LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 16
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Io era come un condannato a morte, pallido, livido: fra due ore dovevo andare a scuola e fare la lezione, e in capo non ci avevo messo nulla, e quel manigoldo, piantato lí, ch'era una rabbia.
"Amico, l'ora della lezione si avvicina".
"Ebbene, ti accompagno a scuola".
Questa parola mi fece venire un brivido.
Lui credeva di farmi piacere, e non avendo a fare altro che mangiare, voleva fare ora per il pranzo.
Io mutai colore.
Perché non lo presi per il braccio e non lo misi alla porta? Ora mi viene questa idea; ma non mi venne allora.
Ero di una estrema delicatezza, e non avrei osato mai piú di dire a taluno: "Andate via".
Fare cosa poco amabile o poco piacevole non mi veniva in mente.
Mi risolsi di dirgli cosí come era la cosa.
E lui a fare le grandi meraviglie.
"Come! voi siete il grammatico, avete in corpo tutte le grammatiche, e dovete prepararvi la lezione? Ma voi pigliate le cose del mondo troppo tragicamente.
Con questi giovinotti sballate due o tre regole, fate qualche barzelletta, e salute a voi.
Volgete le spalle e non ci pensate piú, e non mi fate la faccia di spedale con quel chiodo fisso nel cervello".
E si rimise tra quel monte di libri, scartabellando.
"Per Iddio! ma siete matto a mettervi tutta questa roba in capo? Bembo, Salviati, Varchi, Castelvetro, Buommattei, Corticelli, bum!" E volgeva le pagine e mi parea che le stracciasse, cosí andava presto.
Poi, cavato l'oriuolo, disse: "È ora di pranzo, buona lezione"; e andò.
Io respirai.
Quel pensare per le strade mi dava la giravolta; spesso piú ripensavo e piú mi si guastava il pensiero o la frase; non vedevo piú la cosa, l'andavo cercando e non la trovavo, e piú mi si assottigliava il cervello, e piú quella mi si oscurava.
In verità, tutto questo travaglio era vano e nocivo; la lezione si faceva qualche ora prima di andare a scuola.
La pressura del tempo m'ispirava, m'illuminava; io giungeva caldo a scuola, e parlando, le cose mi venivano incontro di per sé, e mi ridevano.
Capitolo diciassettesimo
LE LEZIONI DI GRAMMATICA
Parecchi anni ero stato a leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Basilio Puoti.
Leggevo come si fa un dizionario, cercando quella pagina dove, secondo l'ordine, doveva esserci la tal regola o la tale eccezione o la tale osservazione.
Quella tanto sudata grammatichetta era già uscita in luce; ma io non ristetti da quella lettura, anzi, cessato il bisogno, mi ci misi dentro per ordine dall'a alla zeta, tirato da una specie di febbre, che non mi dava tregua, né distrazione.
Leggevo le pagine piú noiose come si fa d'un romanzo.
Cosí mi messi in corpo i Dialoghi della volgar lingua di Pietro Bembo, durando alla fatica di quei caratteri barbari, gotici, abbreviati, minuti che mi stancavano gli occhi.
E cosí m'inghiottii il Varchi, il Fortunio e i sottili Avvertimenti del Salviati e la prosa dottorale del Castelvetro e il Bartoli e il Cinonio e l'Amenta e il Sanzio e non so quanti altri autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi vantava sopra tutti gli altri il Corticelli e il Buommattei.
Quando avevo finito un libro, ne pigliavo subito un altro, senza domandarmi: "Che sugo ne ho cavato?" Del libro letto mi rimanevano notizie varie, alcune preziose e interessanti, ma niente di concorde e di sistematico.
Quelle notizie erano cacciate via dalle piú fresche, e le piú lontane talora non mi apparivano piú che come un barlume.
Tutta quella parte che riguardava le origini della lingua e delle forme grammaticali, destò in me sul principio la piú viva curiosità; ma presto me ne seccai, perché quelle etimologie arbitrarie e contraddittorie e quelle congetture avventate non avevano fondamento sodo, né davano adito a ricerche ulteriori, che rendessero interessante quello studio.
Le ricerche supponevano che si potesse andare al di là della coltura classica; ma per me, come per quegli autori, al di là non c'era che buio.
Dell'Oriente a me era noto tutto quello che avevo potuto leggere nelle storie; ma delle lingue, delle tradizioni, delle religioni, della filosofia sapevo poco meno che niente.
A me parve dunque tutto quel lavorío intorno alle etimologie e alle origini cosa vana; e con la leggerezza e la presunzione di quella età, spesso me ne prendevo gioco.
Quelle derivazioni dal greco o dall'ebraico o da non so dove, fondate sopra un certo scambio di vocali o di consonanti, mi parevano un gioco di bussolotti.
Quelle discussioni eterne sull'origine della lingua toscana o italiana mi annoiavano fieramente.
Quel pullulare perpetuo di regole e di eccezioni mi stancava, e tutte quelle dissertazioni sottili e cavillose sulle parti del discorso e sulle forme grammaticali mi annuvolavano il cervello.
Lascio stare le canzonature dei compagni, che, a vedermi quelle cartapecore in mano, affumicate dal tempo, mi chiamavano un antiquario.
E Gabriele Capuano mi diceva: "Basta ora con le anticaglie, ne sai abbastanza".
Certo, se io mi fossi dato a quegli studi e li avessi seguiti con tenacità, sarei riuscito un gran decifratore di manoscritti e di papiri, ché ci avevo pazienza e buon occhio.
Ma la vanità mi prese.
Mi sentivo rodere quando mi chiamavano "il grammatico".
Quella collaborazione col Puoti mi aveva impedantito agli occhi di molti.
Le lodi che si facevano a Gatti, a Cusani, ad Ajello, che per gli studi filosofici erano in candeliere, mi davano una inquietudine, di cui non avevo coscienza chiara, ma che pur sentivo nelle ossa.
Mi venivano nella memoria i miei antichi studi di filosofia, e quei Salviati e quei Castelvetri mi parevano addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno e mio amore.
Perciò mi gettai con avidità sopra i rettori e i grammatici del secolo decimottavo, con un segreto che mi cresceva l'appetito, vedendomi sempre addosso gli occhi del marchese.
Lessi tutto il corso che Condillac aveva compilato a uso di non so qual principe ereditario.
Studiai molto Tracy e Dumarsais.
Il marchese, saputo dei miei studi, mi perdonò, a patto che non valicassi i confini della grammatica, e m'indicò un tale, che ora non ricordo, come un buon scrittore di grammatica generale.
Io leggeva tutto, il buono, il cattivo e il mediocre, grammatiche ragionate, filosofiche e comparate.
Quei cinquecentisti mi facevano stomaco; mi ribellai contro l'antico me, chiamando pedanteria tutto quello che due anni prima mi pareva l'apice del sapere: De Stefano e Rodinò mi si erano impiccoliti, e montai in superbia, e presi aria di filosofo.
Cosí ero fatto io, quando il marchese mi diede a scozzonare quella brava gioventú.
Il mio scopo doveva essere di apparecchiare i giovani alla scuola del Puoti; doveva essere una scuola preparatoria; ma quando mi sentivo lontano dagli occhi del marchese, mi si scioglieva la lingua, e mi abbandonavo sfrenatamente al mio genio, e davo del pedante a dritta e a manca, e avevo sempre in bocca la Scienza.
Tra i miei scartafacci pescai un giorno alcune prolusioni di quel tempo, delle quali diedi molti brani nei Nuovi saggi critici.
Il marchese le avea rivedute, e ci aveva messo quello stampo tutto suo di classicità ideale.
Ivi io me la prendo contro i pedanti con una stizza ridicola, e abbozzo l'immagine di una grammatica storica e filosofica, pigliando le mosse da un concetto di Quintiliano, e ribattendo il Sanzio, ch'io chiamavo "il Cartesio dei grammatici".
Quella tale grammatica tipica io chiamava grammatica metodica; e volevo dire che non doveva essere una lista di esempi e di regole e di osservazioni infilzate l'una all'altra, ma una vera scienza posta sopra saldi principii con quel chiaro ordine, con quel filo segreto, che ti conduce dall'un capo all'altro, quasi per mano.
Ivi prendo l'aria di un novatore, e trovo che tutto va male, che tutto è a rifare.
Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna.
"Niuna pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili nostri scrittori; malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli contrari di barbarismi ed errori...; in malvagio stato trovasi la sintassi; squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme; niente di certo, niente di determinato intorno alla dipendenza de' tempi, al reggimento delle congiunzioni; principii opposti; opinioni contrarie".
Io avevo l'aria di voler riformare il genere umano, e parlavo alto e sicuro.
Non ci è cosa che possa tanto sui giovani quanto questo tono sicuro d'imberbe.
Fanno subito coro, e predicano il verbo, e propagano la fede.
Acquistai autorità sui discepoli, e l'impressione fu durevole, perché, con quel fine fiuto dei giovani, sentivano che in quelle lezioni io ci mettevo tutto me, ed ero sincero, e non c'era ciarlataneria, e serbava modestia e naturalezza.
Quando nell'uomo c'è l'attore, presto o tardi vengono i fischi; ma l'uomo sincero e modesto non perde mai prestigio.
C'era in me una contraddizione palpabile tra l'audacia delle opinioni e la cera bonaria e modesta: l'una mi attirava gl'intelletti, l'altra mi procurava la fede.
Io, arditissimo nei concetti, non mi tenevo da piú di nessuno dei miei discepoli; anzi mi sentivo loro compagno e uno con loro, e non mettevo nessuna cura a velare i miei lati deboli; mi mostravo tutto al naturale, e mi piaceva di stare in loro compagnia e spassarmi insieme con loro.
Cosí nacque quella parentela spirituale che non si ruppe mai piú, e che anche oggi m'intenerisce, quando qualcuno di quei giovani mi viene innanzi alla mente.
Le mie prime lezioni furono una storia della grammatica.
Volevo fare una storia delle forme grammaticali; ma al pensiero gigantesco mal rispondeva la cultura, attesa la mia scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali.
Potevo rimediare con quei libri allora in moda, pieni di tante chiacchiere sulle cose greche e d'Oriente; ma queste generalità vuote non mi sono piaciute mai, né farmi bello delle altrui penne mi è mai entrato in capo.
A scrivere e a parlare mi era necessario non solo che la materia fosse a me ben nota, ma che la studiassi io quella materia, e la facessi mia.
Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a Vico ed a Schlegel, si ridusse nei modesti confini di una storia dei grammatici da me letti.
Non è già ch'io m'occupassi della loro vita e delle minime particolarità dei loro libri.
Fin d'allora la mia mira era al centro, cioè all'idea principale e dominante, lasciando da parte tutto il secondario e l'accessorio.
Non parlavo di un libro che non l'avessi studiato io medesimo; e il mio costume era, letto il libro, metterlo da parte, e pensarci su passeggiando e almanaccando.
Parlai dei grammatici che tutto derivavano dal latino.
Poi venni a quelli che erano studiosi della lingua, copiosi di regole e di esempli, che moltiplicavano in infinito.
Molto m'intrattenni sul Corticelli, sul Buommattei, sul Salviati e sul Bartoli.
Tutto era nuovo, autori, libri, giudizi.
Le mie censure erano senza pietà e senza riguardo.
Censuravo quel moltiplicare infinito di casi e di regole che si riducevano in pochi principii; quella tanta varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era facile ricondurre ad unità.
Facevo ridere, pigliando ad esempio l'a, il per, il da, irti di sensi e che pur non avevano che un senso solo.
La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il ragionevole, non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari.
Con questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi, io conciavo pel dí delle feste i cinquecentisti, e facevo lucere innanzi alla gioventú uno schema di grammatica filosofica e metodica, quale appariva negli scrittori francesi.
Dicevo che costoro erano eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive: cosí "amo" vuol dire "io sono amante".
La ellissi era posta da loro come base di tutte le forme di una grammatica generale.
Questo non mi contentava che a mezzo.
Io sosteneva che quella decomposizione di "amo" in "sono amante" m'incadaveriva la parola, le sottraeva tutto quel moto che le veniva dalla volontà in atto.
I giovani sentivano quei giudizii acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l'Italia di una scienza nuova.
E in verità io sosteneva che la grammatica non era solo un'arte, ma ch'era principalmente una scienza: era o doveva essere.
Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me ancora un di là da venire.
Quel "ragionato" appiccicato alle grammatiche era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che non bastava dare le regole, ma che di ciascuna regola bisognava dare i motivi o le ragioni.
Paragonavo i grammatici o accozzatori di regole agli articolisti, che credevano di sapere il Codice, perché si ficcavano in capo gli articoli, parola per parola, e numero per numero.
Ma quel ragionare la grammatica non era ancora la scienza.
Certo era un progresso, e io ne dava lode ai nostri del Cinquecento e ai francesi, i quali ponevano la spiegazione della regola ora nella derivazione da lingue precedenti, ora nell'uso dei buoni scrittori, e ora nell'uso vivo del popolo, e cosí ne tiravano notizie utili e ragioni plausibili.
Ma questo agli occhi miei era una storia, non una scienza; e cercavo la scienza al di sotto delle forme, nel movimento immutabile delle idee, dei giudizii e del discorso.
Cosí trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica; e finché mi tenevo nei termini generalissimi di una grammatica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio favorito, la mia corsa andava bene.
Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principio fissi.
Per trovare in quella storia la scienza, si richiedeva altra cultura e altra preparazione.
Nella mia ricerca dell'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo l'ingegno a dimostrare la conformità del fatto grammaticale con la logica, della storia con la scienza.
Chi vinceva avea sempre ragione; e coi piú sottili argomenti dimostravo la ragione della vittoria.
Anche nel metodo volevo la scienza; e metodo scientifico era non l'arbitrario succedersi delle cose, secondo i preconcetti di questo o di quello, ma la cosa stessa nel suo movimento naturale.
Io voleva una sintesi provvisoria, per darmi il piacere di decomporla e procedere analiticamente e riuscire poi ad una composizione definitiva.
La mia sintesi provvisoria era il discorso di cui davo una spiegazione intuitiva, esponendone le parti in un gran quadro sinottico.
Poi, biasimando quel rilegare in ultimo l'ortoepia e l'ortografia, io cominciavo dalle sillabe e dalle parole, in quanto sono pronunziate e scritte, salvo l'interpunzione, ch'era l'ultimo capitolo della mia grammatica.
Indi le parole erano analizzate secondo il loro contenuto, sostanze, accidenti, modificazioni, alterazioni, e parecchie cose nuove mi uscivano dette intorno agli articoli, a' pronomi, agli avverbi, alle preposizioni, alle congiunzioni.
Mi ricordo di un quadro, nel quale andavo significando tutti i movimenti intellettuali e materiali, e vi sottordinavo tutte le preposizioni, che parve cosa nuova e mirabile.
L'ellissi rappresentava una gran parte in queste analisi, e cosí spiegai tutte le interiezioni, non dimenticando mai di ricomporre e dare il significato vivo della parola, dopo di averla decomposta e trovato il suo senso logico.
Quando questo lavoro anatomico era compiuto, compariva in ultimo il verbo, come il principio della vita o del moto, che metteva in azione tutto quell'organismo.
Inselvato in quel ginepraio di tempi, di modi e di verbi irregolari, aguzzando l'ingegno in ridur tutto a regola e a logica, uscivo tutto affannoso alla riva, e ritrovavo la sintassi.
E qui le stesse pretensioni.
Io non ammetteva la irregolarità e le eccezioni, e pretendeva che il mondo andasse sempre diritto: altrimenti, dov'era la scienza? Se allora avessi conosciuto Hegel, avrei battezzato per accidente tutto quello ch'era fuori della scienza; ma non ero abbastanza ingegnoso, e volevo per forza tirare nei confini della scienza tutti i fatti grammaticali.
Non ammetteva che la sintassi fosse una parte distinta della grammatica.
Col mio metodo genetico, io li faceva uscire naturalmente dalle analisi fatte, ricomponendo per virtú del verbo, e passando, con moto celere e trionfante, alle proposizioni, ai periodi e al discorso.
La mia grammatica era un andare su su dalle parti piú semplici verso il discorso, il grande risultato della scienza, il principio e il fine.
Di questa grammatica non mi è rimasta che una vaga reminiscenza.
I giovani facevano un sunto delle lezioni, e un sunto da me corretto era il "libro della scuola", come lo si chiamava.
Uno di questi sunti mi è venuto alle mani, per gentilezza del signor Tagliaferri, allora mio discepolo.
Poco ci ho capito: già con questi occhi malati poco capir posso.
Oh! come questi sunti mi paiono pallidi dirimpetto a quelle lezioni nelle quali compariva tutta l'anima.
Avevo preso per costume di non ripetere mai un corso, e perciò quella grammatica rimase boccheggiante cosí come era stata abbozzata una volta, uno schizzo piú che un disegno finito, rimasto lí in aria, mentre io, incalzato da nuove aspirazioni, metteva mano ad altri lavori.
Pure, fu tanto l'entusiasmo grammaticale mio e dei giovani miei, che moveva quasi il riso, e ci chiamavano per ischerno "i grammatici", come chiamavano "linguaiuoli" o "frasaiuoli" gli scolari dei Puoti.
La grammatica non s'insegnava che ai bimbi, e mi biasimavano che insegnassi grammatica a giovani fatti.
"Ma c'è o non c'è una scienza della grammatica? - strillava io inferocito e con molti gesti.
- E questa grammatica generale, comparata, filosofica a chi la insegnerete voi? Ai bimbi non di certo.
Non è a lamentare che nei quadri universitari non ci sia la grammatica generale?"
In verità, io era il solo che insegnassi una grammatica di quella fatta, e, se molte osservazioni erano piú sottili che vere, se il metodo era forzato, se il contenuto era monco, se quella costruzione temeraria avea dell'affrettato e dell'imperfetto, se molte di quelle cose non attecchivano e non lasciavano orma, certo è che, fatta a quel modo, svegliava e alzava l'ingegno.
Quel disprezzo delle apparenze; quel guardare di sotto alle forme; quel pigliare per punto fermo il contenuto, il pensiero, il significato; quei conati dietro all'unità, cercando il simile e il regolare in quel mare d'irregolarità e di eccezioni; quel continuo esercizio di composizione e scomposizione rinvigoriva gl'intelletti e li predisponeva alla scienza.
Se in questa grammatica abbondava la scienza, molto scarsa era la parte dell'applicazione e dell'esempio.
Io credeva che una gran parte della grammatica si dovesse studiare in modo pratico, leggendo, scrivendo, parlando.
Ridotta la grammatica a generalità scientifica, ciò che propriamente si diceva "arte" io lo andava mostrando nelle letture, nelle composizioni e nelle conversazioni, con esercizi svariati e ingegnosi.
Capitolo diciottesimo
LETTURE E COMPOSIZIONI
Facevo la mia lezione di grammatica alla buona, seduto, senza gesti e senza intonazione oratoria, in modo familiare e didascalico.
Il corso durò due buoni anni.
Finita la lezione, facevo un po' di lettura.
Caldo ancora di fantasmi grammaticali, cercavo gli esempli e le applicazioni nel libro, ricorrendo spesso alla lavagna, perché mi piaceva di parlare ai sensi, e non ristavo finché la cosa non era chiara a tutti.
Avevo molta attitudine alle minuzie; sminuzzavo tutto, e su ciascuna minuzia esercitavo il mio cervello sottile.
Quelli che mi sentivano filosofare in grammatica, e tracciare le cose a grandi tratti, non si persuadevano come foss'io quel medesimo cosí minuto nelle minime particolarità grammaticali.
La stessa minuteria era nelle cose della lingua.
Dopo di avere analizzato e rovistato in tutti i sensi il fatto grammaticale, mi divertivo con le parole, e con la mia infinita erudizione, attinta ai testi di lingua, di ciascuna parola dicevo i derivati e i composti, i sensi antichi e nuovi, le somiglianze e le differenze, tanto che mi chiamavano "il dizionario vivente".
Talora la lettura non era che di un periodo solo, e prendeva una buona ora, e non la finivo piú, e mi ci scaldavo io, e ci si scaldavano gli altri.
E quando, riscossomi e cavato l'oriuolo, vedevo l'ora e facevo la faccia attonita, quei cari giovani mi sorridevano dicendo: "Professore, quando vi ci mettete!..." Il fatto è che in quella scuola non si sentiva la noia, perché dicevo cose novissime con un calore, con una unzione che li teneva tutti a me, vivendo tutti la stessa vita.
In quell'anno lessi dei brani del Pandolfini, del Compagni e di Frate Guido da Pisa, e terminai con la famosa leggenda del carbonaio di Iacopo Passavanti.
Nella prima lettura non andai piú in là del primo periodo del Governo della famiglia, e ci feci sopra le piú nuove e le piú sottili avvertenze, indicando le differenze di tutti quei sostantivi ammassati l'uno su l'altro, che esprimevano delicate gradazioni di una stessa cosa, e parevano simili ed erano diversi, e spiegavo anche il perché del loro collocamento.
Spesso tiravo fuori il capo da queste nebbie di minute osservazioni, e mi trovavo in puro cielo, nel cielo luminoso dell'arte, e m'entusiasmavo io, e tutti si entusiasmavano, mutando io voce e colore e accento.
Mi rimane ancora oggi l'impressione viva che fece la lettura del convito del Pandolfini.
Quando lessi: "spento il fumo alla cucina, è spento ogni grado e grazia", e quando, con intonazione solenne, uscii in quel "solitudine e deserto", quella vivace gioventú non si poté contenere, e proruppe in applausi, affollandomisi intorno.
Quella descrizione magnifica degli apparecchi del convito, dove tutto è pieno di senso, ch'io annotava e scolpiva, si trasformava nella mia calda analisi in una scena drammatica.
Un'impressione piú durevole forse fece la descrizione graziosa di una festa, nella quale il nostro messer Agnolo Pandolfini colse la moglie che s'era imbellettata.
Fece ridere quella "faccia imbrattata a qualche padella in cucina", e tutti colsero il garbo e la bonomia che è verso la fine, quando il marito, vedendola piangere, dice: "Io lasciai che s'asciugasse le lagrime e il liscio".
Pure, questo benedetto libro non l'ho aperto piú dopo quel tempo, sono passati tanti anni e tante vicende, e queste frasi mi tornano alla memoria, e mi tornano quelle letture come se le facessi ora, sí forte fu l'impressione.
Una volta la settimana si faceva il lavoro.
Di rado davo un tema; il piú delle volte se lo sceglievano loro.
Io tornava a casa carico come un ciuco.
Il dí appresso mi levavo di buon mattino, e cominciavo la lettura di tutti quei componimenti.
Avevo fatto l'occhio ai diversi caratteri, tanto che anche oggi dalle scritture piú orribili me la soglio cavare.
Mettevo in quel lavoro un'infinita pazienza, perché infinita era la mia coscienza: mi sarebbe parso un delitto l'andare in fretta o leggere a salti.
Mettevo nel margine le correzioni con le debite osservazioni, e talora tiravo in lungo, perché volevo farmi ben capire.
Fatta quella fatica, tornavo da capo a legger tutto, spesso aggiungendo altre postille; poi sceglievo in quella selva di errori quelli che davano occasione ad avvertenze grammaticali o di lingua, e che era bene che tutti sentissero.
Questa era la mia occupazione di tutto il dí.
Nel dimani andavo cosí armato a scuola, e chiamavo i giovani, uno per uno, e sempre trovavo a dir loro qualcosa, o biasimo o compatimento o lode, consegnando le carte.
Poi prendevo i miei appunti, e con l'occhio alla lavagna facevo scrivere le frasi o i periodi da me scelti, dov'erano gli errori, e volevo che i giovani me li trovassero.
Di là cavavo materia molto istruttiva di osservazioni e di applicazioni nelle cose della lingua e della grammatica.
Quello era l'esercizio piú utile.
Posso dire che s'imparava piú a quel modo che con tante regole e con tanto filosofare.
Io non lasciava mai in ozio l'intelletto e non dava luogo alle distrazioni: sempre lí, l'occhio alla lavagna, attento, caldo, come se vivessi là entro, e quella serietà, quel calore guadagnava tutti, li tirava a me.
Capitolo diciannovesimo
MALATTIE REALI E IMMAGINARIE
In questo primo anno della mia scuola mi giunse notizia che la divisione nella famiglia era compiuta.
Papà, sempre un po' poeta, avea scelto quella parte della casa ch'era in uno stato meno buono, perché col tempo era possibile allargarsi da quel lato e farsi una casa bella.
Cosí con la poesia dell'avvenire si consolava della miseria presente.
Intanto ci si stava alle strette, e bisognò farsi l'uscita da un'altra strada, fabbricare e lasciare a mezzo la fabbrica, dove gli altri, col loro pensiero prosaico, ebbero la casa bella e fatta, senza spesa e senza ansietà del domani.
Questo fu il frutto della poesia.
I due zii s'erano divisi secondo le loro inclinazioni; zio Carlo stava con gli altri, e zio Peppe con noi.
Il cugino Aniello era in Avellino a studio; poco poi rimpatriò e studiava medicina col padre.
Paolino mio fratello era in seminario.
Gli altri fratelli rimasero in casa sotto la disciplina di zio Peppe.
Vito si trovava con me ch'era un pezzo.
Io non potea troppo avergli l'occhio sopra; e poi era già grandicello, e pretendevo che facesse da sé, prendendo me per esempio.
Ma parve ch'egli incappasse in mala compagnia, e di questo me ne veniva qualche sentore, e gliene volevo male, e gli facevo lunghe paternali.
Ma vedendo le cose sempre sullo stesso andare, me ne stancai e non gli parlavo piú.
Quel mio silenzio mi pareva gli fosse freno, e invece gli fu sprone.
Quel vedersi trattato con indifferenza e non parlato e messo lí come un cencio, mi sembrava il maggior castigo che potessi dargli, e che gli fosse coltello al cuore.
Questo pareva a me, che spesso mi sono ingannato, supponendo nella gente sentimenti troppo delicati e raffinati.
A lui parve, non sentendo piú i miei rimproveri, d'essere come scarico d'un gran peso, e s'indurí e si senti piú libero.
Io che non gli vedevo cambiar registro, avrei dovuto cambiarlo io, e prendere altra via; ma la scuola mi teneva tutto a sé, e poco mi giungevano i rumori del mondo.
Un giorno, rimasto solo in casa, stanco di passeggiare e fantasticare per il solito stanzone, mi sedetti e tirai a me il cassetto della scrivania, e lo trovai vuoto, e rotta la serratura.
Rimasi spaventato, e non credevo a me e non sapevo come l'era andata; ché lí dentro ci doveano essere i miei sudati danari, e non ci trovai niente.
Con gli occhi smarriti corsi nella stanza da letto per vestirmi e correr giú, per isfogarmi con la famiglia Isernia ch'era al primo piano.
E non trovavo gli abiti, e fremevo d'impazienza; e mi volto di qua e mi volto di là, gli abiti non li trovo.
Erano scomparsi insieme con i miei danari.
Venne Enrico e gli contai la cosa.
Rimase intontito.
Mio fratello avrebbe dovuto già essere a casa, e non si vedeva.
Ci mettemmo a tavola muti.
Nessuno osava dire all'altro il suo sospetto.
"Ma, che è successo? - scoppiai io.
- Vito non viene!" E m'infilai certi calzoni vecchi, e con gli occhi di fuori lo andai cercando per le vie di Napoli cosí all'impazzata.
Fui dalla zia e da don Nicola Del Buono, alla sua scuola, da parecchi amici: nessuno seppe dirmi niente.
Tornai costernato.
Passai la sera in casa Isernia, e mi sfogai ben bene con donna Rosa e donna Maddalena, due zitellone, tutte paternostri, che per giunta mi facevano la predica e accusavano la mia poca vigilanza.
Rimasi per due giorni balordo, con gli occhi asciutti, senza forza di pensare a nulla, e quando mi si parlava del fatto, mi era trafittura.
Al terzo o quarto giorno, ritirandomi, ch'era già ora tarda, veggo scendere dalle scale un signore, e io, miope e per solito frettoloso nell'andare, lo investo e ci trovammo muso a muso.
Era il babbo.
Le lacrime da lungo tempo compresse scoppiarono con abbondanza.
Egli cercava calmarmi, chiamandomi coi piú dolci nomi, e pigliandomi la mano.
Mi narrò che quel disgraziato s'era fuggito di casa con un tal don Raffaele, che lo spogliò per via e lo abbandonò.
Cosí solo, a piedi, senza un quattrino e affamato, giunse in paese.
Le circostanze del suo arrivo e le sue risposte confuse mossero il babbo a venire da me per sapere il netto.
Fu questa una crisi terribile nella mia vita.
Non me ne sapevo persuadere, né consolare.
Quel fratello s'era perduto senza rimedio, e mi prese un dolore profondo a considerare quella leggerezza e quella ingratitudine.
Era la prima volta che dalla famiglia mi veniva una puntura cosí acerba.
Quanto piú alto e puro era il mio ideale della vita, tanto mi appariva piú riprovevole quella condotta.
Aggiungi a queste angosce del cuore la vita faticosissima, quasi senza riposo.
La mattina ero al Collegio militare; verso sera andavo a scuola; gl'intervalli della giornata erano riempiuti dalle lezioni private.
Metti pure il continuo travaglio della mente sui libri, e quell'aculeo del cervello che è la meditazione, diventa una abitudine e quasi un fantasticare, quando ci mancava sotto un fondamento serio.
Questa era la mia vita.
Mancavano quelle lunghe passeggiate che pur mi tenevano su, negli anni passati; mancavano pure le allegre conversazioni giovanili in casa Puoti, de omnibus rebus, che portavano al mio spirito notizia del mondo di fuori e lo dissetavano.
La mia vita era monotona, quasi una ripetizione quotidiana.
Seppellito nella scuola, sempre nello stesso piccolo cerchio d'idee, il cervello si fissava, e, attivissimo in un punto, rimaneva quasi stupido in tutti gli altri aspetti della vita.
Di sentire delicatissimo, quell'ambiente volgare e grossolano in cui ero pur costretto di vivere, mi offendeva e mi guastava i nervi, sí che sempre mi sentivo esule dalla società, e cercavo rifugio nei giovani.
Dimagravo a vista d'occhio; ero gracilissimo, spesso infreddato, e passavo i giorni fra tosse e mal di gola.
Una buona igiene poteva forse guarirmi; ma ero inesperto e spensierato.
Le occupazioni si prendevano tutto il tempo; pure, in certi ritagli della giornata contentava la mia voglia sfrenata di leggere, e la mia faccia gialla cadeva sui libri.
Quel frequente chinarsi del petto e del capo mi aveva incurvato il dorso.
Talora volevo leggere quello ch'era necessario a sapersi per la mia lezione: ma che! cominciato, non finivo piú che non finisse il libro.
Sceglievo un periodo per la lettura; ma l'un periodo si tirava appresso l'altro, e divoravo le pagine, e passavo ore intere come immemore.
Alzando il naso dal libro, mi guardavo intorno, come chi si sveglia e non riconosce ancora il luogo dove si trova.
Un giorno mi venne alle mani un trattato di patologia generale.
Leggo e leggo con una curiosità mista di spavento quella infinita serie di morbi, e mi pareva il corpo umano come inverminito, e che vi pullulassero quei morbi l'uno dall'altro.
Quelle descrizioni animate, che finivano quasi sempre col delirio e la morte, mi spaventavano e mi attiravano come un romanzo funebre.
Lessi piú volte la descrizione del tetano: ignoravo il nome e la cosa.
Impressionabile molto, mi pareva di sentirmi nelle ossa quei morbi che mi passavano dinanzi come fantasmi.
Eccomi alla tisi.
Mi batté il core, perché di quei mal sottile morivano per lo piú i giovani e le ragazze, e pietose storie se ne contavano, e io, cosí gracilino com'ero, mi toccavo spesso il petto per paura della tisi.
Leggo adagio, notando i fenomeni, e, quando giunsi al calore nel vôto delle mani e al rossore delle guance scarne, mi levai turbato, che mi sentivo bruciare le mani, e corsi allo specchio per mirarmi le guance.
Tacito, impensierito, stetti agitato per un paio di giorni, insino a che me ne confessai con l'antico medico di casa, signor Domenico Albanesi.
Costui era un elegante mingherlino, ben chiomato, ben vestito, di faccia aperta e allegra.
"Cos'hai?" mi disse, veggendo la mia brutta cera.
Lo pregai di tastarmi il polso, esaminarmi il petto, e la voce mi tremava.
"Ma io non t'ho visto mai cosí bene, - disse lui, toccandomi il polso.
- Tu stai benone, via! vuo' farmi il malato di Molière?" Poi, mi guardò in viso, e, vedendo che stavo lí non persuaso, aggiunse: "Dimmi, leggeresti forse qualche libro di medicina?" Gli narrai tutto, con semplicità uguale all'ingenuità.
Il medico rise molto, e, accarezzandomi il mento, disse: "Gitta al foco tutti questi libri di medicina".
Mi confortò piú quel riso che quelle parole, e tornai a casa rassicurato.
Ma pochi giorni di poi mi venne all'orecchio una notizia che mi atterrò.
Il povero medico faceva l'amoroso con una giovanetta, figlia del Ronchi, medico di Corte.
E faceva l'amoroso come si soleva in Napoli, in istrada, a chiaro di luna, guardando, facendo gesti con la bella al balcone.
Una di quelle sere che il freddo era grande, stando cosí al sereno, gli furono attaccati i polmoni, e cosí quel meschino, che rideva con me del mal sottile, moriva pochi dí appresso di mal sottile.
Il fatto mi contristò assai.
Non mi pareva vero di non dover piú incontrare per via quel giovanotto gaio e spigliato, che ammiccava di qua e di là le ragazze, e, vedendomi, diceva subito: "Come stai? Io sto benissimo".
Il fatto è ch'io era malato per davvero, malato di esaurimento, o, come si direbbe oggi, di anemia.
Me ne fece avvertito una ragazzotta robusta come una contadina, con la quale talora ci vedevamo sopra un terrazzino a pianterreno, che metteva nella sua casa.
Era conoscenza vecchia, e ci trattavamo alla buona e senza malizia.
Ella mi diceva spesso che i miei occhi erano amorosi, e io non capivo e non rispondevo a tuono.
La famiglia si riuniva sopra quel terrazzino per sollazzo, e si facevano parecchi giuochi.
Un dí giocavamo a chi alzasse una sedia con sola una mano.
Lei la ghermiva e la slanciava subito in aria; io mi ci scorticavo la mano, la levava a gran fatica, e il braccio si piegava, e piú ci poneva forza e meno mi riusciva di tenerla alta, ché il braccio mi tremava sotto.
La bricconcella se la rideva, e mi mostrava il suo braccio rotondo e rubicondo, e, guardando al mio, diceva: "Il sangue non ci arriva".
La sentivo con ammirazione.
Poi guardai e vidi che il mio braccio era esile e pallido, e presi l'abitudine di strofinarmi i polsi con la mano per farci venire il sangue.
A scuola ero un altro.
Giovane tra giovani, esaltato in me stesso; là regnava il cervello, e il cervello straviveva.
Nessuno, vedendomi cosí vivace e acceso, avrebbe pensato ch'io fossi infermo; pure, quella scuola si portava via una parte di me.
Ventura fu che l'anno volgeva al suo termine, e io potei rinfrancare le forze in Sorrento.
Capitai in casa di una buona contadina, piuttosto agiata, che aveva una figliuola unica, grandetta e belloccia.
La mamma nel dopo pranzo la lasciava con me, e passavo le ore accanto a lei, sedia a sedia, sopra un terrazzino coperto, onde si vedeva un bel cielo azzurro e il tranquillo mare.
In altri tempi avrei fatto il poeta, e cavate fantasie graziose dalla luna, dalle stelle e dalle nuvole.
Ma ora non mi veniva niente alla lingua, e stavo le ore intere a mirarla, e facevo il Consalvo, timido innanzi alla Divinità, e aspettava una parola da lei, e lei da me, e nessuno parlava.
Da questo grottesco intermezzo mi vennero a togliere alcuni amici che mi menarono seco loro a desinare.
Da quel tempo, per non trovarmi faccia a faccia con la mia bella statua di gesso, usai le ore vespertine a girare per quei dintorni.
Le camminate lunghe, l'allegra compagnia, l'aria pura, il riposo, le distrazioni mi ebbero in poco di tempo rifatto il corpo e lo spirito, tanto che, al partire di colà, osai dare alla mia contadinotta un'abbracciata.
Consalvo me lo perdoni.
Capitolo ventesimo
IMPRESSIONI POLITICHE.
ZIO PEPPE
Ripigliai le lezioni con brio.
Tutti mi facevano complimenti sulla mia buona cera.
Molti furono i nuovi venuti, nessuno m'aveva lasciato, e mi si stringevano intorno con le facce ilari, dove si leggeva la sicurezza di fare una buon'annata.
Il primo corso era stato giudicato novissimo, e, al grido, parecchi venivano tirati anche da curiosità.
Io mi sentii inetto a ripetermi, e volli dare qualcosa di nuovo.
Feci un corso sulla lingua.
Intanto non avevo intermessa la lettura dei giornali francesi.
Stavo qualche ora nel caffè del Gigante.
Avevo assistito con grande interesse alla lotta parlamentare tra il conte Molé e la coalizione, dove primeggiavano Guizot e Thiers, collegati di occasione.
Quelle giostre oratorie mi rapivano in ammirazione; non sapevo ancora quale era il dietroscena, e quanta vacuità fosse in quegli splendori.
Quella coalizione mi pareva una soperchieria e uno scandalo, e, col mio istinto che mi tirava verso i deboli, Molé mi divenne simpatico.
Ammirai soprattutto con quanta prontezza d'ingegno volse contro Guizot una frase di Tacito, che questi citava contro di lui; ma poi dimenticai Molé e fui contento di veder ministro il mio Thiers.
Costui aveva non so che di mobile e irrequieto nella condotta, piú del brillante che del sodo, ciò che alla mia immaginazione giovanile non dispiaceva.
Aspettavo grandi cose da lui; sapevo a memoria moltissimi luoghi dei suoi discorsi limpidi e filati.
Mi ricordo fra l'altro questa frase: "Io fo quello che dico, e dico quello che penso".
Ci vedevo uno dei miei piú cari ideali, la concordia tra il fare, il dire e il pensare, e m'immaginavo che avrebbe recato ad atto tutte quelle grandi idee di libertà e di riforme, di cui avea piena la bocca.
Ma i fatti mi riuscirono di molto inferiori ai discorsi, e, anche discorrendo, il ministro mi pareva inferiore al deputato.
Nelle mie passeggiate e nelle chiacchierate intime con gli amici, facevo lo sputa-senno, e pronunziavo con grande sicumera giudizi di giovane focoso e inesperto.
Forse nei miei giudizi severi entrava quella non so quale velleità che trascina i giovani in favore dell'opposizione.
Non avevo ancora una personalità in quel giudizio delle cose e degli uomini, e mi facevo molto impressionare da quello che dicevano di lui i giornali di mia lettura, il "Siècle" e i "Débats", che gli erano contrari; forse anche la grande aspettazione che avevo di lui gli nocque.
Pure, lo accompagnai con qualche simpatia nella sua campagna contro i gesuiti e contro i conventi, e poi nella sua azione diplomatica a sostegno del viceré d'Egitto.
Mi fece grande impressione, nella discussione parlamentare intorno ai gesuiti ed ai conventi, un discorso di Berryer, un pezzo oratorio di gran forza, dov'erano descritte con mirabile facondia certe lassitudini della vita, che cercano appagamento nella quiete dei conventi.
I deputati lo applaudirono molto, ma conchiusero contro, ciò che a me parve strano.
E mi parve anche piú strano quell'antipatico uomo di spirito ch'era il Dupin, il cui discorso mi sembrò cavilloso e curialesco.
Queste furono le mie prime sorprese in politica.
Ma erano nulla a quelle che vennero poi.
Vidi il Thiers invischiato nella lotta tra egiziani e turchi, e mi pareva ogni dí scoppiasse la guerra.
Ma non ne fu niente; Il ministro seppe cosí mal manovrare, che la Francia rimase isolata, e non ebbe animo di affrontare l'Europa per i begli occhi di Mehemet.
Io capii poco di quella politica farragginosa, e mi venne, cosí piccino com'ero, il sospetto che facesse apposta cosí, per distrarre i francesi dal programma liberale trombettato da lui.
Vedi malizia! E non è la prima volta che gli uomini vedono furberia in ciò che è vanità o inabilità.
Per non impiccolire Thiers, il mio beniamino, io lo creava un furbo di tre cotte.
Pure, dentro di me era sminuito il suo prestigio.
Quella sua caduta precipitosa senza lasciare dietro di sé che velleità e rumore, mi aveva guastato l'idolo.
Mi s'ingraziò un poco nell'ultima lotta, quando vidi la mala fede dei suoi avversari, che volevano per forza fare di lui la personificazione della guerra, con quelle solite formole alla francese: "Thiers c'est la guerre, et Guizot c'est la paix".
Questi assolutismi non mi entrarono.
Ci vedevo una soverchieria contro quel povero Thiers.
Guizot poi mi divenne addirittura odioso.
"Che uomo! - gridavo io, gestendo forte.
- Thiers lo invia ambasciatore a Londra, e costui cospira contro il suo ministro e viene nella Camera a combatterlo! Ben fece Berryer ad accopparlo".
Io era mobile e appassionato nei miei giudizi, molto impressionabile, trasportato dalle varie correnti, con una gran dose di bontà e d'ingenuità.
M'incalorivo molto per le cose di Francia, e non avevo orecchi né occhi per le cose nostre; anzi Napoli era per me il migliore dei mondi, perché Napoli era la mia scuola, e nella scuola mi sentivo appagato e felice.
Del resto, questa era allora la corrente.
La gioventú, mossa da un sentimento letterario, si appassionava molto per quella grande eloquenza della tribuna francese, e, sfogatasi ben bene nei caffè a chiacchiere e a gesti, non cercava altro.
E la polizia lasciava fare.
In mezzo alle mie dispute politiche e alle mie lezioni mi colse come strale una triste notizia: zio Carlo, colpito da un secondo accidente apoplettico, moriva.
Mi rimproverai allora quella non so quale freddezza che gli avevo mostrata.
Avrei voluto essere lí, a piè del suo letto, e chiedergli perdono.
Ricordavo la sua bontà per me, ch'ero stato sempre il suo prediletto.
Nel suo testamento lasciò tutto ai cugini, ciò che mi parve la conseguenza inevitabile di molte promesse, e non mi sorprese.
"Ma se egli aveva a dolersi di mio padre, che colpa ci hanno i figli?", pensavo io.
Anche a zio Peppe spiacque la cosa, e fece un contro-testamento, nel quale lasciò tutto a mio padre, per equilibrare, diceva lui.
Questi fatti avevano generato mali umori, e il povero vecchio menava in famiglia giorni annoiati e malinconici.
Il suo umore vivace e allegro mal vi si piegava, e divenne violento e talvolta manesco.
Io pensai di chiamarlo a me e alleviargli la vita.
M'era anche una buona compagnia allegra.
In quel maggio mi separai da Enrico e presi casa in via Rosario a Porta Medina, numero 24.
La casa era bene aerata e piena di luce; c'era un salotto molto capace, dove pensai di tenere la scuola.
Quell'andare e venire da San Potito a vico Bisi, mi annoiava fieramente.
Poi mi pareva maggior dignità avere la scuola in casa.
Diedi una bella stanza da letto a zio Peppe, e io mi rannicchiai contentone in uno stanzino oscuro.
Quel bravo marchese non tenne a vile di venire in casa mia tutti i mercoledí per la traduzione, e io non pensai punto che gli potesse dispiacere, cosí eravamo uniti di spirito.
Zio Peppe era di conversazione piacevole, franco, impressionabile, di primo moto.
Portava assai bene la sua sessantina: alto e corputo, quasi gigantesco, e quando poneva sul suolo quelle gambe rotonde e piene, il suolo pareva gli tremasse sotto.
Aveva una bella testa, sempre ritta; il viso rubicondo e gli occhi arditi; la cera benevola e l'anima piena di affetto.
Facile all'ira, si calmava subito.
Coltura e ingegno non ne aveva molto, e stava innanzi a me con qualche soggezione.
Gli piaceva un buon bicchier di vino; andava in brio e ciarlava volentieri delle sue gesta, e, quando vedeva spuntare me, diceva: "Zitto, che viene Ciccillo".
Io era il suo contrapposto: severo, di poche parole, non facile ad aprirmi; del resto, lo sentivo assai volentieri.
Enrico era della compagnia.
Talora l'andavano stuzzicando, ed egli si esaltava e diceva le cose come le sentiva, alzando la voce anche per via.
Le persecuzioni politiche e il lungo esilio non l'avevano piegato.
Allora si sentiva nell'aria qualcosa di nuovo.
Si vedeva un po' allargarsi quell'atmosfera plumbea che pesava sopra tutti, e ci tenea chiusa la bocca.
Già alcuni nomi di patrioti reduci dall'esilio si mormoravano sotto voce: nella nostra ammirazione primeggiava Poerio.
Nei primi anni sentivo imprecazioni contro i Carbonari, e io me li dipingevo come cosa diabolica.
Ma il tono mutava in quel tempo, e le imprecazioni erano contro i sanfedisti e Carolina e Ruffo, e si vantavano gli eroi del Novantanove, ancora a bassa voce e quasi all'orecchio.
Gli uomini del Ventuno, messi in mala luce, cominciavano a ripulirsi e a circondarsi di un'aureola innanzi alla gioventú.
Già si nominavano Pepe, Carascosa, Colletta.
Quando Giuseppe Poerio, reduce, perorò la sua prima causa, una folla enorme trasse a sentirlo.
Si dicevi: "Andiamo a sentire il grande oratore"; ma sotto c'era la simpatia per l'uomo politico.
Mi sta ancora innanzi, nella causa, credo, di Longobucco.
Squassava la bianca chioma come un Giove, tutto gesti, tutto nella causa.
Si facevano paragoni tra il suo fare concitato e la calma del Borelli, e l'uno i giovani giudicavano eloquente, l'altro facondo.
Io assistevo a queste dispute, invaso da un sentimento letterario, ch'era coperchio ai racconti del Ventuno e ai ricordi del Parlamento nazionale.
La tribuna francese non era estranea a questo rialzo dello spirito.
Ci aveva contribuito il ministero Thiers, dal quale si aspettavano grandi cose per la libertà dei popoli, e quel rumor di guerra, entro il quale s'inabissò il Thiers, fu accolto dalla gioventú con molta speranza.
Ma venne Guizot, e addio! Thiers aveva una faccia che ci sorrideva; Guizot, ci parve un brutto ceffo.
Queste speranze, timori, opinioni, congetture, immaginazioni, mormorii politici erano in una cerchia assai ristretta.
I piú non ci pensavano e badavano ai casi loro, salvo in certi chiari di cielo, quando la voce si faceva un po' piú alta.
Io per esempio ero tutto grammatica e lingua; Enrico era tutto nello studio di Vico: alla politica ci si pensava per parentesi, e piú o meno, secondo i casi e gli accidenti del giorno.
Ma la politica era il chiodo di zio Peppe, che lo martellava e lo faceva scattare; e non si guardava mai intorno, e tra compagni e amici le sballava grosse.
Si vantava carbonaro; gridava contro il tradimento di Francesco e del Carignano; ci narrava spesso del De Conciliis, gloria, diceva, della nostra provincia; raccontava il suo esilio, tramezzando le sue pene e i suoi sdegni con aneddoti piccanti: ch'era venuto in grazia a certe monache, e che aveva loro pagata una lauta messa, e contava di certe amicizie di setta, e conchiudeva sempre con quel tale Dies irae.
Questo ci faceva ridere, ed egli ci si arrovellava e lanciava i pugni in aria.
Io lo sentiva come in un'accademia; non m'era venuto in capo che sotto ci fosse niente di serio.
Con lo stesso animo credo lo sentissero gli altri.
Quando parlava era una festa; facevamo cerchio e coro.
Talora stava in camera con le braccia nude, mostrando quel suo petto di leone, tutto in sudore, sotto la sferza della canicola, col viso severo e con voce vibrata, ripetendo a noi increduli e con la bocca a riso: "Giovinotti, aspettate il '46, l'anno della rivoluzione e della libertà".
Noi finimmo con prendere in burla il '46, e gli dicevamo: "Ah il '46! Cosa ci sarà nel '46?" Ed egli tonava: "Ci sarà questo, che l'Europa avrà rivoluzione e libertà".
Quando Pio IX iniziava in Europa rivoluzione e libertà, ci corse in mente il '46 di zio Peppe, e stupimmo.
Enrico mi diceva: "Quel povero zio Peppe! non ha veduta la terra promessa".
Era stato un profeta.
Oggi si direbbe uno spiritista.
Capitolo ventunesimo
COSE DI LINGUA
In quest'anno feci un corso sulla lingua.
Non c'era un concetto chiaro di cosa dovess'essere una lingua.
Alcune parti erano nella grammatica, altre nella rettorica; nel vocabolario c'era un materiale morto, come un pezzo anatomico, con copia di significati e di esempi, in confuso, come una tiritera senza lume di storia né di filosofia.
Ora anche qui erano penetrate la scienza, la storia, l'erudizione.
Mi erano familiari gli studi sulla lingua dei Perticari, del Monti, del Cesarotti, del Cesari, oltre gli antichi del Cinquecento e dei Seicento.
M'immersi subito nelle quistioni piú delicate di quel tempo.
Tenni come sovrano arbitro delle cose della lingua l'uso dei buoni scrittori, se non che allargai il numero di questi di là dai confini voluti dalla Crusca.
La mia inclinazione mi tirava tra i ribelli a quel tribunale; stavo piú volentieri col Torto e diritto del padre Bartoli e con Vincenzo Monti.
Vedevo che di tutto quasi c'era esempio, e che la lingua non era un corpo morto che si potesse regolare con gli scrittori, come il latino.
Nei casi dubbi davo una grandissima importanza all'uso vivo, e mi erano bene accette anche parole nuove non registrate nel vocabolario, ma sonanti nella bocca del massaio o del gastaldo.
Né mi faceva orrore qualche parola o frase uscita dal dialetto; anzi mi pareva che i dialetti italici fossero per l'uomo di gusto fonte viva e fresca di buona lingua, specialmente per ciò che riguarda le frasi e le immagini e le figure.
Il mio principio era che potesse entrare nella lingua comune quanto nei dialetti potesse esser capito e avesse una certa conformità di genio e di andamento con quella.
La lingua comune era per me come l'aristocrazia, la quale sarebbe un corpo morto, ove non avesse la forza di assimilarsi e assorbire elementi di altre classi.
"Quanto ai gallicismi, facciamo pur la guerra, - dicevo, - e purghiamo la lingua da questa infezione straniera, ritirandola verso l'antico; ma se l'uso si ostina a conservarne qualcuno, dobbiamo noi cozzare contro l'uso?" Questo linguaggio, in quell'atmosfera impregnata di purismo, sentiva già di ribelle, ed era riferito come uno scandalo al marchese Puoti.
Io me ne difendevo vivamente; ma ero già un ribelle senza saperlo, e mi accusava il rossore del volto.
Peggio poi quando venivo all'uso della lingua, e a quello che diceasi elocuzione.
Sostenevo che l'importante era meno di scriver puro che di scriver proprio, ed al dogma della purità avevo sostituito il dogma della proprietà e della precisione.
Volgendo l'attenzione piú al contenuto che alla forma, veniva capovolta la base della grammatica e della lingua, e si riusciva a opinioni assolutamente diverse dalle correnti.
Lo spirito, concentrato nella parola o nella frase, si avvezzava a guardare di sotto, a cercare il pensiero, a preferire non la frase piú pura, ma la frase piú propria e piú esatta, che fosse, come dicevo io, lo specchio del pensiero.
Perciò non mi piacevano i pleonasmi, i ripieni, le riempiture, le perifrasi, le circonlocuzioni, le parentesi, i lunghi e armoniosi giri dei periodo, l'abuso delle congiunzioni e delle inversioni.
Tutto questo era roba da esser gittata a mare.
Naturalmente la pratica non rispondeva per l'appunto alla teoria.
Non era facile svezzarci da molte radicate abitudini, e bruciare oggi gl'idoli adorati ieri.
Ne nasceva una disuguaglianza, non so che di grottesco: il vecchio uomo non era ancora cancellato, l'uomo nuovo non era ancora formato, e mal vivevano insieme.
Cosí nella scuola i mercoledí erano puristi, e sentivi non di rado, nelle correzioni del marchese, il "perché", "conciossiaché", "manifesta cosa è"; nelle letture ti venivano all'orecchio molti riboboli e anticaglie, che avevano la loro condanna nella critica e nelle teorie.
Il pensiero era libero; la pratica era ancora servile.
Dotato d'una certa misura intellettuale, che non mi consentiva nessuna esagerazione, le mie novità erano in tali termini, che se non appagavano puristi e lassisti, neppure gl'irritavano.
Io ero un juste milieu.
E non pensavo a questi o a quelli, pensavo a dire il vero.
La mia mira non era punto a surrogare il Puoti ed a porre innanzi il mio personcino; anzi io avevo sempre il suo nome in bocca, e avevo l'aria di spiegare le sue dottrine, di essere il suo interprete.
Però volevo che quelle dottrine fossero purgate da quelle esagerazioni che si attribuivano al marchese, e, cosí facendo, credevo difenderlo dai suoi avversari.
Perciò le mie temerità mi erano perdonate volentieri, e io mi applaudivo di aver trovato modo di piacere al vero senza dispiacere a lui.
In questo c'era un po' di malizietta inconscia, ma anche la mia natura, lontana dalle piccole passioncelle di pensiero e di linguaggio.
Una sera feci una lunga lezione sul modo di arricchir la lingua senza corromperla, dove i puristi pretendevano che la lingua fosse già ricca, anzi troppo ricca, e non si dovesse pensare che a purificarla.
Io chiamava costoro falsi puristi, che guastavano la loro causa, e difendeva e glorificava il vero purismo.
Cosí piú tardi ci furono anche i veri e i falsi liberali.
Terminai quella lezione con un panegirico del vero purismo, che non si arresta al Trecento, e non mette le parole in cima al pensiero, e non imita gli arcadi e i retori.
Andavo innanzi, tonando contro i calunniatori, che accagionavano i puristi di quello che si potea dire al piú degli ultra-puristi o falsi puristi.
Il dí appresso fui dal marchese, com'ero solito, e vi trovai Gatti, Cusani e parecchi altri.
La scuola del marchese non era quasi piú altro che una conversazione rumorosa ed allegra, nella quale si ciarlava di tutto, a cominciare dalle novelle del giorno.
Il marchese serbava tutta la sua vivacità sollazzevole; ma nel vedermi fece il muso arcigno.
"Tempesta ci cova", pensai io, e salutai.
Là ero discepolo tra discepoli, e dei piú umili.
Il marchese, nelle sue maggiori collere, non osava mai investirmi e apostrofarmi: il mio contegno taciturno e freddo, la mia aria innocente lo trattenevano.
Anche allora sfogò la sua ira per indiretto.
Parlò delle monellerie di Pier Angelo Fiorentino e delle velleità di Vaccaro Matonti, "discepoli ingrati come qualche altro", disse, e guardò a me.
Io sentii la punta e mi scolorai.
E il Gatti mi toccò il gomito ridendo, e disse: "Già, ti è venuto il ticchio di fare il filosofo".
"Assai meglio di te", risposi io, che, non potendomi sfogare col marchese, me la presi con lui.
Ed egli mi venne su col pugno stretto, adirato non delle parole, ma del tono stizzoso.
Si pose di mezzo il bravo Cusani, con buone parole, e ci rappaciò.
Il Gatti stimava sé gran filosofo, e gli sapea male che altri gli volesse fare concorrenza.
Cusani, dato agli stessi studi, aveva maggiore ingegno, ed era mitissima natura d'uomo.
Ed ecco venirmi incontro il marchese e prendermi per mano familiarmente e dirmi: "Sai, mi aveano male informato.
Dicono che tu hai fatto le lodi dei puristi".
Io rimasi confuso.
Pensavo che qualche cicalone gli aveva dovuto travisare la mia lezione, e qualche benevolo gliel'aveva mostrata da un altro lato.
Vedendomi sospeso, disse: "Eh! giovanotto, vuoi forse ch'io ti chieda perdono?" Mi scappò una lacrima, e lo guardai commosso.
Poi, con la mia schiettezza, gli dissi: "Io ho lodato i puristi veri, come voi; ma ho dato addosso agli ultra-puristi, come sono certuni che vi riferiscono male le mie lezioni".
E guardai intorno; ma nessuno mosse collo.
Il marchese si pose tra noi come un generale che si pone al centro del quadrato, e disse: "Figliuoli, il purismo è uno: non c'è vero e falso purismo.
Chi fa questo distinguo, non ci crede piú".
Poi fece una lezione a braccia.
"Non si tratta, diceva, di arricchire la lingua; la nostra lingua è copiosissima piú che ogni altra di vocaboli e di modi di dire, e si vuole scerre il piú bel fiore, e gittar via le scorie e le male erbe".
Su questo tuono disse molte belle cose.
La gragnuola veniva tutta addosso a me; ma io stava lí ritto e insensibile, come se non mi accorgessi di nulla.
Restammo pochini.
Il marchese, che mi vedeva bene e conosceva la mia modestia e la mia sincerità, e come io l'aveva in luogo di padre, disse: "Senti, Francesco, lasciami stare tutte queste teorie che sono cianciafruscole, e batti al sodo: lettura e composizione".
Andai via pensieroso.
Lettura e composizione erano il mio cavallo di battaglia.
La mia natura mi tirava appunto al concreto; nelle mie analisi, sia che avessi innanzi qualche brano da esaminare, sia che avessi qualche componimento da criticare, sentivo piú diletto e piú sicurezza che nelle astrazioni, e mi c'immergevo tanto, che talora finivo rauco, stanco, ma non sazio.
Dimoravo mal volentieri nell'astratto, e ne scendevo subito, per pigliar fiato e luce.
Anche in mezzo alle astrazioni moltiplicavo gli esempli e le applicazioni, copioso d'immagini e di colori, non tanto per naturale inclinazione, quanto per sentimento e dovere di maestro.
Io era un maestro nato, e quando vedevo nella faccia dei giovani un'aria impersuasa, girava e girava il pensiero, insino a che non vedeva su' loro volti quella luce ch'era nel mio intelletto.
Dicevo spesso ai giovani, ch'io dovevo scendere fino a loro, per poterli innalzare sino a me.
"Dunque, lettura e composizione, sissignore"; il marchese parlava a un convertito.
Cosí camminavo e fantasticavo; poi mi veniva un riso, che la gente mi doveva prendere per pazzo, e dicevo tra me e me: "Ma, caro marchese, come ti viene il grillo di dirmi: Francesco, lasciami stare le teorie? E come si fa a cacciarle via queste teorie? Debbo forse smettere il mio corso sulla lingua? Questo ci vorría; i giovani mi lapiderebbero.
Ma se queste teorie mi si sono ficcate nel cervello, debbo io cambiarmi il cervello?" Poi mi saliva la senapa al naso, pensando a quei birboni che volevano mettere zizzania tra me ed il marchese, e non mi facevo capace come potesse esservi gente di simil conio.
Giunsi a casa, e mi gittai per morto sopra un sofà, stanco non del cammino, ma dei pensieri.
Venuto piú tranquillo, m'intenerii molto, ché mi ricorse alla mente la paterna bontà del marchese, e mi proposi di star guardingo per non dispiacergli.
E per qualche tempo mi chiusi la bocca, lasciando stare scrittori moderni e francesi, e seppellendomi fra i trecentisti.
Sospesi anche, sotto questo o quel pretesto, il calunniato mio corso; ma i giovani non potevano star saldi, e facevano atti d'impazienza, e dicevano: "Professore, e il corso? Quando ricominciamo il corso?" C'era pure qualche sentore della scena avvenuta in casa del marchese.
Io feci come il cantante che si fa pregare; parevo spinto da loro, ma ci avevo il mio gran piacere.
Base del mio corso era non la purità, ma la proprietà.
Le forme erano per me dei fenomeni, di cui cercavo la spiegazione nel loro significato, ch'io chiamavo il contenuto.
Un tal modo di considerare la lingua era tutt'una rivoluzione, di cui io stesso non capivo la portata.
A questo modo la lingua, come la grammatica, aveva un metodo nuovo, e conduceva a nuovi risultati.
Dal senso proprio passai al traslato, e ridussi tutti i traslati o tropi di cui una lista infinita e arbitraria era nelle rettoriche, in due sole categorie, traslati di estensione e traslati di comprensione.
Io mi andava baloccando tra il Cesarotti e il Dumarsais.
Avevo un immenso materiale, che andavo volgendo e rivolgendo a mia posta; non ero sistematico, anzi abborrivo dai sistemi: ciascun sistema era per me una esagerazione, e andavo navigando tra loro con la mia bussola, nella quale avevo molta fede, ed era un certo buon senso, una dirittura di giudizio, che mi rendeva sicuro di me.
Il mio cervello era una fabbrica di teorie, e mutando il punto di partenza, capovolgevo la base, dilettandomi di foggiar sistemi nuovi a mio comodo.
Con giovanile audacia mi ponevo facilmente giudice tra gli autori, menando sferzate di qua e di là.
Il mio studio era volto principalmente a ridurre le varie esagerazioni nella giusta misura.
Questo si vide soprattutto nelle ultime lezioni, che furono sulla lingua del Trecento.
Feci una storia dei migliori trecentisti, accompagnata da giudizi brevi e precisi, e notai i pregi e i difetti di quella lingua, navigando cosí destramente tra le esagerazioni degli uni e degli altri, che i novatori non ne furono scontenti, e il marchese mi diede un bravo.
Pure io non ci misi malizia; il mio intelletto era fatto cosí, e pareva arte quello ch'era natura.
Mi è saltato innanzi fra i tanti miei scartafacci un sunto di questi discorsi, essendo mio costume di notare per iscritto i concetti piú importanti delle mie lezioni.
Quel sunto mi è parso magro e plebeo.
Ero solito rifrugare quei concetti in me, e lungamente meditarvi sopra, e poi, parlando, mi rivenivano, ma con piú luce e piú energia.
Quel sunto mi è parso il mio cadavere.
Chi mi dà l'uomo vivo? Chi mi dà tanta parte di me, consumata in quel tripudio di un cervello esaltato, mosso da una forza allegra? Tutto questo è morto nel mio spirito, e non posso risuscitarlo.
E morte sono quelle analisi e quelle critiche, una collaborazione, nella quale giovani e maestro entravano in comunione di spirito, ed in quell'attrito mandavano scintille.
A che giovano le memorie? Di noi muore la miglior parte, e non ci è memoria che possa risuscitarla.
Capitolo ventiduesimo
REMINISCENZE.
AGNESE
Sono già parecchi giorni che i medici mi hanno consentito di prendere un boccon d'aria, non piú che un'oretta.
Mi è parso uscir di prigione, ed ho respirato a grandi sorsi, e mi sono sentito allargare il petto e i visceri.
Mi sono ricordato le lunghe passeggiate di un tempo, lí a Capodimonte o sul Vomero; ma ohimè! debbo camminare adagio e non mi posso stender molto lungi.
Oggi, 8 marzo, mi sento meglio in gambe, e sono stato alla solita passeggiata, lungo il corso Vittorio Emanuele.
Giunto al convento dei Pasqualini, là dov'ero solito rimettermi in carrozza e rifare la via, mi è venuta la voglia di far ritorno per un'altra via: tanto, non mi sentivo stanco, e le gambe volevano ancora andare.
Sono sceso lemme lemme, per una scala erta, che mi hanno detto menare alla chiesa della Madonna dei Sette Dolori.
Guardo e guardo: cercavo la casa dov'erano i Fernandez, e non trovo nulla, e non ravviso la strada.
L'ingegneria, per fare il corso Vittorio Emanuele, ha disfatto due strade belle a quei tempi miei, quella di San Pasquale e l'altra di San Martino.
Scendo e scendo e non mi ci raccapezzo.
Giunto alla chiesa, respiro: tutto mi torna a mente.
Laggiú è Magnocavallo, la strada nobile che mena a Toledo.
Ma io piego a mancina e fo adagio quella scalinata lunga e sozza, fermandomi a ogni tratto, e mettendomi la mano sulla fronte, come se volessi evocare la mia giovinezza, vissuta in quelle parti.
Giungo al palazzo ove abitavano e non so se abitano ancora i Minervini.
A dritta è la strada del Formale.
Mi ci avvio quasi automaticamente, ancorché non fosse la mia strada.
Ma era la strada della mia prima giovinezza, piena di memorie.
Da quella parte la via è incassata tra due mura alte e nude di vecchi conventi, entro di cui sono incavati certi primi piani e certe stanze terrene, simili a covili: un putridume.
Le vedo imbiancate, ripulite, e vedo la via bene spazzata.
"Manco male, - dissi; - qui c'è progresso".
L'occhio da lontano afferrava già il portone numero 23.
Mi ci fermo, e quell'entrata, dove sonarono già i miei clamori fanciulleschi, mi pare sporca e umida.
Certi monelli cenciosi mi guardavano con un occhio interrogativo, come volessero dire: "Cosa vuole questo signore?" Mi fo un po' lontano, ed alzo un'occhiata su al terzo piano, e veggo una donnicciuola ingiallita, d'aspetto volgare e civettuolo, lí sul balcone dove io soleva declamare le ottave del Tasso.
Mi pare proprio un insulto quella donna.
Scendo ancora e do un'occhiata obliqua al numero 39, a sinistra, dove fui cosí spesso a visitare zia Marianna, con zio Carlo e Giovannino.
"E dove sono ora?" Vengo in malinconia e rifò i miei passi, e m'imbocco per la strada Rosario a Porta Medina.
Giunto al larghetto dove è posta la chiesa, mi batté il cuore, ché presso v'è la casa da me abitata.
Entro risolutamente nel cortile e guardo la scalinata.
"Cosa volete?" dice una vecchiarella.
"Eh! niente.
Qui ho abitato, piú di trent'anni or sono".
"Gesummaria! - disse lei, come vedesse l'orco; - trent'anni!" "In questo caso, io dovrei ricordarmene, che sono antico di qua", disse un uomo grosso, cavandosi il berretto.
"Sì? Ma io non mi ricordo di te, - diss'io.
- Ti ricordi tu quando venivano qui tanti scolari?" Restando esso tra il sí ed il no, gli domandai: "Ma in che anno sei venuto tu qui?" "Signore, nel 1845".
"E io ci fui nel 1841" "Eh! oh! eh!" Io li lascio lí ad esclamare, e mi pianto su l'uscio, e guardo su, dirimpetto, al terzo piano, e vedo il balconcino; ma non c'era lei.
Povera Agnese! Mando cosí un respiro alla creatura dei miei passati dí, e torno lentamente a casa, pensoso e tutto pieno di questa giornata.
Ho voluto raccontarla.
Sicuro! Dirimpetto al mio balcone era un balconcino, sul quale gli studenti gittavano furtivi sguardi.
Assorto negli studi, non me n'ero avvisto; poi, guardai anch'io.
Avevo preso l'abitudine di gittar per via occhiate alle donne, senza malizia, perché il mio spirito era altrove.
In Napoli c'è spesso un saettío di occhiate tra balcone e balcone: cattiva abitudine anche questa.
Ciò si chiama uno spassatiempo, un modo di passare il tempo.
La donna era per me non so che vicino alla Divinità, troppo lontana da quelle ombre femminili che mi rasentavano il fianco per via.
Il mio intelletto, profondato negli studi, era rimasto involuto, e non c'era entrata la malizia.
Guardai a quel balconcino, e vidi una signorina vestita con semplicità non priva di gusto, un po' magrolina, con due occhi che parlavano.
Ero cosí timido che non osavo guardarla fiso in faccia, e la guardavo con la coda dell'occhio.
Ella stava lí come una esposizione, e si faceva guardare.
Talora la guardavo per di sopra a un libro che avevo in mano.
Anche passeggiando e ripensando la mia lezione, gli occhi scappavano verso il balconcino.
Sembra che ella sapesse tutte le mie ore, perché, affacciandomi, la trovavo sempre lí.
Se con me erano altri giovani, la stava pur lí e tirava occhiate di fuoco, mentre io voltavo le spalle per non farmi scorgere.
Ma quando di lontano vedeva venire zio Peppe, la scappava subito: quella figura erculea e fiera le faceva paura.
Cosí continuarono le cose per parecchi mesi.
Io non ci pensavo che quando ero al balcone.
Tutti i giorni si somigliavano: non si andava innanzi né indietro.
Vedevo che la mi faceva di gran gesti; ma non ne capivo nulla.
Talora si tirava dentro, e alzava la voce e pestava dei piedi; io guardava intontito: mi pareva una matta.
Un sabato, dopo pranzo, che zio Peppe era sortito per non so quale faccenda, mi vedo volare sulla testa un involto di carta.
La raccatto, lo spiego, ci trovo una letterina profumata, e vi era scritto cosí: "O mia celeste Emilia, domani a vent'ore sarò a San Martino.
Verrai?" Rimasi trasognato.
Voltavo e rivoltavo quella carta, e guardavo al balcone, e non c'era nessuno.
Credo che la dovesse star da un canto, e farsi le grasse risi della mia dabbenaggine.
Il dí appresso Zio Peppe era andato a dir messa, e io, fattomi al balcone, vidi lei un po' indietro, e mi vidi piovere sopra un secondo involto.
Lo afferrai per aria, e vi trovai scritta la stessa canzone, e sentivo di là dentro venire una voce che pareva fosse l'eco, e diceva: "Verrai? verrai?" Io presi subito una carta e ci scrissi sopra: "Sí"; ma vidi ch'era troppo leggiera e sarebbe cascata giú.
Presi un cartone e ve la inviluppai dentro, e con un filo la legai bene, e la lanciai di gran forza, che pareva volessi sfondare il muro.
Ella apri con avidità, credendo trovare un letterone, e come vide quel sí asciutto, alzò il muso, in aria di disappunto.
Io, spaventato della mia temerità, m'ero fatto un po' indietro.
Quel dí mangiai distratto.
Zio Peppe scherzava sulla mia distrazione, e m'andava stuzzicando.
Ma mi girava pel capo la mia bella del balconcino, e lo lasciavo dire e alzavo un tantino le spalle.
Alle frutta mi levo in furia e in fretta, m'infilzo l'abito e mi calco il cappello.
"Dove vai?" disse lui, guardandomi sospettoso.
Quella sua guardata mi fece salire una fiamma sul volto.
"Vado, - fec'io; - fra un par d'ore sarò qui".
"Bene, t'aspetto.
È la prima volta che ti vedo uscire a quest'ora e con questi calori.
Bada, non sudare, e fai presto, ché vogliamo farci una bella passeggiata al fresco".
Quando fui in istrada, m'incamminai frettoloso, ché mi pareva l'ora tarda, e feci, a quattro a quattro, le scale che menano alla Madonna dei Sette Dolori, e volsi a dritta e infilai la via di San Martino.
Salgo e salgo; avevo il fiato grosso e mi fermai alla terza rampa, dove era un bel giardino, convegno di gente allegra che andava lí a fare baldoria.
Mi si apriva innanzi la vista di mezza Napoli, case addossate a case, di mezzo a cui spiccavano cupole e campanili.
Alzai il capo, e non mi parve mai cosí bello quel vivo, limpido azzurro del cielo.
Mi ricordai che, nella mia adolescenza, di lí appunto avevo mirato, tra gran folla, uno dei primi palloni che in Napoli si fossero alzati a spettacolo, e la zia mi tirava per la mano e diceva: "Vedi, vedi il pallone, è lí"; e mi indicava col dito, e io ficcavo gli occhi tra le nuvole e non vedevo niente, e mi arrabbiavo, e zia diceva: "Cosa ci vuoi fare? sei miope".
Era la prima volta che sentivo parlare della mia miopia.
Quella ricordanza se ne trasse appresso molte altre, ché quella era la via solita dei miei trastulli coi cugini e coi compagni.
In quel giardino facevamo le nostre merenduole, e andavamo a mangiare le troianelle, i dolci fichi cosí cari ai napoletani.
Pensando a quella innocenza di vita, mi parve una follia quel correr dietro a una donna, e il cuore mi disse: "Torna, torna, ché zio Peppe ti aspetta".
Rifeci un po' i miei passi, sospeso tra il sí e il no, e l'occhio errava distratto tra quella infinità biancheggiante di case, e lí vedevo lei, e non potevo cavarmela dinanzi, e mi sentivo mormorare all'orecchio quel suo: "Verrai?" Mi fermai, pensando a quel mio sí, e che ella era lí e m'attendeva, e la bella figura ch'io farei: "Dirà per lo meno ch'io sono un buffone".
Salivo già, tra questi pensieri, e mi trovai su quell'ampia pianura erbosa ch'è alle spalle di Sant'Elmo.
Guardavo e non vedevo nessuno, e mi venne il pensiero che la bricconcella si fosse voluta pigliare gioco di me.
"Tanto meglio", dissi, e feci per tornare, pensando a zio Peppe, quando la vidi sbucare di mezzo alle erbe, che mi parve una ninfa.
"Ciccillo", fece ella, e mi tese la mano.
Io la guardai, stupito.
"Conoscete il mio nome?" "Sicuro! ti ho inteso tante volte chiamare da zio Peppe con quella sua vociona".
"E conoscete pure zio Peppe?" fec'io, e la guardavo trasognato.
Ella rideva rideva, mostrando una fila di denti bianchissimi, e diceva: "Come vedi, io sono di casa".
E qui, saltellando e tirandomi seco, mi raccontò la lunga storia dei suoi sospiri, dicendo di me alcune particolarità che mi facevano stupire.
Mi fece sino il nome di qualche signorina alla quale davo lezione, e faceva la gelosa e diceva: "Già si sa, il signor maestro non poteva pensare a me".
Mi venne innanzi come un baleno ch'ella mi umiliasse; ma non avevo tempo di fissare la mia idea, ch'ella parlava cosí lesta come camminava, e non mi dava tregua, e mi tirava nei suoi pensieri e nelle sue impressioni.
Mi fece molto ridere di quel "letterone".
"Diavolo! un maestro tuo pari uscirsene con quel sí secco e smunto; mi attendevo un bello scritto, ché so scrivere anch'io e ho una bella calligrafia".
"Vi faccio i miei complimenti", diss'io.
Ed ella mi parlò dei suoi studi, e come sapeva un po' di disegno, e aveva fatto anche la sua grammatica.
"Bravo voi", diss'io.
"Voi! voi! sempre con questo voi! Tu mi devi dare del tu".
"Ma una signorina come lei..." "Ah! eccoci ora col lei.
Tu mi confondi la grammatica, signor maestro!" Io mi feci rosso come uno scolarello colto in fallo.
E lei, sdegnosa, mi prese la mano e disse: "Tu mi devi dare del tu, hai capito?" "Ma se questo tu non mi vuole uscire!..." "Ma tu non capisci che noi siamo predestinati ad esser marito e moglie?"
Qui la disse un po' grossa.
Io mi feci un po' indietro, e con tuono fermo di voce risposi: "Sentite, io ho il dovere di farvi una dichiarazione; sono un uomo leale e non soglio ingannar femmine.
Mia moglie non potete voi essere, perché ho già la mia sposa".
Ella si fece pallidissima, e io esaltandomi continuai: "Mia sposa è la gloria, alla quale mi sono votato".
Ruppe in una risata sonora: "Oh! di questa signora gloria non sono punto gelosa".
Ma io, preso il verso, continuava e non mi lasciava interrompere, e lei sentiva sentiva, pigliando un'aria di ammirazione.
Parlai dei miei studi, delle mie aspirazioni, dei miei ideali, dei miei giovani, acceso in volto, tutto dentro in quei pensieri, e quasi dimentico che lei fosse lí.
"Cosa è la vita senza la gloria? E la donna è nemica della gloria, e distrae la gioventú, e la tira nell'ozio".
"La donna è il demonio", interruppe lei con un ghigno che aveva del beffardo.
Ma io non la sentivo e tiravo innanzi e rinforzavo la voce, insino a che ella, perdendo la pazienza, mi afferrò la mano per aria, facendo: "Uh! uh! uh! E finiscila mo.
Capisco che sei venuto qua per farmi il predicatore, per farmi il casto Giuseppe".
Questa sua uscita mi troncò la parola, e la guardai e mi parve bellina, e raddolcii la voce.
"Questo vi posso promettere, - conchiusi, - che se mi amate per davvero, nessun'altra donna porrò in vostro luogo".
"Per ora, me ne contento", disse lei.
Cosí infocati, facemmo molta strada, e giunti a una svoltata che menava in città, e visto che lei tirava per diritto, dissi: "Dove si va?" "Dove amor ci porta", disse lei ridendo.
E io la guardava con la faccia imbrogliata.
Volevo dire e non volevo dire.
E finalmente dissi: "È tardi; torniamo di qui".
Lei mi fece una mossa col muso, come a dire: "Questi non è buono a niente".
Io le dissi che zio Peppe mi aspettava, e che avevo promesso di fare una passeggiata con lui.
"Vai dunque con zio Peppe; io me ne vo' sola".
E mi fece un tale gesto di sprezzo, ch'io mi sentii freddo.
Cercai di rabbonirla, e mi seguí mormorando.
Giunti in giú, quando la strada era piena di gente, dissi: "Addio, ora possiamo dividerci".
"Già, perché ti veggono i tuoi scolari".
E mi voltò le spalle.
Non ci badai molto, ché avevo in capo zio Peppe.
Corsi, e giunsi trafelato e tutto in sudore; ma era già quasi buio, e zio Peppe era uscito.
Quando tornò, non mi salutò e io non fiatai.
Ma il brav'uomo non sapeva tenere il broncio, e la mattina mi parlò come se niente fosse.
Quel giorno ero un po' soprapensiero.
Tenevo gli occhi spesso verso il balconcino, spingendo lo sguardo anche addentro, ma non c'era anima viva.
Le mie solite lezioni furono una medicina, perché il sentimento del dovere e l'abitudine mi tenevano il cervello a segno.
Talora mi si presentava lei tra una frase e l'altra, ma era un lampo e non avea la forza di fissarsi.
Tornato a ora di pranzo, l'occhio corse là; ma quella casa già piena della sua voce, era solitudine e silenzio.
A tavola zio Peppe, che aveva avuto vento della cosa, motteggiava, non mi dava requie, toccava questo e quel tasto, e io non rispondeva a tuono.
Quando fu a letto, per fare il suo sonnellino del dopo pranzo, io mi posi a passeggiare per la stanza della scuola, e cercava di ficcarmi in testa la lezione; ma non c'era verso, ché l'occhio andava pur lí, e quel pensiero era come un verme fitto nel cerebro, che me lo teneva inquieto.
"Dunque, - dicevo, - allons, pensiamo alla lezione"; ma la lezione non voleva andare, e stava sempre lí, tra quelle prime idee, e io ci stagnavo come in una palude.
Piú era lo sforzo, e piú m'ingarbugliavo e non facevo via.
Mi provai a socchiudere le imposte, per togliermi dagli occhi quel maledetto balconcino; ma che! in quella mezza luce la vedevo dovunque fissavo l'occhio, e talora sulla cattedra, con quel suo tuono beffardo, quando diceva: "La donna è un demonio".
Quando vennero i giovani, tutto finí.
In mezzo a loro mi sentii un altro; ripresi il mio buon umore, e tra quella concitazione mi uscí una lezione tale, che fu applaudita.
Parlai di Dino Compagni.
Volevo mostrare ch'era un bon omo e cittadino probo e un gran cuore, ma inetto alle pubbliche faccende.
Scorsi tutta la sua Cronaca, pigliando di qua e di là, frizzando, motteggiando e sfogando su di lui tutta la stizza che avevo in corpo.
Non è che quelle idee mi venissero giú cosí all'improvviso; piú volte mi erano passate per il capo, ma quella sera le condensai, le colorii, fui eloquente.
E quella lezione mi piacque tanto, che la ripetei l'anno appresso, cosa insolita, e me ne rimase memoria, e mezza la inserii nella mia Storia della letteratura.
A sera tarda zio Peppe mi disse: "Passeggiamo?" "Sono stanco", risposi: parte verità, parte pretesto.
Volevo star solo.
Andavo qua e là nelle stanze, e i punti piú belli della lezione mi tornavano in mente, e si ficcavano tra le ombre della giornata: e fantasticando, mi trovavo spesso alla finestra, al balcone, tossendo, pestando dei piedi; e quella cameretta era sempre muta e oscura.
"Sarà ita in collera", pensai, e mi rimproverai certe mie rozzezze, riandando quella passeggiata.
Cosí passò il dimani e il dí appresso.
Quei balconcino deserto mi facea venire la stizza e fomentava il desiderio.
La sera del mercoledí uscii soletto; mi attendeva zio Peppe tra una brigata di amici.
Avevo appena voltato a destra, quando udii un pissi pissi.
E una vecchia mi porse una carta, e via.
Era un bigliettino profumato, che lessi al lume di un lampione.
Diceva che lei era stata ammalata dalla collera, e ch'io m'era portato male, e che voleva vedermi, e mi dava posta per domenica alla stessa ora e nello stesso luogo.
Fui allegro.
Quei giorni mi parvero lunghissimi.
Lei non si lasciava vedere, e io diceva: "Poverina! è malata".
La domenica non promisi a zio Peppe di passeggiare con lui, volevo esser libero.
La trovai lí, tra l'erbe; mi venne incontro mogia mogia, malinconica.
L'avrei abbracciata, se non fosse stata via pubblica.
Lei mi si mise sotto il braccio senza cerimonie, e mi contò la sua storiella di quei giorni, e io le contai la mia.
Tra vezzi e rimbrotti, mi tirava seco come un fanciullo; e mi menò per una svolta, in un bel pratello erboso e fiorito, dov'erano di grosse pietre muscose, come sedili fatti apposta per noi.
"Fa caldo, - disse lei, - sono stanca; sediamo qui".
Io la guardava; non l'aveva mai vista cosí bene.
Aveva un bel cappellino che ombreggiava un visetto grazioso; era una simpatica creatura.
Quel suo riso mi ammaliava, e ci aveva messo dentro non so che malinconia piena di dolcezza.
Vivi sudori mi scorrevano sulla fronte, e lei si cavò di tasca un fazzoletto odoroso, e me li asciugava, accostando il viso; e io mi trovai con la bocca sulla sua fronte, e le labbra mi tremavano.
Stupito della mia temerità, e turbato, mi levai.
Ella mi seguí, facendo un: oh! Mi gittai a terra, raccattando la sua sciarpina che le si era sciolta dalla gola.
Gliela porsi; ma lei mise la mano indietro, dicendo: "Non vuoi legarmela tu?" Mi avvicinai a quella gola, ma non ci vedevo, e le mani s'imbrogliavano, timorose di toccare il nudo della carne.
E lei rideva, rideva d'un riso birichino, e s'aggiustò la sciarpa.
La passeggiata fu cosí lunga ch'io potei mostrarle le dorate nubi e la candida luna e le luccicanti stelle, e m'ingolfai in quella contemplazione.
"Vedi là, - disse lei, - quella stella che luce piú".
E in tuono di vezzosa caricatura modulava:
Quant'è bella chella stella,
Ch'è la primma a comparé.
Avrei voluto darle un bacio, ma mi tenni.
Vide la mossa, e disse argutamente: "Quella è la stella del nostro amore.
Vogliamo darle un nome?" "Diamole il tuo nome.
A proposito, come ti chiami?" "Mi chiamo Agnese".
"Il nome di mia madre!" Non so dire se ciò mi piacque o mi dispiacque.
Mi pareva quasi che quel nome a me sacro fosse profanato in quell'avventura.
Poi dissi: "Poiché porti il nome di mia madre, dobbiamo condurci come se quella fosse presente".
Lei stava seria, ma non mi persuadeva: c'era in quella serietà non so quale ostentazione, che non mi faceva simpatia.
Fummo d'accordo che ci saremmo veduti tutte le domeniche, stessa ora e stesso luogo.
Le passeggiate furono parecchie.
Nella settimana mi mandava dei bigliettini.
La scrittura era bella, ma non mancavano errori di ortografia e qualche sgrammaticatura.
Talora io facevo il signor maestro, non senza sua noia.
C'erano giornate intere e anche intere serate che non compariva: quella stanza mi pareva allora disabitata.
Gliene facea motto, ma era sempre pronta qualche storiella.
Io aveva fatto di lei il mio confidente, e le raccontava i miei pensieri e i miei casi della settimana.
Lei avevi esaurito tutto il suo magazzino di tirate e di novelle, e mi lasciava dire, e poco parlava.
Io non trovava miglior materia di discorso che le mie lezioni, e recitavo brani di poesia, e talora anche versi miei:
Cara, tu ben rammenti.
In noi fu quasi
Il vederci e l'amarci un solo istante.
Come, non so.
Cosí musico suono
L'orecchio e il core in un sol tempo invade.
Ora che ci penso, quello non era che un amore d'immaginazione.
Non mi distraeva, non mi turbava, anzi era uno sprone acuto che mi scaldava la fantasia e rendeva geniali le mie lezioni.
Il buon successo mi esaltava, e pensavo alla domenica quando ne avrei parlato con lei.
Avevo una certa giovialità interiore che mi rendeva piacevole il mio compito a scuola, soprattutto nel parlare improvviso, quando si esaminavano i componimenti.
S'era già fatto un progresso; non si stava piú alla lingua e alla grammatica; si guardava allo stile e anche alla tessitura.
Una sera capitò a leggere un suo lavoro un giovinetto di quindici o sedici anni, un biondino, bassotto, facile ad arrossire, e si chiamava Agostino Magliani.
Il marchese l'aveva caro, perché nel tradurre era corretto e castigato; e talora diceva scherzando: "Gracilino si, ma la cassa del petto è ben munita".
Non aveva fatto ancora cosa che tirasse gli occhi sopra di lui.
Quel suo lavoro era intitolato: La donna.
Andava piano e soave, con pronunzia chiara, e si faceva sentire, tanto che si fece subito un gran silenzio, come nei momenti solenni.
Finí tra le approvazioni.
"Ecco una prima rivelazione", diss'io: parola che poi spesso mi veniva sul labbro.
E volevo dire che in quel lavoro s'era rivelato l'ingegno.
Non volli interrogare nessuno, com'ero solito; ma parlai io subito.
Il lavoro era di genere didascalico, come avrebbe detto il marchese.
Il piccolo autore senza frasi e senza enfasi faceva le lodi della donna, con un discorso cosí chiaro e cosí bene ordito, ch'io potei riprodurne a memoria tutte le parti per filo e per segno.
"Che memoria!" dissero i giovani maravigliati.
E io di rimando: "Merito non mio, ma dell'autore, che ha fatto questa mirabile orditura, e s'è rivelato uomo d'ingegno".
Il tema era bello; io ero in vena, e parlavo con quel mezzo riso sulle labbra, che esprime l'interna soddisfazione.
Finii contento di me, tra gli applausi.
Quella sera fu una festa.
La domenica era aspettatissima.
Parlavo con lei de' miei successi, e m'esaltavo della mia stessa esaltazione.
Venne un tempo che lei si annoiò di quella vita, voleva stringere un po' piú le cose.
"Sono stanca, - diceva alcuna volta; - questo camminare cosí lungo mi toglie la lena; dovresti trovar modo che ci potessimo parlare senza tanto fastidio".
"Vengo a casa tua".
"Mia mamma non vorrebbe".
"E chi è tua mamma?" "È una lavandaia", mi disse lei a bruciapelo e fissandomi.
Io non mostrai sorpresa: questo le piacque.
Dissi: "A casa tua no; a casa mia né tampoco".
"E perché no?" "Se non ci fosse zio Peppe!" "Zio Peppe non è un orco".
"No, no.
Zio Peppe non vuole".
Una sera, erano tre ore di notte.
Zio Peppe s'era coricato e russava potentemente.
L'uscio era socchiuso.
Entrò lei, e io volevo menarla in salotto.
"No", disse lei, resistendo.
Io le parlavo a voce alta.
"Zitto, - disse lei, - che non si svegli.
Menami piuttosto di là".
"Ma di là è la cucina".
"E sia", disse lei.
Entrando, ci giunse un urlo: "Ciccillo!" Lei scappò, io corsi a lui.
"Che rumore è questo?" Io sostenni che rumore non c'era.
Il dí appresso fui in casa di un tal don Vincenzo, un giovane chirurgo che mi faceva l'amico, e abitava nella stessa strada.
Scherzando, io gli contai il fattarello, l'urlo di zio Peppe e la fuga della mia bella.
Egli parlava un po' alla libera, e mi andava motteggiando sulla mia scelta.
Io gli feci mille scongiuri, che la era una giovane per bene, e purissima e virtuosissima, e gli raccontai le passeggiate.
Lui mi seguiva, facendo caricature col muso.
D'una parola in un'altra, mi uscì detto che il suo nome era Agnese, e che abitava di faccia a me.
Allora colui scoppiò in una potente risata, lungo tempo trattenuta, sí che io vedea quasi l'interno della sua gola.
Mi narrò che quella virtuosa giovane andava spesso a fare una scampagnata coi belli giovanotti, e passava la notte fuori, e a lui stesso incontrò di vederla in un giardino, che faceva la schizzinosa e fingea le convulsioni, con la bava sulle labbra.
Orrore!
Quella notte non ebbi pace.
Ricordai le intere giornate che non compariva.
Ci credevo e non ci credevo.
Ero di un animo cosí delicato, che nella passeggiata non le dissi nulla.
Solo le facevo un risolino equivoco.
Le dissi che volevo andare a casa sua.
Fece un po' la ritrosa.
Una sera ci fui, e l'incanto finí.
Quella stanzetta, che innanzi all'occhio dell'immaginazione pareva un tempietto d'amore, mi fece turare il naso, cosí era sudicia.
La trovai insipida, mera materia di piacere.
Ella che aveva molta finezza, fiutò il mio disgusto.
Il domani mi giunse questo vigliettino: "Carino.
Con un po' piú di pazienza e di garbo ti avrei fatto mia vittima.
Del resto, quel brutto zio Peppe mi ha fatto il tiro".
Cosí finí l'avventura.
Capitolo VENTESIMOTERZO
LO STILE
La scolaresca era cosí cresciuta che in quella mia sala ci si stava a disagio.
Pensai di mutar casa.
Zio Peppe, vedendomi ben guarito, tornò in paese, adducendo per motivo la gravezza dell'età.
In verità io era proprio guarito, perché non guardavo piú al balcone, e rimandavo indietro i bigliettini, senza aprirli.
Una sera si fe' trovare giú al suo portoncino, e mi fece il pissi pissi.
Ma voltai il viso e andai.
Un filo di speranza ebbe quando sentí partito zio Peppe.
Infine si persuase, e non la vidi piú.
La nuova casa era nel larghetto di San Pellegrino a San Paolo.
Mi parve la piú bella casa che uomo potesse avere.
Un gran cortile, belle scale, posta quasi tutta a mezzodí, con un giardino dirimpetto e un grazioso terrazzino.
La casa era all'antica, con grandi finestre e grandi sale.
A dritta era una sala capace di meglio che trecento persone, bene aerata, piena di luce.
Lí m'installai.
Non era messa con lusso, ma non mancava la decenza.
In fondo, a sinistra, era il tavolino con l'immancabile lavagna, e presso la finestra, di lato, era la cattedra.
A sinistra della entrata c'era la cosí detta galleria, una sala capace di un migliaio di persone, ch'io aveva cercato di riempire alla meglio con lunghi sofà coperti di tela bianca.
C'era nel mezzo una gran tavola coperta di marmo, con sopra libri e carte alla rinfusa: poteva parere una sala di lettura.
Quella casa fu di buon augurio.
Gli studenti moltiplicavano.
E quantunque io concedessi ingresso gratuito a tutti quelli che si dicevano poveri, pure era un bel numero che pagavano, e ne cavavo di bei quattrini.
Non si era dato ancora il caso che qualcuno lasciasse la mia scuola.
Io dispensai dal pagamento quelli che vi rimanevano piú di un anno, e avvenne che parecchi vi rimasero fino a otto anni, vale a dire tutto il tempo che durò la scuola.
Tra i nuovi arrivati c'era un vecchio, per nome don Francesco che, venuto per curiosità, non se ne partí piú, e pigliava un gran gusto alle lezioni.
Talora disputava di rettorica; ma io presi tale ascendente, che non fiatò piú e stava cheto e attentissimo.
Il marchese l'ebbe in grande onore, e tutti gli volevano bene.
Una sera che la lezione era finita, e molti mi stavano attorno, mi fu presentato un giovane basso e pallido, con due occhi vivacissimi.
Mi dissero che si chiamava Angelo Camillo de Meis.
Quel nome non m'era nuovo.
Sapevo già in confuso dei suoi studi e del suo ingegno.
Gli dissi il suo posto essere alla scuola del marchese Puoti.
Rispose: "No, no, voglio restare con voi".
Aveva un'aria di modestia e di semplicità, e quasi un abbandono nei modi e nel vestire.
Feci un corso sullo stile.
Intorno a questa parola trovavo una grande confusione.
Alcuni intendevano significare con essa l'elocuzione; altri la rettorica; alcuni vi mescolavano il genio ed il gusto; e chi il bello ed il sublime.
C'erano poi infinite maniere di stili, come il tenue, il magnifico, il forte, l'eloquente, il poetico, il prosaico, ecc.
Queste confusioni e queste divisioni avevano la loro spiegazione nell'abitudine dello spirito a considerare tutta questa materia letteraria nella sua esteriorità, secondo le singole apparenze di ciascuna forma.
Tante erano le divisioni quanti erano gli aspetti delle cose, considerate nella loro superficie, e vuol dire ch'erano moltissime.
Io avevo preso un'abitudine affatto contraria, ché non vedevo le forme, ma le cose da quelle significate, e dalle cose tiravo la definizione e la divisione delle forme.
Cosí avevo fatto per la grammatica e per la lingua, cosí feci per lo stile.
Secondo che andavo piú innanzi, piú ci vedevo chiaro, e piú stavo saldo in questa idea.
Solevo dire che bisognava capovolgere la base.
Correva allora per le mani il Blair; certo, un progresso dirimpetto al Falconieri e al De Colonia.
Io mi divertivo a sue spese.
Diceva il Blair: "Le regole conducono al ben dire"; io dicevo: "No, è il ben pensare che conduce al ben dire, e le regole del ben dire prendono norma e qualità dal ben pensare".
Combattevo la celebre definizione di Buffon: "Lo stile è l'uomo".
Io diceva: "Lo stile è la cosa", e intendevo per cosa quello che piú tardi ho chiamato l'argomento o il contenuto.
Se lo stile è l'espressione, questa prende la sua sostanza e il suo carattere dalla cosa che si vuole esprimere: lí è la sua ragion d'essere.
A quel modo che la parola non ha valore in se stessa, ma nella cosa di cui è segno; a quel modo che le forme grammaticali hanno il loro senso nelle forme del pensiero, cosí lo stile ha il suo valore nelle cose espresse.
In questa guisa coordinavo insieme, sulla stessa base, grammatica, lingua e stile.
Ma la cosa non si dee prendere nel suo valore assoluto.
Essa va considerata per rispetto a quello o questo argomento.
Perciò non comparisce nella sua totalità, ma in quelle sue parti che vi hanno relazione.
A quel modo che un oggetto, situato cosí o cosí, mostra di sé alcuna parte, e le altre nasconde, anche la cosa dee avere la sua situazione, che determina il suo comparire, cioè il suo stile.
La situazione era per me il punto capitale.
Nell'esame degli autori avvezzai i giovani a cercare la situazione; e ne venivano osservazioni nuove e acute su' loro pregi e su' loro difetti.
Anche nell'esame dei componimenti i giovani si avvezzarono per prima cosa a determinare la situazione.
Questo punto di partenza, ch'io chiamavo la base, fu un gran progresso per me e per loro.
Ma la cosa non si doveva considerare in una maniera isolata.
La cosa vive nello spazio e nel tempo, che formano la sua atmosfera, pigliando modo e colore da questo o quel secolo, da questa o quella società.
Questi elementi avevano una grande importanza nella determinazione dello stile.
Esprimere la cosa nella sua verità, questo era lo stile.
Chiamavo stile falso quello che non era conforme alla cosa, nella sua situazione e nei suoi elementi.
L'uomo dee pur entrare nello stile, ma di modo che non aggiunga niente che sia estraneo alla cosa; altrimenti è una espressione traditora.
Dicevo che il grande scrittore oblia sé nella cosa, risecando da sé tutto quello che è fuor di lei.
Questo oblio di sé nelle cose era per me il carattere dello stile vero.
Nondimeno ciascuno scrittore ha una maniera sua propria di espressione, che nasce da certe sue qualità predominanti, come è l'intendere, il concepire, l'immaginare, il disegnare, il colorire.
La cosa comparisce cosí o cosí, secondo questa o quella impressione che fa sull'individuo.
In questo senso può dirsi che lo stile è l'uomo, come lo stile di Dante o del Petrarca.
L'impronta individuale non dee però offendere le cose nella loro verità.
Notavo tre specie di stili: stile naturale, che ha in mira l'espressione delle cose nella loro natura; stile sociale, che guarda principalmente al colore del tempo; stile individuale, che prende qualità dallo scrittore.
Questi diversi stili non sono che tre lati di un solo e medesimo stile, le parti necessarie a formare il tutto.
Una sola di queste parti non ti dà la cosa nella sua integrità, l'è una mutilazione.
Dicevo che due difetti capitali erano la mutilazione e la esagerazione, il meno o il piú del vero, ciò ch'era proprio degli scrittori aridi o ampollosi.
Non biasimavo meno le digressioni e le parentesi, tutto quello che si suol chiamare un fuor d'opera, fuori della cosa.
Venendo alle qualità dell'espressione, dicevo che la nota fondamentale dello stile è la chiarezza, cioè a dire la visione immediata della cosa, come in uno specchio.
Stile terso o limpido non sono che gradi della chiarezza.
L'eccellenza dello stile è in questo trapasso dello spirito nella cosa, senza che ci sia niente di mezzo che oscuri o alteri la visione.
Questo io chiamavo trasparenza dello stile.
La chiarezza ha per sua compagna la semplicità, che è la cosa nella sua apparenza immediata, nella quale si acquieti lo spirito.
Lo splendore della chiarezza è l'eleganza, la quale perciò non è convenevole, quando non sia richiesta dalla natura delle cose o dal colore del tempo o da altre condizioni particolari.
"Ciò che luce sempre, - dicevo io, - si arrugginisce e invilisce".
La chiarezza sta nella quantità e qualità degli aggiunti o accessorii intorno all'idea principale.
Dicevo che ciascun argomento dee avere il suo protagonista, com'è in un quadro, visibile in tutte le parti.
Illustrai il simplex et unum di Orazio.
Questa unità di disegno doveva determinare le idee che possono entrare nell'argomento.
Ma ciascuna di queste idee era a sua volta un protagonista, circondato e illuminato da idee necessarie e accessorie.
Di qui cercavo il fine e il contenuto del periodo.
Non volevo lo stile a singhiozzi, ch'era spesso una mutilazione; ma non volevo neppure lo stile periodico, che portava spesso alla digressione o distrazione, al troppo e al vano.
Sul numero e sulla scelta degli accessori mi giovò assai il Beccaria, quantunque non approvassi quel suo ridurre lo stile quasi a un meccanismo.
La forza è il rilievo della chiarezza, e si ottiene mediante il parallelismo o il contrasto o l'urto delle idee, che ti fanno balzare innanzi una nuova idea improvvisa, quasi una sintesi che si affacci nello spirito stimolato e percosso dall'analisi.
Andavo accompagnando queste teorie con esempli e applicazioni copiose, quasi sempre nuove.
A me era di stimolo la mia opposizione alla corrente.
Non s'imparavano che forme, e io tirava gli spiriti a guardare sotto di esse le cose.
L'effetto era maraviglioso.
Io stesso non mi rendevo conto di questa maraviglia, e neppure i giovani.
Era una ginnastica intellettuale, che acuiva l'intelligenza e spoltriva l'immaginazione.
Avvenivano nuove rivelazioni.
Quando mi veniva alle mani un lavoro che usciva dal comune, la faccia mi raggiava, e dicevo: "Ecco una nuova rivelazione".
La lettura del lavoro finiva tra i battimani e i mi rallegro.
Un giorno di vacanza mi trovavo alla Prefettura vecchia.
Faceva un caldo grande; era nelle prime ore vespertine, quello che in Napoli si chiama la contr'ora.
Io era volto verso casi, e mi frullava pel capo la lezione del dí appresso.
Stavo per infilare la strada che mena alla Posta, quando vidi una laida vecchia che mi faceva l'occhiolino, e io voltai la faccia con disgusto.
Ma lei mi si accostò dicendo: "Bel cavaliere, volete voi accompagnarmi? In questa maledetta Napoli le donne non possono andar sole".
Mi venne in pensiero: "la bella giovinetta, che ha paura di andar sola!" Ma rimasi a bocca chiusa, e lei senza piú mi si mise sotto il braccio.
Mi tirò a dritta della Prefettura, per una brutta discesa, ch'io non avevo vista mai.
E cammina cammina, mi trovai ingolfato tra vicoli fetenti che vedevo per la prima volta.
"Ma dove andiamo?" Diss'io infine, rinnegata la pazienza e turandomi il naso.
E lei, con la vocina rauca di uno strumento scordato, disse: "E mi volete lasciar cosí in queste brutte vie, signor cavaliere?" Io ansava per il caldo, avevo ritirato il braccio e la guardava fiso.
Era una strega, con la faccia di un rosso carico, che pareva un empiastro.
C'era in quella fisonomia non so che d'equivoco.
Stetti per dirle: "Vai al diavolo!"; ma la mia naturale delicatezza mi tenne.
E lei diceva: "Via, siate buono; avete fatto il piú, fate il meno, solo pochi passi".
E mi si rimise sotto il braccio, e mi tirò seco, ringraziandomi e lodando il mio buon garbo.
Andammo ancora un bel tratto, scendendo verso la Marinella, e ci fermammo a un uscio.
Lei disse: "Fatemi ancora una grazia; accompagnatemi quassú; faccio una visita, e poi vi lascio".
Entrammo in un salotto, dov'erano certe figure, gente di cattivo odore, come a dire falsarii di carte, usurai e simil risma.
Lei entrò con impeto e disse: "Ecco, vi presento il signor contino".
"Ah!" fecero quelli, e s'inchinarono.
"Avete visto? - gridò la strega.
- O ch'io era un cencio? o ch'io dicevo bugie?" E gridava per cento, e voleva ragione.
Io stavo come un asino in mezzo ai suoni, e non ci capivo nulla, e non volli svergognare la sgualdrina.
Quelli facevano scuse, e si tirarono con lei da parte, e parlarono a bassa voce.
Poi la mi disse: "Andiamo, signor contino".
Io aveva una grande stizza in corpo.
Giunti in istrada, lei con un riso di caricatura mi disse: "Signor contino! signor contino!" E a me usci di bocca finalmente: "Vai al diavolo!" E, volte le spalle, studiai il passo, dicendo: "Dunque, allons, torniamo alla lezione!" Il dí appresso raccontai ai giovani come io era stato conte per un quarto d'ora, e fecero le grandi risa, ammirando la mia semplicità.
Capitolo VENTESIMOQUARTO
CAMILLO DE MEIS E LA MIA SCUOLA
La mia casa era cosí silenziosa, che mi ci pareva naufragare.
E quando seppi che voleva abitare con me un giovane appartenente a una famiglia stretta d'antica amicizia con la mia ci ebbi gusto.
E fu un vero acquisto.
Costui era Giambattista Mauro, di Andretta, un paese prossimo al mio.
Veniva a fare i suoi studi, ai quali si diede con una serietà superiore agli anni.
Semplice, modesto, sobrio di parole, di carattere facile e paziente, mi fu dolce compagno, e la compagnia si mutò presto in una stretta amicizia, fondata sulla stima.
Mi pagava dodici ducati al mese.
Piú tardi capitò un greco, certo Giovanni M...
Educato a Parigi, veniva in Napoli per compiere i suoi studi, affidato alle mie cure.
Mi offerse cinquanta ducati al mese.
Questo mi fece aprir gli occhi.
Mi parve una somma enorme, e quasi un tesoro venutomi da qualche zio d'America.
Quei cinquanta ducati mi parevano una ricchezza inconsumabile, e, per fare onore all'ospite, non guardai a spese.
Gli diedi la piú bella stanza e provvidi che il desinare fosse lauto.
Era un giovane sveltissimo e vivacissimo, l'allegria della casa.
La natura lo aveva fatto a grandi cose, ma i quattrini e Parigi avevano guasta l'opera della natura.
Crebbe frivolo, superficiale; faceva dello spirito; motteggiava con frizzi spesso volgari.
Suo bersaglio era principalmente Giambattista, che gli passava tutto con un mezzo riso, tenendosi sempre dalla sua.
Prendeva aria di gran signore, affettava una superiorità benevola, che si esalava nei motteggi fatti con certo garbo di giovane a modo.
C'era in quel suo riso un'amabilità che troncava le punte, e non ti dava modo di mostrarti offeso.
Era un buon compagnone e un buontempone, vago di sollazzi tra gioviali brigate.
Giambattista era il contrapposto di lui; la sua serenità era in contrasto grottesco con quella leggerezza capricciosa del greco.
Veniva anche alla scuola; ma il suo spirito vi rimaneva estraneo, e stava lí solo per far raccolta di sali e di motti.
Soleva mettere in caricatura tutti i nobili sentimenti; era come il diavolo in chiesa.
Se la pigliava alcuna volta col povero don Francesco: non sapeva cosa ci venisse a fare lui, in quella età.
Religione, patria, libertà, scienza, tutto ciò che faceva risuonare le nostre anime, rimaneva senza eco in quello spirito mobile.
Nondimeno gli volevano bene, conversavano volentieri con lui, e lo trovavano un buon amico.
Parecchi gli si attaccavano ai panni, e facevano le scampagnate con lui, tutto contento di fare le spese.
Questo diavoletto mutò le mie abitudini.
Da modesto nel vivere e severo nel volto, mi fece allegro per forza, e prodigo.
Vedendo che gli piaceva la compagnia, a tavola non mancavano mai invitati, amici suoi o miei.
Si faceva del chiasso, si consumavano allegramente i cinquanta ducati.
Sopraggiunse il babbo, che faceva lui solo per tre giovinotti, e inventava sollazzi e facezie, in buonissima lega col greco.
Spiccava tra gli altri un don Raffaele, che mi veniva sempre incontro con le braccia tese, gridando: "allegramente!", come per darmi animo a essere de' loro.
Costui finí con istallarsi a casa, pigliandosi la sua camera senza cerimonie, con aria di comando, come se il padrone di casa fosse lui.
Per un tal modo di vita mi sarebbe occorsa una persona sicura, affezionata e proba; ma la casa era in mano alla servitú, e nessuno ci aveva l'occhio, e tanto meno io, assorto negli studi.
Fra tanti chiassi s'insinuava una nebbia di dissipazione e di disordine, che mi dava il capogiro.
Ma questo turbinío rimaneva al di fuori di me, non mi scalfiva neppure.
Il mio naturale tranquillo e concentrato resisteva senza alcuno sforzo alla corrente, e rimanevo sempre io.
Non perciò facevo il Catone, ché non era il mio costume; anzi avevo una grande indulgenza.
I motteggi non mi destavano collera, e gli scherzi anche grossolani non m'impazientivano.
Un risolino, un'alzatina di spalla era la mia risposta.
Perciò non perdevo autorità e non destavo antipatia.
Stavo tra loro di buonissima voglia, senza confondermi con loro.
Medicina efficace era la scuola, che tirava a sé tutto me.
In quell'anno la scuola s'era molto popolata.
V'erano intervenuti giovani d'ingegno, che spiccavano in quella grande moltitudine.
Era già venuto Carlo Pavone, giovane bonario e affezionato, concittadino di Magliani.
Da Molfetta mi vennero i fratelli De Judicibus, Orazio Pansini, Felice Nisio, Samarelli.
Di Calabria vennero Giuseppe De Luca, Liborio Menichini, Francesco Corabi, i fratelli Mazza, Diomede Marvasi.
Venne da Venosa Luigi La Vista, da Spinazzola Michele Agostinacchia, e da Sarno Vincenzo Siniscalchi con parecchi altri.
Ci vennero anche due frati, padre Juppa e padre Smith, ch'ebbero il ben venuto e furono tra i piú studiosi.
Questa eletta schiera diede il tono alla scuola.
Io li chiamavo il mio stato maggiore.
Era visibile il progresso, soprattutto nei componimenti e nella critica.
Non era piú quistione solo di lingua e di stile: i giovani si addestravano a cercare nelle viscere dell'argomento, a trovarvi la situazione, e da quella derivavano la bontà o il difetto del lavoro.
Questo li tirava all'unità del disegno, all'ossatura e al congegno delle parti.
Lo stile veniva in ultimo, ed era esaminato non solo in sé, ma piú in relazione all'argomento.
Quando la conclusione della critica era questa formola: "la situazione è sbagliata", l'autore si faceva pallido, il lavoro era giudicato essenzialmente cattivo.
Nei giudizi il piú indulgente ero io, che trovavo sempre nei lavori piú mediocri qualche pregio, il quale mi apriva l'adito a parole di conforto e d'incoraggiamento.
Questa maniera di critica riusciva barocca presso gl'ingegni comuni, inetti a orientarsi e a guardare il lavoro nella sua sostanza, pedanti nel loro rigore e facili a dire: "La situazione è sbagliata".
"Ciò che vi è di sbagliato, - dicevo io allora, - è la vostra critica".
Un giudizio buono era un avvenimento, come un buon lavoro.
Si dice che i giovani sono i migliori giudici dei professori, ed è vero, ed io ci credevo molto.
Il livello infatti s'era tanto alzato, ch'io mi misi in pensiero, e misuravo le cose e le parole, perché essi, sincerissimi e attentissimi, talora mi guardavano con un'aria impersuasa, alzando il muso con un atto che voleva dire: "Questa volta non ha dato nel segno".
Io mi ripetevo, rincalzavo, mi spiegavo meglio; ma la mia coscienza si avviliva in quel mio armeggiare, e la mia sincerità mi dipingeva sul volto la mia condanna.
Questo mi rendeva piú preziosa la loro approvazione, ugualmente sincera, e mi stimolava a raccogliermi e a studiar bene.
Non era in verità cosa facile imbroccare la situazione, guardando, nel fare la critica, la cosa da quei lati che l'argomento richiedeva.
Talora si rimaneva troppo sul generale e s'ingrandiva il quadro, e questo avveniva per lo piú con frequenti richiami da parte mia.
Qualche volta ci capitavo io, ed il loro volto diceva: "Ecco, anche lui ha incespicato".
I due che avevano acquistato piú autorità erano Magliani e De Meis.
Magliani era un po' secco, ma preciso e serrato.
Però il suo dire non andava al cuore e non destava entusiasmo.
De Meis era insinuante, incisivo, facile all'emozione, e guadagnava gli animi e suscitava le approvazioni.
Una sera la scuola era molto animata.
Io ero di buonissimo umore, e lessi la Griselda del Boccaccio.
Feci parecchie osservazioni piccanti, e scelsi tre giovani perché studiassero la novella e ne facessero la critica.
Tra questi era De Meis, che si scusò allegando le sue occupazioni, ma insieme ci annunziò un suo lavoro.
Era il primo suo lavoro in iscuola.
Successe uno di quei movimenti di attenzione che segnalano qualcosa di straordinario.
Egli cominciò adagino, con quella sua voce che anche oggi tocca il cuore, senza ombra di ostentazione o pretensione, semplice nello scrivere, com'era nella vita.
Si trattava di uno studente venuto in Napoli e divenuto un giocatore.
Il giovane era studioso, ma, capitato in mala compagnia, fu tratto al vizio.
Sul principio il racconto procedeva liscio, ma sempre filato e nutrito, non stagnava mai e non divagava, l'attenzione era sostenuta.
Poi, nella storia di quella depravazione progressiva si notarono certe finezze di gradazione, che rivelavano un ingegno superiore.
Cominciò nell'uditorio uno di quei movimenti di soddisfazione, che si sentono e non si descrivono.
Era un senso indefinito di ammirazione, che scoppiò in voci di applauso quando il giovane autore, con uno stile colorito e pittoresco, ci mostrò il giovane, sprofondato nel gioco, che "metteva la sua anima su quattro carte dipinte".
Quel motto fece cosí viva impressione, che non l'ho dimenticato piú.
Quando finí, gli fummo tutti attorno, e io mi levai e gli andai incontro, e dissi: "Ecco un'altra rivelazione".
Ebbe un'ovazione, in mezzo alla quale egli si faceva piccino, quasi per sfuggire a quel trionfo.
De Meis divenne l'anima della scuola.
Lo stimavano per il suo ingegno e per la sua coltura straordinaria, e lo amavano per la bontà della sua natura.
Anima pura e ideale, accompagnava la rettitudine e severità dei princípi con un'amabile indulgenza, che gli amicava anche i piú rozzi.
Partecipe a tutti i sollazzi giovanili, piú per compiacenza che per desiderio, aperto all'amicizia, salí in tale fiducia e in tale dimestichezza, che divenne il confidente intimo di quella gioventú.
Pure serbò tanta modestia, che sembrava lui solo ignorasse quello ch'egli valeva.
La scuola s'era arricchita di altri valorosi.
C'era venuto Francesco Saverio Arabia, Cirillo di Trani, Paolo Kangian; e tutti si strinsero intorno a De Meis.
Questo nucleo di giovani, mantenutosi saldo insino a che durò la scuola, divenne il punto fermo, intorno al quale girava tutto il resto.
La scuola prese un'aria di famiglia, penetrata da un solo spirito.
Non ricordo mai che un giovane si fosse incollerito della critica fatta al suo lavoro, anche severissima; anzi nacque il costume che si andava a ringraziare l'autore della critica, e seguiva uno scambio di cortesie.
Questo ingentiliva gli animi piú zotici, e li disponeva a sentimenti nobili.
C'eravamo tutti alzati in un'atmosfera elevata, alla quale non pervenivano i rumori della vita comune.
Una volta si sentí non so che diverbio in sala, e tutti vi prestavano orecchio.
Io feci il volto severo, e citai il verso di Dante:
Ché voler ciò udire è bassa voglia.
Si fecero un pizzico.
E non avvenne mai piú cosa simile.
In mezzo a loro io non prendeva aria professorale.
Stavo come amico tra amici, alla buona e in tutta dimestichezza.
Ma la mia natura concentrata mi teneva lontano da soverchia familiarità; c'era non so che cosa nell'aria del volto, che non consentiva altrui un soverchio abbandono, e mi manteneva il rispetto.
Quando poi si usciva dalle conversazioni e cominciava la lezione, io mi trasformavo addirittura.
Avevo un concetto cosí alto della mia missione, che il mio magistero mi pareva un sacerdozio.
Avevo gli occhi bassi, la mente in travaglio, insino a che, preso l'aíre, gli occhi s'illuminavano e la voce s'intonava.
Tutto questo avveniva con tanta serietà e con tanta sincerità, che produceva una certa comunione delle anime, e non si sentiva un zitto.
Questa era un'aureola che manteneva il mio prestigio, sí che bastava una voltata d'occhio per farmi ubbidire.
Non mi ricordo mai che nessuno mi abbia risposto.
Ciascun uomo ha il suo ritornello.
E il mio ritornello era il disprezzo del luogo comune e il disprezzo del plebeo.
Il maggior dispiacere che potesse avere un giovane era il sentirsi a dire di qualche suo lavoro: "L'è un luogo comune".
Ed era una trafittura quando si sentiva dire: "I sentimenti sono plebei".
Questo dava una impronta singolare alla scuola.
Si abborriva dal mediocre; si mirava alla eccellenza.
Io era incontentabile; solevo dire: "Mi contento per ora", mostrando loro un piú alto segno.
Dicevo che il vero ingegno non s'acqueta mai, e poggia sempre piú alto.
Questo teneva in moto continuo l'intelletto, e lo sforzava a cose nuove.
Qualcuno mi osservò che ponevo la mira troppo alta, ove non arrivavano che i pochi; ma non c'era verso, l'impulso era dato.
Dotato di molta pazienza, mosso da un gran desiderio del bene, tentai un corso speciale per i meno provetti, ritornando alle cose grammaticali, e dettandone un sunto.
Ma se ne cavò poco frutto.
Ciascuno mirava là dove splendevano gli astri maggiori, e avveniva che talora in lavori a grandi pretensioni si notavano scorrezioni grossolane, anche sgrammaticature.
Se però il profitto non era uguale, il buono indirizzo giovava a tutti, stimolando le forze dello spirito.
Quello che volevo nello scrivere, volevo anche nella vita.
Dicevo che lo scrittore dee concordare con l'uomo, e perciò anche nell'uomo volevo il disprezzo del comune e del plebeo.
Ciò io chiamavo dignità personale.
In questa parola compendiavo tutta la moralità, e dicevo che la dignità era la chiave della vita.
Contravveniva alla dignità la menzogna, ch'io perseguitava cosí nello scrivere come nell'azione.
"La menzogna nello scrivere, - dicevo, - è roba da retori e da pedanti".
Ero cosí inflessibile, che dannavo non solo gli ornamenti e i ricami, che chiamavo il belletto e il rossetto dello scrivere; ma anche le frasi convenzionali e usuali di una ostentata benevolenza.
Parimenti inflessibile ero nella vita, e dicevo che la menzogna era la negazione della propria personalità, un atto di vigliaccheria.
Con lo stesso zelo flagellavo ogni atto basso e volgare, come la cortigianeria, la ciarlataneria, l'intrigo, la violenza, la superbia.
Dicevo che l'orgoglio è il sentimento della dignità, ed è nell'uomo e nella donna la guardia della virtú, e chiamavo la superbia una maschera della dignità, una menzogna.
"La vita, - dicevo, - è una missione determinata dalle forze che ciascun uomo ha sortito da natura, e che ha il dovere di svolgere secondo i grandi fini dell'umanità: la scienza, la giustizia, l'arte, che con parole del tempo si chiamavano il vero, il buono, il bello.
La dignità non è cosa passiva, e non è cosa esteriore; il decoro è la sua apparenza, non è lei.
La dignità è uno sforzo verso il meglio, che nobilita la persona".
Queste idee mi venivano fuori, non in forma di lezione, ma secondo l'occasione, e trovavano il loro luogo specialmente nella critica degli autori e nelle mie prolusioni.
Ho trovato nelle mie vecchie carte vari brani d'un discorso che pronunziai in quell'anno.
Voglio riferirne alcuni, che daranno un concetto della scuola: "Ed ecco, noi siamo qui insieme un'altra volta: amico, rivedo gli amici miei.
Con questa cara parola ci separammo l'ultima volta, e questa cara parola mi ritorna ora sul labbro.
Voi, giovani, che qui la prima volta venite, specchiatevi in coloro ch'io ho chiamati col nome di amici miei; e il loro esempio vi mostri che delle lettere il primo frutto è gentilezza; e ricordatevi che spesso la bontà genera la sapienza e il cuore ispira la mente.
Questo è il fondamento della nostra scuola; e quando vi sarete avvezzi a scrivere quello che avete prima sentito, voi non descriverete piú battaglie, assedi, tempeste, tombe e cimiteri, e non scriverete piú lettere di complimenti, di congratulazioni, di lode, voi, giovani sdegnosi dell'adulare, e schivi di quelle civili menzogne che chiamano cerimonia e convenevoli.
No: preparatevi a scrivere con verità e naturalezza, serbando inviolata in voi l'umana dignità.
Sia questo il principio e l'insegna de