COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 38
...
.
E poco lontano da quell'inferno, rideva, come sempre, la maestà serena di Stambul e la bellezza primaverile della riva asiatica, specchiata dal mar di Marmara e dal Bosforo, coperto di bastimenti immobili; una folla immensa, che faceva nere tutte le rive, assisteva muta e impassibile allo spettacolo spaventoso; i muezzin annunziavano con lente cantilene dai terrazzi dei minareti il tramonto del sole; gli uccelli roteavano allegramente intorno alle moschee delle sette colline; e i vecchi turchi, seduti all'ombra dei platani, sopra le alture verdi di Scutari, mormoravano con voce pacata: - È sonata l'ultima ora per la città dei Sultani.
- Il giorno prescritto è venuto.
- La sentenza d'Allà si compisce.
- Così sia - Così sia.
L'incendio, per fortuna, non si protrasse nella notte.
Alle sette della sera s'accendeva, per ultimo, il palazzo dell'ambasciata d'Inghilterra; dopo di che il vento cessava improvvisamente, e le fiamme morivano, spontaneamente o soffocate, da tutte le parti.
In sei ore due terzi di Pera erano stati distrutti dalle fondamenta, nove mila case incenerite, due mila persone morte.
Dopo l'incendio famoso del 1756, che distrusse ottanta mila case, e spianò due terzi di Stambul, sotto il regno di Otmano III, non s'era più visto un disastro così tremendo; e nessun incendio, dalla presa di Costantinopoli in poi, mietè un così gran numero di vite.
Il giorno seguente Pera offriva un aspetto meno spaventevole, ma non meno triste che durante l'infuriare dell'incendio.
Dov'era passato il fuoco, era un deserto, e apparivano le forme nude e sinistre della grande collina; nuovi prospetti, una luce nuova, vastissimi spazi coperti di cenere in mezzo ai quali non rimanevano che le torricine affumicate dei camini, come monumenti funebri; quartieri interi scomparsi come accampamenti di beduini portati via dall'uragano; strade e crocicchi di cui non rimanevan più che le traccie nere e fumanti sulla terra, fra le quali erravano migliaia di sventurati cenciosi e sparuti, che chiedevano l'elemosina in mezzo a un via vai di soldati, di medici, di monache, di sacerdoti d'ogni religione e d'impiegati di tutti i gradi, che distribuivano pane e denaro, e guidavano lunghe file di carri carichi di materasse e di coperte, mandate dal governo per la gente rimasta senza casa.
Il governo aveva fatto pure distribuire le tende dei soldati.
Le alture di Tataola e il grande cimitero armeno erano coperti d'accampamenti, in cui brulicava una folla immensa.
Per tutto si vedevano strati e monti di masserizie su cui sedevano famiglie estenuate e istupidite.
Nel vasto cimitero di Galata erano sparsi e accatastati alla rinfusa, come in un bazar messo sottosopra, lungo i sentieri e in mezzo ai sepolcri, divani, letti, cuscini, pianoforti, quadri, libri, carrozze sconquassate, cavalli feriti legati ai cipressi, portantine dorate d'ambasciatori e gabbie di pappagalli degli arem, custoditi da una folla di servi e di facchini neri di caligine e cascanti di sonno.
Una poveraglia innumerevole, immonda, non mai veduta, girava per le strade a cercar chiodi e serrature fra le macerie, scansando i soldati e i pompieri addormentati per terra, sfiniti dalle fatiche della notte; si vedeva per tutto gente affaccendata a rizzar baracche sulle rovine delle proprie case, con tende ed assiti; famiglie inginocchiate in mezzo ai muri affumicati di chiese senza tetto, dinanzi ad altari bruciati; gruppi di uomini e di donne che correvano affannosamente, col capo chino, osservando viso per viso lunghe file di cadaveri carbonizzati e sformati, e lì riconoscimenti, grida disperate, scoppi di pianto, gente che stramazzava come fulminata, in mezzo a una processione di lettighe e di bare, a un polverìo denso, a un'aria infocata, a un puzzo di carni arse, a nuvoli di scintille che si sollevavano improvvisamente sotto le vanghe e i picconi degli scavatori, e ricadevano sopra una folla fitta, lenta, silenziosa, sbalordita, accorsa da tutte le parti di Costantinopoli, sopra alla quale apparivano le faccie pallide e gravi dei Consoli e degli Ambasciatori, che arrestavano i cavalli sui crocicchi, e guardavano intorno sgomentati dall'immensità del disastro.
Eppure anche quell'immenso disastro, come segue sempre nei paesi orientali, fu presto dimenticato.
Quattro anni dopo io non ne vidi più traccia, fuorchè qualche tratto di terreno sgombro all'estremità di Pera, dinanzi all'altura di Tataola.
Dell'incendio si parlava già come d'un avvenimento molto lontano.
Per qualche tempo, mentre le ceneri erano ancora calde, i giornali avevano chiesto al governo dei provvedimenti: che riordinasse il corpo dei pompieri, che mutasse le pompe, che si procurasse maggior abbondanza d'acqua, che regolasse la costruzione delle case; ma il governo aveva fatto il sordo e gli europei avevano rimesso il cuore in pace, continuando a vivere alla turca, ossia fidando un po' nel buon Dio e un po' nella buona fortuna.
Così, nulla o quasi nulla essendo mutato, si può andar sicuri che quello del 1870 non fu l'ultimo dei grandi incendi dai quali "è scritto" che la città dei Sultani sia ogni tanti anni desolata.
Le case di Pera sono ora quasi tutte, è vero, di muratura; ma costrutte la maggior parte malamente, da architetti senza studii e senza esperienza, non invigilati dal Governo, e spesso anche costrutte dal primo venuto, in maniera che molte rovinano prima d'esser terminate, e quelle che rimangono su, non possono opporre alcuna resistenza alle fiamme.
L'acqua, specialmente a Pera, è sempre scarsa e soggetta a un monopolio vergognoso; e siccome viene in gran parte dai serbatoi del villaggio di Belgrado, costrutti dai Romani, manca affatto quando non cadono pioggie abbondanti in primavera e in autunno; onde chi ha denari deve pagarla a peso d'oro e i poveri bevono fango.
I pompieri sono sempre piuttosto una grande banda di malfattori, che un corpo ordinato di operai; banda composta di gente d'ogni paese, dipendenti più di nome che di fatto dal Seraschierato, da cui non ricevono che una razione di pane; inesperti, indisciplinati, ladri, detestati e temuti dalla popolazione quanto il fuoco che non sanno spegnere, e sospetti, non senza fondamento, di desiderare gl'incendi, come occasione di far bottino.
Le pompe non scarseggiano, è vero, e i turchi ne vanno alteri come di macchine meravigliose; ma sono ridicole carabattole, che contengono una dozzina di litri d'acqua, e mandano uno zampillo sottilissimo, piuttosto adatto a innaffiare giardini che a spegnere incendi.
E sarebbe nondineno una gran fortuna, se rimanendo questi inconvenienti, fossero cessati gli altri, che sono molto più gravi.
Non è credibile, senza dubbio, quello che molti credono ancora, che il Governo, cioè, susciti gl'incendii per allargare le strade, chè il danno e il pericolo sarebbero troppo sproporzionati ai vantaggi; nè accade più come per il passato, che il "partito d'opposizione" dia fuoco a un quartiere di Costantinopoli per spaventare il Sultano, nè che l'esercito incendii un sobborgo per ottenere un accrescimento di paga.
Ma il sospetto, che gl'incendii siano molte volte suscitati da coloro che ne possono trarre guadagno, è sempre vivo, e il fatto provò troppo spesso che non è un sospetto infondato.
Per il che la popolazione vive in un'ansietà continua.
Teme dei portatori d'acqua, dei facchini, degli architetti, dei mercanti di legna e di calce, e massimamente dei servitori, che sono la peggior genìa di Costantinopoli, legati la maggior parte con ladri, i quali sono alla loro volta ordinati in associazioni e in comitati, da cui altre compagnie occulte compran la roba rubata e facilitano con varii mezzi il delitto.
E la polizia locale mostra con questa gente una fiacchezza, per non chiamarla indulgenza, la quale produce quasi gli effetti della complicità.
Non fu mai condannato un incendiario.
Raramente i ladri, dopo gl'incendii, sono colti e puniti.
È anche più raro che gli oggetti sequestrati dalla polizia siano restituiti ai proprietarii.
Di più, essendoci a Costantinopoli del canagliume di tutti i paesi, l'azione della giustizia è inceppata in mille modi dai trattati internazionali; i Consolati reclamano a sè i malfattori della propria nazione; i processi durano un secolo; molti delinquenti scappano; il timore del castigo non serve quasi affatto di freno agli scellerati, e il saccheggio negl'incendii è considerato da loro quasi come un privilegio tacitamente riconosciuto dalle autorità, come era altre volte per gli eserciti il mettere a sacco le città espugnate.
Per questo la parola "incendio" significa ancora per la popolazione di Costantinopoli "tutte le sventure" e il grido di Janghen var è sempre un grido tremendo, solenne, fatale, al cui suono tutta la città si rimescola fin nel più profondo delle sue viscere, come all'annunzio d'un castigo di Dio.
E chi sa quante volte la grande metropoli dovrà ancora essere incenerita e rialzata sulle sue ceneri prima che la civiltà europea abbia piantato la sua bandiera sul palazzo imperiale di Dolma-Bagcé!
Nei tempi andati, quando scoppiava un incendio in Costantinopoli, se il Sultano si trovava in quel momento nell'arem, gli portava l'annunzio del pericolo un'odalisca tutta vestita color di porpora dal turbante alle babbuccie, la quale aveva l'ordine di presentarsi a Lui in qualunque luogo egli fosse; fosse anche stato in braccio alla più cara delle sue favorite.
Essa non aveva che da presentarsi sulla soglia: il color di fuoco dei suoi panni era l'annunzio muto della sventura.
Ebbene, chi crederebbe che fra tante immagini grandiose e terribili che mi si affacciano alla mente quando penso agl'incendii di Costantinopoli, sia la figura di quell'odalisca quella che scuote più vivamente tutte le mie fibre d'artista? Io vorrei essere pittore per dipingere quel quadro, e supplicherò tutti i pittori di dipingerlo, sin che n'abbia trovato uno che s'innamori dell'argomento, e a lui sarò grato per la vita.
Egli rappresenterà, in una stanza dell'arem imperiale, tappezzata di raso e rischiarata da una luce soavissima, sopra un largo divano, accanto a una circassa bionda di quindici anni, coperta di perle, Selim I, il Sultano tremendo, che s'è svincolato impetuosamente dalle braccia della sua cadina, e fissa i grand'occhi atterriti sopra l'odalisca purpurea, muta, sinistra, ritta sulla soglia come una statua, la quale, con un volto pallido che rivela la venerazione e il terrore, sembra voler dire: - Re dei Re, Allà ti chiama e il tuo popolo desolato t'aspetta! - e sollevando la cortina della porta, mostra di là da un terrazzo, in una grande lontananza azzurrina, la città enorme che fuma.
LE MURA
Il giro intorno alle antiche mura di Stambul lo volli far solo, e consiglio ad imitarmi tutti gl'Italiani che andranno a Costantinopoli, perchè lo spettacolo delle grandi rovine solitarie non lascia un'impressione veramente profonda e durevole se non in chi è tutto inteso a riceverla, e può seguire liberamente il corso dei suoi pensieri, in silenzio.
C'era da fare una passeggiata di circa quindici miglia italiane, a piedi, sotto i raggi del sole, per strade deserte.
- Forse - dissi al mio amico - a metà strada mi piglierà la tristezza della solitudine e t'invocherò come un Santo; ma tant'è, voglio andar solo.
- Alleggerii il portamonete per il caso che qualche ladro suburbano avesse voluto vederci dentro, gittai qualchecosa "dentro alle bramose canne" per poter dir poi a me stesso: - "taci, maledetto lupo" -; e m'incamminai alle otto della mattina, sotto un bel cielo lavato da una pioggerella della notte, verso il ponte della Sultana Validè.
Il mio disegno era d'uscire da Stambul per la porta del quartiere delle Blacherne, di percorrere la linea delle mura dal Corno d'oro fino al castello delle Sette Torri, e di ritornare lungo la riva del Mar di Marmara, girando così intorno a tutto il grande triangolo della città musulmana.
Passato il ponte, svoltai a destra e m'innoltrai nel vasto quartiere chiamato Istambul-disciaré, o Stambul esterna, che è una lunga striscia di città, compresa fra le mura ed il porto, tutta casupole e magazzini d'oli e di legna, stata distrutta più volte dagli incendii.
Fra le viuzze e la riva del Corno d'oro, lungo la quale si stende una fila di piccoli scali e di seni pieni di bastimenti e di barconi, c'è un viavai fitto di facchini, di ciucci e di cammelli, un rimescolìo di gente strana e di cose sporche, e un urlìo incomprensibile, che fa pensare a quei porti meravigliosi del mar dell'Indie e del mar della China dove s'incontrano i popoli e le merci dei due emisferi.
Le mura che rimangono da questo lato della città, sono alte cinque volte un uomo, merlate, fiancheggiate di cento in cento passi da piccole torri quadrangolari, e in molte parti rovinate; ma sono il tratto meno notevole e per arte e per memorie delle mura di Stambul.
Attraversai il quartiere del Fanar, passando sulla riva ingombra di fruttaioli, di pasticcieri, di venditori d'anice e di rosolio, e di cucine esposte all'aria aperta, in mezzo a gruppi di bei marinari greci atteggiati come le statue dei loro Numi antichi; girai intorno al vastissimo ghetto di Balata; percorsi il quartiere silenzioso delle Blacherne, e uscii finalmente di città per la porta chiamata Egri-Kapú, poco lontana dalla riva del Corno d'oro.
Tutto questo è presto detto; ma è una camminata di un'ora e mezzo, ora in salita, ora in discesa, intorno a laghi di mota, sopra ciottoli enormi, per vicoli senza fine, sotto volte oscure, a traverso a vasti spazii solitari, senz'altra guida che la punta dei minareti della moschea di Selim.
A un certo punto si cominciano a non veder più nè faccie nè abiti di franchi; poi spariscono le casette all'europea; poi il ciottolato, poi le insegne delle botteghe, poi l'indicazione delle strade, poi ogni rumor di lavoro; e più si va innanzi, più i cani guardano torvo, più i monelli turchi fissano con l'occhio ardito, più le donne del volgo si nascondono la faccia con cura, fin che ci si trova in piena barbarie asiatica, e la passeggiata di due ore pare che sia stata un viaggio di due giorni.
Uscendo da Egri-Kapú, voltai a sinistra e vidi improvvisamente un larghissimo tratto delle mura famose che difendono Stambul dalla parte di terra.
Sono passati tre anni da quel momento; ma non posso ricordarmene senza provare un sentimento vivissimo di maraviglia.
Non so in quale altro luogo dell'Oriente si trovino così raccolte la grandezza dell'opera umana, la maestà della potenza, la gloria dei secoli, la solennità delle memorie, la mestizia delle rovine, la bellezza della natura.
È una vista che ispira insieme ammirazione, venerazione e terrore; uno spettacolo degno d'un canto d'Omero.
A primo aspetto, si scoprirebbe il capo e si griderebbe: - Gloria! - come dinanzi a una schiera interminabile di giganteschi eroi mutilati.
La cinta delle mura e delle torri enormi si stende fin dove arriva lo sguardo, salendo e scendendo a seconda delle alture e degli avvallamenti, dove bassissima che par che si sprofondi nella terra, dove alta che par che coroni la sommità d'una montagna; svariata d'infinite forme di rovine, tinta di mille colori severi, dal calcareo fosco quasi nero al giallo caldo quasi dorato, e rivestita d'una vegetazione rigogliosa d'un verde cupo, che s'arrampica su per i muri, ricasca in ghirlande dai merli e dalle feritoie, si rizza in ciuffi alteri sulla cima delle torri, s'ammucchia in piramidi altissime, vien giù quasi a cascatelle dalle cortine, e colma brecce, spaccature e fossati, e si avanza fin sulla via.
Sono tre ordini di mura che formano come una gradinata gigantesca di rovine: il muro interno, che è il più alto, fiancheggiato, a brevi distanze eguali, da grossissime torri quadrate; quel di mezzo, rafforzato da piccole torri rotonde; l'esterno senza torri, bassissimo, e difeso da un fosso largo e profondo, anticamente riempito dalle acque del Corno d'oro e del Mar di Marmara, ora coperto d'erba e di cespugli.
Tutte queste mura sono ancora, presso a poco, quali erano il giorno dopo la presa di Costantinopoli: perchè sono pochissima cosa i ristauri fatti da Maometto e da Bajazet II.
Vi si vedono ancora le breccie che v'apersero i cannoni enormi d'Orbano, le tracce dei colpi degli arieti e delle catapulte, gli squarci delle mine, e tutti gl'indizii dei luoghi dove si diedero gli assalti più furiosi e si opposero le resistenze più disperate.
Le torri rotonde delle mura di mezzo sono quasi tutte rovinate fino alle fondamenta; le torri delle mura interne, quasi tutte ritte; ma smerlate, scantonate, ridotte in punta alla sommità come tronchi d'alberi enormi acuminati a colpi d'accetta, e screpolate di cima in fondo o incavate alla base come scogli rosi dal mare.
Pezzi smisurati di muratura, rotolati giù dalle cortine, ingombrano la piattaforma del muro di mezzo, quella del muro esterno ed il fosso.
Piccoli sentieri serpeggiano fra le macerie e le erbaccie e si perdono nell'ombra cupa della vegetazione alta, fra i macigni e gli scoscendimenti della terra messa a nudo dai muri precipitati.
Ogni tratto di bastione compreso fra due torri è un quadro stupendo di rovine e di verde, pieno di maestà e di grandezza.
Tutto è colossale, selvatico, irto, minaccioso, e improntato d'una bellezza pomposa e triste, che impone la riverenza.
Par di vedere le rovine d'una catena sterminata di castelli feudali, o i resti d'una di quelle muraglie prodigiose che circondavano i grandi imperi leggendarii dell'Asia orientale.
La Costantinopoli del secolo decimonono è sparita; si è dinanzi alla città dei Costantini; si respira l'aria del quattrocento; tutti i pensieri corrono al giorno dell'immensa caduta e si rimane per un momento sbalorditi e sgomenti.
La porta per cui ero uscito, chiamata dai turchi Egri-Kapú, era quella famosa porta Caligaria, per la quale fece la sua entrata trionfale Giustiniano, ed entrò poi Alessio Comneno per impadronirsi del trono.
Dinanzi v'è un cimitero musulmano.
Nei primi giorni dell'assedio era stato messo là quello smisurato cannone d'Orbano, intorno al quale lavoravano quattrocento artiglieri e che cento buoi stentavano a smovere.
La porta era difesa da Teodoro di Caristo e da Giovanni Greant, contro l'ala sinistra dell'esercito turco che si stendeva fino al Corno d'oro.
Da quel punto fino al Mar di Marmara non c'è più un sobborgo nè un gruppo di case.
La strada corre diritta fra le mura e la campagna.
Non v'è nulla che distragga dalla contemplazione delle rovine.
Mi misi in cammino.
Andai per un lungo tratto in mezzo a due cimiteri; uno cristiano a sinistra, sotto le mura; un altro maomettano, a destra, vastissimo e ombreggiato da una selva di cipressi.
Il sole scottava; la strada si stendeva dinanzi a me bianca e solitaria, e sollevandosi a poco a poco tagliava con una linea retta, sulla sommità dell'altura, il cielo, limpidissimo.
Da una parte le torri succedevano alle torri, dall'altra le tombe succedevano alle tombe.
Non sentivo che il rumore cadenzato del mio passo e di tratto in tratto il fruscìo di un lucertolone fra i cespugli vicini.
Andai così per un lungo tratto, fin che mi trovai impensatamente davanti a una bella porta quadrata, sormontata da un grande arco a tutto sesto e fiancheggiata da due grosse torri ottagone.
Era la porta d'Adrianopoli, la Polyandria dei Greci; quella che sostenne nel 625, sotto Eraclio, l'urto formidabile degli Avari, che fu difesa contro Maometto II dai fratelli Paolo e Antonino Troilo Bochiardi, e che divenne poi la porta delle uscite e dell'entrate trionfali degli eserciti musulmani.
Nè dinanzi nè intorno non c'era anima viva.
Improvvisamente uscirono di galoppo due cavalieri turchi, mi ravvolsero in un nuvolo di polvere e sparirono per la strada d'Adrianopoli; poi tornò a regnare un silenzio profondo.
Di là, voltando le spalle alle mura, mi avanzai per la strada d'Adrianopoli, discesi nel vallone del Lykus, salii sopra un'altura, e mi trovai dinanzi al vastissimo piano ondulato e arido di Dahud-Pascià, dove tenne il quartier generale Maometto II, durante l'assedio di Costantinopoli.
Stetti qualche tempo là immobile, guardando intorno con una mano sugli occhi, come per cercare le traccie dell'accampamento imperiale e rappresentarmi il grande e strano spettacolo che doveva offrire quel luogo sul finire della primavera del 1453.
Là proprio rifluiva, come al suo cuore, la vita di tutto l'enorme esercito che stringeva nel suo formidabile amplesso la grande città moribonda.
Di là partivano gli ordini fulminei che movevano le braccia di centomila operai, che facevano trascinare per terra duecento galere dalla baia di Besci-tass alla baia di Kassim-Pascià, che spingevano nelle viscere della terra eserciti di minatori armeni, che sguinzagliavano da cento parti i drappelli d'araldi ad annunziar l'ora degli assalti, e facevano, nel tempo che s'impiega a contare le pallottoline d'un tespì, tendere trecentomila archi e sguainare trecentomila scimitarre.
Là i messi pallidi di Costantino s'incontravano coi genovesi di Galata venuti a vender l'olio per rinfrescare i cannoni d'Orbano e colle vedette musulmane che spiavano dalla riva del Mar di Marmara se apparissero all'orizzonte le flotte europee a portar gli ultimi soccorsi della cristianità all'ultimo baluardo dei Costantini.
Là era un formicolìo di cristiani rinnegati, d'avventurieri asiatici, di vecchi sceicchi, di dervis macilenti, laceri e stremati dalle lunghe marcie, che andavano e venivano affannosamente intorno alle tende di quattordicimila giannizzeri, fra schiere interminabili di cavalli bardati, fra lunghissime file di alti cammelli immobili, in mezzo a catapulte e a baliste infrante, a rottami di cannoni scoppiati, a piramidi di palle enormi di granito; incrociandosi con le processioni dei soldati polverosi che portavano a due a due, dalle mura all'aperta campagna, cadaveri sformati e feriti urlanti, a traverso una nuvola perpetua di fumo.
In mezzo all'accampamento dei giannizzeri s'alzavano le tende variopinte della Corte, e al di sopra di queste, il padiglione vermiglio di Maometto II.
E ogni mattina, allo spuntar del giorno, egli era là, ritto dinanzi all'apertura del suo padiglione, pallido della veglia affannosa della notte, col suo gran turbante ornato d'un pennacchio giallo e il suo lungo caffettano color di sangue, e fissava il suo sguardo d'aquila sull'immensa città che gli si stendeva dinanzi, tormentando con una mano la folta barba nera e coll'altra il manico d'argento del suo pugnale ricurvo.
Accanto a lui c'era Orbano, l'inventore del cannone prodigioso, che doveva pochi giorni dopo, scoppiando, slanciare le sue ossa sulla spianata dell'Ippodromo; l'ammiraglio Balta-Ogli, già turbato dal presentimento della sconfitta, che fece cadere sul suo capo il bastone d'oro del Gran Signore; il comandante temerario dell'Epepolin, il grande castello mobile, coronato di torri e irto di ferro, che cadde poi incenerito davanti alla porta di San Romano; una corona di legisti e di poeti abbronzati dal sole di cento battaglie; un corteo di pascià colle membra coperte di cicatrici e i caffettani lacerati dalle freccie; una folla di giannizzeri giganteschi colle lame nude nel pugno e di sciaù armati di verghe di acciaio, pronti a far cadere le teste e a lacerare le carni ai ribelli e ai vigliacchi; tutto il fiore di quella sterminata moltitudine asiatica, piena di gioventù, di ferocia e di forza, che stava per rovesciarsi, come un torrente di ferro e di fuoco, sugli avanzi decrepiti dell'Impero bizantino; e tutti, immobili come statue, tinti di rosa dai primi raggi dell'aurora, guardavano all'orizzonte le mille cupole argentee della città promessa dal Profeta, sotto le quali sonavano, in quell'ora, le preghiere e i singhiozzi del popolo codardo.
Io vedevo i visi, gli atteggiamenti, i pugnali, le pieghe delle cappe e dei caffettani, e le grandi ombre che s'allungavano sul terreno incavato dalle ruote dei cannoni e delle torri.
Ma a un tratto, lasciando cader gli occhi sopra una grossa pietra mezzo affondata nella terra, e leggendovi una rozza iscrizione, quel gran quadro disparve come una visione fantasmagorica, e vidi sparpagliarsi per la pianura brulla una moltitudine allegra di cacciatori di Vincennes, di zuavi e di fantaccini dai calzoni rossi; sentii cantare le canzonette della Provenza e della Normandia; vidi il maresciallo Saint-Arnaud, Canrobert, Forey, Espinasse, Pelissier; riconobbi mille volti e mille colori vivi nella mia memoria e cari al mio cuore fin dall'infanzia...
e rilessi con un sentimento inesprimibile di sorpresa e di piacere quella povera iscrizione.
La quale diceva: - Eugène Saccard, caporal dans le 22° léger, 16 Juin 1854.
Di là ripassai per il vallone del Lykus e ritornai sulla strada che fiancheggia le mura, sempre solitaria e sempre serpeggiante fra le rovine e i cimiteri.
Passai dinanzi all'antica porta militare di Pempti, ora murata; attraversai un'altra volta il Lykus, che entra nella città in quel punto, e arrivai finalmente dinanzi alla porta chiamata del Cannone, dal gran cannone d'Orbano, che v'era appostato davanti; la porta contro cui rivolse il suo ultimo assalto l'esercito di Maometto.
Alzando gli occhi alla sommità delle mura, vidi dietro ai merli parecchie orribili faccie nere, coi capelli scarmigliati, che mi guardavano in aria di stupore.
Seppi poi che s'era annidata là una tribù di zingari, ficcando le sue capanne nelle spaccature delle cortine e delle torri.
Qui le traccie della lotta sono veramente gigantesche e superbe: le mura sventrate, crivellate, stritolate; le torri dimezzate ed informi, le piattaforme sepolte sotto monti di ruderi, le feritoie squarciate, il terreno sconvolto, il fosso ingombro di rottami colossali, che sembrano massi di roccie franati da una montagna.
La battaglia tremenda sembra stata combattuta il giorno innanzi e le rovine raccontano meglio d'una voce umana l'orribile eccidio di cui furono spettatrici.
E fu poco meno che il medesimo dinanzi a tutte le porte, per tutta la lunghezza delle mura.
La lotta cominciò allo spuntare del giorno.
L'esercito ottomano era diviso in quattro enormi colonne, e preceduto da centomila volontarii, che formavano un'immensa avanguardia predestinata alla morte.
Tutta questa carne da cannone, questa turba indisciplinata e temeraria di tartari, di caucasei, d'arabi, di negri, guidati dai sceicchi, eccitati dai dervis, cacciati innanzi a nerbate da un esercito di sciaù, si slanciò per la prima all'assalto, carica di terra e di fascine, formando una sola catena e cacciando un urlo solo dal Mar di Marmara al Corno d'oro.
Arrivati sulla sponda del fosso, una grandine di ferro e di pietre li arresta e li macella; cadono a cento a cento, schiacciati dai macigni, crivellati dalle freccie, fulminati dalle palle, arsi dalle vampe delle spingarde, vecchi, fanciulli, schiavi, ladri, pastori, briganti; altre turbe, spinte da turbe più lontane, sottentrano; in poco tempo il fosso e le sponde sono coperte di mucchi di cadaveri, di membra palpitanti, di turbanti insanguinati, d'archi, di scimitarre; su cui altri torrenti d'armati passano muggendo e vanno a frangersi e a insanguinarsi ai piedi delle cortine e delle torri, sotto un rovescio più fitto di giavellotti e di sassi, in una nuvola densa che nasconde le mura, i difensori, i morti, la strada; fin che mille trombe ottomane fanno sentire i loro squilli selvaggi sopra il tumulto della battaglia, e la grande avanguardia dimezzata e sanguinosa retrocede confusamente da tutta la linea delle mura.
Allora Maometto II sguinzaglia all'assalto il grosso delle sue forze.
Tre grandi eserciti, tre fiumane d'uomini, condotti da cento Pascià, sorvolati da mille stendardi, s'avanzano, s'allargano, coprono le alture, allagano le valli, scendono levando un frastuono spaventoso di trombe, di timballi e di spade, e gettando un grido: - La Ilah illa lah! - che rimbomba come uno scoppio di fulmine dal Corno d'oro alle Sette Torri, spiccano la corsa e vanno a precipitarsi contro le mura come un oceano in tempesta contro una riva di roccie tagliate a picco.
Allora comincia la grande battaglia, ossia cento battaglie, alle porte, alle breccie, nei fossi, sulle piattaforme, ai piedi delle cortine, da un capo all'altro dell'enorme baluardo secolare di Costantinopoli.
Dieci mila feritoie vomitano la morte sopra duecento mila vite.
Dall'alto delle cortine e delle torri ruzzolano i macigni, le travi, le botti piene di terra, le fascine accese.
Le scale, cariche d'assalitori, rovinano; i ponti levatoi delle torri di assedio precipitano; le catapulte fiammeggiano.
Schiere dietro schiere s'avventano e ricadono, sfolgorate, sulle macerie, sui molti sfracellati, sui moribondi, nel sangue, nell'acqua, sulle armi dei compagni, dentro a un fumo fitto, illuminato qua e là dalle vampe improvvise del fuoco greco, fra i sibili rabbiosi della mitraglia, fra gli scoppi delle mine, fra gli urli dei mutilati, fra i rimbombi formidabili delle diciotto batterie di Maometto, che fulminano la città dalle alture.
Di tratto in tratto la battaglia si rallenta come per riprender respiro, e allora sulla larga breccia di porta San Romano, a traverso il fumo diradato, si vede per qualche momento ondeggiare il mantello di porpora di Costantino, scintillare le armature di Giustiniani e di Francesco di Toledo, e agitarsi confusamente le terribili figure dei trecento arcieri genovesi.
Poi la mischia si riaccende, il fumo rinasconde le breccie, le scale si riappoggiano alle mura, e ricominciano a cader rovine su rovine e cadaveri su cadaveri alla porta d'Adrianopoli, alla porta Dorata, alla porta di Selymbria, alla porta di Tetarté, alla porta di Pempti, alla porta di Russion, alle Blacherne, all'Heptapyrgion; e turbe armate dietro turbe armate, che par che escano dalla terra, seguitano a irrompere contro le mura, valicano il fosso, superano le prime cortine, cadono, risorgono, s'arrampicano su per le macerie, strisciano sui cadaveri, sotto nuvoli di freccie, sotto tempeste di palle, sotto nembi di fuoco.
Finalmente gli assalitori, diradati e sfiniti, cedono, retrocedono, si sparpagliano, e un grido altissimo di vittoria e un coro solenne di canti sacri s'innalza dalle mura.
Dall'altura di fronte a San Romano, Maometto II, circondato da quattordicimila giannizzeri, vede, e rimane qualche tempo incerto se debba ritentare l'assalto o rinunziare all'impresa.
Ma girato uno sguardo sui suoi formidabili soldati che lo guardano in volto fremendo d'impazienza e d'ira, si rizza superbamente sulle staffe e getta un'altra volta il grido della battaglia.
Allora è la vendetta di Dio che si scatena.
I giannizzeri rispondono con quattordicimila grida in un grido; le colonne si movono; una turba di dervis si spande per il campo a rianimare i dispersi, i sciaù arrestano i fuggenti, i pascià riformano le schiere, il Sultano, brandendo la sua mazza di ferro, s'avanza tra uno sfolgorìo di scimitarre e d'archi, in mezzo a un mare di turbanti e di caschi; sulla porta di San Romano torna a rovesciarsi una grandine di freccie e di palle; Giustiniani, ferito, scompare; gl'italiani, scoraggiti, si scompigliano; il gigantesco giannizzero Hassan d'Olubad sale per il primo sui baluardi; Costantino, combattendo in mezzo agli ultimi suoi valorosi della Morea, è precipitato dai merli, lotta ancora sotto alla porta, stramazza in mezzo ai cadaveri...; l'Impero d'Oriente è caduto.
La tradizione dice che un grande albero segnava il luogo dove fu trovato il corpo di Costantino; ma non ne vidi più traccia.
Fra quei ruderi, dove corsero rigagnoli di sangue, la terra era tutta bianca di margheritine e di ombrellifere, sulle quali svolazzava un nuvolo di farfalle.
Colsi un fiore per ricordo, sotto gli sguardi attoniti degli zingari, e mi rimisi in cammino.
Le mura mi si stendevano sempre dinanzi a perdita d'occhi.
Nei luoghi alti nascondevano affatto la città, in modo che chi non l'avesse saputo, non avrebbe pensato mai che dietro quelle rovine solitarie e silenziose, ci potesse essere una vasta metropoli, coronata di grandi monumenti e abitata da un grande popolo.
Nei luoghi bassi, invece, apparivano dietro i merli punte inargentate di minareti, sommità di cupole, tetti di chiese greche, vette di cipressi.
Qua e là, per uno squarcio delle cortine, vedevo di sfuggita, come per una porta improvvisamente aperta e chiusa, un pezzo di città: gruppi di case che parevano abbandonate, vallette deserte, orti, giardini, e più lontano, sfumati nella chiarezza bianca del mezzogiorno, i contorni fantastici di Stambul.
Passai dinanzi alla porta murata di Tetartè, non indicata che da due torri vicinissime.
In quel tratto le mura sono meglio conservate.
Si vedono dei lunghi pezzi delle cortine di Teodosio II, quasi intatte; delle belle torri del prefetto del Pretorio Antemio e dell'imperatore Ciro Costantino, che portano ancora gloriosamente sul capo invulnerato la loro corona di quindici secoli, e par che sfidino un nuovo assalto.
In alcuni punti, sulle piattaforme, ci sono delle capanne di contadini, che danno un risalto inaspettato, colla loro fragile piccolezza, alla salda maestà delle mura, e paion nidi d'uccelli appesi ai fianchi dirupati d'una montagna.
E a destra sempre cimiteri, boschi di cipressi in salita e in discesa, vallette grigie di pietre sepolcrali; qui un convento di dervis, mezzo nascosto da una corona di platani; là un caffè solitario; più in là una fontana ombreggiata da un salice; e di là dai boschetti, sentieri bianchi che si perdono nella campagna alta ed arida, sotto un cielo abbagliante, in cui ruotano degli avoltoi.
Dopo un altro quarto d'ora di cammino arrivai dinanzi alla porta chiamata Yeni-Mewle-hane, da un famoso convento di dervis che c'è davanti: una porta bassa, nella quale sono incastrate quattro colonne di marmo, e ai cui lati s'innalzano due torri quadrate, ornate d'un'iscrizione di Ciro Costantino, del 447, e d'un'iscrizione di Giustino II e di Sofia, nella quale l'ortografia dei nomi imperiali è sbagliata: saggio curioso della ignoranza barbarica del V secolo.
Guardai dentro la porta, sulle mura, intorno al convento, nei cimiteri: non c'era anima nata.
Riposai qualche momento appoggiato alle spallette del piccolo ponte che accavalcia il fosso delle mura, e poi ripresi la mia strada.
Io darei il ricordo d'una delle più belle vedute di Costantinopoli per poter trasfondere in chi legge soltanto un'ombra del sentimento profondo e singolarissimo che provavo andando così solo fra quelle due catene interminabili di rovine e di sepolcri, sotto quel sole, in quella solitudine severa, in mezzo a quella immensa pace.
Molte volte, nei giorni tristi della mia vita, fantasticando, desiderai di trovarmi fra una carovana di gente misteriosa e muta, che camminasse eternamente, per paesi sconosciuti, verso una meta ignorata.
Ebbene, quella strada rispondeva a quel mio desiderio.
Avrei voluto che non finisse mai.
Ma non m'inspirava mestizia; mi dava invece serenità e ardimento.
Quei colori vigorosi della vegetazione, quelle forme ciclopiche delle mura, quelle grandi linee del terreno simili alle onde d'un oceano agitato, quelle solenni memorie d'imperatori, d'eserciti, di lotte titaniche, di popoli scomparsi, di generazioni defunte, accanto a quella città enorme, in quel silenzio mortale, rotto soltanto dal frullo possente delle ali dell'aquile che spiccavano il volo dalla sommità delle torri, mi destavano nella mente un ribollimento di fantasie gigantesche e di desiderii smisurati, che mi raddoppiava il sentimento della vita.
Avrei voluto esser più alto di due palmi e vestire l'armatura colossale del Grand'Elettore di Sassonia che avevo veduto nell'Armeria di Madrid, e che il mio passo risonasse in quel silenzio come il passo misurato d'un reggimento d'alabardieri del medioevo.
Avrei voluto aver la forza d'un Titano per sollevare fra le braccia i ruderi immani di quelle mura superbe.
Camminavo colla fronte alta, colle sopracciglia corrugate, colla mano destra serrata, apostrofando a grandi versi sciolti Costantino e Maometto, rapito in una specie d'ebbrezza guerriera, con tutta l'anima nel passato; e mi sentivo tanta giovinezza nella mente e nel sangue, ed ero così beato d'esser solo, e così geloso di quella solitudine piena di vita, che non avrei voluto incontrare nemmeno il più intimo dei miei amici.
Passai dinanzi all'antica porta militare di Trite, oggi chiusa.
Le cortine e le torri sfracellate indicano che dinanzi a quel tratto di mura debbono esser stati posti alcuni dei grossi cannoni d'Orbano.
Si crede anzi che fosse là una delle tre grandi breccie che Maometto II accennò all'esercito il giorno prima dell'assalto, quando disse: - Voi potrete entrare in Costantinopoli a cavallo per le tre brecce che ho aperte.
- Di là riuscii davanti a una porta aperta, fiancheggiata da due torri ottagone, e riconobbi dal piccolo ponte a tre archi d'un bel color d'oro, la porta di Selivri, da cui partiva la grande strada che conduceva alla città di Selybmria, che le diede il nome, cangiato dai Turchi in Selivri.
Durante l'assedio di Maometto, difendeva quella porta Maurizio Cattaneo, genovese.
La strada conserva ancora alcune pietre del lastricato che vi fece fare Giustiniano.
Dinanzi c'è un vasto cimitero e di là dal cimitero il monastero notissimo di Baluklù.
Appena entrato nel cimitero, trovai da me solo il luogo solitario dove sono sepolte le teste del famoso Alì di Tepeleni, pascià di Giannina; dei suoi figli: Velì, governatore di Trihala, Muctar, comandante d'Arlonia, Saalih, comandante di Lepanto; e di suo nipote Mehemet, figlio di Velì, comandante di Delvina.
Sono cinque colonnine di pietra, terminate in forma di turbante, che portano tutte la data del 1827, e un'iscrizione semplicissima, fatta da quel povero Solimano dervis, amico d'infanzia d'Alì, che comperò le teste, dopo che furono staccate dai merli del Serraglio, e le seppellì di sua mano.
L'iscrizione del cippo d'Alì, che è posto nel mezzo, dice: - Qui giace la testa del famoso Alì-Pascià di Tepeleni, governatore del Sangiaccato di Giannina, il quale, per più di cinquant'anni, s'affaticò per l'indipendenza dell'Albania.
- Il che prova che anche sui sepolcri musulmani si scrivono delle pietose menzogne.
Mi arrestai qualche momento a contemplare quella poca terra che copriva quel formidabile capo, e mi venivano in mente le domande d'Amleto al teschio di Yorik.
Dove sono i tuoi Palicari, leone d'Epiro? Dove sono i tuoi bravi Arnauti e i tuoi palazzi irti di cannoni e il tuo bel chiosco riflesso dal lago di Giannina e i tuoi tesori sepolti nelle roccie e i begli occhi della tua Vasiliki? E pensavo alla bellissima donna vagante per le vie di Costantinopoli, povera e desolata dai ricordi della sua felicità e della sua grandezza, quando sentii un leggero fruscio, e voltandomi, vidi un uomo lungo e stecchito, vestito d'una gran tonaca scura, col capo scoperto, che mi guardava in aria interrogativa.
Da un cenno che mi fece, capii che era un monaco greco di Baluklù, che voleva farmi vedere la fontana miracolosa, e m'incamminai con lui verso il monastero.
Mi condusse a traverso un cortile silenzioso, aperse una porticina, accese una candela, mi fece scendere con sè per una scaletta, sotto una volta umida e oscura, e fermandosi dinanzi a una specie di cisterna, sulla quale raccolse con una mano la luce della fiammella, mi accennò di guardare i pesci rossi che guizzavano nell'acqua.
Mentre guardavo, mi borbottò un discorso incomprensibile che doveva essere la favola famosa del miracolo dei pesci.
Mentre i Musulmani davano l'ultimo assalto alle mura di Costantinopoli, un monaco greco, in quel convento, friggeva dei pesci.
Improvvisamente s'affacciò alla porta della cucina un altro monaco, tutto atterrito, e gridò: - La città è presa! - Che! - rispose l'altro: - lo crederò quando vedrò i miei pesci saltar fuori della padella.
- E i pesci saltarono fuori sull'atto, belli e vivi, mezzi bruni e mezzi rossi perchè non erano fritti che da una parte, e furono rimessi religiosamente, come ognuno può pensare, nell'acqua dov'erano stati pigliati e dove guizzano ancora.
Finita la sua chiacchierata, il monaco mi gettò sul viso alcune goccie dell'acqua sacra, che gli ricascarono in mano convertite in soldi, e dopo avermi riaccompagnato alla porta, stette un pezzo a guardarmi, mentre m'allontanavo, coi suoi piccoli occhi annoiati e sonnolenti.
E sempre, da una parte, mura dietro mura e torri dietro torri, e dall'altra cimiteri ombrosi, qualche campo verde, qualche vigneto, qualche casa chiusa, e di là, il deserto.
Qualche volta, guardando le mura da un luogo basso, mi pareva di vederne l'ultimo profilo; ma fatta una breve salita, le vedevo di nuovo stendersi dinanzi a me senza fine, e a ogni passo saltavan fuori le torri, lontano, l'una dietro l'altra, a due, a tre insieme, come se accorressero sulla strada per veder chi turbava il silenzio di quella solitudine.
La vegetazione, in quel tratto, è maravigliosa.
Alberi frondosi si rizzano sulle torri, come sopra vasi giganteschi; dai merli spenzolano ciuffi di fiori gialli e di fiori rossi e ghirlande d'edera e di caprifoglio; di sotto ci son mucchi inestricabili di corbezzoli, di lentischi, di ortiche, di pruni, in mezzo a cui sorgono dei platani e dei salici, che coprono d'ombra il fosso e le sponde.
Grandi tratti di muro sono completamente coperti dall'edera, che trattiene come una rete i mattoni e i calcinacci staccati, e nasconde le breccie e le feritoie.
Il fosso è coltivato a orticelli; sulle sponde pascolano capre e pecore custodite da ragazzi greci, coricati all'ombra degli alberi; dai muri escono stormi d'uccelli; l'aria è piena delle fragranze acute dell'erbe selvatiche; e spira non so che allegrezza primaverile sulle rovine, che paiono inghirlandate e infiorate per il passaggio trionfale d'una Sultana.
Tutt'a un tratto mi sentii nel volto un soffio d'aria salina, e alzando gli occhi vidi lontano, dinanzi a me, l'azzurro del Mar di Marmara.
Nello stesso punto mi parve che una voce sommessa mi mormorasse nell'orecchio: - Il castello delle Sette Torri - e mi fermai un momento in mezzo alla strada, con un sentimento vago d'inquietudine.
Poi ripresi il cammino, passai dinanzi all'antica porta Deleutera, oltrepassai la porta Melandesia, e mi trovai in faccia al castello.
Questo edificio di malaugurio, innalzato da Maometto II sull'antico Cyclobion dei Greci, per difendere la città nel punto in cui le mura che la proteggono dalla parte di terra si congiungono con quelle che la difendono dalla parte del Mar di Marmara, e convertito poi in prigione di Stato, appena le ulteriori conquiste dei Sultani, mettendo al sicuro Stambul dal pericolo d'un assedio, lo ebbero reso inutile come fortezza; non è più ora che uno scheletro di castello, custodito da pochi soldati; una rovina maledetta, piena di memorie dolorose e orribili, che corrono in leggende sinistre per le bocche di tutti i popoli di Costantinopoli, e non veduta dai viaggiatori, per solito, che di sfuggita, dalla prora del bastimento che li porta al Corno d'oro.
I Turchi lo chiamano Jedi-Kulé, ed è per loro ciò che la Bastiglia per la Francia e la Torre di Londra per l'Inghilterra: un monumento che ricorda i tempi più nefandi della tirannia dei Sultani.
Le mura della città lo nascondono agli occhi di chi guarda dalla strada, eccetto due delle sette grandi torri che gli diedero il nome, delle quali non ce n'è più intere che quattro.
Nel muro esterno rimangono due colonne corinzie, che appartenevano all'antica Porta dorata, per la quale fecero le loro entrate trionfali Narsete ed Eraclio, e che è la stessa, giusta una leggenda comune ai musulmani ed ai greci, per la quale passeranno i Cristiani il giorno che rientreranno vincitori nella città di Costantino.
La porta d'entrata è dentro le mura, in una piccola torre quadrata, dinanzi a cui sonnecchia una sentinella in babbuccie, la quale acconsente quasi sempre a lasciar entrare nello stesso tempo una moneta in tasca e un viaggiatore nel castello.
Entrai e mi trovai solo in un grande recinto, d'un aspetto lugubre di cimitero e di carcere, che mi fece arrestare il passo.
Tutt'intorno s'alzano mura enormi e nere, che formano un pentagono, coronate di grosse torri quadrate e rotonde, altissime e basse, alcune diroccate, altre intere e coperte da alti tetti conici, rivestiti di piombo, e innumerevoli scale in rovina, che conducono ai merli e alle feritoie.
Dentro al recinto c'è una vegetazione alta e fitta, dominata da un gruppo di cipressi e di platani, sopra i quali spunta il minareto d'una piccola moschea nascosta; fra le piante più basse, i tetti d'un gruppo di capanne, in cui dormono i soldati; nel mezzo, la tomba d'un vizir che fu strangolato nel castello; qua e là i resti deformi d'un antico ridotto; e fra i cespugli e lungo i muri, frammenti di bassorilievi, tronchi di colonne e capitelli affondati nella terra, mezzo coperti dalle erbaccie e dall'acqua dei pantani: un disordine bizzarro e triste, pieno di misteri e di minaccie, che mette ripugnanza a inoltrarsi.
Stetti un po' incerto guardando intorno, e poi andai innanzi, con circospezione, come per timore di mettere il piede in una pozza di sangue.
Le capanne erano chiuse, la moschea chiusa; tutto solitario e quieto, come in una rovina abbandonata.
In qualche punto dei muri ci sono ancora tracce di croci greche, frammenti di monogrammi costantiniani, ali spezzate d'aquile romane e resti di fregi dell'antico edifizio bizantino, anneriti dal tempo.
Su alcune pietre si vedono incise rozzamente delle iscrizioni greche in caratteri minuti: quasi tutte iscrizioni dei soldati di Costantino, che custodivano la fortezza, sotto il comando del fiorentino Giuliani, il giorno prima della caduta di Costantinopoli; povera gente rassegnata a morire, che invocava Iddio perchè salvasse la loro città dal saccheggio e le loro famiglie dalla schiavitù.
Delle due torri poste dietro alla Porta dorata, una è quella in cui venivano chiusi gli ambasciatori degli Stati ch'erano in guerra coi Sultani, e vi si leggono ancora sui muri parecchie iscrizioni latine, delle quali la più recente è degli ambasciatori veneti imprigionati sotto il regno d'Ahmed III, quando scoppiò la guerra della Morea.
L'altra è la torre famosa a cui si riferiscono le più lugubri tradizioni del castello: la torre che racchiudeva un labirinto di segrete orrende, sepolcri di vivi, nelle quali i vizir e i grandi della Corte aspettavano, pregando nelle tenebre, l'apparizione del carnefice, o impazziti dalla disperazione, lasciavano sulle pareti le traccie sanguinose delle unghie e del cranio.
In uno di quei sepolcri c'era il grande mortaio in cui si stritolavano le ossa e le carni agli ulema.
A pian terreno v'è lo stanzone rotondo, chiamato prigione di sangue, dove si decapitavano secretamente i condannati, e si buttavano le teste in un pozzo, detto il pozzo di sangue, di cui si vede ancora la bocca nel mezzo del pavimento ineguale, coperta da due lastre di pietra.
Sotto c'era la così detta caverna rocciosa, rischiarata da una lanterna appesa alla volta, dove si tagliava la pelle a striscie ai condannati alla tortura, si versava la pece infiammata nelle piaghe aperte dalle verghe e si schiacciavano colle mazze i piedi e le mani, e gli urli orrendi degli agonizzanti non arrivavano che come un lamento fioco agli orecchi dei prigionieri della torre.
In un angolo del recinto si vedono ancora le traccie d'un cortile nel quale si troncava la testa, di notte, ai condannati comuni; e là vicino c'era ancora, non è gran tempo, un muro di ossa umane che s'innalzava fin quasi alla piattaforma del castello.
Vicino all'entrata c'è la prigione di Otmano II, la prima vittima imperiale dei Giannizzeri.
È la stanza dove il povero Sultano diciottenne, a cui la disperazione raddoppiava le forze, resistette furiosamente ai suoi quattro carnefici, fin che una mano spietata e codarda, esercitata a far gli eunuchi, lo afferrò "alle sorgenti della virilità" e gli strappò un altissimo grido, che fu soffocato dal capestro.
In tutte le altre torri e in parte delle mura c'era un andirivieni di corridoi tenebrosi, di scalette segrete, di porte basse, chiuse da battenti di ferro o di travi, sotto le quali curvarono la testa per l'ultima volta pascià, principi imperiali, governatori, ciambellani, grandi ufficiali nel fiore della giovinezza e nel colmo della potenza, a cui tutto veniva tolto in un'ora; e il loro capo aveva già rigato di sangue le mura esterne del castello, che le loro spose li aspettavano ancora vestite a festa fra gli splendori degli arem.
Passavano per quei corridoi stillanti d'acqua e per quelle scale sepolcrali, di notte, al lume delle lanterne, soldati e carnefici dalle mani sanguinose, e messaggieri del Serraglio che venivano a portare ai condannati a morte, ancora illusi da un barlume di speranza, l'ultimo no dei Sultani, e cadaveri cogli occhi fuor della fronte e coll'orrendo cordone di seta alla gola, portati da sciaù affannati e stanchi dalle lunghe lotte combattute nelle tenebre contro la rabbia della disperazione.
Alla estremità opposta di Stambul, sulla collina del Serraglio, v'era il tribunale spaventoso della Corte.
Qui era una macchina enorme di supplizio, coronata da sette patiboli di pietra, la quale riceveva dal mare e dalla terra, al lume della luna, le vittime vive, e non restituiva al sole che teschi e cadaveri; e dall'alto delle torri, in cui si moriva, le sentinelle notturne vedevano lontano i chioschi del Serraglio illuminati per le feste imperiali.
Ed ora si prova un senso di piacere al veder il castello infame così deformato, come se tutte le vittime risuscitate l'avessero roso e sgretolato colle unghie e coi denti per vendicarsi sulle mura non potendo vendicarsi sugli uomini.
Il grande mostro, disarmato e decrepito, sbadiglia colle cento bocche delle sue feritoie e delle sue porte squarciate, ridotto a un vano spauracchio, e una miriade di topi, di biscie e di scorpioni giallognoli, pullulati, come vermi, dal suo corpaccio infracidito, gli brulica nel ventre vuoto e per le reni spezzate, in mezzo a una vegetazione insolente che lo inghirlanda e lo impennacchia per ludibrio.
Dopo essermi affacciato a varie porte senza veder altro che una fuga precipitosa di topacci, salii per una scala erbosa sopra una delle cortine del lato occidentale.
Di là si domina tutto il castello: un vasto disordine di rovine, di torri, di merli, di scale, dì piatteforme, tutto nerastro o rosso cupo, intorno a un gran mucchio di verde vivo; e di là, altre torri e altri merli innumerevoli delle mura orientali di Stambul; così che a socchiuder gli occhi, par di vedere una sola vastissima fortezza abbandonata, che si disegna sull'azzurro del Mar di Marmara.
A sinistra si vede una gran parte di Stambul, tagliata da parecchie lunghissime strade serpeggianti, che fuggono nella direzione dell'antica via trionfale degl'Imperatori Bizantini, la quale dalla Porta Dorata, passando per il foro d'Arcadio e per il foro di Costantino, andava fino alla reggia.
Era una veduta immensa e ridente, che mi faceva parer più sinistro il mucchio di rovine malaugurate che avevo ai piedi.
Rimasi lungo tempo là, appoggiato a un merlo infocato dal sole, abbagliato da una luce vivissima, guardando sotto quel grande sepolcro scoperchiato con quella curiosità pensierosa e diffidente con cui si guardano i luoghi dove fu commesso di fresco un delitto.
Regnava un silenzio profondo.
Per i muri correvano delle grosse lucertole, giù nei fossi gracidavano i rospi, sopra le torri roteavano dei corvi, intorno al capo mi ronzava un nuvolo d'insetti venuti su dai pantani delle rovine, e l'aria un po' agitata mi portava il puzzo d'un cavallo putrefatto, disteso in fondo al fosso esterno della fortezza.
Mi prese un senso di schifo e di ribrezzo; eppure mi sentivo inchiodato là, come affascinato, immerso in una specie d'assopimento; e tenendo gli occhi socchiusi, quasi sognando, in quella pace morta del mezzogiorno, mi pareva d'udire, nel ronzio monotono degl'insetti, il tonfo dei teschi gettati nel pozzo, le grida lamentevoli dei moribondi dei sotterranei e la voce del figliuolo minore di Brancovano, che sentendosi sul collo il freddo del capestro, gridava: - Padre mio! Padre mio! - E siccome ero stanco e la luce m'abbagliava, chiusi gli occhi e rimasi un momento assopito; e subito tutte quelle orribili immagini mi si affollarono alla mente con un'evidenza spaventosa.
In quel punto fui riscosso da un grido acuto e sonoro, e vidi sotto, sul terrazzo del piccolo minareto, il muezzin della moschea del castello.
Quella voce lenta, dolce, solenne, che parlava di Dio, in quel luogo, in quel momento, mi discese nel più profondo dell'anima! Pareva che parlasse in nome di tutti coloro che eran morti là dentro, che dicesse che i loro dolori non erano stati inutili, che le loro ultime lacrime erano state raccolte, che le loro torture avevano avuto un compenso, che essi avevano perdonato, che bisognava perdonare, che si doveva pregare e confidare in Dio, anche quando il mondo ci abbandona, e che tutto è vano sulla terra fuorchè questo sentimento infinito di amore e di pietà...
E uscii dal castello, commosso.
Ripresi il mio cammino verso il mare lungo le mura esterne di Stambul.
Là vicino c'è la stazione di Adrianopoli e s'incrociano sotto le mura parecchi tronchi di strada ferrata.
Mi trovai in mezzo a lunghe file di vagoni logori e polverosi.
Non c'era nessuno.
Se fossi stato un turco fanatico, nemico delle novità europee, avrei potuto incendiare l'una dopo l'altra quelle baracche, e andarmene tranquillamente senz'essere molestato.
Andai innanzi sull'orlo della strada temendo di sentire da un momento all'altro l'olà minaccioso d'un guardiano; ma nessuno mi diede noia, In poco tempo arrivai all'estremità delle mura.
Credevo di poter entrare in Stambul per di là: fui deluso.
Le mura del lato di terra si congiungono sulla spiaggia con quelle della parte di mare, e non c'è effigie di porta.
Allora mi avanzai su per le rovine d'un antico molo e sedetti sopra un macigno, in mezzo all'acqua.
Di là non vedevo altro che il Mar di Marmara, i monti dell'Asia, e le alture azzurrine, che parevano lontanissime, di Scutari.
La spiaggia era deserta; mi pareva d'esser solo nell'universo.
Le onde venivano a rompersi ai miei piedi e mi spruzzavano il volto.
Rimasi là un pezzo, pensando a mille cose, vagamente.
Vedevo me, solo, uscir dalla porta Caligaria e venir giù lentamente per la strada solitaria, fra i cimiteri e le torri, e seguitavo quell'uomo, come se fosse un altro.
Poi mi diedi a cercare Yunk nella città immensa.
Poi stetti a osservare le onde che venivano l'una dopo l'altra a distendersi mormorando sulla riva e sparivano l'una dopo l'altra in silenzio; e vedevo in esse l'immagine dei popoli e degli eserciti che eran venuti l'un dopo l'altro a urtarsi contro le mura di Bisanzio: le falangi di Pausania e d'Alcibiade, le legioni di Massimo e di Severo, le torme dei Persiani, le orde degli Avari, e gli Slavi e gli Arabi e i Bulgari e i Crociati, e gli eserciti di Michele Paleologo e di Comneno e quei di Baiazet Ilderim e quelli del secondo Amurat e quelli di Maometto il conquistatore, svaniti l'un dopo l'altro nel silenzio infinito della morte; e provavo la tristezza che stringeva il cuore al Leopardi la sera del dì di festa, quando sentiva morire a poco a poco il canto solitario dell'artigiano, che gli rammentava il suono dei popoli antichi, e pensava che tutto passa come un sogno sopra la terra.
Di là tornai indietro fino alla porta delle Sette Torri ed entrai dentro le mura per percorrere tutta Stambul lungo la riva del Mar di Marmara.
Ero già mezzo sgambato; ma nelle lunghe passeggiate, a un certo punto, nasce dalla stanchezza medesima una cocciutaggine animalesca che ravviva le forze.
Mi vedo ancora camminare e camminare per quelle strade deserte, sotto quel sole ardente, dominato da non so che sonnolenza fantastica, nella quale mi passavan dinanzi faccie d'amici di Torino, episodi di romanzi, vedute di altri paesi e pensieri vaghi sulla vita umana e sull'immortalità dell'anima; e tutto metteva a capo alla tavola rotonda dell'albergo di Bisanzio, scintillante di lumi e di cristalli, che vedevo lontanissima, al di là d'una città cento volte più grande di Stambul, e già coperta dalla notte.
Attraverso un sobborgo musulmano, che par disabitato, nel quale spira ancora la tristezza del castello delle Sette Torri, ed entro nel vasto quartiere di Psammatia, abitato da greci e da armeni, e anch'esso deserto.
Vado innanzi per una interminabile stradicciuola tortuosa, dalla quale vedo giù a destra, fra casa e casa, le mura merlate della città, che profilano i loro merli neri nell'azzurro vivo del mare.
Passo sotto la porta di Psammatia e mi trovo daccapo in un quartiere musulmano, tra finestre ingraticolate, porte chiuse, piccole moschee, giardini nascosti, cisterne erbose, fontane abbandonate.
Attraverso lo spazio dov'era l'antico foro boario, vedendo sempre, giù a destra, le mura e le torri, e non incontrando che qualche cane che si ferma per vedermi passare e qualche monello turco, seduto in terra, che mi fissa in volto, pensando un'impertinenza.
Qualche finestra s'apre e si chiude improvvisamente, e vedo di sfuggita una mano o il lembo d'una manica di donna.
Giro intorno ai vasti giardini di Vlanga che fanno corona all'antico porto di Teodosio; vedo dei vasti spazii colle traccie d'un incendio recente, dei luoghi dove pare che la città finisca nella campagna, dei conventi di dervis, delle chiese greche, delle piazzette misteriose ombreggiate da un grande platano, sotto il quale sonnecchia qualche vecchio col bocchino del narghilè tra le dita.
Vado innanzi, mi fermo dinanzi a un piccolo caffè per bere un bicchier d'acqua messo in mostra sulla finestra, chiamo, picchio, nessuno risponde.
Esco dal quartiere greco di Jeni-Kapú, entro in un altro quartiere musulmano, rientro un'altra volta fra le casette greche ed armene del quartiere di porta Kum, e m'accompagnano sempre da una parte i merli delle mura e l'azzurro del mare, e non incontro che cani, mendicanti, monelli, e sento sonare in alto la voce dei muezzin che annunziano il tramonto.
L'aria si fa oscura; e continuano a succedersi le casette, le moschee malinconiche, i crocicchi deserti, le imboccature dei vicoli; e comincio a sentirmi spossato e a pensare di buttarmi sopra una materassa dinanzi al primo caffè veduto, quando, a una svoltata, mi sorge improvvisamente dinanzi la mole enorme di Santa Sofia.
Oh, la cara vista! Le forze mi tornano, i pensieri si rasserenano, affretto il passo, arrivo al porto, passo il ponte, ed ecco dinanzi alla porta illuminata del primo caffè di Galata, Yunk, Rosasco, Santoro, tutta la mia piccola Italia che mi viene incontro col volto sorridente e colle mani tese...
e tiro uno dei più lunghi e larghi respiri che abbiano mai tirato i polmoni d'un galantuomo.
L'ANTICO SERRAGLIO
Come a Granata prima d'aver visto l'Alhambra, così a Costantinopoli pare che tutto rimanga da vedere fin che non si è penetrati fra le mura dell'antico Serraglio.
Mille volte al giorno, da tutti i punti della città e del mare, si vede là quella collina verdissima, piena di segreti e di promesse, che attira sempre gli sguardi come una cosa nuova, che tormenta la fantasia come un enimma, che si caccia in mezzo a tutti i pensieri, a segno che si finisce per andarci prima del giorno fissato, più per liberarsi da un tormento che per cercarvi un piacere.
Non c'è infatti un altro angolo di terra in tutta Europa, di cui il solo nome risvegli nella mente una più strana confusione d'immagini belle o terribili; intorno al quale si sia tanto pensato e scritto e cercato d'indovinare; che abbia dato luogo a tante notizie vaghe e contradditorie; che sia ancora oggetto di tante curiosità inappagabili, di tanti pregiudizii insensati, di tanti racconti meravigliosi.
Ora tutti ci penetrano e molti ne escono coll'animo freddo.
Ma si può esser sicuri che, anche fra secoli, quando forse la dominazione ottomana non sarà più che una reminiscenza in Europa, e su quella bella collina s'incroceranno le vie popolose d'una città nuova, nessun viaggiatore vi passerà senza riveder col pensiero gli antichi chioschi imperiali, e senza pensare con invidia a noi del secolo diciannovesimo che abbiamo ancora ritrovato in quei luoghi le memorie vive e parlanti della grande reggia ottomana.
Chi sa quanti archeologi cercheranno pazientemente le traccie d'una porta o d'un muro nei cortili dei nuovi edifizii e quanti poeti scriveranno dei versi sopra poche macerie sparse sulla riva del mare! O forse anche, fra molti secoli, quelle mura saranno ancora gelosamente custodite, e andranno a visitarle dotti, innamorati ed artisti, e la vita favolosa che vi fu vissuta per quattrocent'anni, si ridesterà e si spanderà in una miriade di volumi e di quadri su tutta la faccia della terra.
Non è la bellezza architettonica che attira su quelle mura la curiosità universale.
Il Serraglio non è un grande monumento artistico come l'Alhambra.
Il solo cortile dei leoni della reggia araba vale tutti i chioschi e tutte le torri della reggia turca.
Il pregio del Serraglio è d'essere un grande monumento storico, che commenta ed illumina quasi tutta la vita della dinastia ottomana; che porta scritta sulle pietre dei suoi muri e sul tronco dei suoi alberi secolari tutta la cronaca più intima e più secreta dell'impero.
Non vi manca che quella degli ultimi trent'anni e quella dei due secoli che precedettero la conquista di Costantinopoli.
Da Maometto II che ne pose la fondamenta a Abdul-Megid che l'abbandonò per andare ad abitare il palazzo di Dolma-Bagcé, ci vissero venticinque Sultani.
Qui la dinastia pose il piede appena conquistata la sua metropoli europea, qui salì all'apice della sua fortuna, qui cominciò la sua decadenza.
Era insieme una reggia, una fortezza e un santuario; v'era il cervello dell'impero e il cuore dell'islamismo; era una città nella città, una rocca augusta e magnifica, abitata da un popolo e custodita da un esercito, la quale abbracciava fra le sue mura una varietà infinita d'edifizi, luoghi di delizie e luoghi d'orrore, città e campagna, reggie, arsenali, scuole, uffici, moschee; dove si alternavano le feste e le stragi, le cerimonie religiose e gli amori, le solennità diplomatiche e le follie; dove i Sultani nascevano, erano innalzati al trono, deposti, incarcerati, strozzati; dove s'ordiva la trama di tutte le congiure ed echeggiava il grido di tutte le ribellioni; dove affluiva l'oro e il sangue più puro dell'impero; dove girava l'elsa della spada immensa che balenava sul capo di cento popoli; dove per quasi tre secoli tennero fisso lo sguardo l'Europa inquieta, l'Asia diffidente e l'Affrica impaurita, come a un vulcano fumante, che minacciasse la terra.
Questa reggia mostruosa è posta sulla collina più orientale di Stambul, che declina dolcemente verso il mar di Marmara, verso l'imboccatura del Bosforo e verso il Corno d'oro; nello spazio occupato anticamente dall'Acropoli di Bisanzio, da una parte della città e da un'ala dei grandi palazzi degl'imperatori.
È la più bella collina di Costantinopoli e il promontorio più favorito dalla natura di tutta la riva europea.
Vi convergono, come a un centro, due mari e due stretti; vi mettevano capo le grandi strade militari e commerciali dell'Europa orientale; gli acquedotti degl'imperatori bizantini vi conducevano torrenti d'acqua; le colline della Tracia lo riparano dai venti del settentrione; il mare lo bagna da tre parti; Galata lo prospetta dal lato del porto; Scutari lo guarda dalla parte del Bosforo; e le grandi montagne della Bitinia gli chiudono dinanzi colle loro cime nevose gli orizzonti dell'Asia.
È un colle solitario, posto all'estremità della grande metropoli, quasi isolato, fortissimo e bellissimo, che sembra fatto dalla natura per servire di piedestallo a una grande monarchia e per proteggere la vita deliziosa ed arcana d'un principe quasi Dio.
Tutta la collina è circondata, ai piedi, da un alto muro merlato, fiancheggiato da grosse torri.
Sulla riva del mar di Marmara e lungo il Corno d'oro, queste mura sono le mura stesse della città; dalla parte di terra, son mura innalzate da Maometto II, le quali separano la collina del Serraglio da quella su cui s'innalza la Moschea di Nuri-Osmaniè, svoltano ad angolo retto vicino alla Sublime Porta, passano dinanzi a Santa Sofia, e descrivendo una grande curva in avanti, vanno a congiungersi con quelle di Stambul sulla riva del mare.
Questa è la cinta esterna del Serraglio.
Il Serraglio propriamente detto si stende sulla sommità, circondato alla sua volta da alti muri, che formano come un ridotto centrale della gran fortezza della collina.
Ma sarebbe fatica sprecata il descrivere il Serraglio quale è ridotto al presente.
La strada ferrata passa a traverso le mura esterne; un grande incendio, nel 1865, distrusse molti edifizi; i giardini sono in gran parte devastati; vi furono innalzati ospedali, caserme e scuole militari; degli edifizi rimasti parecchi vennero cangiati di forma e di uso; e benchè i muri principali rimangano, in modo da presentare ancora tutta intera la forma del Serraglio antico, le piccole alterazioni son tante e tali, e l'abbandono in cui è lasciata ogni cosa da circa trent'anni ha mutato in maniera l'aspetto delle parti intatte, che non si potrebbe descrivere il luogo fedelmente senza che ne rimanesse delusa anche la più modesta aspettazione.
Val meglio per chi scrive e per chi legge il rivedere questo Serraglio famoso qual era nei bei tempi della grandezza ottomana.
Allora, chi poteva abbracciare tutta la collina con uno sguardo, o dai merli d'una delle torri più alte, o da un minareto della moschea di Santa Sofia, godeva una veduta meravigliosa.
In mezzo all'azzurro vivo del mare, del Bosforo e del porto, dentro al grande semicerchio bianco delle vele della flotta, si vedeva la vasta macchia verde della collina, circondata di mura e di torri, coronate di cannoni e di sentinelle; e in mezzo a questa macchia, ch'era una selva d'alberi enormi, fra i quali biancheggiava un labirinto di sentieri e ridevano i colori di mille aiuole fiorite, si stendeva, sull'alto del colle, il vastissimo rettangolo degli edifizi del serraglio, diviso in tre grandi cortili, o meglio in tre piccole città fabbricate intorno a tre piazze ineguali, da cui s'innalzava una moltitudine confusa di tetti variopinti, di terrazze colme di fiori, di cupole dorate, di minareti bianchi, di cime aeree di chioschi, d'archi di porte monumentali, frammezzati di giardini e di boschetti, e mezzo nascosti dalle fronde.
Era una piccola metropoli bianca, scintillante e disordinata, leggera come un accampamento di tende, da cui spirava non so che di voluttuoso, di pastorale e di guerriero; in una parte piena di gente e di vita; in un'altra solitaria e muta come una necropoli; dove tutta scoperta e dorata dal sole; dove inaccessibile ad ogni sguardo umano e immersa in un'ombra perpetua; rallegrata da infiniti zampilli, abbellita da mille contrasti di splendori e d'oscurità e di colori possenti e di sfumature di tinte argentee e azzurrine, riflesse dai marmi dei colonnati e dalle acque dei laghetti, e sorvolata da nuvoli di rondini e di colombi.
Tale era l'aspetto esterno della città imperiale, non vastissima all'occhio di chi la guardava dall'alto; ma così divisa e suddivisa e intricata dentro, che servitori, i quali ci vivevano da cinquant'anni, non riuscivano a racappezzarvisi, e i giannizzeri che l'invadevano per la terza volta ci si smarrivano ancora.
La porta principale era ed è sempre la Bab-Umaiùn, o porta augusta, che dà sulla piccola piazza dove s'innalza la fontana del Sultano Ahmed, dietro alla moschea di Santa Sofia.
È una grande porta di marmo bianco e nero, decorata di ricchi arabeschi, sulla quale s'appoggia un alto edifizio, con otto finestre, coperto da un tetto sporgente; e appartiene a quel misto di stile arabo e persiano, da cui si riconoscono quasi tutti i monumenti innalzati dai Turchi nei primi anni dopo la conquista, prima che cominciassero ad imitare l'architettura bizantina.
Sopra l'apertura, in una cartella di marmo, si legge ancora l'iscrizione di Maometto II: - Allà conservi in eterno la gloria del suo possessore - Allà consolidi il suo edifizio - Allà fortifichi le sue fondamenta.
È la porta dinanzi alla quale veniva ogni mattina il popolo di Stambul a vedere di quali grandi dello Stato o della corte fosse caduta la testa nella notte.
Le teste erano appese a un chiodo dentro a due nicchie che si vedono ancora, quasi intatte, a destra e a sinistra dell'entrata; oppure esposte in un bacino d'argento, accanto al quale era affissa l'accusa e la sentenza.
Sulla piazza, davanti alla porta, si buttavano i cadaveri dei condannati al capestro; e là s'arrestavano, aspettando l'ordine d'entrare nel primo recinto del Serraglio, i distaccamenti degli eserciti lontani, venuti a portare i trofei delle vittorie; e ammucchiavano sulla soglia augusta armi, bandiere, teschi di capitani e splendide divise insanguinate.
La porta era custodita da un grosso drappello di capigì, figli di bey e di pascià, vestiti pomposamente; i quali assistevano dall'alto delle mura e delle finestre alla processione continua della gente che entrava ed usciva, o tenevano indietro colle larghe scimitarre la folla muta dei curiosi, venuti là per veder di sfuggita, per uno spiraglio, un pezzo di cortile, un frammento della seconda porta, un barlume almeno di quella reggia enorme ed arcana, argomento di tanti desiderii e di tanti terrori.
Passando di là, il musulmano devoto mormorava una preghiera per il suo Sublime Signore; il giovinetto povero e ambizioso, sognava il giorno in cui avrebbe oltrepassato quella soglia per andar a ricevere la coda di cavallo; la fanciulla bella e cenciosa fantasticava, con una vaga speranza, la vita splendida della Cadina; i parenti delle vittime abbassavano il capo, fremendo; e in tutta la piazza regnava un silenzio severo, non turbato che tre volte al giorno dalla voce sonora dei muezzin di Santa Sofia.
Dalla porta Umaium s'entrava nel così detto cortile dei Giannizzeri, che era il primo recinto del Serraglio.
Questo gran cortile c'è ancora, circondato d'edifizi irregolari, lunghissimo, e ombreggiato da varii gruppi d'alberi, fra cui il platano enorme detto dei Giannizzeri, del quale dieci uomini non bastano ad abbracciare il tronco.
A sinistra di chi entra, v'è la chiesa di Sant'Irene, fondata da Costantino il Grande, e convertita dai turchi in armeria.
Più in là e tutt'intorno v'era l'ospedale del Serraglio, l'edifizio del tesoro pubblico, il magazzino degli aranci, le scuderie imperiali, le cucine, le caserme dei capigì, la zecca, e le case degli alti ufficiali della Corte.
Sotto il grande platano ci sono ancora due colonnette di pietra, sulle quali si eseguivano le decapitazioni.
Di qui passavano tutti coloro che dovevano andare al divano o dal Padiscià.
Era come uno smisurato vestibolo aperto, sempre affollato, nel quale tutto era rimescolìo e affaccendamento.
Centocinquanta fornai e duecento tra cuochi e sguatteri lavoravano nelle grandi cucine, a preparare il vitto per la famiglia sterminata "che mangiava il pane e il sale del Gran Signore".
Dalla parte opposta s'affollavano le guardie ed i servi, finti malati, per farsi ammettere alla vita molle dell'ospedale sontuoso, in cui erano impiegati venti medici e un esercito di schiavi.
Lunghe carovane di muli e di cammelli entravano a portar provvigioni alle cucine, o a portar armi d'eserciti vinti nella chiesa di Sant'Irene, dove accanto alla sciabola di Maometto II scintillava la scimitarra di Scanderberg e il bracciale di Tamerlano.
I percettori delle imposte passavano, seguiti da schiavi carichi d'oro, diretti alla tesoreria, dove c'erano tante ricchezze, come diceva Sokolli, gran vizir di Solimano il Grande, da costrurre delle flotte colle ancore d'argento e coi cordami di seta.
Passavano a frotte, condotti dai bei palafrenieri della Bulgaria, i novecento cavalli di Murad IV, che si pascevano a mangiatoie d'argento massiccio.
V'era dalla mattina alla sera un formicolìo luccicante d'uniformi, in mezzo al quale spiccavano gli alti turbanti bianchi dei giannizzeri, i grandi pennacchi d'airone dei solak, i caschi argentati dei peik, guardie del Sultano, vestite d'una tunica d'oro stretta alla vita da una cintura ingemmata; i zuluftú-baltagì, impiegati al servizio degli ufficiali di camera, colle loro treccie di lana pendenti dal berretto; i kassekì, col loro bastone emblematico in mano; i balta-gì coll'accetta; i valletti del gran vizir colla frusta ornata di catenelle d'argento; i bostangì, guardie dei giardini, coi grandi berretti purpurei; e una folla svariata di cento colori e di cento emblemi, d'arcieri, di lancieri, di guardie del tesoro, di guardie coraggiose, di guardie temerarie, d'eunuchi neri e d'eunuchi bianchi, di scudieri e di sciaù, uomini alti e poderosi, d'aspetto altero, improntato della dignità signorile della Corte, che riempivano il cortile di profumi.
Un orario minuzioso e severo regolava le faccende di tutti in quell'apparente disordine.
Tutti si movevano in quel cortile come gli automi giranti sopra la tavola che rinchiude il meccanismo.
Allo spuntare del giorno comparivano i trentadue muezzin della Corte, scelti fra i cantori più dolci di Stambul, ad annunziare l'alba dai minareti delle moschee del Serraglio, e s'incontravano cogli astrologhi e cogli astronomi che scendevano dalle terrazze, dove avevano passato la notte studiando il firmamento dalle terrazze per determinare le ore propizie alle occupazioni del Sultano.
Poi il primo medico del Serraglio entrava a chieder notizie della salute del Padiscià; l'ulema istitutore andava a dare all'augusto discepolo il solito insegnamento religioso; il segretario privato a leggergli le suppliche ricevute la sera; i professori di arti e di scienze passavano per recarsi nel terzo cortile a far le lezioni ai paggi imperiali.
Ognuno alla sua ora, tutti i personaggi impiegati al servizio dell'augusta persona passavano di là per andare a chieder gli ordini per la giornata.
Il bostangi-bascì, generale delle guardie imperiali, governatore del Serraglio e delle ville del Sultano sparse sulle rive del Bosforo e della Propontide, veniva a informarsi se al Gran Signore piacesse di fare una gita sul mare, perchè spettava a lui il governo del timone e ai suoi bostangì l'onore dei remi.
Venivano a interrogare i capricci del Padiscià il gran maestro delle caccie, accompagnato dal gran falconiere, insieme al capo dei cacciatori dei falconi bianchi, al capo dei cacciatori degli avoltoi e a quello dei cacciatori degli sparvieri.
Veniva l'intendente generale della città, uno stuolo d'intendenti, delle cucine, delle monete, dei foraggi, del tesoro, l'uno dopo l'altro, in un ordine prestabilito, ciascuno coi suoi memoriali, colle sue parole preparate, coi suoi servi distinti da un vestimento speciale.
Più tardi, seguiti da un corteo di segretari e di famigliari, passavano i vizir della Cupola per recarsi al divano.
Passavano personaggi a cavallo, in carrozza, in bussola, e scendevano tutti alla seconda porta, la quale non si poteva oltrepassare che a piedi.
Tutta questa gente era riconoscibile, carica per carica, dalla forma dei turbanti, dal taglio delle maniche, dalla qualità delle pelliccie, dai colori delle fodere, dagli ornamenti delle selle, dall'avere la barba intera o i baffi soli.
Nessuna confusione seguiva in quell'affollamento continuo.
Il muftì era bianco; i vizir si riconoscevano al verde chiaro, i ciambellani allo scarlatto; l'azzurro carico distingueva i sei primi ufficiali legislativi, il capo degli emiri e i giudici della Mecca, di Medina e di Costantinopoli; i grandi ulema avevano il color violaceo; i muderrì e gli sceicchi indossavano l'azzurro chiaro; il cilestrino chiarissimo segnalava gli sciaù feudatarii e gli agà dei vizir; il verde cupo era privilegio degli agà della staffa imperiale e del portatore dello stendardo sacro; gl'impiegati delle scuderie del sultano vestivano il verde pallido; i generali dell'esercito portavano gli stivali rossi, gli ufficiali della Porta, gialli, gli ulema, turchini; e alla scala dei colori corrispondeva una gradazione nella profondità degl'inchini.
Il bostangì-bascì, capo della polizia del Serraglio, comandante un esercito di carcerieri e di carnefici, che spandeva il terrore col suono del suo nome e dei suoi passi, attraversava il cortile in mezzo a due schiere di teste chinate a terra.
Passava il capo degli Eunuchi, gran maresciallo della Corte interna ed esterna, e si curvavano i caschi, i turbanti, i pennacchi, come spinti giù da cento mani invisibili.
Il grande elemosiniere passava fra mille saluti ossequiosi.
Tutti coloro che avvicinavano il Sultano, il capo degli staffieri che gli reggeva la staffa, il primo cameriere che portava i suoi sandali, il Silihdar agà che forbiva le sue armi, l'eunuco bianco che lambiva il pavimento colla lingua prima di stendere il tappeto, il paggio che versava al Sultano l'acqua per le abluzioni, quello che gli porgeva l'archibugio nelle caccie, quello che custodiva i suoi turbanti, quello che spolverava i suoi pennacchi ingemmati, quello che aveva cura delle sue vesti di volpe nera, passavano in mezzo a dimostrazioni speciali di curiosità e di rispetto.
Un bisbiglio sommesso precedeva e seguiva il passaggio del predicatore della Corte e del gran mastro della guardaroba, che gettava i denari al popolo nelle feste imperiali.
Passava saettato da molti sguardi invidiosi il musulmano fortunato che ogni dieci giorni radeva il capo al Sultano dei Sultani.
La folla s'apriva con una premura particolare davanti al primo chirurgo incaricato della circoncisione dei principi, davanti al primo oculista che preparava il collirio per le palpebre delle cadine e delle odalische, davanti al gran maestro dei fiori, affaccendato dai capricci di cento belle, che portava sotto il caffettano il suo poetico diploma ornato di rose dorate.
Il primo cuoco riceveva i suoi saluti adulatorii.
Sorrisi cerimoniosi salutavano il guardiano dei pappagalli e degli usignuoli che potevano varcare le soglie dei chioschi più segreti.
Erano migliaia di persone, divise in una gerarchia minutissimamente graduata, governate da un cerimoniale di cinquanta volumi, vestite in mille foggie pittoresche, che sfilavano o circolavano per il vasto cortile, e ad ogni minuto era una folla nuova.
Tratto tratto passava rapidamente un messaggiero e tutte le teste si voltavano.
Era il vizir karakulak, messaggiere tra il Sultano e il primo ministro, che andava a fare un'imbasciata segreta al Gran Vizir; era un capigí che correva al palazzo d'un pascià caduto in sospetto, a portargli l'ordine di presentarsi immediatamente al divano; era il portatore di buone notizie che veniva ad annunziare al Padiscià il fortunato arrivo della grande carovana alla Mecca.
Altri messaggieri speciali tra il Sultano e i grandi ufficiali dello Stato, ciascuno distinto con un titolo e riconoscibile a qualche particolarità del vestimento, s'aprivano il passo, correndo, e sparivano per le due porte del cortile.
Passavano sciami di caffettieri per recarsi alle cucine della corte, frotte di cacciatori imperiali curvi dal peso dei carnieri dorati; file di facchini carichi di stoffe, preceduti dal Gran Mercante, provveditore del Sultano; drappelli di galeotti condotti dagli schiavi ai lavori più faticosi del Serraglio.
Poi cento sguatteri, due volte al giorno, uscivano dalle cucine e portavano all'ombra dei platani, sotto le arcate, lungo i muri, piramidi enormi di riso e montoni interi arrostiti; una turba di guardie e di servitori accorreva, e il grande cortile offriva lo spettacolo festoso del convito d'un esercito.
Poco dopo la scena mutava, e si vedeva venir innanzi un'ambasciata straniera in mezzo a due muri d'oro e di seta.
Là, come scriveva Solimano il grande allo Scià di Persia, "affluiva tutto l'universo." Gli ambasciatori di Carlo V vi si trovavano al fianco degli ambasciatori di Francesco I; gl'inviati dell'Ungheria, della Serbia e della Polonia vi entravano accanto ai rappresentanti della repubblica di Genova e di Venezia.
Il peskesdgi-bascì, incaricato di ricevere i doni, andava incontro alle carovane straniere sul limitare di Bab-Umaiùn, e venivano innanzi, tra mille spettatori, elefanti che portavano troni d'oro, gazzelle gigantesche, gabbie di leoni, cavalli della Tartaria, e cavalli dei deserti, vestiti di pelli di tigri e carichi di scudi d'orecchie d'elefante; gl'inviati della Persia coi vasi della china; i messi dei Sultani delle Indie con scatole d'oro colme di gemme; gli ambasciatori dei re affricani con tappeti di pelo di cammelli strappati dal ventre delle madri e pezzi di stoffa argentata che facevan piegar le schiene di dieci schiavi; gli ambasciatori degli Stati nordici seguiti da drappelli di servi carichi di pelliccie e d'armi preziose.
Entravano, dopo le guerre fortunate, per esser mostrati al Padiscià, generali carichi di catene e principesse prigioniere, velate, coi loro cortei disarmati e tristi, e stuoli d'eunuchi d'ogni età e d'ogni colore, carpiti come bottino di guerra, o offerti in dono dai principi vinti.
E intanto gli ufficiali degli eserciti vincitori s'affollavano alle porte della Tesoreria a deporre i broccati e le sciabole imperlate prese nei saccheggi delle città persiane, l'oro e le gemme tolte ai mammalucchi d'Egitto, le coppe d'oro intopaziate del tesoro dei Cavalieri di Rodi, i torsi delle statue di Diana e d'Apollo rapite alla Grecia e all'Ungheria, e chiavi di città e di castelli; e altri conducevano al secondo cortile i giovanetti e le fanciulle rubate all'isola di Lesbo.
Tutte le enormi provvigioni d'ogni natura che venivano al Serraglio dai porti dell'Africa, della Caramania, della Morea, del mar Egeo, passavano o s'arrestavano fra quelle mura, e un esercito di maggiordomi e di segretarii erano continuamente affaccendati a registrare, a pagare, a disporre, a fissare udienze, a dare ordinazioni.
I mercanti dei bazar di schiave di Brussa e di Trebisonda si trovavano dinanzi alla seconda porta, ad aspettare il turno d'entrata, insieme ai poeti venuti da Bagdad per recitar dei versi al Sultano.
I governatori caduti in disgrazia, venuti per comprare la propria salvezza con una coppa piena di monete d'oro, aspettavano accanto ai messi d'un Pascià venuti ad offrire in dono al Gran Signore una bella vergine tredicenne, trovata dopo tre mesi di ricerche sotto a una capanna dell'Anatolia; in mezzo a spie ritornate da tutti i confini dell'Impero, vicino a famiglie stanche arrivate da provincie lontane per chieder giustizia, tra donne e fanciulli dell'infima plebe di Stambul ammessi a presentare le loro querele al divano.
E i giorni di divano si vedevano passar di là, fra gli scherni dei curiosi, gli ambasciatori delle provincie ribelli, a cavallo a un asino, colla barba rasa e un berretto di donna sul capo, e i messi insolenti dei principi asiatici col naso spuntato dalle scimitarre dei sciaù; di là gli ufficiali dello Stato che uscivano, inconsapevoli, per portare a un governatore lontano uno scialle prezioso, dono del Gran vizir, che nascondeva fra le sue pieghe la loro sentenza di morte; di là i visi radianti degli ambiziosi che avevano ottenuto una satrapìa coll'intrigo e i visi pallidi di quei che avevano sentito nel divano la minaccia sorda d'una disgrazia vicina; di là i portatori di quegli hattiscerif, inesorabili come il destino, che andavano, sulla groppa d'un cavallo, lontano trecento miglia, a portar la rovina e la morte nel palazzo di un vicerè; di là i terribili muti della corte mandati a strozzare i prigionieri illustri nei sotterranei delle Sette Torri.
E con questi si incontravano gli ulema, i bey, i mollà, gli emiri, che tornavano o si recavano alle udienze col capo basso, cogli occhi a terra, con le mani nascoste nelle grandi maniche; i vizir, che tenevano il Corano in tasca per leggere, a un'occorrenza, le orazioni dei morti; il gran vizir, despota spiato dal boia, che portava sotto il caffettano il proprio testamento, per essere sempre pronto a morire.
E tutti passavano composti, a passo lento, in silenzio, o parlando a bassa voce un linguaggio circospetto e corretto, proprio del Serraglio; e si vedeva un continuo ricambiarsi di sguardi gravi e scrutatori, e un posar delle mani sulla fronte e sul petto, accompagnato da bisbigli interrotti, da un fruscìo discreto di cappe e di babbuccie, da un tintinnare sommesso di scimitarre, da non so che di monacale e di triste, che faceva contrasto colla fierezza guerriera dei volti, colla pompa dei colori, collo splendore delle armi.
In tutti gli occhi si leggeva un pensiero, su tutte le fronti si vedeva il terrore d'un uomo, che era sopra tutti, che era scopo di tutto, davanti al quale tutto s'inchinava, strisciava, s'annichiliva, e pareva che ogni cosa ne presentasse l'immagine e che in ogni rumore si sentisse il suo nome.
Da questo cortile s'entrava nel secondo per la grande porta Bab-el-selam, o porta della Salute, che è ancora intatta in mezzo a due grosse torri, e non ci si passa, nemmeno ora, senza un firmano.
Anticamente due grandi battenti la chiudevano dalla parte del primo cortile e altri due dalla parte del secondo, in modo che ci rimaneva dentro, quando tutto era chiuso, uno stanzone oscuro, dove un uomo poteva essere spacciato segretamente.
Là sotto c'erano le celle dei carnefici, le quali, per un andito cieco, comunicavano colla sala del divano.
Là andavano ad aspettare la loro sentenza gli alti personaggi caduti in disgrazia, e vi ricevevano sovente, nello stesso punto, la sentenza e la morte.
Altre volte il governatore o il vizir disgraziato, era chiamato al Serraglio con un pretesto; veniva; passava, senza sospetti, sotto la volta sinistra, entrava nel divano, era ricevuto con un sorriso benevolo o con una severità mite che non minacciava che un castigo lontano, e congedato, tornava a passare tranquillamente sotto la porta.
Ma all'improvviso, senza veder nessuno, si sentiva una lama nelle reni o un capestro alla gola, e stramazzava senz'aver tempo a resistere.
Al grido del moribondo, cento visi si voltavano per un momento dai due cortili; poi tutti ripigliavano, in silenzio, le loro faccende.
La testa era portata in una nicchia di Bab-Umaiùn, il cadavere ai corvi della spiaggia di Santo Stefano, la notizia al Sultano, e tutto era finito.
C'è ancora a destra, sotto la volta, la porticina ferrata della prigione in cui si gettavano le vittime, quando veniva disdetto a tempo l'ordine di morte o per prolungare la loro agonia o per cacciarle invece in esilio.
Uscendo di sotto a Bab-el-selam si entra immediatamente nel secondo cortile.
Qui si cominciava a sentir più viva l'aura sacra del Signore "dei due mari e dei due mondi," e chi vi penetrava per la prima volta, si fermava involontariamente, appena entrato, preso da un sentimento di timore e di venerazione.
Era un vastissimo cortile irregolare, una smisurata sala a cielo aperto, circondata da edifizii graziosi e da cupole argentate e dorate, sparsa di gruppi d'alberi bellissimi, e attraversata da due viali fiancheggiati di cipressi giganteschi.
Tutt'intorno girava un bel loggiato, sorretto da delicate colonne di marmo bianco, e coperto da un tetto sporgente rivestito di piombo.
A sinistra, entrando, v'era la sala del divano, sormontata da una cupola scintillante; più in là, la sala dei grandi ricevimenti, dinanzi alla quale sei enormi colonne di marmo di Marmara sostenevano un largo tetto a falde, ondulate: basi, capitelli, muri, tetto, porte, archi, tutto cesellato, intarsiato, dipinto, dorato, leggerissimo e gentile come un padiglione di merletti tempestati di gemme, e ombreggiato da un gruppo di platani superbi.
Dagli altri lati, v'erano gli archivi, le sale dove si custodivano i vestimenti d'onore, i magazzeni delle tende, la casa del grande Eunuco nero, le cucine della Corte.
Qui stava quel grande Intendente, più affaccendato d'un Ministro della Cupola, che aveva ai suoi ordini cinquanta sottintendenti, ai quali obbediva un esercito di cuochi e di confettieri, aiutati, nelle grandi occasioni, da artisti fatti venire d'ogni parte dell'impero.
Là si faceva il desinare per i visir i giorni di divano; là si preparavano, in occasione delle circoncisioni e delle nozze principesche, i famosi giardini di pasta dolce, le cicogne, i falchi, le giraffe, i cammelli di zucchero, i montoni arrostiti da cui uscivano stormi d'uccelli; che si portavano poi, in gran pompa, nella piazza dell'Ippodromo; là gl'infiniti dolciumi di mille forme e di mille colori che andavano a sciogliersi nelle innumerevoli boccuccie golose dell'arem.
Vicino alle cucine formicolavano, nelle grandi feste, gli ottocento operai incaricati di drizzare le tende del Sultano e dell'arem nei giardini del Serraglio o sulle colline del Bosforo; e quando non bastavan più le tende dei vastissimi magazzini, si formavano i padiglioni colle vele della flotta, e con cipressi interi sradicati dai boschetti delle ville imperiali.
La casa del grande Eunuco, là vicina, era una piccola reggia, fra la quale e il terzo cortile andava e veniva una processione continua d'eunuchi neri, di schiave e di servi.
In questo cortile passavano le Ambasciate per andare dal Sultano.
Allora tutto il loggiato era parato di panno vermiglio, i muri luccicavano, il suolo era pulito come il pavimento d'una sala; duecento tra giannizzeri, spahì e silihdar, che formavano la guardia del divano, vestiti e armati come principi, stavano schierati all'ombra dei cipressi e dei platani, e drappelli d'eunuchi bianchi e d'eunuchi neri, lindi e profumati, facevano ala alle porte.
Tutto, in questo secondo cortile, annunziava la vicinanza del Gran Signore; le voci suonavano più basse, i movimenti eran più raccolti, non vi si sentiva nè scalpitìo di cavalli nè rumor di lavoro; i servi e i soldati passavano tacitamente; e una certa quiete di santuario regnava in tutto il recinto, non turbata che dallo strepito improvviso degli uccelli che fuggivano dagli alberi o dall'urto sonoro delle grandi porte di ferro chiuse dai capigì.
Di tutti gli edifizii del cortile non vidi che la sala del divano, la quale è quasi intatta, com'era quando vi si teneva il consiglio supremo dello Stato.
È una grande sala a vôlta, rischiarata dall'alto, da finestrine moresche, e rivestita di marmi ornati di rabeschi d'oro, senz'altra suppellettile che il divano su cui sedevano i membri del Consiglio.
Sopra il posto del gran vizir c'è ancora la finestrina chiusa da una graticola di legno dorato, dietro alla quale prima Solimano il grande e poi tutti gli altri Padiscià assistevano, non visti, o si credeva che assistessero alle sedute: un corridoio segreto conduceva da quello stanzino nascosto agli appartamenti imperiali del terzo cortile.
In questa sala sedeva cinque volte la settimana il gran consesso dei ministri, presieduti dal gran vizir.
L'apparato era solenne.
Il gran vizir sedeva in faccia alla porta d'entrata; vicino a lui i vizir della Cupola, il capudan-pascià, grande ammiraglio; i due grandi giudici d'Anatolia e di Rumelia, rappresentanti della magistratura delle provincie d'Asia e d'Europa; da una parte i tesorieri dell'impero; dall'altra il nisciandgì, che metteva il suggello del Sultano ai decreti; più in là, a destra e a sinistra, due schiere di ulema e di ciambellani; agli angoli, sciaù, portatori d'ordini, esecutori di supplizii, esercitati a comprendere ogni cenno e ogni sguardo.
Era uno spettacolo davanti a cui i più arditi tremavano e i più innocenti interrogavano paurosamente la propria coscienza.
Tutta quella gente stava là col volto impassibile, colle braccie incrociate, colle mani nascoste.
Una luce vaga, scendendo dalla vôlta, tingeva d'un color d'oro pallido i turbanti bianchi, le faccie gravi, le lunghe barbe immobili, le ricche pellicce, i manichi gemmati dei pugnali.
A prima vista il Consiglio presentava l'apparenza morta d'un grande gruppo di statue vestite e dipinte.
Le stuoie non lasciavan sentire il passo di chi entrava e di chi usciva, l'aria odorava dei profumi delle pelliccie, le pareti marmoree riflettevano il verde degli alberi del cortile; il canto degli uccelli, nei momenti di silenzio, risonava sotto la vôlta luccicante d'oro; tutto era dolce e grazioso in quel tribunale tremendo.
Le voci sonavano una alla volta, tranquille e monotone come il mormorio d'un ruscello, senza che chi accusava o si scolpava, ritto in mezzo alla sala, s'accorgesse da che bocca uscivano.
Cento grandi occhi fissi scrutavano il volto d'un solo.
Gli sguardi erano studiati, le parole pesate, i pensieri indovinati dai più sfuggevoli movimenti del viso.
Le sentenze di morte escivano a parole pacate, dopo lunghi dialoghi sommessi, accolte con un silenzio sepolcrale; oppure scoppiavano improvvisamente, come folgori, e avevan per eco quelle tremende parole che escono dall'anima disperata nei momenti supremi; e allora, a un cenno, le scimitarre spezzavano le vertebre, il sangue spicciava sui tappeti e sui marmi; agà di spahì e di giannizzeri, cadevano crivellati di pugnalate; governatori e kaimacan stramazzavano col laccio al collo e cogli occhi fuori della fronte.
Un minuto dopo, i cadaveri erano distesi all'ombra dei platani, coperti da un panno verde; il sangue era lavato, l'aria profumata, i carnefici al posto, e il consesso ripigliava la sua seduta coi volti impassibili, colle mani nascoste, colle voci pacate e monotone, sotto la luce vaga delle finestrine moresche che tingeva d'un colore d'oro pallido i grandi turbanti e le grandi barbe.
Ma si scotevano alla loro volta, quei fieri giudici, quando Murad IV o il secondo Selim, scontenti del divano, facevano scricchiolare con un pugno furioso la graticola dorata della segreta imperiale! Dopo un lungo silenzio e un consultarsi a vicenda cogli sguardi smarriti, ripigliavano anche allora la seduta, col volto impassibile e colle voci solenni; ma le mani agghiacciate tremavano per lungo tempo nelle grandi maniche, e le anime si raccomandavano a Dio.
In fondo a questo secondo cortile, che era in certo modo il cortile diplomatico del Serraglio, s'apriva la terza grande porta, fiancheggiata da colonne di marmo e coperta da un gran tetto sporgente, dinanzi alla quale stava di guardia notte e giorno un drappello d'eunuchi bianchi e uno stuolo di capigì, armati di sciabole e di pugnali.
Era questa la famosa Bab-Seadet o porta della Felicità, che conduceva al terzo cortile; la porta sacra che rimase chiusa per quasi quattro secoli ad ogni cristiano, che non si presentasse in nome d'un re o d'un popolo; la porta misteriosa alla quale picchiò invano la curiosità supplichevole di mille viaggiatori potenti ed illustri; la porta da cui uscirono e si sparsero per il mondo tante fole gentili e tante leggende di dolori, tanti fantasmi di bellezza e di piacere, tante rivelazioni vaghe di segreti d'amore e di sangue e un'aura infinita di poesia voluttuosa e terribile; la porta solenne del Santuario del re dei re, che il popolo nominava con un senso segreto di sgomento, come la porta d'un recinto fatato, entrando nel quale una creatura profana dovesse rimaner petrificata o veder cose che il linguaggio umano non avrebbe potuto descrivere; la porta dinanzi a cui, anche ora, il viaggiatore più freddo d'immaginazione e di sentimento si arresta con una certa titubanza e guarda con stupore l'ombra del suo cappello cilindrico che si allunga sui battenti socchiusi.
Eppure anche là, davanti a quella porta solenne, arrivò il flutto muggente delle ribellioni soldatesche.
Si può anzi dire che quell'angolo del grande cortile, che è compreso fra la sala del divano e la porta Seadet, è il punto del Serraglio dove il furore dei ribelli commise gli atti più temerarii e più sanguinosi.
Il Gran Signore governava colla spada e la spada gli dettava la legge.
Il despotismo che difendeva gli accessi del Grande Serraglio era lo stesso che ne violava i penetrali.
Allora si vedeva su che fragile piedestallo si reggesse il colosso minaccioso, quando gli si ritiravano d'intorno i puntelli delle scimitarre! Orde armate di giannizzeri e di spahì, nel cuore della notte, colle fiaccole nel pugno, rovesciavano a colpi di scure le porte del primo e del secondo cortile, e irrompevano là agitando sulla punta delle lame le suppliche che chiedevano le teste dei vizir, e le loro grida di morte risonavano di là dai muri inviolabili, nel recinto sacro dei loro Sovrani, dove tutto era confusione e spavento.
Invano dall'alto dei muri si gettavano sacchi di monete d'oro e d'argento; invano il muftì, gli sceicchi, gli ulema, i grandi della Corte, smarriti, ragionavano, pregavano, tentavano dolcemente d'abbassare le braccia convulse dall'ira; invano le Sultane-validè, smorte, mostravano dalle finestre ingraticolate i piccoli figliuoli innocenti.
Il mostro dalle mille teste, scatenato e cieco, voleva la sua preda, le vittime vive, le carni da lacerare, il sangue da spargere, i teschi da piantare sulle picche.
I Sultani s'affacciavano fra i merli, s'arrischiavano fin sulle barricate della porta, in mezzo agli eunuchi e ai paggi tremanti, armati di pugnali inutili; disputavano le teste a una a una, promettevano, piangevano, chiedevano grazia in nome della propria madre, dei propri figli, del Profeta, della gloria dell'impero, della pace del mondo.
Uno scoppio di minaccie e d'insulti e un agitare vertiginoso di fiaccole e di scimitarre rispondeva alle loro grida impotenti.
E allora dalla porta della Felicità uscivan fuori a uno a uno, brancolando, e cadevano in mezzo alle belve assetate di sangue, i tesorieri, i vizir, gli eunuchi, le favorite, i generali, e l'un dopo l'altro cadevano lacerati da cento lame e sformati da cento piedi.
Così Murad III gettava Mehemed, il suo falconiere favorito, che era messo in brani sotto i suoi occhi; così Maometto III gettava il Kislaragà Otmano e il capo degli eunuchi bianchi Ghaznéfer, ed era costretto a salutare la soldatesca dinanzi ai due cadaveri insanguinati; così Murad IV gettava, singhiozzando, il gran vizir Hafiz, a cui diciassette pugnali squarciavano il petto e le reni; così Selim III gettava tutte le teste del suo divano; e mentre i Padiscià rientravano nelle loro stanze, imprecando, straziati dal dolore e dalla vergogna, le mille fiaccole dei ribelli correvano per le vie di Stambul, rischiarando gli avanzi dei cadaveri, trascinati in trionfo in mezzo alla folla briaca.
La porta della Felicità formava, come la Bab-el-Selam, un lungo andito, dal quale si riusciva direttamente nel recinto arcano che racchiudeva il "fratello del sole."
Qui, per dare un'immagine viva del luogo, bisognerebbe che la mia parola fosse accompagnata da una musica sommessa, piena di sorprese e di capricci.
Era una piccola città fatata, un disordine bizzarro d'architetture misteriose e gentili, nascoste in un bosco di cipressi e di platani smisurati, che stendevano i loro rami sui tetti, e coprivano d'ombra un labirinto intricatissimo di giardini pieni di rose e di verbene, di cortiletti circondati di portici, di stradicciuole fiancheggiate da chioschi e da padiglioncini chinesi, di praticelli, di laghetti coronati di mirti, che riflettevano piccole moschee bianchissime e cupolette argentate d'edifizi della forma di tempietti e di chiostri, congiunti da gallerie coperte, sostenute da file di colonne leggere; e tetti di legno intarsiato e dipinto che sporgevano sopra porticine coperte di rabeschi e sopra scalette esterne che conducevano a terrazze munite di balaustri graziosi; e per tutto prospetti oscuri, in cui biancheggiavano fontane di marmo e apparivano tra le fronde archetti e colonnine d'altri chioschi; e da tutti i punti, fra il verde dei pini e dei sicomori, vedute lontane ed immense del mar di Marmara, delle due rive del Bosforo, del porto e di Stambul; e sopra questo paradiso, quel cielo.
Era una piccola città sepolta in un mucchio enorme di verzura, costrutta a poco a poco, senza un disegno prefisso, secondo i bisogni o i capricci del momento, pomposa e fragile come un apparato teatrale, tutta nascondigli e bizzarrie gelose e puerili; che vedeva tutto ed era invisibile, che formicolava di gente e pareva solitaria, come se vi regnasse ancora lo spirito pastorale e meditativo degli antichi principi ottomani; un accampamento di pietra, che ricordava ancora, tra il fasto, quello di tela delle tribù erranti della Tartaria; una gran reggia sparpagliata, composta di cento piccole reggie nascoste l'una all'altra, da cui spiravano insieme la mestizia della prigione, l'austerità del tempio e la gaiezza della campagna; uno spettacolo pieno d'ostentazione principesca e d'ingenuità barbarica, dinanzi al quale il nuovo venuto si domandava in che secolo vivesse e in che mondo fosse cascato.
Questo era il cuore del Serraglio a cui mettevano tutte le vene della monarchia e da cui partivano tutte le arterie dell'impero.
Il primo edifizio che s'incontrava entrando, era quello della sala del Trono, che c'è ancora, e che potei visitare.
È un piccolo edifizio quadrato, intorno al quale gira un bel porticato di marmo, e ci s'entra per una ricca porta, fiancheggiata da due belle fontane.
La sala è coperta da una volta decorata d'arabeschi dorati, le pareti son rivestite di marmi e di lastrine di porcellana combinate a figure simmetriche, nel mezzo c'è una fontana di marmo, la luce scende da alte finestre chiuse da vetri coloriti, e in fondo c'è il trono della forma d'un grande letto, coperto da un baldacchino frangiato di perle, che s'appoggia su quattro alte e sottili colonne di rame dorato, ornate d'arabeschi e di pietre preziose, e sormontate da quattro palle d'oro, con quattro mezzalune, da cui spenzolano delle code di cavallo, emblema della potenza militare dei Padiscià.
Qui il Gran Signore faceva i ricevimenti solenni, in presenza di tutta la Corte; qui venivano buttati ai suoi piedi i fratelli e i nipoti uccisi per rassicurare il suo regno dalle congiure e dai tradimenti.
Pensai, appena entrato, ai diciannove fratelli di Maometto III.
Essi avevano ricevuto la sentenza di morte, in fondo alle loro prigioni, dai colpi di cannone che annunziavano all'Asia e all'Europa la morte del loro padre.
I muti del Serraglio ammucchiarono i loro cadaveri davanti al trono.
Ce n'eran di tutte le età, dall'infanzia all'età matura, l'uno sull'altro, cogli occhi fuori dell'orbite, coll'impronta delle mani omicide sul viso e nel collo; le piccole teste bionde dei bambini appoggiate sul petto robusto degli adolescenti, le teste grigie schiacciate contro il pavimento dai piedi dei fratelli decenni; caffettani rozzi di prigionieri e pannolini levati dalle culle, contaminati insieme dal capestro, e confusi fra le membra irrigidite e i volti deformi.
Ne videro dei zampilli di sangue quei bei rabeschi d'oro e quelle porcellane luccicanti, qui dove scoppiarono le collere formidabili di Selim II, di Murad IV, di Ahmed I, d'Ibraim, spettatori esultanti delle agonie disperate! Qui ne stramazzavano dei vizir, sotto i piedi dei sciaù, spezzandosi il cranio contro il marmo della fontana! Qui ne rotolarono delle teste di governatori portate dalla Siria e dall'Egitto, appese alla sella d'un agà! Chi entrava là colla coscienza malsicura, si voltava sulla soglia a dare un addio al bel cielo e alle belle colline dell'Asia, e chi n'usciva salvo risalutava il sole col sentimento d'un infermo che ritorna alla vita.
Questo padiglione del trono non è il solo che si possa visitare.
Uscendo di là, si passa per varii giardini e cortiletti circondati da piccoli edifizii ad archi moreschi, sostenuti da colonnine di marmo.
Là i paggi stavano riuniti in un collegio, in cui erano istrutti per occupare poi le alte cariche dell'impero e della corte, e avevano abitazioni sontuose e sale di ricreazione e servi e maestri scelti fra gli uomini più dotti dello Stato.
In mezzo a quegli edifizii s'alzava una fila di graziosi chioschi seracineschi, coi peristilii aperti, nei quali c'era la biblioteca, e ne rimane uno, ammirabile principalmente per la sua grande porta di bronzo, ornata di rilievi di diaspro e di lapislazzuli, e coperta d'una cesellatura prodigiosa d'arabeschi, di stelle, di fogliami, di figure d'ogni forma, delicatissime e intricatissime, che non sembrano opera umana.
Poco lontano dalla biblioteca s'alzava il padiglione del Tesoro imperiale, tutto luccicante di porcellana, dove eran chiuse ricchezze immense, composte in gran parte d'armi conquistate o donate ai Sultani o lasciate per testamento dai Sultani stessi, come ricordi.
Il solo Mahmud II, ch'era calligrafo valente, e se ne teneva, ci lasciò il suo calamaio d'oro, tempestato di diamanti.
Ora una buona parte di questi tesori passò, cangiata in oro, nelle casse dell'erario.
Ma ai bei tempi della monarchia il padiglione era tutto sfolgorante di scimitarre damascate, di cui l'elsa pareva un nodo solo di perle e di gemme; di pistole enormi, con fino a duecento diamanti sull'impugnatura; di pugnali che valevano la rendita d'un anno d'una provincia asiatica; di mazze d'argento massiccio o d'acciaio colla testa formata da un solo pezzo di cristallo faccettato e dorato, frammiste ai pennacchi ingioiellati dei Murad e dei Maometti, alle tazze d'agata in cui avevano spumato i vini di Ungheria nei banchetti imperiali, alle coppe incavate in una sola turchina, ch'eran passate per le reggie dei re persiani e di Timur, alle collane ornate di diamanti grossi come noci di Caramania, alle cinture imperlate, alle selle coperte d'oro, ai tappeti scintillanti di gemme, per cui la sala pareva tutta ardente, e offuscava insieme la ragione e la vista.
Poco lontano dal padiglione del Tesoro v'è ancora, in mezzo a un giardino solitario, quella famosa gabbia degli uccelli, in cui, da Maometto IV in poi, si chiudevano i principi del sangue, che facevano ombra al Padiscià; e là rimanevano, sepolti vivi, ad aspettare che le grida dei giannizzeri li chiamassero al trono o che venisse il carnefice a strozzarli.
È un edifizio della forma d'un tempietto, di grosse mura, senza finestre, rischiarato dall'alto e chiuso da una piccola porta di ferro, contro la quale si metteva un grosso macigno.
Là fu chiuso Abdul-Aziz durante i pochi giorni che trascorsero fra la sua caduta dal trono e la sua morte.
Là fece la sua orribile e miseranda fine il Caligola degli Ottomani, Ibrahim, e la sua immagine è la prima che si rizza sulla soglia di quella necropoli di vivi in faccia al visitatore straniero.
Gli agà militari l'avevano tirato giù dal trono e strascinato, come un miserabile, alla prigione.
Qui era stato chiuso con due delle sue odalische predilette.
Dopo le prime furie della disperazione, s'era rassegnato.
- Questo - diceva - era scritto sulla mia fronte; era l'ordine di Dio.
- Di tutto il suo impero e dell'immenso arem in cui aveva folleggiato per nove anni, non gli rimaneva più che una carcere, due schiave e il Corano; ma si credeva sicuro della vita, e viveva tranquillamente, consolato ancora da un raggio di speranza; che i suoi partigiani delle taverne e delle caserme di Stambul riuscissero a mutare le sue sorti.
Ma egli aveva dimenticato la sentenza del Corano: se ci sono due Califfi, uccidetene uno, e il muftì, interrogato dagli agà e dai vizir, se n'era ricordato.
Il suo ultimo giorno egli stava seduto sopra una stuoia in un angolo della sua tomba e leggeva il Corano alle due schiave, ritte dinanzi a lui, colle braccia incrociate sul petto.
Era vestito d'un caffettano nero, stretto intorno alla vita da uno scialle in brandelli; e aveva in capo un berretto di lana rossa.
Un raggio di luce pallida, scendendo dalla vôlta, rischiarava il suo viso smunto e cereo, ma tranquillo.
A un tratto udì un rumore cupo e balzò in piedi; la porta era aperta e un gruppo di figure sinistre occupava la soglia.
Capì, alzò gli occhi a una tribuna ingraticolata che sporgeva dall'alto d'una parete, e vide traverso ai fori i volti impassibili del muftì, degli agà e dei vizir, su cui era scritta la sua sentenza.
Il terrore lo invase, e un'onda di parole supplichevoli gli uscì dalla bocca: - Pietà di me! Pietà del Padiscià! Fatemi grazia della vita! Se c'è qualcuno fra voi che abbia mangiato del mio pane, mi soccorra, in nome di Dio! Tu, muftì Abdul-rahim, bada a quello che stai per fare! Vedi se gli uomini son ciechi insensati! Ora te lo dico: Iusuf-pascià m'aveva consigliato a farti morire come traditore, e io non volli, e tu ora vuoi la mia morte! Leggi il Corano come me, leggi la parola di Dio, che condanna l'ingratitudine e l'ingiustizia.
Lasciami la vita, Abdul-rahim, la vita! la vita! - Il carnefice, tremante, alzò gli occhi verso la tribuna; ma una voce secca, uscita di mezzo a quei visi immobili come simulacri, rispose: - Kara-alì, eseguisci.
- Il carnefice gettò le mani sulle spalle di Ibrahim.
Ibrahim gettò un urlo e si rifugiò in un angolo, dietro le due schiave.
Allora Kara-alì e gli sciaù accorsero, gettarono a terra le donne, e si precipitarono sul Padiscià; s'intese uno scoppio di maledizioni e di bestemmie, il rumore d'un corpo stramazzato, un grido altissimo che morì in un rantolo sordo, e poi un silenzio profondo.
Un piccolo cordoncino di seta aveva slanciato nell'eternità il diciannovesimo Padiscià della dinastia degli Osmani.
Altri edifizi, oltre ai descritti e a quelli dell'arem, erano sparsi qua e là in mezzo ai giardini e ai boschetti.
V'erano i bagni di Selim II, che comprendevano trentadue vastissime sale, tutte marmo, oro e pittura; v'erano dei chioschi ottagoni e rotondi, sormontati da cupole e da tetti d'ogni forma, che coprivano salotti rivestiti di madreperla e decorati d'iscrizioni arabe, dove a tutte le finestre spenzolavano gabbie dorate di usignoli e di pappagalli, e i vetri colorati spandevano una dolcissima luce azzurrina o rosea; chioschi in cui i Padiscià andavano a sentir leggere le Mille e una notte dai vecchi dervis; altri in cui eran date solennemente le prime lezioni di lettura ai principini; piccoli chioschi per le meditazioni, padiglioncini per convegni notturni, nidi e prigioni gentili, innalzati e rovesciati da un ghiribizzo, che godevano la vista di Scutari imporporata dal tramonto e dell'Olimpo inargentato dalla luna, e la carezza perpetua dei venticelli del Bosforo, pieni di fragranze, che facevano tremolare le mezzalune d'oro sulla punta delle loro guglie sottili.
E infine, nella parte più segreta dell'arem, il tempietto delle reliquie, o camera della nobile veste, imitata dalla sala aurea degl'Imperatori bizantini, e chiusa da una porta argentata; nella quale si conservava il mantello del Profeta, scoperto solennemente, una volta all'anno, in presenza di tutta la Corte, il suo bastone, l'arco chiuso in una guaina d'argento, le reliquie della Kaaba, e il venerato e tremendo stendardo delle guerre sante, ravvolto in quaranta coperte di seta, dal quale sarebbe rimasto acciecato, come da un colpo di fulmine, l'infedele che v'avesse fissato lo sguardo.
Tutto quello che aveva di più sacro la razza, di più prezioso l'impero, di più diletto e di più arcano la dinastia, era raccolto là, in quel recinto ombroso e discreto, in quella piccola città occulta, verso la quale pareva che convergesse da tutte le parti la metropoli immensa, come una folla innumerevole che volesse prostrarsi e adorare.
In un angolo di questo terzo recinto, a sinistra di chi entrava, all'ombra di alberi più folti, fra un mormorio più sonante di fontane e un bisbiglio più fitto d'uccelli, s'innalzava l'arem, che era come un quartiere separato della cittadina imperiale, e si componeva di molti piccoli edifizii bianchi coperti da cupolette di piombo, ombreggiati da aranci e da pini a ombrello, separati da giardinetti cinti di muri rivestiti di caprifoglio e d'edera, in mezzo ai quali serpeggiavano sentieri sparsi di minutissime conchiglie combinate a musaico, che si perdevano fra i roseti, gli ebani e i mirti; tutto piccino, chiuso, diviso, suddiviso; i balconi coperti, le finestrine ingraticolate, i loggiati nascosti da tendine color di rosa, i vetri coloriti, le porte ferrate, le stradicciuole senza uscita; e in ogni parte una luce crepuscolare dolcissima, una freschezza di foresta, un'aria di mistero e di pace, che faceva sognare.
Qui viveva, amava, languiva, serviva, rinnovandosi continuamente, tutta la grande famiglia muliebre del Serraglio.
Era un vasto monastero, che aveva per religione il piacere e per Dio il Sultano.
C'erano gli appartamenti imperiali.
Ci stavano le quattro cadine, amanti titolate del Gran Signore, ciascuna delle quali aveva il suo chiosco, la sua piccola corte, i suoi grandi ufficiali, le sue barchette rivestite di raso, le sue carrozze dorate, i suoi eunuchi, le sue schiave e il suo denaro delle pantofole, ch'era la rendita d'una provincia.
Ci abitava la Sultana Madre, col suo corteo innumerevole d'ustà, divise in compagnie di venti o trenta, ciascuna impiegata a un servizio speciale.
C'era tutta la famiglia del Padiscià, zie, sorelle, figliuole, nipoti, che formavano una corte nella corte, coi principi bambini e adolescenti.
C'erano le ghediclù, di cui le dodici più belle servivano, ciascuna con un titolo e un ufficio speciale, la persona del Sultano; cento sciaghird, o novizie, che facevano il tirocinio per occupare i posti vacanti delle ustà; un formicaio di schiave d'ogni paese, d'ogni colore, d'ogni divisa, scelte fra mille e mille, che empivano quell'enorme gineceo, scompartito come un alveare in cellette innumerevoli, d'un fremito di gioventù poderosa, d'un profumo caldo di voluttà affricana ed asiatica, che montava al capo del Nume, e si rispandeva poi, trasfuso nelle sue passioni formidabili, su tutta la faccia dell'impero.
Quante memorie fra gli alberi di quei giardini e le pareti di quei piccoli chiostri bianchi! Quante belle figliuole del Caucaso e dell'Arcipelago, delle montagne dell'Albania e dell'Etiopia, del deserto e del mare, musulmane, nazarene, idolatre, conquistate dai pascià, comprate dai mercanti, regalate dai principi, rubate dai corsari, passarono, come ombre, sotto quelle cupolette argentine! Son questi i muri e le volte che videro folleggiare, col capo incoronato di fiori e la barba scintillante di gemme, il primo Ibraim, il quale faceva rincarare le schiave in tutti i mercati dell'Asia, e decuplare il prezzo dei profumi dell'Arabia; che assistettero alle furie della sensualità morbosa del terzo Murad, padre di cento figli; che videro Murad IV, decrepito a trentun'anno, irrompere barcollando agli amplessi infami; che furono testimoni delle orgie e dei delirii del secondo Selim.
Per questi sentieri passavano, la notte, ebbri di vino e di lussuria, quei dissoluti feroci, a cui la madre, i vizir, i pascià, offerendo schiave su schiave, non facevano che infocare i desiderii; e correvano di chiosco in chiosco, cercando la voluttà e non trovando che lo spasimo, fin che la fantasia stravolta li trascinava, rabbiosi, fuor della reggia, a cercare i resti delle bellezze famose fra le mura malinconiche dell'Eschi-Seraï.
Qui si celebravano quelle strane feste notturne, in cui sulle cupole, sui tetti e sugli alberi erano disegnate a tratti di fuoco le navi della flotta, e migliaia di vasi di fiori, illuminati da migliaia di fiammelle, riflesse da innumerevoli specchi, presentavano l'immagine d'un vasto giardino ardente, dove centinaia di belle s'affollavano intorno a bazar pieni di tesori, e gli eunuchi sollevavano fra le braccia, spasimando, le schiave seminude, abbandonate al vortice dei balli sfrenati, in mezzo al fumo di mille profumiere, che il vento del Mar Nero spandeva per tutto il serraglio insieme al frastuono d'una musica barbaresca e guerriera.
Risuscitiamo quella vita, in una bella giornata d'aprile, sotto il regno del grande Solimano o del terzo Ahmed.
Il cielo è sereno, l'aria piena di fragranze primaverili, i giardini tutti in fiore.
Per il labirinto dei sentieri ancora umidi della rugiada, girano, oziando, eunuchi neri vestiti di tuniche dorate, e passano schiave, vestite di stoffe rigate di colori vivissimi, che portano e riportano vassoi e panierini coperti di veli verdi fra i chioschi e le cucine.
Le ustà della Validé s'incontrano sotto i piccoli portici moreschi colle gheduclù del Sultano, che passano alteramente, seguite da schiave novizie, cariche della biancheria imperiale.
Tutti gli sguardi si voltano da una parte: è uscita per una porticina e sparita su per una scaletta la più giovane delle dodici gheduclù privilegiate, la coppiera, una fanciulla siriana benedetta da Allà, che piacque al Gran Signore, il quale le ha già accordato il titolo di figlia della felicità, e le darà la pelliccia di zibellino, appena essa dia segno d'esser madre.
Lontano, all'ombra dei platani, giocano i buffoni del Sultano, vestiti di panni arlecchineschi, e nani deformi col capo coperto da turbanti spropositati.
Più in là, dietro una siepe, un eunuco gigantesco, con un cenno impercettibile delle dita e del capo, ordina a cinque muti, esecutori di supplizi, di recarsi da Kislar-agà, che li cerca per un affare segreto.
Dei giovinetti, d'una bellezza ambigua, abbigliati con una ricercatezza femminea, s'inseguono, correndo, fra le siepi d'un giardino ombreggiato da un enorme platano.
In un'altra parte, un drappello di schiave s'arresta improvvisamente e si divide in due ali, inchinandosi per lasciar passare la Kiaya, grande governatrice dell'arem, la quale restituisce il saluto con un cenno del suo bastoncino ornato di lamine d'argento, che porta a un'estremità il suggello imperiale.
Nello stesso punto, la porta d'un chiosco vicino s'apre, e n'esce una cadina, in abito celeste, ravvolta in un fitto velo bianco, seguita dalle sue schiave, la quale va, col permesso della Governatrice, ottenuto il giorno prima, a giocare al palloncino volante con un'altra cadina, e svoltando in un vialetto ombroso, incontra e saluta mollemente una sorella del Sultano, che si reca al bagno colle sue bimbe e colle sue ancelle.
In fondo al piccolo viale, davanti al chiosco di un'altra cadina, sotto una graziosa tettoia sorretta da quattro colonnine alte e snelle come fusti di palma, un eunuco aspetta un cenno per far entrare una ebrea, mercantessa di gioielli, che dopo molto intrigare ha ottenuto il diritto d'entrata nell'arem imperiale, dove, coi gioielli, porterà imbasciate segrete di pascià ambiziosi e d'amanti temerarii.
All'estremità opposta dell'arem, la hanum incaricata di visitare le nuove schiave, va in cerca della Governatrice, per riferirle che la giovane abissina presentata il giorno avanti, le è parsa degna d'esser ricevuta fra le gheduclù, se non si bada a una piccola escrescenza che ha sulla spalla sinistra.
Intanto, in un praticello circondato di mortelle, sotto un alto pergolato, si raccolgono le venti nutrici dei principini nati nell'anno, e un gruppo di schiave suonano il flauto e la chitarra in mezzo a un cerchio saltellante di bambine vestite di velluto cilestrino e di raso vermiglio, a cui la Sultana Validé getta dei dolci dall'alto d'una terrazza.
Passano le maestre che vanno a dar lezioni di danza, di musica e di ricamo alle sciaghird; eunuchi che portano grandi piatti pieni di dolci della forma di leoncini e di pappagalli; schiave che reggono fra le braccia grossi vasi di fiori e pesanti tappeti: doni d'una sultana a una cadina, d'una cadina alla Validè, della Validè alle nipoti.
La tesoriera dell'arem, accompagnata da tre schiave, arriva con una notizia sul volto: i bastimenti imperiali mandati incontro alle galere veneziane e genovesi, le hanno incrociate a venti miglia dal porto di Sira, e hanno accaparrato tutte le sete e tutti i velluti del carico per l'arem del Padiscià.
Arriva di corsa un eunuco ad annunciare a una Sultana trepidante che la circoncisione del bimbo è riuscita a meraviglia, e poco dopo due altri eunuchi sopraggiungono, di cui l'uno porta in un piatto d'argento, alla madre, la parte tagliata dal chirurgo, l'altro, in un piatto d'oro, alla Validè, il coltello insanguinato.
È un continuo aprire e chiudere di porte e sollevare e ricascar di cortine, per lasciar passare notizie, imbasciate, regaletti, pettegolezzi.
Chi potesse dall'alto penetrar collo sguardo a traverso ai tetti e alle cupole, vedrebbe in una sala una Sultana alla finestra, che guarda melanconicamente, fra le tendine di raso, le montagne azzurre dell'Asia, pensando forse al suo sposo, un bel pascià, governatore d'una provincia lontana, stato strappato alle sue braccia, secondo il costume, dopo sei mesi d'amore, perchè non avessero figli; in un'altra saletta, rivestita di marmi e di specchi, una cadina di quindici anni, che aspetta nella giornata una visita del Padiscià, scherza fanciullescamente in mezzo a un gruppo di schiave che la profumano e l'infiorano, magnificando le sue bellezze più segrete con atti servili di meraviglia e di gioia; sultane giovinette che si rincorrono pei giardinetti chiusi, intorno ai bacini luccicanti di pesci dorati, facendo scricchiolare le conchiglie dei sentieri sotto le loro babbuccie di raso bianco; altre, pallide, sedute in fo