AUTOBIOGRAFIA, di Vittorio Alfieri - pagina 23
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Quindi le leggi che vi si stabilirono furono discusse e non già dettate; e riuscirono imparziali, egualissime, e giuste; a segno che un corpo di persone come eramo noi, tanto potea fondare una ben equilibrata repubblica, come una ben equilibrata buffoneria.
La sorte e le circostanze vollero che si fabbricasse piuttosto questa che quella.
Si era stabilito un ceppo assai ben capace, dalla di cui spaccatura superiore vi si introducevano scritti d'ogni specie, da leggersi poi dal presidente nostro elettivo ebdomadario, il quale tenea di esso ceppo la chiave.
Fra quegli scritti se ne sentivano talvolta alcuni assai divertenti e bizzarri; se ne indovinavano per lo piú gli autori, ma non portavano nome.
Per nostra comune e piú mia particolare sventura, quegli scritti erano tutti in (non dirò lingua), ma in parole francesi.
Io ebbi la sorte d'introdurre varie carte nel ceppo, le quali divertirono assai la brigata; ed erano cose facete miste di filosofia e d'impertinenza, scritte in un francese che dovea essere almeno non buono, se pure non pessimo, ma riuscivano pure intelligibili e passabili per un uditorio che non era piú dotto di me in quella lingua.
E fra gli altri, uno ne introdussi, e tuttavia lo conservo, che fingeva la scena di un Giudizio Universale, in cui Dio domandando alle diverse anime un pieno conto di sé stesse, ci aveva rappresentate diverse persone che dipingevano i loro propri caratteri; e questo ebbe molto incontro perché era fatto con un qualche sale, e molta verità; talché le allusioni, e i ritratti vivissimi e lieti e variati di molti sí uomini che donne della nostra città, venivano riconosciuti e nominati immediatamente da tutto l'uditorio.
Questo piccolo saggio del mio poter mettere in carta le mie idee quali ch'elle fossero, e di potere, nel farlo, un qualche diletto recare ad altrui, mi andò poi di tempo in tempo saettando un qualche lampo confuso di desiderio e di speranza di scrivere quando che fosse qualcosa che potesse aver vita; ma non mi sapeva neppur io quale potrebbe mai essere la materia, vedendomi sprovvisto di quasi tutti i mezzi.
Per natura mia prima prima, a nessuna altra cosa inclinava quanto alla satira, ed all'appiccicare il ridicolo sí alle cose che alle persone.
Ma pure poi riflettendo e pensando, ancorché mi vi paresse dovervi aver forse qualche destrezza, non apprezzava io nell'intimo del cuore gran fatto questo sí fallace genere; il di cui buon esito, spesso momentaneo, è posto e radicato assai piú nella malignità e invidia naturale degli uomini, gongolanti sempre allorché vedono mordere i loro simili, che non nel merito intrinseco del morditore.
Intanto per allora la divagazione somma e continua, la libertà totale, le donne, i miei ventiquattro anni, e i cavalli di cui avea spinto il numero sino a dodici e piú, tutti questi ostacoli potentissimi al non far nulla di buono, presto spegnevano od assopivano in me ogni qualunque velleità di divenire autore.
Vegetando io dunque cosí in questa vita giovenile oziosissima, non avendo mai un istante quasi di mio, né mai aprendo piú un libro di sorte nessuna, incappai (come ben dovea essere) di bel nuovo in un tristo amore; dal quale poi dopo infinite angosce, vergogne, e dolori, ne uscii finalmente col vero, fortissimo, e frenetico amore del sapere e del fare, il quale d'allora in poi non mi abbandonò mai piú; e che, se non altro, mi ha una volta sottratto dagli orrori della noia, della sazietà, e dell'ozio; e dirò piú, dalla disperazione; verso la quale a poco a poco io mi sentiva strascinare talmente, che se non mi fossi ingolfato poi in una continua e caldissima occupazione di mente, non v'era certamente per me nessun altro compenso che mi potesse impedire prima dei trent'anni dall'impazzire o affogarmi.
Questa mia terza ebrezza d'amore fu veramente sconcia, e pur troppo lungamente anche durò.
Era la mia nuova fiamma una donna, distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta; cioè maggiore di me di circa nove in dieci anni.
Una passeggiera amicizia era già stata tra noi, al mio primo uscire nel mondo, quando ancora era nel Primo Appartamento dell'Accademia.
Sei e piú anni dopo, il trovarmi alloggiato di faccia a lei, il vedermi da essa festeggiato moltissimo; il non far nulla; e l'esser io forse una di quelle anime di cui dice, con tanta verità ed affetto, il Petrarca:
So di che poco canape si allaccia
un'anima gentil, quand'ella è sola,
e non è chi per lei difesa faccia;
ed in somma il mio buon padre Apollo che forse per tal via straordinaria mi volea chiamare a sé; fatto si è, ch'io, benché da principio non l'amassi, né mai poi la stimassi, e neppure molto la di lei bellezza non ordinaria mi andasse a genio; con tutto ciò credendo come un mentecatto al di lei immenso amore per me, a poco a poco l'amai davvero, e mi c'ingolfai sino agli occhi.
Non vi fu piú per me né divertimenti, né amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati.
Dalla mattina all'otto fino alle dodici della sera eternamente seco, scontento dell'esserci, e non potendo pure non esserci; bizzarro e tormentosissimo stato, in cui vissi non ostante (o vegetai, per dir meglio) da circa il mezzo dell'anno 1773 sino a tutto il febbraio del '75; senza contar poi la coda di questa per me fatale e ad un tempo fausta cometa.
CAPITOLO DECIMOQUARTO
Malattia e ravvedimento.
Nel lungo tempo che durò questa pratica, arrabbiando io dalla mattina alla sera, facilmente mi alterai la salute.
Ed in fatti nel fine del '73 ebbi una malattia non lunga, ma fierissima, e straordinaria a segno che i maligni begl'ingegni, di cui Torino non manca, dissero argutamente ch'io l'avea inventata esclusivamente per me.
Cominciò con lo dar di stomaco per ben trentasei ore continue, in cui non v'essendo piú neppur umido da rigettare, si era risoluto il vomito in un singhiozzo sforzoso, con una orribile convulsione del diaframma che neppur l'acqua in piccolissimi sorsi mi permettea d'ingoiare.
I medici, temendo l'infiammazione, mi cacciarono sangue dal piede, e immediatamente cessò lo sforzo di quel vomito asciutto, ma mi si impossessò una tal convulsione universale, e subsultazione dei nervi tutti, che a scosse terribili ora andava percuotendo il capo della testiera del letto, se non me lo teneano, ora le mani e massimamente i gomiti, contro qualunque cosa vi fosse stata aderente.
Né alcunissimo nutrimento, o bevanda, per nessuna via mi si poteva far prendere, perché all'avvicinarsi o vaso o istromento qualunque a qualunque orifizio, prima anche di toccare la parte era tale lo scatto cagionato dai subsulti nervosi, che nessuna forza valeva a impedirli; anzi, se mi voleano tener fermo con violenza era assai peggio, ed io ammalato dopo anche quattro giorni di totale digiuno, estenuato di forze, conservava però un tale orgasmo di muscoli, che mi venivano fatti allora degli sforzi che non avrei mai potuti fare essendo in piena salute.
In questo modo passai cinque giorni interi in cui non mi vennero inghiottiti forse venti o trenta sorsetti di acqua presi cosí a contrattempo di volo, e spesso immediatamente rigettati.
Finalmente nel sesto la convulsione allentò, mediante le cinque o le sei ore il giorno che fui tenuto in un bagno caldissimo di mezz'olio e mezz'acqua.
Riapertasi la via dell'esofago, in pochi giorni col bere moltissimo siere fui risanato.
La lunghezza del digiuno e gli sforzi del vomito erano stati tali, che nella forcina dello stomaco, fra quei due ossucci che la compongono, vi si formò un tal vuoto, che un uovo di mezzana grandezza vi potea capire; né mai poi mi si ripianò come prima.
La rabbia, la vergogna, e il dolore, in cui mi facea sempre vivere quell'indegno amore, mi aveano cagionata quella singolar malattia.
Ed io, non vedendo strada per me di uscire di quel sozzo laberinto, sperai, e desiderai di morirne.
Nel quinto giorno del male, quando piú si temeva dai medici che non ne ritornerei, mi fu messo intorno un degno cavaliere mio amico, ma assai piú vecchio di me, per indurmi a ciò che il suo viso e i preamboli del suo dire mi fecero indovinare prima ch'egli parlasse; cioè a confessarmi e testare.
Lo prevenni, col domandar l'uno e l'altro, né questo mi sturbò punto l'animo.
In due o tre aspetti mi occorse di rimirare ben in faccia la morte nella mia gioventú; e mi pare di averla ricevuta sempre con lo stesso contegno.
Chi sa poi, se quando ella mi si riaffaccerà irremissibile io nello stesso modo la riceverò.
Bisogna veramente che l'uomo muoia, perché altri possa appurare, ed ei stesso, il di lui giusto valore.
Risorto da quella malattia, ripigliai tristamente le mie catene amorose.
Ma per levarmene pure qualcun'altra d'addosso, non volli piú lungamente godermi i lacci militari, che sommamente mi erano sempre dispiaciuti, abborrendo io quell'infame mestiere dell'armi sotto un'autorità assoluta qual ch'ella sia; cosa, che sempre esclude il sacrosanto nome di patria.
Non negherò pure, che in quel punto la mia Venere non fosse piú assai per me opprobriosa che non era il mio Marte.
In somma fui dal colonnello, e allegando la salute domandai dimissione dal servizio, che non avea a dir vero prestato mai; poiché in circa ott'anni che portai l'uniforme, cinque li avea passati fuor del paese; e nei tre altri appena cinque riviste avea passate, che due l'anno se ne passavano sole in quei reggimenti di Milizie Provinciali in cui avea preso servizio.
Il colonnello volle ch'io ci pensassi dell'altro prima di chiedere per me codesta dimissione; accettai per civiltà il suo invito e simulando di avervi pensato altri quindici giorni, la ridomandai piú fermamente e l'ottenni.
Io frattanto strascinava i miei giorni nel serventismo, vergognoso di me stesso, noioso e annoiato, sfuggendo ogni mio conoscente ed amico, sui di cui visi io benissimo leggeva tacitamente scolpita la mia opprobriosa dabenaggine.
Avvenne poi nel gennaio del 1774, che quella mia signora si ammalò di un male di cui forse poteva esser io la cagione, benché non intieramente il credessi.
E richiedendo il suo male ch'ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente io le stava a piè del letto seduto per servirla; e ci stava dalla mattina alla sera, senza pure aprir bocca per non le nuocere col farla parlare.
In una di queste poco, certo, divertenti sedute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli di carta che mi caddero sotto mano, cominciai cosí a caso, e senza aver piano nessuno, a schiccherare una scena di una non so come chiamarla, se tragedia, o commedia, se d'un sol atto, o di cinque, o di dieci; ma insomma delle parole a guisa di dialogo, e a guisa di versi, tra un Photino, una donna, ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un lunghetto parlare fra codesti due prima nominati.
Ed a quella donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenendomene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi ch'ella delle tre Parche era l'una.
E mi pare, ora esaminandola, tanto piú strana quella mia subitanea impresa, quanto da circa sei e piú anni io non avea mai piú scritto una parola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime interruzioni ne avea letto.
Eppure cosí in un subito, né saprei dire né come né perché, mi accinsi a stendere quelle scene in lingua italiana ed in verso.
Ma, affinché il lettore possa giudicar da sé stesso della scarsezza del mio patrimonio poetico in quel tempo, trascriverò qui in fondo di pagina a guisa di nota(1) un bastante squarcio di codesta composizione, e fedelissimamente lo trascriverò dall'originale che tuttavia conservo, con tutti gli spropositi perfino di ortografia con cui fu scritto: e spero, che se non altro questi versi potranno far ridere chi vorrà dar loro un'occhiata, come vanno facendo ridere me nell'atto del trascriverli; e principalmente la scena fra Cleopatra e Photino.
Aggiungerò una particolarità, ed è: che nessun'altra ragione in quel primo istante ch'io cominciai a imbrattar que' fogli mi indusse a far parlare Cleopatra piuttosto che Berenice, o Zenobia, o qualunque altra regina tragediabile, fuorché l'esser io avvezzo da mesi ed anni a vedere nell'anticamera di quella signora alcuni bellissimi arazzi, che rappresentavano vari fatti di Cleopatra e d'Antonio.
Guarí poi la mia signora di codesta sua indisposizione; ed io senza mai piú pensare a questa mia sceneggiatura risibile, la depositai sotto un cuscino della di lei poltroncina, dove ella si stette obbliata circa un anno; e cosí furono frattanto, sí dalla signora che vi si sedeva abitualmente, si da qualunque altri a caso vi si adagiasse, covate in tal guisa fra la poltroncina e il sedere di molti quelle mie tragiche primizie.
Ma, trovandomi vie piú sempre tediato ed arrabbiato di far quella vita serventesca, nel maggio di quello stesso anno '74, presi subitamente la determinazione di partire per Roma, a provare se il viaggio e la lontananza mi guarirebbero di quella morbosa passione.
Afferrai l'occasione d'una acerba disputa avuta con la mia signora (e queste non erano rare), e senza dir altro, tornato la sera a casa mia, nel giorno consecutivo feci tutte le mie disposizioni, e passato tutto quell'intero giorno senza capitar da lei, la mattina dopo per tempissimo me ne partii alla volta di Milano.
Essa non lo seppe che la sera prima (credo il sapesse da qualcuno di casa mia), e subito quella sera stessa al tardi mi rimandò, come è d'uso, e lettere e ritratto.
Quest'invio già principiò a guastarmi la testa, e la mia risoluzione già tentennava.
Tuttavia, fattomi buon animo, mi avviai, come dissi, per le poste verso Milano.
Giunto la sera a Novara, saettato tutto il giorno da quella sguaiatissima passione, ecco che il pentimento, il dolore e la viltà mi muovono un sí feroce assalto al cuore, che fattasi omai vana ogni ragione, sordo al vero, repentinamente mi cangio.
Fo proseguire verso Milano un abate francese ch'io m'era preso per compagno, con la carrozza e i miei servi, dicendo loro di aspettarmi in Milano.
In tanto, io soletto, sei ore innanzi giorno salto a cavallo col postiglione per guida, corro tutta la notte, e il giorno poi di buon'ora mi ritrovo un'altra volta a Torino; ma per non mi vi far vedere, e non esser la favola di tutti, non entro in città; mi soffermo in un'osteriaccia del sobborgo, e di là supplichevolmente scrivo alla mia signora adirata, perch'ella mi perdoni questa scappata, e mi voglia accordare un po' d'udienza.
Ricevo tostamente risposta.
Elia, che era rimasto in Torino per badare alle cose mie durante il mio viaggio che dovea esser d'un anno; Elia, destinato sempre a medicare, o palliar le mie piaghe, mi riporta quella risposta.
L'udienza mi vien accordata, entro in città, come profugo, su l'imbrunir della notte; ottengo il mio intero vergognoso perdono, riparto all'alba consecutiva verso Milano, rimasti d'accordo fra noi due che in capo di cinque o sei settimane sotto pretesto di salute me ne ritornerei in Torino.
Ed io in tal guisa palleggiato a vicenda tra la ragione e l'insania, appena firmata la pace, trovandomi di bel nuovo soletto su la strada maestra fra i miei pensamenti, fieramente mi sentiva riassalito dalla vergogna di tanta mia debolezza.
Cosí arrivai a Milano lacerato da questi rimorsi in uno stato compassionevole ad un tempo e risibile.
Io non sapeva allora, ma provava per esperienza quel profondo ed elegante bel detto del nostro maestro d'amore, il Petrarca:
Che chi discerne è vinto da chi vuole.
Due giorni appena mi trattenni in Milano, sempre fantasticando, ora come potrei abbreviare quel maledetto viaggio, ed ora, come lo potrei far durare senza tener parola del ritorno; che libero avrei voluto trovarmi, ma liberarmi non sapea, né potea.
Ma, non trovando mai un po' di pace se non se nel moto e divagazione del correr la posta, rapidamente per Parma, Modena, e Bologna mi rendei a Firenze; dove né pure potendomi trattener piú di due giorni, subito ripartii per Pisa e Livorno.
Quivi poi ricevute le prime lettere della mia signora, non potendo piú durare lontano, ripartii subito per la via di Lerici e Genova, dove lasciatovi l'abate compagno, e il legno da risarcirsi, a spron battuto a cavallo me ne ritornai a Torino, diciotto giorni dopo esserne partito per fare il viaggio d'un anno.
C'entrai anche di notte per non farmi canzonar dalla gente.
Viaggio veramente burlesco, che pure mi costò dei gran pianti.
Sotto l'usbergo (non del sentirmi puro) ma del mio viso serio e marmoreo, scansai le canzonature dei miei conoscenti ed amici, che non si attentarono di darmi il ben tornato.
Ed in fatti, troppo era mal tornato; e divenuto oramai disprezzabilissimo agli stessi occhi miei, io caddi in un tale avvilimento e malinconia, che se un tale stato fosse lungamente durato, avrei dovuto o impazzire, o scoppiare; come in fatti venni assai presso all'uno ed all'altro.
Ma pure strascinai quelle vili catene ancora dal finir di giugno del '74, epoca del mio ritorno di quel semiviaggio, sino al gennaio del '75, quando alla per fine il bollore della mia compressa rabbia giunto all'estremo scoppiò.
CAPITOLO DECIMOQUINTO
Liberazione vera.
Primo sonetto.
Tornato io una tal sera dall'opera (insulso e tediosissimo divertimento di tutta l'Italia) dove per molte ore mi era trattenuto nel palco dell'odiosamata signora, mi trovai cosí esuberantemente stufo che formai la immutabile risoluzione di rompere sí fatti legami per sempre.
Ed avendo io visto per prova che il correre per le poste qua e là non mi avea prestato forza di proponimento, che anzi me l'avea subito indebolita e poi tolta, mi volli mettere a maggior prova, lusingandomi che in uno sforzo piú difficile riuscirei forse meglio, stante l'ostinazione naturale del mio ferreo carattere.
Fermai dunque in me stesso di non mi muovere di casa mia, che come dissi le stava per l'appunto di faccia; di vedere e guardare ogni giorno le di lei finestre, di vederla passare; di udirne in qualunque modo parlare; e con tutto ciò, di non cedere oramai a nulla, né ad ambasciate dirette o indirette, né alle reminiscenze, né a cosa che fosse al mondo, a vedere se ci creperei, il che poco importavami, o se alla fin fine la vincerei.
Formato in me tal proponimento, per legarmivi contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico mio coetaneo, che molto mi amava, con chi s'era fatta l'adolescenza, e che allora da parecchi mesi non mi vedea piú, compiangendomi molto di esser naufragato in quella Cariddi, e non potendomene cavar egli, né volendomi perciò parer d'approvare.
Nel bigliettino gli dava conto in due righe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo un involtone della lunga e ricca treccia de' miei rossissimi capelli, come un pegno di questo mio subitaneo partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mostrarmi in nessun luogo cosí tosone, non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorché ne' villani, e marinai.
Finiva il biglietto col pregarlo di assistermi di sua presenza e coraggio, per rinfrancare il mio.
Isolato in tal guisa in casa mia, proibiti tutti i messaggi, urlando e ruggendo, passai i primi quindici giorni di questa mia strana liberazione.
Alcuni amici mi visitavano; e mi parve anco mi compatissero; forse appunto perché io non diceva parola per lamentarmi, ma il mio contegno ed il volto parlavano in vece mia.
Mi andava provando di leggere qualche cosuccia, ma non intendeva neppur la gazzetta, non che alcun menomo libro; e mi accadeva di aver letto della pagine intere cogli occhi, e talor con le labbra, senza pure saper una parola di quel ch'avessi letto.
Andava bensí cavalcando nei luoghi solitari, e questo soltanto mi giovava un poco sí allo spirito che al corpo.
In questo semifrenetico stato passai piú di due mesi sino al finir di marzo del '75; finché ad un tratto un'idea nuovamente insortami cominciò finalmente a svolgermi alquanto e la mente ed il cuore da quell'unico e spiacevole e prosciugante pensiero di un sí fatto amore.
Fantasticando un tal giorno cosí fra me stesso, se non sarei forse in tempo ancora di darmi al poetare, me n'era venuto, a stento ed a pezzi, fatto un piccolo saggio in quattordici rime, che io, riputandole un sonetto, inviava al gentile e dotto padre Paciaudi, che trattavami di quando in quando, e mi si era sempre mostrato ben affetto, e rincrescente di vedermi cosí ammazzare il tempo e me stesso nell'ozio.
Trascriverò qui, oltre il sonetto(2), anche la di lui cortese risposta(3).
Quest'ottimo uomo mi era sempre andato suggerendo delle letture italiane, or questa or quella, e tra l'altre, trovata un giorno su un muricciuolo la Cleopatra, ch'egli intitola eminentissima per essere del cardinal Delfino, ricordatosi ch'io gli avea detto parermi quello un oggetto di tragedia, e che lo avrei voluto tentare (senza pure avergli mai mostrato quel mio primo aborto, di cui ho mostrato qui addietro il soggetto), egli me la comprò e donò.
Io in un momento di lucido intervallo avea avuta la pazienza di leggerla, e di postillarla; e glie l'avea cosí rimandata, stimandola in me stesso assai peggiore della mia quanto al piano e agli effetti, se io veniva mai a proseguirla, come di tempo in tempo me ne rinasceva il pensiere.
Intanto il Paciaudi, per non farmi smarrire d'animo, finse di trovar buono il mio sonetto, benché né egli il credesse, né effettivamente lo fosse.
Ed io poi, di lí a pochi mesi ingolfatomi davvero nello studio dei nostri ottimi poeti, tosto imparai a stimare codesto mio sonetto per quel giusto nulla ch'egli valeva.
Professo con tutto ciò un grand'obbligo a quelle prime lodi non vere, e a chi cortesemente le mi donò, poiché molto mi incoraggirono a cercare di meritarne delle vere.
Già parecchi giorni prima della rottura con la signora, vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sovvenuto di ripescare di sotto al cuscino della poltroncina quella mia mezza Cleopatra, stata ivi in macero quasi che un anno.
Venne poi dunque quel giorno, in cui, fra quelle mie smanie e solitudine quasi che continua, buttandovi gli occhi su, ed allora soltanto quasi come un lampo insortami la somiglianza del mio stato di cuore con quello di Antonio, dissi fra me stesso: "Va proseguita quest'impresa; rifarla, se non può star cosí; ma in somma sviluppare in questa tragedia gli affetti che mi divorano, e farla recitare questa primavera dai comici che ci verranno".
Appena mi entrò questa idea, ch'io (quasiché vi avessi ritrovata la mia guarigione) cominciai a schiccherar fogli, rappezzare, rimutare, troncare, aggiungere, proseguire, ricominciare, ed in somma a impazzare in altro modo intorno a quella sventurata e mal nata mia Cleopatra.
Né mi vergognai anco di consultare alcuni de' miei amici coetanei, che non avevano, come io, trascurata tanti anni la lingua e poesia italiana; e tutti ricercava ed infastidiva, quanti mi poteano dar qualche lume su un'arte di cui cotanto io mi trovava al buio.
E in questa guisa, null'altro desiderando io allora che imparare, e tentare, se mi poteva riuscire quella pericolosissima e temeraria impresa, la mia casa si andava a poco a poco trasformando in una semiaccademia di letterati.
Ma essendo io in quelle date circostanze bramoso d'imparare, e arrendevole, per accidente; ma per natura, ed attesa l'incrostata ignoranza, essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recalcitrante ed indocile; disperavami, annoiava altrui e me stesso, e quasiché nulla venivami a profitto.
Era tuttavia sommo il guadagno dell'andarmi con questo nuovo impulso cancellando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad oncia ad oncia riacquistando il mio già sí lungamente alloppiato intelletto.
Non mi trovava almeno piú nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato piú volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio carcere.
Questo era anche uno dei tanti compensi ch'io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza.
Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s'accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola.
E cosí ci passava dell'ore non poche.
Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell'accesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi.
Ed in tante e sí diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro.
E tra le strane maniere che in ciò adoperai, fu certo stranissima quella di una mascherata, ch'io feci nel finire di codesto carnevale, al publico ballo del teatro.
Vestito da Apollo assai bene, osai di presentarmivi con la cetra, e strimpellando alla meglio, di cantarvi alcuni versacci fatti da me, i quali anche con mia confusione trascriverò qui in fondo di pagina(4).
Una tale sfacciataggine era in tutto contraria alla mia indole naturale.
Ma, sentendomi io pur troppo debole ancora a fronte di quella arrabbiata passione, poteva forse meritare un qualche compatimento la cagione che mi movea a fare simili scenate; che altro non era se non se il bisogno ch'io sentiva in me stesso di frapporre come ostacolo per me infrangibile la vergogna del ricadere in quei lacci, che con tante publicità avrei vituperati io medesimo.
E in questo modo, senza avvedermene, io per non dovermi vergognar di bel nuovo, in pubblico mi svergognava.
Né queste ridicole e insulse colascionate avrei osato trascrivere, se non mi paresse di doverle, come un autentico monumento della mia imperizia in ogni convenienza e decenza, qui tributare alla verità.
Fra queste sí fatte scede io mi andava pure davvero infiammando a poco a poco del per me nuovo bellissimo ed altissimo amore di gloria.
E finalmente dopo alcuni mesi di continui consulti poetici, e di logorate grammatiche e stancati vocabolari, e di raccozzati spropositi, io pervenni ad appiccicare alla peggio cinque membri ch'io chiamai atti, e il tutto intitolai Cleopatra tragedia.
E avendo messo al pulito (senza forbirmene) il primo atto, lo mandai al benigno padre Paciaudi, perch'egli me lo spilluzzicasse, e dessemene il di lui parere in iscritto.
E qui pure fedelmente trascriverò alcuni versi di esso(5), con la risposta del Paciaudi(6).
Nelle postille da lui apposte a que' miei versi, alcune eran molto allegre e divertenti, e mi fecero ridere di vero cuore, benché fosse alle spalle mie: e questa tra l'altre.
"Verso 184, il latrato del cor..
Questa metafora è soverchiamente canina.
La prego di torla." Le postille di quel primo atto, ed i consigli che nel paterno biglietto le accompagnavano, mi fecero risolvere a tornar rifare il tutto con piú ostinazione ed arrabbiata pazienza.
Dal che poi ne uscí la cosidetta tragedia, quale si recitò in Torino a dí 16 giugno 1775; della quale pure trascriverò, per terza ed ultima prova della mia asinità nella età non poca di anni venzei e mezzo, i primi versi(7), quanti bastino per osservare i lentissimi progressi, e l'impossibilità di scrivere che tuttavia sussisteva, per mera mancanza dei piú triviali studi.
E nel modo stesso con cui avea tediato il buon padre Paciaudi per cavarne una censura di quella mia seconda prova, andai anche tediando molti altri, tra i quali il conte Agostino Tana mio coetaneo, e stato paggio del re nel tempo ch'io stava nell'Accademia.
L'educazione nostra era perciò stata a un di presso consimile, ma egli dopo uscito di paggio avea costantemente poi applicato alle lettere sí italiane che francesi, ed erasi formato il gusto, massimamente nella parte critica filosofica, e non grammaticale.
L'acume, grazia e leggiadria delle di lui osservazioni su quella mia infelice Cleopatra farebbero ben bene ridere il lettore, se io avessi il coraggio di mostrargliele; ma elle mi scotterebbero troppo, e non sarebbero anche ben intese, non avendo io ricopiato che i soli primi quaranta versi di quel secondo aborto.
Trascriverò bensí la di lui letterina(8) con la quale mi rimandò le postille, e basterà a farlo conoscere.
Io frattanto avea aggiunta una farsetta, che si reciterebbe immediataniente dopo la mia Cleopatra; e la intitolai I poeti.
Per dare anco un saggio della mia incompetenza in prosa, ne trascrivo uno squarcio(9).
Né la farsetta però, né la tragedia, erano le sciocchezze d'uno sciocco; ma un qualche lampo e sale qua e là in tutte due traluceva.
Nei Poeti aveva introdotto me stesso sotto il nome di Zeusippo, e primo io era a deridere la mia Cleopatra, la di cui ombra poi si evocava dall'inferno, perch'ella desse sentenza in compagnia d'alcune altre eroine da tragedia, su questa mia composizione paragonata ad alcune altre tragediesse di questi miei rivali poeti, le quali in tutto poteano ben essere sorelle; col divario però, che le tragedie di costoro erano state il parto maturo di una incapacità erudita, e la mia era un parto affrettato di una ignoranza capace.
Furono queste due composizioni recitate con applauso per due sere consecutive; e richieste poi per la terza, essendo io già ben ravveduto e ripentito in cuore di essermi sí temerariamente esposto al pubblico, ancorché mi si mostrasse soverchio indulgente, io quanto potei mi adoprai con gli attori e con chi era loro superiore, per impedirne ogni ulteriore rappresentazione.
Ma, da quella fatal serata in poi, mi entrò in ogni vena un sí fatto bollore e furore di conseguire un giorno meritatamente una vera palma teatrale, che non mai febbre alcuna di amore mi avea con tanta impetuosità assalito.
In questa guisa comparvi io al pubblico per la prima volta.
E se le mie tante, e pur troppe, composizioni drammatiche in appresso non si sono gran fatto dilungate da quelle due prime, certo alla mia incapacità ho dato principio in un modo assai pazzo e risibile.
Ma se all'incontro poi, verrò quando che sia annoverato fra i non infimi autori sí di tragedie che di commedie, converrà pur dire, chi verrà dopo noi, che il mio burlesco ingresso in Parnasso col socco e coturno ad un tempo, è riuscito poi una cosa assai seria.
Ed a questo tratto fo punto a questa epoca di giovinezza, poiché la mia virilità non poteva da un istante piú fausto ripetere il suo cominciamento.
Epoca quarta
VIRILITÀ
Abbraccia trenta piú anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi.
CAPITOLO PRIMO
Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie il Filippo, e il Polinice.
Intanto un diluvio di pessime rime.
Eccomi ora dunque, sendo in età di quasi anni venzette, entrando nel duro impegno e col pubblico e con me stesso, di farmi autor tragico.
Per sostenere una sí fatta temerità, ecco quali erano per allora i miei capitali.
Un animo risoluto, ostinatissimo, ed indomito; un cuore ripieno ridondante di affetti di ogni specie tra' quali predominavano con bizzarra mistura l'amore e tutte le sue furie, ed una profonda ferocissima rabbia ed abborrimento contra ogni qualsivoglia tirannide.
Aggiungevasi poi a questo semplice istinto della natura mia, una debolissima ed incerta ricordanza delle varie tragedie francesi da me viste in teatro molti anni addietro; che debbo dir per il vero, che fin allora lette non ne avea mai nessuna, non che meditata; aggiungevasi una quasi totale ignoranza delle regole dell'arte tragica, e l'imperizia quasi che totale (come può aver osservato il lettore negli addotti squarci) della divina e necessarissima arte del bene scrivere e padroneggiare la mia propria lingua.
Il tutto poi si ravviluppava nell'indurita scorza di una presunzione, o per dir meglio, petulanza incredibile, e di un tale impeto di carattere, che non mi lasciava, se non se a stento e di rado e fremendo, conoscere, investigare, ed ascoltare la verità.
Capitali, come ben vede il lettore, piú adatti assai per estrarne un cattivo e volgare principe, che non un autor luminoso.
Ma pure una tale segreta voce mi si facea udire in fondo del cuore, ammonendomi in suono anche piú energico che nol faceano i miei pochi veri amici: "E' ti convien di necessità retrocedere, e per cosí dir, rimbambire, studiando ex professo da capo la grammatica, e susseguentemente tutto quel che ci vuole per saper scrivere correttamente e con arte".
E tanto gridò questa voce, ch'io finalmente mi persuasi, e chinai il capo e le spalle.
Cosa oltre ogni dire dolorosa e mortificante, nell'età in cui mi trovava, pensando e sentendo come uomo, di dover pure ristudiare, e ricompitare come ragazzo.
Ma la fiamma di gloria sí avvampante mi tralucea, e la vergogna dei recitati spropositi sí fortemente incalzavami per essermi quando che fosse tolta di dosso, ch'io a poco a poco mi accinsi ad affrontare e trionfare di codesti possenti non meno che schifosi ostacoli.
La recita della Cleopatra mi avea, come dissi, aperto gli occhi, e non tanto sul demerito intrinseco di quel tema per sé stesso infelice, e non tragediabile, da chi che si fosse, non che da un inesperto autore per primo suo saggio; ma me gli avea ancor spalancati a segno di farmi ben bene osservare in tutta la sua immensità lo spazio che mi conveniva percorrere all'indietro, prima di potermi, per cosí dire, ricollocare alle mosse, rientrare nell'aringo, e spingermi con maggiore o minor fortuna verso la meta.
Cadutomi dunque pienamente dagli occhi quel velo che fino a quel punto me gli avea sí fortemente ingombrati, io feci con me stesso un solenne giuramento: che non risparmierei oramai né fatica né noia nessuna per mettermi in grado di sapere la mia lingua quant'uomo d'Italia.
E a questo giuramento m'indussi, perché mi parve, che se io mai potessi giungere una volta al ben dire, non mi dovrebbero mai poi mancare né il ben ideare, né il ben comporre.
Fatto il giuramento, mi inabissai nel vortice grammatichevole, come già Curzio nella voragine, tutto armato, e guardandola.
Quanto piú mi trovava convinto di aver fatto male ogni cosa sino a quel punto, altrettanto mi andava tenendo per certo di poter col tempo far meglio, e ciò tanto piú tenendone quasi una prova evidente nel mio scrigno.
E questa prova erano le due tragedie, il Filippo, ed il Polinice, le quali già tra il marzo e il maggio di quell'anno stesso 1775, cioè tre mesi circa prima che si recitasse la Cleopatra, erano state stese da me in prosa francese; e parimente lette da me ad alcuni pochi, mi era sembrato che ne fossero rimasti colpiti.
Né mi era io persuaso di quest'effetto perché me l'avessero piú o meno lodate; ma per l'attenzione non finta né comandata, con cui le avevano di capo in fondo ascoltate, e perché i taciti moti dei loro commossi aspetti mi parvero dire assai piú che le loro parole.
Ma per mia somma disgrazia, quali che si fossero quelle due tragedie, elle si trovavano concepite e nate in prosa francese, onde rimanea loro lunga e difficile via da calcarsi, prima ch'elle si trasmutassero in poesia italiana.
E in codesta spiacevole e meschina lingua le aveva io stese, non già perché io la sapessi, né punto ci pretendessi, ma perché in quel gergo da me per quei cinque anni di viaggio esclusivamente parlato, e sentito, io mi veniva a spiegare un po' piú, ed a tradire un po' meno il pensiero mio; che sempre pur mi accadeva, per via di non saper nessuna lingua, ciò che accaderebbe ad un volante dei sommi d'Italia, che trovandosi infermo, e sognando di correre a competenza de' suoi eguali o inferiori, null'altro gli mancasse ad ottener la vittoria se non se le gambe.
E questa impossibilità di spiegarmi, e tradurre me stesso, non che in versi ma anche in prosa italiana, era tale, che quando io rileggeva un atto, una scena, di quelle ch'eran piaciute ai miei ascoltatori, nessuno d'essi le riconosceva piú per le stesse, e mi domandavano sul serio, perché l'avessi mutate; tanta era l'influenza dei cangiati abiti e panneggiamenti alla stessa figura, ch'ella non era piú né conoscibile, né sopportabile.
Io mi arrabbiava, e piangeva; ma invano.
Era forza pigliar pazienza, e rifare; ed intanto ingoiarmi le piú insulse e antitragiche letture dei nostri testi di lingua per invasarmi di modi toscani, e direi (se non temessi la sguaiataggine dell'espressione), in due parole direi che mi conveniva tutto il giorno spensare per poi ripensare.
Tuttavia, l'aver io quelle due tragedie future nello scrigno, mi facea prestare alquanto piú pazientemente l'orecchio agli avvisi pedagogici, che d'ogni parte mi pioveano addosso.
E parimente quelle due tragedie mi aveano prestato la forza necessaria per ascoltare la recita a' miei orecchi sgradevolissima della Cleopatra, che ogni verso che pronunziava l'attore mi risuonava nel core come la piú amara critica dell'opera tutta, la quale già fin d'allora era divenuta un nulla ai miei occhi; né la considerava per altro, se non se come lo sprone dell'altre avvenire.
Onde, siccome non mi avvilirono punto le critiche (forse giuste in parte, ma piú assai maligne ed indotte) che mi furono poi fatte su le tragedie della mia prima edizione di Siena del 1783, cosí per l'appunto nulla affatto m'insuperbirono, né mi persuasero, quegli ingiusti non meritati applausi che la platea di Torino, mossa forse a compassione della mia giovenile fidanza e baldanza, mi volle pur tributare.
Primo passo adunque verso la purità toscana essere doveva, e lo fu, di dare interissimo bando ad ogni qualunque lettura francese.
Da quel luglio in poi non volli piú mai proferire parola di codesta lingua, e mi diedi a sfuggire espressamente ogni persona o compagnia da cui si parlasse.
Con tutti questi mezzi non veniva perciò a capo d'italianizzarmi.
Assai male mi piegava agli studi gradati e regolati; ed essendo ogni terzo giorno da capo a ricalcitrare contro gli ammonimenti, io andava pur sempre ritentando di svolazzare coll'ali mie.
Perciò, ogni qualunque pensiero mi cadesse nella fantasia, mi provava di porlo in versi; ed ogni genere, ed ogni metro andava tasteggiando, ed in tutti io mi fiaccava le corne e l'orgoglio, ma l'ostinata speranza non mai.
Tra l'altre di queste rimerie (che poesie non ardirò di chiamarle) una me ne occorse di fare, da essere da me cantata ad un banchetto di liberi muratori.
Era questa, o dovea essere un capitolo allusivo ai diversi utensili e gradi e officiali di quella buffonesca società.
E benché io nel primo sonetto quassú trascritto avessi rubato un verso del Petrarca dai suoi capitoli, con tutto ciò, tanta era la mia disattenzione e ignoranza, che allora cominciai questo mio senza piú ricordarmi, e non l'avendo forse mai bene osservata, la regola delle terzine; e cosí me lo proseguii sbagliando, sino alla duodecima terzina; dove essendomene nato il dubbio, aperto Dante conobbi l'errore, e lo corressi in appresso, ma lasciai le dodici terzine com'elle stavano; e cosí le cantai al banchetto: ma quei liberi muratori tanto intendevan di rime e di poesia, quanto dell'arte di fabbricare; e il mio capitolo passò.
Per ultima prova e saggio degli infruttuosi miei sforzi, trascriverò ancora qui, o gran parte, o tutto forse quel capitolo; secondo che mi basterà la carta, e la pazienza(10).
Verso l'agosto di quell'anno stesso '75, credendomi far vita troppo dissipata stando in città, e non potere perciò studiare abbastanza, me n'andai nei monti che confinano tra il Piemonte e il Delfinato, e passai quasi due mesi in un borguccio, chiamato Cezannes a' piedi del Monginevro, dove è fama che Annibale varcasse l'Alpi.
Io benché riflessivo per natura, talvolta pure sconsiderato per impeto, non riflettei nel prendere quella risoluzione, che in quei monti mi tornerebbe fra i piedi la maladettissima lingua francese, che con giusta e necessaria ostinazione io m'era proposto di sfuggire sempre.
Ma a questo mi indusse quell'abate, ch'io dissi mi avea accompagnato in quel viaggio ridicolo fatto l'anno innanzi a Firenze.
Era quest'abate nativo di Cezannes; chiamavasi Aillaud; era pieno d'ingegno, di una lieta filosofia, e di molta coltura nella letteratura latina e francese.
Egli era stato aio di due fratelli coi quali io m'era trovato assai collegato nella prima gioventú, ed allora aveamo fatto amicizia l'Aillaud ed io; e continuatala dappoi.
Debbo dire pel vero, che codesto abate ne' miei primi anni avea fatto il possibile per inspirarmi l'amore delle lettere, dicendomi che ci avrei potuto riuscire; ma il tutto invano.
E alle volte si era fatto fra noi il seguente risibile patto: ch'egli mi dovrebbe leggere per un'ora intera del romanzo, o novelliere, intitolato Les Milles et une Nuits, con che poi io mi sottomettessi a sentirmi leggere per soli dieci minuti uno squarcio delle tragedie di Racine.
Ed io me ne stava tutto orecchi nel tempo di quella prima insulsa lettura, e mi addormentava poi al suono dei dolcissimi versi di quel gran tragico; cosa, di cui l'Aillaud arrabbiava, e vituperavami, con gran ragione.
Questa era la mia disposizione a diventar tragico, quando stava nel Primo Appartamento della Reale Accademia.
Ma neppur dappoi ho potuto ingoiar mai la cantilena metodica muta e gelidissima dei versi francesi, che non mi sono sembrati mai versi; né quando non mi sapea che cosa si fosse un verso, né quando poi mi parve di saperlo.
Torno a quel mio ritiro estivo in Cezannes, dove oltre l'abate letterato, aveva anche meco un abate citarista, che m'insegnava suonar la chitarra, stromento che mi parea inspirare poesia, e pel quale una qualche disposizione avea; ma non poi la stabile volontà, che si agguagliasse al trasporto che quel suono mi cagionava.
Onde né in questo stromento, né sul cimbalo, che da giovane avea imparato, non ho mai ecceduta la mediocrità, ancorché l'orecchio e la fantasia fossero in me musichevoli nel sommo grado.
Passai cosí quell'estate fra codesti due abati, di cui l'uno mi sollevava dalla angoscia per me sí nuova (dell'applicar seriamente allo studio) col suonarmi la cetra; l'altro poi mi facea dar al diavolo col suo francese.
Con tutto ciò deliziosissimi momenti mi furono, ed utilissimi, quelli in cui mi venne pur fatto di raccogliermi in me stesso; e di lavorare efficacemente e disrugginire il mio povero intelletto, e dischiudere nella memoria le facoltà dell'imparare, le quali oltre ogni credere mi si erano oppilate in quei quasi dieci anni continui d'incallimento nel piú vituperoso letargico ozio.
Subito mi accinsi a tradurre o ridurre in prosa e frase italiana quel Filippo o quel Polinice, nati in veste spuria.
Ma, per quanto mi ci arrovellassi, quelle due tragedie mi rimanevano pur sempre due cose anfibie, ed erano tra il francese e l'italiano senza esser né l'una cosa né l'altra; appunto come dice il Poeta nostro della carta avvampante:
...
un color bruno,
che non è nero ancora, e il bianco muore.
In quest'angoscia di dover fare versi italiani di pensieri francesi mi era già travagliato aspramente anche nel rifare la terza Cleopatra; talché alcune scene di essa, ch'io avea stese e poi lette in francese al mio censor tragico e non grammatico, al conte Agostino Tana, e ch'egli avea trovate forti, e bellissime, tra cui quella d'Antonio con Augusto, allorché poi vennero trasmutate ne' miei versacci poco italiani, slombati, facili, e cantanti, essi gli comparvero una cosa men che mediocre; e me lo disse chiaramente; ed io lo credei; e dirò di piú, che lo sentii anche io.
Tanto è pur vero che in ogni poesia il vestito fa la metà del corpo, ed in alcune (come nella lirica) l'abito fa il tutto; a segno che alcuni versi
con la lor vanità che par persona
trionfano di parecchi altri in cui
fosser gemme legate in vile anello.
E noterò pure qui, che sí al padre Paciaudi, che al conte Tana, e principalmente a questo secondo, io professerò eternamente una riconoscenza somma per le verità che mi dissero, e per avermi a viva forza fatto rientrare nel buon sentiero delle sane lettere.
E tanta era in me la fiducia in questi due soggetti, che il mio destino letterario è stato interamente ad arbitrio loro; ed avrei ad ogni lor minimo cenno buttata al fuoco ogni mia composizione che avessero biasimata, come feci di tante rime, che altra correzione non meritavano.
Sicché, se io ne sono uscito poeta, mi debbo intitolare, per grazia di Dio, e del Paciaudi, e del Tana.
Questi furono i miei santi protettori nella feroce continua battaglia in cui mi convenne passare ben tutto il primo anno della mia vita letteraria, di sempre dar la caccia alle parole e forme francesi, di spogliar per dir cosí le mie idee per rivestirle di nuovo sotto altro aspetto, di riunire in somma nello stesso punto lo studio d'un uomo maturissimo con quello di un ragazzaccio alle prime scuole.
Fatica indicibile, ingratissima, e da ributtare chiunque avesse avuto (ardirò dirlo) una fiamma minor della mia.
Tradotte dunque in mala prosa le due tragedie, come dissi, mi posi all'impresa di leggere e studiare a verso a verso per ordine d'anzianità tutti i nostri poeti primari, e postillarli in margine, non di parole, ma di uno o piú tratticelli perpendicolari ai versi; per accennare a me stesso se piú o meno mi andassero a genio quei pensieri, o quelle espressioni, o quei suoni.
Ma trovando a bella prima Dante riuscirmi pur troppo difficile, cominciai dal Tasso, che non avea mai neppure aperto fino a quel punto.
Ed io leggeva con sí pazza attenzione, volendo osservar tante e sí diverse e sí contrarie cose, che dopo dieci stanze non sapea piú quello ch'io avessi letto, e mi trovava essere piú stanco e rifinito assai che se le avessi io stesso composte.
Ma a poco a poco mi andai formando e l'occhio e la mente a quel faticosissimo genere di lettura; e cosí tutto il Tasso, la Gerusalemme; poi l'Ariosto, il Furioso; poi Dante senza commenti, poi il Petrarca, tutti me gli invasai d'un fiato postillandoli tutti, e v'impiegai forse un anno.
Le difficoltà di Dante, se erano istoriche, poco mi curava di intenderle, se di espressione, di modi, o di voci, tutto faceva per superarle indovinando; ed in molte non riuscendo, le poche poi ch'io vinceva mi insuperbivano tanto piú.
In quella prima lettura io mi cacciai piuttosto in corpo un'indigestione che non una vera quintessenza di quei quattro gran luminari; ma mi preparai cosí a ben intenderli poi nelle letture susseguenti, a sviscerarli, gustarli, e forse anche rassomigliarli.
Il Petrarca però mi riuscí ancor piú difficile che Dante; e da principio mi piacque meno; perché il sommo diletto dei poeti non si può mai estrarre, finché si combatte coll'intenderli.
Ma dovendo io scrivere in verso sciolto, anche di questo cercai di formarmi dei modelli.
Mi fu consigliata la traduzione di Stazio del Bentivoglio.
Con somma avidità la lessi, studiai, e postillai tutta; ma alquanto fiacca me ne parve la struttura del verso per adattarla al dialogo tragico.
Poi mi fecero i miei amici censori capitare alle mani l'Ossian del Cesarotti, e questi furono i versi sciolti che davvero mi piacquero, mi colpirono e m'invasarono.
Questi mi parvero con poca modificazione, un eccellente modello pel verso di dialogo.
Alcune altre tragedie, o nostre italiane, o tradotte dal francese, che io volli pur leggere sperando d'impararvi almeno quanto allo stile, mi cadevano dalle mani per la languidezza, trivialità, e prolissità dei modi e del verso, senza parlare poi della snervatezza dei pensieri.
Tra le men cattive lessi e postillai le quattro traduzioni del Paradisi dal francese, e la Merope originale del Maffei.
E questa, a luoghi mi piacque bastantemente per lo stile, ancorché mi lasciasse pur tanto desiderare per adempirne la perfettibilità, o vera, o sognata, ch'io me n'andava fabbricando nella fantasia.
E spesso andava interrogando me stesso: or, perché mai questa nostra divina lingua, sí maschia ancor ed energica e feroce in bocca di Dante, dovrà ella farsi cosí sbiadita ed eunuca nel dialogo tragico? Perché il Cesarotti che sí vibratamente verseggia nell'Ossian, cosí fiaccamente poi sermoneggia nella Semiramide e nel Maometto del Voltaire da esso tradotte? Perché quel pomposo galleggiante scioltista caposcuola, il Frugoni, nella sua traduzione del Radamisto del Crebillon, è egli sí immensamente minore del Crebillon e di sé medesimo? Certo, ogni altra cosa ne incolperò che la nostra pieghevole e proteiforme favella.
E questi dubbi ch'io proponeva ai miei amici e censori, nissuno me li sciogliea.
L'ottimo Paciaudi mi raccomandava frattanto di non trascurare nelle mie laboriose letture la prosa, ch'egli dottamente denominava la nutrice del verso.
Mi sovviene a questo proposito, che un tal giorno egli mi portò il Galateo del Casa, raccomandandomi di ben meditarlo quanto ai modi, che certo ben pretti toscani erano, ed il contrario d'ogni franceseria.
Io, che da ragazzo lo aveva (come abbiam fatto tutti) maledetto, poco inteso, e niente gustatolo, mi tenni quasiché offeso di questo puerile o pedantesco consiglio.
Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi.
Ed alla vista di quel primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e sí poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: "Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie in età di venzett'anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sí fatte pedanterie".
Sorrise di questo mio poetico ineducato furore; e mi profetizzò che io leggerei poi il Galateo, e piú d'una volta.
E cosí fu in fatti; ma parecchi anni dopo, quando poi mi era ben bene incallite le spalle ed il collo a sopportare il giogo grammatico.
E non il solo Galateo, ma presso che tutti quei nostri prosatori del Trecento, lessi e postillai poi, con quanto frutto, nol so.
Ma fatto si è che chi gli avesse ben letti quanto ai lor modi, e fosse venuto a capo di prevalersi con giudizio e destrezza dell'oro dei loro abiti, scartando i cenci delle loro idee, quegli potrebbe forse poi ne' suoi scritti sí filosofici che poetici, o istorici, o d'altro qualunque genere, dare una ricchezza, brevità, proprietà, e forza di colorito allo stile, di cui non ho visto finora nessuno scrittore italiano veramente andar corredato.
Forse, perché la fatica è improba; e chi avrebbe l'ingegno, e la capacità di sapersene giovare, non la vuol fare; e chi non ha questi dati, la fa invano.
CAPITOLO SECONDO
Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio.
Primo viaggio letterario in Toscana.
Verso il principio dell'anno '76, trovandomi già da sei e piú mesi ingolfato negli studi italiani, mi nacque una onesta e cocente vergogna di non piú intendere quasi affatto il latino; a segno che, trovando qua e là, come accade, delle citazioni, anco le piú brevi e comuni, mi trovava costretto di saltarle a piè pari, per non perder tempo a diciferarle.
Trovandomi inoltre inibita ogni lettura francese, ridotto al solo italiano, io mi vedeva affatto privo d'ogni soccorso per la lettura teatrale.
Questa ragione, aggiuntasi al rossore, mi sforzò ad intraprendere questa seconda fatica, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; e leggere anche le traduzioni letterali latine dei tragici greci, che sogliono essere piú fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che sí inutilmente possediamo.
Mi presi dunque pazientemente un ottimo pedagogo, il quale, postomi Fedro in mano, con molta sorpresa sua e rossore mio, vide e mi disse che non l'intendeva, ancorché l'avessi già spiegato in età di dieci anni; ed in fatti provandomici a leggerlo traducendolo in italiano, io pigliava dei grossissimi granchi, e degli sconci equivoci.
Ma il valente pedagogo, avuto ch'egli ebbe cosí ad un tempo stesso il non dubbio saggio e della mia asinità, e della mia tenacissima risoluzione, m'incoraggí molto, e in vece di lasciarmi il Fedro mi diede l'Orazio, dicendomi: "Dal difficile si viene al facile; e cosí sarà cosa piú degna di lei.
Facciamo degli spropositi su questo scabrosissimo principe dei lirici latini, e questi ci appianeran la via per scendere agli altri ".
E cosí si fece; e si prese un Orazio senza commenti nessuni; ed io spropositando, costruendo, indovinando, e sbagliando, tradussi a voce tutte l'Odi dal principio di gennaio a tutto il marzo.
Questo studio mi costò moltissima fatica, ma mi fruttò anche bene, poiché mi rimise in grammatica senza farmi uscire di poesia.
In quel frattempo non tralasciava però di leggere e postillare sempre i poeti italiani, aggiungendone qualcuno dei nuovi, come il Poliziano, il Casa, e ricominciando poi da capo i primari; talché il Petrarca e Dante nello spazio di quattr'anni lessi e postillai forse cinque volte.
E riprovandomi di tempo in tempo a far versi tragici, avea già verseggiato tutto il Filippo.
Ma benchè fosse venuto alquanto men fiacco e men sudicio della Cleopatra, pure quella versificazione mi riusciva languida, prolissa, fastidiosa e triviale.
Ed in fatti quel primo Filippo, che poi alla stampa si contentò di annoiare il pubblico con soli millequattrocento e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore con piú di due mila versi, in cui egli diceva allora assai meno cose, che nei millequattrocento dappoi.
Quella lungaggine e fiacchezza di stile, ch'io attribuiva assai piú alla penna mia che alla mente mia, persuadendomi finalmente ch'io non potrei mai dir bene italiano finché andava traducendo me stesso dal francese, mi fece finalmente risolvere di andare in Toscana per avvezzarmi a parlare, udire, pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai piú.
Partii dunque nell'aprile del '76, coll'intenzione di starvi sei mesi, lusingandomi che basterebbero a disfrancesarmi.
Ma sei mesi non disfanno una triste abitudine di dieci e piú anni.
Avviatomi alla volta di Piacenza e di Parma, me n'andava a passo tardo e lento, ora in biroccio, ora a cavallo, in compagnia de' miei poetini tascabili, con pochissimo altro bagaglio, tre soli cavalli, due uomini, la chitarra, e le molte speranze della futura gloria.
Per mezzo del Paciaudi conobbi in Parma, in Modena, in Bologna, e in Toscana, quasi tutti gli uomini di un qualche grido nelle lettere.
E quanto io era stato non curante di tal mercanzia ne' miei primi viaggi, altrettanto e piú era poi divenuto curioso di conoscere i grandi, e i medi in qualunque genere.
Allora conobbi in Parma il celebre nostro stampatore Bodoni, e fu quella la prima stamperia in cui io ponessi mai i piedi, benché fossi stato a Madrid, e a Birmingham, dove erano le due piú insigni stamperie d'Europa, dopo il Bodoni.
Talché io non aveva mai vista un'a di metallo, né alcuno di quei tanti ordigni che mi doveano poi col tempo acquistare o celebrità o canzonatura.
Ma certo in nessuna piú augusta officina io potea mai capitare per la prima volta, né mai ritrovare un piú benigno, piú esperto, e piú ingegnoso espositore di quell'arte maravigliosa che il Bodoni, da cui tanto lustro e accrescimento ha ricevuto e riceve.
Cosí a poco a poco ogni giorno piú ridestandomi dal mio lungo e crasso letargo, io andava vedendo e imparando (un po' tardetto) assai cose.
Ma la piú importante si era per me, ch'io andava ben conoscendo appurando e pesando le mie facoltà intellettuali letterarie, per non isbagliar poi, se poteva, nella scelta del genere.
Né in questo studio di me medesimo io era tanto novizio come negli altri; atteso che piuttosto precedendo l'età che aspettandola, io fin da anni addietro avea talvolta impreso a diciferare a me stesso la mia morale entità; e l'avea fatto anche con penna, non che col pensiero.
Ed ancora conservo una specie di diario che per alcuni mesi avea avuta la costanza di scrivere annoverandovi non solo le mie sciocchezze abituali di giorno in giorno, ma anche i pensieri, e le cagioni intime, che mi faceano operare o parlare: il tutto per vedere, se in cosí appannato specchio mirandomi, il migliorare d'alquanto mi venisse poi a riuscire.
Avea cominciato il diario in francese; lo continuai in italiano; non era bene scritto né in questa lingua, né in quella; era piuttosto originalmente sentito e pensato.
Me ne stufai presto, e feci benissimo; perché ci si perdeva il tempo e l'inchiostro, trovandomi essere tuttavia un giorno peggiore dell'altro.
Serva questo per prova, ch'io poteva forse ben per l'appunto conoscere e giudicare la mia capacità e incapacità letteraria in tutti i suoi punti.
Parendomi dunque ormai discernere appieno tutto quello che mi mancava e quel poco ch'io aveva in proprio dalla natura, io sottilizzava anche piú in là per discernere tra le parti che mi mancavano, quali fossero quelle che mi sarei potute acquistar nell'intero, quali a mezzo soltanto, e quali niente affatto.
A questo sí fatto studio di me stesso io forse sarò poi tenuto (se non di essere riuscito) di non avere almeno tentato mai nessun genere di composizione al quale non mi sentissi irresistibilmente spinto da un violento impulso naturale; impulso, i di cui getti sempre poi in qualunque bell'arte, ancorché l'opera non riesca perfetta, si distinguono di gran lunga dai getti dell'impulso comandato, ancorché potessero pur procreare un'opera in tutte le sue parti perfetta.
Giunto in Pisa vi conobbi tutti i piú celebri professori, e ne andai cavando per l'arte mia tutto quell'utile che si poteva.
Nel fregarmi con costoro, la piú disastrosa fatica ch'io provassi, ell'era d'interrogarli con quel riguardo e destrezza necessaria per non smascherar loro spiattellatamente la mia ignoranza; ed in somma dirò con fratesca metafora, per parer loro professo, essendo tuttavia novizio.
Non già ch'io potessi né volessi spacciarmi per dotto; ma era al buio di tante e poi tante cose, che coi visi nuovi me ne vergognava; e pareami, a misura che mi si andavano dissipando le tenebre, di vedermi sempre piú gigantesca apparire questa mia fatale e pertinace ignoranza.
Ma non meno forse gigantesco era e facevasi il mio ardimento.
Quindi, mentr'io per una parte tributava il dovuto omaggio al sapere d'altrui, non mi atterriva punto per l'altra il mio non sapere; sendomi ben convinto che al far tragedie il primo sapere richiesto, si è il forte sentire; il qual non s'impara.
Restavami da imparare (e non era certo poco) l'arte di fare agli altri sentire quello che mi parea di sentir io.
Nelle sei o sette settimane ch'io dimorai a Pisa, ideai e distesi a dirittura in sufficiente prosa toscana la tragedia d'Antigone, e verseggiai il Polinice un po' men male che il Filippo.
E subito mi parve di poter leggere il Polinice ad alcuni di quei barbassori dell'Università, i quali mi si mostrarono assai soddisfatti della tragedia, e ne censurarono qua e là l'espressioni, ma neppure con quella severità che avrebbe meritata.
In quei versi, a luoghi si trovavan dette cose felicemente; ma il totale della pasta ne riusciva ancora languida, lunga, e triviale a giudizio mio; a giudizio dei barbassori, riusciva scorretta qualche volta, ma fluida, diceano, e sonante.
Non c'intendevamo.
Io chiamava languido e triviale ciò ch'essi diceano fluido e sonante; quanto poi alle scorrezioni, essendo cosa di fatto e non di gusto, non ci cadea contrasto.
Ma neppure su le cose di gusto cadeva contrasto tra noi, perché io a maraviglia tenea la mia parte di discente, come essi la loro di docenti; era però ben fermo di volere prima d'ogni cosa piacere a me stesso.
Da quei signori dunque io mi contentava d'imparare negativamente, ciò che non va fatto; dal tempo, dall'esercizio, dall'ostinazione, e da me, io mi lusingava poi d'imparare quel che va fatto.
E s'io volessi far ridere a spese di quei dotti, com'essi forse avran riso allora alle mie, potrei nominar taluno fra essi, e dei piú pettoruti, che mi consigliava, e portava egli stesso la Tancia del Buonarroti, non dirò per modello, ma per aiuto al mio tragico verseggiare, dicendomi che gran dovizia di lingua e di modi vi troverei.
Il che equivarrebbe a chi proponesse a un pittore di storia di studiare il Callotta.
Altri mi lodava lo stile del Metastasio, come l'ottimo per la tragedia.
Altri, altro.
E nessun di quei dotti era dotto in tragedia.
Nel soggiorno di Pisa tradussi anche la Poetica d'Orazio in prosa con chiarezza e semplicità per invasarmi que' suoi veridici e ingegnosi precetti.
Mi diedi anche molto a leggere le tragedie di Seneca, benché in tutto ben mi avvedessi essere quelle il contrario dei precetti d'Orazio.
Ma alcuni tratti di sublime vero mi trasportavano, e cercava di renderli in versi sciolti per mio doppio studio, di latino e d'italiano, di verseggiare e grandeggiare.
E nel fare questi tentativi mi veniva evidentemente sotto gli occhi la gran differenza tra il verso giambo ed il verso epico, i di cui diversi metri bastano per distinguere ampiamente le ragioni del dialogo da quelle di ogni altra poesia; e nel tempo stesso mi veniva evidentemente dimostrato che noi italiani non avendo altro verso che l'endecasillabo per ogni componimento eroico, bisognava creare una giacitura di parole, un rompere sempre variato di suono, un fraseggiare di brevità e di forza, che venissero a distinguere assolutamente il verso sciolto tragico da ogni altro verso sciolto e rimato sí epico che lirico.
I giambi di Seneca mi convinsero di questa verità, e forse in parte me ne procacciarono i mezzi.
Che alcuni tratti maschi e feroci di quell'autore debbono per metà la loro sublime energia al metro poco sonante, e spezzato.
Ed in fatti qual è sí sprovvisto di sentimento e d'udito, che non noti l'enorme differenza che passa tra questi due versi? L'uno, di Virgilio, che vuol dilettare e rapire il lettore:
Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum;
l'altro, di Seneca che vuole stupire e atterrir l'uditore; e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi:
Concede mortem.
Si recusares, darem.
Per questa ragione stessa non dovrà dunque un autor tragico italiano nei punti piú appassionati e fieri porre in bocca de' suoi dialogizzanti personaggi dei versi, che quanto al suono in nulla somiglino a quei peraltro stupendi e grandiosissimi del nostro epico:
Chiama gli abitator dell'ombre eterne
il rauco suon della tartarea tromba.
Convinto io nell'intimo cuore della necessità di questa total differenza da serbarsi nei due stili, e tanto piú difficile per noi italiani, quando è giuoco forza crearsela nei limiti dello stesso metro, io dava dunque poco retta ai saccenti di Pisa quanto al fondo dell'arte drammatica, e quanto allo stile da adoprarvisi; gli ascoltava bensí con umiltà e pazienza su la purità toscanesca e grammaticale; ancorché neppure in questo i presenti toscani gran cosa la sfoggino.
Eccomi intanto in meno d'un anno dopo la recita della Cleopatra, possessore in proprio del patrimonietto di tre altre tragedie.
E qui mi tocca di confessare, pel vero, di quai fonti le avessi tratte.
Il Filippo, nato francese, e figlio di francese, mi venne di ricordo dall'aver letto piú anni prima il romanzo di Don Carlos, dell'Abate di San Reale.
Il Polinice, gallo anch'egli, lo trassi dai Fratelli nemici, del Racine.
L'Antigone, prima non imbrattata di origine esotica, mi venne fatta leggendo il duodecimo libro di Stazio nella traduzione su mentovata, del Bentivoglio.
Nel Polinice l'avere io inserito alcuni tratti presi nel Racine, ed altri presi dai Sette prodi di Eschilo, che leggicchiai nella traduzione francese del padre Brumoy, mi fece far voto in appresso, di non piú mai leggere tragedie d'altri prima d'aver fatte le mie, allorché trattava soggetti trattati, per non incorrere cosí nella taccia di ladro, ed errare o far bene, del mio.
Chi molto legge prima di comporre, ruba senza avvedersene, e perde l'originalità, se l'avea.
E per questa ragione anche avea abbandonato fin dall'anno innanzi la lettura di Shakespeare (oltre che mi toccava di leggerlo tradotto in francese).
Ma quanto piú mi andava a sangue quell'autore (di cui però benissimo distingueva tutti i difetti), tanto piú me ne volli astenere.
Appena ebbi stesa l'Antigone in prosa, che la lettura di Seneca m'infiammò e sforzò d'ideare ad un parto le due gemelle tragedie, l'Agamennone, e l'Oreste.
Non mi parea con tutto ciò, ch'elli mi siano riuscite in nulla un furto fatto da Seneca.
Nel fin di giugno sloggiai da Pisa, e venni in Firenze, dove mi trattenni tutto il settembre.
Mi vi applicai moltissimo all'impossessarmi della lingua parlabile; e conversando giornalmente con fiorentini, ci pervenni bastantemente.
Onde cominciai da quel tempo a pensare quasi esclusivamente in quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla.
Nel soggiorno in Firenze verseggiai per la seconda volta il Filippo da capo in fondo, senza neppur piú guardare quei primi versi, ma rifacendoli dalla prosa.
Ma i progressi mi pareano lentissimi, e spesso mi parea anzi di scapitare che di migliorare.
Nel corrente di agosto, trovandomi una mattina in un crocchio di letterati, udii a caso rammentare l'aneddoto storico di Don Garzia ucciso dal proprio padre Cosimo I.
Questo fatto mi colpí; e siccome stampato non è, me lo procurai manoscritto, estratto dai pubblici archivi di Firenze, e fin d'allora ne ideai la tragedia.
Continuava intanto a schiccherare molte rime, ma tutte mi riuscivano infelici.
E benché non avessi in Firenze nessun amico censore che equivalesse al Tana e al Paciaudi, pure ebbi abbastanza senno e criterio di non ne dar copia a chi che si fosse, e anche la sobrietà di pochissimo andarle recitando.
Il mal esito delle rime non mi scoraggiava con tutto ciò; ma bensí convincevami che non bisognava mai restare di leggerne dell'ottime, e d'impararne a memoria, per invasarmi di forme poetiche.
Onde in quell'estate m'inondai il cervello di versi del Petrarca, di Dante, del Tasso, e sino ai primi tre canti interi dell'Ariosto; convinto in me stesso, che il giorno verrebbe infallibilmente, in cui tutte quelle forme, frasi, e parole d'altri mi tornerebbero poi fuori dalle cellule di esso miste e immedesimate coi miei propri pensieri ed affetti.
CAPITOLO TERZO
Ostinazione negli studi piú ingrati.
Nell'ottobre tornai in Torino, perché non avea prese le misure necessarie per soggiornare piú lungamente fuor di casa, non già perché io mi presumessi intoscanito abbastanza.
Ed anche molte altre frivole ragioni mi fecero tornare.
Tutti i miei cavalli lasciati in Torino mi vi aspettavano e richiamavano; passione che in me contrastò lungamente con le Muse, e non rimase poi perdente davvero, se non se piú d'un anno dopo.
Né mi premeva allora tanto lo studio e la gloria, che non mi pungesse anco molto a riprese la smania del divertirmi; il che mi riusciva assai piú facile in Torino dove c'avea buona casa, aderenze d'ogni sorta, bestie a sufficienza, divagazioni ed amici piú del bisogno.
Malgrado tutti questi ostacoli, non rallentai punto lo studio in quell'inverno; ed anzi mi accrebbi le occupazioni e gl'impegni.
Dopo Orazio intero, avea letti e studiati ad oncia ad oncia piú altri autori, e fra questi Sallustio.
La brevità ed eleganza di quest'istorico mi avea rapito talmente, che mi accinsi con molta applicazione a tradurlo; e ne venni a capo in quell'inverno.
Molto, anzi infinito obbligo io debbo a quel lavoro; che poi piú e piú volte ho rifatto, mutato e limato, non so se con miglioramento dell'opera, ma certamente con molto mio lucro sí nell'intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l'italiana.
Era frattanto ritornato di Portogallo l'incomparabile abate Tommaso di Caluso; e trovatomi contro la sua aspettativa ingolfato davvero nella letteratura, e ostinato nello scabroso proposito di farmi autor tragico, egli mi secondò, consigliò, e soccorse di tutti i suoi lumi con benignità e amorevolezza indicibile.
E cosí pure fece l'eruditissimo conte di San Raffaele, ch'io appresi in quell'anno a conoscere, e altri coltissimi individui, i quali tutti a me superiori di età, di dottrina, e d'esperienza nell'arte mi compativano pure, ed incoraggivano; ancorché non ne avessi bisogno atteso il bollore del mio carattere.
Ma la gratitudine che sovra ogni altra professo e sempre professerò a tutti i suddetti personaggi, si è per aver essi umanamente comportata la mia incomportabile petulanza d'allora; la quale, a dir anche il vero, mi andava però di giorno in giorno scemando, a misura che riacquistava lume.
Sul finir di quell'anno '76, ebbi una grandissima e lungamente sospirata consolazione.
Una mattina andato dal Tana, a cui sempre palpitante e tremante io solea portare le mie rime, appena partorite che fossero, gli portai finalmente un sonetto al quale pochissimo trovò che ridire e lo lodò anzi molto come i primi versi ch'io mi facessi meritevoli di un tal nome.
Dopo le tante e continue afflizioni ed umiliazioni ch'io avea provate nel leggergli da piú d'un anno le mie sconcie rime, ch'egli da vero e generoso amico senza misericordia nessuna censurava, e diceva il perché e il suo perché mi appagava; giudichi ciascuno qual soave néttare mi giunsero all'anima quelle insolite sincere lodi.
Era il sonetto una descrizione del ratto di Ganimede, fatto a imitazione dell'inimitabile del Cassiani sul ratto di Proserpina.
Egli è stampato da me il primo tra le mie rime.
E invaghito della lode, tosto ne feci anche due altri, tratto il soggetto dalla favola, e imitai anch'essi come il primo, a cui immediatamente anche nella stampa ho voluto poi che seguitassero.
Tutti e tre si risentono un po' troppo della loro serva origine imitativa, ma pure (s'io non erro) hanno il merito d'essere scritti con una certa evidenza, e bastante eleganza; quale in somma non mi era venuta mai fin allora.
E come tali ho voluto serbarli, e stamparli con pochissime mutazioni molti anni dopo.
In seguito poi di quei tre primi sufficienti sonetti, come se mi si fosse dischiusa una nuova fonte, ne scaturii in quell'inverno troppi altri; i piú, amorosi; ma senza amore che li dettasse.
Per esercizio mero di lingua e di rime avea impreso a descrivere a parte a parte le bellezze palesi d'una amabilissima e leggiadra signora; né per essa io sentiva neppure la minima favilluzza nel cuore; e forse ci si parrà in quei sonetti piú descrittivi che affettuosi.
Tuttavia, siccome non mal verseggiati, ho voluto quasi che tutti conservarli, e dar loro luogo nelle mie rime; dove agli intendenti dell'arte possono forse andare additando i progressi ch'io allora andava facendo gradatamente nella difficilissima arte del dir bene, senza la quale per quanto sia ben concepito e condotto il sonetto, non può aver vita.
Alcuni evidenti progressi nel rimare, e la prosa del Sallustio ridotta a molta brevità con sufficiente chiarezza (ma priva ancora di quella variata armonia, tutta propria sua, della ben concepita prosa), mi aveano ripieno il cuore di ardenti speranze.
Ma siccome ogni altra cosa ch'io faceva, o tentava, tutte aveano sempre per primo ed allora unico scopo, di formarmi uno stile proprio ed ottimo per la tragedia, da quelle occupazioni secondarie di tempo in tempo mi riprovava a risalire alla prima.
Nell'aprile del '77 verseggiai perciò l'Antigone, ch'io, come dissi, avea ideata e stesa ad un tempo, circa un anno prima, essendo in Pisa.
La verseggiai tutta in meno di tre settimane; e parendomi aver acquistata facilità, mi tenni di aver fatto gran cosa.
Ma appena l'ebbi io letta in una società letteraria, dove quasi ogni sera ci radunavamo, ch'io ravvedutomi (benché lodato dagli altri) con mio sommo dolore mi trovai veramente lontanissimo da quel modo di dire ch'io avea tanto profondamente fitto nell'intelletto, senza pur quasi mai ritrovarmelo poi nella penna.
Le lodi di quei colti amici uditori mi persuasero che forse la tragedia quanto agli affetti e condotta ci fosse; ma i miei orecchi e intelletto mi convinsero ch'ella non c'era quanto allo stile.
E nessun altri di ciò poteva a una prima lettura esser giudice competente quanto io stesso, perché quella sospensione, commozione, e curiosità che porta con sé una non conosciuta tragedia, fa sí che l'uditore, ancorché di buon gusto dotato, non può e non vuole, né deve, soverchiamente badare alla locuzione.
Quindi tutto ciò che non è pessimo, passa inosservato, e non spiace.
Ma io che la leggeva conoscendola, fino a un puntino mi dovea avvedere ogni qual volta il pensiero o l'affetto venivano o traditi o menomati dalla non abbastanza o vera, o calda, o breve, o forte, o pomposa espressione.
Persuaso io dunque che non era al punto, e che non ci arrivava, perché in Torino viveva ancor troppo divagato, e non abbastanza solo e con l'arte, subito mi risolvei di tornare in Toscana, dove anche sempre piú mi italianizzereí il concetto.
Che se in Torino non parlava francese, con tutto ciò il nostro gergaccio piemontese ch'io sempre parlava e sentiva tutto il giorno, in nulla riusciva favorevole al pensare e scrivere italiano.
CAPITOLO QUARTO
Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina.
Amicizia contratta col Gandellini.
Lavori fatti o ideati in Siena.
Partii nei primi di maggio, previa la consueta permissione che bisognava ottener dal re per uscire dai suoi felicissimi stati.
Il ministro a chi la domandai, mi rispose che io era stato anco l'anno innanzi in Toscana.
Soggiunsi: "E perciò mi propongo di ritornarvi quest'anno".
Ottenni il permesso; ma quella parola mi fece entrar in pensieri, e bollire nella fantasia il disegno che io poi in meno d'un anno mandai pienamente ad effetto, e per cui non mi occorse d'allora in poi mai piú di chiedere permissione nissuna.
In questo secondo viaggio, proponendomi di starvi piú tempo, e fra i miei deliri di vera gloria frammischiandone pur tuttavia non pochi di vanagloria, ci volli condur piú cavalli e piú gente, per recitare in tal guisa le due parti, che di rado si meritano insieme, di poeta e di signore.
Con un treno dunque di otto cavalli, ed il rimanente non discordante da esso, mi avviai alla volta di Genova.
Di là imbarcatomi io col bagaglio e il biroccino, mandai per la via di terra verso Lerici e Sarzana i cavalli.
Questi arrivarono felicemente avendomi preceduto.
Io nella filucca essendo già quasi alla vista di Lerici, fui rimandato indietro dal vento, e costretto di sbarcare a Rapallo, due sole poste distante da Genova.
Sbarcato quivi, e tediandomi di aspettare che il vento tornasse favorevole per ritornare a Lerici, lasciai la filucca con la roba mia, e prese alcune camicie, i miei scritti (dai quali non mi separava mai piú) ed un sol uomo, per le poste a cavallo a traverso quei rompicolli di strade del nudo Appennino me ne venni a Sarzana, dove trovai i cavalli, e dovei poi aspettar la filucca piú di otto giorni.
Ancorché io ci avessi il divertimento dei cavalli, pure non avendo altri libri che l'Orazietto e il Petrarchino di tasca, mi tediava non poco il soggiorno di Sarzana.
Da un prete fratello del mastro di posta mi feci prestare un Tito Livio, autore che (dalle scuole in poi, dove non l'avea né inteso né gustato) non m'era piú capitato alle mani.
Ancorché io smoderatamente mi fossi appassionato della brevità sallustiana, pure la sublimità dei soggetti, e la maestà delle concioni di Livio mi colpirono assai.
Lettovi il fatto di Virginia, e gl'infiammati discorsi d'Icilio, mi trasportai talmente per essi, che tosto ne ideai la tragedia; e l'avrei stesa d'un fiato, se non fossi stato sturbato dalla continua espettativa di quella maledetta filucca, il di cui arrivo mi avrebbe interrotto la composizione.
E qui per l'intelligenza del lettore mi conviene spiegare queste mie parole di cui mi vo servendo sí spesso, ideare, stendere, e verseggiare.
Questi tre respiri con cui ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi hanno per lo piú procurato il beneficio del tempo, cosí necessario a ben ponderare un componimento di quella importanza; il quale se mai nasce male, difficilmente poi si raddrizza.
Ideare dunque io chiamo, il distribuire il soggetto in atti e scene, stabilire e fissare il numero dei personaggi, e in due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto a scena per scena di quel che diranno e faranno.
Chiamo poi stendere, qualora ripigliando quel primo foglio, a norma della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando in prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un pensiero, qualunque ei siasi, e scrivendo con impeto quanto ne posso avere, senza punto badare al come.
Verseggiare finalmente chiamo non solamente il porre in versi quella prosa, ma col riposato intelletto assai tempo dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i migliori pensieri, ridurli a poesia, e leggibili.
Segue poi come di ogni altro componimento il dover successivamente limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v'è nell'idearla e distenderla, non si ritrova certo mai piú con le fatiche posteriori.
Questo meccanismo io l'ho osservato in tutte le mie composizioni drammatiche cominciando dal Filippo, e mi son ben convinto ch'egli è per sé stesso piú che i due terzi dell'opera.
Ed in fatti, dopo un certo intervallo, quanto bastasse a non piú ricordarmi affatto di quella prima distribuzione di scene, se io, ripreso in mano quel foglio, alla descrizione di ciascuna scena mi sentiva repentinamente affollarmisi al cuore e alla mente un tumulto di pensieri e di affetti che per cosí dire a viva forza mi spingessero a scrivere, io tosto riceveva quella prima sceneggiatura per buona, e cavata dai visceri del soggetto.
Se non mi si ridestava quell'entusiasmo, pari e maggiore di quando l'avea ideata, io la cangiava od ardeva.
Ricevuta per buona la prima idea, l'adombrarla era rapidissimo, e un atto il giorno ne scriveva, talvolta piú, raramente meno; e quasi sempre nel sesto giorno la tragedia era, non dirò fatta, ma nata.
In tal guisa, non ammettendo io altro giudice che il mio proprio sentire, tutte quelle che non ho potuto scriver cosí, di ridondanza e furore, non le ho poi finite; o, seppur finite, non le ho mai poi verseggiate.
Cosí mi avvenne di un Carlo Primo che immediatamente dopo il Filippo intrapresi di stendere in francese; nel quale abbozzo a mezzo il terz'atto mi si agghiacciò si fattamente il cuore e la mano, che non fu possibile alla penna il proseguirlo.
Cosí d'un Romeo e Giulietta, ch'io pure stesi in intero, ma con qualche stento, e con delle pause.
Onde piú mesi dopo, ripreso in mano quell'infelice abbozzo mi cagionò un tal gelo nell'animo rileggendolo, e tosto poi m'infiammò di tal ira contro me stesso, che senza altrimenti proseguirne la tediosa lettura, lo buttai sul fuoco.
Dal metodo ch'io qui ho prolissamente voluto individuare, ne è poi forse nato l'effetto seguente: che le mie tragedie prese in totalità, tra i difetti non pochi ch'io vi scorgo, e i molti che forse non vedo, elle hanno pure il pregio di essere, o di parere ai piú, fatte di getto, e di un solo attacco collegate in sé stesse, talché ogni parola e pensiero ed azione del quint'atto strettamente s'immedesima con ogni pensiero parola e disposizione del quarto risalendo sino ai primi versi del primo: cosa, che, se non altro, genera necessariamente attenzione nell'uditore, e calor nell'azione.
Quindi è, che stesa cosí la tragedia, non rimanendo poi all'autore altro pensiere che di pacatamente verseggiarla scegliendo l'oro dal piombo, la sollecitudine che suol dare alla mente il lavoro dei versi e l'incontentabile passione dell'eleganza, non può piú nuocer punto al trasporto e furore a cui bisogna ciecamente obbedire nell'ideare e creare cose d'affetto e terribili.
Se chi verrà dopo me giudicherà ch'io con questo metodo abbia ottenuto piú ch'altri efficacemente il mio intento, la presente disgressioncella potrà forse col tempo illuminare e giovare a qualcuno che professi quest'arte; ove io l'abbia sbagliato, servirà perché altri ne inventi un migliore.
Ripiglio il filo della narrazione.
Giunse finalmente a Lerici quella tanto aspettata filucca; ed io, avuta la mia roba, immediatamente partii di Sarzana alla volta di Pisa, accresciuto il mio poetico patrimonio di quella Virginia di piú; soggetto che mi andava veramente a sangue.
Già avea disegnato in me di non trattenermi questa volta in Pisa piú di due giorni; sí perché mi lusingava che per la lingua io profitterei assai piú in Siena dove si parla meglio, e vi son meno forestieri; sí perché nel soggiorno fattovi l'anno innanzi io mi vi era quasi mezzo invaghito di una bella e nobile signorina, la quale anche agiata di beni di fortuna mi sarebbe stata accordata in moglie dai suoi parenti, se io l'avessi chiesta.
Ma su tal punto io era allora d'assai migliorato di alcuni anni prima in Torino, allorché avea consentito che il mio cognato chiedesse per me quella ragazza che poi non mi volle.
Questa volta non volli io lasciar chiedere per me quella che mi avrebbe pur forse voluto, e che sí per l'indole, che per ogni altra ragione mi sarebbe convenuta, e mi piaceva anche non poco.
Ma ott'anni di piú ch'io m'aveva, e tutta l'Europa quasi ch'io avea o bene o male veduta, e l'amor della gloria che m'era entrato addosso, e, la passion dello studio, e la necessità di essere, o di farmi libero, per poter essere intrepido e veridico autore, tutti questi caldissimi sproni mi facean passar oltre, e gridavanmi ferocemente nel cuore, che nella tirannide basta bene ed è anche troppo il viverci solo, ma che mai, riflettendo, vi si può né si dee diventare marito né padre.
Perciò passai l'Arno, e mi trovai tosto in Siena.
E sempre ho benedetto quel punto in cui ci capitai, perché in codesta città combinai un crocchietto di sei o sette individui dotati di un senno, giudizio, gusto e cultura, da non credersi in cosi picciol paese.
Fra questi poi primeggiava di gran lunga il degnissimo Francesco Gori Gandellini, di cui piú d'una volta cara memoria non mi uscirà mai dal cuore.
Una certa somiglianza nei nostri caratteri, lo stesso pensare e sentire (tanto piú raro e pregevole in lui che in me, attese le di lui circostanze tanto diverse dalle mie) ed un reciproco bisogno di sfogare il cuore ridondante delle passioni stesse, ci riunirono ben tosto in vera e calda amicizia.
Questo santo legame della schietta amicizia era, ed è tuttavia, nel mio modo di pensare e di vivere un bisogno di prima necessità; ma la mia ritrosa e difficile e severa natura mi rende e renderà finch'io viva, poco atto ad inspirarla in altrui, e oltre modo ritenuto nel porre in altri la mia.
Perciò nel corso del mio vivere pochissimi amici avrò avuti; ma mi vanto di averli avuti tutti buoni e stimabili assai piú di me.
Né io mai altro ho cercato nell'amicizia se non se il reciproco sfogo delle umane debolezze, affinché il senno e amorevolezza dell'amico venisse attenuando in me e migliorando le non lodevoli e corroborando all'incontro e sublimando le poche lodevoli, e dalle quali l'uomo può trarre utile per altri ed onore per sé.
Tale è la debolezza del volersi far autore.
Ed in questa principalmente, i consigli generosi ed ardenti del Gandellini mi hanno certo prestato non piccolo soccorso ed impulso.
Il desiderio vivissimo ch'io contrassi di meritarmi la stima di codesto raro uomo, mi diede subito una quasi nuova elasticità di mente, un'alacrítà d'intelletto, che non mi lasciava trovar luogo né pace, s'io non procreava prima qualche opera che fosse o mi paresse degna di lui.
Né mai io ho goduto dell'intero esercizio delle mie facoltà intellettuali e inventive, se non se quando il mio cuore si ritrovava ripieno e appagato, e l'animo mio per cosí dire appoggiato o sorretto da un qualche altro ente gradito e stimabile.
Che all'incontro quand'io mi vedeva senza un sí fatto appoggio quasi solo nel mondo, considerandomi come inutile a tutti e caro a nessuno, gli accessi di malinconia, di disinganno e disgusto d'ogni umana cosa, eran tali e sí spessi, ch'io passava allora dei giorni interi, e anco delle settímane senza né volere né potere toccar libro né penna.
Per ottenere dunque e meritare la lode di un uomo cosí stimabile agli occhi miei quanto era il Gori, io mi posi in quell'estate a lavorare con un ardore assai maggiore di prima.
Da lui ebbi il pensiero di porre in tragedia la congiura de' Pazzi.
Il fatto m'era affatto ignoto, ed egli mi suggerí di cercarlo nel Machiavelli a preferenza di qualunque altro storico.
Cosí, per una strana combinazione, quel divino autore che dovea poi in appresso farmisi una delle mie piú care delizie, mi veniva per la seconda volta posto in mano da un altro veracissimo amico, simile in molte cose al già tanto a me caro D'Acunha, ma molto piú erudito e colto di lui.
Ed in fatti, benché il mio terreno non fosse preparato abbastanza per ricevere e fruttificare un tal seme, pure in quel luglio ne lessi di molti squarci qua e là, oltre la narrazione del fatto della congiura.
Quindi, non solo la tragedia ne ideai immediatamente, ma invasato, di quel suo dire originalissimo e sugoso, di lí a pochi giorni mi sentii costretto a lasciare ogni altro studio, e come inspirato e sforzato a scrivere d'un sol fiato i due libri della Tirannide; quasi per l'appunto quali poi molti anni appresso gli stampai.
Fu quello uno sfogo di un animo ridondante e piagato fin dall'infanzia dalle saette dell'abborrita e universale oppressione.
Se in età piú matura io avessi dovuto trattar di nuovo un tal tema, l'avrei forse trattato alquanto piú dottamente, corroborando l'opinione mia colla storia.
Ma nello stamparlo non ho però voluto, col gelo degli anni e la pedanteria del mio poco sapere, indebolire in quel libro la fiamma di gioventú e di nobile e giusto sdegno, che ad ogni pagina d'esso mi parve avvampare, senza scompagnarsi da un certo vero e incalzante raziocinio che mi vi par dominare.
Che se poi vi ho scorti degli sbagli, o delle amplificazioni, come figli d'inesperienza e non mai di mal animo, ce li ho voluti lasciare.
Nessun fine secondo, nessuna privata vendetta mi inspirò quello scritto.
Forse ch'io avrò o male, o falsamente sentito, ovvero con troppa passione.
Ma e quando mai la passione pel vero e pel retto fu troppa, allorché massimamente si tratta di immedesimarla in altrui? Non ho detto che quanto ho sentito, e forse meno che piú.
Ed in quella bollente età il giudicare e raziocinare non eran fors'altro che un puro e generoso sentire.
CAPITOLO QUINTO
Degno amore mi allaccia finalmente per sempre.
Sgravato in tal guisa l'esacerbato mio animo dal lungo e traboccante odio ingenito suo contro la tirannide, io mi sentii tosto richiamato alle opere teatrali; e quel libercoletto, dopo averlo letto all'amico, ed a pochissimi altri, sigillai e posi da parte, né piú ci pensai per molti anni.
Intanto, ripreso il coturno, rapidissimamente distesi ad un tratto l'Agamennone, l'Oreste, e la Virginia.
E circa all'Oreste, mi era nato un dubbio prima di stenderlo, ma il dubbio essendo per sé stesso picciolo e vile, mi venne in magnanima guisa disciolto dall'amico.
Questa tragedia era stata da me ideata in Pisa l'anno innanzi, e mi avea infiammato di tal soggetto la lettura del pessimo Agamennone di Seneca.
Nell'inverno poi, trovandomi io in Torino, squadernando un giorno i miei libri, mi venne aperto un volume delle tragedie del Voltaire, dove la prima parola che mi si presentò fu, Oreste tragedia.
Chiusi subito il libro, indispettito di ritrovarmi un tal competitore fra i moderni, di cui non avea mai saputo che questa tragedia esistesse.
Ne domandai allora ad alcuni, e mi dissero esser quella una delle buone tragedie di quell'autore; il che mi avea molto raffreddato nell'intenzione di dar corpo alla mia.
Trovandomi io dunque poi in Siena, come dissi, ed avendo già steso l'Agamennone, senza piú nemmeno aprire quello di Seneca, per non divenir plagiario, allorché fui sul punto di dovere stender l'Oreste, mi consigliai coll'amico raccontandogli il fatto e chiedendogli in imprestito quello del Voltaire per dargli una scorsa, e quindi o fare il mio o non farlo.
Il Gori, negandomi l'imprestito dell'Oreste francese, soggiunse: "Scriva il suo senza legger quello; e se ella è nato per fare tragedie, il suo sarà o peggiore o migliore od uguale a quell'altro Oreste, ma sarà almeno ben suo".
E cosí feci.
E quel nobile ed alto consiglio divenne d'allora in poi per me un sistema; onde, ogni qual volta mi sono accinto a trattar poi soggetti già trattati da altri moderni, non li lessi mai se non dopo avere steso e verseggiato il mio; e se li aveva visti in palco, cercai di non me ne ricordar punto; e se mal mio grado me ne ricordava, cercai di fare, dove fosse possibile, in tutto il contrario di quelli.
Dal che mi è sembrato che me ne sia ridondata in totalità una faccia ed un tragico andamento, se non buono, almeno ben mio.
Quel soggiorno di circa cinque mesi in Siena fu dunque veramente un balsamo pel mio intelletto e pel mio animo ad un tempo.
Ed oltre tutte le accennate composizioni, vi continuai anche con ostinazione e con frutto lo studio dei classici latini, tra cui Giovenale, che mi fece gran colpo, e lo rilessi poi sempre in appresso non meno di Orazio.
Ma approssimandosi l'inverno, che in Siena non è punto piacevole, e non essendo io ancora ben sanato dalla giovanile impazienza di luogo, mi determinai nell'ottobre di andare a Firenze, non ancora ben certo se vi passerei pur l'inverno, o se me ne tornerei a Torino.
Ed ecco, che appena mi vi fui collocato cosí alla peggio per provarmici un mese, nacque tale accidente, che mi vi collocò e inchiodò per molti anni; accidente, per cui determinatomi per mia buona sorte ad espatriarmi per sempre, io venni fra quelle nuove spontanee ed auree catene ad acquistare davvero la ultima mia letteraria libertà, senza la quale non avrei mai fatto nulla di buono, se pur l'ho fatto.
Fin dall'estate innanzi, ch'io avea come dissi passato intero a Firenze, mi era, senza ch'io 'l volessi, occorsa piú volte agli occhi una gentilissima e bella signora, che per esservi anch'essa forestiera e distinta, non era possibile di non vederla e osservarla; e piú ancora impossibile, che osservata e veduta non piacesse ella sommamente a ciascuno.
Con tutto ciò, ancorché gran parte dei signori di Firenze, e tutti i forestieri di nascita da lei capitassero, io immerso negli studi e nella malinconia, ritroso e selvaggio per indole, e tanto piú sempre intento a sfuggire tra il bel sesso quelle che piú aggradevoli e belle mi pareano, io perciò in quell'estate innanzi non mi feci punto introdurre nella di lei casa; ma nei teatri e spasseggi mi era accaduto di vederla spessissimo.
L'impression prima me n'era rimasta negli occhi, e nella mente ad un tempo, piacevolissima.
Un dolce focoso negli occhi nerissimi accoppiatosi (che raro adiviene) con candidissima pelle e biondi capelli, davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito e conquiso.
Età di anni venticinque; molta propensione alle bell'arti e alle lettere; indole d'oro; e, malgrado gli agi di cui abondava, penose e dispiacevoli circostanze domestiche, che poco la lasciavano essere, come il dovea, avventurata e contenta.
Troppi pregi eran questi, per affrontarli.
In quell'autunno dunque sendomi da un mio conoscente proposto piú volte d'introdurmivi, io credutomi forte abbastanza mi arrischiai di accostarmivi; né molto andò ch'io mi trovai quasi senza avvedermene preso.
Tuttavia titubando io ancora tra il sí e il no di questa fiamma novella, nel decembre feci una scorsa a Roma per le poste a cavallo; viaggio pazzo e strapazzatissimo, che non mi fruttò altro che d'aver fatto il sonetto di Roma, pernottando in una bettolaccia di Baccano, dove non mi riuscí mai di poter chiuder occhio.
L'andare, lo stare, e il tornare, furono circa dodici giorni.
Rividi nelle due passate da Siena l'amico Gori, il quale non mi sconsigliò da quei nuovi ceppi, in cui già era piú che un mezzo allacciato; onde il ritorno in Firenze me li ribadí ben tosto per sempre.
Ma l'approssimazione di questa mia quarta ed ultima febbre del cuore si veniva felicemente per me manifestando con sintomi assai diversi dalle tre prime.
In quelle io non m'era ritrovato allora agitato da una passione dell'intelletto la quale contrapesando e frammischiandosi a quella del cuore venisse a formare (per esprimermi col poeta) un misto incognito indistinto, che meno d'alquanto impetuoso e fervente, ne riusciva però piú profondo, sentito, e durevole.
Tale fu la fiamma che da quel punto in poi si andò a poco a poco ponendo in cima d'ogni mio affetto e pensiero, e che non si spegnerà oramai piú in me se non colla vita.
Avvistomi in capo a due mesi che la mia vera donna era quella, poiché invece di ritrovare in essa, come in tutte le volgari donne, un ostacolo alla gloria letteraria, un disturbo alle utili occupazioni, ed un rimpicciolimento direi di pensieri, io ci ritrovava e sprone e conforto ed esempio ad ogni bell'opera; io, conosciuto e apprezzato un sí raro tesoro, mi diedi allora perdutissimamente a lei.
E non errai per certo, poiché piú di dodici anni dopo, mentr'io sto scrivendo queste chiacchiere, entrato oramai nella sgradita stagione dei disinganni, vieppiú sempre di essa mi accendo quanto piú vanno per legge di tempo scemando in lei quei non suoi pregi passeggieri della caduca bellezza.
Ma in lei si innalza, addolcisce, e migliorasi di giorno in giorno il mio animo; ed ardirò dire e creder lo stesso di essa, la quale in me forse appoggia e corrobora il suo.
CAPITOLO SESTO
Donazione intera di tutto il mio alla sorella.
Seconda avarizia.
Cominciai dunque allora a lavorar lietamente, cioè con animo pacato e securo, come di chi ha ritrovato al fine e scopo ed appoggio.
Già era fermo in me stesso di non mi muover piú di Firenze, fintanto almeno che ci rimarrebbe la mia donna a dimora.
Quindi mi convenne mandare ad effetto un disegno ch'io già da gran tempo avea, direi, abbozzato nella mia mente, e che poi mi si era fatto necessità assoluta dacché avea sí indissolubilmente posto il cuore in sí degno oggetto.
Mi erano sempre oltre modo pesate e spiaciute le catene della mia natia servitú; e quella tra l'altre, per cui, con privilegio non invidiabile, i nobili feudatari sono esclusivamente tenuti a chiedere licenza al re di uscire per ogni minimo tempo dagli stati suoi: e questa licenza si otteneva talvolta con qualche difficoltà, o sgarbetto, dal ministro, e sempre poi si ottenea limitata.
Quattro o cinque volte mi era accaduto di doverla chiedere, e benché sempre l'avessi ottenuta, tuttavia trovandola io ingiusta (poiché né i cadetti, né i cittadini di nessuna classe, quando non fossero stati impiegati, erano costretti di ottenerla) sempre con maggior ribrezzo mi vi era piegato, quanto piú in quel frattempo, mi si era rinforzata la barba.
L'ultima poi, che mi era, venuta chiesta, e che, come di sopra accennai mi era stata accordata con una spiacevol parola, mi era riuscita assai dura a inghiottirsi.
Crescevano, oltre ciò, di giorno in giorno i miei scritti.
La Virginia, ch'io avea distesa in quella dovuta libertà e forza che richiede il soggetto; l'avere steso quel libro della Tirannide come se io fossi nato e domiciliato in paese di giusta e verace libertà; il leggere, gustare, e sentir vivamente e Tacito e il Machiavelli, e i pochi altri simili sublimi e liberi autori; il riflettere e conoscere profondamente quale si fosse il mio vero stato, e quanta l'impossibilità di rimanere in Torino stampando, o di stampare rimanendovi; l'essere pur troppo convinto che anche con molti guai e pericoli mi sarebbe avvenuto di stampar fuori, dovunque ch'io mi trovassi, finché rimaneva pur suddito di una legge nostra, che quaggiú citerò; aggiunto poi finalmente a tutte queste non lievi e manifeste ragioni la passione che di me nuovamente si era, con tanta mia felicità ed utilità, impadronita; non dubitai punto, ciò visto, di lavorare con la maggior pertinacia ed ardore all'importante opera di spiemontizzarmi per quanto fosse possibile; ed a lasciare per sempre, ed anche a qualunque costo il mio mal sortito nido natio.
Piú d'un modo di farlo mi si presentava alla mente.
Quello di andar prolungando, d'anno in anno la licenza, chiedendola; ed era forse il piú savio, ma rimaneva anche dubbio, né mai mi vi potea pienamente affidare, dipendendo dall'arbitrio altrui.
Quello di usar sottigliezze, raggiri, e lungaggini, simulando dei debiti, con vendite clandestine, e altri simili compensi per realizzare il fatto mio, ed estrarlo da quel nobil carcere.
Ma questi mezzi eran vili, ed incerti; né mi piacevano punto, fors'anche perché estremi non erano.
Del resto, avvezzo io per carattere a sempre presupporre le cose al peggio, assolutamente voleva anticipando schiarire e decidere questo fatto, al quale mi conveniva poi a ogni modo un giorno o l'altro venirci, o rinunziare all'arte e alla gloria di indipendente e veridico autore.
Determinato dunque di appurar la cosa, e fissare se avrei potuto salvare parte del mio per campare e stampare fuor di paese, mi accinsi vigorosamente all'impresa.
E feci saviamente, ancorché giovine fossi, ed appassionato in tante maniere.
E certo, se io mai (visto il dispotico governo sotto cui mi era toccato di nascere) s'io mai mi fossi lasciato avvantaggiare dal tempo, e trovatomi nel caso di avere stampato fuori paese anche i piú innocenti scritti, la cosa diveniva assai problematica allora, e la mia sussistenza, la mia gloria, la mia libertà, rimanevano interamente ad arbitrio di quell'autorità assoluta, che necessariamente offesa dal mio pensare, scrivere, ed operare dispettosamente generoso e libero, non mi avrebbe certamente poi favorito nell'impresa di rendermi indipendente da essa.
Esisteva in quel tempo una legge in Piemonte, che dice: "Sarà pur anche proibito a chicchessia di fare stampar libri o altri scritti fuori de' nostri Stati, senza licenza de' revisori, sotto pena di scudi sessanta, od altra maggiore, ed eziandio corporale, se cosí esigesse qualche circostanza per un pubblico esempio".
Alla qual legge aggiungendo quest'altra: "I vassalli abitanti de' nostri Stati non potranno assentarsi dai medesimi senza nostra licenza in iscritto".
E fra questi due ceppi si vien facilmente a conchiudere, che io non poteva essere ad un tempo vassallo ed autore.
Io dunque prescelsi di essere autore.
E, nemicissimo com'io era d'ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la piú corta e la piú piana via, di fare una interissima donazione in vita d'ogni mio stabile sí infeudato che libero (e questo era piú che i due terzi del tutto) al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia, maritata come dissi col conte di Cumiana.
E cosí feci nella piú solenne e irrevocabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire quattordici mila di Piemonte, cioè zecchini fiorentini mille quattrocento, che venivano ad essere poco piú in circa della metà della mia totale entrata d'allora.
E contentone io rimanevami di perdere l'altra metà, o di comprare con essa l'indipendenza della mia opinione, e la scelta del mio soggiorno, e la libertà dello scrivere.
Ma il dare stabile e intero compimento a codest'affare mi cagionò molte noie e disturbi, attese le molte formalità legali, che trattandosi l'affare da lontano per lettere, consumarono necessariamente assai piú tempo.
Ci vollero oltre ciò le consuete permissioni del re; che in ogni piú privata cosa in quel benedetto paese sempre c'entra, il re.
E fu d'uopo che il mio cognato, facendo per sé e per me, ottenesse dal re la licenza di accettare la mia donazione, e venisse autorizzato a corrispondermene quell'annuale prestazione in qualsivoglia paese mi fosse piaciuto dimorare.
Agli occhi pur anche dei meno accorti manifestissima cosa era, che la principal cagione della mia donazione era stata la determinazione di non abitar piú nel paese: quindi era necessarissimo di ottenerne la permissione dal governo, il quale ad arbitrio suo si sarebbe sempre potuto opporre allo sborso della pensione in paese estero.
Ma, per mia somma fortuna, il re d'allora, il quale certamente avea notizia del mio pensare (avendone io dati non pochi cenni) egli ebbe molto piú piacere di darmi l'andare che non di tenermi.
Onde egli consentí subito a quella mia spontanea spogliazione; ed ambedue fummo contentissimi: egli di perdermi, io di ritrovarmi.
Ma mi par giusto di aggiungere qui una particolarità bastantemente strana, per consolare con essa i malevoli miei, e nello stesso tempo far ridere alle spalle mie chiunque esaminando sé stesso si riconoscerà meno infermo d'animo, e meno bambino ch'io non mi fossi.
In questa particolarità, la quale in me si troverà accoppiata con gli atti di forza che io andava pure facendo, si scorgerà da chi ben osserva e riflette, che talvolta l'uomo, o almeno, che io riuniva in me, per cosí dire, il gigante ed il nano.
Fatto si è, che nel tempo stesso ch'io scriveva la Virginia, e il libro della Tirannide; nel tempo stesso ch'io scuoteva cosí robustamente e scioglieva le mie originarie catene, io continuava pure di vestire l'uniforme del re di Sardegna, essendo fuori paese, e non mi trovando piú da circa quattr'anni al servizio.
E che diran poi i saggi, quand'io confesserò candidamente la ragione perché lo portassi? Perché mi persuadeva di essere in codesto assetto assai piú snello e avvenente della persona.
Ridi, o lettore, che tu n'hai ben donde.
Ed aggiungi del tuo: che io dunque in ciò fare, puerilmente e sconclusionatamente preferiva di forse parere agli altrui occhi piú bello, all'essere stimabile ai miei.
La conclusione di quel mio affare andò frattanto in lunga dal gennaio al novembre di quell'anno '78; atteso che intavolai poi e ultimai come un secondo trattato la permuta di lire cinquemila della prestazione annuale in un capitale di lire centomila di Piemonte, da sborsarmisi dalla sorella.
E questo soffrí qualche difficoltà piú che il primo.
Ma finalmente consentí anche il re che mi fosse mandata tal somma; ed io poi con altre la collocai in uno di quei tanti insidiosi vitalizi di Francia.
Non già ch'io mi fidassi molto piú nel cristianissimo che nel sardo re; ma perché mi pareva intanto che dimezzato cosí il mio avere tra due diverse tirannidi, ne riuscirei alquanto meno precario, e che salverei in tal guisa, se non la borsa, almeno l'intelletto e la penna.
Di questo passo della donazione, epoca per me decisiva e importante (e di cui ho sempre dappoi benedetto il pensiero e l'esito), io non ne feci parte alla donna mia, se non se dopo che l'atto principale fu consolidato e perfetto.
Non volli esporre il delicato suo animo al cimento di dovermi, o biasimare di ciò, e come contrario al mio utile, impedirmelo; ovvero di lodarlo e approvarmelo, come giovevole in qualche aspetto al sempre piú dar base e durata al nostro reciproco amore; poiché questa sola determinazione mia potevami porre in grado di non la dovere abbandonare mai piú.
Quand'essa lo seppe, biasimollo con quella candida ingenuità tutta sua.
Ma non potendolo pure piú impedire, ella vi si acquetò, perdonandomi d'averglielo taciuto.
E tanto piú forse mi riamò, né mi stimò niente meno.
Frattanto, mentre io stava scrivendo lettere a Torino, e riscrivendo, e tornando a scrivere, perché si conchiudessero codeste noie e stitichezze reali, legali, e parentevoli; io, risoluto di non dar addietro, qualunque fosse per essere l'esito, avea ordinato al mio Elia che avea lasciato in Torino, di vendere tutti i mobili ed argenti.
Egli in due mesi di tempo, lavorando indefessamente a ciò mi avea messi insieme da sei e piú mila zecchini, che tosto gli ordinai di farmi sborsare per mezzo di cambiali in Firenze.
Non so per qual caso nascesse, che fra l'avermi egli scritto d'aver questa mia somma nelle mani, e l'eseguire poi l'incarico ch'io gli avea dato rispondendogli a posta corrente di mandar le cambiali, corsero piú di tre settimane in cui non ricevei piú né lettere di lui, né altro; né avviso di banchiere nessuno.
Benché io non sia per carattere molto diffidente, tuttavia poteva pur ragionevolmente entrare in qualche sospetto, vedendo in circostanze cosí urgenti una sí strana tardanza per parte d'un uomo sí sollecito ed esatto come l'Elia.
Mi entrò dunque non poca diffidenza nel cuore; e la fantasia (in me sempre ardentissima) mi fabbricò questo danno che era tra i possibili, come se veramente già mi fosse accaduto.
Onde io credei fermamente per piú di quindici giorni che i miei sei mila zecchini fossero iti all'aria insieme con l'ottima opinione ch'io mi era sempre giustamente tenuta di quell'Elia.
Ciò posto io mi trovava allora in due circostanze.
L'affare con la sorella non era sistemato ancora; e sempre ricevendo nuove cavillazioni dal cognato, che tutte le sue private obbiezioni me le andava sempre facendo in nome e autorità del re; io gli avea finalmente risposto con ira e disprezzo: che se essi non voleano Donato, pigliassero pure Pigliato; perché io a ogni modo non ci tornerei mai, e poco m'importava di essi e dei lor danari e del loro re, che si tenessero il tutto e fosse cosa finita.
Ed io era in fatti risolutissimo all'espatriazione perpetua, a costo pur anche del mendicare.
Dunque per questa parte trovandomi in dubbio d'ogni cosa, e per quella dei mobili realizzati non mi vedendo sicuro di nulla, io me la passai cosí fantasticando e vedendomi sempre la squallida povertà innanzi agli occhi, finché mi pervennero le cambiali d'Elia, e vistomi possessore di quella piccola somma non dovei piú temere per la sussistenza.
In quei deliri di fantasia, l'arte che mi si prepresentava come la piú propria per farmi campare, era quella del domacavalli, in cui sono o mi par d'essere maestro; ed è certamente una delle meno servili.
Ed anche mi sembrava che questa dovesse riuscirmi la piú combinabile con quella di poeta, potendosi assai piú facilmente scriver tragedie nella stalla che in corte.
Ma già, prima di trovarmi in queste angustie piú immaginate che vere, appena ebbi fatta la donazione, io avea congedato tutti i miei servi meno uno per me, ed uno per cucinarmi; che poco dopo anche licenziai.
E da quel punto in poi, benché io fossi già assai parco nel vitto, contrassi l'egregia e salutare abitudine di una sobrietà non comune; lasciato interamente il vino, il caffè, e simili, e ristrettomi ai semplicissimi cibi di riso, e lesso, ed arrosto, senza mai variare le specie per anni interi.
Dei cavalli, quattro ne avea rimandati a Torino perché si vendessero con quelli che ci avea lasciati partendone; ed altri quattro li regalai ciascuno a diversi signori fiorentini, i quali benché fossero semplicemente miei conoscenti e non già amici, avendo tuttavia assai meno orgoglio di me gli accettarono.
Tutti gli abiti parimenti donai al mio cameriere, ed allora poi anche sagrificai l'uniforme; e indossai l'abito nero per la sera, e un turchinaccio per la mattina, colori che non ho poi deposti mai piú, e che mi vestiranno fino alla tomba.
E cosí in ogni altro genere mi andai sempre piú restringendo anche anche grettamente al semplicissimo necessario, a tal segno ch'io mi ritrovai ad un medesimo tempo e donator d'ogni cosa ed avaro.
Dispostissimo in questa guisa a tutto ciò che mai mi potrebbe accadere di peggio, non mi tenendo aver altro che quei sei mila zecchini, che subito inabissai in uno dei vitalizi di Francia; ed essendo la mia natura sempre inclinata agli estremi, la mia economia e indipendenza andò a poco a poco tant'oltre, che ogni giorno inventandomi una nuova privazione, caddi nel sordido quasi; e dico quasi, perché pur sempre mutai la camicia ogni giorno, e non trascurai la persona; ma lo stomaco, se a lui toccasse di scrivere la mia vita, tolto ogni quasi, direbbe ch'io m'era fatto sordidissimo.
E questo fu il secondo, e crederei l'ultimo accesso di un sí fastidioso e sí turpe morbo che degrada pur tanto l'animo, e l'intelletto restringe.
Ma benché ogni giorno andassi sottilizzando per negarmi o diminuirmi una qualche cosa, io andava pure spendendo in libri, e non poco.
Raccolsi allora quasi tutti i libri nostri di lingua, ed in copia le piú belle edizioni dei classici latini.
E in tutti l'un dopo l'altro, e replicatamente li lessi, ma troppo presto e con troppa avidità, onde non mi fecero quel frutto che me ne sarebbe ridondato leggendoli pacatamente, e ingoiandomi le note.
Cosa alla quale mi son poi piegato tardissimo, avendo sempre da giovane anteposto l'indovinare i passi difficili, o il saltarli a piè pari, all'apianarmeli colla lettura e meditazione dei commenti.
Le mie composizioni frattanto nel decorso di quell'anno borsale 1778, non dirò che fossero tralasciate, ma elle si risentivano dei tanti disturbi antiletterari in cui m'era ingolfato di necessità.
E circa poi al punto principale per me, cioè la padronanza della lingua toscana, mi si era aggiunto anche un nuovo ostacolo, ed era, che la mia donna non sapendo allora quasi punto l'italiano, io mi era trovato costretto a ricader nel francese, parlandolo e sentendolo parlare continuamente in casa sua.
Nel rimanente del giorno io cercava poi il contravveleno dei gallicismi nei nostri ottimi e noiosi prosatori trecentisti, e feci su questo proposito delle fatiche niente poetiche, ma veramente da asino.
A poco a poco pure spuntai, che l'amata imparasse perfettamente l'italiano sí per leggere che per parlare; e vi riuscí quanto e piú ch'altra mai forestiera che vi si accingesse; e lo parlò anzi con una assai migliore pronunzia che non lo parlano le donne d'Italia non toscane, che tutte, o sian lombarde, o veneziane o napoletane o anche romane, lacerano quale in un modo quale nell'altro, ogni orecchio che siasi avvezzo al soavissimo, e vibratissimo accento toscano.
Ma per quanto la mia donna non parlasse tosto altra lingua con me, tuttavia la casa sua sempre ripiena di oltramontaneria era per il mio povero toscanismo un continuo martirio; talché, oltre parecchie altre, io ebbi anche questa contrarietà, di esser stato presso che tre anni allora in Firenze, e d'avervi assai piú dovuto ingoiare dei suoni francesi, che non dei toscani.
E in quasi tutto il decorso della mia vita, finora, mi è toccata in sorte questa barbaria di gallicheria; onde, se io pure sarò potuto riuscire a scrivere correttamente, puramente, e con sapore di toscanità (senza però ricercarla con affettazione e indiscrezione), ne dovrò riportar doppia lode, attesi gli ostacoli; e se riuscito non ci sono, ne meriterò ampia scusa.
CAPITOLO SETTIMO
Caldi studi in Firenze
Nell'aprile del '78, dopo aver verseggiata la Virginia, e quasi che tutto l'Agamennone, ebbi una breve ma forte malattia infiammatoria, con un'angina, che costrinse il medico a dissanguarmi; il che mi lasciò una lunga convalescenza, e fu epoca per me di un notabile indebolimento di salute in appresso.
L'agitazione, i disturbi, lo studio, e la passione di cuore mi aveano fatto infermare, e benché poi nel finir di quell'anno cessassero interamente i disturbi d'interesse domestico, lo studio e l'amore che sempre andarono crescendo, bastarono a non mi lasciar piú godere in appresso di quella robustezza d'idiota ch'io mi era andata formando in quei dieci anni di dissipazione, e di viaggi quasi continui.
Tuttavia nel venir poi dell'estate, mi riebbi, e moltissimo lavorai.
L'estate è la mia stagione favorita; e tanto piú mii si confà, quanto piú eccessiva riesce; massimamente pel comporre.
Fin dal maggio di quell'anno avea dato principio ad un poemetto in ottava rima, su la uccisione del duca Alessandro da Lorenzino de' Medici; fatto, che essendomi piaciuto molto, ma non lo trovando suscettibile di tragedia, mi si affacciò piuttosto come poema.
Lo andava lavorando a pezzi, senza averne steso abbozzo nessuno, per esercitarmi al far rime, da cui gli sciolti delle oramai già tante tragedie mi andavano deviando.
Andava anche scrivendo alcune rime d'amore, sí per lodare la mia donna, che per isfogare le tante angustie in cui, attese le di lei circostanze domestiche, mi conveniva passare molt'ore.
E hanno cominciamento le mie rime per essa, da quel sonetto (tra gli stampati da me) che dice:
Negri, vivaci, in dolce fuoco ardenti;
dopo il quale tutte le rime amorose che seguono, tutte sono per essa, e ben sue, e di lei solamente, poiché mai d'altra donna per certo non canterò.
E mi pare che in esse (siano con piú o meno felicità ed eleganza concepite e verseggiate), vi dovrebbe pure per lo piú trasparire quell'immenso affetto che mi sforzava di scriverle, e ch'io ogni giorno piú mi sentiva crescer per lei; e ciò massimamente, credo, si potrà scorgere nelle rime scritte quando poi mi trovai per gran tempo disgiunto da essa.
Torno alle occupazioni del '78.
Nel luglio distesi con una febbre frenetica di libertà la tragedia de' Pazzi; quindi immediatamente il Don Garzia.
Tosto dopo ideai e distribuii in capitoli i tre libri Del principe e delle lettere, e ne distesi i primi tre capitoli.
Poi, non mi sentendo lingua abbastanza per ben esprimere i miei pensamenti, lo differii per non averlo poi a rifonder tutto allorché ci tornerei per correggerlo.
Nell'agosto di quell'anno stesso, a suggerimento e soddisfazione dell'amata, ideai la Maria Stuarda.
Dal settembre in giú verseggiai l'Oreste, con cui terminai quell'anno per me travagliatissimo.
Passavano allora i miei giorni in una quasi perfetta calma; e sarebbe stata intera, se non fossi stato spesso angustiato del vedere la mia donna angustiata da continui dispiaceri domestici cagionatile dal querulo, sragionevole, e sempre ebro attempato marito.
Le sue pene eran mie; e vi ho successivamente patito dolori di morte.
Io non la poteva vedere se non la sera, e talvolta a pranzo da lei; ma sempre presente lo sposo, o al piú standosi egli di continuo nella camera contigua.
Non già ch'egli avesse ombra di me piú che d'altri; ma era tale il di lui sistema; ed in nove anni e piú che vissero insieme quei due coniugi, mai e poi mai e poi mai non è uscito egli di casa senza di lei, né ella senz'esso; continuità che riuscirebbe stucchevole perfino fra due coetanei amanti.
Io dunque tutto l'intero giorno me ne stava in casa studiando, dopo aver cavalcato la mattina per un par d'ore un ronzino d'affitto per mera salute.
La sera poi io trovava il sollievo della sua vista, ma amareggiato pur troppo dal vederla come dissi quasi sempre afflitta, ed oppressa.
Se io non avessi avuta la tenacissima occupazione dello studio, non mi sarei potuto piegare al vederla sí poco, e in tal modo.
Ma anche, se io non avessi avuto quell'unico sollievo della sua dolcissima vista per contravveleno all'asprezza della mia solitudine non avrei mai potuto resistere a uno studio cosí continuo, e cosí, direi, arrabbiato.
In tutto il '79 verseggiai la Congiura de' Pazzi; ideai la Rosmunda, l'Ottavia, e il Timoleone; stesi la Rosmunda, e Maria Stuarda; verseggiai il Don Garzia; terminai il primo canto del poema, e inoltrai non poco il secondo.
In mezzo a sí calde e faticose occupazioni della mente, mi trovava anche soddisfatti gli affetti del cuore, tra l'amata donna presente, e due amici lontani, con cui mi andava sfogando per lettere.
Era l'uno di questi, il Gori di Siena, il quale anche due o tre volte era venuto in Firenze a vedermi; l'altro era l'ottimo abate di Caluso, il quale verso la metà di quell'anno '79 venne poi in Firenze, chiamatovi in parte dall'intenzione di godersi per un anno quella beatissima lingua toscana, ed in parte (me ne lusingo) chiamatovi dal piacere di essere con chi gli volea tanto bene quanto io; ed anche per darsi ai suoi studi piú quetamente e liberamente che non gli veniva fatto in Torino, dove fra i suoi tanti e fratelli, e nipoti, e cugini, e indiscreti d'altro genere la di lui mansueta e condiscendente natura lo costringeva ad essere assai piú d'altri che suo.
Un anno presso che intero egli stette dunque in Firenze; ci vedevamo ogni giorno, e si passava insieme di molte ore del dopo pranzo.
Ed io nella di lui piacevole ed erudita conversazione imparai senza quasi avvedermene piú cose assai che non avrei fatto in molti anni sudando su molti libri.
E tra l'altre, quella di cui gli avrò eterna gratitudine, si è di avermi egli insegnato a gustare e sentire e discernere la bella ed immensa varietà dei versi di Virgilio, da me fin allora soltanto letti ed intesi; il che per la lettura di un poeta di tal fatta, e per l'utile che ne dee ridondare a chi legge, viene a dir quanto nulla.
Ho tentato poi (non so con quanta felicità) di trasportare nel mio verso sciolto di dialogo quella incessante varietà d'armonia, per cui raramente due versi somigliantisi si accoppino; quelle diverse sedi d'interrompimento, e quelle trasposizioni (per quanto l'indole della lingua nostra il concede), dalle quali il verseggiar di Virgilio riesce sí maraviglioso, e sí diverso da Lucano, da Ovidio, e da tutti.
Differenze difficili ad esprimersi con parole, e poco concepibili da chi dell'arte non è.
Ed era pur necessario ch'io mi andassi aiutando qua e là per far tesoro di forme e di modi, per cui il meccanismo del mio verso tragico assumesse una faccia sua propria, e si venisse a rialzare da per sé, per forza di struttura; mentre non si può in tal genere di composizione aiutare il verso, né gonfiarlo con i lunghi periodi, né con le molte immagini, né con le troppe trasposizioni, né con la soverchia pompa o stranezza dei vocaboli, né con ricercati epiteti: ma la sola semplice e dignitosa sua giacitura di parole infonde in esso la essenza del verso, senza punto fargli perdere la possibile naturalezza del dialogo.
Ma tutto questo, ch'io forse qui mal esprimo, e ch'io aveva fin d'allora, e ogni dí piú caldamente, scolpito nella mente mia non lo acquistai nella penna se non se molti anni dopo, se pur mai lo acquistai: e forse fu quando poi ristampai le tragedie in Parigi.
Che se il leggere, studiare, gustare, e discernere, e sviscerare le bellezze ed i modi del Dante e Petrarca mi poterono infonder forse la capacità di rimare sufficientemente e con qualche sapore; l'arte del verso sciolto tragico (ove ch'io mi trovassi poi d'averla o avuta o accennata) non la ripeterò da altri che da Virgilio, dal Cesarotti, e da me medesimo.
Ma intanto, prima che io pervenissi a dilucidare in me l'essenza di questo stile da crearsi, mi toccò in sorte di errare assai lungamente brancolando, e di cadere anche spesso nello stentato ed oscuro, per voler troppo sfuggire il fiacco e il triviale; del che ho ampiamente parlato altrove quando mi occorse di dare ragione del mio scrivere.
Nell'anno susseguente, 1780, verseggiai la Maria Stuarda; stesi l'Ottavia e il Timoleone; di cui, questa era frutto della lettura di Plutarco, ch'io avea anche ripigliato; quella, era f