LA NOVELLA DEL BUON VECCHIO E DELLA BELLA FANCIULLA, di Italo Svevo - pagina 4
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Di faccia alla sua casa vi era un fornaio e spesso a quella porta si schierava la fila della gente che aspettava il tozzo di pane.
Il vecchio compiangeva quella gente che aspettava con tanta ansietà un pane mal cotto che a lui faceva schifo, ma qui la sua pietà era una vera ipocrisia.
Egli invidiava coloro che liberamente si muovevano per le vie.
Puerilmente.
In massima egli si trovava bene nella stanza protettrice, ben riscaldata, ma gli sarebbe piaciuto di vedere anche al di là di quella via.
Gli esseri che passavano e destavano la sua curiosità, perché vestiti troppo bene o troppo male, svoltavano ed ecco che per lui erano perduti.
Una notte in cui non poteva dormire, si mise a camminare per la stanza, e nell'ansietà di moversi e di avere una distrazione andò alla finestra.
La fila alla porta del fornaio era già costituita, tanto lunga che anche di notte macchiava di nero il marciapiede.
Neppure allora compianse sinceramente quella gente che aveva sonno e non poteva andare a dormire.
Egli aveva il letto e non poteva dormire.
Stavano certo meglio i componenti della fila!
In quei giorni ci fu Caporetto.
Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui.
Invece il vecchio non vide in quell'evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui.
Il medico piangeva: - Non vedremo piú neppure i loro velivoli! - Il vecchio mormorava: - Infatti! Forse non li vedremo piú! - Sentiva nell'animo la gioconda speranza di notti tranquille, ma tentava di copiare sulla propria faccia il dolore che vedeva impresso su quella del medico.
Nel pomeriggio, quando stava bene, riceveva il suo procuratore, un vecchio impiegato che godeva di tutta la sua fiducia.
Negli affari il vecchio rimaneva abbastanza energico e lucido, e l'impiegato ne traeva la conclusione che la malattia del vecchio non fosse molto grave e che prima o poi sarebbe ritornato agli affari.
Ma l'energia negli affari era la stessa che lo dirigeva nella tutela della sua salute.
La piú lieve indisposizione lo induceva a rimandare gli affari al giorno dopo.
E per stare meglio sapeva anche dimenticare gli affari non appena il suo impiegato se n'era andato.
Si sedeva davanti alla stufa e amava di gettarvi dei pezzi di carbone che guardava poi bruciare.
Poi chiudeva gli occhi abbacinati e li riapriva per riprendere lo stesso giuoco.
Cosí passava la sera di giornate pur esse tanto vuote.
Ma cosí non doveva finire la sua vita.
È il destino di certi organismi di non lasciar alcun residuo per la morte che cosí non arriva ad afferrare altro che un vaso vuoto.
Tutto quanto poteva ardere arse e l'ultima sua fiamma fu la piú bella.
VII.
Il vecchio era alla finestra a guardare sulla via.
Era un pomeriggio fosco.
Il cielo era coperto da una nebbia grigiastra e il selciato bagnato ad onta che non fosse piovuto da due giorni.
La fila degli affamati andava formandosi dinanzi alla porta del fornaio.
Il caso volle che la giovinetta passasse giusto allora dinanzi al balcone occupato da lui.
Era senza cappello, ma al vecchio che non avrebbe saputo indicare alcun particolare del suo vestito parve meglio messa che nei tempi in cui l'amava.
L'accompagnava un giovane vestito esageratamente alla moda, inguantato, un fine ombrello che si alzò alto due o tre volte col braccio che volle accompagnare la parola evidentemente vivace.
Anche la giovinetta rideva e ciarlava.
Il vecchio guardava e ansava.
Non era piú la vita altrui che passava per quella via, era la propria.
E il primo istinto del vecchio fu di gelosia.
L'amore non c'entrava, ma solo la piú abbietta gelosia: - Essa ride e si diverte mentre io sono ammalato.
- Avevano sbagliato insieme e a lui ne era derivata la malattia, a lei nulla.
Che fare? Essa procedeva col suo passo leggero e presto sarebbe arrivata alla svolta della via dove sarebbe scomparsa.
Perciò il vecchio ansava.
Non c'era neppur tempo di chiarire i propri pensieri ed egli avrebbe sentito tanto il bisogno di parlare e di predicarle la morale!
Quando la giovinetta e il suo compagno scomparvero il vecchio volle tagliar corto alla propria agitazione che poteva danneggiarlo e disse: - Tanto meglio! Essa vive e si diverte! -.
V'erano due menzogne in quelle poche parole che prima di tutto avrebbero voluto significare che il vecchio durante la malattia si fosse preoccupato della sorte della giovinetta eppoi anche che egli sentisse una soddisfazione al vederla correre a quel modo le vie per divertirsi.
Perciò non ne ebbe quiete.
Restava alla finestra e guardava dalla parte dove la giovinetta era scomparsa.
Se fosse ritornata egli l'avrebbe chiamata dalla finestra.
Non faceva troppo freddo eppoi gli pareva necessario di vederla.
E qualcuno, sospettoso, dal suo interno gli domandò: - Perché? Vuoi ricominciare? - Il vecchio si mise a ridere: - Desiderio? Ma neanche per sogno! - Però guardava sempre dalla stessa parte con l'atteggiamento del desiderio piú intenso.
- Io - pensò, convinto questa volta di dire la verità, - sarei del tutto tranquillo se sapessi che quel giovinotto l'ama e vuole sposarla.
Nessuno, neppure lui stesso avrebbe saputo decifrare l'animo del vecchio, appassionatamente malcontento della giovinetta e di se stesso.
Egli vedeva chiaro che nel comportamento della giovinetta era implicata una propria responsabilità.
Cercava di diminuirla ricordando ch'egli le aveva predicata la morale e cercava di obliare il resto.
Per riconquistare la tranquillità egli doveva ripeterle piú chiaramente (cioè ad essa, ch'egli per sé nulla domandava) i precetti di morale ch'essa poteva aver dimenticati.
E v'era anche il pericolo che essa avesse dimenticato le sue parole e non le sue azioni.
Corse al tavolo per scriverle di venire a trovarlo.
Perché no? L'avrebbe ricevuta sereno come tuttavia i suoi dipendenti in ufficio e le avrebbe raccomandato di badare meglio al suo destino.
Con la penna in mano si trovò imbarazzato.
Voleva farle intendere subito che la lettera non proveniva da un amante ma da un vecchio rispettabile che la invitava per suo bene di venire a trovarlo.
Prese un biglietto da visita e sotto al proprio nome scrisse due parole d'invito.
Lasciò il biglietto sul tavolo e ritornò alla finestra.
Sarebbe stato meglio ch'essa fosse passata di nuovo per la via.
C'era il pericolo che a quell'invito, strano per lei, essa non corrispondesse.
Ma era importante ch'essa venisse, importante per lui.
Ritornò al tavolo e riscrisse lo stesso biglietto che le aveva mandato tante volte.
Col piú vivo rossore perché la sua colpa era cosí evocata addirittura tangibilmente.
Ma non aveva da usare riguardi a quella bambina.
Gli bastava d'indurla a venire per gettarla fuori dal proprio destino; e per nettare il suo destino da una presenza tanto incomoda a lui sembrava non occorresse altro che di poter dirle chiaramente (piú chiaramente di quanto avesse potuto farlo in passato): - Per quanto mi concerne, ti domando d'essere virtuosa con me e con tutti.
- Poi sarebbe stato facile di non pensarci piú.
Cercò la quiete col rendere definitiva la propria risoluzione.
Trovò il modo di spedire quel biglietto senza farlo passare per le mani della sua infermiera.
L'appuntamento era per il giorno appresso nelle ore tarde del pomeriggio.
Le prime ore erano dedicate a cure.
Ritornò alla finestra.
Nel desiderio di nettarsi la coscienza di ogni rimprovero riandò col pensiero la storia delle relazioni colla giovinetta.
Sarebbe stato strano di attribuirle una importanza.
Troppo facile era stato di avere quella giovinetta.
Un'avventura comunissima.
Non nella sua vita, però, e anche importante per la giovinezza e la beltà della fanciulla.
- È certo - pensò il vecchio - che gli altri sono peggiori di me e che oggi, poi, io sono superiore a tutti.
- Gli pareva un vanto di non sentire alcun desiderio e un secondo vanto ancora maggiore di chiamare a sé la giovinetta per farle del bene.
Le avrebbe dato del denaro.
Quanto? Due...
tre...
cinquecento corone.
Il denaro bisognava darlo se non altro per acquisire il diritto di educare.
Poi l'avrebbe messa in guardia contro gli amori disordinati.
Anche in passato aveva predicato contro gli amori, ma bisognava far ora dimenticare ch'egli aveva tentato allora di mettere il proprio amore fra quelli permessi.
Su la via si svolse una scena che attrasse tutta la sua attenzione.
Ne scorse già da lontano gli attori perché venivano dalla parte ch'egli fissava.
Un fanciullo di forse otto o dieci anni, scalzo, scendeva la via traendosi dietro per mano un uomo evidentemente ubriaco.
Pareva che il fanciullo fosse conscio della sua responsabilità.
Procedeva con un passo piccolo ma risoluto.
Guardava di tratto in tratto dietro di sé il grande uomo che pareva convinto di dover seguirlo, eppoi guardava dinanzi a sé per vedere la propria via.
Certo egli sapeva di dover consigliare e dirigere.
Cosí giunsero sotto le finestre del vecchio.
A quel punto il fanciullo scese dal marciapiedi per camminare meglio e non subito fu seguito dall'uomo.
Perciò avvenne che le loro braccia allacciate andarono a cozzare contro il colonnino di un fanale.
Non subito il fanciullo intese che avrebbe dovuto retrocedere per accompagnarsi all'uomo.
Aveva fretta e probabilmente fece male all'ubriaco premendone la mano sul colonnino.
Costui fu preso da un improvviso furore.
Si svincolò dal fanciullo e subito gli menò un calcio atterrandolo.
Per fortuna la sua ebbrezza gli impediva la rapidità dei movimenti, perché si capiva che si raccoglieva per picchiare ancora.
Il fanciullo, a terra, si celava puerilmente la faccia col braccio per proteggersi e piangeva, guardando terrorizzato l'ubriaco ch'era chino su lui e non riusciva a riacquistare l'equilibrio.
Il vecchio, alla finestra, fu invaso dal terrore.
Aperse le lastre dimenticando per un istante la cura della propria salute e si mise a gridare con la sua voce roca chiamando aiuto.
Subito, dalla fila alla porta del fornaio accorsero molte persone, tante, che, presto, il vecchio non poté piú vedere né il fanciullo né l'ubriaco.
Richiuse la finestra, chiamò l'infermiera e, ansimante, si gettò su una poltrona.
Era troppo per lui.
Le gambe non lo reggevano piú.
Nella sua lunga solitudine, egli aveva accarezzato una grande ambizione e s'era creduto benefico e superiore a tutti, ma ora appena provava una sensazione veramente nuova e sorprendente di vera, istintiva bontà.
Per un breve tempo restò buono e generoso senza che il suo sentimento fosse oscurato da alcun pensiero a se stesso.
È ben vero che non fece alcun atto che avvicinasse a lui quel povero fanciullo abbisognante di soccorso e di conforto.
Non ci pensò neppure; ma nel pensiero accarezzava con grande emozione la puerile figura abbattuta.
Scoperse anche nella propria memoria un particolare che valse ad aumentare la sua pietà: egli aveva visto il pianto del fanciullo, ma non aveva sentito alcun suo grido.
Forse il fanciullo si vergognava di essere punito in pubblico e la sua vergogna, che gli impediva di attrarre l'attenzione degli altri, era piú forte del suo terrore.
Povero, piccolo essere reso perciò anche piú inerme.
Ben presto però il vecchio ritornò alla sua occupazione abituale: alla cura di se stesso.
Intanto il suo sentimento generoso gli aveva allargato tanto bene il petto che poté subito constatare un beneficio da quel suo abbandono.
Per continuarne l'effetto parlò con la sua infermiera della sua grande avventura.
Disse di aver salvato lui quel fanciullo: - Se io non avessi gridato, quell'omaccio lo avrebbe spezzato.
- Invece era possibile che il suo roco grido non fosse neppure giunto fino alla via.
Ritornò col pensiero alla fanciulla e qualche contatto si costituí nel suo pensiero fra il fanciullo maltrattato e la giovinetta che sulla stessa via veniva trascinata a perdizione da uno zerbinotto.
La comprensione per il fanciullo lo portò fino a rimproverarsi di non aver fatto per lui altro che spalancare la finestra e gridare.
Si liberò da tale pensiero pensando: - Io ho da pensare ad una disgrazia e basta per me!
La notte fu sino al mattino insonne.
Non soffriva e giaceva meditando.
Capiva benissimo che la sua coscienza non era tranquilla ma non ne vedeva la ragione.
Decise di dare una somma anche maggiore alla giovinetta.
Gli parve che sarebbe bastato di indurla a dirsi grata per riavere la coscienza tranquilla.
Verso mattina s'addormentò ed ebbe un sogno: camminava al sole tenendo per mano la bella fanciulla, proprio come l'ubriaco teneva per mano il ragazzo.
Anch'essa lo precedeva di poco, ciò che a lui serviva per vederla meglio.
Era bellissima, vestita di cenci colorati come il primo giorno in cui egli l'aveva vista.
Camminava picchiando il piccolo piede al suolo e ad ogni suo passo risonava il campanello d'allarme come quel giorno sul viale di Sant'Andrea.
Il vecchio che fino allora era proceduto col suo passo lento, si sforzò di raggiungere la giovinetta.
Essa era divenuta per lui la donna del suo desiderio, tutta, coi suoi cenci, col suo passo e persino quel suono argentino del campanello che doveva essere attaccato al suo piedino.
Poi fu subito stanco e volle sciogliere la sua mano da quella della giovinetta.
Non vi riuscí che quando esausto cadde a terra.
La giovinetta come un automa si allontanò da lui senza neppur guardarlo, con lo stesso passo sempre sonoro per il campanello d'allarme.
Portava il sesso ad altri? A lui nel sogno di ciò non importò.
Si destò.
Era coperto di sudore come quella notte della grande angina.
- Sozzo! Oh! Sozzo! - gridò addirittura spaventato del proprio sogno.
Volle chetarsi ricordando che il sogno non appartiene a chi lo fa ma che gli è mandato da potenze occulte.
Ma la sozzura era evidentemente sua.
Ebbe certo maggior rimorso per il sogno fatto di quanto ne avesse avuto per quella recente realtà cui aveva consciamente collaborato.
In mezzo alle cure che riempivano la sua mattina egli che non poteva liberarsi dal ricordo dell'avventura notturna ebbe un'ispirazione: fra il ragazzo atterrato e battuto e la fanciulla del sogno che come un automa offriva la propria bellezza esisteva un'analogia.
- E fra me e l'ubriaco? - indagò il vecchio.
Volle sorridere al paragone impossibile.
Poi pensò: - Posso tuttavia riparare beneficandola e istruendola meglio.
Nel corso della giornata ebbe anche altri dubbii.
E se nella realtà egli avesse da comportarsi come s'era comportato nel sogno? Sta bene che i sogni sono mandati da altri e che la propria responsabilità non c'entra, ma egli era vecchio abbastanza per sapere che anche nella realtà, talvolta, in certe azioni, non si riconosce se stessi.
Per esempio lui era entrato in quell'avventura dopo quella storica passeggiata al molo nella quale era stato accompagnato da tutt'altri propositi.
Ora se i suoi propositi attuali non avessero avuto maggior efficacia di quelli di allora, addio pace eppoi addio salute e certo anche addio vita.
Ma qui spuntò nel vecchio una decisione di vera nobiltà.
Risolse di abbandonare la vita piuttosto che ritornare a vivere solitario come prima in mezzo alla sua farmacia.
Oggi, specie dopo di quel sogno, si sentiva ancora piú desideroso di vivere e di agire.
Oggi, se avesse assistito di nuovo al maltrattamento del fanciullo non si sarebbe saputo abbandonare al riposo come il giorno prima.
Ed egli pensò che anche quando avesse chiarito la sua posizione con la fanciulla, egli avrebbe potuto ritrovare e beneficare anche il giovinetto.
Solo che ora la cosa era troppo complicata e bisognava aspettare la visita di qualche amico influente che avrebbe incaricato delle ricerche necessarie.
Ai tanti altri bambini che si trovavano in circostanze simili e a portata di mano, il vecchio non pensò e quello che egli amava per averlo visto battere fu presto da lui dimenticato.
Al medico egli disse qualche cosa della sua avventura notturna.
Il vecchio amico, che ogni giorno trovava il modo di scoprire un indizio della prossima guarigione, sorrise: - Vedi che ritorna la salute, anzi la gioventú.
- Che cominci cosí la salute e la gioventú? - domandò il vecchio perplesso.
Ebbene! Egli di quella gioventú non voleva saperne.
Voleva la calma, la serenità, la vera salute.
Prima di tutto voleva liberarsi da ogni rimprovero per il contegno da lui avuto con la giovinetta.
Il dottore non poteva indovinare che allora il suo paziente era deciso di curarsi a modo suo tanto piú che il vecchio stesso non avrebbe saputo dirglielo.
Egli stesso non sapeva che correva dietro una nuova cura.
Nel pomeriggio il vecchio dormí a lungo di un sonno ristoratore e privo di sogni.
Si destò sorridente come un bambino da quel sonno finalmente innocente perché privo di immagini.
Poi preparò la cena per la fanciulla proprio come la prima volta in cui l'aveva attesa.
Prima di accingersi a tale lavoro ebbe un istante di esitazione.
Ma poi si disse che prima o poi la giovinetta avrebbe dovuto sentire da lui parole dure e prediche meno divertenti e che perciò era bene di offrirle il compenso cui essa apparentemente teneva tanto.
Aperse perciò con accuratezza le scatole che per tanto tempo aveva tenute in serbo.
Sorrideva vuotandole nei piatti preparati sul solito tavolino: si trattava di indorare una pillola che alla giovinetta sarebbe potuta sembrare amara.
Assistendo a tanti preparativi, la sua infermiera s'allarmò.
Non avrebbe essa avuto il dovere di avvisare il dottore? Il vecchio la rassicurò con aria di superiorità.
L'ultimo suo sonno era stato tranquillo, ed il precedente dimenticato.
Perciò il sospetto dell'infermiera non poteva neppure offenderlo.
Le disse che essa avrebbe potuto assistere all'abboccamento dalla stanza vicina.
Per la prima volta parlò chiaramente del passato confessando quello ch'essa sapeva o di cui almeno dubitava.
- I trascorsi di gioventú devono essere dimenticati.
Ad ogni modo non possono piú essere ripetuti.
- Ma l'infermiera non si quietò.
Per quanto non le mancasse nulla in quella casa, pure le spiaceva di veder preparati per altri quei buoni cibi.
Velenosamente rispose: - Cinque mesi or sono Lei era dunque giovine!
- Solo cinque mesi sono trascorsi da allora? - domandò il vecchio stupito.
A lui pareva fosse trascorso un secolo dall'ultima visita della giovinetta.
Rifece il conto e trovò che quel periodo di tempo non raggiungeva neppure i cinque mesi.
Non rispose all'infermiera, ma dubitò di essere vecchio essendo stato tanto giovine cinque mesi prima.
Non dubitò però del proprio sincero desiderio di morale e di bontà.
VIII.
La giovinetta, come sempre, fu puntuale all'appuntamento.
Nel vecchio non c'era stata quell'ansietà nell'attesa come in passato.
Da ciò egli ebbe conforto: se il sogno aveva simulato eccitazioni sessuali, la realtà - ora ne aveva la certezza - era fatta tutt'altrimenti.
Ora s'avvedeva ch'era escluso ch'egli assumesse con lei, come s'era proposto, le arie di un capo ufficio.
Quasi sveniva.
Come era incantevole quella faccina dai grandi occhi, di cui sapeva ogni linea per averla baciata, e come era armoniosa quella voce udita da lui quando commentava atti di cui provava rimorso.
Non trovava parole per salutarla e lungamente tenne la piccola manina inguantata nelle proprie.
Era tanto bello di voler bene.
Sorgeva per lui una nuova, un'ultima gioventú? Una nuova cura piú efficace di tutte?
Poi la guardò.
Il volto gli parve meno fresco.
Attorno alla bocca che cinque mesi prima gli era sembrata un fiore appena sbocciato, qualche linea s'era spostata.
Orizzontalmente la bocca s'era un poco allungata e le labbra sembravano meno alte.
Qualche cosa d'amaro? Un rancore per lui, forse? Perché - ora soltanto lo ricordava - egli aveva promesso amore e protezione, e improvvisamente s'era sottratto a qualunque impegno che avesse avuto con lei.
Perciò le sue prime parole furono dette per domandare perdono.
Le raccontò che quella volta quando le aveva scritto di dover lasciare la città, s'era invece ammalato.
Descrisse la grande angina, che pur giaceva tanto lontano da lui, come se ne avesse sofferto fino alla vigilia.
In certo modo, perciò, mentí, ma solo per essere sicuro di ottenere subito il perdono.
Essa, però, non ci pensava di serbargli rancore.
Tutt'altro! Aveva subito fatto atto di baciarlo addirittura sulla bocca.
Egli porse la guancia e sfiorò la sua con le proprie labbra.
- Che peccato! - essa disse - sarebbe stato pur meglio che tu fossi partito piuttosto che ammalare.
Egli, per vederla meglio, la fece sedere all'altro capo del tavolo.
Dev'essere stato coordinato da madre natura il fatto che i vecchi vedono meno bene da vicino con quello che non c'è scopo per essi di avere gli oggetti a portata di mano.
Subito osservò stupito che i riccioli che il giorno prima egli aveva visto svolazzare liberi all'aria, erano ora coperti da un cappello elegante adorno di piume dai colori fini e sobrii.
Perché quella metamorfosi come si poteva dirla a Trieste, ove il cappello delle donne designa addirittura la classe cui esse appartengono? Veniva da lui in cappello e non lo portava per camminare le vie? Strano! E com'era mutata nel modo di vestire! Quella non era piú una fanciulla del popolo, ma apparteneva alla borghesia per il cappellino, e per il vestito dal taglio elegante e dalle stoffe abbondanti come si usava allora quando le stoffe mancavano.
Appartenevano pure alla borghesia, ma un po' degenere, quelle calze di seta trasparenti che proteggevano poco le gambe dal freddo, e gli scarpini laccati.
Non solo per affetto il vecchio non seppe assumere l'aria burbera che aveva premeditata, ma anche per un po' di soggezione.
Essa era indubbiamente la persona piú elegante con la quale egli da lungo tempo avesse conversato.
Egli, invece, era vestito ben comodo e non portava neppure il colletto perché lo affannava.
Con gesto istintivo portò le mai al collo per accertarsi di aver abbottonata la camicia.
Donde potevano essere venuti tutti i denari che occorrevano per acquistare tutte quelle belle cose? Anziché pensare a quello che aveva da dire il vecchio si perdette in calcoli.
Quanti denari le aveva rimessi lui cinque mesi prima? Potevano bastare i denari dati da lui per spiegare tanto lusso?
Essa lo guardava sorridendo e pareva aspettasse.
Egli aveva già deciso di non assumere per il momento l'aspetto di un mentore tanto piú che gli pareva di ammonire abbastanza dando un esempio di virtú.
Fu proprio perché non sapeva che altro dire che le domandò: - Sei tuttavia al tramway?
Dapprima sembrò ch'essa non avesse bene sentito: - Al tramway? - Poi parve ricordasse.
Non era un posto adatto per una giovine.
Lo aveva lasciato da parecchio tempo.
Egli l'invitò a mangiare.
Era un modo di guadagnare tempo perché in lui c'era il dubbio se non avesse dovuto farle un rimprovero per l'abbandono del lavoro.
Mentre essa s'accingeva a mangiare levandosi lentamente i guanti, egli le domandò: - E che cosa fai ora?
- Ora? - domandò la giovinetta anch'essa esitante.
Poi sorrise: - Ora sto cercando un impiego e dovresti procurarmene tu uno.
- Ben volentieri, - disse il vecchio.
- Non appena sarò guarito ti prendo con me in ufficio.
Hai studiato un po' di tedesco?
- Bravo! Il tedesco! - disse essa ridendo di cuore.
- Noi due abbiamo cominciato a volerci bene col tedesco e si potrebbe continuare a studiarlo insieme.
- Era una proposta che egli finse di non intendere.
Essa si mise a mangiare, ma molto compostamente.
Il coltello e la forchetta lavoravano con grande sicurezza e alla boccuccia arrivavano i bocconi nella giusta misura mentre alle cene cui egli l'aveva convitata prima anche i ditini avevano dovuto collaborare al frazionamento del cibo e al suo trasporto.
Al vecchio parve di dover compiacersi di trovarla tanto affinata.
Egli era titubante sempre.
Se continuava a ridere e sorridere con lei, dove sarebbe arrivato? Per non offenderla volle parlare solo della propria colpa: - Se quel giorno mi fossi avvicinato a te solo per consigliarti per il tuo meglio...
Il buon senso semplice della giovinetta ebbe qui una obbiezione che doveva occupare il vecchio anche piú tardi: - Ma se tu non ti fossi innamorato di me non ti saresti neppure avvicinato.
- Infatti egli riconobbe subito che se egli non fosse stato tenuto su quella piattaforma del tramway dal suo desiderio, sarebbe disceso al Tergesteo senza neppur avvedersi che la giovinetta avrebbe potuto aver bisogno di lui.
Essa non aveva preso molto sul serio le sue parole perché subito gli disse: - Ero carina su quel carrozzone? Di' la verità! Ti piacevo molto! - Si levò, andò da lui e gli fece una carezza sulla guancia che quel giorno era stata rasata.
Egli non poté fare a meno di corrispondere alla carezza poggiandole la mano sotto il mento.
Egli volle riprendere il filo del suo discorso: - Io ero troppo vecchio per te e avrei dovuto saperlo.
- Vecchio! - essa protestò.
- Io ti volevo bene perché mi piacevi con quel tuo aspetto distinto! - Al complimento egli dovette sorridere davvero contento.
Egli sapeva di avere anche da vecchio una figura distinta e se ne compiaceva tuttavia.
- Se poi - essa aggiunse mangiando - tu volessi adottarmi da figlia, bada che siamo ancora in tempo.
Non sarei forse una bella figlia?
Trapelava una grande presunzione da ogni parola ch'essa diceva e a lui sembrava che la fanciulla del popolo fosse stata differente.
Nei cenci, proprio quando lo aveva sedotto, essa era stata tanto piú morale.
Mangiando essa trovava il tempo di stendersi sulla poltrona e sporgere alla vista del vecchio le gambe elegantemente calzate.
Adottarla? Una donna che gli faceva vedere delle gambe che non gl'importavano?
L'ira lo rese piú eloquente.
- Già quel giorno io m'avvicinai a te per farti del bene e avviarti ad una vita migliore.
Ricordi che ti parlai d'impieghi e studii? Lo ricordi? Poi la passione ebbe il sopravvento.
Ma ricordi che subito la prima sera volli riparlare di lavoro eppoi ne parlai la seconda e sempre ogni volta che ti vidi? Poi ti dissi anche di stare attenta e di non lasciarti trascinare ad altri amori disordinati.
Ricordi? - Aveva cosí detto e senz'alcuno sforzo che anche il proprio amore era stato disordinato.
E respirò.
Visto che la giovinetta ricordava tutto quello ch'egli voleva e nient'altro, respirò.
Gli pareva d'essere nettato da ogni rimprovero e credeva che adesso avrebbe potuto dedicarsi ad insegnare la morale alla giovinetta senza trovare impedimento nell'esempio ch'egli stesso aveva dato.
Con la propria infermiera egli era stato piú sincero ed aveva scusati gli antichi trascorsi con la propria gioventú.
Con la giovinetta, invece, tendeva a cancellare quei trascorsi con le parole con le quali li aveva accompagnati.
Pareva che ci fosse riuscito e ne provò una gioia indicibile.
Credette di poter guardare il mondo intero oggettivamente trovandosi finalmente fuori di tutte le compromissioni cui tutti son spinti dalle proprie debolezze.
Se fosse stato veramente l'osservatore oggettivo che credeva, avrebbe potuto accorgersi che nella fanciulla sussisteva tuttavia qualche cosa di popolare, di semplice e d'ingenuo, e averne gioia.
Essa continuava a mangiare di buon appetito e diceva di ricordare tutto quello ch'egli non voleva.
Non aveva affatto capito perché egli parlasse a quel modo, ma non si sorprendeva delle sue parole.
Non si sarebbe affatto meravigliata se egli si fosse poi messo a baciarla ed abbracciarla come in passato.
Poteva cioè essere che in passato egli avesse usato di fare a l'amore prima e predicare poi, mentre, dopo la sua grave malattia, avesse deciso di cominciare dalla predica; e non era suo il compito di intendere la ragione di tale nuovo aspetto.
Però essa asserí di aver sempre tenuto conto delle sue raccomandazioni.
Non le aveva mai dimenticate e mai s'era abbandonata ad amori disordinati.
Lo diceva serenamente, continuando a masticare e senza studiare affatto la faccia del suo interlocutore per vedere se lui ci credesse.
Egli non le credette, ma si sentiva in obbligo di dimostrarle un poco di riconoscenza perché era stata tanto accondiscendente con lui.
- Brava, - le disse, - sono molto contento di te.
Mi fai un vero regalo conservandoti onesta e vedrai che te ne sarò molto grato.
- Gli sembrava di aver fatto molto in quel primo abboccamento.
Il resto si poteva riservarlo al giorno appresso dopo di essersi preso il tempo necessario alla riflessione.
Tuttavia non seppe cambiar discorso e non solo perché i vecchi sono un po' come i coccodrilli che non cambiano facilmente direzione, ma anche perché oramai con la giovinetta egli non aveva che un legame.
In fondo piú di uno con lei non aveva mai avuto, solo che non era piú lo stesso.
- E quel giovinotto, col quale passasti ieri sotto le mie finestre?
Essa non subito ricordò di essere passata per quella via.
Lo ricordò dopo uno sforzo di memoria anzi di ragionamento: doveva essere passata per quella via essendo giunta a quell'altra da casa sua.
Il giovinotto era un suo cugino ritornato dagli studii.
Un ragazzo cui non bisognava dare importanza.
Di nuovo egli non le credette, ma gli parve per il momento di non dover insistere.
Prima di congedarla - pretestò una grande stanchezza - le diede del denaro, questa volta non chiuso in una busta, ma contato accuratamente sul tavolo.
Guardò la fanciulla per poter gioire della sua riconoscenza.
Non ne vide molta.
Prima di tutto a lei ripugnava sempre di parlare di denaro e il vecchio dovette piú volte invitarla di assistere a quel computo perché essa guardava via; poi la somma non era grande in verità perché allora con quei denari si potevano comperare tutt'al piú gli stivali che la giovinetta portava.
Essa se ne andò dopo di avergli dato un gran bacione e certamente pensò che l'amore veniva riservato al secondo abboccamento.
IX.
Il vecchio quando voleva mettere ordine nei propri pensieri usava di chiacchierare con la persona che aveva a mano, dunque sempre la sua nemica e la sua unica compagna, l'infermiera.
Perciò le racconto ch'egli si sentiva sollevato perché la giovinetta aveva ricordato anche le lezioni di morale da lui datele in passato, e non s'arrestò per un'occhiataccia di meraviglia che l'infermiera gli inviò.
Le raccontò poi bonariamente, come se avesse pensato a voce alta, ch'egli intendeva ora di beneficare la giovinetta e disse anche la somma di denaro che quel giorno intanto le aveva dato.
L'infermiera scattò.
Diventava sempre cattiva quando sentiva nominare la giovinetta, ma cominciò con lo sprezzare la cifra di denaro che a lui era sembrata tanto vistosa.
Non fu accorta - come poi si vedrà, - ma allora perseguí una certa sua politica con la quale tendeva a farsi aumentare il salario.
Effettivamente il vecchio non aveva ancora capito come il denaro fosse divenuto piú vile che mai.
Poi, appena essa soggiunse: - In quanto a quella lí - l'accenno vago della mano era per la fanciulla - le è facile di ricordare le belle lezioni di morale da voi date; è certo che ne approfittò per bene.
Questa seconda osservazione fu per il vecchio meno importante della prima; gli appariva gravissimo il fatto che s'era bruttato di avarizia proprio quando aveva voluto mostrarsi tanto generoso.
Se era vero quello che diceva l'infermiera egli aveva sbagliato gravemente perché quella somma doveva rappresentare il proprio riscatto che non poteva essere pagato con un importo lieve.
Questa fu la prima ragione di malcontento dopo tanta fiducia di arrivare alla quiete.
In fondo il rimorso non è altro che il risultato di un dato modo di guardarsi in uno specchio.
Ed egli si vide misero e piccolo.
Sempre egli aveva pagato troppo poco quella giovinetta.
Per certe gioie gli uomini generosi assumono equivalenti impegni.
Per non assumerne alcuno egli ricordava di non avere in passato neppur preso anticipatamente degli appuntamenti con lei cosí che quando ne ebbe abbastanza gli bastò di non richiamarla.
Gli altri uomini usano di pagare le donne ogni giorno perché esse devono mangiare anche quando nulla si chiede da loro.
Lui invece l'aveva fatta lavorare alla Tramvia perché potesse mangiare ogni giorno eppoi l'aveva pagata in modo che a lui era sembrato signorile perché gli era parso di non dover altro che il fitto di poche ore.
Cosí egli aveva condotto quell'avventura ch'egli, per diminuire l'aspetto sconcio, aveva voluto designare di «vera».
E gli parve che questo fosse il rimorso vero, non il fatto ch'egli, vecchio, si fosse attaccato ad una giovinetta.
Perché avrebbe dovuto rimordergli se egli avesse presa con sé la giovinetta e messa al posto di quell'odiosa infermiera? Il vecchio sorrise, con un poco d'amarezza, ma sorrise.
La giovinetta era eternamente a sé da canto! La grande angina sarebbe intervenuta ben prima.
Non adesso perché egli era sicuro che avrebbe potuto vivere vicinissimo alla giovinetta senz'aver a temere alcuna tentazione.
Lo seccava ch'essa con lui continuasse ad assumere quelle arie di sirena e questa era la ragione per cui egli ora non avrebbe potuto sopportarla accanto a sé.
Ma in passato, avendola amata, il suo obbligo sarebbe stato di tenerla con sé e sarebbe stata educata meglio.
Cosí facevano i giovani, mentre i vecchi amavano e correvano via o spingevano da sé l'oggetto amato.
Come doveva esser stato ridicolo lui quando l'aveva costretta ad assistere alla revisione di quella gran somma ch'egli le offriva! Ma a ciò poteva riparare.
Ordinò subito all'impiegato di fargli avere per il primo giorno appresso una somma vistosa di denaro.
Poteva riparare anche ad altro.
Provando per essa solo un affetto paterno poteva pur tentare di educarla.
Se ne sentiva la forza.
Solo doveva prepararsi bene prima d'incontrarla.
Adesso non gli importava piú di farle ricordare quelle sciocche parole dalle quali soleva far accompagnare le manifestazioni della propria corruzione.
Era stato debole con lei perché ancora sempre preoccupato dell'insensato desiderio di apparire puro.
Per qualche tempo restò ancora a meditare sulla poltrona.
Gli sarebbe stato comodo di spiegare a qualcuno le proprie intenzioni prima di metterle in atto.
Anche negli affari egli usava consultarsi col procuratore per avere la visone netta di quello ch'egli voleva.
Ma in questo affare da lui condotto da solo non poteva avere il consiglio di nessuno.
Certo con la sua infermiera non doveva parlarne.
Ed è proprio cosí che nei suoi tardi anni il mio buon vecchio divenne scrittore.
Quella sera scrisse solo degli appunti per la conferenza ch'egli voleva tenere alla giovinetta.
Abbastanza alla breve: raccontava le proprie colpe senza attenuarle.
Egli aveva voluto approfittare di lei e sottrarsi a qualunque obbligo verso di lei.
Queste le sue due colpe.
Era tanto semplice di scriverle! Avrebbe egli avuto il coraggio di ripetere ciò alla giovinetta? Perché no quando egli era pronto a pagare? Pagare con denaro e pagare di persona, cioè educarla e tutelarla.
Quello zerbinotto non avrebbe avuto piú tanto facile il giuoco.
Ecco che, scrivendo, veniva a galla anche costui che pur doveva avere avuto la sua parte nei dolori e nei rimorsi del vecchio.
Questi appunti furono scritti prima a matita eppoi copiati accuratamente a penna.
I manoscritti in quella stanza non correvano pericolo perché la sua infermiera non sapeva leggere.
Scrivendoli in penna vi aggiunse una morale piú generale un po' noiosa e retorica.
A lui pareva di aver corretto e completato.
Invece aveva distrutto.
Ma era inevitabile questo in un novellino.
In passato il buon vecchio era stato uno scettico.
Ora che la sua infermità aveva squilibrato il suo organismo si sentiva propenso alla protezione dei deboli e nello stesso tempo incline alla propaganda.
Egli credette tutt'ad un tratto di aver qualche cosa da dire e non mica alla sola giovinetta.
Rilesse il manoscritto e a dire la verità fu una disillusione.
Ma non assoluta perché egli credette di aver pensato bene e di aver scritto male.
Ciò in un secondo tentativo avrebbe potuto essere corretto.
Intanto gli pareva che quegli appunti potevano servirgli per la giovinetta.
Per lui che tante volte dacché aveva aperti gli occhi al senno aveva dovuto star a sentire predicazioni di morale, quella roba non faceva.
Ma la giovinetta era probabilmente stanca a quell'ora di molte cose di questo mondo, ma non di morale.
Forse quelle parole ch'egli aveva scritto sentendole ma che ora, leggendole, non sentiva piú, l'avrebbero commossa.
Anche quella notte fu inquieta ma non sgradevole.
L'insonnia prolungata è sempre un po' delirante.
Non tutte le cellule rimangono deste.
Certe realtà scompaiono e quelle che restano deste si sviluppano senza freno.
Il vecchio sorrideva a se stesso come a grande scrittore.
Egli sapeva di aver da dire qualche cosa al mondo, solo in quel dormiveglia non sapeva bene che cosa.
Però era cosciente di essere a mezzo addormentato e sarebbe pur venuto il giorno e la luce a completare la sua mente.
Quando finalmente, verso la mattina, s'addormentò, ebbe un sogno che cominciò bene e che finí male.
Egli si trovava in mezzo ad una folla di uomini disposti in circolo sulla grande piazza d'armi.
Egli presentava a tutti la giovinetta vestita dei suoi cenci colorati e tutti l'applaudivano come se l'avesse fatta lui cosí bella.
Poi essa s'aggrappava a un trapezio che attaccato ad un trolley camminava in circolo proprio al di sopra di tutta quella gente.
E come essa passava tutti le carezzavano le gambe.
Anche lui ansioso aspettava quelle gambe per carezzarle, ma a lui mai giungevano e quando a lui giunsero non ne aveva piú bisogno.
E tutta quella gente si mise a urlare.
Urlava una parola sola, ma egli non la intese finché non fu trascinato ad urlarla anche lui.
Suonava: aiuto!
Si destò coperto da un sudore freddo: la grande angina lo crocifiggeva sul letto.
Moriva.
La morte, nella stanza, non era rappresentata che da un batter d'ali.
Era la morte stessa che era penetrata in lui assieme alla spada velenosa che s'arcuava nel suo braccio e nel suo petto.
Egli era tutto dolore e paura.
Piú tardi pensò che alla sua disperazione avesse collaborato anche il rimorso per il sozzo sogno.
Ma nel grande dolore potevano capire tutti i sentimenti che nella sua vita gli avessero offuscata l'anima e perciò anche la sua avventura con la giovinetta.
Quando il dolore e la paura sparvero egli studiò ancora quella sua suprema preoccupazione.
Forse egli credeva con quello studio di avviarsi ad una grande cura.
Come era importante quella giovinetta nella sua vita! Per causa sua s'era ammalato.
Ora essa lo perseguitava nei sogni e lo minacciava di morte.
Era piú importante di tutti e di tutto il resto della sua vita.
Anche quello che in lei disprezzava era importante.
Ecco che quelle gambe che in realtà lo avevano indignato, nel sogno lo avevano corrotto.
Nel sogno essa era apparsa vestita di cenci ma le gambe erano proprio quelle del giorno prima, coperte di calze di seta.
Venne il medico con le sue solite prescrizioni e la sua solita calma fiduciosa, inalterabile finché l'angina pectoris toccava a lui, solo per la cura.
Dichiarò che questo sarebbe stato l'ultimo assalto.
- Il grande dolore era anzi un sintomo favorevole visto che negli organismi sfatti non si producono mai grandi dolori.
- Poi: s'avvicinava la buona stagione.
Era certo che la guerra stava per finire e che il vecchio avrebbe potuto recarsi in qualche buon luogo di cura.
L'infermiera non dimenticò di avvisare il medico della visita che il vecchio aveva ricevuta il giorno prima.
Il medico, sorridendo, raccomandò di non accettare piú simili visite finché egli non lo avesse permesso.
Con fermezza virile il vecchio respinse la proibizione.
Bisognava guarirlo senza proibirgli nulla.
Quella visita non poteva averlo danneggiato e si risentiva di quella supposizione come di un'offesa.
In seguito egli avrebbe chiamato a sé la giovinetta e l'avrebbe veduta di frequente.
Il medico - se l'avesse voluto - avrebbe potuto accertarsi che quelle visite non potevano nuocergli.
Tale atteggiamento del vecchio in quello stesso giorno subito dopo di aver tanto sofferto era la manifestazione di una grande vera nobiltà.
Egli stesso sentiva di dare una prova di forza.
Gli altri non potevano sapere che la grande angina non era stata l'avventura piú importante di quella notte.
La sua vita non poteva svolgersi fra letto e lettuccio come sino ad allora.
Doveva divenire piú intensa e piú estesa perché il suo pensiero non poteva aggirarsi intorno alla propria personcina.
Intendeva di seguire le prescrizioni del medico, ma credeva di saper anche dell'altro ch'era importante per la sua cura e ch'egli non voleva dire al medico.
Il medico non discusse perché da buon praticone com'era non credeva che la discussione fosse una buona cura.
La cessazione di un grande dolore è una grande dolcezza e il vecchio ne visse per quel giorno.
La libertà di moversi e di respirare è una vera felicità per chi ne è stato privo e sia pure per qualche istante.
Tuttavia egli, quello stesso giorno, trovò il tempo di scrivere alla giovinetta.
Le mandava i denari che le aveva destinati fin dal giorno prima e l'avvisava che gliene avrebbe mandati altri in seguito.
La pregava di non venire da lui finché egli non l'avesse chiamata visto che s'era ammalato.
Egli ora sapeva ch'egli amava la fanciulla dai cenci colorati e l'amava come una figlia.
L'aveva posseduta in realtà e l'aveva posseduta nel sogno, anzi nei due sogni.
In ambedue i sogni, affermava il vecchio a se stesso non sapendo che i sogni si fanno di notte e si completano di giorno, c'era stato un grande dolore forse causa del male da cui era stato colto, quello della compassione.
Cosí era fatto il destino della giovinetta ed egli vi aveva collaborato.
Per colpa sua essa aveva camminato le vie col campanello di richiamo attaccato ai piedi oppure, addirittura legata ad un trolley, era scivolata su quel cerchio, offrendosi agli occhi e alle mani degli uomini.
E non importava che la giovinetta ch'era stata a trovarlo il giorno prima, non avesse saputo destare nel suo animo alcun sentimento di compassione o di affetto.
Essa, ora, era fatta cosí e bisognava salvarla mutandola in modo da farla ridivenire la buona, cara fanciulla, che - purtroppo! - era stata sua e che egli ora amava per la sua debolezza che chiamava carezze e protezione.
Quanta dolcezza gli derivava da tale proposito! Una dolcezza che invadeva ogni sua fibra ma che modificava ogni cosa ed ogni persona, persino la sua infermiera, ma anzi persino la propria malattia che egli pensava di poter combattere.
Già il giorno appresso egli chiamò il notaio e fece un testamento col quale all'infuori di alcuni legati che a lui parvero importanti, ma che in confronto al suo patrimonio erano esigui, legò tutto quanto possedeva alla giovinetta.
Ecco ch'essa almeno non avrebbe piú avuto alcun bisogno di vendersi.
L'educazione della giovinetta avrebbe cominciato quando egli, dopo di essersi raccolto, sarebbe stato capace di dargliela.
Impiegò alcuni giorni a rifare gli appunti stesi il giorno prima e che dovevano servire di base alle prediche che voleva tenere alla giovinetta.
Poi li distrusse non essendone soddisfatto.
Egli ora sapeva esattamente dove stava l'errore commesso da lui e da lei e che aveva procurato a lui la malattia e a lei la corruzione.
Non era il fatto di non aver pagato adeguatamente l'amore o di avere abbandonato la giovinetta che doveva rimordergli.
Egli aveva sbagliato quando l'aveva accostata a quel modo.
Era quello l'errore che bisognava studiare.
Perciò cominciò a stendere nuove note sui rapporti che dovevano e potevano correre fra giovani e vecchi.
Egli sentiva di non aver diritto d'interdire l'amore alla giovinetta.
L'amore, per essa, poteva ancora essere morale, ma bisognava interdirle ogni amore disordinato e prima di tutto l'amore coi vecchi.
Nei suoi appunti, per qualche tempo, egli cercò di cacciare accanto ai vecchi che bisognava evitare anche quello zerbinotto dall'ombrello fine ch'egli non aveva ancora dimenticato.
Ciò gli complicava il compito e rendeva i suoi appunti meno sicuri e diritti.
Lo zerbinotto poi scomparve da quegli appunti e restarono soli, di faccia l'uno all'altro, il vecchio e la giovine.
Il tempo passava ed egli non si sentiva mai pronto a chiamare a sé la giovinetta.
Aveva scritto molto, ma bisognava metter ordine in quei suoi appunti perché fossero a portata di mano al momento in cui ve ne sarebbe stato bisogno.
Faceva pervenire alla giovinetta ogni settimana col mezzo del proprio impiegato un certo importo e le scriveva che non stava ancora abbastanza bene per riceverla.
Credeva di dire la verità il buon vecchio ed era vero che del tutto bene non stava, ma non certo peggio di quanto era stato prima dell'ultimo assalto.
Però ora tendeva alla salute assoluta dell'uomo operoso e quella non era ancora giunta.
Si sentiva meglio perché in lui era rinata la fiducia.
Questa fiducia per un certo tempo aumentò continuamente in rapporto diretto all'attaccamento suo alla vita, cioè al suo lavoro.
Un giorno, rileggendo quanto aveva scritto, nacque nella mente del vecchio la teoria, la pura teoria e dalla quale fu eliminata la giovinetta e lui stesso.
Anzi la teoria nacque precisamente per queste due eliminazioni.
La giovinetta che riceveva da lui solo denaro perdette presto ogni importanza.
Le piú forti impressioni finiscono col lasciare nell'animo solo una leggera eco che non si percepisce se non si ricerca, e a quell'ora il vecchio, dal ricordo di quella giovinetta ch'egli aveva amata e che non esisteva piú, sentiva sorgere un coro di voci giovanili che domandavano soccorso.
In quanto a lui, in seguito alla teoria, cambiò d'aspetto per una doppia metamorfosi.
Prima di tutto egli divenne tutt'altra cosa di quel vecchio egoista che aveva corrotto una giovinetta per goderne e non pagarla, perché si vedeva confuso con mille altri che volentieri avrebbero fatto o facevano la stessa cosa.
Non era possibile soffrirne.
La sua si trovava accanto a migliaia d'altre teste candide e sotto a quel candore v'era in tutte la stessa malizia.
Lui, poi, divenne tutt'altra cosa di tutti gli altri! Egli era l'alto, il puro teorista nettato dalla sua sincerità da ogni malizia.
Ed era una sincerità facile perché non si trattava di confessare, ma di studiare e scoprire.
Non scriveva piú per la giovinetta.
Avrebbe dovuto tenersi terra terra per essere da lei compreso e non ne valeva la pena.
Egli credeva di scrivere per la generalità e forse anche per il legislatore.
Non ricercava egli una parte importante delle leggi morali che, secondo lui, dovevano reggere il mondo?
Sconfinata era la fiducia che fu versata nel suo animo dal lavoro.
La teoria era lunga e perciò non si poteva morire prima di averla compiuta.
Gli pareva di non dover aver fretta.
Una potenza superiore avrebbe vigilato perché egli potesse arrivare alla fine della sua opera tanto importante.
Fece il titolo con la sua bella e grande scrittura: Dei rapporti tra vecchiaia e gioventú.
Poi, quando s'accinse alla prefazione, pensò che per la pubblicazione avrebbe dovuto far disegnare una bella vignetta illustrativa del titolo.
Non trovò il modo di mettervi quella piattaforma della Tramvia con la giovinetta al freno e un vecchio che la strappa al lavoro.
Era difficile, anche da parte del miglior disegnatore, di esprimere chiaramente l'idea con quegli elementi.
Poi ebbe un'ispirazione (non gli mancava neppure un'ispirazione): la vignetta doveva rappresentare un fanciullo decenne che conduce un vecchio ubriaco.
Chiamò anche un disegnatore che eseguisse subito il disegno.
Ne ebbe uno sgorbio e il vecchio lo rifiutò e dichiarò che quando sarebbe stato ben sano avrebbe cercato lui stesso in città il disegnatore che facesse al caso suo.
Nella bella stagione ch'era finalmente arrivata, il vecchio si metteva a scrivere già di buon mattino.
Lasciava poi volentieri di scrivere per sottoporsi alle solite cure perché ciò non significava un'interruzione del suo lavoro.
Niente poteva stornare il suo pensiero che camminava e si evolveva sempre.
Scriveva poi di nuovo fino all'ora della col
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