DIALOGO, di Pietro Aretino - pagina 6
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E quando pure la ostinazione durassi in lui ostinato fin entro ne le fasce, scrivegli una bibbia: và e trovalo a casa e mostra di volergli spezzar la porta; e non ti aprendo, pazzeggia con parole alte, maladisci.
E non ti giovando, fà vista di volerti impiccare: ma guarda che lo scherzar non torni da senno, intervenendo a te come a non so chi in Modena.
PIPPA.
Oh! se io mi appicco né da beffe né da dovero, che io sia impiccata.
NANNA.
Ah! ah! ah! Eccoti il verso di sciorre il nodo: fà la cerca per casa, per i forzieri e per ogni buco, e fà un fardello di sue camisce, di sue calze e di ciò che ci è di suo, fino a un paio di pianelle logre, guanti vecchi, berretta da la notte e ogni ciabatteria; e si hai maniglie o anello che ti abbia dato, rimandagliene.
PIPPA.
Non farò.
NANNA.
Fallo pur sopra di me, perché l'olio santo di chi lavora in estremo amando, è il vedersi restituire i doni offerti a la manza: per i quali si chiarisce de la stima che si fa di lui e de la robba sua.
Onde viene in tanto dolore, che la minor pazzia che faccia è il trarre i sassi: e senza più indugio pigliarà le merciarie e te le rimandarà del certo.
PIPPA.
E s'egli fosse uno spilorcio?
NANNA.
Gli spilorci non danno e non lasciano cosa di valuta: perciò arrischiati a far l'atto che io ti dico; e se non si fa la pace di marcone, dimmi che io sia una ignocca.
Come sono alcune che si piantano là distese; e purché sieno tenute de le prime, gli par aver acconci i fatti suoi vendendo le lor carni a libbre e a chi più ne dà: e son pur carni, e non massarizie d'incanto.
Poverette poveracce, che non sanno il fine che nel principio e nel mezzo si accorda con gli spedali e coi ponti, dove elle, sfranciosate, sconquassate e deserte, fan recere qualunche le può sofferire di guardare.
E ti dico, figlia, che il tesoro che hanno trovato gli Spagnuoli procaccini nel Mondo Nuovo, non pagaria una puttana per brutta e disgraziata che ella sia: e chi pensa finamente a la vita loro, peccarebbe dannatamente a non confessarlo.
E che io favelli con la bocca de la verità, eccone là una obligata a costui e a colui: ella non ha mai una ora di riposo, né se va né se sta, né a tavola né in letto; perché, avendo sonno, non può dormire; anzi bisogna che ella stia desta e faccia carezze a un rognoso, a un che ha la bocca di sterco, a un bufolaccio che la pesterà tutta quanta, e s'ella nol fa, i ramarichi sono a l'ordine, e "Tu non mi meriti, tu non sei degna di me, s'io fosse quel poltrone o quel furfante, tu vegghiaresti".
S'ella è tavola, ogni mosca gli pare un baco; e nel dare un boccone a chi che si sia altri, bronfia e fuma per la rabbia, masticando pane e gelosia magra.
S'ella va, eccolo in furia, e con dir "Trama ci è", ti tien la favella, bandendo per le piazze il tradimento che gli pare che gli sia suto fatto: e portando odio a questo e a quello, non truova luogo.
S'ella sta, e abbia quel non so che che spesso spesso fa stare altrui tutto maninconoso senza aver maninconia, onde non puoi fare la cera che tu suoli, il sospetto si distringa: e "Io ne era chiaro, io ti puzzo, io so ben dove ti duole, ben lo so bene; a te non mancaranno uomini, né a me donne per denari, che puttane ci sono a iosa".
Ma questi sarieno manuscristi e morselletti dorati non ci essendo quel vituperio vituperoso che manda il lezzo in abisso non che in Cielo: noi siam menate e rimenate per tutti i versi e di dì e di notte, e chi non consente a tutte le sporcarie che si sa pensare, si mor di stento.
Chi la vuol lessa e chi la vuole arosto, e hanno trovato il "conno indrieto", il "gambe in collo", "a la giannetta", la "grue", la "tartaruga", la "chiesa in campanile", la "staffetta" il "pascipecora" e altre attitudini più strane che i gesti dichi atteggia: talché io che posso dir "Mondo fatti con Dio", mi vergogno a dirlo.
Insomma oggidì si fa notomia di qualsivoglia signora, e perciò sappici esser, Pippa, sappilo fare: altrimenti a Lucca ti viddi.
PIPPA.
Meffé sì che ci vuole altro a esser cortigiana che alzarse i panni e dir "Fà, che io fo", come dicesti dianzi, e non ne sta nel buona robba: voi sète indovina
NANNA.
Come uno spende dieci ducati in cavarsi tutte le voglie che si pon cavare di una giovane, egli è suto crocifisso a Baccano; e come ci fanno uno straccio intorno, il popolo strabilia e va chiacchiarando per tutto come la tal traditora ha rovinato il cotal garzone.
Ma quando giuocano le costole del petto rinegando il battesimo e la fede, son laudati, che se ne spenga il seme.
Lascimiti fornir di contare quello che io ti ho promesso e poi consumarò tutto domani in leggerti il calendario degli uomini ladroni; e ti farò piagnere mentre che io ti dirò le crudeltà e i tradimenti che i turchi, i mori, i giudei fanno a le feminucce; e non è tosco, né pugnale, né fuoco, né fiamma che ci possa vendicare: e io per me ne ho due paia in su l'anima, e me ne son confessata e non me ne son confessata
PIPPA.
Non vi stizzate.
NANNA.
Non può far che i ribaldi che me la faccino salire: e udirai come sanno ritorre quel che danno, e la valentigia loro in isfregiare e in dar trentuni.
Ora io non vo' che sia il dirieto consiglio che io ti ho a dare circa la ciancia, la maniera e il modo che hai a usare negli intertenimenti: perché son la chiave del giuoco.
PIPPA.
Qui vi voleva io.
NANNA.
E qui mi hai.
Lo intertenere con quella certa ciarlia che non vien mai in odio, è il limone che si spreme ne le coradellette soffritte ne la padella, e il pepe che ce si spolverizza suso ed è una dolce novella, quando ti ritrovi a trebbio con diverse generazioni, sodisfacendo a tutti con un berlingare che non venga in fastidio; e han pur troppo del buono alcuni motti insalati e alcune strettine che si danno a chi entra sul volertici còrre: e perché i costumi altrui son di più ragioni che le fantasie de le persone, studia, spia, antivedi, considera, pon mente, asottigliati e crivella i cervelli di tutti.
Ecco a te uno spagnuolo attillato, odorifero, schifo come il culo d'uno orinale, che si rompe tosto che si tocca; la spadiglia a canto, fumoso, il mozzo dirieto, "Per vida de la imperadrice", e con l'altre sue lindezze a torno.
E tu a lui: "Io non merito che un si gran cavaliere mi faccia cotanti onori; vostra Signoria copra la testa: io non la ascoltarò se quella non se la copre"; e se le "vostre Altezze" che ti darà nel capo e i basci coi quali ti succhiarà le mani, fossero l'archimia di arricchirti, tra quelle e le cerimonie sue tu avanzaresti la redità di Agostin Chisi.
PIPPA Io so ben che non ci è guadagno con loro.
NANNA.
Tu non hai da fare altro seco che render fume per vento, e fiato per quei sospiri che sanno sì sbudellatamente formare: inchìnati pure ai loro inchini, basciandogli il guanto, non che la mano e se non vuoi che ti paghino de la vincita di Milano, disbrigategli dianzi il meglio che sai.
PIPPA.
Farollo.
NANNA.
Stà salda.
Un francioso, aprigli tosto, aprigli in un baleno, e mentre tutto allegro ti abbraccia e a la carlona ti bascia, fa comparire il vino.
E con tal nazione esci de la natura de le puttane, che non ti darieno un bicchier d'acqua se ti vedesser transire, e con due fette di pane, cominciate a domesticar l'amore insieme; e senza star molto in sul convenevole, accettalo a dormir teco, cacciando con bel modo ogn'altro.
Intanto parrà che tu abbia a fare il carnasciale, tanta robba ti digrandinerà in cocina.
Che più? Egli ti scapparà de l'unghie in camiscia: perché i bottiglioni, che sanno meglio perdere che guadagnare, e più facilmente scordasi di se stessi che rammentarsi d'ingiuria che si gli faccia, non darà punto di cura se tu lo rubi o no.
PIPPA.
Franciosi da bene, che voi siate benedetti.
NANNA.
Pensati pur che essi dan denari, e gli Spagnuoli coppe.
I Todeschi mo' son fatti d'un'altra stampa, e ci è da farci suso disegno: parlo dei mercatanti che s'imbertonano negli amori, non vo' dir come nel vino, perché ne ho conosciuti dei costumatissimi, ma come ne le luteranarie; e ti daranno de granducati se gli saprai andare ai versi, non sbaiaffando che sieno tuoi innamorati, né che ti faccino, né ti dichino: pelali secretamente, che si lasciaranno pelare.
PIPPA.
Buon ricordo
NANNA.
La lor natura è dura, acra e bestiale, e quando s'intestano una cosa, Iddio solo gliene caveria: e perciò ungegli con le dolcezze del sapergli conoscere.
PIPPA.
E che arò io a fare altro?
NANNA.
Io ti vorrei confortare a una impresa, e non mi arrischio a farlo.
PIPPA.
A che?
NANNA.
A nulla
PIPPA.
Ditemelo; che io il vo' sapere.
NANNA.
Non voglio, perché mi saria di biasimo e di peccato.
PIPPA.
Perché mi avete messo in fantasia di intenderlo?
NANNA.
A dirtelo, che domin sarà.
Se tu ti puoi rimescolare coi Giudei, mescolatici, ma con destrezza e trova scusa di voler comperare spalliere, fornimenti da letti o simili frascariuole: e vedrai che ci sarà ben qualcuno che ti rimetterà nel banco dinanzi gli avanzi di tutte l'usure e di tutti i rubbacchiamenti loro, aggiugnendoci fino agli aggi; e se puzzano di cane, lasciagli puzzare.
PIPPA.
Io credetti che voi mi volesse dir qualche gran cosa.
NANNA.
Che so io? Il fetor di che essi ammorbano mi metteva pensiero a dirtelo.
Ma sai tu come ella è: i guadagni sfoggiati di chi navica stanno nel pericolo de le galee dei Catelani, de lo anegare, de lo andar in man dei Turchi di Barbarossa, del romper la nave, del mangiare il pan secco e verminoso, del ber l'aceto adacquato, e degli altri disagi che ho inteso dir che ci sono; e se chi va per mare non cura né venti né piogge né stento veruno per ispacciare la sua mercatantia, perché non ha una cortigiana a farsi beffe de la puzza dei Giudei.
PIPPA.
Voi fate le simiglianze bellissime.
Ma s'io mi impaccio con loro, che diranno i miei amici?
NANNA.
Che vuoi tu che dichino se nol sanno?
PIPPA.
Come no?
NANNA.
Non gnelo dicendo tu: il giudeo, perché non gli sieno peste l'ossa, starà zitto come un ladro.
PIPPA.
A cotesto modo si.
NANNA.
Io ti veggo un fiorentino in camera con i suoi chiacchi-bichiacchi.
A carezzarlo, perché i Fiorentini fuor di Fiorenza son simili a persone che hanno piena la vescica e non ardiscano di andare a pisciare per rispetto del luogo dove si trovano: che usciti di quivi, allagano uno spazio lungo lungo con l'urina che versa il lor pincone.
Dico che son più larghi altrove che in casa stretti; oltra di questo, son vertuosi, gentili, politi, argutetti, saporitini: e quando non ti dessin mai altro se non la lor galante favella, non ti potresti tu contentare?
PIPPA Non io.
NANNA II mio è un modo di dire: basta che spendano al possibile, fanno cene papali e feste con altro garbo che non fan gli altri; e poi a ognun piace la lor lingua.
PIPPA Venitemi un poco in sui Viniziani.
NANNA.
Io non te ne voglio informare: perché, s'io ne dicessi quanto meritano che se ne dica, mi sarebbe risposto "L'amore te ne inganna", e certamente egli non me ne inganna punto: perché son iddii e padroni del tutto e i più bei giovani e i più begli uomini e i più bei vecchi del mondo, e cavatigli fuor di quelle veste savie, tutto il resto de le genti parrebbero fantaccini di cera al paragone, e benché sieno altieri per aver di che essere, son la bontà ritratta al naturale.
E ancorché vivino da mercatanti, circa il fatto nostro la fanno a la reale; e chi gli ha pel dritto è felice.
E ogni altra cosa è burla, salvo i cassoni che hanno zeppi zeppi di ducati: e tuoni o piova se sa, che essi non te ne darieno un bagattino..
PIPPA.
Dio gli mantenga.
NANNA.
Egli lo fa bene.
PIPPA.
Ma or che mi ricorda, chiaritimi perché la signora che ne tornò l'altro dì non ci ha saputo stare: e secondo che mia santola ha detto, se ne è tornata qui con venti paia di forzieri pieni di sassi.
NANNA.
Ti dirò: i Viniziani hanno il gusto fatto a lor modo; e voglino culo e tette e robbe sode, morbide, e di quindici o sedeci anni e fino in venti, e non de le petrarchescarie.
E perciò, figliuola mia, pon da canto le cortigianie e contentagli del proprio, se vuoi che ti gittino dirieto oro di fuoco e non ciance di nebbia.
E io per me, sendo uomo, vorrei colcarmi con una che avesse la lingua melata, e non addottorata, e più mi saria caro di tenere in braccio una robba sfoggiata che messer Dante; e credo che sia altra melodia quella di una mano avventurata che fa le ricercate del liuto pel seno, fermandosi nel corpicello non troppo fitto in drento né troppo spinto in fuora; e il suono de la mano che dà de le sculacciatine nel consacrato de le meluzze mi par d'altra soavità che la musica che fanno i piferi di Castello quando i cardinali vanno a Palazzo in quei cappucci che gli fan parere civette in una buca.
E mi par veder la mano che io dico spiccarsi dal suono e ripatriarsi nel corpetto: il quale, nel raccogliere e nel mandar fuor l'anscio, si alza e abbassa come farebbe una dipintura s'ella avesse lo spirito.
PIPPA.
O voi sète la sufficente dipignitrice con le parole: e mi son tutta risentita udendovi; e mi è parso che la mano che dite mi abbia tocco le pocce e...
presso che non vel dissi.
NANNA.
Io mi sono avveduta del tuo risentirti al viso: che ti si è tutto cambiato, poi fattosi rosso, mentre ti ho mostro quel che non si vede.
E per saltarti da Fiorenza a Siena, dicoti che i Senesi pazzaroni son dolci matti, ancorché da parecchi anni in qua sono incattiviti, secondo il cicalar d'alcuni; e di quanti io ho praticati uomini, mi paiano il caffo.
Essi tengano, circa le gentilezze e le vertù, del fiorentino; ma non sono sì scaltriti né sì tirati dai cani: e chi gli sa ingannare, gli scortica e rade fino al vivo; e sono pinchelloni anzi che no, e pratiche onorevoli e piacevoli.
PIPPA.
Faran dunque per me.
NANNA.
Sì certo.
Or oltre a Napoli.
PIPPA.
Non me ne ragionare, che solo a pensarci mi vien l'asima.
NANNA.
Audi, signora mea, per vita di tua morte.
I Napolitani son fatti per cacciar via il sonno, o per torne una scorpacciata un dì del mese, quando tu hai il tuo tempo nel cervello o sendo sola o vero accompagnata d'alcuno che non importa.
Ti so dire che le frapperie vanno al cielo: favella dei cavalli, essi gli hanno dei primi di Spagna, di vestimenti, due o tre guardarobbe; danari in chiocca, e tutte le belle del Regno gli moiano drieto.
E cadendoti o il fazzoletto o il guanto, lo ricolgano con le più galanti parabole che s'udisser mai ne lo seggio capuano: sì signora.
PIPPA.
Che spasso.
NANNA.
Io soleva già far disperare un traditor che si chiama Giovanni Agnese, con isforzarmi di contrafarlo ne le parole, perché nei fatti il boia non lo contrafaria, sì è egli la schiuma de la ribaldaria dei ribaldi: e un genovese ne scoppiava de le risa; al quale mi rivoltai una volta e dissi: "Genova mia, superbia tua: per saper voi comprar la vaccina senza lasciarvi dar punto d'osso, noi altre potiamo civanzar poco a darvene".
Ed è così: perché stracavano il sottile dal sottile e lo acuto de lo aguzzo; e son troppo buon massai, e la tringiano come si dee, e non ti darebbono tantino di più.
Gloriosi nel resto non ti potrei dir quanto; amatori di gentil creanze napolitane aspagnolate, riverenti: facendoti parer di zuccaro quel poco che ti danno, non mancando mai di quel tanto.
Tu a costoro falla saper buona, e mesura le tue cose come essi mesurano le loro; e senza farti stomaco con quel favellar in gorgia, col naso e col singhiozzo: tòtela come ella va.
PIPPA.
I Bergamaschi han più grazia che la lor favella.
NANNA.
Ci sono anche dei dolci e dei cari, sì certo.
Ma veniamo ai nostri Romaneschi: da le crocchiate salviti Rienzo.
Figlia, se tu ti diletti di mangiar pane e prevatura, e punte di spade e di picche per insalata condita ne le belle bravate che i lor bisavoli solevano fare ai bargelli, impacciati seco.
Infine il di del sacco ci cacò suso (con riverenzia parlando), e perciò papa Clemente non gli guatò mai più.
PIPPA.
Non vi scordate di Bologna: se non per altro, per amor del conte e del cavaliere già tutti di casa nostra.
NANNA.
Scordarmene ah? Che sarieno le stanze de le puttane senza l'ombra di quei loro sperticati fusti,
nati qui sol per far numero ed ombra,
disse la canzona? Parlo in quanto a l'amore, e non a l'armi.
Diceva frate Mariano, secondo che un bel pollastrone di.
XX.
anni tutto sua cosa mi raccontava, che mai vidde pazzi più paffuti né più ben vestiti.
Onde tu, Pippa, fagli festa come a riempitori de la corte che tu arai; e pigliati piacere di quella lor favella spensierata e dolciona: e non è in tutto in tutto senza utile cotal pratica; e saria utilissima più che niuna altra se si dilettassero di capre come si dilettano di capretti.
Il resto poi dei Lombardi lumaconi e farfalloni, tratta a la puttanesca, carpendone quel che tu puoi, e più presto, meglio: dando a ognuno del cavaliere e del conte nel mostaccio; e il "signor sì" e il "signor no" è il loro occhio.
E con tali qualche truffetta non guastaria la minestra; ed è onesto a fargliene e vantarsene ancora: perché anche essi truffano le povere cortigiane e poi se ne vantano per tutte le osterie dove alloggiano.
E acciò che tu sappi ciò che sia il truffare senza truffare, te ne vo' dir due non dette a l'Antonia cicalaccia: anzi me le ho riserbate in petto pei casi che potessero intravenire.
PIPPA.
Oh! io ho caro di saperle.
NANNA.
La prima truffa è bassa bassa, l'altra poi sarà alta alta.
E per venir a la dolce, dico che io aveva una putta che mi si morì di tredeci anni, tuffolotta tuffolotta, bella bellissima, astuta, trincata, cattiva al possibile, gazzolatrice Dio tel dica: una cotal volpetta, una cotal sottopiattoncella da fuggirla.
A costei insegnai io come ella dovesse fare a guadagnarmi, anzi a trafugarmi, i denari de le spese minute: e a che verso, Nanna? Imparato che ella ebbe a furar le grazie di chiunque mi capitava in casa, e domestico e forestiero, dando ciance ora a questo e ora a quello, di maniera che quello e questo non aveva altro giuoco che adastarla, io gli faceva tener in mano una scodella di porcellana spezzata in tre parti, e tosto che alcun gentiluomo bussava la porta ella tirando la corda si recava in capo la scala scapigliata, gridando con voce sommessa: "Oimè che io son morta, oimè che io sono spacciata", e facendo vista di volersene fuggir via, l'altra mia fante vecchia la teneva forte per un lembo de la gonnella dicendo: "Non far, non far, che la signora non ti farà male".
Il non-ci-pensa, vedutola così sottosopra, tutto scompigliato la piglia pel braccio con dire: "Che cosa è? di che piagni tu? di che gridi?"; ed ella: "Sciagurata me, che ho rotto questa che costò un ducato: lasciatemi andare, che mi ammazzarà se mi ci giugne".
E diceva così fatte bugie con una certa sorte di atti nuovi e con alcuni sospiri accorati e con una finzione di venir meno che aria mosso a compassione la giustizia del governator da la man mozza, non che il cavalier che veniva per cicalar meco: che mi stava a un fesso de la camera, con il grembiule in bocca per non esser sentita smascellare, mentre egli, più stretto che un pugno, le poneva in mano lo scudo, mettendolo a conto di limosina, e credeva crepare quando la vecchia gnele toglieva, e dandola giù per la scala, gli faceva credere di andare a ricomperarne un'altra.
PIPPA.
Che ladra.
NANNA.
In questo io compariva in sala, ed egli: "Io vengo a far riverenzia a vostra Signoria"; e pigliandomi la mano, me la basciucchiava bavosamente.
E postosi a giornear meco, stato così un terzo d'ora, la putta ne veniva a me con la sirocchia de la scodella rotta, e dicendomi "La vado a riporla in camera vostra", le diceva: "Che hai tu? che vuol dir che tu sei tutta accigliata?"; e la ghiottoncella marioletta lo accennava che non me dicessi la trama.
PIPPA.
Infine lo esser cortigiana va più oltre che il dottore.
NANNA.
E così, accoccandola a ognuno che veniva, tenendo ora un bicchiere, ora una tazza e ora un piattello in mano, traendo e quando due e quando quattro e quando cinque giuli di questa borsa e di quella, le spese minute de la mia casa facevano di belle sdravizze.
Ora a la grande.
PIPPA.
Ecco che io me la beo prima che la cominciate.
NANNA.
Un officiale, un che d'uffici aveva presso a duemilia ducati di camera d'entrata, era innamorato di me sì bestialmente che ne purgava i suoi peccati.
Costui spendeva a lune: e bisognava strologare, ti so dire, chi ne voleva cavare, quando egli non era in capriccio di darti.
E quello che più importava, la bizzarria nacque il dì che egli venne al mondo; e per ogni paroluzza non ispiccata a suo modo entrava su le furie, e il cacciar mano al pugnale e accostartelo fino in sul viso col taglio era la minor paura che ti facesse: e perciò le cortigiane lo fuggivano, come i villani la piova.
Io che ho dato la tema a rimpedulare, mi stava con lui a tutto pasto; e benché mi facesse dei suoi scherzi asinini, mi riparava saviamente, pensando sempre a fargliene una che scontasse il tutto.
A la fine tanto pensai che io la trovai: e che feci? Io mi fidai d'un dipintore: di maestro Andrea, io il dirò pure; e gliene diedi alcune fettucce, con patto che egli stesse a l'ordine: e nascoso sotto il mio letto, con i colori e coi pennelli, mi scolpisse un fregio nel viso quando fosse il tempo.
Mi apri' anco con mastro Mercurio buona memoria: so che lo conoscesti
PIPPA.
Conobbilo.
NANNA.
E gli dissi che, mandando per lui la tal sera, venisse a me con stoppa e uova: ed egli, per servirmi, non usci di casa il dì de la festa che io voleva fare.
Ora eccoti che maestro Andrea è sotto il letto, e mastro Mercurio in casa, e io con l'ufficiale a tavola; e avendo quasi finito di cenare, io gli mentovai un camarier del Reverendissimo, al qual non voleva che io favellasse per nulla, appunto per farlo uscire: né bisognò troppo levatura al levato, e dicendomi "Slandra, sfondata, bandiera", nel volere io cacciargliene in gola con la mentita, mi diede in una gota una cotal piattonata col pugnale, che me la fe' sentire.
E io che ne la gaglioffa aveva non so che lacca oliata datami da maestro Andrea, me ne imbratto le mani e fregomele al viso: e con le più terribili strida che cacciasse mai donna di parto, gli feci credere al fermo che il colpo fosse giunto di taglio.
Onde spaurito come uno che ammazza uno altro, datala a gambe, se ne fuggì al palazzo del cardinal Colonna; e serratosi ne la stanza d'un cortigiano suo amico, gridava pian piano: "Oimè, che io ho perduto la Nanna, Roma e gli uffici".
Intanto mi rinchiudo in camera con la mia fante vecchia solamente; e maestro Andrea scovato del nido, in un tratto mi dipinse un fregio a traverso la guancia dritta, che guardandomi io ne lo specchio, fui per cascar in angoscia del triemito.
In questo mastro Mercurio, chiamato da la trufaruola de la scodella spezzata, vien dentro con dir: "Non dubitate, che non ci è mal niuno", e dato agio a lo asciugar dei colori, acconciata la stoppa con olio rosato e chiara, e così fasciata la ferita con grazia e previlegio, e uscito in sala dove era concorso gran brigata, dice: "Ella non può campare"; e corsa la voce per tutta Roma, ne viene il sentore al micidiale che piangeva come un fanciul battuto.
Vien la mattina: ecco il medico, che tenendo una candeluzza da un danaio accesa in mano, leva la cura; talché non so quante persone che avevano messa la testa drento a l'uscio de la camera, che aveva serrate tutte le finestre, ne lagrimarono, e non so chi, non gli bastando l'animo di veder sì crudel ferita, stramortì vedendola: e così il romore era publico de la mia faccia, a la più trista, guasta per sempre.
E il malfattore, mandando denari, medicine e medici, cercava pure di ripararsi dal bargello, non si assicurando a fatto del favor colonnese.
Passati otto dì, faccio dar nome che io scampo: ma con un segno più aspro, a una cortigiana, che la morte; e l'amico a volerla acquetar con gli scudi; e mettendo mezzi di qua e mezzi di là, tanto adoprò amici e padroni, che io venni a lo accordo, non mi lasciando mai vedere se non da un certo monsignor di fava sbaccellata che il praticava.
Insomma cinquecento ducati si sborsarono per il danno e cinquanta tra medico e medicine, e io gli perdonai, cioè promessi di non perseguitarlo col governatore, volendo da lui pace e mallevadore: e questi furono denari che io spesi in questa casa, senza il giardino che io ci ho aggiunto di poi.
PIPPA.
Voi foste un valente uomo, mamma, nel farne una così fatta.
NANNA.
Ella non è anco a le alleluia, e non ne verrei a capo uguanno se io te le volesse contar tutte: che in buona fé io non ho scialacquato il tempo che io son vissa, meffé no, che io non lo ho scialacquato, or và.
PIPPA.
Ce si conosce a l'uscio.
NANNA.
Or via: non mi parendo che i cinquecento con i cinquanta appresso avesser tocco il palato al mio appetito, trovai una malizia puttanesca, puttanissimamente: e a che modo, tu? Io feci nascere un napolitano mariuolo dei mariuoli: e con nome di aver un segreto da levare ogni segno di taglio che nel volto altrui fosse stato lasciato per ricevere di ferita, venne a me dicendo: "Quando sia che si dipositino cento scudi, io farò sì che vi apparirà tanto d'immargine quanto ne appare qui", e aprendo la palma de la mano, la mostrò.
Io mi scontorco, e dico con un sospir finto: "Andate e contate questo miracolo a chi è cagione che io non sia...", e volendo dir "più dessa" mi volto in là piagnendo gatton gattone.
Il mariuolo con troppo onorevoli drappi a torno, si parte e va a l'ufficiale condotto fra male branche: e pongli inanzi la prova ch'egli frappa di fare.
Or pensal tu se il crocifisso, nel disperar di non mi aver mai più a godere, depositò il centinaio.
Ma a che fine alungartela? Il segno che non ci era se ne andò con l'acqua santa che sei volte mi spruzzò nel viso, con alcune parole che, parendo che dicessero mirabilium, non dicevan nulla: talché i cento piaceri (disse il Greco) vennero in man mia.
PIPPA.
Benvenuti e buono anno.
NANNA.
Aspetta pure.
Sparso il romor del mio esser rimasta senza un segno al mondo, ognun che aveva fregi sul mostaccio correva a la stanza del mariuolo come le sinagoghe correrebbono intorno al Messia s'egli fosse smontato in piazza Giudea; e il traditore, empita piena la borsa d'arre, tolse su i mazzi: parendogli che la discrezione che doveva avere io in premiarlo dei ducati che mi fece guadagnare, avessi avuto altri.
PIPPA.
L'ufficiale seppelo, inteselo e credettelo?
NANNA.
Lo seppe e non lo seppe, lo intese e non lo intese, il credette e nol credette.
PIPPA.
Basta dunque.
NANNA.
Ne la coda sta il veleno.
PIPPA.
Che ce n'è anco?
NANNA.
E del buono ci è.
Il mestolone, doppo tanti sborsamenti, per i quali si disse che vendette un cavalierato, si riconciliò meco per mezzo dei mezzani e per via de le sue lettere e imbasciate che mi cantarono il suo passio; e venendo a me per gittarmisi ai piedi con la coreggia al collo, componendo per la via alcune parole da rificcarmisi in grazia, passò da la bottega del dipintore che mi aveva dipinto la tavoletta col miracolo, che io diceva di portare in persona a Loreto: e affisandoci gli occhi, si vidde ritratto ivi col pugnale in mano, e sfregiar me poverina; e questo era niente, se non avesse letto di sotto:
IO SIGNORA NANNA
ADORANDO MESSER MACO,
BONTÀ DEL DIAVOLO CHE GLI ENTRÒ NEL BICCHIERE,
IN PREMIO DEL MIO ADORARLO,
EBBI DA LUI IL BARLEFFO
CHE MI HA GUARITO QUELLA MADONNA
A LA QUALE IO APPICCO QUESTO BOTO.
PIPPA.
Ah! ah!
NANNA.
Altro viso fece egli leggendo il caso suo, che non fanno i vescovi ai patafi, sotto i piedi dei demoni che gli bastonano, quando sono scommunicati: e ritornatosi a casa tutto fuor dei gangari, con una vesta mi fece consentire a levare il suo nome de la tavoletta.
PIPPA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
La conclusione è questa: il bravo-a-suo-costo mi diede anco i denari per andare là dove io non mi botai: né bastò che io non ci volsi andare, che gli fu forza di farmi assolvere dal papa.
PIPPA.
È possibile ch'egli fosse sì insensato, che venendo a voi non vedessi che nel vostro viso non ci fu mai fregio?
NANNA.
Io ti dirò, Pippa: io tolsi non so che cosa, simile a la costala d'un coltello, e me lo fasciai ne la gota stretto stretto; e ve lo tenni suso la notte, e tosto che egli comparse me la sfasciai.
Onde per un pezzo tu ti aresti creduto, vedendo il livido ch'era intorno a la carne infranta, che fosse stato un taglio risaldato.
PIPPA.
Così sì.
NANNA.
Ti vo' dir quella da la grue, e poi ti finirò il proposito che ti ho a finire.
PIPPA.
Ditela pure.
NANNA.
Io finsi di volerla far segnata per la volontà di mangiare una grue con le pappardelle; e non se ne trovando da comperare, fu forza che uno mio innamorato mandassi a mazzarne una con lo scoppietto: e così l'ebbi.
Ma che ne feci io? La mandai a un pizzicagnolo, il quale conosceva tutti i miei suditi (o "vasalli" che Gian Maria Giudeo chiamassi quei di Verucchio e de la Scorticata).
Mi era scordato: io feci giurare a colui che me la donò di non dir nulla; ed egli dimandandomi ciò che importassi il dirlo, gli risposi che io non voleva esser tenuta ghiotta.
PIPPA.
Gli facesti il dovere.
Ora al pizzicagnolo.
NANNA.
Io gli feci intendere che non la vendesse se non a chi la comprassi per me; ed egli, che mi aveva servito in cotal vendite de l'altre volte, mi intese a la bella prima: e a pena l'appiccò in bottega, che un di quelli che sapevano la mia impregnaggine le fu a dosso con dirgli: "Quanto ne vuoi?", "Ella non si vende", rispose il trincato per fargliene venir più voglia, anzi perché gli costasse cara; ed egli a scongiurarlo con dir "Costi ciò che vuole"; a la fine ne ritrasse un ducato.
E mandatemela a casa per il famiglio, si credette che io mi credessi che gliene avesse donata un cardinale: e io, facendone festa, la rimando partito che si fu, a rivenderla.
Che più? La grue fu comperata da tutti i miei amici, e sempre un ducato: e poi mi rivenne a casa.
Or pàrti, Pippa, che sia burla il sapersi mantener puttana?
PIPPA.
Io stupisco.
NANNA.
Veniamo ormai a la via che tu debbi tenere in pigliar pratiche.
PIPPA Sì, che importa il tutto.
NANNA.
Verranno a te cinque o sei uccelli nuovi, e saranno in compagnia di qualche tuo domestico; fagli una accoglienza signorile: ponendoti seco a sedere, entrando in ragionamenti piacevoli e quanto più onesti che tu puoi; e mentre favelli e ascolti squadra i garbi loro, e ritrae dai modi che tu gli vedi tenere quel che se ne può ritrarre, e scantucciato con galantaria il tuo conoscente, dimanda de la condizione di ciascuno; poi ritorna a bomba, e al più ricco affige il guardo, e con gesto lascivo il vagheggia facendo il morto di lui; e non levar mai i tuoi occhi dai suoi senza sospiri, e imparato solamente il nome suo, nel dipartirsi digli "Io bascio la mano a vostra Signoria tale"; agli altri "Io mi vi raccomando".
E fatti a la gelosia tosto che ti escano di casa, né ti lasciar rivedere se non quando egli si rivolge indrieto donneandoti, e in quello che stai in perderlo di vista, spigneti tutta tutta fuore, e mordendoti il dito minacciandolo, fagli segno che ti abbia insaponato il core con la sua divina presenzia, e vedrai che ti ritornarà a casa solo, con altra sicurtà che non venne accompagnato: e fà tu, Pippa, poi.
PIPPA.
Bello vedervi favellare.
NANNA.
Ti vo' dire una cosa ora che io l'ho ne la mente: non rider mai col parlare ne l'orecchia a chi ti siede a lato, né a tavola, né al fuoco, né altrove, perché è una de le cattive pecche che possino aver le donne, e da bene e puttane, né si cade mai in cotal menda, che ognuno non sospetti che tu ti facci beffe di lui: ed escene spesso di matti scandoli.
Doppo questo, non comandare a le fanti in presenzia de la gente, facendo la reina; anzi quello che puoi far da te fallo: che ben si sa che tu hai de le serve e che, avendole, gli puoi comandare; e non gli comandando con grandezza, ne acquisti benivolenzia; e chi ti vede, dice "Oh che gentil creatura, con che grazia ella si adatta a fare ogni cosa".
Caso che ti sentano fumare e minacciarle, non si spacciando in ricoglierti uno stecco che ti sia caduto di mano o in forbirti una pianella, fanno giudizio che guai a chi tu ti cogli sotto mostrandosi l'uno a l'altro la tua superbia coi cenni.
PIPPA.
Ricordi santi, ricordi buoni.
NANNA.
Ma dove lascio io il tuo sapere essere a un convito dove sarà una mandra di cortigiane, la natura de le quali fu sempre invidiosa, ritrosa, scandolosa e fastidiosa? Tu mi conoscerai quando tu non mi averai.
PIPPA.
Perché mi dite voi cotesto?
NANNA.
Per non te lo avere a dire, te lo dico.
Eccoti a un pasto dove sono invitate, sendo il carnasciale, parecchi e parecchi signore: le quali compariscano in sala tutte in mascara, ballano, seggano e parlano senza volersela cavar dal viso; e fan bene a star così mentre la turba che non ha a cenar con loro si sta godendosi del suono e del ballo; ma fanno poi male, quando si lava le mani, a non voler mangiar a la tavola apparecchiata per ognuno, e chi va in qua e chi va in là, e bisognaria fare le camere per negromanzia per contentar tutte quelle che vogliono mangiar sole con gli amorosi, scompigliando la cena, la festa la casa, i servidori, gli scalchi, i cuochi e il malanno e la mala pasqua che Iddio gli dia: e ogni dì sia anno e pasqua per loro.
PIPPA.
Fastidiose.
NANNA.
Speranza, io ti vo' insegnar qui a cavar con la tua gentilezza il core a ognuno.
PIPPA.
Certo?
NANNA.
Certissimo.
PIPPA.
Ditemi come e pagatevi.
NANNA.
Spiegati là, senza fartene punto pregare, e assèttati in quel luogo che ti si mostra; e dì: "Eccomi qui, tale quale mi ha fatto chi mi fece"; tu toccarai così dicendo il ciel col dito, bontà de le laude che ti daranno fino agli spedoni di cocina.
PIPPA Perché si fuggano elleno per le camere?
NANNA.
Perché si vergognano dei paragoni.
Chi è grimma non vuol parer d'essere; chi è brutta non patisce che una bella gli stia presso; chi ha i denti fracidi non vuole aprir la bocca dove sia chi gli abbia scasciati; altra che non ha la veste, la collana, la cinta e la scuffia che ha questa e quella, parendole essere il seicento e da più di tutte ne l'altre cose, starebbe prima a patto di morire che farsi vedere in publico.
Alcuna il fa per dapocaggine, altra per pazzia, e altra per malizia, e più oltra ti dico che, staendosi da loro stesse, dicano il peggio che sanno o che possono l'una de l'altra e "Quella filza di perle non è la sua, quella cotta è de la moglie del tale, quel rubino è di messer Picciuolo, e del Giudeo la cotal cosa", e così si imbriacano di maldire e di più ragion vino.
Ma se gli rende agresto per prugnole da chi cena dove te: alcuno dice "La signora tale fa bene a nascondere la sua malagrazia", altri grida "O signora cotale, quando pigliate voi l'acqua del legno?"; altri ride a più potere del marchese ch'egli ha conosciuto negli occhi di colei e di costei, altri loda per uomo d'un grande animo il buon lasciami-stare per arrischiarsi a dormire a canto de la sua diva più simile al satanasso che a la versiera: a la fine, voltandosi tutti a te, ti offeriranno l'anima e il corpo.
PIPPA.
Io vi ringrazio.
NANNA.
Quando tu sarai dove ti dico, fatti onore: che a te facendolo, a me lo fai.
Accaderà che andrai al Popolo, a la Consolazione a San Pietro, a Santo Ianni e per l'altre chiese principali e di solenni: onde tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera in quel luogo che gli sarà più commodo a veder le belle, dando la sua a tutte quelle che passano o pigliano de l'acqua benedetta con la punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca.
Usa, in passare oltra, gentilezza: non rispondendo con aroganza puttanissima; ma o taci, o dì con reverenzia o bella o brutta: "Eccomivi servitrice", che, ciò dicendo ti vendicarai con la modestia.
Onde, al ritornare indirieto, ti faranno largo e te si inchineranno fino in terra: ma volendo tu dargli risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerebbeno per tutta la chiesa, e non ne saria altro.
PIPPA.
Io ne son certa.
NANNA.
Nel porti poi inginocchioni, stà onestamente suso la predella del più guardato altare che ci sia, col libricino in mano.
PIPPA.
A che fare il libricciuolo, se io non so leggere?
NANNA.
Per parer di sapere: e non importa se tu lo voltassi ben sottosopra, come fanno le romanesche perché si creda che elle sien fate, e son fantasime.
Orsuso mo', a le qualità dei giovanastri: nei quali non porre speranza, facendo disegno ne le promesse loro, perché non sono istabili; e aggirando tuttavia come il cervello e il sangue che gli bolle, si innamorano e snamorano secondo che si imbattano a innamorarsi; e se pur pure gliene dai talvolta, fatti pagare inanzi.
E trista a te se ti incapestri, né in loro né in altri: perché innamoracchiarsi sta bene a chi vive di rendita, e non a chi ha da vivacchiare di dì in dì; e quando non fosse mai altro, tosto che sei impaniata, sei disfatta: perché l'animo che è fitto a un solo, dà licenzia a tutti quelli che solevi accarezzar del pari.
Onde puoi far conto che una cortigiana ammartellata d'altro che de le borse, sia uno tavernaio ghiotto e imbriaco: il quale si mangia e si bee ciò che doveria cavarsi di corpo per vendere.
PIPPA.
Voi le sapete tutte tutte tutte.
NANNA.
Mi par sentire sfracassarti la porta da un capitano (o Iddio, oggidì ognun si chiama "il capitano", e mi par che fino ai mulattieri salgano al capitaniato): dico sfracassare, perché le fanno picchiare con bravaria, per parer di esser bestiali, parlando tuttavia con alcuni dettaregli spagnuoli, mescolandoci dei franciosi ancora.
Non dare udienza a cotali tentenna-pennacchi; e se pur gli ami, fidati di loro come ti fideresti dei zingani, perché son peggio che i carboni, che o cuocano o tingano: gran gracchiare che fanno con lo aspettar de le paghe; e chi vuole esser pagata del calare che vogliano che faccia il re e de le vincite che farà la madre Chiesa, diègli da far la ninna; ma chi brama denari, lodagli per Orlandi dal quartieri, e tiri via: altrimenti ne portarà la testa rotta, come farà anco dai gavinelli giovanacci mattacci, che il maggiore onor che ti faccino è il bandire i difetti del tuo diritto e del tuo roverscio, vantandosi che ti fanno trarre e menar di bello.
PIPPA.
Baionacci.
NANNA.
In gran pelago si arrischia di notare chi diventa puttana per cavarsi la foiaccia e non la fame: chi vuole uscir di cenci, dico, chi vuol distrigarsi dagli stracci, sia saviolina, e non vada zanzeoni coi fatti né con le parole.
Eccoti una comparazioncina calda calda: perché io favello a la improvisa, e non istiracchio con gli argani le cose che io dico in un soffio, e non in cento anni come fanno alcune stracca-maestri-che-gli-insegnano-a-fare-i-libri, togliendo a vittura il "dirollovi" il "farollovi" e il "cacarollovi", facendo le comedie con detti più stitichi che la stitichezza; e perciò ognuno corre a vedere il mio cicalare, mettendolo ne le stampe come il Verbum caro.
PIPPA.
A la comperazioncina.
NANNA.
Un soldato che è valente in isgallinare i pollai dei villani e in dilungare i canonici dei prigioni solamente, passa per poltrone e a malo stento ha la paga: così mi dice un de la guardia, dice anco che chi combatte e fa de le prove, è cercato da tutte le guerre e da tutti i soldi del mondo.
E così una puttana che sa farsi lavorare e non altro, non esce mai d'un ventaglio spennacchiato e d'una vesticciuola di ser ermisino.
Sì che, figliuola, o arte o sorte bisogna: e quando io avessi a chiedere a bocca, non ti nego che io non volessi più tosto sorte che arte.
PIPPA.
Perché?
NANNA Perché ne la sorte non è fatica niuna; ma ne l'arte si suda, ed è forza strolagare e viver d'ingegno, come mi pare aver detto.
E che sia il vero che ne la sorte non ci sia scropoli, guarda quella furfanta gaglioffa lendinosa de la tu-m'intendi, e chiarisciti.
PIPPA.
O non è ella ricca a macca?
NANNA.
E perciò ti dico io: ella non ha grazia, non ha vertù, non ha fattezza niuna che le stia bene a dosso; non ha persona, è goffa, passa la trentina: e con tutto questo par che ella ci abbia il mèle, sì le corre ognun drieto.
Sorte, ah? sorte, eh? dimandane i famigli, i ragazzi, i ruffiani, e nol mel far dire, poiché la sorte gli fa signori e monsignori: e ciò vediam noi tuttodì.
Sorte, eh? sorte, ah? Messer Troiano scarpellava i mortai, e ora ha il bel palazzo; sorte, eh? sorte, ah? Sarapica stregghiò i cani, e poi fu papa; sorte, ah? sorte, eh? Acursio era garzone di uno orafo, e diventò Iulio secondo; sorte, eh? sorte, ah? E certo quando la sorte e l'arte sono in una puttana, susum corda: perché cotal cosa è più dolce che quel "costì costì" che si dice allor che il dito, il qual ti gratta, doppo il "più giù, più su, più là, più qua", trova il bruscolino che ti rode; ed è beata chi ce le coglie tutte due.
Arte e sorte, ah? sorte e arte, eh?
PIPPA Tornate dove mi lasciasti.
NANNA.
Io ti lasciai al disconfortarti de la amistà dei giovanacci budelloni, e da quella dei capitani nel pennacchio; e ti diceva che gli sfuggissi, come anco ti dico che corra dietro a le persone riposate: perché non ti daranno men denari che costumi
PIPPA.
Un poco più baiocchi e manco gentilezze
NANNA.
Egli è così; tuttavia le persone riposate danno del continuo di questi e di quelli: e perciò chi è di sì dolce natura è il fatto nostro, perché in mantenersi con tali si ha il piacere d'una balia che dà il latte, governa e alleva un cittino senza rogna, il quale non piagne mai né dì né notte Volgiti poi ai fastidiosi misericordia, con simili spògliati la superbia che noi donne puttane portiamo da la potta che ci cacò e quando i rincrescevoli ritrosescamente ti favellano, ti gridano, ti rimproverano e motteggiando ti offendano, stà in quella scrima che usa chi scherza con l'orso: e sappi fare in modo che gli asinacci non ti giunghino coi calci, e fà che ti lascin sempre del suo pelo in mano.
PIPPA.
S'io nol faccio, che mi dipinghino.
NANNA.
Doppo a cotali fère, vengano gli spadaccini: quei bravi-in-casa-e-intorno-al-boccale, e poi non darebbero nel culo a Castruccio, e non restando mai di far tagliate, ti porranno il mare in un bicchiere.
O non sarai tu da più che l'Ancroia se gli fai stare fin del vestitello di maglia e de la spada che portano senza proposito a lato?
PIPPA.
Sarò.
NANNA.
Tra l'una e l'altra spezie sono i mattacchioni, i quali hanno sempre le risa in sommo: e con quello "ah ah, ah" che gli rovescia indrieto spensieratamente, diranno a lettere di speziale ciò che ti han fatto e ciò che ti voglian fare, e siaci pur chi vuole, che allotta alzano le boci quanto più gente veggano, e lo fanno per natura e per mostrare il buon compagno, e aran per manco di alzarti i panni in presenzia di chi si sia, che di sputare in terra.
E tu a dirgli villania scapigliandoli con la sicurtà che essi scapigliano te: e lo puoi fare, perché non pongano mente a cosa niuna, vivendo a la libera.
PIPPA.
Crederesti voi che simili brigate mi garbano.
NANNA.
Tu me ti simigli avendoci il gusto.
Ma dimmi, non ti ho io ditto che i bizzarri sono come le scimie, le quali si racquetano per una nocciuola, perché anche il mare, che è sì gran bestia, passatagli la stizza, fa men rimore d'un fossatello?
PIPPA.
Mi par de sì.
NANNA.
Sì che io te ne ho favellato; ma degli ignorantacci no: infine, con tali che sono peggio dei poltroni, degli asini, dei miseri, dei bestiali, degli ipocriti, dei savi, dei taccagni e de il resto de le generazioni, non so regolarti.
Essi hanno sempre a schifo il meglio; e ogni piacer che gli fai, son le tre acque perdute: i zoticoni te si avventano a dosso con niuna avvertenza ; e in ciascuno atto, con tuo danno e vergogna, fan fede de la lor castronaria.
PIPPA.
Perché con mio danno e vergogna?
NANNA.
Perché, sendo senza costumi e senza sugo, siedano di sopra ai più degni, favellano quando hanno a tacere e stan queti dovendo favellare: onde son cagione dil privarti de l'amicizia de le persone da bene.
Ed è chiaro che chi gli ha visti fra le dame facendo gli amori, vede tanti porci fiutar rose in un giardino: e perciò rompegli l'ossa col bastone de la prudenzia.
PIPPA.
Gli romperò anche il core.
Ma i bizzarri e i fantastichi, non son tutti uno?
NANNA.
Appunto: i fantastici son peggio che oriuoli stemperati, e son più da fuggire che i pazzi scatenati; e vogliono e non vogliono, ora son muti, ora assordano con le chiacchiere; e il più de le volte hanno la luna, né sanno perché.
E santa Nafissa, che fu la pacienzia e la bontà istessa, non saperebbe essere coi grilli loro: e perciò il primo dì che gli conosci, fà seco fave e fagiuoli.
PIPPA.
Ubidirovvi.
NANNA.
Che di' tu dei sali-sapienzia-in-bocca-al-mammolo? Che crudeltà, che penitenza è a regnare con gli arcisavi: i quali, per non ispiegare le labbra che essi acconciano a lo specchio, non parlano mai, o se pur parlano, aprano la bocca con una diligenzia che rincastra le labbra ne le pieghe di prima; e sempre interpetrano le tue parole al contrario, mangiano per dottoraria, sputano tondo, guardano basso; vorrieno esser visti con puttane e non vorebbono che si sapesse; si guardano a darti in presenzia del servidore e han caro che sappino che ti dona.
PIPPA.
Che uomini son dunque questi?
NANNA.
S'alcun viene mentre ti sono in casa, si ascondano in camera: e facendo il bau ai fessi de l'uscio, crepano sino a tanto che non ti fanno dire a chi è cagione del loro appiattarsi: "Messere è in camera".
Doppo questo misurano il sonno, il vegghiare, il cibo, il digiuno, lo andare, lo stare, il far quel fatto il nol fare, il favellare, lo star queto, il ridere, il non ridere, e cotante cacarie fanno ogni atto, che le donne novelle ne perderebbero: e questo anco si comporta.
Ma è pur troppo quando ti stuzzicano tanto che è forza dargli conto di quel che tu hai e di ciò che tu fai dei tuoi avanzi.
E perché un savio, o che si tiene per dir meglio, ha de lo avaretto, lambiccando la fatica che è il guadagnargli, arteggia sempre col senno loro: e fingendo ogni tuo andamento, fà che tu sia la Sapienzia Capranica in fare scappucciar Salamone.
E ho di buon luogo che non ci sono le più insalate pazzie di quelle che a la fine fanno i savi non amando: or pensa ciò che son quelle che gli sbucano del capo quando sono innamorati morti.
PIPPA.
E che gli farò io, dando ne le mie ragne cotali barbagianni.
NANNA.
Hotti io detto nulla degli ipocriti?
PIPPA.
Madonna no.
NANNA.
Gli ipocriti, che non sel toccano mai se non col guanto e i veneri di marzo e le quattro tempora hanno in divozione de le divozioni vengano a te guatton guattoni, e se gli dici richiedendoti de l'onor drietovia, "Co' così drieto?", ti risponderanno "Noi siamo peccatori come gli altri" Pippa sorellina, tien secreto il fatto di costoro, né scargagliare, con il non poter tener l'olio, la lor poltroneria, che buon per te: i ribaldi, i nimici de la fede, poppano, pescheggiano e trapanano i buchi e le fesse al par di qualsivoglia gaglioffo; e trovando persone che sappino sepellire le tristizie di che si dilettano, danno senza misura e rinodatisi la brachetta, sempre cincischiano col menar de le labbra il miserere il domine ne in furore e lo exaudi orationem, avviandosi passo passo a grattare i piedi agli incurabili.
PIPPA.
Che siano atanagliati.
NANNA.
Saranno anche peggio un dì, non dubitare; e le loro animucce si calpestaranno dai piedi di quelli avaroni, miseroni, porconi che fin col chiavare stanno in sugli avanzetti: con questi traditori bisognaria, per fargli uscire, l'arte che essi hanno in sapere metter da canto.
Oh che penitenzia che è il cavargli i denari di mano! Né ti credere che il lor pero se le lasci tòrre per iscrollare: una mamma amorevole più di tutte l'altre non fa tante bagattelline al figliuolino che non vuole addormentarsi né mangiar la pappa, quanti bisogna fare atti intorno a uno avaro, e mentre ne cava fuora uno, il parletico gli vien fra le dita, e ogni moneta scarsa adocchia per darti.
Con i traditori tendi i lacciuoli, e piglia i merloni a la trappola come si pigliano le volpi vecchie; e quando vuoi che venghino via, non chiedere a la grossa, ma beegli il sangue a ciantellini a ciantellini, dicendo: "Io non la posso fare a petizione di cinque ducati tignosi".
PIPPA.
Che, la veste?
NANNA.
La vesta, sì.
E così dicendo lo vedrai storcere come un che vorria fare il suo bisogno e non sa dove; e storcendosi masticare, grattarsi la testa, pigliarsi la barba e far di quei volti di matrigna che fa un giocatore che non ha né buon né tristo ed è invitato del resto: pur te gli darà rimbrontoloni.
Avuti che tu gli hai, dagli una frotta di basci con mille muine; e stata così un tre dì, soffia, morditi le dita, e non gli far cera: e si egli ti dice "Che hai?", rispondegli: "Una pessima sorte ho, e di qui nasce che son nuda e cruda, e ciò mi avviene per essere troppo buona: che, se io fosse altrimenti, men di quattro scudi non mi terrebbero con questa gonnelluccia".
Ed eccoti a mal partito il misero poltrone, con dirti: "Tu non ti empisci mai, tu gli gitti nel fango; to' qui, e non mi romper più il capo, che non te ne darei un minimo"; e riserrando la scarsella andrà di subito a trovare il modo di rubàgli o a questo o a quello.
PIPPA.
Perché non gliene chiedere tutti in un tratto?
NANNA.
Per non lo spaventare con la quantità.
PIPPA.
Vi intendo.
NANNA.
Coi liberali, mo', non accade astuzia asinina, ma leonesca: e quando se gli chiede, chieggasegli corampopolo, perché i boriosi crescano un somesso come gli publichi per grandi: che da grandi è il dare, se bene i grandi non l'usano e senza che gli dimandi tosto che entri in dire "Io voglio fare una robba in su le forge", diranti: "Purché ci sia brigata, và: che te la vo' fare io".
A costoro, figliuola cara, sia liberale tu ancora, e assettati come ti recano, e non gli disdir mai la cosa che ti chiede il loro appetito.
PIPPA.
È onesto che io il faccia.
NANNA.
Avvertisci a certi che non ti darebbero un curiandolo, chiedendolo tu; altri non ti servirieno d'un danaio se tu non gli fosse con gli spiedi ai fianchi.
Ai cortesi non dar legge, ma lascia fare a la lor natura, la quale sguazza donandoti del continuo; e pargli, dando senza richiesta, non ispendere puttaneggiando, ma guadagnare signoreggiando: perché, come ti ho detto, i signori doverebbero donare.
Onde con simili non hai a fare altro che compiacergli e stimargli, non solo dirgli "Datemi e fatemi"; ma dandoti e facendoti, finge di non voler che ti dieno né che ti faccino.
PIPPA.
Molto bene.
NANNA.
Ai somari (disse la Romanesca) non lasciar mai di non perseguitargli col "dammi" e "fammi": perché i villancioni vogliono esser trafitti da cotali pungoli; ed essendoci gente quando gliene dici, l'hanno stracaro, acciò che paia che sien pratichi e non corrivi; oltra questo gli par pizzicar di gran baccalario facendosi pregare da la signora; e benché sieno parenti dei formiconi di sorbo, se scoppiassero, escano per bussare."
PIPPA.
Usciranno o morranno.
NANNA.
Non vo' che mi si scordi: ancora che io dica e "tu" e "voi" nel favellar mio, fà che tu dica "voi" a ogni uomo, e giovane e vecchio, e grande e piccolo, perché quel "tu" ha del secco e non garba troppo a le persone.
E non ci è dubbio che i costumi sono buon mezzani a farsi in suso: e perciò non esser mai prosuntuosa nei tuoi andari, e atienti al proverbio il qual dice "Non motteggiar del vero e non ischerzar che dolga".
Quando sei e con gli amici e con i compagni di chi ti ama, non ti lasciare scappar cose di bocca che pungano; né ti venga mai voglia di tirare capegli o barba, o di dar mostacciate, né pian né torte, a niuno: perché gli uomini sono uomini, e toccandosigli il muso, torcano il ceffo, e sbrufano come son punto punto offesi e ho visto far di bestiali cenni, e fatti ancora, ad alcuna fastidiosa che piglia sicurtà fin di tirar le orecchie altrui: e ognun le dice "Ben ti sta".
PIPPA.
Meffé sì, che le sta bene.
NANNA.
Una altra cosa ho da rammentarti: esci de la via de le puttane, che il non osservar mai fede è la lor fede; e stà prima a patto di morire che di piantare alcuno; prometti quello che tu puoi mantenere e non più, e vengati che partito si voglia, non dar la cassia coi piantoni a chi merita di dormir teco, salvo se venisse il francioso che ti ho detto.
E venendo, chiama colui che dee venir la sera, e digli: "Io vi ho promessa questa notte, ed è vostra, perché io son vostrissima; ma io potrei guadagnare con essa una buona mancia: sì che prestatemela, che ve ne renderò cento per una.
Un monsignor di Francia la vuole, e gliene darò se vi piace, e se non vi piace, eccomi al comando di vostra Signoria".
Egli, vedendosi stimare, per donarti come savio quello che non ti può vendere, chinandosi al tuo utile, oltra che ti fa la grazia, te ne resta schiavo; ma se tu senza fargliene motto lo piantasse, andaresti a rischio di perderlo: e più anco che, lamenta dosi de la villania che gli faresti, ti metteria in uggia di tutti quelli che ti avevano in fantasia.
PIPPA.
Onde sarebbe male sopra male, volete dir voi.
NANNA.
Tu l'hai detto.
Or scrivi questa: egli avverrà che tu sarai fra tutti i tuoi amanti; per la qual cosa debbi pensare che se i favori non vanno del pari, la mostarda sale al naso di chi ne ha meno.
E perciò pesagli con la bilancia de la discrezione; e caso che l'animo vada più a uno che a un altro, fingi, mostralo coi segni e non con gesti sbracati; e fà sì che questo o quello non se ne parta adirato e con teco e col favorito: ognuno che spende merita; e se chi più ne dà più ne doveria avere, facciasi con bel modo, la via ci è per andare in tutti i paesi del mondo: sì che sappi fare, sappi vivere, sappici essere.
PIPPA.
Lo farò per eccellenza.
NANNA.
Or questo è il punto: non ti dilettare di scompigliare le amicizie con il riportar di ciò che tu odi, sfugge gli scandoli e dove tu puoi metter pace, fallo.
E intervenendo che la tua porta sia impeciata o arsa, rìdetene: perché sono i frutti che nascano degli arbori che gli ammartellati piantano nei giardini puttaneschi; né per villania che te si faccia o te si dica, non metter mai a le mani coloro ai quali puoi comandare.
S'un ti fa dispiacere, tace; e non correre a dirlo piagnendo a chi muor per te e ha il cervello che gli fuma.
E quando ti viene in casa uno di questi spassa-martello, non dir male di colei con la quale egli è in uno di quei corrucci che si ripacificano con tutte le vergogne e con tutti i danni di chi sbrascia; anzi riprendalo e dì: "Voi avete torto ' adirarvi con lei, perché ella è bella vertuosa, da bene e aggraziata al possibile", e qui verrà che egli che de l'altro dì ritornarà a la mangiatoia, te ne arà obligo, ed ella che lo intenderà, te ne renderà il cambio, caso che alcuno dei tuoi pigli ombra teco
PIPPA.
Io so che voi sète fina
NANNA.
Figliuola, vattene con questa: se io che sono stata la più scelerata e ribalda puttana di Roma, anzi d'Italia, anzi del mondo, con il far male, con il dir peggio, assassinando gli amici e i nimici e i benvoglienti a la spiegata, sono diventata d'oro e non di carlini, chi sarai tu vivendo come io ti insegno?
PIPPA.
Reina de le reine, non pur signora de le signore.
NANNA.
E perciò ubidiscimi.
PIPPA.
Io vi ubidirò.
NANNA.
Fallo, non ti perdendo nel giuoco; perché le carte e i dadi sono gli spedali di chi ce si ficca drento: e per una che ne porti nuova la sbernia, e ne son mille che ne van mendicando.
Il tavoliere e lo scacchiere ti ornino la tavola; e quando si giuoca un giulio o due, ti bastano per le candele: perché il poco che si vince tutto è de la Signoria vostra; e non si giocando a la condennata né a la primiera, non si sente mai uno scorruccio, né si dice mai parola che non si convenga; e quando sia che uno appassionato ne' giocacchiamenti ti voglia bene, chiedegli di grazia, ma che ognuno oda, che non giuochi più: e mostra di farlo perché egli non si rovini, e non perché gli dia a te.
PIPPA.
Io v'ho pel becco.
NANNA.
Riprendalo anco del suo darti troppo da mangiare: fingendo di farlo per non ti dilettare, e non perché tu gli voglia per moia.
E sopra ogni ricordo, ti do per ricordanzia che ti diletti di avere in casa persone degne: che, se ben non sono innamorate di te, te acquistano amorosi con la lor presenzia, facendoti onorare dagli altri.
Il tuo vestire sia schietto e netto; ricami per chi vuole gittar via l'oro e la manifattura, che vale uno stato: e volendosi rivendere, non se ne trova nulla; e il velluto e il raso segnato dai lavori dei cordoni che ci sono suso, è peggio che di cenci.
Sì che stà in su l'avanzare per cotal modo, perché in capo de le fine le robbe nostre si convertano in danari.
PIPPA.
Sta bene.
NANNA Ci resta mo' le vertù, de le quali naturalmente le puttane son nimiche come di chi non gli porge a man piene.
Pippa, niuno è atto a negarti uno stormentino; e perciò a uno chiedi il liuto, a l'altro l'arpicordo, a colui la viola, a costui i fiuti, a questo gli organetti e a quello la lira: che tanto è avanzato.
E facendo venire i maestri per imparare le musiche, tiengli in berta, e fagli sonare a stracci, pagandogli di speranze e di promesse, e di qualche pasto a cavallo a cavallo.
Doppo gli stormenti, entra ne le pitture e ne le sculture; e carpisce quadri, tondi, ritratti, teste, ignudi e ciò che tu puoi: perché non si vendano manco che i vestimenti.
PIPPA.
Non è egli vergogna a vendere i panni di dosso?
NANNA.
Come vergogna? Non è più strano il giocargli nel modo che fur giocati quelli di messer Domenedio?
PIPPA.
Voi dite il vero.
NANNA.
Certo il giuoco ha il diavolo nel core; e perciò ritorno a dirti che non tenghi carte né dadi in casa: perché basta vedergli, ed è bello e spacciato chi se ne consuma.
Io ti giuro per la vigilia di Santa Lena da l'Olio che atoscano le brigate che le guatano, non altrimenti che si ammorbino altrui i panni apestati che si toccano dieci anni da poi che sono stati rinchiusi.
PIPPA.
Carte e dadi, in là.
NANNA.
Ascolta, ascolta quel che io ti dico circa la boria de la pompa de le feste Pippa, non ti aguluppare in cacce di tori, né in correre di inguintane né a l'anello; perché ne escano di mortali inimicizie, né son buone ad altro che a dare spasso ai putti e a la canaglia: e se pure hai volontà di vedere ammazzarne e del correre a queste e a quello, và e vede cotali giuochi a casa d'altri.
E accattando tu saî, robboni o cavalli di pregio da mascararti, fanne quello conto che ne faresti essendo tuoi, e rendendogli non gli rimandare senza nettargli, come usano le puttane, ma forbitissimi e ripiegati nel modo che stavano in prima: perché i padroni te ne portano odio bestiale, facendo altrimenti; e spesso spesso si adirano con chi è stato cagione che te gli prestino.
PIPPA.
Non mi avete per sì trascurata, e son micce chi nol fa.
NANNA.
Propio micce.
Or s'io ti volesse dire in che forgia ti hai a conciar le trecce, e come trarne fuora una ciocchetta che ti forcheggi per la fronte o intorno a l'occhio, onde si chiuda e apra con la capestraria de la lascivia, bisognaria cicalar fino a notte; così volendo insegnarti a tener le pocce in seno con un modo che chi le vede a lo sportello de la camiscia gli affisi il guardo ficcandolo drento a quel tanto che se ne scorge: facendone più carestia che non ne fanno divizia alcune le quali par che le voglino gittar via col farle saltar fuora dei petto e del vestimento.
Ora io me ne spedisco in uno o due fiati, o in tre al più.
PIPPA.
Io vorrei che voi durasse di favellare un anno.
NANNA.
Quello che io mi scordo a dirti, e quel che io non so, ti insegnarà il puttanesimo da per sé; perché i punti suoi stanno in se stessi, e nascano in un tratto non aspettato d'altrui e non pensato da lei: onde suplisci col tuo naturale a la mia naturaccia smemorata.
Ma non t'ho io a dire?
PIPPA.
Che?
NANNA.
I preti e i frati mi volevano sdruscire il cervello, e uscirsene per le maglie rotte.
PIPPA.
Guata ribaldi.
NANNA.
Anzi ribaldoni e ribaldacci.
PIPPA.
Come mi avete detto ne la maniera che io ho a vivere con loro, vo' sapere che male mi farà il tormi de la verginità.
NANNA.
Nulla, poco.
PIPPA.
Farammi gridare con le strida d'un che si taglia l'anghio?
NANNA.
Appunto!
PIPPA.
Come chi si acconcia una mano sconcia?
NANNA.
Manco.
PIPPA.
Come si cava un dente?
NANNA.
Meno.
PIPPA.
Nel modo che si taglia un dito?
NANNA.
No.
PIPPA.
A la forgia di chi si rompe il capo?
NANNA.
Tu non ci sei.
PIPPA.
A la via di chi si apre un panereccio?
NANNA.
Vòi tu che io te lo incastri ne la fantasia?
PIPPA.
Voglio.
NANNA.
Rammentati tu di averti mai grattata una certa lazzarina minuta come la stizza?
PIPPA.
Me ne rammento.
NANNA.
A quel cociore che ti abbruscia grattata che ti hai, si assimiglia il dolore che si sente mentre ti si taglia il vergine donzellesco.
PIPPA.
O perché si ha così gran paura di questo perder di verginità? E ho pure inteso che alcuna si fugge del letto, altra grida acorruomo, altra scompiscia squacquaratamente le casse, la camera e ciò che ci è.
NANNA.
La paura che hanno coloro che non sanno di che, si usava al tempo antico, quando le donne novelle andavano a marito con le corna, e quando si gittava il gallo da la finestra facendo segno de le nozze; e non è diferenzia dal pentimento di non se lo aver cavato prima, tosto che altri ha in mano il dente che gli ha dato tanta passione, dal pentirsi di quelle che hanno indugiato per amore de l'"egli mi farà male" a farsi grattar la grignappola: e quello "io mi credeva che il cavarsi il dente fosse qualche gran cosa" esce di bocca a la putta che ce l'ha lasciato entrare animosamente.
PIPPA.
Io ne ho piacere.
NANNA.
Come si par vergine cento volte, se tante bisogna mostrar d'essere, ti insegnarò io il dì inanzi che entri in campo: e questo secreto sta ne lo allume di rocco e ne la ragia di pina bollita con detto allume; ed è una frascariuccia provata da tutti i bordelli.
PIPPA.
Tanto meglio.
NANNA.
Ora ai frati: che fin di qua mi puzzano di lezzo caprino di micca, di savore e di porco, benché ce ne sono degli attillati ancora, e di quelli che ulezzano più che le botteghe dei profumarieri.
PIPPA.
Non perdete tempo, perché io voglio che mi dite in che modo io ho a sbellettarmi e a imbellettarmi, voglio anco sapere se volete che io vada dirieto a le fatture, a le stregarie e agli incanti, o no.
NANNA.
Non mi ragionare di coteste pazziule da schiocche: i tuoi incantesimi saranno i miei ricordi saporiti e freschi, de lo strisciare ti dirò come tu dei farlo.
Ma i frati mi chiamano e diconmi che io dica come oggimai le femine gli san di tanfo; e tutto vien dai preti, i generali, i priori, i ministri, i provinciali; e l'altre ciurme tengano de la lega dei reverendi e dei reverendissiml: e quando dormano con una donna ne fan quel guasto che fa de le vivande un che ha cenato a crepastomaco allotta allotta.
E benché si canti loro la canzona che si canta ai vecchi, cioè il
Luma, lumachella
cava fuor le tre cornella
le tre e le quattro
e quelle del marescalco,
non se gli rizza fino a tanto che non si corcano seco i lor mariti.
PIPPA.
O hanno marito i frati e i preti?
NANNA.
Così avessero eglino moglie.
PIPPA.
Fuoco!
NANNA.
Io te lo vorrei dire e non te lo vorrei dire.
PIPPA.
Perché no?
NANNA.
Perché come si dice il vero, si crocifigge Cristo, io l'ho pur detto, ed è una bella opera, che a dir la bugia si riceva bene e a dir la verità male.
Dunque è trista lingua quella che mi dice puttana vecchia e ruffiana ladra.
E perciò ti dico che i pesci grossi de la frataria e de la pretaria dormano con le cortigiane per vederle trassinare dai lor bardassoni, bardassoni sì; e aguzzansi lo appetito mentre le veggano trapanare per alia via (disse la pistola): e debbi tenergli per amici, e andare quando ti chiamano; perché i tu-mi-intendi, che gli fan fare ciò che vogliano, s'intabaccano di subito, e trannoti dirieto tutte l'entrate del vescovado, de la badia, del capitolo e de l'ordine.
PIPPA.
Ho speranza di far mio, praticandoci, fino al campanil de le campane.
NANNA.
Farai il tuo debito, se lo farai.
Ah! ah! ah! Io mi rido dei mercatanti, dei quali non ho parlato.
PIPPA.
Anzi sì.
NANNA.
Tu vuoi dir dei Todeschi: essi son quasi tutti fattori d'altri, e perciò si guardano di venire a te, come ti ho detto.
Ma i mercatanti grandi, i padri dei denari, l'anguinaia che gli giunga da che vogliono che lo stato puttanesco dirivi da quel che ci danno a soldo a soldo: e per un che spenda, ce ne son venti che han sempre amannito "Io gli ho dati a usura, volli dire a cambio", quando gli chiedi una cosa.
Ma il tradimento è che falliscano coi sacchetti pieni, murandosi in casa o sepellendosi vivi ne le chiese, e poi dicano "La tal puttana mi ha rovinato".
Io ti consiglio, Pippa, a dargli la cassia: perché le menchione, non sapendo perché, tengano che sia gran riputazione la loro amicizia; e come si dice "Chi è quello?", par che lo intendere che sia mercatante le canonizzi per dee; ma non son tante cose, non, per l'anima mia.
PIPPA.
Ve lo credo.
NANNA.
Altro che guanti e lettere in mano e che anello in dito bisogna che mostrino al fatto nostro.
PIPPA.
Così credo io.
NANNA.
Figliuola, io ti ho detto una leggenda da duchessa; e sappi che de le tue madri non ne nascano per le siepi; e non conosco predicatore in Maremma che ti avesse fatto il sermone che ti ho fatto io: e se lo terrai a mente, io voglio esser messa in gogna se non sei adorata per la più ricca e per la più savia cortigiana che fosse mai e che sia e che sarà; onde io morendo morrò contenta.
E sappi che le puzze, i mocci, gli sputacci, i fastidi dei fiati, dei lezzi, de le bizzarrie e de le maladizioni dei tuoi amici son come il vino che ha la muffa: che chi ne bee tre dì si scorda del tufo.
Ma odi anche due paroline circa due coselle.
PIPPA.
Circa quali?
NANNA.
La prima è che non tenghi i guanciali di velluto suso i matarazzi i seta: che le spuzzette gittano per terra facendo stare inginocchioni chi gli favella (porche poltrone che vi morrete anco di fame ne le carrette).
Doppo questo abbi discrezion ne le mani, e menale pei bossoletti bellamente, e non ti intonicare il viso a la lombardonaccia: un pochettin pochettin di rosso basta a cacciar via quel pallido che spesso spesso sparge ne le guance una mala notte, una indisposizione e il farlo troppo.
Risciacquati la bocca la mattina a digiuno con l'acqua del pozzo; e se pur vuoi che la pelle ti si netti e stia lucida e sempre in uno essere, ti darò il libro da le mie ricette, dove impararai a mantener la faccia e a far vaga la carne, e ti farò fare una acqua di talco mirabile; e per le mani ti darò una lavanda delicata delicatissima.
Ho una cosa da tenere in bocca che, oltra che conserva i denti, converte il fiato in garofani.
Io stupisco di alcune tinche infarinate che si dipingano e invernicano come le mascare modanesi incinabrandosi le labbra talché chi le bascia sente incendersi le sue straniamente e che fiato, e che denti, e che grinze fanno a questa e a quella i lisci sbardellati! Pippa...
PIPPA.
Madonna?...
NANNA.
...non usare moscadi, né zibetti, né altro odore acuto: perché son buoni a ricoprir la puzza di chi pute.
Bagnuoli sì: e, più spesso che tu puoi, lavati e rilavati a ogni otta, perché il lavarsi con acqua dove sieno bollite erbe odorifere, fa rimanere ne le carni quel non so che di soave che esce dai panni lini di bucato pure allora tratti del forziere e dispiegati.
E come un che vede il suo candido non si pò tenere di non fregarsene il viso, così un che scorge il petto, il collo e le gote pure pure non pò far che non le basci e ribasci.
E perché i denti ti si nettino bene, inanzi che levi piglia l'orlo del lenzuolo e fregategli parecchi volte: e leverassi tutto quello che ce s'impone, per esser tenero prima che ci entri l'aria.
Ma ecco una frotta di gentilezze che mi scappano de la fantasia appunto nel volerti io finirla col "non t'ho altro a dir che io mi ricordi": e sappi che io sono un pozzo cupo cupo il quale ha tanta grossa la vena che, più se ne cava, più ce n'è.
Or legati questa al dito.
PIPPA.
Io me la lego.
NANNA.
Come si appressa San Filippo, comincia a dire ai tuoi passionati che hai in boto di far dire .XX.
messe la vigilia del santo del tuo nome, e di dar mangiare a dieci poveri; e taglieggiagli de la spesa.
E venuta la vigilia e la festa, borbotta, mena rovina, dicendo: "Egli mi è forza di caricar la coscienza e l'anima mia ancora"; "E perché?", risponderanno i goffi; "Perché i preti vanno oggi e domani a vettura, e non mi ponno servir de le messe"; e rimettendole a una altra infornata, i danari ti rimarranno in mano con onor tuo.
PIPPA.
La mi quadra.
NANNA.
Caso che tu ti vegga in casa una mandra di amici e di gentiluomini corsi a intertenersi teco, fingi che ti sia venuto capriccio di andare a piedi due ore: e senza metterci né sal né olio, polisciti con una arte che paia a vanvara; e dàlla fuor de l'uscio con loro, con dire "Andiamo a la Pace"; e ivi, detto uno straccetto del paternostro, piglia la strada del Pellegrino: e a ogni merciaio ti ferma, coi fargli portare ciò che hanno di bello e di mesture e d'ambracani e altre frascariucce, e non dire, come tu vedi qualcosa che ti garbi, "Comprami questa tu, e tu quest'altra", ma "Questa e questa mi piace", falla por da canto replicando "Io mandarò a torle"; e così fà dei profumi e de simili bagattelle.
PIPPA.
Dove traete voi?
NANNA.
Al colombaio loro.
PIPPA.
Con che balestra?
NANNA.
Con quella de la lor liberalità: la quale si terrebbe vituperata se allora o poco doppo non comperassi le cose poste in serbo da te, a te donandole.
PIPPA.
Chi non ha ingegno, suo danno.
NANNA.
Ritornata che tu sarai a casa, trita il favore minutissimamente e fà nel modo che io ti dico.
PIPPA.
Voi mi avete detto del favore.
NANNA.
Io te l'ho detto e te lo vo' ridire di bel nuovo: perché il saper ciarmar le genti è il rimedio il qual danno contra il veleno i ciarmatori.
E perciò ponti in una seggiola bassa bassa e fanne assettar due fra i tuoi piedi, e sedendo in mezzo a due altri, allarga le braccia e dàgli una mano per uno: e voltandoti ora a questo e ora a quello, ne contentarai pur due con la ciancia.
Il resto favoreggia con gli sguardi e con il chiuder de l'occhioletto; dàgli ad intendere che il core sta negli occhi, e non in le mani e nei piedi e ne le parole: così l'arti de la tua grazia la fregaranno a otto goccioloni in un tratto
PIPPA.
Caccia paro.
NANNA.
E ancora che non ti andassi a gusto né quel né questo, sforza la natura; e specchiati in uno infermo il qual piglia la medicina contra stomaco per guarire del male: come guarirai tu, non del povero, che, senza esser altrimenti puttana, sei ricca, ma de la cortigiana, diventando signora più ne lo avere che nel nome.
PIPPA.
Si per credere vale, io son dessa.
NANNA.
Attàccati a questa: non ti lasciare metter suso da quelli che ti sbracano per tenerti a posta loro; non gli dar fede, sien pur grandi e ricchi quanto sanno: perché la rabbia de lo amore e la smania de la gelosia gli mette suso; e per fin che la gli dura fanno miracoli; e questo ti pò giurare Angela Greca, che n'ha avanzati i piedi fuori del letto.
Importa bene il trovar così fatti partiti, perché gli altri intabaccati saltano, e sappi che quando non ci fosse altro avanzo nel darsi in preda a molti, si diventa più belle: e ne fanno fede le case disabitate, che fino ai ragnateli le invecchiano; e i ferri, per farsi brunire, ne guadagnono il lustro.
PIPPA.
È vero.
NANNA.
E poi chi dubita che gli assai non faccino gli assai e i pochi il poco, è un cavallo: ed è chiaro che io vo' che tu sia una lupa la quale entra in una mandra di pecore, e non dove n'è una sola.
Io la vo' dir mo': figliuola mia, se ben la invidia fu puttana, e perciò è il cocco de le puttane, serretela in corpo e quando senti o vedi che la signora Tullia e la signora Beatricicca sfoggi di razzi, di spalliere, di gioie e di vestimenti, mostrane allegrezza e dì: "Veramente la lor vertù e le lor gentilezze meritano maggior cose; Iddio facci di bene a la cortesia di chi gliene ha fatto dono".
In questo elleno ed eglino ti porranno uno amor grande; e ti porrebbero altrettanto odio se tu torcessi il grifo con dire: "Siamo chiare se ci par esser la reina Isotta: io vedrò anco l'una parte e l'altra andare a cacar senza lume".
E per mia fé che il martorio che ha una puttana nel veder bene addobbate l'altre puttane, è più crudele che non è una doglia vecchia di mal francioso anidiata ne la cavicchia d'un piede o ne la chiovola d'un ginocchio o ne la commessura d'un braccio: o per dir più forte, u
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