TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 112
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- Ah bricconi! Ah traditori! V'insegno io!...
- La Violante ne portò un pezzo il segno sulla guancia.
Ma ormai aveva preso gusto alle monellerie di Martino, sicché andava a cercarlo apposta dietro le quinte, fra le scene arrotolate, e i cassoni delle marionette, mentre lui smoccolava i lumi per la rappresentazione della sera, o soffiava sotto la marmitta posta su due sassi, nel cortiletto.
Gli soffiava fra capo e collo dei sospiri che avrebbero acceso tutt'altro fuoco, pigliandosela colle stelle e coi barbari genitori.
- Sta' tranquilla, - disse Martino, - sta' tranquilla che me la pagherà -.
Adesso era lei che lo stuzzicava, vedendo che il ragazzo, ammaestrato dalle busse, stava all'erta pel principale, coll'orecchio teso e guardandosi intorno prima di allungare le mani verso di lei.
Gli portava di nascosto i migliori bocconi; gli serbava, in certi posti designati, il vino rimasto in fondo al fiasco; per rivolgergli le parole più semplici, dinanzi ai suoi, faceva un certo viso come avesse l'anima ai denti, col capo sull'omero e gli occhi di pesce morto; pigliava il tono delle Clorinde e delle Rosamunde per dirgli soltanto: - Bisogna andare per l'olio, Martino.
- Guarda che non c'è più legna sotto la mangiatoia...
-
E quando lavorava accanto a lui, sul palco, con le Artemisie in mano, gli buttava sul viso le parole infocate della parte, cogli occhi neri che mandavano lampi, e le labbra turgide che volevano mangiarselo.
"O Cieli! Che mai vedo a me dinanzi!...
Mio signore...
mio bene!"
- Lavora! lavora, sgualdrinella! - borbottava don Candeloro, allungando delle pedate, quando poteva.
- Com'è vero Dio! t'ho detto che me la pagherà! - rispose Martino fra i denti più di una volta.
"Si, principessa adorata..."
E gliela fece pagare, un giorno che il principale era andato avanti a procurar la piazza, e la Compagnia e la baracca seguivano dietro su di un carro.
Martino e la Violante finsero di smarrirsi per certe scorciatoie, in mezzo ai fichi d'India, e raggiunsero poi la comitiva in cima alla salita, scalmanati; Martino trionfante, quasi avesse vinto un terno al lotto, e la Violante che sembrava davvero una principessa, sdilinquendo attaccata al suo braccio, e lagnandosi di avere male ai piedi.
Chi si lagnò sul serio poi fu don Candeloro, che non poteva più maneggiare quel birbo di Martino, divenuto insolente e pigro, minacciando ogni momento di piantar baracca e burattini e andarsene pei fatti suoi.
- Ora che t'ho insegnato la professione, e t'ho messo all'onor del mondo!...
ribaldo, fellone!...
-
Violante piangeva e supplicava l'amante di non abbandonarla in quel punto.
- Che vuoi? - disse Martino.
- Sono stanco di lavorare come un asino pei begli occhi di non so chi.
Ci levano la pelle.
Non ci lasciano respirare un momento, neppure per trovarci insieme...
-
In tre mesi soltanto quattro volte, di notte, a ruba ruba, con una paura del diavolo addosso! Una sera che babbo e mamma avevano mangiato bene e bevuto meglio, la ragazza andò a trovare il suo Martino in sottana, che sembrava la Fata Bianca, sciogliendosi in lagrime come una fontana.
- Che facciamo, Dio mio?...
Tu dormi invece!...
- Eh? Che vuoi fare? - rispose lui fregandosi gli occhi.
- Non posso più nascondere il mio stato...
La mamma mi tiene gli occhi addosso...
Bisogna confessare ogni cosa...
Tu che hai più coraggio...
- Io, eh? Perché tuo padre mi dia il resto del carlino? Grazie tante! Piuttosto infilo l'uscio e me ne vo.
Se tu vuoi venire con me, poi...
-
L'idea gli parve buona e l'accarezzò per un po' di tempo.
- Io so fare il salto mortale, l'uomo senz'ossa, il gambero parlante.
Tu sei una bella ragazza...
Sì, te lo dico in faccia...
Vestita in maglia, a raccogliere i soldi col piattello, la gente non si farà tirar le orecchie per mettere mano alla tasca.
Andremo pel mondo; ci divertiremo, e ciò che si guadagna ce lo mangeremo noi due.
Ti piace? -
Mai e poi mai don Candeloro si sarebbe aspettato un tradimento così nero.
Proprio nel meglio della stagione, quando il pubblico cominciava ad abboccare, e da otto giorni che erano arrivati in paese, e avevano piantato le assi nel magazzino dell'arciprete Simola, s'intascavano soldi colla pala, e ogni sera si cenava! Fu allora che Martino e la Violante, sentendosi la pancia piena, sputarono fuori il veleno, e gli appiopparono il calcio dell'asino, la sera che il pubblico affollavasi in teatro per la continuazione delle imprese di Guerin Meschino alla ricerca della Fata Alcida, e prevedevasi più di venti lire d'incasso.
La moglie di don Candeloro, che da qualche tempo aveva dei sospetti e teneva d'occhio la figliuola, la sorprese tutta sossopra, dietro a Martino, il quale insaccava della roba.
Violante, colta sul fatto, le si buttò ai piedi piangendo, come la Damigella di Pacifero Re del Porchinos, quando svela il suo fallo al genitore.
- Ah, scellerata! - strillò la madre.
- Cos'hai fatto? Tuo padre ora v'accoppa tutt'e due! -
Don Candeloro sopraggiunse in quel punto, facendo il diavolo a quattro appena intese di che si trattava.
Sua moglie gridando aiuto, Violante buttandosi dinanzi all'amante per difenderlo eroicamente a costo dei suoi giorni, Martino arrampicandosi sull'intelaiatura delle quinte, con tanto di temperino in mano, i ragazzi strillando tutti in coro: una scena al naturale che chiunque avrebbe pagato l'ingresso volentieri per godersela.
Don Candeloro però non dimenticò neppure allora né chi era né quel che aveva a fare.
- Zitti tutti! - gridò colla voce solenne delle grandi rappresentazioni.
- Adesso apparteniamo al pubblico, che comincia a venire in teatro.
Tu, Grazia, va alla porta, se no entrano di scappellotto.
Aggiusteremo i conti dopo, in famiglia -.
Figuriamoci la povera madre che doveva sorridere alla gente incassando i due soldi del biglietto, con quel pensiero e quello spavento addosso!...
Le prime scene poi, mentre aiutava il marito che aveva le mani legate dai burattini, e non poteva andare a prendere pel collo i due infami che non comparivano a tempo coi loro personaggi!...
- Che diavolo fanno? Adesso è l'entrata di Alcida.
Com'è vero Dio, mi rovinano la meglio scena!...
-
Il pubblico, che non sapeva niente di tutto ciò, aspettava l'entrata della Fata Alcida, la quale doveva sedurre il Meschino per bocca della Violante; e lo stesso Meschino era rimasto colle braccia in aria, dondolandosi sulla punta dei piedi, e guardando la gente coi suoi occhi di vetro, come a chiedere: - Che succede adesso? -
Succedeva che dietro le quinte c'era una casa del diavolo.
Si udiva correre e bestemmiare, e a un certo punto la stessa scena, che figurava una bellissima loggia tutta istoriata a colonne gialle e turchine, ondeggiò come sorpresa dal terremoto.
Guerino alzò ancora le braccia al cielo, tirato in su sgarbatamente, e uscì di furia, col manto rosso che gli si gonfiava dietro.
- Tradimento! Infami saracini! Voglio berne il sangue! - si udì gridare don Candeloro colla sua voce naturale.
Il pubblico si mise a strepitare.
Dei burloni che avevano adocchiato qualche bella ragazza nei primi posti, cominciavano a spegnere i lumi.
- Fermi! Ehi! Non facciamo porcherie! - gridavano altri.
Nella baraonda si udì il correre dei questurini, che le orecchie esercitate riconobbero subito al rumore degli stivali.
- Musica! musica! Non è niente! niente! -
Ma non ce ne fu bisogno.
Guerino tornò in scena, piegandosi in due ad inchinare gli spettatori, e dall'altra parte comparve immediatamente la Fata Alcida, "di tanta bellezza adorna che la sua faccia splendeva come un sole" come spiegava a voce don Candeloro, il quale accese in quel punto un po' di magnesio, che fece un bel vedere sull'armatura di latta del Meschino, e il manto della fata tutto a draghi e bisce d'orpello.
- Bravi! bis! - gridarono i compari, che non ne mancavano.
Si sarebbe udita volare una mosca.
Da un canto il Guerino, che faceva orecchio di mercante alle seduzioni della Fata, e lei che ostinavasi a riscaldare in lui "le ardenti fiamme d'amore" diceva colla sua stessa bocca, e con certi atti di mano anche, tanto che il Meschino dimenavasi tutto con un suon di ferraccia, e lasciava intender chiaramente "che se Dio per la sua grazia non gli avesse fatto tenere a mente gli avvertimenti dei tre santi Romiti di certo sarìa caduto".
La gente si sentiva drizzare i capelli in testa.
Uno di lassù, nei posti da un soldo, gridò inferocito:
- Guardati, Meschino! Tradimento c'è! -
Però gli avventori soliti avevano notato che quella non era la voce della Fata Alcida, e gli stessi gesti che faceva, di qua e di là, all'impazzata, non avevano niente di naturale.
Per certo qualcosa di grosso doveva essere avvenuto dietro le quinte.
Sicché da prima furono osservazioni e mormorii, e poi vennero le male parole.
Infine allorché invece dei draghi e degli altri incantesimi che dovevano far nascere il finimondo, don Candeloro cercò di cavarsela con una manata di pece greca e picchiando su due scatole di petrolio per imitare il fracasso dei tuoni, scoppiò davvero l'inferno in platea: urli, fischi, bucce d'arance e pipe rotte, che pareva volessero sfondare il sipario.
- Pubblico rispettabile, - venne a dire la moglie di don Candeloro più morta che viva, e con un occhio pesto, - ora viene una bella farsa tutta da ridere, nuovissima per queste scene.
Onorateci e compatiteci -.
Che farsa! La gente era lì dall'avemaria per godersi appunto la gran scena dell'incantesimo, e aveva speso i suoi denari per vedere "i personaggi", che si azzuffavano sul serio menando botte da orbi, e non don Candeloro, il quale fingeva di prendersi le legnate dal randello imbottito di stoppa e se la rideva poi sotto il naso.
Parecchi si buttarono sulla cassetta.
Ci fu un piglia piglia fra le guardie e i più lesti di mano.
I comici saltarono giù dal palcoscenico, così come si trovavano, mezzo vestiti per la farsa, gridando e strepitando anche loro.
Don Candeloro colla camicia di Pulcinella, scappò a correre verso la campagna, al buio, in cerca dei fuggitivi, giurando d'accopparli tutt'e due, se li pigliava.
- Li ho visti io, - disse un ragazzo: ce n'è sempre di cotesti: - Son fuggiti per di qua -.
Martino e la Violante correvano ancora infatti, tanta era la paura.
Allorché incontravano dei carri per la strada, Violante si buttava dietro una siepe, poich'era in sottanina bianca, così come aveva potuto svignarsela mentre vestivasi per la farsa.
Martino, più furbo, fingeva d'andare pe' fatti suoi, o di allacciarsi una scarpa.
Poi, quando furono ben lontani, si accoccolarono dietro un muro, e mangiarono del salame, che Martino, innamorato com'era, aveva pensato a mettere da parte.
Violante, più delicata e sensibile, badava piuttosto a guardare le stelle, pensando a quel che aveva fatto.
- Dove si va adesso? - chiese sbigottita.
- Domani lo sapremo - rispose lui colla bocca piena.
Cominciava a spuntare il giorno.
Violante non aveva portato altro che uno scialletto logoro, sulla sottanina, e tremava dal freddo.
- Hai paura forse? - chiese lui.
- No...
no...
con te, mio bene...
-
Le venivano in mente allora le parlate d'amore che aveva imparato a memoria pei burattini, allorché Martino rispondeva colla voce grossa e facendo smaniare d'amore Orlando e Rinaldo.
Così le damigelle e le principesse si lasciavano rapire dall'amante sui cavalli alati.
Martino fermò un carrettiere che andava per la stessa via, e combinò di montare sul carro, lui e la Violante, pagando.
- Hai dei soldi? - chiese lei sottovoce.
- Sì, sta zitta -.
Dopo, per giustificarsi, si sfogò a dir male dei genitori di lei, che li facevano lavorare per nulla e si arricchivano a spese loro.
- Infine, - conchiuse, - ho preso il mio.
Tanto tempo che tuo padre non mi dava un baiocco -.
Però la Violante non aveva appetito, sentendosi sullo stomaco la paura del babbo, e il peso di quell'azionaccia che Martino gli aveva fatto mettendo le mani nella cassetta.
Lui invece era allegro come un fringuello; accarezzava la ragazza e faceva cantare i soldi in tasca; nelle strade maestre ci stava come a casa sua, e ad Augusta le fece far l'entrata in ferrovia come una principessa.
- Vedi! - le disse, pigliando i due biglietti di terza classe.
- Vedi come tratto io! -
Da principio non andava male.
Violante era un po' goffa, un po' pesante; ma allorché girava in tondo su di un piede, o s'arrampicava sul dorso di Martino, scopriva tali attrattive che la gente correva in piazza a vedere, e metteva volentieri mano alla tasca.
Martino chiudeva un occhio quando correvano anche dei pizzicotti, sottomano, mentre la ragazza girava contegnosa col piattello fra la folla.
Pazienza! il mestiere voleva così.
Oggi qua, domani lontani delle miglia.
- Dove ti rivedranno poi gli sciocchi che si lasciano spillare i soldi per la tua bella faccia? - In compenso si mangiava e beveva allegramente, e lui andava a letto ubriaco, sinché il diavolo ci mise la coda...
La Violante si ubbriacava pure agli applausi e alle esclamazioni salate del pubblico, sicché scorciava sempre più il sottanino, e rischiava di rompersi l'osso del collo nel fare il capitombolo.
Per disgrazia s'accorse nello stesso tempo che bisognava slargare di giorno in giorno la cintura, e che le dolevano le reni nel fare le forze.
Già quei baffetti gliel'avevano detto a Martino, che non l'avrebbe passata liscia.
Sicché le rinfacciava che quando sarebbe divenuta grossa come il tamburone, il pubblico li avrebbe lasciati in piazza tutt'e due a grattarsi la pancia.
Per giunta poi aveva dei sospetti su di un Tizio che correva dietro alla Violante, da un paese all'altro, e tirava a farlo becco.
Ne aveva avuti tanti la bella figliuola degli spasimanti che ustolavano dietro il suo gonnellino corto: militari, bei giovani, signori che avrebbero speso tesori! Nossignore! Ecco che ti va a cascare in bocca a quel disperato che portava tutta la sua bottega al collo, e girava anch'esso per il mondo a vendere spilli e mercerie di qua e di là.
Per un palmo di nastro la brutta carogna si era venduta! Martino n'ebbe la certezza quando glielo vide al collo, e vide pure il merciaiuolo che lo pigliava colle buone anche lui, e gli pagava da bere per tenerlo allegro.
- Aspetta! - ghignava fra sé e sé Martino alzando il gomito.
- Aspetta, che vogliamo ridere meglio quando verrà il momento che dico io! -
Tollerò ancora un po', per necessità, finché la Violante poté aiutarlo a raccogliere soldi sulle piazze, odiandola internamente e dandole in cuor suo tutti i titoli che aveva imparato nei trivi.
Poi, un bel giorno, accortosi che il merciaio allungava le mani sotto la tavola verso la Violante, mentre desinavano insieme come amici e fratelli all'osteria, fece una scena indiavolata, tirando fuori il coltello, minacciando gli amici che si frapponevano a metter pace.
- Che pace? Con quella canaglia?...
Voglio mangiargli il cuore a tutti e due! - sbraitò raccogliendo i suoi cenci, e tanti saluti alla compagnia!
Il povero merciaio, che si vide cadere sulle braccia la Violante più morta che viva, e gravida di sette mesi per giunta, protestò la sua innocenza, e se la diede a gambe anche lui, la stessa notte.
Sicché la sventurata rimase senza amici e senza quattrini, in mezzo a una via, e dovette lasciare all'Ospizio di Maternità il frutto del suo bell'amore.
Così babbo don Candeloro, passando da quelle parti, raccolse di nuovo nell'ovile la pecorella smarrita, ché la misericordia paterna è grande assai, e la ragazza, nel teatro delle MARIONETTE PARLANTI, riusciva di molto aiuto, massime ora che la mamma cominciava a sentire gli acciacchi degli anni e della figliuolanza.
Violante lavava, cucinava, aiutava i fratelli nelle prove, mentre il genitore smaltiva l'uggia al caffè.
Le marionette in mano sua parlavano davvero.
Se la mettevano poi a riscuotere i soldi, in maglia carnicina, la gente entrava in teatro soltanto per rasentarle i fianchi.
Sembrava la Fortuna delle "Marionette parlanti" come si suol dipingere, col piede sulla ruota e rovesciando il corno dell'abbondanza sul prossimo suo.
- Madre natura m'ha fatto così, - ripeteva dal canto suo don Candeloro nel crocchio degli amici, che si rinnovano sempre in ogni paese e in ogni caffè nuovo, - il cuore largo come il mare e le braccia aperte...
-
Cogli anni era diventato filosofo.
Aveva imparato a conoscere i capricci della sorte e l'ingratitudine degli uomini.
Perciò pigliava il tempo come veniva, e gli amici dove li trovava.
Si contentava di portare il corno di corallo fra i ciondoli dell'orologio, e un ferro di cavallo, del piede sinistro, inchiodato sulle assi della baracca.
Era andata su e giù quella baracca.
Una volta, quando i figliuoli, fatti grandicelli, aiutavano anch'essi colle forze e nelle pantomime, le MARIONETTE PARLANTI contavano fra le prime di quante ne fossero in giro, e si stava bene.
Poi i ragazzi erano sgattaiolati di qua e di là, in cerca di miglior fortuna o dietro la gonnella di qualche donnaccia dello stesso mestiere, e don Candeloro per aiutarsi era stato costretto a riprender Martino che aveva incontrato a Giarratana povero in canna, e ridotto a far qualsiasi cosa per il pane.
- Sono nato senza fiele in corpo, come i colombi, - disse allora don Candeloro.
- Le anime grandi si conoscono appunto al perdono delle offese.
Se mi prometti di non tornar da capo, ti piglio di nuovo in Compagnia, a quindici lire il mese, alloggio e vitto compreso.
- Sia pure, - rispose Martino che moriva di fame.
- Lo fo per amor della Violante, che un giorno o l'altro deve esser mia moglie e legittima sposa.
Ma intendiamoci, vossignoria, che non son più un ragazzo!...
e se tornate a giocar di mano o a farmi patir la fame, ci guastiamo per l'ultima volta, com'è vero Dio! -
Si rappattumarono anche colla Violante, per intromissione del babbo, il quale però prescrisse che dormissero lontani l'uno dall'altra, in omaggio al buon costume, finché fossero stati marito e moglie.
Messosi così l'animo in pace, tornò agli amici e all'osteria, ora che al resto badavano gli altri.
Nondimeno capitava spesso di dover sospendere le rappresentazioni per due settimane o tre a causa della Violante, la quale era costretta a tornare di tanto in tanto all'Ospizio di Maternità.
Il fidanzato allora vomitava ogni sorta di improperi contro di lei, pigliandosela anche con la suocera, la quale non sapeva tenere gli occhi aperti come faceva lui, protestando di non averci colpa; e don Candeloro metteva pace e tornava a ripetere che quella storia doveva avere un termine, e che li avrebbe menati per le orecchie dinanzi al sindaco tutti e due, e l'avrebbe fatta finita.
Disgraziatamente i tempi non dicevano.
Le marionette facevano pochi affari, e la Violante protestava che se Martino non arrivava a metter su teatro da sé, sinché doveva portar lei sola tutta la baracca sulle spalle, non voleva mettersi pure quell'altra catena al collo, e preferiva restar zitella come Sant'Orsola.
Lei invece sapeva ingegnarsi col suo pubblico, di qua e di là, e per mezzo delle beneficiate e dei regali riusciva a porre da parte qualche soldo.
Don Candeloro vedeva già il momento in cui gli avrebbero dato il calcio dell'asino, come aveva fatto lui con suo padre.
- Così paga il mondo! Non tutti hanno il cuore a un modo! -
E ci aveva pure un'altra spina nel cuore il povero vecchio, al vedere la condotta che teneva la figliuola, e rodendosi internamente contro quella bestia di Martino che non si accorgeva di nulla.
Accettava, è vero, per amor della pace, le cortesie e gli inviti a cena dei protettori che la figliuola sapeva trovare in ogni piazza; si lasciava mettere in fondo alla tuba il cartoccio coi dolci o gli avanzi del desinare per la sua vecchiarella che aspettava a casa; ma stava a tavola di mala voglia, senza alzare il naso dal piatto, col cuore grosso.
E vedendo Martino che macinava a due palmenti, cuor contento, quell'altro! gli dava fra sé certo titolo che non aveva mai portato, lui!...
- Ah, no! Non nacqui sotto quella stella, io! -
PAGGIO FERNANDO
- Paggio Fernando sarà lei! - esclamò il signor Olinto, puntando l'indice peloso.
- Lei sarà un amore di paggio, parola d'onore! -
Don Gaetanino Longo, rosso dal piacere, seguitò a tormentare i baffetti che non spuntavano ancora, e balbettò:
- Se crede...
se le pare...
- E come! e come! - Il capocomico, col pugno sull'anca e il busto all'indietro, colla tuba bisunta sull'orecchio, e il mento ispido in mano, saettando un'occhiata sicura di conoscitore di fra le setole delle sopracciglia aggrottate, continuava a dire:
- Ma sicuro! Lei ha il fisico che ci vuole! Faranno una bella macchia insieme alla mia Rosmunda! -
Allora scoppiarono i malumori e le gelosie fra i dilettanti raccolti intorno al biliardo nel Casino di conversazione.
Si udì prima un'osservazione timida, come un sospiro; poscia il coro delle lagnanze: Perché è figliuolo del sindaco!...
Perché torna dagli studi col solino alto tre dita!...
- Eh?...
Che cosa?...
Dicano, dicano pure liberamente.
Siam qui apposta per intenderci...
fra amici...
-
Si fece avanti un giovanotto magro e barbuto, sotto un gran cappellaccio nero, e cominciò:
- Io vorrei...
Non dico per la distribuzione delle parti...
Non me ne importa...
Ma quanto alla scelta della produzione...
Mi pare che sarebbe ora di finirla colla camorra...
- Eh? Che dice? Non le piace la Partita a scacchi dell'avvocato Giacosa?...
Lavoro applaudito in tutte le piazze!...
-
L'altro fece una spallata, e l'accompagnò con un risolino che diceva assai.
Don Gaetanino, che pigliava le parti dell'avvocato Giacosa, come si sentisse già sulle spalle la responsabilità della parte affidatagli, tirava grosse boccate di fumo dal virginia lungo un palmo, col cuore alla gola.
- Vediamo.
Mi trovi di meglio.
Cerchi lei, signor...
signor...
-
Il giovanotto s'inchinò; cavò fuori dal portafogli un biglietto di visita, e lo presentò, con un altro inchino al signor Olinto.
- Ah! ah! corrispondente della Frusta teatrale e dell'Ape dei teatri?...
Felicissimo! Io non domando di meglio che contentare la libera stampa e la pubblica opinione...
Vediamo, dica lei.
Mi suggerisca, signor...
- E tornò a leggere il biglietto di visita.
- Barbetti, per servirla.
- Signor Barbetti, dice lei...
Se ci ha sotto mano qualche altra cosa che si adatti meglio al gusto di questo colto pubblico...
Qualche lavoro di polso...
-
Barbetti si faceva pregare, masticando delle scuse, fingendo di ribellarsi all'amico Mertola, il quale moriva dalla voglia di tradire il segreto dell'amico Barbetti.
Infine Mertola non seppe più frenarsi, e alzò la voce, scostandosi dall'amico, additandolo al pubblico per quel grand'uomo che egli era.
- Il lavoro di polso c'è...
inedito...
la sua Vittoria Colonna!...
Gli è costata due anni di lavoro!...
- Ah! ah! - fece il capocomico.
- Ah! ah! e me lo teneva nascosto, lei! Non sa ch'io sono ghiotto di simili primizie? -
Barbetti s'arrese infine, e tirò fuori dal soprabitino un rotolo legato con un nastro verde.
- Adesso? - rispose il signor Olinto.
- Su due piedi? Che mi canzona, caro lei?...
Un lavoro di polso come il suo!...
Bisogna vedere...
bisogna studiare...
Intanto dò un'occhiata...
-
Colla schiena appoggiata alla sponda del biliardo e il mento nel bavero di pelliccia, andava sfogliando le pagine, aggrottato, e borbottava:
- Bene, bene!...
Effetto scenico!...
Bei pensieri!...
Stile elevato!...
In questa parte la mia signora...
Non le dico altro!...
- Con permesso! con permesso! - interruppe il cameriere del Casino, spingendosi avanti a gomitate.
- Ecco qui don Angelino e il notaro Lello.
Devo preparare il biliardo per la solita partita -.
Il capocomico si cacciò la mazza sotto l'ascella, e raccattò gli scartafacci e i telegrammi sparsi sul panno verde.
- Va bene, va bene, ne riparleremo.
Intanto bisogna far girare la pianta -.
Fu il più difficile.
I giuocatori di tressette rispondevano picche, e brontolavano contro quel forestiere che portava la iettatura.
Seduta stante si dovettero ribassare i prezzi.
Ma l'avvocato Longo, sentendo che c'era per aria un dramma dell'avvocato Barbetti, repubblicano e suo avversario nel Consiglio, una gherminella per togliere la parte di Paggio Fernando al suo figliuolo, dichiarò che non dava il teatro per rappresentazioni immorali e sovversive.
Il signor Olinto, che andava mostrando la pianta del teatro col cappello in mano, gli disse:
- Ma che! Lei ci crede alla Vittoria Colonna? Una porcheria! Servirà per accendere la pipa.
Lasci fare a me che so fare...
Me ne trovo tra i piedi una ogni piazza, delle Vittorie!...
- Bene, faccia lei.
Ma a buon conto sa che al sindaco spetta un palco, e un altro alla Commissione teatrale, senza contare il tanto per cento sull'introito lordo a beneficio dell'Asilo Infantile -.
Le trattative durarono otto giorni.
Il signor Olinto si scappellava con tutto il paese, per rabbonire la gente, e la signorina Rosmunda aiutava dal balcone, civettando, vestita di seta, con un libro in mano, mentre la mamma badava alla cucina.
Don Gaetanino Longo, oramai sicuro del fatto suo, aveva confidato all'amico Renna:
- Quella me la pasteggio io! -
E passava e ripassava sotto il balcone, succhiando il virginia, a capo chino, rosso come un pomodoro, lanciando poi da lontano occhiate incendiarie.
Il signor Olinto, che l'incontrava spesso, gli disse infine:
- Voglio presentarti alla mia signora.
Così ti affiaterai pure con Jolanda -.
Il tu glielo aveva scoccato a bruciapelo, fin dal primo giorno.
Ma quel tratto d'amicizia commosse davvero don Gaetanino.
Trovarono la signorina Rosmunda che stava leggendo accanto al lume posato su di un cassone, colla fronte nella mano, la bella mano delicata e bianca che sembrava diafana.
Aveva i capelli nerissimi raccolti e fermati in cima al capo da un pettine di tartaruga, un casacchino bianco e un cerchietto d'argento, dal quale pendeva una medaglina, al polso.
Da prima alzò il capo arrossendo e fece un bell'inchino al figliuolo del sindaco.
Gli occhioni scuri e misteriosi sotto le folte sopracciglia lasciarono filare uno sguardo lungo che gli cavò l'anima, a lui! Ma in quella comparve la mamma infagottata in una vecchia pelliccia, coll'aria malaticcia, un fuoco d'artificio di ricciolini inanellati sulla fronte, e le mani, nere di carbone, nei mezzi guanti.
- Da artisti, alla buona, senza cerimonie - disse il signor Olinto.
E cominciò a parlare dei suoi trionfi e delle famose candele che gli dovevano tanti autori che adesso andavano tronfi e pettoruti; e delle birbonate che aveva salvato da un fiasco sicuro, e passavano ora per capolavori.
- Anche quella Vittoria Colonna, vedi, se mi ci mettessi!...
Don Gaetanino assentiva col viso e con tutta la persona.
Ma intanto guardava di sottecchi la figliuola, che aveva il viso lungo e il naso del babbo, ingentiliti da un pallore delicato, da una trasparenza di carnagione che sembrava vellutata, dalla polvere di cipria abbondante, e da una peluria freschissima che agli angoli della bocca metteva l'ombra di due baffetti provocanti.
Essa di tratto in tratto gli saettava addosso di quelle occhiate luminose che lo irradiavano internamente.
- Ah! anche il signore si occupa?...
- Sì.
Non hai inteso? Lui è Paggio Fernando...
Essa allora gli piantò addosso gli occhi e non li mosse più, perché egli vedesse ch'erano proprio belli.
Il babbo colse giusto quel momento per passare in cucina; e don Gaetanino, sentendo di dover spifferare qualche cosa, balbettò col cuore che battevagli forte:
- Signorina!...
son fortunato!...
davvero!...
- Oh! Che dice mai?...
Piuttosto io!...
- Il bicchiere dell'amicizia! - interruppe il signor Olinto tornando con una bottiglia in mano e gli occhi già accesi.
- Da artisti, alla buona.
Scuserai...
Non abbiamo mica il buon vino che bevete voi altri proprietari del paese...
-
La ragazza non volle bere.
Il giovanetto, per cortesia, bagnò appena le labbra in quell'aceto, dicendole:
- Alla sua salute! -
Essa alzò gli occhi su di lui, e lo ringraziò con quella sola occhiata.
- Divino!...
Squisito! - sentenziò don Gaetanino, che non sapeva più quel che si dicesse.
- Vi manderò domani un po' di quel vecchio...
Questo qui è eccellente...
Non c'è che dire...
Ma domani...
-
La mamma voleva protestare.
Il marito le chiuse la parola in bocca:
- Per qualche bottiglia di vino...
Non è un gran male.
Non è un regalo di valore.
Fra amici...
pel bicchiere dell'amicizia.
Già verrai a berlo anche tu...
la sera, quando non avrai altro da fare...
intanto vi affiaterete con Jolanda -.
Jolanda appoggiò l'invito con un'altra occhiata, e Paggio Fernando balbettò:
- Sì!...
certamente!...
felicissimo!...
-
Stava poi per rompersi l'osso del collo quando imboccò la botola della scaletta.
Fuori c'era un bel chiaro di luna, una striscia d'argento fredda e silenziosa che divideva la strada in due.
Egli camminava in quella striscia d'argento, col piede leggiero, il cervello spumante, il virginia rivolto al cielo, il cuore che batteva a martello, e gli diceva: - È tua! è tua! -
A casa trovò una lavata di capo per l'ora tarda, e andò a letto senza cena.
Il povero giovane passò una notte deliziosa, cogli occhi sbarrati nel buio, a veder pettini di tartaruga e occhiate lucenti che illuminavano la camera.
Appena uscito, il giorno dopo, provò subito una smania di correre dall'amico Renna.
- Una divinità, caro mio! Una cosa da ammattire! -
Renna, ch'era indiscreto, volle sapere a che punto fossero le cose, e lo costrinse a inventare dei particolari.
- Benone! - conchiuse.
- Sai però cosa ti dico? Alla lesta! Non perdere il tempo a filare il sentimento.
Già è donna di teatro; non ti dico altro!
- Io?...
Filare il sentimento?...
- borbottò Gaetanino, quasi reputandosi offeso.
- Vedrai!...
Ma il signor Olinto era lì ogni sera, a fumare la pipa e centellinare il vino dell'amicizia.
Quando lui usciva a prender aria poi, la mamma, che stava appisolata in un cantuccio, collo scaldino sotto le sottane, apriva un occhio.
Filavano le occhiate, del resto, che era uno struggimento, e le pedate sotto la tavola, e il fuoco e l'accento di certe frasi, alle prove:
Io ti guardo negli occhi che son tanto belli!!!
- Così - esclamava il capocomico, picchiando della mazza per terra.
- Faremo saltare in aria il teatro! -
Intanto quel briccone di Barbetti metteva dei bastoni nelle ruote.
Erano giunte due copie della Frusta teatrale con un articolaccio che diceva ira di Dio della camorra letteraria ed artistica, e fecero il giro del paese.
La pianta del teatro rimaneva mezzo vuota.
Don Gaetanino, per onore di firma, dovette prendere un palco ad insaputa del genitore.
C'erano pure delle altre nubi in quel cielo azzurro.
Il vino vecchio scorreva com'olio; e l'amico Olinto qualche volta, conducendolo a braccetto per le strade remote, gli faceva delle confidenze:
- Sono sulle spese...
Otto giorni inoperoso sulla piazza...
La recita non va...
- Don Gaetanino dovette carpire le chiavi del magazzino e vendere del grano di nascosto.
Intanto il capocomico, per rabbonire il corrispondente della Frusta teatrale e dell'Ape dei teatri, aveva tirato in casa pur lui, a studiare Vittoria Colonna, insieme alla sua signora e alla ragazza.
Quando don Gaetanino trovò anche Barbetti installato accanto alla Rosmunda, col cappellaccio in testa e il bicchiere in mano, fece tanto di muso, e andò a sedere in disparte.
- Lei mi deve fare entrare Vittoria alla terza scena - stava dicendo il capocomico.
- C'è più interesse e movimento.
Un valletto solleva la tenda, giusto all'ultima battuta mia: "sulla tua corona superba, il mio piede sovrano di pezzente!..." e comparisce lei, bella, maestosa, imponente...
-
E così dicendo additò la sua signora.
Costei al richiamo spalancò gli occhi di botto, e si rizzò sulla vita, col viso di tre quarti, e un sorriso sospeso all'angolo della bocca.
Rosmunda finse di dover andare di là, e passando vicino a don Gaetanino disse piano:
- Che seccatore!...
- No! - ribatté Barbetti solennemente.
- Non muto neppure una virgola! Mi farei tagliare la mano piuttosto!
- Ah! Bene! bene! Questo si chiama aver coscienza artistica! Non come tanti altri che magari vi aggiungono o tagliano degli atti intieri...
quasi fosse un giuoco di bussolotti!...
Mi pareva soltanto...
pel movimento scenico...
per l'interesse...
per la pratica che ci ho!...
Ma già, lei è il miglior giudice.
Alla sua salute! -
Don Gaetanino vedeva nell'altra stanza lampeggiare al buio gli occhi della Rosmunda, la quale si voltava a guardarlo di tanto in tanto.
Poi essa ritornò con un lavoro all'uncinetto e gli si mise allato.
- Che hai, Paggio Fernando?...
- gli chiese sottovoce, con una musica deliziosa nella voce, e i begli occhi chini sul lavoro.
Allora senza curarsi di Barbetti, senza curarsi di nessuno, egli le disse il suo segreto, col viso acceso, colle parole calde che le balbettava all'orecchio come una carezza.
Essa chinavasi sempre più sul lavoro, quasi vinta, scoprendo la nuca bianca.
Poscia si sollevò con un sospiro lungo di cui non si udì il suono, appoggiando le spalle alla seggiola, colle mani abbandonate sul grembo, la testa all'indietro, il viso pallido, la bocca semiaperta, gli occhi languidi di dolcezza che si fissavano su di lui.
Ma quello sfacciato di Barbetti non se ne dava per inteso.
Sembrava anzi che si pigliasse da sé la sua parte di confidenza e d'intimità in casa dei comici.
Era lì ogni sera, stuzzicando la ragazza a fare il chiasso, bevendo il vino di don Gaetanino, giuocando a briscola col signor Olinto, sparlando di questo e di quello.
- Da artisti! Una vita quieta e tranquilla, che si sarebbe dimenticato volentieri di cercar le piazze e le scritture, in quell'angolo del mondo! - diceva il capocomico.
Quando non c'era l'amico Barbetti, faceva dei solitari, o si esercitava in certi giuochi di mano coi quali aveva messo sossopra dei teatri.
Don Gaetanino, purché lo lasciassero quieto nel suo cantuccio, portava nelle tasche del cappotto salsicciotti e altri salumi, che piacevano tanto alla mamma, felicissimo quando poteva starsene insieme alla Rosmunda, colle mani intrecciate, guardandosi negli occhi, spasimando di desiderio, e volgendo le spalle agli altri.
- Eh? a che punto siamo? - chiedeva il Renna di tanto in tanto.
Don Gaetanino rispondeva con un sorriso che voleva sembrar discreto.
- Ma c'è sempre Barbetti?
- Ci vado di notte...
- confessò finalmente Gaetanino facendosi rosso, - dalla finestra!...
-
Tutto il paese sapeva ch'egli era l'amante della "prima donna" e papà Longo sequestrò le chiavi della dispensa, vedendo diradare i salsicciotti appesi al solaio, e avendo anche dei sospetti quanto al grano e al vino vecchio.
Fu un affare serio, poiché l'orologio d'argento messo in pegno non durò neanche quarantott'ore.
Per giunta il povero don Gaetanino era geloso di quella bestia di Barbetti, il quale colla Rosmunda si pigliava troppa libertà, senza educazione, subito in confidenza, con quelle manacce sudice sempre per aria, e le barzellette salate che facevano ridere la ragazza.
Due o tre volte, giungendo prima dell'ora solita, li aveva trovati a tavola tutti quanti, mangiando e bevendo alla sua barba.
Vero è che Rosmunda si era alzata subito, con un pretesto, ed era venuta a dirgli in un cantuccio:
- Quel seccatore!...
L'ho sempre fra i piedi! -
Le prove tiravano in lungo, come la vendita dei biglietti per la serata.
Il signor Olinto passava le giornate dal barbiere, al caffè, nelle spezierie, dando anche la sera una capatina nel Casino di conversazione, cavando fuori ogni momento la pianta, fermando la gente per le strade col cappello in mano.
Aveva pure radunata una Commissione, "senza colore politico", per proteggere la serata, il presidente della Società operaia insieme al vice pretore, i quali avevano accettato soltanto per godersi la Partita a scacchi gratis.
A Barbetti poi diceva, con una strizzatina d'occhi che doveva chetarlo:
- Abbi pazienza! Prima bisogna adescare il pubblico con quella roba lì! Più tardi poi...
se abboccano...
fuoco alla grossa artiglieria! E diamo mano all'arte sul serio! -
Perciò ogni mattina alle 10, tutti in teatro per le prove: lui gesticolando colla canna d'India in mano e predicando dentro il bavero di pelo; la sua signora, come una marmotta, colla sciarpa di lana intorno al capo; Rosmunda col nasino rosso sul manicotto di pelle di gatto, e la veletta imperlata dal freddo.
- Là! Fatemi suonare quei versi! -
Oh! Ma non sai, Jolanda, che ho giuocato la vita?
- Flon! flon! flon! La gamba un po' più avanti! La mani sul petto! Viva quella mano, perdio! che palpiti e frema! Tu sei innamorato della mia ragazza...
-
Il fatto è che a dirglielo in versi dinanzi a tanta gente, don Gaetanino diventava un minchione.
C'erano pure gli altri dilettanti, in posizione, ad aspettare la loro battuta colla bocca mezzo aperta, e il cappellaccio di Barbetti che andava svolazzando al buio per la platea, come un uccello di malaugurio.
Jolanda al contrario, padrona di sé e del palcoscenico, si muoveva come una regina, agitava drammaticamente il manicotto, si piantava sull'anca, col seno palpitante, il torso audace, gli occhi stralunati sotto la veletta.
Tu giungesti, Fernando, tu che sei forte e bello.
E una voce nell'anima mi gridò tosto: È quello!...
- Perdio! Porca fortuna! - il babbo picchiava con forza il bastone sulle tavole.
- Un insieme come questo!...
Il pubblico balzerà in piedi, vi dico!...
Dove me lo trovate?...
Li tengo negli stivali tutti quei cavalieri e commendatori, quanto a saper mettere in scena!...
È che la fortuna!...
-
Allora se la pigliava colla cabala, col gusto corrotto del pubblico, coi tempi che non dicevano, e deplorava che ora si corra dietro all'apparato, ai vestiti delle prime attrici, roba che non ha nulla a fare coll'arte, anzi che la corrompe.
Un'artista, per contentare tutti al giorno d'oggi deve fare quel mestiere!
Don Gaetanino, mortificato, scusavasi col dire:
- Sicuro...
quando avrò il costume...
Adesso, con questi abiti...
mi sento tutto...
-
Finalmente, papà Longo sequestrò anche le chiavi del magazzino.
Allora il signor Olinto accorciò le prove.
A Barbetti, che gli ronzava sempre intorno colla Vittoria Colonna, disse chiaro e tondo:
- Mio caro, se mi dai teatro pieno, volentieri...
Ma se no, salutami tanto donna Vittoria.
Da tre settimane son qui sulle spese! -
Sembrava che la sera della recita alla Rosmunda le parlasse il cuore.
Nervosa, irrequieta, correndo ogni momento dinanzi allo specchio per darsi un po' di cipria, o per accomodarsi meglio la parrucca bionda.
Appena i tre violini della Filarmonica attaccarono il valzer di Madama Angot, essa stessa si buttò singhiozzando nelle braccia di Paggio Fernando, il quale aspettava dietro una quinta, irrigidito, e lo baciò sulla bocca, lievemente, tenendolo discosto per non sciupare il belletto.
- Che hai, Rosmunda?...
- Ora andremo via...
fra qualche giorno!...
Non ci vedremo più! -
Comparve all'improvviso il babbo, come uno spettro, infarinato, bianco di pelo, colle calze bianche della moglie tirate sulle polpe, e due ditate nere sotto gli occhi: - Ragazzi! attenti! Fuori di scena! -
Andò a rotta di collo la Partita a Scacchi.
Sia che ci fosse "il partito contrario"; sia che Paggio Fernando, con quei stivaloni e quella penna di struzzo dinanzi agli occhi, perdesse la tramontana.
Incespicò, s'impaperò, batté i piedi in terra, tornò da capo: insomma un precipizio.
L'amico Olinto, bestemmiando nel barbone di bambagia, gli faceva degli occhiacci terribili.
Jolanda fu lì lì per isvenire.
Barbetti e tre o quattro amici suoi dal cappellaccio repubblicano, in piedi addirittura fischiavano come locomotive.
La mamma di don Gaetanino e tutto il parentado se ne andarono prima che calasse la tela.
Il Sindaco, furibondo, voleva fare arrestare tutti quanti.
Ma fu peggio il giorno dopo, quando il povero innamorato, di sera, pigliando le strade fuori mano, andò a trovare la Rosmunda, con tanto di muso e bisbetica, che gli fece appena la carità di un'occhiata e di una parola.
Meno male l'amico Olinto, che non ne parlava più e badava soltanto a fare i conti dello spesato, e con Barbetti, il quale prometteva mari e monti, e aveva di nuovo intavolato il discorso della Vittoria.
- Se avessi dato retta a me!...
Quella è roba che fa ridere oramai...
Non parlo per l'esecuzione...
-
Più di una volta, in quella sera disgraziata, don Gaetanino accarezzò l'idea del suicidio.
Girovagò sin tardi per le strade buie come l'inferno.
Andò a chinarsi sul parapetto del Belvedere, scivolando sui mucchi di sterro, colla morte nell'anima.
Da per tutto, nella vallata scura e sinistra, nel cielo nuvoloso, sugli usci neri, vedeva il viso di lei rigido e chiuso; la vedeva ancora colla parrucca bionda e il bacio sulle labbra di carminio.
Non chiuse occhio tutta la notte, tormentato da quella visione implacabile, colle stesse parole di Paggio Fernando che gli martellavano le tempie, ridicole, simili agli sghignazzamenti della platea, che gli facevano cacciare il capo disperatamente fra i guanciali.
Poi, come tutto passa, anche Rosmunda si calmò; il padre stesso di lei venne a cercarlo sin nella strada.
Ricominciarono a far girare la pianta, e parlare di un'altra recita con un "lavoro originale di penna paesana".
Il capocomico e Barbetti tornarono a passar la sera discorrendo di Vittoria Colonna, egli e Rosmunda parlando di tutt'altro, a quattr'occhi, in un cantuccio, tenendosi le mani, benedicendo a quella Vittoria che tratteneva ancora in paese papà Olinto e la sua ragazza.
Ma la gente non voleva più saperne di mettere mano alla tasca per simili sciocchezze.
Il teatro rimaneva quasi vuoto.
Barbetti seguitava a pigliarsela colla camorra, e don Gaetano era indebitato sino agli occhi.
Infine suo padre, vedendo che quella musica non cessava, ed egli rischiava davvero di perdere il figliuolo che già gli si ribellava contro, tanto era innamorato, prese un partito eroico: salassò il bilancio comunale di un centinaio di lire, raccolse un altro gruzzolo per contribuzione, e mandò i denari ai comici per le spese del viaggio.
Che agonia l'ultima sera! Che schianto mentre Rosmunda preparava i bauli colle mani tremanti, e la mamma faceva friggere in cucina un po' di pesce per la cena d'addio! Don Gaetanino seguì la Rosmunda anche lì, dinanzi alla mamma che voltava le spalle, tenendola per mano, appoggiati al muro tutti e due, la ragazza singhiozzando forte come una bambina, nei brevi istanti che la mamma discretamente li lasciava soli.
- Addio!...
per sempre!...
Non ci vedremo più!...
Sempre così!...
sempre così!...
-
Ora gli parlava a cuore aperto, lamentandosi a voce alta, a rischio d'essere udita dal Barbetti.
Che gliene importava? Non si sarebbero visti mai più! così era stato sempre, tutta la sua vita, da un paese all'altro, ogni due o tre settimane uno strappo al cuore, appena il cuore si attaccava a qualcuno...
- Ti ho voluto bene, sai! Tanto bene! tanto! - E lo guardava fisso, accennando anche col capo, cogli occhi pieni di lagrime.
L'amico Olinto, baciandolo sulle due guance, coi baffi ancora umidi di salsa, gli disse all'ultimo momento:
- Arrivederci, Paggio Fernando! Le montagne sole non si muovono.
Chissà!...
Rammentati l'amico Olinto, in giro pel mondo, e viva l'allegria! -
Don Gaetanino Longo rimase Paggio Fernando: nel paese, all'Università, più tardi, quando vinse il concorso di notaio, consigliere comunale, maritato, padre di famiglia: Paggio Fernando! E la moglie, per giunta, gelosa come una tigre per quel soprannome che gli faceva sospettare non so che infedeltà.
Dopo un gran pezzo, a Roma, dove aveva accompagnato il Sindaco per certo affare del municipio, rivide in teatro la Rosmunda, acclamata, festeggiata, tutti gli occhi su di lei, tutte le mani che l'applaudivano.
Provò un tuffo nel cuore, soffiandosi il naso come una trombetta, coi lucciconi di tanti anni addietro che gli tornavano agli occhi.
Ma Renna, segretario comunale, ch'era con lui nello stesso palco, se la rideva invece nella barba grigia; e Severino, il suo ragazzo, di già alto così, gli fece capire quant'era sciocco.
- Guarda, papà che piange! Se è tutta una finzione!...
-
I ragazzi al giorno d'oggi hanno più giudizio dei vecchi.
LA SERATA DELLA DIVA
- Sublime!...
impareggiabile!...
divina!...
- acclamarono in coro gli ammiratori della seratante ammessi all'onore d'esprimerle a viva voce i loro entusiasmi.
- Celeste! - le soffiò sulla nuca Barbetti, il cronista teatrale.
La divina, imbacuccata nella pelliccia preziosa che la cameriera le aveva buttato premurosamente sulle spalle appena fra le quinte, ansante, col viso acceso, passò modestamente orgogliosa in mezzo alla folla degli amici che le facevano ala sino all'uscio del camerino, ringraziando col sorriso distratto i suoi ammiratori.
C'erano tutti quelli della piazza.
Il principe d'Antona, in giacchetta, come uno che da per tutto si reputa in casa propria, Barbetti e il banchiere Macerata in cravatta bianca come dei principi; i soliti amici di tutte le prime donne che passano pel palcoscenico dell'Apollo.
C'erano anche delle facce nuove, che se ne stavano timidamente in seconda fila: un giovanotto pallido e dagli occhi sfavillanti che tartagliava, una signora in voce di poetessa, la quale eclissavasi con affettazione dietro agli altri; e un po' in disparte il Re di cuori, come lo chiamavano, il patito della signora Celeste, un bel giovane taciturno che assumeva un'aria misteriosa.
Barbetti scriveva già le impressioni della serata sul ginocchio, posando lo scarpino inverniciato sulla sponda del canapè, elegantissimo e insolente, quand'era in cravatta bianca, mugolando fra le labbra:
- Ah, Celeste mia! Celeste voluttà!...
-
Lontano, al di là della scena buia e di un caos d'attrezzi, continuava ancora l'applauso, col crepitìo di un fuoco d'artifizio.
Delle ballerine discinte si affacciavano alle ringhiere dei camerini soprastanti.
Il buttafuori, in maniche di camicia, accorreva scalmanato.
Le stesse voci plaudenti ripigliarono:
- Sentite! sentite!...
Vi vogliono ancora!...
Li avete proprio elettrizzati!...-
La diva, nell'orgoglio del trionfo, fece un atto sublime di disdegno, lasciandosi cadere quasi sfinita sul canapè, accanto al ginocchio del cronista, e colla coda dell'occhio seguiva il lapis d'oro di lui, mentre rispondeva col solito sorriso stracco ai complimenti che le piovevano da ogni parte.
L'impresario venne in persona a supplicarla di "accondiscendere al desiderio del pubblico", arruffato, gongolante, col sorriso cupido che voleva sembrar benevolo.
- Cara signora Celeste...
abbiate pazienza!...
un momentino solo!...
Buttano sossopra il teatro, se no!...
-
La trionfatrice, a cui gli occhi sfavillavano di desiderio, ebbe però il coraggio di ripetere il magnanimo rifiuto, stringendosi nelle spalle, questa volta in barba all'uomo che teneva la cassetta.
Ma il giornalista paternamente le tolse la pelliccia di dosso, senza dir nulla, e la spinse verso la ribalta in un certo modo che significava:
- Via, via, figliuola, non facciamo sciocchezze -.
L'applauso, quasi soffocato sino allora, rinforzò a un tratto collo scrosciare impetuoso di una grandinata.
Delle acclamazioni ad alta voce irruppero qua e là.
E a misura che l'entusiasmo s'eccitava, propagandosi dall'uno all'altro, dei visi accesi, delle mani inguantate, dei petti di camicia candidissimi sembravano staccarsi confusamente dalla folla, e avanzarsi verso l'attrice.
Più vicino, dinanzi a lei, dei professori d'orchestra si erano levati in piedi, plaudenti, e sino in fondo alla vasta sala, lungo la fila dei palchi gremiti di spettatori, nel brulichìo immenso della folla variopinta, si sentiva correre, quasi un fremito d'entusiasmo, l'eccitamento delle note d'Aida ancora vibranti nell'aria e dei seni ignudi che si gonfiavano mollemente, tutta la vaga sensualità diffusa per la sala, che rivolgevasi verso l'attrice e l'avviluppava come una carezza del pubblico intero - colle mani che si stendevano verso di lei per applaudirla - colle grida che inneggiavano al suo nome - col luccichìo dei cannocchiali che cercavano il suo sorriso ancora inebbriato, il sogno d'amore ch'era ancora nei suoi occhi, l'insenatura delicata del suo petto e la curva elegante della maglia che balenava tratto tratto fra le pieghe della tunica d'Aida, trasparente e semiaperta, quasi cedendo già all'invito delle braccia tese verso di lei, mentre essa inchinavasi dolcemente, col sorriso tuttora avido, volgendo sguardi lunghi e molli che cercavano l'amore della folla.
- Proprio così! - stava dicendo il giornalista che aveva fretta di andarsene a cena.
- Stasera non ce n'è più per noialtri.
Siamo in troppi, amici miei! Vi pare?...
Dopo aver dato il cuore a duemila persone...
e in musica per giunta!...
-
E Barbetti stonacchiò sotto il naso del Re di cuori:
- Morir d'amor per te!...
per teee!...
-
Il principe sorrise lievemente, stendendosi sul divano.
Macerata, mentre la diva rientrava nel camerino, ribatté con molto spirito:
- Va bene.
Vuol dire che noi rappresentiamo l'entusiasmo pubblico...
la deputazione dei dimostranti venuta a prendere l'accolade!...
E la vogliamo, per bacco! -
Così dicendo fece mostra di aprirle le braccia confidenzialmente.
Ella vi mise soltanto la pelliccia, sedendo accanto al principe, il quale le baciò la mano.
- Un successone!...
un vero trionfo! - ripeteva intanto il coro.
Ma essa non dava retta.
Sembrava assorta, un po' stordita dall'applauso, e interrogava solo Barbetti con uno sguardo insistente.
Questi chinò il capo affermando, senza dire una parola.
- Ci penserete voi al telegrafo? - diss'ella un momento dopo.
Barbetti esitò.
- Va bene, ci penserò io...
c'è tempo...
-
Una dozzina di persone pigiavansi nel camerino.
E delle altre teste si ammonticchiavano all'uscio, degli altri visitatori sopraggiungevano: il direttore d'orchestra che veniva a congratularsi "del legittimo successo", un compositore famoso per cercare dei complimenti da per tutto, col pretesto di farne agli altri:
- Ah, signora Celeste, non ci siete che voi!...
il vostro metodo!...
la vostra voce!...
l'arte vostra!...
-
Per cinque minuti si parlò anche d'arte e di musica.
Il giovanetto tartaglione, strozzato dall'emozione, balbettò qualche frase sconnessa, facendosi rosso, di una fiamma sincera d'entusiasmo che avvivava le sue guance e i suoi occhi giovanili, e faceva sorridere la commediante.
La poetessa si fece avanti alla fine, bisbigliando a mezza voce:
- Mia cara...
Non ho saputo resistere...
Quali sensazioni deliziose!...
-
Il principe si era alzato per cederle il posto; ma essa preferiva drappeggiarsi nel suo mantello, per recitare con voce dimessa un madrigale pomposo.
Barbetti che si era messo a sedere sul bracciolo del canapè e la guardava insolentemente, si chinò poi all'orecchio della signora Celeste, dicendole:
- Ah, figliuola mia, se m'innamorate anche le donne, adesso!...
-
L'attrice riceveva tutti quegli omaggi negligentemente seduta sul canapè, come in trono, sorridendo a mala pena di tanto in tanto, in aria distratta, quasi tendesse ancora l'orecchio al rumore degli applausi, quasi cercando ancora il suo pubblico delirante coll'occhio assorto che fissavasi incerto su chi parlava.
E tornava a sorridere incontrando gli occhi sfavillanti del giovinetto ingenuo che la divoravano.
Fragranze rare e delicate emanavano dai fiori ammucchiati da per tutto, sulla poltrona, sulle seggiole, sul tavolinetto che reggeva lo specchio, fra le quinte: dei mazzi enormi, dei monogrammi inquadrati su dei cavalletti, delle giardiniere che impedivano il passo e che nessuno guardava; un profumo delizioso di vari odori che andava alla testa e inebbriava al pari della musica, al pari dell'amore d'Aida, al pari delle parole sonanti accompagnate dal ritmo armonioso, al pari degli applausi della platea, dei tanti visi accesi per lei, dei tanti cuori che essa aveva fatto palpitare, di tante fantasie e tanti vaghi desideri che essa aveva destato e che erano venuti a deporsi ai suoi piedi, coll'adulazione ingenua e ardente del collegiale che aveva osato mandarle la sua dichiarazione d'amore per la posta, col francobollo da cinque centesimi: - "Stanotte vi ho sognata...
Mi pareva di essere sotto un bell'albero, in un ameno giardino...
e un usignuolo cantava colla vostra voce..." - oppure colla lusinga che era nell'articolo del giornale e nei versi dedicati a lei: "Celeste scende degli umani al core..." - "Per descrivere le impressioni veramente celestiali destate dal canto della grande artista signora Celeste..." - Le parole e le frasi che l'avevano inneggiata in tanti modi si ripetevano in quel momento vagamente dentro di lei, quasi un'altra armonia interiore, tutte quante, le più insulse come le più artificiose; le facevano gonfiare il cuore egualmente del ricordo di tutti i suoi ammiratori - dall'adolescente imberbe che rizzavasi in piedi affascinato, dietro le spalle della mamma, nel palchetto di proscenio, al giornalista che smetteva il sorriso canzonatorio quando le parlava - al diplomatico che disertava il Circolo per lei, e le offriva le ultime fiamme avanzate dalle emozioni del giuoco e della gran vita - all'operaio che le gridava brutalmente il suo entusiasmo dalla piccionaia.
- Tutti, tutti.
- Fin l'impresario che si mostrava amabile - fino il telegramma che andava a cercarla in capo al mondo - fino il cronista di provincia che assediava il portiere del suo albergo - dovunque, in ogni piazza, fin nelle stagioni di riposo, ai bagni, ai quattro punti cardinali, sempre, lo stesso culto l'era stato tributato in tutte le lingue, lo stesso sentimento essa aveva letto in viso ad ammiratori di tutte le razze, il sentimento che le indicava il valore della sua persona e ispiravale l'amore di tutto ciò che riferivasi a lei, il teatro, l'arte, Aida, Valentina, Margherita, tutte le creazioni che incarnavansi in lei.
E sentiva a momenti in quel trionfo di sé, in quell'orgoglio sconfinato del suo io, una tenerezza, una gratitudine, una simpatia, un'indulgenza per tutti gli omaggi che erano venuti a lei, comunque fossero, da qualunque parte venissero, e che si personificavano in tanti ricordi, in tante date, dei momenti deliziosi, delle parole che le avevano fatto palpitare il cuore un momento, di qua e di là...
Chi poteva rammentarsi? Delle fisonomie e dei lembi di paesaggio le tornavano dinanzi agli occhi, di tanto in tanto: dei visi che dovevano turbarsi anch'essi, quando leggevano il suo nome nelle gazzette sparse ai quattro venti della terra, o il suo ritratto, sparso anch'esso ai quattro venti della terra, tornava a cadere loro sott'occhio.
L'avevano tutti, il suo ritratto, nel giornale illustrato, nella vetrina dell'editore, sulle cantonate della via; i fotografi lo tiravano a centinaia di dozzine, ed essa se lo lasciava dietro, in ogni città, a dozzine intere, per tutti quanti, come dava a tutti quanti i tesori del suo canto, le emozioni della sua anima, i segreti della sua bellezza.
Perché accordare delle preferenze quando aveva bisogno dell'ammirazione di tutti? Perché imporsi certi riserbi, vincolare il suo cuore o il suo capriccio, se doveva mutare amici e paese a ogni mutar di stagione, se nessuno le sarebbe stato grato della costanza, se la sua dignità stessa di donna doveva essere diversa da quella delle altre? E una malinconica dolcezza le veniva da tanti ricordi confusi, nello stordimento e nella vaga lassezza di quell'ora.
E sorrideva più volentieri al giovinetto bleso di cui l'adorazione ingenua ridava una specie di verginità a quelle memorie.
E il bel Re di cuori, collo sguardo supplichevole, implorava invano da lei quella sera l'occhiata complice che avrebbe dovuto assentire e promettere...
Egli aspettava sempre, paziente e rassegnato, aiutando a porre in ordine lo stanzino, scegliendo i fiori da mettere da parte, cedendo il posto ai nuovi visitatori, dando sottovoce degli ordini alla cameriera, la quale affrettavasi a riporre i regali che brillavano sulla tavoletta, segnati da biglietti da visita.
Macerata, che covava cogli occhi da un pezzo il suo, non seppe tenersi dal protestare:
- Come?...
Senza farceli neppure ammirare?...
Senza "farci vedere il cuore degli amici?..." -
Gli astucci allora passarono di mano in mano, ammirati, lodati, sotto gli occhi sospettosi della cameriera, la quale si teneva ritta presso la cortina che nascondeva il fondo del camerino.
Si ripeté un altro coro di esclamazioni:
- Bello! - Elegantissimo! - Stupendo! - Il banchiere insisteva sull'intenzione che esprimeva il suo dono, uno spillo a ferro di cavallo di brillanti.
- Per dare un bel calcio alla jettatura! - Nella confusione poi alcuni dei biglietti che accompagnavano al dono il nome del donatore andarono smarriti, prima che la diva si fosse degnata di accorgersene.
Un magnifico vezzo di perle non si sapeva più da chi fosse stato offerto.
- Eh, giacché siete tanto indiscreti...
Sono stato io, là! - disse infine Barbetti.
Tutti quanti scoppiarono a ridere, compresa la signora Celeste, quasi Barbetti avesse spacciato la panzana più matta.
Il principe assentì anche col capo.
In quella fece capolino all'uscio un inserviente del palcoscenico, sorridendo alla seratante come uno che aspetti la mancia anche lui, porgendole a mano un biglietto da visita.
- C'è questo signore...
Dice che la conosce tanto...
-
L'attrice studiava il biglietto, cercando di rammentarsi quel nome, quando entrò il signore che essa conosceva tanto, un bel giovane forestiero, riccioluto e azzimato all'ultima moda, il quale però rimase un po' male, trovandosi a un tratto in sì bella compagnia, al cospetto della diva in soglio che lo guardava d'alto in basso, per raccapezzarsi, e di tutta la sua corte.
- Scusatemi, Celeste...
- balbettò lui.
- Ho letto sui giornali...
Presi subito il treno...
Non potevo immaginare una cosa simile...
-
E com'ella seguitava a guardarlo in quel modo imbarazzante, senza rispondere, in mezzo al silenzio ostile di tutto l'uditorio, il povero giovane perse del tutto la tramontana, cercando d'aiutarsi alla meglio.
- Ettore...
Ettore Baroncini di Sinigaglia...
Vi rammentate...
per la fiera?
- Ah!...
- fece lei.
- Oh! -
Ettore Baroncini, incoraggiato dai due monosillabi insidiosi, si lasciò sfuggire:
- N'è passato del tempo, eh! -
Non aggiunse altro, mortificato del sorriso glaciale di lei, che riprese immediatamente a discorrere col principe, volgendo le spalle all'amico Baroncini e alla fiera di Sinigaglia, con un certo sorriso fine per giunta, che aveva tutta l'aria d'essere dedicato a lui, e che gli tolse il coraggio finanche d'andarsene insalutato ospite, e lo inchiodò al posto in cui era.
- Allora - riprese Barbetti, quasi continuando un discorso incominciato.
- Allora direi che il donatore incognito è già bell'e trovato...
E vuol dire che non sarò stato io, pazienza! -
D'Antona, mentre gli altri si accingevano a ridere di nuovo, disse galantemente alla bella signora:
- Chiunque sia stato l'ammiratore incognito...
Ne avrete tanti!...
Volete permettermi di rappresentarlo? -
Ella che aveva già indovinato sorridendo gli stese la mano, che il principe si mise a baciare ghiottamente, fra il serio e il faceto, sulla palma, sul polso, salendo su pel braccio che sembrava inzuccherato dalla polvere di cipria, mentre la Celeste rideva quasi le facesse il solletico, fingendo di voler svincolarsi, esclamando:
- No! no! basta! Così ve la pigliate per venti ammiratori! -
Macerata reclamava intanto la sua parte, e degli altri pure, cortesemente.
Solo la poetessa accomiatavasi a labbra strette, e il giornalista agitava il gibus quasi per scacciare delle mosche, ripetendo:
- Via, via, signori miei...
dinanzi alla gente...
dei forestieri anche!...
-
Il signore forestiero, ancora rosso dall'emozione, aveva fatto la bocca al riso anche lui, per non restar da grullo, tormentandosi i baffi, girando intorno, suo malgrado, uno sguardo inquieto, sulla comitiva di cui la sola faccia simpatica gli sembrò allora quella del bel giovane taciturno, il quale lisciavasi i baffi anche lui, sorridendo a fiori di labbro anche lui.
Di fuori intanto il macchinista strepitava per far sgombrare il palcoscenico:
- La vita!...
Signori!...
Abbiano pazienza! - Gli ammiratori della cantante, che erano rimasti sull'uscio, ondeggiavano di qua e di là.
Degli altri mazzi di fiori furono cacciati nel camerino alla rinfusa.
Il cavalletto e la giardiniera furono spazzati via.
Si udì un correr frettoloso, uno sbatter di usci, delle voci di comando, e uno schiamazzar di voci femminili.
- Il ballo! In scena pel ballo! -
Lo stesso impresario, che era tutto miele un quarto d'ora prima, mandava ora al diavolo gli importuni.
- Signori miei...
un po' di pazienza...
Il pubblico s'impazienta!
- Se si andasse a cena? - propose Macerata.
La signora Celeste fece una smorfia che diceva di no.
Ma il banchiere torno ad insistere e a farle dolce violenza, chino verso di lei, prendendole la mano, parlandole sul collo in un certo modo che faceva arricciare il naso al Re di cuori e all'amico di Sinigaglia.
Barbetti però approvava il rifiuto.
- Andiamoci pure a cena, ma senza di lei.
Lei ha bisogno di riposare, poverina.
Lasciateli dire, mia cara.
Questa gente non sa cosa significhi una serata simile...
- Il bel Re di cuori infine perse la pazienza, borbottando che non era quella la maniera...
Ettore Baroncini in cuor suo fece lega con lui.
- Ma no! ma no! - diss'ella.
- Andate via, piuttosto! Non posso mica spogliarmi dinanzi a tutti quanti.
- Oh! - Perché mai?...
- Magari!...
- C'est juste mais sévère! - conchiuse il banchiere.
- Bello! bellissimo...
le mot de la fin!... - esclamò Barbetti, e intanto spingeva fuori la gente, come uno di casa.
Il Re di cuori era rimasto cercando il cappello, aspettando dalla diva la parola o l'occhiata che essa gli aveva promesso per quella sera.
- Caro Sereni, - gli disse Barbetti.
- non facciamo dei gelosi...
- Barbetti, ehi! il telegrafo l'avete dimenticato? - esclamò la signora Celeste passando la testa nell'apertura della tenda.
- Eh, no...
pur troppo...
- A Milano! E rammentatemi anche a Napoli, dove farò la quaresima...
Non lo dimenticate...
Vi accompagnerà Sereni perché non lo dimentichiate, al vostro solito...
Aspettate, Sereni, vi do un rigo per memoria -.
E lì, scrivendo sul ginocchio anche lei come Barbetti, colla tunica di Aida semiaperta che scopriva il fine contorno della gamba coperta dalla maglia carnicina, buttò due parole su di un pezzetto di carta strappato da un mazzo di fiori, e sporse dalla tenda il braccio nudo per dare il bigliettino a Sereni, il quale lo prese avidamente, mentre dietro la cortina, con un fruscìo frettoloso di vestiti, si udiva ancora la bella voce allegra di lei ripetere:
- Andatevene! Andate via tutti quanti! -
I suoi fedeli però l'aspettavano ostinatamente dietro l'uscio del camerino, Macerata che voleva aver l'onore di darle il braccio sino alla carrozza, il principe d'Antona discorrendo con una figurante che non gli nascondeva nulla, Ettore Baroncini il quale non sapeva risolversi ad andarsene dopo aver preso apposta il treno, temendo di passare per uno zotico, Sereni che fiutava un rivale e Barbetti che odorava la cena.
Finalmente la bella ricomparve col berrettino di lontra sugli occhi, imbacuccata sino al naso, seguìta dalla cameriera contegnosa che portava la borsetta delle gioie, sgridando Barbetti e tutti gli altri, che si precipitavano ad accompagnarla, Macerata impadronendosi del braccio di lei che gli era costato uno spillo di brillanti, il principe staccandosi garbatamente dalla figurante, la quale schermivasi allora coprendo il petto colle mani, Barbetti canticchiando:
- Andiam! partiam! a cena andiam!...
Non dico a voi, cara Celeste.
Voi anderete a dormire tranquillamente...
Sentirete che brindisi, dal vostro letto!...
- Ah! meraviglia delle meraviglie! Angeli e ministri di grazia, soccorretemi voi! -
Quest'ultimo complimento era diretto all'altra diva del ballo "La stella" che attraversava in quel punto il dietro scena, seminuda, colle spalle e il seno appena coperti da una ricca mantellina, tutta vaporosa nella cipria e nei veli diafani, col viso mordente delle labbra e degli occhi tinti che salutava gli amici e gli ammiratori della cantante, suoi ammiratori anch'essi e suoi amici, quasi librandosi sulla punta delle scarpette di raso all'incitamento della musica che la chiamava, per correre all'applauso che aspettava impaziente lei pure.
Il tenore, con cui la diva del canto aveva delirato d'amore in musica, e per cui era morta sul palcoscenico mezz'ora prima, le passò vicino adesso senza salutarla, rialzando il bavero della pelliccia, col fazzoletto sulla bocca.
Ed essa non lo guardò neppure, scambiando invece un'occhiata ostile coll'altra diva della danza.
- No, no, non vi lascio andar sola...
Ho paura che vi rubino, i vostri ammiratori...
- diceva il principe che ostinavasi a voler montare in carrozza con lei, dopo aver messo da banda tranquillamente Macerata.
Ed essa rispondeva con la risatina squillante: - Sciocco!...
via! andate via!...
Barbetti?...
- Sì, sì, il telegrafo, non l'ho dimenticato.
Signori belli, cosa si fa adesso? Si va a cena, a finir la serata della diva? Ehi, dico, Sereni, è quanto possiamo far di meglio.
Non ti cavare gli occhi sotto quel lampione, che lo scritto so io cosa dice -.
Ma il principe si scusò dicendo di avere un appuntamento al Circolo, e Macerata non si sentiva di pagare anche i brindisi che gli altri avrebbero fatti alla diva.
Rimasero Baroncini, il quale non voleva passare per straccione o per avaro, ricusando di pagar da cena, e Sereni che aveva letto: "Impossibile per questa sera, mio caro...
Abbiate pazienza...
Sono affranta...
Sognerò di voi...".
Per altro, tutti e due avevano bisogno di pensare alla diva, vicino a degli altri che avrebbero pure pensato a lei o parlato di lei.
Nei fumi del vino, più tardi, poiché Baroncini aveva fatto le cose per bene, Barbetti, commosso anche lui, sentenziava:
- Cari amici miei...
Il telegrafo non sapete cosa significhi...
L'impresario...
l'agente teatrale...
Dei colpi di gran cassa per far quattrini...
Siamo giusti...
il mondo gira su di un pezzo da cinque lire...
Ciascuno secondo il suo mestiere...
L'arte, il giornalismo...
tutte belle cose...
Segui bene il mio ragionamento, Sereni...
Io sono un artista...
Bene...
io appartengo al pubblico...
il pubblico è il mio amante...
Tu sei innamorato di me, artista...
bene...
Se Venere, in camicia, venisse a dirmi in certi momenti...
Barbetti, dammi una notte d'amore...
No, no, e poi no! -
IL TRAMONTO DI VENERE
Quando Leda, astro della danza, splendeva nel firmamento della Scala e del San Carlo, come stella di prima grandezza, contornata di brillanti autentici, e regalava le sue scarpette smesse ai principi del sangue e del denaro, chi avrebbe immaginato che un giorno ella sarebbe stata ridotta a correre dietro le scritture e i soffietti dei giornali, cogli stivalini infangati e l'ombrello sotto il braccio - a correre specialmente dietro un mortale qualsiasi, fosse pur stato Bibì, croce e delizia sua?
Poiché Bibì era anche un mostro, un donnaiuolo, il quale correva dal canto suo dietro tutte le gonnelle, e concedeva perfino i suoi favori alle matrone ancora tenere di cuore, adesso che la sua Leda batteva il lastrico, in cerca di scritture e di quattrini, e lui aspettava filosoficamente la dea Fortuna al Caffè Biffi, dalle 5 alle 6, nell'ora in cui anche le matrone s'avventurano in Galleria - oppure tentava di sforzarla - l'instabil Diva - a primiera o al bigliardo, tutte le notti che non consacrava alla dea Venere, come chiamava tuttora la sua Leda, quand'era fortunato alle carte o altrove, o quando non la picchiava, per rifarsi la mano.
Ahimé sì! L'indegno era arrivato al punto di fare oltraggio ai vezzi per cui aveva delirato, un tempo - per cui i Cresi della terra avevano profuso il loro oro.
Le rinfacciava adesso, brutalmente: - Dove sono questi Cresi? -
Ah, l'ingrato, che dimenticava quanto gliene fosse passato per le mani di quell'oro; con quanta delicatezza la sua Leda gliene avesse celato spesso la provenienza, per non farlo adombrare, lui che era tanto ombroso, allora! E i sottili artifici, le trepide menzogne, i dolci rimorsi che rendevano attraente l'inganno fatto all'amante, per l'amante stesso, onde legarlo col beneficio! E le care scene di gelosia, e le paci più care!...
Che importa il prezzo? Non era lui il suo tesoro, il suo bene?
Ma ciò che ora rendeva furiosa specialmente la povera dea Venere, erano le infedeltà gratuite e umilianti di Bibì; gli idilli che le toccava interrompere dinanzi alla tromba della scala, colle serve del vicinato; il lezzo di sottane sudice che egli le portava in luogo di violette di Parma.
Aveva un vulcano in corpo, l'indegno! Ardeva per tutte quante della stessa fiamma che consumava lei pure, ahi derelitta - di persona e di beni!
O dolcezze perdute, o memorie! Quando invece Bibì correva dietro a lei, come un pazzo, in quella memorabile stagione dell'Apollo che fece perdere la testa anche a dei principi della Chiesa! Ebbene, essa aveva preferito Bibì, né signore né principe, allora, ma giovin, studente e povero, venuto dal fondo di una provincia, ricco solo di entusiasmi, per imparare musica, o pittura - una bell'arte insomma.
La più bell'arte, per lui, fu di saper conquistare, senza spendere un quattrino, il cuore di Leda, la quale in quell'epoca teneva legata al filo dei suoi menomi capricci quasi una testa coronata.
Capriccio per capriccio, essa preferì il nuovo, quello che aveva il sapore del frutto proibito, un'attrattiva insolita, la freschezza e la grazia di un primo palpito: - Lettere, mazzolini di fiori, incontri semifortuiti al Pincio, ogni fanciullaggine, in una parola.
Ei ripeteva, supplice, come un eroe della scena: - Un'ora!...
e poi morire!...
- No! - rispose ella alfine.
- No! Vivere e amar! -
Amor, sublime palpito!...
Il fatto è che ne fu presa anche lei stavolta, allo stesso modo che aveva fatto ammattire tanti altri.
- Ma presa, là, come si dice, pei capelli.
Così il fortunato giovane ascese furtivo all'ambìto talamo del geloso prence.
Gli schiuse l'Eden lei stessa, tremante, a piedi nudi - i divini piedi cantati in prosa e in versi! - Bibì, che a sentirlo era un leone indomito, tremava anche lui come una foglia.
E se lo prese, lei, trionfante per la prima volta! - Come sei timido, fanciullo mio! -
Tanto che Sua Altezza, seccato alfine da quelle fanciullaggini, degnò aprire un occhio, e li scacciò dall'Eden.
Che importa? Il mondo non era seminato di teatri e di mecenati che portavano in palma di mano lei e Bibì? Soltanto, come i principi son rari, e i mecenati vogliono sapere dove vanno a finire i loro denari, i due amanti fecero le cose con maggior cautela, e le fanciullaggini a usci chiusi.
Bibì era felice come un Dio, viaggiando da una capitale all'altra, in prima classe, ben vestito, ben pasciuto, a tu per tu cogli impresari e i primi signori del paese che accorrevano a fare omaggio alla sua diva.
Se bisognava ecclissarsi qualche volta discretamente dinanzi a loro, lo faceva con un sorriso che voleva dire: - Poveretti! - Le stesse scene di gelosia sembravano combinate apposta per infiorare quel paradiso, come una carezza all'amor proprio di entrambi, una protesta dignitosa dell'amante, e una delicata occasione offerta all'amata di tornare a giurargli e spergiurargli la sua fede: - No, caro!...
Lo sai!...
Sei tu solo il signore e il padrone...
Ecco! -
Basta, ora si trattava di non lasciarsi sopraffare da quell'intrigante della Noemi, che le rapiva agenti ed impresari, alla Leda, con tutte le armi lecite e illecite, e le portava via le scritture - una che non aveva dieci chili di polpa sotto le maglie! - E le portava via anche Bibì, il quale si dava il rossetters ai baffi, e si metteva in ghingheri per andare ad applaudirla, gratis et amore.
- Ma il ballo nuovo del cavalier Giammone non me lo porta via, no! - giurò a se stessa la bella Leda.
Da un mese, Barbetti e tutti gli altri giornalisti che vendono l'anima a chi li paga, non facevano altro che rompere la grazia di Dio ad artisti ed abbonati con quel nome della Noemi stampato a lettere di scatola.
Già erano in tanti a far la spesa degli articoli, i protettori della casta vergine! Ma il ballo nuovo del cavalier Giammone non l'avrebbe avuto, no!
Il cavaliere stava appunto parlandone coll'impresario, chiusi a quattr'occhi, dinanzi al piano del Gran Poema storico-filosofico-danzante, sciorinato sulla tavola, allorché capitò all'improvviso la signora Leda, in gran gala, e col fiato ai denti.
- Cavaliere mio!...
scusatemi!...
Non si parla d'altro sulla piazza!...
Sarà un trionfo, vi garantisco!...
Lasciatemi vedere...
- Ah! - sbuffò il coreografo colto sul fatto.
- Oh!...
-
E si buttò sulle sue carte, quasi volessero rubargliele.
L'impresario, dal canto suo, diede una famosa lavata di capo al povero tramagnino che stava a guardia dell'uscio.
- Ho dato ordine di non essere disturbato, quando sono in seduta! Nessuno entra senza essere annunziato!...
-
Dopo tanti anni che le porte si spalancavano dinanzi a lei, e gli impresari le venivano incontro col cappello in mano! Se non la colse un accidente, fu proprio un miracolo.
Barbetti, che la incontrò all'uscita così rossa e sconvolta, non poté tenersi dal dirle ridendo:
- Come va, bellezza?
- Senti! - rispose lei, fuori della grazia di Dio davvero; - senti, faresti meglio a stare alla porta della Noemi, per vedere chi va e chi viene, giacché fai quel bel mestiere! -
All'occasione la signora Leda aveva la lingua in bocca anche lei - la bocca amara come il tossico.
- Per rifarsela dovette fermarsi al Biffi, a bere qualche cosa.
Bibì era là, al solito, in trono fra gli amici.
Tutti quanti, ad uno ad uno, per far la corte a lei e a lui, cominciarono a dire ira di Dio della Noemi - che non aveva scuola - che non aveva grazia - che non aveva questo e non aveva quest'altro.
Già l'avevano tutti quanti a morte coll'Impresa che lasciava disponibili i migliori soggetti.
Poi, dopo che l'amorosa coppia si fu congedata, fra grandi inchini e scappellate - Bibì stavolta volle accompagnare la sua signora per sentir bene come era andata a finire, un po' inquieto e nervoso in fondo, ma disinvolto, giocherellando colla mazzettina, lei tutta arzilla e saltellante, col sorriso di cinabro e le rose sulle guance (quantunque si sentisse soffocare nella giacchetta attillata) per non dar gusto ai colleghi, Scamboletti, il celebre buffo, ch'era anche il burlone della compagnia, mandò loro dietro questo saluto:
- Lei sì che n'ha della grazia di Dio!...
Una balena! - Anzi citò un'altra bestia.
- Senza invidia però, Bibì! -
Senza invidia, a lui, Bibì, ch'era un pascià a tre code, e di donne ne aveva sino ai capelli, damone e titolate?...
Basta, era un gentiluomo! E sapeva anche quello che andava reso alla sua signora.
Ma in quanto all'arte però non era partigiano, e ammirava ugualmente tutti i generi.
Leda era del genere classico? E lui l'aveva fatta subito scritturare al Carcano, un teatro di cartello anche questo, non c'è che dire.
Oggi, pei balli grandi, bastano le seconde parti, gambe e macchinario.
Piacciono anche questi? Ebbene, batteva le mani lui pure, senza secondi fini.
Ma la Leda, che non aveva più un cane che le battesse le mani, era diventata gelosa come un accidente, e gli amareggiava la vita, povero galantuomo.
Lagrime, rimproveri, scene di famiglia continuamente.
Alle volte, magari, lui doveva buttar via il tovagliolo a mezza tavola, per non buttarle il piatto in faccia.
Tanto, quella poca grazia di Dio gli andava tutta in veleno.
Si rappattumavano dopo, è vero; perché quando si è fatto per un uomo quello che aveva fatto lei!...
- E quando si è un gentiluomo come era lui!...
Ma però artisti l'uno e l'altra, dopo la commedia delle paci e delle tenerezze si tenevano d'occhio a vicenda, e la signora Leda, a buon conto, aveva messo un tramagnino alle calcagna di Bibì, per scoprire il dietro scena nel repertorio delle sue tenerezze.
Talché gli amici al vederlo sempre con la guardia del corpo, gli affibbiarono il titolo di Re di picche.
Infine tanto tuonò che piovve, la sera stessa della beneficiata di Leda, che non c'erano duecento persone al Carcano.
Ella cercò di sfogarsi con Bibì "il quale faceva il risotto" alla Noemi, invece! lui e i suoi amici! bestie e animali tutti quanti, che non sapevano neppure dove stesse di casa il vero merito! e si lasciavano prendere all'amo dalle grazie di quella diva, la quale rideva di loro, poi - sicuro! - di lui pel primo! - Gonzo!
- Via, fammi il piacere! - interruppe Bibì accendendo un mozzicone di sigaro dinanzi allo specchio.
- Ah, non vuoi sentirtela dire? Già, quella lì non ti piglia certo pei tuoi begli occhi, mio caro! - Schizzava fuoco e fiamme dagli occhi, lei, colle ciglia ancora tinte e il rossetto sulla faccia, così come si trovava all'uscire dal teatro, una Furia d'Averno - dopo tutto quello che aveva fatto per lui, e le occasioni che gli aveva sacrificato, ricconi e pezzi grossi, che se avesse voluto, ancora!...
- Fammi il piacere, via! - tornò a dire Bibì con quel ghignetto che la faceva uscire dai gangheri.
- Allora senti! Bada bene a quello che fai! Bada bene, veh! Che son capace di andare a romperle il muso, alla tua casta diva! - E qui un mondo di altre porcherie: - che lui era roba sua, di lei, giacché lo pagava e lo manteneva, e si rompeva la grazia di Dio, laggiù al Carcano, per mantenergli anche la casta diva! - Allorché era in bestia la signora Leda sbraitava tal quale come la sua portinaia, e vomitava gli improperi che aveva inteso al Verziere, quando stava da quelle parti.
- Puzzone! Svergognato! Ti pago perfino il sigaro che hai in bocca!...
- Scendere sino a queste bassezze, via! Talché Bibì stavolta perse il lume degli occhi e l'educazione, e gliene disse d'ogni specie anche lui, buttando in aria ogni cosa, dediche, omaggi, ritratti e corone sotto vetro, tutto quanto v'era in salotto, e quando non ebbe più che dire buttò anche le mani addosso a lei, senza riguardo neppure al rossetto e alle finte che costavano 50 lire al paio.
- Già al Carcano non ci avrebbe ballato più per un pezzo, la brutta bestia, tante gliene diede, - e il meglio era di prendere il cappello e andarsene via, poiché il vicinato era tutto sul pianerottolo, e colla Questura lui non voleva averci a che fare di nuovo, dopo che gli aveva rotto le scatole per altre sciocchezze.
Stavolta sembrava bell'e finita per sempre fra Bibì e la sua signora.
- Ciascuno per la sua strada, e alla grazia di Dio tutt'e due, in cerca di miglior fortuna, - se non fossero stati i buoni amici che vi si misero di mezzo.
Tanto, dopo tanto tempo che stavano insieme, erano più di marito e moglie.
No, lei non poteva starci senza Bibì.
Fosse sorte, fosse malìa, la teneva legata ad un filo, come essa ne aveva tenuti tanti, uomini seri, ed uomini forti, che in mano sua sembravano delle marionette.
E anche Bibì, a parte l'interesse, un cuor d'oro in fondo, che non si poteva dire lo facesse muovere l'interesse, ormai.
Non tornò a servirla in ogni maniera e a procurarle le scritture egli stesso? in America, in Turchia, dove poté, giacché al giorno d'oggi soltanto laggiù sanno conoscere ed apprezzare le celebrità.
- Prova i vaglia postali che lei mandava, poco o molto, quanto poteva.
Un cuor d'oro.
E allorché la povera donna batté il bottone finale, e sbarcò a Genova senza un quattrino, bolsa e rifinita, chi trovò alla stazione, a braccia aperte? Chi si fece in quattro per scovarle qua e là mezza dozzina di ragazze promettenti, e insediarla maestra di ballo addirittura? Chi le prestò i mezzi, a un tanto al mese, per metter su "pensione d'artisti" - una speculazione che sarebbe riuscita un affarone, se non ci si fosse messa di mezzo la Questura, che l'aveva particolarmente con Bibì?
E come ogni cosa andava di male in peggio, cogli anni e la disdetta, chi le prestò qualche ventina di lire, al bisogno, di tanto in tanto, quando si poteva? Dio mio, le ventine di lire bisogna sudare sangue e acqua a metterle insieme; e quando si diceva prestare, da lui a lei, era un modo di dire.
E al calar del sipario, infine, allorché la povera Leda andò a finire dove finiscono gli artisti senza giudizio, chi andò a trovarla qualche volta all'ospedale, e portarle ancora dei soldi, se mai, per gli ultimi bisogni?
Bibì ne aveva avuto del giudizio, è vero, e un po' di soldi aveva messo da parte, col risparmio e gli interessi modici, tanto da render servizio a qualche amico, se era solvibile, e da far la quieta vita, coi suoi comodi e la sua brava cuoca.
Perciò quelle visite all'ospedale gli turbavano la digestione, gli facevano venire le lagrime agli occhi, e non era commedia, no, quando ne parlava poi cogli amici, al caffè.
- Bisogna vedere, miei cari! Una cosa che stringe il cuore, chi ne ha! L'avreste creduto, eh? Lei abituata a dormire nella batista!...
E ridotta che non si riconosce più...
Un canchero, un diavolo al petto...
che so io...
Non ho voluto vedere neppure.
Lei ha sempre la smania di far vedere e toccare a tutti quanti.
E delle pretese poi! Certe illusioni!...
Non si dà ancora il rossetto? Misera umanità! Ieri, sentite questa, vo sin laggiù a Porta Nuova, apposta per lei, con questo caldo, e trovo la scena della Traviata: "O ciel morir sì giovane..." "Mia cara:..
giovani o vecchi...
Voi guarirete, ve lo dico io!" "Ah! Oh!" Allora viene la parte tenera, e vuol sapere se sono sempre io...
lo stesso amico...
da contarci su...
"Certo...
certo...
Diamine!..." O non mi esce a dire di condurla via? Sissignore - che una volta via di lì è sicura di guarire - che vogliono operarla - che ha paura del medico: "Per carità! Per amor di Dio!" "Un momento, cara amica! Che diamine, un momento!" Ella si rizza come una disperata, afferrandomi pel vestito, baciandomi le mani...
Non ci torno più, parola d'onore! -
E vedendo che ci voleva anche quello, dalla faccia degli amici, Bibì asciugò una furtiva lagrima.
PAPA SISTO
Di commedianti come Vito Scardo non ne nascono più a Militello, massime dacché fu toccato dalla grazia, e da povero diavolo arrivò ad essere guardiano dei cappuccini, come Papa Sisto.
Dopo aver provato cento mestieri - e averne fatte d'ogni colore anche, dicevasi, colla donna e la roba altrui - ridotto colle spalle al muro, malandato di borsa e di salute, Vito Scardo capì alfine: - Qui bisogna mutar strada -.
Era l'anno della fame per giunta, che i seminati, dal principio, dissero chiaro che si voleva ridere quell'inverno, e tutti quanti, poveri e ricchi, si strappavano i capelli, alla raccolta.
Vito Scardo stava bestemmiando anche lui nell'aia di massaro Nasca - compare Nasca sfogandosi coi figliuoli a pedate - sua moglie covando le spighe magre cogli occhi arsi e il lattante al petto - lo stesso marmocchio che si disperava e non trovava nulla da poppare - una desolazione insomma da per tutto, per la campagna brulla, senza una canzone o un suono di tamburello, quando si vide arrivare fra Angelico, quello della cerca, fresco come una rosa, trottando allegramente sulla bella mula baia dei cappuccini.
- Sia lodato San Francesco! - E lodato sia, fra Angelico! - disse compare Nasca fuori della grazia di Dio stavolta.
- Che a voi altri, benedica, il pane e il companatico non ve lo fa mancare San Francesco!...
Sangue di!...
Corpo di!...
- Le bestemmie della malannata, in una parola.
Ma fra Angelico se ne rideva.
- O dunque chi prega Domeneddio per la pioggia e pel bel tempo, gnor asino? -
Un pezzo di tonaca sulle spalle, una presa di tabacco qua e là, il buon viso e la buona parola, e fra Angelico raccoglieva grano, olio, mosto, senza bisogno di mietere né di vendemmiare, e senza pensare ai guai e a malannate, ché al convento, grazie a Dio, il caldaione era sempre pieno, e i monaci non avevano altro da fare che ringraziare la Provvidenza e correre lesti al refettorio quando suonava la campanella.
- Quello è il mestiere che fa per me, - disse allora Vito Scardo.
Di lì a poco, un bel giorno - volontà di Dio - lo trovarono tutto pesto e malconcio nel podere di Scaricalasino, o che l'avessero colto a cerca di olive senza permesso del padrone del campo, e senza la tonaca di San Francesco, o che a Scaricalasino quella notte gli dicessero le corna di tornare a casa insalutato ospite.
Il fatto è che glie ne diedero tante, al povero Vito Scardo, da lasciarlo più morto che vivo, e in quell'occasione volle confessarsi dal guardiano dei cappuccini appunto.
- Padre Giuseppe Maria - disse veramente contrito - padre Giuseppe Maria, o me ne vo in paradiso, o prometto di cambiar vita e fo voto di darmi a Dio.
- Va bene, va bene.
A questo c'è tempo -.
Il guardiano credeva che fossero le solite chiacchiere di ogni galantuomo ridotto al mal passo, e promise d'aiutarlo anche, per sbrigarsene.
Ma però non furono chiacchiere.
Vito Scardo aveva la pelle e la testa dura.
Non s'era fitto in capo di mutar vita? O dunque perché gli aveva promesso Roma e torna quel servo di Dio? Il guardiano, di lì a un mese, come se lo vide capitar dinanzi con quel dettato, sano come una lasca, fece il segno della croce: - Monaco tu? Non ci mancherebbe altro adesso! - E vossignoria che vi cresceva qualche cosa? Per arrivare guardiano anche!...
-
Voi che avreste fatto? Un arnese come Vito Scardo, che puzzava di tutti i sette peccati mortali! Però egli giurava che era un altro, ormai.
Lo pigliassero a prova.
Tanto disse e tanto fece che il povero guardiano dovette pigliarlo a prova, pel vitto e la tonaca soltanto, frate converso.
- Se la tonaca fa questo miracolo, vuol dire ch'è una santa cosa davvero, figliuol mio!-
Basta, o che la tonaca abbia fatto il miracolo, o che sia stato il bisogno a far trottare l'asino, Vito Scardo divenne l'esempio della comunità.
Bravo, modesto, prudente - le donne, magari, non le guardava neanche, in strada.
- E per la cerca poi valeva un Perù; meglio di fra Angelico, ch'è tutto dire.
La gente al vederlo così cambiato, che pareva un santo, diceva: - Questa è opera di San Francesco.
- E mandava elemosine.
Però c'era ancora quella certa tizia che tirava a fargli perdere il pane - comare Menica la moglie di Scaricalasino, dopo che suo marito era andato in galera per le legnate di quella notte - lei a tentarlo fino in chiesa, e occhiate di fuoco, e imbasciate con questa e con quella.
Una sera poi l'appostò al cancello del podere, che tornava tardi dalla cerca e non passava un cane, e lo strinse proprio colle spalle al muro: - Dopo averla messa in quello stato - né vedova né maritata! - E tutto quello che aveva fatto per lui! - Le legnate che s'era prese! - Sissignore! Eccole qua! - Quasi quasi si spogliava lì dov'era, dietro la siepe.
La siepe fitta, l'ora tarda, sulla strada che non passava un cane...
San Francesco glorioso, se Vito Scardo tenne duro come Giuseppe Ebreo, fu tutto merito vostro.
- Sorella mia - rispose lui - sorella mia, in galera si va e si viene, ma se mi scacciano dal convento cosa fo, ditelo voi? -
E lo disse anche al Padre Guardiano, a titolo di confessione - la carne - il demonio.
- La sai più lunga di lui! - pensò il guardiano.
Ma dovette chinare il capo anche stavolta, toglierlo dalla cerca e metterlo ai servizi interni del convento.
Vito, contentone, badava a far la sua strada.
Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, barcamenandosi fra questo e quell'altro, che il convento è come un piccolo mondo, e le nimicizie covano anche fra i seni di Dio.
Quando s'accapigliavano fra di loro, e volavano le scodelle, lui orbo e sordo.
A tempo e luogo poi lisciare i pezzi grossi pel verso del pelo, e pigliare ciascuno pel vizio suo, fra Serafino col tabacco buono di Licodia, fra Mansueto chiudendo un occhio in portineria, il Padre Lettore a colpi d'incensiere.
- Ah, che grazia v'ha fatto il Signore! Quante cose sapete, vossignoria! - Figliuol mio, ho sudato sangue.
Vedi, ho tutti i peli bianchi.
Che mi giova? Padre Lettore, e nulla più.
- Birbonate! La solita storia che chi più merita meno ha...
M'intendo io, se fossi padre da messa e avessi voce in capitolo, quando fanno il guardiano!...
Il guaio era che per entrare in noviziato ed arrivare padre da messa ci voleva un po' di latino, e 20 onze di patrimonio.
Quanto al latino, pazienza, Vito Scardo, picchia e ripicchia, sudando sui libracci come Gesù all'orto, tendendo l'orecchio a questo e a quello, pigliandosi la testa a due mani - testa fine di villano che quel che voleva voleva - coll'aiuto di Dio e del Padre Lettore riescì a farvi entrare quel che ci voleva.
Ma trovare le 20 onze del patrimonio era un altro paio di maniche.
Ci si struggeva mattina e sera, senza contare i digiuni, le astinenze, e simili privazioni, che ormai era diventato tutto pelo e naso, e le divote susurravano anche che portava il cilizio sotto la tonaca.
In chiesa poi servizievole con tutti quanti, premuroso colle figlie penitenti del guardiano e dei pezzi grossi, innamorato del Patriarca San Giuseppe, sì che la vedova Brogna s'indusse a fare l'altare nuovo, e fu tutto merito suo.
Insomma, se il Patriarca non gli faceva trovare i danari per entrare in noviziato e darsi a Dio, voleva dire che non c'è religione né nulla.
- O tu che credi d'arrivare Papa? - Gli diceva alle volte il guardiano ridendo.
E lui, minchione minchione: - Papa, no -.
Bene, se il Patriarca non voleva farlo, l'avrebbe fatto lui il miracolo, Vito Scardo.
A un tratto, corse la voce che egli guariva asini e muli, con certi rimedi che sapeva lui - e la fede viva.
Se mancava la fede, addio virtù dei semplici, e tanto peggio per la bestia che crepava, salute a noi.
Poi furono i numeri del lotto che gli vennero in mente, come un'ispirazione del cielo che gli diceva all'orecchio: - Escirà il tale, il tale, e il tal altro numero -.
Veramente a tanta grazia divina recalcitrava egli stesso, semplice frate laico, senza neppure gli ordini sacri.
Resisteva alla tentazione, si confessava indegno, faceva il sordo o lo scemo, arrivava a tapparsi le orecchie insino, quando i poveri giuocatori gli correvano dietro supplicando: - Per la santa tonaca che portate! - Per l'anima dei vostri morti! - e per questo, e per quest'altro.
- Due parole sole, e ci togliete dai guai! - Intanto i numeri che gli ballavano dentro, e le dita stesse che si tradivano e accennavano il terno, senza sua voglia, soltanto al modo di lisciare la barba e di far segno: - zitto! - Chi sapeva intendere poi e cavarne il terno ci pigliava l'ambo almeno.
E l'elemosine fioccavano.
Il padre guardiano, uomo rozzo all'antica, prese infine Vito Scardo a quattr'occhi, e gli fece una bella lavata di capo: - A che giuoco giuochiamo? Che significa questa faccenda? - Lui a testa bassa, colle mani in croce nei maniconi, rispose tutto compunto che significava che il Signore lo chiamava in religione, e se non lo lasciavano entrare in noviziato sarebbe andato a fare l'eremita in cima a una montagna.
- Fra Giuseppe Maria capì il latino.
- A fare il santo per conto tuo, eh? E tirar l'acqua al tuo mulino? - Vito Scardo non capiva neppure.
- L'acqua? - Il santo? - Il mulino? - E le 20 onze del patrimonio, per pigliar messa? le 20 onze le hai? - aggiunse il guardiano per tagliar corto.
- Ah, le 20 onze?...
-
Come abbia fatto a procurarsele, quel diavolo di Vito Scardo, lo sa Dio e lui.
O che siano stati frutti di stola, come dicevano le male lingue, denari rubati allo stesso San Francesco, messi da parte sulla cerca, in barba a lui; o che la vedova Brogna abbia fatto anche questa, e si sia lasciato toccare il cuore; o sia stata infine carità fiorita di qualche altra benefattrice, che tirava anime a salvamento - la Scaricalasino vendé allora un pezzo di terra, suo di lei.
- Il fatto è che all'impensata saltò fuori il padre di Vito Scardo, Malannata, uno che il soprannome stesso diceva chi fosse, povero e pezzente che avrebbe cavato la pelle piuttosto al suo figliuolo per rattoppare la sua, e mise fuori i denari del patrimonio.
- Qui, ecco le 20 onze! - Il guardiano, che cercava pretesti ancora, voleva sapere donde venivano e donde non venivano.
Ma Vito Scardo che piangeva di tenerezza e di gratitudine, abbracciando gnor padre e baciandogli le mani, abbrancò il suo gruzzolo e minacciò di piantar su due piedi baracca e burattini.
- Allora, benedicite! Allora vi lascio la tonaca e me ne vo, giacché non volete salvarmi l'anima neppure col fatto mio! - Questo diavolo ci darà da fare a tutti quanti! - disse poi in capitolo il padre guardiano.
E disse bene, che gli parlava il cuore.
Basta, per toglierselo dai piedi lo mandarono a fare il noviziato fuori provincia, alla Certosa di Santa Maria.
Ci pensassero intanto quegli altri frati a vedere se spuntava grano o loglio da quel seme.
E Vito Scardo zitto, fece l'obbedienza, fece il noviziato, girò anche un po' il mondo, come piaceva ai superiori, e tornò fra Giobattista da Militello, monaco fatto, con tanto di barba e qualche pelo bianco.
Però colla barba e i peli bianchi gli era cresciuto anche il giudizio.
Trovò il paese sottosopra: bandiere, luminarie, ritratti di Pio IX da per tutto, Scaricalasino a spasso per le strade, e il padre guardiano colla coda fra le gambe.
Cose che non potevano durare, in una parola.
Intanto si doveva riunire il capitolo per la nomina dei superiori.
Malcontenti ce n'erano molti, minchioni la più parte, che pensavano ciascuno: - Ora infine tocca a me! - E brigavano, s'arrabattavano, trappolandosi gli uni e gli altri, liberali e realisti.
Lui invece né carne né pesce, affabile con tutti, rispettoso coi superiori, e tanto di coltello poi sotto la tonaca, a buon conto.
Come si avvicinava il gran giorno delle elezioni, il convento sembrava un formicaio messo in subbuglio.
Un va e vieni di frati sospettosi - quelli che andavano a caccia di voti - quelli che stavano a spiare - quelli che montavano la trappola - un fruscìo di tonache e di piedi scalzi, specie la notte, capannelli nei corridoi, conciliaboli di religiosi fino in sagrestia, vestendosi per la santa messa, e occhiate torve, anche in refettorio, il campanello della portineria che tintinnava ogni momento, gente di fuori che veniva a confabulare, le figlie penitenti che si guardavano in cagnesco fra di loro esse pure, il servizio divino sbrigato alla diavola, tutti colle orecchie tese alle notizie che giungevano di fuori, al vento che soffiava.
- Vincono i regi.
- Vincono i rivoltosi.
- Hanno bombardato Messina.
- Catania si difende -.
Gli umori e le alleanze segrete che ondeggiavano collo spirare del vento.
Fra Giobattista vedeva e taceva, o al più rispondeva: - Ah? - Eh? - Oh? - quando venivano a tastarlo anche lui, tirandolo ognuno dalla sua parte.
- Fra Mansueto che gli raccomandava in tutta segretezza di guardarsi bene di Scaricalasino, il quale voleva reso conto del pezzo di terra venduto da sua moglie.
- Il Padre Lettore che lo incensava lui adesso: - Il merito deve premiarsi.
Chi l'avrebbe detto di cos'era capace Vito Scardo se non fosse stato lui? - Lo stesso fra Serafino che veniva a sfogare le sue amarezze, dopo quarant'anni di religione, rimasto sempre a veder salire gli altri e vivere di elemosina - anche per una presa di tabacco! - Potete dirlo voi stesso, eh! Che ve ne pare? Non è un'ingiustizia? Allora vuol dire che non arriveremo mai a prendere il mestolo in mano, né voi né io!
Fra Giobattista, rassegnato invece, si stringeva nelle spalle.
- Eh, tenere il mestolo...
al giorno d'oggi...
È un affare serio...
Ci vuol prudenza...
ci vuol giustizia...
ci vuol carità -.
Tante belle cose.
- E al Padre lettore: - Non dubitate.
Il vostro tempo è venuto.
Ci vogliono uomini in testa e di lettere adesso.
E senza di voi...
Guardate, mettessero anche l'ultimo del convento a quel posto, mettessero me, guardate...
Senza il vostro aiuto che potrei fare? - E dare perfino ragione a fra Mansueto, ch'era il capo del malcontenti.
- Ci vuol politica...
Chiudere un occhio.
Non siamo più ai tempi che il guardiano faceva il commissario di polizia -.
In verità il povero guardiano aveva altro da fare adesso.
La tremarella da una parte, e la bile che gli toccava ingoiare dall'altra, e far buon viso a chi gli mirava al cuore.
Questo vuol dir politica, ora che il Santo Padre aveva mutato casacca, e il Re, Dio guardi, mandava truppe a far sacco e fuoco.
Se la spuntava, bene.
Ma se no, chi vi andava di mezzo per il primo era lui, padre Giuseppe Maria.
Un calcio nella schiena, e lo sbalestravano chissà dove, a far penitenza, semplice fraticello, giacché i pochi a lui fedeli gli nicchiavano in mano anch'essi.
Era quella famosa settimana santa del '48; le stesse funzioni sacre si trascinavano svogliate, la chiesa quasi vuota, tutta la gente in piazza dalla mattina alla sera, ad aspettare le notizie col naso in aria.
Giungevano fuggiaschi, carri di masserizie che temevano il sacco anch'essi, e rivoltosi di tutte le fogge, che contavano d'aver fatto prodigi, e correvano ad aspettare i regi laggiù, a Palermo, per massacrarli tutti.
Il sindaco, a buon conto, fece armare i galantuomini per tener d'occhio la roba del paese.
La folla correva ogni tanto sulla collina del Calvario, in cima al villaggio, per vedere se era già cominciato il fuoco nella città laggiù, lontano, in fondo alla pianura verde - uomini, donne, cappuccini anche, ciascuno pel suo motivo.
Vito Scardo invece non si muoveva, badava alla chiesa, badava al convento, badava ad aggiustare le sue faccende con questo o con quello, a quattr'occhi, intanto che fra Mansueto e il Padre Lettore perdevano il tempo a vendersi vesciche per lanterne l'un l'altro, o a correre lassù al Calvario a cercar notizie e le stelle di mezzogiorno.
- Signori miei, badate a quel che fate! - ammoniva Vito Scardo.
- Vincano questi, vincano quegli altri, badate a quel che fate! -
Soltanto a sera tarda sguisciava fuori un momento per pigliar aria, e sentire quel che si diceva, e lì, sotto gli olmi della piazzetta, al buio, amici, conoscenti, che spuntavano come funghi, e perfino Malannata, in gran sussurro.
Alcuni dissero pure di averci visto Scaricalasino, in confidenza con fra Giobattista.
Malannata poi che faceva il mestiere di vender erbe, ed era sempre in giro, ne portava più di ogni altro, notizie fresche.
Andava a raccoglierle sino a Scordia e a Valsavoja, insieme alle erbe, talché il figliuolo, perché parlasse in libertà, lo ficcava anche in cucina, col naso sulla scodella.
Giunsero le funzioni del giovedì santo, la comunione per tutti i frati, abbracci e baci a destra e a sinistra.
- Fra Giobattista adesso, colle lagrime agli occhi, si picchiava il petto quasi fosse giunta l'ultima sua ora.
Tanto che il guardiano si mise in sospetto e lo chiamò in sagrestia: - Che c'è, figliuol mio? Che sai? - Niente, Padre.
Ho il cuore grosso.
Il cuore mi dice che arriva il finimondo -.
Con tutta la comunione in corpo era più furbo che mai, quel diavolo di Vito Scardo, e non diceva altro.
Ma il guardiano tirò un sospirone.
Il finimondo, per un servo di Dio della taglia di fra Giobattista, doveva essere la vittoria dei regi e della podestà legittima.
- Gli era rimasto sempre sullo stomaco quel religioso.
- Fra Mansueto invece, giallo come un morto, lo aspettò nel corridoio per raccomandarsi a lui.
C'era qualcosa per aria? Eh? Che sapeva di certo? - Nulla...
di certo, nulla...
Chiacchiere.
"Tempo di guerre, menzogne per le terre" -.
Insomma ciascuno più era al buio di tutto, e più aveva da perdere, e perciò era inquieto, e più Vito Scardo diventava un pezzo grosso, con quell'aria di dico e non dico di chi la sa lunga davvero.
Tanto più che verso sera mutò il vento di nuovo: bande, fiaccolate, grida di viva che arrivavano sin lassù, e non si sapeva che credere e che pesci pigliare.
Il venerdì fu peggio ancora.
Giorno di lutto, in chiesa e fuori, le notizie che facevano a pugni fra di loro, dei curiosi che correvano in piazza per vedere se c'era ancora la bandiera al Municipio.
La sera i reverendi accompagnavano il Cristo morto, quando all'improvviso corse la voce: - Correte! - Lassù, al Calvario! - Si vede la città in fiamme! - Figuratevi come restò la processione! Fra Mansueto, nel deporre il cero in sagrestia, gli tremavano le mani.
Il guardiano non era tranquillo neppur lui.
In refettorio non si mise neppur la tavola.
Ciascuno, mogio mogio, era andato a rintanarsi nella sua cella, e aspettava come andava a finire.
Verso mezzanotte, toc-toc, fra Giobattista in punta di piedi andò a bussare all'uscio del Padre guardiano - Che è, che non è? - Gli altri religiosi, che avevano il suo peccato ciascuno, e la tremarella addosso, stavano ad origliare, e quando lo videro uscire, poi, dopo mezz'ora, ciascuno voleva sapere la sua.
Niente.
Si vedrà domani, in capitolo.
- Fra Giuseppe Maria protestava che ne aveva abbastanza, del guardianato, e fra Mansueto non voleva fastidi neppur lui.
- Basta, vedremo.
Sentiremo quello che consiglia lo Spirito Santo -.
E spunta infine il sabato santo, sempre in quell'incertezza.
Gli stessi curiosi in piazza; la bandiera sul campanile; la città che si vedeva fumare, laggiù, dal Calvario.
Intanto, per pigliar tempo, si fecero le funzioni in chiesa, prima di passare ai voti, suonarono le campane a gloria, s'invocò il Veni creator, e finalmente si riunì il capitolo.
Padre Giuseppe Maria esordì con un discorsetto tutto miele, tutta manna: - La religione - la fratellanza, - la carità -.
Lui domandava perdono a tutti se non era stato all'altezza della carica, mentre ne deponeva il peso, troppo grave per la sua età, supplicando di lasciarlo l'ultimo degli ultimi, semplice servo di Dio.
- Fra Mansueto chinava il capo anche lui.
Il Padre Lettore cominciò un'orazione in tre punti, per dichiarare che i tempi eran gravi e a reggere la comunità ci voleva giustizia - ci voleva prudenza - tutte le belle cose che aveva detto fra Giobattista.
Però il discorso diventava lungo, e fra Serafino pel primo cominciò a interrompere.
- Basta.
- Lo sappiamo.
- Ai voti, ai voti -.
Le lingue si confusero, e successe una babilonia.
Allora saltò su fra Giobattista; ch'era stato zitto, e disse la sua: - Signori miei, a che giuoco giuochiamo? Altro che perdere il tempo per sapere se deve essere Tizio o Caio a pigliare il mestolo in mano! Qui si tratta che stasera non si sa chi lo piglia sul capo, il mestolo! -
Successe un putiferio.
Fra Mansueto, che aveva la maggioranza, voleva approfittare del momento e passar subito ai voti.
Fra Giuseppe Maria protestò invece che se ne lavava le mani.
- Sì e no.
- Una baraonda.
In quella si udì scampanellare in furia alla portineria.
- Un momento! - strillò fra Giobattista come un indemoniato, colle mani in aria.
- Un momento! Eccoli qua! -
Che cosa? Lo sapeva lui solo, che uscì correndo, colla tonaca al vento.
Era proprio quell'altro, Scaricalasino, ansante e trafelato, che veniva a pigliar chiesa, quasi ci avesse già gli sbirri alle calcagna; poi Malannata, gongolante, e altri ancora, che confermavano la mal nuova.
Vito Scardo li piantò tutti in asso, e capitò di nuovo come una bomba in mezzo ai reverendi che si accapigliavano già.
- Signori miei, non fate sciocchezze.
Siamo belli e fritti! Tolgono le bandiere.
Andate a vedere -.
Era proprio vero, la notizia che i regi s'erano impadroniti della città fin dal giorno innanzi si era sparsa come un fulmine.
Il paesetto era allibito.
E ogni frate, dal canto suo, per togliersi di impiccio, e assicurarsi il quieto vivere, dava il voto a chi gridava di più:
- Fra Giobattista - Fra Giobattista -.
Vito Scardo che assisteva allo scrutinio con tanto d'orecchi aperti, a un certo punto cadde ginocchioni, colle mani in croce.
Piegò il capo a recitare in fretta due parole di orazione, e poi disse:
- Sia fatta la volontà di Dio -.
E fece anche la sua, sbalestrando padre Giuseppe Maria a Sortino - glielo aveva detto il cuore al poveraccio! - fra Mansueto e altri turbolenti di qua e di là.
S'intese pure col Giudice, ora che il buon ordine era tornato in paese, e le autorità si dovevano aiutare a vicenda per rimettere sotto chiave i malviventi sul fare di Scaricalasino, e vivere poi quieti e contenti com'era prima della rivoluzione, ciascuno al suo posto.
Vito Scardo rimase alla testa della comunità temuto e rispettato, un colpo al cerchio, un colpo alla botte, chiudendo un occhio a tempo e luogo, badando a non far ciarlare le male lingue, a proposito della Scaricalasino, o della vedova Brogna, che era gelosa matta.
Tutti contenti e lui pel primo.
Chi rimase scontento fu solo Malannata che gli era parso di dover mutar vita anche lui, col figlio guardiano, e diventare non so che cosa.
Ed era il solo che osasse lagnarsi.
- Monaco! - Tanto basta! - Nemico di Dio! -
EPOPEA SPICCIOLA
Ecco come lo zio Lio raccontava poi quella faccenda:
Mancava dove andare ad ammazzarsi? Nossignore, proprio qui; ché per dieci miglia in giro ne fecero piangere degli occhi! E anche loro ne seminarono delle ossa a far concime, lungo la strada, fra le siepi, dietro i muri, uomini e bestie mietuti a fasci, talché un mese dopo, a dar un colpo di zappa, ne saltavano ancora fuori, ossa di cristiani! Figuratevi i campi e gli orti! E la povera gente del paese che non c'entrava per nulla in quella lite, e non voleva entrarci.
Alcuni vi lasciarono la pelle, infine - per difendere la sua roba.
- La roba e la vita, perse!
Basta.
Molti se l'erano data a gambe il giorno prima, a buon conto, come sentivano: - Vengono! - Gli svizzeri! - La cavalleria! - E chi non gli era bastato l'animo di piantar subito casa e paese, all'ultimo momento disse pure: - Meglio il danno che la pelle - e via: uomini, donne, bestie, quello che si poteva mettere in salvo insomma; le vecchie col rosario in mano.
Io non avevo nessuno al mondo, soltanto quei quattro sassi al sole, la casa, l'orto, lì proprio sulla strada, con tanti soldati che passavano - chi li diceva dei nostri - chi di quegli altri - ciascuno che voleva mangiarsi il mondo - certe facce! Cosa avreste fatto? Rimasi a guardia della mia casa, lì accanto, seduto sul muricciuolo.
- A svignarsela, poi, c'è sempre tempo - pensai.
Intanto passa un'ora, ne passano due.
I nostri avevano tirato dei cannoni sin lassù sulla collina, in mezzo alle vigne.
Figuratevi il danno! A un tratto giunge uno a cavallo, tutto arrabbiato, che pareva volesse mangiarsi il mondo anche lui - uno di quelli che insegnano a farsi ammazzare agli altri - e si mette a gridare da lontano.
Allora uomini, cannoni, muli, via a rompicollo dall'altra parte; povere vigne! Però stavolta quello del cavallo aveva pure la testa fasciata; segno che si picchiavano diggià, in qualche luogo.
Però non si vedeva nulla ancora, dalle nostre parti.
Il paese quieto, la via deserta, la città che pareva tranquilla anch'essa, come se non fosse fatto suo, sdraiata in riva al mare, laggiù, e le fregate che andavano e venivano innanzi e indietro, fumando.
- Questa è l'ora d'andare a mangiare un boccone, - dico io, dall'alba che stavo piantato lì come un minchione.
In quella si mette a tuonare, lassù nella montagna.
Uno, due, tre, infine un temporale a ciel sereno, in quella bella giornata di Venerdì Santo che dovevano succedere tanti peccati.
- Buono! Addio voglia di mangiare un boccone! Lo stomaco se n'era già bell'e sceso in fondo alle calcagna, con quella solfa.
A buon conto è meglio correre a casa, e stare a vedere come si mettono le cose da dietro l'uscio.
Scendo quatto quatto dal muricciolo, e filo carponi lungo la siepe.
Le Proscimo allora mi vedono passare; la vecchia apre un po' di finestra, e si mette a strillare: - O zio Lio - Cosa succede? - Per amor di Dio! - C'era anche la figliuola, Nunzia, dietro la madre, più morta che viva anche lei; tutt'e due che non sapevano far altro: - Signore! - Madonna! - Ahimé! - Bene - dico io - chiudetevi in casa.
Stiamo a vedere -.
Mi chiudo in casa mia anch'io, e stiamo a vedere.
Niente.
Non passa un cane.
La pace degli angeli da queste parti.
Soltanto lassù che si divertono sempre a cannonate.
- Buon pro vi faccia! Tanto, qui il sangue non arriva, quando vi sarete accoppati tutti -.
Poteva essere mezzogiorno, a occhio, ché il sagrestano non si arrischiava certo sul campanile quella volta.
Quasi quasi m'arrischio a mettere il naso fuori di nuovo, quand'ecco, crac, il tetto dei Minola che rovina, e poi un altro, lì a due passi.
Le palle ci piovono sui tetti, adesso!
Che vedeste! Chi è rimasto a fare il bravo va a cacciarsi sotto il letto.
Altri che s'erano rintanati nelle cantine o in qualche buco, saltano fuori all'impazzata.
Pianti, grida, un baccano d'inferno.
Io andavo correndo di qua e di là per la casa, senza sapere dove ficcarmi, talmente ogni colpo me lo sentivo fra capo e collo.
- Aiuto! - Cristiani! - gridavano le Proscimo.
C'è cristiani e turchi in quel momento? Maledette donne che ce li tirano addosso, ora! Eccoli infatti che arrivano, prima dieci, poi venti, poi, che vi dico? un fiume.
Soldati e poi soldati che si vedono passare dal buco della chiave, per più di un'ora, a piedi, a cavallo, con certi cannoni di qua a là.
Povera la città che se li vede capitare addosso!
Intanto, se Dio vuole, di qui se ne vanno, a poco a poco; ché quando pareva fossero passati tutti, ne giungevano altri ancora, a frotte, alla spicciolata, zoppi, sfiniti, strascinandosi dietro il fucile e le gambe, con certe facce nere e arse.
E a un tratto ecco che si mettono a bussare in mala maniera dalle Proscimo, alla mia porta, qua e là alle poche case lungo la strada, volendo da bere, coi sassi, coi fucili, e minacciano di sfondare ogni cosa.
Al vedere che lo fanno davvero, dove non rispondono subito, aprono le Proscimo, apro io pure, e ci mettiamo alla fune del pozzo.
Acqua all'uno, acqua all'altro; ne vengono sempre! Bisogna vedere come vi si buttavano, colla faccia, colle mani, coi berretti, e spinte, e busse, una ressa indiavolata.
Delle facce, Dio ne scampi, che avevano gli occhi come brace.
E alcuni si lasciavano cadere giù in fascio col fucile dove c'era un po' d'ombrìa.
Altri si cacciavano nelle case e mettevano le mani da per tutto.
- Ah le mani! - Questo poi! Sì e no.
- Tira e molla.
- Si cercava di persuaderli colle buone e colle cattive: - Caporale! - Che fate? - Siamo poveri campagnoli! - Noialtri non c'entriamo colla guerra -.
A chi dite! Come parlare al muro.
E a capire ciò che dicevano loro, peggio, con quel linguaggio di bestie che hanno.
Andare a far sentir ragione alle bestie! La Proscimo che ci s'era provata con uno che le sembrava più faccia da cristiano, un ragazzo addirittura, biondo come l'oro, fine e bianco di pelle che sembrava una donna, cercava di addomesticarlo narrandogli guai e miserie - Sono una povera vedova - con due orfani sulle spalle! - Ci avrete la mamma anche vossignoria, laggiù al vostro paese!...
- Sissignora che quello invece le adocchia la figliuola, e tirava a farsi intendere colle mani, giacché colla lingua non si capivano né lei, né lui.
L'uno peggio dell'altro, in una parola.
Gente venuta da casa del diavolo ad ammazzare e farsi ammazzare per un tozzo di pane.
Dopo che ebbero bevuta l'acqua, vollero bere il vino, e dopo vollero il pane, e dopo volevano anche la ragazza.
Ah, le donne, poi! Qui non si usa! Pazienza la roba, e t