PROFUGIORUM AB AERUMNA, di Leon Battista Alberti - pagina 6
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Diogenes filosofo non volle revocare el servo suo fuggitivo.
Parsegli provarsi se forse fusse non da meno che 'l servo suo, quale se e' potea solo viversi senza Diogenes, molto più dovea potere Diogenes vivere senza un servo e fuggitivo.
A molti insueti parrebbono cose dure queste qual io racconto.
Non sono; e sono facili a chi così dispone volere.
E certo ben disse M.
Varrone in satyris: «Se di tutta l'opera che tu ponesti in fare che 'l servo tuo fusse buon pistore, tu in adornare te stessi ne avessi esposta la duodecima parte, già più tempo saresti ottimo cittadino.
Ora venderesti quel servo molti danari.
Te chi mai comperasse per qualunque sia vile prezzo?».
E questi essercizi a chi così deliberò, sono certo soavi provandoli, perché si sente di cosa in cosa più su attingere a virtù, e provandoli ancora adducono una felicità da volerla.
E chi non volesse non aver bisogno alcuno di tante e sì varie cose quante e' richiede? A chi può tradur suo vita con poche cose, a costui bisognano poche cose.
E parmi in prima libertà degna d'uomo potersi senza fastidio e molestia vivere di ciò che gli sia apparecchiato.
Dicea Solon filosofo: fra' beni nel secondo luogo sarà bisognarci pochissimo cibo, quando el primo bene sia al tutto nulla bisognarci.
Nuoce forse che 'nsino a qui fummo educati in grembo della mamma e in delizie e vezzi del babbo, e ora a noi suppeditano abundante le fortune, né ci pare in tanta amplitudine convenirsi questa austerità del vivere.
E qui bisogna provedere.
Dissi: rammentati esser uomo esposto a ogni caso; sai ch'e' tempi succedono vari, le cose della fortuna sono inconstanti; bisognaci ne' tempi felici prepararci a potere contro la infelicità.
E chi non imparò soffrire, non sa, Niccola, non sa soffrire; e chi imparò, sa e giovagli.
Al fratello suo, sdegnato che non era fatto uno de' magistrati chiamati efori, Chilon filosofo, qual più volte era stato in quel numero e luogo di diggnità, rispose: «O fratel mio, non ti maravigliare se teco non sono e' nostri cittadini tali quali e' sono verso di me.
Tu non sai soffrire le ingiurie.
Io imparai non le curare sofferendole».
Ottavia, sorella di Brittanico, scrive Cornelio, imparò persino da' teneri anni ascondere el dolore, la carità e ogni affetto; e giovògli, e fu degna instituzione e dovuta a uno principe in mezzo di tanta affluenza e licenza avvezzarsi a moderare e contenere se stessi.
In Arabia dove sono e' pascoli lietissimi, scrive Curzio ch'e' pastori lievano e distengono le pecore da' prati, e questo fanno che per troppo cibo diventerebbono infette.
E certo, come dicea Cesare appresso di Sallustio, fra' primi e massimi mali dobbiamo reputarci la troppa licenza.
Interpelleremo adunque e comminuiremo a noi stessi quanta potremo licenza, volendo meno che noi non possiamo in ogni altra cosa che in acquistar virtù e meritar gloria.
Dicea Solone che le ricchezze ingeneravano sazietà; e la sazietà produce contumelia, e dalle contumelie vediamo che arde el vendicarsi.
Queste ricchezze e copia bisogna ausarsi a poco pregiarle, alienandole da noi con spenderle in cose degne e lodate, e in prima donandole e quasi deponendole presso de' buoni e degli studiosi; però che quello che desti non lo torrà la fortuna, e quello ch'ella ti togliesse, non ti agraverà.
Aggiugni a queste che bisogna avvezzarsi sopra tutto a dimenticare le picciole ingiurie per in tempo potere e sofferire e dimenticarsi le maggiori.
Ad Antistenes filosofo parea niuna disciplina migliore in vita che disimparare el ricordarsi delle offese.
Aristotile negava essere opera d'animo grande e forte refricarsi a mente presertim quel che dispiace.
Per questo desiderava Temistocle imparare da Simonide non quella sua arte del ricordarsi, ma più tosto qualche altra arte del dimenticarsi.
Tutte queste racconte cose asseguiremo volendo e con modo addestrandoci di cosa in cosa e di tempo in tempo.
E conviensi col tempo affaticarsi; e in le fatiche bisogna tolleranza, nella tolleranza fortezza, nella fortezza consiglio e ragione.
E in ogni nostro consiglio conviensi adattare a iustizia e umanità con molta voluttà d'ogni tuo acquisto in virtù.
Ditto d'Aristotile: la voluttà dello affaticarsi dà buon fine a ogni opera.
Amasis re degli Egizi rispose esser facillima qualunque cosa si faccia con voluttà.
Un ricordo non voglio preterire, che a ogni ottima instituzione, a ogni bene addutta ragione del vivere, a ogni culto e ornamento dell'animo nostro molto e molto gioverà darsi alle lettere, alla cognizione e perizia de' ricordi e ammonimenti quali e' dotti commendorono alla posterità.
Come la mano compremendo radolca e prepara la cera a bene ricevere l'impressione e sigillo della gemma, così le lettere adattano la mente ad ogni officio e merito di gloria e immortalità.
E che ti pare, Niccola, di ciò che noi dicemmo insino a qui? Vedesti in che modo bisogni prepararsi e aversi in vita per escludere alle perturbazioni ogni addito onde possino importarsi e occupare gli animi nostri.
Seguiterebbeci luogo d'investigare quali argumenti e arte di curarci perturbati ne espurgassero del seno ogni rancore e ansietà.
Ma a tanta opera non mi sento atto.
E quanto recitai, conosco bisognerebbe averci premeditato.
Io raccontai ciò che nel ragionare m'occorse a mente, sanza ordine e forse confuse.
Fecilo nondimeno, e non ad altro fine se non per confutarti, che dicevi desiderare da' dotti qualche utile precetto a questa causa.
Vedestigli tu in questo come nell'altre cose quali appartengano a bene e beato vivere, che furono non negligenti, e satisfecero a ogni nostro bisogno ed espettazione.
NICCOLA.
Vidi e piacemi.
Ma qui Battista e io in prima desideriamo e preghianvi seguiate mostrarci, come testé dicevi, che arte e argumenti a noi lievi le già concepute ansietà dell'animo.
AGNOLO.
Vederemo.
LIBRO II
Qual convenga in noi essere premeditazione e instituzione d'animo per escludere e proibire da noi ogni perturbazione vedesti nel libro di sopra, e credo ti satisfece.
Vedesti con quanta brevità e' ti raccolse molta copia d'ottimi ricordi e sentenze de' nostri maggiori uomini stati prudentissimi e sapientissimi in vita.
In questo libro vedrai in che modo, se forse già fussi occupato da qualche merore e tristizia, o da qualche altro impeto e agitazione d'animo, possi con ragione e modo espurgarla e restituirti ad equabilità e tranquillità d'animo e di mente.
Qual cosa accadde che Agnolo Pandolfini, omo eruditissimo e disertissimo, disputò insieme con Niccola di Messer Veri de' Medici, omo fra' primi litterati in Toscana non postremo, e fra' non ultimi umanissimi el primo in cui sia coniunta molta prudenza con molta affabilità.
E cadde la cosa in questo modo, che la mattina dopo a' ragionamenti di sopra, Niccola e io eravamo nel tempio nostro massimo stati ad onorare el sacrificio, e vedutoci insieme ne accogliemmo per salutarci.
Erano con Agnolo due messi da' magistrati massimi.
Adunque giunto a noi Agnolo ci salutò e disse: - Questi mi chieggono e instanno ch'io salisca su in Palagio a consigliare cogli altri padri la patria e curare el ben pubblico.
Sia della mia volontà e de' miei studi cognitore e testificatore Dio immortale e gli altri abitatori e moderatori del cielo, come cosa niuna tanto mi sta ad animo né tanto mi siede in mente quanto di conservare e amplificare l'autorità, dignità e maiestà della patria mia insieme colla utilità e pregio di ciascuno privato buon cittadino.
Ma che perversità sarà la nostra se noi chiamati a consigliare ci converrà dire non quello che forse a noi parerà utile, onesto e necessario a' tempi, alle condizioni del vivere e della fortuna nostra, ma converracci dire quel che stimeremo grato a chi ne richiese? Natura degli uomini prepostera e in molti modi da biasimarla.
Noi vediamo le fiere nate a essere impetuose, rapaci e al tutto indomite, che mai s'ametteranno ad iniuriarsi insieme se qualche furore non le eccita e concita.
Noi vero uomini, nati per essere modesti, mansueti e trattevoli, par che sempre cerchiamo d'essere contumaci, molesti, infesti agli altri uomini.
E questo se egli è furore, chiunque volesse aggiungervi consiglio, costui quasi vorrebbe, come dicea quel poeta, impazzar con qualche ragione.
Iersera mi tenneno sino a molta notte, e ora mi rivogliono; né fie tempo d'essere al bisogno di qui a più ore.
E s'io vi giovassi, non aspetterei esservi richiesto.
Adunque adopereremo questo tempo in altro, e forse a chi che sia gioveremo; dove dicendo lassù quel ch'io sento, non gioverei a me, e dicendo quel ch'io non sento, non piacerei ad altri.
Così disse Agnolo a noi; e poi si volse a que' due publici e mandònnegli a' superiori magistrati con buona scusa.
E voltossi a Niccola, e sorrise e disse: - Dove eravate voi addritti? Forse ad essercizio, che? Ben fate.
L'essercizio e la sobrietà, due cose ottime, conservano la sanità, mantengono la gioventù, producono la vita.
E questi be' soli c'invitano a godere questa amenità di questi nostri prospetti lietissimi.
Vorrebbesi testé, Battista, esser laggiù a quel nostro Gangalandi co' cani, o alle colline o a' piani, ed essercitarsi qualche ora, e poi ridursi agli studi delle lettere e a filosofia come è tua usanza, Battista.
Ma se vi pare, Niccola, e se voi siete oziosi, passeggiamo per insino a' Servi.
Gireremo da S.
Marco, e restituiremoci qui.
Piacevi? - Questo disse Agnolo.
Risposegli Niccola: - Nulla suol pari dilettar qui Battista quanto l'essercizio; e vidilo io non raro lo 'nverno, perché fuori piovea, uscire da' libri ed essercitarsi colla palla in ogni moto e flessione e agilità.
Gli altri dì asciutti raro fu che non salisse su erto a salutare el tempio di S.
Miniato.
E in villa quali siano e' suoi essercizi, ve gli vedete voi, Agnolo, che gli sete vicino.
E certo s'io avessi edificio sì atto e sì magnifico in luogo sì grato e sì salubre come voi, Agnolo, non so dove traducessi molta parte de' miei dì altrove che solo ivi.
Adunque a Battista, a cui diletta lo essercitarsi, non dubito piace quel che a voi.
Ed era nostro pensiero essere pure con voi ovunque a voi talentassi; e questo sì per farvi compagnia, - ché a noi l'esser con voi, omo maturissimo e gravissimo, acquista reverenza e grazia, - sì ancora ci diletta essere con voi per richiedere e impetrare da voi quanto poi ieri sera ne promettesti di narrarci oggi, quello che restava circa a moderar e assettare gli animi nostri per vivere liberi e vacui d'ogni perturbazione.
A questo siamo non solo oziosi, ma in prima cupidissimi d'udirvi e insieme seguitarvi.
Avvianci.
AGNOLO.
Are' io forse, come e' dicono, levatomi di spalla un peso per pormelo in capo? I' mi levai quella molestia dalle spalle di que' che mi voleano in Palagio, e venni a voi per caricarmi d'una maggior soma.
A quale vi prometto nulla mi succinsi e assettai con premeditarvi quanto io dovea.
Ma di che possiamo noi ragionare più accommodato a questi tempi e a questa nostra pubblica fortuna che solo di questa una cosa per quale ne rendiamo liberi e vacui d'ogni estuazione e turbidamento d'animo? E non recuso satisfarvi quanto in me sia.
E sarà el mio ragionare un quasi investigare e commentare con voi quel che giovi.
Se ci abbatteremo pure a una cosa commoda e che ci attagli, sarà buona opera la nostra, già che el merore, le tristezze e gli altri crucciati dell'animo sono, come dicea Crisippo e come chi lo pruovò el sa, molto maggiori e più acerbi che que' del corpo.
E per curare el corpo quante cose s'investigorono, quante tuttora si ripruovano? Per sanificare l'animo e restituirlo a sua naturale integrità chi sarà che ne biasimi se investigheremo e accoglieremo ogni ragione di argumenti? Ma noi, - come e' dicono, nihil dictum quin prius dictum, - che potremo noi adducere cosa non spesso udita e racconta da molti altri? Referiremo quanto verremo di cosa in cosa ricordandoci; e forse in molte qualcuna ci si acconfarà.
E come alle infermità del corpo uno solo modo di curarlo basta, così alla malattia dell'animo una qualche sola curazione forse basterà.
Ma donde cominceremo noi? Investigheremo noi quante siano le perturbazioni dell'animo, opera né facile né picciolissima? Se, come si dice, ogni animo perturbato sente d'insania, e infinite sono le spezie della pazzia, saranno e infinite le perturbazioni.
A Biante filosofo parea morboso quello animo quale appetisse le cose impossibili.
Rido.
E guardiamo, Niccola, ancora noi che questa nostra non sia manifesta infermità d'animo volere col nostro ingegno, a tanta opera debolissimo, trattar quello che sia impossibile pur connumerarlo.
NICCOLA.
E' si legge appresso de' poeti che quel Sileno insegnò a Mida non temer la morte.
Non referisco Platone e gli altri simili quali con suoi ammonimenti e ricordi giovorono a chi forse gli ascoltò.
Così voi, non dubito, con tanta vostra copia, quanta ieri ne esplicasti, pari potrete giovarci e satisfarci.
Né fie questa cosa a voi difficile e non atta.
Vedemmo già prove maggiori del vostro ingegno, e preghiamovi e aspettiamo ne satisfacciate.
AGNOLO.
A che penso io testé? A tutti quando siamo vacui di merore ci duole el dolore altrui; e quando siamo oppressi da dolore, ci agrata el dolore altrui, e ne' nostri mali pigliamo conforto da' mali altrui.
Quinci el vendicare, el punire e rendere alle offese.
Donde vien questo?
NICCOLA.
E intendiamovi, Agnolo, e dilettaci.
Seguite.
Voi fate come fece Dario in Asia, qual dispargea qua e là fuggendo l'oro, le gemme e le cose preziosissime per meglio suttrarsi in fuga e per arrestare e ritardare chi lo perseguia.
Così voi, per distorci da quanto ci promettesti, ora interponete nuove quistioni, degne certo ma da considerarle altrove.
Noi vi preghiamo; donateci questa opera.
E quanto sino a qui motteggiasti, sia quasi come proemio a questa materia.
AGNOLO.
Così vi piace, e Dio ne aspiri.
Su, convienci resummere una delle divisioni nostre d'ieri in questa materia; e diremo che le perturbazioni accorreno e insisteno ne' nostri animi o dalla commozione de' tempi, o dalla durezza della fortuna nostra, o da qualche sinistro caso, o da malignità e protervia degli uomini co' quali ne abbiamo in vita, o da qualche nostro detto o fatto con poca maturità e consiglio.
Questa fu nostra divisione ieri.
Aggiugniànvi quest'altra, che alcuni sono rimedi che giovano a non più una che un'altra perturbazione.
Alcuni giovano a una e non pari a un'altra nostra commozione e perversione di mente e ragione.
Addurremo adunque prima a ciascun morbo que' propri rimedi quali adattati e bene accommodati svelgano e diradichino ed espurghino da noi ogni concetto e infisso rancore.
Poi accoglieremo insieme que' tutti rimedi quali stimeremo atti a sedare ed estinguere qualunque molesto agitamento e furore fusse eccitato e commosso in le nostre menti e pensieri.
E cominceremo a curare quelle contusioni e punture d'animo quali importò in noi la nostra imprudenza e temerità.
Qui non bisogna preterire uno commune e grave errore di molti, quali si reputano constituti in vita quieta e tranquilla, succedendogli la fortuna e le cose grate secondo li suoi pensieri e voglie.
E non s'avveggono costoro così sé essere in mezzo avvinti da veementissime oppressioni, e stimansi poi iniuriati dalla fortuna e affannati dalle avversità dove essi sono a sé stessi gravezza e molestia.
Ed eccovi come a colui, omo fortunatissimo, diletta la casa, la villa, gli ornamenti; stima l'amplitudine, la dignità, el potere in sue voglie e sentenze più che altri; agradagli la moglie; gode vedersi fatto padre; gloriasi in ogni buona indole e speranza de' suoi nati.
Oh inezia degli uomini! Oh ragione mal compensata! Questi sono, o mortali, questi a voi sono e' veneni dell'animo.
Quinci insurge quello che corrumpe a' nostri petti la vera e degna virilità; onde poi effeminati non tolleriamo noi stessi e inculpiamo la innocenza altrui de' nostri errori.
Fu el troppo amare quella e quell'altra cosa, fu el troppo ricevere a te questa e quest'altra voluttà, seme e ignicolo di tanta e sì importuna fiamma qual t'incende ad ira e a dolerti d'avere interlassato e perduto quello che tanto ti contentava.
Ad uno che volea fuggire la patria e irne in essilio, disse Socrate: «Più tosto, per mio consiglio, fuggi questa morosità dell'animo tuo, qual fa che dovunque tu sia abbi te non bene».
Voglionsi adunque in prima deporre queste affezioni e adempimenti d'ogni suo diletto, qual cose son radici e capo di tante nostre ansietà e tormenti.
Deporremole consigliandoci col vero e ubbidendo alla ragione.
Queste a te mostreranno onde tu possa riconoscere le volontà e instituti di chi tu ami essere da natura volubile e inconstante; e mostrerannoti gli animi di chi ti si porge amico essere iunti a benivolenza teco solo tanto quanto fra voi durerà quel vincolo quale vi strinse ad amarvi insieme.
Ché se vi collegò a tanta coniunzione qualche utilità o qualche gratissima ragione di convivervi insieme con festa e sollazzo, non voglio ti persuada avere la fortuna tra voi sempre equabile e secunda.
Né dubitare, a te succederanno e' tempi tali quali per sua usanza e natura sino a questo dì succedereno a te e agli altri mortali.
E tu riconoscilo quanto d'ora in ora e' furono vari e mutabili.
Onde conoscerai che queste tue fortune, questo fiore e grazia di vostra età e forma, quando che sia, voleranno fra le cose perdute e spente.
Adunque, non preporre alle espettazioni tue tanta speranza, che tu escluda ogni ragione e consiglio per quale possi dubitare e presentire in te quello che può e suole avvenire ad altri con suo gravezza e tristezza.
Eccoti padre a questi e questi figliuoli; eccoti fra' tuoi cittadini e altrove non rari amici, molti coniunti a familiarità, innumerabili conoscenze e commerzi; eccoti ricchezze pari a un re, amplitudine, autorità, dignità, quanto si può desiderare fra' mortali.
Oh! te uomo e infelice, se forse arai ogni altra cosa, e non arai te stessi.
Né pensare aver te stessi ove non possi moderarti molto più in le cose seconde che in le avverse.
E non sempre, no, rimane el figliuolo erede al padre; né so se molti più furono padri e madre quali facessero essequie a' suoi minori che non furono figliuoli quali piangessero e' suoi maggiori.
E questi nostri amici, chi affermerà che ne apportino in vita più piaceri che dispiaceri? Ben disse Valerio Marziale: Nemini feceris te nimium sodalem: amabis minus, dolebis etiam minus.
Dico, Niccola, e dico a te, Battista: Oh perniziosissima peste a' mortali el troppo amore! Scrive Plinio che Publio Catineio Filotimo, lasciato erede in tutte le fortune di colui a cui e' fu servo in vita e molto amato, per troppo desiderio del padrone suo si gittò in mezzo del fuoco dove s'ardea e onorava el morto.
Fu cosa questa d'animo impotente e furioso.
Ma quali siano e' furori che tuttora traportino que' miseri mortali in quali arde troppo amore, altrove ne disputeremo.
E queste nostre speranze e contentamenti quant'elle siano certe e stabili, lascio considerarlo a chi più spera e gode che non si li conviene.
Questo bene ricorderei a chi mi volesse udire, che in ogni suo accogliere suo ragione e summa in questa causa, soscrivesse insieme le durezze e maninconie qual sono aggiunte e asperse con tante sue voluttà e letizie.
E chi non vede ch'ogni umano piacere, altro che quello qual sia posto in pura e semplice virtù, sempre sta pieno d'infinite suspizioni e paure e dolori, ora di non asseguire, ora di perdere quello che gli dilettava e satisfacea? Appresso di Virgilio, Eneas fuggendo da Troia suo patria incesa ed eversa col padre in collo e col figliuolo a mano, non e' suoi armati nimici, ma e' coniuntissimi lo perturbavano.
Leggiadro poeta!, namque inquit:
et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati ex agmine Grai;
nunc omnes terrent aure, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.
Ma non mi estenderò in demostrarvi che 'l gaudio e lo sperare sono per sé all'animo perturbazione e morbo non meno che si sia la paura e insieme el dolore.
Altrove sarà da disputarne.
Basti avervi, quasi accennando, mostrato che per vivere vita quieta e tranquilla, bisogna moderarci e frenarci in ogni nostra voluttà e successo d'ogni nostra opinione ed espettazione.
E se da qualche nostro o detto o fatto inconsiderato e immoderato, o da qualche passata desidia e inerzia nostra ne perturbiamo, siaci non ingrato quel pentimento per quale impariamo odiare e fuggire ogni immodestia e intemperanza.
E se, come dice Catullo poeta, a ciascuno è attribuito el suo errore, ma niun vede quanto a lui sia magro el dorso, giovici qualche volta avere errato dove indi ne riconosciamo fragili e non più divini che gli altri mortali.
E così indi a noi stia un certo eccitamento e stimolo a meglio meritar di nostra industria e solerzia: Me dolor et lacrimae, - dicea Properzio poeta, - merito fecere disertum.
E quanti, perché fastidirono suoi brutti costumi passati, divennero ornatissimi di vita e virtù! Scrive Elio Sparziano istorico che Adriano principe, beffato in Senato per una orazione quale e' pronunziò con troppa inezia, deliberò emendarsi, e datosi con assiduità e diligenza agli studi divenne ottimo oratore.
E non senza ragione Peto Trasea, presso a Cornelio storico, dicea che tutte le egregie leggi e onesti essempli quali sono infra e' buoni, nacquero da' delitti e mancamenti de' non buoni.
Adunque si vuole non solo come dicea ....., presso a Terenzio, dalla vita altrui emendare la sua, ma in prima dal nostro proprio vivere e costumi si vuole di dì in dì prendere argumento e via a miglior stato di mente e d'animo, e succedere emendandoci e godendo in ogni nostro acquisto e accrescimento in virtù e laude.
Dicemmo delle perturbazioni quale in noi insurgono non altronde che da noi stessi.
Seguita testé luogo da investigare in che modo rendiamo e' nostri animi quieti e tranquilli se forse da iniuria e improbità d'altrui fussimo concitati e vessati.
Ma prima assolveremo quanto a questa parte bisogna intendere, che non raro crediamo nulla errare ed erriamo, che ne adduciamo in perturbazione e grave molestia col nostro inconsiderato discorso di ragione e imprudenza.
E simile spesso ne stimiamo offesi da altri dove siamo d'ogni nostro dispiacere autori e apparecchiatori.
Che credi tu, Niccola, che sia facile a noi mortali schifare e non ricevere a sé invidia quando ella si succenda e infiammisi da tante parti, or dalle cose quali in altrui vediamo e sentiamo, ora da cose quali in noi riconosciamo? Grave, hui! Grave perturbazione l'invidia! Ma quanto ella possi ne' nostri animi assai ne scrisse el tuo Leonardo tragico, omo integrissimo e tuo amantissimo, Battista, in quel suo Hiensale, quale egli apparecchiò per questo vostro secondo certame coronario, instituzione ottima, utile al nome e dignità della patria, atta ad eccitare preclarissimi ingegni, accommodata a ogni culto di buoni costumi e di virtù.
Oh lume de' tempi nostri! Ornamento della lingua toscana! Quinci fioriva ogni pregio e gloria de' nostri cittadini.
Ma dubito non potrete, Battista, recitare vostre opere; tanto può l'invidia in questa nostra età fra e' mortali e perversità.
Quel che niuno può non lodare e approvare, molti studiano vituperarlo e interpellarlo.
O cittadini miei, seguirete voi sempre essere iniuriosi a chi ben v'ami? E dovete sì certo, dovete favoreggiare a' buoni ingegni e meglio gratificare a' virtuosi che voi non fate.
Son questi e' frutti delle vigilie e fatiche di chi studia beneficarvi? Ma della invidia e degli incommodi quali sono in le lettere, altrove sarà da disputarne.
Tu, Battista, seguita con ogni opera e diligenza esser utile a' tuoi cittadini.
Dopo noi sarà chi t'amerà, se questi t'offendono.
Per ora qui basti al nostro proposito constituire che la invidia in molti modi nuoce alle cose pubbliche e alle private: ed è un male occulto quale prima n'ha infetti e compresi che noi sentiamo le sue insidie.
E nasce la invidia non tanto da quel che in altrui abbunda, quanto e da quel che in noi forse manca.
E surge ancora l'invidia da quello che invero né qui manca né quivi abbunda, ma da quel che la nostra inetta opinione e immoderato appetito e libidine ne suade.
E può la invidia questo ne' petti ancora di quelli che si stimano savi e prudenti, che e' si reputano iusti e pii dove e' sono pure invidi, iudicano indegno di tante fortune colui quale appare sordido e troppo astretto a porgere beneficio di sé e gratitudine; e credono el suo dolore essere iusto ove a sé manchi quel che ad altri superabunda; né misurano e' suoi commodi con quel che si richiede, né pesano le sue copie col bisogno, ma terminan queste cose non colla ragione ma sì con la volontà e collo intemperato appetito; e vogliono non quel che a bene e beato vivere loro manchi, ma sì quello che a loro pare, per qualsiasi o iusta o iniusta ragione, di volerlo; e sono queste cose volute le più volte tali che elle né gioverebbono loro avendole né nuocono non le avendo.
Così adunque ne avviene che, abbagliati dalle faci della invidia, non discerniamo in che modo questi nostri sinistri movimenti siano in noi non addutti da ragione ma commossi e impinti da perturbazione e perversità di mente.
Udisti che non so chi Filippides in due dì corse da Atene persino a Lacedemonia, spazio di stadi MCXL: e Filonio, corriere d'Alessandro, mosso da Sitione, in quel dì giunse ad Elim, che furono stadi MCCCV.
E quel Strabo leggesti presso a Varrone che da lungi spazio incredibile vide l'armata uscire del porto di Cartagine.
E dicono che Erodes fu cacciatore e pugnatore tale che non era da poterlo sostenere, e che egli uccise in uno solo dì fere circa XL.
Vorresti e simile tu potere, e ancora a tuo posta forse vorresti come Icaro volare sopra l'acque, o come forse quella Pantasilea scorrere sopra alle somme spiche del grano.
Se qui fusse la natura e proccurator delle cose apparecchiata a satisfarti in ogni tuo iusto desiderio, credo periteresti chiedergli simili cose immoderate e superchie.
E se pur le chiedessi, ti risponderebbe: assai ti basta per viver lieto e contento quanto io ti diedi, e composi in te ogni loda e prestanza delle mie cose: a te el corpo formosissimo più che agli altri animali; a te e' movimenti atti e vari più che non sapresti desiderargli; a te ogni senso acutissimo, destissimo, nettissimo; in te ingegno, ragion, memoria, pari agli iddii immortali: quest'altre cose disoneste e non accommodate a beatitudine e felicità, in che parte potranno elle farti migliore e più fermo in virtù? E non ti rendendo migliore, che potranno elle mai ben contentarti?
Avvedianci adunque del nostro errore, e non insistiamo in questa perturbazione di compensare quel che in altrui ci pare male assettato, e desiderarlo a noi ove e' non bisogna credendoci eccitati non da invidia ma da iusto e libero sdegno.
E così riconosciuto in noi che 'l nostro male vien non altronde che dalla nostra male addutta opinione, facile ne emenderemo e rassetteremoci a più quiete.
Succede ancora che non raro per esser troppo indulgenti a' nostri errori, induciamo a noi stessi gravezza e acerbità, e duolci se altri forse non si ritiene di narrare e predicare quello che noi non ci contenemmo dire o fare con poca ragione e precipitata volontà.
Se quel ch'altri referisce di te non è bello, incolpane te che a lui desti materia e istoria di così ragionarne, e inculpane chi prima errò, non chi ora dice el vero.
Sentenza d'Agamenon presso di Euripide poeta tragico: tu che ardisti peccare, bisogna sostegni coll'animo non turbato molte cose ingrate.
Aggiugni a questo che spesso la troppa cupidità d'essere lodato e il troppo studio di vedersi onorato e riputato, sta pieno di gravissima perturbazione.
E certo bisogna qui non dimenticarci quel che e' prudenti dicono, che il volere piacere a molti non è altro che un volere dispiacere a' buoni e a' savi.
Bastici tanto acquistar fama e asseguir gloria fra el vulgo con nostre fatiche e vigilie quanto intendiamo per noi essere satisfatto a' nostri ozii, e quanto conosciamo che chi ci loda e stima invero può affermarci iusti e temperanti e virtuosi.
E de' biasimi e favoleggiamenti qual forse venissero in nostro detrimento da' nostri emuli, invidi e inimici, vorrebbesi potere essere di tanta maturità che noi statuissimo in noi uno animo qual più curasse essere in sé e buono e dotto che parere apresso degli altri.
Dicono che all'uomo savio la coscienza sua è un grande celeberrimo teatro.
Né cerca l'uom savio altri arbitri di suo vita e fatti che sé stessi.
E aggiugneva Bion filosofo a queste sentenze che all'uomo perfetto in virtù era dovuto udire e' detti altrui verso di sé iniuriosi, non con altro fronte e stomaco che se si recitasse una commedia in scena.
E vorrebbesi, non niego, come e' dicono, dall'infestazione degli inimici imparar mansuetudine per sapere poi viver lieto e iocondo co' buoni amici.
E certo quando e' sia opera d'animo forte più el sofferire con mente equabile e non commossa e' detti acerbi d'altrui, che con animo turbato vendicarsi, lodere' io chi in questo frenasse sé stessi e moderassi gl'impeti e movimenti dell'animo suo.
Ma poi che oggi così si vive come dicea quel poeta comico: lupo è l'uno uomo all'altro, - forse bisogna contro alle offese e sentirle e refutarle e vendicarle.
Vendetta si potrà fare niuna maiore che coll'opere buone render bugiardo chi di te mal parli.
E sarà vendetta rara e massima se chi nulla vorrebbe, molto convenga lodarti, e chi molto vorrebbe, nulla possa biasimarti.
Tu, voglio, scrisse Cicerone a Dolobella, coll'animo sia forte e saputo in modo che la tua moderanza e gravità infami l'iniuria altrui.
E Planco a Cicerone scrive: «In questo piglio io voluttà che certo quanto più e' mi odiano questi miei nemici, tanto maggior dolore apporta loro el non potere biasimarmi».
E Socrate, offeso da que' suoi poeti, ridea e dicea: «Voi con questi vostri motti illustriate ogni mia vita, e morsecchiandomi mostrate qual siano e' vostri lezi, e qual sia la mia virtù.
Tal porrà or mente a' miei costumi che prima non mi curava; e tal mi amerà che mi conoscerà virtuoso, qual prima di me iudicava sol quello che egli udia.
Io, come un scoglio a mezzo el mare, persevero sopportando le vostre onte, e sofferendo vinco, in modo che quanto più arditi mi pettoreggiate, tanto più infrangerete voi stessi, ed evvi tanto più acerbo poi el pentirvene».
Così faremo e noi: colla pazienza e col soffrire la insolenza altrui vinceremo; e imiteremo Antonio oratore, qual dicono che col frenarsi e ritenersi facea che chi l'aizzava con parole immoderate parea al tutto furioso.
Marco Ottavio ruppe colla tolleranza e' furiosi impeti di Tito Gracco.
E appresso di Iosefo istorico, dicea quell'Agrippa re de' Ierosolomitani che chi è offeso e soffre, facile induce col suo soffrire a chi l'offende un vergognarsi di tanto perseverare in sua malignità.
Numa re de' Romani, abducendo e' cittadini suoi dall'uso ed essercizio dell'arme al culto e osservanza della religione, gli rendè meno infestati e meno molestati da' suoi finittimi e vicini, e acquistò loro amore e reverenza.
E vuolsi sapere perdere qualche volta quando il vincere sia non necessario; ed è in guadagno quella perdita onde pello avvenire segue che tu men perda.
Ma se forse questi tuoi avversari e inimici cominciassero pur aversi teco con loro ingiurie e malignità troppo infesti e molesti, non sono io quello qual voglia da uno animo umano cosa alcuna non umana.
Scrive Iulio Capitolino che ad alcuni quali vetavano piangere un calamitoso in sua presenza, disse Antonino Pio: «Lasciatelo essere uomo, imperoché gli affetti dell'animo non si possono con imperio togliere né con alcuna filosofia in tutto distenere».
Così io non vieto che tu non senta le cose acerbe agli uomini quando e tu sia uomo.
Proverbio antiquo presso de' Greci: chi non sente le iniurie, si è più di sei volte bue.
E come diceano, presso a Livio istorico, que' Tarquini: egli è cosa pur pericolosa vivere fra' mortali non con altro che colla sola innocenza.
Conviensi alle volte mostrare che 'l tuo stomaco ha collera come quello del compagno.
Un che avea l'occhio non sincero e netto, rispose a un zembo e zoppo: «Ben dicesti ch'io veggo male quando io ti stimai diritto ed equale».
Così noi.
E per non lasciare oltre errare ad altri, e per non cadere, come dicea Laberio poeta, che la spesso offesa pazienza diventa furore, con modo scuoteremo e distorremo da noi chi troppo assiduo fusse mordace e petulante, per non abbatterci poi a rompere in qualche superchio cruccio; e piacerammi provegga di non esser sempre quel cantuccio dove ogni botolo scompisci.
Ma voglio in questo servi modestia; e quel detto di Senofonte, qual dicea che del vincere molto mai fu da pentirsi, voglio interpetri in migliore parte che tu forse non stimi.
Assai molto vince e' suoi malivoli chi nulla perde; e perderesti a te stessi ove tu te precipitassi ad immatura alcuna ira e cruccio.
Non cedere all'iracundia, ma serbati a qualche attemperata e adattata occasione e stagione di satisfarti, dove tu in tempo possi spiegare le tue copie e forze.
Intanto quasi come in insidie contieni, qual fece Socrate appresso di Platone in quel Gorgias morso di parole contumeliose da ....., non rispose allora, ma dopo molto ragionare, ove accadde gli rendè suo merito e con bel modo gli rimproverò ch'egli era temulento, e disse: «Tu che farai quando sarai vecchio, se ora giovane non ti ricordi di qui quivi?».
Simile noi, dove bisogni non altro che parole, gioverà per una volta sfogarsi, versarvi quanto vorremo ogni impeto, qual fece Tullio in Vatinium testem.
E poi, spenta quella vampa e evaporato l'incendio, sarà da rivocarsi e raccogliersi.
E dove forse bisogni altro che parole, Niccola, le ingiurie sono mala cosa; ma non conviensi stizza e subitezza, ma consiglio e maturità.
Col tardo consiglio si fanno e' fatti presto.
L'ira si è nimica d'ogni consiglio, però che l'ira è una breve insania; né condicesi l'insania col consigliarsi.
E fie quella via brevissima a satisfarti qual sia sicura.
Que' buoni Sabini, spogliati con fraude da' Romani, per vendicare la ingiuria acerbissima ricevuta in loro moglie e figliuole, nulla con furore, nulla con ostentazione, ma con ragione e modo si preparorono; onde in tempo ruppono con tanto impeto d'animo e d'arme che chi gli offese gli conobbe uomini e virili e indegni di tanta ingiuria e contumelia.
Così noi non precipiteremo le nostre faccende, ma comporremole e porgeremole a miglior fine.
E se il tempo e occasione non ci si presta come forse desideriamo, non però faremo come Iunone dea presso a Virgilio poeta, quale offesa serbava eternum sub pectore vulnus; ma faremo secondo che ammoniva Fenix quel buon vecchio presso di Omero, qual dicea ad Achille: «Doma questo tuo animo sbardellato, quando gli dii, quali certo ti superano di virtù e dignità, sono flessibili».
Domeremo noi stessi, fletteremo più a facilità e indulgenza che a severità e austerità.
E forse non rarissimo gioverà fare come fece Agrippina, quale, avvedutasi in quella nave del suo pericolo sotto le macchine tese da Nerone per opprimerla e sfracellarla, iudicò utile e solo rimedio de' suoi mali el mostrare di non le conoscere e dimenticarle.
Ultimo e ottime fine di qualunque ingiuria sempre fu el dimenticarla.
E quando pure el conceputo sdegno ne contamini in modo che a nulla ci sia lecito el dimenticarlo, almeno lo asconderemo o dissimuleremo.
Presso a Curzio istorico, quello Eustemon, uno de' iiij M.
presi e stagliuzzati da' Persi, quando e' si consigliavano insieme se dovessero ritornare in Grecia così deformati, senza naso, senza occhi e senza mani, dicea: «Coloro sopportano bene le sue miserie quali le ascondono; agli afflitti la patria è solitudine; niuno ama chi e' fastidia; e la calamità si è querula, e la felicità è superba.
Ciascuno si consiglia colla fortuna sua quando e' delibera della fortuna altrui.
Se noi non fussimo insieme così a un modo miseri, l'uno sarebbe fastidio all'altro.
Che maraviglia se e' fortunati cercano e' pari a sé fortunati».
Parole degne di memoria; però le raccontai.
Ma quanto a noi bisogni, così faremo: consiglierenci colla nostra fortuna, e in le calamità saremo non queruli, e in le buone speranze del vendicarci saremo non rigidi né superbi.
E intanto asconderemo e' nostri mali aspettando qualche accommodata occasione e luogo di satisfarci.
E faremo come presso a Silio poeta fece Annibal, udita la morte del fratello, quale:
compescit lacrimas...
vincitque ferendo
constanter mala, et inferias in tempore longo
missurum fratri, clauso immurmurat ore.
E se pur ti duole né puoi sofferire te stessi, e forse te conosci tale quale conoscea Tibullo poeta sé, ove e' dicea:
Non ego firmus in hoc, non haec patientia nostro
ingenio, frangit fortia corda dolor,
farai come presso d'Omero fece Ulisses, quando quel citarista cantava in cena cose a lui forse iniocunde, che si coperse el capo e lacrimò; poi, finito el cantare, si discoperse e mostrossi lieto bevendo a grazia degli dii.
Così noi cederemo alla nostra imbecillità quanto potremo occulto e coperto.
Ma che cerchiamo noi in questi nostri ricordi? Onde possiamo noi accogliere altronde erudizione accommodatissima che da Omero, poeta certo divino, qual sì atto e con tanta grazia esplicò quello si debba in vita dove esso scrive in qual modo e con quanta ragione Ulisses tradusse e' casi suoi? Vide Ulisses costumi di molti uomini, e vide le consuetudine di molte città; scorse lontani paesi, e sofferse varie e dure e molte fatiche in vita, fra l'arme, in mezzo l'onde e tempesta del mare, con tanto e sì intero consiglio che egli acquistò indi nome e immortale fama; e pertanto affermano che fu uno sopra tutti gli altri prudentissimo ed essercitatissimo.
Riconosciamo adunque gli andamenti suoi per meglio sapere in tempo seguire e' suoi vestigi bisognando.
Doppo a tanti suoi naufragi Ulisses, tornato alle gente sue sconosciuto e mal vestito, vide la casa sua fatta quasi come una taverna pubblica, piena di gente lasciva e immodesta qual dissipava e consumava ogni sua domestica entrata.
Addolorò, e deliberò vendicarsi; ma intanto si contenne e seco disse: o cuore che altrove già tempo obdurasti nei tuoi mali, sostieni.
Fu chi diede a Ulisses un calcio, e Ulisses quieto e muto, e per più dissimulare, simile a un gaglioffo porgendo la mano pregò a uno a uno chiunche ivi era in sala; in qual sala forse più volte avea ricevuto e onorato e' principi di Grecia.
Ancora di nuovo percosso con uno deschetto, e lui pur quieto e saldo, niuna parola, niuno atto, se non quasi come fusse un sasso; nulla più che un poco mosse el capo.
Vollono que' temerari pacchiatori che facesse a' pugni con quello Irone, omo abiettissimo, qual volea cacciar Ulisses di casa; e lui nulla ricusò, e pugnando non volle quel che e' potea; ma per non impedire quello dove e' tendeva a maggior fatti, gli diede un pugno de' suoi lieve.
Ancora di nuovo Ethisippus gittò uno stinco di bue per ferire Ulisses nel capo, e Ulisses, quieto, solo acclinò el capo.
Oh pazienza in uno uomo incredibile, fermezza inaudita e rarissima! Oh essemplo degno di memoria fra e' mortali! In casa sua da gente insolentissima e perfino da' gaglioffi mal ricevuto, svilito, percosso, ributtato, e lui né in parole né in gesti mai scoprirsi.
Tutte le ubriachezze degli altri sofferse, con tutti dissimulò el suo sdegno, a tutti si diede giuoco e strazio, a ogni altrui iniuria tacito e paziente, perché così bisognava al suo instituto.
Lui solo: quella brigata e molta e bestiale.
Lui non atto per ancora a vendicarsi: coloro presti e pronti a superchiarlo d'iniurie.
Lui né discoprirsi sanza estremo suo pericolo né partirsi sanza intollerabile tristezza e acerbità d'animo: loro e ivi lieti e pieni di vino, e altrove molti e pertanto quasi insuperabili.
Adunque deliberò soffrire e dissimulando aspettare se il tempo o la stultizia di chi l'offese aportasse occasione e luogo alcuno di rimeritarli e vendicarsi.
Solo a quella Melancum, fanticella di Penolopes, quale infestava Ulisses con parole femminili e proterve, si rivolse col piglio grave e collo sguardo sì terribile ch'ella impaurì.
Prudentissimo Ulisses non volle quella molestia quale e' potea deporre sanza interturbare suo incetto.
Fece come amonia Plutarco, che non si vuole ultro et sponte offerirsi alle molestie e maninconie non bisognando.
Ma dove così attagli, fie nostro officio non recusare occasione alcuna per quale ne adopriamo in virtù.
Così adunque fece Ulisses.
Ultimo, quando fu tempo, quella brigata inzuppata di vino, stracchi del ridere, lassi dalla sazietà e pienezza; e Ulisses pronto e sobbrio coll'arco in mano prima tenta le cocche, rivede la corda e ogni suo nervo, prepara e sé e sue saette a quel che avvenne.
Nulla volle preterire onde potesse per sua negligenza o precipitata voglia di vendicarsi avvenire che e' forse meno si satisfacesse in tanta impresa.
Indi vedi con quanta virilità e' rende opera a chi da lui meritava male.
Simile faremo e noi.
Se forse al tutto deliberiamo satisfare a' nostri sdegni, provederemo col maturo consiglio quel che bisogni, aspetteremo con sofferenza quel che attagli, useremo non stizza, non subitezza, ma virilità e fermezza d'animo dove e quando così ci si presti luogo e tempo a satisfarci; e in ogni nostro discurso escluderemo ogni fretta e ardore di volontà.
Mai venne tardi quel frutto qual venne in tempo; e persino alle pine, frutto durissimo e tardissimo, hanno suo tempo e maturità.
E piacciati bene sperare delle voglie tue quando elle sono giuste.
Favoreggiano e' cieli alle iuste imprese.
In questo mezzo seda te stessi, e non aggiugnere al tuo dolore nuovo stimolo e cruccio; ma ripensa una e un'altra volta quanto e' sia necessario teco statuire tanta impresa.
Ciò che tu potevi restare e ricusare di fare, questo fu non necessario.
Ma tu forse stimi questa offesa, e misurila col viver tuo, e pesila co' tuoi costumi.
Oh cosa dolce el viver nostro, se tutti e' mortali fossero e buoni e simili a te! Ma forse tu argumenti così: questo mai feci io, né questo fare' io.
Non torresti el suo capro a Dameta, né Dameta torrebbe el bracco ad Atteone, né Atteone torrebbe a Platone que' libri pittagorici tanto pregiati.
Trahit sua quemque voluptas.
E molto più la necessità, e non meno la natura e consuetudine del vivere alletta e tira e' nostri animi a vari costumi e vita.
Ma non ci stendiamo.
Vuolsi tanto diminuire alla ricevuta offesa quanto a chi offese s'aggiunse o ragione o condizione di così farti e così trattarti.
Era Codro povero; però tolse a Crasso.
Era M.
Celio formosissimo; però accedette a quegli amori di quella Clodia.
E simile, in questo comparare e accogliere tutti e' calculi, forse t'occorrerà che l'offesa ti si presenterà maggiore fatta in quel tempo, fatta in quel luogo, fatta da costui quale tu amavi e di dì in dì obligavi ad amarti con assiduo beneficio e grazia.
Non insistere quivi, però che ogni tempo è alieno, e in ogni luogo è indegno d'usarvi iniustizia.
E se cosa niuna, come si dice, a noi sta acerba se non quanto la stimiamo, né stanno e' tuoi incommodi posti nella stultizia altrui, ma seggono in la tua opinione, a lui qual fu incontinente e immoderato se ne aggradi el biasimo non a te s'aggravi el dolore.
E scopertasi occasione di vendicarti, qual sarà maggiore vendetta che adducerlo a pentersi d'avere offeso chi e' non dovea? Questa vendetta fie più facile essequirla col beneficare chi t'è iniquo che col superchiarlo d'offese.
E sarà beneficio gratissimo e laude prestantissima donar questa nuova grazia alla amicizia antiqua; e sarà officio d'animo degno d'imperio con questo rarissimo beneficio fundare nuova benevolenza.
Ma qualunque siano e' tuoi pensieri, tanto ti rammento che in ogni tuo deliberare e statuire tua impresa, mai acceda dove la perturbazione t'alletta; ma come chi navica, se 'l vento preme questa banda, tu in quell'altra osta e offirmati.
Non favoreggiar sempre alla causa tua, ma confirma teco ogni ragione e scusa di chi ti spiacque.
Così seguiranno tuo corsi in vita, sopra e' flutti e tempesta del vivere, equabili e sicurissimi.
Dicemmo de' dispiaceri quali in noi occorsero da noi stessi, e dicemmo de' dispetti e iniurie ricevute dagli altri uomini.
Ora investigheremo ragioni e modo di sedarci e acquietarci dalle perturbazioni commosse in noi da' tempi communi, da' casi e fortune nostre.
Ma qui prima interporrò quanto mi si porge a mente che noi non rarissimo in nostre molestie e affanni incolpiamo forse e questo e quell'altro uomo di cose quali in prima surgono d'altronde che da chi noi le riputiamo.
Et tu, dicea Valerio Marziale,
sub principe duro,
temporibusque malis ausus es esse bonus.
E quale imperitissimo non conosce quanto possano e' tempi e ragion pubblice negli animi de' privati cittadini? Quinci avviene forse che tu truovi costumi perversissimi e modi di vivere pieni di fizione e falsità.
Pènsavi tu se mai fusti in terra alcuna ove quanti vi siano uomini, tante vi siano trappole, quante vi s'usano parole, tante vi siano bugie e periuri.
E conviensi fra simili uomini pendere col viver pubblico.
E che la fortuna possa in noi mortali, o Niccola, che in noi mortali possa la fortuna, tu, o Battista, riconosci.
Riconosci e' tempi nostri, quanti buoni vivono vita misera e non degna alle loro virtù.
E contro, mira che monstri e quanto inauditi e incredibili crebbero nelle cose della fortuna; che dicea Iuvenale satiro poeta:
Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;
si volet haec eadern, fies de consule rhetor.
E se così è che non pochissimo in noi possino e' cieli, fia nostra opera fare come chi giuoca: se gli avviene buono, vinca; se forse caddero sinistri partiti, moderigli con qual vi si adatti ragion migliore.
E certo conviensi, secondo quell'ottimo proverbio antiquo, vivere oggi come si vive oggi.
Dicono che ben consigliarsi e ben mantenersi son cose felicissime in vita.
Sì; ma chi stimasse ben consigliato colui qual con dolersi de' suoi casi e fortune pur non volesse quel che a lui è necessità sofferire? Dicea Tales Milesio che la necessità vince.
E qual si truova cosa che adduca necessità pari a' cieli? Onde ben disse Mannilio poeta:
Heu nihil invitis fas quemquam fidere divis.
E che così sia, vedi a Vergilio quel Laocon sacerdote, qual curando la salute della patria sua percosse col dardo quella macchina di quel cavallo di legno sacrato a e pregno d'armati.
Erano e' tempi fatali in eccidio di Troia, e però non gli fu creduto.
Non vorrei errare adducendo da' cieli in tutte le cose de' mortali necessità inevitabile, e quel ch'io al tutto niego essere.
Forse come e' medici allo infermo danno per giovargli quel che nocerebbe a' sani, e quel che e' vietano in altri, come incanti e filaterie, aggiungono a sé quando e' duole loro; così e noi, in nostre perturbazioni e mala fermezza d'animo, non senza qualche utilità ascolteremo chi forse disse che ciò che ora è, mai potrà non essere stato, e ciò che avvenne, qualche himarmones e fatal condizione e cagione fu, onde e' non potea non avvenire.
E poi che quella e quell'altra cosa accrebbe, ella durerà non più nulla se non solo quanto in lei potranno que' suoi cieli e fati quali sono volubili e instabili.
Adunque saranno le cose né sempre in uno essere né continuo in una quadra.
Dicea Properzio:
Tempora vertuntur; certe vertuntur amores.
Et deus, et durus vertitur ipse dies.
Qual volubilità vediamo pari in le cose pubbliche come nelle private.
Non fu sempre la fortuna pubblica de' Romani seconda e vittoriosa: trovorono Annibale quale in molta parte gli domò e distrinse.
Né fu sempre la fortuna propizia ad Annibale contro e' Romani: abbattèssi a Marcello, qual mostrò ch'e' cartaginesi esserciti si poteano vincere.
Adunque facciamo colla fortuna come scrive Laerzio Diogene che facea quel Demofon in mensis prefetto d'Alessandro Macedone, quale al sole abrigidava e in umbra sudava.
Quando e' tempi e successi delle cose appaiono gravi, si vuole opporvi consiglio e prudenza in evitare gl'impeti avversi; e dove forse le cose sinistre ti si presentano inevitabili, bisogna opporvi fortezza d'animo e pararsi a sofferirli, e non fare come alcuni enervati quali alla prima ombra avversa caggiono in tristezza e addolorati languiscono e giaciono perduti.
In quel numero furono da biasimare que' Gallogreci racconti da Iustino, quali perché in loro sacrifici vedeano segni di fortuna prossima non lieta, timidi non cadere alle mani de' loro inimici, uccisero suo madri e suoi figliuoli, e perderono ogni sua cosa, e arsero casa e suoi beni e sé.
Furore immanissimo, per dubbio di male farsi male.
Molte cose accennano da' suoi principi esser dure e dannose, qual poi riescono contro a ogni tua opinione a fine buono e commodo.
Piacemi di quei tuoi cento apologi, Battista, a questo proposito, quello LXXXVIII, quando e' laghi credeano ch'e' nuvoli fussero montagne per aria e pendessero sopra loro in capo tuttora per cadere, e per questo e' laghi eran divenuti pallidi, squallidi, e tremavano; poi quando videro che que' nuvoli si colliquifaceano in pioggia e acqua, tutti si sullevorono e grilleggiorono di letizia.
E come dicea colui in Eunuco presso a Terenzio, qualche volta el male suole essere cagione di molto bene.
E intervenne a non rarissimi che chi volea loro fare male, gli fece bene.
Qual caso avvenne a molti altri, e fra loro a quel Fedro Iasone, quale da' suoi nimici ricevette una ferita in luogo che per quella tagliatura e' guarì da morbo prima non sanabile per cura de' medici.
Adunque a' nostri preveduti mali opporremo consiglio e ragione ad evitarli e a prepararci a bene soffrirli.
E in prima sarà utile preparare a se stessi buona espettazione delle cose che hanno a venire, ché quando bene avvenisse la cosa in male, almeno in quel mezzo viverai sanza quella sollicitudine e ansietà d'animo.
Così quando appaiono e' tempi lieti, interpognianci qualche suspizione di cose avverse quasi come temperamento di tanta letizia.
E se alle tue iuste e lodate imprese ti si attraversa qualche sinistro intoppo, non abbandonare te stessi: fa come disse la Sibilla ad Enea:
Tu ne cede malis, sed contra audentior ito,
quam tua te fortuna sinet.
Via prima salutis,
quod minime credis, Graia pandetur ab urbe.
Dicono che nulla si truova fidissimo renditore quanto la terra.
Ella ciò che tu gli accomandasti rende, secondo el precetto di Esiodo, non a pari ma a maggior misura.
Ancora più troverai fedele la industria e vigilanza tua, presertim quella qual tu porrai a cose oneste e degne, quando in queste e' cieli e ogni fato si adopera in satisfare a' tuoi meriti.
Mai fu la virtù senza premio di lode e grazia.
E gustate, priegovi, questo argumento: le cose di quaggiù sono rette o da noi uomini o da altri che noi mortali.
S'altri le regge che noi, lasciànne la cura a chi già tanto numero d'anni le resse e con ragione e bene.
Ma se forse, come tu scrivi in una delle tue iocundissime intercenali, Battista, la fortuna di noi mortali non viene dal cielo ma nasce dalla stultizia degli uomini, ricevianle fatte come dagli uomini simili a te, proclivi e dati a ogni passione d'animo e inconstanza.
Qual tua sentenza mi diletta, e confermola; già che se Cesare non avesse tratto Ottaviano in tanta amplitudine, e que' suoi commilitoni non si fussero sottomessi a Cesare, sarebbe né questo né quello stati principi e ministri di tanto imperio.
Anzi l'uno forse sarebbe stato simile al padre argentiero, e l'altro forse causidico.
Adunque, se le cose di noi uomini conseguono contro a nostra voluntà, elle succedono secondo el volere di chi così le guida.
E certo sarebbe intollerabile arroganza la mia, se io pur volessi ch'ogni cosa isse a mio arbitrio, e nulla uscisse del mio disegno e proponimento.
Tante nostre volontà adempiemmo altrove; ora lasciamo che altri ancora in qualcuna sua voglia si contenti.
Ma poi che giugnemmo a questo religiosissimo tempio, entriamo a salutare el nome e figura di Dio.
E, quel che sopra tutti e' documenti e ammonimenti de' prudentissimi scrittori giova, preghianlo che e' non ci adduca dura alcuna condizione di vivere, e prestici buona sanità di mente e buon consiglio e intera fermezza a nostre membra, e concedaci animo virile e constante a sostenere e soffrire ogni impeto e gravezza delle cose avverse.
LIBRO III
Ne' duo libri di sopra investigammo vari e utili rimedi a non ricevere a sé perturbazione alcuna; e vedesti non pochissimi particulari e succinti rimedi atti a sedare e' sinistri movimenti dell'animo, quando forse insurgessono in noi o da nostro errore, o da vizio altrui, o dalla condizione de' tempi e volubilità della fortuna e durezza de' casi nostri.
Restavano ora certi ammonimenti generali accommodati ad espurgare qualunque fusse in noi insita e obdurata grave maninconia, - materia certo utile e degna, qual vederai disputata in questo terzo libro dal nostro Agnolo e dal nostro Niccola, uomini civilissimi e peritissimi, non forse con quanta dignità si converrebbe alla autorità e prestanza loro, però che in me, confesso, non è tanta eloquenza né tanto ingegno ch'io possa imitare la gravità e maturità d'Agnolo Pandolfini in miei scritti e sentenze, e affermo non potrei esprimere la suttilità d'ingegno e prestezza d'intelletto quale io conosco essere in Niccola.
Né mi sento essercitato in modo ch'io possa coniungere e conchiudere con arte e ordine tanta esquisita dottrina e maravigliosa erudizione qual ciascuno de' nostri cittadini sente e già più tempo conobbe essere in ciascuno di que' due.
Ma saranno e' documenti raccolti e referiti da costoro per sé sì approbatissimi che non dubito ti diletterà riconoscerli presso di noi, qualunque sia in me eloquenza e adattezza a dire.
E udirai da questi due uomini dottissimi cose degne, grate e utilissime.
Leggimi, come sino a qui facesti, con avidità e attenzione, e proponti quasi essere quarto fra noi a questi ragionamenti del nostro Agnolo, omo integrissimo e prudentissimo, quale alle disputazioni prossime di sopra, usciti che noi fummo di chiesa e iti due e due altri passi, si fermò, e prese a mano di qua e di qua Niccola e me, e commovendo qualche poco el capo disse: - Io mi credea avervi assoluta e prefinita questa impresa, e stimava restasse nulla altro in questa causa che l'ultimo epilogo e breve enumerazione delle cose recitate da noi.
Ma ora m'avveggo in più modi del mio errore, e vorrei non aver cominciato quello ch'io non seppi con ordine e via conducere sino a qui.
Né qui so dirizzarmi a tradurlo dove io da lungi scorgo bisognerebbe tragettarlo.
Dissi cose assai, e forse non inutili; ma e' mi intervenne come a chi truovò nella vigna quasi el cucuzzolo d'un gran sasso, e parsegli da scoprirlo, ma poi si pentì del sudore e tempo perdutovi sino a qui, ove e' lo scorge maggiore e men da poterlo muovere e transportarlo che e' non si fidava.
Così disse Agnolo, e poi di nuovo tacendo oltre s'avviò passeggiando.
Adunque Niccola, uomo acutissimo, verso me ritenne el passo e disse: - Concederemo noi, Battista, qui ad Agnolo quel che e' dice che 'l suo disputare sino a qui sia stato senza ordine? E tanta copia di varie, degnissime e rarissime cose accolte da lui, diremole noi non esposte in luogo e porte e assettate dove bello si condicea e convenia? Molti appresso de' nostri maggiori Latini e ancor molti presso de' Greci, Agnolo, scrissero simile parte e luoghi di filosofia.
Non però vidi in tanta frequenza alcuno di loro più che voi composto e assettato.
E notai in ogni vostra argumentazione e progresso del disputare esservi una incredibile brevità, iunta con una maravigliosa copia e pienezza di gravissimi e accommodatissimi detti e sentenze.
E quello che a me pare da pregiare in chi scrive o come voi qui disputa e ragiona di queste dottrine dovute a virtù e atte a viver bene e beato, Agnolo, si è quello che in prima in voi mi parse bellissimo.
Non so se fu Cipreste, del quale Vitruvio scrive tanta lode, o se fu altro architetto inventore di questo pingere e figurare, come oggi fanno, el pavimento.
Ma costui qualunque e' fu trovatore di cosa sì vezzosa, forse fu a quel tempio ornatissimo di , quale tutta l'Asia construsse in anni non meno che settecento; e vide costui a tanto edificio coacervati e accresciuti e' suoi parieti con squarci grandissimi di monti marmorei, e videvi di qua e di là colonne altissime; e videvi sopra imposti e' travamenti e la copertura fatta di bronzo e inaurata; e vide che dentro e fuori erano e' gran tavolati di porfiro e diaspro a suoi luoghi distinti e applicati, e ogni cosa gli si porgea splendido; e miravavi ogni sua parte collustrata e piena di maraviglie: solo el spazzo stava sotto e' piedi nudo e negletto.
Adunque, e per coadornare e per variare el pavimento dagli altri affacciati del tempio, tolse que' minuti rottami rimasi da' marmi, porfidi e diaspri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo e' loro colori e quadre compose quella e quell'altra pittura, vestendone e onestandone tutto el pavimento.
Qual opera fu grata e iocunda nulla meno che quelle maggiori al resto dello edificio.
Così avviene presso de' litterati.
Gl'ingegni d'Asia e massime e' Greci, in più anni, tutti insieme furono inventori di tutte l'arte e discipline; e construssero uno quasi tempio e domicilio in suoi scritti a Pallade e a quella Pronea, dea de' filosofi stoici, ed estesero e' pareti colla investigazione del vero e del falso: statuironvi le colonne col discernere e annotare gli effetti e forze della natura, apposervi el tetto quale difendesse tanta opera dalle tempeste avverse; e questa fu la perizia di fuggire el male, e appetire e conseguire el bene, e odiare el vizio, chiedere e amare la virtù.
Ma che interviene? Proprio el contrario da quel di sopra.
Colui accolse e' minuti rimasugli, e composene el pavimento.
Noi vero, dove io come colui e come quell'altro volli ornare un mio picciolo e privato diversorio tolsi da quel pubblico e nobilissimo edificio quel che mi parse accommodato a' miei disegni, e divisilo in più particelle distribuendole ove a me parse.
E quinci nacque come e' dicono: Nihil dictum quin prius dictum.
E veggonsi queste cose litterarie usurpate da tanti, e in tanti loro scritti adoperate e disseminate, che oggi a chi voglia ragionarne resta altro nulla che solo el raccogliere e assortirle e poi accoppiarle insieme con qualche varietà dagli altri e adattezza dell'opera sua, quasi come suo instituto sia imitare in questo chi altrove fece el pavimento.
Qual cose, dove io le veggo aggiunte insieme in modo che le convengano con suoi colori a certa prescritta e designata forma e pittura, e dove io veggo fra loro niuna grave fissura, niuna deforme vacuità, mi diletta, e iudico nulla più doversi desiderare.
Ma chi sarà sì fastidioso che non approvi e lodi costui, quale in sì compositissima opera pose sua industria e diligenza? E noi, Agnolo, che vediamo raccolto da voi ciò che presso di tutti gli altri scrittori era disseminato e trito, e sentiamo tante cose tante varie poste in uno e coattate e insite e ammarginate insieme, tutte corrispondere a un tuono, tutte aguagliarsi a un piano, tutte estendersi a una linea, tutte conformarsi a un disegno, non solo più nulla qui desideriamo, né solo ve ne approviamo e lodiamo, ma e molto ve ne abbiamo grazia e merito.
Aggiugni che non tanto el tessere e connodare in un sieme vari detti e grave sentenze appresso di voi fu cosa rara e maraviglia, ma fu e in prima quasi divino el concetto e descrizione di tutta la causa agitata da voi, qual compreendesti faccenda da niuno de' buoni antiqui prima attinta, e mostrasti in che modo si propulsino e in che modo si escludano le maninconie.
E confessovi in ogni vostro successo del ragionare troppo mi dilettasti e tenestimi di cosa in cosa continuo sospeso e attentissimo, e ogni vostro detto molto mi si persuase.
E ricordommi di quello che e' referiscono di Alessandro Macedone, quale essendogli presentato un forzerino bellissimo lavorato, non sapea che imporvi cosa preziosissima e condegna d'allogarla in sì maravigliosa cassetta.
Pertanto comandò vi riponessero e serbassono entro e' libri di Omero, quali certo, non nego, sono specchio verissimo della vita umana.
Ma che volle Omero fingendo sì inaudita e ostinata pazienza in quel suo Ulisses? Se la pazienza è quella quale rende noi simili a chi nulla curi le offese, non sarà e' più lode al tutto nulla curarle e lasciarne altrui non solo el giudicio e determinazione, ma e ancora la fatica di punire e punendo render migliore chi teco mal visse? E se la pazienza sarà in noi quale fu in Ulisses in dissimulare di sentire quello che lo accuori, non io sono colui che tanto appruovi e preferisca questo instituto di vendicarsi in vita ch'io, per valermi di una onta, sostenga più e più strazi di me e di mia dignità.
Né seppi mai meco sì adattarmi a non curare e sopportare la temerità e protervia altrui, che a me non paresse in quel tanto essere omo servile e da biasimarmi.
Questi la lodano e prepongonla alle prime virtù, e dicono che la pazienza col starsi cortese vince le squadre delle Furie armate.
Se egli è vittoria el ricevere assidui fastidi e trovarsi oppresso da gravissime e intollerabili molestie, essi dicono el vero.
Io veggo e provo questo in me tutto el dì, che 'l mio essere sofferente a me frutta non altro che solo iniurie.
El soffrire apre via e alletta la insolenza altrui esserti noioso: el soffrire d'ora in ora t'adduce e oppone nuove traverse e dure offese: el soffrire mai non fu utile se non quanto el mostrarsi e libero e uomo era periculoso.
E quanto e' sia insuave, molesto, difficile e tedioso el sopportare la stultizia altrui, altrove sarà da disputarne.
Ma giovi, quando che sia, fra 'l vivere e conversare della moltitudine questo dissimulare di nostre voluntà e questo negligere noi stessi e trascurare ogni nostra dignità, qual cosa voi chiamate pazienza.
Dite, qual virtù sarà quella che noi sollievi oppressi da e' nostri casi avversi e dalle ruine de' nostri tempi? Diranno que' savi: non curare e' tuoi dolori.
Facile precetto a dirlo, facile a dirlo.
Ma colui el quale perdette e' noti a sé, domestici, coniunti, amici, e perdette l'altre sue commodità e onestamenti, e perdette sue fortune domestiche, amplitudine, autorità publica e luogo di dignità, e ora si truova in solitudine, assediato da ogni necessità, abietto, destituto, e forse malfermo e poco intero in suoi nervi e membra, come aiterà e soverrà a sé stessi? Voi forse a costui adducerete que' detti vulgatissimi e notissimi: non ti dispiaccia la cecità tua, non ti aggravi la surdità.
Quando molte cose testé non vedi e non odi quali soleano adolorarti, assai vedi quando tu discerni le buone cose dalle non buone, le degne dalle non degne, e assai odi quando tu odi te stessi in quelle cose che faccino a virtù e laude.
E bene hassi la notte in sé ancora e' suoi diletti.
Le fortune, el nome, lo stato, la felicità del vivere, direte che siano cose caduce e fragili.
Ed elle pur sono quelle per quali tutti e' mortali contendono col ferro e col fuoco, e per quali espongono suo sudore e sangue e vita; e voi vorrete ch'io non le curi né desideri? E pure mi duole, Agnolo, e duolmi non le avere.
E bench'io mi disponga coll'animo e al tutto m'affermi a non curare e non desiderare quello che a me sia vetato e perduto, pur quando spesso ora vedo e' luoghi e cose, quando odo e sento questo e quest'altro, quando nel mio pensare trascorro di cosa in cosa, allora, come non solo dicea Dido presso a Virgilio: agnosco veteris vestigia flammae, ma e in prima mi si rinnuovano mie triste memorie e raccendonmisi insieme e' miei dispiaceri oltramodo; e dico anche io:
dulces exuviae, dum fata deusque sinebant;
e viemmi lacrimato prima ch'io m'avegga del mio o volete errore o volete dolore.
Diresti: e perché piagni? Rispondere'ti come rispose Solone filosofo: piango perché sento che 'l pianger nulla giova al mio dolore.
Ma in questo chi mi ripreendesse? Noi vediamo natural desiderio fino alle fere silvestre intorno a' nidi e presso a' covili suoi dar segni manifesti de' loro incommodi.
E prudentissimo fu quel detto del figliuolo di Nestorre presso del nostro Omero: io non lodo el piangere.
E piangere nulla e' morti suoi mi par biasimo, quando questo solo onore si debba a' miseri mortali usciti di vita.
Vedi che Priamo, re prudentissimo, alle essequie del suo Ettor, fortissimo figliuolo, comandò si celebrassero e' pianti interi nove dì, poi el decimo dì si sepellisse e facessonsi le essequie, e l'undecimo dì ordinò se gli construisse el sepolcro onoratissimo.
Ed ebbe in queste funerali cerimonie chi con modi e canti e versi piangiosi eccitava mestizia e sospiri a chi udiva e vedea.
Simile lodano Marco Fabio che, perduto el fratello, recusò la grillanda, insigne publico onoratissimo.
Ma che raccontiamo noi essempli de' principi mortali, o donde meglio compreenderemo quel che in questo s'appruovi presso de' dotti e famosissimi scrittori, quando la Dea degl'iddii, presso a Omero, prese el velo nero nel suo merore e cordoglio?
AGNOLO.
Or così fa, Niccola; tu omo qual sopra gli altri sempre fusti in ogni tuo vita sempre pazientissimo, segui meco argumentando e dissuadendo la pazienza.
S'io volessi mostrarti quanto el sapere, come e' dicono, vorare la inezia del volgo e piegarsi alle temerità de' venti e aure populare sempre fu cosa commodissima, e s'io volessi esplicarti quanto l'essere non subito, non precipitoso, non aventato in suoi movimenti d'animo e volontà, sia cosa necessaria in vita, atta a virtù, conveniente a bene e beato traducere ogni suo età piena d'officio, piena di frutto, piena di merito, nulla difficile, nulla iniocunda, nulla disconveniente a chi sia ben confirmato con ragione e bene instituito ad onestà, e dato ad acquistar lode e buona grazia fra i mortali e posterità, non mi basterebbe el dì; tanta copia d'ottimi argumenti mi si inondarebbe e suppeditarebbe.
Forse altrove a tuo posta ne disputaremo.
Per ora, quanto accade al nostro proposito, a me nulla dispiacerà ti consigli colla necessità e colla opportunità de' tempi tuoi.
Che dici tu? E' mi dolgono le offese.
Io desidero le cose pregiate.
Che adunque? E che faremo? Al primo impeto ne scopriremo e ostaremo armati.
Guarda, Niccola, quanto sia utile questo consiglio.
Dirai: e a te, Agnolo, che ti pare? Vedi quanto io mi ti dia facile e largo.
Non vorrei essere udito da questi miei filosofi.
Dico, Niccola, e tu, Battista, della sofferenza si vuole avere o nulla o troppo.
Nell'altre cose giovi usare mediocrità.
In questa, dove tu non puoi presentarti e averti libero, ubbidisci a chi più può.
Ad Euripide poeta parea la inobbidienza della moltitudine più che 'l fuoco valida, e più atta a destruere e consumare le cose.
E dicono che la moltitudine sempre fu insuperabile.
Omero dicea che 'l male sempre vince; ma quanto e dove e a chi bisogni cedere t'insegnerà la necessità.
E iudica necessario el cedere sempre dove tu cedendo non peggiori tuo stato; e quello che per ora si può mutare se non in peggio, iudicalo ottimo.
Nel resto ti concedo che dove a te sia lecito, mostrati uomo non al tutto sanza stomaco.
Spegni, attuta l'arroganza di qualunque te incende ad ira.
E così adunque a me non dispiacerà ti consigli colla necessità e colla opportunità de' tempi tuoi in ogni tua impresa e faccenda.
Né ti distolgo da' tuoi sensi e proclività umane; né ti interdico che a te non dolga perdere e non avere tuo care cose e amate.
Ben ti rammento non perseveri col dolerti, né pur seguiti essere e a te grave e a' tuoi bisogni inutile e sinistro, e che desideri e che chiedi quel che e' mortali pregiano e prepongono, e per quale s'espone el sudore, el sangue, la vita.
Questo, s'egli è possibile acquistarlo e recuperarlo col dolerti e col piangere, come molti fanno, segui; vivi in assiduo e profondissimo dolore tanto che tu a te satisfaccia e asseguisca e' tuoi desideri ed espettazione.
Fa come fece quel M.
Livio, uomo onoratissimo in Roma, quale sperava e a sé stessi promettea el consolato, ma poi repudiato dal populo e caduto dalle sue espettazioni in quella petizione del consolato se lo reputò ad ignominia, e per questo si commise in solitudine, e fuggì piazza, teatri e templi, e fuggì ciascuno luogo pubblico e celebre, e fuggì la patria, e visse anni otto in villa vita cordogliosa e squallida.
E se tu pur vedi che 'l tuo lagnarti, e questo tuo condolerti entro a te e questo tuo vivere in tristezza e merore nulla t'apporti d'alcuna di tante cose qual tu vorresti, che stultizia sarà la tua non abdicare da te quel che ti strazia e atterra? Nulla si truova grave e molesto a' nostri animi quanto l'attristarsi dell'altre perturbazioni.
La libidine ha in sé un certo ardore, la immodesta letizia ha in sé una inetta levità, la paura ha in sé non so che diffidarsi e troppo umiliarsi.
Ma questa egritudine d'animo qual chiamano tristezza, questo dolersi e vivere tedioso a se stessi, ha in sé maggior mali insiti e infissi.
Dicea Omero che la miseria presto c'invecchia.
E tu così vedi e' cordogliosi deformati, languidi e fedissimi contorcersi ne' loro intimi crucciati, e simile a un trave annoso e corroso da tarli putrirsi e insordidirsi.
Adunque e che insania fie la tua pur nutrire in te quel che ti seduce e distiene da ogni tua speme ed espettazione? Che pur segui tu ove nulla giova e molto nuoce el condolerti e attristirti? Non senti tu che questo tuo involgerti e sospignerti col pensiere in questa ortica di tuo triste e ingrate memorie ti rende inabile a discernere e distinguere quel che al bene a te s'acconfaccia in vita, e rendeti inutile ad escogitare e preordinare le cose buone e opportune e abili per evitare e propulsare e' pericoli e difficoltà quale tuttora incorsano e da molte parti noi urtano in vita.
Se a te dolgono e' tuoi incommodi, tu a te stesso in questo ne dai cagione quale dolendoti male curi e' fatti tuoi.
Se a te dolgono le tue voluttà perdute, riconosciti omai in colpa, ove tu non fughi da te ogni tristezza, e te dai ad altri nuovi diletti e amenità e piaceri.
S'e' tuoi onestamenti e gradi perduti ti perturbano, tu in questo rimanti di sinestrar te stessi ove dimostri non esserti per tua prudenza persuaso già più tempo che tu eri non dissimile dagli altri mortali, e sentivi e riconoscevi te subietto ed esposto a' casi vari e volubilità della fortuna.
E che giustizia fie la tua se tu pure obdurerai recusando in te alcuna delle condizioni dovute a chi vive? E che officio di prudenza sarà la tua non riconoscerti uomo? E che modestia sarà la tua non por, quando che sia, fine e termine alle tue querele? E che lode d'animo grande e fermo sarà la tua, se tu nato a imperare e regger gli altri, non saprai moderare te stessi? E se in cose alcune bisogna moderazione e ragione e virtù, certo bisogna contro al dolore.
Oreste per dolore divenne furioso.
Cleobolo filofoso, estinto da sue grave maninconie, uscì di vita.
Eccuba fingono che per acerbissimi morsi de' suoi dolori diventò cane e arrabbiò.
Niobe fingono che addolatara si convertì in sasso.
Adunque se pel dolore si diventa e furioso uomo e arrabbiata bestia e insensato sasso, qual sarà che non curi con ogni sua opera e forza lunge propulsare da sé questo dolersi? Ma tu, Niccola, in ogni mia argumentazione vedi tu come io a te nulla vieto che tu non sia in tue opinioni e volontà uomo sì, ma proibisco non diventi efferato e immanissimo.
E tu pur quivi t'affolti, e come la coturnice rinchiusa nella gabbia pur vorrebbe uscire per quel poco che a lei pare non bene intero, tu così quinci forse vorresti uscire in maggior disputazione ed estenderti in più lati campi d'argumentare contro a' detti miei.
Oh! egli è cosa molesta e veemente el dolore, e vince: egli è cosa difficile e dura el non sentire e non cedere a' mali suoi.
Eschilo poeta tragico, quando egli adduce uno e uno altro degli dii venuti a consolare Prometeo relegato e alligato a quel sasso al Caucaso, non diceano: O Prometeo, non curare e' tuoi mali e non gli sentir
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