I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 26
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Tutti questi modi del guadagnare, e' quali sono in noi si chiamano arti, e sono quelle le quali sempre con noi dimorano, le quali col naufragio non periscono, anzi insieme co' nudi nuotano, e al continuo seguono compagne della vita nostra, nutrice e custode delle lode e fama nostra.
Fuori di noi le cose atte a guadagnare sono poste sotto imperio della fortuna, come trovare tesauri ascosi, venirti eredità, donazioni, alle quali cose sono dati uomini non pochi.
Molti fanno suo essercizio acquistarsi amicizie di signori, rendersi familiari a ricchi cittadini, solo sperando indi riceverne qualche parte di ricchezza, de' quali si dirà a pieno nel luogo suo.
E sono que' tutti essercizii nella fortuna posti, da' quali la nostra industria umana lungi sarà esclusa.
Solo el caso e corso delle cose in essi potrà satisfare alle espettazioni e desiderii nostri.
Niuna nostra opera o consiglio potrà ivi acquistarvi se non quanto la fortuna vorrà con noi liberale essere e facile.
E fuor di noi ancora si truovano posti guadagni, e' quali si tranno delle cose, come sono usure, e come si piglia frutto da' nostri armenti, dall'agricoltura, da' boschi, e in Toscana da' nostri scopeti, le quali cose sanza umana fatica, sanza molta industria fruttano.
Sono poi da questi usciti essercizii quasi infiniti, ne' quali adoperano chi una, chi una altra parte, chi piú e chi tutte queste da me dette cose, animo, corpo, fortuna, e cose.
Quali essercizii sarebbe prolisso e forse superfluo tutti annumerarli, però che ciascuno da sé stessi collo ingegno discorrendo facile può tutti riconoscerli.
Ma poiché da questi principii noi tutti gli abbiamo qui in mezzo, diànci a scegliere qua' sieno piú atti a una magnifica e simile alla nostra onoratissima famiglia.
E' primi lodati essercizii, dicono alcuni, sono quegli ne' quali la fortuna tiene licenza niuna, imperio niuno, ne' quali l'animo e il corpo non serve.
La quale sentenza a me sempre parerà virile e interissima, imperoché se la fortuna non potrà turbarli, quelli a te dureranno utili quanto vorrai, e se questi dureranno a tua voglia, non potranno essere certo non utili a te e lieti.
E molto qui a me piace costoro in questa sentenza commendino libertà, però che in quel modo ivi pare escludano usure, avarizie, e tutti e' mercennarii e viziosi guadagni, ché sapete l'animo sottomesso ad avarizia non si può chiamare libero, e niuna opera mercennaria si truova ben degna di libero e nobile animo.
Ma che alcuno mi escluda in tutto da' nostri essercizii la fortuna non so quanto sia da consentirli.
Né so se io qui mi stimo bene, non però vorrei io errare, ma quasi cosí potrei credere che niuno famoso essercizio si truova nel quale la fortuna non guidi le prime parti.
In le opere militari, credo si può dire che la vittoria sia figliuola della fortuna.
Gli essercizii delle lettere ancora si truovano sottoposti a mille impeti della fortuna; ora mancano e' padri; ora seguano e' parenti invidiosi, duri, inumani: ora t'asalisce povertà, ora cadi in qualche infortunio, per modo che certo non puoi negare la fortuna ivi tenere gran parte d'imperio come sopra delle cose umane, cosí sopra gli studii tuoi, ne' quali tu non puoi molto perseverare sanza copia delle medesime umane cose sottoposte alla fortuna.
E cosí adunque in ogni essercizio famosissimo e glorioso converratti non escludere la fortuna, ma moderarla in prudenza e consiglio.
Potresti dire, ragioniamo pure del guadagno, nel quale sempre la 'ndustria e prudenza insieme colla sollecitudine e cura troppo valse.
Sta bene.
Non però ancora mi pare stôrmi di quella opinione, e pure stimo cosí: s'e' guadagni vengono da nostra industria, quegli saranno non grandi, quando la nostra industria e consiglio sarà piccolo.
De' piccoli traffichi niuno, per grande industria che si truovi, può ritrarne grandissimi guadagni.
Questi pertanto diventeranno maggiori crescendo in noi colle faccende insieme industria e opera.
Adunque in gran traffichi si truovano e' gran guadagni, ne' quali io dubito la fortuna non raro vi s'aviluppi in le mercatantie simili a quelle di quegli nostri Alberti, quando e' facevano per terra venire dall'ultima Fiandra insino in Firenze lane a un tratto quanto bastava a tutti e' pannieri di Firenze insieme e gran parte di Toscana.
Non racontiamo l'altre moltissime mercantie condutte in Firenze, tradutte da que' di casa nostra sino dalle estreme provincie con molta spesa, per monti e passi asperrimi e difficillimi.
Quelle tante lane venivan elle forse fuori delle braccia della fortuna? Quanti pericoli passavano, quanti fiumi, quante difficultà prima ch'elle si posassino al sicuro! Ladri, tiranni, guerre, negligenza, vizio di procuratori, e simili casi da ogni banda loro non gli mancavano.
Cosí credo intervenga quasi in tutte le grande faccende, in tutti e' traffichi e mercantie degni a una tanto nobile e onesta famiglia.
Vogliono essere e' mercatanti cosí fatti come furono i nostri passati, come sono i presenti, e non dubito per avenire sempre saranno i nostri Alberti, - fare grande imprese, condurre cose utilissime alla patria, serbare l'onore e fama della famiglia, e di dí in dí non meno in autorità e in grazia crescere che in pecunia e roba.
Potremo adunque statuire, come dicevano coloro, sia ne' nostri essercizii l'animo mai servo, sempre libero, il corpo non suggetto ad alcuna disonestà e turpitudine, ma sempre ornato di modestia e temperanza, e seguasi in quegli essercizii ne' quali la fortuna tenga, non vo' dire niuna, ma non troppa licenza.
Abbiamo ora scelto e' primi migliori essercizii.
E' secondi migliori saranno quegli e' quali piú a questi primi s'accosteranno, e gli altri appresso saranno que' che manco giaceranno da' primi lodatissimi essercizii rimossi e luntani, in quali se servirà meno, e quali anco meno alla fortuna saranno sottoposti.
Abbià'gli tutti scelti.
Ora di questi quali apprenderemo noi? Quegli certo, come dissi di sopra, e' quali piú a noi si confaranno.
Poi come gli adopereremo noi? Qui forse si richiederebbe maggiore e piú accurata risposta, ma per essere brevissimo vi darò regole generali, colle quali potrete in ogni essercizio non errare.
Dicovelo: in quel che appartiene all'animo, fate quanto dicevano coloro: l'animo mai serva.
Serve l'animo quando e' sia cupido, avaro, misero, timido, invidioso, o sospettoso, imperoché i vizii signoreggiano e premono l'animo, né mai lasciano aspirarlo con alcuna libertà e leggiadra volontà a degnamente acquistare lode e fama.
E come l'infermità del corpo tengono el corpo giacendo e grave in modo che lo 'nfermo non ha libertà delle membra sua, cosí l'avarizia, la timidità, la suspizione, la sete del guadagno e gli altri simili morbi dell'animo debilitano la forza dello 'ngegno, e tengono la mente oppressa, né lasciano el discurso e ragione nell'animo satisfare ad alcuna propria necessità.
E sono, come al corpo vacazion d'ogni dolore, sincerità di sangue e fermezza di membra, cosí all'animo necessarie quiete, tranquillità e verità, le quali cose, come le sue a el corpo sono da moderato e netto vivere, cosí queste all'animo nascono da ragione e virtú.
Ma alla virtú qual si richiede all'animo, sta contro el vizio, el quale sempre sta grave e priva la mente, cogitazione e operazione degli animi d'ogni virile e dovuta libertà.
Adunque non sia vizioso l'animo, e non servirà; ornisi di virtú, e arà libertà.
Non sia sottoposto l'animo ad alcuno errore, non si sottometta ad alcuna disonestà per avanzare auro, fugga ogni biasimo per non perdere fama, non perda virtú per acquistare tesauro, imperoché, come soleva dire Platone, quel nobilissimo principe de' filosofi: «Tutto l'oro nascoso sotto terra, tutto l'oro serbato sopra terra, tutto l'avere del mondo non è da comparare colla virtú».
Piú vale la virtú constante e ferma che tutte le cose sottoposte alla fortuna, caduche e fragili, piú la fama e nome nutrita da virtú che tutti e' guadagni.
Troppo sarà grandissimo guadagno, se noi asseguiremo grazia e lode, per le quali cose solo si cerca vivere in ricchezza.
Non servirà l'animo adunque per arricchire, né constituirà el corpo in ozio e delizie, ma userà le ricchezze solo per non servire.
E forse non è se non spezie di servitú sottomettersi, pregare e suplicare per sovvenire a' bisogni tuoi.
Non, pertanto, si spregino le ricchezze, ma signoreggisi alle cupidità e nel mezzo della copia e abundanza delle cose.
Cosí viveremo liberi e lieti.
Poi in quello ove s'adopera il corpo, perché ogni opera del corpo si può quasi chiamare servitú, non è servitú a mio credere altro che stare sotto imperio altrui.
Avere imperio sopra d'alcuno credo sia non altro che fruttare l'opere sue.
Qui adunque servasi el manco si può, servasi non per premio, ma per grazia; servasi piú tosto alla famiglia sua che agli altri, piú tosto agli amici che agli strani, piú volentieri a' buoni che a' non buoni; la patria vero a tutti si preponga.
In quello che avviene dalla fortuna nolla temete, neanche la desiderate.
Se la fortuna vi dona ricchezze, adoperatele in lodo e onore vostro e de' vostri, sovvenitene agli amici, adoperatele in cose magnifiche e onestissime.
Se la fortuna con voi sarà tenace e avara, non però per questo viverete solliciti, né troppo manco contenti, neanche prenderete nell'animo gravezza alcuna sperando, aspettando da lei piú che la vi porga.
Spregiatela piú tosto, ché facile cosa vi sarà spregiare quello che voi non arete.
E se la fortuna a voi toglie le già date e bene adoperate ricchezze, che si dee fare se non portarlo in pace e forte? Volere con maninconie, con miseria d'animo acquistare o riavere quello che a noi sia vietato, sarebbe pazzia, sarebbe servire, sarebbe certo essere infelice.
In quello poi procede dalle cose, si vuole esservi né sí desidioso, né si occupato, che tu ancora non sia utile agli altri piú lodati essercizii.
Agiugni a tutti questi documenti quello che sempre mi parse necessario a tutta la vita, sanza il quale nulla rimane lodato, nulla sta utile, nulla con autorità e dignità si conserva; e questo sarà quello che darà l'ultimo lustro a tutte le nostre operazioni, pulitissimo e splendidissimo in vita, e doppo noi firmissimo e perpetuissimo, dico la onestà.
In tutti e' tuoi pensieri e instituti, in tutti gli atti e modi, in tutt'i fatti, opere ed essercizii, in tutte le parole, in tutte le espettazioni, in tutti e' desiderii, in tutte le volontà, in tutti gli appetiti, in ogni qualunque sia nostra cosa consiglierenci sempre colla onestà, la quale sempre fu ottima maestra delle virtú, fedele compagna delle lodi, benignissima sorella de' costumi, religiosissima madre d'ogni tranquillità e beatitudine al vivere.
E non sia inetta al proposito questa similitudine: stimate che l'ombra nostra sia questa divina e santissima onestà, la quale sempre presente intende, conosce, pon mente, giudica quanto, in che modo, e a che fine qui noi adoperiamo e facciamo; cosí tutto nota, tutto distingue, tutto essamina, tutto ci va considerando; del ben fare graziosa ti loda, abondante ti ringrazia, molto ti porge dignità e autorità; del male irata ti sgrida, veemente t'acusa, turbata ridice, promulga a tutti el vizio e il vituperio tuo.
Con questa cosí fatta onestà adunque fate che voi vi consigliate sempre, e con molta reverenza e osservanza seguite el consiglio suo, el quale sempre sarà interissimo e maturissimo, non manco e utilissimo.
L'onestà mai ti lascerà servire, sempre sarà tuo scudo verso gl'impeti della fortuna, né mai seguendo e ubidendo suoi comandamenti e consigli, cosa maravigliosa e incredibile, mai di tuo alcuno detto o fatto arai da penterti.
E cosí sempre satisfacendo al giudicio della onestà ci troverremo ricchi, lodati, amati e onorati.
Ma se il vizioso non si consiglierà, non seguirà el giudicio e ricordo della onestà, lui mai si troverrà contento, ricco, né lodato, né amato, né felice, e infinite volte vorrebbe piú tosto essere povero che vivere ricco con quelle molte reprensioni acerbissime, le quali e' disonesti al continuo patiscono ne' loro animi.
E stimate sempre che manco nuoce la povertà che il disonore, e piú giova la fama e grazia che tutte le ricchezze.
Ma di questo sarà altrove da disputarne.
Noi vero qui ci consiglieremo in ogni nostra via, in ogni spasso, non colla utilità, non colla voluttà, ma colla onestà.
Sempre daremo luogo alla onestà, che con noi sia come un publico, giusto, pratico e prudentissimo sensale, el quale misuri, pesi, anoveri molto bene piú volte, e stimi e pregi ogni nostro atto, fatto, pensiero e voglia.
E cosí con lei diventeremo, se non di molta roba ricchi, almeno di fama, lodo, grazia e favore e onore abundantissimi, cose tutte da preporre a qual si sia grandi e amplissime ricchezze.
Cosí adunque faremo.
Saracci sempre l'onestà presso e a fronte, temerélla e amerélla.
Credo per ora qui bastino questi come generali documenti a non essere povero.
Noi non cerchiamo altro.
Le ricchezze si vogliono per non aver bisogno, e troppo a me sarà colui ricco a chi nulla bisognerà; e chi come abbiamo detto sé stessi esserciterà, costui certamente di nulla arà bisogno, anzi piú tosto d'ogni onesta cosa abonderà.
Poiché noi cosí testé abbiamo veduto quali sieno e' piú utili essercizii, piú da pigliare, e in che modo s'abbia a reggervisi, ora veggo vorresti spiegassimo e riconoscessimo qua' sian questi essercizii, come sieno chiamati, se sono que' dell'arme, quegli dell'agricultura, o quelli delle scienze e arti, o vero pur quegli della mercantia, e usciti di questi essercizii disiderresti udire della masserizia, la quale dissi era delle due l'una a diventar ricco.
BATTISTA Sí.
Ma pon mente, Carlo, e' mi pare sentire...
LIONARDO E anche a me.
Ben te lo dissi, Battista, e tu vedi testé, che apunto in sul piú fermo nostro ragionare...
CARLO Egli è Ricciardo.
BATTISTA Sí?
CARLO Sí.
LIONARDO Andià'gli contro, poi domani per tempo saremo qui insieme.
BATTISTA Sta bene.
Và.
Io ti seguo.
PROEMIO DEL LIBRO TERZO
A FRANCESCO D'ALTOBIANCO ALBERTI
Messere Antonio Alberti, uomo litteratissimo tuo zio, Francesco, quanto nostro padre Lorenzo Alberti a noi spesso referiva, non raro solea co' suoi studiosi amici in que' vostri bellissimi orti passeggiando disputare quale stata fosse perdita maggiore o quella dello antiquo amplissimo nostro imperio, o della antiqua nostra gentilissima lingua latina.
Né dubitava nostro padre a noi populi italici cosí trovarci privati della quasi devuta a noi per le nostre virtú da tutte le genti riverenza e obedienza, molto essere minore infelicità che vederci cosí spogliati di quella emendatissima lingua, in quale tanti nobilissimi scrittori notorono tutte le buone arti a bene e beato vivere.
Avea certo in sé l'antico nostro imperio dignità e maiestà maravigliosa, ove a tutte le genti amministrava intera iustizia e summa equità, ma tenea non forse minore ornamento e autorità in un principe la perizia della lingua e lettere latine che qualunque fosse altro sommo grado a lui concesso dalla fortuna.
E forse non era da molto maravigliarsi se le genti tutte da natura cupide di libertà suttrassero sé, e contumace sdegnorono e fuggirono e' ditti nostri e leggi.
Ma chi stimasse mai sia stato se non propria nostra infelicità cosí perdere quello che niun ce lo suttrasse, niun se lo rapí? E pare a me non prima fusse estinto lo splendor del nostro imperio che occecato quasi ogni lume e notizia della lingua e lettere latine.
Cosa maravigliosa intanto trovarsi corrotto o mancato quello che per uso si conserva, e a tutti in que' tempi certo era in uso.
Forse potrebbesi giudicare questo conseguisse la nostra suprema calamità.
Fu Italia piú volte occupata e posseduta da varie nazioni: Gallici, Goti, Vandali, Longobardi, e altre simili barbare e molto asprissime genti.
E, come o necessità o volontà inducea, i popoli, parte per bene essere intesi, parte per piú ragionando piacere a chi essi obediano, cosí apprendevano quella o quell'altra lingua forestiera, e quelli strani e avventizii uomini el simile se consuefaceano alla nostra, credo con molti barbarismi e corruttela del proferire.
Onde per questa mistura di dí in dí insalvatichí e viziossi la nostra prima cultissima ed emendatissima lingua.
Né a me qui pare da udire coloro, e' quali di tanta perdita maravigliandosi, affermano in que' tempi e prima sempre in Italia essere stata questa una qual oggi adoperiamo lingua commune, e dicono non poter credere che in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in quella lingua latina molto a' bene dottissimi difficile e oscure, e per questo concludono la lingua in quale scrissero e' dotti essere una quasi arte e invenzione scolastica piú tosto intesa che saputa da' molti.
Da' quali, se qui fusse luogo da disputare, dimanderei chi apresso gli antichi non dico in arti scolastice e scienze, ma di cose ben vulgari e domestice ma' scrivesse alla moglie, a' figliuoli, a' servi in altro idioma che solo in latino.
E domanderei chi in publico o privato alcuno ragionamento mai usasse se non quella una, quale perché a tutti era commune, però in quella tutti scrivevano quanto e al popolo e tra gli amici proferiano.
E ancora domanderei se credono meno alle strane genti essere difficile, netto e sincero profferire questa oggi nostra quale usiamo lingua, che a noi quella quale usavano gli antichi.
Non vediamo noi quanto sia difficile a' servi nostri profferire le dizioni in modo che sieno intesi, solo perché non sanno, né per uso possono variare casi e tempi, e concordare quanto ancora nostra lingua oggi richiede? E quante si trovorono femmine a que' tempi in ben profferire la lingua latina molto lodate, anzi quasi di tutte piú si lodava la lingua che degli uomini, come dalla conversazione dell'altre genti meno contaminata! E quanti furono oratori in ogni erudizione imperiti al tutto e sanza niuna lettera! E con che ragione arebbono gli antichi scrittori cerco con sí lunga fatica essere utili a tutti e' suoi cittadini scrivendo in lingua da pochi conosciuta? Ma non par luogo qui stenderci in questa materia; forse altrove piú a pieno di questo disputaréno.
Benché stimo niuno dotto negarà quanto a me pare qui da credere, che tutti gli antichi scrittori scrivessero in modo che da tutti e' suoi molto voleano essere intesi.
Se adunque cosí era, e tu, Francesco, uomo eruditissimo, cosí reputi, qual giudicio di chi si sia ignorante sarà apresso di noi da temere? E chi sarà quel temerario che pur mi perseguiti biasimando s'io non scrivo in modo che lui non m'intenda? Piú tosto forse e' prudenti mi loderanno s'io, scrivendo in modo che ciascuno m'intenda, prima cerco giovare a molti che piacere a pochi, ché sai quanto siano pochissimi a questi dí e' litterati.
E molto qui a me piacerebbe se chi sa biasimare, ancora altanto sapesse dicendo farsi lodare.
Ben confesso quella antiqua latina lingua essere copiosa molto e ornatissima, ma non però veggo in che sia la nostra oggi toscana tanto d'averla in odio, che in essa qualunque benché ottima cosa scritta ci dispiaccia.
A me par assai di presso dire quel ch'io voglio, e in modo ch'io sono pur inteso, ove questi biasimatori in quella antica sanno se non tacere, e in questa moderna sanno se non vituperare chi non tace.
E sento io questo: chi fusse piú di me dotto, o tale quale molti vogliono essere riputati, costui in questa oggi commune troverrebbe non meno ornamenti che in quella, quale essi tanto prepongono e tanto in altri desiderano.
Né posso io patire che a molti dispiaccia quello che pur usano, e pur lodino quello che né intendono, né in sé curano d'intendere.
Troppo biasimo chi richiede in altri quello che in sé stessi recusa.
E sia quanto dicono quella antica apresso di tutte le genti piena d'autorità, solo perché in essa molti dotti scrissero, simile certo sarà la nostra s'e' dotti la vorranno molto con suo studio e vigilie essere elimata e polita.
E se io non fuggo essere come inteso cosí giudicato da tutti e' nostri cittadini, piaccia quando che sia a chi mi biasima o deponer l'invidia o pigliar piú utile materia in qual sé demonstrino eloquenti.
Usino quando che sia la perizia sua in altro che in vituperare chi non marcisce in ozio.
Io non aspetto d'essere commendato se non della volontà qual me muove a quanto in me sia ingegno, opera e industria porgermi utile a' nostri Alberti; e parmi piú utile cosí scrivendo essercitarmi, che tacendo fuggire el giudicio de' detrattori.
Però, Francesco mio, come vedesti di sopra, scrissi duo libri, nel primo de' quali avesti quanto in le bene costumate famiglie siano e' maggiori verso la gioventú desti e prudenti, e quanto a' minori verso de' vecchi sia debito e officio fare, e ancora trovasti quanta diligenza sia richiesta da' padri e dalle madri in allevare e' figliuoli e farli costumati e virtuosi.
El secondo libro recitò quali cose s'avessero a considerare maritandosi, e narrò quanto allo essercizio de' giovani s'apartenea.
Persino a qui adunque abbiàn fatta la famiglia populosa e avviata a diventar fortunata; ora, perché la masserizia si dice essere utilissima a ben godere le ricchezze, in questo terzo libro troverrai descritto un padre di famiglia, el quale credo ti sarà non fastidioso leggere; ché sentirai lo stile suo nudo, simplice, e in quale tu possa comprendere ch'io volli provare quanto i' potessi imitare quel greco dolcissimo e suavissimo scrittore Senofonte.
Tu adunque, Francesco, perché sempre amasti me, sempre a te piacquero le cose mie, leggerai questo buon padre di famiglia, da cui vedrai come prima sé stessi e poi ciascuna sua cosa bene governi e conservi.
E stimerai ch'io desidero non satisfare a' meriti tuoi verso di me mandandoti questo libro quasi come pegno e segno della nostra amicizia, ma giudicherai me molto piú a te rendermi obligato ove io dimanderò da te che tu duri fatica in emendarmi, acciò che noi lasciamo a' detrattori tanto men materia di inculparci.
Leggimi, Francesco mio suavissimo, e quanto fai amami.
LIBRO TERZO
LIBER TERTIUS FAMILIE: ECONOMICUS
Avea già datoci a piú cose risposta Lionardo, delle quali Carlo e io circa i ditti di sopra ragionamenti o dubitavamo o non bene ci ricordavamo, e avea cominciato grandemente a lodarci della diligenza la quale Carlo e io avàmo tenuta la notte passata in trascrivere in brevissimi commentarii quanto il dí di sopra nelle udite sue disputazioni tenevamo.
In questo, Giannozzo Alberto, uomo per sua grandissima umanità e per suoi costumi interissimi da tutti chiamato e riputato, come veramente era, buono, sopragiunse.
Venia per vedere Ricciardo.
Salutocci e domandò quanto si sentisse bene Lorenzo, e quanto si fusse confortato per la giunta del fratello.
Lionardo lo ricevè con molta riverenza e disse: - Ben vorrei, Giannozzo, voi fossi qui ieri da sera stato quando Ricciardo qui giunse.
GIANNOZZO Bene arei cosí voluto.
Nollo seppi in tempo.
LIONARDO Sarebbevi l'animo, credo, tutto intenerito.
Stavasi Lorenzo pur grave a dire il vero, pur debole, Giannozzo.
Questo suo male verso la sera il prieme, e piú lo tiene la notte grave che il dí.
Sentí Lorenzo e conobbe la voce del fratello quasi come lasso si destasse.
Alzò su gli occhi insieme e levò alquanto una mano con tutto il braccio scoperto e lasciollo un poco piú là ricadere, e sospirò, e volgendosi verso el fratello lo mirava ben fiso, e in tutto che fosse debolissimo pur s'aiutava ad onorarlo.
Porsegli la mano.
Ricciardo si gli accostò, e cosí presi si tenerono non piccolo spazio abbracciati.
L'uno e l'altro pareva volesse salutarsi e dire piú cose, ma nulla potesse profferire.
Lacrimorono.
GIANNOZZO Ah, carità!
LIONARDO Poi si lasciorono l'uno l'altro.
Ricciardo si sforzava molto non parere piangioso.
Lorenzo, doppo un poco, le prime sue parole furono queste: «Fratello mio, Battista costí e Carlo ormai saranno tuoi».
Non fu tra noi chi piú potesse tenere le lacrime.
GIANNOZZO O pietà! E Ricciardo?
LIONARDO Pensatelo voi.
GIANNOZZO O fortuna nostra! Ma come si sente Ricciardo?
LIONARDO Pur bene di quello ch'io veggia.
GIANNOZZO Io venia per vederlo.
LIONARDO Credo io lui testé si posa.
GIANNOZZO Non suole Ricciardo cosí essere pigro e sonnolento.
Mai mi sta in mente vidi uomo piú che Ricciardo desto e sempre adoperarsi.
LIONARDO Non vi maravigliate, Giannozzo, se Ricciardo soprastà alquanto ricreandosi.
Stanotte molto si riposò tardi, rotto pel camminare, e forse coll'animo da molti pensieri stracco e convinto.
GIANNOZZO Troppo bene a noi vecchiacciuoli ogni piccolo travaglio nuoce.
Questo pruovo io testé in me.
Stamani in su la prima aurora per servire allo onore e utile d'uno mio amico io sali' in Palagio.
Non fu tempo ivi a quello ch'io volea; vennine qua ratto.
Se in questo mezzo salutassi Ricciardo, potrei ire al tempio a vedere il sacrificio e adorare Iddio, poi tornerei a fare quanto allo amico mio bisognasse.
Ora qui a me pare essere tutto rotto, tutto sono lasso.
Per certo questi dí serotini fanno a noi il contrario che agli arbori.
Sogliono e' dí serotini alleggerire, spogliare e diffrondare gli alberi.
Vero a noi vecchietti e' dí serotini nella età nostra ci caricano e veston di molta ombra e affanno.
E cosí, figliuoli miei, chi piú ci vive piú ci piange in questo mondo.
Quello mio amico, anche lui si sente carico d'anni e di povertà, e se io non traprendessi parte de' suoi incarichi, sallo Iddio in quanta miseria giacerebbe.
LIONARDO Adunque non sanza cagione da' nostri e dagli altri tutti vi sento, Giannozzo, appellare buono, poiché per molte altre ragioni e per questa ancora cosí meritate, che mai vi sentite sazio di molto servire agli amici, sollevare e' miseri, sovvenire agli affannati.
Ma sedete, Giannozzo.
Voi siete stracco, e a questa età si conviene cosí.
Sedete.
GIANNOZZO Or sí, farò.
Intendi però, Lionardo, questo m'interviene da non molti anni in qua.
Non posso affaticarmi a gran parte quanto io soleva.
LIONARDO E quante ancora cose a voi era consuetudine fare giovane, quale ora non faresti vecchio! E piàcevi testé quante altre che allora forse non vi pareano grate!
GIANNOZZO Molte, Lionardo mio.
E' mi ricorda quando io era giovane, se si faceva, come spesso in quelli tempi, in quello buono stato della terra nostra si faceva, giostre o simile alcuno publico giuoco, la maggiore contenzione tra' miei vecchi e me era questa una, però che io insieme con gli altri al tutto volea uscire in mezzo a farmi valere.
Tornavano quelli di casa nostra sempre con molta lode e pregio.
Io di questo godea tra me stessi, ma pure e' mi dolea non essere stato di quelli uno in affannarmi e come gli altri meritare.
O famiglia Alberta, che sempre vedevi altretanti piú che di tutte le maggiori famiglie di Firenze nostra gioventú Alberta a mezzo il campo trascorrere lieta, animosa, atta nell'armi! Tutto il popolo parea non avesse cura ad altri che a' nostri Alberti; non sapea il popolo lodare chi non era Alberto; pareva a ciascuno frodare de' meriti nostri, se ivi si lodava altri che noi Alberti.
Io, pensa, come dall'uno lato godea della tanta grazia in quale giustamente erano i nostri Alberti, e dall'altro lato, stima tu, Lionardo, uno giovane che abbia l'animo desto e virile, quale in quelli tempi era il mio, gli sarà troppa molestia non potendo come desidera essere tra quelli suoi, farsi mirare da tutti e lodare.
Cosí a me intervenia.
Io aodiava chiunque me ne stoglieva, e ogni parola di quelli nostri vecchi allora mi pareva veramente alle orecchie mie, Lionardo, una sassata.
Non poteva ascoltarli quando e' mi sgomentavano tutti insieme, e dicevano la giostra essere giuoco pericoloso, di niuno utile, di molta spesa, atta ad acquistarsi piú invidia che amistà, piú biasimo che lodo, esservi troppe sciagure, nascervi questioni, avermi piú caro che io non pensava né forse meritava.
E io queto, accigliato.
Poi appresso quelli pur numeravano molte storie di quanti erano usciti di quelle armi parte morti, parte in tutto il resto della vita inutili e guasti.
Fare'ti ridere se io ti contassi con quante astuzie piú volte cercai ottenere licenza da' miei maggiori, senza le cui voluntà arei né in quello, né in altra cosa mai fatto nulla.
Interposi pregatori, parenti, amici e amici degli amici.
Dissi averlo promesso, eravi chi affirmava me averlo giurato a' compagni.
Nulla giovava.
Pertanto fu volta che io volea loro, non quanto io solea, bene.
Ben conosceva io tutto farsi perché io era loro pur troppo caro, e perché amorevoli temevano a me non intervenisse qualche sciagura, come spesso a' ben robusti e a' molto valenti interviene o in la persona o nello onore.
Ma pure e' mi parevano odiosi in tanto dissuadermi e cosí essere contro a questa mia virile voglia troppo ostinati.
E molto piú mi dispiacevano quando io stimava lo facessino per masserizia, come egli erano, sai, pur buoni massaiotti, quale io testé sono diventato.
E in quelli tempi era giovane, spendeva e largheggiava.
LIONARDO Testeso?
GIANNOZZO Testé, Lionardo mio, sono io prudente, e cognosco chi getta via il suo essere pazzo.
Chi non ha provato quanto sia duolo e fallace a' bisogni andare pelle mercé altrui, non sa quanto sia utile il danaio.
E chi non pruova con quanta fatica s'acquisti, facilmente spende.
E chi non serva misura nello spendere, suole bene presto impoverire.
E chi vive povero, figliuoli miei, in questo mondo soffera molte necessità e molti stenti, e meglio forse sarà morire che stentando vivere in miseria.
Sicché, Lionardo mio, quello proverbio de' nostri contadini, credi a me come a chi in questo possa per pruova e conoscimento non piú esserne certo, cosí comprendo che gli è verissimo: «Chi non truova il danaio nella sua scarsella molto manco il troverrà in quella d'altrui».
Figliuoli miei, e' si vuole essere massaio, e quanto da uno mortale inimico guardarsi dalle superflue spese.
LIONARDO Non credo però, Giannozzo, in questo tanto fuggire le spese a voi piaccia né essere, né parere avaro.
GIANNOZZO Dio me ne guardi! Avaro sia chi male ci vuole.
Nulla si truova tanto contrario alla fama e grazia degli uomini quanto la avarizia.
E qual sarà sí chiara e nobile virtú alcuna, la quale non stia oscurata e isconosciuta sotto della avarizia? Ed è cosa odiosissima quanto al continuo abita in l'animo degli uomini troppo stretti e avari, gran rodimento e grave molestia ora affannata in congregare, ora adolorata per qualche fatta spesa, le quali cose pessime sempre vengono agli avari.
Mai gli veggo lieti, mai godono parte alcuna delle sue fortune.
LIONARDO Chi non vuole parere avaro, lo tiene necessità essere spendente.
GIANNOZZO E anche a chi vuole parere non pazzo, gli sta necessità essere massaio.
Ma se Dio t'aiuti, perché non è egli da volere prima essere massaio che spendente? Queste spese, credete a me, il quale omai per uso e pruova intendo qualche cosa, queste simili spese non molto necessarie tra' savi sono non lodate, e mai vidi, e cosí stimo voi vederete mai fatta sí grande, né sí abondante spesa, né sí magnifica ch'ella non sia da infiniti per infiniti mancamenti biasimata: sempre v'è stato o troppo quella, o manco quella altra cosa.
Vedetelo se uno apparecchia uno convito, benché il convito sia spesa civilissima e quasi censo e tributo a conservare la benivolenza e contenere familiarità tra gli amici: lasciamo adrieto il tumulto, la sollecitudine, gli altri affanni: quello si vorrà, questo bisognerà, anzi questo altro; il trambusto, le seccaggine, che prima ti senti stracco che tu abbi cominciato a disponere alcuno apparecchio; e anche passiamo il gittare via la roba, scialacquamenti, strusciamenti per tutta la casa: nulla può stare serrato, perdesi questo, domandasi questo altro; cerca di qua, accatta da colui, compera, spendi, rispendi, getta via.
Agiugni qui dipoi e' ripetii e molti pentimenti, quali tu e col fatto e doppo nell'animo porti, che sono affanni e stracchezze inestimabili e troppe dannose, delle quali tutte, spentone il fummo alla cucina, spentone ogni grazia, Lionardo, ogni grazia, e apena ne se' guatato in fronte.
E se la cosa è ita alquanto assettata, pochi ti lodano di veruna tua pompa, e molti ti biasimano di poca larghezza.
E hanno questi molto bene ragione.
Ogni spesa non molto necessaria non veggo io possa venire se non da pazzia.
E chi in cosa alcuna diventa pazzo, gli fa mestiero ivi in tutto essere pazzo, imperoché volere essere con qualche ragione pazzo sempre fu doppia e incredibile pazzia.
Ma lasciamo andare tutte queste cose, quali sono piccole a petto a quest'altre, le quali testé diremo.
Queste simili spese del convivare e onorare gli amici possono una o due volte l'anno venire, e seco portano ottima medicina, ché chi una volta le pruova, se già costui non sarà fuori di sé, credo fuggirà la seconda.
Vieni tu stessi, Lionardo, qui apresso uno poco pensando.
Pon mente che niuna cosa piú sarà atta a fare ruinare non solo una famiglia, ma uno comune, uno paese, quanto sono questi..., come gli chiamate voi ne' vostri libri, questi e' quali spendono sanza ragione?
LIONARDO Pròdigi.
GIANNOZZO Chiamali come tu vuoi.
S'io avessi di nuovo a imporli nome, che potre' io chiamarli se non molto male che Iddio loro dia? Sviàti che e' sono da sé molto, e' isviano altrui.
L'altra gioventú, com'è corrotto ingegno de' giovani trarre piú tosto a' sollazzosi luoghi che alla bottega, ridursi piú tosto tra giovani spendenti che tra vecchi massai, veggono questi tuoi pròdigi abondare d'ogni sollazzo, subito ivi s'accostano, dànnosi con loro alle lascivie, alle delicatezze, allo ozio, fuggono i lodati essercizii, pongono la loro gloria e felicità in gittar via, non amano essere quanto si richiede virtuosi, poco stimano ogni masserizia.
Vero, e chi di loro mai potesse diventare virtuoso vivendo assediato da tanti assentatori ghiotti, bugiardi, e da tutte le turme de' vilissimi e disonestissimi uomini, trombetti, sonatori, danzatori, buffoni, ruffiani, frastagli, livree e frange? E forse che tutta questa brigatina non concorre a fare cerchio in su l'uscio a chi sia prodigo, come a una scuola e fabrica de' vizii, onde e' giovani usati a tale vita non sanno uscirne? O! per continuarvi, Dio buono, che non fanno egli di male! Rubano il padre, parenti, amici, impegnano, vendono.
E chi mai potrebbe di tanta perversità dirne a mezzo? Ogni dí senti nuovi richiami, ogni ora vi cresce fresca infamia, al continuo si stende maggiore odio e invidia e nimistà e biasimo.
Alla fine, Lionardo mio, questi pròdigi si truovano poveri in molta età, sanza lodo, con pochissimi, anzi con niuno amico; imperoché quelli goditori leconi, quali e' riputavano in quelle grande spese essere amici, e quelli assentatori bugiardi, e' quali lodavano e chiamavano virtú lo spendere, cioè il diventare povero, e col bicchiere in mano giuravano e promettevano versare la vita, tutti questi sono fatti come tu vedi e' pesci: mentre l'esca nuota a galla, e' pesci in grande quantità germugliano; dileguata l'esca, solitudine e diserto.
Non mi voglio stendere in questi ragionamenti, né dartene essempli, o racontarti quanti io n'abbia con questi occhi veduti prima ricchissimi, poi per sua poca masserizia stentare, Lionardo, ché sarebbe lunga narrazione; non ci basterebbe il dí.
Sicché per essere brieve dico cosí: quanto la prodigalità è cosa mala, cosí è buona, utile e lodevole la masserizia.
La masserizia nuoce a niuno, giova alla famiglia.
E dicoti, conosco la masserizia sola essere sofficiente a mantenerti che mai arai bisogno d'alcuno.
Santa cosa la masserizia! e quante voglie lascive, e quanti disonesti appetiti ributta indrieto la masserizia! La gioventú prodiga e lasciva, Lionardo mio, non dubitare, sempre fu attissima a ruinare ogni famiglia.
I vecchi massari e modesti sono la salute della famiglia.
E' si vuole essere massaio, non fosse questo per altro se none che a te stessi resta nell'animo una consolazione maravigliosa di viverti bellamente con quello che la fortuna a te concesse.
E chi vive contento di quello che possiede, a mio parere non merita essere riputato avaro.
Questi spendenti veramente sono avari, i quali perché e' non sanno saziarsi di spendere, cosí mai si sentono pieni d'acquistare e da ogni parte predare questo e quello.
Non stimassi tu però essermi grata alcuna superchia strettezza.
Ben confesso questo; a me pare da dislodare troppo uno padre di famiglia se non vive piú tosto massaio che godereccio.
LIONARDO Se gli spenditori, Giannozzo, dispiaciono, chi non spenderà vi doverà piacere.
L'avarizia, bench'ella stia, come dicono questi savi, in troppo desiderare, ella ancora sta in non spendere.
GIANNOZZO Bene dici il vero.
LIONARDO E l'avarizia dispiace?
GIANNOZZO Sí troppo.
LIONARDO Adunque questa vostra masserizia che cosa sarà?
GIANNOZZO Tu sai, Lionardo, che io non so lettere.
Io mi sono in vita ingegnato conoscere le cose piú colla pruova mia che col dire d'altrui, e quello che io intendo piú tosto lo compresi dalla verità che dall'argomentare d'altrui.
E perché uno di questi i quali leggono tutto il dí, a me dicesse «cosí sta», io non gli credo però se io già non veggo aperta ragione, la quale piú tosto mi dimonstri cosí essere, che convinca a confessarlo.
E se uno altro non litterato mi adduce quella medesima ragione, cosí crederrò io a lui senza allegarvi autorità, come a chi mi dia testimonianza del libro, ché stimo chi scrisse pur fu come io uomo.
Sí che forse io testé non saprò cosí a te rispondere ordinato quanto faresti tu a me, che tutto il dí stai col libro in mano.
Ma vedi tu, Lionardo, quelli spenditori, de' quali io ti dissi testé, dispiaciono a me, perché eglino spendono sanza ragione, e quelli avari ancora mi sono a noia, perché essi non usano le cose quando bisogna, e anche perché quelli medesimi desiderano troppo.
Sa' tu quali mi piaceranno? Quelli i quali a' bisogni usano le cose quanto basta e non piú, l'avanzo serbano; e questi chiamo io massai.
LIONARDO Ben v'intendo, quelli che sanno tenere il mezzo tra il poco e il troppo.
GIANNOZZO Sí, sí.
LIONARDO Ma in che modo si conosce egli quale sia troppo, quale sia poco?
GIANNOZZO Leggermente, colla misura in mano.
LIONARDO Aspetto e desidero questa misura.
GIANNOZZO Cosa brevissima e utilissima, Lionardo, questa.
In ogni spese prevedere ch'ella non sia maggiore, non pesi piú, non sia di piú numero che dimandi la necessità, né sia meno quanto richiede la onestà.
LIONARDO O Giannozzo, quanto giova piú nelle cose di questo mondo uno simile sperto e pratico che uno rozzo litterato!
GIANNOZZO Che dici tu? Non avete voi queste cose tutte ne' libri vostri? Eppur si dice nelle lettere si truova ogni cosa.
LIONARDO Cosí può essere, ma io non mi ricordo altrove averle trovate.
E se voi sapessi, Giannozzo, quanto ci siate utile e bene accaduto a proposito, voi ve ne maraviglieresti.
GIANNOZZO Dici tu il vero? Io godo se io vi sono utile in cosa alcuna.
LIONARDO Utilissimo.
Questi giovani qui, Battista e Carlo, desideravano udire della masserizia qualche buono documento, e io insieme con loro bramava il simile.
Ora da chi poteriamo noi udirne piú a pieno e con piú verità che da voi, il quale siete tra' nostri riputato né sí spendente che in voi non sia onestissima masserizia, né sí sete massaio che uomo vi possa riputare non liberale? Però voglio avervi pregato, poiché la masserizia è sí utilissima, non vogliate noi non la conosciamo piú tosto da voi, da cui l'udiremo con piú fede e con piú verità che da altri, il quale c'insegnerebbe forse piú tosto essere avaro che vero massaio.
Seguite, Giannozzo, dirci quello sentite di questa santa masserizia, che spero udiremo da voi come sino a qui cosí del resto cose elettissime.
GIANNOZZO Io non saprei dirvi di no per rispetto alcuno, pregandomi tu, Lionardo.
E' m'è debito fare cose piaccino a' miei.
E tanto piú voglio essere facile a narrarvi quello quale per pruova alla masserizia conosco, quanto voi avete voglia, e quanto a voi sarà utilissimo avermi udito.
Né voi avete piú desiderio d'udirmi che io di farvi massai.
E dicovi tanto, a me questo giova la masserizia: se io mi truovo in fortuna alcuna, come mi truovo, grazia d'Iddio, mezzanamente ben posto, io vi posso dire avermivi piú per masserizia che per altra industria alcuna.
Vero...
Ma sedete.
Siedi, Lionardo.
Questi garzoni staranno in piè.
LIONARDO Sto bene.
GIANNOZZO Siedi.
LIONARDO Sedete voi.
Sapete il costume nostro di casa.
In presenza dei piú atempati fu mai chi s'asedesse.
GIANNOZZO Sí, fuori in publico.
Questi saranno ragionamenti tra noi in casa, utili a noi.
Siedi.
Egli è meglio lasciarsi vincere ubidendo che volere fare a suo modo stimando parere costumato.
Siedi.
Or bene, che diciavamo noi della masserizia? Ch'ella era utile.
Io non so quelli vostri libri quello se ne vogliano; io vi dirò di me, che masserizia sia la mia, di che cose e in che modo.
Che la masserizia sia utile, necessaria, onesta e lodata stimo niuno dubita.
Che se ne dice apresso de' vostri libri?
LIONARDO Che stimate voi, Giannozzo, se none, come voi dicesti, quelli antichi scrittori fussero uomini come testé sete voi?
GIANNOZZO Sí, ma piú dotti.
E se cosí non fosse, l'opere loro non viverebbono tante età.
LIONARDO Confessolo, ma a mio parere e' non dicono però di queste simili altro che quello se ne vegga per ogni diligente padre di famiglia.
Che poterebbono essi dire piú che voi in sul fatto stessi ve ne vediate con l'occhio e colla pruova? Troppo dicono, se non fusse chi serbasse, sarebbe stultizia portare in casa il guadagnato, e anche sarebbe non manco da ridere se uno volesse serbare quello che non li fusse arecato.
GIANNOZZO Sí.
Oh, quanto e' dicono bene! Che giova guadagnare se non se ne fa masserizia? L'uomo s'afatica guadagnando per avéllo a' bisogni.
Procaccia nella sanità pella infirmità, e come la formica la state pel verno.
A' bisogni adunque si vuole adoperare le cose; non bisognando, serbàlle.
E cosí hai: tutta la masserizia sta non tanto in serbare le cose quanto in usarle a' bisogni.
Intendi?
LIONARDO Sí bene, però che non usare a bisogni sarebbe avarizia e biasimo.
GIANNOZZO Ancora e danno.
LIONARDO Danno?
GIANNOZZO Grande.
Ha' tu mai posto mente a queste donnicciuole vedovette? Elle ricolgono le mele e l'altre frutte.
Tèngolle serrate, sèrballe, né prima le guaterebbono s'elle non fossero magagnate e guaste.
Fanne conto; troverrai ch'ella n'averà a gittare e' tre quarti pelle finestre, e può dire averle serbate per gittarle.
Non era meglio, stolta vecchierella, gittare quelle poche prime, prendere le buone pella tua mensa, donarle? Non si chiama serbare questo, ma gittare via.
LIONARDO E quanto meglio! Arebbene qualche utile, o vero gliene sarebbe renduto pur qualche grazia.
GIANNOZZO Ancora: e' cominciò a piovere una gocciola in sulla trave.
L'avaro aspettava domani, e di nuovo posdomane.
Pioveva ancora; l'avaro non volle entrare in spesa.
Di nuovo ancora ripiove; all'ultimo il trave corroso dalle piove e frollo si troncò.
E quello che costava uno soldo, ora costa dieci.
Vero?
LIONARDO Spesso.
GIANNOZZO Però vedi tu ch'egli è danno questo non spendere e non sapere usare le cose al bisogno.
Ma poiché la masserizia sta in usare e serbare le cose, veggiamo quale cose s'abbino a usare e serbare.
E qui in prima a me pare che volere usare e serbare le cose altrui sarebbe o arroganza, o violenza al tutto o ingiustizia.
Dico io bene?
LIONARDO Molto.
GIANNOZZO Però conviene le cose di che noi abbiàno a essere veri e solliciti massai veramente siano nostre.
Ora quali saranno elleno?
LIONARDO Io odo dire la moglie mia, e' figliuoli miei, la casa mia.
Forse queste?
GIANNOZZO Oh! queste, Lionardo mio, non sono nostre.
Quello che io ti posso tôrre a ogni mia posta, di chi sarà.
Tuo?
LIONARDO Piú vostro.
GIANNOZZO La fortuna può ella a ogni sua posta tôrci moglie, figliuoli, roba e simili cose?
LIONARDO Può certo sí.
GIANNOZZO Adunque sono elle piú sue che nostre.
E quello che a te mai può essere tolto in modo alcuno, di chi sarà?
LIONARDO Mio.
GIANNOZZO Può egli a te essere tolto questo che a tua posta tu ami, desideri, appetisca, sdegni e simili cose?
LIONARDO Certo no.
GIANNOZZO Adunque simili cose sono tue proprie.
LIONARDO Vero dite.
GIANNOZZO Ma per dirti brieve, tre cose sono quelle le quali uomo può chiamare sue proprie, e sono in tanto che dal primo dí che tu venisti in luce la natura te le diede con questa libertà, che tu l'adoperi e bene e male quanto a te pare e piace, e comandò la natura a quelle sempre stiano pressoti, né mai persino all'ultimo dí si dipartano di sieme da te.
L'una di queste sappi ch'ell'è quello mutamento d'animo col quale noi appetiamo e ci cruciamo tra noi.
Voglia la fortuna o no, pure sta in noi.
L'altro vedi ch'egli è il corpo.
Questo la natura l'ha subietto come strumento, come uno carriuolo sul quale si muova l'anima, e comandògli la natura mai patisse ubidire ad altri che all'anima propria.
Cosí si vede in qualunque animale si sia rinchiuso e subietto ad altri, mai requia per liberarsi e rendersi proprio a sé, per adoperare sue alie o piè e altri membri non a posta d'altri, ma con sua libertà, a sua voglia.
Fugge la natura avere il corpo non in balia dell'anima, e sopra tutti l'uomo naturalmente ama libertà, ama vivere a sé stessi, ama essere suo.
E questo si truova essere generale appetito in tutti e' mortali.
Adunque queste due, l'animo e il corpo, sono nostre.
LIONARDO La terza quale sarà?
GIANNOZZO Ha! Cosa preziosissima.
Non tanto sono mie queste mani e questi occhi.
LIONARDO Maraviglia! Che cosa sia questa?
GIANNOZZO Non si può legare, non diminuirla; non in modo alcuno può quella essere non tua, pure che tu la voglia essere tua.
LIONARDO E a mia posta sarà d'altrui?
GIANNOZZO E quando vorrai sarà non tua.
El tempo, Lionardo mio, el tempo, figliuoli miei.
LIONARDO Bene dite il vero, ma non mi venia in mente possedere cosa alcuna, quale io non potessi transferire in altrui.
Anzi mi parea tutte l'operazioni dell'animo mio potélle dare ad altri per modo che piú non fossino mie: amare, odiare, e a persuasione d'altrui commuovermi, e a volontà d'altrui volere, non volere, ridere e piagnere.
GIANNOZZO Se tu avessi te in una barchetta e navigassi alla seconda per mezzo del nostro fiume Arno, e, come alcuna volta a' pescatori acade, avessi le mani e il viso tinti e infangati, non sarebbe tua quella acqua tutta, ove tu la adoperassi in lavarti e mondarti? Vero? Cosí, se tu non la adoperassi...
LIONARDO Certo non sarebbe mia.
GIANNOZZO Cosí proprio interviene del tempo.
S'egli è chi l'adoperi in lavarsi il sucidume e fango quale a noi tiene l'ingegno e lo intelletto immundo, quale sono l'ignoranza e le laide volontà e' brutti appetiti, e adoperi il tempo in imparare, pensare ed essercitare cose lodevoli, costui fa il tempo essere suo proprio; e chi lascia transcorrere l'una ora doppo l'altra oziosa sanza alcuno onesto essercizio, costui certo le perde.
Perdesi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarà il tempo che saprà adoperarlo.
Ora avete voi, figliuoli miei, l'operazioni dell'animo, il corpo e il tempo, tre cose da natura vostre proprie, e sapete quanto le siano preziose e care.
Per rimedire e sanare il corpo ogni cosa preziosa si spone, e per rendere l'anima virtuosa, quieta e felice, s'abandona tutti gli appetiti e desiderii del corpo; ma il tempo quanto e a' beni del corpo e alla felicità dell'anima sia necessario, voi stessi potete ripensarvi, e troverrete il tempo essere cosa molto preziosissima.
Di queste adunque si vuole essere massaio tanto e piú diligente quanto elle piú sono nostre che altra cosa alcuna.
LIONARDO Mandate a memoria, Battista e tu Carlo, questi non detti de' filosofi, ma come oraculi d'Apolline ottimi e santissimi documenti, quali non troverrete in su' nostri libri.
Troppo vi siamo obligati, Giannozzo.
Seguite.
GIANNOZZO Dissi che la masserizia stava in usare ancora e in serbare le cose.
Parmi da investigare di queste tre, corpo, anima e tempo, in che modo s'abbino a conservare, e poi apresso s'abbino a usare.
Ma io dispongo essere brevissimo.
Uditemi.
E prima dell'animo, del quale io cosí fo masserizia, Lionardo mio.
Io l'adopero in cose necessarie a me e a' miei, e cerco conservallo in modo che piaccia a Dio.
LIONARDO Quale sono le cose necessarie a voi e a' vostri?
GIANNOZZO La virtú, la umanità, la facilità.
Non mi detti alle lettere quando io era giovane, e questo venne piú tosto da negligenza de' miei che da mio alcuno mancamento.
E' miei missoro me ad altri essercizii, quanto a quelli tempi loro parse necessario, forse desiderando prima da me utile che laude, quali né seppi, né potei facilmente lasciarli.
Ma io per me sempre mi sono adoperato in farmi bene volere con ogni quale si possa ingegno e arte, e sopra tutto con essere e volere parere buono, giusto e quieto, e non mai dispiacere, non ingiuriare alcuno: non in detti, né in fatti, mai alcuno, né presente né assente, molestai.
E sono queste l'operazioni dell'animo veramente ottime, alle quali sono simili fare come testé fo io, insegnare quello che l'uomo sa di bene, ammonire chi errasse, tutto porgerti pieno di fede e carità, emendando come padre, consigliando con diligenza, verità e amore, e cosí adoperare lo 'ngegno, l'industria, l'intelletto in onore di me e de' miei.
Sono ancora operazioni dell'animo quali io di sopra dissi, amare, odiare, sdegnarsi, sperare, desiderare e simili.
Adunque si vuol queste bene saperle usare e contenere, amare i buoni, odiare i viziosi, sdegnarti contro a' maligni, sperare cose amplissime, desiderare cose ottime e lodatissime.
LIONARDO Santamente.
E queste parole di Giannozzo, Battista e tu Carlo, vedete voi quanto abbino in sé nervo e polso.
Ma seguite, Giannozzo.
Poi per conservare l'animo a Dio, che modo tenete voi?
GIANNOZZO Due modi tengo, l'uno in cercare e fare quanto possa in me stessi l'animo lieto, né mai averlo turbato d'ira, o cupidità, o alcuno altro superchio appetito.
Questo sempre stimai essere ottimo modo.
L'animo puro e simplice troppo mi pare che piaccia a Dio.
L'altro modo a piacere a Dio a me pare sia fare mai cosa della quale dubiti s'ella sia bene fatta o male fatta.
LIONARDO E questo credete voi che basti?
GIANNOZZO Credo certo sí che basti assai, secondo che io mi ricordo avere inteso.
Eh! figliuoli miei, sapete voi perché i' dissi fare mai se tu dubiti? Imperoché le cose vere e buone stanno da sé allumate e chiare, allegre, scorgonsi invitanti, voglionsi fare.
Ma le cose non buone sempre giaciono adombrate di qualche vile o sozzo diletto, o di che viziosa opinione si sia.
Non adunque si vogliono fare, ma fuggille, seguire la luce, fuggire le tenebre.
La luce delle operazioni nostre sta nella verità, stendesi con lode e fama.
E niuna cosa piú è tenebrosa nella vita degli uomini quanto l'errore e la infamia.
LIONARDO Niuna masserizia tanto sarà mai quanto questa vostra perfettissima.
Oggi impariamo non solo quale sia la vera masserizia, ma insieme l'ottimo civilissimo vivere, diventare virtuoso, adoperare la virtú, vivere lieto e fare cose delle quali non dubiti.
Ma, Giannozzo, s'egli è licito il domandarne, questi prestantissimi e divini ammaestramenti fabricastegli voi stessi da voi, o vero gli avete, quanto mi parse testé dicessi, imparati da altrui?
GIANNOZZO Ben vi paiono begli, che, figliuoli miei? Tenetegli a mente.
LIONARDO Cosí faremo, che nulla piú potrebbe esserci grato e a perpetua memoria commendato.
GIANNOZZO Egli è quanto? L'anno doppo al quarantotto, dico io bene? Anzi fu l'anno doppo, in casa di messer Niccolaio Alberto, padre di messere Antonio, al quale Niccolaio messere Benedetto, padre di messer Andrea, Ricciardo e di Lorenzo vostro padre, Battista e tu Carlo, fu fratello cugino, però che Iacopo padre di messer Niccolaio e Nerozzo vostro bisavolo, padre di Bernardo tuo avolo, Lionardo, e padre di messer Benedetto, e Francesco avo di Bivigliano furono fratelli nati d'Alberto fratello di Lapo e Neri figliuoli di messer Iacobo iurisconsulto nato di messer Benci iurisconsulto, e fu questo Lapo avolo di messer Iacobo cavaliere, il quale messer Iacobo fu fratello di Tomaso nostro padre, e fu padre del vescovo Paolo nostro cugino, e cugino di messer Cipriano, al quale testé vive el nepote messere Alberto, e quello Neri di sopra fratello di Lapo e Alberto fu padre di messere Agnolo.
Mai sí.
LIONARDO E tutta questa moltitudine de' nostri avoli chiamati messeri, furono eglino cavalieri o pur cosí per età o altra dignità chiamati?
GIANNOZZO Furono, e notabilissimi, cavalieri quasi tutti fatti con qualche loro singularissimo merito.
E questo messer Niccolaio nostro, uomo d'animo e costumi nobilissimo, uno di quelli sedendo in magistrato, tenendo il suppremo luogo ad aministrare giustizia fra il collegio di quelli pochi i quali reggono tutta la republica, porgendo la insegna e vessillo militare al guidatore del nostro essercito contro all'oste di Pisa, non sanza grande letizia di tutti i nostri cittadini e merito della famiglia nostra, li fu donato grado e onoranza di cavalleria sulla porta di quello palagio, di quello publico seggio e ridotto de' nostri magistrati, al quale fondato e principiato da' nostri Alberti, sempre fu ogni sua dignità e maiestà con quanta mai potemmo opera e spesa per noi conservata e amplificata.
Come sapete, i primi fondamenti del nostro publico palagio furono imposti sendo Alberto figliuolo di messer Iacobo iurisconsulto collega priore in la amministrazione della republica.
E io spesso fra me stessi pongo mente che da grandissimo tempo sino a qui mai fu in casa nostra Alberta alcuno del sangue nostro il quale non fosse padre, o figliuolo, zio o nipote di cavalieri nati di noi Alberti.
Ma lasciamo andare questa genealogia, la quale non sarebbe al proposito nostro della masserizia, né a quello di che tu mi adomandi se quelli precetti quali io recitava erano da me fabricati, o pur intesi da altri.
Dico che in casa di messer Niccolaio, sendovi messer Benedetto Alberto, come era loro usanza mai ragionare di cose infime, sempre di cose magnifice, sempre fra loro in casa conferendo quanto apartenesse allo utile della famiglia, allo onore e commodo di ciascuno, sempre stavano o leggendo questi vostri libri, sempre o in palagio a consigliare la patria, e in qualunque luogo disputando con valenti uomini, monstrando la virtú loro e rendendo virtuosi chi gli ascoltava, cosí solevano al continuo essercitarsi.
Onde per questo io e gli altri nostri giovani Alberti, quanto dalle altre faccende a noi era licito, al continuo eravamo con loro per imparare e per onorarli.
E fra l'altre volte, come degli altri tuttora, in casa di messer Niccolaio capitò uno sacerdote vecchio, canuto, tutto ornato di modestia e umanità, con quella sua barba stesa e piena di molta gravità, con quel fronte aperto pieno di costumi e riverenza, il quale fra molti bellissimi ragionamenti cominciò ivi narrare di queste cose, non della masserizia no, ma diceva de' doni quali Iddio diede a' mortali, e seguiva narrando quanto dovea l'uomo di tanti beneficii averne grazia a Dio, e molto dimonstrava quanto sarebbe l'uomo ingrato non riguardando e non adoperando bene la grazia quale avesse ricevuta da Dio.
Ma diceva niuna cosa era propria nostra, se non solo un certo arbitrio e forza di mente, e se pure alcuna si poteva chiamare nostra, queste erano le sole tre quali dissi, anima, corpo e tempo.
E benché il corpo fusse sottoposto a molti morbi, a molti casi e miserie, pure il dimonstrava in tanto essere nostro quanto sofferendo con virilità e con pazienza, vincendo le cose avverse e moleste, noi meritavamo non meno che adoperando le membra in cose liete e ben grate.
Ma io non saprei racontare queste cose sí bene quanto colui le seppe con maraviglioso ordine dire.
Stesesi in uno grande ragionamento, disputando quale di queste tre dette cose piú fosse proprie de' mortali, e se io bene mi ricordo, fece non piccolo dubio se il tempo era piú o meno nostro che l'animo, e cosí ci tenne dicendo molte cose, le quali messer Benedetto e messer Niccolaio confessorono mai avere udite.
E' mi piacque tanto quello vecchio che io l'udi' fermo e fiso parecchi ore senza tedio alcuno.
Né mai mi dimenticai quelle sue gravissime parole; sempre mi rimase in animo quella dignità e presenza sua.
Se non mel pare testé vedere modesto, grazioso e nel ragionare riposato e dolce.
Poi, come vedi, da me a me adussi que' suoi detti al mio proposito nel vivere.
LIONARDO Dio gli renda premio a quello vecchio, e a voi mercé, che sí bene avete quei suoi detti recitati.
Ma poiché cosí al vostro ragionare consegue dire, detto dell'animo, ora del corpo che masserizia ne fate voi?
GIANNOZZO Buona, grande, simile a quella dell'animo.
Io l'adopero in cose oneste, utili e nobili quanto posso, e cerco conservallo lungo tempo sano, robusto e bello.
Tengomi netto, pulito, civile, e sopratutto cerco d'adoperare cosí le mani, la lingua e ogni membro, come l'ingegno e ogni mia cosa, in onore e fama della patria mia, della famiglia nostra e di me stessi.
Sempre m'afatico in cose utili e oneste.
LIONARDO Certo meritate grazia e lode, e con queste parole date a noi buono ricordo a seguire quanto ci solete monstrare con vostra opera ed essemplo.
Ma poi, Giannozzo, alla sanità che trovate voi essere utile? A voi crederrò io, perché mai mi ramenta vedere piú fresco, piú ritto, e da ogni parte piú bello vecchio di voi: la voce, la vista, e' nervi tutti netti, puri e liberi.
Cosa maravigliosa e troppa rara in questa età.
GiANNOZZO Ben! grazia d'Iddio, cosí mi sento assai sano, ma manco gagliardo che io non solea.
Benché a questa età non si richiede gagliardia, ma prudenza e discrezione, pur vorrei almanco potere, come io solea, camminare.
Né dubitare, per questo pur lascio adrieto molte faccende e mie e degli amici miei, ove io non posso essere per altrui opera sollicito quanto sarei per la mia.
Ma, lodato Iddio, pur mi reputo parte di lodo in questa mia età essere come io sono piú che molti altri meno vecchi di me, libero e leggiere da ogni infermità.
La sanità in uno vecchio suole essere testimonianza della continenza avuta nella gioventú; e vuolsi avere cura della sanità in ogni età, e tanto avella piú cara quanto ella è maggiore; e delle cose care dobbiamo esserne riguardatori e buoni massai.
LIONARDO Cosí confesso si vuole esserne massaio.
Ma che cose trovate voi in prima utilissime alla sanità?
GIANNOZZO Lo essercizio temperato e piacevole.
LIONARDO Doppo questo?
GIANNOZZO Lo essercizio piacevole.
LIONARDO E apresso?
GIANNOZZO Lo essercizio, Lionardo mio.
L'essercitarsi, figliuoli miei, sempre fu maestro e medico della sanità.
LIONARDO E non faccendo essercizio?
GIANNOZZO Rare volte m'accade che io non possa darmi a qualche essercitazione, ma pur se mai m'interviene per altre occupazioni che io manco m'esserciti che l'usato, truovo che molto mi giova la dieta.
Non mangiare se tu non senti fame; non bere se tu non hai sete.
E truovo in me questo: per cruda che sia cosa a digestire, vecchio come io sono, soglio dall'uno sole all'altro averla digestita.
Ma, figliuoli miei, prendete questa regola brieve, generale, molto perfetta: ponete diligenza in conoscere qual cosa a voi suole essere nociva, e da quella molto vi guardate; quale vi giova, e voi quella seguite.
LIONARDO Sta bene.
Adunque la pulitezza, l'essercizio, la dieta, guardarsi da' contrarii, conservano la sanità.
GIANNOZZO E anche la gioventú e la bellezza.
In questo mi pare differenza tra 'l vecchio e 'l giovane, perché l'uno è debole, l'altro è robusto, l'uno è fresco, l'altro sta vincido e passo.
Adunque chi conserva la sanità conserva le forze e la gioventú insieme e le bellezze.
E pare a me stiano le bellezze in molta parte giunte al buono colore e freschezza del viso, e niuna cosa tanto conserva all'uomo buono sangue e bene vigoroso colore quanto l'essercizio insieme colla sobrietà del vivere.
LIONARDO Avete detto della masserizia quale fate dell'animo e di quella del corpo.
Resta a dire del tempo.
E di questa, Giannozzo, che masserizia ne fate voi? Il tempo al continuo fugge, né puossi conservare.
GIANNOZZO Dissi io la masserizia sta in bene adoperare le cose non manco che in conservalle, vero? Adunque io quanto al tempo cerco adoperarlo bene, e studio di perderne mai nulla.
Adopero tempo quanto piú posso in essercizii lodati; non l'adopero in cose vili, non spendo piú tempo alle cose che ivi si richiegga a farle bene.
E per non perdere di cosa sí preziosa punto, io pongo in me questa regola: mai mi lascio stare in ozio, fuggo il sonno, né giacio se non vinto dalla stracchezza, ché sozza cosa mi pare senza repugnare cadere e giacere vinto, o, come molti, prima aversi vinti che certatori.
Cosí adunque fo: fuggio il sonno e l'ozio, sempre faccendo qualche cosa.
E perché una faccenda non mi confonda l'altra, e a quello modo poi mi truovi averne cominciate parecchie e fornitone niuna, o forse pur in quello modo m'abatta avere solo fatte le piggiori e lasciate adrieto le migliori, sapete voi, figliuoli miei, quello che io fo? La mattina, prima, quando io mi levo, cosí fra me stessi io penso; oggi in che arò io da fare? Tante cose: annòverole, pensovi, e a ciascuna assegno il tempo suo: questo stamane, quello oggi, quell'altra stasera.
E a quello modo mi viene fatto con ordine ogni faccenda quasi con niuna fatica.
Soleva dire messer Niccolaio Alberto, uomo destissimo e faccentissimo, che mai vide uomo diligente andare se non adagio.
Forse pare il contrario, ma certo, quanto io pruovo in me, e' dice il vero.
All'uomo negligente fugge il tempo.
Segue che il bisogno o pur la volontà il sollecita.
Allora quasi perduta la stagione gli sta necessità fare in furia e con fatica quello che in sua stagione, prima, era facile a fare.
E abbiate a mente, figliuoli miei, che di cosa alcuna mai sarà tanta copia, né tanta abilità ad averla che a noi non sia difficilissimo quella medesima fuori di stagione trovarla.
Le semente, le piante, e' nesti, fiori, frutti e ogni cosa alla stagione sua pronto si ti porge: fuori di stagione non senza grandissima fatica si ritruovano.
Per questo, figliuoli miei, si vuole osservare il tempo, e secondo il tempo distribuire le cose, darsi alle faccende, mai perdere una ora di tempo.
Potrei dirvi quanto sia preziosa cosa il tempo, ma altrove sia da dirne con piú elimata eloquenza, con piú forza d'ingegno, con piú copia di dottrina che la mia.
Solo vi ricordo a non perdere tempo.
Cosí facciate come fo io.
La mattina ordino me a tutto il dí, il giorno seguo quanto mi si richiede, e poi la sera inanzi che io mi riposi ricolgo in me quanto feci il dí.
Ivi, se fui in cosa alcuna negligente, alla quale testé possa rimediarvi, subito vi supplisco: e prima voglio perdere il sonno che il tempo, cioè la stagione delle faccende.
Il sonno, il mangiare e queste altre simili posso io recuperare domane e satisfarle, ma le stagioni del tempo no.
Benché, a me rarissimo aviene, - se io arò bene distribuito le faccende mie a ciascuno tempo e ordinato, né sarò stato dipoi negligente, - dico, rarissimo e quasi mai m'acade che io abbia ivi a perdere o sopratenere mia necessità alcuna.
E se egli acade che io per allora nulla possa rimediarvi, vengo insegnando a me stessi come per l'avenire abbia non simile a perdere tempo.
Fo adunque di queste tre cose quanto avete udito.
Adopero l'animo e il corpo e il tempo non se non bene.
Cerco di conservalle assai, curo non perderne punto.
E a questo mi porgo sollecitissimo e quanto piú posso desto e operoso, imperoch'elle a me paiono quanto le sono preziosissime e molto piú proprie mie che altra alcuna cosa.
Ricchezze, potenze, stati, sono non degli uomini, no, della fortuna sí; e tanto sono degli uomini quanto la fortuna gli permette usare.
LIONARDO E di queste cosí a voi concesse per la fortuna, fatene voi masserizia alcuna?
GIANNOZZO Lionardo mio, non faccendo masserizia di quello che usandolo diventa nostro, sarebbe negligenza ed errore.
Tanto sono le cose della fortuna nostre sí quanto ella ce le permette, e ancora quanto noi le sappiamo usare.
Benché, a noi Alberti in queste nostre calamità la fortuna ci sta pur troppo contraria e molesta, non facile e liberale delle cose sue, ma iniqua e malvagia a turbarci qualunque nostra ben propria cosa, e possiamo, a dirti il vero, male essere veri massai.
In questo nostro essilio sempre siamo stati in quella espettazione di ritornare alla patria, riaverci in casa nostra, riposarci tra' nostri, la quale cosa quanto piú speravamo e desideravamo, tanto piú ci era dolore a noi insieme e danno, imperoché mai sapemmo fermare l'animo né il vivere nostro ad alcuno stabile ordine.
E se io avessi potuto il primo dí non dico in noi credere, ma fingere quanto infortunio e quanta miseria abbia la famiglia nostra Alberta già tanto tempo sofferta, se io giovane avessi creduto quel che io pruovo vecchio, diventare fuori di casa mia canuto, figliuoli miei, forse arei tenuto altri modi.
LIONARDO Però dice, Battista, - raméntati quello terenziano Demifo, - ciascuno, quando le cose gli secondano, allora molto gli è mestiero fra sé pensare in che modo, accadendo, e' sofferisca l'avversa signoria della fortuna, pericoli, danni, essilii.
Tornando di viaggio sempre pensi qualche malefatto de' figliuoli, o della moglie, o qualche sinistro a' suoi, cose possibili quali tutto il dí avengono, acciò che all'animo nulla sopravenga non preveduto.
Suole meno ferire il visto prima dardo.
E cosí ciò che truovi salvo meglio che non avevi teco pensato, stimalo a guadagno.
Se cosí dobiamo fare ne' tempi felici, ancora molto piú quando le cose cominciano a declinare e ruinare.
GIANNOZZO O Lionardo mio, in che modo arei io cosí potuto stimare in altrui durezza nelle ingiurie nostre piú che in me stessi? Come potevo io, figliuoli miei, stimare che quelli i quali avevano per qual che si fosse o non onesta, o poco licita cagione offesa la famiglia nostra, piú fossero ostinati in malivolenza e odio che noi, i quali ogni dí piú sentavamo l'offese e le ingiurie loro? E io pur sono uno di quelli quale già piú anni dell'animo mio cancellai il nome e memoria di ciascuno da chi noi perfino testé sentiamo tanta iniquità e tanto dolore.
Né mi parse mai in uomo alcuno durare quanto in costoro animo al tutto inumano e crudelissimo, ingiusti a cacciarci, crudeli a perseguitarci.
Né loro basta tenerci in tanta miseria vivi.
Ancora pongono premio a chi ci acresca l'ultime nostre miserie.
Ma Dio di questo sia inverso di noi iudice piú piatoso che severo verso chi erra.
E dico, figliuoli miei, che buono per me, se io già piú anni in me avessi avuta altra opinione.
LIONARDO E che aresti voi fatto? Come aresti voi ordinato la masserizia?
GIANNOZZO Meglio del mondo; una vita quieta senza grave alcuna sollecitudine.
Are'mi cosí pensato, - vieni qua, Giannozzo, monstra qui che cosa ti concede la fortuna.
Truovomi da lei avere in casa la famiglia, la roba, vero? E altro? Sí.
Che? Lo onore e l'amistà di fuori.
LIONARDO Chiamate voi forse, come questi nostri cittadini, onore trovarsi nelli uffici e nello stato?
GIANNOZZO Niuna cosa manco, Lionardo mio; niuna cosa manco, figliuoli miei.
Niuna cosa a me pare in uno uomo meno degna di riputarsela ad onore che ritrovarsi in questi stati.
E questo, figliuoli miei, sapete voi perché? Sí perché noi Alberti ce ne siamo fuori di questi fummi, sí anche perché io sono di quelli che mai gli pregiai.
Ogni altra vita a me sempre piacque piú troppo che quella delli, cosí diremo, statuali.
E a chi non dovesse quella al tutto dispiacere? Vita molestissima, piena di sospetti, di fatiche, pienissima di servitú.
Che vedi tu da questi i quali si travagliono agli stati essere differenza a publici servi? Pratica qui, ripriega quivi, scapúcciati a questo, gareggia con quello, ingiuria quell'altro; molti sospetti, mille invidie, infinite inimistà, niuna ferma amicizia, abundanti promesse, copiose proferte, ogni cosa piena di fizione, vanità e bugie.
E quanto a te piú bisogna, tanto manco truovi chi a te serbi o promessa o fede.
E cosí ogni tua fatica e ogni speranza a uno tratto con tuo danno, con dolore e non senza tua ruina, rimane perduta.
E se a te pur con infinite prieghiere accade qualche ventura, che però truovi tu averti acquistato? Eccoti sedere in ufficio.
Che n'hai tu d'utile se none uno solo: potere rubare e sforzare con qualche licenza? Odivi continui richiami, innumerabili accuse, grandissimi tumulti, e intorno a te sempre s'aviluppano litigiosi, avari, ingiustissimi uomini, empionti l'orecchie di sospetti, l'animo di cupidità, la mente di paure e perturbazioni.
Convienti abandonare e' fatti tuoi proprii per distrigare la stultizia degli altri.
Ora si richiede dare ordine alle gabelle, alle spese; ora provedere alle guerre; ora confirmare e rinovare le legge; sempre sono collegate le molte pratiche e faccende, alle quali né tu solo puoi, né con gli altri mai t'è licito fare quanto vorresti.
Ciascuno giudica la volontà sua essere onesta, e il giudicio suo essere lodato, e l'opinione sua migliore che gli altri.
Tu seguendo l'errore comune o la arroganza d'altrui acquisti propria infamia, e se pur t'adoperi in servire, compiaci a uno, dispiaci a cento.
Au! furia non conosciuta, miseria non fuggita, male non odiato da ciascuno quanto e' merita; la qual cosa a me pare che avenga solo perché questa una sola servitú pare vestita di qualche onore.
O pazzia degli uomini! i quali tanto stimano l'andare colle trombe inanzi e col fuscello in mano, che a loro non piace piú il proprio riposo domestico e la vera quiete dell'animo.
O pazzi, fummosi, superbi, proprii tiranneschi, che date scusa al vizio vostro! Non potete sofferire gli altri meno ricchi, ma forse piú antichi cittadini di voi, essere pari a voi quanto si richiede: non potete vivere senza sforzare e' minori, però desiderate lo stato.
E per avere stato, stolti, che fate voi? Pazzi, che vi sponete a ogni pericolo, porgetevi alla morte; bestiali, che chiamate onore cosí essere assediato da tutti i cattivi, né sapete vivere cogli altri buoni, convienvi servire e confratellarvi a tutti i ladroncelli, quali perché sono vili, cosí poco stimano la vita in seguire le voluntà vostre! E chiamate onore essere nel numero de' rapinatori, chiamate onore convenire e pascere e servire agli uomini servili! O bestialità! Uomini degni di odio, se cosí pigliate a piacere tanta perversità e travaglio quanto trabocca adosso a chi sia in questi uffici e amministrazioni publiche! E che piacere d'animo mai può avere costui, se già e' non sia di natura feroce e bestiale, il quale al continuo abbia a prestare orecchie a doglienze, lamenti, pianti di pupilli, di vedove, e di uomini calamitosi e miseri? Che contentamento arà colui il quale tutto il dí arà a porgere fronte e guardarsi insieme da mille turme di ribaldi, barattieri, spioni, detrattori, rapinatori e commettitori d'ogni falsità e scandolo? E che recreamento arà colui al quale ogni sera sia necessario torcere le braccia e le membra agli uomini, sentirli con quella dolorosa voce gridare misericordia, e pur convenirli usare molte altre orribili crudeltà, essere beccaio e squarciatore delle membra umane? Au! cosa abominevole a chi pur vi pensa, cosa da fuggilla.
Tu adunque, uomo crudelissimo, chiederai li stati? Dirai tu certo sí, perché a me sarà lodo soffrire quelle gravezze, per gastigare i mali, sollevare e ornare i buoni.
Adunque per gastigare e' mali tu in prima diventi pessimo? A me non pare buono colui il quale non vive contento del suo proprio, e colui sarà piggiore il quale desidererà e cercherà quello d'altri, e quello sarà sopra tutto pessimo il quale bramerà e usurperà le cose publice.
Non ti biasimerò se di te porgerai tanta virtú e fama che la patria ti riceva e impongati parte de' incarichi suoi, e chiamerò onore essere cosí pregiato da' tuoi cittadini.
Ma che io volessi fare come molti fanno, gittarmi sotto questo, fare coda a quello altro, e servendo cercare di signoreggiare, o vero che io mi dessi a diservire o ingiuriare alcuno per compiacere a costui col favore del quale io aspettassi salire in stato, o vero che io volessi, come quasi fanno tutti, ascrivermi lo stato quasi per mia ricchezza, riputarlo mia bottega, ch'io pregiassi lo stato tra le dote alle mie fanciulle, ch'io in modo alcuno facessi del publico privato, quello che la patria mi permette a dignità transferendolo a guadagno, a preda, non punto, Lionardo mio, non, figliuoli miei.
E' si vuole vivere a sé, non al comune, essere sollicito per gli amici, vero, ove tu non interlasci e' fatti tuoi, e ove a te non risulti danno troppo grande.
A noi non sarà amico colui il quale non fugga ogni danno e vergogna nostra.
Vorrassi per gli amici lasciare adrieto parte delle faccende tue, ove a te sia dipoi renduto non dico premio, ma grado e grazia.
Starsi cosí, sai, mezzanamente, sempre fu cosa felice.
Voi altri, che avete lette le molte storie, di questo piú di me potete ramentare essempli assai, ne' quali mai troverrete, mai caduto alcuno giacere se none chi saliva troppo alto.
Basti a me essere e parere buono e giusto, colla quale cosa mai sarò disonorato.
Questa sola onoranza sta meco e in essilio, e si starà mentre che io non l'abandonerò.
Abbiansi gli altri le pompe, e' venti gonfino quanto la fortuna gliele concede, godansi infra gli stati, dolgansi non l'avendo, piangano dubitando pèrdello, addolorino quando l'abbino perduto, ché a noi, i quali siamo contenti del nostro privato e mai desiderammo quello d'altrui, sarà mai dispiacere non avere quello che sia publico o perdere quello di che noi non facciamo stima.
E chi facesse stima di quelle servitú, fatiche e innumerabili martorii d'animo? Figliuoli miei, stiamoci in sul piano, e diamo opera d'essere buoni e giusti massai.
Stiànci lieti colla famigliuola nostra, godiànci quelli beni ci largisce la fortuna faccendone parte alli amici nostri, ché assai si truova onorato chi vive senza vizio e senza disonestà.
LIONARDO Quanto a me pare comprendere del dire vostro, Giannozzo, in voi sta quella magnifica e animosa volontà, la quale sempre a me parse maggiore e piú degna d'animo virile che qualunque altra quale si sia volontà e appetito de' mortali.
Veggo preponete il vivere a sé stessi, proposito degno e proprio d'animo reale stare in vita non avendo bisogno d'alcuno, vivere contento di quello che la fortuna ti fa partefice.
Sono alcuni e' quali io con voi insieme posso giustamente riprendere, ove essi stimano grandezza e amplitudine d'animo prendere ogni dura e difficile impresa, ogni laboriosissima e molestissima opera, per potere nelle cose piú che gli altri cittadini.
De' quali uomini come altrove cosí alla terra nostra si truovano non pochi, perché cresciuti in antichissima libertà della patria e con animo troppo pieno d'odio acerbissimo contro a ogni tiranno, non contenti della comune libertà vorrebbono piú che gli altri libertà e licenza.
E certo, Giannozzo, chi se immetterà a volere sedere in mezzo a' magistrati per guidare le cose publiche non con volontà e ragione di meritare lode e grazia da' buoni, ma con appetito immoderato solo di principare ed essere ubidito, costui non vi nego sarà da essere molto biasimato, e, come dite, dimonstrerà sé essere non buono cittadino.
E affermovi che il buono cittadino amerà la tranquillità, ma non tanto la sua propria, quanto ancora quella degli altri buoni, goderà negli ozii privati, ma non manco in quello degli altri cittadini suoi, desidererà l'unione, quiete, pace e tranquillità della casa sua propria, ma molto piú quella della patria sua e della republica; le quali cose non si possono mantenere se chi si sia ricco, o saggio, o nobile fra' cittadini darà opera di potere piú che gli altri liberi, ma meno fortunati cittadini.
Ma neanche quelle republiche medesime si potranno bene conservare, ove tutti e' buoni siano solo del suo ozio privato contenti.
Dicono e' savi ch'e' buoni cittadini debbono traprendere la republica e soffrire le fatiche della patria e non curare le inezie degli uomini, per servire al publico ozio e mantenere il bene di tutti i cittadini, e per non cedere luogo a' viziosi, i quali per negligenza de' buoni e per loro improbità perverterebbono ogni cosa, onde cose né publiche né private piú potrebbono bene sostenersi.
E poi vedete, Giannozzo, che questo vostro lodatissimo proposito e regola del vivere con privata onestà qui solo, benché in sé sia prestante e generoso, non però a' cupidi animi di gloria in tutto sia da seguire.
Non in mezzo agli ozii privati, ma intra le publiche esperienze nasce la fama; nelle publiche piazze surge la gloria; in mezzo de' popoli si nutrisce le lode con voce e iudicio di molti onorati.
Fugge la fama ogni solitudine e luogo privato, e volentieri siede e dimora sopra e' teatri, presente alle conzioni e celebrità; ivi si collustra e alluma il nome di chi con molto sudore e assiduo studio di buone cose sé stessi tradusse fuori di taciturnità e tenebre, d'ignoranza e vizii.
Pertanto a me mai parrebbe da biasimare colui, il quale, come colle altre virtuose opere e studii, cosí con ogni religione e osservanza di buoni costumi procacciasse essere in grazia di qualunche onestissimo e interissimo cittadino.
Né chiamerei servire quello che a me fosse debito fare: senza dubio a' giovani sempre fu debito riverire i maggiori e apresso di loro molto cercare quella fama e dignità in quale i maggiori si truovano amati e riveriti.
Neanche chiamerei appetito tirannesco in colui, nel quale fusse sollecitudine e cura delle cose laboriose e generose, poiché con quelle s'acquista onore e gloria.
Ma perché forse testé di quelli e' quali tengono occupati e' magistrati nella terra nostra niuno vi pare d'ingegno non furioso e d'animo non servile, però tanto biasimate chi desiderasse essere ascritto nel numero di quelli cosí fatti non buoni, anzi pessimi cittadini.
Io pur sono in questo desiderio, Giannozzo, che per meritare fama, per acquistare grazia e nome, per trovarmi onorato, amato e ornato d'autorità e di grazia fra' miei cittadini nella patria mia, mai fuggirei, Giannozzo, mai alcuna inimistà di quale si fusse malvagio e iniquo cittadino.
E dove bene bisognasse essequire qualche estrema severità, a me certo parrebbe cosa piissima esterminare e spegnere i ladroni e ciascuno vizioso, insieme e ciascuna fiamma d'ingiusta cupidità persino col sangue mio.
Ma, poiché questo per ancora a noi non lice, restiamo di richiedere quello quale non, come voi dite, si debbe stimare poco, ché a me lo onore e la fama sempre fu da stimare piú che ogni altra fortuna; ma, dico, non seguiamo con desiderio quello che per ancora non accade potere con opera ottenere.
Facciamo come voi c'insegnate: aspettiamo la stagione sua, ché forse quando che sia la pazienza e modestia nostra troverrà qualche premio, e la ingiustizia e iniquità de' maligni e furiosi, i quali per ancora non restano di trascorrere ogni spazio d'ingiuria e crudelità contro di noi, forse, giustizia di Dio, s'intropperà in qualche degna e meritata vendetta.
Noi in questo mezzo, Battista e tu Carlo, seguiamo con virtú, con ogni studio, con ogni arte a meritare lodo e fama, e cosí apparecchiànci essere utili alla republica, alla patria nostra, acciò che, quando la stagione interverrà, noi ci porgiamo tali che Giannozzo, né questi temperatissimi e modestissimi vecchi ci reputino indegni vederci tra' primi luoghi publichi onorati.
GIANNOZZO Cosí mi piacerà facciate, figliuoli miei, cosí spero e aspetto farete, e a quello modo acquisterete e conserverete onore assai.
Ma bene vi ramento che mai, non dico per acquistare onore, ché per onore si vogliono molte cose lasciare adrieto, ma dico per reggere altri, mai lasciate di reggere voi stessi; per guidare le cose publiche non lasciate però le vostre private.
Cosí vi ramento, però che a chi mancherà in casa, costui molto meno troverrà fuori di casa; e le cose publiche non sovvengono alle necessità private.
Gli onori di fuori non pascono la famiglia in casa.
Arete cura e diligenza delle vostre cose domestiche quanto al bisogno sarà debito, e alle cose publiche vi darete non quanto l'ambizione e l'arroganza v'aletterà, ma quanto la virtú vostra e grazia de' cittadini vi darà luogo.
LIONARDO Molto bene ci ricordate, Giannozzo, quello che bisogna.
Cosí faremo.
Ma di tutte queste cose private e domestiche, le quali voi dicevi essere quattro, due in casa, la famiglia e le ricchezze; due fuori di casa, l'onore e l'amistà, a quale saresti voi piú affezionato?
GIANNOZZO Da natura l'amore, la pietà a me fa piú cara la famiglia che cosa alcuna.
E per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la roba si vogliono amici, co' quali ti consigli, i quali t'aiutino sostenere e fuggire l'averse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e della amicizia, si conviene ottenere qualche onestanza e onorata autorità.
LIONARDO Che chiamate voi famiglia?
GIANNOZZO E' figliuoli, la moglie, e gli altri domestici, famigli, servi.
LIONARDO Intendo.
GIANNOZZO E di questi sai che masserizia se ne vuole fare? Non altra che di te stessi: adoperàlli in cose oneste, virtuose e utili, cercare di conservalli sani e lieti, e ordinare che niuno di loro perda tempo.
E sai in che modo niuno di loro perderà tempo?
LIONARDO Se ciascuno farà qualche cosa.
GIANNOZZO Non basta.
Anzi se ciascuno farà quello se gli apparterrà; se la donna governerà e' picchini, custodirà le cose, e provederà a tutta la masserizia domestica in casa; s'e' fanciulli studieranno d'imparare; se gli altri attenderanno a fare bene e diligente ciò che da' maggiori loro sia comandato.
E sai in che modo e' perderanno tempo?
LIONARDO Credo se faranno nulla.
GIANNOZZO Certo sí; e ancora se quello quale può fare uno, ivi saranno infaccendati due o piú; e se dove bisogna due o piú ivi sudi uno solo; e se a uno o piú sarà data faccenda alla quale e' sia inutile o disadatto.
Imperoché dove siano troppi, alcuno sta indarno, e ove sono manco e inutili, egli è peggio che se facessino nulla, però che cosí s'afaticano senza frutto, e disturbano in grande parte e guastano le cose.
LIONARDO Bene dite.
GIANNOZZO Maisí, a questo modo non si lasciono perdere tempo: comandisi a ciascuno cosa quale sappi e possa fare.
E acciò che tutti possano e vogliano con piú diligenza e amore fare quello se gli appartiene, si vuole fare come fo io il debito mio.
A me s'apartiene comandare a' miei cose giuste, insegnarle loro fare con diligenza e bene, e a ciascuno dare quello sia necessario e comodo.
E sai quello che io fo per meglio fare il debito mio? Io penso prima molto a lungi, a costoro che può bisognare, quale sarebbe meglio; dipoi apresso io di tutto cerco, duro fatica per averla, poi con diligenza la serbo, e cosí insegno a' miei serballo sino al tempo suo, e allora l'adopero.
LIONARDO Prendete voi delle cose quanto pensate vi bisogni, e non piú?
GIANNOZZO Pur qualche cosa piú, se se ne versasse, guastasse, perdesse, che non manchi al bisogno.
LIONARDO E se ne avanzasse?
GIANNOZZO Penso quale sia il meglio, o acquistarne e servirne uno amico, o vero se pur bisognasse per noi serballa, ché mai alla famiglia mia volsi minima cosa alcuna mancasse.
Sempre mi piacque avere in casa tutte le cose comode e necessarie al bisogno della famiglia.
LIONARDO E che trovate voi, Giannozzo, bisognare a una famiglia?
GIANNOZZO Molte cose, Lionardo mio: buona fortuna, e simile quale non possono gli uomini.
LIONARDO Ma quelle quali possono gli uomini, quali sono?
GIANNOZZO Sono avere la casa ove si riduca insieme la tua brigata, avere da pascerli, poterli vestire.
LIONARDO E farli virtuosi e costumati?
GIANNOZZO Anzi niuna cosa tanto mi pare alle famiglie quanto questa una necessaria, fare la gioventú sua costumatissima e virtuosissima.
Ma non accade al proposito della masserizia qui dire della disciplina in allevare e' figliuoli.
LIONARDO E in quelle adunque come fate voi?
GIANNOZZO Dissiti io testé in queste nostre avverse fortune a me non è licito essere vero massaio.
LIONARDO Dicesti sí; ma pur quanto io veggio voi avete gran famiglia, e voleteli tutti essere simili a voi onesti e modesti, e cosí vivete civile e splendido in casa.
Adunque in queste cose che ordine tenete voi?
GIANNOZZO Secondo il tempo e le avversità quanto piú posso migliore.
LIONARDO Ma, per avere da voi compiuto ammaestramento, ponete caso essere in questa età mia, avere moglie e figliuoli, essere prudente, essercitato come vi sete, e al tutto disponessi vivere vero massaio.
In che modo guideresti voi le cose?
GIANNOZZO O figliuolo mio, se io fussi di questa età tua, molte cose potrei, quali testé non possendo non faccio.
E la prima faccenda mia sarebbe d'avere la casa in luogo ove io potessi starmivi a mia voglia lungo tempo, bene agiato, e senza avermi a tramutare.
Non è cosa da credere, e tu, Lionardo, nollo provando non in tutto mi crederesti, quanto sia cosa dannosa e di grandissima spesa, quanto porti disagio e molestia questo tramutarsi di luogo a luogo.
Perdonsi le cose, smarrisconsi, romponsi.
Agiugni a quelli danni, che tu con l'animo e con la mente troppo ti svii e turbi, e stai una età prima che ti ritruovi bene rassettato.
E delle spese, le quali ti crescono per assettarti in casa, dico nulla.
Però si vuole trovare luogo in prima conveniente e atto come io diceva.
LIONARDO Oimè, Giannozzo, e noi ancora giovani, parte nati in essilio, parte cresciuti nelle terre altrui, ancora siamo non ignoranti quanto sia fastidio e travaglio questo tramutarsi, come la nostra iniquissima fortuna tutto il dí ci getta ora qua, ora là, senza permetterci minima alcuna requie, miseri noi, sempre perseguitandoci, sempre con nuove ingiurie, sempre con maggiori calamità opprimendoci.
Ma Dio lodato, il quale cosí a noi dà materia d'acquistare non poco lodo della infinita pazienza nostra in tanti mali, e in sí grande avversità troppo incredibile e maravigliosa constanza.
Ma ritorniamo al proposito nostro.
Dico, Giannozzo, come faresti voi a trovare luogo di cosí lungo riposo, a trovarlo per le terre altrui?
GIANNOZZO Cercherei quale terra a questo mi fosse atta, donde io non avessi a tramutarmi, e dove io potessi molto vivere sano senza disagio e con onore.
LIONARDO E a che conosceresti voi la terra quanto fosse atta a queste tutte cose? Non sarebbe egli difficile non solo conoscerla, ma trovarla?
GIANNOZZO Non punto.
A me non sarebbe certo molto difficile, no, Lionardo mio, e vedi come.
Io in prima conoscerei quanto ivi si vivesse bene, sano.
Porrei mente la gioventú in prima e a' fanciulli; s'e' fossino freschi e belli, stimerei ivi fosse buona aere e sana, imperoché la età puerile, pare a me, teme e sente molto l'aere e le cose non buone alla sanità.
E se ivi fusse quantità di vecchi ben prosperi, diritti e vigorosi, stimarei anche io invecchiarvi.
Poi, dicoti, porrei mente che paese, che vicini, come sia aperto o chiuso contro alle scorrerie de' forestieri inimici, e notarei se questo luogo fusse da sé fertile, o se pur gli bisognasse chiedere le cose d'altronde, e vederei in che modo quelle vi si conducessono, e vorrei sapere se alle subite necessità ivi si possa presto e con facilità porvi rimedio.
Essaminerei s'e' vicini qui fussino utili o dannosi, e domanderei se gli altri casi, pestilenza, febre e simili, raro l'asalisseno; e considerrei se accadendo il bisogno io potessi tôrmi indi senza troppo fare spesa.
E sopra tutto con diligenza molto investigherei se ivi e' cittadini fussino ricchi e onesti; e informare'mi se la terra avesse buono e stabile reggimento, giuste legge e modesti rettori, imperoché, figliuoli miei, se la terra sarà con giustizia ordinata e con maturità retta, a lei mai verranno impeti di nimici, né casi avversi né ira di Dio; anzi, arà buoni a sé vicini, pacifico stato e fermo reggimento.
E se i cittadini saranno onesti e ricchi, non aranno bisogno, né voglia di rapire l'altrui, anzi aiuteranno gl'industriosi e onoreranno i buoni.
LIONARDO E dove si troverrebbe mai una sí fatta terra compiuta di tante lode? Se già a voi, il quale vi dilettate abitare in Vinegia, quella una terra non vi paresse in tutte queste meno che l'altre viziosa; certo credo sarebbe difficile trovarla.
GIANNOZZO E io pur ne cercherei.
Non vorrei avermi a pentire della negligenza mia.
E quella ove io trovassi le piú e le migliori di tutte quali dissi cose, ivi mi fermerei.
LIONARDO E quale sono le migliori?
GIANNOZZO Intendi, Lionardo mio? e' non mi pare poco giudicarne; e quanto io, testé non bene scorgo il certo, ma cosí quanto m'occorre inanzi senza pensarvi.
Tra queste sarà da preporre la sanità; però molto ricercherei ove fusse l'aria e l'altre cose piú atte alla sanità.
Sapete voi, figliuoli miei, l'uomo sano per tutto guadagna in qualche modo, e l'uomo infermo mai si può riputare ricco; e chi è giusto e buono, costui pur si truova riguardato da tutti.
LIONARDO Lo onore?
GIANNOZZO In ogni lato, Lionardo mio, chi sarà buono e farassi conoscere buono, costui sarà onorato e pregiato.
LIONARDO Sono contento.
Ma in prima che parrebbe a voi bene atto alla sanità?
GIANNOZZO Quella quale, voglia tu o no, tale ti conviene usarla quale tu la truovi: l'aria.
LIONARDO Poi apresso?
GIANNOZZO L'altre buone cose al cibo e al vivere nostro, - e fra esse il buono vino, Lionardo mio.
Tu ridi?
LIONARDO E quivi vi fermeresti?
GIANNOZZO Dove io bene mi riposassi e bene fussi veduto.
LIONARDO Come faresti voi? Comperresti voi la casa, o pur ivi ne torresti una a pigione?
GIANNOZZO A pigione certo no, però che in tempo l'uomo si truova piú volte avere comperata la casa e non averla; che me ne comperrei una ariosa, spaziosa, atta a ricevere la famiglia mia, e piú, se ivi capitasse qualche amicissimo, poterlo ritenere in casa onestamente.
E in questa cercherei spendere quanto manco potessi danari.
LIONARDO Torresti voi forse fuori di mano la casa, ove le abitazioni sogliono vendersi vile, e come si dice a migliore mercato?
GIANNOZZO Non dire migliore mercato.
Niuno può essere buono pregio quale tu spendi in cosa non ti s'acconfaccia.
Ma cercherei spendere in casa mi s'aconfacesse, non piú ch'ella si valesse; né sarei furioso, né mi monstrerrei volenteroso comperatore.
Eleggere'mi casa posta in buona vicinanza e in via famosa ove abitassono onestissimi cittadini, co' quali io potessi senza mio danno farmegli amici, e cosí la donna mia dalle donne loro avesse onesta compagnia senza alcuno sospetto.
E anche m'informerei molto bene prima chi ne' tempi di sopra l'avessi abitata, e domanderei quanto gli abitatori ivi siano vivuti sani e fortunati.
Sono alcune case nelle quali mai alcuno pare vi sia potuto vivere lieto.
LIONARDO Certo sí, dite il vero.
Ramentami d'alcuna e bella e magnifica stanza vederne esperienza: chi vi impoverí, chi vi rimase solo, chi con molta infamia ne fu cacciato; tutti, male arrivati, si dolerono.
E sono veramente ottimi questi vostri ricordi, tôrre atta casa in buona e onesta vicinanza, in terra giusta, ricca, pacifica, sana e abondante di buone cose.
E, Giannozzo, avendo queste, come ordineresti voi l'altra masserizia?
GIANNOZZO Vorrei tutti i miei albergassero sotto uno medesimo tetto, a uno medesimo fuoco si scaldassono, a una medesima mensa sedessono.
LIONARDO Per piú vostra consolazione, credo; per non vi trovare in solitudine, per vedervi in mezzo padre di tutti ogni dí sera acerchiato, amato, riverito, padrone e maestro di tutta la gioventú, la quale cosa suole essere a voi vecchi troppo supprema letizia.
GIANNOZZO Grandissima.
E anche, Lionardo mio, egli è maggiore masserizia, figliuoli miei, starsi cosí insieme chiusi entro ad uno solo uscio.
LIONARDO Cosí affermate?
GIANNOZZO E faronne certo ancora te.
Dimmi, Lionardo, se testé fusse notte e buio, qui ardesse il fanale in mezzo, tu, io e questi insieme vederebbono assai, quanto bastasse a leggere, scrivere e fare quello ci paresse.
Vero? E se noi ci dividessimo, tu assettassi te colà, io suso, questi altrove, volendo ciascuno di noi quanto prima vedere bene lume, credi tu il cavezzo quale ci toccasse in parte durasse ardendo quanto prima durava il tutto insieme?
LIONARDO Certo manco.
Chi ne dubita? Imperoché dove prima ardeva uno capo, testé si consumarebbe in tre.
GIANNOZZO E se testé fosse il gran freddo e noi avessimo qui in mezzo le molte braci accese, tu di queste volessi altrove la parte tua, questi se ne portassino la loro, che stimi tu, potresti meglio scaldarti o peggio?
LIONARDO Peggio.
GIANNOZZO Cosí accade nella famiglia.
Molte cose sono sufficienti a molti insieme, le quali sarebbono poche a pochi posti in distanti parti.
Altro caldo arà l'uno pell'altro fra' suoi cittadini e fra gli strani, e altro lume di lode e di autorità conseguirà chi se truovi accompagnato da' suoi per molte ragioni fidati, per molte ragioni temuti, che colui, il quale sarà con pochi strani o senza compagnia.
Molto piú sarà conosciuto, piú e rimirato il padre della famiglia quale molti de' suoi seguiranno, che qualunque si sia solo e quasi abandonato.
E voglio testé favellare teco come uomo piú tosto pratico che litterato, addurti ragioni ed essempli atti all'ingegno mio.
Io comprendo questo, che a due mense si spiega due mappe, a due fuochi si consuma due cataste, a due masserizie s'adopera due servi, ove a uno assai bastava solo uno.
Ma io non ti so bene dire quello che io sento; pur stima che io ti dico il vero.
A fare d'una famiglia due, gli bisogna doppia spesa, e molte cose delle quali si giudica per pruova meglio che dicendo, meglio si sentono che non si narrano.
Però a me mai piacque questo dividere le famiglie, uscire e intrare per piú d'uno uscio; né mai mi patí l'animo che Antonio mio fratello abitasse senza me sotto altro tetto.
LIONARDO Da lodarvi.
GIANNOZZO Sí, Lionardo mio, sotto uno tetto si riducano le famiglie, e se, cresciuta la famiglia, una stanza non può riceverle, assettinsi almeno sotto una ombra tutti d'uno volere.
LIONARDO O parola degna di tanta autorità quanta è la vostra! Ricordo da tenerlo a perpetua memoria.
Sotto uno volere stiano le famiglie.
E dipoi, Giannozzo, quando ciascuno fosse in casa, dimanderebbono da cena.
GIANNOZZO Vero.
Però si dia ordine che possino desinare e cenare, Lionardo mio, al tempo e molto bene.
LIONARDO Cenare bene, posso io intendere pascersi di buone cose?
GIANNOZZO Buone, Lionardo mio, ancora e abundanti.
Non paoni, capponi e starne, né simili altri cibi elettissimi, quali s'apparecchiano agl'infermi, ma pongasi mensa cittadinesca in modo che niuno de' tuoi costumato desideri cenare altrove, sperando ivi saziare meglio la fame sua che teco.
Sarà la mensa tua domestica, senza mancamento di vino, pane in copia.
Sarà il vino sincero e il pane insieme quanto si richiede buoni, e arai con questi netti e sofficienti condimenti al pane.
LIONARDO Piacemi.
E queste cose, Giannozzo, le comperresti voi di dí in dí?
GIANNOZZO Non comperrei, no, imperoché non sarebbe masserizia.
Chi vende le cose sue stimi tu venda testé quello che potrebbe piú oltre serbare? Che credi tu che si cavi di casa, il migliore o pur il piggiore?
LIONARDO Il piggiore, e quello quale pensa non potere bene serbare.
Ma ancora alcuna volta per necessità del danaio si vendono le cose buone e utili.
GIANNOZZO Cosí confesso.
Ma se costui sarà savio, e' prima venderà il piggiore; e vendendo il migliore, non fa egli di venderlo piú che non viene a sé? Non cerca egli con ogni astuzia fartelo parere migliore che non è?
LIONARDO Spesso.
GIANNOZZO Però, vedi tu, chi compera spende quello superchio, e stassi a rischio di non avere tolto cosa falsificata, male durabile e poco buona.
Vero? E quando mai vi fusse altra cagione, a me avermi presso tutto quello mi bisogna, a me avere provato piú anni le cose mie e conoscerle quanto e in che stagione siano buone, piú mi giova che cercarne altrove.
LIONARDO Voi forse vorresti avere in casa per tutto l'anno quanto alla spesa domestica bisognasse?
GIANNOZZO Vorrei, sí, avere quello che in casa si può senza pericolo, senza grande fatica bene serbare.
E quello che io non potessi bene serbare se non con grande sinistro e troppo ingombro della casa, io quello venderei, e poi al tempo me ne rifornirei, ché meglio mi mette per sino alla stagione lasciarne fatica, incarco e pericolo ad altri.
LIONARDO Venderesti voi quello che prima comperasti?
GIANNOZZO Quanto prima potessi, ove serbandola me ne nascesse danno.
Ma io, possendo, non vorrei avere a vendere e comperare ora questo ora quello, che sono faccende da mercennarii, e vili occupazioni, alle quali non è se non masserizia, per uscire di trama, sopraspendervi qualche cosa piú e attendere a maggiori faccende.
E parrebbemi piú masserizia di tutto fornirmi a' tempi.
E anche ti dico, vorrei non avere ogni anno a scemare i danari anoverati in cassa.
LIONARDO Non veggo come cotesto si possa.
GIANNOZZO Móstrotelo.
Cosí.
Darei io modo d'avere la possessione la quale per sé con molto minore spesa che comperandole in piazza fusse atta a tenermi la casa fornita di biave, vino, legne, strame e simili cose, ove farei alevarvi suso pecugli, colombi e polli, ancora e pesce.
LIONARDO In ogni cosa, Giannozzo, io appruovo la vostra sentenza, ma in questo non so se fusse masserizia fare queste quali dite imprese su terreni altrui, le quali, benché sieno utili alla famiglia e grate ad acquistarsi benivolenza da chi sono le possessioni, pure stimo non troverresti chi poi non richiedesse le possessioni per godersele quando voi con quelle simili spese e opere cosí l'avessi bene migliorate.
E senza quelle spese non mi pare la villa sia quanto voi volete atta a pascere la famiglia.
E rinovare ogni dí nuovi lavoratori, condurli a pregio e prestare loro quanto s'usa, dipoi ove tu stimavi riaverne opere o servigi convenirti, mutando possessione, in parte, come accade, perdere, non credo questo sia da lodare tra veri massai.
GIANNOZZO Per questo proprio e per altre cagioni assai io mi comperrei la possessione de' miei danari, che fusse mia, poi e de' figliuoli miei, e cosí oltre de' nipoti miei, acciò che io con piú amore la facessi governare bene e molto cultivare, e acciò che e' miei rimanenti in quella età prendessono frutto delle piante e delle opere quali io vi ponessi.
LIONARDO Vorresti voi campi da ricorre tutto in uno solo sito insieme, quanto diciavate: grano, vino, olio, e strame e legne?
GIANNOZZO Vorrei, possendolo.
LIONARDO Or ditemi, Giannozzo.
A volere il buono vino, bisogna la costa e il solitío; a fare buono grano si richiede l'aperto piano morbido e leggiere; le buone legne crescono nell'aspero e alla grippa; il fieno nel fresco e molliccio.
Tanta adunque diversità di cose come troverresti voi in uno solo sito? Che dite, Giannozzo? Stimate voi si truovino simili molti siti atti a vigna, sementi, boschi e pascoli? E trovandoli, crederresti voi averli a pregio non carissimo?
GIANNOZZO Quanto sí! Ma pure, Lionardo mio, io mi ricordo a Firenze quanto siano degli altri assai, e ancora quelli nostri luoghi, quelli di messer Benedetto, quelli altri di messere Niccolaio, e quelli di messer Cipriano, e quelli di messere Antonio, e gli altri de' nostri Alberti, a' quali tu non desiderresti cosa piú niuna, posti in aere cristallina, in paese lieto, per tutto bello occhio, rarissime nebbie, non cattivi venti, buone acque, sano e puro ogni cosa.
Ma tacciamo di quelli, e' quali piú sono palagi da signori, e piú tengono forma di castella che di ville.
Non ci ricordiamo al presente delle magnificenze Alberte, dimentichianci quelli edificii superbi e troppo ornatissimi, ne' quali molti vedendovi testé nuovi abitatori trapassano sospirando, e desiderandovi l'antiche fronti e cortesie nostre Alberte.
Dico, cercherei comperare la possessione ch'ella fusse tale quale l'avolo mio Caroccio, nipote di messer Iacobo iurisconsulto, e padre di quello nostro zio messer Iacobo cavaliere, di cui nacque il secondo Caroccio Alberto, solea dire voleano essere le possessioni, che portandovi uno quartuccio di sale ivi si potesse tutto l'anno pascere la famiglia.
Cosí adunque farei io, provederei che la possessione in prima fusse atta a darci tutto quello bisognasse per pascere la famiglia, e se non tutto, almeno insieme le piú necessarie cose, pane, vino.
E per la via d'andare alla possessione, o ivi presso, torrei il prato, per potere andando e rivenendo porre mente se cosa ivi mancasse, e cosí sempre per quivi farei la via, rivedendo tutti e' campi e tutta la possessione; e molto vorrei o tutto insieme o ciascuna parte bene vicina per meglio poterli spesso senza troppa occupazione tutti trascorrere.
LIONARDO Buona ragione, però che, mentre che voi sollicitassi quelli là su, questi lavoratori qua giú sarebbono forse piú negligenti.
GIANNOZZO E anche per non avere a trafficare con troppa famiglia di villani: cosa da nolla credere, quanto in questi aratori cresciuti fra le zolle sia malvagità.
Ogni loro studio sempre sta per ingannarti; mai a sé in ragione alcuna lasciano venire inganno; mai errano se non a suo utile; sempre cercano in qualunque via avere e ottenere del tuo.
Vorrà il contadino che tu prima gli comperi il bue, le capre, la scrofa, ancora la giumenta, ancora e le pecore; poi chiederà gli presti da satisfare a' suoi creditori, da rivestire la moglie, da dotare la figliuola; poi ancora dimanderà che tu spenda in rassettarli la capanna e riedificare piú luoghi e rinnovare piú masserizie, e poi ancora mai resterà di lamentarsi; e quando bene fusse adanaiato piú forse che il padrone suo, allora molto si lagnerà e dirassi povero.
Sempre gli mancherà qualche cosa; mai ti favella che non ti adduca spesa o gravezza.
Se le ricolte sono abundanti, lui per sé ne ripone due le migliori parti.
Se pel temporale nocivo o per altro caso le terre furono questo anno sterile, il contadino a te non assegnerà se non danno e perdita.
Cosí sempre dell'utile riterrà a sé le piú e le migliori parti, dello incomodo e disutile tutto lo getta sopra al soccio suo.
LIONARDO Adunque forse sarebbe il meglio a spendere qualche cosa piú in piazza per fornire la casa, che avere a communicare con simili malvagie genti.
GIANNOZZO Anzi giova, Lionardo mio, molto giova trassinare tali ingegni villaneschi, per poi meglio sapere sofferire e' cittadini, quali forse abbiano simili costumi villani e dispettosi; e inségnanti e' rustici non poco essere diligente.
E poi, dove tu non arai a conversare con troppa moltitudine di lavoratori, a te non sarà la loro malizia odiosa, e dove tu sarai diligente a' fatti tuoi, il tuo agricultore poco potrà ingannarti, e tu delle sue malizuole arai mille piaceri fra te stessi, molto e riderai.
LIONARDO A me questa vostra prudenza troppo piace, Giannozzo, sapete persino da' malvagi cavarsene qualche utilità e lodo nel vivere.
GIANNOZZO Maisí, figliuoli miei, cosí farei.
Ma io cercherei questa possessione in luogo dove né fiumi, né ruine di piove me gli potessoro nuocere, e dove non usassono furoncelli; e cercherei ivi fusse l'aria ben pura.
Imperoch'io odo si truovano ville, peraltro fruttuose e grasse, ma ivi hanno l'aere piena d'alcune minutissime e invisibili musculine; non si sentono, ma passano, alitando, sino entro al pulmone, ove giunte si pascono, e in quello modo tarmano l'enteriori, e occidono gli animali, ancora e molti uomini.
LIONARDO Ben mi ricorda avere letto di ciò apresso agli antichi.
GIANNOZZO Però cercherei non manco d'avere ivi buono aere che buono terreno.
In buono aere, s'e' frutti non crescono in grandissima quantità come certo vi crescono, quelli pur che vi crescono molto piú sono saporiti, molto piú che gli altri altrove migliori.
Agiugni qui ancora che la buona aere, riducendoti in villa, conferma molto la sanità, e porgeti infinito diletto.
E ancora, Lionardo mio, cercherei d'avere la possessione in luogo donde i frutti e le ricolte mi venissino a casa senza troppa vettura, e potendola avere non lungi dalla terra troppo mi piacerebbe, però che io piú spesso v'anderei, spesso vi manderei, e ogni mattina anderebbe pelle frutte, per l'erbe e pe' fichi; e andere'mivi io stessi spassando per essercizio, e quelli lavoratori, vedendomi spesso, raro peccarebbono, e a me per questo porterebbono piú amore e piú riverenza, e cosí sarebbono piú diligenti a' lavoríi.
E di queste possessioni cosí fatte poste in buono aere, lontane da diluvii, vicine alla terra, atte a pane e vino, credo io se ne troverebbe assai.
E di legne in poco tempo me la fare' io fertilissima, imperoché mai resterei di piantarvi cosí in sulle margini, onde s'auggiasse il vicino campo non il mio, e vorre'vi allevare ogni delicato e raro frutto.
Farei come solea messer Niccolaio Alberti, uomo dato a tutte le gentilezze, quale volse in le sue ville si trovassino tutti e' frutti nobilissimi quali nascono per tutti e' paesi.
E quanta fu gentilezza in quello uomo! Costui mandò in Sicilia per pini, i quali nati fruttano prima ch'eglino agiungano al settimo anno.
Costui ancora nelli orti suoi volle pini de' quali e' pinocchi da sé nascono fessi: lo scorzo dall'uno de' lati è rotto.
Costui ancora di Puglia ebbe quelli pini, e' quali fruttano pignuoli collo scorzo tenerissimo da fràngelli colle dita, e di questi fece la selva.
Sarebbe lunga storia racontare quanta strana e diversa quantità di frutti quello uomo gentilissimo piantasse negli orti suoi, tutti di sua mano posti a ordine, a filo, da guardalli e lodalli volentieri.
E cosí farei io: pianterei molti e molti alberi con ordine a uno filo, però che cosí piantati piú sono vaghi a vedelli, manco auggiano e' seminati, manco mungono il campo, e per côrre e' frutti manco si scalpesta e' lavorati.
E are'mi grande piacere cosí piantare, innestare e aggiugnere diverse compagnie di frutti insieme, e dipoi narrare agli amici come, quando e onde io avessi quelle e quelle altre frutte.
Poi a me sarebbe, Lionardo mio, che tu sappia, utile molto grande, se quelli piantati fruttassono bene; e se non fruttassono, a me ancora sarebbe utile: taglierei per legne, ogni anno disveglierei e' piú vecchi e' meno fruttiferi, e ogni anno ivi ristituirei migliori piante.
E quanto io, di questo arei troppo in me piacere.
LIONARDO Quale uomo fusse, il quale non si traesse piacere della villa? Porge la villa utile grandissimo, onestissimo e certissimo.
E pruovasi qualunque altro essercizio intopparsi in mille pericoli, hanno seco mille sospetti, seguongli molti danni e molti pentimenti: in comperare cura, in condurre paura, in serbare pericolo, in vendere sollicitudine, in credere sospetto, in ritrarre fatica, nel commutare inganno.
E cosí sempre degli altri essercizii ti premono infiniti affanni e agonie di mente.
La villa sola sopra tutti si truova conoscente, graziosa, fidata, veridica.
Se tu la governi con diligenza e con amore, mai a lei parerà averti satisfatto; sempre agiugne premio a' premii.
Alla primavera la villa ti dona infiniti sollazzi, verzure, fiori, odori, canti; sforzasi in piú modi farti lieto, tutta ti ride e ti promette grandissima ricolta, émpieti di buona speranza e di piaceri assai.
Poi e quanto la truovi tu teco alla state cortese! Ella ti manda a casa ora uno, ora un altro frutto, mai ti lascia la casa vòta di qualche sua liberalità.
Eccoti poi presso l'autunno.
Qui rende la villa alle tue fatiche e a' tuoi meriti smisurato premio e copiosissime mercé, e quanto volentieri e quanto abundante, e con quanta fede! Per uno dodici, per uno piccole sudore piú e piú botti di vino.
E quello che tu aresti vecchio e tarmato in casa, la villa con grandissima usura te lo rende nuovo, stagionato, netto e buono.
Ancora ti dona le passule e l'altre uve da pendere e da seccare, e ancora a questo agiugne che ti riempie la casa per tutto il verno di noci, pere e pomi odoriferi e bellissimi.
Ancora non resta la villa di dí in dí mandarti de' frutti suoi piú serotini.
Poi neanche il verno si dimentica teco essere la villa liberale; ella ti manda la legna, l'olio, ginepri e lauri per, quando ti conduca in casa dalle nevi e dal vento, farti qualche fiamma lieta e redolentissima.
E, se ti degni starti seco, la villa ti fa parte del suo splendidissimo sole, e porgeti la leprettina, il capro, il cervo, che tu gli corra drieto, avendone piacere e vincendone il freddo e la forza del verno.
Non dico de' polli, del cavretto, delle giuncate e delle altre delizie, quali tutto l'anno la villa t'alieva e serba.
Al tutto cosí è: la villa si sforza a te in casa manchi nulla, cerca che nell'animo tuo stia niuna malinconia, émpieti di piacere e d'utile.
E se la villa da te richiede opera alcuna, non vuole come gli altri essercizii tu ivi te atristi, né vi ti carchi di pensieri, né punto vi ti vuole affannato e lasso, ma piace alla villa la tua opera ed essercizio pieno di diletto, il quale sia non meno alla sanità tua che alla cultura utilissimo.
GIANNOZZO Che bisogna dire, Lionardo? Tu non potresti lodare a mezzo quanto sia la villa utile alla sanità, commoda al vivere, conveniente alla famiglia.
Sempre si dice la villa essere opera de' veri buoni uomini e giusti massari, e conosce ogni uomo la villa in prima essere di guadagno non piccolo, e, come tu dicevi, dilettoso e onesto.
Non ti conviene, come negli altri mestieri, temere perfidia o fallacie di debitori o procuratori.
Nulla vi si fa in oscuro, nulla non veduto e conosciuto da molti, né puoi esservi ingannato, né bisogna chiamare notari e testimoni, non seguire litigii e l'altre simili cose acerbissime e piene di malinconie che alle piú fiate sarebbe meglio perdere che con quelle suste d'animo guadagnare.
Agiugni qui che tu puoi ridurti in villa e viverti in riposo pascendo la famigliuola tua, procurando tu stessi a' fatti tuoi, la festa sotto l'ombra ragionarti piacevole del bue, della lana, delle vigne o delle sementi, senza sentire romori, o relazioni, o alcuna altra di quelle furie quali dentro alla terra fra' cittadini mai restano, - sospetti, paure, maledicenti, ingiustizie, risse, e l'altre molte bruttissime a ragionarne cose, e orribili a ricordarsene.
In tutti e' ragionamenti della villa nulla può non molto piacerti, di tutte si ragiona con diletto, da tutti se' con piacere e volentieri ascoltato.
Ciascuno porge in mezzo quello che conosce utile alla cultura; ciascuno t'insegna ed emenda, ove tu errassi in piantare qualche cosa o sementare.
Niuna invidia, niuno odio, niuna malivolenza ti nasce dal cultivare e governare il campo.
LIONARDO E anche vi godete in villa quelli giorni aerosi e puri, aperti e lietissimi; avete leggiadrissimo spettacolo rimirando que' colletti fronditi, e que' piani verzosi, e quelli fonti e rivoli chiari, che seguono saltellando e perdendosi fra quelle chiome dell'erba.
GIANNOZZO Sí, Dio, uno proprio paradiso.
E anche, quello che piú giova, puoi alla villa fuggire questi strepiti, questi tumulti, questa tempesta della terra, della piazza, del palagio.
Puoi in villa nasconderti per non vedere le rubalderie, le sceleraggine e la tanta quantità de' pessimi mali uomini, quali pella terra continuo ti farfallano inanti agli occhi, quali mai restano di cicalarti torno all'orecchie, quali d'ora in ora seguono stridendo e mugghiando per tutta la terra, bestie furiosissime e orribilissime.
Quanto sarà beatissimo lo starsi in villa: felicità non conosciuta!
LIONARDO Lodate voi abitare in villa piú che in mezzo alla città?
GIANNOZZO Quanto io, a vivere con manco vizio, con meno maninconie, con minore spesa, con piú sanità, maggiore suavità del vivere mio, sí bene, figliuoli miei, che io lodo la villa.
LIONARDO Parrebbevi egli pertanto d'allevare ivi e' figliuoli vostri?
GIANNOZZO Se i figliuoli miei non avessoro in età a conversare se non con buoni, certo a me piacerebbe averli cresciuti in villa.
Ma egli è sí piccolo il numero de' non pessimi uomini, che a noi padri conviene, per essere sicuri da' viziosi e dai molti inganni loro, volere ch'e' figliuoli nostri li conoscano; né può bene giudicare de' viziosi colui il quale non conosce il vizio.
Chi non conosce il suono della cornamusa non può bene giudicare se lo strumento sia buono o non buono.
Però sia nostra opera fare come chi vuole diventare schermidore, prima imparare ferire, per meglio conoscere e a tempo sapere fuggire la punta e scostarsi dal taglio.
S'e' vizii abitano, come fanno, tra gli uomini, a me potrà parere il meglio allevare la gioventú nelle terre, poiché ivi abondano non meno vizii che uomini.
LIONARDO E anche, Giannozzo, nella terra la gioventú impara la civilità, prende buone arti, vede molti essempli da schifare e' vizii, scorge piú da presso quanto l'onore sia cosa bellissima, quanto sia la fama leggiadra, e quanto sia divina cosa la gloria, gusta quanto siano dolci le lode, essere nomato, guardato e avuto virtuoso.
Destasi la gioventú per queste prestantissime cose, commove e sé stessi incita a virtú, e proferiscesi ad opere faticose e degne di immortalità; quali ottime cose forse non si truovano in villa fra' tronchi e fra le zolle.
GIANNOZZO Con tutto questo, Lionardo mio, dubito io quale fusse piú utile, allevare la gioventú in villa o nella terra.
Ma sia cosí, abbiasi ciascuna cosa le sue proprie utilità, siano nelle terre le fabriche di quelli grandissimi sogni, stati, reggimenti, e fama, e nella villa si truovi quiete, contentamento d'animo, libertà di vivere e fermezza di sanità, io per me cosí ti dico: se io avessi villa simile quale io narrava, io mi vi starei buoni dí dell'anno, dare'mi piacere e modo di pascere la famiglia mia copioso e bene.
LIONARDO Non daresti voi anche modo, come diciavate bisognare, di vestire la famiglia?
GIANNOZZO Fra' miei primi pensieri questo sarebbe, come sempre fu, il primo, d'avere la mia famiglia quanto a ciascuno si richiedesse onestamente bene vestita, però che, se io in questo fussi negligente, la brigata mi servirebbe con poca fede, e i miei mi porterebbono odio; sare'ne spregiato, quelli di fuori me ne biasimerebbono, sare'ne riputato avaro, e per tanto sarebbe non buona masserizia non vestirli bene.
LIONARDO Come la terresti voi vestita?
GIANNOZZO Pur bene: civili vestimenti, sopratutto puliti, atti e bene fatti; colori lieti, aperti quali piú s'afacesse loro; buoni panni.
Questi frastagli, questi ricami a me piacquono mai vedelli, se non solo a' buffoni e trombetti.
In dí solenni la vesta nuova, gli altri dí la vesta usata, in casa la vesta piú logora.
Le veste, Lionardo mio, onorano te.
Vero? Onora tu adunque, onora le veste.
E soglio io porre mente, e parmi qui non s'abbia quanto