STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 111
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Ma Galileo rimase fermo nella sua via.
Anche lui aveva i suoi pensieri e le sue ipotesi; ma gli parea che il vero filosofo naturale dovesse lasciare il verisimile, e attenersi a ciò che è incontrastabilmente vero.
E rispondea a Campanella ch'ei non volea «per alcun modo, con cento e più proposizioni apparenti delle cose naturali, screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazione esser vere».
Stavano a fronte la saviezza fiorentina e l'immaginazione napoletana, o, per dir meglio, due culture, la cultura toscana, già chiusa in sè e matura, e veramente positiva, e la cultura meridionale, ancor giovane e speculativa, e in tutta l'impazienza e l'abbondanza della giovanezza.
In Galileo si sente Machiavelli; e in Campanella si sente Bruno.
Vedi la differenza anche nello scrivere.
Chi legge le lettere, i trattati, i dialoghi di Galileo, vi trova subito l'impronta della coltura toscana nella sua maturità, uno stile tutto cosa e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e di ogni maniera, in quella forma diretta e propria, in che è l'ultima perfezione della prosa.
Usa i modi servili del tempo senza servilità, anzi tra' suoi baciamano penetra un'aria di dignità e di semplicità, che lo tiene alto su' suoi protettori.
Non cerca eleganza, nè vezzi, severo e schietto, come uomo intento alla sostanza delle cose, e incurante di ogni lenocinio.
Ma se causa le esagerazioni e gli artifici letterari, non ha la forza di rinnovare quella forma convenzionale, divenuta modello.
Avvolto in quel fraseggiare d'uso, frondoso e monotono, trovi concetti nuovi e arditi in una forma petrificata dall'abitudine, pure eletta, castigata, perspicua, di un perfetto buon gusto.
Al contrario in Bruno e in Campanella la forma è scorretta, rozza, disuguale, senza fisonomia; ma ne' suoi balzi e nelle sue disuguaglianze, viva, mobile, nata dalle cose.
Ivi ti par di avere innanzi un bel lago, anzi che acqua corrente; non una formazione organica e conforme al contenuto, ma una forma già fissata innanzi e riprodotta, spesso priva di movimenti interni, sola esteriorità: qui vedi una lingua ancora mobile e in formazione, con elementi già nuovi e moderni.
Alcune pagine di Bruno sembrano scritte oggi.
Ma saviezza fiorentina e immaginazione napoletana erano del pari sospette a Chiesa e Spagna.
Il libro della natura era libro proibito, e chi vi leggeva era eretico o ateo.
Prima ci capitò Campanella.
Fu a Venezia, a Padova, a Bologna, a Roma, co' suoi manoscritti appresso, e scrivendo sempre per sè e per altri, in verso e in prosa, in latino e in italiano, trattati, orazioni, discorsi, dispute.
A Bologna gli furono rubati i manoscritti.
E che importa? Rifaceva, rinnovava, con una vena inesauribile.
Venuto in sospetto a Roma, torna a Napoli, e va a prender fiato a Stilo sua patria.
Ivi sperava riposo; ma «accadde a me quello che dice Salomone: quando l'uomo avrà finito, allora comincerà; quando riposerà, sarà affaticato».
Ivi cominciarono i suoi guai.
Avvolto in una cospirazione, fu come reo di maestà condotto nelle prigioni di Napoli.
Chiarito innocente di un'accusa, se ne suscitava un'altra, perchè «gl'iniqui non cercavano il delitto, ma farmi comparir delinquente».
- Come sai tu le lettere, se non le imparasti mai? Forse hai addosso il demonio.
- «Ma io - rispose il prigioniero - ho consumato più d'olio che voi di vino.» - Lo si fece autore del libro De tribus impostoribus, Mose, Christo et Mahumed, stampato trent'anni prima ch'ei nascesse.
Fu detto che voleva fondar la repubblica con l'aiuto de' turchi, e che era un eretico, e aveva dottrina pericolosa, e non credeva a Dio.
Invano scrisse Della monarchia, e l'Ateismo vinto, e la Disputa antiluterana.
Fu condannato da Roma e da Spagna, ribelle ed eretico, e tenuto in prigione ventisette anni, sottoposto alla tortura sette volte.
«Mi fur rotte le vene e le arterie; e il cruciato dell'eculeo mi lacerò le ossa..., e la terra bevve dieci libbre del mio sangue...: risanato dopo sei mesi, in una fossa fui seppellito, ove non è nè luce, nè aria, ma fetore e umidità e notte e freddo perpetuo.
»
Dopo dodici anni di tali martìri fa questo triste inventario de' suoi mali:
Sei e sei anni che in pena dispenso
l'afflizion d'ogni senso,
le membra sette volte tormentate,
le bestemmie e le favole de' sciocchi,
il sol negato agli occhi,
i nervi stratti, l'ossa scontinuate,
le polpe lacerate,
i guai dove mi corco,
li ferri, il sangue sparso e il timor crudo
e il cibo poco e sporco.
Fra tanti tormenti scriveva, scriveva sempre, versi e prose.
I tempi si facevano più scuri.
Copernico era uomo piissimo, chiuso ne' suoi studi matematici; era un matematico, non un filosofo, dicea Bruno, che di quel sistema avea saputo fare un così terribile uso col suo ingegno libero e speculativo.
Il sistema era presentato come una pura ipotesi e spiegazione de' fenomeni celesti e naturali, e i filosofi avevano sempre cura di aggiungere: «salva la fede».
Così il libro di Copernico, dedicato a Paolo terzo, fu tenuto innocuo per ottanta anni.
Ma la sua dottrina si diffondeva celeremente, propugnata da Bruno, da Campanella, da Galileo e da Cartesio, che si preparava a farne una dimostrazione matematica.
Il libro di Copernico parve allora cosa eretica, e fu condannato, essendo cosa più facile scomunicare che confutare.
Cartesio pose a dormire la sua dimostrazione.
Il povero Galileo, processato e torturato, dovette confessare che «Terra stat et in aeternum stabit», ancorchè la sua coscienza rispondesse: - Eppur si muove.
- E la sua scrittura sulla mobilità della terra mandò al Granduca con queste parole, ritratto de' tempi:
«Perchè io so quanto convenga obbedire e credere alle determinazioni de' superiori, come quelli che sono scorti da più alte cognizioni, alle quali la bassezza del mio ingegno per se stesso non arriva, reputo questa presente scrittura che gli mando, come quella che è fondata sulla mobilità della terra, ovvero che è uno degli argomenti che io produceva in sostegno di essa mobilità, la reputo, dico, come una poesia, ovvero un sogno, e per tale la riceva l'Altezza Vostra.»
Altrove la chiama una «chimera», un «capriccio matematico», e nasconde la verità, come fosse un delitto o una vergogna.
Di quest'accusa e di questo processo giunse notizia a Tommaso Campanella, e fra' tormenti del carcere scrisse l'apologia di Galileo.
Galileo fu lasciato vivere solitario in Arcetri, già rifugio del Guicciardini, dove i dispiaceri e le malattie prima gli tolsero la vista e poi la vita.
Morì nel 1642, l'anno stesso che nacque Newton.
L'anno dopo Torricelli, suo allievo, trovava il barometro.
Tre anni prima moriva Campanella in Francia dov'erasi rifuggito, e dove potè pubblicare la sua filosofia.
A Galileo chiusero gli occhi i discepoli.
Le sue scoperte ed osservazioni diedero un impulso straordinario alle scienze, e formarono attorno a lui una scuola di filosofi naturali, Castelli, Cavalieri, Torricelli, Borelli, Viviani, illustri non solo per valore scientifico, ma per bontà di scrivere.
Veniva il mondo, di cui erano stati precursori incompresi e perseguitati Alberto Magno e Ruggiero Bacone: Galileo ripigliava la bandiera con miglior fortuna.
E l'Italia, maestra di Europa nelle lettere e nelle arti, aveva ancora il primato nelle scienze positive, o, come dicevasi, nella «filosofia naturale».
Qui venivano ad imparare gli stranieri; qui Copernico imparava il moto della terra, e qui imparava Harvey la circolazione del sangue.
Qui sorgeva l'accademia del Cimento, dove «provando e riprovando» si studiava la natura.
Geografia, astronomia, anatomia, medicina, botanica, ottica, meccanica, geometria, algebra ebbero qui i loro primi cultori e propagatori.
Tra gli scrittori giova mentovare Francesco Redi, in cui fa la sua ultima comparsa il toscano, già finito e chiuso in sè, e Lorenzo Magalotti, di una limpidezza già vicina alla forma moderna.
Altro fu il fato del Campanella.
Come Bruno, è un naturalista, e crede che la filosofia non si possa fondare che su' fatti.
Onde Galileo tirava questa conseguenza, che dunque bisognava prima studiare i fatti.
In tanta scarsezza di fatti naturali, morali, sociali ed economici, in tante lacune delle scienze positive filosofare significava foggiarsi un mondo a modo degli antichi filosofi greci, con l'immaginazione divinatrice, ed avere per risultato l'ipotetico e il probabile, anzi che il certo e il vero.
Questo, pensava Galileo, non è scienza.
Pure è chiaro che una certa idea del mondo l'avevano anche i filosofi naturali, e che quel medesimo porre le fondamenta della scienza sull'osservazione, e tagliarne fuori le credenze e le fantasie, era già mettere in vista un mondo metafisico tutto nuovo, il naturalismo, la natura fatta centro di gravità dello scibile a spese del Dio astratto, o, per parlare secondo quei tempi, Dio fatto visibile e conoscibile nella natura, un Dio intimo e vivo.
Questo era il significato stesso di quel movimento che tirava gli spiriti dalle astrazioni scolastiche alla investigazione de' fatti naturali; e Bruno e Campanella non fecero che dare a quel movimento la sua coscienza metafisica e fondarvi sopra tutta una filosofia.
Se necessario fu Galileo, non fu meno necessario Bruno e Campanella.
Un nuovo mondo si formava, una nuova filosofia era in vista all'orizzonte con lineamenti abbozzati appena e vacillanti.
Era quella sintesi poetica e provvisoria, preludio della scienza, il presentimento e la divinazione dell'ultima sintesi, risultato di una lunga analisi, e corona della scienza.
Quella prima sintesi te la dànno Bruno e Campanella, appassionatissimi degli antichi filosofi greci, a cui rassomigliavano.
È una sintesi inorganica e contraddittoria.
E la contraddizione è ancora più accentuata in Campanella che in Bruno.
Trovi in lui scienze occulte e scienze positive, soprannaturale e naturale, medio evo e Rinascimento, tradizione e ribellione, assolutismo e libertà, cattolicismo e razionalismo, e mentre combatte, come Bruno, le credenze e le fantasie, nessuno più di lui dommatizza e fantastica.
Pongono in opera tutto quel materiale che hanno innanzi, mancando ancora quel lavoro di eliminazione e di analisi, senza il quale è impossibile la composizione.
Hanno fede nell'ingegno, e si mettono all'opera con l'ardore di una speciale vocazione, si sentono attirati da una forza fatale verso quelle alte regioni, verso l'infinito o il divino, a rischio di perdervisi.
Ciò che ispira a Bruno, o all'anonimo autore, questo sublime sonetto:
Poi che spiegate ho l'ali al bel desio
quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo
più le veloci penne all'aria porgo,
e spregio il mondo e verso il ciel m'invio.
Nè del figliuol di Dedalo il fin rio
fa che giù pieghi, anzi via più risorgo:
ch'i' cadrò morto a terra, ben mi accorgo;
ma qual vita pareggia al viver mio?
La voce del mio cor per l'aria sento:
- Ove mi porti, temerario? China,
chè raro è senza duol troppo ardimento.
- Non temer - rispond'io - l'alta ruina:
fendi sicur le nubi, e muor' contento,
se il ciel si illustre morte ne destina.
-
Anche Campanella è poeta, e si sente la stessa vocazione.
Si chiama «luce tra l'universale ignoranza», «fabbro di un mondo nuovo», «Prometeo che rapisce il fuoco sacro a Giove»:
Con vanni in terra oppressi al ciel men' volo
in mesta carne d'animo giocondo;
e se talor m'abbassa il grave pondo,
l'ale pur m'alzan sopra il duro suolo.
Campanella avea vivo il sentimento di un mondo nuovo che si andava formando, e ci vedea in fondo, ultimo termine, una rediviva età dell'oro, l'attuazione del divino sulla terra, il regno di Dio, invocato nel «paternostro», quel mondo della pace e della giustizia appresso al quale sospirava Dante e molti nobili intelletti Bruno rimane nelle generalità metafisiche.
Campanella abbraccia l'universo nelle sue più varie apparizioni, e ti delinea tutto quel mondo ideale, di cui spera l'effettuazione.
Nel suo sistema trovi complicati e combinati senza intima fusione tutti gl'indirizzi percorsi dalla moderna filosofia.
Il punto di partenza è la coscienza di sè, «io, che penso, sono», divenuto la base del sistema cartesiano.
Questa è la sola cognizione innata, occulta: tutto il resto è cognizione acquisita per mezzo de' sensi.
Qui si sviluppa il sensismo di Telesio non solo come metodo, ma come contenuto.
Tutte le cose sono animate; il mondo stesso è «animal grande e perfetto».
In ciascuna cosa è la divina Trinità, i tre princìpi o «primalità», com'egli dice, potenza, sapienza e amore.
Ciascuna cosa che è, può essere: ama il suo essere, e lo ama perchè lo conosce, ne ha una certa notizia.
Perciò tutte le cose hanno senso.
Lo spirito stesso è carne.
L'animale pensa come l'uomo; ha fino la facoltà dell'universale.
Ci si vede in germe Locke e tutto il sensismo moderno.
Ma ci è una facoltà propria dell'uomo, e negata all'animale, il sentimento religioso.
Perciò, quando il corpo è formato, vi entra l'anima, che esce «fanciulla dalle mani di Dio», come dice Dante.
L'anima è la facoltà del divino, o, come si direbbe oggi, dell'assoluto.
Ella ti dà la contemplazione di Dio.
Non è ragione o dialettica questa facoltà dell'assoluto, e nemmeno discorso o processo intellettivo (ciò che entra nella mente o visione di Bruno) ma è intuito, estasi, fede, un ponte fatto alla rivelazione e alla teologia, uno studio di conciliazione tra il medio evo e il mondo moderno.
Qui vedi spuntare la moderna filosofia dell'assoluto nel suo doppio indirizzo, razionalista e neocattolico.
Tutte le idee e tutti gl'indirizzi, che anche oggi agitano le coscienze, fermentano nel suo cervello.
Come Bruno, Campanella non ha il senso del reale e del naturale; e neppure ha il senso psicologico, ancorchè parli spesso di coscienza e di esperienza, e le faccia basi del suo filosofare.
Aveva al contrario quella seconda vista propria degli uomini superiori, facoltà da lui non scrutata, non compresa e non disciplinata, ch'egli confonde con l'estasi e col puro intuito, e che lo gitta in braccio alla teologia, al soprannaturale e alle scienze occulte.
Cerca una conciliazione tra' due uomini che pugnavano in lui, l'uomo di Telesio e l'uomo di san Tommaso, e vi logora le sue forze, senza riuscire ad altro che a mettere in maggior lume la contraddizione.
Perciò il suo metodo rimane scolastico, cumulo di argomenti astratti, e la sua filosofia partendo da Telesio riesce a san Tommaso.
Attendendo da Galileo la costruzione del mondo, provvisoriamente crede all'astrologia e alla magia, e oggi gli spiritisti e i magnetisti lo chiamano loro precursore.
Nelle applicazioni hai lo stesso uomo.
Il mondo è atto della volontà di Dio: atto conforme al disegno o all'idea del mondo preordinato nella sua mente, perciò conforme alla ragione.
Dio dunque governa il mondo, e per esso il papa che lo rappresenta in terra, e il cui braccio è l'imperatore.
Qui siamo con san Tommaso nel più puro medio evo, ancora più indietro di Dante e di Machiavelli, perchè l'elemento laico è sottoposto all'ecclesiastico.
E si concepisce come il nostro filosofo se la prenda fra tutti col Machiavelli, uomo «senz'alcuna specie di scienza e di filosofia, semplice storico o empirico», che voleva fare della religione uno strumento dello Stato.
Ma Campanella non si accorge ch'egli è più Machiavelli del Machiavelli, perchè nessuno ha spinto così avanti l'annichilamento dell'individuo e l'onnipotenza dello Stato nella sua doppia forma, ecclesiastica e laica.
In quel tempo che la monarchia assoluta si sviluppava nella Spagna e nella Francia col favore e l'appoggio del papato, egli era la voce dell'assolutismo europeo, e ci mettea una sola condizione: che quell'assolutismo fosse il potere esecutivo del papa, il braccio del papato.
Hai il vecchio quadro del medio evo, con tinte ancora più decise.
Egli dice a Filippo: - I re sieno tuoi sudditi, e la terra sia tua, a patto che tu sii veramente «il cattolico», primo suddito della Chiesa.
- Questa è la carta di alleanza fra il trono e l'altare.
L'Italia ha perduto l'imperio del mondo, nè ci si può più pensare, perchè il passato non torna più; ma l'Italia si consolerà, perchè ha nel suo seno il papato, e per esso dominerà ancora il mondo.
Che cosa è l'individuo in questo sistema? Nulla.
Egli ha doveri, non ha dritti.
Non ha il dritto di scegliersi la sua donna, di crearsi la sua proprietà, di educare ed istruire la sua prole, di mangiare, di dormire, di vivere a suo gusto, di esaminare, discutere, accettare o rigettare: non può dire: - Questo è mio -; e non può dire: - No.
- Il dritto è nella società, e per essa nel papa e nell'imperatore.
Hai per risultato il comunismo, l'assolutismo della società e l'ubbidienza passiva dell'individuo.
Il comunismo è in fondo a tutte queste teorie di monarchia universale e assoluta, di dritto divino, e Campanella va sino in fondo.
Il che sempre avviene quando l'unità è posta fuori dell'umanità in una volontà a lei estrinseca, e quando l'unità rimane astratta, e tiene non in sè, ma dirimpetto a sè il vario e il molteplice.
In questa unità va a naufragare ogni particolare, l'individuo, la famiglia, la nazione.
Or questa è la filosofia sua, questa è la sua «città del sole», la sua rediviva età dell'oro.
Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo.
Perchè Campanella è un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perchè la ragione governa il mondo.
Dio è il Senno eterno; il sovrano dee essere anche lui il sapientissimo di tutti.
Non è re chi regge, ma chi più sa.
Il vero sovrano è la scienza.
E l'obbiettivo della scienza è il progresso e il miglioramento dell'uomo.
Si maraviglia come si studi a migliorare la razza cavallina o bovina, e si lasci al caso e al capriccio individuale la razza umana.
Egli ha fede nel miglioramento non solo morale, ma fisico dell'uomo, per mezzo della scienza, applicata da un governo intelligente e paterno.
E suggerisce provvedimenti sociali, politici, etici, economici, che sono un primo schizzo di scienza sociale nelle sue varie diramazioni ancora confuse, guidato da una rettitudine e buon senso naturale, con uno sguardo delle cose non nella loro degenerazione, «come fecero Aristotile e Machiavelli», ma nella loro origine e purezza natia, «come fecero Platone e gli stoici».
E balzan fuori idee, utopie, ipotesi, speranze, aforismi, che sono in parte veri presentimenti e divinazioni del mondo nuovo.
Con tante novità in capo, la società in mezzo a cui si trovava non gli dovea parere una bella cosa.
Accetta le istituzioni, ma a patto che le si trasformino e diventino istrumento di rigenerazione.
Vuole un papato ed un monarcato progressista; ed è chiaro che a Filippo di Spagna poco garbasse trar di prigione un così pericoloso alleato, un nuovo marchese di Posa.
Accanto alla sua ricostruzione ci è dunque un elemento negativo, una critica della società, com'era costituita.
Il suo punto di mira sono sofisti, ipocriti e tiranni, come contraffattori e falsificatori delle tre primalità, sapienza, amore e potenza, «di tre dive eminenze falsatori»:
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
tirannide, sofismi, ipocrisia...
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d'ignoranza, radice e fomento hanno:
dunque a diveller l'ignoranza io vegno.
Dal qual concetto nasce un magnifico sonetto sulla storia del mondo, foggiata dall'amor proprio:
Credulo il proprio amor fe' l'uom pensare
non aver gli elementi nè le stelle
(benchè fusser di noi più forti e belle)
senso ed amor, ma sol per noi girare:
poi tutte genti barbare ed ignare,
fuor che la nostra, e Dio non mirar quelle:
poi il restringemmo a que' di nostre celle;
sè solo alfine ognun venne ad amare,
e per non travagliarsi il saper schiva;
poi visto il mondo a' suoi voti diverso,
nega la provvidenza, o che Dio viva.
Qui stima senno le astuzie: e perverso,
per dominar fa nuovi dèi, poi arriva
a predicarsi autor dell'universo.
Se tutt'i mali sono frutto dell'ignoranza, si comprende il suo entusiasmo per la scienza e per la sua missione.
Il savio è invitto, perchè vince, anche se tu l'uccidi:
S'e' vive, perdi, e s'ei muore, esce un lampo
di deità dal corpo per te scisso,
che le tenebre tue non han più scampo.
I guai più spandono suo nome e gloria, e ucciso è adorato per santo; nè è sventura eh'ei sia nato di vil progenie e patria, perchè illustra egli le sue sorti.
Più è calpesto, e più s'innalza:
E il fuoco più soffiato, più s'accende:
poi vola in alto e di stelle s'infiora.
La sua vita è antica quanto il mondo:
Ben seimila anni in tutto 'l mondo io vissi:
fede ne fan le istorie delle genti,
ch'io manifesto agli uomini presenti
co' libri filosofici ch'io scrissi.
Il mondo è un teatro, dove le anime mascherate de' corpi
di scena in scena van, di coro in coro,
si veston di letizia e di martoro,
dal comico fatal libro ordinate.
In questa commedia universale l'uomo spesso segue più il caso che la ragione:
chè gli empi spesso fur canonizzati,
gli santi uccisi, ed i peggior tra noi
principi finti contro i veri armati.
Principi veri sono i savi:
Neron fu re per sorte in apparenza,
Socrate per natura in veritate...
Non nasce l'uom con la corona in testa,
come il re delle bestie...
E se non fossero i savi, che sarebbe il mondo?
Se a' lupi i savi, che 'l mondo riprende,
fosser d'accordo, e' tutto bestia fòra.
La vera nobiltà nasce non dal sangue e non dalla ricchezza:
In noi dal senno e dal valor riceve
esser la nobiltade, e frutta e cresce
col bene oprare...
Il savio è re, è nobile; il savio è libero.
La plebe è serva per la sua ignoranza:
Il popolo è una bestia varia e grossa
che ignora le sue forze...
Tutto è suo, quanto sta fra cielo e terra:
ma nol conosce; e se qualche persona
di ciò l'avvisa, e' l'uccide ed atterra.
Quest'apoteosi della scienza è congiunta con un vivo sentimento del divino, anzi la scienza non è che il divino, il senno eterno, che comunica alla natura i suoi attributi o primalità, la potenza, la sapienza e la bontà, della quale segno esteriore è la bellezza.
Tale era la natura nell'età dell'oro, e tale ritornerà:
Se fu nel mondo l'aurea età felice,
ben essere potrà più ch'una volta;
chè si ravviva ogni cosa sepolta,
tornando il giro ov'ebbe la radice...
Se in fatti di mio e tuo sia il mondo privo
nell'util, nel giocondo e nell'onesto,
cangiarsi in paradiso il veggo e scrivo;
e 'l cieco amore in occhiuto e modesto,
l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,
e 'n fratellanza l'imperio funesto.
Base dell'età dell'oro è la fratellanza e uguaglianza umana, l'amor comune sostituito all'amor proprio:
...
chi all'amor del comun Padre ascende,
tutti gli uomini stima per fratelli,
e con Dio di lor beni gioia prende.
Buon Francesco, che i pesci anche e gli uccelli
«frati appelli»; oh beato chi ciò intende!
È ciò che direbbesi oggi «democrazia cristiana», un ritorno alla Chiesa primitiva di Lino e di Callisto, a' puri tempi evangelici, vagheggiati da Dante e da Campanella, quando si mangiava in carità, e non ci era ricco nè povero, non mio e tuo.
Avvezzo a guardare le cose nella loro origine e non nella loro degenerazione, il sogno di Campanella è che il mondo «nel suo giro torni là ov'ebbe radice».
Il progresso è la ristaurazione del buon tempo antico.
Bruno spregia l'età dell'oro, stato d'innocenza, alla quale contrappone la virtù.
Innocenza è ignoranza, virtù è sapienza.
Ed è sapienza non infusa e comunicata dal di fuori, ma prodotto della libera attività individuale.
In questo sistema la libertà è sostanziale; l'ideale è il progresso per mezzo della libertà.
In questi due grandi italiani spuntano già le due vie dello spirito moderno, vedi il razionalista e il neocattolico.
L'uno volge le spalle al passato, l'altro cerca di trasformarlo e farsene leva per il progresso
Attendendo l'età dell'oro, Campanella vede il mondo nella sua degenerazione, grazie a' tiranni, a' sofisti e agl'ipocriti.
Tra' sofisti pone i poeti, seminatori di menzogne:
In superbia il valor, la santitate
passò in ipocrisia, le gentilezze
in cerimonie, e 'l senno in sottigliezze,
l'amor in zelo, e 'n liscio la beltate,
mercè vostra, poeti, che cantate
finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze,
non le virtù, gli arcani e le grandezze
di Dio, come facea la prisca etate.
Altrove li rampogna che, in luogo di cantare Colombo e gli alti fatti moderni, stieno impaludati nelle favole antiche.
Nè gli è caro che sciupino l'ingegno in argomenti futili.
Bellezza è segno del bene: bella ogni cosa è dove serve e quando, e brutta dov'è inutile, o mal serve, e più s'annoia:
Il bianco, che del nero è ognor più bello,
più brutto è nel capello...
pur bello appar, se prudenza rassembra.
Belle in Socrate son le strane membra,
note d'ingegno nuovo; ma in Aglauro
sarian laide: e negli occhi il color giallo,
di morbo indicio, e brutto, è bel nell'auro,
ch'ivi dinota finezza, e non fallo.
Ci s'intravvede la nuova critica, che richiama gli spiriti dalle forme alle sostanze, dalle parole alle cose, dal di fuori al di dentro.
Di che esempio è lui stesso, che scrive cose nuove e alte nel più assoluto disprezzo della forma.
La sua poesia nervosa, rilevata, succosa, e insieme rozza e aspra, è l'antitesi di quella letteratura vuota, sofistica, e leziosa, venuta su col Marino.
Campanella scrisse infiniti volumi, e de omnibus rebus.
Nessuna parte dello scibile gli è ignota, scienze occulte e naturali, teologia, metafisica, astronomia, fisica, fisiologia.
È un primo schizzo di enciclopedia, un primo albero della scienza.
Dovunque fissa lo sguardo, vede o intravede cose nuove.
Notabile è soprattutto l'interesse che prende per l'educazione e il benessere del popolo.
La scienza fino allora è stata aristocratica, religiosa e politica, rimasta nelle alte cime, più intenta al meccanismo sociale che al miglioramento dell'uomo.
In lui si vede accentuata questa tendenza, che i mutamenti politici sono vani, se non hanno per base l'istruzione e la felicità delle classi più numerose.
A questo scopo si riferiscono i suoi più bei concetti: la riforma delle imposte, sì che non gravassero principalmente sugli artigiani e i villani, toccando appena i cittadini o borghesi, e niente i nobili; l'imposta sul lusso e su' piaceri; i ricoveri per gli invalidi; gli asili per le figliuole de' soldati; i prestiti gratuiti a' poveri sopra pegni, le banche popolari, gli impieghi accessibili a tutti, un codice uniforme, l'uniformità delle monete, l'incoraggiamento delle industrie nazionali, «più proficue che le miniere».
Lasciare le discussioni astratte, le sottigliezze teologiche, malattia del tempo, e volgersi alla storia, alla geografia, allo studio del reale per migliorare le condizioni sociali, questa è l'ultima parola di Campanella.
La prima opera del filosofo, egli dice, è comporre la storia de' fatti.
Ci è già la nuova società che si andava formando sulle rovine del regime feudale.
Ci è tutto un rinnovamento sociale, accompagnato, quanto a' suoi procedimenti, da questo motto profondo: che i moti umani durevoli «son fatti prima dalla lingua e poi dalla spada»; o, in altri termini, che la forza non può fondare niente di durevole, quando non sia preceduta e accompagnata dal pensiero.
Ugual soffio spirava da Venezia.
Centro già di lettere e di coltura con Pietro Bembo, ora diveniva il centro italiano del libero pensiero.
Celebre era la scuola materialista di Padova.
La stessa indipendenza si sviluppava in materia politica.
Di là all'Italia serva giungevano i liberi accenti di Paolo Paruta.
Dal Machiavelli in poi pullulavano scritti politici sotto i nomi di Tesoro politico, Principe regnante, Segretario, Chiave del gabinetto, Ambasciatore, Ragion di Stato, guazzabuglio di luoghi comuni e di erudizione indigesta.
I fatti più tristi vi sono giustificati, la notte di san Bartolomeo e le stragi del duca d'Alba.
Il che non toglie che tutti non se la prendano col Machiavelli, accusandolo e insieme rubandogli i concetti.
Fra gli altri è degno di nota il Botero nella sua Ragion di Stato, dove combatte il Machiavelli, e segue i suoi precetti, applicandoli contro i novatori e gli eretici.
Quel libro è il codice de' conservatori.
A lui sembra che tutto sta benissimo come sta, e che non rimane che a prender guardia contro le novità: «bonum est sic esse».
Nacque nel 1540, lo stesso anno che nasceva Paolo Paruta, il più vicino di spirito e di senno a Nicolò Machiavelli.
Mentre l'Italia sonnacchiava tra l'assolutismo papale e spagnuolo, e si fondavano in Europa le monarchie assolute, lo storico veneto scriveva che «tolta la libertà, ogni altro bene è per nulla, anzi la stessa virtù si rimane oziosa e di poco pregio»; che il vero monarca è la legge; e che «chi commette il governo della città alla legge, lo raccomanda ad un Dio; chi lo dà in mano all'uomo, lo lascia in potere di una fiera bestia».
«Nascere e vivere in città libera», è per lui l'ideale della felicità.
Ne' suoi Discorsi politici trovi il successore di Machiavelli e il precursore di Montesquieu, il senso pratico veneziano e l'acume fiorentino.
Il sentimento politico era in lui contrastato dal sentimento religioso.
Il dispotismo papale e spagnuolo, base della restaurazione cattolica, parevagli minaccioso alla libertà veneziana, e non guardava senza speranza nel moto germanico, dove gli pareva di trovare il contrappeso.
La contraddizione era più profonda nella sua intelligenza, dove ragione e fede contendevano senza possibilità di conciliazione.
Nel suo Soliloquio s'intravedono quegli strazi interiori, che amareggiarono ancora i primi anni del Tasso.
La qual contraddizione non risoluta lo tiene in una certa mezzanità di spirito, e gli toglie quella fisonomia di originalità e di sicurezza, propria degli uomini nuovi.
Non altre erano le condizioni morali dello spirito veneto in quel tempo di transizione.
Erano buoni cattolici, ma gelosi della loro libertà, avversi alla Curia e soprattutto a' gesuiti, già temuti per la loro abile ingerenza nelle faccende politiche, nè erano disposti a tener vangelo tutte le massime della Chiesa, specialmente in fatto di disciplina.
Con queste disposizioni gli animi doveano essere accessibili alle dottrine della Riforma, nè senza speranza i luterani aveano scelto Venezia come loro base di operazione per la diffusione dello scisma in Italia.
Sorsero molti opuscoli e trattati in favore e contro; nè le dispute religiose poterono esser frenate dall'Inquisizione, che in città così difficile procedea mite e rispettiva.
Alle contensioni religiose si mescolavano contenzioni di giurisdizione tra il governo e il papa, per le quali non dubitò Paolo V di fulminare l'interdetto su tutta la città, che sortì un effetto contrario al suo intento, rese ancora più viva e più tenace la lotta.
Il personaggio, intorno a cui si raccoglie tutto questo movimento, è Paolo Sarpi, l'amico di Galileo e di Giambattista Porta, e della stessa scuola.
Teologo, filosofo e canonista sommo, non era meno versato nelle discipline naturali, fisica, astronomia, architettura, geometria, algebra, meccanica, anatomia; a lui si attribuisce la scoperta della circolazione del sangue.
Mescolato nella vita attiva, non specula, come Bruno e Campanella, e non inventa, come il Galileo, ma scende nella lotta tutto armato, e mette le sue cognizioni in servigio del suo patriottismo.
Sceglie le sue armi con la sagacia dell'uomo politico, anzi che con la passione del filosofo e del riformatore; perchè il suo scopo non è puramente filosofico o scientifico, ma è pratico, indirizzato a raggiungere certi effetti.
Mira a interessare nella lotta i principi, come facevano i protestanti, sostenendo la loro indipendenza verso il potere ecclesiastico.
Continuando Dante e Machiavelli, nega al papa ogni potestà su' principi, e vuole al contrario ricondurre i chierici sotto il dritto comune, non altrimenti che semplici cittadini.
Emancipare lo Stato, secolarizzarlo, assicurargli la sua libertà dirimpetto alla corte di Roma, questo era un terreno comune, dove spesso s'incontravano principi e riformatori.
Paolo Sarpi ebbe il buon senso di mantenervisi, con una chiarezza e fermezza di scopo assai rara in scrittore italiano.
D'ingegno sveltissimo e di amplissima coltura, non lascia tralucere delle sue idee se non quello solo che può avere un effetto pratico a quel tempo e in quella società, usando una moderazione di concetti e di forme più terribile che non l'aperta violenza.
Taglia nel vivo con un'aria d'ingenuità e di semplicità, come chi ti faccia una carezza.
Cinque volte si tentò di ammazzarlo; e all'ultima, colpito dal ferro assassino, esclamò: - Conosco lo stile della romana curia.
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La sua Storia del Concilio di Trento è il lavoro più serio che siasi allora fatto in Italia.
Quel concilio era la base della restaurazione cattolica, o piuttosto reazione, e delle pretese della corte romana.
Vi fu consacrato il potere assoluto del papa e la sua supremazia sul potere laicale.
Ivi aveano radice i diritti giurisdizionali, che curia e gesuiti cercavano di far valere negli Stati, concitando contro di sè non solo i protestanti, ma i principi cattolici.
Era il medio evo rammodernato nella superficie, di apparenze più corrette e meno rozze.
Scrivere la storia di quel concilio, e dimostrare la sua mondanità, cioè a dire i fini, le passioni e gl'interessi mondani, che resero possibili quei decreti, e prevalenti le opinioni estreme e violente, era un attaccare il male nella sua base.
A questa impresa si accinse il Sarpi.
E se la passione politica fosse in lui soprabbondata, tirandolo a violenza d'idee e di espressioni, e a volontarie alterazioni e mutilazioni di fatti, il suo scopo sarebbe mancato.
La sua forza è nella sua moderazione e nella sua sincerità.
Nè questo egli fa solo per sagacia di uomo politico, ma per naturale probità e per serietà di storico e letterato.
La storia nelle sue mani non è solo un istrumento politico: è un sacro ufficio, che egli non sa prostituire alle passioni contemporanee, e al quale si prepara con ogni maniera di studi e d'investigazioni.
E qui è l'interesse di questo libro.
Ha voluto scrivere una storia imparziale con sincerità e gravità di storico, e riesce parzialissimo, perchè l'uomo con le sue passioni, con le sue simpatie e antipatie, co' suoi fini politici, con le sue opinioni traspare da ogni parte e si fa valere.
La parzialità non è volontaria, e non è nella materialità de' fatti, ma è nello spirito nuovo che vi penetra, non solo nella sua generalità dottrinale, ma nelle sue più concrete determinazioni politiche ed etiche.
Non ci è autorità che tenga; Sarpi studia tutto, sente tutti; ma decide lui.
L'autorità legittima è nella sua ragione.
Il suo ideale è la Chiesa primitiva e evangelica, sgombra di ogni temporalità, e non di altro sollecita che d'interessi spirituali.
Condanna soprattutto la gerarchia, «nata di ambizione papale e d'ignoranza de' principi».
Nè per questo fra Paolo si crede men cattolico del papa, anzi è lui che vuole una vera restaurazione cattolica, riconducendo la religione nella prisca sincerità e bontà, e rendendo possibile quella conciliazione fra tutte le confessioni, che dovea essere procurata, e fu impedita dal Concilio.
Perciò chiama il Concilio l'«Iliade del secolo» per i mali effetti che ne uscirono, e la sua opera giudica non una riforma, ma una «difformazione».
Qual era la riforma da lui desiderata, traspare da' concetti che attribuisce a quel buon papa di Adriano sesto, «uomo germano, e pertanto sincero, che non trattava con arti e per fini occulti», il quale confessava il male esser nato dagli abusi e dalle usurpazioni della monarchia romana, e prometteva piena riforma, «quando anche avesse dovuto ridursi senza alcun dominio temporale, e anco alla vita apostolica».
Grande è in questo libro l'armonia tra il contenuto e la forma.
Il concetto fondamentale del contenuto è questo, che come la verità è nella sostanza delle cose, non nei loro accidenti e apparenze, così la religione ha la sua essenza nella bontà delle opere, e non nella osservanza delle forme o nelle concessioni e grazie pontificie, e parimente non è la diligente narrazione de' peccati, ma il proposito di mutar vita, che assicura efficacia alla confessione.
Questo è lo stesso concetto dello spirito nuovo, che, già adulto, dalla moltiplicità delle forme e degli accidenti saliva all'unità e alla sostanza delle cose.
È lo spirito che animava Machiavelli, Bruno, Campanella e Galileo e Sarpi, e che in questa Storia penetra anche nella forma letteraria.
Perchè qui la forma non è niente per sè, e non è altro che la cosa stessa, liberata da ogni elemento fantastico e rettorico, è il positivo e il reale, proprio l'opposto della letteratura in voga.
Il Pallavicino, che per commissione della Curia scrisse una storia del Concilio in confutazione di questa, dice: «Il fuoco delle ribellioni non si smorza se non o col gielo del terrore o con la pioggia del sangue».
Dice cosa gravissima con lo spirito distratto dalla forma, cercando metafore.
Qui la forma non è espressione, ma ostacolo; nè da questi lisci può venire la grave impressione che pur dee fare sullo spirito un pensiero così feroce, base dell'Inquisizione.
Sarpi fa dire il medesimo a papa Adriano; nella forma vi penetra una energia e una precisione di colorito, che ti rende la cosa nella sua crudeltà e insieme nella sua ragionevolezza.
Ci è la cosa come sentimento e come idea.
«Se non potranno con le dolcezze - dice Adriano a' principi tedeschi - ridur Martino e i suoi seguaci nella dritta via, vengano a' rimedi aspri e di fuoco, per risecare dal corpo i membri morti.»
Si vede nel Pallavicino la vanità della forma nella indifferenza del contenuto; si vede nel Sarpi l'importanza del contenuto nella indifferenza della forma, una forma che è il contenuto stesso nel suo significato e nella sua impressione.
Trovi in lui una elevatezza d'ingegno, che gli fa spregiare i lenocini e gli artifizi letterari, una viva preoccupazione delle cose, una chiarezza intellettiva accompagnata con un vigore straordinario d'analisi, e quel senso della misura e del reale che lo tien sempre nel vivo e nel vero.
Aggiungi l'assoluta padronanza della materia, la conoscenza de' più intimi secreti del cuore umano, la chiara intuizione del suo secolo e della società in mezzo a cui viveva ne' suoi umori, nelle sue tendenze e ne' suoi interessi, e si può comprendere come sia venuta fuori una prosa così seria e così positiva.
L'attenzione volta al di dentro, e non curante della superficie, ti forma un'ossatura solida, una viva logica, maravigliosa per precisione e rilievo, ma scabra e ruvida.
Manca a questa prosa quell'ultima finitezza, che viene dalla grazia, dalla eleganza, dalle qualità musicali.
È il difetto della sua qualità più spiccato in lui, non toscano e con l'orecchio educato più alla gravità latina che alla sveltezza del dialetto natio.
Machiavelli, Bruno, Campanella, Galileo, Sarpi non erano esseri solitari.
Erano il risultato de' tempi nuovi, gli astri maggiori, intorno a cui si movevano schiere di uomini liberi, animati dallo stesso spirito.
Cosa volevano? Cercare l'essere dietro il parere, come dicea Machiavelli; cercare lo spirito attraverso alle forme, come dicea la Riforma; cercare il reale e il positivo, e non ne' libri, ma nello studio diretto delle cose, come dicea Galileo; o, come diceano Bruno e Campanella, cercare l'uno attraverso il molteplice, cercare il divino nella natura.
Sono formole diverse di uno stesso concetto.
Riformati e filosofi nelle loro tendenze s'incontravano su di un terreno comune.
Camminavano con disugual passo; molti erano innanzi troppo; altri restavano a mezza via; ma per tutti la via era quella.
Volevano squarciar le forme addensate dalla superstizione e dalla fantasia e fatte venerabili, e guardare le cose svelate nella loro sostanza o realtà, guardarle col proprio sguardo, col lume naturale.
La lotta contro Aristotile e gli scolastici, contro le forme e le dottrine ecclesiastiche, contro le «intrusioni umane» nella Chiesa, contro i simboli, le fantasie, i dogmi, il soprannaturale, era il lato negativo di questo movimento.
Lato positivo era il reale, come metodo e come contenuto: l'uomo e la natura studiati direttamente dall'intelletto, prendendo per base l'esperienza e l'osservazione.
Paolo Sarpi trasportava la lotta dalle generalità filosofiche in mezzo agl'interessi, dove potea aver favorevoli i principi e i popoli: perciò fu più temuto, ed ebbe più influenza.
Se la ristaurazione cattolica fosse stata vera e ragionevole restaurazione, cioè a dire conciliazione, come volea il Sarpi, e come fantasticava il Campanella, si sarebbe assimilato il nuovo in ciò che era pratico e compatibile.
Ma la storia non si fa co' «se», nè col senno di poi.
Il movimento era ancora nella sua forma istintiva, nel suo stato violento e contraddittorio.
D'altra parte la Chiesa più che da sentimenti e convinzioni religiose era mossa da interessi mondani e da passioni politiche.
Perciò la restaurazione si chiarì un'aperta reazione.
Nessuno di queste condizioni morbose ha avuto una intelligenza più chiara che Paolo Sarpi.
Ecco alcuni brani delle sue pitture:
«Le pene canoniche erano andate in disuso, perchè, mancato il fervore antico, non si potevano più sopportare...
Il presente secolo non era simile a' passati, ne' quali tutte le deliberazioni della Chiesa erano ricevute senza pensarci più oltre, là dove nel presente ognuno vuol farsi giudice ed esaminar le ragioni...
Il rimedio è appropriato al male, ma supera le forze del corpo infermo, ed in luogo di guarirlo sarebbe per condurlo a morte e pensando di riacquistar la Germania, farebbe perdere l'Italia, ed alienare quella maggiormente.»
Così parlava il cardinale Pucci, per dissuadere Adriano sesto, che voleva a forza di pene canoniche sradicare le idee nuove, e ricondurre
«l'aureo secolo della Chiesa primitiva, nel quale i prelati avevano assoluto governo sopra i fedeli, non per altro se non perchè erano tenuti in continuo esercizio colle penitenze; dove ne' tempi che corrono, fatti oziosi, vogliono scuotersi dall'ubbidienza».
Del qual parere era anche il cardinale fra Tommaso da Gaeta, a cui il Sarpi fa dire:
«Il popolo germanico, che sepolto nell'ozio presta orecchio a Martino che predica la libertà cristiana, se fosse con penitenze tenuto in freno, non penserebbe a questa novità.»
Oltre a questo rimedio delle penitenze, il buono Adriano voleva una seria riforma, quando anche dovesse lasciare il potere temporale.
Ma contro gli ragiona il cardinale Soderino in questo modo:
«Non esservi speranza di confondere ed estirpare i luterani colla correzione de' costumi della Corte; anzi questo essere un mezzo di aumentare a loro molto più il credito.
Imperocchè la plebe, che sempre giudica dagli eventi, quando per l'emenda seguita resterà certificata che con ragione il governo pontificio era ripreso in qualche parte, si persuaderà facilmente che anco le altre novità proposte abbiano buoni fondamenti...
In tutte le cose umane avviene che il ricevere soddisfazione in alcune richieste dà pretensione di procacciarne altre e di stimare che sieno dovute.
Nissuna cosa far perire un governo maggiormente che il mutare i modi di reggerlo; l'aprire vie nuove e non usate essere un esporsi a gravi pericoli, e sicurissima cosa essere camminare per li vestigi de' santi pontefici.
Nissuno avere mai estinto l'eresie con le riforme, ma con le crociate e con eccitare i prencipi e popoli all'estirpazione di quelle.»
Quel bravo cardinale ammette che ci è del cattivo; ma non bisogna toccarvi, per non dar ragione agli avversari.
E all'ultimo riserba il più prezioso, la ragione più efficace:
«Nissuna riforma potersi fare, la quale non diminuisca notabilmente l'entrate ecclesiastiche; le quali avendo quattro fonti, uno temporale, le rendite dello Stato ecclesiastico, gli altri spirituali, le indulgenze, le dispense e la collazione de' beneficii, non si può otturare alcuno di questi che le entrate non restino troncate in un quarto.»
Adriano conchiuse che farebbe le riforme passo a passo: il qual sistema moderato non piacque a' tedeschi, i quali rispondevano motteggiando che da un passo all'altro sarebbe corso un secolo.
Si può immaginare quale impressione dovessero fare su' contemporanei queste rivelazioni di Paolo Sarpi, che metteva in tanta evidenza i motivi mondani e politici della ristaurazione cattolica.
La quale, essendo aperta reazione, fondavasi sopra idee e tendenze affatto opposte alle altre.
Questi proclamavano l'indipendenza e la forza della ragione, quelli la sua incompetenza e la sua debolezza.
Questi celebravano la coltura e la scienza, quelli stavano con la pura fede, co' poveri di spirito e con i semplici di cuore.
Gli uni si fondavano sull'esperienza e sull'osservazione; gli altri sulla rivelazione e sull'autorità di Aristotile, degli scolastici, de' santi Padri e de' dottori.
Gli uni facevano centro de' loro studi la natura e l'uomo; gli altri sottilizzavano sugli attributi di Dio, sulla predestinazione e sulla grazia.
Gli uni volevano togliere alla Chiesa ogni temporalità, e semplicizzare le forme ed il culto; gli altri volevano mantenere inviolate tutte le forme, anche le assurde e le grottesche, e non che rinunziare al temporale, ma volevano dilatare la loro ingerenza e il loro dominio, prendendo a base il potere assoluto del papa e la sua supremazia anche nelle cose temporali.
Fin d'allora valse il motto: «Aut sint ut sunt, aut non sint»; o vivere così, o morire.
Questa reazione così cieca sarebbe durata poco, se non fosse stata sorretta dalla tenace abilità de' gesuiti, la milizia del papa.
I quali, doma l'aperta ribellione co' terrori dell'Inquisizione, vollero guadagnare alla restaurazione anche le volontà e le coscienze, mostrando in questo assunto una conoscenza degli uomini e del secolo e un'arte di governo, che li resero degni continuatori della politica medicea.
Persuasi che governa il mondo chi più sa, coltivarono gli studi e si sforzarono di mantenere il primato del clero nella coltura.
Non potendo estirpare in tutto il nuovo, accettarono la superficie, e vestirono la società a nuovo per meglio conservare il vecchio.
Presero dunque aria di uomini colti e liberali, scossero da sè la polvere scolastica, e per meglio vincere il laicato presero ne' modi e ne' tratti apparenze più laicali che fratesche, confidandosi di abbatterlo con le sue armi.
Divenuti amici e protettori de' letterati e fautori della coltura, apersero scuole e convitti, e presero nelle loro mani l'istruzione e l'educazione pubblica.
Non mancarono i teatrini, le commedie, le accademie, altre imitazioni degli usi laicali.
La superficie era la stessa, lo spirito era diverso.
Perchè, dove gli uomini nuovi miravano a tirare l'attenzione dal di fuori al di dentro, dagli accidenti e dagli accessorii al sostanziale, dalle forme allo spirito, essi miravano a coltivare la memoria, ad allettare i sensi e l'immaginazione più che l'intelletto, a trattenere l'attenzione sulla superficie, sì che l'intelligenza fra tante cognizioni empiriche rimaneva passiva e vuota: onde usciva una coltura mezzana e superficiale, più simile ad erudizione che a scienza.
Al che si accomodava facilmente la tempra fiacca de' più, contenti di quello spolvero, che dava loro un'aria di nuovo, l'aria del secolo e così a buon mercato.
I gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri ordini religiosi, come restii ad ogni novità.
Il loro successo fu grande, perchè in luogo di alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell'ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione, che è peggiore dell'ignoranza.
Parimente, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si disse, una doppia coscienza.
E nacque la dottrina del «probabilismo», secondo la quale un «doctor gravis» rende probabile un'opinione, e l'opinione probabile basta alla giustificazione di qualsiasi azione, nè può un confessore ricusarsi di assolvere chi abbia operato secondo un'opinione probabile.
Un giudice, dice un dottore, può decidere la causa a favore dell'amico, seguendo un'opinione probabile, ancorchè contraria alla sua coscienza.
Un medico, dice un altro dottore, può con lo stesso criterio dare una medicina, ancorchè egli opini che farà danno.
Richiedono sola cautela che non ci sia scandalo, e non già perchè la cosa sia in sè cattiva, ma per il pregiudizio che ne può venire.
Questa morale rilassata era favorita da un'altra teoria, «directio intentionis», formulata a questo modo, che un'azione cattiva sia lecita quando il fine sia lecito.
È la massima che il fine giustifica i mezzi, applicata non solo alle azioni politiche, ma alla vita privata.
Non è peccato annegare in un fiume un fanciullo eretico, per battezzarlo.
Uccidi il corpo, ma salvi l'anima.
Non è peccato uccidere la donna, che ti ha venduto l'onore, quando puoi temere che svelando il fatto noccia alla tua riputazione.
E all'ultimo viene la dottrina «reservatio et restrictio mentalis».
Il giuramento non ti lega, se tu usi parole a doppio senso, rimanendo a te l'interpretazione, o se aggiungi a bassa voce qualche parola che ne muti il senso.
Non è bugia, dice un dottore, usare parole doppie che tu prendi in un senso, ancorchè gli altri le prendano in un senso opposto.
E non è bugia dire una cosa falsa, quando nel tuo pensiero intendi altro.
Hai ammazzato il padre; pure puoi dire francamente: - Non l'ho ammazzato -, quando dentro di te pensi a un altro che realmente non hai ammazzato, o ci aggiungi qualche riserva mentale, come: - Prima ch'egli nascesse, non l'ammazzai di certo.
- Questa scaltrezza, aggiunge il dottore, è di grande utilità, porgendoti modo di nascondere senza bugia quello che hai a nascondere.
Vedi quante scappatoie! E ce n'era per tutt'i casi.
In quell'arsenale trovi come puoi senza peccato non andare talora a messa, o spendervi poco tempo, o durante la messa conversare, o andando a messa guardare le donne con desidèri amorosi.
Se vuoi rimanere in buon concetto presso il tuo confessore, scegli un altro, quando abbi commesso qualche peccato grave.
E se ti pesa il dirlo, usa parole doppie, o fa una confessione generale per gittarlo così alla rinfusa nella moltitudine de' peccati vecchi.
Ciascuno immagina, con quella facile scienza, con quella più facile morale, che seguito e che favore dovettero avere i gesuiti, maestri, confessori, predicatori, missionari, scrittori, uomini di mondo e di chiesa.
Seppero conoscere il secolo, e lo dominarono.
E mantennero il dominio con l'energia e la logica della loro volontà.
Salirono a tanta potenza che ingelosirono i principi, e posero talora in sospetto anche i papi.
Prendendo a base l'ubbidienza passiva, di modo che l'uomo dirimpetto al suo superiore fosse «perinde ac cadaver», stabilirono la monarchia assoluta.
Ma volevano che il papa dominasse i principi, e volevano loro dominare il papa.
I principi si difendevano, offendendo, e cercando fino un sostegno nelle idee nuove.
Così Paolo Sarpi difendeva la libertà di Venezia.
La lotta era disuguale, perchè alle armi spirituali era scemata la riputazione, e i principi avevano guadagnata tutta quella forza, ch'era mancata a' feudi ed a' comuni.
I gesuiti allora, non trasandando le armi puramente ecclesiastiche, operarono principalmente come un corpo politico, e seppero maneggiare le armi mondane con una tenacità uguale alla destrezza.
Presero aria di democratici, e cercarono forza ne' popoli contro i principi.
Fin dal 1562 Lainez, il secondo generale de' gesuiti, sosteneva nel Concilio di Trento che la Chiesa ha le sue leggi da Dio, ma la società ha il dritto di scegliersi essa il suo governo.
Il cardinale Bellarmino sostiene che il potere politico è da Dio; ma il dritto divino è non ne' singoli uomini, ma nella intera società, non ci essendo nessuna buona ragione che uno o molti debbano comandare agli altri; che monarchia, aristocrazia, repubblica sono forme che derivano dalla natura dell'uomo; e che perciò, quando ci è alcuna legittima ragione, può il popolo mutare la sua forma di governo, come fecero i romani.
Ecco già spuntare la «sovranità del popolo», e il «dritto dell'insurrezione».
Mariana vuole la monarchia, ma a patto che ubbidisca al consiglio de' migliori cittadini raccolti in senato.
Era spagnuolo, e scriveva sotto Filippo terzo, che tenea Campanella nelle prigioni di Napoli.
Non ammette il dritto ereditario, «nato dalla troppa possanza de' re e dalla servilità de' popoli», e causa di tanti mali, non ci essendo niente più mostruoso che «commettere le sorti di un popolo a fanciulli ancora in culla e al capriccio di una donna».
Re che offende i dritti de' popoli e disprezza la religione è come una bestia feroce, e «ciascuno gli può metter le mani addosso».
I dritti di successione non possono esser mutati che col consenso del popolo; perchè «dal popolo viene il dritto della signoria».
Il re ha il suo potere dal popolo; perciò «non è signore dello Stato o de' singoli individui, ma un primo magistrato, pagato da' cittadini».
Il re non può da solo porre le tasse, fare leggi, scegliersi il successore; perchè «le son cose che interessano non solo il re, ma anche il popolo».
Il re è sottoposto alle leggi, e quando le viola, il popolo ha il dritto «di deporlo e punirlo con la morte».
Queste erano le risposte che davano a' principi i gesuiti.
Ma erano armi a doppio taglio.
Perchè si potea loro rispondere che se il dritto di signoria è non ne' singoli individui, ma nella universalità de' cittadini, quel dritto nelle faccende ecclesiastiche è non nel papa, ma nella Chiesa o universalità de' fedeli, e per essa nel concilio, che può perciò deporre e anche punire il papa.
Che cosa diveniva allora il loro papa, il vicario di Dio? Essi erano repubblicani dirimpetto allo Stato, ed assolutisti dirimpetto alla Chiesa.
E, per dire la verità, si mostravano repubblicani per meglio dominare i principi, ed erano assolutisti per avere tutto il potere nelle loro mani.
Nè voglio dir già che i loro scrittori erano di mala fede, anzi moltissimi erano sinceri, credenti e patrioti, primo fra tutti Mariana.
Parlo de' capi, più uomini politici che uomini di fede.
Dicono che corruppero e infiacchirono i popoli.
Il che è così poco giusto, come dire che Marino corruppe il gusto.
Furono effetto e causa.
Furono il cattolicismo rammodernato, accomodato possibilmente a' nuovi tempi per meglio conservarlo nella sua sostanza; furono l'intelletto che succede alla fede e all'immaginazione, e si affida più nell'arte del governo che nelle passioni e nella violenza, l'intelletto spinto sino alla sua ultima depravazione, sofistico e seicentistico; nacquero da quello stesso spirito che portò sulla scena del mondo Machiavelli.
Perciò furono un progresso, un naturale portato della storia.
La loro responsabilità è questa, che, trovando nel secolo fiacchezza e ignoranza, non lavorarono a combatterla per migliorare l'uomo, anzi la favorirono e se ne fecero piedistallo.
Torto di tutte le reazioni.
Vollero una coltura con licenza de' superiori, e stretta in pochi.
E quando la coltura, rotte le dighe, si diffuse, finì il loro regno.
La diffusione della coltura era visibile in Italia.
E non parlo solo delle scienze esatte e naturali, dove i gesuiti si mostrarono valentissimi, seguendo anche loro la via aperta da Galileo, ma pur delle scienze storiche e sociali.
L'abbondanza dell'oro per la scoperta dell'America e la crisi monetaria die' occasione a' primi scritti di economia, il Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l'oro e l'argento di Gaspare Scaruffi, che propugnava, come Campanella, l'uniformità monetaria; e il trattato sulle Cause che possono fare abbondare i regni di oro e d'argento di Antonio Serra di Cosenza, scritto alla Vicaria, dove l'autore, come complice di Campanella, era tenuto prigione.
Moltiplicarono i trattati di giurisprudenza, massime nella seconda metà del secolo.
Alberico Centile nel suo libro De iure belli fa già presentire Grozio, e gli è vicino per forza speculativa Alessandro Turamini, che scrisse De Pandectis.
Tra gl'interpreti del dritto romano sono degni di nota l'Alciato, l'Averani, il Farinaccio, il Fabro.
Fondatori della storia del dritto furono il «gran» Carlo Sigonio, come lo chiama Vico, e il Panciroli, maestro del Tasso.
Pubblicarono lavori non dispregevoli di cronologia l'Allacci, il Riccioli, il Vecchietti.
Comparivano storie venete, napolitane, piemontesi, pisane, il Nani, il Garzoni, il Summonte, il Capecelatro, il Tesauro, il Roncioni: cronache più che storie, volgari di sentimento e di stile.
In Roma naturalmente si sviluppava l'archeologia.
Il Fabretti di Urbino scrivea degli Acquidotti romani e della Colonna traiana, e pubblicava in otto serie quattrocentotrenta iscrizioni dottamente illustrate.
Moltiplicavano le compilazioni, le raccolte, come sussidio agli studiosi.
Il Zilioli scrisse l'Indice di tutt'i libri di dritto pontificio e cesareo, e il Ziletti in ventotto volumi il trattato Iuris universi.
Avevi già annali, giornali, biblioteche, cataloghi, e simili mezzi di diffusione.
Vittorio Siri aveva pubblicato il Mercurio politico e le Memorie recondite, l'Avogadro il Mercurio veridico.
Il Nazzari cominciò a Roma nel 1668, il Giornale de' letterati, e il Cinelli pubblicava la Biblioteca volante, una specie di storia letteraria.
Comparivano gli Annali del Baronio, le Vite de' pàpi e cardinali del Ciacconio, la Storia generale de' concili di monsignor Battaglini, la Storia delle eresie del Bernini, la Napoli sacra di Cesare Caracciolo e la Sicilia sacra del Pirro, liste e notizie di vescovi, la Miscellanea italica erudita del padre Roberti, la Bibliotheca selecta e l'Apparatus sacer del gesuita Possevino, il Mappamondo storico del padre Foresti, continuato da Apostolo Zeno, un primo tentativo di storia universale.
Aggiungi relazioni come la Descrizione della Moscovia del Possevino, i viaggi del Carreri napolitano, che nel 1698 compì a piedi il giro del mondo, la Relazione dello Zani bolognese, che fu in Moscovia, le Lettere del Negri da Ravenna, che giunse fino al capo Nord, la descrizione delle Indie del fiorentino Sassetti, che primo die' notizia della lingua sanscrita.
Si conoscea meglio il mondo, e meglio i popoli stranieri.
Pietro Maffei da Bergamo scrivea in elegante latino delle Indie orientali, il Falletti ferrarese della Lega di Smalcalda, il Bentivoglio in lingua artificiata e falsamente elegante delle Guerre di Fiandra, il Davila con semplicità trascurata delle Guerre civili di Francia, il padre Strada prolissamente delle cose belgiche.
A questa coltura empirica e di mera erudizione partecipavano tutti, laici e chierici, uomini nuovi e uomini vecchi, e i gesuiti vi si mostravano operosissimi: si pensava poco, ma s'imparava molto e da molti.
La coltura guadagnava di estensione, ma perdeva di profondità.
Chi avesse allora guardata l'Italia con occhio plebeo, potea dirla una terra felice.
Rivoluzione e guerra aveano abbandonato le sue contrade: piena pace, tranquilli gli spiriti, in riposo il cervello.
Le piccole cose vi erano avvenimenti: l'Inghilterra aveva Cromwell, ella avea Masaniello.
L'Europa camminava senza di lei e fuori di lei, tra guerre e rivoluzioni nelle quali si elaborava e si accelerava la nuova civiltà.
Lei giaceva beata in quel dolce ozio idillico, che era il sospiro e la musa de' suoi poeti.
Dalle guerre di Alemagna usciva la libertà di coscienza, dalle rivoluzioni inglesi usciva la libertà politica, dalle guerre civili di Francia usciva la potente unità francese e il secolo d'oro, la monarchia di Carlo quinto e di Filippo secondo si andava ad infrangere contro la piccola nazionalità olandese.
L'Italia assisteva a questi grandi avvenimenti senza comprenderli.
Davila e Bentivoglio ci pescavano intrighi e fattarelli curiosi, la parte teatrale.
E sì che tra quegli avvenimenti ci erano pure grandi attori italiani, Caterina de' Medici, Mazzarino, Eugenio di Savoia, Montecuccoli, il cui trattato della guerra è una delle opere più serie scritte a quel tempo.
Si combatteva non solo con la spada, ma con la penna: le quistioni più astratte interessavano ed infiammavano le moltitudini; dall'attrito scintillavano nuovi problemi e nuove soluzioni; era una generale fermentazione d'idee e di cose.
Ciò che fermentava nel cervello solitario di Bruno e di Campanella, fluttuante, contraddittorio, lì era pensiero, stimolato dalla passione, affinato dalla lotta, pronto all'applicazione, in un gran teatro, fra tanta eco, con una chiarezza e precisione di contorni, come fosse già cosa.
Questa chiarezza è già intera in Bacone e in Cartesio, dove il mondo moderno si scioglie da tutti gli elementi scolastici e mistici, da tutti i preconcetti, e si afferma in forme nette e recise.
Perciò Galileo, Bacone, Cartesio sono i veri padri del mondo moderno, la coscienza della nuova scienza.
Il metodo, che Galileo applicava alle scienze naturali, diviene nelle mani di Bacone il metodo universale e assoluto, la via della verità in tutte le sue applicazioni: l'induzione caccia via il sillogismo, e l'esperienza mette in fuga il soprannaturale.
Cartesio col suo «de omnibus dubitandum» riassume il lato negativo del nuovo movimento, togliendo ogni valore all'autorità e alla tradizione - e col suo «cogito, ergo sum» pone la prima pietra alla costruzione dell'edificio, inizia l'affermazione.
Come la Riforma, così Cartesio pone a fondamento della coscienza il senso individuale; e come Galileo stabilisce il mondo naturale su' fatti, così egli stabilisce il mondo metafisico su di un fatto, «io penso».
All'esperienza esterna si aggiunge l'esperienza interna, l'analisi psicologica.
L'ente, ch'era il primo filosofico, qui è un prodotto della coscienza, un «ergo».
L'evidenza innanzi a' sensi e innanzi alla coscienza, il senso interno, è il criterio della verità.
Cartesio, che era un matematico, introduce nella filosofia la forma geometrica, credendo che in virtù della forma entrasse nel mondo metafisico quella evidenza ch'era nel mondo matematico.
Era un'illusione, il cui benefizio fu di cacciar via definitivamente le forme scolastiche e aprire la strada a quella forma naturale di discorso, di cui Machiavelli avea dato esempio, ed egli medesimo nel suo ammirabile Metodo.
Queste idee non erano nuove in Italia, anzi erano volgari a tutti gli uomini nuovi; ma, naufragate in vaste sintesi immature e senza eco, rimanevano sterili.
Qui le vedi a posto, staccate, rilevate, formulate con chiarezza ed energia, e parvero una rivelazione.
D'altra parte Cartesio ebbe cura di non rompere con la fede, e di accentuare la natura spirituale dell'anima e la sua distinzione dal corpo, base della dottrina cristiana, sì che dicea parergli meno sicura l'esistenza del corpo che quella dello spirito; oltre a ciò, con le sue idee innate lasciava aperto un varco alla teologia e al soprannaturale.
Così egli ti dava la prima filosofia nuova che sembrasse conciliabile con la religione, in un tempo che per l'infanzia della critica e della coscienza non era facile pesare tutte le sue conseguenze.
Perciò, come la Riforma religiosa, la sua riforma filosofica ebbe un gran successo; perchè le riforme efficaci son quelle che prendono una forma meno lontana dal passato e dallo stato reale degli spiriti.
Aggiungi la sua superficialità, l'estrema chiarezza, la forma accessibile, quel presentar poche idee e nette innanzi alle moltitudini: si rivelava già lo spirito francese volgarizzatore e popolare.
La conseguenza naturale della riforma era questa, che l'uomo rientrava in grembo della natura, diveniva una parte della storia naturale.
Posto che la filosofia ha la sua base nella coscienza, lo studio della coscienza o de' fatti psicologici diveniva la condizione preliminare di ogni metafisica, come lo studio della natura diveniva l'antecedente di ogni cosmologia.
Il mondo usciva dalle astrazioni degli universali ed entrava in uno studio serio dell'uomo e della natura, nello studio del reale.
Per questa via modesta e concludente si era messo Galileo; di là uscivano i grandi progressi delle scienze positive.
Cartesio applicava alla metafisica gli stessi procedimenti della filosofia naturale, togliendola di mezzo al soprannaturale, al fantastico, all'ipotetico, e dandole una base sicura nell'esperienza e nell'osservazione.
Ma i fatti psicologici erano ancora troppo scarsi e superficiali, perchè ne potesse uscire una soluzione de' problemi metafisici, e l'Europa era ancora troppo giovane, troppo impregnata di teologia e di metafisica, di misteri e di forze occulte, perchè potesse aver la pazienza di studiare i dati de' problemi prima di accingersi a risolverli.
Le «idee innate» e i «vortici» di Cartesio, la «visione di Dio» di Malebranche, la «sostanza unica» di Spinosa, l'«armonia prestabilita» di Leibnizio erano teodicee ipotetiche e provvisorie, che appagavano il pensiero moderno abbandonato a se stesso, e attestavano il suo vigore speculativo.
Ma l'impulso era dato, e fra quelle immaginazioni progrediva la storia naturale dell'intelletto umano, la scienza dell'uomo.
Le meditazioni di Cartesio, i maravigliosi capitoli di Malebranche sull'immaginazione e sulle passioni, i Pensieri di Pascal, dove l'uomo in presenza di se stesso si sente ancora un enigma, preludevano al Saggio sull'intelletto umano di Giovanni Locke, l'erede di Bacone, di una grandezza eguale alla sua modestia.
Ivi la riforma cartesiana aveva la sua ultima espressione, il suo punto di fermata; ivi la filosofia trovava il suo Galileo, realizzava l'ideale del suo risorgimento, al quale fra molti ostacoli tendevano gli uomini nuovi, acquistava la sua base positiva, fondata sull'esperienza e sull'osservazione, sulla «cosa effettuale», come dicea Machiavelli, e col «lume naturale», come dicea Bruno, con la scorta dell'occhio del corpo e della mente, come dicea Galileo, e leggendo nel libro della natura, come dicea Campanella.
Cadevano insieme forme scolastiche e forme geometriche; la filosofia usciva dal suo tempo eroico ed entrava nella sua età umana; agli oracoli dottrinali succedevano forme popolari, e vi si affinavano le moderne lingue.
La semplicità, la chiarezza, l'ordine, la naturalezza divenivano le qualità essenziali della forma, e n'era un primo e stupendo esempio il Saggio di Locke.
Così la filosofia nella sua linea divergente dalla teologia giungeva sino all'opposto, dal soprannaturale e dal soprasensibile giungeva al puro naturale ed al puro sensibile, giungeva al motto: «Niente è nell'intelletto che non sia stato prima nel senso».
E non era già un concetto astratto e solitario, era lo spirito nuovo, penetrato in tutto lo scibile, e che ora, come ultimo risultato, faceva la sua apparizione in filosofia.
Anche la morale si emancipava dal precetto divino o ecclesiastico, e cercava la sua base nella natura dell'uomo, e non dell'uomo quale l'avea formato la società, ma nell'integrità e verginità del suo essere.
Comparve un dritto naturale, come era comparsa una filosofia naturale; ed entrano in iscena Grozio, Hobbes, Puffendorfio.
A quel modo che Campanella e Sarpi con tutti i riformati vagheggiavano la Chiesa primitiva nella purità delle sue istituzioni, e in nome di quella attaccavano come alterazione e falsificazione l'opera posteriore de' papi, i filosofi vagheggiavano l'uomo primitivo, nello stato di natura, e combattevano tutte le istituzioni sociali, che non erano di accordo con quello.
Il movimento religioso diveniva anche politico e sociale; l'idea era una, che si sentiva ora abbastanza forte per dilatare le sue conseguenze anche negli ordini politici.
Sorge uno spirito di critica e d'investigazione, che non tien conto di nessun'autorità e tradizione, e fa valere il suo scetticismo in tutti i fatti e i princìpi tenuti fino a quel punto indiscutibili, come un assioma.
Bayle è là, con la sua ironia, col suo dubbio universale.
Come Locke realizzava il «cogito», egli realizzava il «de omnibus dubitandum».
E chi paragoni il suo Dizionario con le Raccolte italiane, può vedere dov'era la vita e dov'era la morte.
Che faceva l'Italia innanzi a quel colossale movimento di cose e d'idee? L'Italia creava l'Arcadia.
Era il vero prodotto della sua esistenza individuale e morale.
I suoi poeti rappresentavano l'età dell'oro, e in quella nullità della vita presente fabbricavano temi astratti e insipidi amori tra pastori e pastorelle.
I suoi scienziati, lasciando correre il mondo per la sua china, si occupavano del mondo antico e scrutavano in tutti i versi le reliquie di Roma e di Atene; e poichè le idee erano date e non discutibili, si occupavano de' fatti, e non potendo essere autori, erano interpreti, comentatori ed eruditi.
Letteratura e scienza erano Arcadia, centro Cristina di Svezia, povera donna, che non comprendendo i grandi avvenimenti, de' quali erano stati tanta parte i suoi Gustavo e Carlo, si era rifuggita a Roma co' suoi tesori, e si sentiva tanto felice tra quegli arcadi, ch'ella proteggeva, e che con dolce ricambio chiamavano lei «immortale e divina».
Felice Cristina! E felice Italia!
L'inferiorità intellettuale degli italiani era già un fatto noto nella dotta Europa, e ne attribuivano la cagione al mal governo papale-spagnuolo.
Gli stessi italiani aveano oramai coscienza della loro decadenza, e non avvezzi più a pensare col capo proprio, attendevano con avidità le idee oltramontane, e mendicavano elogi da' forestieri.
Giovanni Leclerc scriveva anno per anno la sua Biblioteca, una specie d'inventario ragionato delle opere nuove.
E come si tenea fortunato quell'italiano, che potea averci là dentro un posticino! La lingua francese era divenuta quasi comune, e prendeva il posto della latina.
Un movimento d'importazione c'era, lento, e impedito da molti ostacoli, e vivamente combattuto nelle accademie e nelle scuole, dove regnava Suarez e Alvarez, tra interpreti e comentatori.
La Fisica di Cartesio penetrò in Napoli settanta anni dopo la sua morte, e quando già era dimenticata in Francia, e non si aveva ancora notizia del suo Metodo e delle sue Meditazioni.
Grozio girava per le mani di pochi.
Di Spinosa e di Hobbes il solo nome faceva orrore.
Di Giovanni Locke appena qualche sentore.
Un movimento si annunziava negli spiriti, quel non so che di vago, quel bisogno di cose nuove che testimonia il ritorno della vita.
Pareva che il cervello, dopo lungo sonno, si svegliasse.
I renatisti penetravano nelle scuole co' loro «metodi strepitosi», come li chiamava Vico, promettitori di scienza facile e sicura.
Definizioni, assiomi, problemi, teoremi, scolii, postulati cacciavano di sede sillogismi, entimemi e soriti.
Il «quod erat demonstrandum» succedeva all'«ergo».
Chiamavano «pedanti» i peripatetici, e questi chiamavano loro «ciarlatani».
Sempre così.
Il vecchio è detto «pedanteria», ed il nuovo «ciarlataneria».
E qualche cosa di vero c'è.
Perchè il vecchio nella sua decrepitezza e stagnazione ha del pedante, e il nuovo nella sua giovanile esagerazione ha del ciarlatano.
Ciascuno ha il suo lato debole, che non può nascondere all'occhio acuto e appassionato dell'avversario.
La riforma cartesiana in Italia non produsse alcun serio progresso scientifico, com'è d'ogni scienza importata e non uscita da una lenta elaborazione dello spirito nazionale.
Fu utile come mezzo di diffusione delle idee nuove.
Le quali, cacciate d'Italia co' roghi, con gli esili, con le torture e coi pugnali, vi rientrarono sotto la protezione delle idee cristiane.
La riforma era detta il «platonismo cartesiano», ed aveva aria di ribenedire la religione in nome della filosofia.
L'Inquisizione, in quel movimento rapidissimo d'idee, preoccupata di Spinosa, aperto nemico, lasciava passare il nuovo Platone, che almeno non toccava i dogmi.
I peripatetici invocarono l'Inquisizione contro i novatori, e i novatori rispondevano proclamando Aristotile nemico della religione.
Così il movimento ricominciava in Italia, col permesso o almeno la tolleranza di Roma.
Ed era movimento arcadico, confinato nelle astrattezze e rispettoso verso tutte le istituzioni.
Il movimento rimaneva superficiale; ma si diffondeva, guadagnava gli animi alle novità, sopraffaceva i peripatetici, s'infiltrava nella nuova generazione, la metteva in comunione coll'Europa, preparava la trasformazione dello spirito nazionale.
Il serio movimento scientifico usciva di là, dove s'era arrestato, dal seno stesso dell'erudizione.
Lo studio del passato era come una ginnastica intellettuale, dove lo spirito ripigliava le sue forze.
Alle raccolte successero le illustrazioni.
E vi si sviluppò uno spirito d'investigazione, di osservazione, di comparazione, dal quale usciva naturalmente il dubbio e la discussione.
Lo spirito nuovo inseguiva gli eruditi tra quegli antichi monumenti.
Già non erano più semplici eruditi, erano critici.
In Europa la critica usciva dal libero esame e dalla ribellione: era roba eretica.
In Italia era parte di Arcadia, un esercizio intellettuale sul passato, e li lasciavano fare.
Il critico di Europa era Bayle; il critico d'Italia era Muratori.
Le sue vaste e diligenti raccolte, Rerum italicarum scriptores, Antiquitates medii aevi, Annali d'Italia, Novus thesaurus inscriptionum, la Verona illustrata e la Storia diplomatica di Scipione Maffei, le Illustrazioni del Fabretti segnano già questo periodo, dove la scienza è ancora erudizione, e nella erudizione si sviluppa la critica.
Non è ancora filosofia, ma è già buon senso, fortificato dalla diligenza della ricerca, e dalla pazienza dell'osservazione.
Muratori è assai vicino a Galileo per il suo spirito positivo e modesto, e pel giusto criterio.
E anche egli osò.
Osò combattere il potere temporale, osò porre in guardia gl'italiani contro gli errori e le illusioni della fantasia.
Se non gliene venne condanna, fu tolleranza intelligente di Benedetto decimoquarto, il quale disse che «le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e che la quistione del potere temporale «era materia non dogmatica nè di disciplina».
Anche il Maffei parve incredulo al Tartarotti, perchè negava la magia, e parve eretico al padre Concina, perchè scrivea De' teatri antichi e moderni; ma quel buon papa decretò «non doversi abolire i teatri, bensì cercare che le rappresentazioni siano al più possibile oneste e probe».
L'Italia papale era più papista del papa.
Un arcade era pure Gian Vincenzo Gravina, tutto Grecia e Roma, tutto papato e impero, fra testi e comenti, con le spalle vòlte all'Europa.
Dommatico e assoluto, sentenzia e poco discute, in istile monotono e plumbeo.
È ancora il pedante italiano, sepolto sotto il peso della sua dottrina, senza ispirazione, nè originalità, e così vuoto di sentimento, come d'immaginazione.
Pure già senti che siamo verso la fine del secolo.
Già non hai più innanzi l'erudito che raccoglie e discute testi, ma il critico che si vale della storia e della filosofia per illustrare la giurisprudenza, e si alza ad un concetto del dritto, e ne cerca il principio generatore.
Anche la sua Ragion poetica, se non mostra gusto e sentimento dell'arte, colpa non sua, esce da' limiti empirici della pura erudizione, e ti dà riflessioni d'un carattere generale.
Ecco un altro uomo d'ingegno, Francesco Bianchini, veronese.
A che pensa costui? Pensa agli assiri, a' medi e a' troiani.
Non raccoglie, ma pensa, cioè a dire scruta, paragona, giudica, congettura, arzigogola e costruisce.
I monumenti non rimangono più lettera morta: parlano, illustrano la cronologia e la storia.
Per mezzo di essi si stabiliscono le date, le epoche, i costumi, i pensieri, i simboli, si rifà il mondo preistorico.
In questa geologia della storia i fatti e gli uomini vacillano, si assottigliano, diventano favole, e le favole diventano idee.
Comparve la sua Storia nel 1697, Vico aveva ventinove anni.
L'erudizione generava dunque la critica.
In Italia si svegliava il senso storico e il senso filosofico.
E si svegliava non sul vivo, ma sul morto, nello studio del passato.
Questo era il carattere del suo progresso scientifico.
Quelli che si occupavano del presente a loro rischio, erano cervelli spostati.
E tra questi cervelli balzani c'era il milanese Gregorio Leti, che pose in luce la cronaca scandalosa dell'età in uno stile che vuol essere europeo e non è italiano, e Ferrante Pallavicino nel suo Corriere svaligiato, una specie di satira-omnibus, dove ce n'è per tutti.
In quel vacuo dell'esistenza sciupavano l'ingegno in argomenti grotteschi, e in forme che parevano ingegnose ed erano freddure, un seicentismo arcadico.
Il canonico Garzoni scrivea il Teatro de' cervelli mondani, L'Ospedale de' pazzi incurabili, la Sinagoga degl'ignoranti, il Serraglio degli stupori del mondo.
Sono discorsi accademici, infarciti d'erudizione indigesta, più curiosa che soda.
I quali erano la vera piaga d'Italia, e attestavano una coltura verbosa e pedantesca senz'alcuna serietà di scopo e di mezzi.
Il più noto di questi dotti, e ce n'erano moltissimi, è Anton Maria Salvini, cervello ingombro, cuore fiacco e immaginazione povera, vita vuota.
E volle tradurre Omero.
Fra tanta erudizione cresceva Vico.
Studiò la filosofia in Suarez, la grammatica in Alvarez, il dritto in Vulteio.
Pedagogo in casa della Rocca in Vatolla, un paesello nel Cilento, si chiuse per nove anni nella biblioteca del convento, e vi si formò come Campanella.
Quando, compiuto il suo ufficio, tornò in Napoli, era già un uomo dotto, come poteva essere un italiano, e ce n'erano parecchi anche tra' gesuiti.
Era il tempo del Muratori, del Fontanini, dell'abate Conti, del Maffei, del Salvini.
«dottissimo, eruditissimo» era Lionardo da Capua, e Tommaso Cornelio «latinissimo»: così li qualifica Vico.
Il quale conosceva a fondo il mondo greco e latino, Aristotile e Platone con tutta la serie degl'interpreti fino a quel tempo; ammirava nel Cinquecento quello stesso mondo redivivo ne' Ficini, ne' Pico, ne' Mattei Acquaviva, ne' Patrizi, ne' Piccolomini, ne' Mazzoni; di letteratura, di archeologia, di giurisprudenza peritissimo; il medio evo gli era giunto con la scolastica e con Aristotile, il Cinquecento con Platone e Cicerone; de' fatti europei sapeva quanto era possibile in Italia.
Era un dotto del Rinnovamento, che scoteva da sè la polvere del medio evo e cercava la vita e la verità nel mondo antico.
Il suo sapere era erudizione, la forma del suo pensiero era latina, e il suo contenuto ordinario era il dritto romano.
Avvocato senza clienti, fece il letterato e il maestro di scuola.
Passati erano i bei tempi di Pietro Aretino.
La letteratura senza l'insegnamento era povera e nuda, come la filosofia.
Andava per le case insegnando, facea canzoni, dissertazioni, orazioni, vite, a occasione o a richiesta.
Lo conobbe don Giuseppe Lucina, «uomo di una immensa erudizione greca, latina e toscana in tutte le spezie del sapere umano e divino», e lo fe' conoscere a don Niccolò Caravita, un avvocato primario e «gran favoreggiatore de' letterati».
Vico, parte merito, parte protezione, fu professore di rettorica all'università.
Vita semplice e ordinaria, dal 1668 al 1744.
Vita accademica, tranquilla, di erudito italiano, formatosi nelle biblioteche e fuori del mondo, rimasto abbarbicato al suolo della patria.
Il movimento europeo gli giunse a traverso la sua biblioteca, e gli giunse nella forma più antipatica a' suoi studi e al suo genio.
Gli venne addosso la fisica di Gassendi, e poi la fisica di Boyle, e poi la fisica di Cartesio.
- La gran novità - pensava il nostro erudito.
- Ma l'hanno già detto, questo, Epicuro e Lucrezio.
- E per capire Gassendi si pose a studiare Lucrezio.
Ma la novità piacque.
- Fisica, fisica vuol essere, - diceva la nuova generazione - macchine; non più logica scolastica, ma Euclide; sperimenti, matematiche; la metafisica bisogna lasciarla ai frati.
- Che diveniva Vico con la sua erudizione e col suo dritto romano? Reagì, e cercò la fisica non con le macchine e con gli sperimenti, ma ne' suoi studi di erudito.
Le scienze positive entravano appena nel gran quadro della sua cultura, e di matematiche sapeva non oltre di Euclide, stimando «alle menti già dalla metafisica fatte universali non...
agevole quello studio proprio degli ingegni minuti».
Cercò dunque la fisica fuori delle matematiche e fuori delle scienze sperimentali, la cercò fra i tesori della sua erudizione, e la trovò nei «numeri» di Pitagora, ne' «punti» di Zenone, nelle «idee divine» di Platone, nell'antichissima sapienza italica.
L'Europa aveva Newton e Leibnizio; e a Napoli si stampava De antiquissima italorum sapientia.
Erano due colture, due mondi scientifici che si urtavano.
Da una parte era il pensiero creatore, che faceva la storia moderna, dall'altra il pensiero critico che meditava sulla storia passata.
Chiuso nella sua erudizione, segregato nella sua biblioteca dal mondo de' vivi, quando Vico tornò in Napoli, trovò nuova cagione di maraviglia.
L'aveva lasciata tutto fisica; la trovava tutto metafisica.
Le Meditazioni e il Metodo di Cartesio avevano prodotto la nuova mania.
Vico sentì disgusto per una città che cangiava opinione da un dì all'altro «come moda di vesti».
E vi si sentì straniero, e vi stette per alcun tempo straniero e sconosciuto.
Vedeva il movimento attraverso i suoi studi e i suoi preconcetti.
Quelle fisiche atomistiche gli pareva non poter condurre che all'ateismo e alla morale del piacere, e le accusava di falsa posizione, perchè l'atomo, il loro principio, era corpo già formato, perciò era principiato e non il principio, e andava cercando il principio al di là dell'atomo, ne' numeri e ne' punti.
Soffiava in lui lo stesso spirito di Bruno e di Campanella.
Si sentiva concittadino di Pitagora e discepolo dell'antica sapienza italica.
Quanto al metodo geometrico, rifiutava di ammetterlo come una panacea universale: era buono in certi casi, e si potea usarlo senza quel lusso di forme esteriori, dove vedea ambizione, pretensione e ciarlataneria.
Il «cogito»gli pareva così poco serio, come l'atomo.
Era anch'esso principiato e non principio; dava fenomeni, non dava la scienza.
Giudicava Cartesio uomo ambiziosissimo ed anche un po' impostore, e quel suo «metodo», dove, annullando la scienza con la bacchetta magica del suo «cogito», la fa ricomparire a un tratto, gli pareva un artificio rettorico.
Quel suo de omnibus dubitandum lo scandalizzava.
Quella tavola rasa di tutto il passato, quel disprezzo di ogni tradizione, di ogni autorità, di ogni erudizione, lo feriva nei suoi studi, nella sua credenza e nella sua vita intellettuale, e si difendeva con vigore, come si difende dal masnadiero la roba e la vita.
La diffusione della coltura, la moltiplicità dei libri, quei metodi strepitosi abbreviativi, quella superficialità di studi con tanta audacia di giudizi, fenomeni naturali di ogni transizione, quando un mondo se ne va e un altro viene, movevano la sua collera.
Avvezzo ai severi e profondi studi, a pensare co' sapienti ed a scrivere pei sapienti, gli spiacea quella tendenza a vulgarizzare la scienza, quella rapida propagazione d'idee superficiali e cattive.
E se la pigliava con la stampa.
Si gloriava di non appartenere a nessuna setta.
E lì era il suo punto debole.
Posto tra due secoli, in quel conflitto di due mondi che si davano le ultime battaglie, non era nè con gli uni, nè con gli altri, e le cantava a tutti e due.
Era troppo innanzi pe' peripatetici, pe' gesuiti e per gli eruditi; era troppo indietro per gli altri.
Questi trovavano ridicoli i suoi «punti metafisici»; quelli trovavano avventate le sue etimologie e sospetta la sua erudizione.
Era da solo un terzo partito, come si direbbe oggi, la ragione serena e superiore, che nota le lacune, le contraddizioni e le esagerazioni, ma ragione ancora disarmata, solitaria, senza seguaci, fuori degl'interessi e delle passioni, perciò in quel fervore della lotta appena avvertita e di nessuna efficacia.
Se dietro al critico ci fosse stato l'uomo, un po' di quello spirito propagatore e apostolico di Bruno e Campanella, sarebbe stato vittima degli uni e degli altri.
Ma era un filosofo inoffensivo, tutto cattedra, casa e studio, e guerreggiava contro i libri, rispettosissimo verso gli uomini.
Oltrechè le sue ubbie rimanevano nelle altissime regioni della filosofia e della erudizione, dove pochi potevano seguirlo, e fu lasciato vivere fra le nubi, stimato per la sua dottrina, venerato per la sua pietà e bontà.
Conscio e scontento della sua solitudine, vi si ostinò, benedicendo «non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse giurato», e ringraziando «quelle selve, fra le quali dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de' suoi studi».
Il latino veniva in fastidio, ed egli pose da canto greco e toscano, e fu tutto latino.
Veniva in moda il francese: e' non volle apprendere il francese.
La letteratura tendeva al nuovo, ed egli accusava questa letteratura «non...
animata dalla sapienza greca..., o invigorita dalla grandezza romana».
Nella medicina era con Galeno contro i moderni, divenuti scettici «per le spesse mutazioni de' sistemi di fisica».
Nel dritto biasimava gli eruditi moderni, e se ne stava con gli antichi interpreti.
Vantavano l'evidenza delle matematiche; ed egli se ne stava tra' misteri della metafisica.
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce del genere umano.
Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove, con lo spirito del secolo.
Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi.
La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella.
Vico resisteva.
Era vanità di pedante? era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui Pensieri erano «lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui Saggio era la «metafisica del senso».
Resisteva, ma li studiava più che non facessero i novatori.
Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare.
Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi.
Era la resistenza della coltura italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno.
Era il retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano.
Questa era la resistenza di Vico.
Era un moderno, e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sè.
Bacone gli aveva fatta una grande impressione.
Era il suo uomo, dopo Platone e Tacito.
Quel suo libro, De augumentis scientiarum, gli faceva dire: - Roma e Grecia non hanno avuto un Bacone.
- Trovava in lui congiunto il senso ideale di Platone, il senso pratico di Tacito, la «sapienza riposta» dell'uno, la sapienza volgare dell'altro.
E poi, gli apriva nuovi orizzonti.
Avea studiato tanto, e la sua scienza non era più un libro chiuso, ci era tanto da aggiungere, tanto da riformare.
Voleva egli pure conferire del suo «nella somma che costituisce l'universal repubblica delle lettere».
Non è più un erudito immobilizzato nel passato, è un riformatore, un investigante.
Critica, dubita, esamina, approfondisce.
Sente il morso dello spirito nuovo.
Ne' suoi studi dell'antica sapienza italica, vedi già il disdegno delle «etimologie grammaticali», il dispregio dell'erudizione volgare, l'uomo che tenta nuove vie, intravvede nuovi orizzonti, cerca tra i particolari le alte generalità.
Più tardi gli capitò Grozio.
E divenne il suo «quarto autore».
Grozio gli completa Bacone.
Costui vide «tutto il saper umano e divino doversi supplire in ciò che non ha, ed emendare in ciò che ha; ma intorno alle leggi..., non s'innalzò troppo all'universo delle città ed alla scorsa di tutt'i tempi, nè alla distesa di tutte le nazioni».
Grozio gli dà un dritto universale, in cui «è sistemata tutta la filosofia e teologia».
Il comentatore del dritto romano si sente alzare a filosofo.
Cerca una filosofia del dritto con Grozio, e si fa il suo annotatore: poi riflette che è un eretico, e lascia stare.
La materia della sua coltura è sempre quella, dritto romano, storia romana, antichità.
La sua fisica è pitagorica, la sua metafisica è platonica, conciliata con la sua fede.
Base della sua filosofia e l'ente, l'uno, Dio.
Tutto viene da Dio, tutto torna a Dio, l'«unum simplicissimum» di Ficino.
L'uomo e la natura sono le sue ombre, i suoi fenomeni.
La scienza è conoscere Dio, «perdere se stesso» in Dio.
E vien su il Dio di Campanella, l'eterno lume, il senno eterno, con le sue primalità, «nosse, velle, posse».
Fin qui Vico è un luogo comune.
La sua erudizione e la sua filosofia camminano in linea parallela, e non s'incontrano.
Manca l'attrito.
Ci è l'ascetico, il teologo, il platonico, l'erudito, ci è l'italiano di quel tempo nello stato ordinario delle sue credenze e della sua cultura.
Dentro a questa cultura e contro a queste credenze venne ad urtare Cartesio.
- La cultura non ha valore; del passato bisogna far tavola.
Datemi materia e moto, ed io farò il mondo.
Il vero te lo dà la coscienza ed il senso.
- Cosa diveniva l'erudizione di Vico, la fisica di Vico, la metafisica di Vico? Cosa divenivano le «idee divine» di Platone? E il «simplicissimum» di Ficino cosa diveniva? E il dritto romano, la storia, la tradizione, la filologia, la poesia, la rettorica, non era più buona a nulla? Nella violenta contraddizione Vico sviluppò le sue forze.
Uscì del vago e del comune, trovò un terreno, un problema, un avversario.
La sua erudizione si spiritualizzava.
La sua filosofia si concretava.
E si compivano l'una nell'altra.
Già non si perde negli accessorii; vede e investe subito la dottrina avversaria nella sua base.
Vuole atterrare Cartesio, e con lo stesso colpo atterra tutta la nuova scienza, e non andando indietro, ma andando più avanti.
La sua confutazione di Cartesio è completa, è l'ultima parola della critica.
Ma la sua critica non è solo negativa: è creatrice; la negazione si risolve in un'affermazione più vasta, che tirasi appresso, come frammenti di verità, le nuove dottrine, e le alloga, le mette a posto.
La nuova scienza, la scienza degli uomini nuovi, trova nella Scienza nuova il suo limite, e perciò la sua verità.
La nuova scienza, uscita da lotta religiosa e politica, è in uno stato di guerra contro il passato, e lo combatte sotto tutte le sue forme.
La tradizione, l'autorità, la fede è il suo nemico, e cerca riparo nella forza e nell'indipendenza della ragione individuale; gli «universali», gli «enti», le «quiddità» lo infastidiscono della metafisica, e cerca la sua base nella psicologia, nella coscienza; il soprannaturale, il sopramondano offende il suo intelletto adulto, e vi oppone lo studio diretto della natura, la fisica nel suo senso più generale, le scienze positive; al gergo scolastico cerca un antidoto nella precisione delle matematiche, nel metodo geometrico; ai misteri, alle cabale, alle scienze occulte, alle astrazioni oppone l'esperienza rischiarata dall'osservazione, la percezione chiara e distinta, l'evidenza della coscienza e del senso; alla società in quello stato di corruzione oppone l'uomo integro e primitivo, la natura dell'uomo, dalla quale cava i princìpi della morale e del dritto.
Questo è lo spirito della nuova scienza: naturalismo e umanismo, fisica e psicologia.
Cartesio in maschera di Platone porta la bandiera.
Ma non inganna Vico, che gli strappa la maschera.
- Tu non sei che un epicureo.
La tua fisica è atomistica, la tua metafisica è sensista, il tuo trattato Delle passioni par fatto più per i medici che per i filosofi; segui la morale del piacere.
- Combattendo Cartesio, la quistione gli si allarga, attinge nella sua essenza tutto il nuovo movimento.
Anch'esso è un'astrazione.
È un'ideologia empirica, idea vuota, e vuoto fatto.
L'importante non è di dire «io penso» (la grande novità!), ma è di spiegare come il pensiero si fa.
L'importante non è di osservare il fatto, ma di esaminare come il fatto si fa.
Il vero non è nella sua immobilità, ma nel suo divenire, nel suo «farsi».
L'idea è vera, colta nel suo farsi.
Il pensiero è moto che va da un termine all'altro, è idea che si fa, si realizza come natura, e ritorna idea, si ripensa, si riconosce nel fatto.
Perciò «verum et factum», vero e fatto sono convertibili, nel fatto vive il vero, il fatto è pensiero, è scienza; la storia è una scienza, e come ci è una logica per il moto delle idee, ci è anche una logica per il moto de' fatti, una «storia ideale eterna, sulla quale corrono le storie di tutte le nazioni».
Ecco ribenedetta tradizione, autorità e fede; ecco filologia, storia, poesia, mitologia, tutta l'erudizione rientrata in grembo della scienza.
La storia è fatta dall'uomo, come le matematiche, e perciò è scienza non meno di quelle.
È il pensiero che fa quello che pensa, è la «metafisica della mente umana», la sua «costanza», il suo processo di formazione secondo le leggi fisse del pensiero umano.
Perciò la sua base non è nella coscienza individuale, ma nella coscienza del genere umano, nella ragione universale.
I nuovi filosofi vogliono rifare il mondo coi loro princìpi assoluti, co' loro dritti universali.
Ma non sono i filosofi che fanno la storia, e il mondo non si rifà con le astrazioni.
Per rifare la società non basta condannarla: bisogna studiarla e comprenderla.
E questo fa la «Scienza nuova».
A Vico non basta porre le basi; mette mano alla costruzione.
Se la storia ha la sua costanza scientifica, se è fatta dal pensiero, com'e fatta? Qual è il suo processo di formazione? Che la storia sia una scienza, non era cosa nuova nella filosofia italiana.
Alla storia formata dall'arbitrio divino e dal caso Machiavelli avea già contrapposta la «forza delle cose», lo spirito della storia eterno e immutabile.
L'«intelletto universale» di Bruno, la «ragione che governa il mondo» di Campanella rientrano nella stessa idea.
Platone con le sue «idee divine» porgeva già il filo a Vico.
L'importante era di eseguire il problema, il cui dato era già posto, era il trovar le leggi di questo spirito della storia, era il «probare per causas», il generare la storia come l'uomo genera le matematiche, il fare la storia della storia, ciò che era fare una scienza nuova.
Di questa storia ideale egli «ritrova le guise dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana», cerca la base nella natura dell'uomo, doppio com'è, spirito e corpo.
È una psicologia applicata alla storia.
Stabilisce alcuni canoni psicologici, ch'egli chiama «degnità», o «princìpi».
Il concetto è questo: che l'uomo, come essere naturale, opera per istinti, sotto la pressura dei suoi bisogni, interessi e passioni; ma ivi appunto si sviluppa come essere pensante, come Mente, sì che nelle sue opere più grossolane e corpulente ce n'è come un'immagine velata, il sentore.
La quale immagine si fa più chiara, secondo che «la mente più si spiega», insino a che il pensiero si manifesta nella sua propria forma, opera come riflessione o filosofia.
Questo, che è il corso naturale della vita individuale, è anche il corso naturale e la storia di tutte le nazioni, quando non ci sia interruzione o deviazione per violenza di casi estrinseca, come fu per Numanzia oppressa nel suo fiorire da' romani.
Perciò nelle nazioni ci è tre età, la divina, l'eroica e la umana.
Precede lo stato selvaggio o di mera barbarie, dove l'uomo è servo del corpo, e come una «fiera vagante nella gran selva della terra».
La libertà è il «tenere in freno i moti della concupiscenza, che viene dal corpo, e dar loro altra direzione, che viene dalla mente ed è propria dell'uomo».
Secondo che la mente si spiega, o si fa più intelligente, si sviluppa la libertà, prevale la ragione o l'«umanità».
La prima età ragionevole o socievole, l'età divina, sorse co' matrimoni e l'agricoltura, quando, «a' primi fulmini dopo l'universal diluvio», gli uomini «si umiliarono ad una forza superiore che immaginarono essere Giove, e tutte le umane utilità e tutti gli aiuti porti nelle loro necessità immaginarono essere dei».
Allora, rinunziando alla vaga venere, ebbero certe mogli, certi figli e certe dimore, sorsero le famiglie governate da' padri con «famigliari imperii ciclopici».
In questi regni famigliari, divenuti sicuro asilo contro i selvaggi o vaganti, riparavano i deboli e gli oppressi, che furono ricevuti in protezione, come clienti o famoli.
Così si ampliarono i regni famigliari, e si spiegarono le «repubbliche erculee» sopra ordini naturalmente migliori per virtù eroiche, la pietà verso gl'iddii, la prudenza, o il consigliarsi co' divini auspìci, la temperanza, onde i concubiti umani e pudichi co' divini auspìci, la fortezza, uccider fiere, domar terreni, la magnanimità, il soccorrere a' deboli e a' pericolanti.
In questi primi ordini naturali comincia la libertà, e il primo spiegarsi della mente.
Nacque la corruzione.
I padri, lasciati grandi per la religione e virtù de' loro maggiori e per le fatiche de' clienti, tralignarono, uscirono dall'ordine naturale, che è quello della giustizia, abusarono delle leggi di protezione e di tutela, tiranneggiarono: indi la ribellione de' clienti.
Allora padri delle famiglie si unirono con le loro attinenze in ordini contro di quelli, e per pacificarli, con la prima legge agraria concessero il «dominio bonitario», ritenendosi essi il «dominio ottimo», o «sovrano famigliare»: onde nacquero le prime città sopra «ordini regnanti di nobili», e l'«ordine civile».
Finirono i regni divini: cominciarono gli eroici.
La religione fu custodita negli ordini eroici, e perciò gli auspìci e i matrimoni, e per essa religione furono de' soli eroi tutt'i diritti e tutte le ragioni civili.
Ma «spiegandosi le umane menti», i plebei intesero essere di egual natura umana co' nobili, e vollero entrare anch'essi negli ordini civili delle città, essere sovrani nelle città.
Finisce l'età eroica, comincia l'età umana, l'età della eguaglianza, la «repubblica popolare», dove comandano gli ottimi non per nascita, ma per virtù.
In questo stato della mente agli uomini non è più necessario fare le azioni virtuose per «sensi di religione», perchè la filosofia fa intendere le «virtù nella loro idea»; in forza della quale riflessione, quando anche gli uomini non abbiano virtù, almeno si vergognano de' vizi.
Nasce la filosofia e l'eloquenza, insino a che l'una è corrotta dagli scettici, l'altra da' sofisti.
Allora, corrompendosi gli stati popolari, viene l'anarchia, il totale disordine, la peggiore delle tirannidi, che è la sfrenata libertà de' popoli liberi.
I quali o cadono in servitù di un monarca, che rechi in sua mano tutti gli ordini e tutte le leggi con la forza delle armi; o diventano schiavi per «diritto natural delle genti», conquistati con armi da nazioni migliori, essendo giusto che chi non sa governarsi da sè si lasci governare da altri che il possa, e che nel mondo governino sempre i migliori; o, abbandonati a sè, in quella folla di corpi vivendo in una solitudine d'animi e di voleri, seguendo ognuno il suo piacere e capriccio, con disperate guerre civili vanno a fare selve delle città, e delle selve covili d'uomini, e in lunghi secoli di barbarie vanno ad «irrugginire le malnate sottigliezze degl'ingegni maliziosi».
Con questa «barbarie della riflessione» si ritorna allo stato selvaggio, alla «barbarie del senso», e ricomincia con lo stess'ordine una nuova storia, si rifà lo stesso corso.
Questa è la «storia ideale eterna», la logica della storia, applicabile a tutte le storie particolari.
È in fondo la storia della mente nel suo spiegarsi, come dice Vico, dallo stato di senso, in cui è come dispersa, sino allo stato di riflessione, in cui si riconosce e si afferma.
L'operazione con la quale l'intelletto giunge alla verità è la stessa operazione con la quale l'intelletto fa la storia.
Locke aveva il suo complemento in Vico.
La teoria della conoscenza aveva il suo riscontro nella teoria della storia.
Era una nuova applicazione della psicologia.
Gli uomini operano secondo i loro impulsi e fini particolari; ma «i risultati sono superiori a' loro fini», sono risultati mentali, il successivo progredire della mente nel suo spiegarsi.
Perciò le passioni, gl'interessi, gli accidenti, i fini particolari sono non la storia, ma le occasioni, e gl'istrumenti della storia; perciò una scienza della storia è possibile.
Machiavelli e Hobbes ti dànno la storia occasionale, non la storia finale e sostanziale.
La loro storia è vera, ma non è intera, è frammento di verità.
La verità è nella totalità, nel vedere «cuncta ea, quae in re insunt, ad rem sunt affecta», l'idea nella pienezza del suo contenuto e delle sue attinenze.
Machiavelli è non meno di Vico un profondo osservatore de' fatti psicologici, è un ritrattista, ma non è un metafisico.
La psicologia di Vico entra già nelle regioni della metafisica, ti dà le prime linee della nuova metafisica, fondata non sull'immobilità dell'ente guardato nei suoi attributi, ma sul suo moto o divenire; perciò non descrizione o dimostrazione, come te la dava Aristotile e Platone, ma vero dramma, la storia dello spirito nel mondo.
In questo dramma tutto ha la sua spiegazione, tutto è allogato, la guerra, la conquista, la rivoluzione, la tirannide, l'errore, la passione, il male, il dolore, fatti necessari e strumenti del progresso.
Ciascuna età storica ha la sua guisa di nascere e di vivere, la sua natura, onde procede la forza delle cose, la sapienza volgare del genere umano, il senso comune delle genti, la forza collettiva.
Non è l'individuo, è questa forza collettiva, che fa la storia; e spesso i più celebrati individui non sono che simboli e immagini, «caratteri poetici» di quella forza, come Zoroastro, Ercole, Omero, Solone.
Cerchi un individuo, e trovi un popolo; cerchi un fatto, e trovi un'idea.
Fabbro della storia è «l'umano arbitrio regolato con la sapienza volgare».
Rimaneva a dare la dimostrazione di questa storia ideale: dimostrare cioè che tutte le storie particolari sono, secondo quella, regolate da uno stesso corso d'idee, ubbidienti a un solo tipo.
La prova poteva cercarla a priori nella logica stessa dello spirito nel suo spiegarsi.
Lo spirito si estrinseca in conformità della sua natura, in che è la sua logica, la legge del suo divenire, e quel divenire è appunto la storia.
Ma Vico, appena adombrate le prime linee della nuova metafisica, si arresta sulla soglia, e ritorna erudito, e cerca la prova a posteriori, consultando tutte le storie, e cercando in tutte il suo corso, il suo sistema, e non solo nelle grandi linee, ma ne' più minuti accidenti.
Impresa titanica di erudizione e critica italiana.
E s'immerge tra' «rottami dell'antichità», e raccoglie i minimi frammenti, e li anima: «intus legit», li fa corpi interi, ricostituisce la storia reale a immagine della sua storia ideale.
È il mondo guardato da un nuovo orizzonte, ricreato dalla critica e dalla filosofia, e con la sua originalità scolpita in quella potente forma, lapidaria e metaforica, come una legge delle dodici tavole.
Cerca tra quei rottami la prova della «scienza nuova», e scopre per via nuove scienze.
Lingua, mitologia, poesia, giurisprudenza, religioni, culti, arti, costumi, industrie, commercio, non sono fatti arbitrari, sono fatti dello spirito, le scienze della sua Scienza.
Cronologia, geografia, fisica, cosmografia, astronomia, tutto si rinnova sotto questa nuova critica.
Ad ogni passo senti il grido trionfale del gran creatore: - Ecco una nuova scoperta! - Alla metafisica della mente umana, filosofia dell'umanità o delle idee umane, onde scaturisce una giurisprudenza, una morale e una politica del genere umano, corrisponde la logica, «fas gentium», una scienza dell'espressione di esse idee, la filologia.
Ecco dunque una scienza delle lingue e de' miti e delle forme poetiche, una lingua del genere umano, una teoria dell'espressione ne' miti, ne' versi, nel canto, nelle arti.
E come teoria e scienza non è che «natura delle cose», e la natura delle cose è nelle «guise di lor nascimenti»; l'uomo ardito, sgombro lo spirito d'ogni idea anticipata e fidato al solo suo intendere; si addentra nelle origini dell'umanità, guaste dalla doppia «boria» «delle nazioni e de' dotti», e tu assisti alla prima formazione delle società, de' governi, delle leggi, de' costumi, delle lingue, vedi nascere la storia di entro la mente umana, e svilupparsi logicamente da' suoi elementi o princìpi, «religione, nozze, sepolture», svilupparsi sotto tutte le forme, come governo, come legge, come costume, come religione, come arte, come scienza, come fatto, come parola.
La sua grande erudizione gli porge infiniti materiali, che interpreta, spiega, alloga, dispone, secondo i bisogni della sua costruzione, audace nelle etimologie, acuto nelle interpretazioni e ne' confronti, sicurissimo ne' suoi procedimenti e nelle sue conclusioni, e con l'aria di chi scopre ad ogni tratto nuovi mondi, tenendo sotto i piedi le tradizioni e le storie volgari.
Così è nata questa prima storia dell'umanità, una specie di Divina Commedia, che dalla «gran selva della terra» per l'inferno del puro sensibile si va realizzando tra via sino all'età umana della riflessione o della filosofia; irta di forme, di miti, di etimologie, di simboli, di allegorie, e non meno grande che quella; pregna di presentimenti, di divinazioni, d'idee scientifiche, di veri e di scoperte: opera di una fantasia concitata dall'ingegno filosofico e fortificata dall'erudizione, che ha tutta l'aria di una grande rivelazione.
È la Divina Commedia della scienza, la vasta sintesi, che riassume il passato e apre l'avvenire, tutta ancora ingombra di vecchi frantumi dominati da uno spirito nuovo.
Platonico e cristiano, continuatore di Ficino e di Pico, uno di spirito con Torquato Tasso, Vico non comprende la Riforma, e non i tempi nuovi, e vuol concordare la sua filosofia con la teologia, e la sua erudizione con la filosofia, costruire un'armonia sociale come un'armonia provvidenziale.
La sua metafisica ha sotto i pie il globo, e gli occhi estatici in su verso l'occhio della provvidenza, onde le piovono i raggi delle divine idee.
Vuole la ragione, ma vuole anche l'autorità, e non certo degli «addottrinati», ma del gener