STORIA DI UNA CAPINERA, di Giovanni Verga - pagina 13
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Piangevamo tutti e nessuno poteva trovare una sola parola.
Il babbo mi promise che sarebbe ritornato il giorno dopo.
Questa volta partì davvero, e il rumore della porta che si chiudeva me lo sentii ripercuotere nel cuore; stringevo la grata di ferro con mano convulsa e fissavo ancora gli occhi su quella porta chiusa...
Che momenti son quelli, Dio mio! Le monache mi aiutavano a risalire nella mia cella, e quando fui sola, senza testimoni, allora soltanto potei mettermi ginocchioni e sfogarmi in singhiozzi.
Ora son più tranquilla.
Ho ringraziato il Signore di avermi fatto rivedere il babbo; gli ho chiesto perdono di questo mio soffrire che è una colpa, perché avevo già accettato cotesta vita di privazioni e di dolori, avevo fatto voto di dedicarmi a Lui intieramente...
e il mondo mi avvince ancora con i suoi legami più tenaci.
Dio misericordioso! ci ho colpa io se non ho forza di rompere cotesti legami?
Marianna mia, non verrai uno di questi giorni a visitare la povera inferma? Vieni, vieni.
Ho tanto bisogno di vederti!
28 Giugno
Chi sa che cosa penserai di me, di una monaca che geme, che si lamenta, che ti scrive clandestinamente? Quando scendo ad esaminare me stessa, mi trovo così colpevole, così abbietta che non so comprendere come tu mi lasci ancora la carità della tua amicizia...
Il mio peccato è mostruoso, è vero ma sento che nella mia sventura c'è qualche cosa ch'è più colpevole di me stessa...
e Dio mi perdonerà per questa ragione.
Ci son dei momenti in cui, se non ti scrivessi, tutto quello che soffro dentro di me griderebbe ad alte strida da tutti i miei pori...
Lo sai, Marianna? lo sai?...
quella tentazione mi possiede ancora! quel serpe l'ho sempre qui, fitto nel cuore! Quando ti parlo di cose indifferenti e cerco dissimularlo a te e a me stessa, allora mi morde più aspramente, mi lacera coi suoi denti avvelenati.
Ho paura di esser dannata; mi dibatto contro il Demonio, ed esso mi avvinghia più tenacemente...
mi possiede! comprendi?...
mi possiede! Ora che la malattia mi ha indebolito, io non ho più la forza di lottare.
Non vorrei morire perché ho paura dell'inferno...
perché amo il mio peccato!...
Oh! perdonami, sorella mia!...
anch'io inorridisco di quello che scrivo, di quello che penso...
Non so più pregare Iddio perché non oso più levare la fronte verso di Lui!...
Dio mio! che ho fatto? che ho fatto io mai?...
L'amo sempre! l'amo più di prima! l'amo sino alla pazzia...
e son monaca!...
ed egli è sposo!...
sposo di mia sorella! è orribile! è mostruoso!...
son perduta, sono maledetta!...
Ma che colpa ci ho io?...
Come ho potuto meritarmi un castigo sì duro? Ora che son rinchiusa vivente nella tomba quest'amore si è fatto un delirio, una collera, una rabbia!...
Non mi ricordo più di quei momenti di paradiso, non provo più quelle trepide gioie...
Ho sempre qui nella mente, nel cuore, dinanzi agli occhi, una figura spaventosa che mi fa ardere d'angoscia e di passione...
Sento una voce che viene d'oltre tomba, che mi chiama...
Ascolta...
Maria!...
Maria!...
il nome con cui mi chiamavano al mondo...
Adesso Maria è morta...
e trema tutta, e il sudore si agghiaccia pel terrore delle sue membra, perché sente la mano del demone che l'afferra pei capelli e la trascina nell'abisso...
Vedere tutte codeste vergini sì pure, sì innocenti, inginocchiarsi, pregare, e sentirsi la sola colpevole fra di loro! e dover dissimulare il rimorso allorché punge più acuto! e le più confortanti pratiche religiose esser divenute un altro peccato per la povera donna perduta!...
ed esser costretta ad ingannare Iddio!...
Oh!..
Tutte le domeniche vado al confessionale, m'inginocchio!...
ma, ahimè! non ho la forza di confessare quella colpa mostruosa...
Invento anche dei peccati che non ho mai commesso come per farne un compenso con quello che non oso mai dire, che mi nascondo gelosamente nel cuore come una lupa nasconde i suoi figli nell'antro!
Marianna! mi pare di esser pazza...
Vorrei strapparmi i capelli; vorrei lacerarmi il petto colle unghie; vorrei urlare come una belva, e scuotere codeste grate di ferro che imprigionano il mio corpo, torturano il mio spirito, e che irritano la mia sensibilità nervosa...
Se diventassi pazza davvero? Ho paura!...
ho paura!...
Un brivido mi ricerca tutte le fibre; il sangue mi si agghiaccia nelle vene.
Ho paura di quella povera suor Agata ch'è rinchiusa da quindici anni nella cella dei matti.
Ti rammenti quel volto scarno, pallido e spaventoso? quegli occhi stupidi e feroci, quelle mani ossee dalle unghie lunghe, quelle braccia nude, quei capelli canuti? Essa si aggira senza tregua nel breve spazio della sua stanzuccia, abbranca le sbarre di ferro e si affaccia alla grata come una bestia feroce, seminuda, urlando, ringhiando!...
Ti rammenti anche della paurosa tradizione del convento che quella cella non debba rimanere vuota, e che alla morte di una povera matta siavi sempre qualche altra disgraziata da rinchiudervi? Marianna! ho paura che io debba succedere a suor Agata quando Dio le farà la carità di chiamarla a sé.
Ho la febbre.
Io morrò giovine.
Oh, Dio non mi punirà a quel segno!...
Ho paura, ho paura di quei capelli canuti, di quegli occhi, di quel pallore, di quel ghigno, di quelle mani che si avvinghiano alle spranghe della grata...
Se diventassi così anch'io!...
Oh! no! no!
È notte; tutto è silenzio; la finestra è aperta.
Ho udito un bottegaio che litigava colla moglie, e infine l'ha battuta!...
felice! felice lei! Sulla strada si odono i passi di qualcuno in ritardo; quell'uno avrà una casa, dei parenti, degli oggetti cari!...
Perché penso a queste cose che mi fanno piangere? perché son malaticcia, perché ho la testa debole, perché sono colpevole...
Oh la colpa! non ci pensavo più!
Ora senti com'è spaventoso il mio peccato: come si riproduce sotto tutte le forme.
Domenica era in coro ad ascoltare la messa; mi sentivo in seno una calma, una pace, una serenità!...
mi pareva che alfine Iddio avesse compassione di me e mi perdonasse; pregavo e tenevo gli occhi fissi su di un uomo che stava laggiù in chiesa appoggiato ad una colonna: aveva la sua statura, i suoi capelli neri...
aveva certi atteggiamenti che somigliavano a quelli di lui.
Avrei data la poca speranza di vita che mi rimane per vederlo soltanto levar la testa verso il coro.
Lo guardavo...
e delle volte mi sembrava che fosse lui senza dubbio...
e allora il sangue incominciava a turbinarmi nella testa.
Finita la messa, egli si mosse per andarsene, ed io pregavo la Vergine che gli facesse levare gli occhi verso la sua immagine ch'è presso al coro perché io potessi vederlo in viso; ma partì e non potei accertarmi che fosse lui.
Rimasi lì, come pietrificata, non so quanto tempo, cogli occhi fissi su quella colonna a cui forse si era appoggiato uno sconosciuto.
5 Luglio
Voglio vederlo! voglio vederlo! una sola volta! un momento solo!...
Dio mio, è un gran peccato poi vederlo? Vederlo soltanto...
da lontano...
attraverso la gelosia! Egli non mi vedrà; non saprà che dietro quella gelosia ci è chi muore qui dannata per lui...
Perché me l'hanno strappato? perché me l'hanno rubato il mio Nino?...
il mio cuore, l'amor mio, la mia parte di paradiso?...
Assassini!...
assassini! che uccideste il mio corpo, e che mi martoriate ancora l'anima...
Oh, come l'amo! come l'amo! Sono monaca...
lo so! che m'importa? io l'amo! egli è il marito di mia sorella...
io l'amo! è un peccato, un delitto mostruoso...
io l'amo! io l'amo!
Voglio vederlo! voglio vederlo! fosse anche per l'ultima volta! L'aspetterò alla finestra del campanile che dà sulla strada...
l'aspetterò tutti i giorni...
egli passerà...
una volta, una sola volta...
Dio lo manderà da queste parti...
Dio?...
Oh! Marianna! come questa parola mi atterrisce! deliro, tu lo vedi...
sono fuori di me...
non so che cosa abbia...
sarà la febbre...
saranno i nervi...
sarò matta...
25 Luglio
L'ho veduto, Marianna! l'ho veduto! Ho provato quest'altro spasimo! Che Dio sia benedetto!...
Egli passava insieme ad altri suoi amici...
Non ha levano nemmeno gli occhi...
Non si è forse rammentato che in questo convento ci doveva essere la sua Maria...
la sua povera Maria di Monte Ilice, che è pallida, che piange, che trema di febbre, che muore, che lo ha sempre qui nel cuore...
le scintille che scaturivano dai miei occhi non l'hanno abbarbagliato!...
parlava, rideva, aveva il sigaro in bocca, e il fumo saliva verso la mia finestra...
l'ho visto, sì, sì, lui, il suo viso, i suoi abiti, i suoi movimenti, e ho avuto paura di quell'uomo che sorrideva, che fumava, che discorreva coi suoi amici...
non era una cosa orribile, mostruosa?...
Poi è sparito; ha svoltato il canto di un'altra via, e non l'ho più visto...
Tutta quella gente seguitava a passeggiare, a discorrere, a divertirsi...
e non s'accorgeva che lui non c'era più!...
Dov'era? dov'è andato?...
a casa sua? da mia sorella...
da sua moglie!...
Ah! vorrei essere tigre! vorrei essere demonio! vorrei strapparmi a brani queste carni! vorrei avvelenare colla mia disperazione quest'aria! accecare col mio lutto questo sole!...
Maledizione! maledizione su me, su lui, su tutti!...
Oh! Dio, Dio! Che volete da me?
5 Agosto
Marianna! domando perdono a te, domando perdono a tutti quelli cui ho potuto recare scandalo coi miei peccati, come ho domandato perdono al Dio misericordioso.
Che avrai pensato di me? di questa abbietta peccatrice che logora la vita ai piedi della Croce per cancellare col pianto e la preghiera le sue colpe?
Abbiamo fatto un corso estraordinario di esercizi spirituali; venne chiamato un rinomatissimo predicatore; Dio ha tuonato per la sua bocca in mezzo alle semitenebre della chiesa di cui le finestre sono velate a nero.
Com'è terribile la parola del Signore! No! sono i miei peccati, è la mia coscienza turbata, è il mio rimorso che me l'hanno resa spaventevole; poiché il cuore mi dice che la parola del buon Dio non può suonare che amore e misericordia senza limiti.
Quale impressione mi hanno lasciato quelle prediche! è sgomento, è terrore, direi...
Dio mi è apparso terribile; ho visto la collera celeste fulminare dall'alto dell'altare; ho sentito il ringhio dei demonî perduto sotto la cupola, ed ho visto disegnarsi le nere ali di pipistrello nelle ombre delle arcate.
Dio ha parlato dell'inferno, di dannati...
e mi è sembrato tutta la notte di udire lamenti di torturati, ululi dell'altro mondo...
ed ho avuto paura...
paura di me, paura del peccato.
Ora mi sento tutta sconvolta...
il mio cuore tenta invano asilarsi nel pensiero della misericordia celeste...
il mio peccato è mostruoso; potrò mai essere perdonata? Quel predicatore parlò in termini vaghi; enumerò tutte le colpe; ma fra i peccati più enormi su cui fulminava la vendetta celeste non osò neanche supporre il mio!...
la sua mente sarà rifuggita dall'enormità di esso!...
Che sono diventata io dunque, buon Dio?...
non avrò forse neanche il diritto d'invocarvi!...
Perduta nella colpa...
dannata alla vostra collera, posso ancora ascoltare la vostra parola? posso ancora prostrarmi ai vostri piedi fra codeste vergini che sono le vostre elette?
Marianna mia, è spaventoso! abbandonata anche dal Signore! Eppure delle volte la tentazione mi dice che io sono innocente: che non c'è colpa nel mio peccato, che Dio potrebbe perdonarmi...
Perché sono perduta? che ho fatto io?...
È il demonio che mi suggerisce codesti dubbi; il demonio che mi possiede!
Mi considero come una maledetta; ho paura e ribrezzo di me stessa; sono piena di rimorsi, di terrori; eppure amo ancora il mio Dio, e vorrei potere sfogare ai piedi del crocifisso l'immensurabile angoscia dell'anima mia.
Non lo posso, non lo posso...
sono maledetta!...
La notte!...
se sapessi che notti! il lume che si spegne, l'ombra che vacilla, i mobili che crepitano, il silenzio che è pieno di sibili e di rumori indistinti, hanno misteri di sepolcri, ringhio di demoni, ululi di dannati, fruscìo di ali maledette; questo corridoio vasto, muto, oscuro, i morti che dormono sotto i nostri piedi, quella chiesa, quelle lampade, quelle pitture, tutto è funereo; si vedono sulle pareti disegnarsi figure mostruose; sul capezzale, ai piedi del crocifisso sta quel teschio informe, si ha paura dell'aria che si respira, del silenzio che ci nasconde sinistri rumori, dello spazio che ne circonda, delle coltri che ci pesano sul corpo...
non oso gridare perché temerei di svegliare echi spaventevoli; di sentirmi posar sulle carni mille formi orribili; il sonno è pieno d'incubi, affannoso; mi sveglio spesso con un grido, coperta di sudore angoscioso e di lagrime.
Perché fu spaventosa quella predica? perché è terribile la parola di Dio?...
Oh, Signore! Pietà anche della maledetta!...
pietà anche della dannata!...
17 Agosto
Signore! grazie! grazie! mi sento rinascere; mi sento purificare dal vostro perdono.
Ho pianto, ho pregato tanto, che la mia miseria vi ha fatto compassione; adesso son rassegnata, son tranquilla; non voglio più pensare, non voglio rimaner più sola; il pensiero è il nostro male, la nostra tentazione.
Non ti scriverò più, Marianna, poiché per scriverti dovrei rammentare...
non voglio più rammentarmi di te, di mio padre, di nessuno!...
Perdonatemi, miei cari...
il cuore è un gran pericolo...
Se ci potessimo strappare il cuore, saremmo più vicini a Dio!
Oh! il Signore mi darà la forza!...
Se morissi in questo momento sento che gli angeli mi sorriderebbero...
Ma no, Marianna mia! anche questo desiderio è un peccato: bisogna stare quaggiù finché il buon Dio lo vuole.
La mia anima, ch'è codarda e debole, vorrebbe starci sì poco che vede con colpevole sentimento di gioia i rapidi progressi che il male fa in me di giorno in giorno.
Se tu mi vedessi, mia povera Marianna! son diventata una larva; se vedessi le mie mani, il mio viso, i miei occhi! il mio povero petto è tutto una febbre che mi divora con denti di brace; se mi sentissi a tossire, e ti trovassi presso di me quando i dolori del male sono più forti del mio coraggio!
È meglio che tu non mi vegga più, Marianna mia, che nessuno mi vegga...
nessuno! Ho, quasi direi, il pudore della mia malattia.
Il mio babbo trova sempre nella sua cecità provvidenziale mille ragioni per illudersi e non vedere lo stato in cui sono.
Mio Dio! mio Dio! eccomi a Voi, quale io sono, colle mie infermità, colle mie debolezze, coi miei errori, colla mia colpa, coll'immensurabile amore che vi porto.
Pietà di me, mio Dio! pietà di me! Non mi fate pensare! ecco l'unica mia preghiera per vivere e morire rassegnata nel solo vostro pensiero.
26 Agosto
Oh, Dio mio! perché mi avete abbandonata!
Quello che io provo non ha nome! sentirsi colpevole a tal segno...
aver tal paura del proprio peccato! e non potersene staccare!...
Quella predica! quella predica!...
sempre quella voce terribile nelle orecchie!...
Che orrore! Veggo l'inferno che mi attende spalancato...
mi sento perduta come Satana nell'immensità dell'abbandono di Dio...
e amo sempre il Nino! ho paura dei demoni, e penso a lui!...
oso levare gli occhi supplichevoli verso l'altare e penso a lui!...
ho la testa piena di larve, di fiamme, di visi atroci...
e sorrido, ardo, con lui!...
lui ch'è il peccato, la tentazione, il demonio!!...
Senti quel ch'è accaduto, Marianna! Ero sul belvedere, seduta presso quella cappelletta che noi ornavamo di ghirlande e fiori: il sole era levato da poco; si udivano i mille rumori delle vie, e il canto degli uccelli; il cielo era azzurro, il mare risplendente, spirava un'aria imbalsamata di fragranza che faceva sollevare il mio povero petto tanto malato...
io pensava, pensava...
vedi per quali vie questo demonio tentatore che si chiama pensiero s'insinua a tradimento in noi da tutti i pori e s'infigge ferocemente nel cervello! io pensava al fiorellino che scuoteva le sue perle di rugiada, al fumo che si levava dai camini, alla vela che si perdeva negli splendori del mare, al canto che saliva dalla via.
Era sogno? non lo so.
Due farfallette s'inseguivano di fiore in fiore: una aveva le ali d'oro, un'altra tutte bianche...
quella dalle ali di neve si nascose dentro il calice di un bel fiore più bianco delle sue ali con un atto di gentile malizia; e la povera sua compagna la cercava, agitando le sue piccole ali dorate con un senso d'affanno; come trepidavano quelle alucce allorché si accostavano ai petali del bel fiore! poi si affacciò alla corolla, guardò, forse sorrise, e vi si nascose anch'essa.
Che si dicevano? che si rubavano? che si passava in quelle piccole anime? quanta felicità era racchiusa in quella tenue corolla? Un uccelletto pispigliava sul comignolo del tettuccio della cappelletta, e agitava le ali con un moto sì rapido che ai raggi del sole nascente le sue penne sembravano fatte di pagliuzze d'oro.
Diceva: vieni! vieni! pareva che piangesse; chi può saperlo? forse piangeva davvero; chi aspettava? chi chiamava?...
Poi spiccò un volo rapido, dritto, sicuro; dove correva?...
Era libero e volava! Su di un crepaccio del muro una piccola lucertola si scaldava al sole; se tu avessi visto com'era lieta quella bestiolina! come anelavano i suoi piccoli fianchi, e agitavasi la sua testolina, e brillavano i suoi occhietti! forse benediceva quel raggio che scendeva benefico anche per lei, e quella stilla di rugiada che la foglia del fiore lasciava cadere.
Chi ha mai pensato a tutte le gioie che ne circondano? alle felicità che sono nel verme che striscia per terra, e nell'atomo che non si vede? Poi si udì una carrozza; i cavalli avevano le sonagliere: sai come è allegro il rumore delle sonagliere; ti parla della campagna, del verde dei prati, delle strade polverose, delle siepi fiorite, delle allodole che saltellano dinanzi ai cavalli.
Si udiva stridere una carrucola, e un'allegra voce, una fresca voce di donna, che cantava una di quelle canzoni popolari che non hanno senso comune e commuovono tanto; era una fantesca che attingeva l'acqua ad un pozzo; perché era allegra colei? a che pensava? al suo villaggio natale? alla messa della domenica? alla note voce che soleva venire a ricantare quella vecchia canzone dinanzi alla sua porta?
Tutte quelle cose avevano una parola e dicevano: Nino! Nino! lo cercavo cogli occhi intorno a me e lo vidi, lo vidi alla finestra di una casa poco lontana...
Era lui! proprio lui!...
coi gomiti appoggiati al davanzale, colla pipa in bocca, e respirava tutta quella festa di un bel mattino.
Oh! il mio povero cuore! il mio povero cuore! Mi parve che altra volta mi avessero detto che mia sorella era andata ad abitare una casa vicino al convento, ma Dio mi aveva fatto la grazia di non farmici pensare...
Ora lo vedevo lì, oh Dio! perché? perché?...
che faceva? che pensava?...
mi vedeva? no! no! i suoi occhi erano distratti...
eppure avrebbero dovuto vedermi, col mio vestito nero, il mio velo bianco, le braccia distese...
Che aveva in cuore quell'uomo? - Qual pianto! qual pianto! Oh Signore! se vi potessi ringraziare per averlo veduto...
solo! Oh! Dio mio, non mi fate vedere mia sorella! non mi fate vedere mia sorella!
Nino! Nino! son qui! son io! non mi vedi? non ti rammenti? che hai? che ti ho fatto?...
Oh! la mia testa! Nino! guardami! vedi come son pallida! senti come il petto mi duole!...
Oh Nino! fammi la carità di guardarmi!...
Egli si è voltato; ho veduto un'ombra dietro di lui...
una veste...
son fuggita perché la ragione mi vacillava!...
Dio! Dio! che spasimo! Sono andata a rintanarmi nella mia cella come una belva ferita...
Oh! che fiamme! che dolori! La mia testa! la mia povera testa!...
Che giornata! che giornata orribile! Quel fantasma sempre dinanzi agli occhi; quello spasimo sempre inchiodato nel cuore!
Son quasi pazza.
Sento qualche cosa che mi afferra per le carni e mi trascina lassù sul belvedere...
per tornare a vedere quello di cui la sola idea mi lacera il cuore...
Vorrei passarvi tutti i miei giorni e morire là di dolore, cogli occhi fissi su quella finestra.
Ho voluto pensare a Dio, e Dio mi è sembrato crudele; ho voluto pensare a quella predica, e mi è sembrata ingiusta.
Tutte le furie dell'inferno si dilaniano il mio cuore...
Senti, Marianna!...
senti la dannata...
poiché io voglio perdermi! voglio dannarmi!...
La notte, quando tutti dormivano, sono andata lassù, sulla terrazza, a piedi nudi, premendomi il petto perché le monache non udissero il battito del mio cuore che aveva paura, il vigliacco! strisciando fra le tenebre come un fantasma.
Quel tragitto è durato mezz'ora; mezz'ora di terrori, di ansie, di lotte interne; spaventandomi al minimo rumore, trattenendo il respiro ad ogni porta, lasciandomi cadere sfinita ad ogni scalino...
S'egli avesse potuto scorgermi!...
Poi, quando son giunta lassù, e ho visto le stelle sul mio capo...
e quella finestra illuminata...
ciò che si è passato dentro di me io stessa non saprei dirtelo...
Senti!...
ti dirò quello che vidi...
tu soffrirai come me...
vorrei che tutti quelli che amo soffrissero...
Suonavano le undici...
quelle squille avevano vibrazioni acute che ferivano come un coltello...
le vie erano ancora popolate...
c'era gente che passeggiava, che rideva; si sarebbero potuti udire i discorsi che si tenevano da quelli che erano più vicini...
nel buio si vedeva quella finestra illuminata che mi guardava col suo occhio spalancato...
Cento volte ho passato la sera a fantasticare fissando da lungi qualche lume che brillava in qualche camera lontana...
e tentare d'indovinare tutti gli affetti, tutte le cure, tutti quei piccoli dispiaceri che alla povera anima mia sembrano un'altra delle felicità domestiche, i discorsi, le parole che probabilmente si passavano attorno a quel lume solitario...
Ma quella finestra aveva un riverbero infuocato...
non poteva fissarla senza sentirmi ardere tutte le vene...
Lui! lui! la sua casa, [...
tutto quello che c'è nella sua casa], nella sua vita, nel suo affetto, tutte le serenità della pace, tutte le benedizioni della famiglia.
Quella camera aveva la tappezzeria a gran fiori azzurri: vicino alla finestra c'era una poltrona; più in là, su di un tavolino, mille oggetti che non potevo distinguere, ma dei quali alcuni luccicavano al lume della candela...
se volessi immaginare il tabernacolo, non saprei idearlo altrimenti: ognuno di quei piccoli oggetti avea l'impronta della sua mano; su quella poltrona si era seduto cento volte.
Perché era deserta quella camera?...
sembrava che avesse paura, e ne faceva anche a me...
poi si aprì una porta ed entrò una donna...
lei!...
mia sorella!...
mia sorella! com'era bella! poteva toccare ognuno di quegli oggetti, mettersi a sedere su quella seggiola!...
Si accostò alla finestra e fece ombra al lume...
crudele! crudele!...
e si appoggiò al davanzale.
Pareva che mi guardasse...
ebbi paura di quel viso rivolto verso di me e che rimaneva nell'ombra...
mi celai dietro la cappelletta...
Come tremavo! come batteva il mio cuore! Poco dopo ella si ritirò bruscamente; e andò ad aprire la porta per la quale era entrata...
Era lui! lui!...
le prese la mano...
la baciò sulle labbra...
Dio! Dio! Dio!...
fatemi morire!...
anche maledetta!
Tu non puoi sapere quello che ci sia di ebbrezza, di rabbiosa voluttà nell'imporsi un'atroce tortura...
si divora sé stessi poiché non si può divorar altri...
io ho visto quell'uomo abbracciare quella donna...
quell'uomo, Nino! lei, mia sorella! li ho visti sedersi accanto, parlarsi tenendosi per le mani, sorridersi, rubarsi i baci a vicenda...
ho indovinato tutte quelle dolci parole che si dicevano, ho visto, per un miracolo di intuizione, i più piccoli moti della sua fisonomia, quello che c'era nei suoi occhi; nessuno ha potuto vedere quello che ho io visto...
i miei occhi asciutti si dilatavano; il mio cuore non batteva più; c'era un profumo di Satana in me...
E questo spettacolo è durato quasi un'ora! Un'ora là, a piedi nudi, arsa di febbre, tremante di ribrezzo, respirando l'angoscia, le furie a pieni polmoni...
Mi sono imposta questa terribile gioia, questa gioia che ha denti di fiamma come lo spasimo, per vederlo...
e sono andata là tutte le sere, con quel pericolo, quella febbre, quel delirio...
l'ho visto!...
che monta il come? l'ho visto! Ho passato i giorni sulla terrazza con un sole ardente che mi dardeggiava sul capo nudo, piena la mente di bagliori, di smarrimenti, di vertigini, e gli occhi di fiamme, e il corpo arso di febbre, per vederlo un solo stante passare da una stanza all'altra e nulla più!
Ah! se il dolore uccidesse!!...
10 Settembre
Dio! fatemi morire! Dio! fatemi morire! Dio! fatemi morire!
13 Settembre
Oh! pietà! pietà! Non reggo più!
18 Settembre
Marianna, son malata; ho la febbre nel cervello; la testa mi arde, odo dalla mia celletta gli urli di quella povera suor Agata...
mi pare che vorrei urlare anch'io come lei, e come lei strappare colle unghie l'intonaco dalle pareti...
Perché m'hanno chiusa qui? che ho fatto? perché quelle grate, questi veli, quei chiavistelli? perché quelle preci lugubri, quelle lampade fioche, quei visi pallidi, spaventevoli, quel buio, quel silenzio? che ho fatto? Dio mio! che ho fatto?
Voglio andarmene! voglio uscire di qui! non voglio più starci! voglio fuggire...
Aiutami! aiutami, Marianna! Ho paura; sona rabbiosa; voglio la luce; voglio correre!
Marianna! perché mi abbandoni anche tu?...
Di' a mio padre che venga a togliermi da questo sepolcro; digli che muoio, che muoio assassinata; digli che mi spaccherò la testa contro queste pareti...
digli che sarò buona, che amerò tutti, che sarò la serva di casa, che mi contenterò del canile...
ma fuori di qui...
Digli che non gli ho fatto nulla...
perché è così spietato anche lui? nessuno avrà pietà di me? nessuno mi aiuterà? nessuno di quelli che passano per la via colla gioia di una felicità in cuore penserà che rinchiusa qui dentro possa esservi un'infelice che muore disperata?...
Grida! urla con me! chiama al soccorso! di' a tutti quelli che ti possono udire che son chiusa qui per forza; che non ho fatto nulla; che sono innocente...
di' che in questo luogo vi è la morte...
che c'è l'odore dei sepolti, che si odono le strida della pazza!...
18 Settembre
La pazza! la pazza! anche lei vuol fuggire, poverina! la tengono chiusa...
col cancello di ferro...
non può dormire...
non può morire...
corre da mane a sera per quel piccolo spazio che le è concesso, rabbiosa, ululante...
poverina! poverina!...
è spaventevole!...
Se mi chiudessero con suor Agata?...
Che ribrezzo! che orrore!...
se divenissi matta?!...
Oh! Marianna! vorrei precipitarmi a capo in giù dalla più alta finestra...
ma tutte son chiuse dall'inferriata...
Ah! che tortura! che supplizio! neppure la morte, neppure il suicidio, neppure l'inferno! che ho fatto? che ho fatto mai? sono innocente, te lo giuro!
Senti! non l'amerò più; me lo strapperò dal petto...
cullerò i suoi bambini...
fuggirò lontana...
facciano di me quello che vogliono...
tutto, tutto...
purché mi tolgano da questo luogo.
Di' loro che io non sapevo quello che volessero da me quando io mi feci monaca, che non sapevo che dovessi star sempre prigioniera...
che ero matta...
che qui mi dannerò l'anima...
che mi resta poco da vivere...
pochissimo...
Perché dunque non mi lasciano morire in pace?...
24 Settembre
Ieri venne il medico per me: perché lo chiamarono? Mi guardava, mi guardava in un modo singolare...
mi tastò il polso...
io sto bene; io non mi sento nulla...
mi fece mille domande che non capii...
che vuol dire questo? che cosa vogliono da me? mi guardavano a vista; mi tengono in disparte...
che cosa è accaduto?...
vogliono farmi paura?...
Io dissi al medico che voglio uscire da questo luogo promisi di esser buona, di lavorare, di fare tutto quello che si vuole da me, purché mi facciano uscire.
Quel buon vecchio sorrideva e mi prometteva tutto quello che gli domandavo con una facilità che mi sgomenta...
Che vuol dire? che vuol dire, Marianna?...
Son sola; guardo me stessa; mi par di sognare...
non so che cosa sia accaduto...
ma dev'essere qualche cosa di spaventevole...
di orribile!...
Sarà perché ho paura degli urli di suor Agata che arrivano fin qui, giacché la poveretta è in uno dei suoi accessi.
Oggi ho passato tutto il giorno a guardare la porta per la quale sono entrata...
quella porta tutta nera con grossi chiavistelli, che si apre soltanto per far entrare delle vittime e che non si ripassa mai più...
Ed io sono entrata per quella porta!...
Ero libera, al di fuori, ed ho passato coi miei piedi quella soglia! Nessuno m'ha trascinata, nessuno m'ha spinta!...
Com'è stato, Dio mio? Ero matta? Sarà stato in sogno? Al di là di quella porta che cosa ci sarà mai?...
Che cosa si deve provare nell'anima oltrepassandola? Come deve risplendere il cielo di luce! Al di là c'è Nino! non è vero?
Non vollero che io rimanessi a guardarla più a lungo.
E perché? Anche questo è male? Mi tolsero di là...
Io faccio tutto quello che vogliono...
Son docile...
ho paura...
ho paura che mi rinchiudano con la matta...
Senza data
Nino! Nino! ov'è Nino?...
voglio vederlo!...
perché non me lo fanno vedere?...
voglio veder lui solo! non vedrò mio padre, non vedrò mio fratello...
non vedrò mia sorella...
Mia sorella!...
lei!...
che me l'ha rubato!...
perché me l'ha rubato?...
non sapeva ch'egli era mio?...
perché non posso vederlo?...
digli che venga...
digli che venga a liberarmi!...
andremo assieme a Monte Ilice...
andremo a nasconderci nel castagneto...
soli...
come le belve...
digli che venga! che venga armato del suo fucile...
così farà paura alle mie carceriere...
son donne...
si lasceranno intimorire...
egli le ucciderà se occorre...
mi salverà...
mi troverà qui, nella mia cella...
io gli salterò al collo...
Ah! ah!...
la monaca!...
Si! ebbene, la monaca fuggirà!...
fuggirà con lui...
col marito di sua sorella...
glielo ruberà...
Andranno lontano...
Cammina...
cammina!...
Andranno nei monti; andranno nei boschi...
saranno assieme; non avranno paura...
non udranno le grida di suor Agata...
ci saranno le stelle, pioverà, si udrà l'uragano, egli picchierà sui vetri...
ella tossirà...
egli dirà Maria...
Maria!...
Chi è Maria? Mi pare di averla conosciuta...
Maria...
è morta...
è fuggita...
dov'è? Ah! la mia povera testa...
Senti, Marianna!...
ora è notte...
vedi...
tutti dormono...
nessuno mi vedrà...
Io scenderò pian pianino...
attraverso il giardino...
c'è buio...
la sabbia del viale non farà rumore perché avrà compassione di me...
andrò alla porta...
quella cattiva porta dirà no! io piangerò, supplicherò, m'inginocchierò...
io le dirò che Nino mi aspetta, che bisogna ch'io vada a trovarlo...
allora la porta avrà pietà di me...
perché non è monaca...
e mi farà passare pel buco della serratura...
io mi troverò di là...
dove c'è il sole, l'aria, le vie, la gente, lui!...
dove si può gridare, correre, piangere, abbracciare le persone che si amano...
fuggirò, fuggirò...
perché se mi vede suor Agata mi afferra...
e andrò a bussare alla sua porta...
e gli dirò: eccomi! eccomi!...
ed egli mi stenderà le braccia...
No! questa è male! questo è peccato!...
Dirò a Giuditta: io sono la tua sorella...
la tua povera sorella che ha tanto sofferto...
ti volevano uccidere la tua povera sorella; volevano sotterrarla viva...
volevano chiuderla con suor Agata...
lasciami qui, ti farò da serva, non l'amerò più...
lo guarderò soltanto, dal buco della chiave, allorché tu sarai addormentata e non avrai bisogno di guardarlo.
Oh! Dio! come sono felice, Marianna! come sono felice, Dio mio! Dio mio! Grazie! Grazie!
Senza data
Aiuto! aiuto, Marianna! aiuto, padre mio! Nino! Nino! uccidili! uccidili! Gigi! Giuditta! aiuto! mi afferrano, mi strascinano pei capelli!...
aiuto! mi percuotono...
Ahi! ahi! i miei capelli...
le mie braccia!...
son tutte livide! c'è del sangue! mi dicono pazza!...
pazza!...
Ah! suor Agata! suor Agata!...
Che vogliono? che vogliono costoro? Perché mi afferrano? io sono innocente...
non ho fatto alcun male...
volevo andarmene, volevo fuggire...
sono i morti...
sono i demoni...
ho paura! Dio mi ha abbandonata!...
non mi abbandonare anche tu!...
Nino! Nino! tu sei coraggioso, aiutami!...
Ahimè! non ho più forza...
mi strascinano!...
mi strascinano!...
dove? dove?...
Dio mio!...
Ah! ah! la cella dei matti! la cella di suor Agata!...
Ah! no! no! per pietà, non son matta! ho paura! ho paura! non lo farò più...
Eccomi...
rimarrò qui; sarò buona; pregherò...
Che volete? che volete?...
Chiamate mio padre, chiamate Marianna...
vi diranno che non son matta! Ah! Nino!...
Nino!...
perché non senti...
Nino?...
Che urli! che strida! quali lagrime! quanta schiuma sulla bocca! quanto sangue!...
Nino! aiuto! Ecco! ecco! aiuto!!...
morderò! morderò! son belva! son belva!...
Ah! ah!...
No! no! Grazia! No!...
Lì no!...
Nino!...
Stimatissima signora Marianna
Quella povera suor Maria, che Dio abbia in pace l'anima sua! mi aveva incaricato di far pervenire nelle sue riverite mani il piccolo crocifisso d'argento ed i fogli manoscritti che le mando per mezzo del nostro portinaio.
Prima di prendere una risoluzione in un caso di coscienza così delicato, io ho esitato lungamente.
L'ultimo desiderio della defunta era bensì sacro per me; ma la nostra regola ci proibisce di disporre di che che sia, anche in caso di morte, senza l'autorizzazione della madre abbadessa.
Spero che lo Spirito Santo m'abbia fatto la grazia d'illuminarmi, ed ecco quello che mi è parso il miglior partito a maggior servizio di Dio e del prossimo.
Mi son giovata di un mezzo termine per ottenere codesto permesso, che sarebbe forse stato difficile ottenere in altro modo; ho rivelato alla madre superiore l'estremo desiderio di suor Maria e le ho mostrato il crocifisso di cui quella poveretta aveva disposto in punto di morte insieme a quei fogli manoscritti come se essi fossero di nessun valore e non servissero ad altro che ad involtarvi il piccol dono.
Io non so che cosa contengano quei fogli.
Dubito però che il permesso di farli pervenire a persone estranee non sarebbe stato concesso giammai se fossero stati letti.
Dall'altro canto, se mai fossero stati trovati in convento, temo che avrebbero potuto esser motivo di scandalo con molto pregiudizio della memoria dell'estinta e grave danno dell'anima sua.
La reverenda madre abbadessa, trattandosi di cose di piccol valore, ha facilmente accordato il permesso senza credersi obbligata a chiedere il consiglio del padre cappellano, ed io ho la soddisfazione di adempiere oggi il mio dovere senza incorrere in nessuna responsabilità.
Ella, stimatissima signora, riceverà il piccolo involto nello stesso stato in cui fu lasciato dalla buon'anima.
I fogli son nove: quattro in carta cerulea, due in foglietti da lettere, e gli altri tre scritti sulle sopraccarte d'altre lettere; tutti diligentemente numerati; l'involto è legato con un cordoncino nero e contiene:
1.
Un piccolo crocifisso d'argento.
2.
Una ciocca di capelli.
3.
Alcune foglie di rosa.
Se la mia povera amica, nei suoi ultimi momenti, non avesse mostrato tanto attaccamento per quelle due o tre foglie secche io non mi sarei presa la libertà di mandarle anche queste, temendo che potesse sembrarle uno scherzo impertinente da parte mia.
Ma la moribonda voleva baciarle quando i dolori che l'hanno consunta si facevano più atroci, ed è spirata con quelle foglie morte fra le labbra.
Che Dio le allevii le pene del purgatorio per quello che sofferse quaggiù, la povera martire.
È morta come una santa.
Beata lei!
Nel giorno fatale in cui per errore fu creduta pazza, la sua salute rovinata ricevette l'ultimo colpo.
Gesù Maria! che giorno fu quello! Quanto soffrì la poveretta! Era così gracile, così debole! si reggeva appena, e quattro converse non bastavano a strascinarla alla cella destinata alle mentecatte! Mi sembra ancora di avere nelle orecchie quegli urli disperati che non avevano più nulla di umano, e di vedere quel suo riso delirante di terrore e inondato di lagrime che spezzavano il cuore...
Quando aprirono il cancello era svenuta.
La lasciarono là, sul nudo suolo...
Che Dio mi perdoni! credo che suor Agata, la povera matta, sia stata la sola ad aver pietà di quella sventurata, perché non osò farle alcun male; la guardava con quei suoi occhi istupiditi, e si accosciava sul suolo accanto a lei, la toccava e la scuoteva come se avesse voluto rianimarla.
Quando venne il medico, la trovò ancora in quello stato; allora ordinò che fosse trasportata all'infermeria, e siccome la reverenda madre superiora, nell'interesse della comunità, temeva qualche nuovo accesso, egli ci rassicurò dicendoci che sarebbe stato per poco.
Infatti non durò molto...
La povera malata rinvenne quando fu nell'infermeria.
Non potrebbesi immaginare come spezzava il cuore con quel solo sguardo spaventato che fissava su di noi...
poiché non poteva più muoversi, la poverina! le sue forze erano esaurite.
Durò così tre giorni: tre giorni d'agonia.
non si mosse, né parlò più.
Rimase come l'avevano distesa sul letto, cogli occhi spalancati, tremando sempre, e un rantolo affannoso nella gola.
Soltanto all'alba del terzo giorno mi fece capire cogli occhi che voleva le volgessi il capo verso la finestra, e quando vide il cielo, gli occhi le si riempirono di lagrime.
Povera suor Maria! Non era più che un cadavere.
Gli occhi soli erano ancor vivi, erano i suoi begli occhi! Ella mi diceva tante cose guardandomi, e il dolore lacerava gli ultimi avanzi della sua misera vita.
Quando le sollevai il capo mi guardò in un certo modo che mi strappò le lagrime.
Volle alzare il braccio per gettarmelo al collo, ma non ebbe la forza e sospirò: allora io le presi la mano ed ella me la strinse, me la strinse come se mi parlasse.
Verso le dieci le recarono il S.
Viatico.
Si comunicò con una serenità, una fede tale che pareva che tutti i santi e gli angeli del paradiso facessero corona attorno al suo letto.
Beata lei! Tutto il giorno poi rimase così, mentre le si recitavano le litanie.
Quando il sole tramontò parve che provasse un nuovo affanno; le sue lagrime scorrevano così abbondanti che una delle converse si mosse a pietà e le asciugò il viso, ché la poveretta l'aveva tutto bagnato e non ci vedeva più.
Poi agitò le labbra come se chiamasse; io mi chinai su di lei; fece uno sforzo per accostare il suo viso al mio, e mi sussurrò all'orecchio quel suo ultimo desiderio con uno stento affannoso che spezzava il cuore...
Il rantolo la soffocava.
Indovinai più che non mi dicesse.
Corsi a prendere l'involto che mi avea designato, e allorché me lo vide fra le mani sorrise come sorridono gli angeli del paradiso...
Quando il rantolo non la soffocava, diceva sempre: «Per lui! per lui!".
Sarà stato delirio.
Volle che le facessi veder tutto: i fogli, i capelli, il crocifisso, le foglie secche; le baciò, le baciò tanto, che una di quelle foglie l'ho tolta dalle sue labbra dopo morta.
Poi volse il capo dall'altra parte e sospirò lievemente...
Parve che s'addormentasse...
e si addormentò per sempre.
Povera suor Maria!
Però ella adesso è fra i beati e prega il Signore per noi miseri peccatori che abbiamo la debolezza di piangere la sua morte.
Devo ancora aggiungere, a lode della madre abbadessa e di tutta la comunità, e a conforto di tutti coloro che l'amarono in vita, che le sue esequie furono commoventissime.
Più di trenta messe furono celebrate a tutti gli altari della chiesa e al De-profundis ardevano più di cento candele.
Mi raccomandi al Signore nelle sue orazioni, e mi creda con stima:
Sua devotissima serva
Suor Filomena
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