UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 27
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Ella non fu del tutto soddisfatta da queste e gli consigliò di esagerare meno per farsi credere più facilmente.
Ella giudicava giustamente e Alfonso riconobbe che ad onta della delicatezza della sua onesta coscienza egli non aveva messo tutta la sua perspicacia a far credere Macario nella freddezza dei suoi rapporti con Annetta.
No! Gli era bastato di tranquillare questa coscienza e aveva trattato la cosa come se fosse stata d'importanza secondaria.
In fondo non gli dispiaceva di rendere Macario geloso.
Questa sua debolezza diveniva apertamente manifesta quando, in luogo di Macario, doveva ingannare Miceni.
La cosa era facilissima, Miceni essendo ben lontano dal sospettare qualche cosa, tanto lontano che Alfonso se ne indispettiva e più volte provava il desiderio di farlo suo confidente e renderlo invidioso piuttosto che sprezzante, perché, era sempre più evidente, Miceni sembrava supporre che Alfonso amasse Annetta e non ne fosse corrisposto.
Non sapeva del rifiuto dato da Annetta a Fumigi e anzi Fumigi doveva avergli detto tutt'altro che la verità per spiegargli perché non avesse avuto luogo la promissione di che gli aveva parlato.
Era strano con quanta facilità Miceni, solitamente tanto malizioso, tenesse per vere le favole che gli erano state raccontate.
Diceva ad Alfonso che Fumigi era in procinto di sposare un'altra ragazza più ricca e più bella di Annetta e che perciò aveva abbandonato quest'ultima.
Era reso più facile ad Alfonso tacere di sé e delle sue fortune con Annetta, all'accorgersi che per vendicarsi di Miceni, farlo stizzire, gli bastava deridere Fumigi e le sue pretensioni.
- Da un momento all'altro questo signore lasciò l'idea di chiedere la mano di Annetta? Strano! A me invece venne detto ch'egli abbandonò tale idea dopo averla già messa ad esecuzione!
Miceni allora diveniva rosso come un gambero cotto e rispondeva come avrebbe risposto a un'offesa personale, violentemente.
Diceva che Annetta era una vanerella la quale avrebbe voluto veder morire qualcuno d'amore per lei, ma che fino ad allora non le era riuscito.
Alfonso non poté portare ira contro Fumigi che per breve tempo.
Una mattina, andando all'ufficio, vide la piccola personcina trotterellare nella stessa sua direzione.
Passò oltre fingendo di non vederlo, ma Fumigi gli corse dietro chiamandolo ad alta voce.
Si volse e rimase stupito al trovarsi dinanzi una figura ben differente da quella a cui s'era atteso.
Non era la magrezza né la pallidezza di volto che lo sorprendeva; era l'inquietudine dell'occhio, era uno strano movimento della bocca che masticava o meglio ruminava, ma più che altro era il vestito trascurato, indecente, una giacca troppo lunga che non sembrava fatta sul suo dosso, calzoni bianchi leggeri ad onta della temperatura ch'era di poco al di sopra dello zero, e sul ginocchio destro una larga macchia d'inchiostro che Alfonso per cortesia non volle fissare.
- Le annunzio che mi sposo con...
con - e parve che non rammentasse il nome della sua amata.
Alfonso si congratulò esitante.
Non capiva; quell'uomo più che di persona felice aveva l'aspetto di pazzo.
Ragionava passabilmente però e soltanto la lingua non gli serviva come avrebbe dovuto.
S'era messo a discorrere furiosamente e Alfonso provava difficoltà a seguirlo, perché la pronunzia di Fumigi era fosca e poco precisa.
Quando costui si accorse di non venir compreso, adirandosi si mise a gridare per divenire più esatto.
- Capisco, capisco! - disse Alfonso spaventato.
Fumigi gli raccontava dei suoi studî di meccanica.
Aveva inventato un locomobile con il quale si risparmiava il settantacinque per cento di combustibile.
Non era ancora sicuro del fatto suo perché gli mancava il mezzo per poter misurare con precisione il consumo di gas.
Era una macchina a pressione d'aria.
- Sono pur disgraziato di mancare...
di quel mezzo...
per misurare...
In teoria sono sicuro...
Alfonso, che di meccanica nulla sapeva, tanto per dimostrare che prendeva interesse a quanto gli veniva raccontato gli chiese:
- Perché non si serve di un gazometro?
L'altro lo guardò stupefatto:
- Proverò, - masticò.
- Lei va ancora dalla signorina Annetta?
Pronunziava questo nome con tutta indifferenza.
- Di rado.
- Io non più perché mi manca il tempo.
Tanto...
tanto da fare.
All'orologio della piazza sonarono le nove.
Fumigi contò i nove tocchi
- Già le nove? Devo andarmene.
Pose la destra mollemente in quella di Alfonso e ritiratala subito la lasciò cadere al fianco.
La sua bocca non aveva dato alcun saluto subito di nuovo occupata a masticar e il suo pensiero era già tutto rivolto al luogo ove doveva recarsi: si voltò e trotterellò verso il mare traversando diagonalmente il Corso.
Quel giorno Miceni e Alfonso non litigarono.
Profondamente commosso, Alfonso chiese a Miceni di quale malattia soffrisse Fumigi.
- Malattia? - chiese Miceni già col tono dell'ira, - non è malattia, è una sovreccitazione nervosa che si buscò dal troppo lavoro.
Inventa macchine e continua a lavorare tutto il giorno in ufficio.
- Ne ho piacere! - disse Alfonso con sincerità.
- Il medico ha assicurato che guarirà?
Aveva il desiderio di essere certo che la malattia di Fumigi non era grave.
- Ma sì! - rispose Miceni bruscamente.
Racconsolato, Alfonso sperò di veder ben presto di nuovo Fumigi e guarito.
Lo avrebbe trattato affettuosamente e nel modo che gli sarebbe stato possibile avrebbe cercato di lenire i dolori ch'egli aveva aiutato a procurare a quel povero ometto disgraziato.
La sera s'imbatté in Prarchi.
Correva infuriato per il Corso; lo fermò - scusi, non ho tempo! - gli disse Prarchi cercando di passar oltre.
- Solo una domanda.
Come sta Fumigi?
Immediatamente Prarchi dimenticò di non avere tempo.
- Come sa ella ch'è ammalato?
- Ho parlato questa mane con lui e mi parve che avesse un contegno strano di molto.
Prarchi esitò per un istante, poi:
- È vero - confermò - anch'io me ne sono accorto.
Però nulla ancora posso dire.
Finora lo si lasciò col solo suo medico di casa ed oggi soltanto vengo chiamato da Maller.
Udii parlare di eccitazione nervosa ed è possibile.
Un mese fa era eccitato e null'altro.
S'era rimesso tutt'ad un tratto ai suoi studî e, quando lo consigliai di riposare, mi rispose con un'energia di cui non lo avrei creduto capace: Morire ma arrivare ad un risultato; son vecchio e ho fretta.
Oggi non so.
Chissà? Forse m'inganno e non si tratta che di eccitazione come la chiamano.
Di nuovo Prarchi esitò.
Poi risoluto, commosso e con voce profonda disse:
- A lei posso dirlo.
Vorrei ingannarmi, ma non lo credo.
Si tratta di paralisi progressiva.
La prego di non parlare di ciò con nessuno per ora.
Gli strinse la mano che Alfonso gli aveva porto prima di udire il terribile verdetto e se ne andò correndo.
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XIII
La posizione finanziaria di casa Lanucci non voleva migliorare.
Gli affari del vecchio avevano sempre il medesimo risultato e Gustavo era rimasto una seconda volta senza impiego.
Aumentando la miseria, cresceva il malumore, e Alfonso, che aveva finito coll'essere più frequentemente dai Maller che coi Lanucci, soffriva di più della loro compagnia perché non abituato alla ruvidezza del bisogno.
Il giorno che Gustavo a faccia tosta venne ad avvisare che aveva abbandonato l'impiego perché il suo principale lo aveva insultato, ebbe luogo una scena brusca.
Dapprima il vecchio aveva ammirato la fierezza del figliuolo e gli aveva anzi detto ch'era un vero Lanucci.
Gli andò il sangue alla testa soltanto in seguito all'osservazione fatta tristamente dalla signora, che da questo fatto le finanze della famiglia venivano peggiorate.
All'idea dell'aumento di miseria, il vecchio perdette la logica e la fierezza dei sentimenti.
Gridò e imprecò sempre più irritato dalle risposte petulanti di Gustavo il quale cercava di salvaguardare alla meglio la propria dignità.
Nella sua santa ira, il vecchio disse ch'era finalmente stanco di sopportare lui le spese di tutta la famiglia.
La signora lo pregò più volte di non gridare tanto.
Più colta, ella comprendeva quanto dovesse spiacere ad Alfonso quella scena e se ne vergognava, ma non trovò migliore mezzo per farlo tacere che di gridare più di lui.
Di lì a poco, il sangue riscaldato, uscivano anche dalla sua bocca delle parole ingiuriose e dava libero sfogo all'amarezza che la tristezza della vita aveva accumulata nel suo cuore.
Allorché il vecchio, cui mancavano altri argomenti, ripeté ch'era stanco di lavorare lui per tutti, ella senza ritegno gli disse che non era vero che lavorasse per tutti e ch'egli guadagnava appena tanto da sostentare se stesso.
Bastò per far tacere il Lanucci; avvilito, le labbra pallide, gli occhiali fuori di posto, perché male costruiti pendevano a destra quando egli dimenticava di sostenerli, dopo un lungo silenzio disse con dolcezza:
- Non era per te ch'io parlava ma per quel poltrone.
È poi giusto ch'egli viva alle nostre spalle quando persino Lucia trova il modo di guadagnarsi il suo pane?
La signora Lanucci s'era subito commossa e Alfonso credeva ch'ella già rimpiangesse le dure parole lanciate al marito.
Vedendo che il vecchio non voleva ancora quietarsi, ella s'adirò di nuovo e gli gridò imperiosamente:
- Basta, basta, - gettando un'occhiata ad Alfonso il cui silenzio interpretava sinistramente.
Egli invece taceva per commozione e comprendeva la ragione di quei litigi.
Prese le parti del vecchio e pregò la signora che gli venisse lasciata la libertà di difendersi.
Allora ella, essendo sicura che ad Alfonso la vista delle loro dispute non destava né sdegno né disprezzo, divenne più mite come sarebbe stata da bel principio, se non le fosse importato più di diminuire la cattiva impressione in Alfonso che di offendere il marito.
- Adesso basta! - ripeté però.
- Tu, lo spero, ti degnerai di cercarti un altro impiego e così ogni argomento a litigi fra te e tuo padre sarà scomparso.
Forse anche quello che oggi per noi è una sventura, domani può divenire una fortuna.
Puoi divenire colui che ci renda un poco più ricchi e quindi più buoni!
Strinse la mano al marito e le lagrime le vennero agli occhi.
Al principio della disputa, dimostrativamente e gridando, Lucia s'era turate le orecchie con le mani, e unicamente il contegno di costei disgustò Alfonso.
Se lo avesse dimostrato, la signora Lanucci non avrebbe più saputo gioire del compatimento da lui manifestato, perché se temeva di disgustare Alfonso era sempre perché non aveva ancora abbandonato le speranze riposte in lui per Lucia.
Le sembrava che se un giovine come Alfonso fosse entrato nella sua famiglia, l'avrebbe riformata, e di più, per quanto Lucia lo negasse, ella supponeva che costei ne fosse innamorata; non le sembrava che potesse essere altrimenti.
Ma Lucia aveva i gusti differenti e non sapeva scorgere in Alfonso le virtù che la madre ci trovava.
Naturalmente, non essendo cieca, da molto tempo le speranze della vecchia andavano diminuendo, ma vivevano sempre.
Non ne aveva parlato con la figliuola che quando Alfonso aveva principiato a darle lezioni, e le spiegazioni della madre erano bastate a Lucia per sopportare quell'inferno di professore che le avevano imposto.
Ciò era un segno della sua intelligenza, ma ancora maggiore fu quello ch'ella diede abbandonando ogni speranza molto tempo prima della madre.
Colpita da qualche atto d'indifferenza di Alfonso, qualche volta la signora Lanucci dichiarava al marito di aver perduto le sue speranze, ma realmente erano anche allora piuttosto movimenti d'ira che di sconforto.
Sarebbe stato troppo bello e secondo il comune buon senso era cosa che non soltanto poteva accadere, ma che doveva accadere, perché quando due giovini, amabili ambidue, si trovano continuamente insieme, è inevitabile che prima o poi si amino.
Così le speranze della signora Lanucci vissero sempre non comunicate che al marito, a bassa voce, in letto, prima di chiudere gli occhi al sonno e sognarne.
In casa Lanucci fu dessa la prima a scoprire che Alfonso era innamorato di Annetta.
Non la conosceva affatto, e prima che non le fosse divenuta interessante per la passione di Alfonso, ne aveva anche ignorato l'esistenza, ma di quest'amore aveva saputo quasi contemporaneamente ad Alfonso stesso.
Lo vide inquieto, di umore variabile; ne trasse la conclusione, per caso giusta, che lo agitava amore, e l'altra che quest'amore fosse ispirato da Annetta Maller.
Non le tolse le speranze questa scoperta perché giustamente pensò che la sua passione doveva apportare ad Alfonso molti dolori dai quali avrebbe potuto rifugiarsi fra le braccia sempre aperte di Lucia.
Quando Alfonso ancora passava buona parte del suo tempo con essi, ella s'era divertita a fare qualche allusione maliziosa allo scopo di saperne di più, e il contegno di Alfonso fu tanto balordo ch'ella, sulle indicazioni tratte da lui in questo modo, poté persino seguire le fasi per cui passò quest'amore, vicende solite ch'ella caratterizzò all'ingrosso come le sapeva: - Caldo...
freddo...
disputa...
pace...
lo amava!
Lo amava, certo, lo amava! Ella lo aveva letto sulla fronte di Alfonso quella sera in cui egli era ritornato beato dalla visita ai Maller, dopo tre giorni di disperazione in seguito all'avventura con Fumigi.
In quei tre giorni ella aveva tutto sperato; dopo, ella fu là là per disperare perché il bacio di Annetta era quasi visibile sulle labbra di Alfonso: gli aveva mutato la fisonomia.
Ma subito la mattina appresso sperò d'essersi ingannata vedendolo in tinello, a colazione, molto triste.
Gli si sedette accanto e con l'aspetto di affettuosa partecipazione gli chiese la causa dei suoi malumori, dei dolori da cui doveva essere travagliato a giudicarne dalla sua fisonomia.
Egli rispose tristamente che era indisposto, ma quando la signora con un poco d'ira lo ammonì che delle signorine del gran mondo non bisognava fidarsi perché si compiacevano di lusingare civettando ma che alla fine abbandonano senza riguardi, egli rispose di non comprendere a chi ella volesse alludere perché egli non veniva lusingato da nessuno.
Ebbe però un sorriso lieto e sicuro di persona che sa il fatto suo così ch'ella lo lasciò convinta di aver giudicato giustamente la sera innanzi.
Annetta gli aveva detto di amarlo e forse lo amava.
Per trarne delle conclusioni, ella voleva attendere di sapere che cosa ne pensasse il vecchio Maller, il quale con la sua opposizione poteva restituire Alfonso a Lucia.
Comunicò al marito le sue osservazioni e vi appiccicò una lunga ragionata con la quale volle provare a lui, e nello stesso tempo a sé stessa, che Maller non avrebbe dato giammai il suo assenso al matrimonio della figliuola con un impiegatuccio.
Il Lanucci, invece, udì con gioia dell'avventura di Alfonso.
Da lungo tempo egli non divideva più le speranze della moglie e non poteva non gioire di vedere un suo amico divenire il genero di Maller.
Egli sarebbe divenuto il protetto di una persona altolocata e riteneva che gli sarebbe bastata una tale protezione per far bene nei suoi affari.
Così mentre la Lanucci trattava Alfonso con maggiore freddezza, egli incominciò a dimostrargli della deferenza, e quando la moglie esaminava le parole di Alfonso cercando di vederne afforzate le sue speranze, egli indagava a quale punto Alfonso fosse arrivato, sempre desiderando di ricevere la buona novella che attendeva.
Anche Lucia divenne più amica di Alfonso, mentre prima, offesa della sua assoluta indifferenza, lo aveva trattato con affettato disprezzo.
Mai bella, nell'ultimo tempo era divenuta più piacente; avendo passato l'epoca dello sviluppo, la sua bocca appariva più piccola e il volto quindi più regolare, le manine erano belle, i piedi piccoli sempre elegantemente calzati.
Qualche zerbinotto al Corso le aveva fatto dei complimenti, i quali la facevano risentirsi più fortemente dell'indifferenza di Alfonso.
Quando le dissero, la madre non seppe tacere neppure con essa, che Alfonso era innamorato, ella divenne con lui più mite perché quest'amore le parve scusasse il suo contegno.
Gustavo fu il più franco.
Andò diritto da Alfonso e gli raccomandò, per il caso che diventasse genero di Maller, di procurargli un posto di fante alla banca ove sospettava si stesse molto comodi.
Costui era ancora l'unica persona della famiglia Lanucci che ad Alfonso non dispiacesse.
Preferiva anzitutto la sua franchezza alla falsità degli altri, a quelle allusioni che pure per una o per altra ragione non erano disinteressate.
Il carattere di Gustavo gli piaceva.
Da lungo tempo il giovane Lanucci aveva cessato di lottare contro la propria poltroneria e per risparmiarsi i rimorsi l'aveva elevata a teoria.
Così era divenuto tranquillo tanto, che a parlare con lui, vedendolo sempre quieto, contento di sé, senza dubbi, anche Alfonso trovava pace.
Nei suoi lunghi riposi, Gustavo aveva fantasticato molto e il bisogno di denaro gli aveva dato delle idee originali e comiche.
Il suo buon umore era inalterabile e non cedeva né alle sgridate dei cari genitori (non ometteva mai l'aggettivo), né ai rimproveri degli eventuali principali cui egli sempre attribuiva dei caratteri bizzarramente infelici: - Non sanno vivere! - diceva veramente sorpreso quando li vedeva adirarsi per un disordine in carte che avevano affidato alle sue cure oppure per qualche sua impertinenza.
- Uomini che moriranno giovini - oppure: - Ecco un uomo che io non sposerei.
Macario rimase assente per tutto il mese di marzo e Alfonso fece le sue passeggiate alla mattina con Gustavo il quale era mattiniero, unica buona abitudine a cui si fosse riusciti di costringerlo.
Erano passeggiate brevi a un colle situato circa mezz'ora di cammino lontano dalla città.
Giuntivi, Alfonso cercava l'ombra e si sedeva, mentre Gustavo si sdraiava al sole come un gatto, e per certe sue teorie igieniche apriva la bocca per farvi entrare luce e calore.
Stava zitto per delle ore come Alfonso sebbene per tutt'altre ragioni.
Teneva gli occhi chiusi e si addormentava definitivamente, o cadeva in una specie di nirvana in cui nulla comprendeva pur ancora balbettando delle parole senza senso.
Quando aveva denari, e per pochi che fossero, non abbandonava la città, perché preferiva di dormire in qualche bottega di caffè o stare a guardare per delle intere giornate a giuocare a bigliardo.
Non giuocava perché non amava agitarsi, e non si ubriacava che di rado perché dopo una sbornia rimaneva indisposto per molto tempo.
Aveva amici sobri, lavoratori, operai delle diverse officine per le quali era passato.
Lo amavano molto perché buffone e più anche perché non aveva giammai gareggiato con nessuno.
Nell'ozio gli venne la buona idea di addossarsi volontario un lavoro che da prima non gli parve né difficile né faticoso: si propose di trovare il marito per la sorella.
Diceva che l'età di Lucia domandava il matrimonio e ch'era certo che se nessuno se ne curasse lo sposatore non si sarebbe trovato giammai.
Chiese ai genitori il permesso di poter condurre in casa dei giovanotti suoi amici.
Il padre glielo diede pronto, perché per lui il matrimonio di Lucia avrebbe significato l'eliminazione di una bocca dalla casa.
La madre invece si oppose ma era a magro di argomenti non avendo il coraggio di dire delle sue speranze su Alfonso.
Si rosicchiava le unghie.
Aveva parlato con disprezzo degli operai amici di Gustavo.
- Non vuoi accordarla a un operaio? - chiese il vecchio sorpreso.
- E a chi poi? Attendi qualche principe?
Da molti anni padre e figlio non s'erano trovati tanto d'accordo e marciavano uniti contro la povera donna che in cuor suo, mentre si difendeva alla meglio, malediceva Alfonso che ancora non aveva voluto innamorarsi dell'unica giovanetta del suo stato ch'egli avvicinasse.
Finì col fare una buona proposta.
In luogo degli amici di Gustavo, operai o peggio, bisognava trarre in casa gli amici di Alfonso, agenti di banca e scritturali.
- Anche quelli! - disse il vecchio approvando, - ma però quelli e questi perché così siamo più sicuri di arrivare al nostro scopo.
Diede formalmente a Gustavo l'incarico di condurre in casa i suoi amici, i più ricchi, possibilmente.
Intanto la Lanucci aveva ora l'occasione di parlare in argomento con Alfonso e non sperava poco da questo colloquio.
Se il disgraziato, così ella lo chiamava, avesse tradito dubbi, dispiacere o la menoma esitazione, ella avrebbe trovato il modo di salvare Lucia dagli amici di Gustavo.
Egli aveva preso l'abitudine di ritirarsi nella sua stanza anche dopo pranzato per non essere obbligato ad assistere al vuoto chiacchierio dei Lanucci durante la mezz'ora di tempo che aveva prima di andare all'ufficio.
Un giorno ella ve lo seguì.
Vedendola, Alfonso che s'era già messo al tavolo, si alzò e stettero uno di fronte all'altra fra il tavolo e il letto.
Affettuosa come non era stata da lungo tempo con lui, gli disse ch'essendo già abituata a considerarlo quale figliuolo gli chiedeva un favore di quelli che non si chiedono solitamente che ai propri intimi.
- Dica! dica! - la incoraggiò Alfonso con gentilezza.
- Così presto non si può dire, bisogna che le spieghi parecchie cose.
Amava di parlare e mentre Alfonso con fatica si costringeva ad ascoltarla, ella cominciò a raccontare la storia della sua famiglia, alla quale, ella asseriva, competeva tutt'altra posizione di quella che occupava.
Era impoverita per alcuni errori di suo padre, catastrofe ch'ella ingrossò descrivendo il loro stato anteriore come più elevato di quanto fosse stato in realtà.
- Quindi, - il discorso era stato preparato e aveva capo e coda, - non possiamo rassegnarci a vivere in questa posizione mentre se acconsentiamo di maritare Lucia ad un operaio o altra simile gente, - col suo disprezzo le pareva di fondare meglio il suo diritto a superiorità, - è un atto che definitivamente c'inchioda qui.
- Continuò con un altro "quindi" mentre Alfonso aveva pur finito coll'interessarsi alla questione perché temeva di vedersi improvvisamente aggredito con un'offerta di matrimonio.
Ella indovinò la sua paura al suo aspetto imbarazzato, ma per quanto avesse anche compreso ch'era veramente paura e non speranza, la prova non le parve sufficiente.
Dal tinello giungevano i suoni poco aggradevoli di una disputa fra Gustavo e Lucia ed ella fece un passo verso la porta per correre fra due litiganti, ma si fermò non volendo lasciare Alfonso nel sospetto che lo si volesse pigliare per il collo.
Lo pregò di condurre in casa dei giovani, magari poveri, ma appartenenti alla classe intelligente.
Poi, troppo attenta ad osservare il contegno di Alfonso, non sentì neppure il suono di uno schiaffo caduto certamente sulla guancia di Lucia, perché fu costei che ne accusò ricevuta piangendo e gridando.
- Desidera dunque ch'io conduca degli amici in casa? - chiese lieto Alfonso.
- Ma le occorreva prendere una via sì lunga per chiedermi cosa tanto semplice? Non sono, come lo disse lei stessa, di famiglia e non devo, per quanto posso, aiutare ognuno di voi a raggiungere un poco di felicità? Non appena potrò le condurrò quanti amici vorrà.
Non pensava concretamente a nessuno dei suoi amici, ma l'offerta era fatta con spontaneità, e la signora Lanucci dovette ringraziare per quanto la prontezza di Alfonso l'addolorasse.
Volontieri lo avrebbe ora esonerato da quell'ufficio, ma decentemente non lo poteva.
Volle almeno diminuire il suo zelo:
- Non occorre premura.
Abbiamo tutto il tempo necessario per fare le cose con calma.
In tale modo anche la vecchia fu indotta ad acconsentire ai piani di Gustavo ed anzi, nell'ira, le parve che il suo assenso bastasse per portare subito a compimento il matrimonio di Lucia.
- Adesso tocca a te di agire - disse a Gustavo, - e al più presto.
Forse che così si riesce ancora a far morire di rabbia qualcuno.
- Questo qualcuno era Alfonso.
Quel Gustavo aveva dei brutti amici.
Portò per primo un rivenditore di libri usati ma ricchissimo.
Alfonso ignorando che anche Gustavo avesse ricevuto l'identico suo incarico non pensava che fosse quell'uomo un candidato alla mano di Lucia.
Non avrebbe potuto indovinarlo.
Il candidato era cinquantenne, ma dimostrava un'età anche più avanzata avendo la pelle incartapecorita dal sole e dalle intemperie, alle quali, per il suo mestiere, doveva stare esposto.
Gli occhi gli lagrimavano e non sapendo ch'era una visita da sposo che gli si faceva fare, aveva omesso di farsi togliere dalle guancie certo pelo bianco, giallastro che vi cresceva irregolarmente.
Quando se ne andò, la Lanucci ridendo guardò il marito e anche questi sorrise.
Gustavo se ne sentì offeso e non seppe resistere al desiderio di difendersi subito:
- È però lucente d'oro, - disse.
- I gusti delle donne non si sanno mai e sarebbe stata una bella fortuna se a Lucia fosse piaciuto.
Il secondo amico che Gustavo presentò in casa fu il padrone di un macello, benestante, più giovine dell'altro ma non meno sucido.
Era vedovo da poco tempo e Gustavo riteneva che cercasse moglie.
S'ingannava.
Il beccaio bevette di troppo del vino che c'era sul tavolo dei Lanucci e nella somma beatitudine, volendo dimostrare la sua riconoscenza ai novelli amici, esclamò:
- Ah! qui si sta bene! Sempre in compagnia di amici starei io! Adesso che grazie al cielo sono vedovo, posso finalmente permettermelo!
La Lanucci dichiarò che non voleva più rivederlo e desiderava anche che le visite degli amici di Gustavo cessassero.
Il giovanetto si difendeva.
- Non posso mica dire ai miei amici di venire in casa mia per fare loro sposare mia sorella.
Devo scegliere quelli che più mi sembrano inclinare al matrimonio.
Un vedovo come il beccaio, per esempio, mi sembrava adatto.
S'era pur sposato già una volta!
Parve ora ad Alfonso che gli altri presentati fossero stati invitati da Gustavo piuttosto per far mostra di avere fra' suoi amici delle persone rispettabili che per la speranza di vederli innamorarsi di sua sorella.
Uno di questi fu il signor Rorli, un ricco fabbricante di paste di Napoli.
Gustavo ne aveva da lungo tempo annunziata la visita e indotto la madre a preparare una cena copiosa.
Il signor Rorli non venne la prima sera in cui era atteso e non venne che otto giorni appresso dopo aver messo altre due volte in subbuglio la famigliuola con avvisi della sua venuta.
Era giovanissimo, molto magro, il volto dalla pelle bruna sulla quale poco risaltavano i suoi baffi biondi.
Era vestito bene, ma troppo riccamente; portava anelli alle dita e sul petto una catena d'oro la quale Gustavo disse valere trecento franchi e più.
Parve che quella sera si divertisse molto.
Spiegò la fabbricazione delle sue paste e rifiutò la rappresentanza della sua fabbrica al Lanucci che gliela chiedeva, dicendogli dapprima che non lavoravano a mezzo di agenti e poi che ne avevano già quattro, due buoni argomenti che naturalmente tolsero al vecchio ogni speranza.
Mangiò molto, ciò che diede alla signora Lanucci una grande opinione della sua salute, perché diceva che le persone magre che molto mangiano sono le più forti.
Quell'appetito le portò via la cena e a Rorli, che le chiese perché non mangiasse, rispose con grande distinzione:
- A sera non mangio mai.
- Egli non se ne curò più oltre, come del resto non si curò di Lucia che gli stava seduta accanto.
Parlò più che con altri con Alfonso che la Lanucci gli aveva presentato quale impiegato della casa A.
Maller e C.
e letterato.
Una grandezza ingrandisce la casa ove abita.
Rorli si mise a chiacchierare di letteratura e naturalmente di romanzi francesi.
Era entusiasta di Alessandro Dumas e di Paul de Kock, ammirazioni che Alfonso aveva dimenticate.
Fra' due fece la peggior figura Alfonso, il quale aveva dichiarato di conoscere quella gente ma poi non aveva saputo dimostrare di conoscerne tutte le opere, compresi dei lavorucci che per la prima volta udiva nominare, mentre Rorli ne sapeva raccontare alla Lanucci, che ci si divertiva un mondo, tutto l'argomento.
Era in fondo un grande ciarlatano che riportò l'ammirazione di tutti nonché di Alfonso, il quale, pur riconosciutolo ignorante, era rimasto impressionato da tanta facilità di parola.
Poi fino a tarda ora, dalla sua stanza, udì le confabulazioni dei Lanucci e chiaramente che la vecchia dichiarava che il fabbricante molto le piaceva.
Ma il Rorli non si fece più vedere.
Aveva forse capito di che si trattasse e, invitato da Gustavo, si scusava e prometteva di venire e mancava.
Gustavo però aveva ottenuto un trionfo e lungamente se ne vantò.
Alfonso, tanto per darsi l'aspetto di occuparsene anche lui, portò seco un giorno Miceni sotto il pretesto di fargli vedere la sua stanza.
Abituato a maggiore comodità ed eleganza, Miceni non seppe trattenere il riso dinanzi a quelle mura nude, quell'enorme letto di ferro e il tavolinetto di cui una delle quattro gambe era troppo corta.
La signora Lanucci lo fece accomodare in tinello e gli presentò la figliuola ch'egli salutò seduto, con un leggero cenno del capo ma molto amichevolmente, avvezzo come era a trattare con le sartine.
Fece però molti complimenti, ciarlò molto e di cose che alle donne piacciono.
Persino ammirò il vestito di Lucia e lo paragonò a quello che aveva visto portato dalla signora Canciri, una delle più ricche signore del paese.
Era un donnaiuolo per il quale ogni donna era desiderabile e ispirare un desiderio sempre una gioia.
- Ho da trattenerlo a cena? - chiese la Lanucci con voce angosciata ad Alfonso vedendo che la seduta si prolungava di troppo.
- Lo inviti! Non accetterà.
La Lanucci con imbarazzo lo invitò avvertendo subito che la cena era modesta ma che dove c'era da mangiare per cinque ci sarebbe stato abbastanza per sei.
Miceni rifiutò ringraziando, e comprendendo che la famigliuola era in procinto di sedersi a tavola prese commiato.
Se ne andò accompagnato da Alfonso ch'era impaziente di sapere quale impressione avesse prodotto su lui Lucia.
C'era da lusingarsi perché le aveva dimostrato tutt'altro che indifferenza.
Sulle scale, buie e di legno fino al primo piano, Miceni si appoggiò confidenzialmente al braccio di Alfonso e gli chiese:
- L'hai avuta?
Alfonso indignato protestò.
- Non adirarti.
Se realmente non hai neppure provato è l'unica causa per cui non sei riuscito, e in questo caso devo confessare che sei anche più sciocco di quanto io non ti credessi.
Una ragazza in quelle condizioni, posta accanto ad un giovine che vive in condizioni migliori, prima o poi gli si getta al collo, a meno ch'egli non accenni a respingerla.
Non si poteva adirarsi e Alfonso vergognandosi si scusò:
- Non mi piace!
- Davvero? - chiese Miceni sorpreso.
- Allora non mi resta che deplorare che il tuo gusto non sia meglio sviluppato.
Ritornato in casa, Alfonso fu penosamente impressionato dalle buone parole che i Lanucci spendevano su Miceni.
Anche Lucia diede a capire che non le era dispiaciuto.
Alfonso la guardò indagando se fosse veramente tanto desiderabile come a Miceni era sembrata.
Certamente non era più assolutamente brutta.
Semisdraiata su una seggiola, la sua vita mostrava il profilo gentile, e la gonnella inamidata, gonfia, ingentiliva la sua magrezza.
Una sera d'aprile, Alfonso uscì dalla casa di Annetta alle dieci e fuori trovò, freccia del Parto dell'inverno, un vento indemoniato sorto da poco più di un'ora.
Fischiava per le vie deserte di città vecchia inviperendosi ove si restringevano.
Ospite inaspettato, frantumava le lastre non assicurate, spazzava dai tetti tutto ciò che non vi era solidamente fermato o che non vi apparteneva.
Alfonso aveva freddo, ma in quel diavoleto portava seco la felicità di un bacio rubato ad Annetta.
Trovò la famiglia Lanucci ancora a cena con un nuovo ospite, certo Mario Gralli, proto in una tipografia.
Era un giovane bruno, gli occhi piccolissimi, ma lo sguardo duro e fiero che lo qualificava furbo e tenace.
Glielo presentarono con le solite parole, e Alfonso, poco lusingato di aver da fare la conoscenza di tutto il sobborgo, lo trattò con freddezza.
Gralli si alzò per salutare e Alfonso ebbe qualche sorpresa di trovarlo più piccolo di quanto s'era aspettato al vederlo seduto.
Era vestito accuratamente quantunque di stoffe rozze; il solino naturalmente giallognolo si adattava esattamente al collo e la cravatta frusta ma non sucida era annodata con una certa qual civetteria.
Parlava poco e evidentemente mal volontieri.
Gettava qua e là qualche monosillabo di risposta contentandosi poi di guardare in faccia chi gli parlava, fisso ma disattento.
Non erano gl'imbarazzi di Alfonso, il quale sempre aveva voluto parlare e non aveva saputo, ma indifferenza di piacere.
Se ne andò poco dopo la venuta di Alfonso, forse seccato dalla nuova faccia quando appena cominciava a sentirsi bene con gli altri.
Quando si alzò, ad Alfonso parve ch'egli abbandonasse la mano di Lucia tenuta nelle sue sotto la tovaglia.
Così presto tanto innanzi?
Poi gli venne raccontato che Mario Gralli era veramente il primo candidato alla mano di Lucia.
Era da qualche tempo intimo di Gustavo cui dava da guadagnare qualche poco facendolo incaricare della distribuzione di alcuni giornali agli abbonati, e a Gustavo l'impieguccio piaceva perché delle cinque o sei ore che passava in tipografia, di lavoro non ne aveva che una o due.
Avendo da ciarlare per tante ore e facendogli difetto altri argomenti, Gustavo gli raccontò dei suoi propositi per l'avvenire della sorella e del desiderio che avevano in famiglia di vederla accasata al più presto.
Un giorno, invitatane dal fratello, Lucia venne in tipografia a vedere le macchine.
Era vestita bene come sempre e il Gralli subito ne parve preso.
La condusse a vedere le singole macchine.
Al loro passaggio gli operai facevano posto rispettosamente e se a Mario, in Lucia, per allora, più che altro era piaciuta la teletta, a Lucia Mario piacque al vederlo contornato di tanto rispetto.
Fu proprio così che i due si trovarono.
Il Gralli guadagnava molto e, contenta la figliuola, i genitori nulla potevano obbiettare.
Del resto non erano stati interpellati, perché il Gralli aveva dichiarato a Gustavo di non poter formulare tanto presto la sua domanda ufficialmente, non prima di un anno.
Direttamente coi genitori non ne parlò affatto, ma sempre a mezzo di Gustavo.
Fece loro spiegare che nella sua posizione non era ancora abbastanza sicuro avendola ottenuta in seguito alla morte improvvisa di un suo capo e che non sapeva se gli sarebbe stata lasciata.
Gustavo aggiunse di suo l'osservazione che non gli sarebbe sembrato decente d'insistere presso Mario acciocché facesse subito la domanda.
Tutto questo venne raccontato ad Alfonso dalla signora Lanucci.
La stessa sera, con aspetto lieto, gli aveva detto d'essere molto contenta dell'avvenimento perché sempre aveva amato le belle lettere e le sembrava che la tipografia fosse molto vicina alla letteratura.
Andò di nuovo da lui alla mattina allorché egli stava per uscire.
Da prima, con l'aspetto della sera e veramente da persona che dà un annunzio giocondo, aveva detto la frase:
- Finalmente anche per noi si vede un po' di luce.
Improvvisamente mutò di aspetto e di modi.
Parlò delle cure che domandava l'avvenimento vicino e avendo cominciato a lagnarsi continuò dicendo che le dispiaceva dover fidarsi di quanto risolvesse Gustavo e di quanto egli giudicasse.
Infine si mise a singhiozzare disperatamente dichiarando che non aveva creduto giammai di dover accordare la figliuola a persona ch'ella non conosceva.
Ella aveva passato una brutta notte e la sua dolce fisonomia di grassa anemica era scomposta; i suoi capelli bianchi in disordine aumentavano il suo aspetto da sofferente.
Alfonso cercò di calmarla dicendole che il Gralli aveva prodotto in lui ottima impressione.
Sempre piangendo, ella assicurò che anche a lei lo sposo di Lucia piaceva, e aggiunse che sapeva di aver torto di piangere perché il pianto era di malaugurio per un avvenimento simile.
Il dolore era il più forte ed ella si lasciò trascinare a confessargli le speranze ch'ella aveva nutrite dacché egli era entrato in casa.
Adesso poteva dirglielo perché non era più possibile che la sua confidenza venisse presa per un attentato e meravigliò Alfonso con la sua sincerità.
Però, mentendo, e Alfonso lo sospettò, disse che delle sue speranze Lucia nulla aveva saputo.
Fu del tutto e commoventemente sincera quando gli spiegò le ragioni per le quali aveva desiderato di vederlo innamorarsi di Lucia.
- Lei la conoscevo.
Avrei avuto la certezza che quand'anche le cose loro si fossero volte a male, lei avrebbe trovato sempre ancora la pazienza necessaria per trattare sua moglie con dolcezza.
In due, così come me lo figuravo io, non si è mai del tutto infelici.
Alfonso non fu imbarazzato sul contegno da tenere.
Più di una volta aveva sentito il desiderio, un desiderio molto platonico, di render felice quella povera vecchia e si credeva ora in diritto di simulare dispiacere di non poter più fare quello che non avrebbe fatto in nessun caso.
- Sarebbe stato un bel sogno, è vero, - disse Alfonso, - ma per ora non si poteva realizzarlo perché la mia posizione è anche più misera e malsicura di quella di Gralli.
Saremmo morti di fame.
Quando fu solo ripensò commosso al tragico dolore della Lanucci.
Quella povera donna in mezzo alle sue disgrazie aveva rivolte tutte le speranze all'avvenire della figliuola e perciò era stata sempre più rassegnata e più lieta che gli altri.
Ora appena le sue speranze morivano.
Sua figlia doveva subire il suo stesso destino.
Sarebbe stata circondata da una famiglia di disgraziati per nulla migliore di quella da cui usciva.
- Signorina, - disse Alfonso alla sera seriamente a Lucia, - voglio essere il primo a farle le mie congratulazioni e perciò gliele faccio subito.
Lucia ringraziò cerimoniosamente.
- Non c'è ancora nulla da congratularsi perché Mario non fece ancora ufficialmente la domanda, - lo chiamava già confidenzialmente col nome di battesimo; - da lei però posso accettare delle congratulazioni in anticipazione.
Alla sera Alfonso s'addormentò insolitamente presto, dopo aver subito per due ore la noia mortale della compagnia dei Lanucci e di Gralli.
Sofferse al vedere lo sposo privo di spirito e d'idee, ma come comprendeva che la vecchia ne soffriva, così anche capiva che Lucia non se ne avvedeva e che il suo sposo le piaceva così dignitosamente muto.
Alfonso si trasse le coperte fino al mento e a conclusione di una lunga riflessione sull'andamento delle cose umane mormorò:
- L'uomo dovrebbe poter vivere due vite: Una per sé e l'altra per gli altri.
Pensava che se avesse avuto due vite, ne avrebbe dedicata una alla felicità dei Lanucci.
154
XIV
Una sera Annetta annunziò ad Alfonso che pochi giorni appresso doveva arrivare suo fratello Federico.
Gliene dava l'avviso acciocché si preparasse per contenersi con la massima prudenza.
Federico l'amava molto e finché soggiornava in città sarebbe stato difficile che la lasciasse mai sola.
Non commettesse dunque delle imprudenze, perché destando in Federico il più leggero sospetto avrebbero dovuto cessare di vedersi.
Alfonso le promise tutto ciò ch'ella gli chiese.
Quella sera ella gli aveva molto permesso ed egli voleva contraccambiarla di eguale arrendevolezza; le chiese persino se ella desiderasse che per quel tempo sospendesse le sue visite e si dichiarò pronto di compiacerla.
Tanto ella non volle, perché anche una tale improvvisa interruzione poteva destare sospetti.
Non trovò necessario di dirgli che le sarebbe dispiaciuto di non vederlo per tanto tempo.
In certo modo le relazioni fra Alfonso e Annetta erano divenute meno affettuose.
Ella non gli aveva detto giammai di amarlo.
Se lo era lasciato dire, ma da qualche tempo neppure lui non provava più il bisogno di ripeterlo né essa s'accorgeva di tale mancanza.
Pareva che perciò il loro contegno fosse divenuto più franco e che si trovassero in un accordo tacito che però realmente non sussisteva; perché Alfonso ancora sempre sperava qualche cosa d'altro e aveva riconosciuto, dolendosene, che la via sulla quale si trovava era quella che poteva condurlo alla conquista di una ganza ma non di un'amante o di una moglie.
In presenza di altra gente, egli aveva l'aspetto di corteggiatore, lanciava delle occhiate, faceva complimenti o chiedeva di essere per un solo istante solo con essa per poterle dire qualche cosa.
Quando finalmente erano soli, con un sorriso in cui egli credette talvolta di scorgere l'ironia, ella gli diceva che poteva parlare.
Senz'aprir bocca egli l'attirava a sé e furiosamente la baciava.
A un dato punto ella si difendeva, ma con la calma energica della persona sicura di sé.
Non avevano più dispute dacché Alfonso era divenuto più prudente dinanzi a coloro di cui Annetta temeva i sospetti.
Sembrava proprio ch'ella stessa fosse disposta a divenire piuttosto sua ganza che sua moglie; si adirava per il suo contegno in pubblico, non per quello a quattr'occhi.
Lo si avvisò in ufficio ch'era arrivato Federico e ciò gli produsse una strana impressione di sgomento.
A poco alla volta aveva conquistato l'amicizia di tutti coloro che frequentavano casa Maller.
Era stata una conquista lenta e difficile che gli sembrava fosse riuscita per caso fortunato, per essere stata preparata prima dalla stima che gli aveva regalata Macario, poi dal rispetto che Annetta, un'ignorante, aveva credito di tributargli.
Ora interveniva un nuova persona che sembrava usasse pensare con la propria mente e chissà con quali massime.
Era da temerne, visto che Annetta ne temeva per lui.
Federico era di certo un ambizioso che avrebbe cominciato col disprezzarlo.
Per quella sera non andò da Annetta; non voleva farsi vedere troppo presto.
La sera appresso gli sembrava che fosse un secolo dacché non l'aveva veduta e andò in casa Maller ingenuamente credendo che così dovesse sembrare anche agli altri.
Trovò soltanto Francesca e fece il viso di chi soltanto dopo di aver ingoiato un liquore s'accorge ch'è amaro.
Francesca comprese.
- Per una sera, - gli disse sorridendo, - si contenti di parlare con me di Annetta.
Ella ha dovuto uscire col signor Federico.
Dunque ascolto! Mi racconti qualche cosa dei suoi rapporti con Annetta.
- Stette zitta, attendendo ch'egli parlasse, mentre egli rimaneva muto, sorpreso dallo strano esordio col quale Francesca sembrava di voler estorcergli delle confidenze.
- Credevo le facesse piacere di parlare di Annetta e con me lo può, visto che, come avrà capito, lo spero, sono la sua confidente.
- Volle dargli una prova ch'ella sapeva tutto: - Mai più sul pianerottolo! - gli disse con una risata e minacciò con la bianca mano, la parte più perfetta del suo corpo.
Alludeva a quell'abbraccio che Alfonso tempo prima sul pianerottolo aveva rubato ad Annetta.
A lui bastava la prova ch'ella gli aveva data, specialmente perché sentiva forte il bisogno di parlare di Annetta e di lagnarsi di lei.
Disse dunque che dei suoi rapporti con Annetta, come li chiamava Francesca, egli non era affatto affatto soddisfatto.
Annetta non era quale egli l'avrebbe voluta.
- Lei non avrebbe veramente delle ragioni a lagnarsi, - osservò Francesca in un tono che a lui sembrò ironico.
- Sembra ch'ella non apprezzi come dovrebbe la fortuna toccatale.
Egli apprezzava come doveva la sua fortuna, ma non gli sembrava che tale fortuna fosse molto grande.
Chiese di udire da Francesca in quali termini letteralmente Annetta le avesse fatto le sue confidenze; voleva sentire se almeno in quell'occasione fosse stato parlato di amore.
Francesca asserì di non rammentarsene e perciò di non poter compiacerlo.
- Sa, - chiese Alfonso serio, serio, - che non mi ha detto mai di amarmi? Di Annetta davvero non so se mi ami o mi derida.
Parve che Francesca stesse per ridere della confidenza di Alfonso, ma poi molto seria lasciò cadere la frase pensata ad alta voce:
- Sono tutti così i Maller.
La freddezza è il carattere di famiglia.
Alfonso non dimenticò questa frase che gli sembrò una conferma delle voci corse sul conto di Francesca e delle sue relazioni con Maller.
Chi altri della famiglia poteva ella aver conosciuto freddo in amore?
- Però, e questo è certo, - continuò Francesca, - Annetta non la deride e posso dire di non averla mai vista come è ora.
- Subito divagò e parve presa dal desiderio di esser creduta attenta invigilatrice di fanciulle anche da Alfonso.
- Se non compio quello che sarebbe il mio dovere raccontando ogni cosa a Maller è perché mi affido alla sua onestà e nell'onestà del carattere di Annetta.
- Ad ogni modo gli consigliava di non lusingarsi di troppo sull'amore di Annetta ch'ella supponeva dovesse improvvisamente morire.
Era la prima avventura di tale specie che le toccava, ma si poteva predirne la conclusione, e di nuovo Alfonso volle scorgere qualche cosa di amaro nel suo sorriso.
- Non mi faccio più lusinghe, so ch'è uno scherzo, - faceva il forte ma parlava con fatica.
Con compassione materna Francesca esclamò:
- Non sarebbe questo per lei il momento di ritornare a casa sua? Non s'è ancora avvisto che questa città non fa per lei?
- Perché? - chiese Alfonso che si commoveva vedendosi compianto.
- Se non lo capisce, non glielo posso spiegare.
Anch'io vivrei volentieri in campagna e darei molto ma molto per non aver lasciato il suo villaggio, il nostro n'è vero?
Si guardarono inteneriti.
La loro sorte simile li riavvicinava e li commoveva.
Francesca volle dargli un consiglio e lo pregò di ascoltarlo e seguirlo come se gli pervenisse da una madre.
La premessa fece sperare molto ad Alfonso di questo consiglio e fu grande la sua disillusione allorché ella gli disse semplicemente che non comprendeva perché egli continuasse ad agitarsi il sangue con Annetta, quando finalmente doveva aver riconosciuto che a portare vita e passione in quella statua ci voleva ben altra arte che la sua.
Ella gli consigliava di contenersi precisamente come glielo domandava Annetta, freddamente.
Era questo il grande consiglio? Se anche non con le stesse parole, tale consiglio gli era stato dato già da Annetta stessa e suppose che per desiderio di costei gli venisse ripetuto.
Forse anche Francesca prendeva il suo ufficio di custode più seriamente di quanto egli fino allora avesse creduto e gli parlava così per diminuire il pericolo che minacciava Annetta.
Ma al momento di congedarsi, il linguaggio di Francesca mutò e gli disse due o tre brevi frasi di cui egli non comprese subito tutta l'importanza.
- Non capisce che le carezze senza conseguenze tolgono ogni influenza su noi donne agli uomini che le fanno? Baciucchiare! Ma è proprio il modo per non arrivare a baciare mai!
Lo guardò indagando se venisse compresa e abbozzò un sorriso, strizzando d'occhio a spiegazione di quanto aveva detto: un perfetto sorriso da complice.
Questo era il consiglio! Non lo aveva ancora capito e già aveva compreso che le supposizioni ch'egli aveva fatte sulle intenzioni di Francesca erano erronee.
Ne fu sbalordito! Era forse per spensieratezza che quelle ultime frasi erano state pronunziate, ma più verosimilmente tutte le altre erano state dette per mascherare queste ultime e darsi l'aspetto di persona di cui solo la lingua commette un errore.
Quest'aspetto non era stato conservato perché quell'occhiata diffidente e indagatrice e quel sorriso furbesco lo avevano tradito.
Gli era stato dato un consiglio e si capiva anche a quale scopo.
Non per allontanarlo da Annetta.
Gli veniva indicato un mezzo per trionfare di lei.
Non gli veniva consigliata cosa a lui del tutto nuova e si rammentava di un'affettazione di freddezza che Annetta aveva voluto dare all'eroe del loro romanzo, la quale essa diceva che doveva vincere le ritrosie della loro eroina; era precisamente quella la freddezza voluta da Francesca.
Il consiglio era buono! Doveva essere piacevole seguirlo perché, se anche non lo avesse condotto a quella vittoria prevista da Francesca, sperava almeno di arrivare a quello ch'egli desiderava, conquistarsi l'affetto di Annetta.
Immediatamente egli sperava di sentire dal contegno suggeritogli maggior soddisfazione che da quello aggressivo seguito fino allora.
Il piacere di poter stringersi Annetta al petto o di baciarla, da lungo tempo non era più tale da pareggiare l'avvilimento che gli dava una sua parola brusca o una accoglienza fredda.
Già dal solo proposito di assumere quel contegno sentiva cessare la tensione dei suoi nervi potendo finalmente uscire dalla lotta di ogni giorno nella quale si trovava da oltre un anno, lotta che aveva sempre il medesimo risultato, mai né una vittoria né una disfatta definitiva.
Per lungo tempo non poté mettere in atto il suo proposito.
Venne presentato a Federico Maller.
Lo aveva già veduto altre volte e da lontano, sulla via, gli era sembrato un bel giovane elegante.
Biondo, alto, slanciato, un volto meno che ovale, affilato, con occhi grandi intensamente azzurri e dolci, aveva un'apparenza aristocratica qualche poco effeminata.
Da vicino invece l'occhio perdeva la sua dolcezza perché inquieto e inquadrato in certa pelle abbondante e oscura; sul volto giovanile sembrava andasse formandosi la ruga.
Quel poco che alla sua fisonomia rimaneva di donna era da virago.
Aveva capelli radi e disposti con arte per farli sembrate più numerosi.
Per Alfonso fu un disinganno che venne aumentato dai modi bruschi che Federico usò con lui.
Dopo la presentazione Federico gli chiese se da suo padre si trovasse contento e la risposta balbettata di Alfonso non gli piacque troppo essendosi atteso un inno di lode alla banca Maller.
Avvedutosi di aver errato una volta, Alfonso non seppe riacquistare la parola, e quella sera, per colpa di Federico, somigliò molto a quell'altra, la prima ch'egli aveva passata in casa Maller.
Uscendo s'imbatté sul corridoio in Annetta.
- Sono molto contenta di lei, - gli disse ella stringendogli con calore la mano.
Voleva ricompensarlo del suo contegno prudente ch'ella credeva conseguenza delle sue raccomandazioni.
Egli tentò di attirarla a sé, ma ella gli sfuggì con un grido di spavento e messasi al sicuro, minacciandolo con la mano, gli disse:
- Incorreggibile!
Così egli se ne andò addolorato di non aver avuto sufficiente disinvoltura con Federico e forza di volontà con Annetta.
Ella aveva le sue ragioni di essere soddisfatta di lui e tali che le avevano impedito di avvedersi quanto a disagio egli si fosse sentito quella sera! In quanto all'errore ch'egli aveva commesso con Federico si tranquillò pensando che non gli doveva importare di troppo.
Prima di averlo avvicinato, lungamente egli aveva pensato a quella figurina aristocratica e l'aveva sognata entrare decisivamente in azione in suo favore.
Ora riconosceva che nessuno dei Maller avrebbe fatto volontariamente un passo per lui ed egli ritornava con maggior desiderio a pensare al piano di Francesca.
Era difficile mostrare più freddezza di quella che Annetta esigeva da lui durante il soggiorno di Federico in città.
Quando si trovavano soli, il tempo era troppo breve perché Alfonso potesse trovare l'energia di costringersi alla freddezza, e uno sguardo o una parola dolce lo portavano immediatamente ad aggressioni delle quali poscia non sapeva pentirsi.
In compenso Alfonso non ebbe alcuna ragione di lagnarsi di Federico perché dopo quella prima sera venne trattato da lui con aristocratica freddezza, ma non bruscamente.
Poco dopo l'arrivo del fratello, Annetta aveva pregato Alfonso di fargli credere che non lavoravano più al romanzo.
A Federico ne era stato parlato e sembrava ch'egli non si fosse mostrato soddisfatto di tale collaborazione.
Una sera, con un sorriso che voleva essere amichevole, chiese ad Alfonso:
- E quel romanzo perché non venne terminato?
- Non per colpa mia.
Un bel giorno alla signorina l'argomento spiacque e lo lasciò.
Forse si riprenderà!
Federico parlò contro i lavori fatti in collaborazione.
Un lavoro non poteva essere buono se fatto in due e, se risultava buono, era segno che ogni singolo dei due collaboratori sapeva fare di meglio.
Alfonso non si sentì il coraggio di sostenere una discussione:
- Secondo i casi e i temperamenti, credo, - disse modestamente.
A modi amichevoli fra' due non si arrivò mai.
Alfonso si sentiva specialmente seccato che Federico non sapesse ascoltare e non prendesse interesse che alle cose concernenti la propria personcina o che alla medesima potessero dare maggior risalto.
Pensò che anche quella persona aristocratica doveva essere poco abituata a frequentare società e a subirne il peso, perché il primo risultato che si ha dall'abitudine di avvicinare i proprî simili, specie gl'intelligenti, è di saper sopportare la noia delle idee altrui.
Bastava questo solo difetto di Federico per dividere definitivamente i due uomini, perché, dal canto suo, Alfonso, - era un frutto della sua ambizione letteraria, - esigeva talvolta di essere ascoltato attentamente.
Sospettava che il contegno di Federico fosse tale soltanto in sua compagnia, per disprezzo.
Anche dopo di aver riconosciuto che non v'era la possibilità di amicarsi Federico, di tempo in tempo veniva trascinato a dei tentativi a questo scopo dei quali unico risultato era il suo avvilimento.
L'ultima sera in cui Alfonso dovette trovarsi col fratello di Annetta, nella gioia di vederlo partire, volle usargli una grande cortesia e stringendogli la mano gli disse con dolcezza:
- A rivederci, signor Federico!
Federico lo guardò con sorpresa impertinente e poco lusingato della cortesia dell'impiegato di suo padre.
Poi s'inchinò anche lui cortesemente, ma non rispose che con un "buona sera" ch'era troppo poco per non essere villano in risposta all'amichevole saluto di Alfonso.
Neppure dopo la partenza di Federico, Alfonso non seppe affettare con Annetta la freddezza che s'era proposta.
Lasciato di nuovo libero, solo con lei, si sentiva troppo bene di poter ritornare ai rapporti di prima per rinunziare volontariamente a quella felicità.
Non valse a fortificarlo nella sua risoluzione qualche ammonizione che gli fece Francesca velatamente.
Doveva essere molto seccata di vederlo sempre uguale a se stesso.
Un giorno ch'egli non seppe trovare la soluzione di un indovinello, ella gli disse:
- Ella è meno intelligente di quanto io avessi creduto.
Gli sorrideva per farsi perdonare l'insolenza, ma nella sua voce tremolava ira o impazienza, qualche cosa di violento, mal rattenuto, così ch'egli comprese trattarsi di tutt'altra cosa che dell'indovinello.
Poco prima ella lo aveva sorpreso molto vicino ad Annetta, il volto infocato, mentre Annetta aveva la faccia rosea tranquilla, e nello stesso tempo si ricordò che a Francesca la sua attitudine doveva dispiacere.
Arrossì e si vergognò.
L'insistenza di Francesca a rammentargli il suo consiglio finì col fargli temere di costei come se ella avesse avuto il diritto di fargli dei rimproveri.
La evitava, e per debolezza, non per proposito, dinanzi a lei trattava Annetta con maggior freddezza come se avesse voluto farle credere di aver finalmente adottato il suo consiglio.
Ma Francesca non mancava di spirito d'osservazione e il disdegno sul suo volto pallido non scomparve.
Quando però egli per caso fu indotto a adottare quel sistema, fu dessa la prima ad accorgersene, anche prima che Annetta stessa, e fece leggere ad Alfonso sul suo volto l'approvazione ch'egli ancora non sapeva di meritare.
Alfonso aveva giurato, digrignando i denti dall'ira, di vendicarsi di Annetta per una parola offensiva ch'ella gli aveva detta.
Una sera ella aveva avuto per lui maggior freddezza del solito.
Aveva badato a Macario cui era riuscito di fare dello spirito con bastante fortuna e non s'era occupata niente di lui, ciò ch'era bastato a destare gelosia nell'animo dell'innamorato e come sempre a fargli perdere la parola dallo scoramento.
Incorse poi in un errore grandissimo; con un pretesto nullo rimase anche quando Macario se ne andò, mentre Annetta aveva sempre voluto ch'egli usasse la massima prudenza dinanzi a Macario.
Non appena si vide solo con essa, volle tirarla a sé, ma ella si difese risolutamente e gli disse con disprezzo:
- Questi baciucchiamenti mi seccano.
La frase era molto offensiva.
Con essa Annetta metteva a nudo il ridicolo da lui già sentito nella loro relazione e di più ella vi si sottraeva lasciandone tutto il peso sulle sue spalle.
Così sorgeva una persona che poteva deriderlo, Annetta stessa.
Fu allora ch'egli si propose di secondare il volere di Francesca, e per vendicarsi prima di tutto.
Voleva ricacciare in gola ad Annetta quelle parole e dimostrarle che, se v'era del ridicolo nella loro relazione, non ne aveva la colpa soltanto lui.
Oh! egli ne era convinto: ella aveva bisogno di lui, di quella relazione e precisamente nella forma ch'ella aveva voluto deridere.
Anche Francesca era del suo parere, si capiva.
Gli dava una grande fiducia l'opinione altrui; senza di questo consenso, anche avendo la convinzione di aver ragionato giustamente, non ne aveva mai tanta da dargli la risolutezza necessaria per agire.
Poi, messosi risolutamente alla sua parte, si sentì bene.
L'ira era ben presto scomparsa in lui, ma egli continuò nel contegno che gli era stato dettato da lei.
Avvistasi dell'effetto prodotto dalle sue parole, Annetta subito era divenuta gentile ed egli pensò che ella volesse fargliele dimenticare.
Per la prima sera ella non ebbe sorprese.
Egli era quale ella aveva voluto che fosse; soltanto sorrise ironicamente quando egli se ne andò stringendole la mano con freddezza.
Ella non credeva che la lezione che gli aveva dato servisse per molto tempo, e voleva far credere o credeva che essa per la prima sarebbe stata lieta d'ingannarsi.
Era stato gentile ma con difficoltà, perché non era facile per lui di ritrovare con Annetta quel tono di amichevole cortesia da lungo tempo abbandonato per il tono di passione che fino ad allora, quando gli era mancato spontaneo, aveva imitato con sforzo.
Ben presto s'imbatté in altra difficoltà e maggiore.
Per continuare la commedia era necessario di trovare un argomento per passare le serate con Annetta senza lasciare ch'ella provasse noia o che egli, pur provandone, - vi si rassegnava, - la lasciasse trasparire.
Fino allora gli erano bastate quelle piccole insidie che tendeva ad Annetta per riempire tutto il tempo; gli davano una tensione di nervi che escludeva la noia.
Da lungo tempo avevano cessato di lavorare al romanzo e restava bugia quanto avevano detto a Federico soltanto perché mai quando si ritrovavano soli Annetta aveva tralasciato di preparare l'occorrente per scrivere.
Fra di loro avevano sempre continuato a manifestare l'intenzione di continuare nel lavoro.
- Ci mettiamo al lavoro? - chiese ad Annetta.
Ella approvò, ma poiché egli subito voleva mettersi a scrivere, dovette far cercare una penna.
Per manifestare l'intenzione di continuare il lavoro bastava preparare carta e calamaio e non la penna.
Con tutto zelo egli si gettò al romanzo perché sarebbe stato per lui una fortuna di poter distrarsi in altre idee e non avere a fare degli sforzi per essere indifferente.
Del nuovo fecero poco perché per procedere oltre sarebbe loro bisognato di rileggere tutto il romanzo di cui qualche parte avevano dimenticata.
Il fatto era tanto nuovo che trovandosi soli e così vicini Alfonso rimanesse tranquillo senza minacciare, che Annetta prese un movimento di Alfonso per un attacco e, avendo accennato a difendersi, arrossì accorgendosi che l'allarme era stato ingiustificato.
Egli comprese il suo imbarazzo e fu quella la volta ch'egli dovette fare il maggior sforzo per non toglierla all'umiliazione ch'egli sentiva come propria.
Ma resistette, e per quella sera Annetta rimase imbarazzata, meno disinvolta del solito, e Francesca, che poco dopo sedette al suo solito telaio, ebbe un lieve sorriso di soddisfazione fatto proprio acciocché venisse veduto da Alfonso.
In luogo di perdere tanto tempo inutilmente col rileggere il romanzo, Alfonso propose e Annetta accettò, di correggerlo insieme, esaminare frase per frase e poi appena terminarlo.
Il lavoro era noioso, ma meno pericoloso per le relazioni letterarie fra' due collaboratori perché nessuno dei due aveva gusti troppo raffinati in fatto di lingua, e Alfonso, per quel poco che l'avrebbe voluta più sobria, si adattava facilmente al gusto di Annetta avendole già fatto altre concessioni e comprendendo che, svolto a quel modo, il romanzo non poteva essere vestito che di panni dello stesso gusto, melodrammatici e chiassosi.
Annetta doveva aver riflettuto lungamente allo strano contegno di Alfonso perché la sera appresso egli la trovò tranquilla e serena, sempre amichevole, con una certa aria di superiorità sorridente che le stava bene.
Al vederli ora insieme, sembrava che per un tacito accordo fossero ridivenuti buoni amici e null'altro, Alfonso persino timido.
Ah! invece egli soffriva già disperando, e rimpiangeva quelle serate in cui non ancora gli era stato consigliato di essere astuto.
Era molto male ch'ella non gli tenesse il broncio.
Non aveva sperato di aver a udire delle parole di rimprovero, ma neppure pensato che così presto ella avrebbe saputo far mostra di tanta indifferenza.
Poteva ancora far dubitare della sincerità di tale freddezza unicamente il fatto che Annetta non gli dava alcuna lode di aver finalmente assunto il contegno ch'ella aveva desiderato.
La lode gli sarebbe spettata e in Annetta era una mancanza del suo preteso freddo raziocinio il non avergliela data.
Della novità nel contegno di Alfonso ella non parlò mai; cercava mostrar di non essersene accorta e questo silenzio fu l'incoraggiamento che indusse Alfonso a perseverare.
Una sera, otto giorni dopo, ella lo accompagnò fino alla porta del tinello e si ritirò frettolosamente con un piccolo inchino cerimonioso.
S'era contenuto male! Già stanco e freddo perché gli mancava ogni stimolo, non s'era curato di usare ad Annetta gli altri mille riguardi di cui aveva riconosciuto che specialmente allora c'era bisogno con essa per non alienarsela del tutto.
Aveva omesso di dimostrarsene innamorato! La sua parte, da bel principio egli se lo era detto ed era stato per sciocca inerzia che della sua osservazione non aveva fatto miglior uso, la sua parte doveva essere sempre da innamorato ragionevole che si contenta di uno sguardo o di una stretta di mano, ma innamorato doveva apparire.
Ebbe, finché non la rivide, un'immensa inquietudine.
Temeva che in una o altra forma ella gli desse quel congedo ch'egli già aveva temuto di ricevere per le sue arditezze; non avendolo ricevuto allora per quelle cause, era possibile che gli venisse dato ora per queste.
Si vide ridotto a mal partito e se la prendeva nella sua mente con Francesca e il suo consiglio.
Si propose di andare da Annetta a chiederle perdono raccontandole perché avesse assunto quel contegno.
Non si sentiva colpevole e si riprometteva di convincerla che non lo era.
Aveva voluto renderla più mite e più arrendevole e le avrebbe detto che non aveva fatto altro che imitare l'astuzia usata dal loro eroe stesso.
La scusa era facile ed anzi dalla freddezza a cui s'era costretto in quei pochi giorni poteva forse già ritrarre qualche frutto.
Comprese dai modi riservati ma gentili di Annetta che il pericolo temuto era più lontano di quanto egli avesse creduto e la riservatezza di Annetta lo fece suo malgrado, per timidezza, continuare nel contegno che aveva risoluto di lasciare.
Passò la serata molto aggradevolmente.
Come sempre, gli bastava di uscire da un'incertezza, da un timore, perché il rivedere Annetta fosse per lui un'immensa felicità.
A passare gradevolmente il tempo provvide la sua agitazione, essendo sempre là pronto a gettare le braccia al collo ad Annetta e a ritornare a quella sua posizione soggetta che gli offriva tante gioie.
Non ebbe bisogno di sforzo per ricordarsi che ad Annetta sempre bisognava fare la corte.
Egli l'amava, l'amava almeno per quella sera, e così non l'aveva amata dal giorno in cui aveva osato di baciarla per la prima volta sulle labbra.
Erano di nuovo di quelle trepidazioni che aumentano il desiderio.
Egli parlò meglio del solito e azzardò delle allusioni al suo amore come se altre volte non avesse già fatta la sua dichiarazione ardita.
Si ritrovò balzato di nuovo a quella freschezza d'impressione che dà la cosa del tutto nuova e Annetta ascoltava e sorrideva.
Mai ella non gli era apparsa tanto arrendevole.
Altre volte s'era lasciata abbracciare mentre ora non accordava che parole e sguardi, ma prima, concedendo, aveva sempre dimostrato il dispiacere di non saper resistere, mentre ora dava prontamente quello che le si domandava e più.
Naturalmente egli fu subito riconciliato col consiglio di Francesca e la sua energia fu di nuovo quale era stata in seguito all'offesa di Annetta.
Monologando come sempre quando era agitato, egli andava dicendosi beato che Annetta nelle sue mani abili diveniva cera molle cui egli avrebbe dato la forma che avrebbe voluto.
Pensandolo moveva le dita come se avesse avuto in mano quella cera.
Ad Annetta non rimaneva che l'aria di superiorità, la parola più franca quindi e che ancora talvolta sonava imperiosa.
Realmente questa superiorità non sussisteva più e più visibile si manifestava la differenza nel suo contegno quando si trovavano dinanzi a terzi; fra tutti, egli restava sempre la persona di cui ella aveva maggior cura.
Persino nelle discussioni che pur ancora avvenivano sul romanzo, egli, e per quanto poco gl'importasse, riportava sempre la vittoria.
Non sapeva se per questi mutamenti potesse nutrire grandi lusinghe, ma grande lusinga non gli sembrava sperare di portar la loro relazione al punto a cui già si era trovata, ma questa volta col consenso esplicito di Annetta.
Egli rimandava da un giorno all'altro quel passo che prima o poi doveva fare e che gli avrebbe fatto conoscere con piena sicurezza i risultati ottenuti, ma otto giorni più tardi neppure pensava a fare tale passo perché troppo bene si sentiva come era.
Egli aveva sperato di udire delle parole di amore, ma ora sarebbe stato poco abile a chiederle.
Sarebbe equivaluto a retrocedere.
Erano stati per delle ore intere uno accanto all'altra non parlando mai di amore e sempre ambidue con la dolcezza nella voce e nel modo come se ne parlassero.
Anch'ella interrompeva delle frasi incominciate perché poco le importava di compierle ed egli non aveva curiosità di udirle perché comprendeva ch'ella veramente nulla aveva da dirgli.
Finalmente ella si trovava nella condizione d'animo in cui tante volte egli s'era trovato.
Amava o almeno desiderava.
Di spesso, molto di spesso dacché era intervenuta quale consigliera, Francesca assisteva alle loro sedute ed era causa non piccola che i due amanti rimanessero stazionarii.
Nella felicità egli volle dimostrarsi riconoscente a colei cui egli credeva di andar debitore della sua felicità.
Dimenticò il modo con cui il consiglio gli era stato dato e con quella franchezza che gli era propria quando credeva di fare un atto doveroso disse a Francesca stringendole la mano:
- Grazie, grazie.
- Di che? - chiese Francesca con isdegno.
Poi quando spaventato egli si ritirava ritenendo che Francesca fosse sdegnata perché con quel ringraziamento si vedeva accusata di una complicità che non voleva ammettere, violentemente ella scoppiò nelle parole:
- Se tubano come colombi, non ne ho mica io la colpa.
Ancora sempre e di nuovo ella era malcontenta di lui e sembrava ch'egli non avesse perfettamente inteso il suo consiglio.
Egli se ne adirò perché per il momento non si sentiva disposto a tendere dei tranelli ad Annetta.
Andava dicendosi che Francesca s'ingannava credendo che per compiacerla egli avrebbe osato delle novità quando si sentiva tanto bene come era.
In cosa di tanta importanza voleva avere il suo parere proprio.
Il suo proprio parere? Più tardi non avrebbe osato di asserire che le cose fossero camminate a quel modo per suo volere.
Il fatto si è che, calcolata per commovere Annetta, la sua freddezza aveva apportato altrettanto danno a lui.
I suoi sensi erano stati agitati dalle promesse mai mantenute ripetute ad ogni loro convegno.
Prima nel tentativo di rubare una carezza o un bacio, la sua mente era stata conservata in una continua attività verso una meta e, questa meta raggiunta, i suoi sensi si erano calmati nella soddisfazione che, per quanto relativa, era però quella ch'essi avevano cercata.
Ora invece gli mancava ogni attività e ogni soddisfazione ed egli nell'inerzia analizzava i propri desiderî mai soddisfatti né calmati e li rendeva più acuti.
Ma anche per altre cause, naturalmente, erano divenuti più forti.
Egli credeva ora che Annetta sentisse i suoi medesimi desiderî e quando pensava che acciocché questi due desiderî s'incontrassero bastasse il suo volere, il suo ardire, egli si sentiva rimescolare il sangue.
L'idea della vicinanza di tanta felicità gli dava le vertigini.
I suoi sogni prendevano sempre più l'aspetto della realtà.
Conosceva o credeva di conoscere il suono di voce o lo sguardo con cui Annetta lo avrebbe amato.
Una sera con gesto selvaggio volle attrarla a sé.
Con un grido di spavento ella sfuggì all'abbraccio.
Perché l'improvviso spavento? Ella sapeva prima di lui stesso ciò ch'egli voleva?
Quando era presente Francesca, Alfonso parlava molto e di cose che non aveva mai né amate né odiate.
Comprendeva che Annetta seguiva il suono della sua voce e che con tutta vivacità, quella vivacità di cui Macario la credeva incapace, ella sentiva e viveva con lui.
Questa sensazione ricordava, non le proprie parole, non la cosa di cui aveva parlato.
Eppure se anche agì in quell'esaltazione morbosa che per giornate intere lo faceva vivere in un sogno continuato, pure ebbe una freddezza di calcolo da persona che vuole sapendolo.
Aveva atteso con impazienza che Francesca si assentasse, ma non gli bastava che lasciasse la biblioteca, bisognava che uscisse dalla casa.
Era l'unica persona che potesse disturbarlo e voleva assicurarsene.
S'era domato per più di una sera e aveva osservato, roso dall'impazienza, ogni movimento di Francesca che usciva di spesso ma per rientrare subito.
Era costei che aveva fatto tutto, così egli pensò dopo.
Giacché egli non sapeva essere freddo come ella aveva consigliato, ella lo aveva obbligato a certi limiti con la sua continua presenza e il contegno che così gli aveva imposto era già bastato a condurlo dove ella aveva voluto.
Una sera capitò inaspettato.
Avevano stabilito di non vedersi per quel giorno, ma dopo lunga lotta egli non aveva saputo rimanere lontano da quella casa.
Le due donne avevano detto di voler uscire se il tempo fosse stato bello e da poche ore s'era offuscato; era quindi probabile che avevano dovuto rinunziare alla passeggiata.
Sulle scale incontrò Francesca che usciva sola.
Ella lo salutò con maggior cortesia del solito e, guardandolo negli occhi con quel suo sguardo scrutatore quando si degnava di fermarsi sulle cose, gli disse ch'era sorpresa di vederlo e con aria di franchezza gli chiese se Annetta, quando la sera prima li aveva lasciati soli, gli avesse detto di venire.
L'interrogazione inaspettata imbarazzò Alfonso e non seppe cavarsela meglio che fingendo di non rammentarsi che con Annetta fosse stato stabilito di non vedersi per quel giorno.
Così egli aveva fatto credere che Annetta ad insaputa di Francesca gli avesse dato un appuntamento.
- Annetta l'attende in biblioteca, - disse Francesca più seccamente dacché aveva saputo quello che aveva ricercato, e continuò a scendere.
- Fra mezz'ora sarò di ritorno, - disse ancora.
Salendo, ad Alfonso tremavano le gambe.
Avrebbe avuto l'energia di fare in mezz'ora quello che s'era proposto? L'azione in sé l'agitava meno che il vederla costretta in sì breve tempo.
- Finalmente soli, una volta! - disse egli, e non appena entrato l'attirò a sé, ma senza violenza, come se avesse voluto salutarla, stringerle la mano.
Ella poggiò la testa sul suo petto e con rimprovero dolce per la posizione da cui lo faceva, ma con serietà, disse con voce troppo soda e tranquilla per essere naturale: - Eravamo pur soli recentemente.
- Mi scusi! - balbettò Alfonso.
Egli non voleva commoversi di più e la baciava dolcemente sugli occhi, calcolando fin dove avrebbe potuto condurlo quell'abbandono di Annetta.
La biblioteca non era illuminata che dalla lampada a petrolio sul tavolo e la sua luce, chiusa dal paralume, si proiettava tutta all'ingiù, in una larga macchia sul tavolo verde e in un fascio di luce che sfuggiva verso il pavimento.
Si amava bene nell'austerità di quella stanza, in mezzo agli armadi neri e semplici e quella serietà dei libri che mostravano le schiene larghe con le cifre d'oro.
Era una contraddizione che aguzzava maggiormente il desiderio di Alfonso.
Alcuni grossi volumi legati senz'eleganza, forse raccolte di giornali, schierati in un canto emanavano un forte odore di colla.
L'aveva lasciata e tenendola per mano l'aveva tratta fuori della luce.
Vedendolo così tranquillo, ella non ebbe sospetti e sedette accanto a lui sull'ottomana.
Così, uno accanto all'altra o anche abbracciati al medesimo posto, erano già stati altre volte.
Egli provò dispiacere che per caso ella si fosse seduta ove lo schienale mancava.
Ma anche là lo accompagnava la sua timidezza.
L'abbracciò stretta piegandola per indietro.
Voleva esaminare in qual modo ella avrebbe resistito e gli pareva di fare una timida ma chiara domanda; se Annetta non reagiva egli poteva riferirsi a quella domanda per scusarsi.
Per vigliaccheria le chiese anche "Sì...?" ma a voce tanto debole che non poteva sapere se ella avesse udito.
E non fu la parola che avvisò Annetta del pericolo che correva.
Ella pregò e minacciò ma con voce dolce e si difese, ma le braccia puntellate mollemente sul suo petto non impedivano nulla.
Egli però non s'era atteso a resistenze e per deboli che fossero lo irritarono.
La costrinse bruscamente, frettoloso e brutale, e in apparenza almeno fu un tradimento, un furto.
Ritornando in sé percepì di nuovo l'odore intenso di colla che regnava in quella stanza ove gli sembrava di ritornare dopo una lunga assenza.
Ella disse le prime parole: - Mio Dio, che cosa abbiamo fatto? - La sua era sorpresa e disperazione.
Guardava gli oggetti intorno a sé come se avesse sperato ch'essi la richiamassero da quello che sperava un sogno.
Il disordine nelle sue vesti, cui appena allora cercò di riparare, le diede la certezza ch'era perfettamente in sé.
Si rialzò non senza dignità; chiamava in aiuto tutte le sue forze, ma non che un riparo non trovava neppure un contegno che le fosse piaciuto di seguire.
Si padroneggiò e muta si asciugò le lagrime e si avvicinò al tavolo allontanandosi da lui.
Egli comprese ch'era suo dovere cercare di consolarla.
Le si avvicinò e la baciò sulla fronte.
Era un dovere e all'infuori di quell'atto altro egli non trovava.
Che cosa doveva dire?
Ella lo lasciava fare, ma il dolore la vinse di nuovo, pianse ancora una volta e ripeté la sua frase disperata.
Non gli disse una sola parola di rimprovero, e ciò provava che relativamente alle circostanze la sua freddezza era abbastanza grande.
A lui nulla aveva da rimproverare perché egli aveva fatto quello a cui egli mirava da lungo tempo e ch'ella sapeva essere il suo scopo.
Alfonso ritrovò finalmente la parola.
Le disse di amarla.
Per quel bacio avrebbe dato la vita e non poteva quindi pentirsi della sua azione.
Pur lasciandosi abbracciare ella gridò:
- Sì, ma non ci vedremo più, mai più!
Fu allora che per un piccolissimo intervallo di tempo la sua lucida mente si offuscò.
Non comprendeva che il passo fatto era irrevocabile e pareva credere potesse venir cancellato da quella sua risoluzione.
- Come vorrà! - gridò Alfonso ingenuamente.
Con quella fanciulla che piangeva si sentiva male e se non avesse temuto di spiacerle se ne sarebbe andato subito e magari promettendo di non ritornare mai più.
Provava sorpresa al sentirsi così calmo e lontano dal desiderio che dieci minuti prima lo aveva condotto ad un'azione tanto arrischiata.
Venne Francesca e poté subito comprendere quello ch'era avvenuto perché Annetta non era ancora al caso di celarlo né degnava di provarvisi.
Aveva gli occhi rossi dal pianto e guardava con ostinazione nel vuoto; si costringeva a riflessione intensa.
Dal canto suo, Francesca non chiese nulla e non diede occasione a bugie.
Alfonso imbarazzato volle andarsene.
Francesca lo salutò con una stretta di mano e un inchino amichevole e anche rispettoso.
"Onore al merito!" sembrava gli dicesse.
Sul pianerottolo egli fu trattenuto da Annetta che con improvvisa risoluzione gli era corsa dietro.
- Qui, qui, - ella gli disse duramente, - ho da parlarle.
Certo il suono della sua voce non rivelava che ella con quelle parole lo invitava a una notte d'amore ed egli comprese che fino ad allora ella non ne aveva avuto l'intenzione.
Nella perfetta oscurità, immobile nel mezzo della stanza, non avendo neppure il coraggio di sedersi per la tema di far rumore, egli venne assalito dai più strani pensieri.
Gli si preparava un bel divertimento, le scene di una ragazza pentita; si propose di sopportare tutto con rassegnazione.
Sapeva di meritate tutti i rimproveri che Annetta avesse potuto fargli.
Invece ella venne a lui e i suoi occhi non portavano più alcuna traccia delle lagrime sparse.
S'era fermata alla porta con l'indice sulle labbra ascoltando se sul corridoio nulla si movesse, sorridente come un fanciullo che per gioco si nasconda a qualcuno, ed era bastato di vederla così per togliere ad Alfonso ogni timore.
Aveva già compreso; un'altra volta in lei i sensi l'avevano vinta.
Fu per lui un'amante compiacente e appassionata.
Gli chiese perdono delle parole brusche che poco prima aveva pronunziate.
- Senza dubbio le pensavo, ma riconosco di aver pensato scioccamente.
Senza che si potesse indovinare l'ordine delle sue idee, ella diede una definizione della sua vita.
La vita era quella che le dava lui quando la baciava; il resto non valeva niente.
Poi egli pensò che espressamente ella aveva voluto rinunziare a tutto il resto per il suo bacio.
La baciò per dimostrarsi grato, ma pensava ch'ella lo disprezzava troppo, credendo che per essersi data a lui perdesse il diritto ad ogni altra felicità.
Annetta ripeté la sua dichiarazione parecchie volte durante la notte mutandone la forma: - Sposare quel ragionatore ch'è mio cugino Macario perché è ricco!
Rise di questa pretesa che qualcuno pur doveva avere avuta.
Se c'era, la felicità di Alfonso veniva diminuita da un timore.
Quella donna che in una sola ora aveva mutato di sentimenti e di opinioni era forse impazzita? Egli si sentiva ragionatore come al solito, calmo, trascinato dai sensi per brevi tratti e poi sazio, e non sapeva figurarsi che in altrui la commozione durasse sempre ugualmente intensa.
Una sola volta con rapidissimo passaggio ella ebbe un'espressione di tristezza anzi di disperazione come un'ora prima.
Aveva nominato per caso una famiglia patrizia presso la quale i Maller erano stati ammessi da poco.
Fu un solo istante, ed ella fece poi ogni sforzo per dimenticarlo e farlo dimenticare.
La cortina rosea della finestra era divenuta visibile per il primo raggio mattutino e, per quanto fosse ancora poca la luce che giungeva dal di fuori, faceva impallidire quella della candela che avevano lasciata accesa.
- Già! - esclamò Annetta stringendosi a lui.
Egli ripeté ipocritamente la stessa parola.
Dal piano superiore si udì il rumore del passo di un piede nudo.
- Poveretta! - mormorò Annetta, - le procurai dei grandi dispiaceri.
- È Francesca? - chiese Alfonso inquieto.
- Sì! - disse Annetta sorridendo, - ma tutto è riparabile ancora.
Lo abbracciò per fargli capire che l'opera buona ch'ella si proponeva di fare era dovuta a lui.
Egli aveva il tempo di essere curioso e Annetta gli raccontò che Francesca era stata l'amante di Maller e che costui aveva manifestato l'intenzione di sposarla.
- Io risi in volto a Francesca e mi opposi come seppi...
naturalmente...
mi pareva un'offesa alla memoria di mia madre.
- Il padre aveva trovato il modo di non iscambiare alcuna parola su questo proposito con la figliuola.
Solo allorché Annetta aveva consigliato Francesca di lasciare la loro casa, Maller esplicitamente si oppose.
I rapporti fra padre e figlia furono freddi per qualche tempo e non si migliorarono che quando Francesca giurò ad Annetta che fra lei e Maller non esisteva più alcun legame.
Fino a quella notte Annetta ci aveva creduto.
- Scommetto che m'ingannano, - pensò ad alta voce e molto tranquillamente.
- Si capisce che per amore l'inganno non è inganno.
Alle quattro della mattina ella si alzò per accompagnarlo fino alla porta di casa.
Nell'atrio oscuro gli gettò ancora una volta le braccia al collo e gli disse che non si sarebbero riveduti finché non potevano farlo alla piena luce del sole.
Ciò doveva avvenire al più presto.
Si mise a ridere e con franca sensualità aggiunse:
- Avremo tanti giorni e tante notti da passare insieme.
Egli stette fuori a seguire gli sforzi ch'ella faceva per girare la chiave nella toppa; poi udì lo strisciare lento, impacciato delle pantofole sulle scale.
- Addio! - le gridò commosso.
- Addio, addio! - rispose Annetta a mezza voce.
Anche in quel saluto aveva messo quanto affetto le era stato possibile ed egli si figurò ch'ella gli avesse gettato dei baci con la mano.
Si diresse verso casa con passo frettoloso quando si sentì chiamare.
Si volse.
Una figura bianca, dalla finestra della stanza di Annetta, gli faceva segni di saluto con una pezzuola bianca.
Egli salutò agitando alto il cappello.
Il gesto era trovato, ma a lui mancava la sensazione corrispondente.
Al vedere Annetta alla finestra s'era ricordato che così si usava in amore.
Poi volle sentirsi felice come la sua buona fortuna lo meritava e canticchiò un'arietta che non voleva riuscire allegra nelle vie vuote appena rischiarate da un sole invisibile nel cielo violaceo.
Un malessere profondo lo fece tacere.
Egli volle spiegarlo con i dubbî sull'avvenire della sua relazione con Annetta; da quella notte non ancora gli erano stati tolti.
Ma Annetta era sua! Non era questo già molto, tanto che avrebbe dovuto sentirsi l'uomo più felice sulla terra? Egli aveva lungamente desiderato Annetta, l'aveva amata.
Erano il sonno e la stanchezza che gli toglievano di godere della sua felicità e, salendo l'erta che conduceva alla casa dei Lanucci, egli andava persuadendosi che la dimane egli si sarebbe risvegliato all'amore e che avrebbe anelato di rivedere Annetta.
Si coricò e s'addormentò non appena poggiata la resta sul guanciale.
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XV
Ma svegliandosi si ritrovò con quell'istesso malessere.
Riandando col pensiero su tutti gli avvenimenti della notte innanzi, il suo disgusto aumentava.
Tutto gli dispiaceva, dal primo abbraccio che egli aveva rubato fino a quell'ultimo saluto cui egli aveva risposto costringendosi ad una finzione che, per quanto facile, gli era costata dello sforzo.
Volle non ammettere la conclusione ch'evidentemente egli avrebbe dovuto trarre da questo suo sentimento.
Nell'immensa felicità di possedere Annetta, egli si diceva che gli dispiaceva il modo con cui l'aveva conquistata.
Non credeva che Annetta lo amasse; ella si piegava alle conseguenze di un fatto irrevocabile.
Tempo prima Macario gli aveva detto che lo riteneva incapace di lottare e di afferrare la preda, ed egli di questo rimprovero s'era gloriato come di una lode.
Ora egli aveva provato che Macario s'era ingannato sul suo conto.
Vedeva con tutt'altri occhi la sua stanzetta allegra, ridente per il raggio di sole che, unico nella giornata, vi penetrava a quell'ora.
Ci aveva pur passato delle belle ore! Era stata una felicità strana, una soddisfazione continuata del suo orgoglio a scoprire qualche debolezza in altrui di cui egli andava immune, a vedere gli altri tutti in lotta per il denaro e per gli onori e lui rimanere tranquillo, soddisfatto al sentirsi nascere nel cervello la genialità, nel cuore un affetto più gentile di quello che di solito gli umani sentono.
Comprendeva e compativa le debolezze altrui e tanto più superbo andava della propria superiorità.
Quando entrava in biblioteca o nella sua stanzuccia, egli usciva perfettamente dalla lotta; nessuno gli contendeva la sua felicità, egli non chiedeva nulla a nessuno.
Ora invece questi lottatori ch'egli disprezzava lo avevano attirato nel loro mezzo e senza resistenza egli aveva avuto i loro stessi desiderî, adottato le loro armi.
Voleva combattere il proprio disgusto che, attribuito alle cause ch'egli si ostinava di dargli, era assolutamente irragionevole.
Vestendosi pensava che se un suo simile l'avesse risaputo ne avrebbe riso.
Egli era entrato nella lotta perché non gli era stato mai concesso di uscirne del tutto; anche la felicità modesta che aveva chiesta non gli era stata accordata intera.
Oh! via! la sua era una vittoria che gli dava intanto la libertà! Se il suo affetto per Annetta, - così in parentesi già lo confessava, - non era quale avrebbe dovuto essere, la sua vita principiava appena da questo matrimonio ed egli doveva gioirne altamente.
La Lanucci, vedendolo accigliato, s'impensierì e, sapendo ch'era rincasato tardi, gli chiese se avesse passato la notte al tavolino da giuoco e perduto.
Egli rise! Aveva infatti giocato, ma aveva guadagnato.
Durante la mattina, lavorando con lentezza e fermandosi a sognare nel fissare un nome o una cifra, ebbe l'idea strana che forse a quell'ora l'amore di Annetta era già cessato e ch'egli non ne avrebbe più sentito parlare.
Era ammissibilissimo, perché un amore nato così presto, il prodotto della necessità e della rassegnazione, poteva morire con la medesima rapidità con cui era nato.
Non provò alcun timore che così potesse accadere! Se qualcuno glielo avesse annunziato come fatto avvenuto, egli non avrebbe avuto né sorpresa né dolore se anche non piacere.
Sarebbe stato liberato dai dubbî ch'erano di molto più gravi di quelli ch'egli poteva sopportare.
Sapeva che in questo caso Annetta, non che sua amante, non sarebbe stata più neppure sua amica e ch'egli sarebbe ricaduto fra il volgo degl'impiegati da cui non era distinto che da questa sua relazione.
Ma anzitutto desiderava di riavere la sua pace e la sua tranquillità.
A casa lo attendeva una lettera.
Era di Annetta; ne riconobbe subito la scrittura, certi tratti rotondi e piccolissimi ch'egli aveva avuto l'occasione di conoscere lavorando con essa al romanzo.
L'aperse subito.
Forse in quella lettera v'era la parola che lo avrebbe tolto alla sua tortura.
Potevano esserci o nuove affettazioni d'amore, o scuse ricercate per liberarsi da lui.
S'ingannava! Nella lettera non trovò nulla di affettato.
Scritta per raccontargli qualche cosa ch'egli non ancora sapeva, era dapprima tutta dedicata a questo fatto, un'esposizione serrata con qualche piccola osservazione che doveva togliere dei dubbî o prevenire qualche opposizione.
Annetta cominciava col premettere con poche, semplici ma affettuose parole, ch'essi formavano ora una sola persona in quanto a scopi e interessi e che perciò ella si attendeva ch'egli riponesse intera fiducia in lei.
Avrebbe perciò anche agito senza fargli ulteriori comunicazioni che, ella lo comprendeva, non potevano essergli aggradevoli.
Ma ora le occorreva il suo aiuto.
Ella intendeva di andare dal padre e dirgli subito tutto.
Sarebbe stata una brutta scena e non c'era da meravigliarsene perché la sorpresa e anche il dolore non dovevano essere piccoli nel vecchio Maller che per la figliuola, a torto, ella s'affrettava di aggiungere, aveva sognato tutt'altra cosa.
Ella non poteva ripromettersi di fargli mutare così presto di parere, e così Alfonso, per breve tempo bensì, ne era certa, sarebbe rimasto esposto a degli sgarbi forse anche a delle brutalità.
Amandolo, ella avrebbe sofferto per ogni parola meno che dolce che a lui fosse stata diretta, e, per il decoro di Maller, gli proponeva che abbandonasse per qualche tempo la città.
Aveva già detto al padre che Francesca aveva il desiderio di mandarlo con un suo incarico al villaggio e Maller stesso aveva promesso di fargli offrire il permesso.
Ella lo pregava di accettarlo.
La lettera si chiudeva, ma si riapriva in un poscritto, altre due facciate fitte fitte.
Ella voleva rivederlo una volta, una sola volta prima della sua partenza e lo pregava di trovarsi la sera del giorno stesso accanto alla biblioteca civica, su quell'erta verso la villa Necker ove ella già altre volte lo aveva veduto.
In casa sua non voleva perché prima della promissione desiderava di non trovarsi più sola con lui.
Non gliene volesse male per questo.
Ella s'era scoperta debole una prima volta quando tanti riguardi e tanti timori avrebbero dovuto sostenerla; sapeva quindi che avrebbe ceduto egualmente una seconda volta quando questi riguardi più non fossero esistiti.
La lettera si chiudeva definitivamente con una frase con cui Annetta voleva spiegare e scusare la sua caduta: "Sai, caro, è l'amore che mi ha fatto cedere tanto facilmente, non il tuo coraggio, grande, a dire il vero.
Io ti amavo da lungo tempo e tu lo sapevi.
Quando mi abbandonavo ad una tua carezza ero altrettanto colpevole.
Con te cedetti sempre, tu però non volesti sempre la stessa cosa."
Questa lettera, segnata da capo a fondo da un grande affetto, commosse Alfonso, ma in tutt'altro senso di quello che Annetta avrebbe potuto sperare.
Ai suoi occhi restava inutile quello sforzo di apparire non rassegnata ma lieta e di far credere che, se non fosse stato già fatto, ella sarebbe stata disposta a fare di nuovo e perfettamente conscia di sé il medesimo passo.
No, ella era caduta e agiva come la persona che cadendo cerca l'atteggiamento più elegante e più dignitoso e dimentica di stendere le braccia per salvare il capo dalla botta.
Quella testina, portata sempre fieramente ritta sul collo, aveva battuto malamente il suolo e Annetta rinunziava di levarla mai più in alto.
In quella lettera a lui parve che, ove cessava la sensualità, cominciasse il contegno indicato da un ragionamento di necessità.
Ora, ora appena comprendeva perché, dopo raggiunto lo scopo cui aveva mirato da sì lungo tempo, anziché felice si sentisse inquieto e disgustato.
Non era così ch'egli avrebbe voluto ottenere la ricchezza, anche rassegnandosi a riceverla da Annetta.
Si rammentava di aver sperato di raggiungere il medesimo scopo per tutt'altra via.
Annetta avrebbe dovuto dichiarargli serenamente ch'ella lo amava e che riconosceva di non saper porre il proprio destino in migliori mani che nelle sue! Molto tempo prima aveva riconosciuto ch'era inammissibile che il suo sogno si realizzasse ed era proceduto oltre trascinato dalla sensualità, non da altri scopi.
Annetta era la più colpevole fra i due perché le scuse ch'egli aveva trovate per sé, per lei non sussistevano.
Ella aveva agito per sensualità e per vanità, dal principio sino alla fine.
Egli aveva sempre avuto il conato d'ingentilire il loro amore con la parola e coi modi mentre ella non aveva che tollerato in lui quest'amore senza mostrare di dividerlo.
Così egli s'era ritrovato con un sentimento che aveva finito coll'essere simile a quello di Annetta: cessava quando cessava il desiderio.
Eppure più di qualunque altro dubbio lo turbava la compassione che gli destava Annetta.
Ella era stata colpita proprio nella parte più importante della sua vita, nella sua superbia, e prima o poi ne avrebbe sofferto orribilmente.
Non s'era mai sentito tanto infelice alla banca come quel giorno, quantunque dopo ricevuta quella lettera lavorasse rapidamente e bene quasi avesse voluto apportare qualche utile al signor Maller per indennizzarlo della mala azione fatta in suo danno.
Lo incontrò sul corridoio e gli s'inchinò profondamente per fargli buona impressione.
Nel pomeriggio venne improvvisamente invitato da Santo di portarsi dal signor Maller.
Trasalì.
Maller ben di rado aveva bisogno di parlargli, e andando da lui, pensò che Annetta avesse parlato prima del tempo, lasciandolo impreparato dinanzi alla collera del padre.
Si trattava invece di affari d'ufficio.
Fu tanto imbarazzato che il signor Maller lo guardò con curiosità, certo pensando che la letteratura non era fatta per rendere i suoi cultori più disinvolti.
Il motivo ai suoi sogni ulteriori era dato precisamente da questo spavento.
Si vedeva chiamato dal signor Maller, più addolorato di dover maritare a lui la figliuola che del disonore di costei.
Lo accoglieva con rimproveri e insulti che non cessavano neppure quando egli dichiarava che, i fatti pur comportandosi a quel modo, le conseguenze da trarne non erano quelle che il signor Maller riteneva perché egli, se così si voleva, si sarebbe ritirato e avrebbe rinunziato ad Annetta conservando il segreto come una tomba.
Ah! egli poteva fare ben poco per diminuire l'ira di Maller al quale la sua colpa doveva sembrare enorme.
E per quanto egli avesse voluto imporre le sue condizioni, - rifiutare consensi strappati per forza, - non ne aveva alcuna libertà.
Doveva assoggettarsi al volere di coloro nelle cui mani era posto il suo destino.
Durante la giornata sentiva ardente il bisogno di confidarsi con qualcuno.
Gli costò molto di non parlarne affatto con Ballina, in stanza del quale passò metà della giornata, per non sentirsi tanto solo co' suoi pensieri.
Provava il bisogno di sentire il parere di qualcuno non acciecato da utopie come, a quanto gli era stato detto di spesso, era lui.
Il comune degli uomini pensava forse tutt'altrimenti e la parola di un amico avrebbe potuto alleggerirgli la coscienza se anche non portarlo a tripudiare di una cosa che non gli si confaceva.
Ma con Ballina seppe trattenersi.
White abbandonava il giorno appresso la banca, e ne parlò a lui togliendo al fatto i nomi e ogni particolare più concreto.
Gli raccontò che un giovane di sua conoscenza aveva corteggiata una ragazza molto più ricca di lui e che veramente di lui non ne voleva sapere, finché, colta in un momento patologico, gli aveva ceduto e mutato di parere per necessità.
Il giovane a fatto compiuto esitava ad approfittare della sua cattiva azione per mettersi in circostanze che, lo prevedeva, non potevano di certo dargli la felicità.
White lo guardò col suo sguardo calmo, non uso ad offuscarsi per le preoccupazioni altrui e rispose:
- Bisogna conoscere altri particolari.
Se il giovine ama la ragazza, l'affare è certamente buono; se non l'ama, pessimo.
Aveva proprio messo il dito sulla piaga e così, imposto da altri, Alfonso non poté sorpassare senza risposta quel dilemma che già dalla mattina gli torturava il cervello.
L'aveva amata ma non sapeva se l'amasse ancora.
Era accaduto qualche cosa che avesse dovuto togliergli tale affetto? No, ma non l'amava! Per lui il quesito era sciolto, ma non volle dirlo a White.
- Se non l'ama, - continuò White, - gli consiglio di togliersi senz'alcun riguardo da qualunque impegno perché è affare sconsigliabile sempre e in tutte le circostanze.
Non lo si crederebbe, ma pure ancora esistono a questo mondo delle cose che non si possono vendere.
Egli parlava gravemente e commosso, ma Alfonso comprese che la commozione non era destata dal quesito ch'egli aveva posto.
White era disattento; si capiva che non sapeva rivolgere tutto il suo pensiero a rispondere ad Alfonso.
Il congedo da White fu molto affettuoso.
Alfonso era tanto predisposto alla commozione che per commoversi fino alle lagrime non gli abbisognava che di una occasione qualunque, e sembrava che l'altro, di solito tanto freddo, si trovasse nell'identico stato.
Raccontò ad Alfonso che non sapeva ancora precisamente a quale scalo del Levante egli verrebbe destinato, ma ad ogni modo molto molto lontano e in quel molto ripetuto la sua voce si spezzava dalla commozione.
Alfonso, che aveva dopo ufficio ancora mezz'ora di tempo prima dell'appuntamento, lo accompagnò a casa.
- E la signora...? - chiese accennando alla casa di White.
- Ella non mi accompagna perché...
non lo vuole.
Per tagliar corto rispondeva subito anche ad altra domanda che Alfonso avrebbe potuto fargli e mutò subito discorso.
- Ah! in questa città sono stato molto più felice che a Parigi ed è doloroso doverla abbandonare per guadagnarsi la pagnotta.
Oh! maledetto l'argento! - La parola francese dava meglio l'aspetto di sincerità all'imprecazione.
- Se lei può attendermi ridiscendo subito e faremo un pezzo di strada insieme verso la stazione ove abita una famiglia dalla quale devo prendere congedo.
Ma Alfonso non poteva attendere perché aveva giusto il tempo di arrivare, come suo dovere, poco prima dell'ora stabilita.
I due amici si strinsero la mano e si guardarono per un istante senza parole negli occhi, White col suo volto regolare molto serio, gli occhiali quasi aderenti agli occhi.
Poi si divisero ambidue con passo rapido e Alfonso sentì tutta l'importanza di tale separazione.
Due esseri ch'erano stati avvicinati per caso, s'erano conosciuti e apprezzati e si dividevano per non rivedersi mai più.
È sempre triste l'abbandono definitivo di una cosa o di una persona.
Si era sull'imbrunire.
Alfonso sentiva una profonda tristezza.
Ora appena comprendeva quanto in ogni caso egli perdesse dall'avventura della notte.
White partiva ed egli se ne risentiva come se lo avesse abbandonato una persona che molto avesse importato nella sua vita.
Si sentiva solo.
Che cosa poteva ora essere la sua vita quando, ventiquattr'ore dopo raggiunto, riconosceva che lo scopo per cui era vissuto non dava la felicità?
Eppure ancora desiderava Annetta.
Avvicinandosi l'ora in cui doveva rivederla, egli evocava la bella figura e esaminava con curiosità quale impressione gli producesse.
Era di desiderio, ma un desiderio che non gli toglieva nessuna delle sue ripugnanze e gli parve una nuova ragione per apprezzare i propri sentimenti.
Ora poteva vantarsi dell'odio al proprio misfatto perché pur desiderando, amando, egli diceva, Annetta, non provava meno ripugnanza per il modo con cui ne aveva conquistato l'affetto.
E nella sua tristezza fu colto da una compassione commossa per Annetta riconoscendo che dagli avvenimenti di cui egli si doleva ella perdeva molto più che lui.
Credette che questa commozione formasse la parte maggiore della sua ripugnanza.
Giunto vicino al piazzale si mise a correre temendo di arrivare in ritardo.
Annetta non c'era ancora.
Secondo quanto gli aveva scritto, ella doveva trovarsi dinanzi alla scuola, verso il Tribunale.
Anche in quella sera, avendo paura degli sguardi indiscreti, non volle stare fermo e fece due volte con passo lento la piccola erta designata.
Come si accingeva a risalire, venne chiamato.
- Signor Alfonso!
Era Francesca, non Annetta.
Ella gli venne incontro, il volto leggermente arrossato e lo salutò con quella sua voce solita, inalterata che finiva col sembrare quella di una macchina.
- Avrei lassù, - e accennò verso villa Necker, - la carrozza nella quale si potrebbe parlare con piena calma ma preferisco camminare.
Già, io sono perfettamente irriconoscibile.
Non lo era ad onta del fitto velo che le copriva il volto, e Alfonso pensò ch'egli avrebbe riconosciuto anche a grande distanza quel corpo gracile dai movimenti virili nel vestito nero, molle.
- E Annetta? - chiese rammentandosi finalmente di dimostrare disillusione.
Ella s'era messa a camminare con passo piccolo ma rapido verso villa Necker sull'erta ove a lui già una volta era mancato il fiato.
Lo precedeva di due passi per far credere ai passanti che non si trovava in sua compagnia.
Soltanto dopo il Tribunale lo attese e rispose alla sua dimanda.
Annetta non poteva venire e lo pregava di scusarla; precisamente all'ora destinata per l'appuntamento, il padre per una disgraziata combinazione aveva avuto il capriccio di trattenerla con sé.
Gli porse un bigliettino di Annetta, due parole scritte in fretta all'ultimo momento.
- Lo leggerà dopo, - disse con impazienza allorché egli accennò di volerlo aprire subito.
- Non so che cosa pensi di me, - ella disse senza rossori e senza esitazioni, - ma la parte d'intermediaria mi è stata imposta; è il meglio che ora, per il bene di Annetta, mi resti a fare.
Si deve giungere al più presto al risultato voluto.
Questo risultato voluto doveva essere il matrimonio; era l'unico sottinteso e quello per nessuna ragione necessario.
- Annetta dice...
- continuò Francesca e già da quest'esordio si comprendeva che alle comunicazioni ch'era stata incaricata di fare avrebbe fatto seguire le proprie considerazioni e i propri consigli.
Era evidente che Francesca aveva riflettuto a tutto quanto voleva dirgli e se dopo dimostrò sorprese e dubbî ciò avvenne perché il contegno di Alfonso fu troppo differente da quanto ella avesse potuto prevedere.
Annetta semplicemente gli faceva ripetere quanto già gli aveva scritto.
Non voleva ch'egli avesse a subire degli affronti, voleva che si allontanasse per qualche tempo dalla città acciocché ritornando trovasse tutto regolato.
Di nuovo soltanto c'era la comunicazione, ch'ella aveva avuto l'opportunità di parlare con Cellani e che sarebbe stato costui che gli avrebbe dato il chiesto permesso.
Francesca s'interruppe accorgendosi del mutismo di Alfonso ch'ella interpretò con la sua consueta rapidità:
- A lei questo piano dispiace? - e con soddisfazione calma aggiunse: - Oh! io lo prevedevo!
- No! non mi dispiace! - fece Alfonso esitante.
Quello che maggiormente lo impensieriva era la paura che Francesca potesse comprendere ch'egli non dedicava alla questione l'interesse che avrebbe dovuto.
Con voce che volle sembrasse addolorata aggiunse: - E sarà duro per la signorina Annetta di fare i passi di cui ella qui mi parla?
- Perché?
- Oh bella! può avere a udire qualche brutta parola!
S'era adirato, perché nulla è più irritante che non venir subito compreso quando si finge.
- Ad Annetta non può importare nulla di una parola dura ricevendola per una questione che ha per essa un'enorme importanza, quantunque a lei signor Alfonso pare non sembri così!
La sua voce si prestava molto bene all'ironia.
Egli sentiva ch'ella era molto lontana dal sospettare quanto con quel rimprovero si apponesse al vero, ma l'ironia l'offendeva istesso.
- Lei può facilmente immaginare quanta importanza abbia per me questa faccenda, ma però a me non piace di lasciare la signorina Annetta qui sola a combattere anche per mio conto!
Ella lo guardò attentamente:
- Ella dunque non vuole partire?
- Io non voglio nulla, ma, mi sarà permesso, lo spero, di esprimere un mio piacere o un mio dispiacere?
Ella parve disillusa.
- Così...? Senta, voglio essere franca.
Io non vedo la ragione per cui ella dovrebbe allontanarsi.
Annetta è padrona in casa e alla prima parola ch'essa dirà, se sarà detta come si deve, nessuno avrà più nulla da opporre.
Non vi sono dunque a temere degli affronti per Annetta o per lei.
- Poi, vedendolo esitante e sorpreso: - Io non so come conquistarmi in sì breve tempo la sua fiducia, ma ne ho di bisogno.
Ella sta per commettere una sciocchezza ed io voglio impedirgliela.
Dunque mi ascolti, segua un mio consiglio, non parta.
- Gli disse che a lui voleva bene, che si rammentava sempre con uguale commozione del villaggio, dell'anno trascorsovi e della madre sua ch'ella aveva amata, tutto questo con la sua voce esile, dolce, ma calma e fredda, incapace di finzione.
- Dunque abbia fiducia in me, non parta! - E parlò ancora.
Gli disse ch'ella non aveva sentito dolore all'apprendere che Annetta lo amava, perché si trattava di lui, ma che se Annetta si fosse data a quel modo ad altri, ella non se ne sarebbe consolata mai più perché il tutto era potuto accadere soltanto per un suo errore, perché non aveva avuto il coraggio di far intervenire Maller a tagliare la tresca ch'ella sapeva incominciata.
- Ho errato, ma, se la conseguenza del mio errore ha da essere il suo matrimonio con Annetta, il mio pentimento è ben piccolo.
Mi accade proprio di venir premiata di un errore.
L'erta era finita.
Più che a guardare ove andavano erano occupati ad osservarsi l'un l'altra.
Quasi istintivamente Alfonso voleva attraversare la piazza perché tirando dritti si doveva passare per una via molto popolata, ma ella lo fece deviare:
- La carrozza mi attende là!
- Ma perché ho da agire contro l'espresso volere di Annetta?
- Insomma come lei stesso ha detto, è dovere di cavaliere di non lasciare a questo modo il posto.
- Ella accettava un argomento che, per leggerezza, poco prima aveva distrutto.
- E di più sarebbe da poco accorto.
Ella gli dava dunque il consiglio di rimanere acciocché non vi fosse pericolo per il matrimonio ch'ella già aveva dato prova di desiderare vivamente.
Una seconda volta dava consigli, si rendeva, peggio che sua complice, sua istigatrice.
Egli ne fu agghiacciato.
- Io non mi opporrò mai al volere della signorina Annetta.
Obbedirò con scupolosa esattezza ai suoi ordini o desiderî.
Parlava col tono di chi vuole tagliar corto.
Non portava argomenti lui; aveva deciso così e non si curava di sapere ove sarebbe giunto con l'obbedienza passiva di cui parlava.
Ella lo guardò stupefatta, non certa ancora di aver udito per bene.
Poi parlò di nuovo e per la prima volta Alfonso udì quella vocina alterarsi; rimaneva sempre esile ma era rotta dall'affanno e, gridata, aveva perduto ogni dolcezza.
- Ma se seguendo i consigli di Annetta espone a grande pericolo la felicità ch'ella crede di avere in saccoccia? Ma quale amore crede lei di averle ispirato, forse di quelli delle dame antiche, amori che resistevano agli ostacoli e duravano per tempo infinito? - Rise perché volle ridere.
- Ella si affida di lasciarla qui esposta ai consigli del padre e dei parenti? Se ne vada pure giacché lo vuole e ritorni anche dopo una sola settimana.
Sarà ridivenuto il travetto della banca Maller e Annetta non si rammenterà neppure di averla conosciuta.
- Le parole le erano uscite di bocca compatte come un solo grido.
Continuò più calma:
- Conosco i Maller.
Crede ella che quando si sarà spiegato ad Annetta quello che oggi, ma oggi soltanto, ha dimenticato, crede che le rimarrà ancora fedele?
- Lo credo! - disse tranquillamente Alfonso.
A questa soluzione non aveva pensato durante la lunga giornata, ma non appena rammentata da Francesca la riconobbe quale la più probabile e nello stesso tempo la più felice.
Infatti non era quasi certo che l'ambizione di Annetta, per breve tempo dimenticata, riconquisterebbe subito il suo posto avendolo occupato sempre fino ad allora? Era una soluzione felice perché, mentre egli aveva temuto di venir costretto a fare lui la parte di traditore, tutto ad un tratto diveniva il tradito e non gli restava altro compito che di dare generosamente il suo perdono, cosa facile e aggradevole.
- Allora per lei tutto è perduto! - disse Francesca con voce che per dare maggior serietà a queste parole ridivenne calma per un istante.
- Io non capisco le ragioni per cui agisce così e non mi curo di conoscerle; se abbandona la città anche soltanto per pochi giorni, non rivedrà mai più Annetta.
- Devo partire se Annetta me lo ordina.
- È tanto evidente la giustezza di quanto le dico che non posso fare a meno di pensare che di Annetta nulla le importi oppure che tutto ad un tratto ella abbia perduto il lume dell'intelletto.
Parlava a casaccio senza molto riflettere a quello che diceva e Alfonso lo sentiva, ma non per ciò dimenticò di rispondere a quelle parole che lo colpivano nel vivo.
- A me di Annetta importa quanto della luce dei miei occhi, - e fu soddisfatto dalla frase.
- Ma non voglio rubare il suo amore; voglio che mi venga dato spontaneamente.
- Poi gli riuscì di trovate l'intonazione e la parola giusta.
- Io non so che farmene di un amore che avrebbe a cessare nello spazio di otto giorni, ed ora che ella mi ha messo in dubbio, se Annetta stessa non avesse proposto questo viaggio, lo proporrei io.
Ella rise con disprezzo.
- Ha trovato il modo di dare il nome di dignità alla sua freddezza.
Era di nuovo giusto; per caso ella aveva capito quale parola maggiormente lo avesse offeso e insisteva alla cieca su quella per procurarsi la soddisfazione di offenderlo ancora.
Egli rimase inalteratamente calmo.
Solo una volta si agitò allorché per errore, stanco di veder continuata la discussione sempre con le medesime parole, aveva dichiarato che la discussione fra di loro era inutile perché per non partire egli doveva trovare delle buone ragioni per convincere Annetta.
Ella gliene suggerì dieci in un fiato.
Alfonso si commosse perché gli balenava alla mente la possibilità che potesse venir costretto a rimanere; riconobbe il suo errore e senza perdersi a confutare le ragioni portate da Francesca, con un'ostinazione che a lui stesso ricordò quella della gente di poche idee, dei contadini, si limitò a protestare ch'egli avrebbe fatto semplicemente il volere di Annetta senza indagare se ella avesse ragione di volere così o meno.
Egli faceva un matrimonio d'amore, per parlare più a lungo si ripeteva, egli faceva un matrimonio d'amore e non voleva agire con l'accortezza di chi persegue un interesse.
Ella camminava di nuovo due passi dinanzi a lui e sembrava di aver rinunziato a convincerlo.
Tutto ad un tratto rallentò il passo.
Ebbe di nuovo il dubbio ch'egli diffidasse di lei.
Era una supposizione non ragionevole, ma la sorpresa, il dolore di dover lasciarlo senz'aver ottenuto quello che le era sembrato tanto facile, la turbavano.
Ella agiva inconsideratamente seguendo i primi impulsi.
Si mise a spiegargli perché ella prendesse tanta parte al suo destino e la voce calma doveva celare una grande agitazione che la portava a tali confessioni.
- È ben vero che io voglio bene a lei e alla sua famiglia, - incominciò con una freddezza che rendeva ironica la sua frase, - però non è soltanto quest'affetto che mi fa agire.
Le conseguenze che devono derivare a me da questo matrimonio sono tali che ne dipende la felicità della mia vita.
Ha capito o dubita ancora che i miei consigli sieno dati in mala fede?
Egli più non ne poteva dubitare; aveva compreso.
Nel delirio della notte, Annetta gli aveva confessato ch'era stata dessa a opporsi al matrimonio di Maller e gli aveva anche fatto capire che, accettando lui per marito, non poteva più persistere in quell'opposizione.
Francesca dunque aveva il maggior interesse acché questo matrimonio si facesse ed era spiegabile il suo furore al vedere che giunta tanto vicina alla meta, sorgesse qualche cosa di nuovo, imprevisto e irragionevole, a mettere in dubbio la sua vittoria.
Fu tanto scosso da questa confessione che ancora una volta deviò dal metodo seguito per difendersi: volle convincerla che la sua partenza non poteva essere di pericolo sì grande alla sua relazione con Annetta.
Annetta lo amava, gliel'aveva ripetuto su tutti i toni, gliene aveva dato le prove.
Perché dunque offenderla dubitando della serietà del suo affetto?
Ella cessò per la prima dalla lotta.
Camminò ancora dieci passi circa oltre la carrozza di cui il cocchiere teneva aperto lo sportello.
Non rispondeva ai lunghi discorsi di Alfonso e forse non li seguiva.
Lo guardò tutto ad un tratto alzando con movimento rapido la testa:
- O non ama Annetta o ha una paura ridicola del padre.
A lui parve dignitoso non rispondere.
Ritornando alla carrozza ella mormorò:
- Non si è visto giammai una cosa simile.
- Prima di lasciarlo, si volse a lui e mettendogli la fredda piccola mano nella sua, pronta a stringere con l'amicizia ch'egli altrimenti non aveva saputo dimostrarle, gli disse: - Ad ogni modo sono obbligata di fare il possibile per risparmiarle la sventura ch'ella merita.
Me ne dispiace.
Saltò in carrozza e aiutò il cocchiere esitante a chiudere lo sportello.
Era finalmente libero.
Nessuno più avrebbe tentato di toglierlo dal suo proposito; sarebbe partito pur sapendo che con questo passo egli rinunziava ad Annetta.
Francesca lo aveva convinto; la partenza equivaleva ad una rinunzia.
Si sentì calmo e felice.
Se quello che Francesca prevedeva si avverava, egli era liberato da ogni dovere e da ogni rimorso.
Ella gli aveva detto che, abbandonato da Annetta, sarebbe ridivenuto il miserabile travetto di casa Maller.
No! Egli sarebbe rimasto superiore anche alla posizione che Annetta aveva voluto fargli e la sua superiorità era stata dimostrata precisamente dalla sua rinunzia.
Alla banca egli si sentì meglio il giorno appresso.
Lavorava volentieri perché sapendo che nulla d'inaspettato gli poteva capitare si sentiva calmo, libero dalle paure che il giorno innanzi lo avevano travagliato e, rammentandosi del bisogno che aveva provato di confidarsi con qualcuno per averne consiglio o appoggio, stupì.
Ora stava bene chiuso in se stesso col suo segreto che gli appariva quale un episodio interessante della sua vita.
Cellani doveva parlare con lui, non egli con Cellani e così non temeva neppure quel colloquio.
Non vedendosi chiamato fino a mezzodì ebbe una sola paura e cioè che Francesca, non avendo potuto convincere lui della necessità di rimanere, fosse riuscita a convincere Annetta ch'era preferibile di non farlo partire.
Si trovava in mani loro e gli sarebbe toccato di ricevere da Maller i rimproveri meritati e poi, ciò ch'era ben peggio, assumere la parte di amoroso ardente.
A mezzodì il piccolo Giacomo lo avvertì che il procuratore lo attendeva nella sua stanza.
Alfonso per