[Pagina precedente].... E in questa vita stette infino a tanto che Febo in quello animale, che la figliuola di Agenor trasportò de' suoi regni, se ne venne a dimorare, e quivi quasi nella fine congiunto con Citerea, rinnovellato il tempo, cominciò gli amorosi animi a riscaldare e a raccendere i fuochi divenuti tiepidi nel freddo e spiacevole tempo di verno: e massimamente quello di Filocolo, il quale sì nel suo disio divenne fervente, che appena raffrenare si potea di pur non mettersi a volere il suo proponimento adempiere sanza guardare luogo o tempo. Ma ciò non sostennero gl'iddii, anzi con forte animo il fecero sostenere aspettando.
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Venuto adunque già Titan ad abitare con Castore, un giorno, essendo il tempo chiaro e bello, Filocolo si mosse per andare verso la torre: alla quale essendo ancora assai lontano, verso quella rimirando, vide ad una finestra una giovane, alla quale nel viso i raggi del sole riflessi dal percosso cristallo davano mirabile luce; per che egli imaginò che la sua Biancifiore fosse, dicendo fra sé impossibile cosa essere che il viso d'alcun'altra giovane sì lucente fosse o essere potesse. Per che tanto disio gli crebbe di vederla più da presso e d'adempiere ciò che proposto aveva, che, abandonate insieme le redine del cavallo con quelle della sua volontà , disse: - Certo, se io dovessi morire, poi che io non posso te avere, o Biancifiore, e' converrà che io il luogo ove tu dimori abbracci per tuo amore -. E in questo proponimento col cavallo correndo infino al piè della torre se n'andò: dove disceso con le braccia aperte s'ingegnava d'abbracciare le mura, quelle baciando infinite fiate, e quasi nell'animo di ciò che faceva si sentiva diletto.
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Assai di lontano vide il castellano Filocolo verso la torre correre, per che egli, e molti appresso di lui, correndo, con una mazza ferrata in mano gli sopravenne crucciato molto e pieno d'ira; e quasi furioso nol corse a ferire dicendo: - Ahi, villano giovane, e oltre al dovere ardito, vago più di vituperevole morte che di laudevole vita, quale arroganza t'ha tanto sospinto avanti, che in mia presenza alla torre ti sia appropinquato? Io non so quale iddio delle mie mani la tua vita ha campata: tirati indietro, villano! -.
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Filocolo udendo queste parole e vedendosi intorniato da molti, e ciascuno presto per ferirlo, quasi tutto smarrì, dubitando di morire, e volontieri vorria allora essere stato in altra parte. Ma ricordandosi di Biancifiore rinvigorì, e, riprese le spaventate forze, umilemente così rispose: - O signor mio, perdonami, che non per mio difetto questo è avvenuto, né per malizia ho contro a tua signoria offeso: la dura bocca del mio cavallo di questo m'ha colpa, il quale assai lontano di qui correndo si mosse, né per mia forza tener lo potei infino a questo luogo: al quale venuto, maravigliandomi de' sottili lavorii, non potei fare che io non mi appressassi ad essi per vederli, non credendo a te dispiacere. Tutta fiata se io ho fallito, nelle tue mani mi rimetto: fa di me secondo il tuo piacere -.
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Sadoc rimirava fiso Filocolo, e umiliato ascoltando le sue parole nelle sue bellezze simile a Biancifiore l'estimava, e avendolo udito così benignamente parlare, gli disse: - Giovane, monta a cavallo -. Filocolo presto salito in sul suo palafreno, dietro a Sadoc reverente andava. A cui Sadoc disse: - Dimmi, giovane, se tu se' cavaliere o scudiere, e di che parte, e quello che quinci andavi faccendo quando il tuo cavallo qui contra tua voglia ti trasportò -. A cui Filocolo rispose: - Signore, io sono un povero valletto d'oltra mare, il quale prendo diletto in andare il mondo veggendo; e udendo la gran bellezza di questa torre narrare, essendo io da Rodi mosso per vedere Bambillonia, qui per vederla ne venni. E ora inanzi quando il mio cavallo qui mi trasportò, tornava con un mio falcone pellegrino da mio diporto, il quale avendolo ad una starna lasciato, e egli non potendola prendere al primo volo, sdegnato in su questa torre se ne volò, e richiamandolo io, il palafreno, temendo il romore, a correre si mosse, qui recandomi come mi vedeste -.
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Mentre che costoro così parlando andavano, pervennero alla gran porta della torre, e entrati in essa dismontarono. E avendo il castellano le belle maniere di Filocolo vedute, imaginò lui dovere essere nobile giovane. Per la qual cosa quivi assai l'onorò, e dopo molte parole gli disse: - Giovane, la somiglianza che tu hai d'una donzella che in questa torre dimora, chiamata Biancifiore, t'ha oggi la vita campata: di che siano lodati gl'iddii, che la mia ira mitigarono com'io ti vidi, la qual cosa rado o mai più non avvenne -. Di questo il ringraziò assai Filocolo, sempre a lui offerendosi servidore, e similmente a quella giovane la cui simiglianza campato l'avea, se egli la conoscesse. E dopo questo entrati in molti e diversi ragionamenti, a Filocolo andò l'occhio in un canto del luogo dove dimoravano, ove egli vide uno scacchiere nobilissimo e ricco appiccato; il qual veduto, disse: - Sire, dilettatevi voi di giucare a scacchi, che io veggio sì bello scacchiere? -. Rispose Sadoc: - Sì, molto, e tu sai giucare? -. A cui Filocolo rispose: - Alquanto ne so -. Disse allora Sadoc: - E giuchiamo infino a tanto che questo caldo passi, che tu possa alla città tornare -. - Ciò mi piace molto, signor mio - rispose Filocolo.
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Fece adunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti e venire lo scacchiere, e l'uno dall'una parte e l'altro dall'altra s'asettarono. Ordinansi da costoro gli scacchi, e cominciasi il giuoco, il quale acciò che puerile non paia, da ciascuna parte gran quantità di bisanti si pongono, presti per merito del vincitore. Giuocano adunque costoro, l'uno per guadagnare i posti bisanti, l'altro per perdere quelli e acquistare amistà . Filocolo giucando conosce sé più sapere del giuoco che 'l castellano. Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l'uno de' suoi rocchi e col cavaliere, avendo il re alla sinistra sua l'uno degli alfini; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi, e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giucare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco, e nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo che egli matterà Filocolo dove Filocolo avria potuto lui mattare, e dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattò, a sé tirando poi i bisanti; e ridendo disse: - Giovane, tu non sai del giuoco -, avvegna che ben s'era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de' bisanti l'avea sofferto, infignendosi di non avedersene. A cui Filocolo rispose: - Signor mio, così apparano i folli -. Racconciasi il secondo giuoco, e la quantità de' bisanti si radoppiano da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno. Il castellano niuno buon colpo muove ch'egli non dica: - Giovane, meglio t'era il tuo falcone lasciare andare che qua seguirlo -. Filocolo tace, mostrando che molto gli dolgano i bisanti: e avendo quasi a fine recato il giuoco, e essendo per mattare il castellano, mostrando con alcuno atto di ciò avvedersi, tavolò il giuoco. Conosce in se medesimo il castellano la cortesia di Filocolo, il quale più tosto perdere che vincere disidera, e fra sé dice: - Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch'io mai ne vedessi -. Racconciansi gli scacchi al terzo giuoco, accrescendo ancora de' bisanti la quantità ; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: - Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza de' tuoi iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né, come hai infino a qui fatto, non mi risparmiare -. Filocolo rispose: - Signor mio, male può il discepolo col maestro giucare sanza essere vinto; ma poi che vi piace, io giucherò come io saprò -. Incominciasi il terzo giuoco, e giuocano per lungo spazio: Filocolo n'ha il migliore: il castellano il conosce. Cominciasi a crucciare e a tignersi nel viso, e assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. E quanto più giuoca tanto n'ha il peggiore. Filocolo gli leva con uno alfino il cavaliere, e dagli scacco rocco. Il castellano, per questo tratto crucciato oltre misura più per la perdenza de' bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: - Signor mio, però che usanza è de' più savi il crucciarsi a questo giuoco, però voi men savio non reputo, perché contro gli scacchi crucciato siate. Ma se voi aveste bene riguardato il giuoco, prima che guastatolo, voi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi. Credo che 'l vedeste, ma per essermi cortese, mostrandovi crucciato, volete avere il giuoco perduto, ma ciò non fia così: questi bisanti sono tutti vostri -. E mostrando di volere i suoi adeguare alla quantità di quelli del castellano, ben tre tanti ve ne mise de' suoi, i quali il castellano, mostrando d'intendere ad altre parole, gli prese dicendo: - Giovane, io ti giuro per l'anima del mio padre, che io ho de' miei giorni con molti giucato, ma mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse se non tu, né similmente più cortese giovane di te trovai ne' giorni miei -. Filocolo rispose: - Sire, di cortesia poss'io molto più voi lodare che voi me, con ciò sia cosa che io oggi per la vostra cortesia la vita n'aggia guadagnata. -
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Le parole in diversi ragionamenti tra costoro multiplicano, e il giorno se ne va: per che Filocolo, veggendo il sole che cercava l'occaso, li parve di partirsi, per che egli disse: - Signor mio, e' mi si fa tardi d'essere alla città : però quando vi piaccia, con licenza vostra mi partirò -. Il castellano, che già della piacevolezza di Filocolo era preso, disse: - Cortese giovane, se non fosse che l'andare per queste parti di notte è per molte cagioni dubbioso, tu ceneresti meco questa sera; ma io ti priego che per amore di quella cosa che tu più ami, che domani tu torni a mangiare meco -. A cui Filocolo rispose: - Sire, per l'amore di voi, e per quello di colei da cui parte scongiurato m'avete, io non posso niuna cosa che in piacere vi sia, disdire; il comandamento vostro sarà fornito: rimanete adunque con la grazia degl'iddii -. - Gli iddii ad ogni tuo disio sempre siano favorevoli - rispose Sadoc. E Filocolo, salito a cavallo e da Sadoc partitosi, alla città in parte contento se ne tornò.
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Come egli alla città fu pervenuto, e smontato all'ostiere di Dario, l'ora essendo già tarda, trovò Dario e Ascalion e gli altri tutti attenderlo, i quali, come il videro, lieti gli si fecero avanti, dicendo: - Assai ci hai oggi fatto avere di te pensiero; dove se' tu tanto dimorato? -. - Nelle mani della fortuna - rispose Filocolo, - la quale non così nimica m'è com'io reputava, ma forse de' miei danni pietosa, mi comincia a mostrare lieto viso ne' nostri avvisi, e sì fatto principio in quello che divisammo ho avuto, che appena ch'io ne possa altro sperare che grazioso fine -. E chiamati Dario e Bellisano e Ascalion in una camera, ciò che avvenuto gli era loro narrò. Lodano costoro gl'iddii, e a Dario piace tale cominciamento e consigliali l'andare a mangiare con lui e l'essergli cortese, dicendogli che d'oro e d'avere non dubitasse, che, poi che 'l suo donato avesse, quanto egli n'avea in suo servigio ponesse sicuramente, ricordandogli che con discrezione proceda, ad ogni uomo celando il suo segreto, fuori che al castellano, quando luogo e tempo gli parrà . Ringrazialo Filocolo: prendono il cibo e vannosi a posare. Ma gli altri dormono e Filocolo ferma nella mente con molti ragionamenti ciò che al castellano dee dire, e quello che con lui vuol fare, e che movimento deggia il suo essere a dovergli narrare il suo segreto. Molte vie truova, e ciascuna pruova in se medesimo, e le migliori riserba nella memoria. Poco abandonano la notte le sollecitudini lo 'nnamorato petto, e la notte, che già m...
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