POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 11
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Poi gridarono: "Ohe?
che parli tu di scarabei, di mosche?
È una civetta." In vero una civetta
tutta arruffata era nel pugno a Gryllo
figlio di Gryllo facitor di scudi,
ch'era il più grande.
Ma l'avea pocanzi
in un crepaccio Hyllo predata, il figlio
d'Hyllo vasaio, ch'era il più piccino.
In un crepaccio della bigia rupe,
sotto un cespuglio di parïetaria,
vide due rilucenti Hyllo stateri
d'oro, nell'ombra, e s'appressò; ma l'oro
non c'era più: poi li rivide i due
fissi e tondi nell'ombra occhi d'uccello.
Una civetta della Dea di Atene
immobilmente riguardava il figlio
d'Hyllo vasaio; che con le due mani
all'improvviso l'abbrancò su l'ali,
e la portava.
E Coccalo sorvenne
che gliela prese; a Coccalo la prese
Cottalo; e Gryllo a lui la vinse: allora
Cottalo pianse, Coccalo sorrise,
e il piccolino frignò dietro il grande.
Ma Gryllo avvinse con un laccio un piede
della civetta, e la facea sbalzare
e svolazzare al caldo sole estivo.
E dai tuguri altri fanciulli, figli
d'arcieri sciti, figli di metèci,
trassero.
E in mezzo a tutti la civetta
chiudeva apriva trasognata gli occhi
rotondi, fatti per la sacra notte.
E il coro "Balla" cantò forte "o muori!"
E nel carcere in tanto era un camuso
Pan boschereccio, un placido Sileno
col viso arguto e grossi occhi di toro.
Dolce parlava.
E gli sedeva ai piedi
un giovanetto dalla lunga chioma,
bellissimo.
E molti altri erano intorno,
uomini, muti.
Ed a ciascuno in cuore
era un fanciullo che temeva il buio;
e il buon Sileno gli facea l'incanto.
"Voi non vedete ciò ch'io sono.
Io sono"
egli diceva "ciò che di me sfugge
agli occhi umani: l'invisibile.
Ora
s'ei guarda, come fosse ebbro, vacilla;
ma non è lui, non è quest'io, che trema:
trema ciò ch'egli guarda, che si vede,
che mai non dura uguale a sé, che muore.
Io, di me, sono l'anima, che vive
più, quanto più vive con sé, lontana
dal mondo, nella sacra ombra dei sensi.
E s'ella parta libera per sempre,
nella notte immortale, ove si trovi
ella con tutto che non mai vacilla,
ella morrà? non vedrà più?" Qualcuno
"Vedrà" rispose; "Non morrà" rispose.
Poi fu silenzio.
Il musico vegliardo
Pan era solo, accanto al suo pensiero,
invisibile.
Il bello adolescente,
supino il capo, con la lunga chioma
spiovente, lungi dalla nuca, all'aria,
beveva l'eco delle sue parole.
Ed ecco entrò dall'abbaino un canto
d'acute voci: "Balla, dunque, o muori!"
E il custode dal tetro uscio i fanciulli
striduli fece lontanar nel sole,
fuor dell'ombra dei tetti e della roccia.
Ma là, nel sole, molleggiò più goffa
sul pugno a Gryllo, s'arruffò, chiudendo
aprendo gli occhi, la civetta, e i bimbi
ridean più forte.
Onde il custode: "O Gryllo
figlio di Gryllo, tu che sei più savio,
dà retta.
Sai: codesto uccello è sacro
alla Dea nostra, a cui tu canti l'inno
movendo nudo coi compagni nudi
per la città.
La nostra Dea sa tutto,
ché gli occhi ha grigi, di civetta, e vede
con essi per l'oscurità del cielo."
"No, che non vede" disse Hyllo "né vuole
vedere, e chiude gli occhi tondi al sole."
"Passero, taci.
Tu, Gryllo" il custode
riprese, "grande già mi sei.
Conosco
tuo padre, il buono artefice di scudi.
Tu gli somigli come fico a fico.
Fa chetare le tortore ciarliere.
C'è dentro la mia casa uno che muore!"
"Chi? Questa sera?" "Al tramontar del sole!"
"Perché?" "La nave ritornò da Delo.
Ed egli vide un sogno: una vestita
di bianche vesti, che gli disse: O uomo,
il terzo giorno toccherai la terra!
E la cicuta, sì, berrà dentr'oggi.
Tra poco, o Gryllo.
Che in silenzio ei muoia!"
Tacquero allora i giovanetti a lungo
pensando all'uomo che così, per mare,
tornava in patria.
E Gryllo disse: "È l'uomo
che andava scalzo e passeggiava in aria,
e diceva che il sole era una pietra,
e sapeva che terra era la luna..."
Ed in silenzio trassero alla roccia
tutti, e stettero presso la prigione,
come aspettando.
E la civetta, al lento
filo costretta, si posò sul ramo
d'un oleastro che sporgea dal masso
sopra i ricciuti capi dei fanciulli.
Si chinò, s'arruffò, molleggiò, cieca
per la gran luce rosea del tramonto.
E dai tegoli un passero la vide
e garrì contro la non mai veduta,
e vennero altri passeri al garrito;
e il frastuono eccitò le rondinelle,
e fuori ognuna si versò dal nido;
e da un tacito ombroso bosco sacro
venne la capinera e l'usignuolo.
E grande era lo strepito e il bisbiglio,
pur non udito dai fanciulli, attenti
ad una voce che venìa di dentro,
di chi tornava alla sua patria terra
invisibile, e placido parlava
a un'altra barca che incrociò sul mare.
E poi cessato il favellìo di dentro,
un dei fanciulli disse: "Hyllo, tu monta
su le mie spalle, e narra quel che vedi."
Hyllo montò sul dorso a quel fanciullo,
e sogguardò per l'abbaino: "Io vedo."
"Hyllo, che vedi?" "Un buon Sileno vecchio."
"Che dice?" "Dice che andrà via, che il morto
non sarà lui: seppelliranno un altro."
Il sole in tanto ritraeva i raggi
dai bianchi templi della sacra Atene.
Sola splendea la cuspide dell'asta
che aveva in mano la gran Dea di bronzo.
Brillò d'un tratto e poi si spense; e il sole
calò raggiando dietro il Citerone.
"Hyllo, che vedi?" "Beve." "La cicuta!"
"Piangono, gli altri; uno si copre il capo
con la veste, uno grida." "Esso, che dice?"
"Dice di far silenzio, come quando
si sparge l'orzo, presso l'ara, e il sale."
Ed era alto silenzio, che s'udiva
il passo scalzo su e giù dell'uomo,
e poi nemmeno si sentì quel passo..
"Hyllo, che vedi?" "È sul lettuccio; un altro
gli preme un piede.
S'è coperto.
Muore..."
"Dunque non esce?" "Ora si scopre.
Dice:
Un gallo al Dio che ci guarisce i mali!"
"Che? La cicuta è un farmaco salubre?"
"Uno gli chiude ora la bocca e gli occhi."
"Dunque non parte? è sempre lì?" "Sì, morto."
E bisbigliando stavano i fanciulli
lungo la roccia, al buio.
Ecco e la porta
s'aprì.
N'usciva con singhiozzi e pianti
un vecchio, un giovinetto, altri poi molti
tristi gemendo.
E dall'inconscie dita
il filo uscì con un lieve urto a Gryllo:
e il sacro uccello della notte in alto
si sollevò con muto volo d'ombra.
E i compagni del morto ed i fanciulli
scosse un subito fremito, uno strillo
di sopra il tetto, Kikkabau...
dall'alto,
Kikkabau...
di più alto, Kikkabau...
dal cielo azzurro dove ardean le stelle.
E disse alcuno, udendo il fausto grido
della civetta: "Con fortuna buona!"
I GEMELLI
Che sente il fiore cui la molle forza
di vita svolge i petali del boccio?
Quel che sentiva allora la fanciulla,
che si svolgea dal calice più bianca
e più sottile, il collo così lasso,
che lo piegava l'occhio di sua madre.
La neve già struggeva, ma non tutta:
se ne vedeva qua e là sui monti.
Spuntava l'erba, verdicava il salcio,
e ravvenate ora mescean le polle.
Era sui monti, era a bacìo la neve
ancora: ella si fece anche più bianca
e più sottile: un pianto nella casa
sonò: poi, la fanciulla era sparita.
E il suo gemello la richiese al padre
meditabondo.
Egli accennò lontano.
E la richiese alla soletta madre,
che gli sorrise, e lacrimò più tanto.
"Sappi: è nel prato asfòdelo...
C'è bello...
Lieta, sebbene senza il suo gemello...
No, non è sola, ma tra un fitto sciame...
Un fiore hanno alla sete ed alla fame...
Sì: tu ci andrai...
Sì: la vedrai...
tra giorni...
Resta con me! s'ora ci vai, non torni!"
Ma il giovinetto andò per prati e boschi,
sempre cercando.
Un giorno seguì l'api
a un prato, le ronzanti api ad un fonte.
Nel fonte ritrovò la sua sorella.
Il giovinetto si chinò sul fonte,
e la fanciulla apparve su dal fonte.
Egli era mesto, ed era, anch'ella, mesta.
Ma le sorrise, ed ella gli sorrise.
Aprì la bocca per chiamarla a nome;
subito anch'ella aprì la bocca a un nome.
Ed egli chiese, chi l'avea rapita,
se lieta le era la solinga vita;
ed ella presto rispondea, ma troppo,
ch'ella parlava mentre egli parlava.
Ed egli tacque, ed ella tacque: allora
egli riprese, ma riprese anch'ella.
E il giovinetto non intese, e pianse.
E la fanciulla si confuse, e pianse.
Ora una voce chiamò lui: la voce
della sua madre che l'avea smarrito.
"Ci chiama.
Vieni con il tuo gemello
dalla tua madre.
C'è, con lei, più bello!"
Ella rispose; ma fondea nell'ansia
le sue parole con le sue parole.
"Qui non c'è fiori per il tuo digiuno!
Tu sei nel prato ove non c'è nessuno!"
La madre ancora lo chiamò.
Le labbra
chinò...
che freddo in quelle dolci labbra!
Le diede un bacio sussurrando, Addio!
ed un gorgoglio udì nell'acqua: Addio!
E il giovinetto s'alzò su dal fonte,
e la fanciulla sparve giù nel fonte.
"O madre! O madre! È dove tu m'hai detto!
Ma ella è sola, nel fonte soletto.
Non ho veduto altro che il suo, di capi.
Non ho sentito altro ronzio, che d'api.
Non ha vicine altre compagne care!
Non ha quei fiori per il suo mangiare!
Vieni tu, madre; ella ritornerà!"
"O figlio! O figlio! T'ha deluso un Dio!
Il fior che dissi è il fiore dell'oblio.
E tu non vieni dal fiorito prato
ch'è più lontano del cielo stellato!
A chi ci va, gli è presso, come l'orto;
ma chi ne torna, anche se arriva smorto
a dove dormì, è tuttavia di là!"
Ma il giovinetto le afferrò la mano,
e disse: "O Vieni, se non è lontano!"
E, giunti al prato, si chinò sul fonte,
e la sorella venne su dal fonte.
Ah! ma nel fonte presso il suo sorriso
c'era la madre col suo mesto viso!
"O madre! O madre! Ecco che lei s'attrista
dacché nel grave tuo dolor t'ha vista!"
"O figlio! O figlio! Io sono lì pur quella!
Non hai due madri! E non hai più sorella!"
E turbò l'acqua.
E madre e figlia sparve
oscuramente, qua e là, nel gorgo;
fin che, ondeggiando, tremuli, a fior d'acqua
vennero ancora figlio e madre in pianto.
Ed egli allora oh! sì, capì.
Ma venne
per molti giorni al tralucente lago,
a rivedere in sé la sua sorella
che in lui viveva; ed esso in lei moriva.
Ed era il tempo che il nostro dolore
cadea qual seme, e ne nasceva un fiore:
un fior dal sangue delle nostre vene,
un fior dal pianto delle nostre pene.
Ed egli fu il leucoio, ella il galantho,
il fior campanellino e il bucaneve.
E questo avea tre petali soltanto;
e quello, sei, coi sommoli un po' verdi.
Candidi entrambi, a capo chino entrambi.
Spuntava il croco, il morto per amore
bel giovinetto.
E non fu lor compagno.
E non l'AI AI videro del giacinto
dal vento ucciso.
Non fioriva ancora.
Erano soli soli; ché la neve
era sui monti, era a bacìo, tuttora.
E qualche alato, ch'ebbe vita umana
già, come loro, già piangea, ma seco,
sommessamente: o dentro sé pensava
quel pianto amaro ch'è poi dolce canto.
I due puri gemelli esili fiori,
fu breve la lor vita anche di fiori.
Amor fu quello prima dell'amore.
Non, forse, amore, ma dolor, sì, era.
Sparvero prima della primavera.
I VECCHI DI CEO
I
I DUE ATLETI
Nella rocciosa Euxantide, sul monte
tra la splendida Iulide e l'antica
sacra Carthaia, cauto errava in cerca
non so se d'erbe contro un male insonne
o di fiori per florido banchetto,
Panthide atleta: atleta già, ma ora
medico, di salubri erbe ministro.
E coglieva, più certo, erbe salubri,
ché il capo bianco non chiedea più fiori.
Partito già da Iulide pietrosa
era su l'alba.
Or l'affocava il sole;
sì che saliva al vertice del monte
folto di quercie nel cui mezzo è l'ara
del Dio che manda all'arsa Ceo le pioggie
tra un bombir lieto.
E giunse tra le quercie
sul ventilato vertice.
E gli occorse
uno ascendente per la balza opposta.
E riconobbe un vecchio ospite, atleta
anch'esso: Lachon, che vedeasi in casa
molte corone, il secco appio dell'Istmo,
il Nemèo verde, non ormai già verde,
e l'alloro e l'olivo: altri germogli
no; non di cari figli altra corona.
Ché solo egli era.
E per la via selvaggia
coglieva anch'esso erbe salubri o fiori,
per morbo insonne o florido convito:
ma, più certo, salubri erbe, ché un cespo
svelgendo allora da un sassoso poggio,
le vecchie rughe egli facea più tante.
Ora gli stette agli omeri Panthide,
non anco visto, immobile, col fascio
dei lunghi steli dietro il dorso; e l'altro
sentì che un'ombra gli pungea la nuca;
e si voltò celando la mannella
della sua messe.
Ma con un sorriso
a lui mostrò la sua Panthide, e disse:
"Oh!" disse "vedo.
Non è crespo aneto,
Lachon, per un convito; non è mirto;
né cumino né molle appio palustre..."
Erano cauli con, nel gambo, rosse
chiazze e con bianchi fiorellini, in cima.
E Lachon interruppe: "Ospite, il Tempo,
che viene scalzo, all'uno e all'altro è giunto,
della cicuta; come è patria legge:
CHI NON PUÒ BENE, MALE IN CEO NON VIVA."
Disse Panthide: "Ricordiamo il detto
dell'usignolo che di miele ha il canto,
dell'isolana ape canora: Il cielo
alto non si corrompe, non marcisce
l'acqua del mare...
L'uomo oltre passare
non può vecchiezza e ritrovare il fiore
di gioventù." "Noi ritroviamo il fiore
della cicuta!" con un riso amaro
Lachon riprese, e poi soggiunse: "Un fascio
coglierne, tutto in un sol dì, per vecchi,
ospite, è grave.
Oh! non ha senno l'uomo!
Sin dalla lieta gioventù va colto,
un gambo al giorno, il fiore della morte!"
II
L'INNO ETERNO
E sederono all'ombra d'una quercia
l'un presso l'altro.
Sotto la lor vista
tra bei colli vitati era una valle
già bionda di maturo orzo; e le donne
mietean cantando, e risonava al canto
l'aspro citareggiar delle cicale
su per le vigne solatìe dei colli.
E nella pura cavità del cielo,
di qua di là si rispondean due voci
parlando di lor genti che lontane
tenea Corinto dove è un tempio dove
sono fanciulle ch'hanno ospiti tanti...
E nel mezzo alla valle era Carthaia
simile a bianco gregge addormentato
da quell'uguale canto di cicale.
Il mare in fondo, qualche vela in mare,
come in un campo cerulo di lino
un portentoso biancheggiar di gigli.
Tra mare e cielo, sopra un'erta roccia,
la Scuola era del coro: era, di marmo
candido, la ronzante arnia degl'inni.
Ivi le frigie tibie, ivi le certe
doriche insieme confondean la voce
simile ad un gorgheggio alto d'uccelli
tra l'infinito murmure del bosco.
Ivi sonava, dolce al cuor, la lode
del giovinetto corridore e il vanto
del lottatore; e per sue cento strade
l'inno cercava le memorie antiche,
volava in cielo, si tuffava in mare,
incontrava sotterra ombre di morti,
tornando, ebbro di gioia ebbro di pianto,
con due fogliuzze a coronar l'atleta.
Era lontano, e non vedean che il bianco
dei marmi al sole, i due pensosi vecchi.
Eppur di là l'alterna eco d'un inno
giungeva al cuore, o forse era nel cuore.
Da destra il giorno si movea col sole,
portando il canto e l'opere di vita,
verso sinistra, al mesto occaso, donde
co' suoi pianeti si volgea la notte
tornando all'alba e conducendo i sogni,
echi e fantasmi d'opere canore.
Fluiva il giorno, rifluìa la notte.
Sotto il giorno e la notte, e la vicenda
di luce e d'ombra, di speranza e sogno,
stava la terra immobile.
Ma il coro
era più rapido.
Arrivava un'onda
dal mare, un'altra ritornava al mare.
Era la vita.
Dopo il moto alterno
d'un'onda sola che salìa cantando
scendea scrosciando, mormorava il mare
immobilmente.
E molte vite in fila
salìan dal mare riscendean nel mare:
quindi l'eterno.
E dall'eterno altre onde:
i figli.
Altre onde dall'eterno: i figli
dei figli.
E onde e onde, e onde e onde...
III
EFIMERI
Disse Panthide: "Ospite, ho cinque figli
molto lodati, come sai: Zelòto
il primo: Argeo, buono alla lotta, eppure
fiorito appena di peluria il labbro,
l'ultimo: è questi ora su l'Istmo, ai giochi.
Lachon, ascolta.
Ieri udii, su l'alba,
un grido in casa, un fievole vagito
che mi chiamava al talamo del figlio
più grande.
Andai.
Vidi una luce: un uomo
novo fiammante! E con le sue manine
egli annaspava come a dire - O vedi
ch'io l'ho pur qui la lampada di vita
accesa a quella ch'alla tua s'accese!
Più non è danno se la tua si spenge:
Son io Panthide.
Puoi partire, o nonno! -
Parlato ch'ebbe, egli movea le labbra
come assetato...
E io dovrei tutt'ora
tener le labbra al pispino del fonte,
vietando io vecchio al mio novello il bere?
gli dovrei forse intorbidar la polla?
Io parto.
E, come io sono lui, non muoio."
E Lachon disse: "Oh! io vorrei che un poco
la piccoletta fiaccola negli occhi
miei balenasse! Oh! io vorrei per poco
con la mia mano ripararle il vento!
vorrei, seduto per qualche anno al fonte
di vita, senza berne più che un sorso,
vorrei vedere quella rosea bocca
arrotondarsi sul bocciuol materno!
Ospite, io credo, più di me tu muori."
Tacquero intenti a udirsi, dentro, l'inno
del lor respiro, onda che viene e onda
che va, seguite da un pensiero immoto.
Le mietitrici avean ripreso il canto
tra l'orzo biondo, e risonava al canto
l'aspro citareggiar delle cicale.
E disse Lachon: "Troppo bella, o sacra
isola Ceo! Chi nacque in te, che volle
morire altrove? Ma sei poca a tanti!"
A cui Panthide: "Poca sì...
ma Delo
appena morti i figli suoi bandisce.
Partono i morti dalla sacra Delo
sopra la nave nera, esuli, e vanno
mirabilmente pallidi, sul mare,
alla Rhenèa dove non son che morti;
e sole capre e pecore selvaggie
belano errando sopra il lor sepolcro."
Lachon pensava e su la palma il capo
reggea dubbioso.
"Io mi ricordo" ei disse
"un inno udito, ora è molt'anni, in Delfi,
lungo l'Alfeo: Siamo d'un dì! Che, uno?
che, niuno? Sogno d'ombra, l'uomo!"
L'ombra di lui teneva su la palma il capo:
pensava, a piè dell'albero; e vicine
stridere udiva l'ombre delle foglie.
IV
L'INNO ANTICO
Poi raccolti i lor fasci di cicute
sorsero entrambi, e dissero: Va sano!...
Va sano!...
E ritornavano cogliendo
ancor pei greppi i fiori della morte.
Esalava il canùciolo e il serpillo
odor di cera e dolce odor di miele.
Ronzavano api e scarabei de' fiori.
E Lachon giunse al prònao d'Apollo,
alla Scuola del coro.
Era già sera,
una sera odorosa; ed il suo nome
udì gridare a voci di fanciulli.
Eran fanciulli che, in lor giochi, un inno
volean cantare a mo' dei grandi, un inno
vecchio, che ognuno aveva, in Ceo, nel cuore.
Presto un impube corifeo la schiera
ebbe ordinata, e già da destra il coro
movea cantando per la via del sole,
verso la sera, con gridìo d'uccelli.
Pubertà,
fonte segreto che spiccia
senza un tremito e un gorgoglio,
ma che di tenero musco
veste insensibilmente lo scoglio:
a te dia Lachon l'erba del leone,
l'appio verde del bosco Nemèo.
Conobbe l'inno, il primo inno cantato
a lui quand'era il suo destino in boccia
tuttora, quanti anni passati? Tanti!
E da sinistra volsero i fanciulli,
come i notturni aurei pianeti, a destra.
Nulla sta!
Tutto nel mondo si muove,
corre, o giovinetto atleta,
come nell'inclito stadio
tu col piede di vento alla meta:
di che la prima delle tue corone
tu riporti all'Euxantide Ceo.
I fanciulli si volsero con gli occhi
al cielo e al mare, fermi su la terra
sacra, alzando le acute esili voci.
Ora è ora d'amare.
L'appio verde vuoi sol tu?
Corrano, un tempo, le gare,
dove Lachon non sia più,
giovani ch'ansino e rapidi sbuffino l'anima
tua, la tua, lungo l'Alfeo!
E nel cospetto dei fanciulli apparve
Lachon il vecchio con le sue cicute,
e intorno al vecchio corsero i fanciulli
gridando: "A noi, perché ci sia ghirlanda!
l'appio a noi! l'appio verde! l'appio verde!"
V
L'INNO NUOVO
E Panthide a quell'ora era pur giunto
sotto l'aerea Iulide natale.
E vide in mare una bireme, e vide
che ammainando entrava già nel porto.
E dall'aerea Iulide e dal grande
leon di pietra accovacciato in vetta,
il popolo scendea lungo l'Elixo,
scendea dall'alto in lunga fila al mare.
Veniano primi i giovinetti a corsa,
dando alla brezza i riccioli del capo;
poi le donne altocinte, ultimi i vecchi,
spartendo tra due passi una parola.
Poi che giungea dall'Istmo, la bireme,
portando alfine i buoni atleti a casa,
e quante niuno ancor sapea, ghirlande.
E trasse al lido anche Panthide, in seno
celando il fascio delle sue cicute.
Stava in disparte.
Ed ecco dalla nave
scese una schiera di settanta capi
bruni, tutti fioriti di corimbi,
e su la spiaggia stettero.
Un chiomato
citaredo sedé sopra un pilastro,
e presso lui gli auleti con le lunghe
tibie alla bocca.
E il mare eterno, il mare
alterno, a spiaggia sospingea l'ondate,
le ricogliea, così tra il canto e il pianto.
Stridé la tibia, tintinnì la cetra,
e il coro alzò tra il sussurrìo del mare
un inno di Bacchylide.
In disparte
era Panthide, e il vecchio cuor batteva
contro la manna delle sue cicute.
L'onda ascendeva, discendeva l'onda;
e il coro andò, poi ritornò sul lido.
O sacra Ceo!
mosse ver te la fulgida
Fama che in alto spazia,
a te recando un messo
pieno di grazia,
che nella lotta il pregio
fu del valido Argeo;
e noi la grande
gloria, sull'istmio vertice,
venuti dall'Euxanti-
d'isola dia, facemmo
chiara coi canti
nostri, noi coro adorno
di settanta ghirlande:
ed or la musa indigena
suscita il dolce strepito
di tibie lyde
per onorar d'un inno
il tuo figlio, o Panthide!
Udì Panthide, e il cuor batté più forte
contro la manna delle sue cicute.
Ora poteva sciogliere la vita
felicemente, come alcuno un fascio
d'erbe e di fiori che nel giorno colse,
sfa, su la sera, che ne fa ghirlanda,
tornato a casa.
Ché dei cinque figli
niuno lasciava senza lode in terra.
Gli avea ben fatto il Sole, e dalle Grazie
avea sortito ciò Che all'uomo è meglio.
Ammirato dagli uomini mortali
tornava a casa, per pestare, il saggio
medico, l'erbe nel mortaio di bronzo.
E la notte era dolce, aurea; tranquillo
era il suo cuore.
Ché il Panthide nuovo
s'era acquetato sul materno petto,
e il forte Argeo, stanco di mare e gioia,
dormiva, già sognando altre corone.
Buona, la sorte! buona! Ché concesso
non gli era mica di salire al cielo!
ALEXANDROS
I
- Giungemmo: è il Fine.
O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell'aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa.
Dall'ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l'ultimo fiume Oceano senz'onda.
O venuti dall'Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo.
II
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.
Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
il sogno è l'infinita ombra del Vero.
III
Oh! più felice, quanto più cammino
m'era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl'infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,
sempre più lungi, ardea come un tesoro.
IV
Figlio d'Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi.
Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l'auleta:
soffio possente d'un fatale andare,
oltre la morte; e m'è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente...
e il canto passa ed oltre noi dilegua.
-
V
E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall'occhio nero come morte;
piange dall'occhio azzurro come cielo.
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell'occhio nero lo sperar, più vano;
nell'occhio azzurro il desiar, più forte.
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell'immenso piano,
come trotto di mandre d'elefanti.
VI
In tanto nell'Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d'un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
TIBERIO
I
Discende a notte Claudïo dal monte
Borèo: col vento dalle nubi fuori
rompe la luna e gli balena in fronte,
fuggendo.
Egli rimira, a quei bagliori,
Livia e l'infante: intorno vanno frotte
silenziose di gladïatori.
S'ode tra lunghe raffiche interrotte
l'Eurota in fondo mormorar sonoro;
s'ode un vagito.
E nella dubbia notte
le nere selve parlano tra loro.
II
Rabbrividendo parlano le selve
di quel vagito tremulo, che a scosse
va tra quel cauto calpestìo di belve.
Sommessamente parlano, commosse
ancor dal vento, che vanì; dal vento
Borea, che le aspreggiò, che le percosse.
Dal ciel lontano a quel vagito lento
egli era accorso; ma nell'infinito
ansar di tutto, dopo lo spavento,
risuona ancora quel lento vagito.
III
Chi vagisce, è Tiberio.
E il vento accorre
dal ciel profondo tuttavia; spaura
le nubi in fuga, e sbocca dalle forre.
Le selve il mormorìo della congiura
mutano in urlo, e gli alberi giganti
muovono orridi in una mischia oscura.
Lottano i pini coi disvincolanti
frassini, e l'elci su la stessa roccia
coi faggi urtano i vecchi tronchi infranti.
E il fiore della fiamma apresi e sboccia.
IV
Sboccia la fiamma, e il vento la saetta,
come una frusta lucida e sonante,
via per ogni pendìo, per ogni vetta.
Il vento con la frusta fiammeggiante,
col mugghio d'una mandrïa di tori,
cerca il vagito del fatale infante.
Ardono i monti; ma ne' suoi due cuori
Livia tranquilla, indomita, ribelle,
tra i rossi òmeri de' gladïatori,
nutre Tiberio con le sue mammelle.
GOG E MAGOG
I
A mandre, come gli asini selvaggi,
in vano andava e ritornava in vano
Gog e Magog coi neri carriaggi;
e la montagna li vedea nel piano
errare, udiva di tra le tormente
di quelle fruste lo schioccar lontano;
ed un bramir giungeva, della gente
di Mong, come umile abbaiar di iene,
all'inconcussa Porta d'occidente.
II
Ché tra due monti grande era, di rosso
bronzo, una porta; grande sì, che l'ombra
ne trascorreva all'ora del tramonto
mezza la valle.
Il figlio dell'Ammone
la incardinò per chiudere gl'immondi
popoli, e i neri branchi di bisonti:
la sprangò, chiuse.
Ma ristette al sommo
dei monti: un chiaro strepere di trombe
giungea dalle Mammelle d'Aquilone.
III
V'era il Bicorne...
E gli ultimi che, infanti,
aveano udito il gran maglio cadere
su le chiavarde, erano grigi vecchi;
e non partiva...
E i figli lor, giganti
dagli occhi fiammei, dalle lingue nere,
o nani irsuti dai mobili orecchi,
erano morti; e d'ognun d'essi, i mille
erano nati, quante le faville
da un tizzo: ma il Bicorne era lassù.
IV
In alto in alto, a guardia dell'Erguene-
cun; e lo squillo delle sue diane
movea valanghe e rifrangea morene.
S'empiva, ogni alba, il cielo di poiane;
e l'Orda a valle, come nubi al suono
del nembo, nera s'addossava al Kane:
carri che rotolavano dal cono
delle montagne; un subito barrito
d'elefanti; una voce come tuono...
V
Ma meno udian di giorno quel tumulto
lassù; di giorno anche le genti chiuse
ruggìano, e il cibo dividean con l'unghie.
Vaniva il grido di lassù nell'urlo
della lor fame.
Era, di giorno, tutto
al sangue, Alan, Aneg, Ageg, Assur,
Thubal, Cephar.
Più, nelle notti lunghe,
s'udiva, quando concepìan, nel Yurte,
le loro donne i figli di Mong-U.
VI
La luna andava su per orli gialli
di nubi, in fuga: per l'intatta neve
stavano in cerchio mandre di cavalli:
le teste in dentro, immobili, tra il bianco,
stavano: a ora a ora un nitrir breve,
un improvviso scalpitìo del branco.
Ché tutta la montagna solitaria
muggìa.
Temeva anche la luna, e lieve
balzava su, da nube a nube, in aria.
VII
O risplendea sul murmure infinito,
pendula.
Cinto d'edere e d'acanti
l'Eroe, tolte le faci del convito,
scorreva in festa i gioghi lustreggianti,
e laggiù, dalle tonde ombre dei pini,
l'Orda ascoltava lunghi aerei canti;
udiva lunghi gemiti marini
di conche, e, tra il tintinno della cetra,
timpani cupi, cimbali argentini.
VIII
Gog e Magog tremava; e le sue donne
dissero: "Non ha madre Egli, cui dolce
gli sia tornare, pieno d'ambra e d'oro?
non figli, greggi? non fiorenti mogli
presso cui, sazio di narrar, si corchi?
Forse hanno a sdegno lui così bicorne!
Dunque e perché non scende Egli dal monte
né prendesi una dalle nostre torme,
che gli sia bestia, tra Gog e Magog?"
IX
Gog e Magog tremava...
Uno dei nani
cauto trovò gli stolidi giganti.
"Noi moriamo, o giganti, ed Egli no.
Io che muovo gli orecchi come i cani,
intesi cose.
Non c'è sempre avanti
Zul-Karnein.
A volte a Rum andò.
Parte col sole.
A un fonte va, di stelle
liquide, azzurro.
Con le due giumelle
v'attinge vita.
Ogni cent'anni un po'."
X
Ora Egli un giorno (la Montagna tetra
parea più presso e, come scheletrita,
mostrava il bianco ossame suo di pietra)
per l'ombra, dove non sapea che dita
reggeano erranti lampade d'argento,
per l'ombra andava al fonte della vita.
E non più squilli di tra i gioghi, e il vento
soffiava in vano.
La gran Porta un poco
brandiva, a tratti, con émpito lento.
XI
Gog e Magog tre dì, vigile, attese;
tre notti attese; e non udì, che a sera
la Porta a quando a quando brandir lenta.
Non c'era più sui monti...
E l'Orda prese
la via dei monti.
Andava l'Orda nera
formicolando sotto la tormenta.
All'alba mugliò lugubre un bisonte,
nitrì un cavallo, si spezzò la schiera...
Uno squillo correa da monte a monte.
XII
E dissero le donne: "Uomo da nulla
Zul-Karnein! Tornasti in fretta! O forse
non c'era al fonte sola una fanciulla?
non una tua sorella, che la secchia
abbandonò vuota sul fonte, e corse
ansando in casa alla tua madre vecchia?
Or fa, divino ariete, sonare
le trombe! Al suono delle tue fanfare
l'uom ci si desta, e poi...
non dorme più."
XIII
E gli uomini ulularono: "Ha bevuto
in Rum al fonte delle stelle azzurro!
Zul-Karnein è sempre ciò che fu."
E lor fu in odio ogni altra vita, e il frutto
d'ogni altro ventre; e il rosso sangue munto
bevvero alle bisonti, alle zebù.
Né più sonava per la valle un muglio.
Non sonò più, Gog e Magog, che l'urlo
interminato delle sue tribù.
XIV
Ma sì, partì Zul-Karnein, nel fuoco
d'un vespro: per il monte erano stese
porpore cupe a margini di croco.
Nel cocchio d'oro folgorando ascese
l'Eroe; nell'ombra lontanò tra un gaio
ridere di berilli e di turchese,
Un balenìo di cuspidi d'acciaio,
un'eco d'inni che tremola ed erra
qua e là...
Tacque infine irto il ghiacciaio.
XV
Tre anni attese il Tartaro, tre anni
spiò l'arrivo degli stessi draghi
dagli occhi d'oro sopra la montagna
tacita e sola.
Il Tartaro guardava,
né già temeva, e più sentìa la fame
e l'ira, e con man d'orso per la valle
svellea betulle, sradicava ontani.
Ma vide gli occhi degli stessi draghi
la terza volta, e venne alla montagna.
XVI
A piè delle Mammelle d'Aquilone
giunsero cauti.
E il vecchio nano astuto
con mani e piedi rampicò sui tufi.
E vide in cima un grande padiglione
come di tromba, e vi scivolò muto:
v'udì soffi, vi scorse occhi di gufi.
Un nido immondo riempiva il vuoto
di quella tromba.
Un grande gufo immoto
v'era, due ciuffi in capo irti, da re.
XVII
Prese due penne il vecchio nano, e stette
sopra una roccia, ed agitò le penne,
e chiamò l'Orda, che attendeva: "A me,
Gog e Magog! A me, Tartari! O gente
di Mong, Mosach, Thubal, Aneg, Ageg,
Assum, Pothim, Cephar, Alan, a me!
A Rum fuggì Zul-Karnein, le ferree
trombe lasciando qui su le Mammelle
tonde del Nord.
Gog e Magog, a me!"
XVIII
O stolti! Quelle trombe erano terra
concava, donde il vento occidentale
traeva, ansando, strepiti di guerra.
Rupperle disdegnando col puntale
de' lor pungetti, e dalle trombe rotte
gufi uscivan con muto batter d'ale.
Risero accorti, e sparsi per le grotte
bevvero sangue.
Sopra loro un volo
muto, di sogni, e i gridi della notte.
XIX
Alla gran Porta si fermò lo stuolo:
sorgeva il bronzo tra l'occaso e loro.
Gog e Magog l'urtò d'un urto solo.
La spranga si piegò dopo un martoro
lungo: la Porta a lungo stridé dura-
mente, e s'aprì con chiaro clangor d'oro.
S'affacciò l'Orda, e vide la pianura,
le città bianche presso le fiumane,
e bionde messi e bovi alla pastura.
Sboccò bramendo, e il mondo le fu pane.
LA BUONA NOVELLA
I
IN ORIENTE
I
Si vegliava sui monti.
Erano pochi
pastori che vegliavano sui monti
di Giuda.
Quasi spenti erano i fuochi.
Altri alle tombe mute, altri alle fonti
garrule, presso.
Il plenilunio bianco
battea dai cieli sopra le lor fronti.
Ognun guardava ai cieli, come stanco,
stanco nel cuore; ognuno avea vicino
il dolce uguale ruminar del branco.
Sostava sino all'alba del mattino
il cuor del gregge, sazio di mentastri;
ma il cuore de' pastori era in cammino
sempre; ch'erano erranti come gli astri,
essi: avean la bisaccia irta di peli
al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,
e cinti i lombi, e nella mano steli
d'issopo.
E alcuno, come è lor costume,
cantava, fiso, come stanco, ai cieli.
E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
a piè dell'universo, era sommesso,
era non più che un pigolìo d'implume
caduto, sotto il suo grande cipresso.
II
Maath cantava: - O tu che mai non poni
il tuo vincastro, e che pari nell'alto
le taciturne costellazïoni,
Dio! che la nostra vita cader d'alto
fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
la pietra cade sopra il Mar d'asfalto.
Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda,
la vita! Cosa grave che galleggia,
e va e va dove la porta l'onda!
O Dio, noi siamo come questa greggia
che va e va, né posso dir che arrivi,
nemmen se giunga al pozzo della reggia! -
Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
o greggia, che non mai dalle tue strade
vedi la Morte ferma là nei trivi.
Vedo qualche smarrito astro che cade:
muore anche l'astro.
Ma tu, pago il cuore,
stai ruminando sotto le rugiade.
O greggia, solo chi non sa, non muore!
Tu non odi l'abisso che rimbomba
presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore
del loto eterno ai sassi della tomba.
III
E un canto invase allora i cieli: PACE
SOPRA LA TERRA! E i fuochi quasi spenti
arsero, e desta scintillò la brace,
come per improvvisa ala di venti
silenzïosi, e si sentì nei cieli
come il soffio di due grandi battenti.
Erano in alto nubi, pari a steli
di giglio, sopra Betlehem; già pronti
erano, in piedi, attoniti ed aneli,
i pastori guardando di sui monti,
e chi presso le tombe, onde una voce
uscìa di culla, e chi presso le fonti,
onde un tumulto scaturìa di foce:
e un angelo era, con le braccia stese,
tra loro, come un'alta esile croce,
bianca; e diceva: "Gioia con voi! Scese
Dio sulla terra." Ed a ciascuno il cuore
sobbalzò verso: il bianco angelo, e prese
via per vedere il Grande che non muore,
come l'agnello che pur va carponi;
il Dio che vive tutto in sé, pastore
di taciturne costellazioni.
IV
Mossero: e Betlehem, sotto l'osanna
de' cieli ed il fiorir dell'infinito,
dormiva.
E videro, ecco, una capanna.
Ed ai pastori l'accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.
E d'un figlio dell'uomo era, ma era
quale d'agnello.
Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,
sopra la paglia.
Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi: all'albergo alcun le disse: È pieno.
Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.
- Noi cercavamo Quei che vive...
- entrato
disse Maath.
Ed ella con un pio
dubbio: - Il mio figlio vive per quel fiato...
- Quei che non muore...
- Ed ella: - Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l'agnello
suo tremebondo) in una croce...
- Dio...
-
Rispose all'uomo l'Universo: È quello!
II
IN OCCIDENTE
I
Grande, lungo le molte acque, al sussurro
del fiume eterno, sopra i sette monti,
bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro,
Roma dormiva.
Agli archi quadrifronti
battea la luna; e il Tevere sonoro
fiorìa di spuma percotendo ai ponti.
Alto fulgeva col suo tetto d'oro
il Capitolio: ma la notte mesta
adombrava la Via Sacra del Foro.
Nell'ombra un lume: il fuoco era di Vesta,
che tralucea.
Nel tempio le Vestali
dormian ravvolte nella lor pretesta.
Era la notte dopo i Saturnali.
Nelle celle de' templi, sui lor troni,
taceano i numi, soli ed immortali.
Intorno alla Dea Madre i suoi leoni
giacean nel sonno.
Gli ebbri Coribanti
dormian con nell'orecchio ululi e tuoni.
Rosso di sangue uno giaceva avanti
la Dea.
Dischiuso il tempio era di Giano.
Esso attendeva, coi serrami infranti,
l'aquile che predavano lontano.
II
Roma dormiva, ebbra di sangue.
I ludi
eran finiti.
In sogno le matrone
ora vedean gladiatori ignudi.
Ne' triclini ai dormenti le corone
eran cadute, e s'imbevean le rose
nel sangue che fluì dal mirmillone.
Dormivan su le umane ossa già rose,
le belve in fondo degli anfiteatri;
e gli schiavi tornati erano cose.
Dopo la breve libertà, negli atrï
giacean gli ostiari alla catena, quali
cani la cui leggera anima latri.
Era la notte dopo i Saturnali;
ed ogni schiavo dalla tarda sera
dormiva, udendo ventilar grandi ali,
e gracidare.
Erano cigni a schiera
sul patrio fiume...
No: su l'Esquilino
erano corvi in una nube nera...
Ei tesseva e stesseva il suo destino:
vedea sua madre; poi sentia la voce
del banditore: apriva al suo bambino
le braccia, e le sentia fitte alla croce.
III
Roma dormiva.
Uno vegliava, un Geta
gladïatore.
Egli era nuovo, appena
giunto: il suo piede, bianco era di creta.
L'avean, col raffio, tratto dall'arena
del circo; e nello spolïario immondo
alcun nel collo gli aprì poi la vena,
Rantolava; il silenzio era profondo:
il cader lento d'una goccia rossa
solo restava del fragor del mondo.
Ma d'uomini gremita era la fossa
in cui giaceva.
All'occhio suo, tra un velo,
parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.
Ed era solo, e l'uomo che col gelo
lo pungea di sua cute, più lontano
gli era del più lontano astro del cielo;
più della terra sua, più del suo piano
lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora
sdraiati ruminavano pian piano,
e de' suoi figli ch'attendean l'aurora,
piccoli nella lor nomade cuna,
e del suo plaustro, ch'era sua dimora,
là fermo e nero al lume della luna.
IV
E venne bianco nella notte azzurra
un angelo dal cielo di Giudea,
a nunzïar la pace; e la Suburra
non l'udiva; e nel tempio alto di Rhea
bandì la pace; e non alzò la testa
quell'uomo rosso ai piedi della Dea;
e vide, un fuoco, e disse, PACE; e Vesta
ardeva, e le Vestali al focolare
sedeano avvolte nella lor pretesta;
e vide un tempio aperto, e dal sogliare
mormorò, PACE; e non l'udì che il vento
che uscì gemendo e portò guerra al mare.
E l'angelo passò candido e lento
per i taciti trivi, e dicea, PACE
SOPRA LA TERRA!...
Udì forse un lamento...
Vegliava, il Geta...
Entrò l'angelo: PACE!
disse.
E nella infinita urbe de' forti
sol quegli intese.
E chiuse gli occhi in pace·
Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,
e i morti ai morti, e le tombe alle tombe
e non sapeano i sette colli assorti,
ciò che voi sapevate, o catacombe.
FINE
Note:
[1] In un mio libro, non troppo fortunato, che s'intitola Miei Pensieri di varia Umanità (Messina, Muglia, 19O3), parlo, nel Fanciullino, di questa malattia che non è, a dir vero, di letteratura, come era stampato nella I ed.
dei P.
C., ma di storia letteraria, come ho corretto in questa II.
"(La Poesia) la dividiamo per secoli e scuole, la chiamiamo arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica, e va dicendo.
Affermiamo che progredisce, che decade, che nasce, che muore, che risorge, che rimuore.
In verità la poesia è tal meraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa qualità che una vera poesia di quattromila anni sono.
Come mai? Così: l'uomo impara a parlare tanto diverso o tanto meglio, di anno in anno, di secolo in secolo, di millennio in millennio; ma comincia con far gli stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi.
La sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli.
Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto.
E quindi, né c'è poesia arcadica, romantica, classica, né poesia italiana, greca, sancrita; ma poesia soltanto, soltanto poesia, e...
non poesia.
Si: c'è la contraffazione, la sofisticazione, l'imitazione della poesia, e codesta ha tanti nomi.
Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli; e al fischio sembrano uccelli; e non sono uccelli, sì uccellatori.
Ora io non so dire quanta vanità sia la storia di codesti ozi..."
E più oltre: "(Noi in Italia) ragioniamo e distinguiamo troppo.
Quella scuola era migliore, questa peggiore.
A quella bisogna tornare, a questa rinunziare.
No: le scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi.
Non c'è poesia che la poesia.
Quando poi gl'intendenti, perché uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade: e perché un altro, in una vera poesia ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo: ecco gl'intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo.
Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore: qualunque tenue cosa può a quegli occhi parere grandissima.
Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare), se furono quegli occhi che videro; e lasciar da parte secento e arcadia."
E anche: "E le scuole ci legano.
Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo ad ogni tratto d'inciampare e di cadere.
L'ho già scritto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme che lo chiamino arcade..."
Ma io lascierò dire.
...
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