LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 42
...
.
Per riavere subito l'amore di Carla, io ben volentieri avrei attribuiti a mia moglie molti altri delitti, ma non si poteva perché, da un anno circa, io con la mia amante non facevo altro che portarla ai sette cieli.
Mi salvai altrimenti.
Fui preso io stesso da una grande emozione che mi spinse le lagrime agli occhi.
Mi pareva di poter legittimamente commiserarmi.
Senza volerlo, m'ero gettato in un ginepraio in cui mi sentivo infelicissimo.
Quella confusione fra Ada e Augusta era insopportabile.
La verità era che mia moglie non era tanto bella e che Ada (era di lei che Carla si prendeva di tanta compassione) aveva avuti dei grandi torti verso di me.
Perciò Carla era veramente ingiusta nel giudicarmi.
Le mie lacrime resero Carla piú mite:
- Dario caro! Come mi fanno bene le tue lacrime! Dev'esserci stato qualche malinteso fra voi due e importa ora di chiarirlo.
Io non voglio giudicarti troppo severamente, ma io non tradirò mai piú quella donna, né voglio essere io la causa delle sue lacrime.
L'ho giurato!
Ad onta del giuramento essa finí col tradirla per l'ultima volta.
Avrebbe voluto dividersi da me per sempre con un ultimo bacio, ma io quel bacio lo accordavo in un'unica forma, altrimenti me ne sarei andato pieno di rancore.
Perciò essa si rassegnò.
Mormoravamo ambedue:
- Per l'ultima volta!
Fu un istante delizioso.
Il proposito fatto a due aveva un'efficacia che cancellava qualsiasi colpa.
Eravamo innocenti e beati! Il mio benevolo destino m'aveva riservato un istante di felicità perfetta.
Mi sentivo tanto felice che continuai la commedia fino al momento di dividerci.
Non ci saremmo visti mai piú.
Essa rifiutò la busta che portavo sempre nella mia tasca e non volle neppure un ricordo mio.
Bisognava cancellare dalla nostra nuova vita ogni traccia dei trascorsi passati.
Allora la baciai volentieri paternamente sulla fronte com'essa aveva voluto prima.
Poi, sulle scale, ebbi un'esitazione perché la cosa si faceva un poco troppo seria mentre se avessi saputo ch'essa la dimane sarebbe stata tuttavia a mia disposizione, il pensiero al futuro non mi sarebbe venuto cosí presto.
Essa, dal suo pianerottolo, mi guardava scendere ed io, un po' ridendo, le gridai:
- A domani!
Essa si ritrasse sorpresa e quasi spaventata e si allontanò dicendo:
- Mai piú!
Io mi sentii tuttavia sollevato di aver osato di dire la parola che poteva avviarmi ad un altro ultimo abbraccio quando l'avrei desiderato.
Privo di desiderii e privo d'impegni, passai tutta una bella giornata con mia moglie eppoi nell'ufficio di Guido.
Devo dire che la mancanza d'impegni m'avvicinava a mia moglie e a mia figlia.
Ero per loro qualche cosa piú del solito: non solo gentile, ma un vero padre che dispone e comanda serenamente, tutta la mente rivolta alla sua casa.
Andando a letto mi dissi in forma di proponimento:
- Tutte le giornate dovrebbero somigliare a questa.
Prima di addormentarsi, Augusta sentí il bisogno di confidarmi un grande segreto: essa lo aveva saputo dalla madre quel giorno stesso.
Alcuni giorni prima Ada aveva sorpreso Guido mentre abbracciava una loro domestica.
Ada aveva voluto fare la superba, ma poi la fantesca s'era fatta insolente e Ada l'aveva messa alla porta.
Il giorno prima erano stati ansiosi di sentire come Guido avrebbe presa la cosa.
Se si fosse lagnato, Ada avrebbe domandata la separazione.
Ma Guido aveva riso e protestato che Ada non aveva visto bene; però non aveva niente in contrario che, anche innocente, quella donna, per cui diceva di sentire una sincera antipatia, fosse stata allontanata di casa.
Pareva che ora le cose si fossero appianate.
A me importava di sapere se Ada avesse avute le traveggole quando aveva sorpreso il marito in quella posizione.
C'era ancora la possibilità di un dubbio? Perché bisognava ricordare che quando due s'abbracciano, hanno tutt'altra posizione che quando l'una netta le scarpe dell'altro.
Ero di ottimo umore.
Sentivo persino il bisogno di dimostrarmi giusto e sereno nel giudicare Guido.
Ada era certamente di carattere geloso e poteva avvenire ch'essa avesse viste diminuite le distanze e spostate le persone.
Con voce accorata Augusta mi disse ch'essa era sicura che Ada aveva visto bene e che ora per troppo affetto giudicava male.
Aggiunse:
- Essa avrebbe fatto ben meglio di sposare te!
Io, che mi sentivo sempre piú innocente, le regalai la frase:
- Sta a vedere se io avrei fatto un miglior affare sposando lei invece di te!
Poi, prima d'addormentarmi, mormorai:
- Una bella canaglia! Insudiciare cosí la propria casa!
Ero abbastanza sincero di rimproverargli esattamente quella parte della sua azione ch'io non avevo da rimproverare a me stesso.
La mattina appresso io mi levai col desiderio vivo che almeno quella prima giornata avesse a somigliare esattamente a quella precedente.
Era probabile che i proponimenti deliziosi del giorno prima non avrebbero impegnata Carla piú di me, ed io me ne sentivo del tutto libero.
Erano stati troppo belli per essere impegnativi.
Certo l'ansia di sapere quello che ne pensasse Carla mi faceva correre.
Il mio desiderio sarebbe stato di trovarla pronta per un altro proponimento.
La vita sarebbe corsa via, ricca bensí di godimenti, ma anche piú di sforzi per migliorarsi, ed ogni mio giorno sarebbe stato dedicato in gran parte al bene ed in piccolissima al rimorso.
L'ansia c'era, perché in tutto quell'anno per me tanto ricco di propositi, Carla non ne aveva avuto che uno: dimostrare di volermi bene.
L'aveva mantenuto e c'era una certa difficoltà d'inferirne se ora le sarebbe stato facile di tenere il nuovo proposito che rompeva il vecchio.
Carla non c'era a casa.
Fu una grande disillusione e mi morsi le dita dal dispiacere.
La vecchia mi fece entrare in cucina.
Mi raccontò che Carla sarebbe ritornata prima di sera.
Le aveva detto che avrebbe mangiato fuori e perciò su quel focolare non c'era neppure quel piccolo fuoco che vi ardeva di solito:
- Lei non lo sapeva? - mi domandò la vecchia facendo gli occhi grandi per la sorpresa.
Pensieroso e distratto, mormorai:
- Ieri lo sapevo.
Non ero però sicuro che la comunicazione di Carla valesse proprio per oggi.
Me ne andai dopo di aver salutato gentilmente.
Digrignavo i denti, ma di nascosto.
Ci voleva del tempo per darmi il coraggio di arrabbiarmi pubblicamente.
Entrai nel Giardino Pubblico e vi passeggiai per una mezz'ora per prendermi il tempo d'intendere meglio le cose.
Erano tanto chiare che non ci capivo piú niente.
Tutt'ad un tratto, senz'alcuna pietà, venivo costretto di tenere un proposito simile.
Stavo male, realmente male.
Zoppicavo e lottavo anche con una specie di affanno.
Ho la sensazione che se non stessi attento, morrei soffocato.
A quell'ora avrei dovuto andare al mio ufficio o meglio a quello di Guido.
Ma non era possibile di allontanarmi cosí da quel posto.
Che cosa avrei fatto poi? Ben dissimile era questa dalla giornata precedente! Almeno avessi conosciuto l'indirizzo di quel maledetto maestro che a forza di cantare a mie spese m'aveva portata via la mia amante.
Finii col ritornare dalla vecchia.
Avrei trovata una parola da mandare a Carla per indurla a rivedermi.
Già il piú difficile era di averla al piú presto a tiro.
Il resto non avrebbe offerto delle grandi difficoltà.
Trovai la vecchia seduta accanto ad una finestra della cucina intenta a rammendare una calza.
Essa si levò gli occhiali e, quasi timorosa, mi mandò uno sguardo interrogatore.
Io esitai! Poi le domandai:
- Lei sa che Carla ha deciso di sposare il Lali?
A me pareva di raccontare tale nuova a me stesso.
Carla me l'aveva detta ben due volte, ma io il giorno prima vi avevo fatta poca attenzione.
Quelle parole di Carla avevano colpito l'orecchio e ben chiaramente perché ve le avevo ritrovate, ma erano scivolate via senza penetrare oltre.
Adesso appena arrivavano ai visceri che si contorcevano dal dolore.
La vecchia mi guardò anch'essa esitante.
Certamente aveva paura di commettere delle indiscrezioni che avrebbero potuto esserle rimproverate.
Poi scoppiò, tutta gioia evidente:
- Glielo ha detto Carla? Allora dovrebbe essere cosí! Io credo che farebbe bene! Che cosa gliene sembra a lei?
Ora rideva di gusto, la maledetta vecchia, che io avevo sempre creduto informata dei miei rapporti con Carla.
L'avrei picchiata volentieri, ma poi mi limitai a dire che prima avrei atteso che il maestro si facesse una posizione.
A me, insomma, pareva che la cosa fosse precipitata.
Nella sua gioia la signora divenne per la prima volta loquace con me.
Non era del mio parere.
Quando ci si sposava da giovani, si doveva fare la carriera dopo di essersi sposati.
Perché occorreva farla prima? Carla aveva cosí pochi bisogni.
La sua voce, ora, sarebbe costata meno, visto che nel marito avrebbe avuto il maestro.
Queste parole che potevano significare un rimprovero alla mia avarizia, mi diedero un'idea che mi parve magnifica e che per il momento mi sollevò.
Nel plico che portavo sempre nella mia tasca di petto, doveva esserci oramai un bell'importo.
Lo trassi di tasca, lo chiusi e lo consegnai alla vecchia perché lo desse a Carla.
Avevo forse anche il desiderio di pagare finalmente in modo decoroso la mia amante, ma il desiderio piú forte era di rivederla e riaverla.
Carla m'avrebbe rivisto tanto nel caso in cui avesse voluto restituirmi il denaro quanto in quello in cui le fosse stato comodo di tenerlo, perché allora avrebbe sentito il bisogno di ringraziarmi.
Respirai: tutto non era ancora finito per sempre!
Dissi alla vecchia che la busta conteneva poco denaro residuo di quello consegnatomi per loro dagli amici del povero Copler.
Poi, molto rasserenato, mandai a dire a Carla che io restavo il suo buon amico per tutta la vita e che, se essa avesse avuto bisogno di un appoggio, avrebbe potuto rivolgersi liberamente a me.
Cosí potei mandarle il mio indirizzo ch'era quello dell'ufficio di Guido.
Partii con un passo molto piú elastico di quello che m'aveva condotto colà.
Ma quel giorno ebbi un violento litigio con Augusta.
Si trattava di cosa da poco.
Io dicevo che la minestra era troppo salata ed essa pretendeva di no.
Ebbi un accesso folle d'ira perché mi sembrava ch'essa mi deridesse e trassi a me con violenza la tovaglia cosí che tutte le stoviglie dalla tavola volarono a terra.
La piccina ch'era in braccio della bambinaia si mise a strillare, ciò che mi mortificò grandemente perché la piccola bocca sembrava mi rimproverasse.
Augusta impallidí come sapeva impallidire lei, prese la fanciulla in braccio e uscí.
A me parve che anche il suo fosse un eccesso: mi avrebbe ora lasciato mangiare solo come un cane? Ma subito essa, senza la bambina, rientrò, riapparecchiò la tavola, sedette dinanzi al proprio piatto nel quale mosse il cucchiaio come se avesse voluto accingersi a mangiare.
Io, fra me e me, bestemmiavo, ma già sapevo d'essere stato un giocattolo in mano di forze sregolate della natura.
La natura che non trovava difficoltà nell'accumularle, ne trovava ancor meno nello scatenarle.
Le mie bestemmie andavano ora contro Carla che fingeva di agire solo a vantaggio di mia moglie.
Ecco come me l'aveva conciata!
Augusta, per un sistema cui rimase fedele fino ad oggi, quando mi vede in quelle condizioni, non protesta, non piange, non discute.
Quand'io mitemente mi misi a domandarle scusa, essa volle spiegare una cosa: non aveva riso, aveva soltanto sorriso nello stesso modo che m'era piaciuto tante volte e che tante volte avevo vantato.
Mi vergognai profondamente.
Supplicai che la bambina fosse portata subito con noi e quando l'ebbi fra le mie braccia, lungamente giuocai con lei.
Poi la feci sedere sulla mia testa e sotto la sua vesticciuola che mi copriva la faccia, asciugai i miei occhi che s'erano bagnati delle lacrime che Augusta non aveva sparse.
Giuocavo con la bambina, sapendo che cosí, senz'abbassarmi a fare delle scuse, mi riavvicinavo ad Augusta e infatti le sue guancie avevano già riacquistato il loro colore consueto.
Poi anche quella giornata finí molto bene e il pomeriggio somigliò a quello precedente.
Era proprio la stessa cosa come se alla mattina avessi trovata Carla al solito posto.
Non m'era mancato lo sfogo.
Avevo ripetutamente domandato scusa perché dovevo indurre Augusta di ritornare al suo sorriso materno quando dicevo o facevo delle bizzarrie.
Guai se avesse dovuto forzarsi ad avere in mia presenza un dato contegno o se avesse dovuto sopprimere anche uno dei soliti suoi sorrisi affettuosi che mi parevano il giudizio piú completo e benevolo che si potesse dare su me.
Alla sera riparlammo di Guido.
Pareva che la sua pace con Ada fosse completa.
Augusta si meravigliava della bontà di sua sorella.
Questa volta però toccava a me di sorridere perché era evidente ch'ella non ricordava la propria bontà che era enorme.
Le domandai:
- E se io insudiciassi la nostra casa, non mi perdoneresti? - Ella esitò:
- Noi abbiamo la nostra bambina, - esclamò - mentre Ada non ha dei figliuoli che la leghino a quell'uomo.
Ella non amava Guido; penso talvolta che gli tenesse rancore perché m'aveva fatto soffrire.
Pochi mesi dopo, Ada regalò a Guido due gemelli e Guido non comprese mai perché gli facessi delle congratulazioni tanto calorose.
Ecco che avendo dei figlioli, anche secondo il giudizio di Augusta, le serve di casa potevano essere sue senza pericolo per lui.
Alla mattina seguente, però, quando in ufficio trovai sul mio tavolo una busta al mio indirizzo scritto da Carla, respirai.
Ecco che niente era finito e che si poteva continuare a vivere munito di tutti gli elementi necessarii.
In brevi parole Carla mi dava un appuntamento per le undici della mattina al Giardino Pubblico, all'ingresso posto di faccia alla sua casa.
Ci saremmo trovati non nella sua stanza, ma tuttavia in un posto vicinissimo alla stessa.
Non seppi aspettare e arrivai all'appuntamento un quarto d'ora prima.
Se Carla non fosse stata al posto indicato, io mi sarei recato dritto dritto a casa sua, ciò che sarebbe stato ben piú comodo.
Anche quella era una giornata pregna della nuova primavera dolce e luminosa.
Quando abbandonai la rumorosa Corsia Stadion ed entrai nel giardino, mi trovai nel silenzio della campagna che non si può dire interrotto dal lieve, continuo stormire delle piante lambite dalla brezza.
Con passo celere m'avviavo ad uscire dal giardino quando Carla mi venne incontro.
Aveva in mano la mia busta e mi si avvicinava senza un sorriso di saluto, anzi con una rigida decisione sulla faccina pallida.
Portava un semplice vestito di tela dal tessuto grosso traversato da striscie azzurre, che le stava molto bene.
Pareva anch'essa una parte del giardino.
Piú tardi, nei momenti in cui piú la odiai, le attribuii l'intenzione di essersi vestita cosí per rendersi piú desiderabile nel momento stesso in cui mi si rifiutava.
Era invece il primo giorno di primavera che la vestiva.
Bisogna anche ricordare che nel mio lungo ma brusco amore, l'adornamento della mia donna aveva avuto piccolissima parte.
Io ero sempre andato direttamente a quella sua stanza da studio, e le donne modeste sono proprio molto semplici quando restano in casa.
Essa mi porse la mano ch'io strinsi dicendole:
- Ti ringrazio di essere venuta!
Come sarebbe stato piú decoroso per me se durante tutto quel colloquio io fossi rimasto cosí mite!
Carla pareva commossa e, quando parlava, una specie di convulso le faceva tremare le labbra.
Talvolta anche nel cantare quel movimento delle labbra le impediva la nota.
Mi disse:
- Vorrei compiacerti e accettare da te questo denaro, ma non posso, assolutamente non posso.
Te ne prego, riprendilo.
Vedendola vicina alle lacrime, subito la compiacqui prendendo la busta che mi ritrovai poi in mano, lungo tempo dopo di aver abbandonato quel luogo.
- Veramente non ne vuoi piú sapere di me?
Feci questa domanda non pensando ch'essa vi aveva risposto il giorno prima.
Ma era possibile che, desiderabile come la vedevo, essa si contendesse a me?
- Zeno! - rispose la fanciulla con qualche dolcezza, - non avevamo noi promesso che non ci saremmo rivisti mai piú? In seguito a quella nostra promessa ho assunti degl'impegni che somigliano a quelli che tu avevi già prima di conoscermi.
Sono altrettanto sacri dei tuoi.
Io spero che a quest'ora tua moglie si sarà accorta che sei tutto suo.
Nel suo pensiero continuava dunque ad avere importanza la bellezza di Ada.
Se io fossi stato sicuro che il suo abbandono era causato da lei, avrei avuto il modo di correre al riparo.
Le avrei fatto sapere che Ada non era mia moglie e le avrei fatto vedere Augusta col suo occhio sbilenco e la sua figura di balia sana.
Ma non erano oramai piú importanti gl'impegni presi da lei? Bisognava discutere quelli.
Cercai di parlare calmo mentre anche a me le labbra tremavano, ma dal desiderio.
Le raccontai che ancora ella non sapeva quanto mia essa fosse e come non avesse piú il diritto di disporre di sé.
Nella mia testa si moveva la prova scientifica di quanto volevo dire, cioè quel celebre esperimento di Darwin su una cavalla araba, ma, grazie al Cielo, sono quasi sicuro di non averne parlato.
Devo però aver parlato di bestie e della loro fedeltà fisica, in un balbettio senza senso.
Abbandonai poi gli argomenti piú difficili che non erano accessibili né a lei né a me in quel momento e dissi: - Quali impegni puoi avere presi? E quale importanza possono avere in confronto a un affetto come quello che ci legò per piú di un anno?
L'afferrai rudemente per la mano sentendo il bisogno di un atto energico, non trovando nessuna parola che sapesse supplirvi.
Essa si levò con tanta energia dalla mia stretta come se fosse stata la prima volta ch'io mi fossi permessa una cosa simile.
- Mai - disse con l'atteggiamento di chi giura - ho preso un impegno piú sacro! L'ho preso con un uomo che a sua volta ne assunse uno identico verso di me.
Non v'era dubbio! Il sangue che le colorí improvvisamente le guancie vi era spinto dal rancore per l'uomo che verso di lei non aveva assunto alcun impegno.
E si spiegò anche meglio:
- Ieri abbiamo camminato per le strade, uno a braccio dell'altra in compagnia di sua madre.
Era evidente che la mia donna correva via, sempre piú lontano da me.
Io le corsi dietro follemente, con certi salti simili a quelli di un cane cui venga conteso un saporito pezzo di carne.
Ripresi la sua mano con violenza:
- Ebbene, - proposi - camminiamo cosí, tenendoci per mano, traverso tutta la città.
In questa posizione insolita, per farci meglio osservare, passiamo la Corsia Stadion eppoi i volti di Chiozza e giú giú traverso il Corso fino a Sant'Andrea per ritornare alla camera nostra per tutt'altra parte, perché tutta la città ci veda.
Ecco che per la prima volta rinunziavo ad Augusta! E mi parve una liberazione perché era dessa che voleva togliermi Carla.
Essa si tolse di nuovo alla mia stretta e disse seccamente:
- Sarebbe circa la stessa via che abbiamo fatta noi ieri!
Saltai ancora:
- Ed egli sa, sa tutto? Sa che anche ieri fosti mia?
- Sí - essa disse con orgoglio.
- Egli sa tutto, tutto.
Mi sentivo perduto e nella mia rabbia, simile al cane che, quando non può piú raggiungere il boccone desiderato, addenta le vesti di chi glielo contende, dissi:
- Questo tuo sposo ha uno stomaco eccellente.
Oggi digerisce me e domani potrà digerire tutto ciò che vorrai.
Non sentivo l'esatto suono delle mie parole.
Sapevo di gridare dal dolore.
Essa ebbe invece un'espressione d'indignazione di cui non avrei creduto capace il suo occhio bruno e mite di gazzella:
- A me lo dici? E perché non hai il coraggio di dirlo a lui?
Mi volse le spalle e con passo celere s'avviò verso l'uscita.
Io già avevo rimorso delle parole dette, offuscato però dalla grande sorpresa che oramai mi fosse interdetto di trattare Carla con meno dolcezza.
Quella mi teneva inchiodato al posto.
La piccola figurina azzurra e bianca, con un passo breve e celere, raggiungeva già l'uscita, quando mi decisi di correrle dietro.
Non sapevo quello che le avrei detto, ma era impossibile che ci si separasse cosí.
La fermai al portone di casa sua e le dissi solo sinceramente il grande dolore di quel momento:
- Ci separeremo proprio cosí, dopo tanto amore?
Essa procedette oltre senza rispondermi ed io la seguii anche sulle scale.
Poi mi guardò con quel suo occhio nemico:
- Se lei vuol vedere il mio sposo, venga con me.
Non lo sente? È lui che suona il piano.
Sentii appena allora le note sincopate del «Saluto» dello Schubert ridotto dal Liszt.
Quantunque dalla mia infanzia io non abbia maneggiata né una sciabola né un bastone, io non sono un uomo pauroso.
Il grande desiderio che m'aveva commosso fino ad allora, era improvvisamente sparito.
Del maschio non restava in me che la combattività.
Avevo domandato imperiosamente una cosa che non mi competeva.
Per diminuire il mio errore adesso bisognava battersi, perché altrimenti il ricordo di quella donna che minacciava di farmi punire dal suo sposo, sarebbe stato atroce.
- Ebbene! - le dissi.
- Se lo permetti vengo con te.
Mi batteva il cuore non per paura, ma per il timore di non comportarmi bene.
Continuai a salire accanto a lei.
Ma improvvisamente essa si fermò, s'appoggiò al muro e si mise a piangere senza parole.
Lassú continuavano ad echeggiare le note del «Saluto» su quel pianoforte che io avevo pagato.
Il pianto di Carla rese quel suono molto commovente.
- Io farò quello che vuoi! Vuoi che me ne vada? - domandai.
- Sí, - disse essa appena capace di articolare quella breve parola.
- Addio! - le dissi.
- Giacché lo vuoi, addio per sempre!
Scesi lentamente le scale, fischiettando anch'io il «Saluto» di Schubert.
Non so se sia stata un'illusione, ma a me parve ch'essa mi chiamasse:
- Zeno!
In quel momento essa avrebbe potuto chiamarmi anche con quello strano nome di Dario ch'essa sentiva quale un vezzeggiativo e non mi sarei fermato.
Avevo un grande desiderio di andarmene e ritornavo anche una volta, puro, ad Augusta.
Anche il cane cui a forza di pedate si impedisce l'approccio alla femmina, corre via purissimo, per il momento.
Quando il giorno dopo fui ridotto nuovamente allo stato in cui m'ero trovato al momento d'avviarmi al Giardino Pubblico, mi parve semplicemente di essere stato un vigliacco: essa m'aveva chiamato sebbene non col nome dell'amore, ed io non avevo risposto! Fu il primo giorno di dolore cui seguirono molti altri di desolazione amara.
Non comprendendo piú perché mi fossi allontanato cosí, mi attribuivo la colpa di aver avuto paura di quell'uomo o paura dello scandalo.
Avrei ora nuovamente accettata qualunque compromissione, come quando avevo proposto a Carla quella lunga passeggiata traverso alla città.
Avevo perduto un momento favorevole e sapevo benissimo che certe donne ne hanno per una volta sola.
A me sarebbe bastata quella sola volta.
Decisi subito di scrivere a Carla.
Non m'era possibile di lasciar trascorrere neppure un solo giorno di piú senza fare un tentativo per riavvicinarmi a lei.
Scrissi e riscrissi quella lettera per mettere in quelle poche parole tutto l'accorgimento di cui ero capace.
La riscrissi tante volte anche perché lo scriverla era un grande conforto per me; era lo sfogo di cui abbisognavo.
Le domandavo perdono per l'ira che le avevo dimostrata, asserendo che il grande mio amore abbisognava di tempo per calmarsi.
Aggiungevo: «Ogni giorno che passa m'apporta un altro briciolo di calma» e scrissi questa frase tante volte sempre digrignando i denti.
Poi le dicevo che non sapevo perdonarmi le parole che le avevo dirette e sentivo il bisogno di domandarle scusa.
Io non potevo, purtroppo, offrirle quello che il Lali le offriva e di cui ella era tanto degna.
Io mi figuravo che la lettera avrebbe avuto un grande effetto.
Giacché il Lali sapeva tutto, Carla gliel'avrebbe fatta vedere e per il Lali avrebbe potuto esser vantaggioso di avere un amico della mia qualità.
Sognai persino che ci si sarebbe potuti avviare a una dolce vita a tre, perché il mio amore era tale che per il momento io avrei vista raddolcita la mia sorte se mi fosse stato permesso di fare anche solo la corte a Carla.
Il terzo giorno ricevetti da lei un breve biglietto.
Non vi venivo invocato affatto né come Zeno né come Dario.
Mi diceva soltanto: «Grazie! Sia anche lei felice con la consorte Sua, tanto degna di ogni bene!».
Parlava di Ada, naturalmente.
Il momento favorevole non aveva continuato e dalle donne non continua mai se non lo si ferma prendendole per le treccie.
Il mio desiderio si condensò in una bile furiosa.
Non contro Augusta! L'animo mio era tanto pieno di Carla che ne avevo rimorso e mi costringevo con Augusta ad un sorriso ebete, stereotipato, che a lei pareva autentico.
Ma dovevo fare qualche cosa.
Non potevo mica aspettare e soffrire cosí ogni giorno! Non volevo piú scriverle.
La carta scritta per le donne ha troppo poca importanza.
Bisognava trovare di meglio.
Senza un proposito esatto, m'avviai di corsa al Giardino Pubblico.
Poi, molto piú lentamente, alla casa di Carla e, giunto a quel pianerottolo, bussai alla porta della cucina.
Se ve n'era la possibilità, avrei evitato di vedere il Lali, ma non mi sarebbe dispiaciuto d'imbattermi in lui.
Sarebbe stata la crisi di cui sentivo di aver bisogno.
La vecchia signora, come al solito, era al focolare su cui ardevano due grandi fuochi.
Fu stupita al vedermi, ma poi rise da quella buona innocente ch'essa era.
Mi disse:
- Mi fa piacere di vederla! Era tanto abituata lei di vederci ogni giorno, che si capisce non le riesca di evitarci del tutto.
Mi fu facile di farla ciarlare.
Mi raccontò che gli amori di Carla con Vittorio erano grandi.
Quel giorno lui e la madre venivano a desinare da loro.
Aggiunse ridendo: - Presto egli finirà con l'indurla ad accompagnarlo persino alle tante lezioni di canto cui egli è obbligato ogni giorno.
Non sanno restar divisi neppure per brevi istanti.
Sorrideva di quella felicità, maternamente.
Mi raccontò che di lí a poche settimane si sarebbero sposati.
Avevo un cattivo sapore in bocca, e quasi mi sarei avviato alla porta per andarmene.
Poi mi trattenni sperando che la ciarla della vecchia avrebbe potuto suggerirmi qualche buona idea o darmi qualche speranza.
L'ultimo errore, ch'io avevo commesso con Carla, era stato proprio di correre via prima di avere studiato tutte le possibilità che potevano essermi offerte.
Per un istante credetti anche di avere la mia idea.
Domandai alla vecchia se proprio avesse deciso di fare da serva alla figlia fino alla propria morte.
Le dissi ch'io sapevo che Carla non era molto dolce con lei.
Essa continuò a lavorare assiduamente accanto al focolare, ma stava a sentirmi.
Fu di un candore ch'io non meritavo.
Si lagnò di Carla che perdeva la pazienza per cose da niente.
Si scusava:
- Certamente io divento ogni giorno piú vecchia e dimentico tutto.
Non ne ho colpa!
Ma sperava che adesso le cose sarebbero andate meglio.
I malumori di Carla sarebbero diminuiti, ora ch'era felice.
Eppoi Vittorio, da bel principio, s'era messo a dimostrarle un grande rispetto.
Infine, sempre intenta a foggiare certe forme con un intruglio di pasta e di frutta, aggiunse:
- È mio dovere di restare con mia figlia.
Non si può fare altrimenti.
Con una certa ansia tentai di convincerla.
Le dissi che poteva benissimo liberarsi da tanta schiavitú.
Non c'ero io? Avrei continuato a passarle il mensile che fino ad allora avevo concesso a Carla.
Io volevo oramai mantenere qualcuno! Volevo tenere con me la vecchia che mi pareva parte della figlia.
La vecchia mi manifestò la sua riconoscenza.
Ammirava la mia bontà, ma si mise a ridere all'idea che le si potesse proporre di lasciare la figlia.
Era una cosa che non si poteva pensare.
Ecco una dura parola che andò a battere contro la mia fronte che si curvò! Ritornavo a quella grande solitudine dove non c'era Carla e neppure visibile una via che conducesse a lei.
Ricordo che feci un ultimo sforzo per illudermi che quella via potesse rimanere almeno segnata.
Dissi alla vecchia, prima di andarmene, che poteva avvenire che di lí a qualche tempo essa fosse di altro umore.
La pregavo allora di voler ricordarsi di me.
Uscendo da quella casa ero pieno di sdegno e di rancore, proprio come se fossi stato maltrattato quando m'accingevo ad una buona azione.
Quella vecchia m'aveva proprio offeso con quel suo scoppio di riso.
Lo sentivo risonare ancora nelle orecchie e significava non mica solo l'irrisione alla mia ultima proposta.
Non volli andare da Augusta in quello stato.
Prevedevo il mio destino.
Se fossi andato da lei, avrei finito col maltrattarla ed essa si sarebbe vendicata con quel suo grande pallore che mi faceva tanto male.
Preferii di camminare le vie con un passo ritmico che avrebbe potuto avviare ad un poco d'ordine il mio animo.
E infatti l'ordine venne! Cessai di lagnarmi del mio destino e vidi me stesso come se una grande luce m'avesse proiettato intero sul selciato che guardavo.
Io non domandavo Carla, io volevo il suo abbraccio e preferibilmente il suo ultimo abbraccio.
Una cosa ridicola! Mi ficcai i denti nelle labbra per gettare il dolore, cioè un poco di serietà, sulla mia ridicola immagine.
Sapevo tutto di me stesso ed era imperdonabile che soffrissi tanto perché mi veniva offerta una opportunità unica di svezzamento.
Carla non c'era piú proprio come tante volte l'avevo desiderato.
Con tale chiarezza nell'animo, quando poco dopo, in una via eccentrica della città, cui ero pervenuto senz'alcun proposito, una donna imbellettata mi fece un cenno, io corsi senz'esitazione a lei.
Arrivai ben tardi a colazione, ma fui tanto dolce con Augusta ch'essa fu subito lieta.
Non fui però capace di baciare la bimba mia e per varie ore non seppi neppure mangiare.
Mi sentivo ben sudicio! Non finsi alcuna malattia come avevo fatto altre volte per celare e attenuare il delitto e il rimorso.
Non mi pareva di poter trovare conforto in un proposito per l'avvenire, e per la prima volta non ne feci affatto.
Occorsero molte ore per ritornare al ritmo solito che mi traeva dal fosco presente al luminoso avvenire.
Augusta s'accorse che c'era qualche cosa di nuovo in me.
Ne rise:
- Con te non ci si può mai annoiare.
Sei ogni giorno un uomo nuovo.
Sí! Quella donna del sobborgo non somigliava a nessun'altra e io l'avevo in me.
Passai anche il pomeriggio e la sera con Augusta.
Essa era occupatissima ed io le stavo accanto inerte.
Mi pareva di essere trasportato cosí, inerte, da una corrente, una corrente di acqua limpida: la vita onesta della mia casa.
M'abbandonavo a quella corrente che mi trasportava ma non mi nettava.
Tutt'altro! Rilevava la mia sozzura.
Naturalmente nella lunga notte che seguí arrivai al proposito.
Il primo fu il piú ferreo.
Mi sarei procurata un'arma per abbattermi subito quando mi fossi sorpreso avviato a quella parte della città.
Mi fece bene quel proposito e mi mitigò.
Non gemetti mai nel mio letto ed anzi simulai il respiro regolare del dormente.
Cosí ritornai all'antica idea di purificarmi con una confessione a mia moglie, proprio come quand'ero stato in procinto di tradirla con Carla.
Ma era oramai una confessione ben difficile e non per la gravità del misfatto, ma per la complicazione da cui era risultato.
Di fronte a un giudice quale era mia moglie, avrei pur dovuto accampare le circostanze attenuanti e queste sarebbero risultate solo se avessi potuto dire della violenza impensata con cui era stata spezzata la mia relazione con Carla.
Ma allora sarebbe occorso di confessare anche quel tradimento oramai antico.
Era piú puro di questo, ma (chissà?) per una moglie piú offensivo.
A forza di studiarmi arrivai a dei propositi sempre piú ragionevoli.
Pensai di evitare il ripetersi di un trascorso simile affrettandomi ad organizzare un'altra relazione quale quella che avevo perduta e di cui si vedeva avevo bisogno.
Ma anche la donna nuova mi spaventava.
Mille pericoli avrebbero insidiato me e la mia famigliuola.
A questo mondo un'altra Carla non c'era, e con lacrime amarissime la rimpiansi, lei, la dolce, la buona, che aveva persino tentato di amare la donna ch'io amavo e che non vi era riuscita solo perché io le avevo messa dinanzi un'altra donna e proprio quella che non amavo affatto!
7.
Un'associazione
Fu Guido che mi volle con lui nella sua nuova casa commerciale.
Io morivo dalla voglia di farne parte, ma son sicuro di non avergli mai lasciato indovinare tale mio desiderio.
Si capisce che, nella mia inerzia, la proposta di quell'attività in compagnia di un amico, mi fosse simpatica.
Ma c'era dell'altro ancora.
Io non avevo ancora abbandonata la speranza di poter divenire un buon negoziante e mi pareva piú facile di progredire insegnando a Guido, che facendomi insegnare dall'Olivi.
Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.
Per desiderare quell'associazione avevo anche altre ragioni.
Io volevo essere utile a Guido! Prima di tutto gli volevo bene e benché egli volesse sembrare forte e sicuro, a me pareva un inerme abbisognante di una protezione che io volentieri volevo accordargli.
Poi anche nella mia coscienza e non solo agli occhi di Augusta, mi pareva che piú m'attaccavo a Guido e piú chiara risultasse la mia assoluta indifferenza per Ada.
Insomma io non aspettavo che una parola di Guido per mettermi a sua disposizione, e questa parola non venne prima, solo perché egli non mi credeva tanto inclinato al commercio visto che non avevo voluto saperne di quello che mi veniva offerto in casa mia.
Un giorno mi disse:
- Io ho fatta tutta la Scuola Superiore di Commercio, ma pur mi dà un po' di pensiero di dover regolare sanamente tutti quei particolari che garantiscono il sano funzionamento di una casa commerciale.
Sta bene che il commerciante non ha bisogno di saper di nulla, perché se ha bisogno di una bilancia chiama il bilanciaio, se ha bisogno di legge invoca l'avvocato e per la propria contabilità si rivolge ad un contabile.
Ma è ben duro dover consegnare da bel principio la propria contabilità ad un estraneo!
Fu la sua prima allusione chiara al suo proposito di tenermi con lui.
Veramente io non avevo fatta altra pratica di contabilità che in quei pochi mesi in cui avevo tenuto il libro mastro per l'Olivi, ma ero certo d'essere il solo contabile che non fosse stato un estraneo per Guido.
Si parlò chiaramente per la prina volta dell'eventualità di una nostra associazione quand'egli andò a scegliere i mobili per il suo ufficio.
Ordinò senz'altro due scrivanie per la stanza della direzione.
Gli domandai arrossendo:
- Perché due?
Rispose:
- L'altra è per te.
Sentii per lui una tale riconoscenza che quasi l'avrei abbracciato.
Quando fummo usciti dalla bottega, Guido, un po' imbarazzato, mi spiegò che ancora non era al caso di offrirmi una posizione in casa sua.
Lasciava a mia disposizione quel posto nella sua stanza, solo per indurmi a venir a tenergli compagnia ogni qualvolta mi fosse piaciuto.
Non voleva obbligarmi a nulla ed anche lui restava libero.
Se il suo commercio fosse andato bene m'avrebbe concesso un posto nella direzione della sua casa.
Parlando del suo commercio, la bella faccia bruna di Guido si faceva molto seria.
Pareva ch'egli avesse già pensate tutte le operazioni a cui voleva dedicarsi.
Guardava lontano, al disopra della mia testa, ed io mi fidai tanto della serietà delle sue meditazioni, che mi volsi anch'io a guardare quello ch'egli vedeva, cioè quelle operazioni che dovevano portargli la fortuna.
Egli non voleva camminare né la via percorsa con tanto successo da nostro suocero né quella della modestia e della sicurezza battuta dall'Olivi.
Tutti costoro, per lui, erano dei commercianti all'antica.
Bisognava seguire tutt'altra via, ed egli volentieri si associava a me perché mi riteneva non ancora rovinato dai vecchi.
Tutto ciò mi parve vero.
Mi veniva regalato il mio primo successo commerciale ed arrossii dal piacere una seconda volta.
Fu cosí e per la gratitudine della stima ch'egli m'aveva dimostrato, ch'io lavorai con lui e per lui, ora piú ora meno intensamente, per ben due anni, senz'altro compenso che la gloria di quel posto nella stanza direttoriale.
Fino ad allora fu quello certamente il piú lungo periodo ch'io avessi dedicato ad una stessa occupazione.
Non posso vantarmene solo perché tale mia attività non diede alcun frutto né a me né a Guido ed in commercio - tutti lo sanno - non si può giudicare che dal risultato.
Io conservai la fiducia d'esser avviato ad un grande commercio per circa tre mesi, il tempo occorrente a fondare quella ditta.
Seppi che a me sarebbe toccato non solo di regolare dei particolari come la corrispondenza e la contabilità, ma anche di sorvegliare gli affari.
Guido conservò tuttavia un grande ascendente su di me, tanto che avrebbe potuto anche rovinarmi e solo la mia buona fortuna glielo impedí.
Bastava un suo cenno perché accorressi a lui.
Ciò desta la mia stupefazione ancora adesso che ne scrivo, dopo che ho avuto il tempo di pensarci per tanta parte della mia vita.
E scrivo ancora di questi due anni perché il mio attaccamento a lui mi sembra una chiara manifestazione della mia malattia.
Che ragione c'era di attaccarsi a lui per apprendere il grande commercio e subito dopo restare attaccato a lui per insegnargli quello piccolo? Che ragione c'era di sentirsi bene in quella posizione solo perché mi sembrava significasse una grande indifferenza per Ada la mia grande amicizia per Guido? Chi esigeva da me tutto questo? Non bastava a provare la nostra indifferenza reciproca l'esistenza di tutti quei marmocchi cui davamo assiduamente la vita? Io non volevo male a Guido, ma non sarebbe stato certamente l'amico che avrei liberamente prescelto.
Ne vidi sempre tanto chiaramente i difetti che il suo pensiero spesso mi irritava, quando non mi commoveva qualche suo atto di debolezza.
Per tanto tempo gli portai il sacrificio della mia libertà e mi lasciai trascinare da lui nelle posizioni piú odiose solo per assisterlo! Una vera e propria manifestazione di malattia o di grande bontà, due qualità che stanno in rapporto molto intimo fra di loro.
Ciò rimane vero se anche col tempo fra noi si sviluppò un grande affetto come succede sempre fra gente dabbene che si vede ogni giorno.
E fu un grande affetto il mio! Allorché egli scomparve, per lungo tempo sentii com'egli mi mancava ed anzi l'intera mia vita mi sembrò vuota poiché tanta parte ne era stata invasa da lui e dai suoi affari.
Mi viene da ridere al ricordare che subito, nel nostro primo affare, l'acquisto dei mobili, sbagliammo in certo qual modo un termine.
Ci eravamo accollati i mobili e non ci decidevamo ancora a stabilire l'ufficio.
Per la scelta dell'ufficio, fra me a Guido c'era una divergenza di opinione che la ritardò.
Da mio suocero e dall'Olivi io avevo sempre visto che per rendere possibile la sorveglianza del magazzino, l'ufficio vi era contiguo.
Guido protestava con una smorfia di disgusto:
- Quegli uffici triestini che puzzano di baccalà o di pellami! - Egli assicurava che avrebbe saputo organizzare la sorveglianza anche da lontano, ma intanto esitava.
Un bel giorno il venditore dei mobili gl'intimò di ritirarli perché altrimenti li avrebbe gettati sulla strada e allora lui corse a stabilire un ufficio, l'ultimo che gli era stato offerto, privo di un magazzino nelle vicinanze, ma proprio al centro della città.
È perciò che il magazzino non lo ebbimo mai piú.
L'ufficio si componeva di due vaste stanze bene illuminate e di uno stanzino privo di finestre.
Sulla porta di questo stanzino inabitabile fu appiccicato un bollettino con l'iscrizione in lettere lapidarie: Contabilità; poi, delle altre due porte l'una ebbe il bollettino: Cassa e l'altra fu addobbata dalla designazione tanto inglese di Privato.
Anche Guido aveva studiato il commercio in Inghilterra e ne aveva riportate delle nozioni utili.
La Cassa fu, come di dovere, fornita di una magnifica cassa di ferro e del cancello tradizionale.
La nostra stanza Privata divenne una camera di lusso splendidamente tappezzata in un colore bruno vellutato e fornita delle due scrivanie, di un sofà e di varie comodissime poltrone.
Poi venne l'acquisto dei libri e dei varii utensili.
Qui la mia parte di direttore fu indiscussa.
Io ordinavo e le cose arrivavano.
Invero avrei preferito di non essere seguito tanto prontamente, ma era mio dovere di dire tutte le cose che occorrevano in un ufficio.
Allora credetti di scoprire la grande differenza che c'era fra me e Guido.
Quanto sapevo io, mi serviva per parlare e a lui per agire.
Quand'egli arrivava a sapere quello che sapevo io e non piú, lui comperava.
È vero che talvolta in commercio fu ben deciso a non far nulla, cioè a non comperare né vendere, ma anche questa mi parve una risoluzione di persona che crede di saper molto.
Io sarei stato piú dubbioso anche nell'inerzia.
In quegli acquisti fui molto prudente.
Corsi dall'Olivi a prendere le misure per i copialettere e per i libri di contabilità.
Poi il giovine Olivi m'aiutò ad aprire i libri e mi spiegò anche una volta la contabilità a partita doppia, tutta roba non difficile, ma che si dimentica tanto facilmente.
Quando si sarebbe arrivati al bilancio, egli m'avrebbe spiegato anche quello.
Non sapevamo ancora quello che avremmo fatto in quell'ufficio (adesso so che neppure Guido allora lo sapeva) e si discuteva di tutta la nostra organizzazione.
Ricordo che per giorni si parlò dove avremmo messi gli altri impiegati se di essi avessimo avuto bisogno.
Guido suggeriva di metterne quanti potessero capirvi nella Cassa.
Ma il piccolo Luciano, l'unico nostro impiegato per il momento, dichiarava che là dove c'era la cassa, non potessero esserci altre persone fuori di quelle addette alla cassa stessa.
Era ben dura di dover accettare delle lezioni dal nostro galoppino! Io ebbi un'ispirazione:
- A me sembra di ricordare che in Inghilterra si paghi tutto con assegni.
Era una cosa che m'era stata detta a Trieste.
- Bravo! - disse Guido.
- Anch'io lo ricordo ora.
Curioso che l'avevo dimenticato!
Si mise a spiegare a Luciano in lungo e in largo come non si usasse piú di maneggiare tanto denaro.
Gli assegni giravano dall'uno all'altro in tutti gl'importi che si voleva.
Fu una bella vittoria la nostra, e Luciano tacque.
Costui ebbe un grande vantaggio da quanto apprese da Guido.
Il nostro galoppino è oggidí un commerciante di Trieste assai rispettato.
Egli mi saluta ancora con una certa umiltà attenuata da un sorriso.
Guido spendeva sempre una parte della giornata ad insegnare dapprima a Luciano, poi a me e quindi all'impiegata.
Ricordo ch'egli aveva accarezzato per lungo tempo l'idea di fare il commercio in commissione per non arrischiare il proprio denaro.
Spiegò l'essenza di tale commercio a me e, visto che evidentemente io capivo troppo presto, si mise a spiegarlo a Luciano che per molto tempo stette a sentirlo coi segni della piú viva attenzione, i grandi occhi lucenti nella faccia ancora imberbe.
Non si può dire che Guido abbia perduto il suo tempo, perché Luciano è il solo fra di noi che sia riuscito in quel genere di commercio.
Eppoi si dice che la scienza è quella che vince!
Intanto da Buenos Aires arrivarono i pesos.
Fu un affare serio! A me era parsa dapprima una cosa facile, ma invece il mercato di Trieste non era preparato a quella moneta esotica.
Ebbimo di nuovo bisogno del giovine Olivi che c'insegnò il modo di realizzare quegli assegni.
Poi, perché a un dato punto fummo lasciati soli, sembrando all'Olivi di averci condotti a buon porto, Guido si trovò per varii giorni con le tasche gonfie di corone, finché non trovammo la via ad una Banca che ci sbrigò dell'incomodo fardello consegnandoci un libretto assegni di cui presto apprendemmo a far uso.
Guido sentí il bisogno di dire all'Olivi che gli facilitava il cosidetto impianto:
- Le assicuro che non farò mai la concorrenza alla ditta del mio amico!
Ma il giovinotto che del commercio aveva un altro concetto, rispose:
- Magari ci fosse un maggior numero di contraenti nei nostri articoli.
Si starebbe meglio!
Guido restò a bocca aperta, comprese troppo bene come gli succedeva sempre e si attaccò a quella teoria che propinò a chi la volle.
Ad onta della sua Scuola Superiore, Guido aveva un concetto poco preciso del dare e dell'avere.
Stette a guardare con sorpresa come io costituii il Conto Capitale ed anche come registrai le spese.
Poi fu tanto dotto di contabilità che quando gli si proponeva un affare, lo analizzava prima di tutto dal punto di vista contabile.
Gli pareva addirittura che la conoscenza della contabilità conferisse al mondo un nuovo aspetto.
Egli vedeva nascere debitori e creditori dappertutto anche quando due si picchiavano o si baciavano.
Si può dire ch'egli entrò in commercio armato della massima prudenza.
Rifiutò una quantità di affari ed anzi per sei mesi li rifiutò tutti con l'aria tranquilla di chi sa meglio:
- No! - diceva, e il monosillabo pareva il risultato di un calcolo preciso anche quando si trattava di un articolo ch'egli non aveva mai visto.
Ma tutta quella riflessione era stata sprecata a vedere come l'affare eppoi il suo eventuale beneficio o la sua perdita avrebbe dovuto passare traverso ad una contabilità.
Era l'ultima cosa ch'egli avesse appreso e s'era sovrapposta a tutte le sue nozioni.
Mi duole di dover dire tanto male del mio povero amico, ma devo essere veritiero anche per intendere meglio me stesso.
Ricordo quanta intelligenza egli impiegò per ingombrare il nostro piccolo ufficio di fantasticherie che c'impedivano ogni sana operosità.
A un dato punto, per iniziare il lavoro in commissione, lanciammo per posta un migliaio di circolari.
Guido fece questa riflessione:
- Quanti francobolli risparmiati se prima di spedire queste circolari sapessimo quali di esse raggiungeranno le persone che le considereranno!
La frase sola non avrebbe impedito nulla, ma egli se ne compiacque troppo e cominciò a gettare per aria le circolari chiuse per spedire solo quelle che cadevano dalla parte dell'indirizzo.
L'esperimento ricordava qualche cosa di simile ch'io avevo fatto in passato, ma tuttavia a me sembra di non essere mai arrivato a tale punto.
Naturalmente io non raccolsi né spedii le circolari da lui eliminate, perché non potevo essere certo che non ci fosse stata realmente una seria ispirazione che lo avesse diretto in quell'eliminazione e dovessi perciò non sprecare i francobolli che toccava di pagare a lui.
La mia buona sorte m'impedí di venir rovinato da Guido, ma la stessa buona sorte m'impedí pure di prendere una parte troppo attiva nei suoi affari.
Lo dico ad alta voce perché altri a Trieste pensa che non sia stato cosí: durante il tempo che passai con lui, non intervenni mai con un'ispirazione qualunque, del genere di quelle della frutta secca.
Mai lo spinsi ad un affare e mai gliene impedii alcuno.
Ero l'ammonitore! Lo spingevo all'attività, all'oculatezza.
Ma non avrei osato di gettare sul tavolo da giuoco i suoi denari.
Accanto a lui io mi feci molto inerte.
Cercai di metterlo sulla retta via e forse non ci riuscii per troppa inerzia.
Del resto, quando due si trovano insieme, non spetta loro di decidere chi dei due deve essere Don Quijote e chi Sancio Panza.
Egli faceva l'affare ed io da buon Sancio lo seguivo lento lento nei miei libri dopo di averlo esaminato e criticato come dovevo.
Il commercio in commissione fiascheggiò completamente, ma senz'arrecarci alcun danno.
Il solo che c'inviò delle merci fu un cartolaio di Vienna, e una parte di quegli oggetti di cancelleria furono venduti da Luciano che pian pianino arrivò a sapere quanta commissione ci spettasse e se la fece concedere quasi tutta da Guido.
Guido finí con l'accondiscendere perché erano piccolezze, eppoi perché il primo affare liquidato cosí doveva portare fortuna.
Questo primo affare ci lasciò lo strascico nel camerino dei ripostigli di una quantità di oggetti di cancelleria che dovemmo pagare e tenere.
Ne avevamo per il consumo di molti anni di una casa commerciale ben piú attiva della nostra.
Per un paio di mesi quel piccolo ufficio luminoso, nel centro della città, fu per noi un ritrovo gradevole.
Vi si lavorava ben poco (io credo vi si abbiano conchiusi in tutto due affari in imballaggi usati vuoti per i quali nello stesso giorno s'incontrarono da noi la domanda e l'offerta e da cui ricavammo un piccolo utile) e vi si chiacchierava molto, da buoni ragazzi, anche con quell'innocente di Luciano, il quale, quando si parlava d'affari, s'agitava come altri della sua età quando sente dire di donne.
Allora m'era facile di divertirmi da innocente con gl'innocenti perché non avevo ancora perduta Carla.
E di quell'epoca ricordo con piacere la giornata intera.
La sera, a casa, avevo molte cose da raccontare ad Augusta e potevo dirle tutte quelle che si riferivano all'ufficio, senz'alcun'eccezione e senza dover aggiungervi qualche cosa per falsarle.
Non mi preoccupava affatto quando Augusta impensierita esclamava:
- Ma quando comincerete a guadagnare dei denari?
Denari? A quelli non ci avevamo ancora neppur pensato.
Noi sapevamo che prima bisognava fermarsi a guardare, studiare le merci, il paese e anche il nostro Hinterland.
Non s'improvvisava mica cosí una casa di commercio! E anche Augusta s'acquietava alle mie spiegazioni.
Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso.
Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente.
Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e di carne.
Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch'io con piacere saltellare per l'ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro.
Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, cosí rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido forní di non essere degno di dirigere una casa commerciale.
Ciò provava un'assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere.
Perciò mi parve di dover dedicarmi io all'educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c'era.
Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l'avessi urtato per errore.
Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v'era pace.
Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi.
Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò piú di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido.
- Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te.
I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane.
Ebbi presto una scaramuccia con Guido su una questione che veramente non avrebbe dovuto importarmi tanto.
Occupatosi con tanta passione di contabilità, egli si mise in capo di mettere le sue spese di famiglia nel conto delle spese generali.
Dopo di essermi consultato con l'Olivi, io mi vi opposi e difesi gl'interessi del vecchio Cada.
Non era infatti possibile di mettere in quel conto tutto ciò che spendeva Guido, Ada eppoi anche quello che costarono i due gemelli quando nacquero.
Erano delle spese che incombevano personalmente a Guido e non alla ditta.
Poi, in compenso, suggerii di scrivere a Buenos Aires per accordarsi per un salario per Guido.
Il padre si rifiutò di concederlo osservando che Guido percepiva già il settantacinque per cento dei benefici mentre a lui non toccava che il residuo.
A me parve una risposta giusta mentre Guido si mise a scrivere delle lunghe lettere al padre per discutere la questione da un punto di vista superiore, come egli diceva.
Buenos Aires era molto lontana e cosí la corrispondenza durò finché durò la nostra casa.
Ma io vinsi il mio punto! Il conto spese generali rimase puro e non fu inquinato dalle spese particolari di Guido e il capitale fu compromesso intero dal crollo della casa, ma proprio intero senza deduzioni.
La quinta persona ammessa nel nostro ufficio (calcolando anche Argo) fu Carmen.
Io assistetti alla sua assunzione all'impiego.
Ero venuto all'ufficio dopo di essere stato da Carla e mi sentivo molto sereno, di quella serenità delle otto di mattina del principe di Taillerand.
Nell'oscuro corridoio vidi una signorina, e Luciano mi disse ch'essa voleva parlare con Guido in persona.
Io avevo qualche cosa da fare e la pregai di attendere là fuori.
Guido entrò poco dopo nella nostra stanza evidentemente senz'aver vista la signorina e Luciano venne a porgergli il biglietto di presentazione di cui la signorina era fornita.
Guido lo lesse eppoi:
- No! - disse seccamente levandosi la giubba perché faceva caldo.
Ma subito dopo ebbe un'esitazione:
- Bisognerà che le parli per riguardo a chi la raccomanda.
La fece entrare ed io la guardai soltanto quando vidi che Guido s'era gettato con un balzo sulla propria giubba per indossarla e s'era rivolto alla fanciulla con la bella faccia bruna arrossata e gli occhi scintillanti.
Ora io sono sicuro di aver viste delle fanciulle altrettanto belle di Carmen, ma non di una bellezza tanto aggressiva cioè tanto evidente alla prima occhiata.
Di solito le donne prima si creano per il proprio desiderio mentre questa non aveva il bisogno di tale prima fase.
Guardandola sorrisi e anche risi.
Mi pareva simile ad un industriale che corresse per il mondo gridando l'eccellenza dei suoi prodotti.
Si presentava per avere un impiego, ma io avrei avuto voglia d'intervenire nelle trattative per domandarle: - Quale impiego? Per un'alcova?
Io vidi che la sua faccia non era tinta, ma i colori ne erano tanto precisi, tanto azzurro il candore e tanto simile a quello delle frutta mature il rossore, che l'artificio vi era simulato alla perfezione.
I suoi grandi occhi bruni rifrangevano una tale quantità di luce che ogni loro movimento aveva una grande importanza.
Guido l'aveva fatta sedere ed essa modestamente guardava la punta del proprio ombrellino o piú probabilmente il proprio stivaletto verniciato.
Quand'egli le parlò, essa levò rapidamente gli occhi e glieli rivolse sulla faccia cosí luminosi, che il mio povero principale ne fu proprio abbattuto.
Era vestita modestamente, ma ciò non le giovava perché ogni modestia sul suo corpo s'annullava.
Solo gli stivaletti erano di lusso e ricordavano un po' la carta bianchissima che Velasquez metteva sotto ai piedi dei suoi modelli.
Anche Velasquez, per staccare Carmen dall'ambiente, l'avrebbe poggiata sul nero di lacca.
Nella mia serenità io stetti a sentire curiosamente, Guido le domandò se conoscesse la stenografia.
Essa confessò di non conoscerla affatto, ma aggiunse che aveva una grande pratica di scrivere sotto dettatura.
Curioso! Quella figura alta, slanciata e tanto armonica, produceva una voce roca.
Non seppi celare la mia sorpresa:
- È raffreddata? - le domandai.
- No! - mi rispose - Perché me lo domanda? - e fu tanto sorpresa che l'occhiata in cui m'avvolse fu anche piú intensa.
Non sapeva di avere una voce tanto stonata ed io dovetti supporre che anche il suo piccolo orecchio non fosse tanto perfetto come appariva.
Guido le domandò se conoscesse l'inglese, il francese o il tedesco.
Egli le lasciava la scelta visto che noi ancora non sapevamo di quale lingua avremmo avuto bisogno.
Carmen rispose che sapeva un po' di tedesco, ma pochissimo.
Guido non prendeva mai alcuna decisione senza ragionare:
- Noi non abbiamo bisogno del tedesco perché lo so molto bene io.
La signorina aspettava la parola decisiva che a me pareva fosse già stata detta e, per affrettarla, raccontò ch'essa nel nuovo impiego cercava anche la possibilità d'impratichirsi e che perciò si sarebbe contentata di un salario ben modesto.
Uno dei primi effetti della bellezza femminile su di un uomo è quello di levargli l'avarizia.
Guido si strinse nelle spalle per significare che di cose tanto insignificanti non si occupava, le stabilí il salario ch'essa riconoscente accettò e le raccomandò con grande serietà di studiare la stenografia.
Questa raccomandazione egli la fece solo per riguardo a me col quale s'era compromesso dichiarando che il primo impiegato ch'egli avrebbe assunto sarebbe stato uno stenografo perfetto.
Quella sera stessa raccontai del mio nuovo collega a mia moglie.
Essa ne fu oltremodo spiacente.
Senza ch'io gliel'avessi detto, essa pensò subito che Guido avesse assunta al suo servizio quella fanciulla per farsene un'amante.
Io discussi con lei e, pur ammettendo che Guido si comportava un poco da innamorato, asserii ch'egli avrebbe potuto riaversi da quel colpo di fulmine senza che vi fossero delle conseguenze.
La fanciulla, in complesso, pareva dabbene.
Pochi giorni dopo - non so se per caso - ebbimo in ufficio la visita di Ada.
Guido non c'era ancora ed essa si fermò con me per un istante per domandarmi a che ora sarebbe venuto.
Poi, con passo esitante, si recò nella stanza vicina ove in quel momento non c'erano che Carmen e Luciano.
Carmen stava esercitandosi alla macchina da scrivere, tutt'assorta a rintracciarvi le singole lettere.
Alzò i begli occhi per guardare Ada che la fissava.
Come erano differenti le due donne! Si somigliavano un poco, ma Carmen pareva un'Ada caricata.
Io pensai che veramente l'una che pur era vestita piú riccamente, fosse fatta per divenire una moglie o una madre mentre all'altra, ad onta che in quell'istante portasse un modesto grembiule per non insudiciare il suo vestito alla macchina, toccava la parte di amante.
Non so se a questo mondo vi sieno dei dotti che saprebbero dire perché il bellissimo occhio di Ada adunasse meno luce di quello di Carmen e fosse perciò un vero organo per guardare le cose e le persone e non per sbalordirle.
Cosí Carmen ne sopportò benissimo l'occhiata sdegnosa, ma anche curiosa; v'era dentro fors'anche un poco d'invidia, o ve la misi io?
Questa fu l'ultima volta in cui io vidi Ada ancora bella, proprio quale s'era rifiutata a me.
Poi venne la sua disastrosa gravidanza e i due gemelli ebbero bisogno dell'intervento del chirurgo per venire all'aria.
Subito dopo fu colpita da quella malattia che le tolse ogni bellezza.
Perciò io ricordo tanto bene quella visita.
Ma la ricordo anche perché in quel momento tutta la mia simpatia andò a lei dalla bellezza mite e modesta abbattuta da quella tanto differente dell'altra.
Io non amavo certo Carmen e non ne sapevo altro che i magnifici occhi, gli splendidi colori, poi la voce roca e infine il modo - di cui essa era innocente - come era stata ammessa lí dentro.
Volli invece proprio bene ad Ada in quel momento, ed è una cosa ben strana di voler bene ad una donna che si desiderò ardentemente, che non si ebbe e di cui ora non importa niente.
In complesso si arriva cosí alle stesse condizioni in cui ci si troverebbe qualora essa avesse aderito ai nostri desiderii, ed è sorprendente di poter constatare ancora una volta come certe cose per cui viviamo hanno una ben piccola importanza.
Volli abbreviarle il dolore e la precedetti all'altra stanza.
Guido, che subito dopo entrò, si fece molto rosso alla vista della moglie.
Ada gli disse una ragione plausibilissima per cui era venuta, ma subito dopo e in atto di lasciarci, gli domandò:
- Avete assunto in ufficio una nuova impiegata?
- Si! - disse Guido e, per celare la sua confusione, non trovò di meglio che d'interrompersi per domandare se qualcuno fosse venuto a cercarlo.
Poi, avuta la mia risposta negativa, ebbe ancora una smorfia di dispiacere come se avesse sperata una visita importante, mentre io sapevo che non aspettavamo proprio nessuno e appena allora disse ad Ada con un aspetto d'indifferenza che finalmente gli riuscí di assumere:
- Avevamo bisogno di uno stenografo!
Io mi divertii moltissimo all'udire ch'egli sbagliava anche il sesso della persona di cui aveva bisogno.
La venuta di Carmen apportò una grande vita nel nostro ufficio.
Non parlo della vivacità che veniva dai suoi occhi, dalla gentile sua figura e dai colori della sua faccia; parlo proprio di affari.
Guido ebbe una spinta al lavoro dalla presenza di quella fanciulla.
Prima di tutto volle dimostrare a me e a tutti gli altri che la nuova impiegata era necessaria, ed ogni giorno inventava dei nuovi lavori cui partecipava anche lui.
Poi, per lungo tempo, la sua attività fu un mezzo per corteggiare piú efficacemente la fanciulla.
Raggiunse un'efficacia inaudita.
Doveva insegnarle la forma della lettera ch'egli dettava e correggerle l'ortografia di molte moltissime parole.
Lo fece sempre dolcemente.
Qualunque compenso da parte della fanciulla non sarebbe stato eccessivo.
Pochi degli affari inventati da lui in amore gli diedero un frutto.
Una volta lavorò lungamente intorno ad un affare in un articolo che risultò essere proibito.
Ci trovammo ad un certo punto di fronte ad un uomo dalla faccia contratta dal dolore sui cui calli noi, senza saperlo, eravamo montati.
Voleva sapere quest'uomo che cosa c'entrassimo noi in quell'articolo e supponeva fossimo stati mandatarii di potenti concorrenti esteri.
La prima volta era sconvolto e temeva il peggio.
Quando indovinò la nostra ingenuità, ci rise in faccia e ci assicurò che non saremmo riusciti a nulla.
Finí ch'ebbe ragione, ma prima che ci acconciassimo alla condanna durò non poco tempo e da Carmen furono scritte non poche lettere.
Trovammo che l'articolo era irraggiungibile perché circondato da trincee.
Io non dissi nulla di tale affare ad Augusta, ma essa ne parlò a me perché Guido ne aveva parlato ad Ada per dimostrarle quanto da fare avesse il nostro stenografo.
Ma l'affare che non fu fatto, rimase molto importante per Guido.
Ne parlò ogni giorno.
Era convinto che in nessun'altra città del mondo sarebbe avvenuta una cosa simile.
Il nostro ambiente commerciale era miserabile ed ogni commerciante intraprendente vi veniva strangolato.
Cosí toccava anche a lui
Nella folle, disordinata sequela di affari che in quell'epoca passò per le nostre mani, ve ne fu uno che addirittura ce le bruciò.
Non lo cercammo noi; fu l'affare che ci assaltò.
Vi fummo cacciati dentro da un dalmata, certo Tacich, il cui padre aveva lavorato all'Argentina col padre di Guido.
Venne dapprima a trovarci solo per avere da noi delle informazioni commerciali che noi seppimo procurargli.
Il Tacich era un bellissimo giovine, anzi troppo bello.
Alto, forte, aveva una faccia olivastra in cui si fondevano in un'intonazione deliziosa l'azzurro fosco degli occhi, le lunghe sopracciglia e i brevi folti mustacchi bruni dai riflessi aurei.
Insomma v'era in lui un tale intonato studio di colore che a me parve l'uomo nato per accompagnarsi a Carmen.
Anche a lui parve cosí e venne a trovarci ogni giorno.
La conversazione nel nostro ufficio durava ogni giorno per delle ore, ma non fu mai noiosa.
I due uomini lottavano per conquistare la donna e, come tutti gli animali in amore, sfoggiavano le loro migliori qualità.
Guido era un po' trattenuto dal fatto che il dalmata veniva a trovarlo anche a casa sua e conosceva perciò Ada, ma niente poteva piú danneggiarlo agli occhi di Carmen; io, che conoscevo tanto bene quegli occhi, lo seppi subito, mentre il Tacich lo apprese molto piú tardi e, per avere piú frequente il pretesto di vederla, comperò da noi anziché dal fabbricante, varii vagoni di sapone che pagò per qualche percento piú cari.
Poi, sempre per amore, ci ficcò in quell'affare disastroso.
Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni, il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo.
Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento piú favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate.
Noi parlammo a lungo di quell'affare ed anzi lo preparammo mettendoci in relazione con una casa inglese.
Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l'affare.
Il Tacich, innamorato com'era, corse da noi e ci consegnò l'affare avendone in premio una bella, grande, carezzevole occhiata da Carmen.
Il povero dalmata incassò riconoscente l'occhiata non sapendo ch'era una manifestazione d'amore per Guido.
Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Guido s'accinse all'affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz'esserne rimossa, al nostro compratore.
Egli fissò esattamente l'importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilí quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l'acquisto.
Con l'aiuto del vocabolario combinammo insieme il dispaccio in inglese.
Una volta speditolo, Guido si fregò le mani e si mise a calcolare quante corone gli sarebbero piovute in cassa in premio di quella lieve e breve fatica.
Per tenersi favorevoli gli dei, trovò giusto di promettere una piccola provvigione a me e quindi, con qualche malizia, anche a Carmen che all'affare aveva collaborato con i suoi occhi.
Ambedue volemmo rifiutare, ma egli ci supplicò di fingere almeno di accettare.
Temeva altrimenti il nostro malocchio ed io lo compiacqui subito per rassicurarlo.
Sapevo con certezza matematica che da me non potevano venirgli che i migliori auguri, ma capivo ch'egli potesse dubitarne.
Quaggiú quando non ci vogliamo male ci amiamo tutti, ma però i nostri vivi desideri accompagnano solo gli affari cui partecipiamo.
L'affare fu vagliato in tutti i sensi ed anzi ricordo che Guido calcolò persino per quanti mesi, col beneficio che ne avrebbe tratto, avrebbe potuto mantenere la sua famiglia e l'ufficio, cioè le sue due famiglie, come egli diceva talvolta o i suoi due uffici come diceva tale altra quando si seccava molto in casa.
Fu vagliato troppo, quell'affare, e non riuscí forse per questo.
Da Londra capitò un breve dispaccio: Notato eppoi l'indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, piú elevato di molto di quello concessoci dal nostro compratore.
Addio affare.
Il Tacich ne fu informato e poco dopo abbandonò Trieste.
In quell'epoca io cessai per circa un mese di frequentare l'ufficio e perciò, per le mie mani, non passò una lettera che giunse alla ditta, dall'aspetto inoffensivo, ma che doveva avere gravi conseguenze per Guido.
Con essa, quella ditta inglese ci confermava il suo dispaccio e finiva con l'informarci che notava il nostro ordine valido sino a revoca.
Guido non ci pensò affatto di dare tale revoca ed io, quando ritornai in ufficio, non ricordai piú quell'affare.
Cosí varii mesi appresso, una sera, Guido venne a cercarmi a casa con un dispaccio ch'egli non intendeva e che credeva fosse stato indirizzato a noi per errore ad onta che portasse chiaro il nostro indirizzo telegrafico che io avevo fatto regolarmente notare non appena fummo installati nel nostro ufficio.
Il dispaccio conteneva solo tre parole: 60 tons settled, ed io lo intesi subito, ciò che non era difficile perché quello del solfato di rame era il solo affare grosso che avessimo trattato.
Glielo dissi: si capiva da quel dispaccio che il prezzo, che noi avevamo fissato per l'esecuzione del nostro ordine, era stato raggiunto e che perciò eravamo felici proprietari di sessanta tonnellate di solfato di rame.
Guido protestò:
- Come si può pensare ch'io accetti tanto in ritardo l'esecuzione del mio ordine?
Pensai subito io che nel nostro ufficio dovesse esserci la lettera di conferma del primo dispaccio, mentre Guido non ricordava di averla ricevuta.
Lui, inquieto, propose di correre subito all'ufficio per vedere se ci fosse, ciò che mi fu molto gradito perché mi seccava quella discussione dinanzi ad Augusta la quale ignorava che io per un mese non m'ero fatto vedere in ufficio.
Corremmo all'ufficio.
Guido era tanto dispiacente di vedersi costretto a quel primo grande affare che, per esimersene, sarebbe corso fino a Londra.
Aprimmo l'ufficio; poi, a tastoni nell'oscurità, trovammo la via alla nostra stanza e raggiungemmo il gas, per accenderlo.
Allora la lettera fu subito trovata ed era fatta come io l'avevo supposta; c'informava cioè che il nostro ordine valido sino a revoca era stato eseguito.
Guido guardò la lettera con la fronte contratta non so se dal dispiacere o dallo sforzo di voler annientare col suo sguardo quanto si annunciava esistente con tanta semplicità di parola.
- E pensare - osservò - che sarebbe bastato di scrivere due parole per risparmiarsi un danno simile.
Non era certo un rimprovero diretto a me perché io ero stato assente dall'ufficio e, per quanto avessi saputo trovare subito la lettera sapendo ove doveva trovarsi, prima di allora non l'avevo mai vista.
Ma per nettarmi piú radicalmente da ogni rimprovero, lo rivolsi deciso a lui:
- Durante la mia assenza avresti pur dovuto leggere accuratamente tutte le lettere!
La fronte di Guido si spianò.
Alzò le spalle e mormorò:
- Può ancora finire coll'essere una fortuna quest'affare.
Poco dopo mi lasciò ed io ritornai a casa mia.
Ma il Tacich ebbe ragione: in certe stagioni il solfato di rame andava giú, giú, ogni giorno piú giú e noi avevamo nell'esecuzione del nostro ordine e nella immediata impossibilità di cedere la merce a quel prezzo ad altri, l'opportunità di studiare tutto il fenomeno.
La nostra perdita aumentò.
Il primo giorno Guido mi domandò consiglio.
Avrebbe potuto vendere con una perdita piccola in confronto di quella che dovette sopportare poi.
Io non volli dare dei consigli, ma non trascurai di ricordargli la convinzione del Tacich secondo la quale il ribasso avrebbe dovuto continuare per oltre cinque mesi.
Guido rise:
- Adesso non mi mancherebbe altro che farmi dirigere nei miei affari da un provinciale!
Ricordo che tentai pure di correggerlo, dicendogli che quel provinciale da molti anni passava il suo tempo nella piccola cittadina dalmata a guardare il solfato di rame.
Io non posso avere alcun rimorso per la perdita che Guido subí in quell'affare.
Se mi avesse ascoltato gli sarebbe stata risparmiata.
Piú tardi discutemmo l'affare del solfato di rame con un agente, un uomo piccolo, grassoccio, vivo e accorto, che ci biasimò di aver fatto quell'acquisto, ma che non sembrava di dividere l'opinione del Tacich.
Secondo lui il solfato di rame, per quanto facesse un mercato a sé, pur risentiva la fluttuazione del prezzo del metallo.
Guido da quell'intervista acquistò una certa sicurezza.
Pregò l'agente di tenerlo informato di ogni movimento nel prezzo; avrebbe aspettato volendo vendere non soltanto senza perdita, ma con un piccolo utile.
L'agente rise discretamente eppoi nel corso del discorso disse una parola ch'io notai perché mi parve molto vera:
- Curioso come a questo mondo vi sia poca gente che si rassegni a perdite piccole; sono le grandi che inducono immediatamente alla grande rassegnazione.
Guido non ne fece caso.
Io ammirai però anche lui, perché all'agente non raccontò per quale via noi fossimo arrivati a quell'acquisto.
Glielo dissi ed egli ne menò vanto.
Avrebbe temuto, mi disse, di screditare noi e anche la nostra merce raccontando la storia di quell'acquisto.
Poi, per parecchio tempo, non parlammo piú del solfato, finché cioè non venne da Londra una lettera con la quale ci si invitava al pagamento e a dare istruzioni per la spedizione.
Ricevere, immagazzinare sessanta tonnellate! A Guido cominciò a girare la testa.
Facemmo i calcoli di quanto avremmo speso per conservare tale merce per varii mesi.
Una somma enorme! Io non dissi niente, ma il sensale che volontieri avrebbe vista la merce arrivare a Trieste perché allora prima o poi avrebbe avuto lui l'incarico di venderla, fece osservare a Guido che quella somma che a lui pareva enorme, non era gran cosa se espressa in «percenti» sul valore della merce.
Guido si mise a ridere perché l'osservazione gli pareva strana:
- Io non ho mica soli cento chili di solfato; ne ho sessanta tonnellate, purtroppo!
Egli avrebbe finito col lasciarsi convincere dal calcolo dell'agente, evidentemente giusto, visto che con un piccolo movimento in sú del prezzo, le spese sarebbero state coperte ad usura, se in quel momento non fosse stato arrestato da una sua cosidetta ispirazione.
Quando gli avveniva di avere un'idea commerciale proprio sua, egli ne era addirittura allucinato e non c'era posto nella sua mente per altre considerazioni.
Ecco la sua idea: la merce gli era stata venduta franco Trieste da gente che doveva pagarne il trasporto dall'Inghilterra.
Se egli ora avesse ceduta la merce ai suoi stessi venditori che avrebbero perciò risparmiate le spese per tale trasporto, egli avrebbe potuto fruire di un prezzo ben piú vantaggioso di quello che gli veniva offerto a Trieste.
La cosa non era tanto vera, ma, per fargli piacere, nessuno la discusse.
Una volta liquidata la faccenda, egli ebbe un sorriso un po' amarognolo sulla sua faccia che allora parve proprio di pensatore pessimista e disse:
- Non ne parliamo piú.
La lezione fu alquanto cara; bisogna ora saperne approfittare.
Invece se ne parlò ancora.
Egli non ebbe mai piú quella sua bella sicurezza nel rifiutare degli affari e, quando alla fine d'anno gli feci vedere quanti denari avevamo perduti, egli mormorò:
- Quel maledetto solfato di rame fu la mia disgrazia! Sentivo sempre il bisogno di rimettermi di quella perdita!
La mia assenza dall'ufficio era stato provocato dall'abbandono di Carla.
Non avevo piú potuto assistere agli amori di Carmen e Guido.
Essi si guardavano, si sorridevano, in mia presenza.
Me ne andai sdegnosamente con una risoluzione che presi di sera al momento di chiudere l'ufficio e senza dirne nulla a nessuno.
M'aspettavo che Guido m'avrebbe chiesta la ragione di tale abbandono e mi preparavo allora di dargli il fatto suo.
Io potevo essere molto severo con lui visto ch'egli non sapeva assolutamente nulla delle mie gite al Giardino Pubblico.
Era una specie di gelosia la mia, perché Carmen m'appariva quale la Carla di Guido, una Carla piú mite e sottomessa.
Anche con la seconda donna egli era stato piú fortunato di me, come con la prima.
Ma forse - e ciò mi forniva la ragione ad un nuovo rimprovero per lui - egli doveva anche tale fortuna a quelle sue qualità ch'io gl'invidiavo e che continuavo a considerare quali inferiori: parallelamente alla sua sicurezza sul violino, correva anche la sua disinvoltura nella vita.
Io oramai sapevo con certezza di aver sacrificata Carla ad Augusta.
Quando riandavo col pensiero a quei due anni di felicità che Carla m'aveva concessi, m'era difficile d'intendere come essa - essendo fatta nel modo che ora sapevo - avesse potuto sopportarmi per tanto tempo.
Non l'avevo io offesa ogni giorno per amore ad Augusta? Di Guido invece sapevo con certezza ch'egli avrebbe saputo godersi Carmen senza neppur ricordarsi di Ada.
Nel suo animo disinvolto due donne non erano di troppo.
Confrontandomi con lui, a me pareva di essere addirittura innocente.
Io avevo sposata Augusta senz'amore e tuttavia non sapevo tradirla senza soffrirne.
Forse anche lui aveva sposata Ada senz'amarla, ma - per quanto ora di Ada non m'importasse affatto - ricordavo l'amore ch'essa mi aveva ispirato e mi pareva che poiché io l'avevo amata tanto, al suo posto sarei stato anche piú delicato di quanto non lo fossi ora al mio.
Non fu Guido che venne a cercarmi.
Fui io che da solo ritornai a quell'ufficio a cercare il sollievo ad una grande noia.
Egli si comportò in conformità ai patti del nostro contratto secondo i quali io non avevo alcun obbligo ad un'attività regolare nei suoi affari e quando s'imbatteva in me a casa o altrove, mi dimostrava la solita grande amicizia di cui gli ero sempre grato e non sembrava ricordare ch'io avessi lasciato vuoto il posto a quel tavolo ch'egli aveva comperato per me.
Fra noi due non c'era che un solo imbarazzo: il mio.
Quando ritornai al mio posto m'accolse come se dall'ufficio io fossi stato assente per un giorno solo, m'espresse con calore il suo piacere di aver riconquistata la mia compagnia e, sentito il mio proposito di riprendere il mio lavoro, esclamò:
- Ho fatto dunque bene a non permettere a nessuno di toccare i tuoi libri!
Infatti trovai il mastro ed anche il giornale al punto ove li avevo lasciati.
Luciano mi disse:
- Speriamo che ora che lei è qui, ci moveremo di nuovo.
Penso che il signor Guido sia scoraggiato per un paio di affari che tentò e che non gli riuscirono.
Non gli dica nulla che io le parlo cosí, ma guardi se può incoraggiarlo.
M'accorsi infatti che in quell'ufficio si lavorava ben poco e finché la perdita subita col solfato di rame non ci vivificò, vi si menò una vita veramente idillica.
Io ne conclusi subito che Guido non sentisse piú tanto urgente il bisogno di lavorare per far muovere Carmen sotto la sua direzione e, altrettanto presto, che il periodo della corte da loro fosse passato e che oramai essa fosse divenuta la sua amante.
L'accoglienza di Carmen mi portò una sorpresa perché essa subito sentí il bisogno di ricordarmi una cosa che io avevo completamente dimenticata.
Pare che prima di abbandonare quell'ufficio, in quei giorni in cui ero corso dietro a tante donne perché non m'era stato piú possibile di raggiungere la mia, io avessi aggredita anche Carmen.
Essa mi parlò con grande serietà e con qualche imbarazzo: aveva piacere di rivedermi perché pensava io volessi bene a Guido e che i miei consigli potrebbero essergli utili, e voleva intrattenere con me - se io vi consentivo - una bella, una fraterna amicizia.
Mi disse proprio qualche cosa di simile porgendomi con gesto largo la sua destra.
Sulla sua faccia tanto bella che sempre pareva dolce, vi fu un atteggiamento molto severo per rilevare la pura fraternità della relazione che mi veniva offerta.
Allora ricordai e arrossii.
Forse se avessi ricordato prima, non sarei ritornato a quell'ufficio mai piú.
Era stata una cosa tanto breve e ficcata in mezzo a tante altre azioni dello stesso valore, che se ora non fosse stata ricordata, si avrebbe potuto credere non fosse esistita mai.
Pochi giorni dopo l'abbandono di Carla, io m'ero messo a esaminare i libri facendomi aiutare da Carmen e pian pianino, per veder meglio nella stessa pagina, avevo passato il mio braccio intorno alla sua vita che poi avevo stretta sempre piú.
Con un balzo Carmen s'era sottratta a me ed io allora avevo abbandonato l'ufficio.
Io avrei potuto difendermi con un sorriso inducendola a sorridere con me perché le donne sono tanto propense a sorridere di delitti siffatti! Avrei potuto dirle:
- Ho tentato una cosa che non m'è riuscita e me ne duole, ma non vi tengo rancore e voglio esservi amico finché non vi piacerà altrimenti.
O avrei potuto rispondere anche da persona seria, scusandomi con lei e anche con Guido:
- Scusatemi e non giudicatemi prima di sapere in quali condizioni io mi sia trovato allora.
Invece mi mancò la parola.
La mia gola - credo - era chiusa dal rancore solidificatovisi e non potevo parlare.
Tutte queste donne che mi respingevano risolutamente davano addirittura una tinta tragica alla mia vita.
Non avevo mai avuto un periodo tanto disgraziato.
Invece di una risposta non mi sarei trovato pronto che a digrignare i denti, cosa poca comoda dovendo celarla.
Forse mi mancò la parola anche pel dolore di veder cosí recisamente esclusa una speranza che tuttavia accarezzavo.
Non posso fare a meno di confessarlo: meglio che con Carmen non avrei potuto rimpiazzare l'amante ch'io avevo perduta, quella fanciulla tanto poco compromettente che non m'aveva chiesto altro che il permesso di vivermi accanto finché non domandò quello di non vedermi piú.
Un'amante in due è l'amante meno compromettente.
Certamente allora non avevo chiarite tanto bene le mie idee, ma le sentivo e adesso le so.
Divenendo l'amante di Carmen, io avrei fatto il bene di Ada e non avrei danneggiato di troppo Augusta.
Ambedue sarebbero state tradite molto meno che se Guido ed io avessimo avuta una donna intera per ciascuno.
La risposta a Carmen io la diedi varii giorni appresso, ma ancor oggidí ne arrossisco.
L'orgasmo in cui m'aveva gettato l'abbandono di Carla doveva sussistere tuttavia per farmi arrivare ad un punto simile.
Ne ho rimorso come di nessun'altra azione della mia vita.
Le parole bestiali che ci lasciamo scappare rimordono piú fortemente delle azioni piú nefande cui la nostra passione c'induca.
Naturalmente designo come parole solo quelle che non sono azioni, perché so benissimo che le parole di Jago, per esempio, sono delle vere e proprie azioni.
Ma le azioni, comprese le parole di Jago, si commettono per averne un piacere o un beneficio e allora tutto l'organismo, anche quella parte che poi dovrebbe erigersi a giudice, vi partecipa e diventa dunque un giudice molto benevolo.
Ma la stupida lingua agisce a propria e a soddisfazione di qualche piccola parte dell'organismo che senza di essa si sente vinta e procede alla simulazione di una lotta quando la lotta è finita e perduta.
Vuole ferire o vuole accarezzare.
Si muove sempre in mezzo a dei traslati mastodontici.
E quando son roventi, le parole scottano chi le ha dette.
Io avevo osservato ch'essa non aveva piú i colori che l'avevano fatta ammettere tanto prontamente nel nostro ufficio.
Mi figurai fossero andati perduti per una sofferenza che non ammisi avesse potuto essere fisica e l'attribuii all'amore per Guido.
Del resto noi uomini siamo molto inclinati a compiangere le donne che si abbandonarono agli altri.
Non vediamo mai quale vantaggio se ne possano aspettare.
Possiamo magari amare l'uomo di cui si tratta - come avveniva nel caso mio - ma non sappiamo neppur allora dimenticare come di solito vadano a finire quaggiú le avventure d'amore.
Sentii una sincera compassione per Carmen come non l'avevo sentita mai per Augusta o per Carla.
Le dissi: - E giacché avete avuta la gentilezza d'invitarmi ad esservi amico, mi permettereste di farvi degli ammonimenti?
Essa non me lo permise, perché, come tutte le donne in quei frangenti, anch'essa credette che ogni ammonimento sia un'aggressione.
Arrossí e balbettò: - Non capisco! Perché dice cosí? - E subito dopo, per farmi tacere: - Se avessi bisogno di consigli ricorrerei certamente a lei, signor Cosini.
Perciò non mi fu concesso di predicarle la morale e fu un danno per me.
Predicandole la morale certamente sarei arrivato ad un grado superiore di sincerità, magari tentando di prenderla di nuovo fra le mie braccia.
Non m'arrovellerei piú di aver voluto assumere quell'aspetto bugiardo di Mentore.
Per varii giorni di ogni settimana, Guido non si faceva neppur vedere in ufficio perché s'era appassionato alla caccia e alla pesca.
Io, invece, dopo il mio ritorno, per qualche tempo vi fui assiduo, occupatissimo nel mettere a giorno i libri.
Ero spesso solo con Carmen e Luciano che mi consideravano quale il loro capo ufficio.
Non mi pareva che Carmen soffrisse per l'assenza di Guido e mi figurai ch'essa l'amasse tanto da gioire al sapere che si divertiva.
Doveva anche essere avvisata dei giorni in cui egli sarebbe stato assente, perché non tradiva alcuna attesa ansiosa.
Sapeva da Augusta che Ada invece non era fatta cosí, perché si lagnava amaramente delle frequenti assenze del marito.
Del resto non era questa la sua unica lagnanza.
Come tutte le donne non amate, essa si lagnava con lo stesso calore delle offese grandi e di quelle piccole.
Non soltanto Guido la tradiva, ma quando era in casa suonava sempre il violino.
Quel violino, che m'aveva fatto tanto soffrire, era una specie di lancia di Achille per la varietà delle sue prestazioni.
Appresi ch'era passato anche per il nostro ufficio ove aveva promossa la corte a Carmen con delle bellissime variazioni sul «Barbiere».
Poi era ripartito perché in ufficio non occorreva piú ed era ritornato a casa ove risparmiava a Guido la noia di dover conversare con la moglie.
Fra me e Carmen non ci fu mai piú nulla.
Ben presto io ebbi per lei un sentimento d'indifferenza assoluta come se essa avesse cambiato di sesso, qualche cosa di simile a quello che provavo per Ada.
Una viva compassione per ambedue e nient'altro.
Proprio cosí!
Guido mi colmava di gentilezze.
Io credo che in quel mese in cui l'avevo lasciato solo, avesse imparato ad apprezzare la mia conpagnia.
Una donnina come Carmen può essere gradevole di tempo in tempo, ma non si può mica sopportarla per giornate intere.
Egli m'invitò a caccia e a pesca.
Aborro la caccia e decisamente mi rifiutai di accompagnarvelo.
Invece, una sera, spintovi dalla noia, finii con l'andare con lui a pesca.
Al pesce manca ogni mezzo di comunicazione con noi e non può destare la nostra compassione.
Se boccheggia anche quand'è sano e salvo in acqua! Persino la morte non ne altera l'aspetto.
Il suo dolore, se esiste, è celato perfettamente sotto le sue squame.
Quando un giorno m'invitò ad una pesca notturna, mi riservai di vedere se Augusta m'avrebbe permesso di uscire quella sera e di restar fuori tanto tardi.
Gli dissi che avrei ricordato che la sua barchetta si sarebbe staccata dal molo Sartorio alle nove di sera e che, potendo, mi vi sarei trovato.
Pensai perciò che anche lui dovette sapere subito che per quella sera non m'avrebbe riveduto e che come avevo fatto tante altre volte, non mi sarei recato all'appuntamento.
Invece quella sera fui cacciato di casa dalle strida della mia piccola Antonia.
Piú la madre l'accarezzava e piú la piccina strillava.
Allora tentai un mio sistema che consisteva nel gridar delle insolenze nel piccolo orecchio di quella scimmietta urlante.
N'ebbi il solo risultato di far cambiare il ritmo alle sue strida, perché si mise a gridare dallo spavento.
Poi avrei voluto tentare un altro sistema un poco piú energico, ma Augusta ricordò in tempo l'invito di Guido e m'accompagnò alla porta promettendomi di coricarsi sola se io non fossi rincasato che tardi.
Anzi, pur di mandarmi via, si sarebbe anche adattata di prendere senza di me il caffè la mattina appresso, se fossi rimasto fuori fino allora.
C'è un piccolo dissidio tra me e Augusta - l'unico - sul modo di trattare i bambini fastidiosi: a me pare che il dolore del bambino sia meno importante del nostro e che valga la pena d'infliggerglielo pur di risparmiare un grande disturbo all'adulto; a lei invece sembra che noi, che abbiamo fatti i bambini, dobbiamo anche subirli.
Avevo tutto il tempo per arrivare all'appuntamento e attraversai lentamente la città guardando le donne e nello stesso tempo inventando un ordigno speciale che avrebbe impedito ogni dissidio fra me ed Augusta.
Ma per il mio ordigno l'umanità non era abbastanza evoluta! Esso era destinato al futuro lontano e non poteva piú giovare a me se non dimostrandomi per quale piccola ragione si rendevano possibili le mie dispute con Augusta: la mancanza di un piccolo ordigno! Esso sarebbe stato semplice, un tramvai casalingo, una sediola fornita di ruote e rotaie sulla quale la mia bimba avrebbe passata la sua giornata: poi un bottone elettrico toccando il quale la sediola con la bimba urlante si sarebbe messa a correre via fino a raggiungere il punto piú lontano della casa donde la sua voce affievolita dalla lontananza ci sarebbe sembrata perfino gradevole.
Ed io ed Augusta saremmo rimasti insieme tranquilli ed affettuosi.
Era una notte ricca di stelle e priva di luna, una di quelle notti in cui si vede molto lontano e perciò addolcisce e quieta.
Guardai le stelle che avrebbero potuto ancora portare il segno dell'occhiata d'addio di mio padre moribondo.
Sarebbe passato il periodo orrendo in cui i miei bimbi sporcavano e urlavano.
Poi sarebbero stati simili a me; io li avrei amati secondo il mio dovere e senza sforzo.
Nella bella, vasta notte mi rasserenai del tutto e senz'aver bisogno di fare dei propositi.
Alla punta del molo Sartorio le luci provenienti dalla città erano tagliate dall'antica casetta da cui sporge la punta stessa quale una breve fondamenta.
L'oscurità era perfetta e l'acqua alta e fosca e quieta mi pareva pigramente gonfia.
Non guardai piú né il cielo né il mare.
A pochi passi da me c'era una donna che destò la mia curiosità per uno stivaletto verniciato che per un istante brillò nell'oscurità.
Nel breve spazio e nel buio, a me parve che quella donna alta e forse elegante, si trovasse chiusa in una stanza con me.
Le avventure piú gradevoli possono capitare quando meno ci si pensa, e vedendo che quella donna tutt'ad un tratto deliberatamente s'avvicinava, ebbi per un istante un sentimento piacevolissimo, che sparve subito quando sentii la voce roca di Carmen.
Voleva fingere di aver piacere d'apprendere ch'ero anch'io della partita.
Ma nell'oscurità e con quella specie di voce non si poteva fingere.
Le dissi rudemente:
- Guido m'ha invitato.
Ma se volete, io trovo altro da fare e vi lascio soli!
Ella protestò dichiarando che anzi era felice di vedermi per la terza volta in quel giorno.
Mi raccontò che in quella piccola barchetta si sarebbe trovato riunito l'ufficio intero perché c'era anche Luciano.
Guai per i nostri affari se fosse andata a picco! M'aveva detto che c'era anche Luciano, certo per darmi la prova dell'innocenza del ritrovo.
Poi chiacchierò ancora volubilmente, dapprima dicendomi ch'era la prima volta che andava con Guido a pesca eppoi confessando ch'era la seconda.
S'era lasciato sfuggire che non le dispiaceva di star seduta «a pagliolo» in una barchetta e a me era sembrato strano ch'essa conoscesse quel termine.
Cosí dovette confessarmi di averlo appreso la prima volta ch'era stata a pesca con Guido.
- Quel giorno - aggiunse per rivelare la completa innocenza di quella prima gita - andammo alla pesca degli sgombri e non delle orate.
Di mattina.
Peccato che non abbia avuto il tempo di farla chiacchierare di piú, perché avrei potuto sapere tutto quello che m'importava, ma dall'oscurità della Sacchetta uscí e s'approssimò a noi rapidamente la barchetta di Guido.
Io ero sempre in dubbio: dal momento che c'era Carmen, non avrei dovuto allontanarmi? Forse Guido non aveva neppur avuto l'intenzione d'invitarci ambedue perché io ricordavo di aver quasi rifiutato il suo invito.
Intanto la barchetta approdò e, giovanilmente sicura anche nell'oscurità, Carmen vi scese trascurando di appoggiarsi alla mano che Luciano le aveva offerta.
Poiché esitavo, Guido urlò:
- Non farci perder tempo!
Con un balzo fui anch'io nella barchetta.
Il balzo mio era quasi involontario: un prodotto dell'urlo di Guido.
Guardavo con grande desiderio la terra, ma bastò un istante di esitazione per rendermi impossibile lo sbarco.
Finii col sedermi a prua della non grande barchetta.
Quando m'abituai all'oscurità, vidi che a poppa, di faccia a me, sedeva Guido e ai suoi piedi, a pagliolo, Carmen.
Luciano, che vogava, ci divideva.
Io non mi sentivo né molto sicuro né molto comodo nella piccola barca, ma presto mi vi abituai e guardai le stelle che di nuovo mi mitigarono.
Era vero che in presenza di Luciano - un servo devoto delle famiglie delle nostre mogli - Guido non si sarebbe rischiato di tradire Ada e non c'era perciò niente di male che io fossi con loro.
Desideravo vivamente di poter godere di quel cielo, quel mare e la vastissima quiete.
Se avessi dovuto sentirne rimorso e perciò soffrire, avrei fatto meglio di restare a casa mia a farmi torturare dalla piccola Antonia.
L'aria fresca notturna mi gonfiò i polmoni e compresi ch'io potevo divertirmi in compagnia di Guido e Carmen, cui in fondo volevo bene.
Passammo dinanzi al faro e arrivammo al mare aperto.
Qualche miglio piú in là brillavano le luci d'innumerevoli velieri: là si tendevano ben altre insidie al pesce.
Dal Bagno Militare, - una mole poderosa nereggiante sui suoi pali, - cominciammo a moverci su e giú lungo la riviera di Sant'Andrea.
Era il posto prediletto dei pescatori.
Accanto a noi, silenziosamente, molte altre barche facevano la stessa nostra manovra.
Guido preparò le tre lenze e inescò gli ami configgendovi dei gamberelli per la coda.
Consegnò una lenza ad ognuno di noi dicendo che la mia, a prua, - la sola munita di piombino - sarebbe stata preferita dal pesce.
Scorsi nell'oscurità il mio gamberello dalla coda trafitta e mi parve che movesse lentamente la parte superiore del corpo, quella parte che non era diventata una guaina.
Per questo movimento mi parve piuttosto meditabondo che spasimante dal dolore.
Forse ciò che produce il dolore nei grandi organismi, nei piccolissimi può ridursi fino a divenire un'esperienza nuova, un solletico al pensiero.
Lo ficcai nell'acqua calandovelo, come mi fu detto da Guido, per dieci braccia.
Dopo di me Carmen e Guido calarono le loro lenze.
Guido aveva ora a poppa anche un remo col quale spingeva la barca con l'arte che occorreva perché le lenze non s'aggrovigliassero.
Pare che Luciano non fosse ancora al caso di dirigere in tale modo la barchetta.
Del resto Luciano aveva ora l'incarico della piccola rete con la quale avrebbe levato dall'acqua il pesce portato dall'amo fino alla superficie.
Per lungo tempo egli non ebbe nulla da fare.
Guido ciarlava molto.
Chissà che non sia stato attaccato a Carmen dalla sua passione per l'insegnamento piuttosto che dall'amore.
Io avrei voluto non starlo a sentire per continuare a pensare al piccolo animaletto che tenevo esposto alla voracità dei pesci, sospeso nell'acqua e che coi cenni della testolina - se li continuava anche in acqua - avrebbe adescato meglio il pesce.
Ma Guido mi chiamò ripetute volte e dovetti star a sentire la sua teoria sulla pesca.
Il pesce avrebbe toccato varie volte l'esca e noi l'avremmo sentito, ma dovevamo guardarci dal tirare la lenza finché non si fosse tesa.
Allora dovevamo essere pronti per dare lo strappo che avrebbe infilzato sicuramente l'amo nella bocca del pesce.
Guido, come al solito, fu lungo nelle sue spiegazioni.
Voleva spiegarci chiaramente quello che avremmo sentito nella mano quando il pesce avrebbe annusato l'amo.
E continuava le sue spiegazioni quando io e Carmen conoscevamo già per esperienza la quasi sonora ripercussione sulla mano di ogni contatto che l'amo subiva.
Piú volte dovemmo raccogliere la lenza per rinnovare l'esca.
Il piccolo animaluccio pensieroso finiva invendicato nelle fauci di qualche pesce accorto che sapeva evitare l'amo.
A bordo c'era della birra e dei panini.
Guido condiva tutto ciò con la sua chiacchiera inesauribile.
Parlava ora delle enormi ricchezze che giacevano nel mare.
Non si trattava, come Luciano credeva, né del pesce né delle ricchezze immersevi dall'uomo.
Nell'acqua del mare c'era disciolto dell'oro.
Improvvisamente ricordò ch'io avevo studiato chimica e mi disse:
- Anche tu devi sapere qualche cosa di quest'oro.
Io non ne ricordavo molto, ma annuii arrischiando un'osservazione della cui verità non potevo essere sicuro.
Dichiarai:
- L'oro del mare è il piú costoso di tutti.
Per avere uno di quei napoleoni che giacciono qui disciolti, bisognerebbe spenderne cinque.
Luciano che ansiosamente s'era rivolto a me per sentirmi confermare le ricchezze su cui nuotavamo, mi volse disilluso la schiena.
A lui di quell'oro non importava piú.
Guido invece mi diede ragione credendo di ricordare che il prezzo di quell'oro era esattamente di cinque volte tanto, proprio come avevo detto io.
Mi glorificava addirittura confermando la mia asserzione, che io sapevo del tutto cervellotica.
Si vedeva che mi sentiva poco pericoloso e che in lui non c'era ombra di gelosia per quella donna coricata ai suoi piedi.
Pensai per un istante di metterlo in imbarazzo dichiarando che ricordavo ora meglio e che per trarre dal mare uno di quei napoleoni ne sarebbero bastati tre o che ne sarebbero abbisognati addirittura dieci.
Ma in quell'istante fui chiamato dalla mia lenza che improvvisamente s'era tesa per uno strappo poderoso.
Strappai anch'io e gridai.
Con un balzo Guido mi fu vicino e mi prese di mano la lenza.
Gliel'abbandonai volentieri.
Egli si mise a tirarla su, prima a piccoli tratti, poi, essendo diminuita la resistenza, a grandissimi.
E nell'acqua fosca si vide brillare l'argenteo corpo del grosso animale.
Correva oramai rapidamente e senza resistenza dietro al suo dolore.
Perciò compresi anche il dolore dell'animale muto, perché era gridato da quella fretta di correre alla morte.
Presto l'ebbi boccheggiante ai miei piedi.
Luciano l'aveva tratto dall'acqua con la rete e, strappandonelo senza riguardo, gli aveva levato di bocca l'amo.
Palpò il grosso pesce:
- Un'orata di tre chilogrammi!
Ammirando, disse il prezzo che se ne sarebbe domandato in pescheria.
Poi Guido osservò che l'acqua era ferma a quell'ora e che sarebbe stato difficile di pigliare dell'altro pesce.
Raccontò che i pescatori ritenevano che quando l'acqua non cresceva né calava, i pesci non mangiavano e perciò non potevano essere presi.
Fece della filosofia sul pericolo che risultava ad un animale dal suo appetito.
Poi, mettendosi a ridere, senz'accorgersi che si comprometteva, disse:
- Tu sei l'unico che sappia pescare questa sera.
La mia preda si dibatteva tuttavia nella barca, quando Carmen diede uno strido.
Guido domandò senza muoversi e con una gran voglia di ridere nella voce:
- Un'altra orata?
Carmen confusa rispose:
- Mi pareva! Ma ha già abbandonato l'amo!
Io sono sicuro che, trascinato dal suo desiderio, egli le aveva dato un pizzicotto.
Io oramai mi sentivo a disagio in quella barca.
Non accompagnavo piú col desiderio l'opera del mio amo, anzi agitavo la lenza in modo che i poveri animali non potessero abboccare.
Dichiarai che avevo sonno e pregai Guido di sbarcarmi a Sant'Andrea.
Poi mi preoccupai di togliergli il sospetto ch'io me ne andassi perché infastidito da quanto doveva avermi rivelato lo strido di Carmen, e gli raccontai della scena che aveva fatta la mia piccina quella sera e il mio desiderio di accertarmi presto che non stesse male.
Compiacente come sempre, Guido accostò la barca alla riva.
M'offerse l'orata ch'io avevo pescata, ma io rifiutai.
Proposi di ridarle la libertà gettandola in mare, ciò che fece dare un urlo di protesta a Luciano, mentre Guido bonariamente disse:
- Se sapessi di poter ridarle la vita e la salute lo farei.
Ma a quest'ora la povera bestia non può servire che in piatto!
Li seguii con gli occhi e potei accertarmi che non approfittarono dello spazio lasciato libero da me.
Stavano bene serrati insieme e la barchetta andò via un po' sollevata a prua dal troppo peso a poppa.
Mi parve una punizione divina all'apprendere che la mia bambina era stata colta dalla febbre.
Non l'avevo resa malata io, simulando con Guido una preoccupazione che non sentivo per la sua salute? Augusta non s'era ancora coricata, ma poco prima c'era stato il dottor Paoli che l'aveva rassicurata dicendo di essere sicuro che una febbre improvvisa tanto violenta non poteva annunziare una malattia grave.
Restammo lungamente a guardare Antonia che giaceva abbandonata sul piccolo giaciglio, la faccina dalla pelle asciutta arrossata intensamente sotto i bruni ricci scomposti.
Non gridava, ma si lamentava di tempo in tempo con un lamento breve che veniva interrotto da un torpore imperioso.
Dio mio! Come il male me la portava vicina! Avrei data una parte della mia vita per liberarle il respiro.
Come togliermi il rimorso di aver pensato di non saper amarla, eppoi di aver passato tutto quel tempo in cui soffriva, lontano da lei e in quella compagnia?
- Somiglia ad Ada! - disse Augusta con un singulto.
Era vero! Ce ne accorgemmo allora per la prima volta e quella somiglianza divenne sempre piú evidente a mano a mano che Antonia crebbe, tanto che io talvolta mi sento tremare il cuore al pensiero che le potrebbe toccare il destino della poverina a cui assomiglia.
Ci coricammo dopo di aver posto il letto della bambina accanto a quello di Augusta.
Ma io non potevo dormire: avevo un peso al cuore come quelle sere in cui i miei trascorsi della giornata si specchiavano in immagini notturne di dolore e di rimorso.
La malattia della bambina mi pesava come un'opera mia.
Mi ribellai! Io ero puro e potevo parlare, potevo dire tutto.
E dissi tutto.
Raccontai ad Augusta dell'incontro con Carmen, della posizione ch'essa occupava nella barca, eppoi del suo strido che io dubitai fosse stato provocato da una carezza brutale di Guido senza però poter esserne sicuro.
Ma Augusta ne era sicura.
Perché altrimenti, subito dopo, la voce di Guido sarebbe stata alterata dall'ilarità? Cercai di attenuare la sua convinzione, ma poi dovetti ancora raccontare.
Feci una confessione anche per quanto concerneva me, descrivendo la noia che m'aveva cacciato di casa e il mio rimorso di non amare meglio Antonia.
Mi sentii subito meglio e m'addormentai profondamente.
La mattina appresso, Antonia stava meglio; era quasi priva di febbre.
Giaceva calma e libera di affanno, ma era pallida e affranta come se si fosse consunta in uno sforzo sproporzionato al suo piccolo organismo; evidentemente essa era già uscita vittoriosa dalla breve battaglia.
Nella calma che ne derivò anche a me, ricordai, dolendomene, di aver compromesso orribilmente Guido e volli da Augusta la promessa ch'essa non avrebbe comunicato a nessuno i miei sospetti.
Ella protestò che non si trattava di sospetti, ma di evidenza certa ciò che io negai senza riuscire a convincerla.
Poi essa mi promise tutto quello che volli ed io me ne andai tranquillamente in ufficio.
Guido non c'era ancora e Carmen mi raccontò ch'erano stati ben fortunati dopo la mia partenza.
Avevano prese altre due orate, piú piccole della mia, ma di un peso considerevole.
Io non volli crederlo e pensai che essa volesse convincermi che alla mia partenza avessero abbandonata l'occupazione a cui avevano atteso finché c'ero stato io.
L'acqua non s'era fermata? Fino a che ora erano stati in mare?
Carmen per convincermi mi fece confermare anche da Luciano la pesca delle due orate ed io da quella volta pensai che Luciano per ingraziarsi Guido sia stato capace di qualunque azione.
Sempre durante la calma idillica che precorse l'affare del solfato di rame, avvenne in quell'ufficio una cosa abbastanza strana che non so dimenticare, tanto perché mette in evidenza la smisurata presunzione di Guido, quanto perché pone me in una luce nella quale m'è difficile di ravvisarmi.
Un giorno eravamo tutt'e quattro in ufficio e il solo che fra di noi parlasse di affari era, come sempre, Luciano.
Qualche cosa nelle sue parole suonò all'orecchio di Guido quale una rampogna che, in presenza di Carmen, gli era difficile di sopportare.
Ma altrettanto difficile era difendersene, perché Luciano aveva le prove che un affare ch'egli aveva consigliato mesi prima e che da Guido era stato rifiutato, aveva finito col rendere una quantità di denaro a chi se ne era occupato.
Guido finí col dichiarare di disprezzare il commercio e asserire che se la fortuna non l'avesse assistito in questo, egli avrebbe trovato il mezzo di guadagnare del denaro con altre attività molto piú intelligenti.
Col violino, per esempio.
Tutti furono d'accordo con lui ed anch'io, ma con la riserva:
- A patto di studiare molto.
La mia riserva gli dispiacque e disse subito che se si trattava di studiare, egli allora avrebbe potuto fare molte altre cose, per esempio, della letteratura.
Anche qui gli altri furono d'accordo, ed io stesso, ma con qualche esitazione.
Non ricordavo bene le fisonomie dei nostri grandi letterati e le evocavo per trovarne una che somigliasse a Guido.
Egli allora urlò:
- Volete delle buone favole? Io ve ne improvviso come Esopo!
Tutti risero, meno lui.
Si fece dare la macchina da scrivere e, correntemente, come se avesse scritto sotto dettatura, con gesti piú ampi di quanto esigesse un lavoro utile alla macchina, stese la prima favola.
Porgeva già il foglietto a Luciano, ma si ricredette, lo riprese e lo rimise a posto nella macchina, scrisse una seconda favola, ma questa gli costò piú fatica della prima tanto che dimenticò di continuare a simulare con gesti l'ispirazione e dovette correggere il suo scritto piú volte.
Perciò io ritengo che la prima delle due favole non sia stata sua e che invece la seconda sia veramente uscita dal suo cervello di cui mi sembra degna.
La prima favola diceva di un uccelletto al quale avvenne d'accorgersi che lo sportellino della sua gabbia era rimasto aperto.
Dapprima pensò di approfittarne per volar via, ma poi si ricredette temendo che se, durante la sua assenza, lo sportellino fosse stato rinchiuso egli avrebbe perduta la sua libertà.
La seconda trattava di un elefante ed era veramente elefantesca.
Soffrendo di debolezza alle gambe, il grosso animale andava a consultare un uomo, celebre medico, il quale al vedere quegli arti poderosi gridava: - Non vidi giammai delle gambe tanto forti.
Luciano non si lasciò imporre da quelle favole anche perché non le capiva.
Rideva abbondantemente, ma si vedeva che gli sembrava comico che una cosa simile gli fosse presentata come commerciabile.
Rise poi anche per compiacenza quando gli fu spiegato che l'uccellino temeva di essere privato della libertà di ritornare in gabbia e l'uomo ammirava le gambe per quanto deboli dell'elefante.
Ma poi chiese:
- Quanto si ricava da due favole cosí?
Guido fece da uomo superiore:
- Il piacere d'averle fatte eppoi, volendo farne di piú, anche molti denari.
Carmen invece era agitata dall'emozione.
Domandò il permesso di poter copiare quelle due favole e ringraziò riconoscente quando Guido le offerse in dono il foglietto ch'egli aveva scritto dopo di averlo anche firmato a penna.
Che cosa c'entravo io? Non avevo da battermi per l'ammirazione di Carmen della quale, come ho detto, non m'importava nulla, ma ricordando il mio modo di fare, devo credere che anche una donna che non sia rilevata dal nostro desiderio possa spingerci alla lotta.
Infatti non si battevano gli eroi medievali anche per donne che non avevano mai viste? A me quel giorno avvenne che i dolori lancinanti del mio povero organismo improvvisamente si facessero acuti e mi parve di non poterli attenuare altrimenti che battendomi con Guido facendo subito delle favole anch'io.
Mi feci consegnare la macchina ed io veramente improvvisai.
Vero è che la prima delle favole che feci, stava da molti giorni nel mio animo.
Ne improvvisai il titolo: «Inno alla vita».
Poi, dopo breve riflessione, scrissi di sotto: «Dialogo».
Mi pareva piú facile di far parlare le bestie che descriverle.
Cosí nacque la mia favola dal dialogo brevissimo:
Il gamberello meditabondo: - La vita è bella ma bisogna badare al posto dove ci si siede.
L'orata, correndo dal dentista: - La vita è bella ma bisognerebbe eliminare quegli animalucci traditori che celano nella carne saporita il metallo acuminato.
Ora bisognava fare la seconda favola ma mi mancavano le bestie.
Guardai il cane che giaceva nel suo cantuccio ed anch'esso guardò me.
Da quegli occhi timidi trassi un ricordo: pochi giorni prima Guido era ritornato da caccia pieno di pulci ed era andato a nettarsi nel nostro ripostiglio.
Ebbi allora subito la favola e la scrissi correntemente: «C'era una volta un principe morso da molte pulci.
S'appellò agli dei che affliggessero una sola pulce, grossa e famelica, ma una sola, e destinassero le altre agli altri uomini.
Ma nessuna delle pulci accettò di restare sola con quella bestia d'uomo, ed egli dovette tenersele tutte».
In quel momento le mie favole mi parvero splendide.
Le cose ch'escono dal nostro cervello hanno un aspetto sovranamente amabile specie quando si esaminano non appena nate.
Per dire la verità il mio dialogo mi piace anche adesso, che ho fatta tanta pratica nel comporre.
L'inno alla vita fatto dal morituro è una cosa molto simpatica per coloro che lo guardano morire ed è anche vero che molti moribondi spendono l'ultimo fiato per dire quella che a loro sembra la causa per cui muoiono, innalzando cosí un inno alla vita degli altri che sapranno evitare quell'accidente.
In quanto alla seconda favola non voglio parlarne e fu commentata argutamente da Guido stesso che gridò ridendo:
- Non è una favola, ma un modo di darmi della bestia.
Risi con lui e i dolori che m'avevano spinto a scrivere s'attenuarono subito.
Luciano rise quando gli spiegai quello che avevo voluto dire e trovò che nessuno avrebbe pagato qualche cosa né per le mie né per le favole di Guido.
Ma a Carmen le mie favole non piacquero.
Mi diede un'occhiataccia indagatrice ch'era veramente nuova per quegli occhi e che io intesi come se fosse stata una parola detta:
- Tu non ami Guido!
Ne fui addirittura sconvolto perché in quel momento essa certamente non sbagliava.
Pensai che avevo torto di comportarmi come se non amassi Guido, io che poi lavoravo disinteressatamente per lui.
Dovevo far attenzione al mio modo di comportarmi.
Dissi mitemente a Guido:
- Riconosco volentieri che le tue favole sono migliori delle mie.
Bisogna però ricordare che sono le prime favole che ho fatte in vita mia.
Egli non s'arrese:
- Credi forse ch'io ne abbia fatte delle altre?
Lo sguardo di Carmen s'era già raddolcito e, per ottenerlo piú dolce ancora, io dissi a Guido:
- Tu hai certamente un talento speciale per le favole.
Ma il complimento fece ridere tutti e due e subito dopo anche me, ma tutti bonariamente perché si vedeva che avevo parlato senz'alcuna intenzione maligna.
L'affare del solfato di rame diede una maggiore serietà al nostro ufficio.
Non c'era piú tempo per le favole.
Quasi tutti gli affari che ci venivano proposti erano ormai da noi accettati.
Alcuni diedero qualche utile, ma piccolo; altri delle perdite, ma grandi.
Una strana avarizia era il principale difetto di Guido che fuori degli affari era tanto generoso.
Quando un affare si dimostrava buono, egli lo liquidava frettolosamente, avido d'incassare il piccolo utile che gliene derivava.
Quando invece si trovava involto in un affare sfavorevole, non si decideva mai ad uscirne pur di ritardare il momento in cui doveva toccare la propria tasca.
Per questo io credo che le sue perdite sieno state sempre rilevanti e i suoi utili piccoli.
Le qualità di un commerciante non sono altro che le risultanti di tutto il suo organismo, dalla punta dei capelli fino alle unghie dei piedi.
A Guido si sarebbe adattata una parola che hanno i Greci: «astuto imbecille».
Veramente astuto, ma anche veramente uno scimunito.
Era pieno di accortezze che non servivano ad altro che ad ungere il piano inclinato sul quale scivolava sempre piú in giú.
Assieme al solfato di rame gli capitarono tra capo e collo i due gemelli.
La sua prima impressione fu di sorpresa tutt'altro che piacevole, ma subito dopo di avermi annunziato l'avvenimento, gli riuscí di dire una facezia che mi fece ridere molto, per cui, compiacendosi del successo, non seppe conservare il cipiglio.
Associando i due bambini alle sessanta tonnellate di solfato, disse:
- Sono condannato a lavorare all'ingrosso, io!
Per confortarlo gli ricordai che Augusta era di nuovo nel settimo mese e che ben presto in fatto di bambini avrei raggiunto il suo tonnellaggio.
Rispose sempre argutamente:
- A me, da buon contabile, non sembra la stessa cosa.
Dopo qualche giorno, per qualche tempo, fu preso da un grande affetto per i due marmocchi.
Augusta che passava una parte della sua giornata dalla sorella, mi raccontò ch'egli dedicava loro ogni giorno qualche ora.
Li carezzava, e ninnava e Ada gliene era tanto riconoscente che fra i due coniugi sembrava rifiorire un nuovo affetto.
In quei giorni egli versò un importo abbastanza vistos