SCHOPENHAUER E LEOPARDI, di Francesco De Sanctis - pagina 3
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Ti solletica, ti diverte, ti riscalda.
Pensa, dunque, quanti dovranno essere i seguaci, soprattutto in Italia, dove questa volta non potranno ripetere la vecchia canzone delle nebbie germaniche.
Questa filosofia è cosa solida, tutta carne ed ossa.
A.
E che è piú, nemica dell'idea.
Sarebbe un gran bene a tradurla fra noi.
Ma son curioso di sapere in che modo ha potuto formare il mondo senza l'idea; perché l'idea mi fa paura, e ben vorrei cacciarla via, e non so.
D.
Schopenhauer l'ha cacciata via con un tratto di penna: cosa facilissima.
Senti un po'.
Kant avea detto che tutto è ideale, un fenomeno del cervello.
Il mondo è la mia immagine: io non conosco il sole, né la terra, ma solo un occhio che vede il sole, una mano che sente la terra; tutto quello che io conosco, l'intero mondo, non è per sé, ma per un altro; è un oggetto per il soggetto, la visione di colui che vede; in una parola, immagine, fenomeno.
È il diventare di Eraclito, le ombre di Platone, l'accidente di Spinoza, il velo ingannevole di Maia degl'indiani, simile ad un sogno, o a quella luce di sole sull'arena che di lontano si scambia per acqua.
Togliete il soggetto, colui che vede, e il mondo non esisterebbe piú.
A.
A questo modo noi siamo de' burattini, ed il mondo è una commedia.
D.
Certo; ma dietro le scene c'è il vero reale, la cosa in sé, fuori de' nostri occhi.
Ora, come gli uomini non si contentano d'essere chiamati burattini, anche quelli che sono, e vanno pescando la scienza da molti secoli, era cosa troppo crudele dir loro:- La scienza è dietro le scene, e non la vedrete mai; ciò che vedete è apparenza.
I tre sofisti, volendo contentare il genere umano, dissero:- Consolatevi; l'apparenza è il medesimo che l'essenza; dietro le scene non c'è nulla -.
E andarono scribacchiando volumi, quando dopo Kant non restava a fare che la cosa piú semplice del mondo.
A.
Cosa?
D.
Spingere un'occhiatina dietro le scene.
Ha schiusa la porta e ci ha trovato il reale, la cosa in sé, il "Wille".
A.
Cosa vuol dir "Wille"?
D.
Il volere.
A.
Ci volea molto a trovar questa!
D.
È l'uovo di Colombo.
Ora pare cosa facile; e ciascuno dice:- Anch'io l'avrei trovato -.
La scoperta di Schopenhauer è piú importante ancora che la scoperta dell'America, perché, come dice con giusto orgoglio l'inventore, è la veritá delle veritá, l'ultima scoperta, la sola cosa che restava a fare in filosofia.
Eppure, da tanto tempo s'era intravveduta questa veritá.
I Cinesi e gl'Indiani l'avevano alzata a principio religioso; il cristianesimo non ha voluto intendere che questo con la sua storia del peccato originale; la troviamo in bocca al popolo, quando dice che il tempo non vuol piovere, attribuendo in tutte le lingue la volontá non solo agli uomini, ma alle universe cose: il che dice non per figura poetica, ma per un sentimento confuso del vero.
Anche i filosofi greci, che stavano piú vicini all'antica sapienza braminica e buddistica, vi s'accostano: sicché ci hai proprio il "consensus gentium".
Tra gli altri Empedocle si può chiamar proprio il precursore di Schopenhauer: perché il filosofo agrigentino, che Arturo chiama "ein ganzer Mann", un uomo compiuto, mette a capo del mondo non l'intelletto, ma amore e odio, vale a dire il volere, l'attrazione e la repulsione, la simpatia e l'antipatia(8).
E poiché Empedocle è tenuto da molti un pitagorico, si dee credere che questa veritá l'abbia rubata a Pitagora; e se Gioberti avesse saputo questo, tenero com'era della filosofia pitagorica, si sarebbe fatto il piú caldo propugnatore di questa dottrina, nata, come filosofia, in Italia, e avrebbe accresciuto con un altro ingrediente il nostro primato.
Ma Gioberti non ci ha pensato, e la gloria rimane intera a Schopenhauer; perché il vero inventore non è colui che trova una veritá, ma colui che la feconda, l'applica, ne cava le conseguenze, come dice non so più qual francese citato da Schopenhauer, un momento che temeva gli si contrastasse il brevetto d'invenzione.
A.
La mia maraviglia è che Kant, a due dita dalla scoperta, non l'abbia veduta.
D.
Kant, mio caro, una volta caduto nel fenomeno, non ne potea piú uscire.
E la mia maraviglia è piuttosto, come non abbia conchiuso a rigor di logica, che tutto è fenomeno.
Poiché se è vero che il fenomeno suppone il noumeno o la cosa in sé, è vero anche che, secondo il suo sistema, questa necessitá è tutta subbiettiva, fondata sulla legge di causalitá, anch'essa forma dell'intelletto.
E credo non gli mancasse la logica, ma il coraggio.
Perché, cominciato a filosofare per fondare la scienza, e trovatosi da ultimo nel vuoto, come si afferrò per la morale al categorico imperativo, cosí per la metafisica salí alla cosa in sé.
Ma era un infliggere agli uomini il castigo di Tantalo, un dir loro:- La cosa in sé c'è, ma non la conoscerete mai, perché trascende l'esperienza -.
Ora Schopenhauer ha fatto un miracolone, ha detto all'esperienza:- Dammi la cosa in sé -; e l'esperienza glie l'ha data.
I filosofi si sono tanto assottigliato il cervello intorno a questa faccenda, e non c'era che da farsi una piccola interrogazione.
Cosa son io? Io sono un fenomeno, come tutto il resto, perché mi considero nello spazio e nel tempo, forme necessarie del mio intelletto; il mio corpo è un oggetto tra gli oggetti; i suoi moti, le sue azioni mi sono cosí inesplicabili, come i mutamenti di tutti gli altri oggetti.
Kant s'è fermato qui, e per questa via non si va a Roma, voglio dire non si va al reale.
Dovea replicar la dimanda:- Cosa son io?-.
Ed avrebbe avuto la risposta:- Io sono il "Wille" -.
Mi muovo, parlo, opero, perché voglio.
Né tra il mio corpo e il mio volere ci è giá relazione di causa e di effetto, perché cosí cadremmo nella legge di causalitá: l'atto della volontá e il moto corrispondente del corpo non sono due stati obbiettivamente diversi, ma la stessa cosa in due modi diversi, una volta come immediata, e un'altra come immagine offerta all'intelletto.
Cosí il moto del corpo non è altro che l'atto della volontá obbiettivato, fatto immagine, come dice Arturo; il volere è la conoscenza "a priori" del corpo, e il corpo è la conoscenza "a posteriori" del volere(9).
A.
Conoscenza! conoscenza! Adunque anche il volere cade sotto la conoscenza; e tutto ciò che si conosce abbiamo pur detto che è un fenomeno del cervello.
Conosco cosí, perché il cervello è fatto cosí.
D.
Ma il volere è una conoscenza immediata, indimostrabile, fuori delle forme dell'intelletto, non logica, non empirica, non metafisica, e non metalogica, che sono le quattro classi a cui Schopenhauer riduce tutte le veritá; è una conoscenza di un genere proprio, e si potrebbe chiamare per eccellenza la veritá filosofica.
A.
Mi pare una sottigliezza.
Immediata o mediata, è sempre una conoscenza; e mi pare che quel maledetto cervello ci entri un po' anche qui.
D.
Mi pare e non mi pare! Tu stai col parere, e qui si tratta di una veritá, che anche i fanciulli la veggono.
Ora, quello che vale del tuo corpo, vale di tutti gli altri; sicché il "Wille" è il reale o la cosa in sé dell'universo, e la materia è lo stesso "Wille" fatto visibile.
A.
M'immagino che, una volta oltrepassato il fenomeno e afferrato il vero reale, Schopenhauer debba navigare a vele gonfie nel mare dell'essere.
D.
T'inganni; Schopenhauer apre un po' la porticina di Kant, e guarda il "Wille".
Kant avea detto:- Niente si sa -.
A questo i tre impostori risposero:- Tutto si sa -.
Schopenhauer ha piantato le tende tra quell'ignoranza assoluta e quell'assoluto sapere, e ha conchiuso:- Una sola cosa si sa e si può sapere, il "Wille" -.
Ma non appena saputo il venerato nome, s'è affrettato a chiuder la porta.
Cosa è il "Wille" in sé stesso, fuori del mondo? Cosa fa? Come se la passa? C'è un altro ordine di cose diverso dal nostro? Altri mondi? E questo mondo, qual è la sua origine? Quale la sua destinazione? Quale il suo perché? Non domandare, mio caro; ché la porta è chiusa.
Schopenhauer non l'hai da confondere con quei ciarlatani, che pare si facciano ogni giorno una conversazione con Domeneddio, e ne scoprano tutti i segreti.
Ti dá una filosofia modesta e seria.
A.
Una filosofia che non è filosofia, perché ti lascia in bianco tutt'i problemi che la costituiscono.
D.
È giá un gran merito l'aver dimostrato l'insolubilitá di questi problemi, l'impossibilitá della metafisica.
Finora s'è creduto che l'intelletto c'è stato dato per conoscere; e quando un dabben filosofo ti ammonisce che la natura è inconoscibile, si suole replicare:- Perché dunque abbiamo la ragione? A che serve l'intelletto?-.
Serve a mangiare e bere, a far danari, agli usi pratici della vita, risponde Schopenhauer.
La natura dá a ciascun essere quello che gli è bisogno a vivere, e niente di piú.
L'intelletto può attingere le relazioni, e non la sostanza delle cose(10).-
A.
Bravo! Non possiamo noi vivere senza la metafisica? Anzi la metafisica è stata sempre nemica dello stomaco, lasciando stare i conti che ti tocca a fare con Campagna, se la prendi sul serio.
D.
L'intelletto può intendere ciò che è nella natura, ma non essa natura.
A.
Mi pare che a poco a poco ti stai dimenticando del "Wille", e ti stai innamorando della natura.
D.
È vero.
Succede anche a Schopenhauer.
Volevo dire che l'intelletto non può conoscere il "Wille", la cosa in sé, e tanto meno quello che ci sta piú su...
A.
Roba da lasciarla a' teologi.
Mi par di udir predicare un santo Padre sull'insufficienza della ragione, e quindi sulla necessitá della rivelazione.
Dici che non possiamo conoscere il "Wille", e prima hai detto che Schopenhauer l'ha conosciuto, senza però l'intervenzione del cervello, a quel che pare.
D.
Con un distinguo tutto si chiarisce.
Ci è "Wille" e "Wille".
Il "Wille", assoluto è inconoscibile; perché conoscere l'assoluto è una contraddizione ne' termini.
Tutto ciò che si conosce, come conosciuto, cade sotto la forma del nostro intelletto, e quindi è un relativo.
Il "Wille", come libero, può stare in riposo, e può prendere tutte le forme che gli piace, oltre della nostra; e fin qui sappiamo che c'è, ma non sappiamo cosa è.
Il "Wille" che conosciamo è il "Wille", in noi, un "Wille" relativo sottoposto alle forme dello spazio e del tempo, e alle leggi di causalitá, perciò accessibile all'intelletto(11).
A.
Vale a dire, è un fenomeno come tutti gli altri.
D.
Il primo fenomeno che ci può dar ragione degli altri.
A.
Ma allora non mi stare a predicare che Schopenhauer ha scoperta la cosa in sé! Gran cosa in sé codesta che è un relativo! Ci sento un odore di ciarlataneria.
D.
Schopenhauer non è ciarlatano, perché ti ha limitata egli stesso la conoscenza del "Wille".
A.
Ma allora questo "Wille" potrebbe essere non il primo, ma un prodotto egli medesimo di qualcos'altro che non sappiamo e che sarebbe la vera cosa in sé.
D.
Potrebbe.
Ma che importa a noi? Quello che c'importa è che il "Wille" si trova al di sotto di tutti i fenomeni, ed è la cosa in sé per noi: cosí è spiegato il mondo.
A.
Ma neppur questo mi entra.
Non è strano il dire che nella pietra ci stia il "Wille"? Concepirei piú che ci stesse l'idea, se Campagna non fosse lí.
D.
Gli è che sei avezzo a vedere il "Wille" o il volere con l'occhio volgare.
I filosofi plebei non sanno concepire il volere che a' servigi dell'intelligenza.
Ora tu devi con uno sforzo d'astrazione scindere dall'intelletto il volere; e cosa rimane? Uno stimolo cieco, inconscio, che sforza a operare.
Ecco il "Wille" di Schopenhauer.
A.
Dunque il principio di tutte le cose è uno stimolo cieco, inintelligente? Non mi va.
D.
Altrimenti dái di muso nell'idea, o piuttosto in Campagna.
A..
Dunque...
D.
Dunque guarda un po' intorno, e dimmi se non trovi dappertutto il "Wille".
In un mondo dove tutto è fenomeno, è lui il vero reale che dá alle cose la forza di esistere e di operare.
E non solo gli atti volontarii degli animali, ma l'intero organismo, la sua forma e condizione, la vegetazione delle piante, e nel regno inorganico la cristallizzazione, ed insomma ciascuna forza primitiva che si manifesta ne' fenomeni chimici e fisici, la stessa gravitá, considerata in sé e fuori dell'apparenza è identica con quel volere che troviamo in noi stessi.
Egli è vero che negli animali il volere è posto in moto da' motivi, nella vita organica dell'animale e della pianta dallo stimolo, nella vita inorganica da semplici cause nel senso stretto della parola; ma questa differenza riguarda il fenomeno, lascia intatto il "Wille".
Apri ora le orecchie, che viene il meglio.
L'intelletto è stato generalmente tenuto come il principio della vita, l'essenza delle cose; vedi che ci accostiamo all'idea.
Di qui l'ordine e l'armonia universale, il progresso, la libertá, e quel tale divinizzare il mondo.
Ma, poiché Schopenhauer ha preso l'umile "Wille", creduto una semplice funzione dell'intelletto, e te lo ha sollevato al primo gradino, l'intelletto è divenuto affatto secondario, un fenomeno che accompagna il "Wille"; ma che gli è inessenziale, che mette il capo fuori solo quando il "Wille" apparisce nella vita organica, quindi un organo del "Wille", un prodotto fisico, un essere non metafisico.
L'intelletto può andare a spasso senza che il "Wille" vada via: anzi nella vita vegetale e inorganica non c'è vestigio d'intelletto, e perciò non è il volere condizionato alla conoscenza, come tutti sostengono, ma la conoscenza è condizionata al volere, come sostiene Schopenhauer(12).
A.
Capisco, capisco.
Finora ti confesso che ridevo tra me e me del "Wille" e dicevo:- È infine una parola, il nome di battesimo della cosa in sé, che Schopenhauer ha aggiunto alla dottrina kantiana -.
Ma l'amico è fino, e veggo dove va.
Celebriamo i funerali dell'idea.
D.
In effetti, il "Wille", operando alla cieca, non è legato da alcuna necessitá come l'idea, o come la sostanza di Spinoza.
Assolutamente libero, può starsene con le mani in saccoccia, nella maestá della quiete.
Quando sente un prurito, un pizzicore, esce dalla sua immobilitá e genera le idee.
A.
E dálli; lui pure con l'idea!
D.
Rassicurati.
Non è l'idea di Hegel, ma sono le idee di Platone, "species rerum", tipi e generi, fuori ancora dello spazio e del tempo.
A.
Sono dunque concetti.
D.
Adagio.
Le forbici non ti hanno potuto ancora cavar di capo la filosofia.
Hai da sapere che per Schopenhauer i concetti sono semplici astrazioni cavate dal mondo fenomenico, come l'essere, la sostanza, la causa, la forza, ecc.; hanno un valore logico, non metafisico; sono un pensato, non un contemplato.
Stringi e premi, il concetto non ti può dare che il concetto.
E ci volea la sfacciataggine di Hegel per fondare la filosofia sopra i concetti.
Le idee al contrario sono il primo prodotto del "Wille"; non generano, anzi sono generate, e sono, per dir cosí, l'abbozzo o l'esemplare del mondo, perfettamente contemplabili(13).
Cosí in questa teoria trovi raccolte le piú grandi veritá della filosofia, la cosa in sé di Kant, le idee di Platone, e l'unitá o il monismo immanente di Spinoza.
Uno è il "Wille", immanente nelle cose, anzi le cose non sono che esso medesimo il "Wille", messo in movimento, la luce è l'apparenza del "Wille".
A.
Allora Schopenhauer è panteista.
D.
Che importa?
A.
Bagattella! Hai dimenticato, debbo tornare in Italia.
L'idea puoi avventurarla qualche volta, con certe cautele, perché anche i Governi sanno le loro idee; soprattutto se la pronunzii in plurale, volendo ciascun ministro averne parecchie a suo uso.
Ma col panteismo non c'è scappatoia.
D.
Consolati dunque.
Schopenhauer non è panteista, perché il suo mondo rassomiglia piuttosto al diavolo che a Dio.
Panteista, dice Arturo, è colui che divinizza il mondo, trasformando l'idea in sostanza o in assoluto, e facendo della ragione il suo organo.
L'idea come sostanza opera fatalmente e ragionevolmente...
A.
Credevo che il panteismo consistesse nell'ammettere una sostanza unica, immanente, quale si fosse il suo nome, sostanza, idea, o "Wille"; ma poiché Schopenhauer m'assicura il contrario, come dovrò chiamarlo?
D.
Chiamalo monista(14), e ti tirerai d'impaccio.
L'idea dunque, come ti dicevo, opera fatalmente, perché opera ragionevolmente; onde l'ottimismo, quell'andar sempre di bene in meglio secondo leggi immutabili, che dicesi progresso.
- Ma se è cosí, dice Schopenhauer, come spiegare il male e l'errare?-
A.
Hai messo il dito nella piaga.
Bel Dio è codesto mondo, un misto di follia e di sciocchezza e di birberia.
L'idea quando l'ha concepito si doveva trovare nell'ospedale dei pazzi.
D.
Schopenhauer perciò ha congedato l'idea, e ci ha messo il "Wille", cieco e libero, che fa bene e male, come porta il caso.
Il quale, se se ne stesse quieto, sarebbe un rispettabile "Wille"; ma come ha de' ghiribizzi, gli viene spesso il grillo di uscire dalla sua generalità e farsi individuo.
Questo è il suo peccato: di qui scaturisce il male.
È il "principium individuationis", quello che i cattolici chiamano la materia o la carne, che genera il male.
Potrebbe dire:- Non voglio vivere -, e sarebbe Dio; ma quando gli viene in capo di dire:- Voglio vivere -, diventa Satana.
La vita è opera demoniaca.
A.
Veggo che questo "Wille" dee essere un asino, un buffone ed un briccone; oh, sí che avevo ragione quando dissi che la vera idea del mondo, colui che lo governa, è Campagna; piú ci accostiamo a questo tipo, e più ci accostiamo alla veritá.
D.
Il "Wille" è essenzialmente asino finché non produce il cervello.
A.
E come tutt'a un tratto diviene dottore? Voglio dire: se non ha conoscenza, come può produrre la conoscenza?
D.
Da padre asino non può nascere un figlio dotto?
A.
Lasciamo lo scherzo.
Perché?
D.
Perché vuole.
Il "Wille" può tutto, e quando vuol conoscere, ti forma un cervello.
Non l'ho io detto che il "Wille" ama la vita? E finché vuol vivere come pietra o come pianta, non gli viene in capo il cervello, perché può farne senza.
Ma quando gli si presenta l'idea dell'animale, e dice:- Voglio essere un animale -, ti forma il cervello, essendo l'intelletto, come ti ho detto, necessario alla vita animale.
Ed il "Wille" maritato all'intelletto è quello che dicesi comunemente anima.
A.
Un intelletto che nasce da un "Wille" inintelligente è un miracolone piú grosso che quello di san Gennaro.
D.
Non piú grande che quello che trovi ne' fatti piú ordinarii.
Una pietra che cade in virtú della legge di gravita è un miracolo cosí grosso, come che l'uomo pensi.
Tutti queste miracoli li fa il "Wille" perché vuole cosí.
A.
Cioè a dire, che se la pietra cade, gli è che vuol cadere?
D.
Certamente.
A.
E s'io ti gittassi dalla finestra, vorresti andar giú a fracassarti il cranio?
D.
Io sono un essere complesso.
Il mio corpo vorrebbe, perché sottoposto anche lui alla legge di gravitá.
A.
Avevo creduto finora che nella vita inorganica il movimento venga dal di fuori; e che se, per esempio, la pietra cade, gli è perché io le do la spinta...
D.
Non solo, ma perché ella è pietra e non uccello.
Cade perché la sua natura porta cosí; e in questo senso diciamo che vuol cadere.
A.
Ma allora questo "Wille" non lo capisco piú.
Se siegue certe leggi nell'ordine fisico, potrebbe seguirle pure nell'ordine morale; e se opera secondo leggi fisse, non è piú "Wille", ma idea, è un "Wille" intelligente.
D.
Pensa a Campagna.
A.
Qui non ci sente.
Credevo questo "Wille" un asino ed un buffone; ora mi parli di leggi.
D.
Il "Wille" è libero finché non vuol niente; ma quando vuole qualche cosa...
A.
Fermiamoci qui.
Un "Wille" che non vuole è una contraddizione ne' termini; perché l'essenza del "Wille" è il volere.
D.
Ma, come libero, può anche volere non volere.
A.
È una sottigliezza.
Ma lasciamo star questo.
Che cosa lo spinge a volere?
D.
Un pizzicore interno.
A.
È una facezia.
Il volere è un desiderio che suppone il bisogno; il bisogno suppone una mancanza; e la mancanza presuppone un'essenza, un essere con certe determinazioni, con una propria natura.
Il "Wille" dunque non può essere un primo, perché presuppone l'essere, e quindi l'idea.
D.
Pensa a Campagna.
A.
Rispondi cosí quando non hai che rispondere.
D.
Se m'interrompi sempre, non la finiremo piú.
Dicevo che quando vuole qualche cosa, il "Wille" non è piú libero, dovendo adoperare tutti i mezzi che vi conducono: allora è sottoposto a leggi, le quali perciò riguardano il "Wille" fenomenico, non il "Wille" in sé stesso.
A.
Ma dunque, volendo qualche cosa, il "Wille" si propone un fine e vi applica i mezzi.
E mi vuoi dare a credere che sia un asino, che non adoperi ragionevolmente, che non sia intelligente?
D.
Ma questo lo fa inconsapevolmente, a modo di uccello che, volendo sgravarsi delle uova, comincia a raccogliere delle pagliuzze e si costruisce il nido.
L'uccello non sa neppure a qual uso è destinato il nido.
Fa tutto questo non perché lo pensa, ma perché lo vuole.
A.
È un giochetto di parole.
Manca la coscienza, non l'intelligenza Non basta volere, bisogna sapere, con coscienza o no, poco importa.
Il tuo "Wille", se è cieco, può volere quanto gli piace, che non sará buono a nulla, neppure a formare la pietra.
In ogni formazione si suppone convenienza di mezzi col fine; e questo è opera dell'intelligenza.
Un "Wille" cieco che ti forma il mondo! Il volere, mio caro, non basta; ci vuole il sapere.
Voglio andare a Parigi, e, se non so la via e ci giungo, sará per caso: ma tra le cento, novantanove volte non ci giungerò.
D.
Ma il "Wille" è cieco non perché sia propriamente un asino, ma perché non si può dire che pensi e rifletta; opera senza coscienza.
A.
Ma chi ti ha detto che l'idea opera con coscienza, e pensi e rifletta? Sappiamo che la Natura opera spontaneamente e inconsapevolmente; se ne dee cavar per conseguenza che operi irragionevolmente? E quando Hegel vede l'idea nella pietra, credi tu che l'idea la rifletta e pensi? Se il "Wille" fa quello che si richiede allo scopo propostosi, è un essere ragionevole, è l'idea.
Non m'interrompere.
Qui non c'è a rispondere altro che un:- Pensa a Campagna!-.
D.
Se vuoi vedere qual differenza corra tra il "Wille" e l'idea, pon mente alle conseguenze.
Dall'idea nasce un mondo irragionevole, e perciò pessimo.
A.
Il che non prova che il "Wille" non sia un'idea: prova solo che sia un briccone.
Chi vuole una cosa cattiva e vi adopera i mezzi, lo chiamiamo malvagio, ma non irragionevole.
D.
La vita per l'idea è il suo medesimo svolgersi progressivo secondo le sue leggi costitutive.
Per il "Wille" la vita è un peccato; maledetto il momento che dice:- Io voglio vivere!-.
Vivendo, cessa di esser libero, s'imprigiona nello spazio e nel tempo, entra nella catena delle cause e degli effetti, diviene un individuo, si condanna al dolore ed alla miseria, scendendo con le proprie gambe in questa valle di lagrime, come Empedocle ed il Salve Regina chiamano il mondo.
A.
E perché mo' tutto questo?
D.
Perché il "Wille" come infinito non può appagare sé stesso sotto questa o quella forma, dove trova sempre un limite.
Prendere dunque una forma è la sua infelicitá; il suo peccato, la sua miseria è nel dire:- Io voglio vivere -.
A.
Farebbe dunque meglio a dire:- Io voglio morire -.
D.
Certamente.
La morte è la fine del male e del dolore, è il "Wille" che ritorna sé stesso, eternamente libero e felice.
Vivere per soffrire è la piú grande delle asinitá.
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
La vita è un fenomeno, un'apparenza, "pulvis et umbra", vanitá delle vanitá; dove non ci è altro di reale che il dolore; e se ne togli il dolore, rimane la noia.
A.
Mi pare che ti sii distratto; e che da Schopenhauer sii caduto in Leopardi.
D.
Leopardi e Schopenhauer sono una cosa.
Quasi nello stesso tempo l'uno creava la metafisica e l'altro la poesia del dolore.
Leopardi vedeva il mondo cosí, e non sapeva il perché.
Arcano è tutto
Fuorché il nostro dolor.
Il perché l'ha trovato Schopenhauer con la scoperta del "Wille".
A.
Forseché Leopardi non ti parla di un "brutto poter, che ascoso a comun danno impera", e forse non gli appicca subito dopo "l'infinita vanitá del tutto"? Mi par che questo sia propriamente il "Wille", giacente sotto tutta quella serie di vane apparenze che dicesi mondo.
D.
Con questa differenza, che "il poter" del Leopardi è la materia eterna dotata di una o piú forze misteriose; laddove il potere di Schopenhauer è una forza unica, il "Wille", e la materia è il velo di Maia, una sua apparenza.
L'uno è materialista, e l'altro è spiritualista.
A.
Come dunque hanno potuto riuscire nelle stesse conseguenze? Che dalla materia nasca un mondo cattivo, si concepisce; il materialismo è una di quelle parole che mi fa tanto paura quanto il panteismo; ma lo spiritualismo è una parola che suona così bene all'orecchio, l'arca santa della religione, il palladio della civiltà cattolica, una specie di passaporto che ti fa entrare senza sospetto in Napoli ed in Torino, in Austria ed in Francia, e fino in Pietroburgo, il vero "Verbum", la parola delle parole, a cui battono le mani con ugual compiacenza la santa fede e la vera libertá, gli assolutisti e i liberali...
D.
I liberali di Napoli...
A.
I liberali ben pensanti, i liberali onesti di tutt'i paesi.
- Cosa sei tu?- Sono spiritualista.- E con questo talismano l'onestá ti spunta sulla fronte, e ti si fa lieta accoglienza in tutta l'Europa civile.
Sono spiritualista, e Ferdinando II mi fará una lettera di raccomandazione al Papa, Luigi Napoleone mi fará girar Parigi senza accompagnamento, e Cavour mi fará cavaliere di San Maurizio.
Non ridere, ché parlo da senno.
D.
Vedi dunque ch'io ti ho raccomandato una buona filosofia, perché Schopenhauer è spiritualista.
A.
E s'accorda con Leopardi che è materialista! non credevo piú alla filosofia, ma credevo alla logica: ora non credo piú nemmeno alla logica.
D.
Leopardi, sotto nome di un filosofo greco, dice:- La materia è "ab æterno" -; e dal seno della materia vede germinare l'appetito irrazionale, e quindi l'ignoranza, l'errore, le passioni, in una parola il male.
Schopenhauer ha detto:- La materia non esiste, è un concetto, un'astrazione; ciò solo che esiste è l'appetito, il "Wille".- Tutti e due dunque ammettono lo stesso principio, ma l'uno lo profonda nella materia, e l'altro gli fa della materia un semplice velo.
Il "Wille" di Schopenhauer è quasi l'anima dei cristiani, che scende nel corpo come in un carcere, costretta a convivere con lui, ma tenendosene distinta e lontana per tema di contagio, e sospirando al momento della separazione, che dicesi morte ed è la vera vita.
Salvo che nella dottrina religiosa l'anima è il bene, ed il male è nel corpo; laddove per Schopenhauer il male è nello spirito, nel "Wille", e la materia è lo stesso "Wille" quando si degna di comparire, il suo fantasma.
Ecco perché Leopardi e Schopenhauer si accordano nelle conseguenze, ponendo a principio del mondo lo stesso Potere cieco e maligno; e poco rileva che nell'uno sia una forza della materia, e nell'altro una forza che si manifesta sotto aspetto di materia: ne nasce lo stesso "ergo".
A.
Capisco.
Lo spiritualismo comincia ad entrarmi in sospetto.
E Schopenhauer m'ha guastata questa bella parola.
È il destino di tutte le parole che al primo entrare nel mondo sono belle e festeggiate, e poi, tira tu e tira io, si sconciano, s'invecchiano, s'imbruttiscono, fanno paura.
E so molte parole che molti anni fa ti riempivano le scarselle ed ora te le vuotano.
Lo spiritualismo era una delle poche parole rimase a galla in tanti naufragi; ed eccoti ora costui che me lo sconcia.
E come oggi non basta piú dire:- Son liberale -; ma hai da spiegare se la tua libertá è la vera o la falsa, quella degli onesti o quella de' bricconi; cosí ora ci sará il vero e il falso spiritualismo.
Il vero e l'onesto spiritualismo presuppone l'opposizione, la guerra accanita tra lo spirito e il corpo; dove nel falso spiritualismo spirito e materia sono fratelli cugini.
D.
Anzi germani; anzi la stessa cosa sotto due diversi aspetti.
Perché secondo Schopenhauer l'opposizione tra materia e anima è un antico pregiudizio filosofico, introdotto da Cartesio, e accreditato da' ciarlatani sotto l'altro nome di natura e spirito.
La sola, la vera distinzione è tra fenomeno e noumeno, o cosa in sé.
Il "Wille" è il "Wille", ed il mondo è il suo fenomeno, la sua ombra, i suoi occhi.
Tutto è vanitá; il "Wille", lo spirito solo, è.
A.
Un'empietá sotto linguaggio cristiano.
Perché qui lo spirito non è la ragione, ma il cieco appetito, origine del peccato; è lo spirito del male.
D.
Precisamente.
Il "Wille" non solo è peccatore, ma è il solo peccatore.
Tutt'i nostri peccati è lui che li fa.
A.
E noi siamo impeccabili?
D.
Impeccabili.
A.
Schopenhauer comincia di nuovo a piacermi, non ostante il suo falso spiritualismo.
Mi sento giá correr pel sangue l'innocenza di un bambino.
Se arriva a dimostrare che l'uomo non pecca, faremo per innanzi tutto quello che vogliamo.
D.
Come se finora avessimo fatto quello che non vogliamo!
A.
Ti so ben dire che finora ho fatto molte cose che non avrei voluto fare.
D.
È una illusione.
Tu sei un fenomeno del "Wille", e quello che hai fatto gli è che il tuo "Wille" lo ha voluto.
A.
Spesso mi è venuto il ticchio di gridare in piazza:- Viva la libertá! -.
D.
E perché non lo hai fatto?
A.
Per paura di Campagna.
D.
Vale a dire che, se non avessi avuto paura, l'avresti fatto.
Tutti facciamo secondo la nostra natura.
Il "Wille" prendendo forma d'individuo non è più libero, ma è questo o quello, cioè condizionato cosí o cosí, col tale e tale carattere.
E, datosi un carattere, opera secondo quello.
Ora, operare secondo il carattere, è fare quello che si vuole.
A.
Un abuso di linguaggio.
Perché fare quello che si vuole è in sostanza fare quello che si può.
Ma in certi casi di due cose io posso farle tutte e due; e se fo l'una, so che poteva fare anche l'altra, e non l'ho voluta.
Sono dunque perfettamente libero.
D.
Un abuso di linguaggio, una illusione del cervello.
Perché hai fatto cosí e non cosí?
A.
Per la tale e tale ragione.
D.
E questa tale ragione ti ci ha indotto con la stessa fatale necessitá con cui la legge di gravitá opera nella pietra.
La pietra cadendo non fa peccato, perché ubbidisce alla sua natura; il ladro rubando non fa peccato, perché ubbidisce al suo carattere.
A.
Ma la pietra non può non cadere, dove il ladro può non rubare.
D.
Non capisci ancora.
Supponi che il ladro prima di rubare esiti, e gli si affacci l'inferno, i comandamenti di Dio, il disonore, la carcere, ecc.; cosa farà? Se non ruba, non è virtú, ma effetto necessario del suo carattere; ha un carattere tale che quelle immagini gli facciano effetto.
E se ruba, non è peccato, perché, posto il suo carattere, potea cosí poco tenersi dal furto, come la pietra dal cadere.
Uomo libero è "contradictio in adiecto"; perché uomo è un essere condizionato e determinato; in modo che basta conoscer bene il carattere di uno per indovinare quello ch'egli fará.
Capisci ora perché l'uomo è impeccabile?
A.
E la morale? E il dovere?
D.
Il dovere, dice Schopenhauer, è un'altra astrazione; nessuno ha il dritto di dire:- Tu devi -; ed uno dei difetti di Kant è l'esser venuto fuori col suo categorico imperativo.
Dovere e non dovere suppone una libertá di scelta che contraddice al concetto dell'uomo.
Dimmi pure:- Non devi ammazzare -; io ammazzerò, se il mio carattere porta cosí, e non farò peccato.
A.
E se t'impiccano?
D.
M'impiccano giustamente.
A.
Come? Comincio a dubitare che il tuo cervello se ne vada passeggiando.
E perché m'hanno da impiccare? Dove non ci è colpa, non ci è pena.
Di che dovrò rispondere io?
D.
Non della tua azione, ma del tuo carattere.
Perché sei fatto cosí?
A.
Oh bella! e che c'entro io? È il "Wille", quel birbone del "Wille" che m'ha fatto cosí.
D.
E se t'impiccano, non è te che impiccano, ma il "Wille".
A.
Anche questa! il dolore lo sento io.
D.
Vale a dire lo sente il "Wille"; perché quello che ci è in te di vero reale è il "Wille"; tutto l'altro è fenomeno.
A.
Ma il "Wille" che è in me è lo stesso "Wille" che è in colui che m'impicca.
D.
Sicuro.
A.
Allora il "Wille" che impicca è lo stesso che il "Wille" ch'è impiccato.
D.
Sicuro.
A.
Comincia a venirmi il capogiro.
D.
Anzi è questa la base della morale Quando saremo persuasi che in tutti è un solo e medesimo "Wille", ci sentiremo fratelli, attirati l'uno verso l'altro da reciproca simpatia.
E poiché lo stesso "Wille" è pure negli animali, anzi nelle universe cose, ci si accenderá nel cuore una simpatia universale...(15).
A.
Anche per l'asino...
D.
Nostro fratello, come tutto il resto.
La qual simpatia diventerá una profonda compassione quando penseremo che tutti per colpa del "Wille", siamo infelici, tutti condannati irremissibilmente al dolore.
Ed in luogo di farci guerra l'un l'altro, ci compatiremo a vicenda e ce la prenderemo con l'empia Natura che ci ha fatto così.
A.
Come dice Leopardi.
D.
Bene osservato.
Per Leopardi il principio etico o morale è la compassione...
A.
Anche verso i birbanti!
D.
Sicuro, anzi un po' piú di compassione ancora, perché non sono loro i colpevoli, ma l'empia Natura; non possono fare altrimenti di quello che fanno; e sono da compiangere come i malati ed i pazzi.
Se gli uomini si guardassero a questo modo, non ci sarebbe più né invidia, né sdegno, né gelosia, né ambizione, né odio; il vocabolario sarebbe ridotto ad una sola parola, la compassione.
A.
Veggo un giovine ricco, pieno d'ingegno e di dottrina, amato dalle donne, onorato, festeggiato; e gli dovrei dire:- Ho compassione di te! -.
Mi sfiderebbe a duello, credendo mi beffi di lui.
D.
E sarebbe uno stupido.
Ma se avesse un dito di cervello avrebbe compassione di sé e di te e di tutti gli altri.
Il piacere è negativo, incapace di soddisfare il "Wille" infinito; ed attendi, e di sotto i piú desiderati piaceri vedrai scaturire la noia e il dolore.
Il piacere è un'apparenza labile, sotto la quale sta inesorabile il solo e il vero reale, il dolore.
E dimmi in fede tua, se la ricchezza, la bellezza, l'ingegno, la gloria sia altra cosa che larva ed illusione.
A.
Mi sembri un s.
Paolo.
D.
Spesso a sentir parlare Leopardi e Schopenhauer ti par di udire un santo Padre.
A.
Un santo Padre in maschera.
Guardali bene in viso, e vedrai spuntare le corna del diavolo.
D.
Infine una filosofia nemica dell'idea, nemica della libertá, nemica del progresso, credevo dovesse piacerti.
A.
Sissignore.
Vado a Napoli, prendo Campagna sotto il braccio, e gli dico:- Ho compassione di te! Sei sí contento: misero, di che godi? Sei cosí baldanzaso: misero, di che insuperbisci? Tu e l'ultimo "lazzarone" di Napoli siete la stessa cosa -.
Campagna m'accarezza la barba, se me la lascia, e mi fa certi occhi, come volesse dirmi:- Eppure finirai con la forca -.
Ed io allora:- Bello mio, e cosa ci guadagni? Non sai, Campagna mio dolce, che, secondo la nuova filosofia, impiccando me, impicchi te stesso.
E se mi dái uno schiaffo, quello schiaffo ritorna sulla tua faccia, e se mi bastoni, io prendo un'aria di compassione, e dico: povero Campagna, non sai che bastoni te stesso -(16).
D.
Questo pare una caricatura, ed è la veritá.
A.
Il difficile è che ci si creda.
D.
La veritá, dice Schopenhauer, citando un antico, è nel pozzo; e come vuol mettere il capo fuori, le si dá sulle dita.
Ma finisce col farsi largo.
E vedi un altro vantaggio.
Con questa filosofia non solo l'idea e la libertá va via, ma la patria, la nazionalità, l'umanità, la filosofia della storia, la rivoluzione.
A.
Sei un furbo.
Quando sto per tirare un calcio a Schopenhauer, hai l'arte d'ingraziarmelo un'altra volta.
D.
Finirai con un:- Viva Schopenhauer! -.
A.
Eppure Kant, suo maestro, predisse la rivoluzione, e ti parla sempre di dritto, di patria, di libertá.
La sua morale fa perdonare alla sua metafisica.
D.
Il contrario, uomo contraddittorio.
A.
Perché mi chiami contraddittorio?
D.
Perché ora parli secondo il pensiero, ed ora secondo la paura.
A.
Hai ragione.
Qualche volta mi dimentico di Campagna.
D.
In Kant avvenne l'opposto, come nota l'arguto discepolo.
Perché, insino a che stette a costruir la metafisica, ragionò col cervello; ma come si vide innanzi l'edifizio bello e compiuto, si spaventò e si ricorda di Campagna, vale a dire dell'antico e del nuovo Testamento, e ragionò con la paura e col pregiudizio.
Cosí, perché ne' Comandamenti della legge di Dio trovi una litania di "devi e non devi", immaginò un dovere assoluto o categorico, lui che aveva prima considerato l'assoluto come trascendente ed
...
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