IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga - pagina 10
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Elena invece discorreva tranquillamente col Barone, tutto occupato di lei, colla frusta ritta come un cocchiere, sorbiva il suo gelato guardando i curiosi, assisa naturalmente sull'alto cocchio come su di un trono, coll'ombrellino sulla spalla, rispondeva con un lieve chinar di capo alla presentazione che le faceva don Peppino dei primarii del paese venuti dal casino a far circolo intorno al legno, a testa scoperta.
Soltanto le narici delicate di lei si dilatavano di tanto in tanto, e al marito che le domandava se si divertisse, rispondeva di sì, di sì, chinandosi verso di lui, cogli occhi lucenti - il suo sorriso non era stato mai così grazioso.
Quando ritornarono indietro, a sera, ella non disse più una parola, stretta nel suo scialletto.
Guardava la vasta pianura che si addormentava, le colline sfumate in un nembo di vapori azzurrognoli, su cui si spegnevano gli ultimi raggi del sole dorati nelle nuvole bianche, aspirando avidamente i vigorosi profumi dell'autunno, assorta, in mezzo al cicaleccio delle sue compagne, nel ronzio misterioso che fanno gli insetti al cader della sera, nel trillare dei grilli lontani che davano un che di sconfinato alla campagna.
La prima parola che le rivolse il marito la scosse bruscamente come da un sogno.
Il barone tornò spesso alla Rosamarina, a far visita alla signora Elena, a bere il rosolio sotto il pergolato, a cacciare la beccaccia nel vallone.
A poco a poco diveniva disinvolto, ed anche Elena, che si abituava alle maniere ed alle mode della provincia, andava familiarizzandosi con lui.
Scopriva che egli era un buon giovane, in fondo, semplice e bravo all'occorrenza, generoso e servizievole.
Fra i signorotti e le dame del vicinato che formavano la società della Rosamarina egli era il gallo della Checca, gli uomini gli facevano la corte come una signora, e le donne se lo mangiavano cogli occhi.
Coll'Elena sola egli era ancora timido, chinava il capo ai menomi capricci di lei, lusingava in tutti i modi la sua vanità, le esprimeva la sua adorazione nel modo che un seduttore raffinato avrebbe solo stimato opportuno con lei, cercando di vederla il più che poteva, standole vicino in silenzio, cogli occhi sul lembo della sua veste, seguendola come un cane.
Ella diceva: - È un buon ragazzo! - e si metteva a ridere stringendosi nelle spalle.
Però non lo evitava più colla stessa indifferenza; alle volte accettava il suo braccio, andando per la viottola, si faceva accompagnare pei sentieri del giardino, lo riceveva sotto il pergolato, chiacchierando di tutto, cogliendo insieme i più bei fiori pel vaso della mensa, facendosi aiutare nello scegliere la lana per un tappetino che destinava al marito.
Spesso, quando organizzavano coi vicini una qualche scarrozzata nei dintorni, ella aveva il capriccio di guidare i cavalli accanto a don Peppino, ritta sul seggio, coi piedini posati arditamente sulla panchetta, tenendo una sigaretta fra le labbra, raggiante, e si voltava di tanto in tanto verso il marito e la compagnia, esclamando: - Va bene? va bene? - con una voce vibrante senza saperlo di voluttà, di una gioia fanciullesca.
Il Barone stava tutt'occhi alle teste dei cavalli, faceva sentire la sua voce; di tanto in tanto posava la mano su quella di lei per dare una trinciata di morso, era costretto a premere qualche volta col ginocchio le ginocchia di lei strette nel vestito attillato.
Una sera, nella vasta pianura già velata di ombra, mentre il gracidare delle rane spandeva come una larga malinconia, egli raccolse un fiore campestre che le era caduto dal petto, e se lo portò alle labbra.
Elena aggrottò le ciglia, e per tutta la sera fu di un umore orribile.
Suo marito non le aveva mai visto quegli occhi sotto quelle sopracciglia aggrottate e quasi congiunte; né aveva mai sospettato quanta violenza di malumore ci potesse essere in quel carattere.
Ma la moglie, mentre risalivano la viottola, sotto i rami intrecciati come una volta, stringendosi al petto il braccio di lui, gli disse:
- Io ti voglio un gran bene, sai!
D'allora in poi, né scarrozzate, né gite nei dintorni, né partite di piacere.
Elena lasciò cascare persino l'invito che aveva fatto la baronessa di andare a passare il San Martino in casa sua.
Sembrava in collera con don Peppino che aveva interrotto bruscamente i suoi piaceri fanciulleschi.
Ella continuava a riceverlo perché non poteva fare altrimenti, per non dare nell'occhio, ma tutti s'accorgevano del suo mutamento; e il Barone stava davanti a lei come uno scolaretto, a testa bassa, tanto che finì col diradare le visite.
Però era sempre a ronzare lì intorno, colla cacciatora di velluto e lo schioppo in spalla.
Elena lo vedeva da lontano, fra i cespugli della Rocca, o sui greppi vicini, e seguitava a chiacchierare col marito, o a lavorare sotto il pergolato, senza alzare il capo.
Però le si leggeva nel sorriso che si arrestava all'angolo della bocca, nella ruga che si disegnava rapidamente fra le sue sopracciglia, in certo imbarazzo dello sguardo, come una vaga preoccupazione, una sfumatura d'inquietudine.
E, cosa strana, guardava alle volte Cesare che era sempre vicino a lei delicatamente affettuoso, con una certa timidezza carezzevole e femminina nelle sue espansioni.
Ella sembrava dirgli storditamente:
- Cosa te ne importa? Dimmi che cosa te ne importa?
E la sua voce si animava di una sorda vibrazione.
Una sera che c'era stata più gente, suo marito dovette andare a cercarla sulla terrazza, dove stava appoggiata alla ringhiera, imbacuccata in uno scialle, assorta nella contemplazione della Rocca che si levava come un'ombra gigantesca e minacciosa, là di faccia.
Ella trasalì leggermente al sentirselo vicino, e gli piantò in faccia quegli occhi strani.
- Ah! finalmente! disse: - È un'ora che ti aspetto!
Ella sentiva per quel cuore amante e delicato una tenerezza capricciosa e dispotica.
Rivolta verso di lui, colle labbra strette, bianca come un fantasma, a quel chiarore incerto, lo guardava con degli occhi che corruscavano di tratto in tratto, quasi per l'irrompere di una scarica elettrica, come non sapesse ella stessa il sentimento che suo marito le ispirava.
All'improvviso afferrò la fronte di lui colle due mani, e la baciò.
Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta.
Allorché se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe voluto lasciarla più, sentiva una specie di sgomento, come la prima volta che Elena si era abbandonata a lui, nella via scura.
- Che hai? ripeteva Elena.
Dillo a me!
Allora, egli cercando cosa avesse, trovava la vaga angoscia che offuscava tutta la sua felicità.
Le parlava di sua madre inferma, della sua casa, dalla quale era bandito.
Elena, colle ciglia aggrottate, non rispondeva, passeggiando al buio pei sentieri del giardino, in mezzo alle lucciole che sprizzavano scintille fra le tenebre, e di tanto in tanto gli si stringeva contro il braccio, quasi pel trasalire di una commozione inesplicata.
- Per me! per me! - Ma allora si irrigidiva a un tratto come pel corruscare di una sorda irritazione.
Camminava assorta, fissando le tenebre, ascoltando vagamente il vento autunnale che gemeva nella gola del vallone, e faceva mormorare il giardino a guisa di un mare, e Cesare non scorgeva quella ruga sottile e fuggevole che si disegnava in mezzo alle sopracciglia di lei, né l'inspirazione avida che le faceva bere l'aria fredda della notte colle narici palpitanti, colle labbra turgide e semiaperte, con un anelito vigoroso del petto che somigliava molto ad un sospiro.
E se egli la interrogava:
- Nulla! rispondeva con quell'aggrottare di sopracciglia.
- Tu non mi vuoi bene.
Non so.
Mi pare che dovrebbe essere altrimenti.
Alle volte però, impietosita dall'afflizione che scorgeva nei lineamenti del marito gli diceva:
- Non mi vuoi bene?...
Non mi vuoi bene quanto ne vuoi a tua madre?...
Non ti basto io?...
Gli abbandonava il capo sull'omero, con una brusca risoluzione accarezzandolo coll'anelito e col suono della voce, cedendo alla tentazione istintiva di provare su di lui il suo fascino irresistibile, coll'occhio fisso, intento a qualcosa che capiva e vedeva soltanto lei.
In quel tempo i vicini avevano fatto ritorno ad Altavilla, e il barone venne a congedarsi.
Elena lo vide così stravolto in viso, così imbarazzato, che di tanto in tanto saettava su di lui alla sfuggita un'occhiata acuta, accompagnata da un sorriso sardonico che le contraeva l'angolo della bocca.
Don Peppino chiacchierava col marito di caccia, di affari di campagna, di pettegolezzi municipali.
Ella si scaldava al sole di novembre dietro i vetri, agghiacciata dal primo freddo, dondolando il piede, pigliando pochissima parte alla conversazione e quel poco dedicandolo quasi esclusivamente a suo marito.
Don Peppino aveva chiesto se si fermassero ancora qualche tempo in villa, Elena aveva risposto:
- Finché mio marito vorrà starci io non mi annoierò di certo.
Il marito dovette andare a prendere una lettera che aveva preparato per sua madre, e che don Peppino si era offerto di recapitare.
Rimasta sola col barone, Elena riprese vivamente la conversazione, quasi temesse di lasciarla languire.
Ma il suo interlocutore non l'ascoltava più, quantunque tenesse gli occhi fissi su di lei, facendosi sempre più smorto.
Tutt'a un tratto, con voce malferma le chiese:
- Mi avete perdonato?
- Che cosa? rispose Elena tranquillamente.
Egli non insistette, fece per alzarsi, ricadde sulla sedia.
Infine le prese la mano, sinceramente commosso.
- Ci lasciamo amici? dite?
- Perché non dovremmo lasciarci amici? esclamò Elena, ritirando adagio adagio la mano.
- Mi permettete dunque di venire a trovarvi.
Ella si fece seria in viso, e stava per rispondere no.
Ma la parola le parve troppo dura.
Sentì per istinto di donna come fosse anche compromettente.
- Noi ci fermeremo appena qualche giorno prima di tornare in città.
Avrò tutta la casa sottosopra.
Non so nemmeno se riceverò.
Don Peppino si alzò contegnoso, un po' triste, nel momento in cui rientrava il marito, prese la lettera, salutò la signora, che gli stese la mano, e partì.
Il barone s'era incaricato pure di una lettera di Cesare pel notaio, il quale il giorno dopo era passato dalla Rosamarina, andando al suo podere, ed Elena aveva visto che si erano messi a discorrere con suo marito sulla porta del palmento, accanto alla mula che brucava l'erba fra l'acciottolato.
Il notaio si stringeva nelle spalle, guardava il casamento dall'alto al basso, andava a misurare i muri colla sua bacchettina, dimenava il capo, e l'altro gli andava dietro, mogio, parlando basso, quasi supplichevole.
Infine il notaio si arrampicò di nuovo sulla mula, facendo ohi! e là, dall'arcione che gli arrivava al petto: - Non val tanto; credete a me che me ne intendo.
Fate venire anche cento periti, se volete.
Saranno tutte spese buttate.
Questo è un fondo d'economia, da tirarne frutto coi denti.
Vostro padre, buon'anima, c'era affezionato perché era stato il primo pezzo di terra della famiglia.
Ma del resto fate bene a venderlo, giacché avete dei debiti.
Se no, ve lo mangiano!
Egli raccolse le redini, e s'avviava passo passo per la scesa della viottola, dondolando sulla sella, senza dar retta all'altro che gli andava dietro, continuando a parlargli sottovoce.
Sì, diceva il notaio, - sì, son tutte chiacchiere.
Ma vostro zio non vuole sentir nulla.
Vi ha dato il fondo, e la parte di casa che vi spettava dell'eredità di vostro padre, tre stanze.
Ci ha fatto a sue spese la scala, da una delle finestre.
Così, se volete vendere subito la Rosamarina, avrete dove stare, sin che non tornate in città.
Elena era stata a sentire tutto dal balcone.
Appena suo marito le comparve dinanzi, disse:
- Vendi la Rosamarina?
Cesare balbettò una risposta evasiva.
Ma ella più ferma di lui, soggiunse:
- Sarà meglio, giacché hai dei debiti, e la Rosamarina non rende nulla.
Ora è finito il tempo della villeggiatura, bisogna avere anche di che istallarci in città.
- Non osavo dirtelo, perché credevo ti ci fossi affezionata.
Ella rispose colla solita scrollatina di spalle.
- Non importa.
Giacché bisogna vendere è meglio farlo subito.
Da quel momento divenne tutt'a un tratto completamente estranea e indifferente a quella bella natura che l'aveva fatta andare in estasi di ammirazione, appoggiata al balcone, o sdraiata sull'erba.
Gettava via con noncuranza le ultime rose intristite che suo marito andava a cercarle al riparo degli alti aranci.
Sbadigliava nelle stanze, dietro i vetri ermeticamente chiusi.
La campagna, di un verde più cupo nelle parti boscose, andavasi scolorando nella pianura solcata da lunghe fila d'uccelli neri, sotto un cielo grigio, macchiato dalle case nerastre del paese.
Ella doveva subire potentemente quel mutamento.
Ripeteva: - Quando partiremo?
Suo marito voleva farle osservare che era meglio aspettare l'esito delle pratiche intavolate dal notaio.
Ma Elena rispondeva:
- Qui non c'è più nessuno.
Non mi ci posso vedere, ora che dobbiamo vendere il podere.
- Non avremo dove abitare.
L'hai sentito.
Appena tre stanze.
- Che importa? Per quel che dobbiamo starci!...
A lui stringeva il cuore di andare ad abitare accanto ai suoi, coll'uscio murato, di salire e scendere per quella scaletta esterna adattata al balcone, senza vedere alcuno dei suoi.
Gli pareva ora veramente di esser il Figliuol Prodigo, sentiva la collera fredda e implacabile di quello zio che l'aveva idolatrato alla sua maniera calma, dietro quei vetri inesorabilmente chiusi.
Elena, appena giunta in paese, era andata a far visita ai Goliano, ai Brancato, a tutte le amiche della villeggiatura, che l'avevano ricevuta impalate su divani pompejani, duri come banchi di pietra, in vecchi saloni saccheggiati, mobigliati soltanto di stemmi giganteschi, dove si sentiva l'odor delle scuderie sottoposte, sciorinando ad ogni momento la litania delle loro parentele aristocratiche e dei loro possessi, saettando alla sfuggita sguardi velenosi sulle sue eleganti toelette nuove da sposa, e ad ogni suo atto da cittadina.
Ella, dopo che ebbe fatto passeggiare per tutte le stradicciuole di Altavilla le sue belle toelette nuove, davanti ai curiosi che si affacciavano agli usci, cominciò ad annoiarsi nel suo salottino, che aveva messo in ordine alla meglio con quattro gingilli ed un po' di stoffa, aspettando il ricambio delle visite che non venivano, mentre suo marito correva dal notaio e dall'agrimensore, leggiucchiando dietro i vetri, colla prospettiva della piazza deserta e allagata di fango, e del casino di conversazione, dove i primari del paese correvano a rintanarsi in fretta, sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati.
Ella vedeva sempre don Peppino sulla porta del casino, il quale guardava anche lui la pioggerella fina che cadeva inesauribile, con una grande aria di melanconia in tutta la sua persona .
Suo marito tornava a casa tardi dalla Rosamarina, le domandava scusa se era stato costretto a lasciarla sola tutto quel tempo, le domandava se si fosse annoiata di soverchio.
L'abbracciava sempre colla stessa tenerezza come se fosse la prima volta; le diceva che con lei era felice, e non pensava ad altro; le accarezzava i capelli e le baciava l'omero.
Ella si lasciava abbracciare distrattamente, collo sguardo vagabondo, rispondeva che era felice anche lei, ma cominciava a far freddo colà.
S'irritava ad ogni nuova difficoltà che incontrava la vendita, e ritardava la partenza.
Oramai si sentiva scacciata dal paese, insultata da quelli stessi che erano andati a divertirsi nella sua campagna, ed a bere il suo vino.
Allora, aggrottando le sopracciglia, diceva:
- Alla fin fine, se tu avessi sposata una serva, i tuoi parenti non avrebbero potuto far peggio!
Un giorno il marito commosso, quasi colle lagrime agli occhi dal giubilo, la pregò di affacciarsi alla finestra che dava nel cortile, perché sua madre voleva conoscerla dal finestrino dirimpetto.
Elena accondiscese senza esitare, ma egli lesse tale ironia sottile nella sua premura che credette di dover aggiungere:
- Sai, quella povera donna è fra l'incudine e il martello.
Mio zio è ostinato, ma è il sostegno della famiglia!
E le teneva le mani, fermandola un momento, fissandola cogli occhi lustri, palpitante.
A lei non piacevano quelle debolezze sentimentali.
Ritrasse le sue mani e andò alla finestra.
La suocera aspettava nascosta nel vano dello spiraglio di faccia, col viso pallido, e dietro alle sue spalle curve si vedevano le faccie timide e curiose delle figliuole, che volevano conoscere la cognata.
Elena fece una graziosa riverenza, come se l'avessero presentata alla suocera nel salone del municipio, e la madre alzò la mano per benedirli, lei e il figliuolo, il quale si sentiva piegar le ginocchia e stringere il cuore, mentre sua moglie salutava leggiadramente.
Ei tenendo la testa di Elena fra le mani, dopo averla baciata in fronte, mormorò:
- Povera mamma! anch'essa ti vorrebbe bene!
- Io non ci ho colpa, rispose Elena freddamente.
Altre volte ella osservava anche sorridendo che era un'intrusa, nella famiglia e nel paese, con un sorriso amaro che si fermava e durava nell'angolo della sua bella bocca.
Finalmente chiese a suo marito:
- Perché non vengono a restituirmi la visita i Goliano, e i Brancato?
- Lasciali stare! borbottò suo marito.
Son villani superbiosi!
- Anch'io sono superba, disse Elena secco secco.
E non cessava dal ripetere:
- Spicciati a conchiudere questo affare della vendita.
Mille lire dippiù o di meno non fanno nulla.
L'importante è tornar presto in città e che tu ripigli la professione.
Egli rispondeva che era in trattative con Brancato, il vicino, il quale se odorava la premura di vendere l'avrebbe menato per le lunghe, onde strozzarlo.
- Ah! esclamava Elena.
È così? Che bella gente!
In questo mentre ingannava il tempo coi preparativi della partenza, faceva e disfaceva i bauli, poi tornava a sbadigliare dietro i vetri del balcone, a guardare la pioggerella fina d'autunno che cadeva sempre.
Ogni volta vedeva il barone piantato sulla porta del casino, si sentiva attratta insensibilmente verso di lui dalla monotonia di quella vita che li accomunava nella stessa noia; gli era quasi grata, inconsciamente, della compagnia che egli le teneva da lontano, nelle lunghe ore malinconiche in cui aspettava sola a casa il risultato degli andirivieni di suo marito, di occupare, in certo qual modo, la sua attenzione.
Gradatamente s'interessava ai suoi gesti, al suo modo di vestire, all'aria del suo volto, all'uggia che doveva mettergli in corpo quel tempaccio, ai pensieri che doveva ruminare per occupare la mente; e in fondo a quei pensieri, vedeva se stessa, la simpatia che le aveva mostrato quell'uomo scappellato da tutti, in quel paese che a lei faceva fare anticamera, che la trattava da eguale soltanto in campagna, dove può permettersi delle familiarità anche con dei subalterni.
Questa idea la faceva arrossire di sdegno ogni volta che vedeva passare il signor Goliano, o il signor Brancato, sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati, e facevano tanto di cappello al barone, il quale rispondeva soltanto con un cenno amichevole del capo.
Allora delle tentazioni strane le brulicavano nel cervello.
- Ma spicciati! diceva a suo marito.
Tu non ne vieni mai a capo.
- Oggi abbiamo un'altra offerta dal Goliano, ma non vuole arrivare ai settemila
- Tu ti lasci soprastare dai Goliano e dai Brancato.
E sei un uomo di legge!
Il barone, aveva preso gusto a fare la sentinella, e a poco a poco s'era scaldata la testa.
Alla Rosamarina era ancora una ragazzata, il contagio dell'allegria spensierata e della grazia seduttrice di lei.
Ora, dietro i vetri del balcone, nella tristezza delle giornate piovose, la vista di Elena assumeva un che di malinconico e d'interessante che non gli si levava più dal pensiero.
Egli passava i giorni sulla porta del casino anche dopo che era tornato il bel tempo; passeggiava la sera per la piazza dinanzi la casa di lei, quando Cesare non c'era.
Elena cominciava a sentirsi preoccupata di quell'uomo che pensava continuamente a lei, che era sempre lì intorno, a spiare ogni suo movimento, nascosto dietro l'angolo di una viuzza, nel vano di una porta, come un innamorato di quindici anni, e indovinava i momenti crudeli che colui doveva passare ogni volta che suo marito tornando dalla campagna, nel buio del balcone dov'ella aveva voluto aspettarlo, la baciava sui capelli e sulle mani.
Nelle sere di luna, vedendo quell'ombra nella piazza solitaria e inondata di luce pallida, le tornavano in mente le canzoni e le aspirazioni indistinte dei sedici anni, quando alla primavera aveva sentito battere il cuore verso qualche cosa che non aveva raggiunto mai, e le aveva lasciato una malinconia e un rancore di promessa delusa.
Una di quelle sere che Cesare tardava a tornare più del solito, levando gli occhi a caso sulle finestre di fianco abitate dallo zio canonico, che le tenevano il broncio, vide un uomo che non conosceva, nero, nel vano luminoso del balcone, il quale la spiava, pallido e impassibile.
Allora tutta la sua fierezza si ribellò in un lampo.
Si rizzò in piedi, rossa come se l'avessero schiaffeggiata, senza pensare a suo marito che doveva arrivare da un momento all'altro, e fece segno a quell'uomo che passeggiava nella piazza di salire.
Don Peppino entrò, pallido come un cencio, cercando la prima parola.
Ma ella era infuocata in viso, le si leggeva in volto una strana risoluzione, e se aveva le mani tremanti, la voce era ferma.
- Signore! - gli disse.
- Qui, nella casa accanto, c'è un uomo che ci spia.
Avete visto?
Don Peppino voleva balbettare qualche cosa.
Ma Elena l'interruppe:
- Ditemi se è lo zio di mio marito.
- Sì, disse il Barone.
- Tanto peggio per lui! esclamò allora Elena bruscamente.
Vi ho chiamato perché avevo bisogno di parlarvi.
Don Peppino fuori di sé dalla sorpresa e dalla gioia stava per recitare la sua parte.
Le diceva colle mani giunte e l'accento sincero e commosso, che l'amava come un pazzo, l'aveva amata sin da quando l'aveva conosciuta alla Rosamarina e amava per lei quei luoghi dove l'aveva vista.
Che non poteva più vivere senza sapersi amato da lei, ora che ella gli aveva detto una buona parola, che l'avrebbe seguita a Napoli, in capo al mondo.
Elena a misura che si rimetteva andava facendosi sempre più pallida.
Chinava il capo come per mettersi in difesa, fissava su di lui gli occhi profondi, diffidenti, quasi corrucciati.
- No! gli disse con voce sorda.
Restate dove siete, non mi seguite, non fate altri scandali.
Vi ho chiamato per dirvi che non vi amo, e che voglio amare soltanto mio marito.
Il barone se ne andò barcollando, e sulla scala s'incontrò col marito.
Questi vedendo Elena così sconvolta, le chiese:
- Che hai?
Ella non rispose, poi, dopo un pezzetto, gli annunziò:
- Il barone è venuto a farmi visita, sai?
Don Peppino, sentendo che la Rosamarina era in vendita, andò dal notaio e offrì diecimila lire.
A sua madre che voleva impedire quella prodigalità rispose:
- È un capriccio, lo so, lasciatemelo soddisfare.
Alla Rosamarina v'è la caccia più abbondante del territorio.
Poi ho impegnata la mia parola.
Goliano e Brancato, come seppero che l'acquisto che avevano maturato con tante lungaggini sfumava loro di mano, fecero un casa del diavolo, dicendo che il barone spendeva diecimila lire per comprarsi la grazia del venditore.
Il notaio diede questo consiglio:
- Lasciateli dire, è il dispetto che li fa parlare, quando il contratto sarà firmato si rosicheranno le mani.
Cesare arrivò a casa con tal viso che Elena domandò subito:
- Cos'è stato?
- Il barone ha offerto diecimila lire della Rosamarina, rispose il marito.
Elena rimase immobile, rigida e bianca come una statua di marmo, scrutando profondamente negli occhi del marito coi suoi occhi grigi.
Dopo un istante di silenzio gli chiese con voce lenta:
- E tu?...
Tu che ne dici?
- Nulla, rispose egli seccamente.
Poscia le afferrò le mani con impeto, l'avvinghiò fra le braccia con uno slancio di tenerezza quasi minacciosa.
- Va a firmare il contratto con Brancato, per settemila lire, disse Elena.
- È la miglior risposta.
VII
Don Liborio e tutta la famiglia erano andati ad incontrare gli sposi, in gala, con un gran landò di rimessa.
Donn'Anna inzuppò un fazzoletto di lagrime nell'andare.
Ma eran lagrime di gioia, e avrebbe voluto pianger così anche per l'altra figliuola che se ne stava tranquilla, colle mani conserte sotto il seno, sulla panchetta dirimpetto.
Don Liborio, più padrone di sé, irrigidito nel solino inamidato, si asciugava la fronte col fazzoletto, guardando la sfilata dei viaggiatori che uscivano dal cancello.
Come spuntò Cesare, colla sacca a tracolla, dando il braccio all'Elena elegantissima, gli stese pel primo la mano con un gesto magnanimo che scancellava tutto quel che era stato.
Donn'Anna intanto si abbrancicava alla figliuola, la quale sorrideva, e si aggiustava il cappellino scomposto dalle espansioni materne.
Don Liborio non permise che gli sposi andassero all'albergo, sinché avessero trovato di fare il nido, e li volle tutti a casa.
La sera, appena giunse Roberto, ricominciarono le strette di mano.
Poi ciascuno se ne tornò al suo posto, come al solito.
Elena quasi fosse in visita, coi guanti, lodando tutto, assicurando che sarebbe stata benissimo, pregando Roberto di aiutarla a trovare un quartierino, non troppo grande, un nido, purché fosse in una casa di bell'apparenza, colla scala di marmo.
La Rosamarina e le tre stanze di Altavilla avevano dato novemila lire di netto.
Elena, quando ebbe trovato il nido che cercava, arredò un salotto, una camera da letto, uno spogliatoio, ed uno studiolo pel marito.
Sull'uscio inchiodarono una bella placca d'ottone - Avvocato Dorello - e il marito, nello studiolo nuovo, aspettò i clienti.
In questo tempo Elena era occupatissima a mandare delle partecipazioni alle sue amiche di collegio più in vista, alle conoscenze migliori che aveva racimolate qua e là, e a ricever visite nel suo salottino color d'oro, in mezzo ai suoi ninnoli luccicanti e ai suoi vasi pieni di fiori.
In meno di un mese aveva il suo giorno di ricevimento, il suo taccuino pel giro delle visite, qualche amica che veniva a prenderla in carrozza, gli assidui che aspettavano il suo turno al San Carlo per farsi vedere nel palchetto di lei.
Aveva fatto buona impressione nella società dov'era penetrata, seguita dal marito in guanti grigi.
- Farai delle conoscenze che potranno esserti utili, - gli diceva.
- Magistrati, colleghi illustri; acquisterai dei clienti ricchi che ti metteranno in voga.
E lo lasciava nel vano di una porta, nell'angolo di un divano, accanto a un tavolino di primiera, a soffocare gli sbadigli dietro il cappello, a interessarsi al giuoco che non capiva, a rispondere al chiacchierio vuoto dei conoscenti che passando accanto a lui barattavano quattro parole per cortesia, quando una contradanza improvvisata o un pezzo di musica scacciavano nei vani delle finestre e sotto le cortine degli usci gli uomini serii, deputati provinciali, consiglieri di corte d'appello, avvocati panciuti che si facevano vento col cappello a molle, ammiravano la folla, si lagnavano del caldo, gli spifferavano dei complimenti intorno alla grazia e all'eleganza della sua signora, osservavano che era necessario un po' di svago per uno che ha delle occupazioni serie nella giornata, si meravigliavano come mai non lo vedessero spesso al Tribunale.
Lui, arrossendo, doveva confessare che non aveva affari.
Il suo interlocutore, per cortesia, rispondeva garbatamente che la andava così, quando si voleva mantenere un po' di decoro, in principio di carriera...
A meno di buttarsi in braccio agli albergatori, agli osti, ai sensali di affari, come quelli che fanno la posta a qualche cliente che arriva smarrito dalla provincia.
E finivano col volgere un'occhiata discreta sulla moglie dell'avvocato senza affari, elegante, sorridente, disinvolta al pari di una gran dama, e corteggiata come una regina.
Allorché Elena, appena finito di desinare, correva ad accendere tutte le candele del suo spogliatoio, e si abbigliava per andare a passare la sera a teatro, alla Filarmonica, o in società, il marito rimaneva un po' triste, pensando al tempo in cui ella era tutta per lui, alle serate intime della Rosamarina.
Gli pareva che degli estranei che lo salutavano appena, della musica che non capiva, dei piaceri che non divideva, gli rubassero qualche cosa della sua donna, un pensiero, un'attenzione, qualche momento di allegria, e forse anche di ebbrezza.
Egli provava una voluttà amara ad analizzare, colla delicata percezione della sua natura quasi femminea, quelle sfumature dei sentimenti di Elena che si dileguavano da lui.
Poi, come la vedeva ricomparire in gala, raggiante di sapersi così bella, le sorrideva, affascinato da quel sorriso trionfante di vanità.
Né osava più dire, a lei, sfolgorante di tanta eleganza, che avrebbe preferito andare a passeggio da soli, al buio, ben stretti l'un contro l'altro, misteriosamente, come quella sera in cui per la prima volta erano andati per le strade silenziose tremando, e stringendosi il braccio.
Elena, com'egli le aveva espresso una volta timidamente cotesto desiderio, l'aveva guardato in viso un momento, con lieve aria di sorpresa, poi aveva risposto compiacentemente:
- Sì, come vuoi.
Egli non aveva voluto.
Nelle case dove accompagnava l'Elena, mentre rimaneva a discorrere colle persone serie, non vedeva più sua moglie per tutta la sera che dietro una siepe di abiti neri, nel gruppo più vivace delle stoffe vistose e dei ventagli che alitavano come farfalle, sotto le lumiere scintillanti, nel cerchio che allargavasi attorno alle contradanze improvvisate, accanto al pianoforte, quando provavasi della musica alla sordina, nel circolo ristretto dei privilegiati che si aggruppavano vicino al canapè della poltrona di casa.
Di tanto in tanto, come un getto fresco di allegria, udiva una parola di lei, uno scoppio di risa represso col fazzoletto profumato.
Osservava alla sfuggita, con uno sguardo discreto che voleva parere distratto, la sua testolina fine, bruna e piena di vita, un riflesso della seta della sua veste, un movimento del suo ventaglio o delle sue spalle seminude, la posa leggiadra con cui si appoggiava al braccio del suo ballerino, o l'atteggiamento improntato di diffidenza ironica e graziosa con cui ascoltava il discorso misterioso ed animato che le sussurava sotto il naso un individuo elegante, imprigionandole il vestito colla sua poltrona, piegando verso di lei il petto rigido della camicia e il capo diviso nettamente in due dalla riga irreprensibile.
Egli solo, il marito, il più estraneo di tutti, non poteva prendere il braccio di lei che nell'anticamera, dopo che il corteggiatore più assiduo della serata l'aveva aiutata a indossare la mantellina, sfiorandole coi guanti le spalle nude.
Alcune volte, per quanto ei si sforzasse dissimulare, Elena si accorgeva della sua tristezza nel tornare a casa.
E gli domandava inarcando le ciglia, sinceramente sorpresa:
- Che hai?
Egli arrossiva sotto lo sguardo penetrante di lei.
Sarebbe morto piuttosto che confessare a se stesso la gelosia vaga, dolorosa, umiliante, che tentava di soffocare.
Accusava la noia di passare una serata con gente che non conosceva, la sua indole timida e ritrosa, la preoccupazione che gli dava lo stato d'incertezza dei suoi affari.
Ella non si lasciava illudere, gli leggeva in cuore meglio di come non sapesse egli stesso; gli diceva:
- Che vuoi...
Bisogna fare come fanno gli altri.
Ma son tutta tua, lo sai.
Però aveva bisogno di quella vita, di quel lusso, di quelle seduzioni, se ne inebbriava spensieratamente, senza sospettare il male.
Dopo aver assaporato il trionfo della sua eleganza, della sua bellezza e del suo spirito, quando aveva indovinato vagamente l'ammirazione bramosa corruscante negli occhi ardenti che si posavano sulle sue spalle, l'emozione dalla quale prendevan risalto i complimenti insignificanti che le erano stati rivolti, si buttava al collo di suo marito, gli diceva:
- Come ti amo! - senza accorgersi ch'egli impallidiva a quell'effusione.
Nel salotto dai fiori azzurri tornava ad esser di lui, gli parlava guardandolo nello specchio del grande armadio di mogano che prendeva intera la parete, mentre si svestiva lentamente, al lume delle candele che dorava la bianchezza pallida delle sue spalle e la sottile lanuggine delle braccia bellissime.
Si lasciava accarezzare distrattamente, gli porgeva le labbra e la fronte, e gli diceva: - Ora discorriamo un po' fra di noi.
- Raccontava gli aneddoti della serata, le galanterie che le avevano recitato, sorridendo indifferentemente, con un moto leggiadro delle spalle nude.
Quindi gli stendeva le mani al di sopra del capo, senza voltarsi, come a dirgli: - Di che temi, scioccherello? - E gli domandava se si fosse divertito egli pure, se fosse contento della sua serata, con chi avesse parlato, se avesse trovato qualche cosa.
Trovare! Ella lo ripeteva con una leggerezza incantevole, quasi fosse stata la cosa più facile del mondo, senza accorgersi dell'ombra che la sua domanda metteva negli occhi del marito, o se accorgevasene si faceva a un tratto anch'essa pensierosa, guardandosi seminuda nello specchio con occhi vaghi che sembravano neri come carboni.
Infine si scuoteva con quel moto impaziente delle spalle, si voltava bruscamente verso di lui, per dirgli:
- Non temere.
Ci arriveremo!
Ella parlava di questo avvenire come di uno stato di altre soddisfazioni ed altre agiatezze.
Non sapeva nemmeno che i denari della vigna e della casa sfumavano rapidamente.
Credeva di non spendere altro che le cinque lire dei guanti o della carrozza che l'accompagnava a casa.
Suo marito avrebbe voluto risparmiarle a qualunque costo le sorde angoscie che lo tormentavano, mentre ella rideva e folleggiava in un salone tutto oro.
Per lui solo le meditazioni penose, i tentativi umili, l'andar su e giù per le scale altrui, i batticuori dell'aspettativa, gli scoramenti amari.
- Ch'ella non sappia nulla almeno...
sin che si può! - E non lo sorprendeva la crudele indifferenza di lei riguardo ai loro interessi.
Solamente Elena cominciava a notare che quell'avvenire si faceva aspettare, e che alla moglie del procuratore generale o di un avvocato illustre venivano usati dei riguardi che mancavano a lei, ricercata, corteggiata, con guanti da venti lire alle mani.
Suo marito non ci pensava, lui! E il sorriso di Elena finiva allo specchio, in una contemplazione astratta di se stessa.
Un mattino egli ricevette due righe per la posta.
«Badate a Cataldi! marito esemplare!».
Cataldi era un giovanotto il quale spendeva pazzamente il denaro che non aveva, biondo e delicato come una fanciulla, bel giuocatore, carico di debiti, audace cogli uomini, e cortesemente impertinente colle signore.
Elena sorrideva volentieri con quel pazzo, il quale non cercava di meglio che saldare i suoi debiti, facendosi uccidere in duello, dicevano.
Elena invece, col fazzoletto ricamato sulla bocca, mormorava sorridendo: - Che matto!
Cataldi se lo lasciava dire di buon grado in faccia, ogni volta che l'asserragliava in un cantuccio, nel vano di una finestra, dietro un canapè, a ridosso della coda del pianoforte, dove poteva.
E s'impadroniva del suo ventaglio, del ciondolo del braccialetto, del lembo di un pizzo, senza lasciarsi imporre dai suoi corrucci da bambina o dalla sua collera leggiadra, facendole piegare il capo e arrossire la nuca sotto le sue calde proteste, recitate con una flemma imperturbabile, con una franchezza che aveva del cinismo.
- Via! quando vi risolverete a dirmi che mi amate! Lasciatevi far la corte.
Che temete? Non ci crediamo né voi né io.
Voi non amerete mai, come me.
Voi avete tutti i miei difetti.
Siete insensibile, egoista e vana.
Voi dareste l'anima ed il corpo per conoscere l'amore anche di vista.
Io son l'uomo fatto apposta per voi.
Elena gli dava del ventaglio sulle mani, si turava le orecchie, chinava graziosamente il capo per sfuggirgli, ridendo insieme agli altri che protestavano per lei, e accennavano al marito.
Cataldi alzava le spalle.
- Né lui, né nessuno, - diceva.
- Ella non amerà mai altri che se stessa.
- Il marito alle volte, in mezzo al cicaleccio grave degli uomini serii, nel vano degli usci, e colla destra dentro lo sparato del panciotto, coll'occhio turbato e fisso sul gruppo intorno all'Elena, impallidiva leggermente, e smarriva la risposta.
Senza pensarci un momento, al leggere la lettera anonima, egli andò in cerca dell'Elena che suonava al piano, e gliela porse.
- Questa è della Silvia, disse subito Elena.
- È una cosa secca e brutta come lei.
E siccome il marito rimaneva zitto.
- Ebbene, gli disse, che vuoi fare?
- Io non lo so.
Tu saprai meglio di me.
- Non bisogna badarci.
È una calunnia di gelosa.
- Tu ci credi? brutto!
Ma ella non aveva giammai visto suo marito così pallido.
Improvvisamente si fece rossa come il fuoco.
- Tu ci credi?
Egli esclamò con una voce che Elena non aveva mai udito, guardando stranamente qua e là:
- Ah, no! Elena...
Non ci credo!
- Ebbene? Cosa vuoi che faccia?
- Non lo so.
Non lo so! - ed evitava di guardarla, e la voce gli tremava.
Elena in fondo non si sentiva cattiva.
Si avvicinò a lui pentita, e gli disse:
- Perdonami...
Cosa vuoi che io faccia?...
Vuoi che non esca più la sera? Tutto quello che vuoi lo farò.
- No...
no...
mormorò egli scuotendo tristamente il capo...
Tu non m'intendi...
E con uno sforzo, afferrandole la mano, a viso basso:
- Voglio...
voglio che tu mi ami sempre!
- Ah! cattivo!...
come sei cattivo oggi!...
D'allora in poi andò di rado in società, onde evitare d'incontrarsi col Cataldi.
Questi ogni volta che poteva vederla le diceva:
- Come? mi fuggite! Comincereste ad amarmi diggià?
Elena non era donna da restare imbarazzata per così poco.
Rispondeva:
- Sì, comincio ad amarvi, da lontano.
Più lontano starete e meglio sarà per voi...
E Cataldi imperturbato:
- Tosto o tardi finirete per cedere all'attrazione.
Sapete l'affinità dei simili? Io la subisco diggià!
In prova di che la seguiva da per tutto dove poteva.
Faceva stupire il mondo colla costanza della sua inclinazione.
- Cotesta piccina, dicevano, ha stregato quel farfallone di Cataldi.
Non s'è visto mai così accecato! - Elena stessa diventava schiva a restia a poco a poco.
Non poteva dissimulare un lampo degli occhi, o una fiamma fugace alle gote, o un leggiero palpito delle narici appena lo vedeva comparire dove ella si trovava.
In cuor suo, al vederlo così sottomesso, pensava: - Com'è carino! - E s'irritava che non le permettessero quel trastullo innocente.
Alle volte faceva anche il broncio.
Cataldi le ripeteva:
- Non credo ai vostri sguardi.
Non credo al vostro rossore.
Non credo che mi fuggiate, e nondimeno eccomi accanto a voi, a rendermi perfettamente ridicolo per voi.
Un giorno s'incontrarono a caso ad una serata di musica dove Elena aveva risoluto di non andare perché suo marito faceva il muso lungo.
- Ma all'ultimo momento...
Cataldi la colse sulla gran terrazza che sporgeva sul mare per dichiararle:
- Quando mi direte che mi amate - me lo direte, siatene certa - sarà forse la prima volta in cui amerò davvero, perché non vi crederò affatto.
- Tanto meglio.
Siete avvisato.
Non perdete il tempo dunque.
- Io non ho nulla da fare.
Intanto mi piace misurarmi con voi che siete di una bella forza.
In questo momento un'ombra tagliò il vano luminoso del balcone, e apparve il marito.
Il suo viso sembrava più bianco nell'oscurità.
Egli disse ad Elena con voce calma che l'aspettavano per suonare un pezzo a quattro mani nel salone, e fece un cenno impercettibile onde pregare Cataldi di fermarsi un istante.
Elena stavolta allibì.
Però era una di quelle fragili donnine che hanno una gran forza di dissimulazione.
Faceva scorrere nervosamente intorno ai polsi i suoi numerosi braccialetti mentre spiegavano la musica sul leggio, cogli occhi sul balcone.
Ma quasi subito rientrò suo marito, tranquillo in apparenza come l'aveva visto pochi minuti prima, e Cataldi rimase ad ascoltare sotto le tende, impenetrabile anche lui.
Stavolta fu Elena che cercò di scambiare due parole da solo a solo con lui, dopo che ebbe suonato assai male, mentre duravano gli applausi.
Ella lo fermò in un canto, un po' pallida, facendosi vento col ventaglio, e gli chiese con voce breve e secca:
- Cos'è stato?
- Una cosa assai strana.
Mi ha pregato di lasciarvi in pace.
Così come ve lo dico adesso, tranquillamente e con queste medesime parole.
È una cosa semplicissima, che a nessuno è venuta in mente di dire, e che vi fa rimanere senza risposta.
Il marito invece non le diceva nulla, né lungo la strada, né per tutto il tempo che ella aveva messo a fare la sua toletta da notte con studiata lentezza, sino all'ora in cui egli andava, come di solito a lavorare per un par d'ore.
Allora ella lo fermò sull'uscio, prendendogli le mani, e guardandolo fiso.
- Son sempre la tua Elena! lo sai?
Egli esitò, arrossendo, impallidendo a vicenda, col viso basso.
Ad un tratto le buttò le braccia al collo, e si mise a piangere come un ragazzo.
Piangeva d'amore, di vergogna, di collera e di gelosia.
Piangeva di doverla accompagnare lui stesso nelle feste, in mezzo alla folla, colle braccia nude, colle spalle nude, lui che avrebbe schiaffeggiato chi le avesse detto, vedendola passare: - Com'è bella! - che avrebbe ucciso chi avesse osato sollevare con due dita il velo che copriva le spalle di lei.
Piangeva per quella contraddizione vergognosa, per quella tirannia della corruzione mondana che costringeva lui, il marito, a lasciare la moglie adorata senza difesa, in mezzo alle insidie velate, e alle brame incessanti dei seduttori, sola, perché gli altri fossero più liberi di confessarle col frasario ipocrita tutte le brame oscene che accendeva la sua casta bellezza nella loro fantasia viziosa, coi complimenti sfacciati, cogli sguardi impudichi che la ricercavano sotto le stoffe trasparenti.
E andarsene lontano per non sembrare di voler ascoltare quel che le dicevano, e guardarla alla sfuggita, e se ella arrossiva dover fingere di non accorgersene, e se sorrideva volentieri con un altro trattarlo da amico! Ecco cos'era ridotto a fare lui, il marito, il tutore, l'amante, lui che avrebbe dato tutto il sangue delle vene per lasciarle ignorare l'esistenza del male: ad aiutarla colle sue mani a spogliarsi del pudore, dell'innocenza, ad essere spettatore di tutte le lusinghe che le offrivano a suo discapito, a sentir discutere e dileggiare la fedeltà delle mogli, a sapere che l'uomo il quale le parlava all'orecchio sottovoce le diceva che l'amava più del marito, il bugiardo! mentre doveva lasciarla fra due ore, e andarsene col sigaro in bocca, e avere l'indomani degli interessi e dei pensieri che non erano per lei! E lei l'ascoltava! e gli sorrideva, pur non credendogli una parola, ma per mostrarsi disinvolta, per paura che l'accusassero di non aver spirito, per abitudine di donna avvezza ad esser corteggiata, sicché era di cattivo umore tutta la sera quando l'erano mancate di queste piccole soddisfazioni di amor proprio, ed egli doveva scorgere i suoi trionfi cogli altri nel buon umore che gli dimostrava allorché rimanevano soli.
Ah! - e questo lo spaventava e l'irritava! - ch'egli l'amasse in tal modo, che egli la sentisse così dentro e palpitante nella sua carne, nel suo cuore, in tutto il suo essere, che non potesse più vivere senza di lei! che ormai dovesse amarla ad ogni costo, com'ella avrebbe voluto essere amata.
No, egli non era geloso di Cataldi, né di questo né di quell'altro.
Era geloso di tutto, di tutti quelli che le dicevano quant'era bella; del bisogno che ella provava di sentirselo dire e di veder prostrate ai suoi piedi tutte quelle adulazioni.
Indovinava che egli non le bastava più, che c'era qualcosa di lei che gli si involava ogni giorno, ora per un invito a un ballo, domani per una serata di gala al San Carlo, quando era attesa nei ritrovi, il momento in cui si faceva bella per gli altri, i capelli che adornava, le braccia che scopriva, la veste che non gli era dato sgualcire.
E l'amava sempre, come prima, più di prima, in un modo diverso! E si rassegnava a ciò, e si contentava di quello che ella poteva lasciargli nel suo cuore, nella sua mente, quando aveva pensato: - Piacerò in tal modo a questo o a quell'altro? - e quando il cuore di lei aveva battuto più forte al sentire altre parole che egli non le aveva dette! Non era una cosa abbietta? Non era orribile? Ma l'amava così! Oggi diceva:
- Ella si lascia dire che è amata, ma non ama che me! -domani avrebbe detto: - Ella sorride, ella arrossisce di piacere, ella china il capo lentamente...
Ma poi, quando ritornerà ad esser mia!...
Più tardi...
Chissà?...
chissà?...
Elena aveva chinato il capo, colle sopracciglia aggrottate, indovinando vagamente.
Poi gli fissò gli occhi in faccia, in silenzio, a lungo.
Egli teneva fra le mani il viso pallido.
Poi lentamente Elena gli prese il capo fra le mani, e lo baciò, a lungo, senza dire una parola.
VIII
- E tuo marito?
- Sta bene.
Un po' musone, come al solito, ma di salute sta bene.
Elena col cappellino in testa, e il libricciuolo da messa in mano, andava ogni domenica a far visita alla mamma, seduta sul canapè, senza levare la veletta, elegante persino se metteva un vestito di percallo, diceva donn'Anna; e il vestito di Elena era di seta nera, tutto ricami e fronzoli di conterie che le pesavano sul corpicino delicato, e glielo modellavano artisticamente.
Donn'Anna, cogli occhiali sul naso, palpava il tessuto fitto, il ricco ricamo, con un accennare soddisfatto del capo, e soggiungeva:
- E le cose tue? vanno benone, lo vedo.
Tuo marito ha degli affari?
- Così.
Non molti...
Sai bene...
In principio...
- Non fa nulla.
Tuo padre dice che in quel ragazzo c'è della stoffa buona...
Intanto non ti lascia mancar niente.
Vorrei vedere tua sorella accasata come te.
Quel benedetto ospizio è sempre ad un punto.
E' li trattano come cani quei trovatelli! Roberto dice sempre che a gennaio gli impiegati avranno l'avanzamento non so di quanto, ma è sei anni che lo dice.
Camilla, col libro da messa in mano anche lei, aggiunse:
- Duemila e cinquecento lire.
- Duemila e cinquecento lire! ripeté donn'Anna.
Tuo marito li guadagna in un mese, scommetto.
Tu stai come una regina.
Teatri, conversazioni, ricevimenti.
Non ti manca nulla, figlia mia, che Dio ti benedica.
- Non vado quasi più, mamma.
Esco di rado.
Mio marito preferisce stare in casa.
- Ah! che idee gli vengono in capo a quel benedetto uomo.
Cosa ci state a fare in casa? la muffa? A cosa ti servirà in casa l'educazione che ti ho fatto dare? e mi è costata un occhio! Dimmi la verità.
Tuo marito comincia a diventare geloso?
- No, mamma.
Non ho detto questo.
- Non ci badare.
Tutti i mariti sono così.
Tanti turchi addirittura.
Anche tuo padre, se ci avessi badato...
Loro a divertirsi di qua e di là; ma la povera moglie tappata in casa.
Vedi, lo stesso Roberto, che non può stare un momento lontano da tua sorella, quando sarà suo marito...
Si udì una scampanellata, e arrivò Roberto in persona, con un mazzolino da un soldo, che si tolse dall'occhiello del vestito per aumentarne il valore.
Ma vedendo le due sorelle lì presenti non sapeva come dividerlo.
- Tocca a lei, disse Elena con una smorfietta.
Io son maritata.
- Parlavamo appunto di ciò, aggiunse donn'Anna.
Che voi altri uomini siete tutti premurosi prima del matrimonio, e dopo correte di qua e di là, Dio sa dove.
Anche don Liborio, vedete, il quale non ha nulla da fare, non si vede più in casa.
- Viene tutti i giorni a trovar Cesare, rispose Elena.
Don Liborio andava dal genero ogni mattina, pettoruto, facendo risuonare la mazza sugli scalini di marmo.
S'istallava nello studio, colla fronte tra le mani, scartabellando libracci, pigliando delle note, parlando di scrivere un trattato che sarebbe bastato da solo a spalancargli le porte della fama.
I clienti verranno in seguito, - aggiungeva.
I clienti sono come le pecore.
E si sdraiava nel seggiolone per sviluppare la sua idea, stuzzicandola con grosse prese di tabacco.
Andava dicendo dappertutto:
- Mio genero, l'avvocato, sta scrivendo un trattato di polso, che farà rumore.
Donn'Anna invece predicava che bisognava darsi le mani attorno per acchiappare dei clienti, che stando rinchiuso nello studio non si accorgevano di lui, e gli lasciavano far la muffa.
Dov'erano andati i sogni da ragazza dell'Elena? i castelli in aria fatti al chiaro di luna sul terrazzino, cogli occhi fissi alla finestruola dello studente, nei lunghi silenzi riboccanti di echi di un mondo sconosciuto, allorché l'amante le sedeva accanto nel salottino di via Foria? Ora vedeva ritornare a casa suo marito stanco e disanimato.
Egli le rispondeva col sorriso triste.
Aveva il povero orgoglio mascolino di nasconderle le sue angoscie e di risparmiarle delle pene alle quali ella non poteva arrecare alcun rimedio.
A lei invece la preoccupazione concentrata di lui sembrava egoistica; l'irritava alle volte contro di lui; le pareva della rassegnazione fiacca.
E mentre stavano zitti l'uno di fianco all'altra, gli volgeva alla sfuggita degli sguardi singolari, gli diceva:
- Ci devono essere tante vie aperte per un uomo...
Oppure:
- Se fossi in te mi par che troverei...
I giorni che scorrevano uniformi! Ogni mattina Cesare come apriva il balcone, e si vedeva dinanzi il mare azzurro e scintillante di sole, sentiva rinascere in cuore una vaga speranza, qualcosa che gli faceva baciare come un buon augurio i capelli di Elena disciolti sul guanciale, o la manica della sua veste da camera bianca nella quale ella cominciava ad aggirarsi per le stanzine ridenti, fresca e rosea.
Subiva delle strane superstizioni.
Aveva i suoi giorni fausti, dei segni che gli presagivano bene, se un bambino passava per la strada, se si udiva il fischio della ferrovia, se il vento spingeva al largo il fumo dei piroscafi dentro al molo.
Recitava mentalmente, e a mani giunte, una corta preghiera dinanzi al ritratto della madre che aveva inchiodato sulla parete di faccia alla scrivania, e sull'uscio, di nascosto, prima di uscire, si faceva la croce, come faceva lo zio canonico, mentre Elena andava a mettersi al balcone e pareva che volesse accompagnarlo cogli occhi più che poteva.
- Per lei! mormorava Cesare fervidamente.
Purché Elena non manchi di nulla! Purché non soffra di tali angustie! - Si fermava sulla porta per udire il suono del pianoforte di lei.
La salutava colla mano dalla strada, mentre ella gli sorrideva dal balcone, discinta, languida e abbandonata sulla ringhiera, nella fresca brezza mattutina.
E incontrando Cataldi, che ronzava lì attorno, provando dei cavalli, imbarcandosi in una lancia sottile ed elegante, passeggiando lentamente col sigaro in bocca, e la mazzettina sotto l'ascella, Cesare pensava tristamente fra se stesso:
- Ah! perché non sono come costui!
I procuratori ai quali andava a raccomandarsi lo facevano aspettare in un'anticamera piena di gente.
L'ascoltavano appena, in piedi, distratti, facendo segno a qualcun altro che erano subito da lui, cercando fra le cartacce della scrivania, gli promettevano che all'occorrenza si sarebbero ricordati di lui, e lo congedavano con una stretta di mano calorosa.
Il suo antico maestro, un avvocato in voga sopraffatto dal lavoro in modo che doveva rifiutare dei clienti, gli aveva risposto francamente che aveva già nello studio due giovani senza beni di fortuna, che bisognava aiutare a spingere innanzi in tutti i modi.
Egli aveva accolto l'antico alunno come un padre, gli parlava amichevolmente, e faceva aspettare una folla di gente per discorrere con lui, ma credeva che Cesare non fosse tanto bisognoso quanto i due giovani che proteggeva.
Lo vedeva ben vestito, gli sapeva una moglie elegante.
Cesare non ebbe il coraggio di disingannarlo, e tornò colle gambe ed il cuore rotti nello studiolo, dove il suocero si accaniva ad aiutarlo nel suo lavoro immaginario, sprofondato dietro un monte di libri e di opuscoli, così infatuato dalla sua idea che non si avvedeva dello scoraggiamento e della stanchezza che c'erano negli occhi fissi del genero, nel viso lungo, nelle braccia pendenti.
Elena al sentirsi ripetere continuamente: - Nulla! nulla! - al veder sempre quella fisonomia scorata, sentiva mancarsi d'animo anche lei; l'insuccesso continuo l'indispettiva contro quell'uomo che non sapeva esser forte, che non sapeva lottare, che non sapeva pigliare d'assalto la sua posizione, che cercava di dissimularle la stanchezza del viso, e la preoccupazione fissa dinanzi all'occhio.
Stava ritta sull'uscio, ascoltando sbadatamente il cicaleccio vuoto del genitore, senza aprir bocca.
O al più mormorava:
- Non capisco.
Mi pare che se fossi un uomo saprei trovare!
Don Liborio affermava: - Tuo marito ha ingegno da vendere.
Peccato che gli manchi la fibra!
Elena scrollava il capo.
Infine un procuratore legale, degli infimi, vero «strascina faccende», venne a proporgli un processo importante, diceva lui, una causa di prescrizione in cui erano in giuoco 200.000 lire.
Il poveretto non badò che il leguleio unto e sciamannato gli parlava col cappello in capo; e dopo che l'ebbe accompagnato sino all'uscio, corse ad abbracciar l'Elena per darle la buona notizia, cogli occhi gonfi di lagrime e la voce tremante di gioia.
Elena non divideva quel giubilo sproporzionato, ma ne indovinava confusamente il motivo e si sentiva montare le fiamme al viso.
- Va! va! - ripeteva in preda a un esplicabile turbamento.
- Lasciami sola un momento.
Son fatta così.
Son cattiva! son cattiva! Ma ti voglio tanto bene...
Povero Cesare!
Però l'affare grosso del procuratore «strascina faccende» non fruttò nulla a Cesare, malgrado l'impegno col quale ci si mise.
Il cliente fu condannato a rilasciare il fondo che voleva appropriarsi, e il procuratore, furibondo, per non dargli un soldo, andò predicando dappertutto che Dorello aveva rubata la laurea.
I colleghi si scandolezzarono che egli avesse assunto la difesa di quel processo vergognoso e infruttifero.
Un camerata dell'università, ch'era andato ad esercitare la professione di notaio in provincia, gli mandò una cliente la quale aveva il marito accusato di grassazione, giurando che non poteva pagar più di 25 lire.
Il presidente del tribunale gli assegnò qualche difesa officiosa al correzionale, che lo faceva guardare in cagnesco dall'imputato, il quale si credeva condannato perché era difeso gratis.
Invano si arrabattava nei bassi fondi e nelle anticamere della giustizia, in mezzo a gente cenciosa e colla barba lunga, su e giù per le scale tappezzate di cartacce sudicie, nella folla dei causidici e dei litiganti ansiosi.
- Quello è il tuo campo di battaglia! profferiva il suocero.
Là trionferai!
Donn'Anna voleva sapere perché il genero non rinunziava alla lusinga di far l'avvocato, e non cercava invece un impiego, come Roberto il quale aveva il suo soldo fisso, e se gli aumentavano lo stipendio avrebbe potuto ammogliarsi, senza altri fastidi.
Don Liborio saltava in aria al sentir parlare d'impiego, diceva che era un avvilirsi, per un avvocato, il quale aveva la stoffa di ministro, lo stesso che diventare un rodicarte, un servitore del pubblico.
Piuttosto avrebbe voluto fare del genero un deputato, un consigliere provinciale.
Elena non apriva bocca in quelle discussioni di famiglia, ma si ribellava in cuor suo all'idea di presentarsi in un salone accompagnata da uno scribacchino di tribunale, o da un impiegatuccio dell'agenzia delle tasse; si accasciava anche lei sul divano, colle braccia in croce sui ginocchi, cogli occhi fissi che splendevano di luce nera.
Adesso non gli domandava più nulla.
Lo aspettava sul terrazzino, lo vedeva venire a testa bassa, col cappello all'indietro, il vestito sbottonato, le scarpe polverose, strascinando i passi; andava ad aprirgli l'uscio, e tornavano a sedere sul balcone, senza dire una parola, colle braccia inerti, sino a tarda sera.
Ormai amava anch'essa la solitudine della via Piliero, il mormorio del mare, il silenzio della notte stellata, tutte quelle cose che almeno la lasciavano fantasticare come voleva.
Allora prestava l'orecchio al rumore di un passo noto, sotto le sue finestre, perseverante, che sembrava recarle l'omaggio di un cortigiano fedele nella sventura, e le rammentava il lusso in cui era vissuta, le feste splendide, l'ossequio universale alla sua bellezza.
La sua bellezza! cosa valeva? a che serviva adesso? A vedersi sempre fra i piedi un marito che non osava amarla, tanto era avvilito.
A stare accanto a lui, la sera, nel buio del terrazzino, quando avrebbe voluto star sola, ad udir quel passo, a guardar quell'ombra che passeggiava là davanti la cancellata del molo.
E la presenza del marito richiamava ruvidamente ad un guardingo esame di se stesso il pensiero di lei, il quale scorazzava tra fantasie che non avrebbe confessato a se stessa.
Dio solo può sapere quali idee passassero in mente a quel marito e a quella moglie, seduti tanto vicini sul medesimo balcone.
IX
La casa era continuamente assediata da creditori, da gente che veniva per aver saldato un conto di venti lire, e perdeva mezza giornata ad aspettare sulla scala.
La serva, creditrice di parecchie mesate, faceva causa comune con loro, restava un quarto d'ora a confabulare sottovoce, sporgendo il mento aguzzo, impietosita dalle loro lagnanze, portava delle seggiole in anticamera perché aspettassero comodamente, andava a chiamare la padrona ad alta voce, grattandosi i gomiti nudi in aria ingenua, per impedirle che facesse dire di non essere in casa.
Elena allora, pallida di collera, doveva rispondere sorridendo, doveva trovare delle buone parole per quella gente che le parlava a voce alta, e col cappello in capo.
Suo marito avrebbe sofferto la tortura per risparmiare a sua moglie coteste scene.
Non usciva quasi più, non aveva più testa di lavorare, gli toccava stare ad attendere dietro i vetri se arrivava un creditore.
Alle volte, nelle ore in cui la via Piliero era più frequentata, vedeva passare Cataldi, e sentiva a quella vista più doloroso e profondo il suo avvilimento; arrossiva se lo sorprendeva la moglie quasi stesse a spiarla, gli pareva di vederla aggrottar le ciglia o impallidire.
Accorreva il primo ad ogni scampanellata minacciosa, per mettersi a parlamentare, a promettere, a scongiurare.
Erano lotte di tutti i giorni, angoscie dissimulate a voce bassa, con aria calma, a capo chino, rosso di vergogna, col creditore insolente, nel vano dell'uscio, tendendo l'orecchio ansioso ad ascoltare se alcuno udisse nelle altre stanze, impallidendo se l'altro alzava la voce, e cercando di calmarlo col gesto supplichevole più che colla voce e colle parole.
Erano ripieghi meschini, sotterfugi volgari coi quali bisognava ingannare la spietata curiosità della serva, o la vaga inquietudine di Elena.
Ma almeno si lusingava che ella non sapesse nulla, non fosse consapevole delle umiliazioni che gli toccava subire.
Esciva per procurarsi cinquanta lire con un lavoro che gli davano a fare di seconda mano.
E tornava di corsa, col denaro in tasca, acchiappato dopo due ore di corsa, di sollecitazioni, di raggiri, inquieto, spiando le finestre da lontano, tremando di incontrare qualcuno per le scale.
Gli toccava scongiurare umilmente le minacce del beccaio e del fornaio, che l'aspettavano sulla scala di marmo, entravano dietro a lui nell'anticamera, lo seguivano scamiciati colla pipa in mano sino allo studio.
Egli doveva tirarli ad uno ad uno nel vano di una finestra, abbassando il viso e la voce perché nessun altri udisse, e soprattutto l'Elena, posando la mano sulla manica delle loro camicie sudicie per ammansarli, accompagnandoli egli stesso all'uscio perché non osava chiamare la serva, la quale, nella cucina fredda, alzava le spallacce, sotto il fazzoletto unto.
Poi doveva fingere di essere tranquillo, rientrando nelle belle stanzine arredate di mobili nuovi, colle stoffe freschissime, si sdraiava sul divano soffice, posava i piedi indolenziti sul tappeto morbido.
Sua moglie fingeva anch'essa di non accorgersi del pallore di lui, della sua agitazione; non gli diceva nulla di quel che accadeva nella sua assenza.
Si dava sempre da fare nelle altre stanze per non esser costretta a rimanere faccia a faccia con lui.
Una volta sola, uscì in questa osservazione:
- Quando non ci sei, è una cosa da impazzire con quello scampanellio continuo all'uscio!
Un mattino vennero dei facchini a prendere il pianoforte.
Il marito che non sapeva nulla, escì al rumore dallo studio per informarsi cosa fosse.
- Ho venduto il pianoforte, rispose Elena secco secco.
Egli arrossì, e non aprì più bocca sinché i facchini portarono via lo strumento prediletto di Elena.
Poi, come l'uscio fu rinchiuso, prendendo il suo coraggio a due mani, balbettò:
- Perché hai venduto il pianoforte?
- Era necessario.
- Lo so, dico perché non hai venduto qualche altra cosa?
- Il pianoforte era mio...
Intendo che non serviva più a nulla.
Non suono più.
Lagrime amare comparvero negli occhi di lui, che non osava alzare il capo.
Elena seguitò a spingere alcune poltrone nel posto lasciato vuoto dal pianoforte.
Poi lo schianto di quel dolore timido e peritoso le toccò il cuore.
Si accostò a lui intenerita, e l'abbracciò senza dir motto.
Egli guardandola negli occhi parve volesse dirle qualcosa di decisivo.
Ma era così commosso che non trovava parola.
Solo di tanto in tanto le stringeva le mani senza aprir bocca.
- Come ti ho reso infelice! mormorò alfine.
- Tu? rispose Elena, stringendosi nelle spalle.
Che idea? Tu hai fatto quel che potevi.
Ma egli aspettava qualche altra parola, avrebbe voluto che Elena indovinasse qual dolore, quale umiliazione fosse stata per lui vederla nascondere e dissimulare le sue sofferenze.
Gli sembrava che ella lo respingesse, e in certi momenti si spalancasse fra di loro un gran vuoto.
- Senti, Elena! le disse timidamente, se potessi morire, per levarti da questo stato, lo farei.
Elena non ebbe un sol lampo di carità negli occhi, quel lampo che forse suo marito aspettava trepidante.
Soffriva troppo da qualche tempo anche lei.
- No! tu non ci hai colpa, no! gli diceva.
- Son io che non ho fortuna; non ne ho mai avuta, mai! da bambina, da giovanetta tante belle promesse, tante parole...
ecco il risultato! Se l'avessi saputo...
- Elena! balbettò il marito.
Ella lo guardò un istante: - Che idea! Sei matto? No, non dico questo...
- Se morissi, mormorò Cesare tristamente, tu saresti libera.
- Belle cose che mi dici! Bel conforto che mi dai! Adesso specialmente...
Se l'avessi saputo non avrei voluto mettere delle altre creature infelici al mondo, ecco!...
Tu non sapevi quest'altra cosa...
Il marito impallidì al sentirsi annunziare in tal modo quell'avvenimento che è una festa per ogni madre, e per un po' rimase soprapensieri.
- Che brutta accoglienza trova questa povera creaturina! mormorò infine.
Elena non rispose.
Però anch'essa si lasciava vincere a poco a poco, senza coraggio per rinunziare ai sogni della sua giovinezza, senza forza per cercare un conforto e una distrazione nella maternità, avvilita dal rovescio, con degli impeti di rivolta comechesia contro il destino, dei rancori sordi contro tutto ciò che contribuisse alla sua sorte, come della frenesia, un bisogno di rappresaglia, cedendo grado a grado a delle aspirazioni insensate di cercarsi da sé quello che la sorte le negava, di fuggire dalla realtà in qualsiasi modo.
Allora la tentazione che stava in agguato, che le ronzava d'attorno, nel cervello, nel sangue, dinanzi agli occhi, la colse, se non pel cuore, per la mente guasta e fuorviata, nello spirito inquieto e bramoso.
Là, sul canto del Piliero, mentre andava dalla mamma per fuggire le angustie della casa - e si fermò su due piedi al veder Cataldi, impallidendo a un tratto quasi fosse già colpevole.
E le lusinghe di lui, e le parole scellerate, l'accento caldo, gli sguardi che accendevano il sangue:
- No! no! no! - ripeteva ad intervalli, sempre con voce più fioca, sempre colla fronte più bassa.
Infine...
Adesso esciva tutti i giorni.
Si vestiva in fretta, modestamente, di nero, sgattaiolava lesta per le scale, e correva dalla mamma, al passeggio, pur di non stare in casa.
La serva si presentava al padrone tranquillamente, colla sporta al braccio, perché gli desse il denaro per le provviste.
C'erano dei momenti in cui al poveretto sembrava di perdere completamente la testa nel cercare di combinare la spesa colle poche lire che gli restavano.
Doveva ricorrere a degli espedienti, far dei calcoli mentali, inventar dei pretesti, perché la serva che gli piantava gli occhi in faccia, con un sorrisetto ironico sulle labbra sottili, colle braccia pendenti come a significargli che si seccava ad attendere, non indovinasse il suo imbarazzo, il suo rossore.
Alle volte la serva posava la sporta per terra, si metteva le manacce sotto il grembiale sudicio, per fargli capire che era stanca di quella storia ogni santo giorno, e borbottava che cotesto avrebbe dovuto essere affare della signora, che gli uomini non se ne intendono, che in tutte le case dov'era stata, non aveva mai visto una cosa simile.
Egli doveva mandarla via colle buone, senza rimproverarla, e dopo che se n'era andata brontolando e strascinando le ciabatte per gli scalini di marmo, venti volte si era piegato sulla ringhiera, come attratto dal vuoto che si sprofondava sotto di lui per tre piani.
Ormai nessun'altra risorsa.
Quei due o tre procuratori che gli avevano procurato del lavoro di seconda mano gli facevano rispondere che non erano in casa.
O se non potevano evitarlo per le scale gli spiattellavano sul viso: - Mio caro, voi siete una macchina.
Comprendiamo i vostri bisogni, ma non possiamo rinunziare al lavoro utile per darlo a voi.
Ei sarebbe morto dieci volte di fame, piuttosto che andare a domandare del denaro in prestito, se non fosse stato per l'Elena.
L'unico a cui credeva di potersi rivolgere era il cugino Roberto.
Ma gli ripugnava l'idea che Elena avesse potuto saperlo.
Piuttosto, spinto dalla necessità si risolvette a tornare dallo zio Luigi, il quale gli aveva chiuso l'uscio sul naso dopo il suo matrimonio, prevedendo quello che doveva succedere coll'istinto dell'avaro.
Ma il bisogno stringeva talmente alla gola il povero giovane, gli metteva tal disperazione nell'anima e negli occhi, che lo zio Luigi stesso non poté parare interamente la stoccata.
Egli sfogò la bile che gli recava la domanda facendogli un lungo sermone, rimproverandogli la sua follia, rinfacciandogli che glielo aveva predetto.
Il poveretto, seduto di faccia allo scrittoio, inerte, col dorso abbandonato sulla spalliera della seggiola, si lasciava dir tutto, confessava tutto, conveniva che si meritava tutto.
Egli aveva bisogno di duecento lire, tutto era lì.
Ne aveva bisogno come il pane da mangiare.
Egli era venuto per chiederne in prestito cinquecento.
Ma il cuore gli era venuto meno dinanzi alla faccia dello zio.
- Duecento lire! esclamò lo zio Luigi rizzandosi sul seggiolone, come se gli avessero dato una coltellata.
- No! non posso.
Facciamo a metà.
Cento li perdi tu, e cento io.
Il disgraziato tornò a casa con cento lire in tasca come se ci avesse un tesoro.
E sinché durarono si chiuse nello studiolo, senza dar retta al suocero il quale gli suggeriva temi importantissimi di legislazione.
All'Elena, che tornava inquieta all'ora del desinare, si mostrava più calmo, e alle volte sembrava che fosse spinto a farle una confidenza, la guardava con effusione di tenerezza, le diceva:
- Se mi riesce quel che ho in mente di fare, le nostre angustie avranno fine.
Ma quando terminarono anche quelle poche lire, il poveretto non ebbe più testa di lavorare, né d'altro.
Ricominciarono le angoscie di ogni giorno.
Infine, colla disperazione nel cuore tornò dallo zio, balbettando che gli prestasse ancora cento lire, cinquanta anche...
quel che voleva.
Non avevano più un soldo in casa, non avevano da comprare il pane, fra una settimana...
a qualunque costo...
gli avrebbe restituite le cento lire...
Oppure...
oppure...
- Ma sì - gli rispose questa volta lo zio pacificamente.
Figurati! Le ho messe qua apposta.
Ti darò quelle stesse cento lire che dovevi restituirmi il mese scorso.
Se le hai restituite devono esser lì.
- E gli apriva il cassetto della scrivania.
- Non c'è nulla.
Che vuoi farci? Vuol dire che non me le hai restituite.
Quando me le porterai, le metterò là.
Talché se ne avrai bisogno un'altra volta, saprai dove trovarle.
Il povero Cesare grado grado s'era adattato anche alla vergogna di chieder del denaro in prestito al cugino dell'Elena.
Andò a trovarlo nell'ora in cui sapeva che doveva essere in casa, finito il servizio dell'ufficio.
Infatti lo trovò in pantofole, scamiciato, che spazzolava dei panni, distesi su di una cordicella, e li ripiegava accuratamente, imbottendo di giornali vecchi le maniche dei vestiti perché non prendessero delle pieghe.
- Se non si ha questa cura, uno ha sempre l'aspetto di essere vestito come un ciabattino, gli diceva per scusarsi di essersi fatto trovare in quell'arnese, pregandolo di mettersi a sedere sul canapè duro come una panchetta, domandandogli a qual motivo doveva ascrivere la fortuna...
Come Cesare gli spiegò il motivo arrossendo, Roberto non batté ciglio.
Per sì poca cosa che non valeva la pena, immaginarsi! fra amici come loro, poteva quasi dire parenti! Era che il suo sarto la mattina stessa gli aveva portato via una grossa somma.
Tutto ciò che aveva sottomano in quel momento.
Mio caro Dorello, non potete immaginare quel che si spende, per poco che uno non voglia andar vestito come un ciabattino.
Già voi lo sapete.
Come si chiama il vostro sarto? vedo che vi serve bene.
Un po' passata quella moda del bavero di velluto, ma è ben fatto.
Tutto l'abito sta nel bavero.
È una disperazione come cangian le mode.
Certi colori vistosi poi se li portate una stagione vi strillano addosso l'anno dopo.
E sempre spendere! Al giorno d'oggi prender moglie diventava una cosa impossibile.
Ora usavano i calzoni larghissimi.
Tutti quelli dell'anno passato erano inservibili.
Cesare, colla febbre nel cervello, dovette subirsi la discussione ragionata dell'ultimo figurino, e dichiarare se preferiva le camicie col colletto ritto oppure rovesciato.
Roberto spinse l'amabilità sino a fargli passare in rassegna i suoi vestiti, le camicie ricamate, le scarpe messe in fila sotto il cassettone.
Il poveretto disperato ricorse alla sua mamma, e scrisse una lettera in cui si sentivano delle lagrime vere.
Due giorni dopo gli giunse un vaglia telegrafico di duecento venti lire.
Pallido di gioia e di commozione corse a dire all'Elena:
- Mia madre mi ha mandato del denaro!
Egli non sospettò nemmeno quel che fosse costato, e quel che dovesse ancora costare alle povere donne quel vaglia mandato a fare di nascosto, coi denari ricavati da una vendita di sommacco insaccato di notte nel magazzino.
Nel mercato del paesetto quella vendita clandestina gettò lo scompiglio, alterò i prezzi della derrata.
Si venne a conoscere che erano state fatte delle vendite fuori della piazza, e l'ufficiale telegrafico andò a raccontare al caffè e alla spezieria il grosso vaglia che gli avevano fatto fare.
Lo zio canonico senza dire una parola tornò subito a casa, giallo come una candela, e si fece consegnare le chiavi da Susanna alla quale erano affidate da tempo immemorabile.
La ragazza allibita, corse a dire alla mamma:
- Lo zio ha scoperto ogni cosa!
La madre si mise a letto la sera stessa colla febbre, e nel delirio farneticava che il cognato li scacciava tutti di casa, e le sue orfanelle andavano a vendere del sommacco per le strade.
Cesare, ignaro di tutto ciò, ripeteva all'Elena, per farsi coraggio:
- Se mi riesce quello che ho in mente, finiranno le nostre angustie.
Elena ormai sembrava che si fosse rassegnata a quello stato, o che le fosse divenuto indifferente.
Dapprima mal dissimulava il cattivo umore che le arrecava il vedersi continuamente il marito in casa.
Ripeteva le osservazioni di sua madre che a quel modo avrebbe fatto la muffa.
Tradiva dei momenti di esasperazione in cui la sua testa era altrove, cogli occhi fissi ed astratti, il viso un po' pallido e le labbra serrate.
Usciva spesso, in fretta, a capo chino, e quando suo marito le domandava dove fosse stata, una fiamma appena repressa passava attraverso il suo pallore trasparente.
Egli invece aveva rinunziato all'avvocatura, al ministero, alle splendide aspirazioni del suocero.
S'era rassegnato a scendere di un grado nella gerarchia forense, e s'era fatto iscrivere qual procuratore legale.
Finalmente capitò un affar grasso, che ebbe buon esito, e se ne tirò dietro degli altri.
Cesare respirò.
Andava a sollevarsi dal lavoro pesante presso di Elena, prendendole le mani coll'effusione timida di un fanciullo.
Ella, pallida come uno spettro, si lasciava abbracciare.
Don Liborio, quando seppe la cosa, cominciò a strillare che il genero aveva fatto una corbelleria, si era tagliata l'erba sotto i piedi, aveva voltate le spalle ad una strada larga e nobile, per sgambettare tutta la vita in un sentieruzzo angusto e senza uscita, e non voleva sentire le ragioni del genero sbigottito dal rabuffo.
- Babbo, rispose pacatamente Elena, coteste son belle cose quando si è ricchi, o almeno quando si può aspettare il portafoglio di ministro.
- E chi v'impediva di aspettare? esclamò don Liborio incalorito.
Che fretta avevate? Non siete abbastanza giovani tutti e due?
- No, babbo! Non avevamo tutti i giorni dei pianoforti da vendere.
- Avete venduto il pianoforte? rispose il babbo sorpreso di non veder più lo strumento che mancava da un mese in quel salotto dove egli veniva ogni giorno.
E se ne andò borbottando, perché non sapeva più che dire, né come spiegare la sua collera.
X
Cesare era tornato a casa ad ora insolita, e fu sorpreso di non trovare sua moglie.
- Che so io dov'è! rispondeva la serva.
Io non mi immischio dei padroni.
So che è uscita.
Egli prese le carte che era venuto a cercare e stava per andarsene quando entrò l'Elena, livida, colle labbra smorte, e gli occhi luccicanti di febbre sotto il velo.
All'incontrarsi col marito in anticamera diede un passo indietro bruscamente, al primo momento.
Poi cercò di passar oltre, senza guardarlo, senza parlargli.
- Elena! balbettò Cesare stupefatto.
- Che c'è? disse lei con voce irritata, fermandosi di botto.
Cosa vuoi?
- Dimmi cos'hai? cos'è stato? Non ti senti bene?
- No.
Non è nulla, sta tranquillo.
- Dimmi cos'hai?
- Nulla ti dico.
Lasciami andare, lasciami, sto benissimo.
Cesare non sapeva che fare.
La serva ascoltava a bocca aperta dall'uscio della cucina, lo spingeva fuori sgarbatamente, ripetendogli:
- Lasciatela stare, lasciatela stare.
So io quel che essa ha.
Voi non ve ne intendete.
Voi gli fate più male che bene colla vostra vista.
Son cose di donne.
Lei sola poteva acchetarla, toccandola colle manaccie unte, poteva mormorarle di tanto in tanto all'orecchio qualche parola a voce bassa, mentre il marito dietro l'uscio udiva piangere sua moglie cheta cheta.
Sul tardi arrivò donn'Anna e tutta la famiglia, tanto che la serva chiuse l'uscio perché non empissero la camera.
Camilla poté sgusciare accanto alla sorella, tenendole un braccio al collo, parlandole nell'orecchio, senza guardarla, e l'Elena accennava di sì, col capo basso, asciugandosi gli occhi.
Roberto si era messo a sedere discretamente accanto a Cesare, don Liborio andava su e giù pel salotto, col cappello in testa, e donn'Anna ripeteva al genero:
- È mal di nervi; so cos'è.
Quand'ero incinta di Camilla l'ho avuto anch'io tal'e quale.
Una notte svegliai don Liborio perché aveva voglia di mangiare dei mattoni pesti.
Sciocchezze.
Tutt'a un tratto si aprì l'uscio della camera, e comparve Elena, seguita dalla sorella, molto abbattuta, cogli occhi gonfi, strascinandosi a fatica.
- Non vuol darmi retta, biascicò Camilla.
- Dice che ha bisogno di respirare sul balcone.
Elena si appoggiò alla ringhiera del terrazzino, guardando il mare, col mento fra le mani.
La sera scendeva calma e serena e si udiva fin là il fischio dei vapori che partivano.
Spirava una brezzolina fresca, ed Elena rispondeva ostinatamente alla sorella che la supplicava all'orecchio scuotendo il capo risolutamente, e ripeteva con voce sorda:
- No! no! lasciatemi stare! lasciatemi stare!
Infine si voltò inasprita, cogli occhi scintillanti di collera, la voce rauca:
- Lasciatemi, vi dico! Lasciatemi sola! Che paura avete?...
Perché non mi lasciate sola?...
Ma, scorgendo suo marito non disse più nulla, e si appoggiò un'altra volta alla ringhiera col mento sulle palme.
Due colonne di fumo nerastro si svolgevano attraverso gli alberi fitti del porto che frastagliavano di linee nere e sottili l'opale del tramonto.
Poi cominciarono a scorrere lentamente lungo il muraglione del molo, e girarono la punta del faro, sbuffando più densi, accompagnati da un fischio prolungato e lontano.
Due grandi piroscafi uscirono insieme fuori del molo, e s'avanzarono nel mare che imbruniva, come una sola gran massa nera bucata di punti luminosi lungo il bordo, con un rumore sordo di ale possenti che battevano l'onde.
Poi gradatamente si separarono, l'uno parve rimpicciolire virando di bordo, dileguandosi verso il capo Campanella, e l'altro seguitò ad avanzarsi a diritta, gettandovi il riflesso ancora incerto del suo fanale rosso.
Elena, com'era sopravvenuta la sera, domandò a Roberto che l'era vicino, dietro alla Camilla:
- Qual'è dei due che parte per Genova?
La sua voce era talmente mutata che Roberto non si raccapezzò subito.
Cesare rispose per lui:
- Questo qui, a destra.
Elena trasalì all'udir la voce del marito, e tirò dentro pel braccio la Camilla, collo sguardo smarrito, stringendola così forte che anche la sorella spalancava gli occhi dal dolore.
Andò a sedersi nella sua camera, al buio, e non volle vedere più alcuno.
- Non è nulla! ripeteva donn'Anna chiudendo il balcone.
Non vi spaventate.
Quand'ero nello stato in cui è lei adesso, facevo anche peggio.
Nei giorni seguenti Elena andò calmandosi a poco a poco.
Il medico confermò il giudizio di donn'Anna, raccomandò il riposo, una vita calma, delle distrazioni quanto si poteva, ed un moto regolare.
Elena ebbe una gestazione travagliatissima.
Il caldo eccessivo della stagione aveva contribuito ad abbattere le sue forze.
In poco più di un mese ella era divenuta irriconoscibile, colle guance scarne, gli occhi stanchi e profondamente solcati, qualcosa di cascante in tutta la sua persona.
Ella si alzava tardi, passava delle giornate intiere sdraiata sul canapè, senza aprir bocca.
Non si occupava più di nulla, non s'interessava a nulla.
S'annoiava di tutto, s'irritava alla più lieve contrarietà.
Diceva che oramai si era fatta vecchia.
Non si guardava più nello specchio, si lasciava pettinare come volevano, indossava la sera una specie di accappatoio lungo, si buttava uno scialle indosso, e andava a fare una passeggiata a lenti passi, appoggiandosi svogliatamente al braccio del marito, spesso senza dire venti parole in tutta la sera, senza fare attenzione alle amorevoli sollecitudini di lui, il quale sentiva il cuore stretto da quella vaga indifferenza che li separava a poco a poco, che si insinuava in mezzo a loro due allorché stavano a sedere al buio, su qualche banco remoto della Villa, senza aver più nulla da dirsi, interessandosi piuttosto alla gente che passava, correndo l'uno lontano dall'altro col pensiero, uniti soltanto dalle preoccupazioni comuni e dalle piccole noie.
Quando andavano dalla mamma, Elena si metteva al balcone l'intera sera, guardando nella strada, facendosi vento col ventaglio, mentre Camilla agucchiava e Roberto stava a vedere.
Poi come don Liborio andava a rimontare la pendola, tornavano a casa, passo passo, a braccetto, in silenzio, per quelle stesse strade che avevano fatto col cuore in tumulto nel trovarsi insieme la prima volta.
E i conoscenti che li incontravano a caso non ravvisavano più in quella matrona larga e lenta l'Elena di un tempo, modellata leggiadramente dal vestito, ancora un po' rigida, ma diggià serpentina ed elegante, coi grandi occhi curiosi sotto il cappellino modesto.
Ella non era perversa no! si credeva sinceramente disgraziata, faceva il possibile per riannodare il passato, sorrideva dolcemente allorché suo marito le prendeva le mani come una volta, senza osare di parlare.
Egli la guardava sempre in quegli occhi stanchi con una gran tenerezza, e la baciava a lungo, a lungo, quasi avesse voluto dirle cose che non sapeva spiegare egli stesso in quel bacio.
Tanto che alle volte Elena, staccandosi da lui, gli fissava in volto uno sguardo strano, come sorpreso gradevolmente di quell'amore che durava sempre, e domandava:
- Davvero? mi ami ancora lo stesso? sempre come prima?
Oh! se ella l'avesse incoraggiato!...
Se ella non gli avesse agghiacciato le parole in cuore con quella fredda incredulità!...
È che egli non osava, al vedere quello sguardo strano, al contatto di tutta quell'aria di indifferenza che ella non dissimulava neppure.
Egli l'amava come prima, più di prima, perché ella era la parte migliore di se stesso, la sua gioia, il pensiero di tutti i giorni, lo scopo del suo lavoro, la dolcezza della sua casa, l'essere intimo e caro in cui si incarnavano tutte le sue speranze, le sue gioie, i suoi sogni, per cui aveva sofferto, e nel cui sorriso era la sua felicità.
Allora si abbandonava all'espansione dei suoi sentimenti, tornava ad accarezzarla colle parole e colle mani tremanti, a stringerla forte, quasi avesse temuto che le fuggisse, e coprirla di baci deliranti sulle mani, sulle labbra, sul collo, sugli occhi, sui capelli.
Dapprincipio si animava anche lei a quella foga d'affetto, dimenticava ogni altra cosa, dibattendosi sotto quelle carezze, chinando il capo con piccoli gridi selvaggi; chiudeva gli occhi, sorridendo, coi cappelli allentati; si abbandonava.
Poi tornava in sé, abbuiavasi, aggrottava le ciglia, gli posava le mani sul petto, si irrigidiva.
Gli diceva:
- No! no! lasciami, non siamo più ragazzi...
Che pazzie!...
Ora sono un'altra...
sono un'altra...
Pensava alla sua giovinezza miseramente sfiorata? alla sua bellezza distrutta? ai sogni che si erano dileguati? alla maternità che l'aspettava come un sacrifizio? E di tutti questi pensieri nasceva e ingigantiva un rancore indistinto, un umor tetro che scolorava ogni cosa ai suoi occhi.
Il marito, colla divinazione penetrante di chi ama davvero, si sentiva avvolto in quel rancore, in quell'umor nero anch'esso, gli pareva di essere allontanato e respinto, quasi gli pesasse addosso la responsabilità di quei sogni di ragazza che s'erano involati.
Tutto ciò metteva un gran vuoto in quelle stanzine ristrette, un freddo che agghiacciava il cuore di lui, e gli faceva cercare il lavoro come uno svago, come qualcosa in cui c'era ancora il pensiero di Elena senza che si vedesse il suo pallore, il suo sorriso glaciale, il suo occhio distratto.
Il poveretto si faceva in quattro per procurarle qualche soddisfazione col suo lavoro.
Passava le notti a scrivere per portarle un regaluccio modesto, un cappellino nuovo, un braccialetto, un ventaglio, aspettando ansioso un sorriso di lei, un gesto, un cenno del capo, una parola.
Colle ossa rotte dalla fatica, dal salire e scendere scale di procuratori e di avvocati, le offriva di accompagnarla al passeggio, in teatro, magari in società, ora che avevano fatto pelle nuova, e cominciavano a respirare.
Ella non voleva, faceva la vittima ingenuamente, si creava delle tristezze solitarie da romanzo, provava una voluttà amara a far l'Arianna, la caduta, la disillusa, strascinando la sua noia da una stanza all'altra, agucchiando svogliatamente a dei capi di corredo piccini come se dovessero servire per la bambola, e le sembrava in tal modo di sorvegliare minutamente ogni cosa, tale e quale come donn'Anna.
Costei, di tanto in tanto veniva anche lei a dare una mano, a consigliare su quel che doveva farsi, a sgridare la serva, la quale allungava il muso a tutte quelle novità, e strascinava le ciabatte per la casa, brontolando, guardando cogli occhi torvi ogni pannolino che le davano da stirare, sbattendo la granata contro gli usci nello spazzare, sfogandosi a picchiare i mobili collo spolveraccio; e si calmava soltanto se rompeva qualche cosa, restava lì a guardarla e a girarvi attorno, alle sgridate di Elena rispondeva che non l'aveva fatto apposta, non sapeva far meglio, se non erano contenti se ne andava - posava lo spolveraccio sulla prima suppellettile che capitava, grattandosi i gomiti aguzzi: - Tanto per quel che si buscava adesso!...
Solo donn'Anna bastava a rintuzzare la petulanza di quella donnaccia, la quale appena la vedeva arrivare andava a rintanarsi quatta quatta in cucina, colla granata sotto il braccio.
La mamma rimbrottava alla figliuola: - Come puoi tollerare gli sgarbi di colei? Non vedi che ti ruba sulla spesa? -Rivedeva il conto in presenza della serva, la quale rispondeva ad ogni osservazione: - Io non so altro che ho speso tanto, sono i prezzi soliti.
C'è anche qui la padrona che può dirlo.
- E guardava l'Elena, la quale chinava il capo.
Donn'Anna pretendeva che il genero ci pensasse lui alla spesa, la mattina, prima di andare all'ufficio, così faceva don Liborio.
E Cesare allora per mettere la pace in famiglia, prometteva che sarebbe andato.
La serva tornava in cucina sogghignando, rivolgendogli delle parolacce dietro le spalle.
- Vorrei vedere cosa farai con una disutilaccia di quella fatta ora che giungerà il marmocchio! Tu non ci reggerai, così delicata come sei.
Ti sei vista allo specchio? Dovete pensare a procurarvi una buona balia, di quelle del contado, che son sane e lavorano per quattro.
Roberto che è nei trovatelli te la cercherà.
Elena non sapeva risolversi a congedare la serva; ma dall'altro canto, l'idea di essere costretta ad allattare lei il bambino, la spaventava.
Malgrado il suo orgoglio, si ridusse a parlarne bonariamente colla donna, quasi a domandarle consiglio, a metterla a parte del suo imbarazzo.
- Non è nulla! Vuol dire che faccio i quindici giorni e poi me ne vado.
Tanto in questa casa passo per ladra.
Adesso che il padrone va fuori per la spesa, appena arriva la balia non avrete più bisogno di me.
Già mi toccherebbe fare la serva alla balia, se il padrone non può tenere altre persone di servizio.
E la serva alla balia non la farei, no! Questo mettetevelo in testa.
Invano Elena cercava di essere indulgente verso di lei, di trattarla meglio che poteva, regalandole dei vestiti smessi, uno scialle quasi nuovo.
La serva compiva i suoi quindici giorni come se nulla fosse stato, era sempre colla granata e collo spolveraccio in mano, affettava di andare a prendere gli ordini dal padrone ad ogni minima cosa, giacché il padrone scendeva perfino ad andare al mercato.
Quando arrivava il ragazzo colla spesa cacciava le mani nel paniere, brandiva i pesci o il fascio degli spaghetti, si informava cosa li avessero pagati, ficcava il naso dentro le branchie dei merluzzi, o sul grasso della carne, e fingeva di essere stomacata, borbottava: - È roba di otto giorni, capisco adesso perché costa meno.
Valeva la pena di andare un galantuomo col cilindro e la canna d'india per risparmiare cinque soldi su della roba che non vuol nessuno! - Se le vivande erano bruciate, o malcotte, rispondeva: - La spesa non la faccio io.
Questa è la roba che ha comprato il padrone.
- E alle volte poi rifiutava la parte che le toccava, mettendo il piatto sotto la tavola perché se ne accorgessero; fingeva che lo stomaco le si rivoltasse, e si metteva a parlare col gatto.
- Non credere che sia incinta anch'io...
Se facessi come tante altre sarei rimasta a balia nella casa! - E quando non c'era Elena soggiungeva: -Ragazze o maritate, so io quello che fanno.
E le padrone anche! Se dicessi tutto quello che ho visto in questo mondo! Molte di quelle signore che portano la veste di seta non son degne di leccarmi queste ciabatte qui! - E si toccava le ciabatte e le baciava, sotto il naso del padrone, per far intendere che quelle almeno erano onorate.
L'aveva specialmente col padrone, buono soltanto per andare a fare le provviste, che non poteva mantenere alla moglie la balia senza toglierle la cameriera.
Quando uno è disperato come lui non si marita, o deve lasciar mantenere la moglie dagli altri, e non fare il superbo.
Ella andava a domandargli se bisognava lasciare il fuoco acceso per l'acqua calda o se dovesse mondare l'insalata pel giorno appresso, giusto allorché lo vedeva più occupato.
Si metteva a scopare nel corridoio, si accaniva contro l'uscio dello studiolo, non la finiva di strofinare ogni spigolo col grembiule sudicio, cercava ogni mezzo di tormentare il pover'uomo, gli metteva sottosopra le carte e i libri col pretesto di spolverare, gli rovesciava il calamaio sulla scrivania, tutto coll'aria calma di fare il suo dovere, gongolando dentro di sé al vedere che lui stava per perdere la pazienza, e si agitava nervosamente sulla seggiola, lo stuzzicava col suo cicaleccio da zanzara: - Ella non ne aveva colpa se sceglieva giusto quel momento.
Non poteva farsi in quattro per badare al tempo stesso in cucina e nella casa.
A lei toccava di fare da cuoco e da stalliere.
La padrona faceva il diavolo per un granello di polvere, come se tenesse quattro persone di servizio.
Adesso che non esciva più, e non aveva più da fare fuori di casa, andava a cercare i granelli di polvere.
Il padrone aveva un bel supplicare che lo lasciasse tranquillo, che andasse dalla padrona, per sentire se bisognava mondare la lattuga o lasciare acceso il fuoco.
L'indomani lei tornava da capo, diceva che non poteva andare da Erode a Pilato, si ostinava a fargli contare le fette di carne prima di andarle a friggere, lo strutto che era avanzato dalla padella, il prezzemolo che era andata a comprare, perché non la tenessero in conto di ladra, all'onor suo ella ci teneva più di qualchedun'altra; rovesciava le saccocce e contava gli spiccioli sullo scrittoio del padrone - Povera.
ma onorata!
XI
- Ah! in questa casa!...
Non si finisce più dal salire e scendere le scale! È durato cent'anni questo mese! Andare per i pomidoro sino al mercato, e per due soldi di lattuga fin laggiù, a casa del diavolo! Ora anche le lettere che non son giuste di peso, e bisogna riportarle indietro.
Ecco qua! Fortuna che ci ho pensato prima di lasciarla andare nella buca! Un'altra volta, quando scrivete lettere così grosse, pesatele bene prima di metterci il francobollo, o mettetecene due addirittura.
Se la lettera arrivava colla multa si giurava che mi ero messi in tasca i soldi, e passavo per ladra.
Questo no! Povera, ma onorata! Ecco qua.
Cesare impallidì.
La lettera messa in fascio coi pomidoro e le lattughe, era di Elena, diretta a Cataldi, in America.
- Va bene, disse.
Lasciatela qui.
La metterò io alla posta.
La donna indugiava a strascicar le ciabatte per la stanza, lentamente, col grugno composto ad una certa maligna compiacenza nel porre in ordine le seggiole, e gli oggetti minuti sopra i mobili.
Cesare, colla voce tremante di collera, tornò a dire:
- Andatevene, vi ho detto! Andatevene!
Non c'era dubbio.
Era il carattere d'Elena che scriveva a Cataldi, a Montevideo, Cesare si slanciò per correre dalla moglie, poi si arrestò prima di aprire l'uscio dello stanzino, pensando alla serva, che ronzava pel corridoio.
Tornò allo scrittoio colla testa fra le mani, senza poter trovare in quel tumulto d'affetti il più semplice pretesto per mandar fuori la serva, sforzandosi di pensare ad altro per calmarsi.
Ma lì, seduto davanti alla scrivania, gli pareva d'impazzire.
L'idea prima, sola, implacabile, era che la serva indugiasse apposta.
Fece due o tre giri per la stanza in punta di piedi, perché ella non udisse, stringendosi forte il petto colle due braccia.
Poi andò a chiudere le tende, si asciugò colla manica il sudore della fronte, stette alquanto in ascolto, col cuore che gli batteva, e chiamò.
La donna comparve subito, fissandogli in viso gli occhi rotondi, collo spolveraccio sotto l'ascella, e rimase attonita, come il padrone le ordinava di andare a fare una piccola commissione fuori casa.
- Subito? Non era meglio aspettare che avesse finito di spolverare? Ella aveva anche la pentola sul fuoco, pel brodo della signora.
Non poteva far tutto nello stesso tempo.
- Va bene, spicciatevi, rispose lui.
Andò a chiudere l'uscio che la donna avea lasciato aperto, aspettando febbrilmente che ella avesse finito.
La udiva, coll'orecchio alla serratura, andare e venire lentamente, battendo colpi fiacchi collo spolveraccio.
Di tanto in tanto l'uscio della cucina cigolava.
Il suo pensiero correva da Elena alla serva, con una dolorosa rapidità, con un va e vieni di pendolo che gli martellava il cervello e lo faceva trasalire d'impazienza.
Ad un tratto cotesto pensiero si arrestò sull'Elena, all'istante in cui sarebbe comparso dinanzi a lei colla lettera in mano.
Allora si rassegnò immediatamente ad aspettare; voleva avere il tempo di calmarsi, e di sapere quel che andava a dirle.
Quel che andava a dirle? Che cosa? Che ella amava un altro, Cataldi? che ella glielo scriveva, in quella lettera lì, sotto i suoi occhi? E se non glielo scriveva? Se gli imponeva invece di lasciarla tranquilla e onorata, di non disturbare la sua pace?...
Ma come, se egli era lontano? Egli le aveva scritto dunque? In qual modo? La serva doveva saperlo.
Essa che assaporava ipocritamente le sue angoscie, che gli dissimulava male il suo disprezzo...
E quando? Dove erano queste lettere? Egli pensò ad Elena, tentando di indovinare il motivo del cambiamento, passando in rassegna giorno per giorno tutti i suoi atti e tutte le sue parole di cui poteva rammentarsi.
Tutto a un tratto gli si rizzò dinanzi agli occhi il ricordo di un giorno in cui l'aveva incontrata sull'uscio, pallida, colla colpa ancora negli occhi.
E rimase fulminato.
Una sera ella si era sentita male, sul balcone, all'imbrunire, mentre un piroscafo partiva per l'America.
Vedeva ancora il fanale rosso che guardava fisso dal mare, e lei che sbatteva i denti dal dolore.
Anch'essa aveva sofferto, quella volta, come lui adesso; chissà? forse dippiù.
Ella aveva visto partire per sempre l'uomo che amava sopra ogni altro, e aveva dovuto soffocare la sua disperazione sotto gli occhi del marito.
- Un momento stette pensando a quel marito, lì presente a quella scena, quasi si trattasse di un altro.
- Poi Elena a poco a poco si era calmata, era giunta a parlargli amorevolmente, a lasciarsi baciare da lui.
Egli stesso, quando si sarebbe calmato quell'atroce spasimo, avrebbe ceduto anche lui? le avrebbe rivolto ancora delle parole affettuose? avrebbe cercato le carezze di lei?...
- E quelle carezze gli si inchiodavano ferocemente nel pensiero! Non per lui, per un altro che vedeva ronzare attorno alla sua casa, quando egli correva scoraggiato a caccia di risorse.
E l'Elena che evitava i suoi sguardi, che diveniva sempre più indifferente, che tornava a casa pallida, colle labbra secche, cogli occhi ancora pieni di visioni!...
Dov'era stata? Sì, dove andava ogni volta che usciva di casa in fretta, col velo sul viso? Ella non glielo avrebbe confessato giammai! Quella lettera forse l'avrebbe detto.
Perché non l'apriva? Perché non cercava di sapere? E se Elena era innocente tuttavia? E se quella lettera non fosse là? Se egli l'avesse ignorata?...
Se egli avesse potuto immaginarsi che Elena non aveva scritta quella lettera? Quando egli fosse stato certo del contrario, cosa le avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? Cosa sarebbe accaduto in quella casa, in quella camera dal letto bianco, in quello stanzino dove aveva pensato tanto a lei? E quella creatura che stava per nascere?...
Quella creatura...
quando sarebbe nata? Da quanto tempo Elena non era più sua? Sino a qual punto s'era data ad altri? Avea dato soltanto il cuore? la testa? Ella aveva avuto sempre una testolina leggiera, ma il cuore buono.
Se ella non fosse colpevole d'altro che di una leggerezza! Ah! come era terribile quella lettera immobile sulla scrivania, con quel nome scritto dalla mano elegante e tranquilla di Elena! Se ella potesse dire che Elena non era colpevole d'altro che di una leggerezza!...
Allora si mise a piangere, coi pugni sugli occhi, come un bambino, soffocando i singhiozzi col fazzoletto perché la serva era ancora là, si udiva spolverare e strascicar le ciabatte per la casa.
Ella indugiava ad arte, stava a spiarlo.
A quell'idea un impeto di collera l'assalse, andò in traccia di una mazza per correre a bastonarla, si aggirava muto e furibondo per lo stanzino.
Ma tornò a sedersi, colle mani nei capelli, gli occhi ardenti e fissi, i denti stretti.
- Bisogna essere calmi! balbettava.
- Bisogna esser calmi! - Si asciugò gli occhi ed il viso.
Stette alquanto immobile, poi tornò a mettere il capo nel corridoio, a domandarle se potesse escire finalmente.
- Bisogna schiumare il brodo per la padrona - rispondeva la donna dalla cucina.
- La padrona non si sente bene.
Non posso lasciarla sola.
- Ah! mugolava il disgraziato mordendosi i pugni, come una bestia feroce.
- Mi par d'impazzire! mi par d'impazzire! Cosa le ho fatto a questa infame donna? Perché mi tormenta così? Come gode del mio supplizio! Ella sa tutto, ella potrebbe dirmi tutto quello che vorrei sapere a costo della vita...
Ella andrà a dirlo alla fruttivendola e al calzolaio qui sotto appena lascerà questa casa, ma non a me! Andrà a ridere con loro delle mie smanie.
Bisogna fingere per costei che non riescirò ad illudere.
Bisognerebbe mostrarmi al vicinato insieme all'Elena, uniti come prima!...
Come prima!...
I suoi occhi caddero nuovamente sulla lettera implacabile.
Se quella lettera potesse smentire in parte i suoi sospetti! Una lettera! cos'è infine? Delle parole.
- Vi amo.
- Che cos'era quella fredda parola in confronto di ciò che l'Elena aveva sentito per lui, in quella stessa casa, uniti per tutta la vita, senza un pensiero che non fosse comune? Che cos'era l'amore di lei per quell'uomo se lo poteva dissimulare? Che cos'era questa passione di un mese o due, nascosta, vergognosa, in cambio di quella che ella aveva concesso a lui, per sempre, intera, alla luce del sole? Come amava quell'uomo che lasciava partire? ella che aveva abbandonato casa e genitori per darsi a lui, per darglisi vergine, per affidargli non solo il suo cuore, ma anche la sua esistenza? E pensava al dolore che avevano dovuto provare i genitori quand'egli l'aveva rapita.
Anch'essi s'erano calmati col tempo, le avevano perdonato, s'erano rappaciati con lui.
Ora non ci pensavano più.
E pensava se un giorno anche egli avrebbe obliato il dolore acuto che gli straziava il cuore in quel momento.
Se sarebbe tornato ad accompagnare l'Elena in via Foria dandole il braccio, sentendola appoggiarsi a lui.
Allora gli mancava la forza di andare ad affrontare su due piedi il terribile enigma.
In quel momento istesso ella era lì accanto nella sua camera, la vedeva sdraiata sulla poltrona, colla sua aria abitualmente stanca ed infastidita, che si mutava in un'inquietudine vaga all'entrare di lui, in un pallore minaccioso.
E se egli sospettava a torto? S'ella fosse innocente? Se quella lettera lo provasse? Ella non gli avrebbe perdonato giammai! giammai? Tutto sarebbe finito fra di loro, da un momento all'altro, per sempre! O se invece era colpevole non avrebbe negato risolutamente? Non avrebbe sconfessata la lettera? e quando egli si fosse spinto a mettergliela dinanzi agli occhi, a mortificarla coll'evidenza, tutto non sarebbe egualmente finito fra di loro? A lei non sarebbe rimasto in fondo al cuore la spina di quel torto che aveva dovuto farsi perdonare da lui? Ella si sarebbe acconciata a riconquistare, poco a poco, l'affetto di suo marito che l'amava sempre? Sì, l'amava il disgraziato! Avrebbe voluto ignorare ancora tutto come due ore innanzi! Vivere come prima, a costo di essere ingannato! Almeno dubitare ancora, non aver la certezza che tutta la sua felicità gli era crollata addosso.
Egli ritardava col pensiero il momento di quella prova terribile, come il malato che a rischio della vita supplica il chirurgo di sospendere per un giorno l'operazione che deve subire.
Si persuase che era meglio di aspettare che la serva fosse uscita.
Giunse a temere che ella non si affacciasse all'uscio, colla sporta al braccio per dirgli: - vado! - Ebbe paura all'idea di rimaner solo colla moglie.
Uscì pian piano di casa, con quel martello in testa, quella punta acuta in cuore, camminando rasente al muro per non esser visto dal calzolaio o dalla fruttivendola.
Andò a sedersi su quel banco solitario della Villa, a piangere di nuovo, lungamente, nel fazzoletto.
Gli toccava nascondere le lagrime, perché ognuno avrebbe riso del suo dolore.
Chi ne avrebbe avuto compassione? chi ci avrebbe creduto? chi avrebbe creduto che egli potesse amare adesso più che mai sua moglie, e piangere non di collera, ma di angoscia? Egli rifece le strade per le quali soleva passare coll'Elena, andò a guardare da lontano la sua casetta ancora tranquilla, bianca di sole, nella quale nulla sembrava cambiato.
Le finestre stavano aperte come al solito, e il sole vi rideva sopra.
Infine si risolvette a rincasare.
Era già l'ora del desinare.
Elena doveva aspettarlo.
Cosa avrebbe risposto se ella domandava il motivo del suo ritardo? Cosa avrebbe fatto se l'avesse guardato in faccia? Dalla cucina veniva un buon odore appetitoso.
La tavola era imbandita.
Elena l'aspettava infatti leggicchiando; gli disse soltanto che trovava la minestra fredda.
Il marito si mise a mangiare avidamente, cogli occhi sul piatto, fingendo di avere una gran fame, cercando di prolungare il pranzo per ritardare l'ora in cui la serva avrebbe sparecchiato e li avrebbe lasciati soli faccia a faccia, coi gomiti sulla tavola.
Elena era tranquilla come al solito.
Di tanto in tanto suo marito trasaliva all'udire la sua voce calma, incontrandone a caso gli sguardi sereni.
Sentiva per istinto che la dissimulazione che si era imposto sin allora gli toglieva gran parte della sua forza, diminuiva la sua parte di diritto, lo avvinceva a poco a poco alla rassegnazione.
Se Elena sapeva che la sua lettera era in mano di lui fin dalla mattina, come dirle che aveva aspettato tanto tempo con quella ferita nel cuore? come parlare della sua collera e della sua gelosia, che aveva saputo far tacere quando dovevano essere più vive? La serva sparecchiava, gli levava i tondi di sotto le mani, e il tovagliuolo dalle ginocchia, che egli era ancora a tagliuzzare le buccie delle pesche.
Elena era andata sul balcone.
Di lì a un istante rientrò annunziando che arrivavano donn'Anna e la Camilla.
Cesare mise un respiro lungo.
La sera passò triste, malgrado il cicaleccio imperturbabile di donn'Anna, la calma serena di Camilla, lo scricchiolio delle scarpe del cugino, le divagazioni assurde di don Liborio il quale venne a riprendere la famiglia sul tardi.
Si sentiva vagamente una preoccupazione comune, un'inquietudine indefinibile che li impacciava gli uni di faccia agli altri, e li costringeva a stare insieme.
Cesare pensava: - Quando saremo soli...
- e allontanava col desiderio quel momento.
Si sentiva agghiacciare il cuore ogni volta che la conversazione accennava a languire.
Finalmente tutta la famiglia si alzò e stettero un gran quarto d'ora a mettersi i cappelli e a darsi la buona notte in anticamera.
La serva andò a far lume sulle scale.
Cesare disse fra di sé: - Lasciamo andare a letto la serva.
Essa tornò colla bugia in mano, chiuse l'uscio, andava e veniva sonnacchiosa per le stanze, mettendo in ordine ogni cosa per la notte.
Quando si ritirò finalmente nel suo camerino Elena era già a letto.
Cesare aspettò ancora qualche tempo dietro l'uscio che tutti i rumori della casa tacessero.
Gli pareva in quel momento che stesse cercando le parole colle quali doveva incominciare, spiegare il motivo per cui s'era taciuto sino a quell'ora; tutte le angoscie che aveva sofferto dal mattino, tutte le gioie che gli si erano mutate in dolore gli tornavano vive alla memoria, ad una ad una, là davanti a quello stesso uscio, in quella stessa camera dove Elena aveva abbandonata la testolina bruna sull'omero di lui.
Egli pianse lungamente, amaramente, colla fronte sullo stipite, con un tremito di tutta la persona, soffocando i singhiozzi perché Elena non udisse.
Ella non doveva udire, non poteva nemmeno piangere dinanzi a lei, sfogare sui suoi ginocchi l'immensa sua angoscia.
Era il marito che non è più amato, di cui le lagrime sono ridicole.
Quando si sentì gli occhi secchi sulle guance asciutte, dischiuse dolcemente l'uscio.
Elena dormiva col respiro leggiero da bambina, colla testa bruna posata sul braccio candido, coi suoi folti capelli neri che facevano una grande ombra sul guanciale.
Il poveretto sospirò un'altra volta dal profondo delle viscere, con un senso di angoscioso sollievo.
Domani! Bisognava aspettare a domani.
Domani sarebbe stato più calmo e più chiaroveggente.
Giacché aveva aspettato sino allora, poteva aspettare ancora sino al domani, e farle comprendere che agiva senza precipitazione e dopo matura riflessione.
Una notte passa presto.
Però che notte! in quello studiolo! colla testa fra le mani! Quanti pensieri, quanti ricordi, quante visioni, quanti sogni!
Se Elena venisse a cercarlo inquieta di non averlo sentito andare a letto nella camera accanto? Se ella aprisse l'uscio dello studiolo? Se ella avesse indovinato tutto, e venisse a dirgli: - Guarda, sono innocente? - Oppure - Ti amo ancora, ti ho sempre amato.
Perdonami! - Perdonami?...
Che alba scolorita e triste imbiancava i vetri del balcone! Un altro giorno che incominciava! Un altro giorno come il giorno passato! collo stesso dolore, colla medesima irresolutezza, senza il conforto terribile di poter dire: -È finito! tutto è finito! Quando avrebbe potuto dire che era finito? Mai! mai! Anche se avesse avuto il coraggio di affrontare quella scena terribile coll'Elena, tutto non sarebbe finito! Anche se ella fosse fuggita via, anche se l'avesse scacciata di casa, tutto non sarebbe finito! anche se ella gli avesse detto: - Sì, è vero; non ti amo più! -Ella viveva ancora, quella che gli faceva trasalire le viscere col suono della voce, che gli scendeva nell'animo collo sguardo; quella che aveva i capelli folti e neri, le braccia bianche, le sopracciglia folte, quella pozzetta sulle guancie quando sorrideva, quel viso, quella mano che aveva infilato nel suo braccio tremante, la sera in cui l'aveva guardato con quegli occhi luminosi, che gli aveva presa la fronte fra le mani per baciarlo, che aveva passeggiato con lui sotto gli aranci della Rosamarina, che sino all'altro giorno appoggiava la fronte pallida al balcone e lo guardava, che recava nelle viscere una parte di lui.
- Ah! s'ella fosse morta, s'egli l'avesse vista la sera innanzi per l'ultima volta colla gran macchia dei capelli neri sul guanciale, cogli occhi chiusi! s'egli le avesse incrociato le mani sul petto per sempre, lui solo! e avesse potuto baciarla in fronte colla certezza che mai in quella fronte non c'era stato posto per altri baci, mai un pensiero che per lui non fosse! Il sole entrava dal balcone, gaio, sereno, nello stanzino bianco e arioso.
Rivide i bei giorni di miseria ivi passati, l'alba che lo sorprendeva nel fare delle copie per gli avvocati, e l'Elena che dormiva lì presso senza saperne nulla.
Aprì il balcone che dava sul mare luccicante.
Qualche viaggiatore arrivava dalla Immacolatella carico di sacche da viaggio; alcuni cocchieri provavano dei cavalli; delle barchette svoltavano lente lente la lanterna del molo, laggiù, dove il mare s'increspava e bolliva in spuma d'oro e d'argento.
Dappertutto saliva un'aria di calma e di serenità che gli stringeva il cuore e a poco a poco l'attirava, l'addormentava, l'istupidiva.
Erano appena le sei; Elena dormiva ancora, anzi non si soleva levare prima delle nove.
Ci volevano ancora tre ore.
Cesare sentì il bisogno di escire a prendere una boccata d'aria, e far quattro passi.
Quando ritornò, Elena aveva già fatto apparecchiare la colazione nella sua camera, perché non si sentiva bene.
Ella era pallida, sembrava stanca, si strascinava lentamente coi capelli ancora disfatti su di una lunga veste di camera slacciata.
Senza che egli glielo avesse chiesto gli disse:
- Sono indisposta, ma non è nulla.
Un po' di stanchezza.
Ho dormito poco in questi giorni...
Bisogna aspettarselo.
Non mangiò quasi a colazione, sembrava che a tavola ci stesse per far compagnia al marito.
Dopo sparecchiato si sdraiò sulla poltrona, rifinita, e lui non osò lasciarla sola mentre la donna si affaccendava ancora per la camera.
Entrambi cercavano gli argomenti per scambiare qualche parola breve e fredda.
Così trascorsero parecchi giorni.
Col tempo il primo impeto di dolore disperato che sembrava collera andava mutandosi in una tristezza desolata e taciturna.
Un giorno verso sera, arrivò donn'Anna, tutta scalmanata, collo scialle giù per la schiena, facendosi accompagnare stavolta da Roberto.
Nella notte Elena diede alla luce una bambina.
Il marito che aveva atteso nella stanza accanto, trasalendo dall'intimo delle viscere ad ogni lamento soffocato che si udiva, allorché aprirono l'uscio si sentì balzare il cuore alla gola in un sol palpito.
Egli si accostò al letto di sua moglie, sgomento, con un gran tumulto di pensieri e di affetti in cuore.
Elena, abbattuta, col viso bianco, pareva non ci avesse più una sola goccia di sangue nelle vene.
Come la chiamavano con voce carezzevole ella voltò il capo dall'altra parte, con quell'espressione di disgusto, di dispetto infantile che hanno certi ammalati, senza aprire gli occhi.
Le sole parole che disse furono:
- Lasciatemi stare! Lasciatemi stare!
La bambina l'avevano messa da parte, come un mucchio di biancheria.
La madre in silenzio, aveva interrogato la levatrice con uno sguardo ansioso e febbrile, ma al sentirsi rispondere la magra consolazione: «Una bella bambina», aveva richiuso gli occhi con quella stessa aria di noia, di stanchezza e di fastidio.
Don Liborio era corso a prendere la Camilla.
Donn'Anna affaccendata s'era impadronita della bambina, la portava in trionfo, tornava a posarla sul guanciale accanto all'Elena per fargliela vedere.
Questa finalmente aprì gli occhi a stento, e le rivolse uno sguardo stanco.
- Sarà bella come un amore! esclamò la nonna.
Elena rispose con un movimento delle spalle che fece smuovere le coperte, e mormorò, rinchiudendo gli occhi:
- A che giova?...
Il povero marito ne fu mortificato, quasi quelle parole fossero rivolte a lui.
Egli non osava fiatare e si sentiva estraneo in mezzo a tutta quella gente che riempiva la sua casa, donn'Anna, il suocero, Camilla, Roberto, si lasciava scacciare a poco a poco fuori della camera, dalla suocera, dalla levatrice, dalla serva che si affaccendavano intorno al letto di Elena.
Andò ad attendere nel salotto, insieme al suocero che chiacchierava con Roberto sul canapè.
Di tanto in tanto Camilla veniva a dire qualche parola al cugino sotto voce, e tutti e due scomparivano nel terrazzino; e il babbo aspettava sbadigliando, colle mani sul bastone.
L'alba cominciava ad imbiancare nella piazza.
Infine donn'Anna venne col cappello in testa ad annunziare che Elena stava riposando.
Roberto diede il braccio a Camilla, e tutti se ne andarono.
Rimase solo colla moglie, la quale aveva le mani e il viso bianchi come la tela su cui posavano, assopita in un sonno penoso che di tanto in tanto la faceva riscuotere con un gemito soffocato, senza aprire gli occhi.
Il medico non si era mostrato del tutto tranquillo, ed era tornato due volte nella giornata.
Cesare solo spiava ansiosamente il volto e le parole di lui.
Donn'Anna, Camilla, tutta la famiglia, andavano e venivano senza sospettare di nulla, empivano di frastuono e di via vai tutta la casa.
Elena aveva un moto doloroso della fisonomia per esprimere il male che le arrecavano i più lievi rumori, un voltar la testa pallida dall'altra parte, una contrazione delle sopracciglia sulle palpebre chiuse, uno stringer di labbra.
Soltanto allorché il marito si chinava sul letto per dirle sottovoce di bere una tazza di brodo o di prendere una medicina, apriva gli occhi, lo guardava con una specie di meraviglia, lo seguiva collo sguardo mentre egli andava e veniva per la stanza in punta di piedi, con rara sollecitudine, delicata e femminea.
Allorquando si svegliava di soprassalto dal suo corto sonnecchiare, lo vedeva sempre là, sulla poltroncina ai piedi del letto, che si alzava pian piano, e si accostava per domandarle all'orecchio come si sentisse.
Molte volte, in quelle tristi veglie al lume della lampada notturna che lasciava il letto nell'ombra, dinanzi a quella forma indistinta di cui non si udiva neppure un soffio, di cui spiccavano solo i capelli bruni, e le ombre vaghe del viso, Cesare fu assalito da un pauroso presentimento da un terrore superstizioso che gli agghiacciava il sangue nelle vene al pensare che in un momento di disperato dolore egli aveva invocata la morte, la morte per sé o per lei, non sapeva per chi.
Allora tutta la sua collera, tutta la sua angoscia si fondeva in un'altra angoscia sorda e molle, in una tenerezza cieca e disperata che gli avrebbe fatto afferrare piangendo quelle mani lunghe e bianche posate sulle lenzuola, se non avesse temuto di destarla.
Ella, quando si sentiva un po' meglio, lo guardava con quegli occhi pieni di febbre, troppo sfinita per poter parlare, o come se non avesse osato farlo, quasi volesse domandargli perdono del male