MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 41
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Rosaura (questo è il nome della vedova) prende tempo a decidere.
Il primo e secondo atto passano in visite, tentativi, rivalità, essendo sempre in contrasto i caratteri della rispettive nazioni; da tutto ciò risulta un complesso comico molto vario, molto decente.
Debbo rimproverarmi solamente di aver dato un po' troppo di caricatura alla parte del cavaliere, ma non ho colpa: avevo veduti a Firenze, Livorno, Milano e Venezia parecchi Francesi, onde incontrati gli originali ne avevo fatto la copia.
Giunto poi a Parigi, ho conosciuto il mio errore, poiché non ho mai veduto quelle figure ridicole da me trovate in Italia; onde, o la maniera di pensare e di essere ha da venticinque anni a questa parte mutato in Francia affatto indole, o i Francesi nei paesi stranieri hanno piacere di far torto a sé stessi.
L'ultimo atto di questa commedia è il più importante e il più vivace.
La vedova, a cui con tutta ragione diedi l'epiteto di scaltra, vuole assicurarsi sempre più dell'attaccamento e della sincerità dei suoi quattro pretendenti: approfitta perciò del carnevale di Venezia, e mascherandosi in quattro diverse forme fa, una volta dopo l'altra, da compatriota dei quattro suoi forestieri.
Seria con l'Inglese, capricciosa col Francese, grave e severa con lo Spagnolo, e amorosa col Romano.
Mediante la maschera, la simulazione dei costumi e della voce inganna sì bene i suoi amanti, che i primi tre cadono nella rete e preferiscono di sostener la donna del loro paese; il solo conte ricusa i tentativi dell'incognita, per non mancare alla fedeltà della sua bella.
La vedova allora dà una festa da ballo in casa propria e fa invitare i quattro forestieri, che non mancano d'intervenirvi.
Palesa ad alta voce la prova ch'essa aveva fatto della loro sincerità e offre la mano al conte, che trovasi al colmo del contento.
Milord approva il suo modo di agire; il cavaliere domanda il posto di cicisbeo; e lo Spagnolo, sdegnato dall'astuzia, condanna gl'Italiani e parte; si principia il ballo, e così termina la rappresentazione.
Benché avessi dato parecchie composizioni di esito felicissimo, niuna per altro era pervenuta al punto di questa.
Fu rappresentata trenta volte di seguito, ed è stata esposta ovunque con la stessa buona sorte.
Il principio dunque della mia riforma non poteva esser più splendido.
Tenevo ancora un'altra commedia per il carnevale, ma era necessario che la chiusa del teatro non smentisse i fortunati successi di quest'anno decisivo; seppi perciò trovar l'opera adattata a coronare le mie fatiche.
Avevo veduto al teatro di San Luca una commedia intitolata Le Putte di Castello, commedia popolare, il cui soggetto principale era una Veneziana priva d'intelletto, senza costumi e senza condotta.
Quest'opera comparve avanti la legge della censura degli spettacoli.
Tutto era cattivo: caratteri, intreccio, dialogo; tutto pericoloso; frattanto era una commedia secondo il gusto della nazione, divertiva il pubblico, tirava la gente, e si rideva a quelle disdicevoli buffonerie.
Ero sì contento di questo pubblico, che incominciava a preferir la commedia alla farsa e la decenza alla sciocchezza, che per impedire il male che quella rappresentazione poteva produrre negli animi ancor vacillanti, ne diedi un'altra dello stesso genere, ma molto più onesta e istruttiva, col titolo La Putta onorata, la quale poteva dirsi appunto il contravveleno delle Putte di Castello.
L'eroina della mia commedia era di condizione volgare, ma per i suoi costumi e la sua condotta piaceva a ogni ceto di persone, non meno che a tutti i cuori onesti e sensibili.
Bettina, orfana, sostentandosi col lavoro delle proprie mani, è forzata a convivere in compagnia della sorella e di Arlecchino suo cognato, entrambi pessimi soggetti.
La ragazza, che molto lo ama, non gli permette di andare a trovarla in casa, né lo vede, né gli parla che dalla sua finestra; ma la sorella, dolente di veder questo giovane passeggiare per strada, lo fa qualche volta entrare.
Bettina va sempre a chiudersi in camera, temendo i pericoli dell'amore e le ciarle dei vicini.
Pantalone, negoziante veneziano, conosceva bene questa fanciulla, la stimava molto e le dava di tempo in tempo qualche aiuto, avendole perfin promesso di maritarla; ma confidando essa al medesimo la sua inclinazione, egli non va d'accordo che sposi un uomo senza stato e senza fortuna.
Il marchese di Ripaverde vede Bettina, se ne innamora e fa tentativi per sedurla; la sorella e il cognato sono del suo partito, ma non è possibile scuotere la fermezza della virtuosa orfanella: il marchese la fa rapire ed essa resiste sempre; le fa persino la proposizione di maritarla al vero amante, che era figlio del suo gondoliere, ma Bettina ricusa di accettare il matrimonio per mezzo suo.
Questa rappresentazione ha molto brio, molto intreccio, molti accidenti.
Il marchese essendo ammogliato, giunge alla signora marchesa consorte la notizia della nuova passione del marito; essa prende a sdegno Bettina, ma vedutola e parlatole, diviene la sua amica e la sua protettrice.
Intanto Lelio, creduto figlio di Pantalone, arriva da Livorno, ove era stato allevato fin dai primi anni; non conosce di persona suo padre, e differisce di andarlo a trovare, per godere con libertà i divertimenti del carnevale di Venezia.
Lelio è un libertino che scarseggia a danari, e che ne cerca da ogni parte; il marchese gli propone di bastonare un uomo che gli aveva mancato di rispetto, e Lelio s'incarica di eseguire la commissione.
Pantalone si difende, e nel difendersi dice il suo nome; Lelio allora riconosce il padre e fugge; ma è arrestato, e si risolve di relegarlo nelle isole dell'Arcipelago.
La vera madre di questo disgraziato, moglie del gondoliere del marchese, è forzata a parlare; Lelio è suo vero figlio e Pasqualino quello di Pantalone.
Essa era stata nutrice di quest'ultimo e l'aveva barattato per far la sorte di suo figlio.
Bettina vede il suo amante divenuto ricco, e per tal ragione crede d'averlo perduto per sempre; ma Pantalone ricompensa la virtù dichiarandola sua figliastra.
Nel compendio che attualmente fo di questa commedia si potrebbe scorgere una doppia azione; ma leggendo la composizione si vedrà che l'azione è unica, e che il riconoscimento di Pasqualino era troppo necessario alla catastrofe di Bettina.
Vi sono in questa commedia scene di gondolieri veneziani prese dalla natura, e sommamente divertenti per quelli che hanno cognizione del linguaggio e dei modi del mio paese.
Veramente volevo riconciliarmi con questa classe di servitori, ben meritevole di qualche attenzione, e che era malcontenta di me.
A Venezia i gondolieri hanno posto agli spettacoli solamente quando la platea non è piena, e siccome non potevano entrare mai alle mie commedie ed erano obbligati ad aspettare i padroni per strada o nelle rispettive gondole, io stesso li avevo intesi caricarmi di titoli molto faceti e propriamente da scena.
Perciò m'adoprai affinchè ottenessero alcuni posti negli angoli della platea; essi rimasero incantati vedendo rappresentare sé stessi, e io divenni il maggior loro amico.
Questa commedia ebbe il miglior successo che potessi desiderare, e la chiusura del teatro non poteva esser più bella né più soddisfacente.
Ecco dunque la mia riforma già ben avanti.
Che felicità! che piacere per me!
CAPITOLO III.
Critiche, controversie e opinioni diverse sopra le mie nuove commedie.
- Mio modo di pensare sull'unità di luogo.
- Spiegazione e utilità del termine protagonista.
- Alcune parole sopra le commedie dai Francesi chiamate drammi.
Mentre andavo lavorando sopra gli antichi fondamenti della commedia italiana, e producevo solamente commedie, parte scritte e parte a braccio, mi lasciavano godere con tutta pace gli applausi della platea.
Ma manifestatomi appena per autore, inventore e poeta, si svegliarono dal loro letargo gli spiriti, e mi credettero degno delle loro critiche, della loro attenzione.
I miei compatrioti, abituati da tanto tempo alle farse triviali e abiette, e alle rappresentazioni gigantesche, divennero a un tratto censori austeri delle mie produzioni, facendo risuonar nei circoli i nomi di Aristotele, d'Orazio, e del Castelvetro.
Le mie opere erano divenute la gazzetta del giorno.
Veramente potrei dispensarmi dal rammentare oggi quelle controversie, che erano allora disperse dal vento e soffocate dal grido dei miei ottimi successi; ma ho avuto caro di farne menzione al fine di avvertire i lettori del mio modo di pensare relativamente ai precetti della commedia e al metodo propostomi nell'esecuzione.
Le unità richieste per la perfezione delle opere teatrali furono in ogni tempo oggetto di discussione tra gli autori e i dilettanti.
Riguardo all'unità dell'azione e a quella del tempo, nulla avevan da rimproverarmi i critici delle mie commedie di carattere; pretendevano bensì che avessi mancato solamente all'unità del luogo.
L'azione delle mie commedie però succedeva sempre nella città medesima, e i personaggi non uscivano mai da essa; scorrevano, è vero, diversi luoghi, ma costantemente dentro la cerchia delle stesse mura: credetti però, come tuttora credo, che così l'unità di luogo fosse mantenuta abbastanza.
In tutte le arti, in tutte le scoperte, l'esperienza ha preceduto sempre i precetti; e benchè in seguito gli scrittori abbiano assegnato un metodo pratico per l'invenzione, i moderni autori non han per questo perduto il diritto d'interpretare gli antichi.
In quanto a me, non trovavo nella Poetica di Aristotele, né in quella d'Orazio, il precetto chiaro, assoluto e ragionato della rigorosa unità di luogo; mi sono nulladimeno fatto sempre un piacere di sottoporvi il mio soggetto, tutte le volte che l'ho creduto opportuno, non sacrificando però mai una commedia che potesse esser buona, a un pregiudizio mediante il quale si potesse render cattiva.
Gl'Italiani non sarebbero stati contro di me tanto rigidi, e molto meno per le mie prime produzioni, se non fossero stati provocati dal malinteso zelo dei miei fautori.
Questi innalzavano a un grado troppo sublime il merito delle mie composizioni, onde la gente colta e istruita altro non condannava che il fanatismo.
Presero sempre più calore le controversie riguardo alla mia ultima composizione.
I miei atleti sostenevano che la Putta onorata fosse una commedia senza difetti, e i rigoristi trovavano mal scelto il protagonista.
Chiedo scusa ai lettori se oso servirmi di una parola greca, che deve esser esser cognita bensì, ma non molto usata.
Infatti questo termine non si trova in alcun dizionario francese o italiano.
Eppure alcuni celebri autori della mia nazione se ne son serviti, e comunemente se ne servono.
Castelvetro, Crescimbeni, Gravina, Quadrio, Muratori, Maffei, Metastasio e molti altri hanno adottato il termine protagonista per esprimere il soggetto principale della rappresentazione; vedrete dunque l'utilità di questo grecismo, che racchiude in sé stesso il valore di cinque parole, onde domando il permesso di farne uso ancor io, per evitar la monotonia di una frase che nel corso della mia opera potrebbe divenir noiosa.
Avevo dunque male scelto il carattere del protagonista, perché non l'avevo desunto né dalla classe dei viziosi, né da quella dei ridicoli.
Anzi la Putta onorata era un soggetto virtuoso, non meno che piacevole per i costumi, la dolcezza e la condizione; mi ero perciò allontanato, secondo loro, dallo scopo principale della commedia, che consiste nell'incutere l'abborrimento del vizio e nel correggere i difetti.
I miei critici avevan ragione, io però non avevo torto.
Volevo cominciare in modo da allettare la mia patria per cui faticavo; il soggetto era nuovo, piacevole, nazionale, e proponevo ai miei spettatori un modello da imitare.
Purché s'ispiri la probità, non è meglio guadagnare i cuori colle dolci attrattive della virtù che coll'orrore del vizio? Quando parlo di virtù non intendo dire quella virtù eroica, che commuove colle sventure e invita al pianto col linguaggio.
Tali opere, cui in Francia si dà il titolo di drammi, hanno certamente il loro merito, ed è un genere di rappresentazioni teatrali che tien luogo tra la commedia e la tragedia.
Possono dirsi un divertimento di più per gli animi sensibili: infatti le disavventure degli eroi tragici commuovono da lungi, laddove quelle dei nostri uguali debbono toccare il cuore maggiormente.
La commedia, che in sostanza altro non è che un'imitazione della natura, non esclude i sentimenti patetici e virtuosi, purché però non resti affatto spogliata di quei bizzarri tratti comici che forman la base fondamentale della sua esistenza.
Dio mi guardi dalla folle pretesa di fare il precettore.
Partecipo solamente ai lettori quel poco che ho imparato, quel poco che so; nei libri meno stimati si trova sempre qualche cosa degna d'attenzione.
Terminerò frattanto questo capitolo col fare qualche parola sopra il dialetto veneziano, di cui feci uso e nella Putta onorata e in parecchie altre commedie del mio teatro.
Il linguaggio veneziano è senza dubbio il più dolce e il più piacevole di tutti i dialetti d'Italia.
È chiara, facile, delicata la pronuncia, facondi ed espressivi i termini, armoniose e piene d'arguzia le frasi; e come il fondo del carattere della nazione veneziana è la bizzarria, così il fondo del linguaggio è la facezia.
Ciò però non impedisce che questa lingua sia suscettibile di trattare in grande le materie più gravi e più importanti.
Perorano gli avvocati in dialetto veneziano, e si pronunciano nello stesso idioma le arringhe dei senatori, senza mai degradare la maestà del trono e la dignità della curia; i nostri oratori hanno la fortunata facilità naturale di accompagnare all'eloquenza più sublime il modo di esprimersi più piacevole.
Procurai di dare un'idea dello stile vivace ed energico dei miei compatrioti nella commedia intitolata L'Avvocato veneziano.
Questa rappresentazione fu accolta, intesa e gustata molto dovunque, essendo stata tradotta anche in francese.
Il buon successo dunque delle prime mie composizioni veneziane mi incoraggiò a farne altre.
Se ne trova un numero considerevole nella mia collezione, e son forse quelle che mi fanno più onore e alle quali mi guarderei dal fare la minima mutazione.
Diedi e darò sempre nelle mie edizioni la spiegazione dei termini più difficili per l'intelligenza dei forestieri: onde, per poco che si conosca la lingua italiana, non si stenterà molto a leggere e comprendere a fondo l'idioma veneto come il toscano.
CAPITOLO IV.
La buona moglie, seguito della Putta onorata, commedia veneziana di tre atti in prosa.
- Felice successo.
- Aneddoto di un giovane convertito.
- Pensieri sopra i soggetti popolari.
- Il Cavaliere e la Dama, o I Cicisbei, commedia di tre atti in prosa.
- Buon successo.
- Critica di un incidente della medesima commedia.
La Putta onorata, con la quale si era chiuso il teatro nell'anno comico 1748, fece con la sua ripetizione l'apertura dell'anno seguente, sostenendosi sempre con la stessa buona sorte, né cessò che per dar luogo alla prima rappresentazione della Buona moglie.
Questa commedia era il seguito della precedente; infatti i personaggi venuti in scena nella prima comparivano pure in questa, e mantenevano il consueto loro stato e i rispettivi loro caratteri; altro non eravi che Pasqualino il quale, trascinato al vizio dalle cattive pratiche, aveva mutato affatto costumi e condotta.
Apre la scena Bettina accanto alla culla del suo bambino: lo bagna delle sue lacrime e si lamenta del marito.
Egli gioca, si rovina, dorme fuori casa; ed essa, benchè in disperazione, non tralascia di amarlo.
Pantalone aveva dato alcuni capitali a suo figlio per intraprendere un piccolo traffico.
Pasqualino dissipa quasi tutto; Lelio e Arlecchino lo seducevano, vivendo a sue spese e facendogli pagare tutte le ricreazioni di cui erano sempre i promotori.
Costoro lo conducono un giorno all'osteria con donne sospette, e con compagni dissoluti e libertini.
Giuntane a Pantalone la notizia, si porta subito a sorprenderli; Pasqualino si nasconde alla vista del padre e i commensali partono; Arlecchino, cattivo soggetto, indica Pasqualino al padre e segue i compagni.
Pantalone nel primo impeto avrebbe l'intenzione di dar sfogo alla sua collera, ma tornato in sé va dicendo: - Ah no, è necessario provar piuttosto la dolcezza; una tenera correzione vale forse più dei rimproveri e del castigo; vedrò mio figlio, gli parlerò da padre, né cesserò mai di esser tale quando in lui riconosca ragione e cuor di figlio.
- Dopo ciò fa uscire il giovane, che senza parole e tremante prende il mantello e vuol partire.
- Fermatevi, gli dice il padre con aria di bontà e tenerezza, fermatevi figlio mio, io non voglio né sgridarvi, né minacciarvi, e molto meno punirvi; conosco troppo bene che, sedotto dai cattivi consigli, avete scosso il giogo dell'obbedienza filiale, e che forse più non sono in grado di poter esercitare sopra voi i miei diritti; vi prego dunque.
Sì mio caro figlio, io vi amo sempre, e solo vi prego di volermi prestare orecchio.
- Pasqualino commosso alle dolci maniere di suo padre, lascia cader qualche lacrima.
Pantalone allora prende una sedia e fa sedere il figlio accanto a sé, gli dipinge al vivo il carattere delle sue conoscenze, gli fa il quadro dello stato in cui lo ha ritrovato e gli pone sott'occhio il torto che fa al suo nome, alla sua reputazione, a suo padre, alla tenera moglie, al caro figlio.
Pasqualino si getta ai piedi del genitore ed è pentito; ecco dunque il padre al colmo della gioia.
Mi si fece credere che questa scena avesse prodotto a Venezia una conversione, facendomi conoscere il giovane ch'era stato nel caso di Pasqualino ed era ritornato in seno alla famiglia.
Se la storia è vera, convien dire che questo giovane, prima di entrare a teatro, avesse realmente nel suo interno qualche buona disposizione a emendarsi, e se la mia composizione potè contribuirvi in qualche parte, avvenne forse per l'espressione energica di Pantalone, che aveva l'arte di ricercare gli affetti e di commuovere i cuori al pianto.
Ecco due felicissime rappresentazioni, il soggetto principale delle quali era stato da me desunto dalla classe del popolo.
Cercavo di tenere dietro alla natura per tutto, trovandola sempre bella, quando in special modo mi somministrava modelli virtuosi e sentimenti della più sana morale.
Eccovene però adesso una appartenente alla sublime arte comica, intitolata Il Cavaliere e la Dama.
Era molto tempo che guardavo con meraviglia quegli esseri singolari chiamati in italiano cicisbei, martiri della galanteria e schiavi dei capricci del bel sesso.
La commedia di cui son ora per render conto, ha relazione ai medesimi: bene è vero che non potevo pubblicare nell'affisso il titolo di cicisbeo, per non irritare preventivamente la numerosa brigata dei galanti; onde occultai la critica sotto il manto di due personaggi di virtuoso carattere, posti a contrasto con altri ridicoli.
Donna Eleonora, d'illustre nascita ma di mediocre fortuna, aveva sposato un gentiluomo napoletano molto ricco, rifugiato a Benevento per avere avuto la disgrazia di uccidere un uomo in duello, essendo per tal ragione confiscati tutti i suoi beni.
La signora, che null'altro avea portato in dote che nobiltà, si trovava in cattive acque, tanto più che suo marito le domandava continuamente aiuti, e la lite intrapresa contro il fisco non era ancora al suo termine.
Essa è donna di ammirabile saviezza e d'una delicatezza senza pari; e poiché va debitrice della pigione di casa, spropriasi di alcune gioie per pagarla.
Anselmo, proprietario della medesima, uomo avanzato in età e molto onesto, conoscendo la probità e indigenza della dama, ricusa di ricevere il suo avere; essa insiste, ma egli la prega con tal buona grazia, che trovasi obbligata a ritenere in mano il denaro.
Giunge un momento dopo il procuratore di lei, e sotto pretesto delle spese occorse per la lite, le porta via fino all'ultimo soldo che avea già scorto colla coda dell'occhio sulla tavola.
Don Rodrigo, persona di una delle primarie famiglie del regno di Napoli, professava per donna Eleonora molta considerazione ed affetto, ma non era suo cicisbeo: essa lo stimava in ugual modo, lo vedeva di tempo in tempo in casa sua, ma non l'avrebbe mai sofferto in qualità di galante.
Quest'uomo rispettabile, che conosceva appieno la delicatezza di donna Eleonora, cercava pretesti per procurarle soccorsi; ma avendo essa bastante svegliatezza per accorgersene, trovava sempre buone ragioni per schermirsi, senza alterezza e senza dar segno di ricusare.
Nondimeno due dame della città, ciascuna col rispettivo cicisbeo, credevano assolutamente che don Rodrigo fosse il favorito di donna Eleonora, e venuta loro la curiosità di sapere come si diportasse nell'assenza del marito, vennero un giorno a farle visita in compagnia dei loro cavalieri.
Si vede in questa scena il marito di una essere il cicisbeo dell'altra, e si conosce la reciproca loro soddisfazione; si sentono i discorsi di quella compagnia galante, e si può così avere un'idea dell'indole delle conversazioni di tal sorta.
Ma ciò può conoscersi anche meglio nei dialoghi a due; ne riporterò un saggio che ho preso dalla natura, e trovasi nella settima scena del primo atto.
Una signora maritata si lamenta col cicisbeo che il suo lacchè le ha mancato di rispetto; risponde il cavaliere che bisogna punirlo: - A chi tocca se non a voi, risponde la dama, farmi obbedire e rispettare dai miei domestici? - La brevità, di cui son forzato a far uso negli estratti delle mie commedie, non mi permette di estendermi sulla parte episodica di questa composizione, onde convien passare al suo scioglimento.
Muore il marito di donna Eleonora a Benevento.
Le dame sempre curiose non tralasciano di portarsi a casa della vedova in compagnia dei loro cicisbei, sotto pretesto di complimento.
Non vi è guardaportone, e i servitori sono tutti in faccende; le signore dunque salgono liberamente, i cavalieri dànno loro il braccio, ed entrano senza farsi annunziare.
La padrona di casa è sorpresa; molte scuse, molte cerimonie, molta sensibilità affettata da una parte; molta riservatezza e gran contegno dall'altra.
Giunge in questo mentre don Rodrigo; ecco in moto tutta la galante compagnia: gesti, cenni, tocchi di gomito, maliziosi sogghigni.
Donna Eleonora, stanca e annoiata, chiede il permesso di ritirarsi; è troppo giusto, troppo giusto, prendono a dire le sue buone amiche; la povera dama è addolorata, toccherebbe a don Rodrigo a consolarla.
Questo parlare è piccante per la vedova, onde prega Rodrigo di lasciarla sola; egli allora mostra una lettera del defunto, con la quale gli raccomanda la moglie e lo prega, purchè la dama vi acconsenta, di succedere al suo posto; le dame e i cavalieri animano a ciò l'afflitta vedova: essa chiede un anno di tempo per determinarsi, e don Rodrigo è contento.
I galanti si burlano del ritardo, e così termina la commedia.
Questa fu applaudita sommamente, ebbe quindici recite di seguito, e si chiuse con essa l'autunno.
Mi aspettavo sempre sussurri e lamenti, ma all'opposto le donne savie ridevano del carattere delle donne galanti, e queste rovesciavano il ridicolo sulle seguaci di donna Eleonora, alle quali davano il nome di rustiche e selvagge.
Fui però censurato relativamente a un aneddoto da me non inserito nell'estratto della commedia per non renderlo troppo prolisso.
Un giovane cavaliere pretendeva di essere il cicisbeo di donna Eleonora, ed era perciò deriso per tutte le conversazioni.
Scommette un giorno un orologio d'oro che sarebbe giunto a vincerla.
Una proposta di tal natura dà motivo a una controversia con don Rodrigo, dopo la quale il giovine inconsiderato manda al medesimo un biglietto di sfida, di cui ecco la risposta, che appunto forma il soggetto di tutta la critica.
"Tutte le leggi, signore, mi proibiscono di accettare la vostra sfida.
Se altro non vi fosse da temere che i castighi, mi esporrei di buon grado a sopportarli al solo scopo di convincervi del mio coraggio; ma il disonore unito al delitto di duellante m'impedisce assolutamente di portarmi in un luogo determinato.
Ho sempre al fianco una spada per difendermi e per respingere gl'insulti.
Voi dunque mi troverete sempre pronto a corrispondervi ovunque avrete l'audacia di provocarmi.
Sono ecc." Sosteneva l'autor della critica che don Rodrigo avesse mancato al punto d'onore; bene è vero però che egli non ardì manifestarsi; onde questo libello anonimo disparve il giorno dopo la sua apparizione.
CAPITOLO V.
Prova della Vedova scaltra.
- Parodia critico-satirica di questa commedia.
- Mia apologia.
- Trionfo.
- Quando fu istituita la censura delle rappresentazioni teatrali in Venezia.
Se avevo presentato composizioni d'un esito felicissimo, nessuna poteva vantar quello della Vedova scaltra; ma nessuna aveva incontrato critiche sì forti e pericolose.
I miei nemici e quelli dei comici tentarono un colpo, dal quale potevamo esser tutti in ugual modo oppressi, se non avessi avuto coraggio bastante per sostenere la comune causa.
Alla terza prova della commedia comparvero gli affissi del teatro San Samuele, che annunciavano La Scuola delle Vedove.
Alcuni mi avevano detto che doveva essere la parodia della mia composizione.
Nulla di questo, anzi era la mia Vedova stessa; vi avean parte i quattro forestieri delle rispettive nazioni, vi era l'intreccio medesimo, i mezzi stessi.
Tutta la variazione consisteva nel dialogo, che era pieno d'invettive e di insulti contro me e i comici.
Un attore recitava alcune frasi del mio originale, e un altro soggiungeva sciocchezze, sciocchezze; si ripeteva qualche vivace espressione e facezia della mia commedia, e tutti allora in coro gridavano scempiaggini, scempiaggini.
Un lavoro simile non era costato all'autore molta pena, poiché aveva seguito il mio disegno, il mio andamento, e il suo stile non era niente più felice del mio; frattanto gli applausi risonavano per ogni parte, e i sarcasmi e i tratti satirici eran fatti risaltar maggiormente dalle risate, dai gridi di bravo e dai replicati battimani.
Io me ne stavo in maschera in un palchetto, osservando il più rigido silenzio e chiamando ingrato il pubblico.
Avevo però tutto il torto, poiché quel pubblico congiurato contro di me, finalmente non era il mio.
Infatti tre quarti degli spettatori eran composti di gente unicamente intesa alla mia rovina, e poi tanto Medebac quanto io avevamo a combattere con sei altri spettacoli che si davano in città; ognuno aveva i suoi amici, i suoi aderenti, e la maldicenza dava divertimento agl'indifferenti.
Presi nel momento stesso la mia risoluzione, e benchè avessi dato parola di non rispondere alle critiche, pure questa volta sarebbe stata troppa viltà dal canto mio, se non avessi arrestato il corso di quel torrente che minacciava la mia distruzione.
Rientro in casa, do i miei ordini perché si ceni, si vada a letto e mi si lasci in quiete, e mi chiudo subito nel mio studiolo.
Prendo con rabbia la penna, né la depongo fino a che non mi credo soddisfatto.
Il mio lavoro era un'apologia in azione con un dialogo a tre personaggi, intitolata Prologo apologetico della Vedova scaltra.
Non mi estesi sulla meschinità della composizione de' miei nemici, ma procurai di far conoscere unicamente il pericoloso abuso della libertà degli spettacoli, e la necessità d'un provvedimento politico per la conservazione della decenza teatrale.
Avevo fatto attenzione, in quella pessima parodia, a certe proposizioni che ferir dovevano la delicatezza della Repubblica riguardo ai forestieri.
Il popolo di Venezia si serve, per esempio, della parola panimbruo per insultare i Protestanti; questa è una parola vaga, come quella a un dipresso di Ugonotto in Francia; il gondoliere di milord adunque, nella Scuola delle Vedove, trattava di panimbruo il suo padrone, né si risparmiava verun altro forestiero; ond'ero sicuro che le mie osservazioni non potevano far andare a vuoto lo scopo propostomi.
Dopo aver così sostenuto l'interesse della società civile, passai a trattare la mia causa, provando l'ingiustizia che mi si faceva soffrire, ribattendo con brave ragioni le critiche fattemi, e rispondendo alle impertinenti satire con osservazioni onestissime.
Messa in ordine la mia apologia, non andai già a presentarla al governo, per evitare così tutti i contrasti delle giurisdizioni e protezioni, ma mandai addirittura alle stampe il mio libretto, indirizzando solamente al pubblico i miei lamenti.
Non era possibile che tenessi celata la mia idea, onde si riseppe, si temè e si fece il possibile per impedirne l'esecuzione.
Il protettore di Medebac era un soggetto del primo ordine della nobiltà e nelle prime cariche di Stato, il quale avrebbe dovuto favorirmi; ma egli temeva, all'opposto, che la mia temerità non cagionasse la mia perdita non meno che quella del suo protetto; onde mi fece l'onore di venire a trovarmi e mi consigliò di ritirare subito il prologo; e vedendomi tenace, fecemi la confidenza che correvo rischio di dispiacere al tribunale supremo che ha la presidenza della polizia dello Stato.
Ero così fermo nella mia risoluzione, che nulla poteva rimuovermi; risposi pertanto colla massima franchezza a sua eccellenza che il mio lavoro era già alla stampa, e che lo stampatore doveva esser cognito, onde il governo poteva togliergli il manoscritto; ma che peraltro sarei subito partito per farlo stampare in qualche paese estero.
Questo signore restò veramente stupito della mia fermezza; e siccome già mi conosceva bene, mi usò la grazia di rapportarsi al mio parere; mi prese confidenzialmente per la mano, e mi lasciò padrone della mia volontà.
Il giorno seguente comparve il mio libretto, di cui avevo fatto tirare tremila esemplari, che senza indugio feci distribuire gratis a tutti i casini di conversazione, alle porte degli spettacoli, ai miei amici, ai miei protettori e a tutti i miei conoscenti.
Ecco il risultato della pena che m'ero data, ed ecco il mio trionfo.
Fu soppressa subito la Scuola delle Vedove, e due giorni dopo fu pubblicato un decreto del governo che ordinava la censura delle produzioni teatrali.
La mia Vedova scaltra andò dunque avanti con maggior strepito e concorso di prima; così furono umiliati i nostri nemici, e noi raddoppiammo di zelo e di attività.
Se il mio lettore fosse desideroso di conoscere l'autore della Scuola delle Vedove non potrei soddisfarlo.
Io non nominerò mai quelle persone che hanno avuto l'intenzione di farmi del male.
CAPITOLO VI.
L'Erede fortunata, commedia di tre atti in prosa.
- Sua caduta.
- Partenza del Pantalone Darbes.
- Mio impegno col pubblico.
Eravamo prossimi alla fine del carnevale 1749, e andavamo avanti a meraviglia con la superiorità su tutti gli altri spettacoli; ma dopo la battaglia da me sostenuta e la vittoria riportata, mi abbisognava un componimento di strepito per coronare il mio anno.
Troppo aveami tenuto occupato la malignità dei miei nemici, perché io potessi dare esecuzione all'idea di una chiusura magnifica da me sbozzata già da qualche tempo.
Non volevo perciò arrischiare una commedia che tenevo nel portafogli e di cui non ero troppo contento.
Avrei gradito piuttosto di riempire il resto del carnevale con repliche; ma Medebac mi fece avvertire che nel corso dell'anno non avevamo dato che due sole produzioni nuove, e che il pubblico, il quale pareva contento della difesa della Vedova scaltra, non sarebbe poi forse stato così discreto nel perdonarci la penuria di cose nuove; onde era assolutamente necessario garantirsi dai suoi rimproveri e terminare con una commedia nuova.
Aderii a tali osservazioni che non eran mal fondate, e diedi L'Erede fortunata, commedia in prosa di tre atti.
Essa cadde, come avevo già previsto; e siccome il pubblico facilmente dimentica ciò che lo ha divertito e nulla perdona quando trovasi annoiato, ci vedemmo quasi ridotti a chiudere il teatro con nostro scontento.
Sopraggiunse anche nel tempo stesso a turbarci un altro accidente, molto più rincrescevole e d'una conseguenza molto più pericolosa.
Darbes, quel Pantalone eccellente, uno dei sostegni della nostra compagnia, fu chiesto alla Repubblica di Venezia dal ministro sassone per passare al servizio del re di Polonia; dovette perciò partire speditamente, lasciando subito di recitare per occuparsi soltanto del suo viaggio.
Questa perdita per Medebac era tanto più considerevole, in quanto non si conoscevano soggetti capaci da sostituirlo, onde vedemmo nel giovedì grasso disdire i palchetti per l'anno seguente.
Punto dal canto mio da questo cattivo umore del pubblico, e avendo la presunzione di valer qualcosa, composi il complimento l'ultima sera per la prima attrice, facendole dire in cattivi versi, ma chiarissimamente e decisivamente, che quello stesso autore che lavorava per lei e i suoi compagni s'impegnava di dare, nell'anno seguente, sedici commedie nuove.
La compagnia per un verso, e il pubblico per l'altro, mi diedero una prova certa e molto gradita della loro fiducia; poiché i comici non esitarono punto a contrarre impegni sulla mia parola, e otto giorni dopo restarono affittati per l'anno seguente tutti i palchetti.
Quando presi quest'impegno, non avevo in testa neppure un sol soggetto.
Frattanto bisognava mantenere la parola o crepare: i miei amici tremavano per me, i nemici mi burlavano, e io confortavo gli uni e mi ridevo degli altri.
Vedrete dunque nei capitoli successivi come mi tirai fuori d'impegno.
CAPITOLO VII.
Scoperta di un nuovo Pantalone.
- Il Teatro Comico, commedia di tre atti in prosa; suo estratto.
- Le Donne puntigliose, commedia in prosa di tre atti; suo estratto.
- Il Caffè, commedia come sopra, sua analisi, buon successo.
Ecco un anno per me terribile, di cui ancor'oggi non posso ricordarmi senza spavento.
Dovevo dar sedici commedie di tre atti, ciascuna delle quali doveva durare due ore e mezzo, secondo l'uso d'Italia.
Quello però che m'inquietava più d'ogni altra cosa, era la difficoltà di trovare un attore abile e piacevole quanto quello che perdevamo.
Usavo dal canto mio tutte le diligenze possibili, usava le sue anche Medebac, per trovare in terraferma qualche buon soggetto; finalmente scoprimmo un giovane che con sommo applauso recitava le parti di Pantalone nelle compagnie volatili.
Si fece venir subito a Venezia per provarlo.
Possedeva ottime disposizioni con la maschera, ed era assai migliore a viso scoperto.
Aveva una bella figura, una bella voce, e oltre a ciò cantava a meraviglia.
Era Antonio Mattiuzzi detto Collalto, della città di Vicenza.
Quest'uomo di buona educazione, e che non mancava d'ingegno, conosceva solamente la antiche commedie dell'arte, onde aveva bisogno di essere istruito nel nuovo genere che introducevo.
Presi per lui molta propensione e n'ebbi somma cura; egli mi ascoltava con somma fiducia, e la sua docilità mi impegnava a suo favore un giorno più dell'altro; seguii dunque la compagnia a Bologna e Mantova, per portare a perfezione un buon attore divenuto già un amico.
Nei cinque mesi trascorsi in quelle due città della Lombardia non perdetti tempo, e lavorai giorno e notte; ritornammo poi al principio dell'autunno a Venezia, ove eravamo aspettati con la massima impazienza.
Aprì gli spettacoli una commedia che aveva per titolo Il Teatro Comico.
L'avevo già annunciata e fatta pubblicare nell'affisso per commedia di tre atti, ma per vero dire altro non era che una Poetica messa in azione e distribuita in tre parti.
Nel comporre quest'opera mi venne l'intenzione di porla alla testa d'una nuova edizione del mio teatro; ma prima ebbi caro d'istruire le persone che non hanno piacere di leggere, impegnandole così ad ascoltare in scena quelle massime e correzioni che avrebbero forse recato noia in un libro.
Il luogo della scena in questa commedia è fisso, poiché nel teatro stesso appunto debbono i comici riunirsi per provare una commediola intitolata Il Padre rivale di suo figlio.
Il direttore apre la scena con Eugenio suo compagno, cui tien discorso dell'impaccio e dei rischi della sua direzione.
Compare poi la prima attrice, e le dispiace di esser arrivata troppo presto, lamentandosi dell'infingardaggine dei compagni.
Questi tre attori di discorso in discorso cadono sull'impegno del loro autore, dal quale prima del termine dei teatri erano state promesse al pubblico sedici commedie nuove da eseguire nel corrente anno.
La signora Medebac assicura tutti che l'autore manterrà la sua parola, annunziando intanto i seguenti titoli.
Il Teatro comico; Le Donne puntigliose; Il Caffè; Il Bugiardo; L'Adulatore; L'Antiquario; La Pamela; Il Cavalier di buon gusto; Il Giocatore; La Finta Malata; La Moglie prudente; L'Incognita; L'Avventuriero onorato; La Donna volubile e I Pettegolezzi.
Eugenio osserva che nel numero delle sedici commedie nominate e da lui ben contate, non era incluso Il Padre rivale di suo figlio, di cui si faceva allora la prova.
Questa, soggiunse allora il direttore, è un'operetta che l'autore ci ha data per sovrappiù.
In questo mentre entra Collalto in abito da città, tutto tremante per il timor del pubblico; il direttore gli fa coraggio, ed egli recita a meraviglia una scena da me composta espressamente per gli applausi, ed è ricevuto nella maniera più decisiva e più atta a incoraggiare.
Compaiono gli attori e le attrici, uno dopo l'altro, e il direttore suggerisce ora qua e ora là avvertimenti, che senza pretese né pedanteria possono addirittura chiamarsi regole dell'arte e veri principii d'una nuova Poetica.
Indi riassume la prova della piccola commedia, e quivi appunto compare il Pantalone con la maschera.
È trovato buono e acquista subito una grande considerazione.
È interrotta la ripetizione: un autore viene a proporre alla compagnia temi del cattivo gusto dell'antica commedia italiana.
Feci comparire con arte questa scena per fornire al direttore l'occasione di scoprirne i difetti, tenendo intanto discorso sul nuovo metodo.
I gravi ragionamenti del direttore sono ravvivati dalle buffe espressioni dell'autore; onde una tale scuola, invece di annoiare, addiviene divertente, tanto più che questo poeta termina col diventar comico.
Si riprende la prova, il Pantalone fa molto ridere quando si presenta in scena con la sua bella, facendo poi piangere allorché scopre la rivalità di suo figlio.
Segue una nuova interruzione per l'arrivo di una donna ignota, che si dà l'aria di persona di qualità e saluta le attrici in aria di protezione.
Si metton tutti in rispetto, le si dà una sedia ed è pregata di accomodarsi.
Questa è una attrice dell'Opera Buffa, che viene a offrire alla compagnia i suoi pregi; i comici allora si rimettono tutti a sedere.
Il direttore fa i suoi ringraziamenti alla cantatrice, dicendole che il suo teatro non abbisogna del divertimento del canto.
La virtuosa trovasi impacciata tra la superbia e il bisogno e l'autore, che la conosce, le partecipa il partito che ha preso, e la consiglia a seguirne l'esempio; essa vi acconsente e si raccomanda.
Insomma il direttore la prende in prova.
Ecco un nuovo motivo per rientrare in qualche particolare sulla commedia riformata.
Finalmente la prova è finita.
Pantalone sacrifica il suo amore alla tenerezza paterna, e così termina con applausi la rappresentazione.
Ora non ho tempo di render conto delle congratulazioni ricevute dai miei amici e dello sbalordimento dei miei avversari; non son qui per vantarmi delle mie idee; di null'altro si tratta che di farne conoscere l'esecuzione.
Pochi giorni dopo fu data la prima rappresentazione delle Donne puntigliose.
Rosaura, moglie di un ricco negoziante, che godeva il privilegio di nobiltà concesso ai negozianti del suo paese, ha la sciocca ambizione di portarsi nella capitale per figurarvi e introdursi nelle conversazioni delle dame di qualità.
Essa tien tavola in casa sua, e questo appunto è il mezzo per aver gente; vi corrono la dame, le une senza saputa delle altre.
Rosaura è ricevuta in alcune buone case, sempre in compagnia di molti uomini e mai con donne.
Una contessa, che vanta nobiltà di antica data ma di meschine finanze, prende l'impegno di dare una festa da ballo in casa sua e di far ballare Rosaura con la persona più grande della città; vi son condizioni, in questo maneggio, onerosissime per la forestiera; pure vi si sottopone senza difficoltà, poiché conviene aver riguardo alla delicatezza della dama venale.
Un amico di entrambe avanza una proposta già concertata.
Le due dame sono di diverso parere, segue una scommessa, la vince la contessa, e Rosaura paga.
Incomincia intanto la festa, e il concorso non può essere né più numeroso né più scelto; ecco in ballo la dama di provincia, e le altre n'escono una dietro l'altra.
Rosaura va in furia, ma viene in suo soccorso la riflessione; apre gli occhi e confessa che è meglio esser la prima in un paese piccolo che l'ultima in uno grande, e così lascia la capitale.
Il compendio che vo attualmente facendo non racchiude che l'azione principale della commedia, giacchè il ridicolo infinito che ne formava l'argomento, mi somministrò in copia lepidezze comiche per piacere, e buona morale per istruire.
Ultimai questa commedia nel mio soggiorno a Mantova, e l'esposi per prova nel teatro di quella città.
Essa incontrò moltissimo, ma corsi il rischio di tirarmi addosso l'indignazione di una delle prime dame del paese.
Essa erasi trovata nel medesimo caso della contessa protettrice di Rosaura, né ci correva gran tempo, onde tutti quanti avevan gli occhi rivolti verso il suo palchetto; per mia buona sorte però questa dama aveva tanta perspicacia da non dar retta alla malignità dei derisori; infatti applaudiva ella essa a tutti i passi che le potevan essere affibbiati.
Mi avvenne dopo la stessa cosa a Firenze e a Verona, e si credè in ciascuna di codeste città che avessi preso in esse il mio soggetto.
Ecco una nuova evidente prova che la natura è la stessa dappertutto, e che attingendo alla sua feconda sorgente i caratteri non possono mai fallire.
A Venezia questa commedia incontrò meno che negli altri luoghi, e doveva appunto esser così.
Le mogli dei patrizi non si trovano mai e poi mai nel caso che venga loro disputata la preminenza, né hanno idea delle frascherie di provincia.
Questa commedia essendo ricavata dalla classe dei nobili, la seguente fu presa da quella dei borghesi, ed era La Bottega del Caffè.
Il luogo della scena, che è fisso, merita qualche attenzione.
Esso consiste in un quadrivio della città di Venezia.
Vi sono di faccia tre botteghe.
Quella di mezzo è un caffè, l'altra a destra è allogata a un parrucchiere, e l'ultima sinistra a un uomo che tien gioco.
Vi è poi da una parte una casetta che rimane fra due strade, abitata da una ballerina, e dall'altra una locanda.
Ecco un'unità di luogo esattissima; questa volta i rigoristi saranno contenti di me, ma saranno poi contenti dell'unità d'azione? Non troveranno forse che il soggetto di una tale commedia è complicato, divisa l'attenzione? Alle persone che terranno simili discorsi ho l'onore di rispondere, che nel titolo di questa commedia non presento una storia, una passione, un carattere; ma una bottega di caffè, ove seguono in una volta varie azioni e dove concorrono parecchi per diversi interessi; onde se ho avuto la fortuna di stabilire una connessione essenziale tra questi oggetti differenti, rendendo gli uni agli altri necessari, credo certamente di avere appieno adempiuto al mio dovere, superando appunto per tal ragione maggiori difficoltà.
Per ben giudicarne, bisognerebbe dare un'intera lettura alla commedia, poiché vi sono in essa tanti caratteri quanti personaggi.
Quelli che figurano di più sono due coniugati; il marito è sregolato, e la moglie sofferente e virtuosa.
Il padrone della bottega del caffè, uomo di garbo, servizievole e officioso, si prende a cuore questo sfortunato matrimonio, e arriva a corregger l'uno rendendo l'altra felice e contenta.
Vi è poi un maldicente ciarlone, soggetto veramente comico e originale: uno di quei flagelli dell'umanità, che inquieta tutti, reca noia alle conversazioni del caffè, e molesta più d'ogni altro i due amici del caffettiere.
Ecco come il malvagio è punito; egli scopre per buffoneria i raggiri di un biscazziere birbante addetto al caffè, onde costui è subito arrestato, e il ciarlone vilipeso è messo fuori come delatore.
Questa commedia ebbe un successo fortunatissimo; infatti l'insieme e il contrasto dei caratteri non potevano fare che non incontrasse; quello del maldicente poi era inoltre affibbiato a parecchie persone già cognite.
Una di queste se la prese meco orribilmente, e mi minacciò.
Si discorreva di spade, di coltelli, di pistole; ma ansiosi forse di veder sedici commedie nuove in un anno, mi dettero tempo d'ultimarle.
CAPITOLO VIII.
Il Bugiardo, commedia di tre atti in prosa, a imitazione del Bugiardo di Corneille.
- L'Adulatore, commedia di tre atti in prosa.
- Estratto di questa rappresentazione.
- La Famiglia dell'Antiquario, commedia come sopra.
- Suo compendio.
Traduzione fattane da un autore francese.
Nel tempo in cui cercavo dappertutto soggetti di commedia, mi ricordai di aver veduto recitare a Firenze in un teatro di dilettanti il Bugiardo del Corneille tradotto in italiano; e siccome una composizione veduta recitare si tiene a memoria sempre più facilmente, mi ricordavo benissimo di quei luoghi che più mi avevano colpito, rammentandomi inoltre di aver detto nell'atto di sentirla: questa è una buona commedia, ma il carattere del bugiardo potrebbe trattarsi in maniera più comica.
Siccome non avevo tempo di star perplesso sulla scelta degli argomenti, mi determinai a questo, somministrandomi l'immaginazione, in me allora pronta e vivissima, tal fecondità comica, che mi era perfino venuta la tentazione di creare di pianta un nuovo Bugiardo.
Ma rinunziai a questo disegno.
Presane la prima idea da Corneille, rispettai il maestro e mi feci un onore d'intraprendere il lavoro sulle sue tracce, aggiungendo soltanto quello che mi pareva necessario per il gusto della mia nazione e per la durata della rappresentazione.
Immaginai, per esempio, un amante timido, per cui risalta infinitamente l'audace carattere del bugiardo, ponendolo in certe scene molto comiche.
Lelio dunque, che è il bugiardo, arriva a Venezia al lume della luna, e sentendo una serenata sul canale, si ferma per goderne.
Questo era un divertimento ordinato per Rosaura sua bella da Florindo, che per timidezza non voleva comparirne autore.
Lelio in questo mentre vede a una terrazza due donne; si accosta, entra con esse in discorso e trova entrambe molto di suo piacere; fa cadere in bel modo il discorso sopra la serenata, e sente che le signorine non sanno indovinare chi ne sia l'autore; onde Lelio si arroga modestamente il merito di aver loro procurato il divertimento.
Non avendo le due sorelle la minima conoscenza di lui, Lelio dà loro francamente a intendere di trovarsi a Venezia da lungo tempo e di essere amante: gli si chiede di quale di loro due, ma ecco appunto il segreto che non può ancora manifestare.
Questa scena è a un dipresso la stessa di Corneille; infatti mi tenni esattamente sul medesimo piede di quella fatta dall'autore tra il bugiardo e il padre.
Oltre a ciò nella scena decima sesta del second'atto vi è un sonetto dell'amante timido che mette nel massimo impaccio il bugiardo.
Florindo, sempre amante e sempre timido, non osando dichiararsi apertamente, getta un foglio sulla terrazza della sua bella con alcuni versi che, benchè non lo nominino addirittura, sono tali però da farne ben supporre l'autore.
Rosaura si accorge del foglio, lo apre, legge, ma nulla comprende.
Giunge appunto Lelio e le domanda che cosa legge.
Un sonetto, essa risponde, indirizzato a me; ma non ne raccapezzo l'autore.
Le chiede allora se trova i versi ben fatti, tenero e rispettoso lo stile.
Rosaura ne sembra contenta, onde Lelio non esita un momento ad arrogarsene il merito.
Nei versi di Florindo però vi son certe affermazioni contraddicenti tutto quel che Lelio aveva spacciato fin allora.
Ecco il bugiardo in imbroglio.
Rivolge però con tanta destrezza tutte le espressioni a suo favore, che arriva finalmente a farsi credere autore.
Non riporterò il sonetto di Florindo né le sottigliezze di Lelio, perché si può legger tutto questo nell'originale già stampato.
Terminerò bensì il mio estratto con assicurare il lettore che questa scena ebbe molto incontro, e la rappresentazione tutto il successo desiderabile.
L'argomento del Bugiardo di carattere assai più comico che vizioso, me ne suggerì un altro molto più malvagio e pericoloso: parlo dell'Adulatore.
In Francia quello di Rousseau non incontrò punto; il mio in Italia fu benissimo accolto, ed eccovene la ragione.
Il poeta francese aveva trattato quest'argomento più da filosofo che da autore comico, laddove io, ispirando orrore per un vizioso, avevo cercato i modi di ravvivare la commedia con episodi comici e arguti concetti.
Don Sigismondo, ch'è l'adulatore, occupa la carica di primo segretario di don Sancio, governatore di Gaeta nel regno di Napoli.
Questo don Sancio è un uomo spensierato; donna Luisa, sua moglie, è ambiziosa; e Isabella loro figlia una stordita, senza ingegno né educazione.
Il segretario le conosce a fondo, le adula, le inganna e trae partito dalle loro debolezze per assicurare la propria sorte.
L'adulazione di questo cattivo soggetto non si limita alla sola casa di cui si è già reso padrone; procura anche per la città di avere dalla sua i mariti per poi corrompere le mogli, approfittando dell'imbecillità del suo principale per allontanar le persone che non gli vanno a genio.
Non è già adulatore per l'unico piacere di esser tale, come è appunto il cattivo di Gresset, poiché nella sua commedia l'adulazione altro non è che il mezzo di giungere a soddisfare i suoi vizi.
È orgoglioso, libertino e avido di denaro al tempo stesso; e quest'ultima passione lo conduce alla rovina.
Ha la bassezza di far diminuire le provvisioni della gente di servizio del governatore per aumentare il proprio guadagno.
I domestici s'indirizzano a lui per riparare a questo danno.
Son benissimo accolti, sono blanditi, accarezzati; ma nulla concludono.
Questi disgraziati dunque fanno tra loro lega, e conoscendo bene l'autore della loro perdita, gridano vendetta.
Si discorre subito di fucilate, di coltellate.
Il cuoco prende l'impegno di avvelenarlo, ed eseguisce l'idea.
Ecco don Sigismondo vittima della propria malvagità; muore però pentito, confessa i suoi falli e don Sancio riconosce i propri: la sola governatrice piange la perdita dell'Adulatore.
Mi dispiaceva di esser stato obbligato a usare il veleno per lo scioglimento di questa commedia, ma d'altro canto non potevo far diversamente.
Lo scellerato meritava castigo; essendo protetto dal governatore e non bastantemente noto alla Corte di Napoli, immaginai un genere di morte che avevasi ben meritato.
D'altra parte la mia riforma non era ancora giunta a quel punto a cui finalmente la condussi di lì a poco.
Osavo adunque di tempo in tempo qualche licenza del gusto della nazione, sempre però contento quando trovavo uno scioglimento naturale e da far colpo.
Ma eccovi ora una commedia di genere adatto diverso dalla precedente: ella è desunta dalla classe dei ridicoli, alternativa opportuna nella produzione successiva di molto opere.
Questa è La famiglia dell'Antiquario, e la sesta delle sedici ideate.
L'intitolai più semplicemente da principio L'Antiquario essendone egli infatti il protagonista; ma temendo che i litigi tra sua moglie e la nuora non dividessero la pubblica attenzione, diedi alla commedia un titolo che comprende vari soggetti in una volta, molto più che le ridicolezze delle due donne e quella del capo di famiglia si davan la mano, e contribuivano del pari alla moralità e all'andamento comico dell'opera.
Il nome di Antiquario si dà in Italia tanto a chi dottamente si occupa allo studio delle antichità, quanto a chi raccoglie senza intelligenza copie per originali e inutilità per monumenti preziosi; il mio soggetto è ricavato appunto da questi ultimi.
Il conte Anselmo, molto più ricco di denaro che di cognizioni, diviene amante di quadri, medaglie, pietre incise, e di tutto ciò che apparisce raro e antico.
Si fida di birbanti che lo ingannano, e mette insieme con una spesa grandissima una ridicola galleria.
Ha poi una moglie la quale, benchè in procinto di esser nonna, ha tutte le pretese della gioventù; onde la nuora, che non può soffrire la subordinazione, freme di non esser la padrona assoluta.
Il conte Giacinto, figlio dell'una e marito dell'altra, non osando dare il minimo dispiacere a sua madre e d'altro canto volendo contentare sua moglie, trovasi imbrogliatissimo e fa le sue lagnanze al capo di casa.
Questi è seriamente occupato sopra un Pescennio, medaglia rarissima, da lui appunto comprata allora allora a caro prezzo, e ch'era falsa; onde rimanda il figlio bruscamente, né si prende briga dei pettegolezzi della famiglia.
Frattanto vanno sì oltre le cose, che l'Antiquario non può più esimersi dall'occuparsene; ma non volendo stare a tu per tu con donne così poco ragionevoli, chiede un congresso di famiglia.
È fissato il giorno e vi concorrono anche parecchi amici comuni: uno dei primi è il figlio, e l'ultime a comparire sono le signore accompagnate dai rispettivi cicisbei.
Tutti prendono posto.
Il conte Anselmo è in mezzo al circolo, e comincia il discorso sulla necessità della pace domestica; ma nel voltarsi a diritta e a sinistra, pone gli occhi sopra un cammeo appeso alla catena dell'orologio della nuora.
Crede subito di scorgervi una preziosa antichità, onde vuol vederlo più d'appresso; lo scioglie, tira fuori la lente, esamina il gioiello, vi vede una bellissima testa, e bramerebbe farne acquisto.
Gli vien subito ceduto il cammeo; egli va in estasi dal contento, e fa i suoi ringraziamenti alla nuora; sua moglie, offesa, si alza e se ne va.
Ecco finita l'assemblea; è rimessa dunque la grande questione a un'altra seduta.
Succedono in questo intervallo molto cose disgustose per l'Antiquario; egli mostra la sua galleria ad alcuni intenditori, dai quali viene fatto chiaro del suo errore e disingannato; egli ne è pienamente convinto e rinuncia alla sua follia.
Quindi, conoscendo la necessità di ristabilire la pace nella sua casa, intima una seconda assemblea e tutti al solito vi concorrono.
Vengono proposti molti modi; dispiacciono gli uni alla suocera, e gli altri son rigettati dalla nuora; ma se ne trova finalmente uno soddisfacente per entrambe, e consiste nello stabilire due famiglie e separare le due donne per sempre.
Rimangono tutti contenti, e in questa maniera termina la commedia.
Alcuni anni dopo vidi recitare a Parma questa commedia, tradotta in francese dal signor Collet, segretario di gabinetto di S.
A.
R.
l'infanta.
Questo autore, stimabilissimo per tutti i riguardi, e conosciutissimo a Parigi per varie belle opere da lui presentate nel teatro francese, ha tradotto con la maggior perfezione la mia composizione, e senza dubbio è quegli appunto che l'ha fatta valere qualche cosa.
Ne variò bensì lo scioglimento, perché fu d'opinione che questa commedia finisse male, lasciando partire la matrigna e la figliastra fieramente corrucciate, onde ne fece veder sulla scena la riconciliazione.
Se questa pace fosse potuta essere stabile, avrebbe fatto molto bene; ma chi può assicurare che queste due capricciose donne non rinnovassero un momento dopo le loro controversie? Forse sarò in errore, ma pure son d'opinione che il mio scioglimento sia propriamente in natura.
CAPITOLO IX.
Pamela, commedia di tre atti in prosa senza maschere.
- Analisi della medesima.
- Il Cavaliere di buon gusto, commedia di tre atti in prosa - Mediocre successo.
- Epilogo di questa commedia.
- Il Giocatore, in tre atti.
- Sua caduta.
- Proibizione del gioco d'azzardo e soppressione del ridotto a Venezia.
Da qualche tempo il romanzo Pamela era la delizia degli Italiani, e tutti gli amici mi tormentavano perché ne facessi una commedia.
Conoscevo quest'opera e non mi dava fastidio trarne partito, per colpire le menti e ravvicinarne gli oggetti.
Lo scopo morale però dell'autore inglese non conveniva ai costumi e alle leggi della mia nazione.
A Londra un lord non deroga punto alla nobiltà sposando una contadina, laddove a Venezia un patrizio che sposi una plebea priva i figli del patriziato, e perde ogni diritto alla sovranità.
La commedia, che è o dovrebbe essere la scuola dei costumi, non deve esporre le debolezze umane se non per correggerle; onde non conviene arrischiare il sacrificio d'una posterità disgraziata sotto pretesto di ricompensare la virtù.
Avevo dunque rinunciato alle attrattive di questo romanzo; ma poi, nella necessità in cui ero di moltiplicare i soggetti, e sollecitato a Mantova e a Venezia da persone che continuamente m'incitavano a lavorarvi, vi accondiscesi di buon grado.
Non mi accinsi però all'opera se non dopo avere immaginato uno scioglimento che, lungi dall'esser pericoloso, potesse servire di modello ai virtuosi amanti, e render la catastrofe soddisfacente e piacevole al tempo stesso.
Apre la scena Pamela con Jevre, vecchia governante di casa; essa piange la padrona morta da qualche mese, e così pone al fatto il pubblico della sua condizione.
Essa è una campagnola, che milady avea presa in qualità di cameriera, ma che amava qual figlia e alla quale aveva procurato un'educazione al di sopra della sua condizione.
Cade il discorso sopra il figlio della defunta, e Jevre fa sperare a Pamela che milord Bonfil mai dimenticato non avrebbe le raccomandazioni della madre che la riguardavano.
Mediante alcune interrotte espressioni accompagnate da qualche sospiro, Pamela lascia trasparire la sua inclinazione per il giovane padrone.
Vuol abbandonare Londra, vuol ritornare in seno alla sua famiglia, ed ecco il contrasto dell'amore e della virtù.
Nel corso della commedia vedesi il giovane lord ardere del fuoco medesimo di Pamela.
Essa è saggia.
Milord fa i tentativi possibili per sottoporla ai suoi voleri, ma Pamela è immutabile ed egli divien furioso.
Milady Dauvre, sorella di milord Bonfil, si accorge della passione del fratello e gli chiede Pamela.
Esita Bonfil dapprincipio; acconsente, e poi revoca il consenso; rinchiude Pamela; ed eccolo nella più grande agitazione.
L'amico suo lord Arthur va un giorno a trovarlo, e ben si avvede del suo rammarico; procura di sollevarlo e gli propone tre differenti partiti per ammogliarsi; Bonfil non ne trova alcuno di suo genio.
Segue tra questi due amici una scena che è una specie di discussione sopra la scelta della moglie, sulla libertà inglese e sugl'inconvenienti delle unioni ineguali relativamente alla successione.
Quest'ultimo articolo fa sensazione sull'animo di Bonfil , che ne è vivamente colpito; ma non sa determinarsi a rinunciare a Pamela.
Essa aveva scritto a suo padre e lo aveva informato del suo impaccio, dei suoi timori.
Egli giunge, si presenta a milord, gli chiede la figlia e milord ricusa di renderla.
Andreuve (così chiamasi il vecchio) domanda seriamente a milord quali mire abbia sopra di lei.
Milord confessa allora la sua passione: ama Pamela e si reputerebbe felice se potesse farla sua moglie; non l'interesse pertanto, ma la sua condizione e la nascita glielo impediscono.
Il vecchio, commosso dai sentimenti di milord, veduto il momento di far la felicità di sua figlia.
gli confida il suo più gran segreto.
Andreuve non è il suo nome; egli è il conte d'Auspingh scozzese, che nelle rivoluzioni di quel regno fu annoverato tra i ribelli della corona britannica e si salvò sulle montagne d'Inghilterra, comprando col denaro restatogli terreno bastante per lavorare e sussistere.
Egli dà prove del suo antico stato, e cita testimoni tuttora viventi che ben lo possono riconoscere.
Milord esamina le carte, vede i testimoni, sollecita la grazia per l'uomo prescritto, l'ottiene senza difficoltà e sposa Pamela: ecco la virtù ricompensata, ecco salva la convenienza.
Il più singolare di questa commedia però si è, che dopo tale riconoscimento in cui dovrebbe appunto aver termine l'azione secondo le regole dell'arte, vi sono alcune scene che, invece di annoiare, divertono quanto le precedenti e forse anche più.
Pamela ignora tutto quello che è seguito fra Bonfil e suo padre: non conosce il suo nuovo stato ed è pronta a lasciare l'amante; questi si diverte a tormentarla: dice che è per ammogliarsi, che è per sposare la contessa d'Auspingh, e ne fa egli stesso l'elogio.
Pamela è in angustie; intanto giunge suo padre e l'anima ad abbracciare milord; ma essa nulla comprende; si cerca di porla al fatto di tutto, ed essa non crede; la saluta Jevre col nome di padrona e milady Dauvre viene a farle il suo complimento; insomma Pamela è assicurata della sua felicità; sempre però modesta e riconoscente, varia condizione, ma non varia carattere.
Non ho fin qui fatto menzione di un personaggio che infinitamente ravviva il serio della commedia.
Il cavalier Hernold, nipote di milady Dauvre, giovane Inglese che aveva fatto di fresco il giro d'Europa, porta seco per mancanza di principi e cognizioni tutte le ridicolezze dei paesi che ha percorsi.
Va in casa di Bonfil, lo trova a prendere il tè in compagnia; comincia a parlare della vivacità francese e si burla del serio de' suoi compatrioti; gli si esibisce del tè ed egli lo ricusa, vantando la cioccolata di Spagna e il caffè di Venezia; non farebbe altro che ciarlare, tien discorso della galanteria di Parigi, dei divertimenti d'Italia, e loda molto gli arlecchini, trovando le arlecchinate piene di grazia.
Tutti quelli della conversazione si annoiano e se ne vanno.
Ecco, dice allora a Bonfil il cavaliere, ecco persone che non hanno viaggiato.
- Se voi, signore, aveste fatto precedere ai viaggi, risponde Bonfil, lo studio e le cognizioni, non avreste certamente limitato le vostre osservazioni alla sola galanteria francese e alle arlecchinate italiane.
- La Pamela, secondo la definizione dei Francesi, è piuttosto un dramma; ma il pubblico la trovò dilettevole, ed essa riportò la palma sopra tutte le mie opere fino a quel tempo rappresentate.
Dopo una commedia di sentimento, ne feci immediatamente succedere un'altra relativa agli usi della società civile, intitolata Il Cavalier di buon gusto, titolo che si poteva tradurre in francese L'Homme de goût.
È vero che questo titolo darebbe in Francia la idea di un uomo istruito nelle belle arti, laddove l'italiano di buon gusto, o come lo dipinge la mia commedia, è un uomo di mediocre fortuna che trova il mezzo di avere una deliziosa casa, servitù scelta, un eccellente cuoco e comparisce nella società qual uomo ricchissimo, senza però far torto ad alcuno e senza dissestare i propri affari.
Non mancano i curiosi che vorrebbero indovinare il suo segreto; vi sono anche maldicenti che osano denigrare la sua reputazione; e sono quelli che più frequentano la tavola di lui e continuamente profittano della sua generosità.
Il conte Ottavio, protagonista, è un uomo di una certa età, molto allegro, molto piacevole, e che scherza sempre col bel sesso senza voglia o timore di contrarre impegni.
Amministra le sostanze di un nipote, la madre del quale non ama troppo il cognato.
Essa incute diffidenza nell'animo di suo figlio riguardo allo zio.
Il conte se ne accorge, ride, e per togliere affatto di speranza la vedova di suo fratello, le fa credere che è per ammogliarsi quanto prima a pregiudizio del suo erede.
Getta su tal proposito qualche lontana e ambigua proposizione, ma tutte le volte che si tratta di manifestare l'oggetto del suo cuore, presenta per sua bella Pantalone, mostrando un suo trattato di commercio con questo negoziante, dal qual traffico ricava capitali sufficienti per sostenere la vita elegante che gode.
Le scene che direttamente riguardano il Cavalier di buon gusto sono piacevolissime; istruisce, per esempio, il suo segretario, corregge il bibliotecario, addestra il suo nuovo maestro di casa, licenzia i servitori cattivi e ricompensa i buoni.
Queste son piccole lezioni che giovano senza annoiare.
Questa commedia, benché riuscisse molto bene, ebbe però la disgrazia di succedere a Pamela che aveva fatto delirar tutti; riportò infatti un più felice incontro nella sua replica l'anno dopo.
Lo stesso accadde a quella del Giocatore, nona commedia del mio impegno, che non essendo mai potuta risorgere come la sua antecedente, la giudicai, stando al pubblico, commedia andata a terra senza riparo.
Avevo inserita con molta felicità anche nella commedia del Caffè, terza commedia di quell'anno, una parte di giocatore, che fu sostenuta a viso scoperto dal nuovo Pantalone nel modo più piacevole; ma, essendo di parere di non aver detto abbastanza sopra questa disgraziata passione, mi proposi di trattar questa materia a fondo; tuttavia il giocatore episodico del Caffè prevalse su quello che nell'altra commedia era il soggetto principale.
Bisogna però aggiungere che in quel tempo eran tollerati a Venezia tutti i giochi d'azzardo, ed era in voga il famoso ridotto, che arricchiva questi e rovinava quelli, ma richiamava giocatori dalle quattro parti del mondo e faceva girare molto denaro.
Sarebbe stato perciò inopportuno mettere allo scoperto le conseguenze di questo pericoloso divertimento, e molto più la mala fede di certi giocatori unitamente agli artifici dei mezzani di gioco; onde in una città di duecentomila anime la mia commedia non poteva far sì che non avessi molti nemici.
A un tratto la Repubblica di Venezia proibisce i giochi d'azzardo e sopprime il Ridotto.
Vi saranno forse dei privati che si lamenteranno di questa abolizione, però basterà dire, per provarne la saviezza, che quei medesimi del Gran Consiglio che amavano il gioco, diedero i loro voti per l'esecuzione del nuovo decreto.
Non pretendo di scusare con questo la caduta della mia commedia mendicando ragioni estranee; essa cadde, dunque era cattiva, e non è poco per me che di sedici commedie andasse a terra questa sola.
Il pubblico richiedeva sempre Pamela.
Questa volta ricusai di contentarlo: troppo mi premeva di adempiere al mio impegno, trovandomi ancora sette rappresentazioni nuove da dare.
Sapevo bene che i miei partigiani me ne avrebbero condonate alcune per la soddisfazione di tornare a vedere quella dalla quale erano stati divertiti; ma i malvagi mi avrebbero insultato; onde preferii la gloria di confondere i nemici al dolce piacere di appagare il desiderio degli amici.
Ero quasi sicuro del successo della commedia che davo: la feci dunque annunciare e la pubblicai negli affissi con tutta fiducia, né m'ingannai.
CAPITOLO X.
Libercolo dei miei avversari.
- Il Vero Amico, commedia di tre atti senza maschere.
- Sua buona riuscita e analisi.
- La Finta Malata, commedia.
- Suo incontro.
- La Moglie prudente, in tre atti senza maschere.
- Alcune parole sopra questa composizione.
- Buon successo.
La quantità di commedie che andavo esponendo l'una dietro l'altra, non dava tempo ai miei nemici di far scoppiare il loro odio contro di me.
Ma nei dieci giorni di riposo durante la novena di Natale, non mancarono di farmi il bel regalo di un libercolo contenente più ingiurie che critiche.
In conseguenza della caduta della mia ultima commedia, si andava dicendo che Goldoni aveva consumato tutto quanto il suo fuoco, incominciava a declinare e sarebbe finito male; come pure che sarebbe stato umiliato il suo orgoglio.
Mi dispiaceva quest'ultima espressione solamente.
È vero che mi si poteva accusare d'imprudenza per aver contratto un impegno che poteva costarmi la salute o la reputazione; ma d'orgoglio non ne ho assolutamente mai avuto, o almeno non mi sono mai accorto di averne.
Non feci caso alcuno a questo libercolo, anzi sempre più mi persuasi della necessità di ristabilire sul mio teatro il vero gradimento, il brio, l'istruzione e l'antico credito.
La commedia del Vero Amico, che esposi all'apertura del carnevale, appagò pienamente tutte quante le mie mire, e l'argomento mi fu somministrato da un aneddoto storico che trattai per altro con tutta quella delicatezza di cui era meritevole.
L'eroe della commedia è Florindo, che ha un amico intimo a Verona chiamato Lelio.
Egli va a trovarlo al solo scopo di godere della sua compagnia, e resta un mese in casa sua.
Lelio deve sposare Rosaura, figlia d'un uomo ricco, ma sordido e avaro; conduce dunque in casa della bella l'amico: questi se n'innamora, e accorgesi di più che la signorina è colpita al par di lui, onde risolvesi a lasciar Verona.
Beatrice, zitella inoltrata in età e zia di Lelio, dolente della partenza di Florindo di cui appunto sperava di far la conquista, dichiarasi a lui apertamente.
Florindo meravigliato, non ardisce disgustare palesemente la zia del suo amico; le fa bensì i suoi ringraziamenti e le dice, senza contrarre impegno di sorta, varie cose sempre decenti e piene di grazia.
Giunge in questo tempo Lelio, e prega Beatrice di lasciarlo un momento solo con l'amico; essa impegna il nipote a opporsi alla partenza di Florindo, ed esce molto contenta di lui.
La scena dei due amici è importantissima: Lelio si lamenta della sua bella.
Da qualche giorno è male accolto, mal veduto, non più amato.
A tale oggetto incarica l'amico Florindo di portarsi a scandagliare il cuore di Rosaura.
Che dura commissione, per un amante! si oppone, ma inutilmente; lo esige l'amicizia, egli va.
Il nuovo colloquio tra Rosaura e Florindo compie la disfatta di ambedue.
Ecco due amanti disgraziati, vittime dell'onore e della passione più viva.
Florindo torna alla prima idea; convien partire.
In questo mentre riceve da Rosaura una lettera nella quale sembra che accrescasi il suo amore per la disperazione della perdita di lui; egli dunque prende il partito di risponderle per disingannarla ed annunziarle la partenza.
Scrive: tutto in un tratto sopraggiunge il servitore, e gli dà tremando, l'avviso che Lelio è assalito da due persone armate e si difende con svantaggio.
Florindo afferra la spada, corre alla difesa dell'amico, e lascia sulla tavola la lettera già incominciata.
Entra da una parte Beatrice, mentre Florindo esce dall'altra; s'accorge della lettera e legge le seguenti espressioni: "Purtroppo conosco, signorina, la bontà che per me avete, e mi sento troppo debole e troppo grato per potervi guardare con indifferenza.
Il mio amico mi ha ricevuto in casa: mi ha partecipato i segreti tutti del suo cuore; sarebbe certamente un mancare all'amicizia e all'ospitalità..." La lettera non dice di più, e la parola ospitalità fa credere a Beatrice che il foglio riguardi lei; crede dunque che Florindo veramente l'ami, e trovandolo eccessivamente delicato si propone di fargli animo.
Torna Florindo e fa ricerca della lettera.
Beatrice, che l'aveva nascosta, ben se ne avvede e scherza.
A un tratto entra Lelio e abbraccia il suo amico, il suo liberatore.
Beatrice aggiunge che lo deve anche abbracciare come parente, facendo allora vedere la lettera.
Lelio va in estasi dal piacere udendo che il suo caro amico gli divenga zio.
Ecco Florindo nel più grande impaccio; convien tradire il segreto di Rosaura, o sacrificarsi a Beatrice.
Si appiglia all'ultimo partito, onde la zia esce tutta orgogliosa del trionfo delle sue attrattive.
Lelio allora accresce all'amico la sua confidenza avendo concepito contro di lui in qualche occasione alcuni leggeri sospetti.
Quest'ultimo avvenimento lo pone in quiete interamente.
Va in casa della sua bella, e presenta Florindo come futuro sposo della zia: che martirio per l'uno, che desolazione per l'altra! Al principio di quest'estratto ho annunziato il padre di Rosaura come un eccessivo avaro; egli aveva promesso la figlia in matrimonio a Lelio che, non essendo ricco, faceva capitale su ventimila scudi, dote della signorina.
Confida dunque alla sua figlia con le lagrime agli occhi che l'istante di sborsare questa somma sarà quello della sua morte.
Rosaura, che non ama Lelio, calma il padre e lo assicura che ne sarà al possesso per tutto il tempo della sua vita; onde l'avaro sparge la voce che ha fatto parecchie perdite, che si trova in miseria, e che non può salvarsi dal maritare la figlia senza dote.
Lelio dunque, vedendosi decaduto quanto all'amore e quanto alla fortuna, rinunzia a Rosaura e prega l'amico di adempire per lui a tutti i doveri della convenienza.
Florindo, che è ricco e sempre amante, prende il violento partito di svelare a Lelio l'intelligenza del suo cuore con quello di Rosaura; e dopo aver messo in vista le testimonianze già date della sua delicatezza e amicizia, gli domanda il permesso di sposare Rosaura.
Lelio non ha motivo di lagnarsi dell'amico; è lui che lo ha introdotto, che lo ha messo nel caso d'apprezzare il merito della fanciulla e di porvi affetto.
Ben conosce tutti i sacrifici fatti da Florindo per riguardo a lui, e poiché il partito di Rosaura non gli conviene più, gliela cede senza difficoltà.
Se ne fa al padre la proposta, ed egli ne è contentissimo, purchè ciò succeda senza dote.
Tutto resta fissato.
Si fa un'adunanza per la sottoscrizione del contratto.
Ma qual disturbo! Si dà avviso all'avaro che il suo scrigno è rubato.
Si corre, si arresta il ladro, si pone in salvo il tesoro.
Il padre dunque torna a vista di tutti ad abbondare di denaro, e la figlia torna così ad essere nuovamente una ricca erede; onde Florindo non può sposarla che a scapito della fortuna del suo amico.
In conseguenza di ciò non esita a dare a Lelio l'ultima prova di amicizia e probità: sposa Beatrice e adopra tutto il suo credito e affetto per indurre Rosaura a presentar la mano al primo suo pretendente.
Essa penetrata dal cordoglio e dall'ammirazione, avendo già perduto la speranza di possedere il suo amante, consente di appagarlo dando la mano a Lelio, il quale spera di guadagnare in seguito il cuore di lei.
Questa commedia è una delle mie favorite, ed ebbi sommo piacere di vedere anche il pubblico d'accordo con me; ero bensì meravigliato io stesso di aver potuto impiegarvi il tempo e le cure necessarie in un anno per me sì laborioso.
Ma eccovene ora un altra che non mi costò minor fatica e che non ebbe minore successo: cioè La finta malata.
Prima di render conto di questa composizione, vi farò ben conoscere l'originale che me ne somministrò l'argomento.
La signora Medebac, attrice veramente eccellente e affezionatissima alla sua professione, era donna soggetta a fisime; era spesso malata o credeva d'esserlo, qualche volta non avendo in sostanza altro che alcune volontarie ipocondrie.
In questo caso l'unico compenso era quello di dare a recitare una bella parte a un'attrice subalterna; allora la malata guariva all'istante.
Mi presi dunque la libertà di rappresentare la signora Medebac istessa; essa, per vero dire, un poco se ne accorse, ma trovando la sua parte graziosissima, volle assumerne l'impegno e la sostenne infatti perfettamente.
Rosaura amava il dottor Onesti, giovane medico tanto amabile in conversazione quanto dotto nella sua arte.
Il padre del dottore essendo stato buon amico di Pantalone, genitore di Rosaura, il figlio andava di tempo in tempo a farle visita, ma non così frequentemente quanto la fanciulla avrebbe bramato.
Essa pertanto si finge un giorno malata, ed è fatto venire il medico.
Il male va crescendo e si fa serio a proporzione che aumenta l'amorosa passione; dà in convulsioni, piange, ride, canta, fa urli spaventevoli.
Pantalone vuol fare consulto, e nomina egli stesso i medici consulenti; tutti vi concorrono.
L'adunanza è composta di tre medici: il dottore Onesti, il dottor Buonatesta, il dottor Malfatti e il signor Tarquinio, chirurgo di casa.
L'Onesti, medico curante, conoscendo la malata più degli altri, fa la narrazione dei sintomi della malattia accusando un'alterazione di mente piuttosto che un male fisico.
Il signor Buonatesta però, dopo aver bene esaminato l'ammalata, pensa diversamente; e il signor Malfatti ora è del parere dell'uno e ora del parere dell'altro; mentre il chirurgo, domandato il permesso, dice ancor egli il suo sentimento, e conclude per la cavata di sangue.
Sono figlio d'un medico, medico sono stato io pure per un momento, e condanno il poco senno di coloro che fanno l'elogio o la satira della medicina in generale.
Dovendo dunque parlare di quest'arte, che per necessità bisogna rispettare, metto in scena nella mia commedia tre medici, uno onorato e prudente, l'altro ciarlatano, il terzo ignorante.
Queste appunto sono la tre classi che si possono incontrare nella medicina; Dio ci guardi sempre dalle due ultime, ma in special modo dalla seconda, che è senza dubbio la più pericolosa.
Non mi estenderò ulteriormente nell'analisi di questa commedia, della quale si prevede lo scioglimento fin dal primo atto.
Un'amica di Rosaura scopre il segreto e s'adopera per la saluta e felicità di lei, parlandone al padre e obbligandolo a guarire la figlia con quell'elisir che più le conviene.
La difficoltà più considerevole però che questa buona amica si trova in necessità di superare, è la ripugnanza del dottore.
Questa non dipende in lui da mancanza di considerazione e di affetto per Rosaura, ma bensì dal timore che il mondo non dica avere il medico sedotto la malata, ed è abbastanza delicato per ricusarla; ma l'amica di Rosaura sa con lui maneggiare così bene che distrugge tutti gli ostacoli, e il matrimonio si fa.
Malgrado la semplicità del soggetto, questa rappresentazione fu generalmente bene accolta e sommamente applaudita; deve però forse il suo buon successo alla bravura dell'attrice, che si compiaceva di rappresentare sé medesima e che lo faceva ciò senza sforzo.
Anche i tre differenti caratteri dei medici e d'uno speziale sordo e novellista, che intendeva tutto a rovescio e preferiva la lettura delle gazzette a quella delle ordinazioni, non vi contribuirono meno.
L'indole dunque assai comica del soggetto e la vivacità dell'attrice fecero la sorte della Finta Malata, nel modo stesso che un vero merito fece quella della Moglie prudente, di cui sono ora per render conto.
Donna Eularia è la femmina più saggia e giudiziosa del mondo, laddove Roberto suo marito è l'uomo più stravagante ed irregolare della terra.
Egli è geloso; sua moglie non bramerebbe altro che di condurre una vita tranquilla e ritirata, ma egli la sforza a veder gente, perché non nasca il dubbio della gelosia di lui.
Per far conoscere bene questa commedia, bisognerebbe tenerle dietro scena per scena, poiché è lavorata con tal arte che senza il dialogo non è possibile giudicarne; onde sarebbe per me passare la misura propostami, se dessi un estratto lungo quanto la commedia.
Il soggetto mi fu somministrato da quelle medesime società da cui presi quello del cavaliere e della dama, ciòè dalla classe dei cicisbei.
In Italia vi sono mariti che soffrono con rabbia questi esseri singolari, che sono i secondi padroni delle famiglie sregolate.
Don Roberto era la persona meno in grado di tollerare costoro in casa propria; ma un uomo che cerca di avanzarsi nel mondo e che ha bisogno di protettori e di amici, può egli tenere la moglie chiusa in casa?
In questa commedia una dama di provincia, che non conosce punto i costumi della capitale, trova i galanti sommamente ridicoli; onde don Rodrigo va pienamente d'accordo con questa donna giudiziosa, stringe con lei amicizia e si risolve di andare a godere la tranquillità che dolcemente offre a tutti una piccola città quasi ignorata.
Con piacere vi consente donna Eularia, anzi anima suo marito a dar effetto all'idea, coronando così, mediante una virtuosa rassegnazione, il bel merito della sua lunga sofferenza.
Il pubblico che sempre più s'affezionava a questa prudente e disgraziata donna, parve molto contento di uno scioglimento che prometteva la sua pace; onde la rappresentazione terminò con applausi, felicemente sostenendosi fino all'altra commedia nuova che vi fu sostituita.
CAPITOLO XI.
L'Incognita, commedia romanzesca di tre atti in prosa.
- L'Avventuriere onorato, commedia di tre atti in prosa.
- Analogia del protagonista con l'autore.
- La Moglie capricciosa.
- I Pettegolezzi.
commedia di tre atti ed in prosa.
- Fortunato successo di queste quattro commedie - Adempimento del mio impegno.
- Soddisfazione del pubblico.
Dopo la Pamela, e soprattutto nel tempo dell'esito equivoco del Cavalier di buon gusto e della caduta del Giocatore, i miei amici volevano assolutamente qualche altro soggetto romanzesco, per risparmiarmi, dicevano, la pena dell'invenzione.
Stanco delle loro istigazioni terminai la questione col dire che, invece di leggere un romanzo per farne una commedia, avrei più gradito comporre una commedia da cui potesse ricavarsi un romanzo.
Alcuni si misero a ridere, altri mi presero in parola: - Fateci dunque, mi dissero, un romanzo in azione, o almeno una commedia intrecciata quanto un romanzo.
- Si, ve la farò.
- Sì? - Sì, parola d'onore.
- Ritorno in casa e, caldo del mio nuovo impegno, do principio alla commedia e al romanzo nel tempo stesso, senza avere soggetto né per l'una né per l'altro.
- È necessario, dicevo tra me, molto intreccio, sorpresa, meraviglia, e insieme vivacità e sentimento comico e patetico.
Un'eroina richiamerebbe forse l'attenzione più che un eroe; ma dove andrò a cercarla? Vedremo.
Per ora prendiamo per protagonista un'incognita.
- E getto addirittura sulla carta L'Incognita, commedia.
Atto primo, scena prima.
- Questa donna peraltro deve avere un nome, oh sì certamente: ebbene, diamole quello di Rosaura.
Va benissimo: ma dovrà poi venir sola sola a dare al pubblico le prime notizie dell'argomento? Questo no, poiché sarebbe un difetto delle antiche commedie.
Facciamola pertanto comparire con...
sì: con Florindo.
Rosaura e Florindo.
- Ecco come cominciai e continuai l'Incognita, fabbricando un vasto edificio senza sapere se ne formassi un tempio o un ridotto.
Ogni scena me ne produceva un'altra, e ogni avvenimento me ne faceva nascer quattro; onde alla fine del primo atto il quadro era sbozzato, né altro mancava se non di riempirlo.
Io stesso ero stupito della quantità e novità degl'incidenti somministratimi dall'immaginazione.
Al termine del secondo atto pensai allo scioglimento, anzi fin d'allora incominciai a prepararlo perché riuscisse appunto meraviglioso e inaspettato, ma non tale da sembrar disceso dal cielo.
Il soggetto della commedia è una figlia incognita, affidata nella sua infanzia da un forestiero a una contadina, con denaro bastante per impegnarla ad averne cura.
Questa ragazza divien grande, bella, ben fatta, e ha due amanti: Florindo l'uno, che realmente ama; Lelio l'altro, per lei insopportabile.
Rapita dal primo, il secondo l'insegue, onde si trova ora in potere dell'uno, ora dell'altro, ma sempre però in condizioni da non far temere per la sua innocenza.
In tale stato trova un protettore zelante; la moglie di lui ne è gelosa, ed ecco nuove disgrazie, nuovi casi: essa passa da una sventura all'altra; divien sospetta, è arrestata e rinchiusa, insomma è lo scherzo della fortuna.
In una parola la commedia e il romanzo terminano secondo il solito: Rosaura si trasforma nella contessa Teodora, figlia d'un nobile napoletano, e dà la mano a Florindo a lei uguale di condizione.
I miei amici ne furono contenti, come pure il pubblico, confessando tutti unanimemente che la mia commedia avrebbe potuto somministrare materiali sufficienti per un romanzo di quattro grossi volumi in ottavo.
Fresco di una commedia romanzesca, misi mano a un altro soggetto, che per quanto non presentasse alcunché di meraviglioso, poteva esser collocato nella classe dei Tom Jones, dei Tompsons, dei Robinsons, e loro simili, per motivo delle singolari combinazioni.
Il protagonista peraltro aveva qualche principio storico, poiché se L'Avventuriero onorato, che dà titolo alla commedia, non è in tutto e per tutto il mio vero ritratto, ha provato almeno tanti avvenimenti e ha esercitato tanti mestieri, quanti ne ho provati ed esercitati io stesso; onde, siccome il pubblico, plaudendo questa composizione, mi faceva la grazia di appropriarmi fatti e massime che mi facevano onore, non potei occultare di aver dato nel comporla un'occhiata ai casi miei.
Frattanto la mia produzione, e per la parte storica e per la favolosa, fu ricevuta con favore.
L'Avventuriere onorato ebbe un successo deciso e costante, e mi compiacqui insieme del buon incontro della composizione e dell'onore dell'allegoria.
Era però necessario uscire da questo genere di commedie di sentimento, e ritornare ai caratteri e al vero comico; tanto più che eravamo prossimi alla fine del carnevale, e per conseguenza nella necessità di ravvivare lo spettacolo ponendolo alla portata di tutti.
La Donna volubile fu dunque la penultima composizione dell'anno.
Avevamo appunto nella compagnia un'attrice, ch'era la donna più capricciosa del mondo; non feci altro che farne la copia, onde alla signora Medebac, che conosceva bene l'originale, non dispiacque - per quanto buona e cara - di burlarsi un po' della collega.
Un carattere di tal sorta per sé stesso è comico, ma potrebbe facilmente divenir noioso quando non fosse sostenuto da scene e tratti piacevoli.
Si possono mettere in ridicolo i continui cambiamenti d'abiti, cappelli e divertimenti alla moda, ma per rendere la donna volubile un soggetto da commedia occorre la comicità di un cervello capriccioso.
Una donna innamorata che un'ora dopo non vuol più amare; che spaccia massime rigide, e intanto si accende di una passione del tutto contraria alla sua maniera di pensare; ecco il personaggio comico.
Lo scioglimento della commedia è quello appunto che convenir poteva a una follia meritevole di correzione; infatti, determinatasi finalmente Rosaura al matrimonio, tutti la evitano, nessuno vuol saperne nulla.
La signora Medebac sostenne la sua parte a perfezione, e la sua dolcezza naturale fece spiccare a meraviglia la dappocaggine della donna volubile; onde questa commedia ebbe il maggior effetto desiderabile.
Mi restava ancora da dare una sola commedia nell'anno per adempire pienamente al mio impegno.
Ma eravamo alla penultima domenica del carnevale e non avevo ancora scritto un verso di questa commedia, non l'avevo nemmeno immaginata.
Esco quello stesso giorno di casa, e per distrarmi vado a piazza di San Marco, osservando se qualche maschera o ciarlatano mi somministrasse un soggetto da commedia o da balletto per gli ultimi giorni di carnevale.
Sotto l'arco dell'orologio m'imbatto appunto in un uomo che mi dà nell'occhio e mi dà quello che cerco.
Era un vecchio armeno mal vestito, molto sudicio e con lunga barba, che girava per le strade di Venezia vendendo certi frutti secchi del suo paese, che chiamava abagigi.
Quest'uomo s'incontrava dappertutto, e l'avevo visto tante volte; era così noto e deriso, che volendo burlarsi di una giovane in cerca di marito le si proponeva Abagigi.
Non ci volle altro perché ritornassi a casa contentissimo.
Entro, mi chiudo immediatamente nello studiolo ed immagino una commedia popolare intitolata I Pettegolezzi.
Sotto questo titolo appunto essa viene presentata a Parigi nel teatro comico italiano, tradotta in francese dal signor Riccoboni figlio.
Il traduttore però ha destramente variato il personaggio di Abagigi, ignoto in Francia, in quello di un ebreo mercante d'occhiali; ma né l'ebreo in francese, né l'armeno in italiano sostengono le parti di protagonista, poiché ad altro ambedue non servono se non a formare il nodo della favola.
Frattanto ecco in compendio il soggetto principale di questa commedia, felicemente riuscita nelle due lingue.
Checchina passa per figlia di un marinaio veneziano, cui era stata affidata fin dall'infanzia.
Giunta all'età nubile, le si trova un conveniente partito; ma nascono pettegolezzi che guastano tutto.
Una donna ammessa al segreto confida a una delle sue amiche che Checchina non è figlia del marinaio; costei rifà il discorso a un'altra, e così di bocca in bocca, d'orecchio in orecchio (sempre però col patto del segreto) si divulga l'arcano.
Ecco pertanto riguardata la giovine promessa in matrimonio come bastarda, ed ecco per tal ragione interrotte le nozze.
Giunge a Venezia il vero padre della fanciulla, che torna dalla schiavitù e sembra alle maniere Levantino; trovatosi egli per caso con l'armeno mercante di abagigi, vengono presi in scambio l'uno per l'altro, e per questo solo motivo Checchina si crede figlia di quel brutto barbone.
Ecco nuovi pettegolezzi: basta che a una donna sola nasca il dubbio, perché tutto il quartiere sia dello stesso sentimento.
Checchina dunque è disprezzata, le ridono in faccia.
la chiamano signorina Abagigi ed è ridotta alla disperazione.
Finalmente il padre putativo e il vero un giorno s'incontrano.
Si viene in chiaro di tutto; Checchina pertanto ritorna al suo stato, sposa il fidanzato, mutan tono i pettegolezzi e così termina la commedia molto allegramente.
Non potè andare in scena che il martedì grasso, e fece la chiusura del carnevale.
Il concorso fu così grande e straordinario, che il costo dei palchetti aumentò di tre o quattro volte, e furono a tal segno tumultuosi gli applausi, che la gente di fuori era in dubbio se ciò fosse per allegria o fosse scoppiata una sommossa.
Io me ne stavo tranquillo nel mio palchetto, attorniato dagli amici che piangevano di gioia.
Tutto a un tratto viene a cercarmi una folla di gente che mi obbliga a uscire, mi porta e mi trascina mio malgrado al Ridotto, mi fa passeggiare di stanza in stanza, e mi fa raccogliere complimenti e congratulazioni che volentieri avrei evitato, se mi fosse stato possibile.
Troppo stanco per sostenere una cerimonia di tal sorta e non sapendo donde nascesse quell'entusiasmo, mi dispiaceva che la commedia fosse posta al di sopra di tante altre che mi erano assai più care.
Poi compresi il motivo di una così universale acclamazione: era il trionfo del mio impegno adempiuto.
CAPITOLO XII.
Seguito dei miei penosi lavori.
- Ingratitudine del direttore.
- Proposta della prima edizione del mio Teatro.
- Primo volume delle mie opere.
- Viaggio a Torino.
- Alcune parole su questa città.
- Molière, commedia in cinque atti in versi.
- Storia di questo lavoro.
- Successo a Torino.
- Viaggio a Genova.
- Ritorno a Venezia.
- Prima rappresentazione del Molière in questa capitale.
- Buona riuscita.
Molta era la felicità che all'età di quarantré anni possedevo nell'invenzione ed esecuzione dei miei temi: ma finalmente ero un uomo come gli altri; ed essendo alterata dall'assiduità del lavoro la mia salute, caddi malato, e così pagai il fio della mia follia.
Sottoposto, secondo il mio solito, a qualche accesso d'ipocondria, che assaliva in un tempo medesimo corpo e spirito, sentii che si rinnovava in me con maggior violenza di prima.
Ero spossato dalla fatica, ma l'afflizione contribuiva non poco; bisogna dir tutto: ormai non debbo nascondere nulla al mio lettore.
Nel corso di un anno avevo scritte sedici commedie, e quantunque il direttore non le avesse richieste, pure non lasciò di trarne profitto.
Qual vantaggio ne avevo ricavato per me? Neppure un quattrino sopra il prezzo convenuto per un anno.
Neppur la minima gratificazione; molti elogi, molti complimenti, mai però il più piccolo riconoscimento.
N'ero dolente ma non ne facevo parola.
Frattanto, non vivendosi di gloria, non mi restava altro partito che la stampa delle mie opere.
Ebbene, chi lo avrebbe mai creduto? Medebac stesso vi si oppose, e alcuni dei suoi protettori gli davano ragione.
Costui mi contrastava quello che è diritto di ogni autore, col pretesto di aver comprato le mie opere.
Siccome dovevo ancora star qualche tempo con lui, non potevo, o per meglio dire non volevo, essere in lite con quelle persone appunto che necessariamente dovevo vedere ogni giorno.
Troppo ero amico della mia pace per sacrificarla all'interesse; onde cedetti le mie pretese, mi contentai del permesso di far stampare ogni anno un sol volume delle mie commedie e conobbi bene, da questo singolar permesso, che Medebac faceva conto che io fossi addetto a lui per tutta la vita.
Io però aspettavo il termine del quinquennio per fargli tanti ringraziamenti.
Diedi dunque i manoscritti di quattro commedie al libraio signor Antonio Bettinelli, da cui fu intrapresa la prima edizione dei mio Teatro, e ne fu pubblicato il primo volume a Venezia l'anno 1751.
Siccome la compagnia dei miei comici doveva passare la primavera e l'estate a Torino, pensai che la mutazione dell'aria ed il divertimento di un viaggio potessero contribuire a ristabilire la mia salute.
Seguii perciò con tal fine la compagnia a mie spese, e avendo l'intenzione di portarmi poi anche a Genova, condussi meco la mia cara compagna.
Non conoscevo Torino, e la trovai deliziosa.
L'uniformità delle fabbriche nelle strade principali produce un colpo d'occhio graziosissimo, e sono parimenti bellissime le piazze e le chiese.
La fortezza offre una stupenda passeggiata e nelle abitazioni reali, tanto in città come in campagna, si trova gusto e magnificenza.
I Torinesi poi sono per loro natura molto garbati, molto puliti, partecipando assai dei costumi e usi dei Francesi, dei quali parlano la lingua con tutta dimestichezza; anzi, vedendo arrivare nella loro patria un Milanese, un Veneziano o un Genovese, hanno perfino l'abitudine di dire: - Ecco un Italiano.
- In Torino i miei comici recitavano le mie commedie, ed erano frequentate e anche applaudite, quantunque vi fossero alcuni esseri singolari che dicevano a ciascuna delle mie novità: - C'est bon, mais ce n'est pas Molière.
- Veramente mi si onorava più di quello che meritavo, non avendo io mai avuto la pretesa di esser messo a confronto dell'autore francese; sapevo bensì che tutti quelli che davano un giudizio così vago e poco ragionato non andavano allo spettacolo, se non per girare i palchetti e farvi crocchio.
Conoscevo benissimo Molière, e rispettavo questo maestro dell'arte al pari dei Piemontesi; per questo appunto mi venne voglia di dar loro sopra di ciò una prova convincentissima.
Composi subito una commedia in cinque atti e in versi, a scena fissa e senza maschere, il cui titolo e soggetto principale era Molière medesimo.
Due aneddoti della sua vita privata me ne porsero argomento.
Il primo è il suo matrimonio ideato con Isabella, figlia della Béjard, e l'altro la proibizione del Tartufo.
Questi due fatti storici così bene si prestano l'uno all'altro, che l'unità d'azione osservasi perfettamente.
Agl'impostori di Parigi, inviperiti contro la commedia di Molière, giunse notizia che l'autore aveva spedito al campo di Luigi XIV una domanda per ottenere il permisso di presentarla a teatro; erano dunque nel timore che gli venisse concessa la revoca della proibizione.
Misi nella commedia un uomo della loro classe chiamato Pirlone, ipocrita in tutto il rigor del termine, il quale s'introduce nella casa dell'autore e scopre alla Béjard l'amore di Molière per sua figlia, a lei ignoto, persuadendola a lasciare il suo compagno e direttore.
Fa lo stesso con Isabella, e le fa vedere lo stato di commediante come strada della perdizione, procurando inoltre di sedurre la Forêt, loro serva che, più sveglia delle padrone, burla chi voleva burlar lei, seducendo l'ipocrita e togliendogli mantello e cappello, dei quali fa dono a Molière, che compare in scena con le vesti stesse dell'impostore.
Ebbi anche l'ardire di rappresentare nella mia commedia un ipocrita molto più espressivo di quello di Molière; bene è vero però che allora i falsi devoti avevano perduto in Italia non poco del loro antico credito.
Nell'intervallo tra gli ultimi due atti della commedia si finge che sia recitato l'Ipocrita di Molière al teatro dell'Hôtel de Bourgogne; nel quinto atto tutti i personaggi della mia commedia vengono a complimentare Molière, e in questo mentre Pirlone, nascosto in uno stanzino ove aspettava la Forêt, esce suo malgrado alla vista di ciascuno, tollerando tutti i sarcasmi ben da lui meritati.
Molière poi, per colmo della gioia, sposa Isabella a dispetto di sua madre, che aspirava a sposar lei il genero.
In questa commedia vi sono molti particolari relativi alla morte di Molière.
Baron, comico della compagnia di Molière, era figurato dal personaggio di Valerio; Leandro era il ritratto di La Chapelle, amico dell'autore conosciutissimo nella sua storia; ed il conte Lasca rappresentava uno di quei Piemontesi che giudicavano le composizioni teatrali senza averle vedute, mettendo a confronto male a proposito il veneziano con l'autore francese, che è quanto dire il discepolo col maestro.
Questa commedia è in versi; benché avessi fatto tragicommedie in versi sciolti, ciò nonostante questa fu la prima commedia da me composta in versi rimati.
Siccome si trattava di un autore francese che aveva molto scritto in questo stile, bisognava imitarlo; onde non trovai se non i versi chiamati martelliani, che più si accostassero agli alessandrini; di questo genere di versificazione ho fatto già parola nel capitolo XVII della prima parte delle mie Memorie.
Terminata la composizione e distribuite le parti, ne feci fare due prove; indi partii per Genova senza vederla rappresentare.
I comici e alcuni altri della città erano al fatto dell'allegoria del conte Lasca, onde li avevo incaricati di darmene notizia; seppi dunque alcuni giorni dopo che la commedia aveva avuto un gran successo, che era stato perfin riconosciuto l'originale della critica, e che il medesimo si era dimostrato ingenuo a segno da confessare apertamente di averla meritata.
A Genova mi trattenni tutta l'estate, conducendovi una vita deliziosa nel più perfetto riposo.
Ah quant'è dolce, specie dopo aver molto lavorato, passare qualche giorno senza far nulla! Frattanto andavamo a gran passi verso la stagione dell'autunno, e il tempo cominciava a raffrescare; ripresi dunque la strada che mi riconduceva al lavoro.
Giunto a Venezia, trovai stampato il mio primo volume, e qualche denaro dal libraio; ricevei al tempo stesso un orologio d'oro, una tabacchiera dello stesso metallo e un vassoio d'argento con cioccolata, unitamente a quattro paia di manichetti di punto Venezia.
Questi erano regali delle persone cui avevo dedicato le prime quattro Commedie.
Alcuni giorni dopo arrivò anche Medebac, e mi parlò molto del successo del Molière a Torino: e siccome avevo gran desiderio di vederlo rappresentare, andò in scena a Venezia nell'ottobre 1751.
Questa commedia conteneva due novità in una: il soggetto e la versificazione.
Infatti i versi martelliani erano già in dimenticanza, poiché la monotonia della cesura e la rima troppo frequente e sempre accoppiata avevano disgustato le orecchie italiane, nel tempo in cui viveva ancora il loro autore; onde tutti erano preoccupati contro di me, che pretendevo di far rivivere un genere di versi già proscritto.
L'effetto però smentì la preoccupazione; i miei versi piacquero quanto la rappresentazione; dimodochè per voce pubblica il Molière ebbe posto accanto alla Pamela.
CAPITOLO XIII.
Il padre di famiglia, commedia di tre atti.
- Analisi di questa commedia.
- L'Avvocato veneziano.
- Suo compendio.
- Il Feudatario, suo estratto.
- La Figlia obbediente.
- Singolarità dei suoi episodi.
Se mi fosse lecito dar giudizio del valore della mia composizioni, direi sicuramente molte cose a favore del Padre di famiglia, di cui adesso sono per dar conto; ma non giudicando le medesime che in conseguenza della decisione del pubblico, non posso collocarlo se non nella seconda classe delle mie commedie.
Infatti, lavorato questo importante soggetto con tutta la premura che osservazioni e zelo mi avevano ispirato, ero perfin tentato d'intitolarlo la Scuola dei padri; ma non toccando far scuola che ai grandi maestri, potevo forse ingannarmi come l'autore della Scuola delle vedove.
Vedute da me nel mondo madri compiacenti, matrigne ingiuste, figli mal allevati e precettori pericolosi, non feci altro che riunire in un sol quadro tutti questi oggetti diversi delineando al vivo, nella natura di un padre saggio e prudente, la correzione del vizio e il vero esempio della virtù.
Vi è poi in questa commedia un altro padre, che formando l'episodio produce l'intreccio e porta allo scioglimento.
Questi ha due figlie, una allevata in casa e la seconda da una zia, in cui è raffigurato allegoricamente il convento; giacchè in Italia non è permesso di pronunciare sul teatro questa parola.
La prima figlia è riuscita benissimo e l'altra ha tutti i difetti possibili, nascosti sotto il manto dell'ipocrisia.
Era mia intenzione dar la preferenza all'educazione domestica, e il pubblico lo intese benissimo e approvò.
A questa commedia critico-morale feci succedere un soggetto pure importante e virtuoso che incontrò infinitamente, e fu dal pubblico collocato nella classe delle mie prime produzioni.
Questo è l'Avvocato veneziano.
È vero che nella commedia dell'Uomo prudente avevo dato saggio del mio antico stato di criminalista in Toscana; ma con questa volli rinfrescare la memoria ai miei compatrioti, che ero stato avvocato civile anche a Venezia.
Alberto deve portarsi a difendere una causa a Rovigo, capitale del Polesine negli Stati di Venezia.
Arriva in questa città, e le sue conoscenze lo introducono nelle buone conversazioni, nelle quali s'imbatte in Rosaura, che è l'avversaria di Florindo suo cliente; Alberto trova bellissima e amabile questa signorina, e se ne innamora.
Un giorno Florindo si reca in casa del suo avvocato, lo trova occupato nel suo affare, e si trattiene a discorrere con lui sopra le ragioni della parte contraria.
Alberto non ne fa caso alcuno, ed è sicuro della vittoria.
Intanto dà negli occhi a Florindo una tabacchiera, che si trova sul tavolo dell'avvocato; l'apre casualmente, vi vede il ritratto di Rosaura ed entra subito in diffidenza del suo difensore.
Alberto però, sincero quanto intrepido, confessa la sua passione e procura di porre in calma l'animo agitato di Florindo, accertandolo della sua probità.
Con tutto questo il cliente non pare troppo contento; Alberto allora impiega tutta la sua eloquenza per fargli capire che, nel caso in cui si trovano, l'onore dell'avvocato è nelle mani del cliente, e per conseguenza il difetto di fiducia da parte sua gli farebbe perdere reputazione.
Florindo resta convinto e si arrende.
Si presentano davanti al giudice la parti litiganti, e Alberto difende la causa con tutta la forza ed energia che può ispirargli l'onore e il dovere; vince la lite e rende infelice la sua bella.
Rosaura aveva un amante che l'avrebbe sposata, se fosse stata ricca, ma l'abbandona nel vederla soccombente.
Alberto peraltro, dopo aver adempiuto il suo dovere, appaga l'inclinazione del suo cuore, e siccome fu strumento della rovina di Rosaura, le offre la mano, la sposa, e divide seco la sua fortuna.
Tutti furon contenti della mia commedia; i miei confratelli poi, assuefatti a veder la toga posta in ridicolo in tutte le antiche commedie dell'arte, erano molto soddisfatti della bella comparsa ond'io l'onorai.
Ciò nonostante i maligni non lasciarono di avvelenare l'intenzione dell'autore unitamente al buon esito della commedia.
Uno fra gli altri gridava ad alta voce che la mia commedia non era se non una critica agli avvocati, che il mio protagonista poteva dirsi un essere immaginario, giacchè non se ne trovava uno sul registro che fosse capace d'imitarlo: avevo mostrato il carattere dell'avvocato incorruttibile per far spiccare la debolezza e avidità di tanti altri che non lo sono; nominando inoltre quelli di maggior grido per il loro ingegno, come i più da temersi per la probità.
Forse si stenterà a credere che l'autore della critica fosse di quel medesimo corpo rispettabile, ma il fatto purtroppo è questo.
Quest'uomo audace ebbe perfino l'imprudenza di vantarsene; ma fu punito col disprezzo universale e forzato a mutar professione.
Passiamo ora di volo da questa felice commedia a un'altra che non fu meno fortunata: Il Feudatario, il cui soggetto principale è un'erede presuntiva di un feudo caduto in altre mani.
Le differenze insorte fra la giovane erede e il possessore della terra in questione vengono accomodate col matrimonio dei due; ma vi sono incidenti molto attraenti, e la commedia è ravvivata da alcune scene e da caratteri del tutto nuovi e originali.
I sindaci della comunità di Montefosco aspettano il nuovo signore che deve andare a prender possesso della sua terra; procurano perciò di adunare tutti i ricchi fittuari e lavoratori del loro villaggio, mettono insieme il discorso per il ricevimento, e salgono al castello, ove trovano madre e figlio.
La vista della marchesa li turba, perché non han preparato verun complimento per lei; onde, essendo indecenza non indirizzarle parola, chiedono tempo e il ricevimento è rinviato.
Le donne pure vanno in gala a fare la corte alla marchesa, da cui ricevono rinfreschi dei quali non hanno idea: prendono il caffè senza mettervi zucchero, e trovan la bevanda detestabile; la cioccolata sembra loro migliore, e la bevono alla salute della padrona.
Questa provvista di caratteri ridicoli fu da me fatta pochi anni avanti a Sanguinetto, feudo del conte Leoni nel Veronese, quando vi fui condotto da questo signore per compilarvi un processo verbale.
Veramente non saprei dire se questa commedia abbia in sostanza lo stesso merito del Padre di famiglia; è bensì certo che ebbe molto successo, e che in conseguenza della decisione dei miei giudici mi trovo in dovere di rispettarla.
Il medesimo caso avvenne alla Figlia obbediente, inferiore a mio parere al Padre di famiglia; essa incontrò quanto la commedia precedente.
Rintracciando la causa di questo fenomeno, non saprei trovarla che nella leggiadria comica, di cui le due ultime abbondano, laddove il principal merito dell'altra consiste nella morale e nella critica.
Questo prova che generalmente piace assai più il divertimento dell'istruzione.
In questa commedia però il soggetto primario non è molto importante, mancando esso di sospensione e prevedendosi la catastrofe fino dal principio dell'azione; onde tutta la sua buona sorte dipende dagli originali episodi comici.
Rosaura, figlia di Pantalone, sacrifica il suo amore al rispetto che deve al padre, il quale, benchè non condanni la diversa inclinazione della figlia, pure nell'assenza del suo amante contrae impegno con un ricco forestiero, ed è schiavo della sua parola.
Il personaggio cui Rosaura è destinata dal genitore è di carattere così singolare, che si sarebbe forse trovato favoloso e quasi impossibile, se non si fosse conosciuto l'originale.
Nelle sue stravaganze però non vi era nulla che facesse torto ai costumi e alla probità; anzi era nobile, giusto e generoso, ma il suo modo di condursi, i colloqui per monosillabi, le prodigalità a contrattempo e le bizzarre osservazioni, benchè sensate, lo rendevano assai comico e facevano parlare molto di lui.
Potevo perder di vista un simile originale? Lo rappresentai dunque qual era, sempre però decentemente, in modo che anche le persone cui era noto e che avevan per lui affezione, non ebbero il minimo motivo di lagnarsi di me.
Un altro personaggio poi, meno nobile ma non meno comico, contribuì sommamente alla vivacità di questa commedia.
Era il padre di una ballerina che si gloriava della ricchezza della figlia, frutto - diceva - dell'ingegno della ragazza senza oltraggio alla sua virtù.
Una volta, a Bologna, mi ero ammalato.
Quest'uomo veniva a trovarmi durante la convalescenza, né d'altro mai parlava se non di prìncipi, re, magnificenze, e sempre della delicatezza di sua figlia.
Andai adunque la prima volta che uscii di casa a restituirgli la visita, ma sua figlia non v'era; mi mostrò egli stesso tutte le argenterie: - Vedete, vedete, andava gridando, ecco vassoi d'argento, zuppiere d'argento, piatti d'argento; è d'argento anche lo scaldino; tutto è d'argento a casa nostra.
- Si potevano mai trascurare il padre contento, la figlia felice, la virtù ricompensata?
Quest'episodio fa ottima lega nella commedia con quello dell'uomo stravagante; ambedue concorsero al buon incontro della Figlia obbediente, che sposa l'amante al solo scopo di soddisfare il desiderio del padre.
Questa commedia fu applaudita, fu ripetuta, e chiuse la stagione dell'autunno 1751.
CAPITOLO XIV.
La Serva amorosa.
- La Moglie di buon senso.
- I Mercanti e Le Donne gelose.
- Quattro commedie in tre atti in prosa.
- Loro compendio.
- Buon successo.
Nei giorni di riposo a motivo della novena del Natale, successe un avvenimento assai felice per Medebac, né meno piacevole per me.
Marliani, Brighella della compagnia, aveva moglie.
Essa, che aveva fatto la ballerina di corda come lui, era una giovane veneziana molto bella, molto amabile, piena di vivacità e ingegno, e che manifestava disposizioni felicissime per la commedia.
Lasciato il marito per alcune giovanili scapataggini, dopo tre anni tornò a riunirsi con lui e prese la parte di servetta sotto il nome di Corallina nella compagnia Medebac.
Ella era tutta grazia e recitava la parti di servetta; non trascurai dunque di adoprarmi per lei, presi cura della sua persona e composi una commedia per la sua prima recita.
La signora Medebac mi suggeriva idee stupende, tenere, o di comicità semplice e intelligente; e la signora Marliani, con la sua vivacità e naturale accortezza, dava nuovi impulsi alla mia immaginazione, risvegliandomi il coraggio di lavorare in quel genere di commedie che richiede appunto artificio e finezza.
Incominciai con la Serva amorosa, cioè la serva di generoso carattere, giacché l'aggettivo amoroso in italiano si adatta tanto all'amicizia quanto all'amore.
Corallina dunque, giovane vedova, in passato serva di Ottavio, vecchio negoziante veneziano, affezionata per pura amicizia e senza interesse alcuno a Florindo, figlio di primo letto dell'antico padrone, lo ospita in casa sua prendendosi cura con tutto il cuore di questo disgraziato giovane, scacciato per istigazione di un'avida e barbara matrigna dall'abitazione paterna.
Non è tutto.
Florindo ama Rosaura, unica figlia di Pantalone, e ben conosce l'inclinazione della ragazza verso di lui; ma la severità del padre lo pone fuori d'occasione di ammogliarsi, e d'altra parte si crede in obbligo di sposar Corallina per debito di riconoscenza.
La virtuosa donna lo disinganna circa il timore di dispiacerle ammogliandosi con un'altra; e poi tanto si adopra, che finalmente persuade Pantalone a concedere a Florindo la propria figlia, quando rientri nella casa paterna.
Per conseguir quest'intento, bisogna guadagnarsi la confidenza di Ottavio e distruggere tutti gli artifici e le calunnie di una femmina malvagia e molto amata dal marito.
Corallina vi riesce a meraviglia; Ottavio, convinto della falsità della moglie, riconosce appieno l'innocenza del figlio, e a favore di lui rivolge il proprio testamento.
Questa commedia riportò un completo incontro; Corallina fu sommamente applaudita, ma divenne per la signora Medebac una rivale formidabile.
In tale condizione era assolutamente necessario accontentare la moglie del direttore, essendo troppo giusto sostenere e appagare quest'attrice, che per tre anni era stata la principal colonna del nostro edificio.
A tale scopo attesi subito a una commedia espressamente lavorata per lei, ch'era la Moglie saggia.
La contessa Rosaura ha la disgrazia di avere un marito brutale, spregiatore della dolcezza della moglie e cicisbeo della marchesa Beatrice, cattiva quanto lui.
Si andava generalmente dicendo per Venezia, che la prima scena di questa commedia era un capolavoro.
Essa presentava l'anticamera della marchesa, nella quale si vedevano alcuni servitori che bevevano il miglior vino di casa e facevano al vivo il ritratto dei padroni, che avevan là cenato; lacerandoli con le loro maldicenze, informavano il pubblico del soggetto della commedia e dei caratteri dei personaggi.
La contessa Rosaura faceva tutto il possibile per guadagnare il cuore del consorte, ma quest'uomo duro e senza senno preferiva, alle carezze di una moglie amabile, il pazzo orgoglio d'una cicisbea imperiosa e piena di capricci.
Un giorno Rosaura prende partito di andare ella stessa a fare una visita alla marchesa, a cui pone sotto gli occhi, con tutta la possibile decenza, i disgusti che è forzata a soffrire, pregandola di compiacersi di adoprare tutto il suo credito presso il conte per impegnarlo a renderle un po' più di giustizia.
Beatrice, che non è sciocca, comprende subito le intenzioni della contessa, e se la cava con espressioni vaghe e complimenti.
Essa però sfoga col conte tutto il suo furore e malanimo, e lo istiga a tal segno, che finalmente lo determina a disfarsi della moglie.
Il marito crudele concepisce pertanto il barbaro disegno di avvelenarla; per buona sorte la contessa n'è avvertita e lo inganna, facendogli credere di aver trangugiato la micidiale bevanda; onde parla al medesimo come una vittima spirante, che sempre però lo ama e gli perdona.
Il conte, penetrato e pentito, confessa i suoi falli e grida aiuto per richiamare in vita la cara consorte; compare allora la cameriera, che si accusa di aver saputo il segreto, di aver barattata la boccetta e di aver così, a dispetto del padrone, salvato la vita alla signora.
Egli, rapito dalla gioia, abbraccia di cuore la moglie, ricompensa la cameriera, detesta la marchesa e ne prende congedo immediatamente.
Ecco il felice scioglimento della commedia, che fu generalmente e costantemente applaudita, ed ecco la signora direttrice guarita dalle convulsioni che la gelosia le aveva procurato.
Avendo fatto fare una magnifica figura alla vecchia e alla nuova attrice, non bisognava dimenticarsi del Collalto, eccellente ed essenziale attore quanto le sue compagne.
Egli aveva avuto parte nei Due Gemelli, ma non era riuscito bene quanto Darbes, suo predecessore, per cui era stata composta la commedia.
Immaginai dunque per questo nuovo attore una commedia dello stesso genere, mettendo in scena Pantalone padre e Pantalone figlio; il primo con la maschera, l'altro a viso scoperto, e ambedue nel medesimo costume.
Questa commedia aveva per titolo, nella prima origine, I due Pantaloni, ma attesa la difficoltà d'incontrare in seguito due attori abili quanto Collalto, mutai nello stamparla questi due personaggi, dando il nome di Pancrazio al padre e quello di Giacinto al figlio, e facendoli entrambi parlar toscano.
Con questa mutazione guadagnai la possibilità di farli comparire insieme sulla scena; avevo per necessità dovuto evitarlo, quando sosteneva le due parti un solo attore.
La commedia, quanto alla meraviglia di vedere un sol uomo in due personaggi, scapitò assai, ma la composizione è sempre la stessa, e mi accingo appunto a dir qualche cosa relativamente alla sua nuova forma, nella quale fu intitolata I Mercanti.
Pancrazio, negoziante veneziano, ha un amico intimo che esercita la stessa professione ed è un olandese molto ricco, chiamato Rainemur, abitante lo stesso paese insieme a Giannina sua figlia, sommamente istruita e giudiziosa.
Giacinto, figlio di Pancrazio, è portato ai divertimenti e ai piaceri, senza però esser libertino.
S'innamora di Giannina, ne è corrisposto, e lo sarebbe ancor più se avesse buon senso quanto la sua bella: ella stessa però si prende a cuore di correggerlo, ottiene l'intento, e lo sposa.
Ecco tutta la sostanza e lo scioglimento della commedia; i caratteri opposti del padre e del figlio, unitamente all'interposizione dell'amico olandese, producono scene assai piacevoli.
Non potrei darne i particolari senza passare i limiti propostimi in queste Memorie, onde mi contenterò solamente di dire che la commedia felicissima nell'esito coll'illusione de' due Pantaloni, non lo fu meno in parecchi teatri d'Italia, recitata come si vede stampata.
Ero pertanto contentissimo della riuscita di tre commedie date nel corso di un carnevale; ma avvicinandosi a gran passi la fine dell'anno comico, era necessario chiudere la stagione con qualcosa che divertir potesse le persone che non concorrono agli spettacoli se non negli ultimi giorni, senza disgustare d'altro canto quelli che lo frequentano tutto l'anno.
Avevo provveduto per tempo; già da un mese avevo composto una commedia a questo scopo.
Il titolo era