SCHOPENHAUER E LEOPARDI, di Francesco De Sanctis - pagina 4
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Egli è vero che negli animali il volere è posto in moto da' motivi, nella vita organica dell'animale e della pianta dallo stimolo, nella vita inorganica da semplici cause nel senso stretto della parola; ma questa differenza riguarda il fenomeno, lascia intatto il "Wille".
Apri ora le orecchie, che viene il meglio.
L'intelletto è stato generalmente tenuto come il principio della vita, l'essenza delle cose; vedi che ci accostiamo all'idea.
Di qui l'ordine e l'armonia universale, il progresso, la libertá, e quel tale divinizzare il mondo.
Ma, poiché Schopenhauer ha preso l'umile "Wille", creduto una semplice funzione dell'intelletto, e te lo ha sollevato al primo gradino, l'intelletto è divenuto affatto secondario, un fenomeno che accompagna il "Wille"; ma che gli è inessenziale, che mette il capo fuori solo quando il "Wille" apparisce nella vita organica, quindi un organo del "Wille", un prodotto fisico, un essere non metafisico.
L'intelletto può andare a spasso senza che il "Wille" vada via: anzi nella vita vegetale e inorganica non c'è vestigio d'intelletto, e perciò non è il volere condizionato alla conoscenza, come tutti sostengono, ma la conoscenza è condizionata al volere, come sostiene Schopenhauer(12).
A.
Capisco, capisco.
Finora ti confesso che ridevo tra me e me del "Wille" e dicevo:- È infine una parola, il nome di battesimo della cosa in sé, che Schopenhauer ha aggiunto alla dottrina kantiana -.
Ma l'amico è fino, e veggo dove va.
Celebriamo i funerali dell'idea.
D.
In effetti, il "Wille", operando alla cieca, non è legato da alcuna necessitá come l'idea, o come la sostanza di Spinoza.
Assolutamente libero, può starsene con le mani in saccoccia, nella maestá della quiete.
Quando sente un prurito, un pizzicore, esce dalla sua immobilitá e genera le idee.
A.
E dálli; lui pure con l'idea!
D.
Rassicurati.
Non è l'idea di Hegel, ma sono le idee di Platone, "species rerum", tipi e generi, fuori ancora dello spazio e del tempo.
A.
Sono dunque concetti.
D.
Adagio.
Le forbici non ti hanno potuto ancora cavar di capo la filosofia.
Hai da sapere che per Schopenhauer i concetti sono semplici astrazioni cavate dal mondo fenomenico, come l'essere, la sostanza, la causa, la forza, ecc.; hanno un valore logico, non metafisico; sono un pensato, non un contemplato.
Stringi e premi, il concetto non ti può dare che il concetto.
E ci volea la sfacciataggine di Hegel per fondare la filosofia sopra i concetti.
Le idee al contrario sono il primo prodotto del "Wille"; non generano, anzi sono generate, e sono, per dir cosí, l'abbozzo o l'esemplare del mondo, perfettamente contemplabili(13).
Cosí in questa teoria trovi raccolte le piú grandi veritá della filosofia, la cosa in sé di Kant, le idee di Platone, e l'unitá o il monismo immanente di Spinoza.
Uno è il "Wille", immanente nelle cose, anzi le cose non sono che esso medesimo il "Wille", messo in movimento, la luce è l'apparenza del "Wille".
A.
Allora Schopenhauer è panteista.
D.
Che importa?
A.
Bagattella! Hai dimenticato, debbo tornare in Italia.
L'idea puoi avventurarla qualche volta, con certe cautele, perché anche i Governi sanno le loro idee; soprattutto se la pronunzii in plurale, volendo ciascun ministro averne parecchie a suo uso.
Ma col panteismo non c'è scappatoia.
D.
Consolati dunque.
Schopenhauer non è panteista, perché il suo mondo rassomiglia piuttosto al diavolo che a Dio.
Panteista, dice Arturo, è colui che divinizza il mondo, trasformando l'idea in sostanza o in assoluto, e facendo della ragione il suo organo.
L'idea come sostanza opera fatalmente e ragionevolmente...
A.
Credevo che il panteismo consistesse nell'ammettere una sostanza unica, immanente, quale si fosse il suo nome, sostanza, idea, o "Wille"; ma poiché Schopenhauer m'assicura il contrario, come dovrò chiamarlo?
D.
Chiamalo monista(14), e ti tirerai d'impaccio.
L'idea dunque, come ti dicevo, opera fatalmente, perché opera ragionevolmente; onde l'ottimismo, quell'andar sempre di bene in meglio secondo leggi immutabili, che dicesi progresso.
- Ma se è cosí, dice Schopenhauer, come spiegare il male e l'errare?-
A.
Hai messo il dito nella piaga.
Bel Dio è codesto mondo, un misto di follia e di sciocchezza e di birberia.
L'idea quando l'ha concepito si doveva trovare nell'ospedale dei pazzi.
D.
Schopenhauer perciò ha congedato l'idea, e ci ha messo il "Wille", cieco e libero, che fa bene e male, come porta il caso.
Il quale, se se ne stesse quieto, sarebbe un rispettabile "Wille"; ma come ha de' ghiribizzi, gli viene spesso il grillo di uscire dalla sua generalità e farsi individuo.
Questo è il suo peccato: di qui scaturisce il male.
È il "principium individuationis", quello che i cattolici chiamano la materia o la carne, che genera il male.
Potrebbe dire:- Non voglio vivere -, e sarebbe Dio; ma quando gli viene in capo di dire:- Voglio vivere -, diventa Satana.
La vita è opera demoniaca.
A.
Veggo che questo "Wille" dee essere un asino, un buffone ed un briccone; oh, sí che avevo ragione quando dissi che la vera idea del mondo, colui che lo governa, è Campagna; piú ci accostiamo a questo tipo, e più ci accostiamo alla veritá.
D.
Il "Wille" è essenzialmente asino finché non produce il cervello.
A.
E come tutt'a un tratto diviene dottore? Voglio dire: se non ha conoscenza, come può produrre la conoscenza?
D.
Da padre asino non può nascere un figlio dotto?
A.
Lasciamo lo scherzo.
Perché?
D.
Perché vuole.
Il "Wille" può tutto, e quando vuol conoscere, ti forma un cervello.
Non l'ho io detto che il "Wille" ama la vita? E finché vuol vivere come pietra o come pianta, non gli viene in capo il cervello, perché può farne senza.
Ma quando gli si presenta l'idea dell'animale, e dice:- Voglio essere un animale -, ti forma il cervello, essendo l'intelletto, come ti ho detto, necessario alla vita animale.
Ed il "Wille" maritato all'intelletto è quello che dicesi comunemente anima.
A.
Un intelletto che nasce da un "Wille" inintelligente è un miracolone piú grosso che quello di san Gennaro.
D.
Non piú grande che quello che trovi ne' fatti piú ordinarii.
Una pietra che cade in virtú della legge di gravita è un miracolo cosí grosso, come che l'uomo pensi.
Tutti queste miracoli li fa il "Wille" perché vuole cosí.
A.
Cioè a dire, che se la pietra cade, gli è che vuol cadere?
D.
Certamente.
A.
E s'io ti gittassi dalla finestra, vorresti andar giú a fracassarti il cranio?
D.
Io sono un essere complesso.
Il mio corpo vorrebbe, perché sottoposto anche lui alla legge di gravitá.
A.
Avevo creduto finora che nella vita inorganica il movimento venga dal di fuori; e che se, per esempio, la pietra cade, gli è perché io le do la spinta...
D.
Non solo, ma perché ella è pietra e non uccello.
Cade perché la sua natura porta cosí; e in questo senso diciamo che vuol cadere.
A.
Ma allora questo "Wille" non lo capisco piú.
Se siegue certe leggi nell'ordine fisico, potrebbe seguirle pure nell'ordine morale; e se opera secondo leggi fisse, non è piú "Wille", ma idea, è un "Wille" intelligente.
D.
Pensa a Campagna.
A.
Qui non ci sente.
Credevo questo "Wille" un asino ed un buffone; ora mi parli di leggi.
D.
Il "Wille" è libero finché non vuol niente; ma quando vuole qualche cosa...
A.
Fermiamoci qui.
Un "Wille" che non vuole è una contraddizione ne' termini; perché l'essenza del "Wille" è il volere.
D.
Ma, come libero, può anche volere non volere.
A.
È una sottigliezza.
Ma lasciamo star questo.
Che cosa lo spinge a volere?
D.
Un pizzicore interno.
A.
È una facezia.
Il volere è un desiderio che suppone il bisogno; il bisogno suppone una mancanza; e la mancanza presuppone un'essenza, un essere con certe determinazioni, con una propria natura.
Il "Wille" dunque non può essere un primo, perché presuppone l'essere, e quindi l'idea.
D.
Pensa a Campagna.
A.
Rispondi cosí quando non hai che rispondere.
D.
Se m'interrompi sempre, non la finiremo piú.
Dicevo che quando vuole qualche cosa, il "Wille" non è piú libero, dovendo adoperare tutti i mezzi che vi conducono: allora è sottoposto a leggi, le quali perciò riguardano il "Wille" fenomenico, non il "Wille" in sé stesso.
A.
Ma dunque, volendo qualche cosa, il "Wille" si propone un fine e vi applica i mezzi.
E mi vuoi dare a credere che sia un asino, che non adoperi ragionevolmente, che non sia intelligente?
D.
Ma questo lo fa inconsapevolmente, a modo di uccello che, volendo sgravarsi delle uova, comincia a raccogliere delle pagliuzze e si costruisce il nido.
L'uccello non sa neppure a qual uso è destinato il nido.
Fa tutto questo non perché lo pensa, ma perché lo vuole.
A.
È un giochetto di parole.
Manca la coscienza, non l'intelligenza Non basta volere, bisogna sapere, con coscienza o no, poco importa.
Il tuo "Wille", se è cieco, può volere quanto gli piace, che non sará buono a nulla, neppure a formare la pietra.
In ogni formazione si suppone convenienza di mezzi col fine; e questo è opera dell'intelligenza.
Un "Wille" cieco che ti forma il mondo! Il volere, mio caro, non basta; ci vuole il sapere.
Voglio andare a Parigi, e, se non so la via e ci giungo, sará per caso: ma tra le cento, novantanove volte non ci giungerò.
D.
Ma il "Wille" è cieco non perché sia propriamente un asino, ma perché non si può dire che pensi e rifletta; opera senza coscienza.
A.
Ma chi ti ha detto che l'idea opera con coscienza, e pensi e rifletta? Sappiamo che la Natura opera spontaneamente e inconsapevolmente; se ne dee cavar per conseguenza che operi irragionevolmente? E quando Hegel vede l'idea nella pietra, credi tu che l'idea la rifletta e pensi? Se il "Wille" fa quello che si richiede allo scopo propostosi, è un essere ragionevole, è l'idea.
Non m'interrompere.
Qui non c'è a rispondere altro che un:- Pensa a Campagna!-.
D.
Se vuoi vedere qual differenza corra tra il "Wille" e l'idea, pon mente alle conseguenze.
Dall'idea nasce un mondo irragionevole, e perciò pessimo.
A.
Il che non prova che il "Wille" non sia un'idea: prova solo che sia un briccone.
Chi vuole una cosa cattiva e vi adopera i mezzi, lo chiamiamo malvagio, ma non irragionevole.
D.
La vita per l'idea è il suo medesimo svolgersi progressivo secondo le sue leggi costitutive.
Per il "Wille" la vita è un peccato; maledetto il momento che dice:- Io voglio vivere!-.
Vivendo, cessa di esser libero, s'imprigiona nello spazio e nel tempo, entra nella catena delle cause e degli effetti, diviene un individuo, si condanna al dolore ed alla miseria, scendendo con le proprie gambe in questa valle di lagrime, come Empedocle ed il Salve Regina chiamano il mondo.
A.
E perché mo' tutto questo?
D.
Perché il "Wille" come infinito non può appagare sé stesso sotto questa o quella forma, dove trova sempre un limite.
Prendere dunque una forma è la sua infelicitá; il suo peccato, la sua miseria è nel dire:- Io voglio vivere -.
A.
Farebbe dunque meglio a dire:- Io voglio morire -.
D.
Certamente.
La morte è la fine del male e del dolore, è il "Wille" che ritorna sé stesso, eternamente libero e felice.
Vivere per soffrire è la piú grande delle asinitá.
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
La vita è un fenomeno, un'apparenza, "pulvis et umbra", vanitá delle vanitá; dove non ci è altro di reale che il dolore; e se ne togli il dolore, rimane la noia.
A.
Mi pare che ti sii distratto; e che da Schopenhauer sii caduto in Leopardi.
D.
Leopardi e Schopenhauer sono una cosa.
Quasi nello stesso tempo l'uno creava la metafisica e l'altro la poesia del dolore.
Leopardi vedeva il mondo cosí, e non sapeva il perché.
Arcano è tutto
Fuorché il nostro dolor.
Il perché l'ha trovato Schopenhauer con la scoperta del "Wille".
A.
Forseché Leopardi non ti parla di un "brutto poter, che ascoso a comun danno impera", e forse non gli appicca subito dopo "l'infinita vanitá del tutto"? Mi par che questo sia propriamente il "Wille", giacente sotto tutta quella serie di vane apparenze che dicesi mondo.
D.
Con questa differenza, che "il poter" del Leopardi è la materia eterna dotata di una o piú forze misteriose; laddove il potere di Schopenhauer è una forza unica, il "Wille", e la materia è il velo di Maia, una sua apparenza.
L'uno è materialista, e l'altro è spiritualista.
A.
Come dunque hanno potuto riuscire nelle stesse conseguenze? Che dalla materia nasca un mondo cattivo, si concepisce; il materialismo è una di quelle parole che mi fa tanto paura quanto il panteismo; ma lo spiritualismo è una parola che suona così bene all'orecchio, l'arca santa della religione, il palladio della civiltà cattolica, una specie di passaporto che ti fa entrare senza sospetto in Napoli ed in Torino, in Austria ed in Francia, e fino in Pietroburgo, il vero "Verbum", la parola delle parole, a cui battono le mani con ugual compiacenza la santa fede e la vera libertá, gli assolutisti e i liberali...
D.
I liberali di Napoli...
A.
I liberali ben pensanti, i liberali onesti di tutt'i paesi.
- Cosa sei tu?- Sono spiritualista.- E con questo talismano l'onestá ti spunta sulla fronte, e ti si fa lieta accoglienza in tutta l'Europa civile.
Sono spiritualista, e Ferdinando II mi fará una lettera di raccomandazione al Papa, Luigi Napoleone mi fará girar Parigi senza accompagnamento, e Cavour mi fará cavaliere di San Maurizio.
Non ridere, ché parlo da senno.
D.
Vedi dunque ch'io ti ho raccomandato una buona filosofia, perché Schopenhauer è spiritualista.
A.
E s'accorda con Leopardi che è materialista! non credevo piú alla filosofia, ma credevo alla logica: ora non credo piú nemmeno alla logica.
D.
Leopardi, sotto nome di un filosofo greco, dice:- La materia è "ab æterno" -; e dal seno della materia vede germinare l'appetito irrazionale, e quindi l'ignoranza, l'errore, le passioni, in una parola il male.
Schopenhauer ha detto:- La materia non esiste, è un concetto, un'astrazione; ciò solo che esiste è l'appetito, il "Wille".- Tutti e due dunque ammettono lo stesso principio, ma l'uno lo profonda nella materia, e l'altro gli fa della materia un semplice velo.
Il "Wille" di Schopenhauer è quasi l'anima dei cristiani, che scende nel corpo come in un carcere, costretta a convivere con lui, ma tenendosene distinta e lontana per tema di contagio, e sospirando al momento della separazione, che dicesi morte ed è la vera vita.
Salvo che nella dottrina religiosa l'anima è il bene, ed il male è nel corpo; laddove per Schopenhauer il male è nello spirito, nel "Wille", e la materia è lo stesso "Wille" quando si degna di comparire, il suo fantasma.
Ecco perché Leopardi e Schopenhauer si accordano nelle conseguenze, ponendo a principio del mondo lo stesso Potere cieco e maligno; e poco rileva che nell'uno sia una forza della materia, e nell'altro una forza che si manifesta sotto aspetto di materia: ne nasce lo stesso "ergo".
A.
Capisco.
Lo spiritualismo comincia ad entrarmi in sospetto.
E Schopenhauer m'ha guastata questa bella parola.
È il destino di tutte le parole che al primo entrare nel mondo sono belle e festeggiate, e poi, tira tu e tira io, si sconciano, s'invecchiano, s'imbruttiscono, fanno paura.
E so molte parole che molti anni fa ti riempivano le scarselle ed ora te le vuotano.
Lo spiritualismo era una delle poche parole rimase a galla in tanti naufragi; ed eccoti ora costui che me lo sconcia.
E come oggi non basta piú dire:- Son liberale -; ma hai da spiegare se la tua libertá è la vera o la falsa, quella degli onesti o quella de' bricconi; cosí ora ci sará il vero e il falso spiritualismo.
Il vero e l'onesto spiritualismo presuppone l'opposizione, la guerra accanita tra lo spirito e il corpo; dove nel falso spiritualismo spirito e materia sono fratelli cugini.
D.
Anzi germani; anzi la stessa cosa sotto due diversi aspetti.
Perché secondo Schopenhauer l'opposizione tra materia e anima è un antico pregiudizio filosofico, introdotto da Cartesio, e accreditato da' ciarlatani sotto l'altro nome di natura e spirito.
La sola, la vera distinzione è tra fenomeno e noumeno, o cosa in sé.
Il "Wille" è il "Wille", ed il mondo è il suo fenomeno, la sua ombra, i suoi occhi.
Tutto è vanitá; il "Wille", lo spirito solo, è.
A.
Un'empietá sotto linguaggio cristiano.
Perché qui lo spirito non è la ragione, ma il cieco appetito, origine del peccato; è lo spirito del male.
D.
Precisamente.
Il "Wille" non solo è peccatore, ma è il solo peccatore.
Tutt'i nostri peccati è lui che li fa.
A.
E noi siamo impeccabili?
D.
Impeccabili.
A.
Schopenhauer comincia di nuovo a piacermi, non ostante il suo falso spiritualismo.
Mi sento giá correr pel sangue l'innocenza di un bambino.
Se arriva a dimostrare che l'uomo non pecca, faremo per innanzi tutto quello che vogliamo.
D.
Come se finora avessimo fatto quello che non vogliamo!
A.
Ti so ben dire che finora ho fatto molte cose che non avrei voluto fare.
D.
È una illusione.
Tu sei un fenomeno del "Wille", e quello che hai fatto gli è che il tuo "Wille" lo ha voluto.
A.
Spesso mi è venuto il ticchio di gridare in piazza:- Viva la libertá! -.
D.
E perché non lo hai fatto?
A.
Per paura di Campagna.
D.
Vale a dire che, se non avessi avuto paura, l'avresti fatto.
Tutti facciamo secondo la nostra natura.
Il "Wille" prendendo forma d'individuo non è più libero, ma è questo o quello, cioè condizionato cosí o cosí, col tale e tale carattere.
E, datosi un carattere, opera secondo quello.
Ora, operare secondo il carattere, è fare quello che si vuole.
A.
Un abuso di linguaggio.
Perché fare quello che si vuole è in sostanza fare quello che si può.
Ma in certi casi di due cose io posso farle tutte e due; e se fo l'una, so che poteva fare anche l'altra, e non l'ho voluta.
Sono dunque perfettamente libero.
D.
Un abuso di linguaggio, una illusione del cervello.
Perché hai fatto cosí e non cosí?
A.
Per la tale e tale ragione.
D.
E questa tale ragione ti ci ha indotto con la stessa fatale necessitá con cui la legge di gravitá opera nella pietra.
La pietra cadendo non fa peccato, perché ubbidisce alla sua natura; il ladro rubando non fa peccato, perché ubbidisce al suo carattere.
A.
Ma la pietra non può non cadere, dove il ladro può non rubare.
D.
Non capisci ancora.
Supponi che il ladro prima di rubare esiti, e gli si affacci l'inferno, i comandamenti di Dio, il disonore, la carcere, ecc.; cosa farà? Se non ruba, non è virtú, ma effetto necessario del suo carattere; ha un carattere tale che quelle immagini gli facciano effetto.
E se ruba, non è peccato, perché, posto il suo carattere, potea cosí poco tenersi dal furto, come la pietra dal cadere.
Uomo libero è "contradictio in adiecto"; perché uomo è un essere condizionato e determinato; in modo che basta conoscer bene il carattere di uno per indovinare quello ch'egli fará.
Capisci ora perché l'uomo è impeccabile?
A.
E la morale? E il dovere?
D.
Il dovere, dice Schopenhauer, è un'altra astrazione; nessuno ha il dritto di dire:- Tu devi -; ed uno dei difetti di Kant è l'esser venuto fuori col suo categorico imperativo.
Dovere e non dovere suppone una libertá di scelta che contraddice al concetto dell'uomo.
Dimmi pure:- Non devi ammazzare -; io ammazzerò, se il mio carattere porta cosí, e non farò peccato.
A.
E se t'impiccano?
D.
M'impiccano giustamente.
A.
Come? Comincio a dubitare che il tuo cervello se ne vada passeggiando.
E perché m'hanno da impiccare? Dove non ci è colpa, non ci è pena.
Di che dovrò rispondere io?
D.
Non della tua azione, ma del tuo carattere.
Perché sei fatto cosí?
A.
Oh bella! e che c'entro io? È il "Wille", quel birbone del "Wille" che m'ha fatto cosí.
D.
E se t'impiccano, non è te che impiccano, ma il "Wille".
A.
Anche questa! il dolore lo sento io.
D.
Vale a dire lo sente il "Wille"; perché quello che ci è in te di vero reale è il "Wille"; tutto l'altro è fenomeno.
A.
Ma il "Wille" che è in me è lo stesso "Wille" che è in colui che m'impicca.
D.
Sicuro.
A.
Allora il "Wille" che impicca è lo stesso che il "Wille" ch'è impiccato.
D.
Sicuro.
A.
Comincia a venirmi il capogiro.
D.
Anzi è questa la base della morale Quando saremo persuasi che in tutti è un solo e medesimo "Wille", ci sentiremo fratelli, attirati l'uno verso l'altro da reciproca simpatia.
E poiché lo stesso "Wille" è pure negli animali, anzi nelle universe cose, ci si accenderá nel cuore una simpatia universale...(15).
A.
Anche per l'asino...
D.
Nostro fratello, come tutto il resto.
La qual simpatia diventerá una profonda compassione quando penseremo che tutti per colpa del "Wille", siamo infelici, tutti condannati irremissibilmente al dolore.
Ed in luogo di farci guerra l'un l'altro, ci compatiremo a vicenda e ce la prenderemo con l'empia Natura che ci ha fatto così.
A.
Come dice Leopardi.
D.
Bene osservato.
Per Leopardi il principio etico o morale è la compassione...
A.
Anche verso i birbanti!
D.
Sicuro, anzi un po' piú di compassione ancora, perché non sono loro i colpevoli, ma l'empia Natura; non possono fare altrimenti di quello che fanno; e sono da compiangere come i malati ed i pazzi.
Se gli uomini si guardassero a questo modo, non ci sarebbe più né invidia, né sdegno, né gelosia, né ambizione, né odio; il vocabolario sarebbe ridotto ad una sola parola, la compassione.
A.
Veggo un giovine ricco, pieno d'ingegno e di dottrina, amato dalle donne, onorato, festeggiato; e gli dovrei dire:- Ho compassione di te! -.
Mi sfiderebbe a duello, credendo mi beffi di lui.
D.
E sarebbe uno stupido.
Ma se avesse un dito di cervello avrebbe compassione di sé e di te e di tutti gli altri.
Il piacere è negativo, incapace di soddisfare il "Wille" infinito; ed attendi, e di sotto i piú desiderati piaceri vedrai scaturire la noia e il dolore.
Il piacere è un'apparenza labile, sotto la quale sta inesorabile il solo e il vero reale, il dolore.
E dimmi in fede tua, se la ricchezza, la bellezza, l'ingegno, la gloria sia altra cosa che larva ed illusione.
A.
Mi sembri un s.
Paolo.
D.
Spesso a sentir parlare Leopardi e Schopenhauer ti par di udire un santo Padre.
A.
Un santo Padre in maschera.
Guardali bene in viso, e vedrai spuntare le corna del diavolo.
D.
Infine una filosofia nemica dell'idea, nemica della libertá, nemica del progresso, credevo dovesse piacerti.
A.
Sissignore.
Vado a Napoli, prendo Campagna sotto il braccio, e gli dico:- Ho compassione di te! Sei sí contento: misero, di che godi? Sei cosí baldanzaso: misero, di che insuperbisci? Tu e l'ultimo "lazzarone" di Napoli siete la stessa cosa -.
Campagna m'accarezza la barba, se me la lascia, e mi fa certi occhi, come volesse dirmi:- Eppure finirai con la forca -.
Ed io allora:- Bello mio, e cosa ci guadagni? Non sai, Campagna mio dolce, che, secondo la nuova filosofia, impiccando me, impicchi te stesso.
E se mi dái uno schiaffo, quello schiaffo ritorna sulla tua faccia, e se mi bastoni, io prendo un'aria di compassione, e dico: povero Campagna, non sai che bastoni te stesso -(16).
D.
Questo pare una caricatura, ed è la veritá.
A.
Il difficile è che ci si creda.
D.
La veritá, dice Schopenhauer, citando un antico, è nel pozzo; e come vuol mettere il capo fuori, le si dá sulle dita.
Ma finisce col farsi largo.
E vedi un altro vantaggio.
Con questa filosofia non solo l'idea e la libertá va via, ma la patria, la nazionalità, l'umanità, la filosofia della storia, la rivoluzione.
A.
Sei un furbo.
Quando sto per tirare un calcio a Schopenhauer, hai l'arte d'ingraziarmelo un'altra volta.
D.
Finirai con un:- Viva Schopenhauer! -.
A.
Eppure Kant, suo maestro, predisse la rivoluzione, e ti parla sempre di dritto, di patria, di libertá.
La sua morale fa perdonare alla sua metafisica.
D.
Il contrario, uomo contraddittorio.
A.
Perché mi chiami contraddittorio?
D.
Perché ora parli secondo il pensiero, ed ora secondo la paura.
A.
Hai ragione.
Qualche volta mi dimentico di Campagna.
D.
In Kant avvenne l'opposto, come nota l'arguto discepolo.
Perché, insino a che stette a costruir la metafisica, ragionò col cervello; ma come si vide innanzi l'edifizio bello e compiuto, si spaventò e si ricorda di Campagna, vale a dire dell'antico e del nuovo Testamento, e ragionò con la paura e col pregiudizio.
Cosí, perché ne' Comandamenti della legge di Dio trovi una litania di "devi e non devi", immaginò un dovere assoluto o categorico, lui che aveva prima considerato l'assoluto come trascendente ed ipotetico.
E col dovere venne fuori l'immortalitá dell'anima, il premio ed il castigo, fondamento egoistico della morale volgare, la libertá congiunta col concetto di un Dio creatore, come se esser creato ed esser libero non fosse una contraddizione, e disconoscendo la massima che "operari sequitur esse", vale a dire che ciascuno fa cosí perché è cosí.
A questo modo Kant, credendo di filosofare, non ha fatto che teologizzare, ed ha perduto ogni merito e credito, quando a corona dell'opera ti fa comparire in ultimo una teologia speculativa(17).
A.
La paura è un gran filosofo.
D.
Schopenhauer ha gittata giú questa filosofia della paura, ed attenendosi alla metafisica, ed aggiungendovi il "Wille", ha creato, come a buona ragione si vanta, la sola filosofia che dar ti possa una morale ed una teoria politica.
Io debbo rispondere delle mie azioni, perché son io che le fo; il mio torto è d'esser io e non tu, e non qualsiasi altro(18).
A.
E che colpa ci ho io d'esser nato cosí?
D.
La colpa è del "Wille" che, facendo un uomo cattivo, ha avuto un cattivo capriccio.
A.
E tocca a me pagarne la pena? Questo mi ricorda quel maestro che, volendo castigare un marchesino, e non osando toccare i magnanimi lombi, sferzava i suoi compagni di scuola.
D.
Uno sciocco paragone.
Hai dimenticato che tutto è "Wille" e che tu stesso sei "Wille"; onde la pena la porta sempre il "Wille".
Ecco un fondamento incrollabile di morale, che non ha trovato né il giudaismo, né il cattolicismo, né il panteismo, né il materialismo: la gloria è tutta e solo di Schopenhauer.
Il quale, assicurata la morale, pensa a darti una ricetta anche per la politica.
Sta' attento.
A.
Son tutt'orecchie.
Qui sta il nodo.
Una filosofia per me è vera o falsa, benedetta o maledetta, secondo che mi accosta o mi discosta da Campagna.
D.
Immagina che Campagna ci senta, e vedi se non batterebbe lui prima le mani.
Senti prima quello che dice de' liberali d'oggigiorno.
Costoro, nota Schopenhauer(19), si chiamano ottimisti, credono che il mondo abbia il suo scopo in sé stesso, e che noi navighiamo diritto verso la felicitá.
E perché veggono la terra travagliata da ogni maniera di mali, ne accaggionano i Governi e predicano che, tolti questi, si avrebbe il paradiso in terra, si raggiungerebbe lo scopo del mondo.
Il quale scopo del mondo, a tradurlo nel giusto linguaggio, non è che il loro scopo, quello di mangiare e ubbriacarsi, crescere e moltiplicarsi, senza darsi una pena al mondo.
A.
Campagna dice che lo ha detto tante volte lui.
D.
A intenderli, parlano di umanitá e di progresso; in sostanza pensano al ventre.
Immaginano che lo Stato abbia una missione: che sia l'organo, l'istrumento del progresso; il che significa, nel loro linguaggio, dispensiero d'impieghi e di quattrini per loro.
Ma ecco la veritá.
Gli uomini sono di natura bricconi e violenti, e sarebbe la terra popolata di assassini e di ladri, se lo Stato non fosse lí ad assicurare le proprietá e la vita.
Questa è la sua missione; e quando un Governo ti protegge da' ladri e dagli omicidi, sei un briccone tu se gli contendi l'autoritá, e gli dici:- Dammene una parte anche a me -.
E perciò tutt'i Governi presenti d'Europa sono ottimi, perché tutti provvedono alla sicurezza, e noi, volevo dire i demagoghi, sono i veri turbatori della quiete pubblica.
A.
- Merita la croce di s.
Gennaro -, mi dice Campagna.
D.
Ora, siccome gli uomini sono inchinevoli al male ed alla violenza, e si fanno regolare nelle loro azioni non dalla ragione, ma dal "Wille", cioè dagl'istinti e dalle passioni, lo Stato non dee a reggerli adoperare la persuasione, ma la violenza.
Perché gli uomini, quanto sono violenti tanto sono codardi, e non ubbidiscono che alla paura: fatti temere, e sarai ubbidito.
A.
Campagna dice che la logica dovrebbe ridursi a questo solo argomento.
D.
La forza dev'essere nelle mani di un solo uomo; perché dove il potere è diviso tra piú persone, ivi la forza è sparpagliata e meno efficace.
D'altra parte lo Stato monarchico è piú conforme al "Wille".
Prima di tutto, un solo "Wille" c'è.
Poi guarda intorno.
Vedrai le api, le formiche, gli elefanti, i lupi e gli altri animali, quando sono in processione, aver sempre innanzi un solo di loro, come re.
Una società industriale, un esercito, un battello a vapore non ha che un solo capo.
L'organismo animale è monarchico, perché il cervello solo è il re.
Anche il sistema planetario è monarchico.
Il re è l'incarnazione del popolo, e può ben dire:- Il popolo son io(20)-.
A.
Campagna dice che si dovrebbe farlo direttore della cassa a sovvenzione de' giornalisti.
D.
Non m'interrompere.
Un re, un capo dello Stato, che mantenesse la giustizia per tutti, è però un semplice ideale, e l'ideale è di natura eterea e facile a svaporare.
A dargli perciò un po' di consistenza, come in certe sostanze chimiche, che non istanno mai pure ed isolate, ma commiste con altre sostanze, è pur forza che nello Stato s'introducano altri elementi, come la nobiltà, il clero, i privilegi.
Tutto questo sente un po' d'arbitrio e di violenza; ma è meglio cosí, che uno Stato regolato dalla pura ragione; perché non rompi con le consuetudini e ti assicuri maggiore stabilitá.
Vedi al contrario gli Stati Uniti, dove domina il diritto puro, astratto, sciolto da ogni elemento arbitrario.
Ivi il piú abbietto materialismo con la sua compagna indivisibile, l'ignoranza: ivi la stupida bigotteria anglicana, una brutale rozzezza congiunta con la piú sciocca venerazione della donna.
Aggiungi la crudeltá contro i neri, gli omicidii spessi ed impuniti, i duelli brutali; disprezzo del diritto e della legge, cupidigia delle terre de' vicini, scorrerie e spedizioni a modo di assassini, corruzione ed immoralitá.
Tal frutto ti dà la repubblica.
La quale dovrebbe esser rifiutata specialmente dagli uomini d'ingegno, che sono sempre sopraffatti da' molti ignoranti; dal monarca al contrario prediletti e festeggiati.
La monarchia è conforme al "Wille"; la repubblica è una costruzione artificiosa, un frutto della riflessione, un'eccezione nella storia, non pure poco curabile, ma contraria a civiltá, veggendo come in tutti i tempi e presso tutt'i popoli le arti e le scienze non sono fiorite che nelle monarchie.
Non ti pare?
A.
In me ci è lotta fra il "Wille" ed il cervello.
Il "Wille" vuol dir sí; ed il cervello fa boccacce, e susurra:- Grecia, Roma, Italia -.
D.
La Grecia fu un'apparizione efimera; Roma è tutta nel secolo di Augusto; e l'Italia fu una vera, una lunga barbarie, come tutto il Medio evo.
Del resto, se vuoi che il tuo "Wille" la vinca, non hai che a studiare Schopenhauer.
A.
E sará il meglio.
Ma non consideri che la monarchia oggi non basta ad assicurarti il collo; che ci si è infiltrato il veleno della costituzione.
E di qual monarchia parla Schopenhauer?
D.
Fa buon animo, ché Arturo ha pensato anche al tuo collo.
Un re costituzionale, egli dice, è ridicolo, come gli Dei di Epicuro, che pensano ad ingrassare in cielo, e non si prendono cura di quaggiú.
Se lo tenga l'Inghilterra, che lo ha caro, ché s'affá alla sua natura.
Ma noi siamo veramente buffoni, quando ci poniamo addosso il frak inglese.
Una delle piú stupide istituzioni è quella de' giurati, perché nelle grossolane teste del volgo non può entrare che un "calculus probabilium", e non sa distinguere verosimiglianza da certezza, e pensa sempre alla bottega ed a' figli.
Lo lodano d'imparzialitá; imparziale il "malignum vulgus"! La libertá della stampa può esser tenuta come una valvola di sicurezza contro le rivoluzioni, vero sfogatoio dei mali umori; ma d'altra parte è come la libertá di vender veleno.
Perché tutti gli spropositi che si stampano, si imprimono facilmente nel cervello de' gonzi; e di che non è capace uno sciocco quando si è fitta una cosa in capo?
A.
Cari giurati, cara libertá della stampa, cara costituzione, vi fo un addio.
Mi sento i peli piú tranquilli sul mento.
Ma ci resta la patria, la nazionalitá, che è qualcosa di peggio.
Non ci avevo pensato.
D.
Ma ci ha pensato Schopenhauer.
Il "Wille" esiste solo negl'individui; patria, popolo, umanitá, nazionalitá sono astrazioni, concetti vuoti.
Pensano altrimenti gli spinosisti moderni, e sopra tutti quel corrompiteste di Hegel, la cui mediocrità avrebbero potuto i tedeschi legger nella volgaritá della sua fronte, se avessero studiato la scienza della fisonomia; la natura aveva scritto sulla sua faccia: uomo ordinario(21).
Ora, costui e con esso i ciarlatani moderni sostengono che ultimo scopo dell'esistenza è la famiglia e la patria; che il mondo è ordinato armonicamente secondo leggi prestabilite; che la storia è perciò una scienza, ed i fatti de' popoli e non quelli de' singoli individui hanno un interesse filosofico.
Se avessero letto Schopenhauer, avrebbero veduto che solo i fatti dell'individuo hanno unitá, moralitá, significato e realtá, perché il "Wille" solo è cosa in sé.
Il moltiplice è apparenza, i popoli e la loro vita sono astrazioni, come nella natura è astrazione il genere; e perché solo l'individuo, non l'umanitá, ha reale unitá, la storia dell'umanità è una finzione.
I fatti storici sono il lungo e confuso sogno dell'umanitá; e volerli spiegare seriamente ti fa simile a colui che vede nelle figure delle nuvole gruppi d'uomini e d'animali(22).
La storia dunque non è scienza, ma un accozzamento di fatti arbitrarii, dove ci può essere coordinazione, non subordinazione.
Ed ha piú interesse una biografia che tutta la storia della umanitá; perché lá trovi la eterna pagina del "Wille", egoismo, odio, amore, timore, coraggio, leggerezza, stupidezza, scaltrezza, spirito, genio; e nella storia trovi un preteso spirito del mondo, una pura larva, fatti labili e senza significato, usciti spesso dalle piú futili cause, come nuvole agitate da' venti.
Gli sciocchi, mal contenti dell'oggi, confidano nel dimani; e non veggono che il tempo è un fenomeno; che l'avvenire è simile al passato; che niente accade di nuovo sotto il sole; che la superficie muta, ed il fondo rimane lo stesso; e che il mondo rassomiglia a certe commedie italiane, dove, sotto diversi intrecci di fatti, trovi che Pantalone è sempre Pantalone, e Colombina è sempre Colombina.
Poniamo pure che un progresso intellettuale ci sia; non perciò gli uomini saranno mutati; e né istruzione, né educazione varranno a renderli men cattivi e meno infelici; il progresso morale è un sogno.
A.
Chiudiamo dunque le università e le scuole, ed aboliamo tutte le storie.
D.
Non dico questo.
La storia non è del tutto inutile, perché un popolo che non conosce la propria storia è come un uomo che non abbia memoria della vita passata, legato al presente come un animale.
A.
Ma nell'individuo c'è il "Wille"; il "Wille" ti dá il carattere; e il carattere ti dá la necessitá e la subordinazione de' fatti.
Il popolo è una finzione poetica; non ci è il "Wille", non ci è carattere; la sua storia è un ammasso di nuvole a diverse figure; e non so che partito se ne può cavare.
D.
Un tantino d'esperienza sempre se ne cava.
Una donnicciuola che ha fatto sperimento di una medicina in un caso, dove se ne ricordi, può farne uso in un caso simile.
A.
Vale a dire che la storia è un medico empirico.
D.
Credi tu che ci sia veramente una medicina ai tanti mali che travagliano l'umanitá? Sono mali incurabili, inerenti alla nostra natura.
A.
E la monarchia co' nobili, i preti ed i privilegi?
D.
Serve solo ad assicurare il diritto.
A.
E questo ti par piccola cosa?
D.
Ma, come il piacere è una negazione, ed il solo dolore è, cosí il diritto non ha niente di affermativo; l'affermazione è nel torto(23).
A.
Gran testa! il no vuol dir sí, ed il sí vuol dir no.
Questa invenzione merita il primo premio; ed il secondo lo daremo ad Hegel, che dice che il sí ed il no è la stessa cosa.
D.
Se non esistesse il torto, non esisterebbe il diritto.
Il diritto è la negazione del torto.
Lo Stato è il custode del diritto, perché mi difende da chi mi vuol far torto.
Perciò è un commissario di polizia, e non un medico.
Non può guarirci da' nostri mali; e non sarebbe neppur desiderabile che ci guarisse.
A.
Questa è una vera scoperta: ché nessuno l'ha detto ancora.
Fin qui dicevo tra me e me:- Anche Leopardi l'ha detto -.
Perché Leopardi non crede al progresso, si ride della filosofia della storia, e reputa insanabili i nostri mali.
Solo quella faccenda del diritto e del torto non ce la trovo; ma me la ricordo nel padre Bartoli.
Ma né in Leopardi, né in Bartoli, né in nessuno trovo che la nostra guarigione sia cosa poco desiderabile.
D.
Perché, se sei guarito dal dolore, ti rimane non il piacere, che è una negazione, ma un nemico ancor piú molesto, la noia; e perché, ove tutti fossimo felici, ne verrebbe un accrescimento di popolazione, le cui spaventevoli conseguenze atterriscono ogni piú ardita immaginazione(24).
A.
Perdona, Gioberti.
Bisogna concedere il primato al cervello di Schopenhauer.
Il tuo cervello non avrebbe saputo trovar questa: e sì che ne ha trovate tante.
E che razza di mondo è dunque cotesto? La patria è un'astrazione; l'umanitá è una finzione; la storia è un giochetto di nuvole; l'individuo è condannato immedicabilmente al dolore ed alla noia.
Perché viviamo dunque? uccidiamoci.
Bella, adorabile, pietosa morte.
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o dell'età reina.
D.
Leopardi si è troppo affrettato a tirar la conseguenza.
Schopenhauer da questo inferno, che chiamasi vita, ha saputo cavar fuori il paradiso: e qui è veramente che spicca un volo d'aquila.
A.
Sfido Schopenhauer a tirare altra conseguenza che il suicidio.
D.
Valga.
Senti ed impara.
Gl'indiani ed i cristiani hanno trovata la vera medicina.
Bisogna morire, ma senza cessar di vivere.
A.
Che è il mezzo più comodo a contentare la vita e la morte.
D.
Il "Wille" desidera di vivere, corre sempre alla vita; la vita è il suo eterno presente.
E vivere significa abbandonarsi alla satisfazione di tutt'i desiderii ed i bisogni.
Dapprima opera come cieco stimolo, senza conoscenza, e dice:- Voglio vivere -.
Poi si dá un cervello dotato d'intelletto, riconosce sé stesso nella immagine cosmica, e dice ancora:- Voglio vivere -.
Nell'uomo si dá non solo un intelletto, come negli animali, ma una ragione; e dice sempre:- Voglio vivere -.
E come la vita, cioè a dire la satisfazione de' bisogni e de' desiderii, gli è più difficile nella forma d'uomo, si è costruito un cervello piú artificioso, sí che l'intelletto è più acuto e rapido, e vi ha aggiunta la ragione, la facoltá dell'assoluto secondo i tre ciarlatani, e che in sostanza è stata dal "Wille" messa in compagnia dell'intelletto per i suoi bisogni.
Perché l'intelletto provvede solo al presente; laddove la ragione, facoltá dei concetti, astrae, generalizza, coordina, subordina, lega il presente al passato e predice l'avvenire.
Armato di queste due arme potentissime, il "Wille" sotto forma d'uomo s'abbandona al piacere di vivere; ed è qui la fonte della sua infelicitá: perché di desiderio pullula desiderio, bisogno genera bisogno, e non ci è verso che si appaghi e vive agitato.
A.
Bisogna trovargli un calmante.
D.
E questo sedativo glielo dá la ragione.
Perché, fatta dolorosa esperienza della vita, in qualche uomo di giudizio la ragione parla così:- Non t'accorgi che gli individui sono sogni fuggevoli, che tutto passa, che il piacere è un'apparenza, che il voglio vivere, l'amore della vita è la radice de' tuoi mali? -.
E non puoi uscirne altrimenti che facendo guerra al "Wille", cioè a' desiderii, alle passioni, considerando tutte le cose a cui gli uomini tengon dietro, piaceri, onori, ricchezze, come vuoti fantasmi, uccidendo in te la volontá di vivere o di godere.
"Sustine et abstine": segui questo principio, e ricovererai la pace dell'anima.
A.
La pace della sepoltura.
D.
Capisci ora cosa vuol dir morire senza cessar di vivere.
Vivi, ma rinunziando a' godimenti della vita, come cosa vana; il che è dato di fare solo all'uomo fornito di ragione.
Gli animali e tutte le cose vogliono vivere; tu solo ti puoi mettere al di sopra della vita; perché, fatto esperto dalla ragione, che non si arresta agl'individui, ma con la memoria del passato e l'anticipazione dell'avvenire ti dá come in uno specchio la conoscenza universale, puoi farti questa domanda:- A che serve la vita? e da tanto affannarsi e correrle appresso qual guadagno se ne cava? "le jeu vaut-il bien la chandelle?".
E quando ti persuaderai che la vita non vale la pena che un galantuomo si dá per lei...-.
A.
Cosa farò?
D.
Ucciderai il "Wille" che t'alletta alla vita.
A.
Cioè il "Wille" uccide sé stesso.
D.
Certo.
Il "WiIle" si afferma e si nega, come libero ed onnipotente.
Per mezzo della ragione arriva alla sua negazione.
E come l'atto generativo è il centro del "Wille" quando vuol vivere, hai per prima cosa ad astenerti da' piaceri carnali, e poi castigare la carne con digiuni, cilizii, astinenze.
A.
Come sant'Antonio nel deserto.
D.
I bramini ed i santi saranno il tuo esemplare; e la ricetta si può ridurre in queste tre celebri parole: castitá, povertá, ubbidienza.
Cosí vivere è morire, senza che debba aver ricorso al suicidio, rifugio degli animi deboli.
A.
E questo mentre gli altri si divertono, e mi danno la baia?
D.
Anzi tu a loro.
Perché da tutta l'altezza della tua calma guarderai come da sicuro porto gli uomini in tempesta.
E farai come Schopenhauer, il quale, mentre nel quarantotto gli uomini correvano come impazzati gli uni contro gli altri, se ne stava osservandoli con un cannocchiale, e se la rideva sotto i baffi, e diceva:- Fatevi ammazzare voi, ch'io me ne sto qui a contemplare il "Wille" -.
In effetti, se gli uomini si rendessero persuasi che la libertá, l'umanitá, la nazionalitá, la patria e tutte le altre cose per le quali si appassionano, sono astrazioni ed apparenze, ciascuno se ne starebbe quieto a casa sua, si appiglierebbe alla vita contemplativa cosí in privato, come in pubblico, ed in luogo di correre in piazza e affaticarsi e tormentare sé e gli altri, sdraiato su di un canapé e fumando saporitamente a modo di un turco, vedrebbe a poco a poco evaporare tra' vortici del fumo la sua individualitá e si sentirebbe puro "Wille".
A.
Il canapé e la pipa ci è di soverchio: ché, chi vuol morire vivendo, dovrebbe far senza anche di questo.
M'immagino il povero Schopenhauer come un monaco della Trappa, martire della castitá, della povertá, della ubbidienza, dolce come un agnello, e il corpo tutto piaghe per i cilizii.
D.
Schopenhauer mangia divinamente, si prende tutt'i piaceri che gli sono ancora possibili, e grida e schiamazza sempre, tiranneggiato dal "Wille".
Se gli nomini Hegel, diviene una tempesta, e per calmarlo gli devi fare un elogio della sua chiarezza e della sua originalità.
A.
A che serve dunque la filosofia?
D.
La filosofia è una conoscenza teoretica, che non ha niente a fare con la pratica.
È la ragione cosí poco atta a renderti virtuoso, come è l'estetica a renderti artista.
Ciascuno fa secondo sua natura; né puoi essere santo, se non ci hai vocazione, vale a dire se il "Wille" non ti ha dato carattere da ciò.
Come si nasce poeta, cosí si nasce santo: "Velle non discitur"; perciò Schopenhauer non ti dá un precetto, non dice:- Tu devi uccidere in te il desiderio di vivere -.
Nessun divieto, nessun categorico imperativo.
Descrive le azioni degli uomini, non le impone.
La conoscenza del mondo come fenomeno opera qual motivo, e ti lega alla vita; la conoscenza del mondo come essenza opera qual sedativo, e ti distacca dalla vita.
La quale conoscenza non è necessario che te la dia la filosofia; basta che la sia immediata.
Quello che è necessario, è che tu abbi la predisposizione a santitá, la grazia(25).
A.
Abbiamo cominciato con Kant e terminiamo con s.
Agostino.
A me credo che mi manca la grazia; perché quella faccenda della castitá, della povertá e dell'ubbidienza non mi entra.
Io voglio vivere allegramente; e quando si dee crepare, creperemo.
O se caso incontra, per il quale la vita mi torni incomportabile, amo meglio ritornare in grembo al "Wille" tutto a un tratto, che avvicinarmici lentamente con una lunga morte sotto nome di vita.
Preferisco Leopardi a Schopenhauer.
D.
Hai torto.
Leopardi s'incontra ne' punti sostanziali della sua dottrina con Schopenhauer; ma gli sta di sotto per molti rispetti.
Primamente Leopardi è poeta; e gli uomini comunemente non prestano fede ad una dottrina esposta in versi; ché i poeti hanno voce di mentitori.
A.
Ma Leopardi ha filosofato anche in prosa.
D.
Non propriamente filosofato; ché a filosofare si richiede metodo.
E questo è una delle glorie di Schopenhauer.
Si sono tenute tante controversie sull'analisi e sulla sintesi, sulla psicologia e sulla ontologia.
Non si era letto Schopenhauer, la cui opera sarebbe stata nella bilancia la spada di Brenno.
Analisi e sintesi, dice Arturo, sono vocaboli improprii, e dovrebbe dirsi induzione e deduzione.
Ora, il metodo filosofico non è per niente diverso da quello di tutte le scienze empiriche, e dee essere analitico, che è quanto dire induttivo, prendere a fondamento l'esperienza e da quella cavare i giudizi: al che si richiede una facoltá apposita, ch'egli chiama la facoltá del giudizio, posta di mezzo fra l'intelletto e la ragione, l'intelletto che vede e la ragione che forma i concetti.
Il filosofo vede e non dimostra.
E te lo prova la stessa parola evidenza, la quale è derivata manifestamente dal verbo vedere.
Ma per un antico pregiudizio è invalso che la filosofia debba partire dal generale e scendere al particolare; il che si chiama dedurre, e si fa per via di dimostrazione.
E ne è nata l'opinione che senza dimostrazione non ci è vera veritá.
Ma dimostrare è cosa facilissima, e non vi si richiede che il senso comune; laddove per cavare la veritá dagli oggetti si richiede quella tal facoltá del giudizio, che è conceduta a pochissimi.
Perché a questa operazione è necessario conoscere bene i due procedimenti di cui parla Platone e Kant, l'omogeneitá e la specificazione, cioè a dire, cogliere negli oggetti quello che hanno di simile e quello che hanno di proprio, coordinare e subordinare, non andare a salti, non lasciar lacune, rispettare ogni differenza ed ogni somiglianza.
Aggiungi che il metodo dimostrativo è noiosissimo, perché, come nel generale sono contenuti tutt'i particolari, alla prima pagina sai giá quello che viene appresso, e gli è come un aggirarti ogni dí nella piazza S.
Marco; laddove ne' libri di Schopenhauer trovi una varietá infinita che solletica la curiositá e ti fa come viaggiare di una cittá in un'altra.
Oltre a questo, una filosofia fondata sopra concetti generali, come assoluta sostanza, Dio, infinito, finito, identitá assoluta, essere, essenza, è come campata in aria e non può mai cogliere la realtá.
E qui, pieno il petto di santo sdegno, Arturo fa fuoco addosso a Schelling, ad Hegel ed a tutt'i moderni fabbricatori di concetti(26).
Costoro ti danno una filosofia di parole, dove egli ti dá una filosofia di cose.
Perché dal suo osservatorio guarda ben bene gli oggetti, vede il simile ed il diverso, e con la sua potentissima facoltá del giudizio ne sa tirare delle verità così nuove, che tu ne rimani muto di maraviglia.
E come si arrabatta a ficcartele in capo! Come sa maneggiarle in guisa che ciascuna prenda la forma di paradosso e alletti la tua attenzione! E se ti addormenti, è lui che ti sveglia e ti dice:- Guarda che erudizione! E ve' questo che è un paradosso! Attendi e vedrai con quanta chiarezza ti spiegherò Kant! Sappi che io non leggo storie di filosofia, ma sempre le opere originali! e t'assicuro che penso sempre col capo mio! -.
A.
È vero almeno?
D.
Lasciamo da banda lo scherzo.
È vero.
Schopenhauer è un ingegno fuori del comune; lucido, rapido, caldo e spesso acuto; aggiungi una non ordinaria dottrina.
E se non puoi approvare tutt'i suoi giudizii, ti abbatti qua e lá in molte cose peregrine, acquisti svariate conoscenze, e passi il tempo con tuo grande diletto: ché è piacevolissimo a leggere.
Leopardi ragiona col senso comune, dimostra cosí alla buona come gli viene, non pensa a fare effetto, è troppo modesto, troppo sobrio.
Lo squallore della vita che
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