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D. È proprio il caso. Senti in che modo Schopenhauer stesso spiega il perché del lungo obblio in che lo hanno tenuto i contemporanei Si sono scritte tante storie di filosofia, ed in tutte trovi fatta menzione di mediocrissimi, e di Schopenhauer non una parola: diresti che ne abbiano paura. E ti vien sospetto che sotto ci giaccia una cospirazione, la più formidabile che possa uccidere un uomo, quella del silenzio. D'altra parte in tutte si fa molto strepito intorno a Fichte, Schelling, Hegel vantati come gli educatori del genere umano.
A. O piuttosto i carnefici. Perché sono loro la causa prima per la quale tanta gente si è ita a fare ammazzare. Ed io, mentre parlavo dell'assoluto, ci ho perduta la barba.
D. Ciarlatani e sofisti, dice Schopenhauer(5), e "non filosofi, perché volevano parere, non essere", e cercavano non il vero, ma impieghi da' governi e quattrini dagli studenti e da' librai: eccellenti nell'arte di burlare il pubblico e far valere la loro merce: il che è senza dubbio un merito, ma non filosofico. Ora si danno l'aria della passione, ora della persuasione, ora della severitá, oscuri, irti di formole, vendevano parole che si battezzavano per pensieri. Invano cerchi in loro quella tranquilla e chiara esposizione che è la bellezza del filosofo. Guardano all'effetto; voglion sedurre, trascinare, prendon tuono da oracolo per darla ad intendere. Kant avea mostrato che il mondo è un fenomeno del cervello, ma che sotto al fenomeno ci è pure una cosa in sé, fuori della conoscenza. Qui fu il suo torto; se avesse battezzato questa cosa in sé, avrebbe posta l'ultima pietra al tempio della filosofia.
A. Diavolo! Non rimane dunque che battezzare questa cosa in sé?
D. Certo; e quest'ultima pietra l'ha posta Schopenhauer. Ma senti. Poiché Kant chiuse la porta, ed ebbe l'imprudenza di annunziare che al di dentro ci stava la cosa in sé, il trascendente, l'inconoscibile, tutti si posero attorno a quella porta col desiderio in gola del frutto proibito. Ed eccoti ora i ciarlatani. Fichte, non discepolo, ma caricatura di Kant, si fa per il primo innanzi, e dice:- Sciocchi! Lasciate stare quella porta; Kant ha scherzato; dentro non ci è nulla. La cosa in sé, il vero reale, non esiste; tutto è prodotto del cervello, dell'io -. E fu Fichte che introdusse nella filosofia le formole, gli oracoli, tutto l'apparato della ciarlataneria, condotto a perfezione da Hegel. Ma il nocciolo era troppo grosso, e non si poteva ingozzare. Ed ecco la gente da capo a picchiare a quella porta e a dire:- Dateci il reale-. Allora Schelling, piú furbo, disse:- È inutile che picchiate, lá dentro non ci è nulla. Il reale c'è, e non è bisogno di andar lá entro a cercarlo. Il reale sta innanzi a voi, e non lo vedete, e fate come chi ha il cappello in capo e lo va cercando a casa. Ma quello che voi chiamate l'ideale, è quello appunto che cercate, il reale; il pensiero e l'essere sono una cosa -.
A. Eccoci con l'identitá del pensiero e dell'essere, la mala pianta. E fosse a]meno cosa nuova! Il mio maestro mi citava queste parole di Spinoza: "Substantia cogitans et substantia extensa una eademque est substantia; ... mens et corpus una eademque est res".
D. Ma vedi il furbo, dice Schopenhauer. Kant oppone il fenomeno alla cosa in sé; ed egli per disviare il pubblico dalla cosa in sé vi sostituisce a poco a poco il pensiero e l'essere; e ti cambia le carte in mano. Ma la gente se ne accorse, ed andavano cercando il reale nell'ideale, e non lo trovavano. - Io lo veggo, io, diceva egli, perché io ho un buon cannocchiale, che si chiama l'intuizione intellettuale; e se voi non lo vedete, strofinatevi gli occhi. - Hegel ebbe pietá di quei poveri occhi, e disse:- Aspettate, ve lo voglio far vedere anche ad occhi chiusi -. E propose il processo dialettico. Vale a dire tolse il pensiero dal cervello, e ne fece la cosa in sé, l'assoluto, l'idea, dotata di una irrequietezza interna, che non le lascia mai requie, un essere vero e vivo, che per proprio impulso e secondo le sue leggi evolutive cammina, cammina attraverso i secoli. Cosí predicata con isfacciataggine, creduta con melensaggine, fu accreditata la dottrina dell'idea. Hegel diede al mondo tutte le qualitá, compresa l'onniscienza, che si attribuivano a Dio; e, confondendo la metafisica con la logica, fece dell'universo una logica animata.
A. Che i governi hanno dispersa a colpi di bombe, di fucili, di forbici.
D. Fichte fu la caricatura di Kant; Hegel fu il buffone di Schelling, e lo ha fatto ridicolo con quell'idea che si move da sé, con quei concetti che diventano, con quelle contraddizioni che generano. Volete istupidire un giovane, renderlo per sempre inetto a pensare? Mettetegli in mano un libro di Hegel. E quando leggerá che l'essere è il nulla, che l'infinito è il finito, che il generale è il particolare, che la storia è un sillogismo, finirá con l'andare nello spedale dei pazzi...
A. O nella Vicaria a fare un sillogismo co' ladri; che per poco non ci capitai io. Dagli, dagli, Schopenhauer.
D. Hegel è il gran peccatore, e Schopenhauer ce l'ha con lui principalmente. Il peccato di Fichte(6) è di essersi spacciato discepolo di Kant, ed Arturo se la piglia col pubblico, che non può pronunziare mai Kant senza appiccargli sul dosso Fichte, pubblico dalle orecchie di Mida, indegno di Kant, inetto a mai comprenderlo, che gli pone allato, anzi al di sopra, Fichte, come colui che ha non pur continuato, ma recato a perfezione quello che Kant ha cominciato. Cosí è avvenuto che oggi si dice Kant e Fichte, e si dovrebbe dire Kant e Schopenhauer: il primo gran peccato del secolo. Il secondo peccato lo ha fatto Schelling. La filosofia avea trovate le sue fondamenta, grazie a Locke e Kant, riposando sull'assoluta differenza del reale e dell'ideale; ed eccoti Schelling che ti fa proprio il rovescio, e confonde bianco e nero, e ti gitta reale e ideale nell'abisso della sua assoluta identitá. Di qui errori sopra errori; sparsa la mala semenza, n'è nata la corruzione, il pervertimento della filosofia. Il peccato di Schelling è grosso, ma, come ti dicevo, Hegel è il gran peccatore, perché l'intuizione intellettuale difficilmente sarebbe andata in capo al pubblico; dove Hegel col suo processo dialettico ha dato un'apparenza di armonia a questo mostro filosofico, ne è stato l'ordinatore e l'architetto, ha reso curabile il peccato. E Schopenhauer te lo concia per le feste. Ciarlatano, insipido, stupido, stomachevole, ignorante, la cui sfacciataggine è stata gridata saggezza da' suoi codardi seguaci, vero autore della corruzione intellettuale del secolo. E qui Schopenhauer non può contenere la sua indignazione: "O ammiratori di questa filosofia...". Come ti dirò? Non ti posso tradurre l'energico epiteto che Arturo appicca a questa filosofia; la lingua italiana è pudica...
A. Ma pure!
D. Poiché sei curioso, ricordati l'epiteto che Dante appicca alle unghie di Taide, ed avrai un equivalente. "Oh ammiratori, grida Schopenhauer, il disprezzo dei posteri vi attende, e giá ne sento il preludio! E tu, pubblico, tu hai potuto per trent'anni tener le mie opere per niente, e per meno che niente, mentre onoravi, divinizzavi una filosofia malvagia, assurda, stupida, vigliacca! L'uno degno dell'altra. Andate dagli imbecilli e fatevi lodare. Furbi, stupidi venduti, ignoranti ciarlatani, senza spirito e senza merito, ecco quello che è tedesco; non uomini come me. Questa è la testimonianza che innanzi di morire vi lascio. È una disgrazia, dice Wieland, l'esser nato tedesco; Bürger, Mozart, Beethoven ed altri avrebbero detto lo stesso; anche io: "Il n'y a que l'esprit, qui sent l'esprit'". Il che significa:- Voi siete degli imbecilli, e non potete comprendere me, Arturo Schopenhauer -.
A. Per Dio, mi sento far piccolo, mi sento divenir imbecille.
D. Comprendi ora perché nessuno ha pensato a lui per lo spazio di trent'anni: i contemporanei non erano "à sa hauteur". Preferivano i sofisti e i ciarlatani. La nuova generazione, piú intelligente, ha gittato via Hegel come un cencio, e si fa intorno ad Arturo. Se vai a Francfort, entra nel grande albergo, e vedrai quanti uffiziali austriaci stanno li con la bocca aperta a sentire: è Arturo che predica.
A. Schopenhauer dev'essere un testone; ha capito una gran veritá, che a propagare una dottrina bisogna innanzi tutto render filosofica la spada. Ha operato piú conversioni la sciabola di Maometto, che il nostro gridacchiare in piazza. Una buana piattonata mi farebbe subito gridar:- Viva Schopenhauer! -.
D. Ma Schopenhauer ha ancora altri seguaci. In prima tutti gli uomini dell'avvenire, i malcontenti, gl'incompresi, gli insoddisfatti, che si tengono fratelli carnali del grand'uomo, e dicono:- Anche verrá il tempo nostro -.
A. Seguaci formidabili, perché costoro, impazienti del silenzio che li circonda, parlano essi per cento.
D. Aggiungi le donne, soprattutto dopo che Arturo le ha chiamate de' fanciulloni miopi, privi di memoria e di previdenza, viventi solo nel presente, dotate dell'intelletto comune agli animali, con appena appena un po' di ragione, bugiarde per eccellenza, e nate a rimaner sotto perpetua tutela(7).
A. Non sono mica confetti.
D. Ma oggi, caro mio, la donna non vuole essere piú trattata a confetti: la galanteria è uscita di moda. Vuol sentire la forza; e piú gliene dici e gliene fai, e piú ti vuol bene. E se te le stai innanzi timido e rispettoso, in cuor suo ti battezza subito per imbecille e comincia a farti la lezione. Hai da far la bocca rotonda, atteggiarti a grand'uomo, animare il gesto e la voce, tenerti in serbo tre o quattro paradossi, il piú efficace solletico dell'attenzione, e sputarli fuori a tempo in modi brevi e imperatorii. Poi, oggi la donna vuol esser tenuta una persona di spirito, anzi uno spirito forte, e ti fa l'atea, come un tempo faceva la divota. Vuol anche lei poter filosofare e teologizzare; e come si fa? Mettile avanti Hegel e gli altri sofisti, ed errando tra quelle formole e quelle astrazioni, si vede mancar sotto i piè il terreno e le viene il capogiro. Vuole la scienza, ma la vuole a buon mercato, e ci vuol mettere del suo il meno che si possa.
A. Ed ha ragione. E credo che anche per noi uomini sarebbe meglio cosí. Ti par egli che un povero galantuomo debba sudar mezza la vita con questi filosofi? E ci fosse almeno certezza di cavarne qualcosa! Ne leggi uno, e quando cacci un grosso sospiro e dici:- finito -, ne prendi un altro, e ti trovi da capo: nuovo linguaggio, nuove formole, nuovo metodo, nuove opinioni; sicché ti par d'avanzare e stai sempre lí. Una filosofia dovrebbe farsi leggere volentieri fino dalle donne.
D. Che è il caso di Schopenhauer. Il quale, avendo fatti frequenti viaggi, e tenutosi lontano dall'insegnamento, non ha niente di professorale e scolastico. Scrive alla buona, bandite le formole ed ogni apparato scientifico, con linguaggio corrente e popolare. Come vi è di quelli che hanno l'intendimento duro, ti ripete la stessa cosa a sazietá. Dopo d'aver filosofato un poco, per non ti stancare, varia lo spettacolo, come se volesse dirti:- Andiamo ora a prendere il thè -. Allora, in luogo di ragionare, ti fa un po' di conversazione, ed esce in contumelie, invettive, paragoni, aneddoti, citazioni spagnuole, greche, latine, italiane, inglesi, francesi, che sono come la salsa della scienza. Sicché è un piacere a leggere, soprattutto per i dilettanti e le dilettanti di filosofia. Si vanta di chiarezza e di originalitá, e, se non te ne accorgi, te lo annunzia lui a suon di tromba. Non si contenta d'esser chiaro, ma vuole che tu lo sappia, e perciò ha la civetteria della chiarezza, girando e rigirando la stessa cosa in molti modi. Dice delle cose spesso piú vecchie di Adamo, ma le pensa col suo capo, le dice alla sua maniera; l'originalitá è nell'abbigliamento. Di sotto al mantello del filosofo trasparisce l'uomo bilioso, appassionato, sicuro di sé, provocatore, dispettoso, sicché ti par di vederlo con una mano occupato a dare dei pugni e con l'altra a lisciarsi e ammirarsi. Ti solletica, ti diverte, ti riscalda. Pensa, dunque, quanti dovranno essere i seguaci, soprattutto in Italia, dove questa volta non potranno ripetere la vecchia canzone delle nebbie germaniche. Questa filosofia è cosa solida, tutta carne ed ossa.
A. E che è piú, nemica dell'idea. Sarebbe un gran bene a tradurla fra noi. Ma son curioso di sapere in che modo ha potuto formare il mondo senza l'idea; perché l'idea mi fa paura, e ben vorrei cacciarla via, e non so.
D. Schopenhauer l'ha cacciata via con un tratto di penna: cosa facilissima. Senti un po'. Kant avea detto che tutto è ideale, un fenomeno del cervello. Il mondo è la mia immagine: io non conosco il sole, né la terra, ma solo un occhio che vede il sole, una mano che sente la terra; tutto quello che io conosco, l'intero mondo, non è per sé, ma per un altro; è un oggetto per il soggetto, la visione di colui che vede; in una parola, immagine, fenomeno. È il diventare di Eraclito, le ombre di Platone, l'accidente di Spinoza, il velo ingannevole di Maia degl'indiani, simile ad un sogno, o a quella luce di sole sull'arena che di lontano si scambia per acqua. Togliete il soggetto, colui che vede, e il mondo non esisterebbe piú.
A. A questo modo noi siamo de' burattini, ed il mondo è una commedia.
D. Certo; ma dietro le scene c'è il vero reale, la cosa in sé, fuori de' nostri occhi. Ora, come gli uomini non si contentano d'essere chiamati burattini, anche quelli che sono, e vanno pescando la scienza da molti secoli, era cosa troppo crudele dir loro:- La scienza è dietro le scene, e non la vedrete mai; ciò che vedete è apparenza. I tre sofisti, volendo contentare il genere umano, dissero:- Consolatevi; l'apparenza è il medesimo che l'essenza; dietro le scene non c'è nulla -. E andarono scribacchiando volumi, quando dopo Kant non restava a fare che la cosa piú semplice del mondo.
A. Cosa?
D. Spingere un'occhiatina dietro le scene. Ecco la gloria di Schopenhauer. Ha schiusa la porta e ci ha trovato il reale, la cosa in sé, il "Wille".
A. Cosa vuol dir "Wille"?
D. Il volere.
A. Ci volea molto a trovar questa!
D. È l'uovo di Colombo. Ora pare cosa facile; e ciascuno dice:- Anch'io l'avrei trovato -. La scoperta di Schopenhauer è piú importante ancora che la scoperta dell'America, perché, come dice con giusto orgoglio l'inventore, è la veritá delle veritá, l'ultima scoperta, la sola cosa che restava a fare in filosofia. Eppure, da tanto tempo s'era intravveduta questa veritá. I Cinesi e gl'Indiani l'avevano alzata a principio religioso; il cristianesimo non ha voluto intendere che questo con la sua storia del peccato originale; la troviamo in bocca al popolo, quando dice che il tempo non vuol piovere, attribuendo in tutte le lingue la volontá non solo agli uomini, ma alle universe cose: il che dice non per figura poetica, ma per un sentimento confuso del vero. Anche i filosofi greci, che stavano piú vicini all'antica sapienza braminica e buddistica, vi s'accostano: sicché ci hai proprio il "consensus gentium". Tra gli altri Empedocle si può chiamar proprio il precursore di Schopenhauer: perché il filosofo agrigentino, che Arturo chiama "ein ganzer Mann", un uomo compiuto, mette a capo del mondo non l'intelletto, ma amore e odio, vale a dire il volere, l'attrazione e la repulsione, la simpatia e l'antipatia(8). E poiché Empedocle è tenuto da molti un pitagorico, si dee credere che questa veritá l'abbia rubata a Pitagora; e se Gioberti avesse saputo questo, tenero com'era della filosofia pitagorica, si sarebbe fatto il piú caldo propugnatore di questa dottrina, nata, come filosofia, in Italia, e avrebbe accresciuto con un altro ingrediente il nostro primato. Ma Gioberti non ci ha pensato, e la gloria rimane intera a Schopenhauer; perché il vero inventore non è colui che trova una veritá, ma colui che la feconda, l'applica, ne cava le conseguenze, come dice non so più qual francese citato da Schopenhauer, un momento che temeva gli si contrastasse il brevetto d'invenzione.
A. La mia maraviglia è che Kant, a due dita dalla scoperta, non l'abbia veduta.
D. Kant, mio caro, una volta caduto nel fenomeno, non ne potea piú uscire. E la mia maraviglia è piuttosto, come non abbia conchiuso a rigor di logica, che tutto è fenomeno. Poiché se è vero che il fenomeno suppone il noumeno o la cosa in sé, è vero anche che, secondo il suo sistema, questa necessitá è tutta subbiettiva, fondata sulla legge di causalitá, anch'essa forma dell'intelletto. E credo non gli mancasse la logica, ma il coraggio. Perché, cominciato a filosofare per fondare la scienza, e trovatosi da ultimo nel vuoto, come si afferrò per la morale al categorico imperativo, cosí per la metafisica salí alla cosa in sé. Ma era un infliggere agli uomini il castigo di Tantalo, un dir loro:- La cosa in sé c'è, ma non la conoscerete mai, perché trascende l'esperienza -. Ora Schopenhauer ha fatto un miracolone, ha detto all'esperienza:- Dammi la cosa in sé -; e l'esperienza glie l'ha data. I filosofi si sono tanto assottigliato il cervello intorno a questa faccenda, e non c'era che da farsi una piccola interrogazione. Cosa son io? Io sono un fenomeno, come tutto il resto, perché mi considero nello spazio e nel tempo, forme necessarie del mio intelletto; il mio corpo è un oggetto tra gli oggetti; i suoi moti, le sue azioni mi sono cosí inesplicabili, come i mutamenti di tutti gli altri oggetti. Kant s'è fermato qui, e per questa via non si va a Roma, voglio dire non si va al reale. Dovea replicar la dimanda:- Cosa son io?-. Ed avrebbe avuto la risposta:- Io sono il "Wille" -. Mi muovo, parlo, opero, perché voglio. Né tra il mio corpo e il mio volere ci è giá relazione di causa e di effetto, perché cosí cadremmo nella legge di causalitá: l'atto della volontá e il moto corrispondente del corpo non sono due stati obbiettivamente diversi, ma la stessa cosa in due modi diversi, una volta come immediata, e un'altra come immagine offerta all'intelletto. Cosí il moto del corpo non è altro che l'atto della volontá obbiettivato, fatto immagine, come dice Arturo; il volere è la conoscenza "a priori" del corpo, e il corpo è la conoscenza "a posteriori" del volere(9).
A. Conoscenza! conoscenza! Adunque anche il volere cade sotto la conoscenza; e tutto ciò che si conosce abbiamo pur detto che è un fenomeno del cervello. Conosco cosí, perché il cervello è fatto cosí.
D. Ma il volere è una conoscenza immediata, indimostrabile, fuori delle forme dell'intelletto, non logica, non empirica, non metafisica, e non metalogica, che sono le quattro classi a cui Schopenhauer riduce tutte le veritá; è una conoscenza di un genere proprio, e si potrebbe chiamare per eccellenza la veritá filosofica.
A. Mi pare una sottigliezza. Immediata o mediata, è sempre una conoscenza; e mi pare che quel maledetto cervello ci entri un po' anche qui.
D. Mi pare e non mi pare! Tu stai col parere, e qui si tratta di una veritá, che anche i fanciulli la veggono. Ora, quello che vale del tuo corpo, vale di tutti gli altri; sicché il "Wille" è il reale o la cosa in sé dell'universo, e la materia è lo stesso "Wille" fatto visibile.
A. M'immagino che, una volta oltrepassato il fenomeno e afferrato il vero reale, Schopenhauer debba navigare a vele gonfie nel mare dell'essere.
D. T'inganni; Schopenhauer apre un po' la porticina di Kant, e guarda il "Wille". Kant avea detto:- Niente si sa -. A questo i tre impostori risposero:- Tutto si sa -. Schopenhauer ha piantato le tende tra quell'ignoranza assoluta e quell'assoluto sapere, e ha conchiuso:- Una sola cosa si sa e si può sapere, il "Wille" -. Ma non appena saputo il venerato nome, s'è affrettato a chiuder la porta. Cosa è il "Wille" in sé stesso, fuori del mondo? Cosa fa? Come se la passa? C'è un altro ordine di cose diverso dal nostro? Altri mondi? E questo mondo, qual è la sua origine? Quale la sua destinazione? Quale il suo perché? Non domandare, mio caro; ché la porta è chiusa. Schopenhauer non l'hai da confondere con quei ciarlatani, che pare si facciano ogni giorno una conversazione con Domeneddio, e ne scoprano tutti i segreti. Ti dá una filosofia modesta e seria.
A. Una filosofia che non è filosofia, perché ti lascia in bianco tutt'i problemi che la costituiscono.
D. È giá un gran merito l'aver dimostrato l'insolubilitá di questi problemi, l'impossibilitá della metafisica. Finora s'è creduto che l'intelletto c'è stato dato per conoscere; e quando un dabben filosofo ti ammonisce che la natura è inconoscibile, si suole replicare:- Perché dunque abbiamo la ragione? A che serve l'intelletto?-. Serve a mangiare e bere, a far danari, agli usi pratici della vita, risponde Schopenhauer. La natura dá a ciascun essere quello che gli è bisogno a vivere, e niente di piú. L'intelletto può attingere le relazioni, e non la sostanza delle cose(10).-
A. Bravo! Non possiamo noi vivere senza la metafisica? Anzi la metafisica è stata sempre nemica dello stomaco, lasciando stare i conti che ti tocca a fare con Campagna, se la prendi sul serio.
D. L'intelletto può intendere ciò che è nella natura, ma non essa natura.
A. Mi pare che a poco a poco ti stai dimenticando del "Wille", e ti stai innamorando della natura.
D. È vero. Succede anche a Schopenhauer. Volevo dire che l'intelletto non può conoscere il "Wille", la cosa in sé, e tanto meno quello che ci sta piú su...
A. Roba da lasciarla a' teologi. Mi par di udir predicare un santo Padre sull'insufficienza della ragione, e quindi sulla necessitá della rivelazione. Ma ti confesso che piú parli e meno ti capisco. Dici che non possiamo conoscere il "Wille", e prima hai detto che Schopenhauer l'ha conosciuto, senza però l'intervenzione del cervello, a quel che pare.
D. Con un distinguo tutto si chiarisce. Ci è "Wille" e "Wille". Il "Wille", assoluto è inconoscibile; perché conoscere l'assoluto è una contraddizione ne' termini. Tutto ciò che si conosce, come conosciuto, cade sotto la forma del nostro intelletto, e quindi è un relativo. Il "Wille", come libero, può stare in riposo, e può prendere tutte le forme che gli piace, oltre della nostra; e fin qui sappiamo che c'è, ma non sappiamo cosa è. Il "Wille" che conosciamo è il "Wille", in noi, un "Wille" relativo sottoposto alle forme dello spazio e del tempo, e alle leggi di causalitá, perciò accessibile all'intelletto(11).
A. Vale a dire, è un fenomeno come tutti gli altri.
D. Il primo fenomeno che ci può dar ragione degli altri.
A. Ma allora non mi stare a predicare che Schopenhauer ha scoperta la cosa in sé! Gran cosa in sé codesta che è un relativo! Ci sento un odore di ciarlataneria.
D. Schopenhauer non è ciarlatano, perché ti ha limitata egli stesso la conoscenza del "Wille".
A. Ma allora questo "Wille" potrebbe essere non il primo, ma un prodotto egli medesimo di qualcos'altro che non sappiamo e che sarebbe la vera cosa in sé.
D. Potrebbe. Ma che importa a noi? Quello che c'importa è che il "Wille" si trova al di sotto di tutti i fenomeni, ed è la cosa in sé per noi: cosí è spiegato il mondo.
A. Ma neppur questo mi entra. Non è strano il dire che nella pietra ci stia il "Wille"? Concepirei piú che ci stesse l'idea, se Campagna non fosse lí.
D. Gli è che sei avezzo a vedere il "Wille" o il volere con l'occhio volgare. I filosofi plebei non sanno concepire il volere che a' servigi dell'intelligenza. Ora tu devi con uno sforzo d'astrazione scindere dall'intelletto il volere; e cosa rimane? Uno stimolo cieco, inconscio, che sforza a operare. Ecco il "Wille" di Schopenhauer.
A. Dunque il principio di tutte le cose è uno stimolo cieco, inintelligente? Non mi va.
D. Altrimenti dái di muso nell'idea, o piuttosto in Campagna.
A.. Dunque...
D. Dunque guarda un po' intorno, e dimmi se non trovi dappertutto il "Wille". In un mondo dove tutto è fenomeno, è lui il vero reale che dá alle cose la forza di esistere e di operare. E non solo gli atti volontarii degli animali, ma l'intero organismo, la sua forma e condizione, la vegetazione delle piante, e nel regno inorganico la cristallizzazione, ed insomma ciascuna forza primitiva che si manifesta ne' fenomeni chimici e fisici, la stessa gravitá, considerata in sé e fuori dell'app ...
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