LETTERE A CENCIA 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 6
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Figuratevi l'arietta che ho presa; Mi son fatto insino inamidare le falde.
Salutatemi sempre Matilde, e dite a Pirro che meglio di quel che qui segue non ho saputo né potuto fare pel povero Liberati, di cui piango sinceramente la perdita.
Di lui poco io sapeva, e quel poco non mi uscì dalla penna con troppa grazia, perché non m'intendo di comporre in epigrafia.
Riposo.alle.ceneri
Onore.alla.memoria di.Carlo.Liberati
Uomo.giusto.erudito.benefico
il.quale
rispettoso.alla.Chiesa
utile.
alla.patria
caro.agli.amici
illustrò.la.sua.vita.con.nobili.costumi
con.
animo.inalterabile
con.soave.piacevolezza
Nato.in.....
il.....
17 ..
Morì.tranquillo.in.Morrovalle
il.15.gennaio.1841
non.
trovando.
in.
se.stesso
di.che.temere.l'eternità.
Sono al solito
il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co frettoloso
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 aprile 1841
Carissima amica
Giuntami il pr[im]o corrente la vostra lettera del 26 marzo mi avrebbe lasciato spazio di tempo e per riscontrarla e per arricchire la mia risposta coll'invio degli auguri pel vostro onomastico del 5.
Ma alcune parole che terminavano il vostro foglio mi trattennero dal così regolarmi.
Voi dicevate: la mancanza di carta mi fa terminare: proseguirò nell'ordinario venturo.
Io previdi dunque un incrociamento di lettere, e per evitarlo mi posi ad attendere quel vostro proseguimento, onde poi rispondere a tutto insieme, e significarvi contemporaneamente che se gli augurii del 5 non gli espressi in carta li formai in cuore.
L'augurio infatti non è una parola ma un sentimento.
Intanto però il vostro proseguimento va tardando, ed io voglio anticiparvi i miei pensieri sulle diverse parti della vostra lettera interessante.
L'impiego di quasi intiero il vostro tempo in atti relativi alla vostra figlia non può sorprendere alcun'animo [sic] retto né temer censura da chi specialmente conosce la potenza dell'amor de' figliuoli, e lo stato di orgasmo che si prova nel vedersi lontani da queste sì necessarie parti della nostra esistenza.
In quegli improvvisi viaggi però, in quegli accessi subitanei di desiderio, in quegl'impeti di volontà non colmabili che da una istantanea soddisfazione, lì riconosco chiaramente la madre, e nella madre la donna, e nella donna la mia buona amica Vincenza Roberti-Perozzi, che fu sempre impaziente di contraddizioni e di ostacoli.
Nulladimeno il motivo delle attuali vostre velleità è sì sacro e sì puro che a darvici torto bisognerebbe prima pensarci due volte.
Comunque però la sia, mi par sempre certo che i vostri incontrastabili pregi Vi hanno in ogni epoca della vita guadagnati amici indulgentissimi; e la esclusiva deferenza non è poi il più efficace elixire per corroborar gli animi contro gli attacchi della volontà.
Vi ho fatto una predicuccia, eh? No, cara Cencia, non dovete udire in me che un amico il quale esprime celiando le sue idee intorno alla vita morale di noi povere macchinette.
Nel caso attuale, a buon conto, voi avete forse più ragione di me, e chi sa se io ne' vostri panni non facessi peggio di voi.
Vi ringrazio delle obbliganti parole che mi dite circa al mio prossimo viaggio per Morrovalle.
I giorni però che passeremo insieme non potranno essere che pochissimi, secondo il rigoroso diario che mi sarà forza di osservare in quella occasione e in quel tempo.
Voi stessa farete tacere in ciò la vostra cortesia e parlar la ragione.
Mi converrebbe allungare i giorni come Giosuè.
Il matrimonio progettato da vostra sorella, e così favorito dai voti di tutta la parentela, mi par cosa da non disprezzarsi; e per poco che s'incontrasse il genio de' due giovanetti io vi consiglierei ad accettarlo.
Mi dorrebbe anzi moltissimo che da parte della mia casa nascessero motivi atti a prevenir l'animo della cara Matildina e attraversare le mire della buona zia di lei, la quale non merita questo rammarico.
Il cuore dev'esser certamente consultato in progetti di matrimonii; ma io credo che a formare la felicità di due sposi basti un moderato affetto unito a molta stima.
Se poi su queste basi riposi anche l'edificio di una brillante fortuna, come potrei io cooperare onestamente a confermarvi ne' vostri antichi divisamenti in favore di un'altra alleanza? Incontrerei prima la mia stessa disapprovazione, e poi quelle di tutti i vostri parenti, per non dire di tutti gli uomini virtuosi.
Ora sta a Voi il dirmi se fosse o no ben fatto che io dimettessi l'idea del viaggio di settembre.
Non già voglio intendere che Ciro sia pericoloso, che anzi credo il contrario; ma poiché doveva esser questa una conoscenza sperimentale, sarebbe forse meglio l'evitare uno sperimento che poi avesse a contrariare disegni di famiglia che senza questa prevenzione potrebbero riuscire a buon fine.
Consultatene Pirro.
Egli è onesto e prudente: io forse delicato: voi ragionevole.
Nell'epigrafe del frate io trovo (ma posso ingannarmi) improprietà di espressioni, inesattezza di vocaboli, equivoci di sensi, imbarazzi di sintassi, prolissità di estensione, ridondanza di epiteti, cacofonie.
La epigrafe può nulladimeno esser bella, perché io per verità me ne intendo poco.
Un abbraccio a Pirro, mille saluti a Matildina, tante cose amichevoli agli altri di vostra casa.
Sono di cuore
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
P.S.
- Dimani è pasqua.
Mille felicità a tutti.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 maggio 1841
Gentilissima amica
Senza accusarmi da me stesso o difendermi, e piuttostoché attribuire il mio silenzio o alla mia salute o alle mie brighe o alla mia pigrizia, vengo a saldare oggi i miei conti, e insieme colla vostra 10-15 Maggio corrente riscontro ancor l'altra del 30 Marzo e 5 Aprile.
Non consumiamo più carta intorno ai versi e alla epigrafia del frate.
Quel cervellaccio balzano non è buono ad altro che a farne frittura pe' gatti o concime per un cavoleto.
Ma non varrebbe egli meglio che questo buon servo di Dio zappasse la vigna del Signore, e lasciasse in pace i poveri morti colle sue vie più belle, colle sue soglie del cielo, colla terra fella, colla orditura di miserie, e la respirazione di luce, e la disunazione de' mortai, e gli scabelletti di raggi, e tutta quella tantafera di zacchere con cui va impiastricciando le pietre delle sepolture? E Voi, Signora cultrice esimia delle lettere belle, perché non lo consolate con cinque lettere bellissime dandogli il nome di Fra Zucca o Fra Asino? - Intanto non me lo menate più fra gli stinchi.
Stando alla vostra opinione sul conto di vostro cognato mi duole se mi sono ingannato nel buon concetto che ho formato di lui.
E certo è bene che sino ad ora nulla ho in esso rimarcato che non sia degno di stima.
I suoi modi son disinvolti, civili ed ameni: il suo spirito è sveglio e piacevole: le sue attenzioni per la sposa assidue e delicate.
Che ne aveva io da pensare? Con tuttociò il malumoretto che sembra volersi rinnovare o mantenere fra lui e voi altri, mi disgusta e rammarica: queste sono faccende da sbrigarsi poi a voce.
Intanto i malaugurosi pronostici vostri per la tranquillità futura della sposa mi turbano anch'essi, perché io amo questa figlia dei Cini.
Della M[arche]sa Solari dopo le vostre poco buone notizie ne ho avuto di simili dal can[oni]co Vecchiotti, fratello del maestro di Cappella di Loreto.
Povera Signora! Vive molto penosam[ent]e e fa non meno penare la buona Ignazîna.
Se le vedete e se crediate che un mio saluto non venga troppo in isconcio fra le loro afflizioni, salutatemele, e fatele certe della mia pena per le sofferenze a cui la provvidenza le inchina.
Il vostro bel paragrafo ragguardante alla scelta di un compagno, importantissimo negozio per una bennata giovanetta, mostra seducentissima specie di verità.
Io però mi farei temerario sino ad instituirne una analisi per mostrarvi le parti nelle quali il successo da voi con sì leale convinzione vagheggiato potrebbe forse non intieram[ent]e rispondere alla sincerità delle massime vostre intorno a questo grave argomento di felicità.
Ma si entrerebbe in una assai larga discussione di principii; epperò io conchiuderò questo articolo colle stesse vostre finali parole: a voce nel futuro settembre.
Prima nulladimeno di troncarne affatto le fila pregovi di riflettere sui seguenti quesiti.
1° - Il bene e il male si scopre meglio e più chiaro in un ampio che in un ristretto numero d'uomini? Sì; ma una scelta di pochi, fatta dalla esperienza di amorosi educatori, preserva la semplicità de' giovani dal pericolo delle illusioni e dalla fatica d'instituire da se stessi il criterio de' proprii sentimenti.
2° - Nel 10° uomo non si scopriranno forse migliori qualità che nel 9°? Certamente.
Ma il 100° ce ne mostrerà fors'anche delle più belle che il 99°, e il 1000° più che il 999°, e così di seguito.
I due estremi del bene e del male dove hanno i confini? Su queste basi una scelta non si farà mai, o sarà timorosa e infelice.
3° - Una grata impressione fatta in un cuore da un piacevole aspetto non potrà ella esser vinta o superata da altra successiva, che renda poi amari e desolanti i primi e irrevocabili impegni?
A simile quesito applicherei la risposta del 2°.
- In mezzo a questo scetticismo di sensazioni come riposarci mai nel futuro? E la soverchia cautela contro i possibili eventi non potrebbe ella condurci o all'indifferentismo o alla instabilità?
4° - Il genio de' giovani va consultato o asservito?
Va consultato; ma l'amorosa vigilanza dell'autorità deve preparar loro le terne.
Per queste sì che gioverà più la massa dei 1000 che quella dei 100.
5° - A chi dunque apparterrà la scelta: all'educatore o all'alunno?
A niuno de' due, e a tutti e due insieme.
6° - Dove dovrà cadere la scelta? Nell'anima o nei sensi?
Né in questi né in quella; ma nell'accordo dell'una e degli altri.
7° - Si darà preferenza alla virtù o alla bellezza?
Alla prima, indivisa però dalla seconda.
8° - Ma il genio quando potrà dirsi veramente soddisfatto?
Per non ritornare alle dubbiezze del 2° quesito dirò: quando la sommessione sarà d'accordo colla libertà del decidere.
Per le successive contingenze una soda virtù starà in guardia del cuore, la virtù che non mostra piacevole se non quello ch'è onesto.
In un gran circolo di attrattive esteriori corre il rischio dell'inganno sulle doti interne; e data facoltà al genio di spaziare all'aperto in un vasto campo onde poi arrestarsi ad un punto possono derivarne alla pace effetti forse non meno funesti che da una scelta in piccolo spazio, ma pieno di oggetti già scelti per opera di una esterna e già matura esperienza.
Tuttociò non è quanto io vorrei e potrei sviluppare circa l'attuale quistione.
Ma basti per ora, e poi c'illumineremo a vicenda nel conversare.
Intanto persuadetevi che il passato mio scrupolo sul viaggio di Ciro non aveva alcuna relazione con simili propositi, ma si fissava nell'unico pensiero che se la scelta potesse un giorno cadere su lui, mi dorrebbe assai che fosse il mio figlio colui al quale in un colla sorte felicissima dello appartenervi toccasse l'uficio di attraversare i progetti della vostra buona sorella.
Io vorrei tutti contenti.
La più bella delle tre sciarade di Pirro è quella del Cortigiano.
Son poi tutte e tre facilissime.
La terza del Vapore porta quasi la sua spiegazione scritta in fronte.
Bisogna dare veri, giusti, esatti elementi allo spirito della soluzione, ma un po' di buio convien pure cacciarvelo dentro: altrimenti finisce col se c'indovini te ne do un rampazzo.
Il Cortigiano tocca il perfetto in questo genere di enimmi.
Circa alla 1a ottava del C.o XIV non v'è alcun dubbio che il Tasso parli della Notte.
Egli dice nettamente la notte oscura.
Né è vero quel che a voi pare, cioè che la ruggiada [sic] cade solo nell'avvicinarsi dell'aurora.
Essa cade in tutta la notte ma è più sensibile verso l'aurora, perché allora è più fredda la terra dopo più ore di abbassamento di temperatura.
La moderna teoria del calorico radiante spiega per eccellenza le cause e le condizioni della formaz[ion]e della rugiada.
Fra tante cose non vi è restata carta per Matildina.
Ah! quanto era meglio che le riserbassi l'intero spazio concesso a mio controgenio al frate Cipolla! Immaginatevi però voi le più care espressioni, e queste sian per Matilde in mio nome.
Abbraccio Pirro, saluto tutti e bacio le mani a Voi.
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 27 luglio 1841
Amica gentilissima
Risposi alla lettera in cui la cara Matildina mi annunziò l'infaustissimo avvenimento, che io già udii in casa Cini, della morte dell'ottimo ed onest'uomo S.r Giuseppe Perozzi.
Di quella perdita io mi afflissi moltissimo, e meco ne provaron dolore quanti lo conoscevano.
Io non dubiterei punto di attribuire un più sollecito fine della sua vita ai travagli di corpo e di spirito, frutti della velenosa causa contro que' ribaldi succhiatori del sangue de' parenti.
Il di lui temperamento era robusto, e avrebbe al certo retto più anni alla dissoluzione, senza la cagion distruttiva che amareggiò tanta parte de' suoi giorni burrascosi.
Iddio conceda a' suoi figli quella pace e quel trionfo che a lui furon negati dalla pravità degli uomini e dalla incertezza delle civili instituzioni.
Dopo le condoglianze passiamo a ricrearci il cuore co' rallegramenti.
Ed io ve ne porgo di sincerissimi pel ritorno in famiglia e al vostro fianco della figliuola vostra, che deve farvi trascorrere felicissime ore.
Anche io ho in questi giorni avuto motivi di consolazione.
Dietro un felicissimo esame generale in filosofia morale, in fisica e in matematica, il mio Ciro ha nella Università di Perugia ottenuto il grado e il diploma del baccalaureato.
Alla sua lettera di partecipazione io risposi dando a Ciro per la prima volta il titolo di onorevole, laddove sino a quel punto non gli diressi mai lettere che coll'indirizzo al S.r Ciro Belli.
Egli n'è rimasto profondam[ent]e scosso, conoscendo il fondo del mio concetto.
Fino ad ora non era egli stato nulla al mondo fuorché un buono e studioso ragazzo.
Oggi principia ad ottenere considerazione con un grado riconosciuto onorevole nelle istituzioni civili.
Probabilmente io vado ad ottenere un impiego assai decoroso.
Nulla però v'è ancora di certo.
Ma se accadrà, dovrei lavorare senza stipendio sino a gennaio.
Allora il posto diverrebbe anche non poco lucroso; né è impossibile pure il caso che dopo aver lavorato gratis sino a quel punto, me ne dovessi tornare a casa colle pive nel sacco.
Il tutto dipende da due successivi avvenimenti, sino ad ora probabili ma soggetti a vicenda.
Verificandosi intanto il primo, io entrerei in esercizio entro il mese di agosto, né potrei più avere che pochissimi giorni per correre a riprendermi Ciro in settembre.
Allora, per quest'anno almeno, addio il viaggio delle Marche! Ma come potrei fare? Avrei appena il tempo di fermarmi i soliti pochi giorni a Terni per gli affari del patrimonio di Ciro.
Questo sarebbe un evento superiore alle forze della mia volontà.
Dare un calcio ad una bella sorte, benché non certissima sin quì, mi guadagnerebbe il nome d'uomo stolto e di pessimo padre.
Ci sentiremo poi meglio.
Intanto travaglio assai per dirigere le cose a buon successo.
Nella vostra del 27 giugno mi diceste guardatevi dal caldo.
Saprete forse che il 17 corrente il termometrografo segnò in Roma gradi 35 e una linea: orribile temperatura che disseccò le uve e le olive! A mezzodì andai quel giorno a S.
Pietro in Vincoli dal mio amico Procurator Generale de' Canonici Lateranesi [sic] .
Mi ardevano e dolevano le carni.
Ma nulla mi fece, e la mia salute non ne soffrì.
Ora sto bene, o, almeno, sinora sto bene.
Salutatemi Pirro, Mamà, Matilde, Checco ecc., e credetemi il sincero e frettolosissimo
Vostro a[mi]co e s[ervito]re
G.G.
Belli.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 7 Ottobre 1841
Carissima Amica
Voi mi scrivevate l'8 settembre, io partiva di Roma colla diligenza del 9, e la vostra lettera è rimasta sul mio scrittoio fino al mio ritorno.
Giunsi a Perugia nella notte tra il 10 e l'11.
La mattina dell'11 vidi Ciro.
Nella domenica 12 fu la general premiazione al Collegio, e Ciro ebbe sei premii.
Nel giorno 19 lo tolsi da quell'instituto, e il 23 partimmo per Roma, senza neppure aspettare le feste pel Papa che giunse colà il 25.
La sera del 25 giungemmo a Terni e vi restammo sino alla mattina del 2 corrente, trattenutivi dal mal-tempo, da' nostri affari in campagna e dalla scarsezza delle vetture non che dalla mala-fede de' vetturini.
Verso la sera di domenica 3 si giunse a Roma.
Non prima d'oggi ho potuto prender la penna per rispondervi, perché le mie brighe arretrate e i gravi doveri dell'impiego (che mi occupa sette ore consecutive ogni giorno) me lo hanno vietato.
Sono impiegato al Debito pubblico, ma prima del venturo gennaio non avrò alcuno stipendio.
Deve però verificarsi un altro caso, cioè che in un certo concorso da farsi fra i circa 50 impiegati del Dicastero niuno riesca abile a coprire il posto che in tal caso darebbesi a me.
Si crede che così dovrà riuscire, ma intanto è sempre uno scoglio.
In questo frattempo io faccio pratica delle astruse e complicate materie del Dicastero stesso, ond'essere allora in grado di esser nominato capo della corrispondenza, la quale va sino a risguardare gli Stati esteri per le convenzioni diplomatiche di Vienna e Milano all'epoca della ristauraz[ion]e delle Corti europee.
Queste cose ve le comunico in confidenza.
Duolmi oltremodo delle cause che tengono divisa d'animo e d'interessi la famiglia Perozzi.
Ora io sto come in mezzo a due parti belligeranti, e vedo con vera amarezza le spiacevoli contese nate fra esse, contese che disgraziatamente non posso soffocare.
Come mai questa benedetta pace e concordia che è sì dolce cosa, debba esser sagrificata all'interesse! Credetemi, cara amica, se potessi dare porzione del mio sangue per veder tornare fra voi la tranquillità e la alterata benevolenza, io non esiterei a chiamare il salassatore.
Dunque il verme che cominciò a rodere i Perozzi nella passata generaz[ion]e seguiterà a divorarli nella presente? Ciò che mi dite della sposa Cini mi sorprende, avendola sempre trovata umanissima, dolcissima e amorosissima.
E così dico di questa famiglia Cini, che ho sempre sperimentata piena di cuore, e tal giudizio ne f[accio] [macchia] tuttora.
Quì sotto vi dev'essere qualche cosa, la quale dichiarata con pace e buono accordo diluciderebbe l'operato del S.r Cini, che io credo incapace di menzogna e viltà, avendo altre prove del personal suo carattere.
Ah! se io fossi fra voi tutti, chi sa che a forza di preghiere e di buoni uficii non mi riuscisse di condurvi ad intendervi e ricomporvi in armonia? Un amico deve prender le due destre de' due contendenti e forzarle a congiungersi.
Ma io sono lontano, e queste son faccende da colloquii.
Ciro sta bene e vi saluta tutti.
Anch'io pregovi dir mille cose a Pirro, a Mamà, alla cara Matildina, e con una fretta da cursore mi riconfermo
il V[ostr]o a[mi]co
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 settembre 1842
Gentilissima amica
Nessuno vi ha mai detto che non dobbiate far alcun passo nel tristo affare di vostra sorella: nessuno pretese consigliarvi a sopportare in silenzio le dilapidazioni e gl'inganni del di lei seduttore.
La opinione sulla inefficacia di un diretto ricorso al Papa è fondata sulla quotidiana esperienza de' di lui rifiuti d'accoglier riclami ed accuse di competenza di appositi magistrati; né di poco peso parvemi in ciò il voto dello stesso Uditor Ill[ustrissi]mo, per le cui mani passar sogliono simiglianti vertenze.
La interpella[zion]e fatta a questo principale ed anzi unico organo delle sovrane decisioni in materia contenziosa e giuridica, e la successiva consultazione prudentemente diretta a un dottissimo e onestissimo Uditor di Rota onde averne consigli e norme sulla più utile e sicura iniziativa da darsi a simile affare, potean provarvi che parte fredda e inoperosa io non mi rimasi in uno sgraziato avvenimento che sì a ragione vi addolora ed infiamma.
Circa al resto io v'indicava la parte che a voi intanto spettava di prendere per contribuire ad incamminar la faccenda co' suoi piedi: parte per cui a me mancavano gli elementi, nel senso che non trascurai di svilupparvi minutamente.
A voi però, sorvolando su tutto, è piaciuto dimetterne il pensiero, ed io non posso replicare che amen.
Intorno alla moglie di vostro cognato, che avete creduto chiamare la mia protetta, mi limiterò a rispondervi che io non proteggo alcuno, dappoiché le mie protezioni farebbero ridere anche un condannato a morte.
Tuttociò che mi è lecito di fare a simil proposito si restringe a lodare ed anche a difendere chi siami sembrato degno di elogî e difesa, quando abbia saputo colla propria condotta e colle sue gentilezze cattivarsi la mia amicizia e benevolenza.
Niuno però mi supera in buona fede nel confessare il torto allorché una più inveterata esperienza mi dimostri che que' nobili sentimenti erano stati mal collocati; né allorá arrossisco di un inganno nato dall'obbligo che ha ogni onest'uomo di concepir buon concetto e ricevere nell'animo una stima di chicchesia, dove ogni contatto con esso somministri lunghe e ripetute occasioni di apprezzarne le doti.
Il cuore poi non lo vede occhio umano; e se un giorno dan fuori viziose qualità che una fina scaltrezza seppe celare per anni, altro non v'è a fare che stringersi nelle spalle, alzar gli occhi al cielo, e dire: ecco un disinganno di più.
Quando voi, secondo le vostre parole, riguardavate quel Maestro di musica come uno de' vostri migliori amici, quando lo introducevate presso i vostri parenti, quando lo mettevate al fianco di vostra sorella e di vostra figlia nella persuasione che fosse un galantuomo ed a voi affezionato, quando insomma lo proteggevate (ché questo è veramente un caso di protezione), che facevate voi allora? obbedivate a un sentimento involontario, scaturito da amabili e interessanti apparenze.
Ed oggi? Siete ridotta a chiamarlo traditore ed infame, parole che piglian sorgente da ben altro che qualche compatibil leggerezza o difetto.
Ma su questo articolo basti.
La malattia di vostro cognato è stata creduta per quella che da lui si è asserita.
Vi augurate che le assidue mie fatiche avran tregua allorché siasi da me dato all'uficio un esatto e ordinato andamento.
Ma non andrà a questo modo.
I miei travagli procedono dalla stessa macchina che debbo condurre, e non da disordine de' suoi ordigni.
L'ordine è già stabilito, e il lavoro dipende dalla quantità e qualità degli affari che tuttogiorno si riproducono.
Mi son certamente caricato di un peso non più in proporz[ion]e delle mie forze.
Ogni anno ne cresce uno.
Ma!
A quest'ora dovete aver visto la soluz[ion]e di quanto Pirro desiderava dal S.r Ferrieri, benché per verità in parte.
Mi rispose questo Signore che il Card[ina]le Pro-Tesoriere aveva già da molti giorni firmato gli ordini per le piantagioni vostre e per quelle dell'Ospedale: gli altri due non aveva voluto ancora firmarli.
La Delegaz[ion]e pertanto avrà già pagato quel che risponde a' detti ordini già spediti.
Ciro gode perfetta salute; buono, dolce, tollerantissimo, lieto e di severi costumi.
- Saluto cordialm[ent]e Pirro, Matilduccia, la S.a M.sa ecc.
ecc.
e mi ripeto alla strozzata.
Il vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 30 genn[ai]o 1843
Gentilissima amica
Giunta a Roma il 29 dicembre 1842 la cara vostra del 23 d[ett]o mese, mi trovò entrando nel letto per un reuma di petto e di testa, il quale, dopo avermi favorito con tutte quelle carezze che soglionsi praticare nella cura di simili infermità, mi permise finalmente dopo intieri trenta giorni di riuscir fuori dalle coperte nella mattina del 28, cadente gennaio.
Ancor mezzo fracassato dal sofferto malanno, il primo atto di esercizio della mia libertà è il prendere in mano la penna per restituirvi gli augurii del buon'anno, che vi rimando zoppi d'una delle lor dodici zampe, benché nulladimeno io già aveva complito con voi intorno a ciò nella mia precedente.
Senza bisogno di dirvelo Voi già capirete che io non ho potuto eseguire la vostra commissione presso il S.r Ferrieri.
Ciro non ha prevenzioni di sorta.
Egli non conosce che Università, tavolino, qualche passeggiata, qualche intervento al teatro; e del resto silenzio, e indifferenza per tutte le cose.
È un carattere di nuovo stampo; né ho mai veduto altri che con sì poca spesa abbia saputo comperarsi come lui l'affezione di tutti.
Ha de' modi tutti suoi proprii.
Insomma è un gentile, contegnoso e costumato vecchietto di 19 anni.
Io lo amo, e glielo dimostro in atti, in fatti e in parole: egli mi ama, e me lo prova solo coi fatti, ma sono di quei decisivi.
-
La vostra bontà vi fa desiderare di vederlo nel futuro settembre.
Non so peraltro quanto ciò sarà combinabile per parte mia, perché, debbo pure ripetervelo, io sono legato al mio impiego da una catena saldata e senza lucchetto.
Il mio uficio non concede libertà di alcuna specie, e sulla porta di esso potrebbero scriversi le due grandi parole colle quali suol principiare proseguire e chiudere ogni missionario la sua predica sul terzo novissimo: MAI e SEMPRE.
Rivedetene la parafrasi in Dante.
Basta, diam tempo al tempo, e vedremo se finché si sta al mondo potessi per un momento cambiar l'inferno in paradiso, amen.
Non mi dilungo di più perché il braccio e la testa mi si ribellano, ed altronde nel decorso di questo mese di SOAVE riposo non so dirvi quante lettere di affari e di non affari sianmisi accumulate sul tavolino, e debbo dar resto a tutte, e sta per ricominciare il mio esercizio all'impiego dalla mattina alla sera! Mille saluti a tutti di casa, e uno schiaffetto da parte mia (di quelli episcopali da cresima) sopra una guancia della vostra Matilde.
Son vecchio, ed ormai mi è lecito il concedermi simili libertà verso una giovinetta la quale un giorno potrebbe anche darmi la pappa, se la scodella si trovasse fra lei e me.
Se poi lo schiaffetto lo ricusa per parte mia, dateglielo a contro vostro in penitenza della sua poca compiacenza pe' vecchi, i quali si appagano di queste innocenze verso la gioventù, mentre fan la barchetta e il pulcinella di carta ai ragazzetti che li tirano per le falde del giustacore.
Così insomma ci riduciamo, dopo aver tagliato il mondo a spicchi come un'appiuòla! Oh basta, ché la mano non ne vuol più, e la carta ci si mette d'accordo.
Sono cordial[ment]e di Voi, Pirro, di Matilde, della Marchesa e di Checco
aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
P.S.
- Il saluto del S.r Ant[oni]o Lazzarini, che contracambio, mi ricorda il trovarsi ancora presso di me certe sue pietruzze.
Ah! se quando il Signor Lorenzo fu in Roma me lo avesse fatto sapere, le avrei date a lui!
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 luglio 1843
Carissima e gentilissima amica
Le cose stanno così.
La Vostra del 23 mi giunse il 27 e mi trovò a letto con febbre mal di capo e una infiammazioncella di intestini, frutto probabilmente delle frequenti e rapide variazioni della temperatura atmosferica.
Scrissi subito un biglietto a un tale impiegato della Computisteria camerale a cui nel giorno 13 giugno consegnai il rescritto del Card[inal]e Pro-Tes[orier]e pel noto premio di piantagioni.
Ieri (28) venne egli da me, e mi disse che l'ordine pel pagamento era stato subito steso e passato alla Segreteria del Tesorierato per la firma del Cardinale.
Ma il fatto è che questa firma non è stata ancor fatta né a quell'ordine né ad altri, o simili, o consimili, o, poco diversi.
La vostra esigenza dunque non può mancare, ma ci vuole qualche altro paternoster in onore e gloria di Santa Pazienza, potentissima avvocata contro tutte le tribulazioni, delle quali non è la minore l'aspettar quattrini e non vederli mai giungere.
Venendo ora a replicare un'ultima parola sullo sproloquio della mia antecedente (15 giugno), le cose stanno così.
Voi mi scrivevate: Torno a raccomandarvi la riscossione etc.
Siccome in queste, benché semplici ed oneste parole, si racchiudeva sempre un senso di giusto rimprovero alla negligenza di chi aveva bisogno di simile nuova raccomandazione, e siccome altresì il S.r Ferrieri non era in Roma ma a Pesaro, né si sapeva quando potesse tornare (come già io vi aveva avvisata), così m'importò moltissimo lo scuotere dalle spalle mie la polvere di qualunque parte d'imputazione che potesse esservi di rimbalzo da fatto non mio.
Circa poi al genere di delicatezza che mi aveva fatto precedentemente astenere dal mettermi spontaneam[ent]e di mezzo alle faccende di altro uomo, vi richiamo alla succitata mia lettera del 15.
Quì voi soggiungevate: ma io ignorava se il Ferrieri fosse tornato.
Non avete torto; ma io già vi consigliai a far vigilare il di lui ritorno a Macerata, cosa che stimai non difficile, essendomi stato supposto che sia egli di quella Città e possa avervi parenti ed amici.
Del resto, cara Amica, non avevate bisogno con me né di giustificazioni né di schiarimenti.
Bastava che mi fossi giustificato io con voi altri.
In quanto all'altro punto sulla gita di Ciro in Casa Perozzi Ettore a Macerata, le cose stanno così.
Tempo fa io dissi con una certa mia compiacenza alla S.a Pellegrina Cini: in settembre mando Ciro a Morrovalle.
Ciò si ripeté poi nella famiglia Cini quando vi erano Ettore e Rita.
Essi gentilmente invitarono Ciro anche a casa loro, colla clausola del prendere per un affronto il rifiuto.
La nostra risposta fu un generico ringraziamento al cortese invito, senza specificar poscia né il sì, né il no, né il come, né il quando, né il quanto, né il prima, né il dopo, né il fra, né altro articolo di qualsivoglia natura.
Una negativa a una obbligante profferta neppur era decente, ed anzi avrebbe potuto farsi origine di asprezze fra noi ed essi, fra essi e voi.
Certamente una visita bisognerà che Ciro lor la faccia; ma egli viene da Voi, e questo è il motivo del viaggio alla Marca.
Costì poi combinerete le cose alla meglio e con decente soddisfaz[ion]e di tutti.
Mi piacerà anzi assai se mio figlio vi troverà al Casino.
Questa circostanza preverrà ogni etichetta di precedenza, perché, se steste a Morro, i primi non lo vedreste voi altri, ed egli potrebbe trovarsi imbarazzato dalla sua stessa civiltà e dalla civiltà de' vostri parenti.
Il premurare è una parolaccia da confessarsi alla prima domenica.
- Ed oggi come state, Belli? Così così, ma in piedi.
Ecco come stanno le cose.
Saluti infiniti a tutti.
Sono il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 6 settembre 1843
Gentilissima amica
Non v'ha dubbio che il meglio che da me farsi potesse, e che io farei dove le circostanze mel consentissero, sarebbe il condurre sempre il mio figlio con me, ovvero, che torna lo stesso, il seguir sempre i suoi passi.
Ma poiché la mia personale situazione mi vieta di adottare il più sano partito, ed altronde è pur necessario il concedere a un giovane qualche sollievo onde non condannarlo alle privazioni di chi oltre alla stanchezza della età sente in se stesso il freno di doveri che comandano rassegnazione, procuro di conciliare un estremo coll'altro, ravvicinandoli per quanto è possibile colla scorta della prudenza.
Dopo nove anni di dimora in un clima schietto e salubre, dal quale fu, si può dire, formato il temperamento e create le abitudini della vita di Ciro, io bene mi avvidi che le prime due stagioni estive da lui trascorse sotto il cielo romano, senza per la verità alterargli la salute ne diminuirono purtuttavia il vigore e la prontezza all'operare, inducendo in esso qualche parte di quel floscio e cascante che forma il carattere delle complessioni esposte a quest'aria torpida e così poco refrigerante.
Gli avvezzi a queste estive caligini se la passano per solito senz'altro danno che di un poco di debolezza, di perdita di appetito e di svogliataggine; ma i non abituati corrono rischi più gravi, e non di rado salutano l'estate con qualche brindisi di china-china.
Per prevenire adunque, almeno ne' primi anni, qualche malanno in mio figlio, me lo sono tolto dal fianco mandandolo a respirare in atmosfere più fresche, più toniche e più pure di quella che stagna fra il Campidoglio il Pincio e la Cupola di s.
Pietro.
Ciò non ho fatto peraltro a chiusi occhi.
Nel viaggio l'ho sempre associato ad ottime compagnie, e a Perugia l'ho situato tra una famiglia rispettabile per ogni titolo, e degna della più estesa fiducia.
Poi verrà egli da Voi, e su ciò non occorre dir altro.
L'unico tratto in cui Ciro rimarrà solo e abbandonato a se stesso, sarà quello da Fuligno a Macerata; perché a Fuligno vi ha un altro mio vicegerente.
Ma diamine! che gli potrebbe accadere tra Macerata e Fuligno? Qualche incontro di ladri? Spererei di no, e poi contro i ladri non valgono tutori.
Nel ritorno poi le città per le quali avrà transito sono (oltre Fuligno) Spoleto e Terni; e in entrambi i detti luoghi ho eccellenti e sicuri rapporti.
Allorché sarà Ciro in vostra Casa voi gli terrete luogo di Madre e lo troverete docile e rispettoso, mansueto e di facilissimo umore.
L'ho anzi avvisato che si regoli esattamente in tutto secondo i vostri consigli.
E Voi dategliene.
Egli partirà (è il diario che gli ho prescritto) verso il 15 di questo mese per Macerata.
Il giorno più o il giorno meno potrà dipendere da imprevedibili circostanze, fra le quali non è l'ultima la combinazione di vettura.
Se queste med[esim]e circostanze gli permetteranno di prevenirvi del giorno di sua partenza, lo farà: altrimenti è già da me bene istruito del luogo dove Voi vi troverete, secondo le indicazioni da Voi datemene nella Vostra del 27 agosto.
Veramente Voi mi diceste in detta lettera che allorché sareste giunta al Casino me ne avreste dato avviso; ma poiché aggiungeste che ad ogni modo vi ci trovereste ai primi di questo mese, ho creduto di anticipare le mie istruzioni a Ciro onde evitare il caso di imbrogliare simile organizzazione troppo alle strette, con un carteggio fra Macerata, Roma e Perugia.
Ciro dunque aspettatevelo fra pochi giorni sopra alla salita di Sforzacoste, cioè sopra la prima salita dopo quella di Sforzacoste, a due miglia prima di Macerata, a destra del viaggiatore.
Diriggo [sic] questa mia a Morrovalle per buona regola, onde abbiate questi miei avvisi se mai non ne foste partita.
Se poi già siete al Casino, ve la manderanno, e il ritardo di essa non potrà in tal caso più nuocere.
Mille saluti a Mamà, a Pirro, e alla mia cara Matilde.
Sono di cuore il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 3 Novembre 1843
Amica carissima
Giunto a Roma mio figlio dopo varii giorni di dimora in Terni per ragioni di affari, mi ha dato contezza dell'obbligante modo con cui è stato trattato in Vostra casa per tutto il tempo da lui trascorsovi dandovi disturbo ed incomodo.
Trovandomi io pertanto debitore di riscontro alla gentilissima Vostra del 22 ottobre, credo mio stretto debito cominciare dal ripetervi mille grazie in suo e mio nome per tutte le amabilità di cui egli è stato lo scopo per parte vostra e della vostra famiglia: dovere al quale mi assicura Ciro di non aver mancato al suo giungere in Terni, mediante una lettera che di là Vi diresse.
Piacciavi dunque accogliere la presente qual complemento de' sinceri sensi del nostro animo riconoscente.
Mi duole che fermo Ciro nel proposito di partire col mezzo del velocifero onde appagare le mie premure che si trovasse egli in Terni ad un'epoca determinata onde abboccarvisi con persone da me colà chiamate per lettera dai varii lor domicilii, Vi cagionasse il dispiacere di vederlo intraprendere il viaggio con pessimo tempo, ed esponesse ai medesimi rischi il S.r Triccoli, il cocchiere convalescente e la cavalla gravida.
Egli però mi dice che poco dopo la partenza il cielo si rasserenò, e si mantenne poi sempre così; di modo che io spero non sia nulla accaduto di sinistro per tutto ciò di che ragionevolmente mi Vi mostraste in pena.
Il permesso di questa amministrazione postale per servirsi dello speditivo mezzo del velocifero glielo mandai io da Roma, e tantopiù mi lasciai indurre a simil partito in quanto che calcolai che risparmiando egli così un paio di giorni di viaggio in vettura, poteva consumarli meglio presso di Voi, siccome è accaduto.
Posso accertarvi che in Roma, ad eccezione di qualche ora di passeggio che di assai buon grado io gli accordo, Ciro passa il suo tempo sempre al tavolino.
Lo faccia di buona o di mala voglia non so; ma di questo son certo che mai non mi è occorso di scorger dal suo esteriore alcuna ombra di disgusto per simile tenore di vita.
Nelle sere antecedenti ai giorni di vacanza della Università soglio talvolta procurargli il piacere del teatro, ricreazione però che non mi ha egli mai dimandata, aspettandola dal mio buon piacere.
In simili circostanze, propenso ed anche spesso obbligato qual sono al ritiro, soglio affidarlo alla compagnia di persone meritevoli di tutta la mia fiducia.
Che nulladimeno la mia vita sia per qualche anno ancora a lui vantaggiosa e forse pur necessaria a fronte della sua non cattiva condotta, lo riconosco vero come Voi lo pensate.
È un giovanetto ancora immaturo, e poco avanti nella retta cognizione del mondo, non che nella pratica de' più fini doveri sociali, e presso i racconti da Voi con lodevole sincerità fattimi su qualche svista in cui costì è andato cadendo, mi accorgo della necessità di mettergli un po' più d'accordo fra il cervello e il cuore, benché né l'uno né l'altro manchino in lui delle qualità fondamentali di rettitudine e sentimento.
Lo sconcerto consiste finora nelle dosi de' diversi morali e intellettuali ingredienti da combinarsi per farne un uomo degno di stima e di affetto.
A poco a poco si osserverà la ricetta, se io vivo.
Se muoio ci penserà la provvidenza che mi avrà voluto toglier dal mondo.
Intanto il nostro favorito progetto si è dissipato: farò eco alla vostra conclusione: pazienza! Mille saluti a Pirro, Matilduccia, Mamà ecc.
ecc.
Sono il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi,
N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 25 Novembre 1843
A.[mica] C.[arissima]
Trattenuta dai soliti ritardi mi giunse il 22 la vostra lettera del 12, dimodoché questo mio riscontro, sebbene io ve lo invii pel particolar mezzo del nostro comune amico Meconi, vi perverrà forse con maggiore speditezza che non sarebbe accaduto per la via della posta, divenuta oggimai troppo tortuosa, sassosa, macchiosa, montuosa, tenebrosa, per credere che il pagamento della tassa ci dia più dritto o speranza ad una sollecitudine alquanto più viva di quella che si potrebbe ottenere se per corrieri si scegliessero le tartarughe, e per postali ministri i mutilati alle battaglie d'Austerlitz, o di Marengo o di Lodi.
Poco prima di me ricevé Ciro altro vostro foglio gentilissimo ed obbligante e riconobbe che il suo concetto sul viaggio de' corpi santi non era stato del sapore che potesse convenire al vostro gusto, né al palato di chi trovisi avvezzo a più squisite sensazioni e a più graziosamente piccante solletico.
Vi dette egli dunque completa ragione quale vi si doveva, tanto più che le frasi della vostra giudiziosa rimostranza implicavano un senso di cortese premura per la di lui dignità.
Domenica lo condussi dalla Sig.a Chichi che non avealo più veduto dall'epoca anteriore alla di lui partenza pel Collegio; e simile visita la facemmo onde prendere e poi darvi le notizie che intorno alla d[ett]a signora desideravate.
La S.a Nanna sta ora sufficientemente benino, di quella specie però di benino che può intendersi rispetto a una donna soggetta frequentemente a lunghe e tediose malattie umorali, l'ultima delle quali l'ha essa sofferta recentemente.
La morte del Colonnello Porti, ed alcuni squilibri economici avvenuti in seguito di quell'avvenimento nella borsa della povera Signora, il tutto accompagnato da non poche inquietudini, contribuirono assai ad aggravare il di lei abituale stato di languore e di flaccidezza.
La nipote sta bene, ma noi non la vedemmo.
Aggradì la S.a Nanna la vostra memoria di lei, e c'incaricò di salutar voi e la vostra famiglia, siccome oggi io faccio e per mio discarico e per quello di Ciro.
Questi dice mille cose rispettosam[ent]e amichevoli a Voi, alla Marchesa, a Matilde, a Checco, e ringrazia i SS.i Lazzarini e Laurenti de' loro onorevoli saluti, rendendone sincero contracambio.
Voi poi vi compiacerete fare in vostra casa i miei speciali uficii con tutti, e mi ricorderete spesso alla buona Matildina.
Sono cordialmente
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
* * *
Alla nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi
Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 Xcembre 1843
Gentilissima Amica
Poiché dunque non sempre il ritardo delle vostre lettere avviene, come Voi dite, per difetto postale, ma accade talvolta per invecchiamento di data sul vostro scrittoio, ne conchiuderemo che molto meglio della vostra dichiarazione mi farà veder chiaro nella faccenda il costume che io vado a suggerirvi, quello cioè di scriver la data nel giorno in cui sarà compiuta la lettera.
Resterà così a Voi tutto l'agio di stendere il vostro foglio per intervalli, secondoché le occupazioni di famiglia vi permetteranno di attendere a questo esercizio, e ne verrà a me il vantaggio di non accrescere con falsi giudizi il mal concetto in cui per molte altre esperienze mi è forza tenere i ministri incaricati del movimento della macchina epistolare.
A fronte, per esempio, della Vostra spiegazione, indovinala grillo se l'ultima lettera, scritta il 17 e arrivata il 25, abbia riposato piuttosto innanzi alla sua partenza che in viaggio! Ma passando dai corrieri al vocabolario, che non è un piccolo salto, la parola ripienare entra fra quelle capaci
"Di far movere i vermini ai ragazzi
E inacidire il latte alle nutrici."
Per riporre a numero i militari reggimenti è pur troppo invalsa quella ladra parolaccia del ripienare, quandoché col rintegrare si renderebbe il medesimo senso, e si risparmierebbe una grinza alla fronte di que' poveri accademici del buratto.
Circa poi all'effettuo e all'effettuare, spieghiamoci bene, sorella mia.
Voi mi chiedete precisamente se possa dirsi effettuo per effettuare; e in questo caso Voi intendete meglio di me che la non può stare, perché effettuo è di persona prima singolare dell'indicativo presente, ed effettuare è voce dell'infinito.
Ciascuna delle due voci però, usata al suo luogo non deve incontrare il minimo biasimo.
Effettuare, è buon verbo italiano quindi sta in tutta regola l'effettuo che da quello procede.
Io EFFETTUO ciò che si può EFFETTUARE.
Chi parlasse così parlerebbe benissimo.
Il mistificare, finalmente, è volgarizzamento del mistifier, verbo francese di recente invenzione, e venuto oggi assaissimo in moda, il quale significa burlare, beffare, accalappiare gli ignoranti, i timorosi e creduli, od i vanagloriosi.
A questo proposito lasciate che io indovini che il vostro Pigault-Lebrun è una traduzione italiana.
Se fosse l'originale francese non mi avreste scritto mistiphier, ma sì mistifier come in francese si scrive.
Il ph rappresenta la f soltanto ne' vocaboli derivati dal greco e passati attraverso al latino con quella ortografia.
Ma quì intanto non c'è più carta.
Dunque passiamo a riempire un cantoncello, e qui incastriamo la firma del
V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co G.G.
Belli
Quando la vostra Matilde voglia schiaffetti, datele gusto e applicatelene una serqua per guancia a guisa di uovi e di poma.
Solo mi duole che di questa merce Voi resterete con me sempre in credito, perché se ne spacciate per mio conto io non ho lecito il potervene restituire.
Oh anche il sig.r Pirro l'è un bel bofonchino! Per una volta che non lo nomino là alla spacciata, mi guarda a sghimbescio e toglie sù la balestra.
Ditegli mo dunque che l'ho nominato in tanta buon'ora quel Messer Peperone da condir fricassee.
E buon capo d'anno a lui, a Voi, a Matilde, a Mamma vostra, a Checco e a tutti quelli che c'entrano.
E ciò anche da parte di Ciro che vi saluta e vi ringrazia de' saluti di chi l'ha salutato per mezzo vostro.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a March.a Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 15 febbraio 1845
Gentilissima amica
Ho veduto, e più volte, vostra sorella, che trovo molto bene in salute, molto amabile al tratto, molto disinvolta nelle maniere.
Sembrami quella Ignazîna di un tempo, della quale io vi scriveva la buona Ignazîna.
Nulla de' suoi modi mostra del monacale, nulla del troppo secolaresco, nulla di piccolezza ne' suoi discorsi, nulla di ambiguo nel suo contegno.
Circa a' di lei progetti per l'avvenire, è questo un punto ben delicato su cui non par bene il trattenersi e insister di soverchio; la veggo però assai tranquilla sul passo che ha fatto e sulle sue conseguenze.
La mia voce (e vi ripeto oggi più seriamente quanto vi dissi con un po' di celia nella mia precedente dell'8) non può avere che lieve efficacia per iscuotere risoluzioni prese con animo deliberato.
Di molto però è capace il tempo: di molto son feraci le circostanze.
Principale scopo di questa mia lettera è il darvi avviso che Ignazîna partirà co' SS.i Bruni nella diligenza di sabato 22, cosicché presto si troverà in vostra compagnia.
Fate i conti sul vostro lunario, perché i lunarii dan buone lezioni sul passato e sul futuro.
Mille cordiali saluti a Pirro, a Matilde, alla Marchesa, a Checco.
Son quattro: è facile la divisione con un taglio in croce.
Co' miei saluti sono stemprati anche quelli di Ciro; è tutta una frittata.
Sono con molta stima e sincerità
Il Vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co e servitore
Trofonio
(Voltate)
P.S.
- Nel punto di mandare alla posta il presente mio foglio ricevo l'altro vostro del 12, e ve ne accuso ricevimento.
Dopo il già dettovi nella pagina quì a tergo, poco mi resta ad aggiungere.
Se vostra sorella è stata sorpresa e spogliata da genti avide del suo, parmi doversi dire più colpa di quelle che di lei.
Il lasciarsi spogliare dimostra tutto-al-piú debolezza: lo spogliare è poi assoluta birberia.
- Con Ignazîna ho io creduto assumer parole assai moderate, e consigli ben circospetti, che sogliono fruttificar meglio che non le vive censure, allorché non si scherza.
La vostra voce, e quella della madre, compiran, forse, l'opera.
Mi dite d'amar sempre vostra sorella: lo credo.
L'amore adunque troverà i più persuasivi argomenti ché n'è ben capace.
Oh adesso va bene.
Quando ci son tutti i lunarii sino ab initio, la faccenda cammina come un frate cercante.
Si contano i libretti, e si aiuta così la memoria, appunto al modo che Voi mi dite andar talvolta facendo.
Uno, due, tre, quattro etc., e il dato anno è trovato.
Io poi conto gli anni con un altro metodo, cioè dalle ciabatte, perché per solito con un paio di calzature all'anno me la sfango sovranamente; e se in uno di questi anni m'accade qualche avvenimento di maggior rilievo, lo noto sotto la suola accanto al numero del millesimo che non manco mai di notarvi con un certo contrassegno di bollette.
Così le mie ciabatte mi tengono luogo de' chiodi de' Consolati della buona memoria di Roma.
Vi ringrazio della premura che dimostrate per la mia salute.
Ne avrò cura per quanto potrò.
Fate anche voi così della vostra, e guardatevi soprattutto dall'aria notturna, perché nuoce alla testa ed al petto, le due parti le più delicate.
Mi avvertite che lo scrivere Madem invece di Madam fu error vostro; ed io avverto voi che non si scrive né Madam né Madem: si scrive Madame.
Adieu donc, Madame: veuillez bien agréer les nouveaux témoignages de mon estime et de ma parfaite considération.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 Marzo 1845
Gentilissima amica
Dalla vostra del 12, giunta in Roma jeri (domenica) appresi i particolari del viaggio di Ignazîna: però già dal sabato antecedente ne aveva io saputo il ritorno.
Andrò a visitarla appena potrò.
Chi fosse Trofonio (o, come altri dicono, Trifonio) potrete agevolmente rilevarlo da tutti i libri di mitologia.
Indifettibilmente non vuol dir nulla: Indefettibilmente [sic], se si usasse, potrebbe dir qualche cosa, e deriverebbe da indefettibile o indefettibilità: ma non si usa.
Questi due ultimi vocaboli sono entrambi termini teologici.
L'uno è aggiunto di qualità delle cose che non possono mancare, ma debbono sempre sussistere: l'altro è l'astratto di simile qualità; e dicesi di ciò che non può venir meno, per esempio del Carattere della Chiesa etc.
Chi quindi dicesse indefettibilmente vi farò un presente, errerebbe all'ingrosso, perché l'indefettibile e la indefettibilità debbono supporre cosa già esistente e non capace di cessazione.
Oltrediché, il cavar da simili sensi un avverbio, che non è altro sennonché una qualità di un verbo (cioè di un'azione o di uno stato di essere) si oppone diametralmente all'indole del vero significato.
Peggio poi parlando di azioni future.
Ecco risposto al vostro novello Quesito.
Soffrite però che io vi faccia osservare che se vorrete occuparvi di tutti gli spropositi che incontrerete in carte, in libri, in anelli etc.
etc., avrete al mondo troppo faccende, e gli oracoli si ammutiranno, e tanto più quelli non consultati oralmente.
Ciro vi rende mille saluti.
Io vi aggiungo la mia buona porzione per la Marchesa, per Pirro, per Matilduccia ossia Mitirdola, e per Checco.
Sono sinceramente
Il vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, p[ri]mo agosto 1845
Gentilissima Amica
Come Voi obbligantemente desideraste, Vi annuncio che Ciro ebbe la laurea, e ne fu insignito l'altro ieri innanzi al Cardinal Camarlingo.
Eccolo dunque dottore: spero di viver tanto da vederlo avvocato.
Lo studio di questo ultimo anno, e più ancora di questi ultimi mesi, essendo stato più forte ed assiduo del tempo precedente, lo ha sensibilmente dimagrato e impallidito.
Accorgendomi di ciò andava io proponendomi di ricrearlo con un viaggetto alquanto più lungo del giro eseguito nello scorso 1844; ma purtroppo è vero che l'uomo propone e iddio dispone.
Una orribil tempesta ha spianato tutti que' pochi beni che sono a Ciro rimasti nell'Umbria presso Cesi, i quali formano l'avanzo del di lui patrimonio.
Ci conviene adunque abbandonare ogni altra idea di diporto per accorrere sui luoghi onde procurare di porre qualche rimedio a parte almeno del danno, che, relativamente alla entità dei fondi ed ai limiti de' nostri mezzi, dicesi immenso.
Fra tre o quattro giorni, al più, saremo partiti, e là prenderemo alla meglio le nostre misure.
Mi recai giorni addietro al Monistero del Sacro cuore per salutare Ignazîna onde prenderne congedo e anticiparle gli auguri pel suo onomastico; ma seppi da una reverenda suora non trovarsi essa in Roma, bensì a Loreto.
Porgete i miei affettuosi saluti a Pirro e alla cara Matilde, non che alla Marchesa vostra madre ed a Checco, unendovi anche quelli di Ciro.
Divertitevi nella prossima festa di S.
Burtolammè, e dedicate alla mia memoria il piacere di un razzo.
Sono cordialmente
Il vostro obbli[gatissi]mo aff[ezionatissi]mo a[mi]co e servit[or]e
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 24 luglio 1846
G[entilissi]ma Amica
Con poche parole potrò riscontrare la vostra del 19, giuntami ieri.
Da tre mesi è Ciro infermo, ed io non ho pace né giorno né notte.
Dal 1° al 15 maggio fu Ciro malato con rosolia: dal 16 al 31 patì lenta flogosi nelle glandule del basso ventre.
Il 1° lug[li]o il male divenne un deciso gastrico mucoso: poi passò in nervosa.
Nel 28 giugno apparvero ulceri e infiammazioni in gola con minaccia di passaggio allo stomaco e agl'intestini.
Sempre poi copiosa diarrea.
Cura immensa, continua, dispendiosissima; pericolo di vita sempre presente.
Fra due o tre giorni si pensa trasportarlo di peso in qualche vicino luogo di aria migliore, perché quì in Roma, con questa opprimente caldura, è impossibile che risorga più.
Figuratevi il mio stato! Ho passato 50 giorni continui presso il letto dell'infermo: il resto immaginatelo di per voi.
Rita è in Roma: deploro la morte del buon Nannino, godo del miglioramento di Checco: saluto di cuore Matilde, Pirro, Checco e la Marchesa; e in somma fretta mi ripeto
V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Frascati, 10 agosto 1846
Gentilissima amica
Mi fu quì inviata la vostra dal 2 corrente.
Non aveva io potuto indicarvi il luogo dove mi sarei recato con Ciro per cambiar d'aria, essendo stati per vario tempo perplessi sulla scelta più conveniente.
Pare che questo clima, non ostante l'ardore della corrente stagione, produca in Ciro qualche piccolo buon'effetto: non tale però quale si potrebbe desiderare dopo tanto tempo di patimenti e di cure.
Ho molto aggradito i saluti della vostra famiglia, a cui vi prego renderne altrettanti in mio nome ed anche di Ciro.
La mia salute è piuttosto buona attualmente, e ve n'è certamente bisogno.
Sono con sincerissima stima
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo obb[ligatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, Nata M.sa Roberti
Roma
per Filottrano
Di Frascati, 16 Settembre 1846
Gentilissima Amica
Motivo del mio tardo riscontro è l'essermi la vostra dell'8 stata non prima di ieri qui recata da un amico il quale da Roma venne a vedermi.
Vi ringrazio sommamente della premura che dimostrate per la salute di Ciro, il quale per verità da varii e varii giorni sta meglio, cosicché pel 27 o 28 del mese ce ne torneremo a Roma, dove adesso l'atmosfera è più mite.
È appunto il momento di indirizzarvi la presente a Filottrano, secondo le vostre indicazioni.
Tranne le notizie di Ciro null'altro potrei di quì dirvi, dove viviamo come anacoreti.
Mi limito pertanto al ripetervi le proteste della mia riconoscenza e di quella di mio figlio per le vostre gentilezze e a pregarvi di passare in suo e mio nome mille affettuosi saluti a Pirro e Matildina, non che a Mammà e a Checco allorché scriverete a Morrovalle.
Sono con sincera stima
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
All'Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Filottrano
Di Roma, 1° aprile 1848
A.[mica] C.[arissima]
Dirigo dunque questo mio foglio a Filottrano, nel qual luogo dovete già essere secondo le indicazioni da Voi datemi coll'ultima vostra del 19 marzo.
Lessi in quella gli auguri che mi fate pel mio onomastico, e ve li rendo per l'onomastico vostro, ben prossimo ad arrivare.
Il primo fra tutti i voti, e quello che deve riuscirvi più accetto, sia il desiderio che vostra figlia trovi felicità nello stato matrimoniale a cui va incontro.
Il partito, a quanto mi dite, non è cattivo, anzi buono.
Se poi gli animi si accoppieranno bene come le fortune, andrà ancora meglio.
Non mi sorprende, ma quasi, questa predilezione di Mitirdola per Filottrano al confronto di Ancona.
Ma capisco che il passare in Ancona tutti i mesi di maggio può renderle anche più grato il soggiorno di quella città per la non consuetudine del dimorarvi.
Quando poi villeggerà a Sirolo, la pregherò di un paternoster per me al SS.mo Crocefisso.
Il galantuomo dell'utile-dulci non son io, ma sarà qualche altro galantuomo peggio di me, cioè peggio, volli dir meglio, ma quel peggio dice pur tanto quando si adoperi per rappresentante di aumento o superiorità.
Io non scrivo più nulla, perché nulla posso più scrivere, ma me ne trovo contento.
La mia salute cammina sempre come un gomitolo: la va senza gambe giù per la china; eppure la va, poiché il centro la chiama.
In alcune opere il finis è la più bella parola, e la mia vita appartiene allo scaffale di quelle tali opere cosiffatte.
Vedrem poi che cosa accadrà del coronat.
O raggi o corna.
Matilde mia, un paternostro per me al SS.mo Crocifisso di Sirolo.
I vecchi volgono gli occhi alla casa; e qual'è la casa dell'uomo? Eccovi una buona mezza-porzione di morale.
Ciro vi riverisce e saluta.
Io vi prego di dire mille frasi amichevoli in mio nome a tutti i vostri.
Sono sinceramente
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
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Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 Xcembre 1848
G[entilissi]ma Amica
Neppur'io sapeva più nulla dell SS.re Chichi, presso le quali mi recai però jeri in conseguenza della dimanda da voi fattamene colla Vostra del 17.
Potrei a simil soggetto ripetervi la descrizione che ve ne feci nella mia precedente, sennonché la Sig.a Nanna mi è sembrata anche un poco più decaduta.
M'incaricarono entrambe di porgervi molti saluti.
Per soddisfare ora alla vostra richiesta intorno allo stato mio, vi dico esser questo il solito: sempre male di capo, sempre reumi, sempre fiacchezza, noia d'animo e prostrazione di mente.
In quanto a Ciro, egli sta bene, benché magro e pallidotto, effetto forse delle molte fatiche che va sostenendo al tribunale; di che mi viene anche un altro dispiacere, quello cioè di non averlo meco quasi mai.
Lo vedo per tre momenti al giorno.
Quando si alza, all'ora di pranzo e all'ora di cena: anzi in queste due circostanze mi trova sempre a tavola e mi lascia a tavola.
Saluta egli e riverisce Voi e la Vostra famiglia augurando a tutti mille felicità in contracambio a quelle che gentilmente gli avete desiderate.
Anche a me non par questo un tempo da matrimoni, almeno per ora.
Sulle dilazioni poi che più specialm[en]te si connettano colle idee di Matildina non saprei che cosa dire, sennonché si debbono rispettare.
Ditele che sarà molto difficile, per non dire impossibile, che io la compiaccia d'un mio componimento all'epoca del suo matrimonio; e ciò non per mia volontà, ma per lo stato della mia testa e della mia mente, che da quattro anni e mezzo non mi han più permesso di comporre una linea, né di darmi ad applicazioni.
Forse ella nol crederà, come nol credono qui anche altri; ma il fatto è non per ciò meno certo, e la incredulità altrui mi accresce la umiliazione che me ne deriva.
Che io non mi muova più da Roma tenetelo per una cosa sicura: ho cambiato affatto temperamento.
Gli acciacchi e la vecchiaia mi son venuti addosso con tutte le lor conseguenze.
Compiacetevi di ringraziare in mio nome la S.a C.sa Bonarelli e il S.r.
Ant[oni]o Lazzarini della memoria che conservano di me.
Voi poi, Vostra Madre, Vostra figlia, e Vostro marito, abbiatevi da me mille augurii di felicità pel prossimo Natale e per l'imminente anno che vorrei sperare di tempra diversa da quella dell'anno vicino a crepare.
Sono con sincera stima
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
Giuseppe Gioachino Belli
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Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 gennaio 1851
Gentilissima Amica
Mi avete nella vostra lettera del 12 presentato un motivo di veramente congratularmi con Voi e colla famiglia Vostra, dandomi cioè notizia del matrimonio contratto dalla buona Matilde con tanta soddisfazione sua e di entrambe le parentele.
Pregovi far conoscere questi miei sentimenti alla Sposa, i cui saluti mi sono giunti onorevoli e graditissimi, e compite di grazia in mio nome i medesimi uficii presso Pirro e la Marchesa.
Per ciò che spetta alla mia salute, intorno a cui avete la bontà d'interrogarmi, dicovi che nel momento attuale me la passo sufficientemente, non so bene peraltro se per effetto della molta cura che mi ho, ovvero per beneficio della stagione che quì corre mitissima.
Ma, a giustamente riflettere, credo doversene attribuire la causa ad entrambe le dette cose.
Vero è che questo stato soffribile è di data molto recente, perché ottobre e novembre li passai pessimamente sotto assistenza chirurgica per varii tumori da cui andai tormentato: conseguenza probabile delle agitazioni sofferte nel precedente anno.
Ho il piacere di ripetermi con sentimenti di stima
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
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Cencia a Gioachino
Morrovalle, 13(?) Marzo [1823]
Amico car[issi]mo
Se per godere del titolo di amica vostra è necessario essere maestra di politica, e dissimulazione, vedo purtroppo che io non giungerò mai a possedere questo tesoro.
Quelle massime, da altri credute prudenziali, sono riguardate da me come principii di ipocrisia mascherata.
Qualunque sia il mio carattere, a me piace portarlo impresso in fronte.
Ecco fuori dalle mie labbra il delitto da cui prende origine tutto ciò che accade attualmente, e che vi dà tanta pena.
Evvi anche un'altra mia colpa, che voglio confessarvi, benché vivo persuasa che attirerà sopra di me maggiore vostro sdegno, anziché impetrarmi perdono.
Io stimo la vostra amicizia un bene inarrivabile, e vado superba di mostrare che la possiedo.
E fintanto che voi mi sarete amico, io procurerò di farlo conoscere all'intero universo.
Questo principio mi animò quando scrissi quella lettera a Zina; ma ve n'è un'altra più forte, che riserbo dirvi un'altra volta.
Il motivo che taccio mi autorizza a far palese a mia sorella anche porzione della vostra ultima lettera.
Avete fatto benissimo scriverle quelle 50 [?] righe in vostra difesa.
So per prova, che lettere così lunghe placano qualunque cuore.
Eppoi il modo di pensare di Zina và così unisono col vostro, che fra voi non possono durare che pochi giorni gli sdegni.
[strappo del foglio] [Amerei] (?) a questo proposito che rammentaste i discorsi che io vi faceva prima di portarvi a Loreto.
Mille volte vi predissi che mia sorella [pote]va(?) incontrare perfettamente il vostro genio.
Ed ogni momento vi [ripe]tevo, che quando aveste fatta la sua conoscenza, non terreste più [in] tanta stima l'amicizia mia.
Ditemi dunque adesso: si è verificato il tutto? [Guar]datevi dunque d'ora innanzi di spacciare tanto francamente quei [non] è possibile, io sono invariabile, il giudizio che ho formato una volta [per] me è immutabile...
e cose simili.
Io mi compiaccio di aver contribuito a [for]mare un nodo sì bello.
Ma più sono contenta di averlo predetto fin da quando ero in Roma con voi.
Dimani Mamà spedisce a S.
Giusto il Presciutto ad un vetturale chiamato Giuseppe Ruggieri, ed io vi aggiungo l'involto della musica.
Se il primo non vi piace accettarlo, prendetevi l'incomodo di farlo gettare nel Tevere; la seconda torna ad essere perfettissimamente di vostra proprietà.
Né io v'impongo certo la legge di donarla a mia Sorella! Colui che dona deve spogliarsi affatto di ogni dritto sull'oggetto donato e quello che riceve può disporne a suo talento.
Ma che vi aveste detto voi, se io vi avessi regalato uno spartito di musica al patto che lo aveste passato a Tacci? Mi avreste con ragio[ne] risposto che voi non fate il sensale! Se al contrario io vi avessi mandato lo spartito senza alcuna condizione, e voi di vostro moto proprio ne aveste fatto un presente a Tacci, o a chiunque altro, non vi sarebbe stato nulla da ripetere.
Io vi dissi che mi sarei fatta un merito con Zina di quella musica; ma intendevo farvi quella confidenza nel modo che si comunicano fra amici i pensieri; né avrei supposto che voi mi formaste un dovere invariabile della mia stessa volontà! E se io avessi cambiato idea, e mi fosse venuto l'estro di regalare ad un'amica porzione di quella musica (quale supponeva di mia proprietà) non avrei potuto, mentre voi avete scritto dettagliatamente a Loreto, che erano undici pezzi, tutti bellissimi, sei di questi francesi, quattro istrumentali etc.
Di tutto questo a mia sorella io non ne avevo fatto parola! Forse voi mi risponderete, che il mio paragone è male appropriato, perché è ben diversa la relazione che passa tra voi e Tacci, da quella che stringe me a Zina! Attendo che mi facciate questa obbiezione per farvi conoscere che la offesa milita più al caso nostro, che a quello da me ideato.
Posso assicurarvi che non vi è stata alcunissima dispia [strappo] riguardo alla relazione della Cenci.
Io la mandai a Loreto senza farne parola.
Mia zia mi scrisse che dopo averla letta, me l'avrebbe restituita.
Io gli risposi che doveva ritenerla perché voi avevate fatto a lei quel dono, e non a me...
Non vi furono altre parole che queste.
Se non ve hanno parlato, io non so che dirvi.
Sarebbe potuto andare così anche l'affare della musica, se si fosse, bramato!...
ma io ho ben conosciuto ciò che mi si è voluto fare? intendere!...
Riguardo alla vostra venuta fra noi mi riporto a ciò che vi scrissi l'altro ordinario.
Voi siete padrone di andare dove più vi piace.
Io attendevo di vedervi qui, quando potrete venirci.
A Loreto non posso trattenermi affatto, per alcuni motivi di famiglia.
La visita che farò a mia sorella non sarà più lunga di un giorno.
Mamà vi saluta.
Salutatemi al solito la vostra Mariuccia.
Non parmi aver altro da aggiungere, se non che pregarvi di rammentare, quando non saprete che farvi,
L'amica vostra di cuore
C.
D.S.
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Al Sig.r Giuseppe Gioachino Belli
Piazza Poli
Palazzo Poli
2° piano Roma
Comunanza, 10 luglio 1828
Amico mio,
Rispondo con due righe alle vostre due righe; ma vi dichiaro francamente che queste due righe non mi piacciono punto.
Io vi scrissi una lunga lettera, e non vi assolverò mai dall'obbligo di una lunga risposta.
- Un vetturale della Penna S.
Giovanni chiamato Cuccioletti viene sempre quì [sic] a prendere commissioni per Roma.
Egli però è partito pochi giorni addietro per costì.
Io non so dove alloggi, ed a voi sarà impossibile rinvenirlo, onde bisognerà attendere un'altro [sic] suo viaggio.
Allora vi manderò col suo mezzo i baj.[occhi] 90, e voi gli consegnerete i libri, di cui vi ringrazio.
Ma come mai avete pensato scrivermi in una lingua a me sconosciuta allorché mi trovo in un paese ove poco s'intende la italiana, e si parla un linguaggio quasi tutto di convenzione del luogo? Rammentando il passato, ed avvicinandolo al presente argomento che voi mi abbiate scritto quelle righe in Inglese.
Ne attendo una spiegazione da voi stesso, e perciò vi ripeto le medesime vostre parole.
- I do not rely so entirely upon my memory, as to think I can forget nothing.
- Pirro è in campagna perciò non vi saluto per lui [sic].
Addio, mio buon amico.
Ricordatemi a vostra moglie, e credetemi sempre sempre
L'amica V[ostr]a aff[ezionatissi]ma
[La firma, al solito, è stata cancellata]
* * *
All'Onorevole
Sig.r Giuseppe Gioachino Belli
Piazza Poli
Palazzo Poli
Secondo Piano Roma
[Di mano del Belli: Ric.
il 22 Risp.
il 31]
Morrovalle, luglio 1834
Amico car[issi]mo
Ora che sono sicura della vostra dimora in Roma vi scrivo.
La mia delli 8 maggio giunta costì in vostra assenza mi fu fatta riscontrare da vostra moglie col mezzo di mio socero...
Essa mi fece dire che voi non volevate in modo alcuno dirigere la educazione istruttiva di Matilde.
Questa chiara dichiarazione mi mortificò non poco perché mi fece conoscere che io avevo per tanto tempo insistito in una cosa che voi non volete fare, ma perdonate, la colpa è vostra.
In tutte le vostre lettere voi mi avete sempre ripetuto che ve ne credete incapace, adducendomene alcune pretese ragioni.
Amico mio, se vorrete mettere da parte la modestia, conoscerete bene che questo motivo non poteva mai persuadere persone che vi conoscono, e perciò vi stimano assai.
Ecco il motivo per cui, non valutando le vostre proteste, ho seguitato a darvi tante seccature.
Ma se voi mi aveste detto prima, che non volevate occuparvi dei [sic] studi di Matilde per la bella ragione che vi seccava, io avrei taciuto immantinente, e nel mentre che voi non sareste stato importunato, io non soffrirei il dispiacere di esservi stata tanto nojosa.
Ora dunque fa duopo [sic] che mi diciate se vostra moglie, o io abbiamo preso equivoco nel giudicare de' vostri sentimenti, e siate certo che io mi regolerò in avvenire a norma della vostra risposta.
Finalmente ho ricevuto il Letronne.
Questo se lo aveva ritenuto mio cognato Ettore per studiarlo, e lo ha trovato tanto bello che ne ha ordinato una copia per se.
Vi farei ridere se vi narrassi tutte le incrociature, ed i male intesi che sono accaduti per passarvene i baj:[occhi] 60 d'importo.
Vi farò questo racconto a miglior tempo.
Intanto vi chieggo scusa del ritardo, ed affinché non accadano in avvenire altri impicci, nell'ordinario venturo vi spedirò per la posta i d.[ett]i baj.[occhi] 60.
Mandate dunque alla posta de' franchi a riscuoterli.
Non avendomi voi esclusa la possibilità di una vostra visita, mi autorizzate a sperare di rivedervi.
Se in altro tempo la vostra visita mi fu sempre gradita, oggi mi sarebbe doppiamente pel piacere che recherebbe a Pirro.
Venite dunque se volete fare cosa gratissima ad amici che vi stimano sommamente.
Voi mi dite che chi avesse voglia, ed abilità potrebbe compilare una miteologia [sic] a guisa di genealogia e per famiglie, insomma una specie di storia mitologica sulle tracce della teogonia di Esiodo; e mi suggerite di scegliere tra i miei amici o i miei abati uno che abbia queste qualità per accingersi all'impresa.
Sì, il migliore degli amici miei possiede l'abilità in grado eminente.
Volendo, egli può compilare una opera su tale oggetto a perfezione.
Questo amico si chiama Giuseppe Gioachino Belli.
Voi lo conoscete, sebbene gli facciate la ingiustizia di non avere di lui tutta quella stima che merita: interrogatelo dunque per me.
Se egli ha tempo e voglia di occuparsene, siate certo che verrà alla luce una opera assai bella.
Addio.
Pirro, mamà, e sopra tutti Matilde vi salutano.
Io mi ripeto col solito attaccamento
L'amica V[ostr]a di cuore
Vincenza Roberta Perozzi
[sotto cancellatura]
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All'Onorevole
S.r Giuseppe Gioachino Belli
Piazza Poli
Palazzo Poli
Secondo piano Roma
Morrovalle, 27 luglio 1834
C.[arissimo] A.[mico]
Quantunque vi supponga partito da Roma allorché vi giungerà il presente foglio, pure ve lo diriggo [sic], perché non fa alcun danno che lo leggiate di qua a tre o quattro mesi.
Veramente io ho fatto sempre gran differenza dal dire che non si vuole fare una cosa, e dal mostrare timore di non esserne capace.
Questa diversità la conoscete voi meglio di me; quantunque adesso vi piaccia di sostenere il contrario.
In qualunque modo, voi mi parlate più chiaramente che in passato, ed io cesso d'interpellarvi sulla istruzione di mia figlia.
A fronte di ciò mi lusingo che ella verrà istruita quanto basterà per il suo sesso, perché mi regolerò principalmente coi materiali che ho ricevuti da voi, e dietro i consigli che ho ricevuti in diverse epoche; e quando mi troverò impicciata, mi rivolgerò alla persona che, dopo di voi, stimo più d'ogni altra, che non sarà certo un'abbate [sic].
Vi scrissi che avrei indirizzati alla vostra direzione baj.[occhi] 60, ma poi dimenticai di farlo sicché voi gli [sic] avrete chiesti inutilmente.
Non accadrà però così in avvenire poiché sono già affrancati.
Mandate dunque a riscuoterli, e scusate.
Ettore dimenticò avvisarmi dell'arrivo del libro e trattandosi appartenente a sua cognata [?], e spedito da suo padre credette anche non essere necessario che se ne prendesse premura.
Egli ignorava che io dovevo accusare ricevuta a voi.
Dunque voi persistete nella idea che noi saremo più amici da lontano che da vicino? Mi pare anche di travedere che fra poco vorrete persuadermi che per conservare tale amicizia fa duopo [sic] che non ci scriviamo più mai neppure
...
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