LA NOVELLA DEL BUON VECCHIO E DELLA BELLA FANCIULLA, di Italo Svevo - pagina 3
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La gelosia da lui s'accompagnava proprio all'amore, nello spazio del tempo.
L'amore ne era rilevato e l'avventura diveniva piú «vera» che mai.
Una delizia e un dolore indescrivibile.
A un dato momento gli si figgeva in mente il pensiero che la giovinetta senza dubbio avesse degli altri amanti e tutti giovani quanto lui era vecchio.
Se ne doleva per sé (oh! tanto!), ma anche per lei che poteva perderci ogni possibilità di vita decorosa.
Guai se si fosse fidata di altri come s'era fidata di lui.
Nella gelosia faceva capolino la propria colpa.
È perciò che a compensare il proprio iniquo esempio, il vecchio s'abituò a predicare la morale proprio quando faceva all'amore.
Le spiegava quanti pericoli le potevano derivare dagli amori disordinati.
La giovinetta protestava di non avere che un amore, quello per lui.
- Ebbene! - gridava il vecchio nobilitato nello stesso tempo dall'amore e dalla morale, - se tu, per ritornare alla virtú dovessi risolvere di non vedermi piú, io ne sarei felice.
- Qui la giovinetta non rispondeva e ciò per buone ragioni.
Per lei l'avventura era chiara tanto che non le era possibile di mentire come faceva lui.
Non bisognava lasciare per il momento quella relazione.
Era anche facile di tacere quando egli la copriva di baci.
Quando però egli si permetteva uno sfogo piú sincero e parlava, - attribuendoglieli - di altri amanti, allora essa ritrovava la parola: - Come poteva crederlo? Prima di tutto essa non passava le vie della città altro che in tramvai, poi sua madre la sorvegliava e infine nessuno voleva saperne di lei, poveretta! - E giú un paio di lagrime.
Cattiva retorica quella che s'appiglia a tanti argomenti, ma intanto dal vecchio sparivano l'amore e la gelosia e si poteva ritornare alla cena.
Si può da ciò vedere come funzionino regolarmente i vecchi.
Dai giovani ogni singola ora è disordinatamente occupata dai sentimenti piú disparati mentre dai vecchi ogni sentimento ha la sua ora, tutta.
La giovinetta camminava di conserva col vecchio.
Quando la voleva, veniva; se ne andava quando non la voleva piú.
Discutevano! Poi facevano all'amore e mangiavano indi di buonissimo umore.
Il vecchio, forse, mangiava e beveva troppo.
S'attaccava ad una manifestazione di forza.
Non voglio mica dire che sia perciò che il vecchio ammalò.
È chiaro che un eccesso di anni è piú pericoloso che un eccesso di vino, di cibo e anche di amore.
Può essere che uno di tali eccessi aggravi l'altro, ma a me non importa di asserire neppure tanto.
V.
S'era coricato tranquillo come ogni sera e specialmente quelle sere in cui finalmente dopo di aver mangiato tutto quello che le era stato offerto, la giovinetta se ne era andata.
Prese presto sonno.
Ricordò poi di aver sognato, ma tanto confusamente che egli niente piú ricordava.
Molte persone dovevano averlo circondato urlando, discutendo con lui e fra di loro; poi tutte s'erano allontanate ed egli, frastornato, s'era sdraiato su un sofà per riposare.
Allora su un tavolino proprio all'altezza del sofà vide un grosso topo che lo guardava con i suoi piccoli occhi lucenti.
V'era un riso, anzi una derisione in quegli occhi.
Poi il topo sparí, ma egli con spavento s'accorse che era penetrato nel suo braccio sinistro e scavando furiosamente procedeva verso il petto causandogli un dolore insopportabile.
Si destò ansante, coperto di sudore.
Era stato un sogno, ma qualche cosa di reale restava: il dolore insopportabile.
L'immagine dell'oggetto che causava il dolore subito mutò.
Non era piú un topo, ma una spada confitta nella parte superiore del braccio e di cui la punta arrivava allo sterno; arcuata, non tagliente ma ruvida e velenosa perché dove toccava comunicava il dolore.
Non gli permetteva il respiro e alcun movimento.
La spada si sarebbe potuta spezzare squarciandolo se egli si fosse mosso.
Egli urlava e lo sapeva perché lo sforzo di farsi sentire gli ledeva la gola, ma non sentí con certezza il suono che emetteva.
C'erano molti rumori in quella stanza vuota.
Vuota? In quella stanza c'era la morte.
S'avvicinava a lui dal soffitto un'oscurità profonda, una nube che quando lo avrebbe raggiunto, gli avrebbe soppresso il piccolo respiro che ancora gli era concesso e l'avrebbe tagliato per sempre da ogni luce mandandolo fra le cose basse e sudice.
L'oscurità s'avvicinava lentamente.
Quando l'avrebbe raggiunto? Oh! certo! Poteva anche dilatarsi da un momento all'altro e avvilupparlo e strangolarlo in un attimo.
Cosí era fatta la morte di cui aveva saputo dall'infanzia in su? Cosí insidiosa e accompagnata da tanto dolore? Egli si sentiva colare le lagrime dagli occhi.
Piangeva dal terrore e non per destare pietà, perché egli sapeva che pietà non c'era.
E il terrore era tanto grande che a lui parve di essere privo di colpa e di peccato.
Veniva strangolato a quel modo, lui buono e mite e misericordioso.
Quanto tempo durò quel terrore? Egli non avrebbe saputo dirlo e avrebbe potuto credere che fosse durato tutta una notte se la notte poi non fosse stata troppo lunga.
Gli parve che prima si fosse allontanata da lui l'oscurità minacciosa e poi il dolore.
La morte non c'era piú e il giorno appresso egli avrebbe risalutato il sole.
Poi il dolore si mosse e fu subito un sollievo.
Fu esiliato piú in alto verso la gola donde poi sparve.
Egli s'avvolse nelle coperte.
Batteva i denti dal freddo e un tremito convulso gli impediva il riposo.
Il ritorno alla vita era però completo.
Egli non gridò piú e fu lieto che il suo lamento non fosse stato udito.
La donna di casa - maliziosa - avrebbe ritenuto causa del male la visita della fanciulla della sera prima, per questa via egli ricordò la fanciulla e, subito, pensò: - Io all'amore non faccio piú!
VI.
Il dottore, chiamato alla mattina, esaminò, studiò, e non diede subito grande importanza all'accesso.
Il vecchio gli aveva raccontato l'avventura della sera prima, compresovi cibo e sciampagna, e al dottore parve che il male fosse dovuto a quel disordine.
Disse ch'era sicuro che il male non si sarebbe ripetuto a patto che il vecchio avesse saputo vivere in riposo, prendere regolarmente ogni due ore una certa polvere e si fosse astenuto dal vedere l'oggetto del suo amore e anche dal pensarci.
Il dottore che aveva la stessa sua età ed era suo antico amico lo trattava con grande confidenza: - Tu potrai andare dalla tua amante solo quando te lo permetterò io.
Il vecchio, che ci teneva alla propria salute piú del dottore, pensava invece: - Anche quando tu me lo permettessi non andrei da lei! Stavo tanto meglio prima di conoscerla!
Poi, però, lasciato solo, pensò subito alla giovinetta per liberarsene definitivamente.
Egli tuttavia ricordava che la giovinetta lo amava.
La credeva perciò capace di venire a trovarlo dopo qualche tempo anche senza suo invito.
Tutti sanno la potenza dell'amore.
E allora che figura ci avrebbe fatta lui che aveva deciso di non riceverla neppure col permesso del dottore? Le scrisse che improvvisamente e per lungo tempo doveva lasciare la città.
Al suo ritorno l'avrebbe avvisata.
Uní alla lettera un importo di denaro destinato a saldare il conto con la propria coscienza.
La lettera si chiudeva anche con un bacio, scritto dopo un istante di esitazione.
No! Quel bacio non gli aveva alterato il polso.
Il giorno appresso si sentí rassicurato per una notte tranquilla benché quasi insonne.
Il grande dolore non s'era ripetuto mentre egli, ad onta delle assicurazioni del medico, aveva temuto di venirne colto ogni notte nell'oscurità.
Si ricoricò piú tranquillo e riacquistò la fiducia, ma non il sonno.
Si sentiva il brontolío del cannone ed il buon vecchio si domandava: - Perché non hanno ancora inventato il modo di ammazzarsi senza fare tanto chiasso? - Non era tanto lontano quel giorno in cui il suono del combattimento aveva destato in lui un sentimento generoso.
Ma la malattia gli toglieva quel residuo di spirito sociale che la vecchiaia non era riuscita a distruggere in lui.
Il dottore nei prossimi giorni cacciò delle gocce fra polveretta e polveretta.
Poi, per garantire il sonno notturno, veniva di sera a fargli delle punture.
Anche per l'appetito venne la medicina speciale che bisognava prendere a date ore.
Non mancavano le occupazioni nella giornata del vecchio.
E la donna di casa, reietta nei giorni buoni, divenne molto importante.
Il vecchio, che sapeva essere riconoscente, si sarebbe forse affezionato a lei, che qualche volta doveva levarsi anche di notte per propinargli delle medicine.
Ma essa aveva un difettaccio: non gli perdonava i suoi trascorsi e vi faceva allusione di sovente.
La prima volta che per cura dovette propinargli una piccola dose di sciampagna, l'accompagnò con l'osservazione: - È tuttavia di quella ch'era stata acquistata per tutt'altro scopo.
Per qualche tempo il vecchio protestò volendo farle credere che fra lui e la giovinetta non ci fosse altro che un affetto purissimo.
Poi, visto ch'essa non si lasciava smuovere dalla sua convinzione, egli cominciò a credere ch'essa la sapesse lunga e lo avesse spiato.
Chissà in quale istante? Lungamente indagò per intenderlo.
Arrossiva specialmente di quello che la donna sapeva perché il resto non esisteva, ma con quella maledetta donna finiva coll'esistere tutto date quelle sue allusioni vaghissime colle quali si poteva ricordare l'avventura intera.
Ne risultò ch'egli non poté piú soffrire quella donna e la tollerava a sé daccanto soltanto quando di lei aveva bisogno.
Vero che ne aveva bisogno anche per chiacchierare, cosí che neppure di quest'odio che sarebbe stato abbastanza vitale nulla risultò.
Si limitò a dire a bassa voce al medico: - È brutta come il peccato.
In quella lotta con la sua donna ricordava la giovinetta, ma non per rimpiangerla.
Egli rimpiangeva solo la salute o meglio ciò ch'egli riguardava come la propria gioventú.
La gioventú era morta con l'ultima visita della giovinetta e il rimpianto di questa sussisteva nel rimpianto di quella.
Ora, sul serio, egli avrebbe procurato un impiego alla giovinetta...
se egli avesse riavuto la salute.
Poi sarebbe ritornato alla sua grande proficua attività e non al peccato.
Il peccato era quello che danneggiava la salute.
L'estate andò via.
Uno degli ultimi giorni sereni gli fu concesso di uscire in vettura.
Il medico l'accompagnò.
L'esito non fu cattivo perché egli si sentí lieto della variazione e il suo stato non peggiorò, ma col maltempo che sopravvenne l'esperimento non si poté ripetere.
Cosí continuò la sua vita vuota.
Non v'era altra novità che nei medicinali.
Ogni medicinale era buono per qualche tempo.
Poi per avere lo stesso effetto bisognava aumentare la dose eppoi sostituirlo con un altro medicinale.
Vero è che dopo qualche mese si ritornava da capo.
In quell'organismo però si creò un certo equilibrio.
Se andava verso la morte il suo movimento era impercettibile.
Non si trattava piú del dolore, eroico per la sua intensità, di quella notte quando la morte aveva alzato il braccio per dargli il colpo decisivo.
Tutt'altro.
Forse - come era allora - non valeva piú la pena di colpirlo.
Egli credeva di stare ogni giorno meglio.
Gli pareva che l'appetito anch'esso fosse ritornato.
Ci metteva del tempo ad ingoiare le sue minestre insipide e credeva sinceramente di mangiare.
In casa c'erano ancora di quelle scatole contenenti cibi eccitanti.
Il vecchio ne prendeva una nelle mani tremanti: leggeva il nome della celebre fabbrica e la riponeva.
Pensava di conservarla per il giorno in cui sarebbe stato meglio.
Per quel giorno erano conservate anche bottiglie di sciampagna.
S'era visto che per la malattia quel vino non giovava.
La parte piú importante della giornata era quella ch'egli passava ad una finestra nelle ore piú calde.
Quella finestra era un pertugio per cui si vedeva la vita che continuava a svolgersi sulle strade anche dacché egli ne era stato esiliato.
Se la donna del peccato (cosí egli la chiamava) gli era vicina, egli criticava con lei il lusso che tuttavia appariva sulle povere vie di Trieste o compiangeva con tono alquanto enfatico la miseria che vi transitava in processione.
Di faccia alla sua casa vi era un fornaio e spesso a quella porta si schierava la fila della gente che aspettava il tozzo di pane.
Il vecchio compiangeva quella gente che aspettava con tanta ansietà un pane mal cotto che a lui faceva schifo, ma qui la sua pietà era una vera ipocrisia.
Egli invidiava coloro che liberamente si muovevano per le vie.
Puerilmente.
In massima egli si trovava bene nella stanza protettrice, ben riscaldata, ma gli sarebbe piaciuto di vedere anche al di là di quella via.
Gli esseri che passavano e destavano la sua curiosità, perché vestiti troppo bene o troppo male, svoltavano ed ecco che per lui erano perduti.
Una notte in cui non poteva dormire, si mise a camminare per la stanza, e nell'ansietà di moversi e di avere una distrazione andò alla finestra.
La fila alla porta del fornaio era già costituita, tanto lunga che anche di notte macchiava di nero il marciapiede.
Neppure allora compianse sinceramente quella gente che aveva sonno e non poteva andare a dormire.
Egli aveva il letto e non poteva dormire.
Stavano certo meglio i componenti della fila!
In quei giorni ci fu Caporetto.
Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui.
Invece il vecchio non vide in quell'evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui.
Il medico piangeva: - Non vedremo piú neppure i loro velivoli! - Il vecchio mormorava: - Infatti! Forse non li vedremo piú! - Sentiva nell'animo la gioconda speranza di notti tranquille, ma tentava di copiare sulla propria faccia il dolore che vedeva impresso su quella del medico.
Nel pomeriggio, quando stava bene, riceveva il suo procuratore, un vecchio impiegato che godeva di tutta la sua fiducia.
Negli affari il vecchio rimaneva abbastanza energico e lucido, e l'impiegato ne traeva la conclusione che la malattia del vecchio non fosse molto grave e che prima o poi sarebbe ritornato agli affari.
Ma l'energia negli affari era la stessa che lo dirigeva nella tutela della sua salute.
La piú lieve indisposizione lo induceva a rimandare gli affari al giorno dopo.
E per stare meglio sapeva anche dimenticare gli affari non appena il suo impiegato se n'era andato.
Si sedeva davanti alla stufa e amava di gettarvi dei pezzi di carbone che guardava poi bruciare.
Poi chiudeva gli occhi abbacinati e li riapriva per riprendere lo stesso giuoco.
Cosí passava la sera di giornate pur esse tanto vuote.
Ma cosí non doveva finire la sua vita.
È il destino di certi organismi di non lasciar alcun residuo per la morte che cosí non arriva ad afferrare altro che un vaso vuoto.
Tutto quanto poteva ardere arse e l'ultima sua fiamma fu la piú bella.
VII.
Il vecchio era alla finestra a guardare sulla via.
Era un pomeriggio fosco.
Il cielo era coperto da una nebbia grigiastra e il selciato bagnato ad onta che non fosse piovuto da due giorni.
La fila degli affamati andava formandosi dinanzi alla porta del fornaio.
Il caso volle che la giovinetta passasse giusto allora dinanzi al balcone occupato da lui.
Era senza cappello, ma al vecchio che non avrebbe saputo indicare alcun particolare del suo vestito parve meglio messa che nei tempi in cui l'amava.
L'accompagnava un giovane vestito esageratamente alla moda, inguantato, un fine ombrello che si alzò alto due o tre volte col braccio che volle accompagnare la parola evidentemente vivace.
Anche la giovinetta rideva e ciarlava.
Il vecchio guardava e ansava.
Non era piú la vita altrui che passava per quella via, era la propria.
E il primo istinto del vecchio fu di gelosia.
L'amore non c'entrava, ma solo la piú abbietta gelosia: - Essa ride e si diverte mentre io sono ammalato.
- Avevano sbagliato insieme e a lui ne era derivata la malattia, a lei nulla.
Che fare? Essa procedeva col suo passo leggero e presto sarebbe arrivata alla svolta della via dove sarebbe scomparsa.
Perciò il vecchio ansava.
Non c'era neppur tempo di chiarire i propri pensieri ed egli avrebbe sentito tanto il bisogno di parlare e di predicarle la morale!
Quando la giovinetta e il suo compagno scomparvero il vecchio volle tagliar corto alla propria agitazione che poteva danneggiarlo e disse: - Tanto meglio! Essa vive e si diverte! -.
V'erano due menzogne in quelle poche parole che prima di tutto avrebbero voluto significare che il vecchio durante la malattia si fosse preoccupato della sorte della giovinetta eppoi anche che egli sentisse una soddisfazione al vederla correre a quel modo le vie per divertirsi.
Perciò non ne ebbe quiete.
Restava alla finestra e guardava dalla parte dove la giovinetta era scomparsa.
Se fosse ritornata egli l'avrebbe chiamata dalla finestra.
Non faceva troppo freddo eppoi gli pareva necessario di vederla.
E qualcuno, sospettoso, dal suo interno gli domandò: - Perché? Vuoi ricominciare? - Il vecchio si mise a ridere: - Desiderio? Ma neanche per sogno! - Però guardava sempre dalla stessa parte con l'atteggiamento del desiderio piú intenso.
- Io - pensò, convinto questa volta di dire la verità, - sarei del tutto tranquillo se sapessi che quel giovinotto l'ama e vuole sposarla.
Nessuno, neppure lui stesso avrebbe saputo decifrare l'animo del vecchio, appassionatamente malcontento della giovinetta e di se stesso.
Egli vedeva chiaro che nel comportamento della giovinetta era implicata una propria responsabilità.
Cercava di diminuirla ricordando ch'egli le aveva predicata la morale e cercava di obliare il resto.
Per riconquistare la tranquillità egli doveva ripeterle piú chiaramente (cioè ad essa, ch'egli per sé nulla domandava) i precetti di morale ch'essa poteva aver dimenticati.
E v'era anche il pericolo che essa avesse dimenticato le sue parole e non le sue azioni.
Corse al tavolo per scriverle di venire a trovarlo.
Perché no? L'avrebbe ricevuta sereno come tuttavia i suoi dipendenti in ufficio e le avrebbe raccomandato di badare meglio al suo destino.
Con la penna in mano si trovò imbarazzato.
Voleva farle intendere subito che la lettera non proveniva da un amante ma da un vecchio rispettabile che la invitava per suo bene di venire a trovarlo.
Prese un biglietto da visita e sotto al proprio nome scrisse due parole d'invito.
Lasciò il biglietto sul tavolo e ritornò alla finestra.
Sarebbe stato meglio ch'essa fosse passata di nuovo per la via.
C'era il pericolo che a quell'invito, strano per lei, essa non corrispondesse.
Ma era importante ch'essa venisse, importante per lui.
Ritornò al tavolo e riscrisse lo stesso biglietto che le aveva mandato tante volte.
Col piú vivo rossore perché la sua colpa era cosí evocata addirittura tangibilmente.
Ma non aveva da usare riguardi a quella bambina.
Gli bastava d'indurla a venire per gettarla fuori dal proprio destino; e per nettare il suo destino da una presenza tanto incomoda a lui sembrava non occorresse altro che di poter dirle chiaramente (piú chiaramente di quanto avesse potuto farlo in passato): - Per quanto mi concerne, ti domando d'essere virtuosa con me e con tutti.
- Poi sarebbe stato facile di non pensarci piú.
Cercò la quiete col rendere definitiva la propria risoluzione.
Trovò il modo di spedire quel biglietto senza farlo passare per le mani della sua infermiera.
L'appuntamento era per il giorno appresso nelle ore tarde del pomeriggio.
Le prime ore erano dedicate a cure.
Ritornò alla finestra.
Nel desiderio di nettarsi la coscienza di ogni rimprovero riandò col pensiero la storia delle relazioni colla giovinetta.
Sarebbe stato strano di attribuirle una importanza.
Troppo facile era stato di avere quella giovinetta.
Un'avventura comunissima.
Non nella sua vita, però, e anche importante per la giovinezza e la beltà della fanciulla.
- È certo - pensò il vecchio - che gli altri sono peggiori di me e che oggi, poi, io sono superiore a tutti.
- Gli pareva un vanto di non sentire alcun desiderio e un secondo vanto ancora maggiore di chiamare a sé la giovinetta per farle del bene.
Le avrebbe dato del denaro.
Quanto? Due...
tre...
cinquecento corone.
Il denaro bisognava darlo se non altro per acquisire il diritto di educare.
Poi l'avrebbe messa in guardia contro gli amori disordinati.
Anche in passato aveva predicato contro gli amori, ma bisognava far ora dimenticare ch'egli aveva tentato allora di mettere il proprio amore fra quelli permessi.
Su la via si svolse una scena che attrasse tutta la sua attenzione.
Ne scorse già da lontano gli attori perché venivano dalla parte ch'egli fissava.
Un fanciullo di forse otto o dieci anni, scalzo, scendeva la via traendosi dietro per mano un uomo evidentemente ubriaco.
Pareva che il fanciullo fosse conscio della sua responsabilità.
Procedeva con un passo piccolo ma risoluto.
Guardava di tratto in tratto dietro di sé il grande uomo che pareva convinto di dover seguirlo, eppoi guardava dinanzi a sé per vedere la propria via.
Certo egli sapeva di dover consigliare e dirigere.
Cosí giunsero sotto le finestre del vecchio.
A quel punto il fanciullo scese dal marciapiedi per camminare meglio e non subito fu seguito dall'uomo.
Perciò avvenne che le loro braccia allacciate andarono a cozzare contro il colonnino di un fanale.
Non subito il fanciullo intese che avrebbe dovuto retrocedere per accompagnarsi all'uomo.
Aveva fretta e probabilmente fece male all'ubriaco premendone la mano sul colonnino.
Costui fu preso da un improvviso furore.
Si svincolò dal fanciullo e subito gli menò un calcio atterrandolo.
Per fortuna la sua ebbrezza gli impediva la rapidità dei movimenti, perché si capiva che si raccoglieva per picchiare ancora.
Il fanciullo, a terra, si celava puerilmente la faccia col braccio per proteggersi e piangeva, guardando terrorizzato l'ubriaco ch'era chino su lui e non riusciva a riacquistare l'equilibrio.
Il vecchio, alla finestra, fu invaso dal terrore.
Aperse le lastre dimenticando per un istante la cura della propria salute e si mise a gridare con la sua voce roca chiamando aiuto.
Subito, dalla fila alla porta del fornaio accorsero molte persone, tante, che, presto, il vecchio non poté piú vedere né il fanciullo né l'ubriaco.
Richiuse la finestra, chiamò l'infermiera e, ansimante, si gettò su una poltrona.
Era troppo per lui.
Le gambe non lo reggevano piú.
Nella sua lunga solitudine, egli aveva accarezzato una grande ambizione e s'era creduto benefico e superiore a tutti, ma ora appena provava una sensazione veramente nuova e sorprendente di vera, istintiva bontà.
Per un breve tempo restò buono e generoso senza che il suo sentimento fosse oscurato da alcun pensiero a se stesso.
È ben vero che non fece alcun atto che avvicinasse a lui quel povero fanciullo abbisognante di soccorso e di conforto.
Non ci pensò neppure; ma nel pensiero accarezzava con grande emozione la puerile figura abbattuta.
Scoperse anche nella propria memoria un particolare che valse ad aumentare la sua pietà: egli aveva visto il pianto del fanciullo, ma non aveva sentito alcun suo grido.
Forse il fanciullo si vergognava di essere punito in pubblico e la sua vergogna, che gli impediva di attrarre l'attenzione degli altri, era piú forte del suo terrore.
Povero, piccolo essere reso perciò anche piú inerme.
Ben presto però il vecchio ritornò alla sua occupazione abituale: alla cura di se stesso.
Intanto il suo sentimento generoso gli aveva allargato tanto bene il petto che poté subito constatare un beneficio da quel suo abbandono.
Per continuarne l'effetto parlò con la sua infermiera della sua grande avventura.
Disse di aver salvato lui quel fanciullo: - Se io non avessi gridato, quell'omaccio lo avrebbe spezzato.
- Invece era possibile che il suo roco grido non fosse neppure giunto fino alla via.
Ritornò col pensiero alla fanciulla e qualche contatto si costituí nel suo pensiero fra il fanciullo maltrattato e la giovinetta che sulla stessa via veniva trascinata a perdizione da uno zerbinotto.
La comprensione per il fanciullo lo portò fino a rimproverarsi di non aver fatto per lui altro che spalancare la finestra e gridare.
Si liberò da tale pensiero pensando: - Io ho da pensare ad una disgrazia e basta per me!
La notte fu sino al mattino insonne.
Non soffriva e giaceva meditando.
Capiva benissimo che la sua coscienza non era tranquilla ma non ne vedeva la ragione.
Decise di dare una somma anche maggiore alla giovinetta.
Gli parve che sarebbe bastato di indurla a dirsi grata per riavere la coscienza tranquilla.
Verso mattina s'addormentò ed ebbe un sogno: camminava al sole tenendo per mano la bella fanciulla, proprio come l'ubriaco teneva per mano il ragazzo.
Anch'essa lo precedeva di poco, ciò che a lui serviva per vederla meglio.
Era bellissima, vestita di cenci colorati come il primo giorno in cui egli l'aveva vista.
Camminava picchiando il piccolo piede al suolo e ad ogni suo passo risonava il campanello d'allarme come quel giorno sul viale di Sant'Andrea.
Il vecchio che fino allora era proceduto col suo passo lento, si sforzò di raggiungere la giovinetta.
Essa era divenuta per lui la donna del suo desiderio, tutta, coi suoi cenci, col suo passo e persino quel suono argentino del campanello che doveva essere attaccato al suo piedino.
Poi fu subito stanco e volle sciogliere la sua mano da quella della giovinetta.
Non vi riuscí che quando esausto cadde a terra.
La giovinetta come un automa si allontanò da lui senza neppur guardarlo, con lo stesso passo sempre sonoro per il campanello d'allarme.
Portava il sesso ad altri? A lui nel sogno di ciò non importò.
Si destò.
Era coperto di sudore come quella notte della grande angina.
- Sozzo! Oh! Sozzo! - gridò addirittura spaventato del proprio sogno.
Volle chetarsi ricordando che il sogno non appartiene a chi lo fa ma che gli è mandato da potenze occulte.
Ma la sozzura era evidentemente sua.
Ebbe certo maggior rimorso per il sogno fatto di quanto ne avesse avuto per quella recente realtà cui aveva consciamente collaborato.
In mezzo alle cure che riempivano la sua mattina egli che non poteva liberarsi dal ricordo dell'avventura notturna ebbe un'ispirazione: fra il ragazzo atterrato e battuto e la fanciulla del sogno che come un automa offriva la propria bellezza esisteva un'analogia.
- E fra me e l'ubriaco? - indagò il vecchio.
Volle sorridere al paragone impossibile.
Poi pensò: - Posso tuttavia riparare beneficandola e istruendola meglio.
Nel corso della giornata ebbe anche altri dubbii.
E se nella realtà egli avesse da comportarsi come s'era comportato nel sogno? Sta bene che i sogni sono mandati da altri e che la propria responsabilità non c'entra, ma egli era vecchio abbastanza per sapere che anche nella realtà, talvolta, in certe azioni, non si riconosce se stessi.
Per esempio lui era entrato in quell'avventura dopo quella storica passeggiata al molo nella quale era stato accompagnato da tutt'altri propositi.
Ora se i suoi propositi attuali non avessero avuto maggior efficacia di quelli di allora, addio pace eppoi addio salute e certo anche addio vita.
Ma qui spuntò nel vecchio una decisione di vera nobiltà.
Risolse di abbandonare la vita piuttosto che ritornare a vivere solitario come prima in mezzo alla sua farmacia.
Oggi, specie dopo di quel sogno, si sentiva ancora piú desideroso di vivere e di agire.
Oggi, se avesse assistito di nuovo al maltrattamento del fanciullo non si sarebbe saputo abbandonare al riposo come il giorno prima.
Ed egli pensò che anche quando avesse chiarito la sua posizione con la fanciulla, egli avrebbe potuto ritrovare e beneficare anche il giovinetto.
Solo che ora la cosa era troppo complicata e bisognava aspettare la visita di qualche amico influente che avrebbe incaricato delle ricerche necessarie.
Ai tanti altri bambini che si trovavano in circostanze simili e a portata di mano, il vecchio non pensò e quello che egli amava per averlo visto battere fu presto da lui dimenticato.
Al medico egli disse qualche cosa della sua avventura notturna.
Il vecchio amico, che ogni giorno trovava il modo di scoprire un indizio della prossima guarigione, sorrise: - Vedi che ritorna la salute, anzi la gioventú.
- Che cominci cosí la salute e la gioventú? - domandò il vecchio perplesso.
Ebbene! Egli di quella gioventú non voleva saperne.
Voleva la calma, la serenità, la vera salute.
Prima di tutto voleva liberarsi da ogni rimprovero per il contegno da lui avuto con la giovinetta.
Il dottore non poteva indovinare che allora il suo paziente era deciso di curarsi a modo suo tanto piú che il vecchio stesso non avrebbe saputo dirglielo.
Egli stesso non sapeva che correva dietro una nuova cura.
Nel pomeriggio il vecchio dormí a lungo di un sonno ristoratore e privo di sogni.
Si destò sorridente come un bambino da quel sonno finalmente innocente perché privo di immagini.
Poi preparò la cena per la fanciulla proprio come la prima volta in cui l'aveva attesa.
Prima di accingersi a tale lavoro ebbe un istante di esitazione.
Ma poi si disse che prima o poi la giovinetta avrebbe dovuto sentire da lui parole dure e prediche meno divertenti e che perciò era bene di offrirle il compenso cui essa apparentemente teneva tanto.
Aperse perciò con accuratezza le scatole che per tanto tempo aveva tenute in serbo.
Sorrideva vuotandole nei piatti preparati sul solito tavolino: si trattava di indorare una pillola che alla giovinetta sarebbe potuta sembrare amara.
Assistendo a tanti preparativi, la sua infermiera s'allarmò.
Non avrebbe essa avuto il dovere di avvisare il dottore? Il vecchio la rassicurò con aria di superiorità.
L'ultimo suo sonno era stato tranquillo, ed il precedente dimenticato.
Perciò il sospetto dell'infermiera non poteva neppure offenderlo.
Le disse che essa avrebbe potuto assistere all'abboccamento dalla stanza vicina.
Per la prima volta parlò chiaramente del passato confessando quello ch'essa sapeva o di cui almeno dubitava.
- I trascorsi di gioventú devono essere dimenticati.
Ad ogni modo non possono piú essere ripetuti.
- Ma l'infermiera non si quietò.
Per quanto non le mancasse nulla in quella casa, pure le spiaceva di veder preparati per altri quei buoni cibi.
Velenosamente rispose: - Cinque mesi or sono Lei era dunque giovine!
- Solo cinque mesi sono trascorsi da allora? - domandò il vecchio stupito.
A lui pareva fosse trascorso un secolo dall'ultima visita della giovinetta.
Rifece il conto e trovò che quel periodo di tempo non raggiungeva neppure i cinque mesi.
Non rispose all'infermiera, ma dubitò di essere vecchio essendo stato tanto giovine cinque mesi prima.
Non dubitò però del proprio sincero desiderio di morale e di bontà.
VIII.
La giovinetta, come sempre, fu puntuale all'appuntamento.
Nel vecchio non c'era stata quell'ansietà nell'attesa come in passato.
Da ciò egli ebbe conforto: se il sogno aveva simulato eccitazioni sessuali, la realtà - ora ne aveva la certezza - era fatta tutt'altrimenti.
Ma una grande sorpresa gli diede l'enorme emozione da cui fu preso al rivedere il caro viso della giovinetta.
Ora s'avvedeva ch'era escluso ch'egli assumesse con lei, come s'era proposto, le arie di un capo ufficio.
Quasi sveniva.
Come era incantevole quella faccina dai grandi occhi, di cui sapeva ogni linea per averla baciata, e come era armoniosa quella voce udita da lui quando commentava atti di cui provava rimorso.
Non trovava parole per salutarla e lungamente tenne la piccola manina inguantata nelle proprie.
Era tanto bello di voler bene.
Sorgeva per lui una nuova, un'ultima gioventú? Una nuova cura piú efficace di tutte?
Poi la guardò.
Il volto gli parve meno fresco.
Attorno alla bocca che cinque mesi prima gli era sembrata un fiore appena sbocciato, qualche linea s'era spostata.
Orizzontalmente la bocca s'era un poco allungata e le labbra sembravano meno alte.
Qualche cosa d'amaro? Un rancore per lui, forse? Perché - ora soltanto lo ricordava - egli aveva promesso amore e protezione, e improvvisamente s'era sottratto a qualunque impegno che avesse avuto con lei.
Perciò le sue prime parole furono dette per domandare perdono.
Le raccontò che quella volta quando le aveva scritto di dover lasciare la città, s'era invece ammalato.
Descrisse la grande angina, che pur giaceva tanto lontano da lui, come se ne avesse sofferto fino alla vigilia.
In certo modo, perciò, mentí, ma solo per essere sicuro di ottenere subito il perdono.
Essa, però, non ci pensava di serbargli rancore.
Tutt'altro! Aveva subito fatto atto di baciarlo addirittura sulla bocca.
Egli porse la guancia e sfiorò la sua con le proprie labbra.
- Che peccato! - essa disse - sarebbe stato pur meglio che tu fossi partito piuttosto che ammalare.
Egli, per vederla meglio, la fece sedere all'altro capo del tavolo.
Dev'essere stato coordinato da madre natura il fatto che i vecchi vedono meno bene da vicino con quello che non c'è scopo per essi di avere gli oggetti a portata di mano.
Subito osservò stupito che i riccioli che il giorno prima egli aveva visto svolazzare liberi all'aria, erano ora coperti da un cappello elegante adorno di piume dai colori fini e sobrii.
Perché quella metamorfosi come si poteva dirla a Trieste, ove il cappello delle donne designa addirittura la classe cui esse appartengono? Veniva da lui in cappello e non lo portava per camminare le vie? Strano! E com'era mutata nel modo di vestire! Quella non era piú una fanciulla del popolo, ma apparteneva alla borghesia per il cappellino, e per il vestito dal taglio elegante e dalle stoffe abbondanti come si usava allora quando le stoffe mancavano.
Appartenevano pure alla borghesia, ma un po' degenere, quelle calze di seta trasparenti che proteggevano poco le gambe dal freddo, e gli scarpini laccati.
Non solo per affetto il vecchio non seppe assumere l'aria burbera che aveva premeditata, ma anche per un po' di soggezione.
Essa era indubbiamente la persona piú elegante con la quale egli da lungo tempo avesse conversato.
Egli, invece, era vestito ben comodo e non portava neppure il colletto perché lo affannava.
Con gesto istintivo portò le mai al collo per accertarsi di aver abbottonata la camicia.
Donde potevano essere venuti tutti i denari che occorrevano per acquistare tutte quelle belle cose? Anziché pensare a quello che aveva da dire il vecchio si perdette in calcoli.
Quanti denari le aveva rimessi lui cinque mesi prima? Potevano bastare i denari dati da lui per spiegare tanto lusso?
Essa lo guardava sorridendo e pareva aspettasse.
Egli aveva già deciso di non assumere per il momento l'aspetto di un mentore tanto piú che gli pareva di ammonire abbastanza dando un esempio di virtú.
Fu proprio perché non sapeva che altro dire che le domandò: - Sei tuttavia al tramway?
Dapprima sembrò ch'essa non avesse bene sentito: - Al tramway? - Poi parve ricordasse.
Non era un posto adatto per una giovine.
Lo aveva lasciato da parecchio tempo.
Egli l'invitò a mangiare.
Era un modo di guadagnare tempo perché in lui c'era il dubbio se non avesse dovuto farle un rimprovero per l'abbandono del lavoro.
Mentre essa s'accingeva a mangiare levandosi lentamente i guanti, egli le domandò: - E che cosa fai ora?
- Ora? - domandò la giovinetta anch'essa esitante.
Poi sorrise: - Ora sto cercando un impiego e dovresti procurarmene tu uno.
- Ben volentieri, - disse il vecchio.
- Non appena sarò guarito ti prendo con me in ufficio.
Hai studiato un po' di tedesco?
- Bravo! Il tedesco! - disse essa ridendo di cuore.
- Noi due abbiamo cominciato a volerci bene col tedesco e si potrebbe continuare a studiarlo insieme.
- Era una proposta che egli finse di non intendere.
Essa si mise a mangiare, ma molto compostamente.
Il coltello e la forchetta lavoravano con grande sicurezza e alla boccuccia arrivavano i bocconi nella giusta misura mentre alle cene cui egli l'aveva convitata prima anche i ditini avevano dovuto collaborare al frazionamento del cibo e al suo trasporto.
Al vecchio parve di dover compiacersi di trovarla tanto affinata.
Egli era titubante sempre.
Se continuava a ridere e sorridere con lei, dove sarebbe arrivato? Per non offenderla volle parlare solo della propria colpa: - Se quel giorno mi fossi avvicinato a te solo per consigliarti per il tuo meglio...
Il buon senso semplice della giovinetta ebbe qui una obbiezione che doveva
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