UNA BURLA RIUSCITA, di Italo Svevo - pagina 7
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Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: "Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto".
Voleva restar solo con Mario, e congedò l'altro che parve di aver anche lui premura di correre via.
"Adesso - propose il Gaia - andiamo insieme alla Banca a consegnare quest'assegno all'incasso".
Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l'orologio della piazza suonò il mezzodì.
Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell'ora si chiudeva.
"Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?".
Era esitante.
Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi.
Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse.
Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo.
Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò.
"Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone".
"Non si tratta di questo " disse il Gaia tuttavia esitante.
Poi, deciso, spiegò: "Non devi vendere subito quest'assegno.
Me ne pregò il rappresentante di Westermann.
È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo".
Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: "Ma tu non devi temere.
Se guardi l'assegno, vedrai ch'è firmato dal procuratore di Westermann.
Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l'istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto".
Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole.
"Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura.
Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest'assegno, benchè munito di tanta firma.
Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perchè lo incassi.
Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione.
Ne sono tanto sicuro come se l'avessi già in tasca".
Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni.
Del resto aveva già pensato di fare così.
Con quell'assegno in tasca, s'ergeva anche lui ad uomo d'affari.
E il Gaia potè sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato nè per lui nè per Mario uno scontro con l'autorità giudiziaria.
V'erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano.
Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco.
L'inquietudine del Gaia s'era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perchè in quel momento era tormentato da un rimorso.
Il rimorso è la specialità dell'uomo di lettere.
Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio.
Fino ad allora ne aveva sopportato l'amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente.
Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D'altronde non gli parve di poterlo far subito perchè sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s'era liberato da ogni inquietudine, corse via senz'attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima.
E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: "Quando gli darò la provvigione, l'accompagnerò con un bel bacio.
Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto".
Non tutto il Gaia aveva previsto.
Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio.
Il Brauer s'attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l'assegno per l'incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto.
Ma l'impiegato ch'era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l'autorizzazione di Mario.
Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell'assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre.
Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto.
Nè Mario nè il Brauer s'accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere.
Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perchè in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire.
Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un'altra cosa il Gaia non aveva preveduto.
Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poichè non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo.
Quel denaro fu prezioso per Mario.
Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere.
Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato.
Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato.
Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.
VI
Era vero che l'attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch'essa non era monotona, perchè non uno di quei giorni somigliava a quello che l'aveva preceduto o seguito.
Di alcuni si avrà qui la storia.
Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall'assegno.
Ma Mario non seguì il consiglio dell'uomo d'affari, perchè pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente.
Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni.
Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall'immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo.
In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci.
Mario pensava che se avesse perduto quell'acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni per trovarne un altro.
Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia.
Ma costui era introvabile.
Ora che c'era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell'Istria vicina.
Mario apprendeva dall'uno o dall'altro ch'era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai nè a casa sua nè nel suo ufficio.
Un periodo ben duro.
Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi nè il Westermann nè il suo adorato ed obbrobrioso critico.
Sta bene che il contratto e l'assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann.
In fondo quell'individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano.
Poteva perciò avere sbagliato.
Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere.
Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari.
Solo perciò non arrivava a scoprire la burla.
Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d'affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer.
Poichè quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente.
Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell'editore c'era anche l'umanità del mecenate.
E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario.
Diceva che il Westermann, come lui se l'immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare.
Eppoi che senso c'era di verificare se c'era stato errore da parte dell'editore? Se il furbo Gaia gliel'aveva fatta, tanto meglio.
Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario.
Poi ricadeva nell'eccitazione dell'attesa.
Si trovava in uno stato che ricordava l'epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo.
Anche allora l'attesa del successo - che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann - aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo.
Ma allora, data la forza della gioventù, l'attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito.
E benchè dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l'esperienza che dopo i sessant'anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perchè poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.
Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all'ispirazione, inconscia e incapace d'intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l'ammise.
La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano.
Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità.
E le porcheriole giacquero inutili sulla via.
Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane.
Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico.
E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.
Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno.
Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l'uso di una parola.
Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sè da riuscire a difendersi con la solita astuzia.
Mormorò: "Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza".
Ma Mario nell'anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario.
Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera.
Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un'automobile su una brughiera.
E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un'indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell'uso di un ausiliare.
Un errore ch'era consegnato alla posterità.
Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l'aiuto di Giulio.
Giulio comprese ch'era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile.
Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute.
Perciò fu commoventemente sincero, ma un po' brusco com'è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.
Disse a Mario ch'era giunta per lui l'ora di dormire.
Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè.
Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?
Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bonaria con cui una settimana prima avrebbe accolto una parola sgradevole di Giulio.
Credette suo dovere fingersi indifferente e celare d'essere stato ferito.
Si caricò del libro e del vocabolario, e uscì senza ricordarsi di chiudere la porta.
L'aspetto dell'indifferenza è conquistato a prezzo di un aumento di rancore.
Andandosene, pensò: Anche costui ha bisogno del mio successo per rispettarmi meglio.
E Giulio, accanto a quella porta rimasta aperta, passò una cattiva notte.
Causa la bora, ai rumori delle imposte nella stanza, s'associavano i cigolii nei cardini delle porte sul corridoio.
E al malato parve di aver passata la notte in un vocabolario sonoro dalle parole che simulavano l'ordine con l'iniziale identica, preludiante a un grido sorprendente, inaspettato.
La sera appresso, dopo cena, Mario rimase col fratello e, sparecchiata la tavola, s'allontanò senz'aver accennato con una sola parola al proprio risentimento.
Aveva anche aiutato il fratello a servirsi.
Gli pareva di aver fatto tutto il proprio dovere e concesso al fratello tutto quello che gli doveva.
Ma era ben deciso a non fare altro.
Giulio non voleva il vocabolario, che a lui occorreva urgentemente? Se voleva la lettura doveva dunque farsela da solo.
Aveva appreso senza rimorso di aver guastato con la propria negligenza la notte al fratello.
Che importava? Dormiva forse meglio lui con quei fantasmi di Westermann e dei suoi rappresentanti?
Ma Giulio sentiva urgente il bisogno di fare la pace.
Mario, fattosi taciturno, non gli dava più neppure le notizie della città, che Giulio attendeva come una delle più valide ragioni per vivere.
Era lui il maggiore, ma visto che l'altro era l'offeso, con la debolezza ch'è la compagna della malattia, decise di fare lui i primi passi.
Nella sua solitudine ci pensò su tutto un giorno, e forse sbagliò tanto, perchè aveva riflettuto troppo.
O piuttosto è da credere che in una simile lunga riflessione si finisce col chiarire troppo il proprio diritto o la propria sventura, ciò che di certo non serve a rendere più accorti.
Si rivolse a Mario da vero fratello, confidandogli le necessità della propria vita, cioè della propria cura.
Fra l'altro egli aveva bisogno di una lettura piana, ch'evocasse delle immagini dolci e che accarezzasse il suo organismo torturato.
- Perchè non si sarebbe potuto ritornare ai loro autori antichi, De Amicis e Fogazzaro?
Strana tanta ingenuità in un debole malato che di furberia aveva tanto bisogno.
Aveva dunque dimenticato l'esito sì felice della sua trovata di anni prima, quando aveva proposto di abbandonare per sempre De Amicis e Fogazzaro per surrogarli con l'opera del fratello? Già, a differenza dei passeri, quand'è stretto da un bisogno, l'uomo si espone a qualunque rischio per soddisfarlo.
Mario dovette trattenersi dal dare un balzo al sentire che i due fortunati scrittori venivano a soppiantarlo anche in quell'unico cantuccio della terra ch'era fino ad allora tutto suo.
Ecco che nel momento stesso in cui il mondo intero si stava aprendo al suo successo, riceveva un ultimo calcio da coloro che sempre l'avevano respinto.
Si servivano per ciò del piede anchilosato di quell'imbecille di suo fratello, il quale così si metteva proprio dalla parte dei suoi nemici.
Gli fu difficile di simulare indifferenza, e la sua voce tremò dall'indignazione nel dichiarare al fratello che da tempo la lettura ad alta voce gli costava fatica, e che per riguardo alla sua gola non doveva farla più.
Giulio si spaventò, perchè subito s'accorse dell'errore commesso, e indovinò Mario intero.
Era una spaventevole prospettiva per lui di veder prolungata la sua solitudine anche a quelle ore serali in cui abbisognava dell'affetto più che della lettura perchè l'adducesse al sonno.
Volle, senz'indugio, correggere il proprio errore: "Se tu lo vuoi, ritorniamo al tuo romanzo.
Io sono pienamente d'accordo.
Volevo solo risparmiarmi il vocabolario, di cui è tanto difficile di sopportare la lettura".
Il povero Giulio non sapeva che v'è un solo mezzo per attenuare un'offesa involontaria: fingere di non accorgersene e credere che l'altro non l'abbia intesa.
Ogni altra spiegazione equivale a ribadirla, rinnovarla.
E Mario, ferito a sangue, urlò: "Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso".
Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla.
Disse mitemente: "Tu sai ch'io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri.
Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benchè la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni.
Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive.
Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina".
L'ammalato aveva dato segno di un certo talento critico me nello stesso tempo di un'ingenuità sconfinata.
Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch'egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L'ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento.
Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: "Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico.
È addirittura offensivo.
Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno.
La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra".
La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia.
Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato.
Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell'ammalato fu tutta insonne, perchè egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch'era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte.
Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente.
Vide meglio che mai l'inutilità della sua vita.
Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla.
E ne fu profondamente accorato.
Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba.
Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero.
La finì sebbene s'accorgesse che l'occhio di Giulio s'era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell'essenza della propria vita.
Ma Mario componeva.
Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola.
Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì.
Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa.
Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni.
Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso.
Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso.
Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all'ammalato, e senza un'intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa.
Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità.
Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole.
Perchè era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare.
Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l'hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto.
E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti.
Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.
Questo il proposito cui si attenne rigidamente, e non si accorse che per la pace dell'ammalato sarebbe stato meglio di non attendere l'arrivo del lento Westermann.
Infatti Giulio soffriva.
Anche quando Mario si rifece affabile e discorsivo, egli non seppe dimenticare le offese che gli erano state fatte.
Prima di tutto non c'erano state quelle spiegazioni dalle quali proprio le persone deboli (che le parole amano tanto) s'attendono la regolazione di ogni divergenza, eppoi non s'era più ritornati alla loro antica, cara abitudine della lettura serale.
Paventava però le spiegazioni solo perchè in quelle già avute s'era dimostrato tanto debole.
E per averle senza dover parlare, pensò di sostituire le parole con un atto energico: ostentativamente cessò di curarsi e sperò che Mario se ne sarebbe accorto e doluto.
Invece Mario non s'accorse di nulla, forse perchè la dimostrazione durò troppo poco.
L'ammalato s'era sentito subito peggio, e, spaventato, era ritornato ai suoi medicamenti, che però gli fecero meno bene.
Come può agire beneficamente un medicinale ch'è stato tanto disprezzato?
Ed è così che Giulio, incapace d'azioni, ritornò alla parola, che dedicò però solo all'azione che aveva tentata e non compita.
Una sera, con un sorriso mite e senza guardare in faccia Mario, disse interrompendo la cena per prendere certe polverette: "Contro ogni buon senso io continuo a curarmi, come vedi".
Mario, che da grand'uomo quale si sentiva, dava meno peso alla disputa avuta, di cui non restava altra traccia che la grande comodità di non far la lettura serale, si meravigliò, e ad alta voce proclamò il dovere di Giulio di curarsi per guarire, come se egli a voce anche più alta non avesse detto il contrario pochi giorni prima.
Era troppo poco per rabbonire Giulio.
Mario non se ne avvide; solo si divertì a osservare che Giulio ingoiando la polveretta sciolta nell'acqua, aveva l'aspetto di un bambino ostinato.
Pareva dicesse: "Io mi curo, io ho il diritto di curarmi, ed ho anche il dovere di farlo".
A un letterato basta un solo atteggiamento per costruire tutta una persona con gli arti necessari per prendere tale atteggiamento ed anche altre membra che vi sieno utili.
La costruisce, ma non ci crede, e l'ama specialmente se può crederla una propria immaginazione che sappia però moversi sulla terra reale ed essere illuminata dal sole di ogni giorno.
E se tale costruzione esiste già, egli non se ne accorge neppure, perchè ciò non ha alcuna importanza per il suo pensiero.
E Mario per atteggiare ragionevolmente il volto del suo fantasma a tanta ostinazione, sostituì a Giulio, ch'egli credeva non ricordasse nemmeno le sue parole, una persona più forte benchè non meno malata, e che gridava il suo diritto di vivere proprio quella vita nel suo letto caldo, e di essere aiutato dalle medicine e anche dalla lettura, come la voleva lui.
E Mario amò la propria creatura: quella debolezza e quell'ostinazione e tanta rassegnazione.
Quello scorcio di figura era un'illustrazione della vita povera, sofferente, ma ancora capace di difendere tanta povertà e tanto dolore.
Una bella fatica cotesta di costruire invece di guardare le cose già esistenti.
Ma bastò a rischiarare i suoi rapporti col fratello.
Perchè subito dopo creata quella figura Mario si guardò d'intorno, come sogliono i letterati, per darle un contorno di persone che le dessero rilievo e in mezzo alle quali vivesse.
Naturalmente in primo luogo cacciò accanto al fratello, ch'egli credeva di aver rifatto correggendolo, se stesso.
Ma quando si tratta di se stesso non ci si sbaglia tanto facilmente, e si incide subito la carne viva.
S'accorse ch'era la sua fortuna che Giulio non fosse all'altezza di giudicarlo, perchè egli, l'uomo del successo, s'era comportato in modo da doversi vergognare.
Una vera bassezza.
Aveva voluto ferire e offendere il povero ammalato, a lui affidato dal destino, perchè innocentemente e per una volta sola aveva respinto l'opera sua.
Egli era oramai l'uomo dal successo.
Una persona in cui l'ambizione si deformava in una ridicola vanità, e che credeva che le comuni leggi della giustizia e dell'umanità non valessero per lui.
Guardò dietro di sè nel suo non lontano passato la sua vita intemerata, mite, dedicata con pieno disinteresse ad un pensiero, e l'invidiò e rimpianse.
Fu un istante, ma a tratti il pensiero che lo elevava, gli si riaffacciava.
Del resto l'estensione di un pensiero alto nel tempo non ha importanza, perchè se esso fu, resta, nè si dimentica più.
Mario, in avvenire, vi avrebbe trovato conforto e vanto.
Sempre più intraveduto che accolto, quel pensiero si evolse, quando non era respinto subito e negato dall'appassionato desiderio della felicità che dà il successo.
Un giorno Mario si sentì contrarre il cuore avvedendosi che il successo aveva annientato in lui l'amore alla favola.
Da giorni egli non ne produceva e neppure ne sognava alcuna.
Il successo aveva legato il suo pensiero all'antico romanzo, ch'egli studiava per rifarlo, addobbarlo, gonfiandolo a forza di nuovi colori, di nuove parole.
Il successo era una gabbia d'oro.
Il Westermann gli aveva detto quello che da lui si voleva ed egli s'apprestava a dare quanto gli si domandava e nient'altro.
E più tardi, quando la burla fu scoperta, egli iniziò il suo ritorno alla vita antica con la favola in cui raccontava di un uccello canoro in gabbia, che si vantava di cantare la natura e non sapeva dire che del vasetto dell'acqua e di quello del miglio fra i quali viveva.
E fu suo grande conforto trovarsi preparato a respingere, come poi dovette, la ridicola concezione di meritare plauso ed ammirazione, e ad accettare il destino che gli era imposto, come umano e non spregevole.
Ma prima, e neppure durante quei brevi istanti di luce vivida, egli mai pensò di potersi ergere fino a respingere il successo che gli si offriva.
Invano la voce di Epicuro, resa fioca dalla lontananza nel tempo, predicava: "Vivi celato!".
Egli anelava alla notorietà come tutti coloro che credono di poterla raggiungere, ed era ammalato per la lunga, vana attesa.
VII
Il Gaia era sorpreso e seccato che Mario non diffondesse lui stesso la burla.
Egli non la diffondeva per non compromettersi di più, eppoi perchè credeva che non ce ne sarebbe stato bisogno.
S'era atteso anzi di vederla resa pubblica in qualche giornale locale da qualche amico di Mario.
Che sorta di autore era Mario se non correva per la città a divulgare il suo successo? Sempre più occupato, il Gaia non trovava il tempo di abbordare Mario per farlo ciarlare e goderne.
E la burla che tardava tanto a dare i suoi frutti, restava per lui sempre alta, una promessa di gioia meritata.
Una sera, ritornato da una corsa faticosa in un vagoncino della piccola, lenta e perciò lunga ferrovia istriana, egli si fermò per molte ore in un'osteria a bere in compagnia di alcuni amici.
E come il vino doveva fargli dimenticare l'afa del vagoncino, così rievocò la burla per distrarsi dal ricordo dei noiosi affari.
La raccontò, eppoi ebbe un'idea che lo incantò.
Propose che uno dei presenti che conosceva i Samigli, andasse da Mario a proporgli da parte di un altro editore tedesco l'acquisto del libro ad un prezzo anche superiore a quello offerto dal Westermann, e con un contratto che impegnasse l'editore alla pubblicazione immediata del romanzo.
Schiattava dal ridere pensando al rammarico di Mario di trovarsi già impegnato col Westermann.
I presenti trovarono malvagia la burla e rifiutarono di collaborarvi, e il Gaia vi rinunziò facendosi promettere da loro che non avrebbero detto nulla ai due fratelli di quanto era stato parlato quella sera.
Poi egli non ci pensò più, ciò che per lui era la cosa più facile.
La prima burla l'aveva già divertito moltissimo e doveva derivargli da essa dell'altra gioia, se non altro quella di assistere al dolore di Mario, e forse, a quella ch'egli diceva la sua guarigione da tutte le sue presunzioni.
Gli pareva facile di saper sottrarsi ad ogni rimprovero.
Il rappresentante di Westermann non era altri che un commesso viaggiatore che aveva fatta la piazza di Trieste quando l'Austria vi si era disfatta, ciò che l'aveva condannato all'ozio e reso propenso a collaborare ad una lieta burla.
Oramai si trovava ben lontano da Trieste, e il Gaia avrebbe potuto asserire d'essere stato giuocato anche lui.
Ammetteva che forse Mario avrebbe potuto avere tanto spirito da ridere anche lui della burla.
Ciò non era molto probabile, perchè gli uomini che amano la gloria non sanno ridere, ma se Mario si fosse saputo elevare a tanta altezza, egli avrebbe saputo farsi suo degno compagno, e con lui, in piena amicizia, avrebbe saputo bere.
Ma intanto aveva commesso una grande imprudenza.
Uno di quei suoi amici serbò il silenzio con tutti meno che con la propria famiglia, ed un suo figliuolo ch'egli mandava talvolta dai Samigli ad informarsi di loro, riferì a Giulio a un di presso quanto aveva appreso.
Raccontò che il Gaia aveva burlato Mario facendogli credere che un capocomico Giosterman si impegnava a rappresentare una sua commedia.
Il tutto era tanto sbagliato che Giulio dapprima credette si trattasse di tutt'altra cosa e non concernesse Mario.
Anche Mario in un primo brevissimo tempo ne rise.
I due fratelli stavano cenando insieme e fu sorprendente come dopo i primi bocconi presi con tutta calma, Mario ad un tratto, da solo, senza che nessuno gli avesse detto un'altra parola, si sentisse addirittura mancare scoprendo intera la burla.
La scopriva con enorme sorpresa, e nello stesso tempo si sorprendeva di aver dovuto attendere una vaga parola d'avvertimento per saperla tutta.
Aveva chiuso gli occhi apposta per non vedere e non intendere? Da bel principio egli aveva indovinato l'intima natura dei due messeri coi quali aveva avuto da fare e li avrebbe potuti smascherare subito quando in sua presenza i due svergognati s'erano abbandonati al riso.
Perchè non aveva pensato, perchè non guardato? Ricordò ancora: sul naso affilato del tedesco gli occhiali avevano tremato per il riso trattenuto; un'oscillazione simile a quella di un motore su una vettura.
Mario ebbe allora il pensiero tanto pronto e acuto che scoperse qualche cosa che dai suoi occhi era stato chiaramente percepito ma non ancora comunicato al suo cervello: quel pezzettino di carta tratto dal portafogli del tedesco, e che doveva scusare il riso cui i due compari s'erano abbandonati, era coperto di uno stampatello gotico.
Gotico, tutto rette ed angoli.
Ne era sicuro, come se lo vedesse allora.
Perciò non poteva provenire da un postribolo di Trieste.
Mentitori! E mentitori che gli avevano denotato il loro disprezzo non curandosi neppure d'essere accorti.
Se era stato deriso, egli meritava qualunque punizione.
E avrebbe voluto castigare se stesso subito, ficcandosi i denti nelle labbra.
Ma tanta chiaroveggenza era tuttavia accompagnata da dubbio.
Un'ulteriore dimostrazione della propria insanabile bestialità? Povero Mario! Un'evidenza per quanto intera, quando apporti tanto dolore, non è mai accettata senza un tentativo di oscurarla.
Ognuno lotta contro il destino come sa, e Mario tentò d'arrestarlo dicendosi che non bisognava ammettere si trattasse di una burla finchè non se ne fosse scoperto lo scopo.
Per il piacere di ridere? Ma è un piacere che il deriso non intende.
Tentò però di liberarsi del dubbio non perchè gli sembrasse poco fondato, ma perchè gli sembrava contribuisse ad agitarlo ed aumentasse il suo dolore.
Voleva passare la notte almeno nella certezza.
E non c'era altra via di procurarsela che la riflessione.
Fuori soffiava muggendo e ululando la bora, e se non fosse bastata a trattenere Mario, c'era anche l'impossibilità di raggiungere il Gaia il quale, specialmente di notte, era introvabile.
Bisognava intanto sapere esattamente quello che il ragazzetto loro amico aveva detto.
Perciò iniziò un serrato interrogatorio del povero Giulio il quale non ricordava quelle parole, avendovi attribuito poca importanza.
E l'ammalato non sopportò il cipiglio di Mario.
Aveva già sofferto molto essendosi accorto di quello che stava avvenendo al fratello, proprio allora, in sua presenza, ma soffriva ora ancora di più nel timore di vedersi rimproverata un'altra volta la propria debolezza, la propria vita.
Finì che gli colarono alcune lacrime sulle guancie emaciate.
Mario alla vista di quel segno di dolore del fratello, si agitò anche di più.
Dolersi della burla a quel modo significava riconoscersi abbattuto e attribuirle grande importanza.
Urlò: "Perchè piangi? Non vedi che io, cui la faccenda colpisce tanto più direttamente, non piango affatto? E non mi vedrai piangere mai.
Spero, invece, di far piangere il Gaia se realmente m'ha burlato".
Non potè sopportare la debolezza di Giulio.
Piantò la cena e fatto un breve saluto a Giulio (cui realmente serbava rancore perchè non ricordava bene quello che il ragazzo loro amico aveva detto) si ritirò nella propria stanza.
E, rimasto solo, gli parve d'essere sicuro e di aver eliminato definitivamente ogni dubbio.
La burla aveva lo stesso scopo di tutte quelle di cui il Gaia aveva cosparso l'Istria e la Dalmazia, e delle quali ora Mario ricordava di aver riso di cuore.
Sì! Della burla si rideva e non occorreva altro.
Ne ridevano tutti coloro che non dovevano piangere.
E Mario ricordando questo, subito pianse com'era la legge della burla.
Non ancora svestito, si gettò sul letto.
Udiva sempre la risata cui i due congiurati s'erano abbandonati in sua presenza.
Riecheggiava negli stessi scomposti rumori della bora, e vi si faceva enorme.
Andava a colpire tutti i sogni che avevano abbellito la sua vita.
Se il Gaia aveva voluto questo, per un istante aveva raggiunto il suo scopo: Mario si vergognò dei proprii sogni.
Non poteva fallire quella burla per quanto rozzamente congegnata.
Il lavoro accorto del burlone l'aveva preceduta, e non c'era stato bisogno che l'accompagnasse.
Il burlone l'aveva spiato, e gli aveva presentato un contratto, che non era stato inventato, ma accuratamente copiato dall'animo suo.
Non s'era egli atteso una cosa simile, da quasi mezzo secolo? E quando gli fu presentato, in lui non ci fu sorpresa, nè ci poteva essere diffidenza alcuna.
Non aveva neppure guardato in faccia coloro che glielo avevano presentato.
Era cosa che gli spettava, ed arrivava a lui per una data via che non aveva importanza.
Dunque egli era stato burlato come in altre età i cornuti e gli scemi, coloro che la burla meritavano.
Per questo gli coceva la burla, non per la perdita del denaro promesso.
Neppure un istante pensò al debito contratto col Brauer in conseguenza della burla.
Prima di tutto gli oggetti acquistati erano in casa ancora intatti, eppoi non ci si può figurare a quali impegni si possa corrispondere col volere onesto.
Il denaro non aveva importanza.
Invece lo straziava la persuasione di aver perduto irrimediabilmente la ragione della sua vita.
Mai più gli sarebbe stato concesso di ritornare allo stato in cui era vissuto sempre, nutrendosi delle solite porcheriole condite da quel sogno alto che stereotipava il sorriso sulle sue labbra.
L'aggettivo di burlato non s'attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti in una città non grande abbastanza per correrne le vie sicuro, cioè sconosciuto.
Ogni sua nota debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra.
Tutte le persone dello stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino.
Ognuno ha il suo destino quaggiù, ma, quand'è noto a tutti, si rincrudisce per un incontro, per un'occhiata.
Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di quella burla.
Se mai aveva potuto dimenticare che una donna lo aveva burlato respingendolo.
Oramai tanto vecchio, essa tuttavia non sapeva reprimere un cattivo sorriso quando lo vedeva.
Con l'equanimità del letterato, Mario ricordò che anche lui era per altri un rimprovero vivente, perchè in città v'era qualcuno che si turbava al solo vederlo.
Buono com'era, egli aveva tentato d'addolcire quei rapporti, ma non vi era riuscito, anche perchè tali imbarazzi non si levano, ma s'aggravano con le spiegazioni.
Ed egli non aveva fatte mai delle burle, ma la vita sapeva inventarne anche di più atroci di quelle del Gaia, e bastava saperne per esser considerato dalle vittime un vero nemico.
La notte sarebbe stata orrenda, se non fossero intervenute ad alleviarla le favole.
Capitarono innocenti, come se l'avventura col Westermann non le riguardasse, e trovarono subito e incontrastato l'accesso a quella stanza.
Meritavano tale accoglienza.
Esse erano purissime, non bruttate dalla burla.
Nessuno aveva potuto spiarle.
Erano più pure ancora perchè Mario stesso non le aveva mai considerate se non una sua appendice, una sua forma di sorriso e di respiro.
Il Gaia non aveva previsto ch'egli poteva guarire Mario da una letteratura, ma non da tutta la letteratura.
Eran tre le gentili soccorritrici e si tenevan per mano, ma ciascuna gli si rivelò distinta al momento opportuno per confortarlo e guidarlo.
Ecco come si manifestò la prima: Mario tremava al pensiero che forse egli non avrebbe saputo essere virile abbastanza per punire il Gaia, non perchè temesse di lui, ma perchè non avrebbe saputo abbordarlo e affrontare la sua derisione meritata.
Un uccellino accanto a lui sospirava: "Anche la debolezza ha il suo conforto".
E nasceva la favola: "Un uccellino fu strozzato da uno sparviero.
Non gli fu lasciato che il tempo sufficiente ad una protesta molto breve, un solo altissimo grido d'indignazione.
All'uccellino parve di aver fatto tutto il suo dovere, e la sua animuccia se ne vantò, e volò superba verso il sole per perdersi nell'azzurro".
Quale conforto! Mario si fermò ad ammirare quell'azzurro cui l'anima degli uccellini appartiene come la nostra al paradiso.
La seconda venne a correggere con un sorriso il proposito gridato ad alta voce di non occuparsi mai più di letteratura.
Arrivava ben tardi quel proposito.
E Mario ne seppe ridere come se qualche bestiolina innocente accanto a lui avesse commesso il medesimo errore: "Un uccellino fu ferito da un colpo di fucile.
L'ultimo suo sforzo fu dedicato a involarsi dal luogo ove era stato colpito con tanto fragore.
Riuscì a ficcarsi nell'oscurità del bosco ove spirò mormorando: "Son salvo"".
E la terza chiarì la seconda.
Perchè celare la propria letteratura è facile.
Basta guardarsi dai piaggiatori e dagli editori.
Ma rinunziarvi? E come si fa allora a vivere? La seguente tragedia lo incorò a non fare quello che il Gaia avrebbe voluto: "Un uccellino acciecato dall'appetito si lasciò impaniare.
Fu posto in una gabbiuccia ove le sue ali non potevano neppure stendersi.
Sofferse orribilmente, finchè un giorno la sua gabbia non fu lasciata aperta, ed esso potè riavere la sua libertà.
Ma non ne godette a lungo.
Reso troppo diffidente dall'esperienza, dove vedeva cibo sospettava l'insidia, e fuggiva.
Perciò in breve tempo morì di fame".
E, confortato da quei tre uccellini periti tutt'e tre, Mario avrebbe potuto trovare anche il sonno.
Ma in quella s'accorse che nella sua stanza mancava qualche cosa cui egli era uso: il russare del fratello.
Che Giulio non dormisse ancora? A quell'ora! Sarebbe stata una cosa grave.
Si accostò in punta di piedi alla porta dell'altra stanza.
La luce vi era spenta, ma Giulio, tuttavia desto, lo sentì e lo pregò di entrare.
Quando Mario ebbe accesa la lampada, Giulio lo guardò timoroso, e per la paura di dover sopportare degli altri rimproveri, confessò il proprio turbamento: "Non so consolarmi di aver aggravato i tuoi pensieri col non ricordarmi le precise parole che mi furono dette da quel giovinetto".
"E non dormi per questo? - esclamò Mario profondamente addolorato.
- Oh, te ne prego.
Dormi, dormi subito.
Adesso so perchè non potevo dormire io stesso.
Per chetarmi devo sentir dormire te.
Via, mettiti in pace.
Di quella storia parleremo domani...".
E s'accinse a spegnere la luce.
A Giulio non pareva vera tanta dolcezza che pioveva sul suo letto.
E volle goderne ancora.
Impedì a Mario di spegnere la luce: "Tu sei più calmo ora.
Perchè non si potrebbe farmi ora la lettura? Sei poi guarito della gola? Io non dormo più bene dacchè di sera non si legge più".
E Mario, in piena buona fede, perchè non ricordava più in quale stato d'animo si fosse trovato quando il successo gli arrideva vicino e sicuro, esclamò: "Io non lo sapevo, perchè altrimenti t'avrei letto ogni sera quanto e più di quanto t'occorra.
Il male di gola non era gran cosa, e m'è passato.
Se vuoi ti leggerò De Amicis e Fogazzaro.
Così avrai pronto il sonno".
Quest'ultima frase farebbe credere che già allora la burla avesse perduto ogni efficacia.
Se il Gaia fosse stato presente, sconfortato, avrebbe pensato che con un presuntuoso simile ogni burla era vana.
Invece, in verità, in quel momento, per Mario, la letteratura non esisteva affatto.
Esisteva solo il fratello malato, cui bisognava propinare quanta letteratura occorresse.
E si rassegnava ad abbassare la propria o l'altrui all'ufficio di clistero.
Ma quella sera non volle leggere.
Era tardi, ed egli aveva bisogno di qualche ora di sonno.
Bisognava arrivare al Gaia sereno e riposato.
E invece che letteratura regalò a Giulio ancora dell'altro affetto.
Lo trattò maternamente, con autorità e con grande dolcezza, con imposizioni e promesse.
Gli disse che ora doveva dormire, ma che la sera appresso sarebbero ritornati insieme al loro dolce costume antico.
Gli avrebbe letto cose d'altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che ora gli confidava.
Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta.
Nessun altro doveva sospettarne l'esistenza.
Si trattava di una letteratura casalinga, nata nel cortile e destinata a quella camera.
Anzi non era letteratura perchè letteratura è una cosa che si vende e si compera.
Questa era per loro due e nessun altro.
"Vedrai, vedrai.
Son brevi, e non s'adattano perciò a ninna nanna.
Ma io ti dirò, leggendole, come son nate, perchè ognuna d'esse ricorda una mia giornata, anzi la correzione della mia giornata.
Ho da pentirmi di tutto quello che feci, ma vedrai che il mio pensiero fu più accorto delle mie azioni".
Poco dopo Giulio russava, e Mario, beato del suo successo col fratello, s'addormentò anche lui non molto più tardi.
E al sibilo violento della bora, fecero bordone i suoni ritmici di Giulio e, presto, anche qualche alto grido di Mario, che, nel sogno, continuava ad essere convinto di meritare altro, di meritare meglio.
La burla non arrivava ad alterare il suo sogno.
VIII
Ma la mattina di buon'ora, egli si destò e ritrovò il suo dolore e la sua ira.
Il mondo, ove tuttavia imperversava la bora sotto ad un cielo fosco, gli appariva ben triste, perchè privato dell'esistenza del Westermann.
Il fratello dormiva ancora.
Andò alla sua porta.
Mario sorrise contento al sentire che nel lungo riposo la respirazione del dormente s'era fatta meno rumorosa.
Pensò ad alta voce: "Ritorno subito a te, intero, a te che mi vuoi bene".
Lottando con la bora, egli s'avviò diritto all'abitazione del Gaia, situata in una delle vie parallele al Canale, a quell'ora ancora deserte.
Stava anche per salire dal Gaia, ma poi si pentì, e ritornò sulla via.
Quelle spiegazioni non dovevano avere dei testimoni.
Bisognava fare in modo che la burla - se realmente si trattava di una burla - non si divulgasse.
Per il momento egli avrebbe aspettato il Gaia sulla via e poi, se fosse occorso, l'avrebbe indotto a seguirlo in luogo ove lo avrebbe potuto punire.
Come erano fatti i luoghi ove si poteva punire senza sfigurare? Mario non lo sapeva.
Ma, teorico come era, gli pareva di aver già stabilito tutto.
L'importante era di trovare il Gaia.
Ebbe fortuna, intanto.
Quando già cominciava a soffrire del freddo intenso, vide apparire il commesso che correva.
Rincasato tardi come al solito, aveva aspettato nel letto l'ultimo momento utile per arrivare in tempo al suo dovere.
Mario, che ora batteva i denti (non sapeva neppur lui se dal freddo o dall'eccitazione), l'affrontò ruminando parole relativamente miti con cui domandare delle spiegazioni.
Ma il Gaia ebbe la sfortuna d'essere poco attento, forse causa la fretta.
Senza averlo salutato, gli domandò: "Hai avuto notizie del Westermann?".
Le parole preparate con tanta accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre.
Il suo organismo intero era come un arco che nelle lunghe ore d'impazienza si fosse teso sempre più fino al limite della resistenza.
Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio, che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento.
Il colpo fu tale che dolsero anche a lui il pugno ed il braccio, e fu in procinto di perdere l'equilibrio.
Il cappello del Gaia era stato abbandonato alla bora che lo sollevò alto, alto.
Ora un cappello, specie quando soffia la gelida bora, è un oggetto molto importante, e il Gaia perdette la poca capacità di reazione che poteva avere, per seguirlo con l'occhio, esitante se non dovesse rincorrerlo.
Ciò gli conferì per un istante un'aria d'indifferenza che fece trasalire Mario.
Forse egli aveva sbagliato.
Forse il Westermann esisteva tuttavia.
E allora che figura avrebbe fatto? Fu un attimo angoscioso e di speranza intensa.
Aveva ancora la minaccia nell'occhio, e pur supponeva che forse un momento dopo si sarebbe dovuto gettare ai piedi del Gaia.
Ma intanto il cappello del Gaia, dopo essere calato a terra, sparì ruzzolando sul marciapiedi, dietro al prossimo svolto.
S'avviava al Canale, alla definitiva perdizione, ed il Gaia comprese che non lo poteva ripigliare.
S'avvicinò a Mario, da cui l'aveva allontanato il manrovescio, e Mario si sbiancò accorgendosi che voleva parlare e non reagire.
Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del proprio torto.
Intanto, per poter protestare, confessò: "Perchè? Per uno scherzo innocente".
E così Mario apprese con disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva.
Confermò subito il manrovescio precedente con un altro.
E gli sarebbe bastato, se il suo mite animo avesse potuto intervenire.
Ma è difficile, per chi manca di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena violenza.
Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perchè oramai la sinistra doveva aiutare la destra ch'era quasi paralizzata dal dolore.
Appena allora il Gaia si sentì imposta la resistenza, visto che senza di essa non poteva sapere quando Mario avrebbe interrotta la sua azione.
S'accostò minaccioso a Mario, ma era tanto debole che un altro colpo raggiunse in pieno la sua faccia sebbene egli l'avesse parato a tempo.
Fu anche spaventato da un grido roco di Mario che gli parve significare un'ira inumana.
Era stato invece strappato a Mario dal dolore al braccio lussato.
Il naso del Gaia sanguinava e, col pretesto di coprirselo col fazzoletto, il povero burlone s'allontanò di un passo da Mario.
Non era quello il vero posto adatto a punizioni, ma Mario non se ne accorse.
Una donna del popolo, tonda e infagottata, con una cesta al braccio, si fermò a guardarli.
Il Gaia si vergognò anche perchè Mario aveva finalmente riacquistata la parola e gli lanciava delle insolenze: "Ubbriacone, svergognato, mentitore".
Volle trovare un'espressione virile, ma non seppe perchè si sentiva male, molto male, ed era anche impensierito.
Egli sapeva con certezza di essere stato percosso al capo, e non comprendeva perchè gli dolesse il fianco.
Se gli fosse doluta la testa non vi avrebbe dato peso.
Col fiato corto, disse a Mario: "Non comportiamoci da facchini.
Io sono interamente a tua disposizione".
"Ma che parli di cavalleria, tu? - urlò Mario.
- Non senti neppure la vergogna degli schiaffi che avesti?".
E qui Mario trovò finalmente il modo di dire le parole con le quali avrebbe voluto iniziare le spiegazioni: "Ricordati che se tu divulghi la burla che osasti, io rendo noto quanto qui è avvenuto e rinnovo il trattamento che ora subisti, ma anche a calci".
Ricordò che a questo mondo esistevano anche i calci, e ne inferse subito uno al povero Gaia.
Il quale, sempre ripetendo ch'era a disposizione di Mario, e tenendo coperta col fazzoletto metà della faccia, si ritirò verso casa sua, negli occhi una minaccia, ma il corpo del tutto inerte.
Mario non l'inseguì, e, stomacato, gli volse le spalle.
Si sentiva meglio, molto meglio.
Le vittorie dello spirito, non v'ha dubbio, sono molto importanti, ma una vittoria dei muscoli è salutare assai.
Il cuore acquista novella fiducia nel vaso in cui batte, e si regola e rafforza.
S'avviò al proprio ufficio.
La bora soffiava tanto violenta che sul ponte del Canale egli dovette arrestarsi per raccogliere le forze prima di varcarlo.
Ebbe così uno spettacolo che veramente lo esilarò.
Sull'acqua navigava verso il mare aperto, e abbastanza velocemente, il cappello del Gaia.
Veleggiava proprio.
La vela era costituita da un tratto della falda, che sporgeva dall'acqua e dava presa al vento.
Affrontò poi virilmente il momento sgradevole di dire della burla al Brauer.
Fu facilissimo.
Il Brauer ascoltò senza batter ciglio.
Non provava alcuna sorpresa perchè ricordava ancora quella avuta all'apprendere che per un romanzo venisse offerta una somma tanto ingente.
Applaudì quando apprese del primo manrovescio inferto al Gaia e, al secondo, abbracciò Mario.
Poi avvenne l'inaspettato.
Una scoperta: anche agli uomini più pratici accade di seguire da vicino lo svolgimento dei fatti, di conoscerli interamente dal loro inizio, e di restare poi stupiti trovandosi di fronte ad un risultato che si sarebbe potuto prevedere, stendendo sulla carta un paio di cifre.
Gli è che certi fatti spariscono nella nera notte quando accanto a loro altri brillano di luce troppo fulgida.
Finora tutta la luce s'era riversata sul romanzo, che ora piombava nel nulla, e appena adesso il Brauer si ricordava di aver venduto per conto di Mario duecentomila corone al cambio di settantacinque.
Ma il cambio austriaco, negli ultimi giorni, s'era affievolito di tanto che, per quella transazione, Mario si trovava ad aver guadagnato settantamila lire, giusto la metà di quanto avrebbe ricevuto se il contratto col Westermann fosse stato fatto sul serio.
Mario dapprima urlò: "Io quel sozzo denaro non lo voglio".
Ma il Brauer si sorprese e s'indignò.
Al letterato poteva spettare in commercio il diritto di stendere una lettera, ma non di giudicare di un affare.
Rifiutando quel denaro, Mario si dimostrerebbe indegno di qualunque collaborazione in commercio.
Incassato il grosso importo, anche Mario fu pieno d'ammirazione.
Strana vita quella dell'uomo, e misteriosa: con l'affare fatto da Mario quasi inconsapevolmente, s'iniziavano le sorprese del periodo postbellico.
I valori si spostavano senza norma, e tanti altri innocenti come Mario ebbero il premio della loro innocenza, o, per tanta innocenza, furono distrutti; cose che s'erano viste sempre, ma parevano nuove perchè si avveravano in tali proporzioni da apparire quasi la regola della vita.
E Mario, per quei denari che si sentiva in tasca, stette a guardare con sorpresa, e studiò il fenomeno.
Abbacinato mormorò: "È più facile conoscere la vita dei passeri che la nostra".
Chissà che la vita nostra non apparisca ai passeri tanto semplice da far creder loro di poter ridurla in favole?
Il Brauer disse: "Quel bestione di un Gaia, giacchè aveva architettata una burla simile, avrebbe dovuto basarla su una somma di almeno cinquecentomila corone.
Tu allora avresti avuto in tasca tante di quelle corone da bastarti per tutta la vita".
Mario protestò: "Io, allora, non ci sarei cascato.
Non avrei mai ammesso che per il mio romanzo si pagasse tanto".
Il Brauer tacque.
"Che questa mia fortuna non renda più nota la burla che dovetti subire" augurò Mario angosciato.
Il Brauer lo rassicurò.
Nessuno l'avrebbe appreso, perchè alla Banca nessuno sapeva a quale origine fosse dovuto quell'affare.
Infatti neppure il Gaia ne riseppe; chè, se no, con ragione avrebbe domandato il suo cinque per cento di provvigione.
I denari furono molto utili ai due fratelli.
Data la modestia delle loro abitudini, garantivano loro per lunghissimi anni, se non per sempre, una vita più facile.
E la smorfia che Mario aveva abbozzato incassandoli, non la ripetè quando li spese.
E talora gli parve persino che gli fossero provenuti - premio pregiatissimo - dalla sua opera letteraria.
Però il suo intelletto abituato a concretarsi in parole precise, non si lasciava ingannare quanto sarebbe occorso per la sua felicità.
Lo prova la favola seguente, con la quale Mario tentava di nobilitare il proprio denaro: "La rondinella disse al passero: "Sei un animale spregevole, perchè ti nutri delle porcheriole che giacciono".
Il passero rispose: "Le porcheriole che nutrono il mio volo, s'elevano con me"".
Poi, per difendere meglio il passero col quale s'immedesimava, Mario gli suggerì anche un'altra risposta: "È un privilegio quello di saper nutrirsi anche delle cose che giacciono.
Tu, che non l'hai, sei costretta all'eterna fuga".
La favola non voleva finire più, perchè molto tempo dopo, con altro inchiostro, Mario fece parlare un'altra volta il passero: "Mangi volando, perchè non sai camminare".
Mario si metteva modestamente fra gli animali che camminano, animali utilissimi che possono, in verità, disdegnare coloro che volano, cui il piacere di volare tolse ogni desiderio di altro progresso.
E non era finita.
Pare anzi che a quella favola pensasse ogni qualvolta sentiva la comodità di disporre di tanto denaro.
Un giorno addirittura s'arrabbiò con la rondinella, che pur non aveva aperto il becco che una volta soltanto: "Osi biasimare un animale perchè non è fatto come te?".
Così parlava il passero col suo cervellino.
Ma se fosse fatto obbligo ad ogni animale di badare ai fatti proprii e non imporre le sue propensioni e perfino i suoi organi agli altri, non ci sarebbero più delle favole a questo mondo; ed è escluso che Mario abbia voluto proprio questo.
Italo Svevo
Trieste, 14 Ottobre 1926.
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