose.
- Allora perché sei sua moglie? - ribatté il cugino.
- Bella ragione! Uno che non era degno di alzarti gli occhi in viso!...
Deve ringraziare Iddio e l'ostinazione di mia madre se gli è toccata questa fortuna!...
Dunque farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa dilazione?
- E tu cosa gli hai detto? - domandò don Gesualdo trovando la moglie ancora agitata dopo quella visita.
- Nulla...
Non so...
Mi son sentita male...
- Bene.
Hai fatto bene.
Sta tranquilla che agli affari ci penso io.
Serpi nella manica sono i parenti...
Hai visto? Cercano di te, solo quando ne hanno bisogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei morta o viva.
Lascia fare a me che la risposta gliela mando coll'usciere, a tuo cugino...
Così era venuto quel matrimonio, ché il barone Rubiera prima aveva messo sottosopra cielo e terra per trovare i denari da pagare don Gesualdo; e infine donna Giuseppina Alòsi, la quale aveva delle belle terre al sole, aveva dato l'ipoteca.
Don Gesualdo, ottenuta la sua brava iscrizione sulle terre, non parlò più di aver bisogno del denaro.
- Col tempo...
- confidò alla moglie.
- Lasciali tranquilli.
Loro non pagano né frutti né capitali, e col tempo quelle terre serviranno per la dote d'Isabella.
Che te ne pare? Non è da ridere? Lo zio Rubiera che pensa a mettere insieme la dote della tua figliuola!...
Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia.
A quattr'occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba.
Isabella fatta più grandicella passò dal Collegio di Maria al primo educatorio di Palermo.
Un altro strappo per la povera mamma che temeva di non doverla più rivedere.
Il marito, onde confortarla, in quello stato, le disse: - Vedi noi ci ammazziamo per fare il suo meglio, ciascuno come può, ed essa un giorno non penserà neppure a noi.
Così va il mondo.
Anzi devi metterti in testa che tua figlia non puoi averla sempre vicina.
Quando si marita anderà via dal paese.
Qui non ce n'è uno che possa sposarla, colla dote che le darò.
Se ho fatto tanto per lei, voglio almeno sapere a chi lo dò il sangue mio.
Adesso che ti parlo è già nato chi deve godersi il frutto delle mie fatiche, senza dirmi neppure grazie.
Aveva il cuore grosso anche lui, poveraccio, e se sfogavasi a quattr'occhi colla moglie alle volte, per discorrere non si rifiutava però a fare ciò ch'era debito suo.
Andava a trovare la sua ragazza a Palermo, quando poteva, quando i suoi affari lo permettevano, anche una volta all'anno.
Isabella s'era fatta una bella fanciulla, un po' gracile ancora, pallidina, ma con una grazia naturale in tutta la personcina gentile, la carnagione delicata e il profilo aquilino dei Trao; un fiore di un'altra pianta, in poche parole; roba fine di signori che suo padre stesso quando andava a trovarla provava una certa suggezione dinanzi alla ragazza la quale aveva preso l'aria delle compagne in mezzo a cui era stata educata, tutte delle prime famiglie, ciascuna che portava nell'educandato l'alterigia baronale da ogni angolo della Sicilia.
Al parlatorio lo chiamavano il signor Trao.
Quando volle saperne il perché, Isabella si fece rossa.
La stessa storia del Collegio di Maria anche lì.
E la sua figliuola aveva dovuto soffrire le stesse umiliazioni a motivo del parentado.
Per fortuna la signorina di Leyra, che Isabella s'era affezionata coi regalucci, aveva preso a difenderla a spada tratta.
Essa conosceva di nome la famiglia dei Trao, una delle prime laggiù, ove il duca suo fratello possedeva dei feudi.
La duchessina aveva il nome e il parlare alto, sebbene stesse in collegio senza pagare, talché le compagne lasciarono passare il Trao.
Ma don Gesualdo dovette lasciarlo passare anche lui, e farsi chiamare così, per amore della figliuola, quando andava a trovarla.
- Vedrai come si è fatta bella la tua figliuola! - tornava poi a dire alla moglie che era sempre malaticcia.
Essa la rivide finalmente all'uscire del collegio, nel 1837, quando in Palermo cominciavano già a correre le prime voci di colèra, e don Gesualdo era corso subito a prenderla.
Fu come un urto al petto per la povera madre, dopo tanto tempo, quando udì fermarsi la lettiga dinanzi al portone.
- Figlia mia! figlia mia! - colle braccia stese, le gambe malferme, precipitandosi per la scala.
Isabella saliva correndo, colle braccia aperte anche lei.
- Mamma! mamma! - E poi avvinghiate l'una al collo dell'altra, la madre sballottando ancora a destra e a sinistra la sua creatura come quand'era piccina.
Indi vennero le visite ai parenti.
Bianca era tornata in forze per portare in trionfo la sua figliuola, in casa Sganci in casa Limòli, da per tutto dove era stata bambinetta, prima d'entrare in collegio, ora già fatta grande, col cappellino di paglia, le belle treccie bionde - un fiore.
Tutti si affacciavano per vederla passare.
La zia Sganci, divenuta sorda e cieca, le tastò il viso per riconoscerla: - Una Trao! Non c'è che dire.
- Lo zio marchese ne lodò gli occhi, degli occhi blù che erano due stelle.
"Degli occhi che vedevano il peccato", disse il marchese, il quale aveva sempre pronta la barzelletta.
Allorché la condussero dallo zio don Ferdinando, Isabella che soleva spesso rammentare colle compagne la casa materna, negli sfoghi ingenui d'ambizione, provò un senso di sorpresa, di tristezza, di delusione al rivederla.
Entrava chi voleva dal portone sconquassato.
La corte era angusta, ingombra di sassi e di macerie.
Si arrivava per un sentieruolo fra le ortiche allo scalone sdentato, barcollante, soffocato anch'esso dalle erbacce.
In cima l'uscio cadente era appena chiuso da un saliscendi arrugginito; e subito nell'entrare colpiva una zaffata d'aria umida e greve, un tanfo di muffa e di cantina che saliva dal pavimento istoriato col blasone, seminato di cocci e di rottami, pioveva dalla vòlta scalcinata, veniva densa dal corridoio nero al pari di un sotterraneo, dalle sale buie che s'intravedevano in lunga fila, abbandonate e nude, per le strisce di luce che trapelavano dalle finestre sgangherate.
In fondo era la cameretta dello zio, sordida, affumicata, col soffitto sconnesso e cadente, e l'ombra di don Ferdinando che andava e veniva silenzioso, simile a un fantasma.
- Chi è?...
Grazia...
entra...
Don Ferdinando apparve sulla soglia, in maniche di camicia, giallo ed allampanato, guardando stupefatto attraverso gli occhiali la sorella e la nipote.
Sul lettuccio disfatto c'era ancora la vecchia palandrana di don Diego che stava rattoppando.
L'avvolse in fretta, insieme a un fagotto d'altri cenci, e la cacciò nel cassettone.
- Ah!...
sei tu, Bianca?...
che vuoi?...
Indi accorgendosi che teneva ancora l'ago in mano, se lo mise in tasca, vergognoso, sempre con quel gesto che sembrava meccanico.
- Ecco vostra nipote...
- balbettò la sorella con un tremito nella voce.
- Isabella...
vi rammentate?...
E' stata in collegio a Palermo...
Egli fissò sulla ragazza quegli occhi azzurri e stralunati che fuggivano, di qua e di là, e mormorò:
- Ah!...
Isabella?...
mia nipote?...
Guardava inquieto per la stanza, e di tanto in tanto, come vedeva un oggetto dimenticato sul tavolino o sulla seggiola zoppa, del refe sudicio, un fazzoletto di cotone posto ad asciugare al sole, correva subito a nasconderli.
Poi si mise a sedere sulla sponda del lettuccio, fissando l'uscio.
Mentre Bianca parlava, col cuore stretto, egli seguitava a volgere intorno gli occhi sospettosi, pensando a tutt'altro.
A un tratto andò a chiudere a chiave il cassetto della scrivania.
- Ah!...
mia nipote, dici?...
Fissò di nuovo sulla giovinetta lo stesso sguardo esitante, e chinò gli occhi a terra.
- Somiglia a te...
tale e quale...
quand'eri qui...
Sembrava che cercasse le parole, cogli occhi erranti evitando quelli della sorella e della nipote, con un tremito leggiero nelle mani, il viso smorto e istupidito.
Un istante, mentre Bianca gli parlava all'orecchio, supplichevole, quasi le spuntassero le lagrime, egli di curvo che era si raddrizzò così che parve altissimo, con un'ombra negli occhi chiari un rimasuglio del sangue dei Trao che gli colorava il viso scialbo.
- No...
no...
Non voglio nulla...
Non ho bisogno di nulla...
Vattene ora, vattene...
Vedi...
ho tanto da fare...
Una cosa che stringeva il cuore.
Una rovina ed un'angustia che umiliavano le memorie ambiziose, le fantasie romantiche nate nelle confidenze immaginarie colle amiche del collegio, le illusioni di cui era piena la bizzarra testolina della fanciulla, tornata in paese coll'idea di rappresentarvi la prima parte.
Il lusso meschino della zia Sganci, la sua casa medesima fredda e malinconica, il palazzo cadente dei Trao che aveva spesso rammentato laggiù con infantile orgoglio, tutto adesso impicciolivasi, diventava nero, povero, triste.
Lì, dirimpetto, era la terrazza dei Margarone, che tante volte aveva rammentato vasta, inondata di sole, tutta fiorita, piena di ragazze allegre che la sbalordivano allora, bambina, collo sfoggio dei loro abiti vistosi.
Com'era stretta e squallida invece, con quell'alto muro lebbroso che l'aduggiava! e come era divenuta vecchia donna Giovannina, che rivedeva seduta in mezzo ai vasi di fiori polverosi, facendo la calza, vestita di nero, enorme! In fondo al vicoletto rannicchiavasi la casuccia del nonno Motta.
Allorché il babbo ve la condusse trovarono la zia Speranza che filava, canuta, colle grinze arcigne.
C'erano dei mattoni smossi dove inciampavasi, un ragazzaccio scamiciato il quale levò il capo da un basto che stava accomodando, senza salutarli.
Mastro Nunzio gemeva in letto coi reumatismi, sotto una coperta sudicia:
- Ah, sei venuto a vedermi? Credevi che fossi morto? No, no, non son morto.
E' questa la tua ragazza? Me l'hai portata qui per farmela vedere?...
E' una signorina, non c'è che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre però si chiamava Rosaria! Lo sai? Scusatemi, nipote mia, se vi ricevo in questo tugurio...
Ci son nato, che volete...
Spero di morirci...
Non ho voluto cambiarlo col palazzo dove pretendeva chiudermi vostro padre...
Io sono avvezzo ad uscir subito in istrada appena alzato...
No, no, è meglio pensarci prima.
Ciascuno com'è nato.
- Speranza grugniva delle altre parole che non si udivano bene.
Il ragazzaccio li accompagnò cogli occhi sino all'uscio, quando se ne andarono.
Intanto incalzavano le voci di colèra.
A Catania c'era stata una sommossa.
Giunse da Lentini don Bastiano Stangafame insieme a donna Fifì la quale pareva avesse già il male addosso, verde, impresciuttita, narrando cose che dovevano averle fatto incanutire i capelli in ventiquattr'ore.
A Siracusa una giovinetta bella come la Madonna, la quale ballava sui cavalli ammaestrati in teatro, e andava spargendo il colèra con quel pretesto, era stata uccisa a furor di popolo.
La gente insospettita stava a vedere, facendo le provviste per svignarsela dal paese, al primo allarme, e spiando ogni viso nuovo che passasse.
In quel tempo erano capitati due merciai che portavano nastri e fazzoletti di seta.
Andavano di casa in casa a vendere la roba, e guardavano dentro gli usci e nei cortili.
Le Margarone che spendevano allegramente per azzimarsi, quasi fossero ancora di primo pelo, fecero molte compere; anzi non trovandosi denari spiccioli, quei galantuomini dissero che sarebbero ripassati a prenderli il giorno dopo.
Invece spuntò il giorno del Giudizio Universale.
Ciolla era andato a ricorrere dal giudice che gli avevano avvelenate le galline: le portava a prova in mano, ancora calde.
Tornò in casa don Nicolino scalmanato, ordinando alle sorelle di sprangare usci e finestre e non aprire ad anima viva.
Il dottor Tavuso fece chiudere anche lo sportello della cisterna.
I galantuomini, rammentandosi il bel soggetto ch'era il Ciolla, quello ch'era stato in Castello colle manette, sedici anni prima, si armarono sino ai denti, e si misero a perlustrare il paese, se mai gli tornava il ghiribizzo di voler pescare nel torbido.
La parola d'ordine era, sparargli addosso senza misericordia al primo allarme.
I due merciai non si videro più.
Prima di sera cominciarono a sfilare le vetture cariche che scappavano dal paese.
Dopo l'avemaria non andava anima viva per le strade.
Giunse tardi una lettiga, che portava don Corrado La Gurna, vestito di nero, col fazzoletto agli occhi.
I cani abbaiarono tutta la notte.
Il panico poi non ebbe limiti allorché si vide scappare la baronessa Rubiera, paralitica, su di una sedia a bracciuoli, poiché nella portantina non entrava neppure, tanto era enorme, portata a fatica da quattr'uomini, colla testa pendente da un lato, il faccione livido, la lingua pavonazza che usciva a metà dalle labbra bavose, gli occhi soltanto vivi e inquieti, le mani da morta agitate da un tremito continuo.
E dietro, il baronello invecchiato di vent'anni, curvo, grigio, carico di figliuoli, colla moglie incinta ancora, e gli altri figli del primo letto.
Empivano la strada dove passavano: uno sgomento.
La povera gente che era costretta a rimanere in paese stava a guardare atterrita.
Nelle chiese avevano esposto il Sacramento.
Tacquero allora vecchi rancori, e si videro fattori restituire il mal tolto ai loro padroni.
Don Gesualdo aprì le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti; tutte le sue case di campagna alla Canziria e alla Salonia.
A Mangalavite, dove aveva pure dei casamenti vastissimi, parlò di riunire tutta la famiglia.
- Ora corro da mio padre per cercare d'indurlo a venire con noi.
Tu intanto va da tuo fratello, - disse a Bianca.
- Fagli capire che adesso son tempi da mettere una pietra sul passato, gli avessi fatto anche un tradimento...
Abbiamo il colèra sulle spalle...
Il sangue non è acqua infine! Non possiamo lasciare quel povero vecchio solo in mezzo al colèra...
Mi pare che la gente avrebbe motivo di sparlare dei fatti nostri, eh?...
- Voi avete il cuore buono! - balbettò la moglie sentendosi intenerire.
- Voi avete il cuore buono!
Ma don Ferdinando non si lasciò persuadere.
Era occupatissimo ad incollare delle striscie di carta a tutte le fessure delle imposte, con un pentolino appeso al collo, arrampicato su di una scala a piuoli.
- Non posso lasciar la casa, - rispose.
- Ho tanto da fare!...
Vedi quanti buchi?...
Se viene il colèra...
Bisogna tapparli tutti...
Inutilmente la sorella tornava a pregare e scongiurare - Non mi lasciate questo rimorso, don Ferdinando!...
Come volete che chiuda occhio la notte, sapendovi solo in casa?...
- Ah! ah!...
- rispose lui con un sorriso ebete.
- La notte non me lo soffiano il colèra!...
Chiuderò tutte le fessure...
guarda!
E tornava a ribattere: - Non posso lasciar la casa sola...
Ho da custodire le carte di famiglia...
La moglie del sagrestano, che vide uscire donna Bianca desolata dal portone, le corse dietro piangendo:
- Non ci vedremo più!...
Tutti se ne vanno...
Non avremo per chi sonare messa e mattutino!
Anche mastro Nunzio s'era rifiutato ad andare col figliuolo.
- Io mangio colle mani, figliuol mio.
Arrossiresti di tuo padre a tavola...
Sono uno zotico...
Non sono da mettermi insieme ai signori!...
No, no! è meglio pensarci prima! Meglio crepar di colèra che di bile!...
Poi, sai? io sono avvezzo ad esser padrone in casa mia...
Sono un villano...
Non so starci sotto le scarpe della moglie, no!
Speranza mostrò Burgio allettato anche lui dalla malaria.
- Noi non usiamo abbandonare i nostri nel pericolo!...
Mio marito non può muoversi, e noi non ci muoviamo!...
Ecco come siam noi!...
Lo sapete quello che ci vuole a mantenere una famiglia intera, col marito confinato in letto!...
-
Ma non t'ho sempre detto che sarai la padrona!...
Tutto quello che vuoi!...
- esclamò infine Gesualdo.
- No!...
Non vi ho chiesto l'elemosina!...
Non accetteremmo nulla, se non fosse pel bisogno...
grazie a Dio!...
Poiché ci fate la carità, andremo alla Canziria...
Non temete! Così la gente non potrà dire che avete abbandonato vostro padre in mezzo al colèra!...
Voi pensate a mandarci le provviste...
Non possiamo pascerci d'erba come le bestie!...
sentite...
Se avete pure qualche vestito smesso di vostra figlia, di quelli proprio che non possono più servirle...
Già lei è una signora, ma saranno sempre buoni per noi poveretti!...
I Margarone partirono subito per Pietraperzia; tutti ancora in lutto per don Filippo, morto dai crepacuori che gli dava il genero don Bastiano Stangafame, ogni volta che gli bastonava Fifì se non mandava denari.
Annebbiavano una strada.
Il barone Mèndola, che faceva la corte alla zia Sganci, se la condusse a Passaneto, e ci prese le febbri, povera vecchia.
Zacco e il notaro Neri partirono per Donferrante.
Era uno squallore pel paese.
A ventitré ore non si vedeva altri lungo la via di San Sebastiano che il marchese Limòli, per la sua solita passeggiatina del dopopranzo.
E gli fecero sapere anzi che destava dei sospetti con quelle gite, e volevano fargli la festa al primo caso di colèra.
- Eh? - disse lui.
- La festa? Ci avete a pensar voialtri, che vi tocca pagar le spese.
Io fo quello che ho fatto sempre, se no crepo egualmente.
E alla nipote che lo scongiurava di andar con lei a Mangalavite:
- Hai paura di non trovarmi più?...
No, no, non temere; il colèra non sa che farsene di me.
Mentre Bianca e la figliuola stavano per montare in lettiga, giunse la zia Cirmena, disperata.
- Avete visto? Tutti se ne vanno! I parenti mi voltano le spalle!...
E m'è cascato addosso anche quel povero orfanello di Corrado La Gurna...
Una tragedia a casa sua!...
Padre e madre in una notte...
fulminati dal colèra!...
Nessuno ha il mio cuore, no!...
Una povera donna senza aiuto e che non sa dove andare!...
Se mi date la chiave delle due camerette che avete laggiù a Mangalavite, vicino alla vostra casina!...
le camere del palmento...
Siete il solo parente a cui ricorrere, voi, don Gesualdo!...
- Sì, sì, - rispose lui - ma non lo dite agli altri...
- Glielo dirò anzi!...
Voglio rinfacciarlo a tutti quanti, se campo!
II
Quella che chiamavano la casina, a Mangalavite, era un gran casamento annidato in fondo alla valletta.
Isabella dalla sua finestra vedeva il largo viale alpestre fiancheggiato d'ulivi, la folta macchia verde che segnava la grotta dove scorreva l'acqua, le balze in cui serpeggiava il sentiero, e più in su l'erta chiazzata di sommacchi, Budarturo brullo e sassoso nel cielo che sembrava di smalto.
La sola pennellata gaia era una siepe di rose canine sempre in fiore all'ingresso del viale, dimenticate per incuria.
Pei dirupi, ogni grotta, le capannuccie nascoste nel folto dei fichidindia, erano popolate di povera gente scappata dal paese per timore del colèra.
Tutt'intorno udivasi cantare i galli e strillare dei bambini; vedevansi dei cenci sciorinati al sole, e delle sottili colonne di fumo che salivano qua e là attraverso gli alberi.
Verso l'avemaria tornavano gli armenti negli ovili addossati al casamento, branchi interi di puledri e di buoi che si raccoglievano nei cortili immensi.
Tutta la notte poi era un calpestìo irrequieto, un destarsi improvviso di muggiti e di belati, uno scrollare di campanacci, un sito di stalla e di salvatico che non faceva chiudere occhio ad Isabella.
Di tanto in tanto correva una fucilata pazza per le tenebre, lontano; giungevano sin laggiù delle grida selvagge d'allarme; dei contadini venivano a raccontare il giorno dopo di aver sorpreso delle ombre che s'aggiravano furtive sui precipizi; la zia Cirmena giurava di aver visto dei razzi solitarii e luminosi verso Donferrante.
E subito spedivano gente ad informarsi se c'erano stati casi di colèra.
Il barone Zacco ch'era da quelle parti, rispondeva invece che i fuochi si vedevano verso Mangalavite.
Don Gesualdo, meno la paura dei razzi che si vedevano la notte, e il sospetto di ogni viso nuovo che passasse pei sentieri arrampicati lassù sui greppi, ci stava come un papa fra i suoi armenti, i suoi campi, i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto dalla mattina alla sera, sempre gridando e facendo vedere la sua faccia da padrone da per tutto.
La sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente, sullo scalino della gradinata che saliva al viale, dinanzi al cancello, in maniche di camicia, godendosi il fresco e la libertà della campagna, ascoltando i lamenti interminabili e i discorsi sconclusionati dei suoi mezzaiuoli.
Alla moglie, che l'aria della campagna faceva star peggio, soleva dire per consolarla: - Qui almeno non hai paura d'acchiappare il colèra.
Finché non si tratta di colèra il resto è nulla.
- Lì egli era al sicuro dal colèra, come un re nel suo regno, guardato di notte e di giorno - a ogni contadino aveva procurato il suo bravo schioppo, dei vecchi fucili a pietra nascosti sotto terra fin dal 12 o dal 21 e teneva dei mastini capaci di divorare un uomo.
Faceva del bene a tutti; tutti che si sarebbero fatti ammazzare per guardargli la pelle in quella circostanza.
Grano, fave, una botte di vino guastatosi da poco.
Ognuno che avesse bisogno correva da lui per domandargli in prestito quel che gli occorreva.
Lui colle mani aperte come la Provvidenza.
Aveva dato ricovero a mezzo paese, nei fienili, nelle stalle, nelle capanne dei guardiani, nelle grotte lassù a Budarturo.
Un giorno era arrivato persino Nanni l'Orbo con tutta la sua masnada, strizzando l'occhio, tirandolo in disparte per dirgli il fatto suo:
- Don Gesualdo...
qui c'è anche roba vostra.
Guardate Nunzio e Gesualdo come vi somigliano! Quattro tumoli di pane al mese si mangiano, prosit a loro! Non potete chiudere loro la porta in faccia...
Ne avete fatta tanta della carità? E fate anche questa, che così vuol Dio.
- Guarda cosa diavolo t'è venuto in mente!...
Qui c'è mia moglie e mia figlia adesso!...
Almeno andatevene nel palmento, e non vi fate vedere da queste parti...
Ma tutto quel bene e quella carità gli tornavano in veleno per l'ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali.
Se ne sfogava spesso con Bianca la sera, quando chiudeva usci e finestre e si vedeva al sicuro: - Salviamo tanta gente dal colèra...
Abbiamo tanta gente sotto le ali, e soltanto il sangue nostro è disperso di qua e di là...
Lo fanno apposta...
per farci stare in angustie...
per lasciarci la spina dentro!...
Non parlo di tuo fratello poveraccio quello non capisce...
Ma mio padre...
Non me la doveva lasciare questa spina, lui!...
Non sapeva di quell'altro dispiacere che doveva procuragli la figliuola, il pover'uomo! Isabella ch'era venuta dal collegio con tante belle cose in testa, che s'era immaginata di trovare a Mangalavite tante belle cose come alla Favorita di Palermo, sedili di marmo, statue, fiori da per tutto, dei grandi alberi dei viali tenuti come tante sale da ballo, aveva provata qui un'altra delusione.
Aveva trovato dei sentieri alpestri, dei sassi che facevano vacillare le sue scarpette, delle vigne polverose, delle stoppie riarse che l'accecavano, delle rocce a picco sparse di sommacchi che sembravano della ruggine a quell'altezza, e dove il tramonto intristiva rapidamente la sera.
Poi dei giorni sempre uguali, in quella tebaide; un sospetto continuo, una diffidenza d'ogni cosa, dell'acqua che bevevasi, della gente che passava, dei cani che abbaiavano, delle lettere che giungevano - un mucchio di paglia umida in permanenza dinanzi al cancello per affumicare tutto ciò che veniva di fuori, - le rare lettere ricevute in cima a una canna, attraverso il fumo - e per solo svago, il chiacchierìo della zia Cirmena, la quale arrivava ogni sera colla lanterna in mano e il panierino della calza infilato al braccio.
Suo nipote l'accompagnava raramente; preferiva rimanersene in casa, a far l'orso e a pensare ai casi suoi o ai suoi morti, chissà...
La zia Cirmena per scusarlo parlava del gran talento che aveva quel ragazzo, tutto il santo giorno chiuso nella sua stanzetta, col capo in mano, a riempire degli scartafacci, più grossi di un basto, di poesie che avrebbero fatto piangere i sassi.
Don Gesualdo ci s'addormentava sopra a quei discorsi.
La mamma parlava poco anche lei, sempre senza fiato, sempre fra letto e lettuccio.
La sola che dovesse dar retta alla zia era lei, Isabella, soffocando gli sbadigli, dopo quelle giornate vuote.
Alle sue amiche di collegio, disseminate anch'esse di qua e di là, non sapeva proprio cosa scrivere.
Marina di Leyra le mandava ogni settimana delle paginette stemmate piene zeppe di avventure, di confidenze interessanti.
La stuzzicava, la interrogava, chiedeva in ricambio le sue confidenze, sembrava a ogni lettera che le capitasse lì dinanzi, coi suoi occhioni superbi, colle belle labbra carnose, a dirle in un orecchio delle cose che le facevano avvampare il viso, che le facevano battere il cuore, quasi ci avesse nascosto il suo segreto da confidarle anche lei.
S'erano regalato a vicenda un libriccino di memorie, colla promessa di scrivervi sopra tutti i loro pensieri più intimi, tutto, tutto, senza nascondere nulla! I begli occhi azzurri d'Isabella, gli occhi che diceva lo zio Limòli, senza volerlo, senza guardare neppure, sembrava che cercassero quei pensieri.
In quella testolina che portava ancora le trecce sulle spalle, nasceva un brulichìo, quasi uno sciame di api vi recasse tutte le voci e tutti i profumi della campagna, di là dalle roccie, di là da Budarturo, di lontano.
Sembrava che l'aria libera, lo stormire delle frondi, il sole caldo, le accendessero il sangue, penetrassero nelle sottili vene azzurrognole, le fiorissero nei colori del viso, le gonfiassero di sospiri il seno nascente sotto il pettino del grembiule.
- Vedi quanto ti giova la campagna? - diceva il babbo.
- Vedi come ti fai bella?
Ma essa non era contenta.
Sentiva un'inquietezza un'uggia, che la facevano rimanere colle mani inerti sul ricamo, che la facevano cercare certi posti per leggere i pochi libri, quei volumetti tenuti nascosti sotto la biancheria, in collegio.
All'ombra dei noci, vicino alla sorgente, in fondo al viale che saliva dalla casina, c'era almeno una gran pace, un gran silenzio, s'udiva lo sgocciolare dell'acqua nella grotta, lo stormire delle frondi come un mare, lo squittire improvviso di qualche nibbio che appariva come un punto nell'azzurro immenso.
Tante piccole cose che l'attraevano a poco a poco, e la facevano guardare attenta per delle ore intere una fila di formiche che si seguivano, una lucertolina che affacciavasi timida a un crepaccio, una rosa canina che dondolava al disopra del muricciuolo, la luce e le ombre che si alternavano e si confondevano sul terreno.
La vinceva una specie di dormiveglia, una serenità che le veniva da ogni cosa, e si impadroniva di lei, e l'attaccava lì, col libro sulle ginocchia, cogli occhi spalancati e fissi, la mente che correva lontano.
Le cadeva addosso una malinconia dolce come una carezza lieve, che le stringeva il cuore a volte, un desiderio vago di cose ignote.
Di giorno in giorno era un senso nuovo che sorgeva in lei, dai versi che leggeva, dai tramonti che la facevano sospirare, un'esaltazione vaga, un'ebbrezza sottile, un turbamento misterioso e pudibondo che provava il bisogno di nascondere a tutti.
Spesso, la sera, scendeva adagio adagio dal lettuccio perché la mamma non udisse, senza accendere la candela, e si metteva alla finestra, fantasticando, guardando il cielo che formicolava di stelle.
La sua anima errava vagamente dietro i rumori della campagna, il pianto del chiù, l'uggiolare lontano, le forme confuse che viaggiavano nella notte, tutte quelle cose che le facevano una paura deliziosa.
Sentiva quasi piovere dalla luna sul suo viso, sulle sue mani una gran dolcezza, una gran prostrazione, una gran voglia di piangere.
Le sembrava confusamente di vedere nel gran chiarore bianco, oltre Budarturo, lontano, viaggiare immagini note, memorie care, fantasie che avevano intermittenze luminose come la luce di certe stelle: le sue amiche, Marina di Leyra, un altro viso sconosciuto che Marina le faceva sempre vedere nelle sue lettere, un viso che ondeggiava e mutava forma, ora biondo, ora bruno, alle volte colle occhiaie appassite e la piega malinconica che avevano le labbra del cugino La Gurna.
Penetrava in lei il senso delle cose, la tristezza della sorgente, che stillava a goccia a goccia attraverso le foglie del capelvenere, lo sgomento delle solitudini perdute lontano per la campagna, la desolazione delle forre dove non poteva giungere il raggio della luna, la festa delle rocce che s'orlavano d'argento, lassù a Budarturo, disegnandosi nettamente nel gran chiarore, come castelli incantati.
Lassù, lassù, nella luce d'argento, le pareva di sollevarsi in quei pensieri quasi avesse le ali, e le tornavano sulle labbra delle parole soavi, delle voci armoniose, dei versi che facevano piangere, come quelli che fiorivano in cuore al cugino La Gurna.
Allora ripensava a quel giovinetto che non si vedeva quasi mai, che stava chiuso nella sua stanzetta, a fantasticare, a sognare come lei.
Laggiù, dietro quel monticello, la stessa luna doveva scintillare sui vetri della sua finestra, la stessa dolcezza insinuarsi in lui.
Che faceva? che pensava? Un brivido di freddo la sorprendeva di tratto in tratto come gli alberi stormivano e le portavano tante voci da lontano - Luna bianca, luna bella!...
Che fai, luna? dove vai? che pensi anche tu? - Si guardava le mani esili e delicate, candide anch'esse come la luna, con una gran tenerezza, con un vago senso di gratitudine e quasi di orgoglio.
Poscia ricadeva stanca da quell'altezza, con la mente inerte, scossa dal russare del babbo che riempiva la casa.
La mamma vicino a lui non osava neppure fare udire il suo respiro; come non osava quasi mostrare tutta la sua tenerezza alla figliuola dinanzi al marito, timida, con quegli occhi tristi e quel sorriso pallido che voleva dire tante cose nelle più umili parole: - Figlia! figlia mia!...
- Soltanto la stretta delle braccia esili, e l'espressione degli sguardi che correvano inquieti all'uscio dicevano il resto.
Quasi dovesse nascondere le carezze che faceva alla sua creatura, le mani tremanti che le cercavano il viso, gli occhi turbati che l'osservavano attentamente.
- Che hai? Sei pallida!...
Non ti senti bene?
La zia Cirmena che vedeva la ragazza così gracile, così pallidina, con quelle pesche sotto gli occhi, cercava di distrarla, le insegnava dei lavori nuovi, delle cornicette intessute di fili di paglia, delle arance e dei canarini di lana.
Le contava delle storielle, le portava da leggere le poesie che scriveva suo nipote Corrado, di nascosto, nel panierino della calza.
- Son fresche fresche di ieri.
Gliele ho prese dal tavolino ora che è uscito a passeggiare.
E' ritroso, quel benedetto figliuolo.
Così timido! uno che ha bisogno d'aiuto, col talento che ha, peccato! - E le suggeriva anche dei rimedi per la salute delicata, lo sciroppo marziale, delle teste di chiodi in una bottiglia d'acqua.
Si sbracciava ad aiutare in cucina, col vestito rimboccato alla cintola, a far cuocere un buon brodo di ossa per sua nipote Bianca, a preparare qualche intingolo per Isabella che non mangiava nulla.
- Lasciate fare a me.
So quel che ci vuole per lei.
Voialtri Trao siete tanti pulcini colla luna.
- Un braccio di mare quella zia Cirmena.
Una donna che se le si faceva del bene, non ci si perdeva interamente.
Spesso costringeva Corrado a venire anche lui la sera per tenere allegra la brigata.
- Tu che sai fare tante cose, coi tuoi libri, colle tue chiacchiere, porterai un po' di svago.
Santo Dio! se stai sempre rintanato coi tuoi libri, come vuoi far conoscere i tuoi meriti? - Poi, quando lui non era presente, cantava anche più chiaro: - Alla sua età!...
Non è più un bambino...
Bisogna che s'aiuti...
Non può vivere sempre alle spalle dei parenti!...
- E superbo come Lucifero per giunta, ricalcitrando e inalberandosi se alcuno cercava di aiutarlo, di fargli fare buona figura, se la zia s'ingegnava lei di aprir gli occhi alla gente sul valore del suo nipote Corrado e gli rubava gli scartafacci, e andava a sciorinarli lei stessa in mezzo al crocchio dei cugini Motta, compitando, accalorandosi come un sensale che fa valere la merce, mentre don Gesualdo andava appisolandosi a poco a poco, e diceva di sì col capo, sbadigliando, e Bianca guardava Isabella la quale teneva i grand'occhi sbarrati nell'ombra, assorta, e le si mutava a ogni momento l'espressione del viso delicato, quasi delle ondate di sangue la illuminassero tratto tratto.
Donna Sarina tutta intenta alla lettura non si accorgeva di nulla, badava ad accomodarsi gli occhiali di tanto in tanto, chinavasi verso il lume, oppure se la pigliava col nipote che scriveva così sottile.
- Ma che talento, eh! Come amministratore...
che so io...
per soprintendere ai lavori di campagna...
dirigere una fattoria, quel ragazzo varrebbe tant'oro.
Il cuore mi dice che se voi, don Gesualdo, trovaste di collocarlo in alcuno dei vostri negozi, fareste un affare d'oro!...
E...
ora che non ci sente...
per poco salario anche! Il giovane ha gli occhi chiusi, come si dice...
ancora senza malizia...
e si contenterebbe di poco! Fareste anche un'opera di carità, fareste!
Don Gesualdo non diceva né sì né no, prudente, da uomo avvezzo a muovere sette volte la lingua in bocca prima di lasciarsi scappare una minchioneria.
Ci pensava su, badava alle conseguenze, badava alla sua figliuola, anche russando, con un occhio aperto.
Non voleva che la ragazza così giovane, così inesperta, senza sapere ancora cosa volesse dire esser povero o ricco, s'avesse a scaldare il capo per tutte quelle frascherie.
Lui era ignorante, uno che non sapeva nulla, ma capiva che quelle belle cose erano trappole per acchiappare i gonzi.
Gli stessi arnesi di cui si servono coloro che sanno di lettere per legarvi le mani o tirarvi fuori dei cavilli in un negozio.
Aveva voluto che la sua figliuola imparasse tutto ciò che insegnavano a scuola, perché era ricca, e un giorno o l'altro avrebbe fatto un matrimonio vantaggioso.
Ma appunto perch'era ricca tanta gente ci avrebbe fatti su dei disegni.
Insomma a lui non piacevano quei discorsi della zia e il fare del nipote che le teneva il sacco con quell'aria ritrosa di chi si fa pregare per mettersi a tavola, di chi vuol vender cara la sua mercanzia.
E le occhiate lunghe della cuginetta, i silenzi ostinati, quel mento inchiodato sul petto, quella smania di cacciarsi coi suoi libri in certi posti solitari, per far la letterata anche lei, una ragazza che avrebbe dovuto pensare a ridere e a divertirsi piuttosto...
Finora erano ragazzate; sciocchezze da riderci sopra, o prenderli a scappellotti tutt'e due, la signorina che mettevasi alla finestra per veder volare le mosche, e il ragazzo che stava a strologare da lontano, di cui vedevasi il cappello di paglia al disopra del muricciuolo o della siepe, ronzando intorno alla casina, nascondendosi fra le piante.
- Don Gesualdo aveva dei buoni occhi.
Non poteva indovinare tutte le stramberie che fermentavano in quelle teste matte, - i baci mandati all'aria, e il sole e le nuvole che pigliavano parte al duetto - a un miglio di distanza, - ma sapeva leggere nelle pedate fresche, nelle rose canine che trovava sfogliate sul sentiero, nell'aria ingenua di Isabella che scendeva a cercare le forbici o il ditale quando per combinazione c'era in sala il cugino, nella furberia di lui che fingeva di non guardarla, come chi passa e ripassa in una fiera dinanzi alla giovenca che vuol comprare senza darle neppure un'occhiata.
Vedeva anche nella faccia ladra di Nanni l'Orbo, nel fare sospettoso di lui, nell'aria sciocca che pigliava, quando rizzavasi fra i sommacchi, mettendosi la mano sugli occhi, per guardar laggiù, nel viale, o si cacciava carponi fra i fichi d'India, o veniva a portargli dei pezzi di carta che aveva trovato vicino alla fontana, dei calcinacci scrostati dal sedile, facendo il nesci:
- Don Gesualdo, che c'è stato vossignoria, lassù?...
Alle volte...
per far quattro passi...
L'erba sulla spianata è tutta pesta, come ci si fosse sdraiato un asino.
Ladri, no, eh?...
Ho paura di quelli del colèra piuttosto.
- No...
di giorno?...
che diavolo!...
bestia che sei!...
Non temere, qui stiamo cogli occhi aperti.
E ci stava davvero, con prudenza, per evitar gli scandali, aspettando che terminasse il colèra per scopare la casa, e finirla pulitamente con donna Sarina e tutti i suoi senza dar campo di parlare alle male lingue, rimbeccando la zia Cirmena che s'era messa a far la sapiente anche lei, a parlare col squinci e linci, tagliando corto a quelle chiacchiere sconclusionate che vi tiravano gli sbadigli dalle calcagna.
Un giorno, presenti tutti quanti, sputò fuori il fatto suo.
- Ah...
le canzonette? Roba che non empie pancia, cari miei! - La zia Cirmena si risentì alfine: - Voi pigliate tutto a peso e a misura, don Gesualdo! Non sapete quel che vuol dire...
Vorrei vedervici!...
- Egli allora, col suo fare canzonatorio, raccolse in mucchio libri e giornali ch'erano sul tavolino e glieli cacciò in grembo, a donna Sarina, ridendo ad alta voce, spingendola per le spalle quasi volesse mandarla via come fa il sensale nel conchiudere il negozio, vociando così forte che sembrava in collera, fra le risate:
- Be'...
pigliateli, se vi piacciono...
Potrete camparci su!...
Tutti si guardarono negli occhi.
Isabella si alzò senza dire una parola, ed uscì dalla stanza.
- Ah!...
- borbottò don Gesualdo.
- Ah!...
Ma visto che non era il momento, cacciò indietro la bile e voltò la cosa in scherzo:
- Anche a lei...
le piacciono le canzonette.
Come passatempo...
colla chitarra...
adesso che siamo in villeggiatura non dico di no.
Ma per lei c'è chi ha lavorato al sole e al vento, capite?...
E se ha la testa dura dei Trao, anche i Motta non scherzano, quanto a ciò...
- Bene, - interruppe la zia, - questo è un altro discorso.
- Ah, vi sembra un altro discorso?
- Ecco! - saltò su donna Sarina, pigliandosela a un tratto col nipote.
- Tuo zio parla pel tuo bene.
Non lo trovi, un parente affezionato come lui, senti!
- Certo, certo...
Voi siete una donna di giudizio, donna Sarina, e cogliete le parole al volo.
La Cirmena allora si mise a dimostrare che un ragazzo di talento poteva arrivare dove voleva, segretario, fattore, amministratore di una gran casa.
Le protezioni già non gli mancavano.
- Certo, certo, - continuava a ripetere don Gesualdo.
Ma non si impegnava più oltre.
Si dava da fare a rimettere le seggiole a posto, a chiudere le finestre, come a dire: - Adesso andate via.
- Però siccome il giovane voltava le spalle senza rispondere, con la superbia che avevano tutti quei parenti spiantati, donna Sarina non seppe più frenarsi, raccattando in furia i ferri da calza e gli occhiali, infilando il paniere al braccio senza salutar nessuno.
- Guardate s'è questa la maniera! Così si ringraziano i parenti della premura? Io me ne lavo le mani...
come Pilato...
Ciascuno a casa sua...
- Ecco la parola giusta, donna Sarina.
Ciascuno a casa sua.
Aspettate, che vi accompagno...
Eh? eh? che c'è?
Da un pezzo, mentre discorreva, tendeva l'orecchio all'abbaiare dei cani, al diavolìo che facevano oche e tacchini nella corte, a un correre a precipizio.
Poi si udì una voce sconosciuta in mezzo al chiacchierìo della sua gente.
Dal cancello s'affacciò il camparo, stralunato, facendogli dei segni.
- Vengo, vengo, aspettate un momento.
Tornò poco dopo che sembrava un altro, stravolto, col cappello di paglia buttato all'indietro, asciugandosi il sudore.
Donna Sarina voleva sapere a ogni costo cosa fosse avvenuto, fingendo d'aver paura.
- Nulla...
Le stoppie lassù avran preso fuoco...
V'accompagno.
E' cosa da nulla.
Nell'aia erano tutti in subbuglio.
Mastro Nardo, sotto la tettoia, insellava in fretta e in furia la mula baia di don Gesualdo.
Dinanzi al rastrello del giardino Nanni l'Orbo e parecchi altri ascoltavano a bocca aperta un contadino di fuorivia che narrava gran cose, accalorato, gesticolando mostrando il vestito ridotto in brandelli.
- Nulla, nulla, - ripetè don Gesualdo.
- V'accompagno a casa vostra.
Non c'è premura.
- Si vedeva però ch'era turbato, balbettava, grossi goccioloni gli colavano dalla fronte.
Donna Sarina s'ostinava ad aver paura, piantandosi su due piedi, frugando di qua e di là cogli occhi curiosi, fissandoli in viso a lui per scovar quel che c'era sotto: - Un caso di colèra, eh? Ce l'han portato sin qui? Qualche briccone? L'han colto sul fatto? - Infine don Gesualdo le mise le mani sulle spalle, guardandola fissamente nel bianco degli occhi: - Donna Sarina, a che giuoco giochiamo? Lasciatemi badare agli affari di casa mia! santo e santissimo! - E la mise bel bello sulla sua strada, di là dal ponticello.
Tornando indietro se la prese con tutta quella gente che sembrava ammutinata, comare Lia che aveva lasciato d'impastare il pane, sua figlia accorsa anche lei colle mani intrise di farina.
- Che c'è? che c'è? Voi, mastro Nardo, andate avanti colla mula.
Vi raggiungerò per via.
Lì, da quella parte, pel sentiero.
Non c'è bisogno di far sapere a tutto il vicinato se vo o se rimango.
E voialtri badate alle vostre faccende.
E cucitevi la bocca, ehi!...
senza suonar la tromba e andar narrando quel che mi succede, di qua e di là!...
Poi salì di sopra colle gambe rotte.
Bianca appena lo vide con quella faccia si impaurì.
Ma egli però non le disse nulla.
Temeva che i sorci ballassero mentre non c'era il gatto.
Mentre la moglie l'aiutava a infilarsi gli stivali, andava facendole certe raccomandazioni: - Bada alla casa.
Bada alla ragazza.
Io vo e torno.
Il tempo d'arrivare alla Salonia per mio padre che sta poco bene.
Gli occhi aperti finché non ci son io, intendi? - Bianca da ginocchioni com'era alzò il viso attonito.
- Svegliati! Come diavolo sei diventata? Tale e quale tuo fratello don Ferdinando sei! Tua figlia ha la testa sopra il cappello, te ne sei accorta? Abbiamo fatto un bel negozio a metterle in capo tanti grilli! Chissà cosa s'immagina? E gli altri pure...
Donna Sarina e tutti gli altri! Serpi nella manica!...
Dunque, niente visite, finché torno...
e gli occhi aperti sulla tua figliuola.
Sai come sono le ragazze quando si mettono in testa qualcosa!...
Sei stata giovane anche tu...
Ma io non mi lascio menare pel naso come i tuoi fratelli, sai!...
No, no, chetati! Non è per rimproverarti...
L'hai fatto per me, allora.
Sei stata una buona moglie, docile e obbediente, tutta per la casa...
Non me ne pento.
Dico solo acciò ti serva d'ammaestramento, adesso.
Le ragazze per maritarsi non guardano a nulla...
Tu almeno non facevi una pazzia...
Non te ne sei pentita neppur tu, è vero? Ma adesso è un altro par di maniche.
Adesso si tratta di non lasciarsi rubare come in un bosco...
Bianca, ritta accanto all'uscio, col viso scialbo, spalancò gli occhi, dove era in fondo un terror vago, uno sbalordimento accorato, l'intermittenza dolorosa della ragione annebbiata ch'era negli occhi di don Ferdinando.
- Ah! Hai capito finalmente! Te ne sei accorta anche tu! E non mi dicevi nulla!...
Tutte così voialtre donne...
a tenervi il sacco l'una coll'altra!...
congiurate contro chi s'arrovella pel vostro meglio!
- No!...
vi giuro!...
Non so nulla!...
Non ci ho colpa...
Che volete da me?...
Vedete come son ridotta!...
- Non lo sapevi? Cosa fai dunque? Così tieni d'occhio tua figlia...
E' questa una madre di famiglia?...
Tutto sulle mie spalle! Ho le spalle grosse.
Ho lo stomaco pieno di dispiaceri...
E sto benone io!...
Ho la pelle dura.
E se ne andò col dorso curvo, sotto il gran sole, ruminando tutti i suoi guai.
Il messo ch'era venuto a chiamarlo dalla Salonia l'aspettava in cima al sentiero, insieme a mastro Nardo che tirava la mula zoppicando.
Come lo vide da lontano si mise a gridare:
- Spicciatevi, vossignoria.
Se arriviamo tardi, per disgrazia, la colpa è tutta mia.
Cammin facendo raccontava cose da far drizzare i capelli in testa.
A Marineo avevano assassinato un viandante che andava ronzando attorno all'abbeveratoio, nell'ora calda, lacero, scalzo, bianco di polvere, acceso in volto, con l'occhio bieco, cercando di farla in barba ai cristiani che stavano a guardia da lontano, sospettosi.
A Callari s'era trovato un cadavere dietro una siepe, gonfio come un otre: l'aveva scoperto il puzzo.
La sera, dovunque, si vedevano dei fuochi d'artifizio, una pioggia di razzi, tale e quale la notte di San Lorenzo, Dio liberi! Una donna incinta, che s'era lasciata aiutare da uno sconosciuto, mentre portava un carico di legna al Trimmillito, era morta la stessa notte all'improvviso, senza neanche dire - Cristo aiutami - colla pancia piena di fichi d'India.
- Vostro padre l'ha voluto lui stesso il colèra, sissignore.
Tutti gli dicevano: Non aprite se prima il sole non è alto! Ma sapete che testa dura! Il colèra ce l'ha portato alla Salonia un viandante che andava intorno colla bisaccia in spalla.
Di questi tempi, figuratevi! C'è chi l'ha visto a sedere, stanco morto, sul muricciuolo vicino alla fattoria.
Poi tutta la notte rumori sul tetto e dietro gli usci...
E le macchie d'unto che si son trovate qua e là a giorno fatto!...
Come della bava di lumaca...
Sissignore!...
Quella bestia dello speziale continua a predicare di scopar le case, di pigliarsela coi maiali e colle galline, per tener lontano il colèra! Adesso il veleno ce lo portano le bestie del Signore, che non hanno malizia! avete inteso, vossignoria?...
Roba da accopparli tutti quanti sono, medici, preti e speziali, perché loro ogni cristiano che mandano al mondo della verità si pigliano dodici tarì dal re! E l'arciprete Bugno ha avuto il coraggio di predicarlo dall'altare: - Figliuoli miei, so che ce l'avete con me, a causa del colèra.
Ma io sono innocente.
Ve lo giuro su quest'ostia consacrata! - Io non so s'era innocente o no.
So che ha acchiappato il colèra anche lui, perché teneva in casa quelle bottiglie che mandano da Napoli per far morire i cristiani.
Io non so niente.
Il fatto è che i morti fioccano come le mosche: Donna Marianna Sganci, Peperito...
III
Allorché giunsero alla Salonia trovarono che tutti gli altri inquilini della fattoria caricavano muli ed asinelli per fuggirsene.
Inutilmente Bomma, che era venuto dalla vigna, lì vicino, si sgolava a gridare:
- Bestie! s'è una perniciosa!...
se ha una febbre da cavallo! Non si muore di colèra con la febbre!
- Non me ne importa s'è una perniciosa! - borbottò infine Giacalone.
- I medici già son pagati per questo!...
Mastro Nunzio stava male davvero: la morte gli aveva pizzicato il naso e gli aveva lasciato il segno delle dita sotto gli occhi, un'ombra di filiggine che gli tingeva le narici assottigliate, gli sprofondava gli occhi e la bocca sdentata in fondo a dei buchi neri, gli velava la faccia terrea e sporca di peli grigi.
Aprì quegli occhi a stento, udendo suo figlio Gesualdo che gli stava dinanzi al letto, e disse colla voce cavernosa:
- Ah! sei venuto a vedere la festa, finalmente?
Santo, come un allocco, stava seduto sullo scalino dell'uscio, senza dir nulla, coi lucciconi agli occhi.
Burgio e sua moglie si affrettavano a insaccare un po' di grano, per non morir di fame dove andavano, appena avrebbe chiusi gli occhi il vecchio.
Nel cortile c'erano anche le mule cariche di roba.
Don Gesualdo afferrò pel vestito Bomma, il quale stava per andarsene anche lui.
- Che si può fare, don Arcangelo? Comandate! Tutto quello che si può fare, per mio padre...
tutto quello che ho!...
Non guardate a spesa...
- Eh! avrete poco da spendere...
Non c'è nulla da fare...
Sono venuto tardi.
La china non giova più!...
una perniciosa coi fiocchi, caro voi! Ma però non muore di colèra, e non c'è motivo di spaventare tutto il vicinato, come fanno costoro!
Il vecchio stava a sentire, cogli occhi inquieti e sospettosi in fondo alle orbite nere.
Guardava Gesualdo che si affannava intorno al farmacista, Speranza la quale strillava e singhiozzava aiutando il marito ne' preparativi della partenza, Santo che non si muoveva, istupidito, i nipoti qua e là per la casa e nel cortile, e Bomma che gli voltava le spalle, scrollando il capo, facendo gesti d'impazienza.
Speranza infine andò a consegnare le chiavi a suo fratello, seguitando a brontolare:
- Ecco! Mi piace che siete venuto...
Così non direte che vogliamo fare man bassa sulla roba, io e mio marito, appena chiude gli occhi nostro padre...
- Non sono ancora morto, no! - si lamentò il vecchio dal suo cantuccio.
Allora si alzò come una furia l'altro figliuolo, Santo, con la faccia sudicia di lagrime, vociando e pigliandosela con tutti quanti:
- Il viatico che non glielo date, razza di porci?...
Che lo fate morire peggio di un cane?...
- Non sono ancora morto! - piagnucolò di nuovo il moribondo.
- Lasciatemi morire in pace, prima!...
- Non è per la roba, no! - gli rispose il genero Burgio accostandosi al letto e chinandosi sul malato come parlasse a un bambino: - Anzi è per vostro amore che vogliamo farvi confessare e comunicare prima di chiudere gli occhi.
- Ah!...
ah!...
Non vi par l'ora!...
Lasciatemi in pace...
lasciatemi!...
Giunse la sera e passò la notte a quel modo.
Mastro Nunzio nell'ombra stava zitto e immobile, come un pezzo di legno; soltanto ogni volta che gli facevano inghiottire a forza la medicina, gemeva, sputava, e lamentavasi ch'era amara come il veleno, ch'era morto, che non vedevano l'ora di levarselo dinanzi.
Infine, perché non lo seccassero, voltò il naso contro il muro, e non si mosse più.
- Poteva essere mezzanotte, sebbene nessuno s'arrischiasse ad aprire la finestra per guardar le stelle.
- Speranza ogni tanto s'accostava al malato in punta di piedi, lo toccava, lo chiamava adagio adagio; ma lui zitto.
Poi tornava a discorrere sottovoce col marito che aspettava tranquillamente, accoccolato sullo scalino, dormicchiando.
Gesualdo stava seduto dall'altra parte col mento fra le mani.
In fondo allo stanzone si udiva il russare di Santo.
I nipoti erano già partiti colla roba, insieme agli altri inquilini e un gatto abbandonato s'aggirava miagolando per la fattoria, come un'anima di Purgatorio: una cosa che tutti alzavano il capo trasalendo, e si facevano la croce al vedere quegli occhi che luccicavano nel buio, fra le travi del tetto e i buchi del muro; e sulla parete sudicia vedevasi sempre l'ombra del berretto del vecchio, gigantesca, che non dava segno di vita.
Poi, tre volte, si udì cantare la civetta.
Quando Dio volle, a giorno fatto, dopo un pezzo che il giorno trapelava dalle fessure delle imposte e faceva impallidire il lume posato sulla botte, Burgio si decise ad aprire l'uscio.
Era una giornata fosca, il cielo coperto, un gran silenzio per la pianura smorta e sassosa.
Dei casolari nerastri qua e là, l'estremità del paese sulla collina in fondo, sembravano sorgere lentamente dalla caligine, deserti e silenziosi.
Non un uccello, non un ronzìo, non un alito di vento.
Solo un fruscìo fuggì spaventato fra le stoppie all'affacciarsi che fece Burgio, sbadigliando e stirandosi le braccia.
- Massaro Fortunato!...
venite qua, venite! - chiamò in quel punto la moglie colla voce alterata.
Gesualdo chino sul lettuccio del genitore, lo chiamava, scuotendolo.
La sorella, arruffata, discinta, che sembrava più gialla in quella luce scialba, preparavasi a strillare.
Infine Burgio, dopo un momento, azzardò la sua opinione: - Signori miei, a me sembra morto di cent'anni.
Scoppiò allora la tragedia.
Speranza cominciò a urlare e a graffiarsi la faccia.
Santo, svegliato di soprassalto, si dava dei pugni in testa, fregandosi gli occhi, piangendo come un ragazzo.
Il più turbato di tutti però era don Gesualdo, sebbene non dicesse nulla, guardando il morto che guardava lui colla coda dell'occhio appannato.
Poi gli baciò la mano, e gli coprì la faccia col lenzuolo.
Speranza, inconsolabile, minacciava di correre al paese per buttarsi nella cisterna, di lasciarsi morir di fame: - Cosa ci fo più al mondo adesso? Ho perso il mio sostegno! la colonna della casa! - Quel piagnisteo durò la giornata intera.
Inutilmente il marito per consolarla le diceva che don Gesualdo non li avrebbe abbandonati.
Erano tutti figli suoi, orfanelli bisognosi.
Santo col viso sudicio guardava or questo e or quello come aprivano bocca.
- No! - s'ostinava Speranza.
- E' morto, ora, mio padre! Non c'è nessuno che pensi a noi!
Gesualdo che l'aveva lasciata sfogare un pezzo tentennando il capo, cogli occhi gonfi, le disse infine:
- Hai ragione!...
Non ho fatto mai nulla per voialtri!...
Hai ragione di lagnarti della buona misura!...
- No, - interruppe Burgio.
- No! Parole che scappano nel brucio, cognato.
Intanto bisognava pensare a seppellire il morto, senza un cane che aiutasse, a pagarlo tant'oro! Un falegname, lì al Camemi, mise insieme alla meglio quattro asserelle a mo' di bara, e mastro Nardo scavò la buca dietro la casa.
Poi Santo e don Gesualdo dovettero fare il resto colle loro mani.
Burgio però stava a vedere da lontano, timoroso del contagio, e sua moglie piagnucolava che non le bastava l'animo di toccare il morto.
Le faceva male al cuore, sì! Dopo, asciugatisi gli occhi, rifatto il letto, rassettata la casa, nel tempo che mastro Nardo preparava le cavalcature, e aspettavano seduti in crocchio, ella attaccò il discorso serio.
- E ora, come restiamo intesi?
Tutti quanti si guardarono in faccia a quell'esordio.
Massaro Fortunato tormentava la nappa della berretta, e Santo sgranò gli occhi.
Don Gesualdo però non aveva capito l'antifona, col viso in aria, cercava il verbo.
- Come restiamo intesi? Perché? Di che cosa?
- Per discorrere dei nostri interessi, eh? Per dividerci l'eredità che ha lasciato quella buon'anima, tanto paradiso! Siamo tre figliuoli...
Ciascuno la sua parte...
secondo vi dice la coscienza...
Voi siete il maggiore, voi fate le parti...
e ciascuno di noi piglia la sua...
Però se ci avete il testamento...
Non dico...
Allora tiratelo fuori, e si vedrà.
Don Gesualdo, che era don Gesualdo, rimase a bocca aperta a quel discorso.
Stupefatto, cercava le parole, balbettava:
- L'eredità?...
Il testamento?...
La parte di che cosa?...
Allora Speranza infuriò.
- Come? Di questo si parlava.
Non erano tutti figli dello stesso padre? E il capo della casa chi era stato? Sinora aveva avuto le mani in pasta don Gesualdo, vendere, comprare...
Ora, ciascuno doveva avere la sua parte.
Tutto quel ben di Dio, quelle belle terre, la Canziria, la Salonia stessa dove avevano i piedi, erano forse piovuti dal cielo? - Burgio, più calmo, metteva buone parole; diceva che non era quello il momento, col morto ancora caldo.
Tappava la bocca alla moglie; cacciava indietro il cognato Santo, il quale aveva aperto tanto d'orecchi e vociava: - No, no, lasciatela dire! - Infine volle che si abbracciassero, lì, nella stanza dove erano rimasti poveri orfanelli.
Don Gesualdo era un galantuomo, un buon cuore.
Non l'avrebbe fatta una porcheria.
- Non scappate! Sentite qua! Non è vero? Non siete un galantuomo?
- No! no! Lasciatemi sentire quello che pretendono.
E' meglio spiegarsi chiaro.
Ma la sorella non gli dava più retta, seduta su di un sasso, fuori dell'uscio, borbottando fra di sè.
Massaro Fortunato toccò pure degli altri tasti: il gastigo di Dio che avevano sulle spalle, l'ora che si faceva tarda.
Intanto mastro Nardo tirò fuori la mula dalla stalla.
Rimasero ancora un pezzetto lì fuori a tenersi il broncio.
Poi don Gesualdo propose di condurseli tutti a Mangalavite.
Il cognato Burgio serrava l'uscio a chiave, e caricava sul basto i pochi panni, che aveva raccolti in un fagottino.
Speranza non rispose subito all'invito del fratello, sciorinando lo scialle per accingersi alla partenza, guardando di qua e di là, cogli occhi torvi.
Infine spiattellò quel che aveva sullo stomaco:
- A Mangalavite?...
No, grazie tante!...
Cosa ci verrei a fare...
se dite che è roba vostra?...
Sarebbe anche un disturbo per vostra moglie e la figliuola...
due signore avvezze a stare coi loro comodi...
Noi poveretti ci accomodiamo alla meglio...
Andremo alla Canziria.
Andremo piuttosto alla fornace del gesso che ha lasciato mio padre, buon'anima...
Quella sì!...
Colà almeno saremo a casa nostra.
Non direte d'averla comperata coi vostri guadagni la fornace del gesso!...
No, no, sto zitta, massaro Fortunato! Se ne parlerà poi, chi campa.
Chi campa tutto l'anno vede ogni festa.
Vi saluto, don Gesualdo.
Sarà quel che vuol Dio.
Beato quel poveretto che adesso è tranquillo, sottoterra!...
Brontolava ancora ch'era già in viaggio, sballottata dall'ambio della cavalcatura, colla schiena curva, e il vento che le gonfiava lo scialle dietro.
Don Gesualdo montò a cavallo lui pure, e se ne andò dall'altra parte, col cuore grosso dell'ingratitudine che raccoglieva sempre, voltandosi indietro, di tanto in tanto, a guardare la fattoria rimasta chiusa e deserta, accanto alla buca ancora fresca, e la cavalcata dei suoi che si allontanavano in fila, uno dopo l'altro, di già come punti neri nella campagna brulla che s'andava oscurando.
Dopo un pezzetto, mastro Nardo che ci aveva pensato su, fece l'orazione del morto:
- Poveretto! Ha lavorato tanto...
per tirare su i figliuoli...
per lasciarli ricchi...
Ora è sotto terra! Vi rammentate, vossignoria, quando è rovinato il ponte, a Fiumegrande, e voleva annegarsi?...
Ecco cos'è il mondo! Oggi a te, domani a me.
Il padrone gli rivolse un'occhiata brusca, e tagliò corto:
- Zitto, bestia!...
Anche tu!...
Potevano essere due ore di notte quando arrivarono alla Fontana di don Cosimo, con una bella sera stellata, il cielo tutto che sembrava formicolare attorno a Budarturo, sulla distesa dei piani e dei monti che s'accennava confusamente.
La mula, sentendo la stalla vicina, si mise a ragliare.
Allora abbaiarono dei cani; laggiù in fondo comparvero dei lumi in mezzo all'ombra più fitta degli alberi che circondavano la casina, e s'udirono delle voci, un calpestìo precipitoso come di gente che corresse; lungo il sentiero che saliva dalla valle si udì un fruscìo di foglie secche, dei sassi che precipitarono rimbalzando, quasi alcuno s'inerpicasse cautamente.
Poi silenzio.
A un tratto, dal buio, sul limite del boschetto, partì una voce:
- Ehi, don Gesualdo?
- Ehi, Nanni, che c'è?
Compare Nanni non rispose, mettendosi a camminare accanto alla mula.
Dopo un momento masticò sottovoce, quasi a malincuore:
- C'è che son qui per guardarvi le spalle!
Don Gesualdo non chiese altro.
Scendevano per la viottola in fila.
Nanni l'Orbo aggiunse soltanto, di lì a un po': - Si fece la festa, eh? - E come il padrone continuava a tacere, conchiuse: - L'ho capito alla cera che avete, vossignoria.
Mondo di guai!...
L'uno dopo l'altro! - Giunti alla fontana infine disse:
- Smontiamo qui, eh? Mastro Nardo se ne andrà pel viale colle cavalcature, e noi da questa parte, per far più presto.
Don Gesualdo capì subito, e non se lo fece dire due volte.
Andavano in silenzio, lungo il muro, quasi ci vedessero al buio.
A un certo punto l'Orbo accennò delle pietre sparse per terra, una specie di breccia fra le spine che coronavano il muro, e disse piano: - Vedete, vossignoria? - L'altro affermò col capo, e scavalcò il chiuso.
Nanni l'Orbo coll'acciarino accese un zolfanello e andarono seguendo le pedate passo passo, sino alla casina.
Sotto la finestra di donna Isabella l'Orbo additò in silenzio l'erba ch'era tutta pesta, quasi ci si fossero davvero sdraiati degli asini.
- I cani poi come fossero alloppiati! - osservò compare Nanni con quel fare misterioso.
- Se non ero io, che ho l'orecchio fino...
Dicevo a Diodata: Finché manca il padrone bisogna stare coll'orecchio teso, per guardargli le spalle...
Allora ho mandato Nunzio sul ponticello, mentre io con Gesualdo arrivavo dalla parte del palmento...
Sissignore dov'è alloggiata donna Sarina col nipote...
Se i cani sono stati zitti, dicevo fra di me...
- Va bene.
Adesso taci.
Di lassù potrebbero udirti.
Il giorno dopo, ricevendo le visite di condoglianza, vestito di nero, colla barba lunga, appena donna Sarina ebbe fatto l'elogio del morto e del vivo, asciugandosi gli occhi, rimboccandosi le maniche per correre in cucina ad aiutare in quello scompiglio, don Gesualdo la fermò nell'andito, senza tanti complimenti.
- Sapete, donna Sarina?...
il servizio che dovreste farmi sarebbe d'andarvene.
Patti chiari e amici cari, non è vero? Ho bisogno di quelle due stanze...
pei miei motivi.
Sinora non vi ho detto nulla.
Ma voi avrete ammirato la mia prudenza, eh?
La Cirmena diventò verde.
S'aggiustò il vestito, sorridendo, pigliandola con disinvoltura: - Bene, bene.
Ho capito.
Una volta che vi servono quelle due stanzuccie...
Se avete i vostri motivi...
Anche subito, su due piedi...
colèra o no!...
La gente non ha da dire se me ne mandate via in mezzo al colèra!...
Siete il padrone.
Ciascuno sa i fatti di casa sua.
Soltanto, se permettete, vado prima a salutare mia nipote.
Non so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta zitta...
Le male lingue, sapete!...
Bianca non arrivava a capacitarsi: - Come? andarsene via? nel fitto del colèra? Perché? Cos'era stato? - La zia Cirmena adduceva diversi pretesti strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; interessi gravi di casa; Corrado aveva ricevuto una lettera urgentissima.
- Gli rincresce anche a lui, poveretto.
Gli è arrivata fra capo e collo.
S'era tanto affezionato a questi luoghi...
Anche poco fa mi diceva: - Zia, oggi è l'ultima passeggiata che andrò a fare alla sorgente...
- Don Gesualdo, fuori dei gangheri, tagliò corto a quei discorsi sciocchi.
- Scusate, donna Sarina.
Mia moglie non capisce più niente...
Diventano tutti così nella sua famiglia...
Doveva toccare a me!...
Isabella invece s'era fatta pallida come un cadavere.
Ma non si mosse, non disse nulla, una vera Trao, col viso fermo e impenetrabile.
Ricambiava anche gli abbracci e i saluti affettuosi della zia, sforzandosi di sorridere, con una ruga sottile fra le ciglia.
Poi, quando fu sola, a un tratto, con un gesto disperato, si strappò la gorgierina che la soffocava, con un'onda di sangue al volto, un abbarbagliamento improvviso dinanzi agli occhi, una fitta, uno spasimo acuto che la fece vacillare, annaspando, fuori di sé.
Voleva vederlo, l'ultima volta, a qualunque costo, quando tutti sarebbero stati a riposare, dopo mezzogiorno, e che alla casina non si moveva anima viva.
La Madonna l'avrebbe aiutata: - La Madonna!...
la Madonna!...
- Non diceva altro, con una confusione dolorosa nelle idee, la testa in fiamme, il sole che le ardeva sul capo, gli occhi che le abbruciavano, una vampa nel cuore che la mordeva, che le saliva alla testa, che l'accecava, che la faceva delirare: - Vederlo! a qualunque costo!...
Domani non lo vedrò più!...
più!...
più!...
- Non sentiva le spine; non sentiva i sassi del sentiero fuori mano che aveva preso per arrivare di nascosto sino a lui.
Ansante, premendosi il petto colle mani, trasalendo a ogni passo, spiando il cammino con l'occhio ansioso.
Un uccelletto spaventato fuggì con uno strido acuto.
La spianata era deserta, in un'ombra cupa.
C'era un muricciuolo coperto d'edera triste, una piccola vasca abbandonata nella quale imputridivano delle piante acquatiche, e dei quadrati d'ortaggi polverosi al di là del muro, tagliati dai viali abbandonati che affogavano nel bosco irto di seccumi gialli.
Da per tutto quel senso di abbandono, di desolazione, nella catasta di legna che marciva in un angolo, nelle foglie fradicie ammucchiate sotto i noci, nell'acqua della sorgente la quale sembrava gemere stillando dai grappoli di capelvenere che tappezzavano la grotta, come tante lagrime.
Soltanto fra le erbacce del sentiero pel quale lui doveva venire, dei fiori umili di cardo che luccicavano al sole, delle bacche verdi che si piegavano ondeggiando mollemente, e dicevano: Vieni! vieni! vieni! Attraversò guardinga il viale che scendeva alla casina, col cuore che le balzava alla gola, le batteva nelle tempie, le toglieva il respiro.
C'erano lì, fra le foglie secche, accanto al muricciuolo dove lui s'era messo a sedere tante volte, dei brani di carta abbruciacchiati, umidicci, che s'agitavano ancora quasi fossero cose vive; dei fiammiferi spenti, delle foglie d'edera strappate, dei virgulti fatti in pezzettini minuti dalle mani febbrili di lui, nelle lunghe ore d'attesa, nel lavorìo macchinale delle fantasticherie.
S'udiva il martellare di una scure in lontananza; poi una canzone malinconica che si perdeva lassù, nella viottola.
Che agonìa lunga! Il sole abbandonava lentamente il sentiero; moriva pallido sulla rupe brulla di cui le forre sembravano più tristi, ed ella aspettava ancora, aspettava sempre.
- Signor don Gesualdo...
Venite qua, se permettete...
Ho da parlarvi.
- Nanni l'Orbo, continuando a chiamarlo, dall'aia, affettava di non poter mettere il piede nel cortile, coll'aria misteriosa, finchè il padrone andò a sentire quel che diavolo volesse, dandogli una buona strapazzata, per cominciare:
- T'ho detto tante volte di non lasciarti vedere da queste parti! Che diavolo!...
Se lo fai apposta...
- Nossignore.
Appunto, vi ho chiamato qui fuori.
Dobbiamo parlare da solo a solo, per quel che ho da dirvi...
Qui nel giardino.
Siamo aspettati.
C'erano infatti Nunzio e Gesualdo di Diodata, vestiti da festa, colle mani in tasca, e un fazzolettino nero al collo.
Compare Nanni lo fece notare al padrone.
- Il sangue è sangue.
Avete da ridirci? Tutti e due...
hanno voluto portare il lutto alla buon'anima di vostro padre...
per rispetto, senza secondi fini...
Soltanto, vossignoria potete aiutarli senza mettere mano alla tasca...
Ecco, loro vorrebbero a mezzadria quel pezzo di terra ch'è sotto la fontana.
Sono due bravi ragazzi, laboriosi.
Vi somigliano, don Gesualdo...
Se date loro qualche agevolazione, pensate infine che non lo fate per degli estranei!...
Don Gesualdo tentennava, insospettito da una parte d'esser preso così alla sprovvista, e cedendo nel tempo istesso, suo malgrado, a quella certa voce interna che gli andava ripicchiando dentro tutti gli argomenti messi fuori da compare Nanni per persuaderlo.
- Infine cosa domandavano?...
del lavoro...
Lui che poteva tanto!...
Un affare di coscienza!...
Avrebbe fatto un buon negozio anche...
- A un certo punto l'Orbo propose di mandare a chiamare Diodata perché dicesse la sua.
Don Gesualdo allora, per levarsi quella noia, per sgravio di coscienza, come diceva quell'altro fissando i due ragazzoni, che seguivano passo passo colle mani in tasca, senza aprir bocca, si lasciò scappare: - Be'...
be', se si parla soltanto del pezzo di terra ch'è sotto la fontana...
Se non fate come il riccio che poi allarga le spine...
- Sissignore! Che vuol dire! - saltò su compare Nanni pigliandolo subito in parola.
- Quello solo! Mezza salma di terra in tutto.
Possiamo andare a vedere.
E' qui vicino.
Vi metteremo i segnali sotto i vostri occhi, giacché siete qui, perchè non temiate che vi si rubi...
Giusto!...
ci abbiamo anche dei testimoni, vedete...
La signorina, lassù, sotto il gran noce...
Don Gesualdo guardò dove diceva l'Orbo, e si sbiancò subito in viso.
A un tratto, mutò cera e maniera, e congedò tutti bruscamente:
- Va bene, ne parleremo...
C'è tempo.
Non si piglia così la gente pel collo, santo e santissimo! Ho detto di sì; ora andatevene!
I due giovani sgattaiolarono mogi mogi a quella sfuriata, mentre Nanni si cacciava fra le macchie per godersi la scena da lontano.
Don Gesualdo saliva già in fretta pel viale, come avesse vent'anni, sottosopra.
Isabella se lo vide comparire dinanzi all'improvviso con una faccia che quasi la fece tramortire dallo spavento.
Egli non le disse nulla.
Se la prese per mano, come una bambina, e se la portò a casa.
Lei si lasciava condurre, come una morta, col cuore morto, senza vedere, inciampando nei sassi.
Solo di tanto in tanto si cacciava la mano nei capelli, quasi sentisse lì un gran smarrimento, un gran dolore.
Bianca al vederli arrivare a quel modo si mise a tremare come una foglia.
Il marito le consegnò la figliuola con un'occhiata terribile, tentennando il capo.
Ma non disse nulla.
Si mise a passeggiare per la stanza, asciugandosi tratto tratto col fazzoletto il fiele che ci aveva in bocca.
Poi aprì l'uscio di colpo e se ne andò.
Girava da per tutto come un bue infuriato, sbattendo gli usci, pigliandosela con chi gli capitava.
Udivasi ovunque la sua voce che faceva tremare la casa:
- Nardo, dove sei stato sino ad ora? T'avevo detto di portarmi quelle forbici alla vigna? - Non sono rientrati ancora i puledri? Me li farà storpiare quell'animale di Brasi! Gli darò ora il fatto suo, appena torna! - Di', Santoro? avete terminato di mietere i sommacchi lassù?...
Cosa diavolo avete fatto dunque tutta la giornata?...
Appena manca un momento il padrone!...
Assassini! nemici salariati!...
- Martino! il lume accendi, Martino, per mungere le pecore! Mi verserai per terra tutto il latte, così al buio, bestia!...
- Ancora non hanno acceso il lume lassù! Che fanno? Recitano il rosario?...
Concetta! Concetta! Siamo ancora al buio! Cosa diavolo fate? Che casa, appena volto le spalle io!...
Che succederà se io chiudo gli occhi?...
Dopo un po' di tempo tornò a bussare all'uscio delle donne, e siccome non aprivano subito lo sfondò con un calcio.
Bianca allora si rivoltò inferocita, simile a una chioccia che difende i pulcini, con un viso che nessuno le aveva mai visto; il viso stralunato dei Trao, in cui gli occhi luccicavano come quelli di una pazza sul pallore e la magrezza spaventosa, coprendo col suo il corpo della figliuola ch'era stesa bocconi sul letto, col viso nel guanciale, scossa da sussulti nervosi.
- Ah! me la volete uccidere dunque? Non vi basta? Non vi basta? Me la volete uccidere?
Non si riconosceva più, tanto che lo stesso don Gesualdo rimase sconcertato.
Ora cercava di pigliarla colle buone, vinto da uno sconforto immenso, dall'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva alla gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece.
- Avete ragione!...
Io sono il tiranno! Ho il cuore e la pelle dura, io! Sono il bue da lavoro...
Se m'ammazzo a lavorare è per voialtri, capite? A me basterebbe un pezzo di pane e formaggio...
Vuol dire che ho lavorato per buttare ogni cosa in bocca al lupo...
il mio sangue e la mia roba!...
Avete ragione!...
Bianca volle balbettare qualche parola.
Allora egli si voltò infuriato contro di lei, con le mani in aria, la bocca spalancata.
Ma non disse nulla.
Guardò la figliuola che si era appoggiata tutta tremante alla sponda del lettuccio, col viso gonfio, le trecce allentate; allora lasciò cadere le braccia e si mise a passeggiare innanzi e indietro per la camera, picchiando le mani una sull'altra, soffiando e sbuffando, cogli occhi a terra, quasi cercasse le parole, cercando le maniere che ci volevano per far capire la ragione a quelle teste