I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga - pagina 24
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Ma don Michele appuntava i piedi in terra come un mulo, e diceva di no.
E chi era là presente, a godersi la scena, osservava che massaro Filippo faceva una bella figura com'è vero Dio! - Massaro Filippo ha bisogno d'aiuto, diceva Pizzuto.
Non lo vedete? Quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!
La Santuzza allora un bel giorno si mise la mantellina e andò a confessarsi, sebbene fosse lunedì, e l'osteria fosse piena di gente.
La Santuzza andava a confessarsi ogni domenica, e ci stava un'ora col naso alla graticola del confessionario, a risciacquarsi la coscienza, che amava tenerla pulita meglio dei suoi bicchieri.
Ma quella volta donna Rosolina, che era gelosa di suo fratello il vicario, e si confessava spesso anche lei per tenerci gli occhi addosso, restò colla bocca aperta, là dov'era ad aspettare ginocchioni, che la Santuzza ci avesse tanta roba nello stomaco, e osservò che suo fratello vicario si soffiò il naso più di cinque volte.
- Cosa aveva oggi Santuzza che non finiva più? domandò perciò a don Giammaria quando furono a tavola.
- Niente, niente, - rispondeva suo fratello stendendo la mano verso il piatto.
Ma ella che gli conosceva il debole lasciava il coperchio sulla zuppiera e lo tormentava a furia di domande, sicché infine il poveretto dovette dire che c'era il sigillo della confessione, e sinché fu a tavola rimase col naso sul piatto, e ingozzava i maccheroni come se non avesse visto grazia di Dio da due giorni, tanto che gli andarono in veleno, e borbottava fra di sé perché non lo lasciavano mai quieto.
Dopo pranzo prese il cappello e il ferraiuolo, e andò a fare una visita alla Zuppidda.
- Ci dev'essere sotto qualche cosa! borbottava dal canto suo donna Rosolina.
Ci dev'essere qualche sudiceria fra suor Mariangela e la Zuppidda, sotto il sigillo della confessione.
E si mise alla finestra per vedere quanto ci stava suo fratello, nella casa di comare Venera.
La Zuppidda saltò su tutte le furie all'udire quello che le mandava a dire suor Mariangela con don Giammaria, e si mise sul ballatoio a gridare che lei non ne voleva roba degli altri, aprisse bene le orecchie la Santuzza! che se vedeva passare don Michele per la sua strada voleva cavargli gli occhi con la conocchia che teneva in mano, in barba alla pistola che portava sulla pancia, giacché ella non aveva paura né delle pistole né di nessuno, e sua figlia non l'avrebbe data a uno che si mangiava il pane del re e faceva lo sbirro, ed era nel peccato mortale colla Santuzza per giunta, glielo aveva detto don Giammaria sotto sigillo di confessione, ma ella se lo teneva nelle ciabatte, il sigillo della confessione, quando ci andava di mezzo la sua Barbara, - e ne disse tanti e tanti degli improperi, che la Longa e la cugina Anna dovettero chiudere la porta perché non udissero le ragazze; e mastro Turi suo marito, onde non restare indietro, sbraitava anche lui: - Se mi toccano la coda mi fanno fare qualche sproposito, benedetto Dio! Io non ho paura di don Michele, e di massaro Filippo, e di tutta la ciurma della Santuzza!
- State zitto! gli dava sulla voce comare Venera; non avete inteso che massaro Filippo non c'entra più colla Santuzza?
Gli altri invece continuavano a dire che la Santuzza ci aveva massaro Filippo per aiutarla a dire le orazioni, l'aveva visto Piedipapera.
- Bravo! Massaro Filippo ha bisogno d'aiuto anche lui! ripeteva Pizzuto.
Non l'avete visto che è venuto a pregare e strapregare don Michele per aiutarlo?
Nella spezieria don Franco chiamava la gente apposta per schiamazzare sull'avventura.
- Ve l'avevo detto, non è vero? Tutti così, quei leccasanti! col diavolo sotto le gonnelle! Bel lavoro, eh! due alla volta, per fare il paio! Ora che gli danno la medaglia a don Michele, l'appenderanno insieme a quella di Figlia di Maria che ci ha la Santuzza.
- E sporgeva il capo fuori dall'uscio per vedere se ci fosse sua moglie alla finestra di sopra.
- Eh! la chiesa e la caserma! Il trono e l'altare! sempre la stessa storia, ve lo dico io!
Egli non aveva paura della sciabola e dell'aspersorio; e se ne infischiava di don Michele, tanto che gli leggeva le corna quando la Signora non era alla finestra, e non poteva udire quello che si diceva nella spezieria; ma donna Rosolina diede una buona lavata di capo a suo fratello, appena venne a sapere che si era messo in quel pasticcio, perché quelli della sciabola bisogna tenerseli amici.
- Amici un corno! rispondeva don Giammaria.
Con quelli che ci hanno levato il pan di bocca? Io ho fatto il debito mio.
Io non ho bisogno di loro! Son loro piuttosto che hanno bisogno di noi altri.
- Almeno dovreste dire che vi ci ha mandato la Santuzza, sotto sigillo di confessione; sosteneva donna Rosolina; così non l'acchiappereste voi l'inimicizia.
Però in aria misteriosa andava ripetendo che era una cosa sotto sigillo di confessione, a tutte le comari e i vicini che venivano a ronzarle attorno per sapere come s'era venuto a scoprire quell'imbroglio.
Piedipapera, dacché aveva sentito dire a don Silvestro che voleva far cadere la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura, andava sussurrando: - Questa è tutta manovra di don Silvestro, che vuol far cadere la Zuppidda coi suoi piedi.
E tanto lo disse che arrivò all'orecchio di donna Rosolina, mentre cuoceva la conserva dei pomidoro, colle maniche rimboccate, e si sbracciava a difender don Michele davanti alla gente, perché si sapesse che, loro come loro, non gli volevano male a don Michele, sebbene ei fosse di quei del governo; e diceva che l'uomo è cacciatore, e la Zuppidda doveva pensarci lei a guardarsi la figliuola e se don Michele ci aveva degli altri intrighi cotesto riguardava lui e la sua coscienza.
- Questa è opera di don Silvestro, che vuol la Zuppidda, e ha scommesso dodici tarì che la farà cascare coi suoi piedi; - venne a dirle comare la Vespa, mentre aiutava donna Rosolina a fare la conserva dei pomidoro; ella ci veniva a pregare don Giammaria che facesse entrare gli scrupoli in testa a quel birbante dello zio Crocifisso, il quale ci aveva la testa più dura di un mulo.
- Non lo vede che ha i piedi nella fossa? diceva.
Che vuol portarsi anche questo scrupolo sulla coscienza?
Ma all'udire la storia di don Silvestro donna Rosolina di botto cambiò registro, e si mise a predicare col mestolo in aria, rossa come la conserva dei pomidoro, contro gli uomini che lusingano le ragazze da marito, e quelle pettegole le quali stanno alla finestra ad uccellarli.
Già si sapeva che razza di civetta fosse la Barbara; ma faceva specie che ci cascasse anche uno come don Silvestro, il quale sembrava un uomo di proposito, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un tradimento simile; invece poi andava a cercarsi i guai con la Zuppidda e con don Michele, mentre ci aveva la sorte in mano e se la lasciava scappare.
- Al giorno d'oggi per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale.
Però don Silvestro si faceva vedere a braccetto con don Michele, e nessuno osava dir parola in faccia a loro di quei discorsi che correvano.
Ora donna Rosolina gli sbatteva la finestra sul naso, allorché il segretario stava a guardare in aria dalla porta dello speziale, e non voltava nemmeno il capo quando metteva al sole sul terrazzino la conserva dei pomidori; una volta poi volle andare a confessarsi ad Aci Castello, perché ci aveva un peccato che non poteva dire a suo fratello, e tanto fece che incontrò per caso don Silvestro, giusto mentre tornava dalla vigna.
- Oh! beato chi vi vede! cominciò a dirgli fermandosi a prender fiato, perch'era tutta rossa e scalmanata.
Ci avete gran roba pel capo, che non vi ricordate più degli amici antichi.
- Io non ci ho nulla pel capo, donna Rosolina.
- A me mi hanno detto che ce l'avete, ma è una bestialità, che vi farebbe venire il capo grosso davvero.
- Chi ve l'ha detto?
- Lo dice tutto il paese.
- Lasciatelo dire.
E poi, volete saperla? io faccio quel che mi piace a me; e se ci avrò la testa pesante ci ho da pensar io.
- Buon prò vi faccia, - rispose donna Rosolina col viso rosso.
- Vuol dire che cominciate ad avercela d'adesso, se mi rispondete in questo modo, tanto che non me l'aspettavo, e vi ho avuto sinora per giudizioso; scusate se mi sono sbagliata.
Vuol dire che "acqua passata non macina più", e "buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo".
Pensateci che il proverbio dice: "Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova", e "chi piglia bellezze piglia corna".
Godetevi la Zuppidda in santa pace, perché a me non me ne importa.
E per tutto l'oro del mondo non vorrei che si dicesse di me quello che si dice della vostra Zuppidda.
- State tranquilla, donna Rosolina, ché oramai non si può dir più nulla di voi.
- Almeno non si dice che mi mangio mezzo paese; avete inteso don Silvestro?
- Lasciateli dire, donna Rosolina, "chi ha bocca mangia, e chi non mangia se ne muore".
- E non si dice pure quel che si dice di voi, che siete un truffatore! seguitò donna Rosolina, verde come l'aglio.
Mi avete inteso, don Silvestro? e di tutti non si può dire la stessa cosa! Quando non vi servono più, poi, datemele quelle venticinque onze che vi ho prestate.
Io non li rubo i denari, come certa gente.
- Non dubitate, donna Rosolina, io non l'ho detto che le avete rubate le vostre venticinque onze, e non andrò a dirglielo a vostro fratello don Giammaria.
A me non me ne importa di sapere se gliele avete rubate sulla spesa o no; so che non ve le devo io.
Mi avevate detto di metterle a frutto, per farvi la dote, se qualcuno vi avesse voluta, ed io li avevo messi in una banca per conto vostro, sotto il mio nome, per non far scoprire la cosa a vostro fratello il quale vi avrebbe domandato di dove vi erano venuti quei denari.
Ora la banca è fallita.
Che colpa ce ne ho io?
- Imbroglione! gli sputava in faccia donna Rosolina colla schiuma alla bocca.
Truffatore! Io non vi avevo dato quei denari per andare a metterli in una banca che falliva.
Io ve li avevo dati per tenerci gli occhi addosso come se fosse stata roba vostra!...
- Sì! ho fatto come se fosse stata roba mia! - rispondeva il segretario con la faccia tosta, tanto che donna Rosolina gli voltò le spalle per non crepare dalla rabbia, e se ne tornò a Trezza sudata come una spugna, nell'ora calda, collo scialle sulla schiena.
Don Silvestro rimase lì fermo a sogghignare, davanti al muro dell'orto di massaro Filippo, finché ella non ebbe scantonato, e si strinse nelle spalle, borbottando fra di sé: - A me non me ne importa nulla di quel che dicono.
Ed aveva ragione di non curarsi di quel che dicevano.
Dicevano che se don Silvestro si era messo in testa di far cascare la Barbara coi suoi piedi, ci sarebbe caduta, tal briccone matricolato egli era! Però gli facevano di berretto, e gli amici gli accennavano col capo, sogghignando, quando andava a chiacchierare nella spezieria.
- Siete un bel prepotente! gli diceva don Franco accarezzandolo sulle spalle.
- Un vero feudatario! Siete l'uomo fatale, mandato in terra per provare come quattro e quattr'otto che bisogna fare il bucato alla vecchia società.
- E allorché veniva 'Ntoni a prendere il medicamento pel nonno: - Tu sei il popolo.
Finché sarai paziente come il somaro ti toccheranno le bastonate.
- La Signora, che faceva la calzetta dietro il banco, per mutar discorso domandava: - Come sta ora il nonno? 'Ntoni non osava aprir bocca davanti la Signora, e se ne andava brontolando, col bicchiere nelle mani.
Il nonno ora stava meglio, e lo mettevano sull'uscio, al sole, avvolto nel tabarro, e col fazzoletto in testa, che sembrava un morto risuscitato, tanto che la gente andava a vederlo per curiosità; ed il poveraccio chinava il capo a questo e a quello, come un pappagallo, e sorrideva, tutto contento di trovarsi là, nel suo cappotto, accanto all'uscio, con Maruzza che gli filava accanto, il telaio della Mena che si udiva nelle stanze, e le galline che razzolavano nella strada.
Ora che non aveva altro da fare aveva imparato a conoscere le galline ad una ad una, e stava a vedere quello che facevano, e passava il tempo ad ascoltare le voci dei vicini, dicendo: - Questa è comare Venera che strapazza suo marito.
- Questa è la cugina Anna che torna dal lavatoio.
Poi se ne stava a vedere l'ombra delle case che si allungava; e quando non c'era più il sole sulla porta lo mettevano contro il muro dirimpetto, ch'egli somigliava al cane di mastro Turi, il quale cercava il sole, per sdraiarsi.
Infine, cominciò a stare sulle gambe, e lo portarono sulla riva, reggendolo sotto le ascelle, perché gli piaceva dormicchiare accoccolato sui sassi, in faccia alle barche, e diceva che l'odore dell'acqua salata gli faceva bene allo stomaco; e si divertiva a vedere le barche, e sentire com'era andata la giornata per questo e per quello.
I compari, mentre attendevano alle loro faccende, gli regalavano qualche parola, e gli dicevano per consolarlo: - Vuol dire che c'è olio ancora alla lucerna, eh, padron 'Ntoni!
La sera, quando tutti i suoi erano in casa, coll'uscio chiuso, mentre la Longa intonava il rosario, se la godeva a vederseli vicini, e li guardava in faccia ad uno ad uno, e guardava i muri della casa, e il cassettone colla statuetta del Buon Pastore, e il deschetto col lume sopra; e ripeteva sempre: - Non mi par vero di essere ancora qui, con voialtri.
La Longa diceva che lo spavento le aveva messo un gran rimescolio nel sangue e nella testa, ed ora le pareva di non averci più davanti agli occhi quei due poveretti che erano morti, e sino a quel giorno le eran rimasti come due spine dentro il petto, tanto che era andata a confessarsene con don Giammaria.
Però il confessore le aveva data l'assoluzione, perché coi disgraziati succede così, che una spina scaccia l'altra, e il Signore non vuole ficcarcele tutte in una volta, perché si morirebbe di crepacuore.
Le erano morti il figlio e il marito; l'avevano scacciata dalla casa; ma adesso era contenta che fosse riescita a pagare il medico e lo speziale, e non doveva più niente a nessuno.
A poco a poco il nonno era arrivato a dire: - Datemi da fare qualche cosa, così non so starci, senza far nulla.
Rattoppava delle reti; e intrecciava delle nasse; poi cominciò ad andare col bastoncello sino al cortile di mastro Turi, a vedere la Provvidenza, e stava lì a godersi il sole.
Infine era tornato a imbarcarsi coi ragazzi.
- Tale e quale come i gatti! diceva la Zuppidda; che se non danno il naso per terra son sempre vivi!
La Longa aveva pure messo sulla porta un panchettino, e vendeva arancie, noci, ova sode ed ulive nere.
- State a vedere che a poco a poco arrivano a vendere anche il vino! diceva la Santuzza.
Io ci ho piacere, perché son gente col timore di Dio! E padron Cipolla si stringeva nelle spalle quando passava per la strada del Nero, davanti alla casa dei Malavoglia, che volevano fare i negozianti.
Il negozio andava bene perché le uova erano sempre fresche, tanto che la Santuzza, ora che 'Ntoni bazzicava all'osteria, mandava da comare Maruzza a prendere le ulive, quando c'erano dei bevitori che non avevano sete.
Così a soldo a soldo avevano pagato mastro Turi Zuppiddu, e avevano rattoppato un'altra volta la Provvidenza, che adesso pareva davvero una ciabatta; eppure si metteva da parte qualche lira.
Avevano comprato anche una buona provvista di barilotti, e il sale per le acciughe, se san Francesco mandava la provvidenza, la vela nuova per la barca, e messo un po' di denaro nel canterano.
- Facciamo come le formiche, diceva padron 'Ntoni; e ogni giorno contava i denari, e andava a girondolare davanti la casa del nespolo, a guardare in alto, colle mani dietro la schiena.
La porta era chiusa, i passeri cinguettavano sul tetto, e la vite si dondolava adagio adagio sulla finestra.
Il vecchio si arrampicava sul muro dell'orto, dove ci avevano seminate delle cipolle che facevano come un mare di pennacchi bianchi, e poi correva dietro allo zio Crocifisso, per dirgli cento volte: - Sapete, zio Crocifisso, se giungiamo a metterli insieme, quei denari della casa, dovete venderla a noi, perché è stata sempre dei Malavoglia; "ad ogni uccello il suo nido è bello" e desidero morire dove son nato.
"Beato chi muore nel proprio letto".
Lo zio Crocifisso grugniva di sì, per non compromettersi; e alla casa ci faceva mettere una tegola nuova, od una cazzolata di calcina al muro del cortile, per far crescere il prezzo.
Lo zio Crocifisso lo rassicurava così: - Non dubitate, non dubitate.
La casa è là che non scappa.
Basta tenerci gli occhi addosso.
Ognuno tiene gli occhi addosso a quel che gli preme.
- E una volta aggiunse: - Che non la maritate più la vostra Mena?
- La mariterò quando vorrà Dio! rispose padron 'Ntoni.
Per me vorrei maritarla anche domani.
- Io se fossi in voi, gli darei Alfio Mosca, che è un buon ragazzo, onesto e laborioso; e cerca moglie di qua e di là, non ha altro difetto.
Ora dicono che tornerà in paese, e par fatto apposta per vostra nipote.
- O se dicevano che volesse pigliarsi vostra nipote la Vespa?
- Anche voi! anche voi! cominciò a gridare Campana di legno.
Chi lo dice? Son tutte chiacchiere; vuol papparle la chiusa a mia nipote, ecco cosa vuole! Bella cosa, eh? Che direste voi se la vostra casa la vendessi a un altro?
Piedipapera il quale era sempre lì per la piazza, appena c'erano due che discorrevano, a cercare di buscarsi la senseria, si ficcò nel discorso anche lui.
- La Vespa ora ci ha per le mani Brasi Cipolla, dopo che andò in aria il matrimonio della Sant'Agata, li ho visti con questi occhi, che andavano insieme per la viottola del torrente; io ci ero andato a cercare due ciottoli lisci per l'intonaco dell'abbeveratoio che non tiene l'acqua.
E gli faceva la smorfiosa, la civetta! colle cocche del fazzoletto sulla bocca, e gli diceva: - Per questa medaglia benedetta che ci ho qui, non è vero niente.
Puh! che mi fate stomaco quando mi parlate di quel vecchio barbogio di mio zio! - Parlava di voi, zio Crocifisso; e gli lasciava toccare la medaglia, sapete dove la tiene? Campana di legno faceva il sordo, e dimenava il capo, come Tartaglia.
Piedipapera continuava: e Brasi disse: - Allora che facciamo? - Io non lo so quel che volete fare - rispondeva la Vespa, ma se è vero che mi volete bene, in questo stato non mi lascerete, ché quando non vi vedo mi pare che il cuore l'abbia diviso in due, come due spicchi d'arancia, e se vi maritano con qualchedun'altra vi giuro per questa medaglia benedetta che ci ho qui, sentite, che vedrete qualche cosa di grosso nel paese, e mi butterò in mare bella e vestita come sono.
Brasi si grattava il capo, e seguitava: - Per me, io vi voglio; ma mio padre poi che farà? - Andiamocene via dal paese, diceva lei, come se fossimo marito e moglie, e quando la frittata sarà fatta, vostro padre dovrà dir di sì per forza.
Già non ha altri figliuoli, e la roba non sa a chi lasciarla.
- Che gente, eh! cominciò a strillare lo zio Crocifisso, dimenticandosi che era sordo.
Quella strega ha il diavolo che la pizzica sotto la gonnella! E dire che tengono la medaglia della Madonna sul petto! Bisognerà dirlo a padron Fortunato, bisognerà! Siamo galantuomini o no? Se padron Fortunato non sta in guardia, quella strega di mia nipote gli fa il tiro di rubargli il figlio, poveretto!
E correva per la strada come un pazzo.
- Mi raccomando, non dite che li ho visti io! gridava Piedipapera andandogli dietro.
Non voglio mettermi in bocca a quella vipera di vostra nipote.
Lo zio Crocifisso in un attimo mise sottosopra tutto il paese, che voleva mandare perfino le guardie e don Michele a mettere sotto custodia la Vespa; la quale, infine, era sua nipote, e doveva pensarci lui; e don Michele era pagato per questo, per guardare gli interessi dei galantuomini.
La gente si divertiva a veder padron Cipolla correre di qua e di là anche lui con tanto di lingua fuori, e ci aveva gusto che quel bietolone di suo figlio Brasi fosse andato a cascare nella Vespa, mentre pareva che per lui non fosse buona nemmeno la figlia di Vittorio Emanuele, ché aveva piantato la Malavoglia senza dire: vi saluto!
Mena però non s'era messa il fazzoletto nero, quando Brasi l'aveva piantata; anzi ora tornava a cantare mentre stava al telaio, o aiutava a salare le acciughe, nelle belle sere d'estate.
Stavolta san Francesco l'aveva proprio mandata la provvidenza.
C'era stata una passata di acciughe come mai se n'erano viste; una ricchezza per tutto il paese; le barche tornavano cariche, colla gente che cantava e sventolava i berretti da lontano, per far segno alle donne che aspettavano coi bambini in collo.
I rigattieri venivano in folla dalla città, a piedi, a cavallo, sui carri, e Piedipapera non aveva tempo di grattarsi il capo.
Verso l'avemaria sulla riva c'era una fiera addirittura, e grida e schiamazzi d'ogni genere.
Nel cortile dei Malavoglia il lume stava acceso sino a mezzanotte, che pareva una festa.
Le ragazze cantavano, e venivano anche le vicine ad aiutare, le figlie della cugina Anna e la Nunziata, perché c'era da guadagnare per tutti, e lungo il muro si vedevano quattro file di barilotti già belli e preparati, coi sassi di sopra.
- Adesso vorrei qui la Zuppidda! esclamava 'Ntoni, seduto sui sassi a far peso anche lui, colle mani sotto le ascelle.
- Adesso lo vedrebbe che abbiamo il fatto nostro anche noi, e ce ne infischiamo di don Michele e di don Silvestro!
I rigattieri correvano dietro a padron 'Ntoni coi denari in mano.
Piedipapera lo tirava per la manica dicendogli: - Questo è il tempo d'approfittare.
Ma padron 'Ntoni teneva duro a rispondere: - Ne parleremo ad Ognissanti; allora le acciughe avranno il loro prezzo.
No, non voglio caparra, non voglio legarmi le mani! So io come vanno le cose.
- E picchiava i pugni sui barili, dicendo ai nipoti: - Qui c'è la vostra casa e la dote di Mena.
"La casa ti abbraccia e ti bacia".
San Francesco mi ha fatto la grazia di lasciarmi chiudere gli occhi contento.
Nello stesso tempo avevano fatte tutte le provviste per l'inverno, il grano, le fave, l'olio; e avevano data la caparra a massaro Filippo per quel po' di vino della domenica.
Ora erano tranquilli; suocero e nuora tornavano a contare i danari nella calza, i barilotti schierati nel cortile, e facevano i loro calcoli onde vedere quello che ci mancasse ancora per la casa.
La Maruzza conosceva quei denari soldo per soldo, quelli delle arancie e delle uova, quelli che aveva portati Alessi dalla ferrovia, quelli che Mena s'era guadagnati col telaio, e diceva: - Ce n'è di tutti.
- Non ve l'avevo detto che per menare il remo bisogna che le cinque dita della mano si aiutino l'un l'altro? rispondeva padron 'Ntoni.
- Oramai pochi ce ne mancano.
E allora si mettevano in un cantuccio a confabulare colla Longa, e guardavano Sant'Agata, la quale se lo meritava, poveretta, che parlassero di lei "perché non aveva né bocca né volontà" e badava a lavorare, cantando fra di sé come fanno gli uccelli nel nido prima di giorno; e soltanto quando udiva passare i carri, la sera, pensava al carro di compare Alfio Mosca, che andava pel mondo, chi sa dove; e allora smetteva di cantare.
Per tutto il paese non si vedeva altro che della gente colle reti in collo, e donne sedute sulla soglia a pestare i mattoni; e davanti a ogni porta c'era una fila di barilotti, che un cristiano si ricreava il naso a passare per la strada, e un miglio prima di arrivare in paese si sentiva che san Francesco ci aveva mandata la provvidenza; non si parlava d'altro che di sardelle e di salamoia, perfino nella spezieria dove aggiustavano il mondo a modo loro; e don Franco voleva insegnare una maniera nuova di salare le acciughe, che l'aveva letta nei libri.
Come gli ridevano in faccia, si metteva a gridare: - Bestie che siete! e volete il progresso! e volete la repubblica! - La gente gli voltava le spalle, e lo piantava lì a strepitare come un pazzo.
Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte col sale e coi mattoni pesti.
- Il solito discorso! Così faceva mio nonno! seguitava a gridare loro dietro lo speziale.
- Siete asini che vi manca soltanto la coda! Con gente come questa cosa volete fare? e si contentano di mastro Croce Giufà, perché il sindaco è stato sempre lui; e sarebbero capaci di dirci che non vogliono la repubblica perché non l'hanno mai vista! - Questi discorsi poi li ripeteva a don Silvestro, a proposito di certo ragionamento che avevano fatto a quattr'occhi, sebbene don Silvestro non avesse aperto bocca, è vero, ma era stato zitto ad ascoltare.
Si sapeva poi che era in rotta colla Betta di mastro Croce, perché il sindaco voleva farlo lei, e suo padre s'era lasciato mettere la gonnella al collo, talché oggi diceva bianco e domani nero, come voleva la Betta.
Egli non sapeva dir altro che: - Il sindaco son io, caspitina! - come glielo aveva insegnato a dire sua figlia, la quale appuntava i pugni sui fianchi parlando con don Silvestro, e gli rinfacciava:
- Vi pare che vi lasceranno menar sempre pel naso quel buon uomo di mio padre, per fare gli affari vostri e mangiare a doppio palmento? che perfino donna Rosolina va predicando che vi rosicate tutto il paese! Ma me non mi mangerete, no! ché non ci ho la smania di maritarmi, e bado agli interessi di mio padre.
Don Franco predicava che senza uomini nuovi non si faceva nulla, ed era inutile andare a cercare i pezzi grossi, come padron Cipolla, il quale vi diceva che per grazia di Dio ci aveva il fatto suo, e non aveva bisogno di fare il servitore del pubblico per niente; oppure come massaro Filippo il quale non pensava ad altro che alle sue chiuse e alle sue vigne, e solo ci aveva prestato orecchio quando s'era parlato di levare il dazio sul mosto.
- Gente vecchia! - conchiudeva don Franco colla barba in aria.
- Gente buona pel tempo della camarilla.
Al giorno d'oggi ci vogliono uomini nuovi.
- Adesso manderemo dal fornaciaio per farli fare apposta, - rispondeva don Giammaria.
- Se le cose andassero come dovrebbero andare si nuoterebbe nell'oro! - diceva don Silvestro: non diceva altro.
- Sapete cosa ci vorrebbe? - suggeriva lo speziale sotto voce, e lasciando correre un'occhiata nella retrobottega.
- Ci vorrebbe gente come noi!
E dopo aver soffiato loro quel segreto nel buco dell'orecchio, correva in punta di piedi a piantarsi sull'uscio, colla barba in aria, sballottandosi in cima alle gambette colle mani dietro la schiena.
- Brava gente che sarebbe! - borbottava don Giammaria.
- A Favignana, o nelle altre galere, ne trovate quanti ne volete, senza mandare dal fornaciaio.
Andate a dirlo a compare Tino Piedipapera, o a quell'ubbriacone di Rocco Spatu, che loro ci stanno colle idee del vostro tempo! Io so che mi hanno rubato venticinque onze di casa mia, e in galera, a Favignana, non ci è andato nessuno! Questi sono i tempi e gli uomini nuovi!
In quel momento entrò nella bottega la Signora, colla calza in mano, e lo speziale mandò giù in fretta quello che stava per dire, seguitando a borbottare nella barba, mentre fingeva di guardare la gente che andava alla fontana.
Don Silvestro finalmente, vedendo che nessuno fiatava più, disse chiaro e tondo che di uomini nuovi non c'erano altri che 'Ntoni di padron 'Ntoni e Brasi Cipolla, perché lui non aveva suggezione della moglie dello speziale.
- Tu non ti c'immischiare; - rimbrottò allora la Signora a suo marito; questi sono affari che non ti riguardano.
- Io non sto parlando; - rispose don Franco lisciandosi la barba.
E il vicario, ora che aveva il disopra, e la moglie di don Franco era là, che ei poteva tirare le sassate dietro il muro, si divertiva a fare arrabbiare lo speziale.
- Belli, quei vostri uomini nuovi! Sapete cosa fa Brasi Cipolla, adesso che suo padre va cercandolo per tirargli le orecchie a causa della Vespa? corre a nascondersi di qua e di là come un ragazzaccio.
Stanotte ha dormito nella sagrestia; e ieri mia sorella dovette mandargli un piatto di maccheroni, nel pollaio dov'era nascosto, perché quel bietolone non mangiava da ventiquattr'ore, ed era tutto pieno di pollini! E 'Ntoni Malavoglia! altro bell'uomo nuovo! Suo nonno e tutti gli altri sudano e si affannano per tirarsi su un'altra volta; e lui, quando può scappare con un pretesto, va a girandolare pel paese, e davanti all'osteria, tale e quale come Rocco Spatu.
Il sinedrio si sciolse come tutte le altre volte, senza conchiudere nulla, che ognuno restava della sua opinione, e questa volta inoltre c'era lì presente la Signora, talché don Franco non poteva sfogarsi a modo suo.
Don Silvestro rideva come una gallina; e appena si sciolse la conversazione se ne andò anche lui, colle mani dietro la schiena e la testa carica di pensieri.
- Non vedi don Silvestro che ha più giudizio di te? - diceva la Signora a suo marito, mentre egli chiudeva la bottega.
- Quello è un uomo che ha stomaco, e se ha da dire qualche cosa ce la chiude dentro e non parla più.
Tutto il paese sa che ha truffato le venticinque onze a donna Rosolina, ma nessuno va a dirglielo in faccia, a un uomo come quello! Tu poi sarai sempre uno sciocco che non saprai fare gli affari tuoi; uno di quei grulli che abbaiano alla luna! un chiacchierone! - Ma infine cosa ho detto? piagnucolava lo speziale andandole dietro per la scala col lume in mano.
- Lo sapeva lei quel che aveva detto? Ei non si azzardava a dire davanti a lei le sue corbellerie senza capo e senza coda.
Sapeva solo che don Giammaria se n'era andato facendosi la croce per la piazza, e borbottando: - Bella razza d'uomini nuovi, come quel 'Ntoni Malavoglia là, che va girelloni a quest'ora pel paese!
CAPITOLO 11
Una volta 'Ntoni Malavoglia, andando gironi pel paese, aveva visto due giovanotti che s'erano imbarcati qualche anno prima a Riposto, a cercar fortuna, e tornavano da Trieste, o da Alessandria d'Egitto, insomma da lontano, e spendevano e spandevano all'osteria meglio di compare Naso, o di padron Cipolla; si mettevano a cavalcioni sul desco; dicevano delle barzellette alle ragazze, e avevano dei fazzoletti di seta in ogni tasca del giubbone; sicché il paese era in rivoluzione per loro.
'Ntoni, quando la sera tornava a casa, non trovava altro che le donne, le quali mutavano la salamoia nei barilotti, e cianciavano in crocchio colle vicine, sedute sui sassi; e intanto ingannavano il tempo a contare storie e indovinelli, buoni pei ragazzi, i quali stavano a sentire con tanto d'occhi intontiti dal sonno.
Padron 'Ntoni ascoltava anche lui, tenendo d'occhio lo scolare della salamoia, e approvava col capo quelli che contavano le storie più belle, e i ragazzi che mostravano di aver giudizio come i grandi nello spiegare gli indovinelli.
- La storia buona, disse allora 'Ntoni, è quella dei forestieri che sono arrivati oggi, con dei fazzoletti di seta che non par vero; e i denari non li guardano cogli occhi, quando li tirano fuori dal taschino.
Hanno visto mezzo mondo, dice, che Trezza ed Aci Castello messe insieme, sono nulla in paragone.
Questo l'ho visto anch'io; e laggiù la gente passa il tempo a scialarsi tutto il giorno, invece di stare a salare le acciughe; e le donne, vestite di seta e cariche di anelli meglio della Madonna dell'Ognina, vanno in giro per le vie a rubarsi i bei marinari.
Le ragazze sgranavano gli occhi, e padron 'Ntoni stava attento anche lui, come quando i ragazzi spiegavano gli indovinelli: - Io, disse Alessi, il quale vuotava adagio adagio i barilotti, e li passava alla Nunziata, - io quando sarò grande, se mi marito voglio sposar te.
- Ancora c'è tempo, rispose Nunziata seria seria.
- Devono essere delle città grandi come Catania; che uno il quale non ci sia avvezzo si perde per le strade; e gli manca il fiato a camminare sempre fra due file di case, senza vedere né mare né campagna.
- E' c'è stato anche il nonno di Cipolla, aggiunse padron 'Ntoni, ed è in quei paesi là che s'è fatto ricco.
Ma non è più tornato a Trezza, e mandò solo i denari ai figliuoli.
- Poveretto! disse Maruzza.
- Vediamo se mi indovini quest'altro, disse la Nunziata: Due lucenti, due pungenti, quattro zoccoli e una scopa.
- Il bue! rispose tosto Lia.
- Questo lo sapevi! ché ci sei arrivata subito; esclamò il fratello.
- Vorrei andarci anch'io, come padron Cipolla, a farmi ricco! aggiunse 'Ntoni.
- Lascia stare, lascia stare! gli disse il nonno, contento pei barilotti che vedeva nel cortile.
Adesso ci abbiamo le acciughe da salare.
Ma la Longa guardò il figliuolo col cuore stretto, e non disse nulla, perché ogni volta che si parlava di partire le venivano davanti agli occhi quelli che non erano tornati più.
E poi soggiunse: - "Né testa, né coda, ch'è meglio ventura".
Le file dei barilotti si allineavano sempre lungo il muro, e padron 'Ntoni, come ne metteva uno al suo posto, coi sassi di sopra, diceva: - E un altro! Questi a Ognissanti son tutti danari.
'Ntoni allora rideva, che pareva padron Fortunato quando gli parlavano della roba degli altri.
- Gran denari! borbottava; e tornava a pensare a quei due forestieri che andavano di qua e di là, e si sdraiavano sulle panche dell'osteria, e facevano suonare i soldi nelle tasche.
Sua madre lo guardava come se gli leggesse nella testa; né la facevano ridere le barzellette che dicevano nel cortile.
- Chi deve mangiarsi queste sardelle qui, cominciava la cugina Anna, deve essere il figlio di un re di corona, bello come il sole, il quale camminerà un anno, un mese e un giorno, col suo cavallo bianco; finché arriverà a una fontana incantata di latte e di miele; dove scendendo da cavallo per bere troverà il ditale di mia figlia Mara, che ce l'avranno portato le fate, dopo che Mara l'avrà lasciato cascare nella fontana empiendo la brocca; e il figlio del re, col bere che farà nel ditale di Mara, si innamorerà di lei; e camminerà ancora un anno, un mese e un giorno, sinché arriverà a Trezza, e il cavallo bianco lo porterà davanti al lavatoio, dove mia figlia Mara starà sciorinando il bucato; e il figlio del re la sposerà e le metterà in dito l'anello; e poi la farà montare in groppa al cavallo bianco, e se la porterà nel suo regno.
Alessi ascoltava a bocca aperta, che pareva vedesse il figlio del re sul cavallo bianco, a portarsi in groppa la Mara della cugina Anna.
- E dove se la porterà? domandò poi la Lia.
- Lontano lontano, nel suo paese di là del mare; d'onde non si torna più.
- Come compar Alfio Mosca, disse la Nunziata.
Io non vorrei andarci col figlio del re, se non dovessi tornare più.
- La vostra figlia non ha un soldo di dote, perciò il figlio del re non verrà a sposarla; rispose 'Ntoni; e le volteranno le spalle, come succede alla gente, quando non ha più nulla.
- Per questo mia figlia sta lavorando qui adesso, dopo essere stata tutto il giorno al lavatoio, per farsi la dote.
Non è vero, Mara? Almeno se non viene il figlio del re, verrà qualchedun altro.
Lo so anch'io che il mondo va così, e non abbiamo diritto di lagnarcene.
Voi, perché non vi siete innamorato di mia figlia, invece d'innamorarvi della Barbara che è gialla come il zafferano? perché la Zuppidda aveva il fatto suo; non è vero? E quando la disgrazia vi ha fatto perdere il fatto vostro, a voi altri, è naturale che la Barbara v'avesse a piantare.
- Voi vi accomodate a ogni cosa, rispose 'Ntoni imbronciato, e hanno ragione di chiamarvi Cuor contento.
- E se non fossi Cuor contento, che si cambiano le cose? Quando uno non ha niente, il meglio è di andarsene come fece compare Alfio Mosca.
- Quello che dico io! esclamò 'Ntoni.
- Il peggio, disse infine Mena, è spatriare dal proprio paese, dove fino i sassi vi conoscono, e dev'essere una cosa da rompere il cuore il lasciarseli dietro per la strada.
"Beato quell'uccello, che fa il nido al suo paesello".
- Brava Sant'Agata! conchiuse il nonno.
Questo si chiama parlare con giudizio.
- Sì! brontolò 'Ntoni, intanto, quando avremo sudato e faticato per farci il nido ci mancherà il panico; e quando arriveremo a ricuperar la casa del nespolo, dovremo continuare a logorarci la vita dal lunedì al sabato; e saremo sempre da capo!
- O tu che non vorresti lavorare più? Cosa vorresti fare? l'avvocato?
- Io non voglio fare l'avvocato! brontolò 'Ntoni, e se ne andò a letto di cattivo umore.
Ma d'allora in poi non pensava ad altro che a quella vita senza pensieri e senza fatica che facevano gli altri; e la sera, per non sentire quelle chiacchiere senza sugo, si metteva sull'uscio colle spalle al muro, a guardare la gente che passava, e digerirsi la sua mala sorte; almeno così si riposava pel giorno dopo, che si tornava da capo a far la stessa cosa, al pari dell'asino di compare Mosca, il quale come vedeva prendere il basto gonfiava la schiena aspettando che lo bardassero! - Carne d'asino! borbottava; ecco cosa siamo! Carne da lavoro! E si vedeva chiaro che era stanco di quella vitaccia, e voleva andarsene a far fortuna, come gli altri; tanto che sua madre, poveretta, l'accarezzava sulle spalle, e l'accarezzava pure col tono della voce, e cogli occhi pieni di lagrime, guardandolo fisso per leggergli dentro e toccargli il cuore.
Ma ei diceva di no, che sarebbe stato meglio per lui e per loro; e quando tornava poi sarebbero stati tutti allegri.
La povera donna non chiudeva occhio in tutta la notte, e inzuppava di lagrime il guanciale.
Infine il nonno se ne accorse, e chiamò il nipote fuori dell'uscio, accanto alla cappelletta, per domandargli cosa avesse.
- Orsù, che c'è di nuovo? dillo a tuo nonno, dillo! - 'Ntoni si stringeva nelle spalle; ma il vecchio seguitava ad accennare di sì col capo, e sputava, e si grattava il capo cercando le parole.
- Sì, sì, qualcosa ce l'hai in testa, ragazzo mio! Qualcosa che non c'era prima.
"Chi va coi zoppi, all'anno zoppica".
- C'è che sono un povero diavolo! ecco cosa c'è!
- Bè! che novità! e non lo sapevi? Sei quel che è stato tuo padre, e quel ch'è stato tuo nonno! "Più ricco è in terra chi meno desidera".
"Meglio contentarsi che lamentarsi".
- Bella consolazione!
Questa volta il vecchio trovò subito le parole, perché si sentiva il cuore sulle labbra:
- Almeno non lo dire davanti a tua madre.
- Mia madre...
Era meglio che non mi avesse partorito, mia madre!
- Sì, accennava padron 'Ntoni, sì! meglio che non t'avesse partorito, se oggi dovevi parlare in tal modo.
'Ntoni per un po' non seppe che dire: - Ebbene! esclamò poi, lo faccio per lei, per voi, e per tutti.
Voglio farla ricca, mia madre! ecco cosa voglio.
Adesso ci arrabattiamo colla casa e colla dote di Mena; poi crescerà Lia, e un po' che le annate andranno scarse staremo sempre nella miseria.
Non voglio più farla questa vita.
Voglio cambiar stato, io e tutti voi.
Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti.
Padron 'Ntoni spalancò tanto d'occhi, e andava ruminando quelle parole, come per poterle mandar giù.
- Ricchi! diceva, ricchi! e che faremo quando saremo ricchi?
'Ntoni si grattò il capo, e si mise a cercare anche lui cosa avrebbero fatto.
- Faremo quel che fanno gli altri...
Non faremo nulla, non faremo!...
Andremo a stare in città, a non far nulla, e a mangiare pasta e carne tutti i giorni.
- Va, va a starci tu in città.
Per me io voglio morire dove son nato; - e pensando alla casa dove era nato, e che non era più sua si lasciò cadere la testa sul petto.
- Tu sei un ragazzo, e non lo sai!...
non lo sai!...
Vedrai cos'è quando non potrai più dormire nel tuo letto; e il sole non entrerà più dalla tua finestra!...
Lo vedrai! te lo dico io che son vecchio!
Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: - "Ad ogni uccello, suo nido è bello".
Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.
- Io non sono una passera.
Io non sono una bestia come loro! rispondeva 'Ntoni.
Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l'asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.
- Ringrazia Dio piuttosto, che t'ha fatto nascer qui; e guardati dall'andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono.
"Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova".
Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! "Il buon pilota si prova alle burrasche".
Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos'hai! Quando la buon'anima di tuo nonno mi lasciò la Provvidenza e cinque bocche da sfamare, io era più giovane di te, e non aveva paura; ed ho fatto il mio dovere senza brontolare; e lo faccio ancora; e prego Iddio di aiutarmi a farlo sempre sinché ci avrò gli occhi aperti, come l'ha fatto tuo padre, e tuo fratello Luca, benedetto! che non ha avuto paura di andare a fare il suo dovere.
Tua madre l'ha fatto anche lei il suo dovere, povera femminuccia, nascosta fra quelle quattro mura; e tu non sai quante lagrime ha pianto, e quante ne piange ora che vuoi andartene; che la mattina tua sorella trova il lenzuolo tutto fradicio! E nondimeno sta zitta e non dice di queste cose che ti vengono in mente; e ha lavorato, e si è aiutata come una povera formica anche lei; non ha fatto altro, tutta la sua vita, prima che le toccasse di piangere tanto, fin da quando ti dava la poppa, e quando non sapevi ancora abbottonarti le brache, che allora non ti era venuta in mente la tentazione di muovere le gambe, e andartene pel mondo come uno zingaro.
In conclusione 'Ntoni si mise a piangere come un bambino, perché in fondo quel ragazzo il cuore ce l'aveva buono come il pane; ma il giorno dopo tornò da capo.
La mattina si lasciava caricare svogliatamente degli arnesi, e se ne andava al mare brontolando: - Tale e quale l'asino di compare Alfio! come fa giorno allungo il collo per vedere se vengono a mettermi il basto.
- Dopo che avevano buttato le reti, lasciava Alessi a menare il remo adagio adagio per non fare deviare la barca e si metteva le mani sotto le ascelle, a guardare lontano, dove finiva il mare, e c'erano quelle grosse città dove non si faceva altro che spassarsi e non far nulla; o pensava a quei due marinai ch'erano tornati di laggiù, ed ora se n'erano già andati da un pezzo; ma gli pareva che non avessero a far altro che andar gironi pel mondo, da un'osteria all'altra, a spendere i denari che avevano in tasca.
La sera, i suoi parenti, dopo aver messo a sesto la barca e gli attrezzi, per non vedergli quel muso lungo, lo lasciavano andare a gironzolare come un cagnaccio, senza un soldo in tasca.
- Che hai, 'Ntoni? gli diceva la Longa guardandolo timidamente nel viso, cogli occhi lustri di lagrime; perché la poveretta indovinava quel che avesse.
- Dimmelo a me che son tua madre! Egli non rispondeva; o rispondeva che non aveva niente.
E infine glielo disse cosa aveva, che il nonno e tutti gli altri ne volevano la pelle di lui, e non ne poteva più.
Voleva andare a cercarsi la fortuna, come tutti gli altri.
Sua madre lo ascoltava, e non aveva coraggio di aprir bocca, cogli occhi pieni di lagrime, tanto gli faceva pena quello che ei diceva, piangendo e pestando i piedi, e strappandosi i capelli.
La poveretta avrebbe voluto parlare, e buttargli le braccia al collo, e piangere anche lei per non lasciarselo scappare; ma quando voleva dir qualche cosa, le labbra le tremavano e non poteva proferir parola.
- Senti, disse alfine, tu te ne andrai, se vuoi andartene, ma non mi troverai più; ché ora mi sento vecchia e stanca, e mi pare che non potrei reggere a quest'altra angustia.
'Ntoni cercava di rassicurarla, che sarebbe tornato presto, e carico di denari, e sarebbero stati allegri tutti.
Maruzza scuoteva il capo tristamente, guardandolo sempre negli occhi, e diceva di no, di no, che lei non l'avrebbe trovata più.
- Mi sento vecchia! ripeteva, mi sento vecchia! guardami in faccia! Ora non ho più la forza di piangere tanto, come quando mi hanno portato la notizia di tuo padre e di tuo fratello.
Se vado al lavatoio, la sera torno a casa stanca che non ne posso più; e prima non era così.
No, figlio mio, non son più quella! Allora, quando fu di tuo padre e di tuo fratello, ero più giovane e forte.
Il cuore si stanca anche lui, vedi; e se ne va a pezzo a pezzo, come le robe vecchie si disfanno nel bucato.
Ora mi manca il coraggio, e ogni cosa mi fa paura; mi pare di bevermi il cuore, come quando l'onda vi passa sulla testa, se siete in mare.
Tu vattene, se vuoi; ma prima lasciami chiudere gli occhi.
Ella aveva il viso tutto bagnato; ma non si accorgeva che piangesse, e le pareva di averci davanti agli occhi suo figlio Luca, e suo marito, quando se n'erano andati e non s'erano più visti.
- Così non ti vedrò più! gli diceva.
- Ora la casa va vuotandosi a poco a poco; e quando se ne andrà anche quel povero vecchio di tuo nonno, in mano di chi resteranno quei poveri orfanelli? Ah! Maria Addolorata!
Ella se lo teneva abbracciato, colla testa sul petto, quasi il suo ragazzo volesse scapparle subito; e l'andava tastando sulle spalle e per la faccia colle mani tremanti.
Allora 'Ntoni non ne poté più, e si mise a baciarla e a parlarle colla bocca nella bocca.
- No! no! non partirò se non volete voi! Guardate! Non mi dite così, non mi dite! Bene, seguiterò a fare come l'asino di compare Mosca, che quando non ne può più di tirare la carretta lo butteranno a crepare in un fosso.
Siete contenta ora? Ma non piangete più così! Lo vedete il nonno come si è arrabattato tutta la vita? ed ora che è vecchio si arrabatta ancora come se fosse il primo giorno, a tirarsi fuori dal pantano! Ecco come siamo destinati!
- E tu credi che dei guai non ne abbiano tutti? "Ogni buco ha il suo chiodo, chi l'ha vecchio e chi l'ha nuovo!".
Guarda padron Cipolla che corre dietro il suo Brasi, perché non vada a buttare il ben di Dio, pel quale ha sudato e lavorato tutta la vita, nel grembiule della Vespa! E massaro Filippo, così ricco com'è, che guarda il cielo, e recita avemarie per la sua vigna ad ogni nuvola che passa! E lo zio Crocifisso che si leva il pan di bocca per mettere da parte i soldi, ed è sempre a litigare con questo e con quello! E tu credi che quei due marinai forestieri non abbiano i loro guai anche loro? Chi sa se ci troveranno ancora le mamme, quando torneranno alle loro case?...
E noi, se arriviamo a ricomprare la casa del nespolo, quando ci avremo il grano nel graticcio, e le fave per l'inverno, e avremo maritata Mena, che cosa ci mancherà? Dopo che io sarò sottoterra, e quel povero vecchio sarà morto anche lui, e Alessi potrà buscarsi il pane, allora vattene dove vuoi.
Ma allora non te ne andrai più, te lo dico io! ché lo comprenderai quello che ci avevamo tutti qua dentro il petto, quando ti vedevamo ostinato a voler lasciare la tua casa, eppure si continuava a fare le solite faccende senza dirti nulla! Allora non ti basterà il cuore di lasciare il paese dove sei nato e cresciuto, e dove i tuoi morti saranno sotterrati sotto quel marmo, davanti all'altare dell'Addolorata che si è fatto liscio, tanti ci si sono inginocchiati sopra, la domenica.
'Ntoni, da quel giorno innanzi, non parlò più di diventar ricco, e rinunziò alla partenza, ché la madre lo covava cogli occhi, quando lo vedeva un po' triste, seduto sulla soglia dell'uscio; e la povera donna era davvero così pallida, stanca, e disfatta, quel momento in cui non aveva nulla da fare, e si metteva a sedere anche lei, colle mani in mano, e il dorso diggià curvo come quello del suocero, che stringeva il cuore.
Ma non sapeva che doveva partire anche lei quando meno se lo aspettava, per un viaggio nel quale si riposa per sempre, sotto il marmo liscio della chiesa; e doveva lasciarli tutti per via, quelli cui voleva bene, e gli erano attaccati al cuore, che glielo strappavano a pezzetti, ora l'uno e ora l'altro.
A Catania c'era il colèra, sicché ognuno che potesse scappava di qua e di là, pei villaggi e le campagne vicine.
Allora a Trezza e ad Ognina, era venuta la provvidenza, con tutti quei forestieri che spendevano.
Ma i rigattieri torcevano il muso, se si parlava di vendere una dozzina di barilotti d'acciughe, e dicevano che i denari erano scomparsi, per la paura del colèra.
- Che non ne mangia più acciughe la gente? - diceva loro Piedipapera.
Ma a padron 'Ntoni, e a chi ne aveva da vendere, per conchiudere il negozio, diceva invece che col colèra la gente non voleva guastarsi lo stomaco con le acciughe, e simili porcherie; piuttosto mangiava pasta e carne; perciò bisognava chiudere gli occhi, ed essere correnti pel prezzo.
Questa non ce l'avevano messa nel conto i Malavoglia! Quindi per non andare indietro a mo' dei gamberi, la Longa andava a portare le ova e il pane fresco di qua e di là per le casine dei forestieri, mentre gli uomini erano in mare, e così si faceva qualche soldo.
Ma bisognava guardarsi bene dai cattivi incontri, e non accettare nemmeno una presa di tabacco da chi non si conosceva! Andando per la strada bisognava camminare nel bel mezzo, e lontano dai muri, dove si correva rischio di acchiapparsi mille porcherie; e badare di non mettersi a sedere sui sassi, o lungo i muricciuoli.
La Longa una volta, mentre tornava da Aci Castello, col paniere al braccio, si sentì così stanca che le gambe le tremavano, e sembrava fossero di piombo.
Allora si lasciò vincere dalla tentazione di riposare due minuti su quelle quattro pietre liscie messe in fila all'ombra del caprifico che c'è accanto alla cappelletta, prima d'entrare nel paese; e non si accorse, ma ci pensò dopo, che uno sconosciuto, il quale pareva stanco anche lui, poveraccio, c'era stato seduto pochi momenti prima, e aveva lasciato sui sassi delle gocce di certa sudiceria che sembrava olio.
Insomma ci cascò anche lei; prese il colera e tornò a casa che non ne poteva più, gialla come un voto della Madonna, e colle occhiaie nere; talché la Mena che era sola in casa, si mise a piangere al solo vederla, e la Lia corse a cogliere dell'erba santa, e delle foglie di malva.
Mena tremava come una fronda, mentre faceva il letto; eppure l'ammalata, seduta sulla scranna, stanca morta, col viso giallo e le occhiaie nere, badava a dirle: - Non è nulla, non vi spaventate: quando mi sarò messa in letto ogni cosa passerà, - e cercava di aiutare anche lei, ma ad ogni momento le mancavano le forze, e tornava a sedersi.
- Vergine santa! balbettava Mena.
Vergine santa! E gli uomini che sono in mare! - Lia si sfogava a piangere.
Mentre padron 'Ntoni tornava a casa coi nipoti, e vide l'uscio socchiuso, e il lume dalle imposte, si mise le mani nei capelli.
Maruzza era già coricata, con certi occhi, che visti così nel buio, a quell'ora, sembravano vuoti come se la morte se li avesse succhiati, e le labbra nere al pari del carbone.
In quel tempo non andavano intorno né medico né speziale dopo il tramonto; e le vicine stesse si sprangavano gli usci, per la paura del colèra, e ci incollavano delle immagini di santi a tutte le fessure.
Perciò comare Maruzza non poté avere altro aiuto che dei suoi, poveracci, i quali correvano per la casa come pazzi, al vederla andarsene in tal modo, in quel lettuccio, e non sapevano che fare, e davano della testa nelle pareti.
Allora la Longa vedendo che non c'era più speranza, volle che le mettessero sul petto quel soldo di cotone coll'olio santo che aveva comperato a Pasqua, e disse pure che lasciassero la candela accesa, come quando stava per morire padron 'Ntoni, ché voleva vederseli tutti davanti al letto, e saziarsi di guardarli ad uno ad uno con quegli occhi sbarrati che non ci vedevano più.
La Lia piangeva in modo da spezzare il cuore; e tutti gli altri, bianchi come un cencio, si guardavano in faccia quasi chiedendosi aiuto l'un l'altro; e si stringevano il petto per non scoppiare a piangere davanti alla moribonda, la quale nondimeno se ne accorgeva bene, sebbene non ci vedesse più, e nell'andarsene le rincresceva di lasciare così desolati quei poveretti.
Li andava chiamando per nome ad uno ad uno, colla voce rauca; e voleva alzare la mano, che non la poteva più muovere, per benedirli, come se sapesse di lasciare loro un tesoro.
- 'Ntoni! ripeteva, colla voce che già non si sentiva più, 'Ntoni! A te che sei il maggiore raccomando questi orfanelli! - E sentendola parlar così, mentre era ancor viva, tutti gli altri non poterono trattenersi di scoppiare a piangere e singhiozzare.
Così passarono tutta la notte davanti al lettuccio, dove Maruzza non si muoveva più, sin quando la candela cominciò a mancare e si spense anch'essa, e l'alba entrava dalla finestra, pallida come la morta, la quale aveva il viso disfatto e affilato al pari di un coltello, e le labbra nere.
Ma pure Mena non si stancava di baciarla nella bocca, e parlarle, come se potesse sentirla.
'Ntoni si picchiava il petto singhiozzando: - O mamma! che ve ne siete andata prima di me! e volevo lasciarvi! - Alessi non se la levò più davanti agli occhi, la sua mamma, con quei capelli bianchi, e quel viso giallo e affilato come un coltello, nemmeno quando arrivò ad avere i capelli bianchi anche lui.
Sul tardi vennero a pigliarsi la Longa in fretta e in furia, e nessuno pensò a fare la visita del morto; che ciascuno pensava alla pelle, e lo stesso don Giammaria rimase sulla soglia, quando spruzzò l'acqua santa coll'aspersorio, tenendo raccolta e sollevata la tonaca di san Francesco, - da vero frate egoista che era! - predicava lo speziale.
Lui invece, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, che non aveva paura del colèra; e diceva pure che era una minchioneria di credere che il colera lo buttassero per le strade e dietro gli usci.
- Segno che è lui che sparge il colèra! - andava soffiando don Giammaria.
Per questo nel paese volevano fargli la festa allo speziale; ma lui si metteva a ridere come una gallina, preciso come faceva don Silvestro, e diceva: - Io che sono repubblicano! Se fossi un impiegato, o qualcuno di quelli che fanno i tirapiedi al governo, non direi!...
- Ma i Malavoglia rimasero soli, davanti a quel lettuccio vuoto.
Per un pezzo non aprirono più l'uscio, dopo che ne era uscita la Longa.
Fortuna che ci avevano in casa le fave, la legna e l'olio, perché padron 'Ntoni aveva fatto come la formica nel buon tempo, se no morivano di fame, e nessuno andava a vedere se erano morti o vivi.
Poi, a poco a poco, cominciarono a mettersi il fazzoletto nero al collo, e ad uscire nella strada, come le lumache dopo il temporale, colla faccia pallida e ancora sbalorditi.
Le comari da lontano domandavano come fosse accaduta la disgrazia; ché comare Maruzza c'era capitata una delle prime.
E quando passava don Michele o qualcun altro di quelli che mangiavano il pane del re, e portavano il berretto col gallone, li guardavano cogli occhi lustri, e correvano a chiudersi in casa.
Nel paese era un gran squallore, e per le strade non si vedevano nemmeno le galline; persino mastro Cirino non si faceva più vivo, e lasciava stare di suonare mezzogiorno e l'avemaria, ché mangiava il pane del comune anche lui, per quei dodici tarì al mese che gli davano di bidello comunale, e temeva che gli facessero la festa come tirapiedi del governo.
Adesso don Michele era padrone della strada, dacché Pizzuto, don Silvestro, e tutti gli altri erano andati a rintanarsi come conigli, e non c'era che lui a passeggiare davanti all'uscio chiuso della Zuppidda.
Peccato che lo vedessero soltanto i Malavoglia, i quali adesso non avevano più nulla da perdere, e perciò se ne stavano a vedere chi passava, seduti sulla soglia, immobili, e col mento in mano.
Don Michele per non perdere la sua gita, guardava la Sant'Agata, ora che tutti gli altri usci erano chiusi; e lo faceva anche per far vedere a quel ragazzaccio di 'Ntoni che lui non aveva paura di nessuno al mondo.
E poi la Mena, così pallida, pareva tutta Sant'Agata davvero; e la sorellina, con quel fazzoletto nero, cominciava a farsi una bella ragazzina anche lei.
Alla povera Mena pareva che tutt'a un tratto le fossero caduti venti anni sulla schiena.
Adesso faceva colla Lia come la Longa aveva fatto con lei; le pareva di doversela tenere sotto le ali come una chioccia, e di averci tutta la casa sulle spalle.
S'era abituata a rimaner sola colla sorellina, quando gli uomini andavano in mare, e a stare con quel lettuccio vuoto sempre dinanzi agli occhi.
Se non aveva nulla da fare, si metteva a sedere colle mani in mano, guardando quel lettuccio vuoto, e allora sentiva che la mamma l'aveva lasciata davvero; e quando dicevano nella strada: - È morta la tale; è morta la tal'altra; pensava - Anche così hanno sentito dire - È morta la Longa! - la quale l'aveva lasciata sola con quella povera orfanella che aveva il fazzoletto nero come lei.
La Nunziata, o la cugina Anna, venivano di tanto in tanto, col passo leggero e il viso lungo, senza dir nulla; e si mettevano sulla porta a guardar la strada deserta, colle mani sotto il grembiule.
Quelli che tornavano dal mare andavano in fretta, guardinghi, colle reti in collo, e i carri non si fermavano nemmeno all'osteria.
Chissà dove andava il carro di compar Alfio? e se in quel momento moriva di colera buttato dietro una siepe, quel poveretto che non ci aveva nessuno al mondo? Passava anche qualche volta Piedipapera, con una faccia di affamato, guardandosi intorno; o lo zio Crocifisso, che ci aveva la sua roba di qua e di là, e andava a toccare il polso ai suoi debitori, ché se morivano gli rubavano il debito.
Il viatico andava anch'esso di fretta, nelle mani di don Giammaria, colla sottana rimboccata, e un ragazzo scalzo che suonava il campanello, perché mastro Cirino non si vedeva più.
Quel campanello, nelle strade deserte, dove non passava nemmeno un cane, e perfino don Franco teneva chiusa metà della sua porta, faceva stringere il cuore.
La sola persona che si vedesse andare di qua e di là giorno e notte, era la Locca, coi capelli bianchi e arruffati, che si metteva a sedere davanti alla casa del nespolo, o aspettava le barche alla riva, e nemmeno il colèra la voleva, poveretta.
I forestieri erano fuggiti anch'essi, come gli uccelli quando viene l'inverno; e il pesce non trovava chi lo comprasse.
Sicché diceva ciascuno: - Dopo il colèra verrà la fame.
Padron 'Ntoni aveva dovuto metter mano ai denari della casa, e li vedeva assottigliare a soldo a soldo.
Ma ei non pensava ad altro se non che Maruzza era morta fuori della sua casa, e cotesto non gli poteva uscir di mente.
- 'Ntoni come vedeva spendere i denari tentennava il capo anche lui.
Finalmente, quando il colèra finì, e dei denari raccolti con tanto stento ne restarono appena la metà, tornò a dire che così non si poteva durare, a quella vita di fare e disfare; che era meglio di tentare un colpo solo per levarsi dai guai tutti in una volta, e che là, dov'era morta sua madre in mezzo a tutta quella porca miseria, non voleva più starci.
- Non ti rammenti che tua madre ti ha raccomandato la Mena? gli diceva padron 'Ntoni.
- Che aiuto posso darci alla Mena se resto qui? ditelo voi!
Mena lo guardò cogli occhi timidi, ma dove ci si vedeva il cuore, tale e quale come sua madre, e non osava proferir parola.
Ma una volta, stringendosi allo stipite dell'uscio, si fece coraggio per dirgli:
- A me non me ne importa dell'aiuto, purché tu non ci lasci soli.
Ora che non c'è più la mamma mi sento come un pesce fuori dell'acqua, e non m'importa più di niente.
Ma mi dispiace per quell'orfanella che resta senza nessuno al mondo, se tu vai, come la Nunziata quando l'è partito il padre.
- No! diceva 'Ntoni, no! Io non posso aiutarti se non ho nulla.
Il proverbio dice "aiutati che t'aiuto".
Quando avrò guadagnato dei denari anch'io, allora tornerò, e staremo allegri tutti.
La Lia e Alessi spalancavano gli occhi, e lo guardavano sbigottiti; ma il nonno si lasciava cadere la testa sul petto - Ora non hai più né padre né madre, e puoi fare quello che ti pare e piace, gli disse alfine.
- Finché vivrò a quei ragazzi ci penserò io, quando non ci sarò più, il Signore farà il resto.
La Mena, poiché 'Ntoni voleva andarsene a ogni costo, gli metteva in ordine tutta la roba, come avrebbe fatto la mamma, e pensava che laggiù, in paese forestiero, suo fratello non avrebbe avuto più nessuno che pensasse a lui, come compar Alfio Mosca.
E mentre gli cuciva le camicie, e gli rattoppava i panni, la testa correva lontano lontano, a tante cose passate, che il cuore ne era tutto gonfio.
- Dalla casa del nespolo non posso passarci più - diceva quando stava a sedere accanto al nonno, - me la sento nella gola, e mi soffoca, dopo tante cose che sono avvenute dacché l'abbiamo lasciata!
E mentre preparava la roba del fratello, piangeva come se non dovesse vederlo più.
Infine, quando ogni cosa fu in ordine, il nonno chiamò il suo ragazzo per fargli l'ultima predica, e dargli gli ultimi consigli per quando sarebbe stato solo, che avrebbe dovuto far capitale soltanto della sua testa, e non avrebbe avuti accanto i suoi di casa per dirgli come doveva fare, o per disperarsi insieme; e gli diede anche un po' di denaro, caso mai ne avesse bisogno, e il suo tabarro foderato di pelle, ché oramai lui era vecchio, e non gli serviva più.
I ragazzi vedendo il fratello maggiore affaccendarsi nei preparativi della partenza, gli andavano dietro pian piano per la casa, e non osavano dirgli più nulla, come fosse diggià un estraneo.
- Così se ne è andato mio padre, - disse infine la Nunziata la quale era andata a dirgli addio anche lei, e stava sull'uscio.
Nessuno allora parlò più.
Le vicine venivano ad una ad una a salutare compare 'Ntoni, e poi stettero ad aspettarlo sulla strada per vederlo partire.
Egli indugiava col fagotto sulle spalle, e le scarpe in mano, come all'ultimo momento gli fossero venute meno il cuore e le gambe tutt'a un tratto.
E guardava di qua e di là per stamparsi la casa e il paese, ogni cosa in mente, e aveva la faccia sconvolta come gli altri.
Il nonno prese il suo bastone per accompagnarlo sino alla città, e la Mena in un cantuccio piangeva cheta cheta.
- Via! diceva 'Ntoni, orsù, via! Vado per tornare alla fin fine! e sono tornato un'altra volta da soldato.
- Poi, dopo ch'ebbe baciata Mena e la Lia, e salutate le comari, si mosse per andarsene, e Mena gli corse dietro colle braccia aperte singhiozzando ad alta voce, quasi fuori di sé, e dicendogli: - Ora che dirà la mamma? ora che dirà la mamma? - Come se la mamma avesse potuto vedere e parlare.
Ma ripeteva quello che le era rimasto più fitto nella mente, quando 'Ntoni aveva detto un'altra volta di voler andarsene, e aveva vista la mamma piangere ogni notte, che all'indomani trovava il lenzuolo tutto fradicio, nel rifare il letto:
- Addio, 'Ntoni! gli gridò dietro Alessi facendosi coraggio, come il fratello era già lontano; e allora la Lia cominciò a strillare.
- Così se n'è andato mio padre, disse infine la Nunziata, la quale era rimasta sulla porta.
'Ntoni si voltò prima di scantonare dalla strada del Nero, cogli occhi lagrimosi anche lui, e fece un saluto colla mano.
Mena allora chiuse l'uscio, e andò a sedersi in un angolo insieme alla Lia, la quale piangeva a voce alta.
- Ora ne manca un altro della casa! disse lei.
E se fossimo nella casa del nespolo parrebbe vuota come una chiesa.
Come se ne andavano ad uno ad uno tutti quelli che le volevano bene, ella si sentiva davvero un pesce fuori dell'acqua.
E la Nunziata, là presente, colle sue piccine in collo, tornava a dire: - Così se ne è andato mio padre.
CAPITOLO 12
Padron 'Ntoni, ora che non gli era rimasto altri che Alessi pel governo della barca, doveva prendere a giornata qualcheduno, o compare Nunzio, che era carico di figliuoli, e aveva la moglie malata, o il figlio della Locca, il quale veniva a piagnucolare dietro l'uscio che sua madre moriva di fame, e lo zio Crocifisso non voleva dargli nulla, perché il colèra l'aveva rovinato, diceva, con tanti che erano morti e gli avevano truffati i denari, talché aveva preso il colèra anche lui, ma non era morto, aggiungeva il figlio della Locca, e scuoteva il capo tristamente.
- Adesso ci avremmo da mangiare, io e mia madre e tutto il parentado, se fosse morto.
Siamo stati a curarlo due giorni colla Vespa, che pareva avesse ad andarsene da un momento all'altro, ma poi non è morto!
Però, quel che i Malavoglia guadagnavano non bastava spesso a pagare lo zio Nunzio, o il figlio della Locca, e si doveva metter mano a quei soldi raccolti con tanta fatica per la casa del nespolo.
Ogni volta che Mena andava a pigliare la calza sotto la materassa, lei e il nonno sospiravano.
Il povero figlio della Locca non ci aveva colpa; avrebbe voluto farsi in quattro per guadagnarsi la sua giornata; era il pesce che non voleva farsi prendere.
E quando tornavano mogi mogi, sbattendo i remi e colla vela allentata, il figlio della Locca diceva a padron 'Ntoni: - Fatemi spaccar della legna, o legar dei sarmenti; io posso lavorare sino a mezzanotte se credete, come facevo collo zio Crocifisso.
Non voglio rubarvela, la giornata.
Allora padron 'Ntoni dopo averci pensato su un pezzo, col cuore stretto, si decise a parlare colla Mena di quel che doveva farsi oramai.
Ella era giudiziosa come sua madre, e non c'era altri in casa per parlarne, di tanti che c'erano prima! Il meglio era vendere la Provvidenza, che non rendeva nulla, e si mangiava le giornate di compare Nunzio e del figlio della Locca; se no quei soldi della casa se ne sarebbero andati tutti a poco a poco.
La Provvidenza era vecchia e aveva sempre bisogno che ci spendessero dei denari per metterle delle toppe, e farla stare a galla.
Più tardi, se tornava 'Ntoni e spirava un po' di fortuna in poppa, come quando avevano messo insieme quei denari della casa, avrebbero comprato un'altra barca nuova, e l'avrebbero chiamata di nuovo la Provvidenza.
La domenica andò sulla piazza a parlarne a Piedipapera, dopo la messa.
Compare Tino scrollava le spalle, dimenava il capo, diceva che la Provvidenza era buona da mettere sotto la pentola, e così parlando lo tirava sulla riva; là si vedevano le toppe, sotto la impeciatura nuova, era come certe donnacce che sapeva lui, colle rughe sotto il corsetto; e tornava a darci dei calci nella pancia, col piede zoppo.
Del resto il mestiere andava male; piuttosto che comprare, tutti avrebbero voluto vendere le loro barche, e più nuove della Provvidenza.
Poi, chi avrebbe potuto comprarla? Padron Cipolla non voleva di quei vecchiumi.
Quello era affare dello zio Crocifisso.
Ma in quel momento lo zio Crocifisso aveva altro per la testa, con quell'ossessa della Vespa che gli faceva dannare l'anima, correndo dietro a tutti gli uomini che c'erano da maritare nel paese.
Infine, per la santa amicizia, sarebbe andato a parlarne allo zio Crocifisso, nel buon momento, se padron 'Ntoni voleva vendere ad ogni costo la Provvidenza per un pezzo di pane; perché egli, Piedipapera, gli faceva fare quello che voleva lui allo zio Crocifisso.
Infatti, quando gliene parlò, tirandolo in disparte verso l'abbeveratoio, lo zio Crocifisso rispondeva a spallate, e dimenava il capo come Peppinino, e voleva scappargli dalle mani.
Compare Tino, poveraccio, lo afferrava pel giubbone, perché stesse a sentire per forza; gli dava delle scrollate; lo abbracciava stretto per parlargli nell'orecchio.
- Sì, siete una bestia se vi lasciate scappare quell'occasione! per un pezzo di pane! padron 'Ntoni la vende proprio perché non può tirare innanzi, ora che suo nipote l'ha piantato.
Ma voi potreste darla in mano a compare Nunzio, o al figlio della Locca, che muoiono di fame, e verrebbero a lavorare per niente.
Tutto quello che buscheranno ve lo papperete voi.
Siete una bestia, vi dico! La barca è ben conservata, come se fosse nuova.
Padron 'Ntoni se ne intendeva quando l'aveva fatta fare.
Questo è un affare d'oro, come quello dei lupini, sentite a me!
Ma lo zio Crocifisso non voleva sentir parlare di niente, che quasi quasi gli spuntavano le lagrime, con quella faccia gialla, ora che aveva preso il colèra; e tirava per andarsene, e voleva lasciargli il giubbone nelle mani.
- Non me ne importa! ripeteva.
Non me ne importa niente.
Voi non sapete cosa ci ho qui dentro, compare Tino! Tutti vogliono succhiarmi il sangue come le sanguisughe, e prendersi il fatto mio.
Ora v'è anche Pizzuto che corre dietro la Vespa, tutti come cani da caccia!
- E voi prendetevela la Vespa! O infine non è sangue vostro, lei e la sua chiusa? Non sarà una bocca di più, no! che ha le mani benedette quella donna, e non lo perderete il pane che gli darete da mangiare! Ci avrete una serva in casa, senza darle salario, e vi prenderete anche la chiusa.
Sentite a me, zio Crocifisso, questo è un altro affare come quello dei lupini!
Padron 'Ntoni intanto aspettava la risposta davanti alla bottega di Pizzuto, e guardava come un'anima del Purgatorio quei due che pareva si azzuffassero, per cercare di indovinare se lo zio Crocifisso diceva di sì.
Piedipapera veniva a dirgli quel che aveva potuto ottenere dallo zio Crocifisso, e poi tornava a parlare con lui; e andava e veniva per la piazza come la spola nel telaio, tirandosi dietro la sua gamba storta, finché riescì a metterli d'accordo.
- Benone! - diceva a padron 'Ntoni; e allo zio Crocifisso: - Per un pezzo di pane! - così combinò anche la vendita di tutti gli attrezzi, ché i Malavoglia non sapevano che farsene, ora che non possedevano più una tavola sull'acqua; ma a padron 'Ntoni gli parve che gli strappassero le budella dallo stomaco, come si portavano via le nasse, le reti, le fiocine, le canne, e ogni cosa.
- Ci penserò io a trovarvi d'andare a giornata, voi e vostro nipote Alessi, non dubitate; - gli diceva Piedipapera.
- Bisogna che vi contentiate di poco, sapete! "Forza di giovane e consiglio di vecchio".
Per la mia senseria poi mi rimetto al vostro buon cuore.
"In tempo di carestia pane d'orzo".
Rispondeva padron 'Ntoni.
"Necessità abbassa nobiltà".
- Va bene, va bene, siamo intesi! conchiuse Piedipapera, e andò davvero a parlarne con padron Cipolla, nella spezieria, dove don Silvestro era riuscito a tirarli un'altra volta, lui, massaro Filippo e qualche altro pesce grosso, per discorrere degli affari del comune, che infine erano denari loro, ed è una minchioneria non contare per nulla nel paese quando si è ricchi, e le tasse si pagano peggio degli altri.
- Voi che siete tanto ricco, potreste dargli del pane a quel poveraccio di padron 'Ntoni, - soggiungeva Piedipapera.
- A voi non vi farebbe nulla di prenderlo a giornata, con suo nipote Alessi; sapete che ne sa più di ogni altro del mestiere, e si contenterebbe di poco, ché son proprio senza pane.
Fareste un affar d'oro, sentite a me, padron Fortunato.
Padron Fortunato, preso così in quel momento, non seppe dir di no; ma dopo che ebbero tirato e stiracchiato un po' sul prezzo; giacché i tempi erano magri, gli uomini non avevano da lavorare, padron Cipolla faceva proprio un atto di carità a prendersi padron 'Ntoni.
- Sì, lo prendo se viene a dirmelo lui! Lo credereste che mi porta il broncio dacché mandai in aria quel matrimonio di mio figlio colla Mena.
Eh! bell'affare che ci avrei fatto! Ed hanno il coraggio di portarmi il broncio per giunta!
Don Silvestro, massaro Filippo, ed anche Piedipapera, tutti, s'affrettavano a dire che padron Fortunato aveva ragione.
Brasi non gli lasciava più pace, dopo che gli avevano fatto venire il pensiero di maritarlo, e correva dietro a tutte le donne come un gatto in gennaio, ch'era una sollecitudine continua pel povero padre.
Ora era entrata in ballo anche la Mangiacarrubbe, la quale s'era messo in testa di pigliarselo lei, Brasi Cipolla, giacché era di chi se lo pigliava; lei almeno era una bella ragazza con tanto di spalle, e non vecchia e spelata come la Vespa.
Ma la Vespa aveva la sua chiusa, e la Mangiacarrubbe non ci aveva altro che le sue trecce nere, dicevano gli altri.
La Mangiacarrubbe sapeva quel che doveva fare se si voleva pigliare Brasi Cipolla, ora che suo padre se l'era rimorchiato di nuovo in casa pel colèra, e non andava a nascondersi più nella sciara, o per la chiusa, o dallo speziale e nella sacristia.
Ella gli passava davanti lesta lesta, colle scarpette nuove; e passando si faceva urtare nel gomito, in mezzo alla folla che veniva dalla messa; oppure lo aspettava sulla porta, colle mani sul ventre, e il fazzoletto di seta in testa, e gli lasciava andare un'occhiata assassina, di quelle che rubano il cuore, e si voltava ad aggiustarsi le cocche del fazzoletto sul mento per vedere se le veniva dietro; o scappava in casa com'ei compariva in capo alla straduccia, e andava a nascondersi dietro il basilico ch'era sulla finestra, con quegli occhioni neri che se lo mangiavano di nascosto.
Ma se Brasi si fermava a guardarla come un bietolone, gli voltava le spalle, col mento sul petto, tutta rossa, e gli occhi bassi, masticandosi la cocca del grembiule, che ognuno se la sarebbe mangiata per pane.
Infine, poiché Brasi non sapeva risolversi a mangiarsela per pane, dovette acciuffarlo lei pei capelli, e gli disse: - Sentite, compare Brasi, perché volete togliermi la pace? Io lo so che non sono per voi.
Ora è meglio che non ci passiate più di qua, perché più vi vedo e più vorrei vedervi, e oramai son la favola del paese; la Zuppidda si mette sulla porta ogni volta che vi vede passare, e poi va a dirlo a tutti; ma farebbe meglio a tener d'occhi quella civetta di sua figlia Barbara, che l'ha ridotta come una piazza questa strada, tanta la gente che ci tira, e non va a dirlo quante volte passa e ripassa don Michele, per vedere la Barbara alla finestra.
Con queste chiacchiere Brasi non si moveva più dalla straduzza, che non l'avrebbero mandato via neanche a bastonate, ed era sempre là intorno, a gironzolare colle braccia penzoloni, il naso in aria e la bocca aperta, come Giufà.
La Mangiacarrubbe dal suo canto stava alla finestra, e cambiava ogni giorno fazzoletti di seta, e collane di vetro, come una regina.
- Tutto quello che aveva lo metteva alla finestra - andava dicendo la Zuppidda, e quel bietolone di Brasi prendeva tutto per oro contante, ed era imbestialito, che non aveva paura nemmeno di suo padre, se fosse venuto a prenderlo a scapaccioni.
- Questa è la mano di Dio per castigar la superbia di padron Fortunato, - diceva la gente.
- Per lui sarebbe stato cento volte meglio dare a suo figlio la Malavoglia, la quale almeno ci aveva quel po' di dote, e non la spendeva in fazzoletti e collane.
- Mena invece non ci metteva neppure il naso alla finestra, perché non ci stava bene, adesso che le era morta la mamma, e aveva il fazzoletto nero; e poi doveva anche badare a quella piccina, e farle da mamma, e non aveva chi l'aiutasse nelle faccenduole di casa, tanto che doveva andare anche al lavatoio, e alla fontana, e a portare il pane agli uomini, quando erano a giornata; sicché non era più come Sant'Agata, quando nessuno la vedeva, e stava sempre al telaio.
Adesso aveva poco tempo da stare al telaio.
Don Michele, dal giorno che la Zuppidda s'era messa a predicare sul ballatoio, colla conocchia in mano, che voleva cavargli gli occhi con quella conocchia, se tornava a bazzicar da quelle parti per la Barbara, passava e ripassava per la strada del Nero dieci volte al giorno, onde mostrare che non aveva paura della Zuppidda né della sua conocchia; e quando arrivava alla casa dei Malavoglia, rallentava il passo e guardava dentro, per vedere le belle ragazze che crescevano nella casa dei Malavoglia.
La sera gli uomini tornando dal mare, trovavano ogni cosa preparata; la pentola che bolliva, e la tovaglia sul desco; oramai quel desco era troppo grande per loro, e ci si perdevano.
Chiudevano l'uscio e mangiavano in santa pace.
Poi si mettevano a sedere sulla porta, coi ginocchi fra le braccia, e si riposavano della giornata.
Almeno non mancava nulla, e non toccavano più i denari della casa.
Padron 'Ntoni aveva sempre la casa davanti agli occhi, là vicino, colle finestre chiuse, e il nespolo che si affacciava sul muro del cortile.
Maruzza non aveva potuto morire in quella casa; né egli forse vi sarebbe morto; ma i denari ricominciavano a raggranellarsi, e i suoi ragazzi ci sarebbero tornati un giorno, ora che Alessi cominciava a farsi uomo anche lui, ed era un buon figliuolo della pasta dei Malavoglia.
Quando poi avrebbero maritato le ragazze e ricomperata la casa, se potevano metter su anche la barca, non avevano più nulla a desiderare, e padron 'Ntoni avrebbe chiuso gli occhi contento.
La Nunziata e la cugina Anna venivano anche loro a sedersi lì accanto sui sassi, a chiacchierare dopo cena con quei poveretti, che erano rimasti soli e derelitti anch'essi, talché sembrava fossero parenti.
La Nunziata pareva che fosse a casa sua, e ci conduceva i suoi piccini, come la chioccia.
Alessi, seduto accanto a lei le diceva: - O che l'hai finita oggi la tua tela? - oppure: - Lunedì ci andrai a vendemmiare da massaro Filippo? Ora che viene il tempo delle ulive avrai sempre da buscartela la tua giornata, anche se non hai roba da lavare; e potrai condurvi il tuo fratellino, che ora glieli daranno due soldi al giorno.
- La Nunziata, seria seria, gli raccontava tutti i suoi progetti, e gli domandava dei consigli, e ragionavano insieme in disparte, come se avessero già i capelli bianchi.
- Hanno imparato presto perché hanno visti guai assai! diceva padron 'Ntoni: il giudizio viene colle disgrazie.
- Alessi, coi ginocchi fra le braccia, al pari del nonno anche lui, domandava alla Nunziata:
- Mi vorrai per marito quando sarò grande?
- Ancora c'è tempo; rispondeva lei.
- Sì, c'è tempo, ma è meglio pensarci adesso, così saprò quel che devo fare.
Prima bisogna maritare la Mena, e la Lia, quando sarà grande anche lei.
Lia comincia a volere le vesti lunghe e i fazzoletti colle rose, e tu pure ci hai i tuoi ragazzi da situare.
Bisogna arrivare a comprare la barca; la barca poi ci aiuterà a comprare la casa.
Il nonno vorrebbe avere un'altra volta quella del nespolo, e anche a me mi piacerebbe, ché saprei dove andare a occhi chiusi, o di notte, senza battere il naso; e c'è il cortile grande per gli attrezzi, e in due salti s'è al mare.
Poi, quando le mie sorelle saranno maritate, il nonno verrà a stare con noi, e lo metteremo nella stanza grande del cortile, che c'entra il sole; così, quando non potrà più venire sul mare, povero vecchio, se ne starà accanto all'uscio nel cortile, e nell'estate ci avrà lì vicino il nespolo per fargli ombra.
Noi prenderemo la camera dell'orto, ti piace? e ci avrai accanto la cucina; così avrai ogni cosa sotto la mano, non è vero? Quando tornerà mio fratello 'Ntoni gliela daremo a lui, e noi andremo a stare sul solaio.
Tu non avrai che a scendere la scaletta per essere in cucina o nell'orto.
- In cucina vuol essere rifatto il focolare, disse Nunziata.
L'ultima volta che ci cuocevo la minestra, quando la povera comare Maruzza non aveva animo di far nulla, la pentola bisognava tenerla su coi sassi.
- Sì, lo so! rispondeva Alessi, col mento sulle mani, e approvando colla testa.
Aveva gli occhi incantati, quasi vedesse la Nunziata davanti al focolare, e la mamma che si disperava accanto al letto.
- Anche tu potresti andare al buio per la casa del nespolo, tante volte ci sei stata.
La mamma diceva sempre che sei una buona ragazza.
- Ora ci hanno messo le cipolle nell'orto, e son venute grosse come arancie.
- Che ti piacciono a te le cipolle?
- Per forza mi piacciono.
Aiutano a mangiare il pane e costano poco.
Quando non abbiamo denari per la minestra ne mangiamo sempre coi miei piccini.
- Per questo se ne vendono tante.
Allo zio Crocifisso non gliene importa di aver cavoli e lattughe, perché ci ha l'altro orto di casa sua, e l'ha messo tutto a cipolle.
Ma noi ci metteremo pure i broccoli, e i cavolfiori...
Buoni, eh?
La ragazzetta, accoccolata sulla soglia, coi ginocchi fra le braccia, guardava lontano anche lei; e poi si mise a cantare, mentre Alessi stava ad ascoltare, tutto intento.
Infine disse:
- Ma ancora c'è tempo.
- Sì, affermò Alessi; prima bisogna maritare la Mena, ed anche la Lia, e situare i tuoi piccini.
Ma è meglio pensarci adesso.
- Quando canta la Nunziata, disse Mena affacciandosi sull'uscio, è segno che il giorno dopo farà bel tempo e potrà andare al lavatoio.
- La cugina Anna era nello stesso caso, perché la sua chiusa e la sua vigna erano il lavatoio, e la sua festa era quando aveva della roba per le mani, tanto più ora che suo figlio Rocco faceva festa all'osteria da un lunedì all'altro, per smaltire il malumore che gli aveva ficcato in corpo quella civetta della Mangiacarrubbe.
- Ogni male non viene per nuocere - le diceva padron 'Ntoni.
- Forse in tal modo metterà giudizio, il vostro Rocco.
Anche al mio 'Ntoni gli gioverà stare lontano da casa sua; così quando tornerà, e sarà stanco di girare il mondo, ogni cosa gli sembrerà buona, e non si lamenterà più di tutto; e se arriviamo un'altra volta ad aver delle barche sull'acqua, e a mettere i nostri letti laggiù, in quella casa, vedrete che bello starsi a riposare su quell'uscio, la sera quando si torna a casa stanchi, e che la giornata è andata bene; e veder il lume in quella camera dove l'avete visto tante volte, e ci avete visto tutte le facce care che avete avuto al mondo.
Ma ora tanti se ne sono andati, ad uno ad uno, che non tornano più, e la camera è buia e colla porta chiusa, come se quelli che se ne sono andati avessero portato la chiave in tasca per sempre.
- 'Ntoni non doveva andarsene! soggiunse il vecchio dopo un pezzetto.
Doveva saperlo che son vecchio, e se muoio io quei ragazzi non hanno più nessuno.
- Se compreremo la casa del nespolo mentre egli è lontano, non gli parrà vero quando tornerà, disse Mena, e verrà a cercarci qui.
Padron 'Ntoni scosse il capo tristamente.
- Ma ancora c'è tempo! disse infine anche lui, come la Nunziata; e la cugina Anna soggiunse:
- Se 'Ntoni torna ricco la comprerà lui la casa.
Padron 'Ntoni non rispondeva nulla; ma tutto il paese sapeva che 'Ntoni doveva tornare ricco, dopo tanto tempo ch'era andato a cercare fortuna, e molti già lo invidiavano, e volevano lasciar ogni cosa e andarsene a caccia della fortuna, come lui.
Infine non avevano torto, perché non lasciavano altro che delle donnicciuole a piagnucolare; e solo chi non gli bastava l'animo di lasciare la sua donnicciuola, era quella bestia del figlio della Locca, che aveva quella sorta di madre che sapete, e Rocco Spatu, il quale ce l'aveva alla taverna l'animo.
Ma per fortuna delle donnicciuole, tutt'a un tratto, si venne a sapere che era tornato 'Ntoni di padron 'Ntoni, di notte, con un bastimento catanese, e che si vergognava di farsi vedere senza scarpe.
Se fosse stato vero che tornava ricco, i danari non avrebbe avuto dove metterli, tanto era lacero e pezzente.
Ma il nonno e i fratelli gli fecero festa ugualmente, come se fosse venuto carico di denari, e le sorelle gli si appesero al collo, ridendo e piangendo, che 'Ntoni non conosceva più la Lia, tanto s'era fatta grande, e gli dicevano: - Ora non ci lascerai più, non è vero?
Il nonno si soffiava il naso anche lui, e brontolava: - Adesso posso morire tranquillo, ora che quei ragazzi non rimarranno più soli e in mezzo a una strada.
Ma per otto giorni 'Ntoni non ebbe il coraggio di metter piede nella strada.
Come lo vedevano tutti gli ridevano sul naso, e Piedipapera andava dicendo: - Avete visto le ricchezze che ha portato 'Ntoni di padron 'Ntoni? - E quelli che ci avevano messo un po' di tempo a fare il fagotto, colle scarpe e le camicie, prima di avventurarsi a quella minchioneria di lasciare il paese, si tenevano la pancia dal ridere.
Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione, questo si sa.
Don Silvestro, lo zio Crocifisso, padron Cipolla, e massaro Filippo non erano minchioni, e tutti facevano loro festa, perché quelli che non hanno niente stanno a guardare a bocca aperta i ricchi e i fortunati, e lavorano per loro, come l'asino di compare Mosca, per un pugno di paglia, invece di tirar calci, e mettersi sotto i piedi il carretto, e sdraiarsi sull'erba colle zampe in aria.
Aveva ragione lo speziale che bisognava dare un calcio al mondo come era fatto adesso, e rifarlo da capo.
Anche lui, colla sua barbona, che predicava di cominciar da capo, era di quelli che avevano acchiappato la fortuna, e la teneva negli scarabattoli, e si godeva il ben di Dio stando sulla porta della bottega, a chiacchierare con questo o con quell'altro, e quando aveva pestato quel po' d'acqua sporca nel mortaio, aveva fatto il suo lavoro.
Che bel mestiere gli aveva insegnato suo padre a colui di far denari coll'acqua delle cisterne! Ma a 'Ntoni suo nonno gli aveva insegnato il mestiere di rompersi le braccia e la schiena tutto il giorno, e arrischiare la pelle, e morir di fame, e non aver mai un giorno da sdraiarsi al sole come l'asino di Mosca.
Un ladro di mestiere che si mangiava l'anima, per la madonna! e ne aveva fino al naso, che preferiva fare come Rocco Spatu, il quale almeno non faceva nulla.
Già adesso non gliene importava più della Zuppidda e della Sara di comare Tudda, e di tutte le ragazze del mondo.
Esse non cercano che di pescare un marito il quale lavori peggio di un cane per dar loro da mangiare, e comprarle dei fazzoletti di seta, quando si mettono sull'uscio la domenica, colle mani sulla pancia piena.
Piuttosto voleva starci lui, colle mani sulla pancia, la domenica e il lunedì, ed anche gli altri giorni, giacché è inutile affaticarsi per nulla.
Così 'Ntoni faceva il predicatore, come lo speziale; almeno aveva imparato questo nel viaggio, ed ora aveva aperto gli occhi, come i gattini dopo i quaranta giorni che son nati.
"La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena".
Se non altro egli se l'era riempita di giudizio, la pancia, e andava a raccontare quello che aveva imparato sulla piazza, nella bottega di Pizzuto, ed anche all'osteria della Santuzza.
Ora non vi andava più di nascosto all'osteria della Santuzza, che s'era fatto grande, e il nonno non gli avrebbe tirato le orecchie, alla fin fine; ed egli avrebbe saputo rispondere il fatto suo se gli rimproveravano di andare a cercarsi quel po' di bene che poteva.
Il nonno, poveraccio, invece di prenderlo per le orecchie, lo prendeva colle buone.
- Vedi, gli diceva, ora che sei qua tu ci arriveremo presto a fare i denari della casa, - gli cantava sempre la canzone della casa.
- Lo zio Crocifisso ha detto che non la darà ad altri.
Tua madre, poveretta, non ha potuto morirci, lei! Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena.
Poi, coll'aiuto di Dio, metteremo su un'altra barca; perché, devo dirtelo, alla mia età l'è dura andare a giornata, e vedersi comandare a bacchetta, quando si è stati padroni.
Anche voi altri siete nati padroni.
Vuoi che compriamo prima la barca coi denari della casa? Ora sei grande, e devi dirla anche tu la tua parola, perché devi avere più giudizio di me, che son vecchio.
Cosa vuoi fare?
Nulla voleva fare, lui! Che gliene importava della barca e della casa? Poi veniva un'altra malannata, un altro colèra, un altro guajo, e si mangiava la casa e la barca, e si tornava di nuovo a fare come le formiche.
Bella cosa! E poi quando si aveva la casa e la barca, che non si lavorava più? o si mangiava pasta e carne tutti i giorni? Mentre laggiù, dov'era stato lui, c'era della gente che andava sempre in carrozza, ecco quello che faceva.
Gente appetto dei quali don Franco ed il segretario lavoravano come tanti asini a sporcar cartacce, e a pestare l'acqua sporca nel mortaio.
Almeno voleva sapere perché al mondo ci doveva essere della gente che se la gode senza far nulla, e nasce colla fortuna nei capelli, e degli altri che non hanno niente, e tirano la carretta coi denti per tutta la vita?
Poi quella storia d'andare a giornata non gli andava affatto, a lui ch'era nato padrone, l'aveva detto anche il nonno.
Vedersi comandare a bacchetta, da gente che erano venuti su dal nulla, che tutti lo sapevano, in paese, come avevano fatto i loro denari a soldo a soldo, sudando ed affaticandosi! A giornata ci andava proprio perché il nonno ve lo conduceva, e non gli bastava ancora l'anima di dir di no.
Ma quando il soprastante gli stava addosso come un cane, e gli gridava dalla poppa: - Oh! laggiù, ragazzo! che facciamo? gli veniva voglia di dargli del remo sulla testa, e preferiva starsene ad aggiustare le nasse, e rifare le maglie delle reti, seduto sulla riva, colle gambe distese, e la schiena appoggiata ai sassi; che allora se pure stava un momento colle mani sotto le ascelle nessuno gli diceva nulla.
Là veniva anche a stirarsi le braccia Rocco Spatu, e Vanni Pizzuto, quando non aveva che fare, fra una barba e l'altra, ed anche Piedipapera, che era il suo mestiere di chiacchierare con questo e con quello per cercare le senserie.
E si discorreva di ciò che succedeva in paese, di quello che donna Rosolina aveva raccontato a suo fratello, sotto il sigillo della confessione, quando era stato il tempo del colèra, che don Silvestro le aveva truffato le 25 onze, e non poteva andare dal giudice, perché le 25 onze donna Rosolina le aveva rubate a suo fratello il vicario, e si sarebbe saputo il motivo per cui aveva dato in mano a don Silvestro quel denaro, per sua vergogna.
- Poi, osservò Pizzuto, donde l'erano venute le 25 onze a donna Rosolina? "Roba rubata non dura".
- Almeno erano sempre nella casa, diceva Spatu; se mia madre avesse 12 tarì, e glieli prendessi, che passerei per ladro?
Di ladro in ladro vennero a parlare dello zio Crocifisso, il quale aveva perso più di 30 onze, dicevano, con tanta gente che era morta di colèra, e gli erano rimasti i pegni.
Ora Campana di legno, per non saper che fare di tutti quegli anelli e di tutti quegli orecchini rimastigli in pegno, si maritava con la Vespa; la cosa era certa, che l'avevano visto persino andare a farsi scrivere al municipio, presente don Silvestro.
- Non è vero che se la piglia per gli orecchini, diceva Piedipapera, il quale poteva saperlo.
Gli orecchini e le collane alla fin fine sono d'oro ed argento colato, e avrebbe potuto andare a venderli alla città; anzi ci avrebbe guadagnato il tanto per tanto sui denari che ha dati.
Se la piglia perché la Vespa gli fece vedere e toccare con mano che stava per andare dal notaio, con compare Spatu, ora che la Mangiacarrubbe s'è tirato in casa Brasi Cipolla.
Scusate veh! compare Rocco.
- Niente niente, compare Tino; - rispose Rocco Spatu.
- A me non me ne importa; perché chi si fida di quelle canaglie di femmine, è un porco.
Per me la mia innamorata è la Santuzza, che mi fa credenza quando voglio; e ne vuol due delle Mangiacarrubbe nella sua bilancia! con quel petto, eh? compare Tino!
- "Ostessa bella conto caro!" disse Pizzuto sputacchiando.
- Cercano il marito per farsi mantenere da lui! aggiunse 'Ntoni.
Tutte le stesse! - E Piedipapera seguitò: - Lo zio Crocifisso allora corse trafelato dal notaio, che aveva il fiato ai denti.
Così se la piglia la Vespa.
- Bella sorte eh! quella della Mangiacarrubbe! esclamò 'Ntoni.
- Brasi Cipolla, da qui a cent'anni che muore suo padre, se Dio vuole, sarà ricco come un maiale, disse Spatu.
- Adesso suo padre fa il diavolo, ma col tempo chinerà il capo.
Non ha altri figli, e non gli resta altro che maritarsi, se non vuole che la sua roba se la goda la Mangiacarrubbe alla sua barba.
- Io ci ho gusto, conchiuse 'Ntoni.
- La Mangiacarrubbe non ha niente.
O perché padron Cipolla deve essere ricco soltanto lui?
Qui prese parte al discorso lo speziale, il quale veniva a fumare la sua pipa sulla riva, dopo desinare, e pestava l'acqua nel mortaio che così il mondo non andava bene, e bisognava buttare in aria ogni cosa, e rifar da capo.
Ma con quella gente lì, era proprio come pestar l'acqua nel mortaio.
Il solo che ne capisse qualche cosa era 'Ntoni, che aveva visto il mondo, e aveva aperto un po' gli occhi come i gattini; da soldato gli avevano insegnato a leggere, perciò andava anche lui sulla porta della spezieria, a sentire quello che diceva il giornale, e a chiacchierare collo speziale, il quale era un buon diavolaccio con tutti, e non aveva pel capo i fumi di sua moglie, la quale lo sgridava: - O tu perché t'immischi negli affari che non ti riguardano?
- Le donne bisogna lasciarle dire, e far le cose di nascosto; diceva don Franco appena la Signora se ne saliva nella stanza.
Lui non aveva difficoltà di starsene in sinedrio anche con quelli senza scarpe, purché non mettessero i piedi sui regoli delle scranne; e spiegava loro parola per parola quello che diceva il giornale, mettendoci il dito, che il mondo avrebbe dovuto andare come era scritto là.
Don Franco, arrivando sul greto quando gli amici tenevano quei discorsi, ammiccava a 'Ntoni Malavoglia, il quale rimendava le maglie delle reti colle gambe distese e la schiena appoggiata ai sassi, e gli faceva dei cenni col capo, scuotendo la barbona in aria.
- Eh! bella giustizia che certuni abbiano a rompersi la schiena contro i sassi, e degli altri stiano colla pancia al sole, a fumar la pipa, mentre gli uomini dovrebbero essere tutti fratelli, l'ha detto Gesù, il più gran rivoluzionario che ci sia stato, e i suoi preti al giorno d'oggi fanno i birri e le spie! Non lo sapevano che l'affare di don Michele colla Santuzza l'aveva scoperto don Giammaria, nella confessione?
- Altro che don Michele! La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia! Lui ci ha la pistola.
- Tutte e due vi dico! Coteste che si confessano ogni domenica hanno il sacco grande da metterci i peccati; per questo la Santuzza porta la medaglia sul petto! per coprire le porcherie che ci stan sotto.
- Don Michele perde il tempo colla Zuppidda; il segretario ha detto che vuol farla cascare coi suoi piedi come una pera matura.
- Ma sì! Intanto don Michele si diverte colla Barbara, e con le altre che stanno nella via.
- Lo so io - e ammiccava di soppiatto a 'Ntoni.
- Non ha niente da fare, e ogni giorno ha i suoi quattro tarì di soldo.
- Quello che dico sempre! ripeteva lo speziale tirandosi la barba.
- Tutto il sistema è così; pagar degli sfaccendati per non far niente, e farci le corna, a noi che li paghiamo! ecco che cos'è.
Della gente che ha quattro tarì al giorno per stare a passeggiare sotto le finestre della Zuppidda; e don Giammaria che si pappa la lira al giorno per confessare la Santuzza, e sentire le porcherie che gli racconta; e don Silvestro che...
so io! e mastro Cirino che è pagato per romperci gli stivali colle sue campane, ma i lumi poi non li accende, e si mette in tasca l'olio, ché lì, al municipio poi, ci son altre porcherie! in fede mia! E volevano far casa nuova di tutti nella baracca, ma poi si sono intesi un'altra volta, don Silvestro e gli altri, e non ne hanno parlato più...
Tale e quale come quegli altri ladri del parlamento, che chiacchierano e chiacchierano fra di loro; ma ne sapete niente di quel che dicono? Fanno la schiuma alla bocca, e sembra che vogliano prendersi pei capelli di momento in momento, ma poi ridono sotto il naso dei minchioni che ci credono.
Tutte vesciche pel popolo che paga i ladri e i ruffiani, e gli sbirri come don Michele.
- Che bella cosa, disse 'Ntoni, quattro tarì al giorno per andare a passeggiare di qua e di là.
Io vorrei essere guardia doganale.
- Ecco! ecco! esclamò don Franco cogli occhi che gli schizzavano dalla testa.
- Vedete la conseguenza del sistema! La conseguenza è che tutti diventano canaglia.
Non vi offendete, compare 'Ntoni.
"Il pesce puzza dalla testa".
Anch'io sarei come voi, se non avessi studiato, e non avessi quel mestiere da guadagnarmi il pane.
Infatti dicevano che era un bel mestiere quello che gli aveva insegnato suo padre allo speziale, di pestare nel mortaio, e di far denari coll'acqua sporca; mentre c'era gente che doveva cuocersi le corna al sole, e cavarsi gli occhi colle maglie delle reti, e prendersi il granchio alle gambe e alla schiena per guadagnarsi dieci soldi; e così lasciarono le reti e le chiacchiere, e se ne tornarono all'osteria sputacchiando per la strada.
CAPITOLO 13
Padron 'Ntoni, come il nipote gli arrivava a casa ubbriaco, la sera, faceva di tutto per mandarlo a letto senza che gli altri se ne avvedessero, perché questo non c'era mai stato nei Malavoglia, e gli venivano le lagrime agli occhi.
La notte, quando si alzava e chiamava Alessi per andare al mare, lasciava dormire l'altro; tanto, non sarebbe stato buono a nulla.
'Ntoni da prima se ne vergognava, e andava ad aspettarli sulla riva appena tornavano, colla testa bassa.
Ma a poco a poco ci fece il callo, e diceva fra di sé: - Così domani faremo ancora domenica!
Il povero vecchio cercò tutti i mezzi di toccargli il cuore, e di nascosto gli fece persino esorcizzare la camicia da don Giammaria, e spese tre tarì.
- Vedi! gli diceva, questo non c'è mai stato nei Malavoglia! Se tu prendi la mala strada di Rocco Spatu, tuo fratello e le tue sorelle ti verranno dietro.
"Una mela fradicia guasta tutte le altre", e quei soldi che abbiamo messo insieme con tanto stento se ne anderanno in fumo.
"Per un pescatore si perde la barca", e allora che faremo?
'Ntoni restava a capo chino, o brontolava fra i denti; ma l'indomani tornava da capo, e una volta glielo disse: - Che volete? almeno quando non sono più in sensi non penso alla mia disgrazia.
- Che disgrazia! Tu hai la salute, sei giovane, sai il tuo mestiere, che ti manca? Io che son vecchio, e tuo fratello che è ancora un ragazzo, ci siamo tirati su dal fosso.
Ora se tu volessi aiutarci, torneremo ad essere quelli che eravamo, se non più col cuore contento, perché quelli che sono morti non tornano più, almeno senza altre angustie; e tutti uniti, come devono stare le dita della mano, e col pane in casa.
Se io chiudo gli occhi come resterete voi altri? Adesso, vedi, mi tocca d'aver paura ogni volta che c'imbarchiamo per andar lontano.
E son vecchio!...
Quando il nonno riesciva a toccargli il cuore, 'Ntoni si metteva a piangere.
I fratelli, che sapevano tutto, si rincantucciavano, appena lo sentivano venire, come ei fosse un estraneo, o quasi avessero paura di lui; e il nonno, col rosario in mano, borbottava: - O anima benedetta di Bastianazzo! O anima di mia nuora Maruzza! fatelo voi il miracolo! - Come Mena lo vedeva arrivare colla faccia pallida e gli occhi lustri, gli diceva: - Entra da questa parte, che ci è il nonno! - E lo faceva entrare dalla porticina della cucina; poi si metteva a piangere cheta cheta accanto al focolare; tanto che 'Ntoni disse alla fine: - Non voglio andarci più all'osteria, neanche se m'ammazzano! E tornò a lavorare di buonavoglia come prima; anzi, si alzava prima degli altri, e andava ad aspettare il nonno alla marina, che ci volevano due ore a far giorno, i Tre Re erano ancora alti sul campanile del villaggio, e i grilli si udivano trillare nelle chiuse come se fossero lì accanto.
Il nonno non ci capiva più nella camicia dalla contentezza; andava chiacchierando con lui onde provargli come gli volesse bene, e fra di sé diceva: - Son l'anime sante di sua madre e di suo padre che hanno fatto il miracolo.
Il miracolo durò tutta la settimana, e la domenica 'Ntoni non volle nemmeno andare in piazza, per non vedere l'osteria da lontano e gli amici che lo chiamavano.
Ma si rompeva le mascelle a sbadigliare tutto quel giorno in cui non aveva nulla da fare, e non finiva più.
Oramai non era un ragazzo per passare il tempo ad andare per le ginestre nella sciara, cantando come suo fratello Alessi e la Nunziata, o a spazzar la casa come Mena, e nemmeno un vecchio come il nonno per divertirsi ad accomodare i barilotti sfondati, e le nasse sfasciate.
Egli restò seduto accanto alla porta, nella strada del Nero, che non ci passava nemmeno una gallina, e sentiva le voci e le risate all'osteria.
Tanto che andò a dormire per non sapere che fare, e il lunedì tornò a fare il muso lungo.
Il nonno gli diceva: - Per te sarebbe meglio che non venisse la domenica; perché il giorno dopo sei come se fossi malato.
Ecco quello che era meglio per lui, che non venisse mai la domenica! e gli cascava il cuore per terra a pensare che tutti i giorni fossero dei lunedì.
Sicché, quando tornava dal mare, la sera, non aveva voglia nemmeno d'andare a dormire, e si sfogava a scorazzare di qua e di là colla sua disgrazia, tanto che infine venne a capitare di nuovo all'osteria.
Prima, allorché tornava a casa malfermo sulle gambe, si ficcava dentro mogio mogio, facendosi piccino e balbettando delle scuse, o almeno non fiatava.
Ma ora alzava la voce, litigava colla sorella se l'aspettava sull'uscio, colla faccia pallida e gli occhi gonfi, e se gli diceva sottovoce d'entrare dalla cucina che in casa c'era il nonno.
- A me non me ne importa! rispondeva.
Il giorno dopo si levava stravolto e di cattivo umore; e cominciava a gridare e bestemmiare dalla mattina alla sera.
Una volta successe una brutta scena.
Il nonno, non sapendo più che fare per toccargli il cuore, l'aveva tirato nell'angolo della cameruccia, ad usci chiusi, perché non udissero i vicini, e gli diceva piangendo come un ragazzo, il povero vecchio: - Oh 'Ntoni! non ti rammenti che qui c'è morta tua madre? Perché vuoi darle questo dolore a tua madre, di vederti fare la riescita di Rocco Spatu? Non lo vedi come stenta e si affatica la povera cugina Anna per quell'ubbriacone di suo figlio? e come piange alle volte, allorché non ha pane da dare agli altri suoi figliuoli, e non le basta il cuore di ridere? "Chi va col lupo allupa" e "chi pratica con zoppi all'anno zoppica".
Non ti rammenti quella notte del colèra che eravamo qui tutti davanti a quel lettuccio, ed ella ti raccomandava Mena e i ragazzi? - 'Ntoni piangeva come un vitello slattato, e diceva che voleva morire anche lui; ma poi adagio adagio tornava all'osteria, e la notte, invece di venire a casa, andava per la via, fermandosi dietro gli usci, colle spalle appoggiate al muro, stanco morto, insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta; e si metteva a cantare con loro, per scacciare la malinconia.
Infine il povero padron 'Ntoni non osava più mostrarsi per le strade dalla vergogna.
Il nipote invece, per evitare le prediche, veniva a casa colla faccia scura; così non gli rompevano la devozione con le solite prediche.
Già le prediche se le faceva da se stesso, a voce bassa, ed era tutta colpa della sua disgrazia che l'aveva fatto nascere in quello stato.
E andava a sfogarsi collo speziale e con altri di quelli che avevano un po' di tempo per chiacchierare dell'ingiustizia sacrosanta che ci è a questo mondo in ogni cosa; che se uno va dalla Santuzza, per dimenticare i suoi guai, si chiama ubbriacone; mentre tanti altri che si ubbriacano a casa di vino buono non hanno guai per la testa, né nessuno che li rimproveri o faccia loro la predica di andare a lavorare, giacché non hanno nulla da fare, e son ricchi per due; eppure tutti siamo figli di Dio allo stesso modo, e ognuno dovrebbe avere la sua parte egualmente.
- Quel ragazzo lì ha del talento! diceva lo speziale a don Silvestro, e a padron Cipolla, e a chi voleva sentirlo.
- Vede le cose all'ingrosso, così alla carlona, ma il sugo c'è; non è colpa sua se non sa esprimersi meglio; è colpa del governo che lo lascia nell'ignoranza.
Per istruirlo gli portava il Secolo e la Gazzetta di Catania.
Però 'Ntoni si seccava a leggere; prima di tutto perché era una fatica, e quand'era soldato gli avevano insegnato a leggere per forza; ma adesso era libero di fare quello che gli pareva e piaceva, e aveva un po' dimenticato come si cacciano insieme le parole nello scritto.
Poi tutte quelle chiacchiere stampate non gli mettevano un soldo in tasca.
Che gliene importava a lui? Don Franco glielo spiegava lui perché avrebbe dovuto importargliene; e quando passava don Michele per la piazza, glielo indicava colla barbona, ammiccando, e gli spifferava sottovoce che passava per donna Rosolina anche quello, ora che aveva sentito come donna Rosolina avesse dei denari, e li dava alla gente per farsi sposare.
- Bisogna cominciare dal levarci dai piedi tutti costoro col berretto gallonato.
Bisogna far la rivoluzione.
Ecco quello che bisogna fare!
- E voi cosa mi date per fare la rivoluzione?
Don Franco allora si stringeva nelle spalle, e se ne andava indispettito a pestare l'acqua sporca nel mortaio; giacché con gente siffatta era proprio pestar l'acqua nel mortaio, diceva.
E Piedipapera, appena 'Ntoni voltava le spalle, soggiungeva sottovoce:
- Se volesse ammazzare don Michele, dovrebbe ammazzarlo per qualche altra cosa; ché gli vuol rubare la sorella; ma 'Ntoni è peggio d'un maiale, tanto che si fa mantenere dalla Santuzza.
Piedipapera se lo sentiva sullo stomaco don Michele, dacché guardava cogli occhi torvi lui e Rocco Spatu e Cinghialenta quando li incontrava; perciò voleva levarselo davanti.
Quelle povere Malavoglia erano arrivate al punto che andavano per le bocche di tutti, per colpa del fratello, tanto i Malavoglia erano caduti in bassa fortuna.
Ora tutto il paese sapeva che don Michele passava e ripassava per la strada del Nero, onde far dispetto alla Zuppidda, la quale stava a guardia di sua figlia colla conocchia in mano.
Intanto don Michele per non perdere i suoi passi, aveva gettato gli occhi su di Lia, la quale si era fatta una bella ragazza anche lei, e non aveva nessuno che le stesse a guardia, tranne la sorella che si faceva rossa per lei, e le diceva: - Rientriamo in casa, Lia.
Sulla porta non ci stiamo bene ora che siamo orfane.
Ma la Lia era vanerella peggio di suo fratello 'Ntoni, e le piaceva starsene sulla porta a far vedere il fazzoletto colle rose, che ognuno le diceva: - Come siete bella con quel fazzoletto, comare Lia! e don Michele se la mangiava cogli occhi.
La povera Mena, mentre stava là sulla porta, ad aspettare il fratello che tornava a casa ubbriaco, si sentiva così stanca ed avvilita che le cascavano le braccia quando voleva tirare in casa la sorella, perché passava don Michele, e Lia le rispondeva: - Hai paura che mi mangi? Già, nessuno ne vuole di noi altri, ora che non abbiamo più niente.
Non lo vedi come è andato a finire mio fratello, che non lo vogliono nemmeno i cani!
- Se 'Ntoni avesse fegato, andava dicendo Piedipapera, se lo leverebbe dinanzi quel don Michele.
'Ntoni invece voleva levarsi dinanzi don Michele per un'altra cosa.
La Santuzza, dopo che l'aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere 'Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull'orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po' di qua e un po' di là gli riempiva anche il bicchiere.
In tal modo lo manteneva per l'osteria grasso e unto come il cane del macellaio.
Al bisogno poi 'Ntoni si disobbligava facendo a pugni con quegli avventori della malannata, che cercano il pelo nell'uovo all'ora del conto, e gridano e bestemmiano prima di pagare.
Cogli amici della taverna invece era allegro e chiacchierone, e teneva d'occhio anche il banco, allorché la Santuzza andava a confessarsi.
Sicché, tutti colà gli volevano bene come se fosse a casa sua; tranne lo zio Santoro il quale lo guardava di mal'occhio, e borbottava, fra un'avemaria e l'altra, contro di lui, che viveva alle spalle di sua figlia, come un canonico; la Santuzza rispondeva che era la padrona, se voleva far vivere alle sue spalle 'Ntoni Malavoglia, grasso come un canonico; segno che ci aveva il suo piacere, e non aveva più bisogno di nessuno.
- Sì! sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva chiapparla un momento a quattr'occhi.
Di don Michele ne hai sempre bisogno.
Massaro Filippo m'ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare in paese di contrabbando.
- Massaro Filippo pensa al suo interesse.
Ma io, vedete, dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!
Ella non voleva perdonare a don Michele quella partaccia che gli aveva fatta colla Zuppidda, dopo tanto tempo ch'era stato trattato come un canonico nell'osteria, per l'amore dei suoi galloni; e 'Ntoni Malavoglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele; a lui, quello che gli dava glielo dava di tutto cuore.
'Ntoni si guadagnava il pane in tal modo, e quando il nonno gli rimproverava il suo far nulla, e la sorella lo guardava tristamente, cogli occhi fissi, rispondeva: - Forse che vi costo qualche cosa? Dei denari della casa non ne spendo, e il mio pane me lo guadagno da me.
- Meglio sarebbe che tu morissi di fame, gli diceva il nonno, e che avessimo a morire tutti oggi stesso! - Infine nessuno parlava più, seduti dov'erano, e voltandosi le spalle.
Padron 'Ntoni era ridotto a non aprir bocca, per non litigare col nipote; e 'Ntoni poi, quand'era stanco della predica, piantava lì tutti della paranza, a piagnucolare, e se ne andava a trovar Rocco o compare Vanni, coi quali si stava allegri e se ne trovava sempre una nuova da inventare.
Una volta inventarono di fare la serenata allo zio Crocifisso, la notte in cui s'era maritato colla Vespa, e condussero sotto le finestre di lui tutti coloro cui lo zio Crocifisso non voleva prestare più un soldo, coi cocci, e le pentole fesse, i campanacci del beccaio e gli zufoli di canna, a fare il baccano e un casa del diavolo sino a mezzanotte, talché la Vespa l'indomani s'alzò più verde del solito, e se la prese con quella canaglia della Santuzza, nella taverna della quale s'era macchinata tutta quella birbonata, per gelosia che lei se l'era trovato il marito, onde stare in grazia di Dio, mentre le altre erano sempre nel peccato mortale, e facevano mille porcherie, sotto l'abitino della Madonna.
La gente gli rideva sul muso allo zio Crocifisso, come lo vide sposo sulla piazza, vestito di nuovo, e giallo come un morto, dalla paura che gli aveva fatto la Vespa con quel vestito nuovo che costava denari.
La Vespa era sempre a spendere e spandere, che se l'avessero lasciata fare avrebbe vuotato il sacco in una settimana; e diceva che la padrona adesso era lei, tanto che tutti i giorni c'era il diavolo dallo zio Crocifisso.
Sua moglie gli piantava le unghie sulla faccia, e gli gridava che voleva aver le chiavi lei, e non voleva star sempre a desiderare un pezzo di pane e un fazzoletto nuovo peggio di prima; perché se avesse saputo quel che le doveva venire dal matrimonio, con quel bel marito che le era toccato, si sarebbe tenuta la chiusa e la medaglia di Figlia di Maria, piuttosto; già, tanto e tanto avrebbe potuto portarla ancora, la medaglia di Figlia di Maria! E lui strillava che era rovinato; che non era più padrone del fatto suo; che v'era tuttora il colèra in casa, e volevano farlo morire di crepacuore prima del tempo, per scialacquarsi allegramente la roba che egli aveva stentato tanto a raggranellare! Lui pure, se avesse saputo tutto questo, avrebbe mandato al diavolo la chiusa e la moglie; ché già lui di moglie non ne aveva bisogno, e l'avevano preso per il collo, facendogli credere che la Vespa avesse acchiappato Brasi Cipolla, e stesse per scappargli insieme alla chiusa, maledetta chiusa!
Giusto in quel punto si seppe che Brasi Cipolla s'era lasciato rubare dalla Mangiacarrubbe, come un bietolone, e padron Fortunato li andava cercando per la sciara, e pel vallone, e sotto il ponte, colla schiuma alla bocca, giurando e spergiurando che se li trovava voleva dar loro tante di quelle pedate, e farsi venire le orecchie di suo figlio nelle mani.
Lo zio Crocifisso a quel discorso si cacciava le mani nei capelli anche lui, e diceva che la Zuppidda l'aveva rovinato a non rapire Brasi una settimana prima.
- Questa è stata la volontà di Dio! andava dicendo picchiandosi il petto; la volontà di Dio è stata che io m'avessi a pigliar la Vespa per castigo dei miei peccati! - E dei peccati doveva avercene grossi assai, perché la Vespa gli avvelenava il pane in bocca, e gli faceva soffrire le pene del purgatorio, notte e giorno.
Per giunta poi si vantava di essergli fedele, che non avrebbe guardato in faccia un cristiano, fosse giovane e bello come 'Ntoni Malavoglia o Vanni Pizzuto, per tutto l'oro del mondo; mentre gli uomini le ronzavano sempre attorno a tentarla come ci avesse il miele nelle gonnelle.
- Se fosse vero andrei a chiamarglielo io stesso colui! borbottava lo zio Crocifisso; - purché me la levasse davanti! E diceva pure che avrebbe pagato qualche cosa a Vanni Pizzuto o a 'Ntoni Malavoglia perché gli facessero le corna, giacché 'Ntoni faceva quel mestiere.
- Allora potrei mandarla via quella strega che mi son cacciata in casa!
Ma 'Ntoni il mestiere lo faceva dove era grasso, e ci mangiava e beveva, che era un piacere a vederlo.
Ora portava la testa alta, e se la rideva se il nonno gli diceva qualche parola a bassa voce; adesso era il nonno che si faceva piccino, quasi il torto fosse suo.
'Ntoni diceva che se non lo volevano in casa sapeva dove andare a dormire, nella stalla della Santuzza; e già non spendevano nulla a casa sua per dargli da mangiare.
Padron 'Ntoni, e Alessi, e Mena, tutto quello che buscavano colla pesca, col telaio, al lavatoio, e con tutti gli altri mestieri, potevano metterlo da parte, per quella famosa barca di san Pietro, colla quale si guadagnava di rompersi le braccia tutti i giorni per un rotolo di pesce, o per la casa del nespolo, nella quale si sarebbe andati a crepare allegramente di fame! tanto lui un soldo non l'avrebbe voluto; povero diavolo per povero diavolo, preferiva godersi un po' di riposo, finché era giovane, e non abbaiava la notte come il nonno.
Il sole c'era lì per tutti, e l'ombra degli ulivi per mettersi al fresco, e la piazza per passeggiare, e gli scalini della chiesa per stare a chiacchierare, e lo stradone per veder passare la gente e sentir le notizie, e l'osteria per mangiare e bere cogli amici.
Poi quando gli sbadigli vi rompevano le mascelle, si giocava alla mora, o a briscola; e quando infine si aveva sonno, ci era lì la chiusa dove pascevano i montoni di compare Naso, per sdraiarsi a dormire il giorno, o la stalla di comare suor Mariangela quand'era notte.
- Che non ti vergogni di fare questa vita? gli disse alfine il nonno, il quale era venuto apposta a cercarlo colla testa bassa e tutto curvo; e piangeva come un fanciullo nel dir così, tirandolo per la manica dietro la stalla della Santuzza, perché nessuno li vedesse.
- E alla tua casa non ci pensi? e ai tuoi fratelli non ci pensi? Oh, se fossero qui tuo padre e la Longa! 'Ntoni! 'Ntoni!...
- Ma voi altri ve la passate forse meglio di me a lavorare, e ad affannarvi per nulla? È la nostra mala sorte infame! ecco cos'è! Vedete come siete ridotto, che sembrate un arco di violino, e sino a vecchio avete fatto sempre la stessa vita! Ora che ne avete? Voi altri non conoscete il mondo, e siete come i gattini cogli occhi chiusi.
E il pesce che pescate ve lo mangiate voi? Sapete per chi lavorate, dal lunedì al sabato, e vi siete ridotto a quel modo che non vi vorrebbero neanche all'ospedale? per quelli che non fanno nulla, e che hanno denari a palate lavorate!
- Ma tu non ne hai denari, né io ne ho! Non ne abbiamo avuti mai, e ci siamo guadagnato il pane come vuol Dio; è per questo che bisogna darsi le mani attorno, a guadagnarli, se no si muore di fame.
- Come vuole il diavolo, volete dire! Che è tutta opera di Satanasso la nostra disgrazia! Ora sapete quel che ci aspetta, quando non potrete più darvele attorno le mani, perché i reumatismi le avranno ridotte come una radica di vite? Vi aspetta il vallone sotto il ponte per andare a creparvi.
- No! no! esclamò il vecchio tutto giulivo, e gettandogli al collo le braccia rattratte come radiche di vite.
I denari per la casa ci son già, e se tu ci aiuti...
- Ah! la casa del nespolo! Credete che sia il più bel palazzo del mondo, voi che non avete visto altro?
- Lo so che non è il più bel palazzo del mondo.
Ma non dovresti dirlo tu che ci sei nato, tanto più che tua madre non ci è morta.
- Nemmeno mio padre non ci è morto.
Il nostro mestiere è di lasciare la pelle laggiù, in bocca ai pescicani.
Almeno, finché non ce la lascio, voglio godermi quel po' di bene che posso trovare, giacché è inutile logorarmi la pelle per niente! E poi? quando avrete la casa? e quando avrete la barca? E poi? e la dote di Mena? e la dote di Lia?...
Ah! sangue di Giuda ladro! che malasorte è la nostra!
Il vecchio se ne andò desolato, scuotendo il capo, col dorso curvo, ché le parole amare del nipote l'avevano schiacciato peggio di un pezzo di scoglio piombatogli sulla schiena.
Adesso non aveva più coraggio per nulla, gli cascavano le braccia, e aveva voglia di piangere.
Non poteva pensare ad altro, se non che Bastianazzo e Luca non ci avevano mai avuto pel capo quelle cose che ci aveva 'Ntoni, e avevano sempre fatto senza lamentarsi quello che dovevano fare; e mulinava pure che era inutile pensare alla dote di Mena, e di Lia, giacché non ci sarebbero arrivati mai.
La povera Mena pareva che lo sapesse anche lei, tanto era avvilita.
Le vicine ora tiravano di lungo dinanzi alla porta dei Malavoglia, come durasse il colèra, e la lasciavano sola, accanto alla sorella col fazzoletto colle rose, o insieme alla Nunziata, e alla cugina Anna, quando esse facevano la carità di venire a cianciare un po'; giacché la cugina Anna ci aveva anche lei, poveretta, quell'ubbriacone di Rocco, e oramai tutti lo sapevano; e la Nunziata era troppo piccola quando quel bel mobile di suo padre l'aveva piantata per andarsene a cercare fortuna altrove.
Le poverette s'intendevano fra di loro appunto per questo, quando discorrevano a bassa voce, col capo chino,