AMORE E GINNASTICA, di Edmondo De Amicis - pagina 6
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Ah! se si potessero scrivere! Io lo conosco.
E non è il solo.
Egli è un tipo.
La ginnastica femminile è stata un ritrovato impareggiabile per questi signori, una vera consolazione della loro vecchiaia, una sorgente di delicatissime delizie cerebrali, di cui noi profani possiamo farci appena una lontanissima idea.
Il commendator Celzani non ha che vedere con la ginnastica scientifica, lo creda a me.
Citi delle altre autorità, signorina.
- Un giorno citerò lei, - rispose la maestra, per tagliare quel discorso, - perché io la persuaderò e lei si farà iscrivere alla Palestra.
Tutti risero,
- Jamais de la vie!- esclamò l'ingegnere.- O se andrò alla Palestra, non sarà che per veder lei alle parallele.
- E n'avrà da vedere, - rispose la ragazza; - sa che solamente alle parallele ci son cinquecento movimenti?
L'ingegnere stava per rispondere con uno scherzo un po' fuor di luogo, quando suonò il campanello e un momento dopo entrò il segretario.
Fu un colpo di scena.
Veniva a portar le scuse dello zio, che non poteva uscir di casa, a causa d'un raffreddore.
Entrato senza pensare che potesse esser lì la maestra, al vederla, ebbe come il senso d'una forte scossa elettrica; e per quanto grande fosse il timore di farsi scorgere, egli non poté vincere sul primo momento il violento bisogno di cercar sul viso di lei l'impressione della sua lettera; e la fissò dilatando smisuratamente i suoi piccoli occhi, e facendo una faccia stranissima, tremante in tutti i muscoli, e accesa d'un vivo rossore, a cui succedette una pallidezza di coleroso.
Quella faccia rivelò in un lampo ogni cosa al signor Ginoni; il quale guardò subito la maestra, che si lasciò sfuggire un sorriso indefinibile, non espresso dalla bocca né dagli occhi, ma quasi diffuso sul viso immobile, come il riflesso esteriore d'una immagine comica.
Il segretario fece la sua imbasciata, movendo a stento le grosse labbra, come se fossero appiccicate con la colla.
«To', to', to'», disse intanto fra sé l'ingegnere, assaporando la sua scoperta, e porta al segretario una seggiola su cui egli sedette come sopra un mucchio di spine, gli offerse un bicchiere di Malvasia, ch'egli prese e si tenne sul petto con un atteggiamento pretesco.
E sul momento il signor Ginoni concepí e cominciò a porre in atto un disegno di faceta persecuzione.
- Giusto, segretario amato, - gli disse, - lei è caduto nel bel mezzo d'una discussione di ginnastica.
Si discuteva con la signora maestra.
Ci deve dire anche lei che scuola appartiene.
È della scuola del Baumann? È della scuola...
che altra scuola c'è, signorina Pedani?....
Obermann! È della scuola dell'Obermann? Quali sono le sue idee intorno agli effetti della ginnastica sulle funzioni del cuore?
La maestra alzò gli occhi al soffitto.
Il segretario, atterrito, si levò in fretta il bicchiere dalla bocca e guardò l'ingegnere.
Poi trangugiò il vino d'un sorso, e rispose, alzandosi, confuso: - Il signor ingegnere vuole scherzare.
Mi rincresce di non potermi trattenere, debbo risalir subito dal commendatore...
- Oh no, signore! - disse il Ginoni, - Non le permetto di scappare in questa maniera.
D'altra parte...non può andarsene ora perché, il portone di casa rimanendo aperto fino alle undici, non si sa mai chi si possa incontrare per le scale, e lei, da buon cavaliere e da cortese segretario, è in dovere di accompagnar fino all'uscio la signorina Pedani.
Il segretario risedette subito; ma lo studente fece un atto di dispetto, poiché sperava d'esser lui l'accompagnatore.
- Io non ho paura di nessuno, - disse con voce virile la maestra.
- Non basta, - rispose il Ginoni, - non aver paura; bisogna farla agli altri, e lei...
non è nel caso.
Lo studente sviò la conversazione interrogando la Pedani sulle grandi feste che erano state annunziate per il Congresso ginnastico di Francoforte, ed essa gli diede dei ragguagli.
Dovevano essere le più belle feste che si fossero mai celebrate in Germania: vi sarebbero intervenuti rappresentanti di tutti i paesi d'Europa fra i quali molti dell'Italia.
Essa invidiava quei fortunati suoi colleghi che avrebbero visto quello spettacolo unico al mondo e fatto conoscenza dei più illustri «ginnasiarchi» degli Stati tedeschi, il Kloss, il Niggeler, il Danneberg, il famoso padre della ginnastica, Jahn Tum Vater, e tanti altri; mentre lei, pur troppo, non avrebbe nemmeno potuto procurarsi i loro ritratti.
Mentre essa parlava, il segretario la dardeggiava con occhiate di fianco, geloso a morte dell'apparente familiarità con cui s'intratteneva col giovane, e sconsolato ad un tempo di veder tutti i suoi pensieri e sentimenti volti alla ginnastica con tanto ardore, da non lasciar luogo a sperare che le potesse capire un'altra passione nel cuore.
Luccicava ciò non ostante nei suoi piccoli occhi un barlume di speranza, l'aspettazione trepidante e impaziente insieme del momento d'andarsene, per accompagnarla.
Balzò dalla seggiola quando vide la Pedani alzarsi per uscire.
Ma l'ingegnere fu feroce.
- Ora che ci penso, - disse, mentre tutti s'alzavano, - il signor segretario è cosí timido con le signore che è capace di lasciar la maestra al secondo piano.
La accompagnerò anch'io.
Dio grande! Quella fu per don Celzani come una ceffata d'una mano di ghiaccio; ma non osò rifiatare.
E mentre tutti si salutavano, e lo studente stringeva la mano alla maestra, egli osservò un moto sfuggevole sul viso di lei, come se quegli le avesse dato una stretta troppo forte; e fu per il pover uomo una seconda ceffata.
Uscirono tutti e tre, e saliron lentamente le scale quasi oscure.
L'ingegnere seguitò a dir barzellette, e il segretario, con suo gran dolore, non trovò una parola da dire.
Andò su a fatica, soffermandosi quando il Ginoni e la maestra si soffermavano, e restando un po'indietro ogni tanto per divorare con gli occhi quella bella persona, e quasi per cavare una risposta dalle sue forme, o per pugnalar con lo sguardo la schiena del suo aguzzino.
Quando furono davanti all'uscio, dove non arrivava la luce del gas, l'ingegnere accese un fiammifero, la maestra tirò il campanello.
Il segretario stette pronto per cogliere e interpretare lo sguardo del saluto; e infatti, rientrando, essa lo guardò.
Ma, ohimè! lo sguardo non disse nulla.
E nel punto stesso che si spegneva il fiammifero, si spense la sua speranza.
L'ingegnere indovinò dal suo silenzio la tristezza di una delusione e, fatto più libero dall'oscurità, gli disse a bruciapelo: - Segretario caro, lei è innamorato della maestra.
Il segretario scattò, negò, si stizzí, si mostrò maravigliato e offeso di quello scherzo.
- E perché mai? - domandò il Ginoni, tra il serio e il faceto.
- Sarebbe forse un disonore, quando fosse? È una bella e onesta ragazza, e originalissima, non della solita stampa.
Perché non mi dice la verità? Sono suo buon amico, e le potrei dare dei buoni consigli.
Sono un gentiluomo e rispetto gli affetti.
Don Celzani stette un po'in silenzio, nel buio; poi rispose con voce commossa: - Ebbene..., è vero.
- Alla buon'ora, - disse l'ingegnere, - e viva la sincerità.
Intanto lei ha avuto una delusione, si capisce.
Ma non si scoraggi.
Io conosco le donne.
Conosco il carattere della maestra.
È una di quelle mine che hanno la miccia lunga e nascosta, che brucia per un pezzo senza darne segno; ma poi scoppiano tutt'a un tratto, quando meno uno se l'aspetta.
Abbia una costanza di ferro e una pazienza da santo, e un giorno...
Perché lei le fa la corte pour le bon motif non è vero?,
- Mi stupisco, - rispose don Celzani, - io ho delle intenzioni oneste,
- Ma è quello che voglio dire, - disse l'ingegnere, rimesso al faceto da quel malinteso, - Ebbene, senta un consiglio.
Le donne come quella non vanno prese d'assalto diretto, bisogna girarvi attorno.
Essa ha una passione: la ginnastica.
Ebbene: convien pigliarla pel manico di quella passione.
Lei deve farsi socio alla Palestra, esercitarsi, studiar la materia nei libri, parlargliene, entrarle in grazia in questa maniera.
Questo è il primo consiglio che le do; poi ne verranno degli altri.
Per ora, agli attrezzi! E coraggio.
Don Celzani, incerto se quegli parlasse da senno o per burla, non rispose.
Intanto erano arrivati all'uscio del commendatore.
- Buona notte, - disse l'ingegnere.
- Sono galantuomo e terrò il segreto.
Il segretario gli rispose un «buona notte» fioco e diffidente, e rientrò, pentitissimo di aver parlato.
Pentito e scorato.
Gli balenò ancora una speranza, quando entrò nella sua camera, nell'atto che accendeva la candela sul comodino.
Chi sa! Forse essa gli aveva scritto quel giorno, e la lettera sarebbe arrivata la mattina dopo.
Poteva ben presagire che lettera, pur troppo; ma, qualunque fosse, gli sarebbe parsa meno dura di quella indifferenza muta che lo schiacciava.
Con questo pensiero si svestí, tendendo l'orecchio; poiché la sua camera era sotto a quella della Pedani, e non c'essendo che un solaio leggiero, egli sentiva tutti i più piccoli rumori.
Ma subito non sentì nulla: essa doveva essere al tavolino a studiare.
Gli venne un sospetto allora, e con questo una nuova speranza: aveva forse fatto male a non esprimere nettamente nella sua dichiarazione il proposito del matrimonio: lei aveva forse creduto egli non le chiedesse che una corrispondenza d'amore.
Quale errore aveva commesso! Eppure la lettera gli pareva cosí chiara!...
Dio grande, quanto era bella! Non l'aveva mai vista bene come quella sera, seduta col busto eretto, come un'imperatrice sul trono, con quell'ampio petto fremente di vita, sul quale egli avrebbe rotolato il capo a costo di bruciarselo come in un braciere.
La luce della grande lampada dava alla sua carnagione un tale splendore di gioventù, da far pensare che si dovesse ringiovanir d'un anno a ogni bacio che vi si stampasse.
Egli aveva osservato sulla tavola la sua mano un po' ingrossata dagli esercizi ginnastici, ma lunga e bella, piena di forza e di grazia, e vi si sarebbe gettato su come un avvoltoio sopra una tortora.
Ah no, certo, egli non le piaceva; doveva essere una ben altra forma d'uomo l'ideale di lei! Eppure si sentiva dentro la piena della passione che colma tutti i vuoti, che eguaglia tutte le differenze, e sfida ogni paragone.
Il cervello gli bruciava come una girandola accesa.
Al primo rumore che sentí di sopra, balzò a sedere sul letto e fissò gli occhi infiammati al soffitto, trattenendo il respiro.
Mai quei rumori gli avevano agitato il sangue come quella sera.
Egli li conosceva tutti, e seguitava con essi tutti i movimenti di lei.
Rimuove la seggiola, gira per la camera buttando i panni qua e là, apre e chiude l'armadio, mette il candeliere sul tavolino da notte, lascia cadere uno stivaletto, un altro...
Ah! miseria della vita! Era proprio quello il momento in cui il povero don Celzani sentiva più forte il rancore contro la natura, che pareva lo avesse scolpito apposta per il ministero ecclesiastico, e avrebbe dato venti anni di vita per cambiar viso.
Ma poi, poco a poco, col prolungarsi della veglia, l'esasperazione dei desideri si stancava e si raddolciva in un sentimento di tristezza affettuosa ed umile, durante il quale, abbandonando la persona adorata, egli si contentava con la fantasia degli oggetti di lei, che aveva sentiti cadere a uno a uno; e gli pareva che gli sarebbe bastato di aver quelli, di palparli, baciarli, addentarli, per uno sfogo, E non dormí quasi quella notte, e si svegliò prima dell'alba, per aspettare il rumore solito, che gli soleva ridestare tutta la violenza dei desideri acquietati dalla stanchezza.
E infatti, all'ora precisa in cui la Pedani soleva saltar giù, egli sentí il tonfo dei piedi nudi sull'impiantito, che lo scosse tutto; sentí il fruscio usato ch'ella faceva per vestirsi, poi il rumor sordo dei manubri tirati di sotto al letto; poiché ogni giorno, appena levata, faceva un po' d'esercizio.
E quell'ultima immagine di quelle braccia gagliarde che scattavan nell'aria sopra il suo capo, gli diede finalmente l'impulso a una risoluzione ardita.
Voleva abbreviare il martirio dell'incertezza, aspettarla all'uscita delle otto e mezzo, e domandarle una risposta.
L'aspettò, infatti, e, per sua fortuna, essa scese sola.
Egli le andò incontro, la salutò e le domandò con voce tremante: - Non ha nulla da dirmi?
La maestra rispose, tranquilla: - Sí, una cosa sola.
Ho da ringraziarla dei suoi buoni sentimenti.
- Null'altro?
- No, signor segretario, - rispose essa con garbo, - null'altro.
E discese.
Allora incominciò per lui una sequela di giorni tristissimi; perché aveva bensí deciso di ritentare la prova con una domanda formale di matrimonio; ma capiva che il farlo subito dopo quello smacco, senza prepararsi il terreno, sarebbe stata una follia.
E intanto gli piovvero dispiaceri su dispiaceri.
Il primo fu che la maestra Zibelli, di punto in bianco, gli tolse il saluto.
Se ne sarebbe afflitto meno se avesse saputo ch'essa era entrata allora in una delle sue fasi, in cui, delusa dal mondo, si chiudeva tutta in una specie d'entusiasmo forzato pel suo ufficio di maestra, leggendo libri di scuola anche per la strada, per non vedere la gioventù e l'amore che le passavan d'accanto, pedantemente zelante dei suoi doveri, rigida con le alunne, coi parenti, con le colleghe, col mondo intero,
Ma don Celzani, che non sapeva questo, e ignorava la vera cagione dello sgarbo, buono e gentile com'era con tutti, non supponendo in lei che un moto improvviso di antipatia, ne fu punto nel più vivo del cuore.
Poi trovò strana la condotta del maestro Fassi.
Costui, incontratolo per la scala, gli mostrò le bozze d'un articolo intitolato Berlino spende mezzo milione all'anno per la ginnastica, nel quale faceva un confronto con l'Italia intera, che spendeva la metà; e poi, voltando bruscamente il discorso sulla Pedani: - Gran bel pezzo di donna! - esclamò, - Quella sarebbe degna di sposare il più bell'uomo d'Italia.
Scommetto che lei non regge con le braccia tese i due manubri che quella tiene con una mano sola.
Chi avrà da sposarla, farà bene a far prima i suoi conti.
Che discorsi eran quelli? Egli non si sentiva offeso dal paragone delle forze: il suo solo pensiero era la disparità della bellezza: pel resto, aveva la coscienza tranquilla.
Ma lo inquietava il sospetto che il maestro conoscesse le sue intenzioni.
Un altro giorno gli ritoccò quel medesimo tasto - Ho lasciato su la Pedani, che sta studiando una nuova combinazione col bastone Jager, per le ragazze.
È tutta allo studio, lei; non ha distrazioni amorose.
Anche perché non trova chi le convenga, forse.
Già, anche nell'amore, similia cum similibus, lei che sa il latino.
Ma dove pescare chi le faccia il paio? Essa disprezza gli uomini di mezza tacca.
E se avrà la sbadataggine di legarsi a un di questi...
povero lui!
E guardò fisso il segretario.
Ma anche questa volta egli si turbò pel timore che il maestro gli leggesse nell'animo, non per le parole che gli disse; le quali, al contrario, acuivano tutti i suoi desideri, e le rimasticava poi, quasi con un senso di voluttà.
Ci fu di peggio, però.
Due o tre volte, mentre seguitava la Pedani giù per le scale, egli vide uscir sul pianerottolo lo studente Ginoni, con un viso su cui si leggeva il proposito d'un assalto; e ogni volta, al veder lui, quegli fece un atto di stizza e rientrò in casa.
Una mattina lo vide che pedinava alla lontana la maestra, in via San Francesco d'Assisi.
E n'ebbe un vero dolore.
La gioventù, la grazia e la sfacciataggine di quel biondino gli mettevano lo sgomento nell'anima.
E prese a invigilarlo ogni giorno.
Ma il dispiacere più grave l'ebbe dalla moglie del maestro Fassi.
Costei lo cercava da vari giorni: lo incontrò una sera sotto il portone, e lo fermò.
- Come va il signor Fassi? - domandò lui.
Con la sua voce piagnucolosa, come uscente da un petto oppresso dal peso delle appendici, essa rispose glorificando, secondo il solito, le grandi occupazioni di suo marito.
- È su che lavora, che fa un confronto fra gli stipendi dei maestri di ginnastica della Svezia e quelli dell'Italia.
Perché è una vergogna che deve finire.
Dire che con gli studi che ci vogliono, i maestri di ginnastica son pagati come impiegatucci, e nemmeno il titolo di professori, che hanno tutti quei che insegnano a scarabocchiare.
Quando ci penso, col suo ingegno e con la sua presenza, che altra carriera avrebbe potuto fare! Perché lei non ha un'idea degli studi di quell'uomo.
E ancora, che è disturbato in tutte le maniere, da faccende, da visite.
C'è quella maestra Pedani che ogni momento è li, a domandar aiuti e consigli.
Mi dica lei, una ragazza giovane, con un uomo ancor nel fiore, se è decente quella libertà; e notando che ci son io: si figuri se non ci fossi! Vada a giudicar le ragazze dall'aria che si dànno.
Quella parrebbe la dignità in persona.
Già, una signorina che in piena scuola, come fece l'anno passato al corso d'anatomia, col pretesto di non aver inteso, s'alza per domandare al professore: «Signor professore, dov'è il nervo della simpatia?...» è giudicata.
E visto con un rapido sguardo l'effetto che produceva in don Celzani, tirò avanti con l'aria di dir delle cose che non lo riguardassero: - Del resto, ci sarebbe ben altro da dire.
Queste maestre giovani che prima di venire a Torino hanno girato per mezza dozzina di comuni...
Si sa le avventure delle maestre nei villaggi.
C'è una certa storia di una compagnia di bersaglieri, che ha fatto del chiasso.
Quello che mi stupisce è che l'abbiano accettata a Torino.
Ma certo è che in città la conoscono, e che è iscritta sul libro nero.
Basta, il mio parere è che non andrà molto tempo che ne vedremo, o ne sapremo, delle belle.
Dopo di questo, disse male d'altri vicini; ma il segretario non udí altro, e benché diffidasse della sua lingua, quando quella lo lasciò, rimase tutto sconvolto.
L'idea d'un brutto passato di quella ragazza gli dava un'amarezza indicibile, una gelosia feroce, una tortura che lo straziava.
Quella compagnia di bersaglieri, soprattutto, lo incalzò con le baionette ai fianchi per una settimana.
E soffriva di più perché da vari giorni non gli riusciva di vederla, e, smanioso di sapere, di liberarsi da quell'orribile dubbio, non vedeva a chi si potesse rivolgere, non sapeva da che parte battere il capo.
Una mattina, finalmente, la incontrò, e una gran parte dei suoi sospetti svaní al primo vederla.
No, Dio grande, non era possibile: tutta quanta la sua persona, dalla fronte ai piedi, smentiva la calunnia; tutto quel bel corpo spirava l'alterezza d'una verginità vigorosa, uscita intatta e trionfante da ogni battaglia, come un'armatura fatata.
Ma un'ora dopo i sospetti rinacquero, e lo riprese l'affanno di prima.
Ma intervenne un fatto, in quei giorni, che lo spinse a una risoluzione improvvisa.
Incontrato una mattina il maestro Fassi, questi gli disse ex abrupto, come continuando un discorso avviato: - Quella Pedani, che spartana! Ho visto dal mio camerino: ci ha là una povera diavola che va a imparare i passi ritmici, e lei le fa lezione con tanto di finestra spalancata, con questa grazia di temperatura! È una sua idea fissa, che bisogna far la ginnastica all'aria viva.
Il segretario fece tra sé un ragionamento rapidissimo: se dal camerino del maestro si vedeva nella camera della Pedani, tanto meglio vi si doveva vedere dall'abbaino del soppalco, posto sopra la finestra del camerino.
Appena fu solo, rientrò in fretta in casa, prese la chiave del soppalco, salí a lunghi passi le scale, aperse l'uscio, s'avanzò curvo sotto alle travi basse del tetto, in mezzo alle legna, ai rottami di mobili, ai mucchi di formelle, andò fino all'abbaino, s'arrampicò e si distese quant'era lungo sopra una catasta di fascinotti, sporse il viso nel vuoto, e mise un'esclamazione di piacere.
La finestra della camera, che restava nell'altro muro della casa, era spalancata; la Pedani stava col fianco verso la finestra, volta di fronte all'alunna; che non si vedeva.
La sua voce sonora di contralto arrivava distintissima fin sul tetto.
- Ma no, - diceva, - in questo modo lei non mi fa il mezzo passo semplice saltellando; mi fa un lungo passo saltellato.
Non c'intendiamo.
Rifaccia.
Il segretario sentí il passo dell'alunna invisibile.
- No, - ripete la maestra, - è ancora troppo esagerato,
Oh la bella voce profonda, calda, vibrante, che avrebbe fatto immaginare un corpo ammirabile anche a chi l'avesse intesa a occhi chiusi!
La Pedani parve scontenta anche della seconda prova, perché scrollò il capo con vigore.
E afferrata impazientemente con le due mani la gonnella nera, per scoprire il movimento dei piedi: - Stia attenta! - disse, ed eseguí.
- Dio grande! - gemé il segretario.
Egli vide balenare sopra i suoi stivaletti una bianchezza che l'abbarbagliò come un raggio di sole gittatogli negli occhi da uno specchio, e il sangue gli diede un giro come se l'avessero capovolto.
Fu un momento solo; ma bastò.
Egli non sentí più gli altri comandi, saltò giù dai fascinotti, si scosse di dosso con le mani tremanti le foglie secche e i fuscelli, e sempre con quella visione biancheggiante negli occhi, riattraversò quasi correndo il soppalco, scese le scale a passi risoluti, e, rientrato in casa e sedutosi a tavolino, si prese il capo fra le mani e raccolse i suoi pensieri.
Aveva irrevocabilmente deciso di tentare il colpo supremo con una aperta ed esplicita domanda di matrimonio.
Senonché egli aveva un dovere, a cui sentiva di non poter mancare: quello di rivolgersi prima allo zio, per chiedere la sua approvazione e i suoi consigli; anche per questa ragione, che la domanda fatta col suo consenso, e forse da lui stesso in persona, avrebbe avuto tutt'altra efficacia.
La passione lo accecava a tal segno in quel momento, che il consenso di lui non gli si presentava nemmen più come dubbioso.
Alla peggio, egli non avrebbe detto un no risoluto, avrebbe titubato, ci avrebbe pensato, gli avrebbe, insomma, dato una speranza, che poi non gli sarebbe più bastato il cuore di togliergli.
Preparò dunque il suo discorso, e quando n'ebbe bene in mente il primo periodo e l'orditura generale, in aspetto grave, con una mano nell'altra strette sul petto, si recò nella stanza del commendatore, gli sedette davanti, e, chiesto il permesso di parlare, lentamente, con la voce tremolante, fissando gli occhi sulle ginocchia di lui, gli spiattellò il suo segreto.
Il commendator Celzani era un uomo che non si stupiva di nulla perché dava pochissima importanza alle cose di questo mondo.
Ma quando sentí di che si trattava, non poté a meno di alzare dalla poltrona la maestosa testa bianca, per guardar negli occhi il nipote: poi si riabbandonò sulla spalliera, rinvoltandosi nella veste da camera, e stette a sentire il resto, con lo sguardo errante sulle pitture a fresco della volta.
Il segretario aveva avuto la fortuna di coglierlo in un momento di ottima disposizione d'animo perché doveva andare quel giorno con un ispettore di Milano a vedere un saggio di ginnastica femminile all'Istituto del Soccorso.
D'altra parte, rapito come era quasi sempre nelle delizie d'un mondo fantastico, nel quale era impaziente di rientrare ogni volta ch'era forzato ad uscirne, egli non contradiceva mai nessuno, e riserbandosi a non far nulla poi o tutto il contrario di ciò che gli altri aspettavano, non rifiutava mai né un consenso né una promessa.
Quando suo nipote ebbe finito, si guardò prima le unghie nitidissime e poi le pantofole ricamate, e mormorò qualche parola vaga che non era un consentimento esplicito, ma nemmeno una disapprovazione.
Voleva dire soltanto che si doveva procedere con cautela.
Senza dubbio, la signorina ispirava simpatia e aveva tutto l'aspetto e il contegno d'una persona degna di stima.
Ma (e questa era la meta del suo giro di frasi) prima di fare un passo, egli credeva conveniente di procedere alla ricerca d'altre informazioni.
E mentre il nipote lo guardava in aria interrogativa ed inquieta, egli, masticando le parole e guardando per aria, buttò là il consiglio di ricorrere al suo amico cavalier Pruzzi, direttore generale delle scuole municipali, il quale, certo, doveva essere al caso di dare dei ragguagli minuti e sicuri intorno a qualunque «soggetto» del personale insegnante.
E il consiglio parve eccellente a don Celzani.
Il commendatore contò sulle dita, e gli fissò il sabato successivo come il giorno più opportuno: gli sarebbe bastato per presentarsi un suo biglietto di visita.
Il cavalier Pruzzi era un uomo, del quale si poteva esser certi che, qualunque resultamento avesse avuto l'affare, avrebbe mantenuto il segreto con la delicatezza più scrupolosa.
Detto questo, come se si fosse trattato d'una cosa di secondaria importanza, passò a un altro discorso.
La grande contentezza che ebbe don Celzani di quel mezzo consenso fu profondamente amareggiata nei giorni seguenti dal ridestarsi dei tristi sospetti che gli aveva messo in cuore la signora Fassi; i quali ingrandirono man mano e si fecero cosí terribili nella sua immaginazione, che, il giorno fissato, egli salí le scale interminabili del Palazzo di Città con l'animo di un malato che va dal medico a udire la sua sentenza di morte.
Oltre che, sebbene conoscesse il cavalier Pruzzi come un bonissimo uomo, e fosse conosciuto da lui, gli ripugnava di dovergli confessare la sua passione e i suoi propositi; poiché non avrebbe potuto, senza confessarli, rivolgergli le domande delicate ch'eran necessarie.
Entrò timidamente nel modesto ufficio del direttore, che era una piccola stanza, rischiarata da una finestra sola, con degli scaffali in giro, su cui si vedevano scritti in grandi caratteri i nomi di tutte le scuole di Torino.
Il direttore stava coi gomiti sul tavolino e le mani nella parrucca, curvo sopra un mucchio di carte.
Al vederlo cosí piccolo e grasso, con quella buona faccia imberbe e floscia, sulla quale errava perpetuamente il pensiero inquieto della sua «enorme responsabilità», il segretario riprese un po' d'animo,
Quegli lo ricevette con un viso pien di rughe sorridenti, somigliante a una maschera di terra cotta che si screpolasse.
E lo fece sedere davanti a sé, prese il biglietto dello zio, e lo invitò a parlare.
Il segretario fu un po' stupito, esponendogli a parole tentate e confuse lo scopo della sua visita, di non vedergli dare il più piccolo segno di maraviglia.
Egli non fece che dondolare il capo e atteggiare il viso a quella espressione particolare di serietà, che vuol dire:
«Signore, in questo momento entro in carica».
Quando don Celzani ebbe finito, si passò una mano sul ciuffetto della parrucca, e disse gravemente: - La cosa è delicata.
- Poi domandò nome e cognome della maestra, e a quale sezione appartenesse.
Inteso tutto, si mise le due mani sugli occhi, e stette un po' raccolto in quel modo, come ricercando i connotati fisici e morali della signorina in mezzo a quel piccolo esercito femminile ch'egli portava quasi effigiato viso per viso nella sua memoria lucidissima.
- Eh diamine! - esclamò a un tratto, scoprendo il viso, stupito di non aver ritrovato subito una figura cosí originale; e squadrò con uno sguardo lento il segretario, come per raffrontare la sua persona con quella di lei.
Poi si grattò leggermente la punta del naso con la punta dell'indice.
E disse, inchinando un po'il capo: - Mi rallegro...
- Ma troppo tardi: don Celzani aveva capito il risultato del raffronto.
Non ne fu punto, per altro, e stette aspettando con ansietà.
- Dunque, - cominciò a dire, col fiato corto, il direttore, prendendo sul tavolino un foglietto di carta, che si mise poi a piegare e a ripiegare, senza guardare il segretario, - lei vorrebbe delle informazioni, com'è naturale....
di ordine, come suol dirsi, privato.
Ma...
non è cosí facile di dargliene, come lei suppone.
Pensi un po', con cinquecento insegnanti..., come si fa a sapere...
E poi, un monte di cose per la testa, di sopraccapi, di noie.
Giusto, abbiamo un inverno dei più disgraziati, un visibilio d'assenze in tutte le sezioni...
Si direbbe che tutte le maestre maritate si son date la parola per accrescere la popolazione in questo mese.
Queste benedette famiglie d'insegnanti...
quando è malata la maestra, manca anche il maestro, quando è malato il marito, manca la moglie, quando è malato il bimbo, mancano tutti e due.
Non parliamo delle signorine, che si raffreddano per un filo d'aria...
E poi ci sono gli impedimenti a data fissa.
Guardi qui la sezione Savoia, - e mostrò uno stato delle assenze: - è un ospedale.
Come vuol fare? Mandar sempre il medico di città ad accertarsi a domicilio...
Apriti cielo! Oltre che non è sempre conveniente.
Ci dovrebb'essere l'ammenda per ogni assenza abusiva.
Ma come si fa? O ci son dei dubbi, o si ascolta il cuore, o si...
Le assicuro, caro signor Celzani, che è un affare serio, serio, serio assai.
E qui mise fuori un anelito, come dopo una corsa.
Il segretario fece un atto rispettoso per richiamare il direttore all'argomento.
- Ah! - disse questi, - lei è qui per le informazioni.
Appunto, come le dicevo, si figuri il da fare che c'è a invigilare delle centinaia di signorine, la più parte delle quali son giovani, molte...
anche troppe...
belline, vivaci, moltissime indipendenti, sparpagliate per una grande città, nei sobborghi, a due, a tre miglia fuor della cinta.
Si fa il possibile, certo, come vuole il decoro.
Ma, in somma, non possiamo avere un corpo di polizia per i corteggiatori delle maestre.
E neppure si possono violare i confini...
d'una libertà ragionevole.
È una cosa delicatissima.
E non può immaginare le denunzie, le vendette coperte, gl'intrighi...
Riceviamo dei mucchi di lettere cieche.
- E qui gli mancò il fiato un momento - ...
Ci son delle personcine che ci fanno disperare, anche senza loro colpa, per colpa di madre natura, che le ha fatte come sono, che attirano gli occhi.
E non dico del resto, dei lamenti senza fine che ci piovono dalle famiglie, per una votazione ingiusta, per un rimprovero non meritato, per la scuola troppo fredda o troppo calda, per le tossi, per gli orecchioni, per le malattie d'occhi.
E poi, signore offese per una parola, maestre che si credon perseguitate, direttrici...
queste benedette direttrici, che son come le madri badesse dei tempi andati...
E aggiunga un ginepraio di questioni per ogni esame di concorso, per ogni trasferimento, per ogni distinzione, per ogni castigo...
Immagini le difficoltà, mio caro signore, immagini la delicatezza, immagini il tatto che ci vuole.
E fece punto con un sospirone.
- Signor cavaliere, - osservò timidamente il segretario, - le informazioni...
- Vengo alle informazioni, - riprese il direttore.
- Certo, sarebbe molto più facile dare informazioni d'un maestro.
In questo caso non si tratta che di dire: è un galantuomo o no, è monarchico o è repubblicano, ha o non ha debiti, beve o non beve.
Io li ho tutti in mente, domandi pure...
Ma come si fa per le maestre? Come si fa? È una cosa complessa, è un argomento...
spinoso.
Oltreché, anche sapendo, bisogna andare guardinghi.
Hanno dei padri, hanno dei fratelli, hanno delle relazioni.
Alle volte uno ha compiuto un atto di giustizia, e due giorni dopo trova a una cantonata uno sconosciuto con tanto di barba, che gli pianta due occhiacci in viso...
mulinando un randello.
C'è anche il risico di qualche brutto tiro.
Noti pure che per nulla ricorrono ai giornali.
E i giornali, veda, per me, i giornali sono una calamità in queste quistioni, tanto è il male che fanno; i giornali mi fanno paura: io glielo dico francamente, non per me, ma per l'interesse dell'amministrazione e della disciplina, mi fanno paura.
Veda che ufficio è questo, caro signore, veda che responsabilità ho sulle spalle, veda che razza di conti ho da rendere al pubblico e alla mia coscienza.
Detto questo, ansando, abbandonò un momento la nuca sulla spalliera del seggiolone.
Un sinistro sospetto passò per l'animo del segretario: che il direttore non volesse parlare per non esser costretto a dirgli delle cose gravissime, di quelle che non si possono né scusare né attenuare.
E levandosi in piedi per obbligarlo a dargli il colpo di grazia:
- Insomma, - gli disse con voce commossa, ma risoluta, - mi dica, se sa qualche cosa, qualunque cosa sia.
Quali informazioni può darmi della maestra Pedani? Gliele domando schiette e precise, anche in nome di mio zio.
- Ma io...
- rispose il direttore, - non so nulla.
Una ottima insegnante.
Questo glielo posso accertare.
Quanto al resto...
Don Celzani fece di tutta la sua persona un punto interrogativo.
- Non c'è nulla da dire, - soggiunse il direttore....
che io sappia.
Ci sarebbe...
Ma non c'è.
Mi spiego: ci sarebbe da dire quello che si può dire d'ogni bella ragazza....
che ha della gente attorno...
forse; dei vagheggiatori.
Lei m'intende.
Don Celzani gli domandò se sapesse qualche cosa di positivo, s'ella avesse mai dato argomento a censure sulla sua vita privata, se non constasse nulla all'Autorità riguardo alla sua condotta nei comuni rurali dov'era stata.
- Ma se le dico che non so, che non ci consta, - rispose il cavaliere.
- Se mi constasse..
rispose il cavaliere - trattandosi, come è il caso, d'un affare grave, e d'un amico, parlerei.
Ma non ho tanto in mano...
Piuttosto?
- Piuttosto? - domandò il segretario.
- Piuttosto, - continuò il direttore, - io direi, se mi permettesse un consiglio da amico: le informazioni negative dell'autorità contan poco in queste cose, vada per altre vie: cerchi notizie della famiglia, che è lombarda, di Brescia, se non erro; proceda cauto; in questi affari non si va mai troppo a rilento.
Anzi...
- Anzi...? - ripete don Celzani,
- Anzi, - disse il direttore, quasi con un movimento brusco di sincerità, - se ho da dirle aperto l'animo mio...
che cosa vuole? una maestra...
Le maestre, secondo il mio modo di pensare, dovrebbero esser lasciate a far le maestre.
Hanno una missione: si dovrebbero lasciare a quella, come le monache.
Ciascuno per la sua via, E poi...
non si sa mai certo...
Perdoni se le esprimo liberamente il mio pensiero...
Ma questo è fuor del discorso.
Ripeto: nulla consta, ossia...
Ripeto anche...
s'informi altrove...
e vada con prudenza.
Glielo consiglio per il bene che voglio a casa Celzani.
E...
non ho altro da dire.
Un nuovo sospetto balenò a don Celzani: una manovra segreta dello zio che, per levarsi il fastidio di un rifiuto o la noia di persuaderlo a indugiare, avesse indotto il direttore a tenerlo sulle corde con parole vaghe.
Tentò nondimeno un'ultima prova, - Lei conosce la mia situazione, - disse, - può immaginare lo stato...
del mio cuore: mi dà la sua parola d'onore che m'ha detto tutto quello che sa?
In quel punto entrò un usciere con un pacco di lettere e di stampe.
- Ma che vuol che le dia la mia parola, - rispose il direttore, rifiatando forte, - con questa farraggine di affari, lei vede, che non ho un minuto di respiro, e non so da che parte rifarmi, Dio buono! Tutto quello che potevo dire...
ho cercato di dirglielo...
e lei sa che sono affezionato allo zio.
A rivederla, dunque, e...
segua il mio consiglio.
Poi, per compensarlo, gli disse piano.
- Una bella signorina, però! Oh, per questo, una gran bella signorina! - E lo spinse con bel garbo nel corridoio.
In conclusione, al povero don Celzani rimasero coi nuovi dubbi gli antichi timori, e tornò a casa cosí scontento, afflitto ed ansioso, che non si curò neppure d'andare a render conto della visita al commendatore.
E il fatto che questi non gliene chiedesse conto, quella sera stessa, lo confermò nel sospetto ch'egli avesse lavorato sott'acqua a suo danno.
E ne rimase sdegnato e angosciato.
Ma quella divina bianchezza che aveva visto dall'abbaino gli brillava sempre davanti agli occhi come un focolare di luce elettrica e, a dispetto di tutto e di tutti, il suo amore divampava a quella visione più ostinato e più ardente.
Eppure, con quelle informazioni vacue del direttore, egli capiva bene che lo zio aveva un pretesto più che ragionevole per negargli il consenso che gli bisognava.
Egli ne dovette convenire, benché non avesse perso ogni sospetto d'una macchinazione, quando ne parlarono insieme il giorno dopo.
E allora, non sapendo a che altro filo attaccarsi, ebbe l'idea arrischiata di confidarsi all'ingegnere Ginoni: l'andò a trovare e gli espose il caso suo, chiedendo consigli.
L'ingegnere si maravigliò.
Che bisogno c'era d'informazioni? Non si vedevano scritte, e le migliori, sul viso di lei? Per parte sua, egli avrebbe messo la mano sul fuoco.
Del resto, sapeva qualche cosa: era bresciana, orfana, figliuola d'un medico militare, morto da molti anni; aveva un fratello, onesto negoziante, stabilito nella Nuova Granata.
Queste notizie fecero piacere a don Celzani, - E che altre informazioni vuol chiedere? continuò il Ginoni.
- Vuol mandare una circolare a tutti i sindaci dei comuni dov'è stata maestra? Cose da ridere.
Una ragazza è sempre un mistero; non c'è che fidarsi al suo viso e all'ispirazione del proprio cuore.
Piuttosto...
mi dica un po'..
segretario amato, a che punto siamo quanto a corrispondenza?
Don Celzani fece un viso cosí sconfortato, abbassando gli occhi a modo del prete davanti all'altare, che l'ingegnere ne dovette ridere, e n'ebbe pietà ad un tempo.
E gli disse: - Senta...
e se io mettessi una parolina in suo favore!...
Eh?..
Che ne dice?...
Si può dare una miglior prova d'amicizia? Se io scrutassi un poco il cuore di lei?
- Scruti...
- rispose mestamente il segretario.
- Scruteremo, - disse l'ingegnere, - Chi sa mai! Nel cuore delle donne non ci vede chiaro che l'esaminatore disinteressato.
Lasci fare a me e viva allegro.
E si propose di far davvero quel che aveva promesso, non solo per curiosità del caso psicologico, cosí singolare per la singolarità delle due persone, ma perché da alcuni giorni sospettava che il suo figliuolo, con quella faccia che egli sapeva, fermasse per le scale la maestra; la quale si doveva essere astenuta fino allora dal farne lagnanza a lui, non per altro che per non dargli un dispiacere: gli pareva atto di buona politica paterna il mettere tra il figliuolo e lei un impedimento.
La mattina seguente, uscendo casa, trovò sul pianerottolo la Pedani, ferma con la sua cameriera, alla quale suggeriva certi esercizi ginnastici per curare i geloni.
Il Baumann era stato il primo a trovare che la ginnastica fra i banchi poteva prevenire questo malanno.
Essa la sapeva lunga sull'argomento.
Alla vista del padrone, la cameriera rientrò, e quegli fece alla maestra il solito saluto scherzoso: - Abbasso la ginnastica!
Essa rispose con lo stesso tuono: - Abbasso i fautori del linfatismo e della rachitide!
L'ingegnere rise, e s'avviò con lei giù per le scale.
Poi le domandò a bassa voce, soffermandosi: - Ma come mai lei può esser cosí tranquilla mentre c'è dei disgraziati che soffrono morte e passione per causa sua?
Essa lo guardò fisso, e gli domandò: - Chi gliel'ha detto?
- Colui che gliel'ha scritto.
- In tal caso, - disse con indifferenza la maestra, - discorriamo d'altro,
- Come! Nemmeno ne può sentir parlare? - domandò l'ingegnere.
- Neppure un senso di pietà? A tal segno indurisce i cuori la ginnastica?
No, essa rispose, non aveva il cuor duro: l'aveva occupato.
Era dominata da una sola passione e aveva deciso di consacrarvi tutta la sua gioventù.
In ogni caso, non avrebbe legato la sua vita se non ad un uomo che volesse dedicar la propria allo stesso scopo.
E disse con semplicità: - Quello che sposerà me, farà della gran ginnastica.
L'ingegnere rise sotto i baffi, e, squadrando la maestra con un'occhiata, disse: - Lo credo.
- Poi domandò: - Dunque, il destino dello sventurato è irrevocabilmente deciso?
- Da me, - riprese quella, - non dipende il destino di nessuno.
E basta cosí.
- Amen! - mormorò il Ginoni.
Scesero in silenzio gli ultimi scalini,
- Eppure, - disse l'ingegnere, sotto il portone, - lei ci pensa ancora.
- Oh giusto! - rispose la Pedani, - pensavo a tutt'altra cosa.
Pensavo che alle bambine sono concessi troppo pochi movimenti degli arti inferiori.
Guardi!
L'ingegnere diede in una risata, e, lasciandola, esclamò: - Abbasso Sparta!
E quella, voltandosi: - Abbasso Sibari! - e infilò il marciapiedi a grandi passi.
Don Celzani fu ferito all'anima dalla risposta, pure un po' raddolcita, che gli riferí l'ingegnere; e non lo confortò punto l'esortazione che questi gli fece a non desistere, ripetendogli il paragone della mina con la miccia lunga, che sarebbe scoppiata più tardi, indubitabilmente.
Ricadde allora in uno stato tormentoso e compassionevole.
Continuò a spiar la maestra quando scendeva o rientrava, per incontrarla o seguirla, e la disperazione dandogli ora maggior coraggio, le lanciava ogni volta un lungo sguardo indagatore e supplichevole accompagnato da una scappellata di mendicante, che chiedeva un sorriso per amor di Dio.
Ella si manteneva sempre la stessa con lui, salutando con garbo, indifferente senza ostentazione, non mostrando d'avvedersi ch'egli s'appostava dietro l'uscio, dietro i pilastri, agli angoli dei muri, in portieria, e che stava fermo un pezzo a contemplarla, dopo ch'era passata.
Capiva, peraltro, che la passione del pover'uomo si veniva infiammando ogni giorno di più.
Ma v'era a questo una cagione nuova, ch'ella non sospettava.
La riputazione di lei andava crescendo.
Un suo articolo su Pier Enrico Ling, il fondatore della ginnastica svedese, pubblicato nel «Nuovo Agone», curioso per l'argomento e per una certa vivacità evidente e brusca di stile, specie nella descrizione degli esercizi sulla scala a ondulazione e sulla spalliera, era stato riprodotto da un giornale politico di Torino e aveva fatto un certo rumore.
Una sera essa tenne una conferenza alla Filotecnica sulla istituzione d'una speciale ginnastica curativa per certe deformità dei ragazzi, spiegando, senza presunzione pedantesca, una assai rara conoscenza dell'anatomia; e i giornali ne parlarono, accennando con parole di simpatia alla sua persona, alla sua voce bella e strana, e al suo modo singolare di porgere, con dei gesti vigorosi e composti insieme, che strappavan gli applausi.
Tutto questo la faceva molto ricercare per lezioni private, e le venivano a casa delle maestre aspiranti a far dei corsi di ginnastica, non c'essendo corsi aperti alla Palestra in quei mesi, delle ragazze che, avendo dei difetti, non volevano far gli esercizi con l'altre, delle insegnanti già patentate che cercavano spiegazioni ed aiuti.
E don Celzani ne incontrava ogni momento per le scale, e sentiva ripetere quel nome con ammirazione da loro e da altri, dentro e fuori di casa.
Ora questa celebrità nascente di lei dava un'esca nuova al suo amore, un nuovo stimolo mordente e squisito ai suoi desideri.
Egli sentiva una più raffinata voluttà a immaginarsi possessore sicuro di una donna conosciuta e ammirata, pensava che sarebbe stato doppiamente felice nell'oscurità sua, d'averla quando tornava da una conferenza applaudita, di impadronirsi di quelle forme che tanti altri avrebbero carezzate con gli occhi e desiderate; gli pareva anzi che quella felicità gli sarebbe stata tanto più dolce e profonda quanto più egli fosse rimasto piccolo e nullo accanto a lei, nient'altro che marito, a cert'ore, anche dimenticato per tutto il resto della giornata, tenuto come un servitore, uno strumento, un sollazzo, un buon bestione di casa.
Ah! Dio grande.
E questo gl'infocava il cuore anche più forte: che colla sua zucca soda d'uomo meditativo, non privo di certa finezza pretina, egli aveva letto a fondo nell'indole di lei, e capiva che, quando ella avesse fatto il passo, era donna da rimanergli rigidamente fedele, non foss'altro che pel sentimento della dignità propria e per forza di ragione, per quanto l'avesse tenuto al di sotto di sé in ogni cosa.
Ch'egli ci fosse arrivato, soltanto; e poi, che gli sarebbe importato delle canzonature e delle insidie! Sarebbe stato sicuro del fatto suo, avrebbe ben saputo custodire il suo tesoro alla barba del mondo intiero.
Se ne rideva delle satire del maestro Fassi!
Giusto, costui continuava a dargli delle bottate ogni volta che l'incontrava, ma con un sentimento nuovo di acrimonia contro la Pedani, la quale, diventando chiara, lasciava lui nell'ombra; oltrediché, occupata in altro, gli restringeva sempre più la collaborazione, di cui aveva bisogno.
Egli s'era in quei giorni tirato addosso con gli articoli provocanti dell'«Agone» un nuvolo di nemici.
Assalendo tutti gli avversari della ginnastica, aveva detto che i ballerini, non esercitando che gli arti inferiori, avevan delle gambe atletiche ma dei petti di pollo; aveva accusato i maestri di scherma di far ingrossare l'anca e la spalla destra a scapito delle giuste proporzioni di tutto il corpo; se l'era presa coi maestri di pianoforte, dicendoli causa principale della vita troppo sedentaria delle ragazze, e coi bendaggisti, che osteggiavan la ginnastica perché screditava i loro istrumenti di tortura; aveva perfino stuzzicato gli speziali e i droghieri scrivendo che calunniavano «la nuova scienza» perché aveva fatto scemar la vendita dell'olio di merluzzo; e da tutte le parti gli eran venute acerbe risposte, a cui, da sé solo, si trovava imbarazzato a rispondere, e appunto in quella congiuntura difficile la Pedani quasi l'abbandonava.
Il Fassi sfogava il suo dispetto col segretario, senza dirne il vero perché, tacciando la maestra d'ambiziosa e d'ingrata, quantunque, per interesse, serbasse ancora con lei le migliori relazioni, e il segretario difendendola, egli diceva peggio.
Un giorno, finalmente, vennero a parole secche.
Spingendo il maestro la maldicenza più in là del solito, don Celzani gli rispose risentito: - La signorina Pedani è un'onesta ragazza.
- Poh! - disse il Fassi, - se avessi voluto!
- Ah! non è vero! - esclamò don Celzani indignato.
Quegli stette per rispondere una grossa insolenza; ma il pensiero della pigione ridotta gliene ritenne mezza fra i denti.
- Le auguro, - si contentò di dirgli, - di non farne l'esperimento a sue spese.
Il segretario ribatté, si separarono di mal garbo, e d'allora in poi non si salutarono più che freddamente.
Ma anche quella disputa crebbe fuoco al suo amore.
Eran dunque tutti d'accordo per calunniarla e per contrastargliela; lo zio, il maestro, sua moglie, il direttore, la Zibelli, mentivano tutti; ebbene, e lui l'avrebbe amata a dispetto di tutti.
E l'amava più che mai, di fatti, trovando anzi nella severa eguaglianza della sua condotta verso di lui e perfino in ogni suo atteggiamento o movenza nuova ch'egli scoprisse, una riprova dell'onestà della sua vita.
Un altro eccitamento gli si aggiunse.
Avendo dei muratori, che rifacevan l'ammattonato del pianerottolo, disteso un'asse sulla parte smossa per servir di ponte agl'inquilini, era per lui una vera voluttà, uscendo di casa a tempo, veder passare su quell'asse la Pedani, e misurar l'incurvatura del legno sotto il suo passo, la quale gli dava, in certo modo, la sensazione indiretta e pure dolcissima del suo peso.
E una mattina gli toccò una gran fortuna.
L'asse era stata buttata da parte: egli uscí in tempo dall'uscio per rimetterla al posto mentre la maestra stava per passare, e lo fece con un atto violento per far vedere la sua forza.
Ella non ne approfittò, superando il passo d'un salto, ma, nel saltare, strisciò col vestito la sua faccia china, producendogli l'effetto d'una sferzata voluttuosa, e lo ringraziò con un sorriso, che lo rese felice per più giorni.
Fu una realtà o un'illusione?
Dopo quel giorno, egli credette di veder nei suoi occhi qualche cosa di nuovo, un barlume di benevolenza, che gli parve il principio di un mutamento durevole; e cominciò a scrutar quel viso con ardore insolito, come un astronomo la faccia del sole, ora accertandosi, ora dubitando, tanto il mutamento era leggero.
Poteva arrischiarsi a far la sua domanda? Era troppo presto? Ma che altro incoraggiamento c'era da sperare?
Gli venne allora in aiuto l'ingegner Ginoni con una idea luminosa.
Incontrandolo una sera in Via San Francesco: - Segretario amato, - gli disse, - se lei è un uomo fino, deve fare una cosa.
C'è nelle vetrine del Berry una fotografia del barone Maignolt, quello che vinse a piedi, da Parigi a Versailles, un velocipedista famoso.
La signora Pedani è grande ammiratrice del barone.
Lei dovrebbe andar a prendere il ritratto e portarglielo.
Che ne dice? Vedrà che farà colpo.
Ma badi: non basta regalar le fotografie; bisogna emulare i fotografati.
Faccia una corsa di resistenza da Torino a Moncalieri, e che ne parli la «Gazzetta del Popolo»: avrà fatto di più che con dieci anni di sospiri.
Don Celzani non disse né sí né no; ma la sera aveva già comprato e rimesso la fotografia alla donna di servizio delle maestre.
Egli sperava ben poca cosa da quell'atto.
Nondimeno, aspettò la mattina dopo la Pedani, non foss'altro che per ricevere un freddo ringraziamento.
Essa discendeva con la Zibelli.
Questa, vedendo lui, tirò dritto senza salutare.
La Pedani si fermò, e gli disse con vivacità insolita, facendogli il più bel sorriso ch'ei le avesse mai visto: - Ah! Signor segretario, com'è stato gentile! Come ha fatto a indovinare il mio desiderio?.
Don Celzani gongolò.
E la maestra gli disse ancora allegramente, andandosene: - Non so come sdebitarmi.
Mi comandi, se la posso servire in qualche cosa.
Ah! barbara! Ma don Celzani andò al terzo cielo, e, beato, allucinato, parendogli d'aver fatto un passo gigantesco, giudicò venuto il buon momento.
Zio o non zio, informazioni o non informazioni, egli non ci poteva più reggere, doveva far la sua domanda formale al più presto, fin che il ferro era caldo.
Solamente era in dubbio se la dovesse fare a voce o per iscritto, e tenne in sospeso la decisione.
Frattanto, si mise a elaborare con profonda cura la formola, di cui si sarebbe servito nei due casi...
Ma mentre la stava elaborando, fu prevenuto.
Da vari giorni la Zibelli aveva rifatto la pace con l'amica, ed era seguito nella sua vita un mutamento nuovo.
Aveva trovato un giorno sotto il portone un giovane maestro di ginnastica, ex sergente del Genio biondo e elegante, ch'essa aveva sentito parlare una volta con molto garbo a un'adunanza della Società della Cassa degl'insegnanti.
Egli andava dal maestro Fassi, di cui era amico.
Le aveva fatto una grande scappellata e le si era accompagnato su per la scala, parlandole con una particolare espressione di rispetto e di simpatia.
S'eran poi ritrovati due giorni dopo in casa del Fassi assente, dove la moglie, visto che si conoscevano, non aveva fatto presentazioni; e come il giovane era maestro all'ergastolo La Generala, la loro conversazione aveva preso un certo colore sentimentale, spiegando egli in che maniera fossero cessate in quella casa le risse sanguinose, le ribellioni e altre violenze, per virtù della istituzione della ginnastica, la quale serviva di sfogo all'esuberanza di vita ed all'orgoglio dei forti, diventati sdegnosi, dopo la vittoria pubblica degli esercizi, di opprimere i deboli riconosciuti.
E continuando il discorso, le aveva chiesto spiegazioni e consigli, e l'aveva ascoltata con cosí viva e gentile attenzione, ch'essa n'era rimasta commossa.
Da questo, con l'usata prontezza, le era rinata l'illusione d'un amore, e insieme l'allegrezza, la cordialità, l'amicizia; s'era rappattumata con la Pedani, soffocando anche l'invidia, che la incominciava a mordere, delle sue glorie ginnastiche; s'era rifatta buona alla scuola, aveva buttato la cappa nera della pedagogia, nella quale stava rinchiusa da un pezzo, e ricominciato a leggere libri di letteratura e a scrivere perfino dei versi di nascosto, trascurando l'amministrazione della casa, di cui soleva addossarsi tutte le cure.
A questa nuova disposizione d'animo dovette la Pedani di esser incaricata, il primo giorno del mese, di portare essa medesima i denari della pigione al segretario; ciò che entrava nelle incombenze della sua amica.
Essa ne rimase un po' stupita, appunto perché si trattava d'andare da don Celzani.
Ma la Zibelli, benché l'avesse sempre amara con lui, non n'era più gelosa, - Va', - le disse anzi scherzando, dopo averle dato i denari nella busta, - lo farai felice.
La Pedani prese nello scaffale la Ginnastica medica dello Schreber, che aveva promesso al cavalier Padalocchi, ed usci.
Sonò all'uscio di questo: il quale la ricevette con molti complimenti, e, preso il libro, le disse di risentire qualche miglioramento dopo che faceva le inspirazioni e le espirazioni, e allora la maestra gli consigliò di provare la rotazione delle braccia, spiegandogli anatomicamente l'azione speciale dell'esercizio ginnastico delle estremità superiori sulle funzioni degli organi del petto.
Mentre ella dava queste spiegazioni, il segretario, solo in casa, seduto a tavolino nello scrittoio del commendatore, stava cercando da un pezzo, con la penna in mano, le frasi più importanti della sua domanda solenne, parlata o scritta che dovesse essere.
E dava del capo in difficoltà serie, poiché si trattava di armonizzare bellamente una dichiarazione d'amore appassionato con la gravità d'una richiesta di matrimonio, la quale dimostrasse d'esser stata preceduta da una lunga meditazione e decisa con intera e tranquilla coscienza; e occorreva pure di farci entrare, con molta delicatezza, un cenno delle sue condizioni di fortuna, non dispregevoli, e balenar la speranza d'una futura eredità dello zio, benché questi avesse a Genova e a Milano una falange di nipotini.
Egli cercava, scriveva, cancellava, non mai soddisfatto, turbato anche un poco dal pensiero che, essendo il primo del trimestre, sarebbe venuta da lui la Zibelli, ch'era la factotum, a portar la pigione: visita che lo avrebbe messo nell'impiccio, dopo che quella gli aveva levato il saluto.
Nondimeno, la prima frase era assicurata oramai, ed immutabile.
Cominciava: «Signorina, vengo a fare un passo decisivo nella vita d'un uomo...», ed egli finiva appunto di arrotondare il primo periodo, quando il campanello sonò.
«Ecco la Zibelli», disse tra sé, con dispetto, e preparò un viso contegnoso per riceverla.
In quel momento s'affacciò all'uscio la vecchia serva, e disse: - Signor segretario, c'e la maestra Pedani per la pigione.
Don Celzani saltò in piedi, con le fiamme al viso.
Non gli riuscí di dire: «Fate entrare»; non poté fare che un gesto.
La Pedani entrò, e la serva richiuse l'uscio.
L'apparizione della maestra gli produsse l'effetto come d'un mutamento improvviso d'ogni cosa intorno a sé: la stanza cambiò luce, i mobili si spostarono, i contorni degli oggetti si confusero, tutto s'alterò ai suoi occhi, come segue ai paurosi nei duelli.
Corse qua e là in cerca d'una seggiola, balbettando: - S'accomodi, s'accomodi, - e andò a pigliare la più lontana: la mise accanto al tavolo, gli parve troppo vicina, la scostò, gli parve messa di sbieco, la voltò, accennò a lei di sedersi senza guardarla, sedette lui di traverso, e, presa la busta dalla sua mano, non trovò altro di meglio, per avere il tempo di ricomporsi, che prendere a contare i biglietti con grandissima attenzione, come se sospettasse d'esser truffato.
Poi disse con le labbra tremanti: - Va bene, - e prese un foglio di carta bollata per scrivere la ricevuta.
Ma nel cominciare a scrivere, gli cozzarono con una tal tempesta nel capo la tentazione di coglier quel momento per far la domanda, e il timore che il momento fosse inopportuno e pericoloso, che invece di scriver sul foglio le parole solite, scrisse: «Signorina, vengo a fare un passo decisivo...»
Se n'accorse, arrossí, stracciò il foglio, ne prese un altro, ricominciò a scrivere, sempre con quella tempesta nel capo; la vista gli si velava, la mano gli ballava, le parole gli sfuggivano, la fronte gli si bagnava di sudore.
La maestra lo guardava, tranquilla e seria.
Essa non rideva di nulla; non aveva senso comico.
S'egli l'avesse osservata in quel punto, non le avrebbe visto negli occhi che una leggera espressione di curiosità compassionevole, come quella con cui si guarda un malato d'alienazione mentale.
Quando alla fine riuscí a metter la firma, la sua risoluzione era già presa.
Piegò il foglio, e ritenendolo in mano per trattener lei, s'alzò in piedi, e di rosso si fece pallido.
Poi cominciò: - Signorina!...
Che cosa seguí allora nella sua mente? Forse una sincope improvvisa del coraggio, forse il pensiero improvviso che sarebbe stato meglio avviar prima il dialogo sopra un altro argomento, perché la dichiarazione non paresse troppo repentina ed ardita.
Fatto sta che invece di dire quello che aveva preparato, mutato tuono tutt'a un tratto, mandando giù la saliva per la gola secca, mormorò umilmente: - Signorina...se ha bisogno di qualche riparazione...
Questa volta alla ragazza sfuggí un sorriso.
Rispose di no, tutto era in ordine nel suo quartierino; lo ringraziò della cortesia.
E, alzandosi, tese la mano per prendere la ricevuta.
Il momento era giunto: o subito o non più.
Il segretario tirò indietro il foglio, e rinunziando a dir le parole preparate perché la confusione non gliele lasciava ritrovare, si slanciò con disperato coraggio contro al pericolo.
- Signorina! - ripeté...
Accade qualche volta anche ai non timidi, quando parlan dominati da una forte commozione, e tanto più se in una lingua che non hanno familiare, che il loro linguaggio, il tuono, il gesto, tutto devia involontariamente dal sentimento che vogliono esprimere, in modo che mentre questo è sincero, semplice, umile, l'espressione esce enfatica, tormentata, predicatoria, stonata, falsa, come se un altro parlasse in luogo loro, senza comprenderli, e quasi col proposito di farli fallire al loro scopo.
Questo avvenne al povero don Celzani.
Battendosi una mano sul petto, gonfiando troppo la voce, facendo la ruota con lo sguardo intorno alla maestra come per seguire il volo circolare d'una farfalla, e movendo in cento modi strani le grosse labbra come se le avesse intorpidite dal freddo:
- Signorina! - declamò.
- Io ho una cosa da dirle.
Mi permetta.
Mi perdoni.
So che questo non è il luogo.
Ma vi sono dei momenti, vi sono dei sentimenti, nei quali l'uomo onesto, quando è un affetto onesto, sia pure davanti a Dio, è impossibile, tutto si deve dire, tutto si può scusare, è un dovere lasciar dire.
Io già mi sono spiegato.
Lei conosce il mio sentimento.
Mai, mai fu leggerezza, fin dal primo giorno.
Mai.
Sempre ho coltivato quel pensiero.
Giammai nella mia coscienza, se ho ardito, Dio m'é testimonio, la più pura intenzione, il più sacrosanto scopo, l'affezione di tutta la vita, se anche non l'ho scritto, eccomi a dirlo, signorina.
La sua mano!...
Forse non è il modo; ma parlo a un'anima bella.
Il frutto è maturo.
Meditai.
È un galantuomo che parla.
Concorde è lo zio.
Creda a questo cuore.
Non è più vita la mia.
Non domando che la sua mano.
Una sola parola! Pronuncia la mia sentenza.
(«Pronuncia» fu un lapsus linguae).
Detto questo, ansando, piantò gli occhi dilatati in viso alla maestra, con un'espressione quasi di terrore.
La maestra, che aveva sorriso alle prime parole e ascoltato con serietà le ultime, corrugò la fronte quando egli ebbe finito, suffusa d'un leggero rossore, che sparve subito.
Poi, fissando lo sguardo sopra un almanacco appeso alla parete, con una intonazione naturalissima che faceva un curioso contrasto a quella del segretario, e con una voce che, abbassandosi, diventava baritonale: - Veda, signor segretario, - rispose, - Io non so trovar giri di parole per dir certe cose...
come si dovrebbero dire.
Dico franco il mio pensiero.
Lei perdonerà.
Non ho che a ringraziarla delle sue buone intenzioni.
Anzi, mi tengo onorata.
Ma...se avessi avuto un'idea, l'avrei manifestata subito, dopo la sua lettera, perché avevo capito quel che c'era sottinteso.
Le dico che mi tengo onorata, sinceramente.
Però, ecco la cosa: davvero io non ho vocazione pel matrimonio.
Per le mie occupazioni ho bisogno d'esser libera; ho deciso d'esser libera.
E poi....
ho ventisette anni: se avessi avuto altre inclinazioni, le avrei secondate da un pezzo.
Cosícché...
Insomma, io non so trovar delle frasi.
Mi rincresce, la ringrazio: ecco tutto.
Favorisca la ricevuta.
A quelle parole l'amore trafitto urlò, e la naturalezza gli venne.
- Ah no, signorina, no! - esclamò don Celzani agitandosi.
- Lei dice cosí perché non sa.
Non sono come gli altri, io; cosa crede? Io le voglio bene sul serio, è un pezzo che peno, non vedo altro, io: come si fa? Dice: voglio esser libera.
Che m'importa, a me? Non sarei mica un padrone.
Ah, lei non mi capisce: io sarei il suo servitore, non pretenderei nulla, non son niente, starei sotto i suoi piedi, sarei troppo felice, matto! Lei non mi conosce, come sono, che mi fa perder la testa, che le darei il mio sangue e la salute dell'anima...
Dio grande! Non mi dica di no! Abbia misericordia d'un galantuomo!
E ciò dicendo allargò le braccia e si chinò davanti a lei, sollevando il viso supplichevole, come il Sant'Antonio del Murillo davanti al Bambino.
La maestra, maravigliata di tanto calore di passione in quell'uomo, lo guardò un momento, diede un'occhiata all'uscio, e lo tornò a guardare, con una vaga espressione di rammarico.
Pareva che pensasse: «Peccato ch'egli non sia un altro!» - Ma capí subito che il suo silenzio poteva essere male interpretato, e s'affrettò a dire, col tuono più amichevole che le fu possibile:
- Basta cosí, signor Celzani.
Io le ho già detto il mio sentimento.
Lei ha buon cuore.
Troverà un'altra che corrisponderà al suo affetto, come merita.
Lei s'inganna sul conto mio: io non sono come forse s'immagina.
Io non son tenera.
Ho il cuore d'un uomo, io.
Non sarei una buona moglie.
Veda che son sincera.
Si faccia una ragione...
e mi dia il foglio.
Non è conveniente che mi fermi un momento di più.
Don Celzani restò lí come pietrificato.
Ma il terrore di rimaner solo in casa, con la disperazione di quel rifiuto nel cuore, lo riscosse subito, e gli fece fare un ultimo tentativo sconsolato di preghiera:
- Pigli tempo a rispondere, almeno! Ci pensi ancora! Non mi dica di no per sempre!
La Pedani fu presa da un principio d'impazienza, e facendo un passo avanti, allungò la mano per pigliar la ricevuta.
Per istinto il segretario le afferrò la mano, e fu come una vertigine: cadde ginocchioni d'un colpo e, accecato, supplicando, s'avviticchiò furiosamente alle ginocchia di lei, strofinando il viso convulso contro la sua veste.
Fu un baleno però: due mani gagliarde sciolsero le sue dita incrocicchiate, e con una spinta virilmente impetuosa lo misero in piedi d'un balzo, sbalordito.
- Signor Celzani, - disse severamente la maestra, ma con accento più di fastidio, che di sdegno, - queste cose con me non si fanno -.
E soggiunse dopo una pausa: - Sia detto una volta per sempre.
Ma il segretario quasi non sentí.
Il dolore immenso del rifiuto, la vergogna, il terrore dell'avvenire erano per un momento soffocati in lui dalla sensazione profonda e violenta di quell'abbraccio, rivelatore misterioso di tesori che superavano le sue fantasie, e che gli lasciavano come lo stupore d'un contatto sovrumano.
Si risentí vedendo la Pedani avvicinarsi all'uscio e a passi vacillanti e impetuosi la raggiunse; ma si fermò a un passo da lei.
Essa aveva già la mano sulla maniglia dell'uscio: la ritirò guardando lui con un sorriso d'indulgenza, e poi gliela porse con un atto rigoroso di camerata, per togliere a quella concessione ogni senso di tenerezza.
Il segretario capí, e le diede la sua, morta.
Essa si rifece seria, e disse: - Siamo intesi, dunque...
Mai più.
Egli ripeté macchinalmente, come uno stupido.
- Mai più.
E non l'accompagnò.
Attraversando l'anticamera, la maestra sentí un lamento lungo e sordo, come un gemito soffocato tra i pugni, e uno strepito precipitoso di piedi, simile allo scalpitio d'un giumento imbizzarrito; e uscí scrollando il capo, pietosamente.
Dopo quel giorno don Celzani fu un altro.
Non aspettò più la maestra per le scale, si mise a fumare dei sigari Virginia, bazzicò il vicino caffè del Monviso, frequentò il teatro Alfieri, prese un'andatura più disinvolta, si diede alla sua opera di segretario con una operosità non mai veduta, come se le proprietà del commendatore si fossero triplicate tutt'a un tratto, e spinse la bizzarria fino a cambiare il suo eterno cravattino di seta nera con una cravatta di color turchino, che gli dava un'aria addirittura baldanzosa.
Tutti gli inquilini notarono quella trasformazione.
Lo sentivano qualche volta solfeggiare per le scale, lo vedevan salire o scender a piccoli salti, lo incontravano per la strada in compagnia di giovani della sua età, coi quali non l'avevano mai visto, gesticolante, con una faccia nuova, con mosse e impostature di prete spretato, che volesse dissimulare il suo carattere antico.
Il solo ingegner Ginoni conobbe il perché di quel mutamento, e se ne prese spasso: diceva al segretario, incontrandolo:
Cadde l'incanto, e a terra sparso è il giogo;
oppure:
Alfin respiro, o Nice,
Bravo segretario!
E questi gli rispondeva con un gesto comico, come per dire: «Tutto è passato».
E cosí durò per tutto il mese di marzo.
Dopo di che...
ricadde più perdutamente innamorato di prima.
Ma come si fa, Dio grande! Ai primi giorni della nuova stagione la Pedani aveva messo su un vestito di lanetta color marrone, guernito con una straliciatura di seta nera, semplicissimo, una miseria che poteva costar trenta lire con la fattura, e che aveva fors'anche dei difetti di taglio; ma la sarta vera e maravigliosa era la persona che lo riempiva e lo tirava, informandolo ai più seducenti contorni che avesse mai trovato uno scultore di Dee.
V'erano adesso delle giornate, quando essa tornava dalla ginnastica, delle ore in cui l'aria, il sole, l'esercizio fatto mettevano nella sua carne come uno splendore caldo di giovinezza matura, la freschezza d'un corpo di nuotatrice uscita allora dall'acqua, qualche cosa che si effondeva intorno come la fragranza inebriante d'un albero in fiore.
E passando accanto a don Celzani a passi svelti gli diceva: - Buon giorno - con una nota d'oboe, spiccata e profonda, che pareva un grido involontario di voluttà, troncato a mezzo.
Il povero don Celzani resistette a tre o quattro di questi incontri, poi perdette la testa: lasciò il caffè Monviso, il teatro, gli amici, i sigari Virginia, le corse per Torino, e i baldi atteggiamenti; e della sua audace ribellione d'un mese non gli rimase altro segno che la cravatta turchina.
Ma durante quel mese aveva meditato, e frutto delle sue meditazioni fu che, entrando nel nuovo periodo, cambiò di tattica amorosa, si sforzò di dare alla sua passione l'apparenza d'una tranquilla amicizia.
Non più appostamenti, non più sguardi supplichevoli, né saluti trepidanti, né silenzi d'adoratore.
Egli fermava la maestra su per le scale e le si accompagnava, attaccando discorso a qualunque proposito, ragionando del tempo, degli orari scolastici, d'una riparazione da farsi, d'un inquilino, d'una bazzecola, pur di parlare e d'intrattenerla, di abituarla alla sua compagnia, di persuaderla bene ch'essa poteva star con lui d'ora innanzi senza che egli ricadesse nelle dichiarazioni passate.
E vi riuscí.
Essa sospettava bensí confusamente che sotto quel novo contegno si nascondesse un pensiero, un proponimento lontano; ma, insomma, s'era quetato, e gli si poteva discorrere, tanto più che, levato da quel suo matto amore, era una persona educata e un buon diavolo, che non le spiaceva.
In tal modo s'incominciò a stabilir fra loro una certa familiarità.
E questo avvenne più agevolmente per effetto d'una nuova dichiarazione di guerra della maestra Zibelli, che lasciava da capo uscir sola la sua amica.
Era seguito questo lepido caso: che le due amiche essendosi incontrate, per la prima volta tutt'e due insieme, in Piazza Solferino, col maestro biondo della Generala, il quale le aveva fermate, s'era dopo poche parole chiarito l'equivoco, che quegli aveva fino allora scambiato la Zibelli con la Pedani, conosciuta da lui soltanto di fama e ammirata per i suoi articoli; e la Zibelli aveva visto rivolgere immediatamente all'altra, ma raddoppiati, gli ossequi e l'ammirazione di cui era stata essa prima l'oggetto.
Messa sottosopra da questa scoperta, dopo aver passato dei giorni orribili, astiando l'amica dalla mattina alla sera, s'era data con grande ardore alla religione, andava in chiesa ogni mattina, aveva stretto amicizia con le signore divote del primo piano, messo un velo nero sul viso, voluto far di magro il venerdí e il sabato, e dedicato tutti i suoi ritagli di tempo a libri ascetici, che leggeva forte anche di notte.
Con questo si rincrudí pure in quei giorni, a cagione d'un avvenimento straordinario, la gelosia ch'essa cominciava a sentire da un po' di tempo dei trionfi ginnastico-letterari della sua nemica.
Era allora a Torino il ministro dell'istruzione pubblica, Guido Baccelli.
Egli capitò una mattina inaspettato, col sindaco e con l'assessore, seguito da un folto corteo, alla scuola Margherita, mentre la Pedani faceva la lezione di ginnastica.
Un'altra avrebbe perso la bussola.
Essa non si turbò e, schierate tutte le sue allieve, fece eseguire i passi ritmici con una tal varietà, precisione e vigoria di comandi, che, un po' per questo e un po' per effetto della sua bella persona, il ministro le prodigò i più caldi elogi, intavolando con lei una conversazione su metodi ginnastici inglesi, della quale uscí anche più ammirato che degli esercizi.
Il fatto fu riferito dai giornali, che stamparono il suo nome, e fu una gloria.
E non ne ingelosí soltanto la Zibelli: il maestro Fassi andò in bestia.
In quei giorni appunto la Pedani era anche stata nominata maestra di ginnastica delle monache Vincenzine del Cottolengo.
Una successione cosí inaudita di fortune cominciava a non esser più comportabile, né si poteva spiegare che con qualche protezione segreta.
Ora il maestro si ficcò in capo che chi le faceva aver tutti quei favori fosse il commendator Celzani, per sollecitazione del nipote.
E non poté trattenersi dal fare uno sfogo con costui.
- È una vergogna, - gli disse un giorno senza preamboli, - che mentre ci sono dei professori di ginnastica che sudano da vent'anni agli studi senza aver mai potuto ottenere un favore, e neppure il compenso della notorietà, ci sia chi si fa largo e ottiene tutti gli onori per la sola virtù della gonnella.
È un mercimonio schifoso, che denunzierò per le stampe.
Il segretario finse di non capire.
Ma quella finzione non fece che riaffermare il maestro nella sua idea, tanto che, pur conservando per interesse un'apparenza d'amicizia con la Pedani, egli tolse a lui il saluto, e sua moglie fece lo stesso, E cosí eran già tre, che, per causa della maestra, gli avevan dichiarato la guerra.
Ma don Celzani, ostinato e intrepido, continuava a colorire il suo disegno, cercando di guadagnarsi la buona amicizia di lei.
Le fece un giorno un vero piacere portandole un numero del «Ginnasta triestino», venutogli a mano per caso, che conteneva un articolo sulla danza pirrica.
Le portò un'altra volta un numero della «Tribuna», che riceveva lo zio, nella quale era riferita la risposta negativa data dall'ufficio d'igiene del municipio di Roma a tutte le direzioni delle scuole, che l'avevano interrogato intorno alla maggiore o minor convenienza di tener gli alunni nella posizione di braccia conserte.
La maestra gradí molto l'offerta, dicendo che aveva già trattato l'argomento in un articolo.
Ma il segretario le preparava ben altre sorprese.
Era tentato da un po' di tempo d'intavolare con lei certi discorsi, ai quali s'andava apparecchiando; ma non osava.
Un giorno osò.
Avendogli essa detto che frequentava un corso d'anatomia, egli le rispose timidamente: - L'anatomia...
Lei fa bene, perché, senza quello studio, non si può conoscere il valore...
fisiologico dei singoli esercizi, e, senza di questo, gli esercizi non si possono classificare...
fisiologicamente, che è l'ordine più utile.
La maestra lo guardò con stupore, e approvò.
Era un primo passo.
Un altro giorno si fece anche più animo e le domandò che cosa pensasse sulla quistione degli attrezzi.
Anche questa domanda la stupí gradevolmente.
E gli rispose: non stava con coloro che ne volevano abusare, mirando a convertire le palestre in circhi acrobatici, ciò che spaventava le famiglie, ed era veramente un pericolo; ma dava torto anche agli esageratori della parte opposta, che li volevano addirittura abolire.
Dove si sarebbe andati per quella via? A un
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