MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 27
...
...
nulla m'avete fatto sapere!...
Non son più nulla...
un'estranea!...
Fuori, dalla casa e dal cuore!...
fuori!...
da per tutto!
- Zitta!...
- balbettò don Ferdinando mettendo il dito tremante sulla bocca.
- Poi!...
poi!...
Adesso taci!...
Tanta gente, vedi!...
- Bianca! Bianca!...
- supplicavano gli altri abbracciandola, spingendola, tirandola per le vesti.
- Portatela via!...
- gridò la zia Macrì dall'uscio.
- Nello stato in cui è, la poveretta...
succederà qualche altra tragedia!...
Frattanto giunse donna Sarina Cirmena, scalmanata, in un bagno di sudore.
- L'ho saputo or ora! - balbettò lasciandosi cadere sul seggiolone di cuoio in mezzo ai parenti riuniti nella gran sala.
- Che volete? con quel parapiglia che c'è stato nel paese! Se non era pel viatico che vidi venire da queste parti...
Il marchese indicò l'uscio dell'altra stanza con un cenno del capo.
La zia Cirmena, accasciata sul seggiolone, col fazzoletto agli occhi, piagnucolò:
- Io non ci reggo a queste scene!...
Sono tutta sottosopra!...
- E siccome continuava a interrogare cogli occhi or questo e or quello, donna Agrippina rispose sottovoce, compunta, facendo il segno della croce:
- Or ora!...
cinque minuti fa!
Don Giuseppe venne recando in fascio le bandiere:
- Ecco!...
Il falegname è avvertito.
Il barone Mèndola s'alzò per andare a sentire cosa volesse.
- Va bene, va bene, - disse Mèndola.
- Or ora si pensa a tutto.
Don Luca? ehi? don Luca?
Appena il sagrestano affacciò il capo all'uscio, si udirono delle strida che laceravano il cuore.
- Povera Bianca!...
sentite?
- Fa come una pazza! - confermò don Luca.
- Si strappa i capelli!...
Il barone Mèndola lo interrogò dinanzi a tutti quanti:
- Avete pensato a ogni cosa, eh, don Luca?
- Sissignore.
Il catafalco, le bandiere, tante messe quanti preti ci sono.
Ma chi paga?
- Andate! andate! - interruppe vivamente la Cirmena spingendo per le spalle il sagrestano verso la camera del morto, dove cresceva il trambusto.
- Mi dispiace! - osservò la zia Macrì alzandosi per vedere dov'era arrivato il sole.
- Mi dispiace che si fa tardi e a casa mia non c'è nessuno per preparare un boccone.
Uscì don Luca dalla camera del morto, turbato in viso.
- E' un affar serio...
Bisognerà portarla via per amore o per forza!...
Vi dico ch'è un affar serio!
- E' permesso? Si può?
Era il vocione del cacciatore che accompagnava la baronessa Mèndola, col cappello piumato, le calze imbottite di noci.
La vecchia, senza bisogno di udir altro, diritta e stecchita come un fuso, andò a prendere il suo posto fra i parenti che al suo apparire s'erano taciuti, seduti intorno sui seggioloni antichi, col viso lungo e le mani sul ventre.
La baronessa guardava intorno, gridando a voce alta:
- E la Rubiera? e la cugina Sganci? Ora che si fa? Bisogna avvertire il parentado per le esequie...
- Eccola lì! - disse donna Sarina all'orecchio della Macrì.
- Cascasse il mondo...
non manca mai!...
Avete visto il subbuglio che c'è per le strade?
La cugina rispose con un sorriso pallido, facendo segno che la vecchia non aveva paura di nulla perché era sorda.
- Il fatto è...
- cominciò il barone.
Ma in quel momento portavano Bianca svenuta, le braccia penzoloni, donna Agrippina e il sagrestano rossi, ansanti, e col fiato ai denti.
- Quasi fosse morta! - sbuffò il sagrestano.
- Gli pesano le ossa!...
- La zia Macrì consigliò: - Lì, lì, nella sua camera!...
- Il fatto è...
- riprese il barone Mèndola sottovoce, tirando in disparte il cugino Limòli e donna Sarina Cirmena, - il fatto è che bisogna concertarsi pel funerale.
Adesso vedrete che spuntano fuori i parenti del cognato Motta...
Faremo un bel vedere!...
al fianco di Burgio e di mastro Nunzio Motta!...
Ma il marito non si può lasciarlo fuori...
E' una disgrazia, non dico di no...
ma bisogna sorbirsi mastro-don Gesualdo, eh?...
- Sicuro! sicuro! - rispose la zia Cirmena.
Essa voleva fare qualche altra obiezione.
Ma il marchese Limòli disse il fatto suo:
- Lasciate correre, cugina cara!...
Tanto!...
il morto è morto, e non parla più.
- Allora!...
- ribatté la Cirmena diventando rossa, - è una bella porcheria che mastro-don Gesualdo non si sia fatto neppur vedere!
Mèndola uscì sul pianerottolo per dire a Barabba di correre a casa Sganci.
- Ci vogliono denari, - disse piano tornando indietro.
- Avete sentito il sagrestano? Le spese chi le fa?
La zia Macrì finse di non udire, discorrendo sottovoce colla Cirmena:
- Povera Bianca!...
in quello stato! Quanti mesi sono? lo sapete?...
- Sette...
devono esser sette...
Insomma un affar serio!...
Il marchese Limòli, che discuteva insieme a Mèndola e a Barabba sui preparativi del funerale conchiuse:
- Io inviterei l'Arciconfraternita dei Bianchi trattandosi di una persona di riguardo...
- Sicuro...
Bisogna far le cose con decoro...
senza risparmio!...
Ma ciascuno vogava al largo quando si parlava di anticipare un baiocco.
Nella camera del morto durava intanto il contrasto fra la moglie del sagrestano, che voleva farne uscire don Ferdinando, e lui che si ostinava a rimanere: come un guaiolare di cagnuolo, e la voce aspra della zia Grazia, la quale strillava:
- Madonna santa! non capite proprio nulla?...
Siete un ragazzo tale e quale! Il mio ragazzo avrebbe più giudizio di voi, guardate!
E tutt'a un tratto, in mezzo al crocchio dei parenti che discorrevano sottovoce, si vide capitare don Ferdinando strascicando le gambe, coi capelli arruffati, la camicia aperta, il viso di un cadavere anch'esso, recando uno scartafaccio che andava mostrando a tutti quanti:
- Ecco il privilegio!...
Il diploma del Re Martino...
Bisogna metterlo nell'iscrizione mortuaria...
Bisogna far sapere che noi abbiamo diritto di esser seppelliti nelle tombe reali...
una cum regibus! Ci avete pensato alle bandiere collo stemma? Ci avete pensato al funerale?
- Sì, sì, non dubitate...
Come ciascuno evitava di impegnarsi direttamente, voltandogli le spalle, don Ferdinando andava dall'uno all'altro biascicando, colle lagrime agli occhi:
- Una cum regibus!...
Il mio povero fratello!...
Una cum regibus!...
- Va bene, va bene, - gli rispose il marchese Limòli.
- Non ci pensate.
Il barone Mèndola, che era stato a confabulare con della gente, fuori sul pianerottolo, rientrò gesticolando:
- Signori miei!...
se sapeste!...
Casco dalle nuvole!...
- Zitto! - gli fece segno il marchese, - zitto! Che cos'è adesso?...
Nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto; delle voci affannose e supplichevoli; un tramenìo come di gente in lotta; grida deliranti di dolore e di collera; poscia un urlo che fece trasalire tutti quanti.
L'uscio fu sbatacchiato con impeto, e ne uscì all'improvviso il marchese stravolto.
Un momento dopo si affacciò la zia Macrì gridando:
- Un medico! Presto! presto!
Giungevano allora altri parenti in processione, compunti coi guanti neri.
In mezzo al rumore delle seggiole smosse la zia Macrì tornò a gridare:
- Presto! un medico! presto!
IV
"Se agglomerate cerimonie tema non forman delle mie verghe non ne traligna l'ossequio.
Sì che sorgenti men fallaci e più stabili le sole preci ne reputo.
Il favor di un vostro sguardo è quel che anelo, e lo ambisco mercé delle melenzose mie riga.
L'ore 7 del 17.
" Barone Antonino Rubiera."
- Sicuro! - aggiunse mastro Titta che stava sull'uscio del palchetto, mentre donna Fifì compitava la letterina.
- Me l'ha data lui stesso, il baronello, per consegnarla di nascosto alla prima donna.
Ma, per carità! Son padre di famiglia!...
Non mi fate perdere il pane.
Donna Fifì, gialla dalla bile, non rispose neppure.
Di nascosto, dietro il parapetto, spiegazzava la lettera con mano febbrile.
Indi la passò alla mamma che balbettava.
- Ma sentiamo...
Cosa dice?...
- Me ne vo, - riprese il barbiere umilmente.
- Torno sul palcoscenico perché adesso lei ammazza il primo amoroso, e devo pettinarla coi capelli giù per le spalle...
Mi raccomando, donna Fifì!...
Non mi tradite!...
- Ma che dice? - ripeté la mamma.
Nicolino cacciò il capo fra di loro, e si buscò una pedata.
Agli strilli accorse don Filippo, che stava passeggiando nel corridoio, perché il palco era pieno zeppo.
- Che c'è?...
Al solito! Facciamo ribellare tutto il teatro...
soltanto noi!...
Canali cacciò anche lui il capo dentro il palchetto.
- State attenti! Ora c'è la scena in cui s'ammazzano!...
- Magari! - borbottò fra i denti Fifì.
- Eh? Che cosa?
- Nulla.
Fifì ha mal di capo, - rispose don Filippo.
Quindi piano alla moglie: - Si può sapere che cosa c'è?
- Si soffoca! - aggiunse Canali.
- Mi fate un po' di posto?...
Guardate lassù!...
quanta gente! Quasi quasi mi metto in maniche di camicia.
C'era una siepe di teste.
Dei contadini ritti in piedi sulle panche della piccionaia, che si tenevano alle travi del soffitto per guardar giù in platea; dei ragazzi che si spenzolavano quasi fuori della ringhiera, come stessero a rimondar degli ulivi; una folla tale che la signora Capitana, nel palco dirimpetto, minacciava di svenirsi ogni momento, colla boccetta d'acqua d'odore sotto il naso.
- Perché non si fa slacciare dal Capitan d'Arme? - disse Canali che aveva di tali uscite.
Il barone Mèndola, il quale stava facendo visita a donna Giuseppina Alòsi nel palco accanto, si voltò colla sua risata sciocca che si udiva per tutta la sala.
Donna Giovannina si fece rossa.
Mita sgranò tanto d'occhi, e la mamma spinse Canali fuori dell'uscio.
Poi disse a Fifì:
- Bada! La Capitana ti guarda col cannocchiale!...
- No! Non guarda me! - rispose lei facendo una spallata.
- Ne volete sentire una nuova? - seguitò il barone ostinandosi a cacciare il capo nel vano dell'uscio.
- C'è un casa del diavolo, dalla Capitana!...
Fa sorvegliare la locanda dov'è alloggiata la prima donna!...
Suo marito stesso, poveretto!...
Pare che ne abbia scoperto delle belle!...
- Il Capitan d'Arme, seccato, fu costretto a rimbeccargli: - Perché non badate a quel che succede in casa vostra, caro collega?
- Ehm! ehm! - tossì don Filippo gravemente.
Dalla platea intimarono pure silenzio, giacché s'alzava il sipario.
Donna Bellonia allora cavò fuori gli occhiali per leggere il biglietto, dietro le spalle di Fifì.
- Ma che dice? Io non ci capisco niente!...
- Ah, non capite?...
Non me ne ha scritta mai una così bella!...
l'infame! il traditore!...
Il fatto è che Ciolla, il quale si piccava di letteratura, ci s'era stillata la quintessenza del cervello, chiusi tutti e due a quattr'occhi col baronello nella retrobottega di Giacinto.
Don Filippo tornò a domandare:
- Ma che c'è? Si può sapere?
- Ssst!!! - zittirono dalla platea.
Si sarebbe udita volare una mosca.
La prima donna, tutta bianca fuorché i capelli, sciolti giù per le spalle, come l'aveva pettinata mastro Titta, faceva accapponar la pelle a quanti stavano a sentirla.
Alcuni, dall'ansia, s'erano anche alzati in piedi, malgrado le proteste di quelli ch'erano seduti dietro e non vedevano niente.
Lo stesso Canali, commosso, si soffiava il naso come una tromba.
- Guardate! guardate!...
adesso!...
"Io!...
io stessa!...
con questa destra che tu impalmasti, giurandomi eterna fé!..."
L'amoroso, un mingherlino che lei si sarebbe messo in tasca, indietreggiava a passi misurati, con una mano sul giustacuore di velluto, e l'altra, in atto di orrore, fra i capelli arricciati.
- Non ci reggo, no! - borbottò Canali.
E scappò via, giusto nel momento che risuonavano gli applausi.
- Che comica, eh? Che talento? - esclamò don Filippo smanacciando lui pure.
- Peste!...
maleducato!...
Nicolino impaurito sgambettava e cacciavasi verso l'uscio a testa in giù, strillando che voleva andarsene.
Un terremoto giù in platea.
Tutti in piedi, vociando e strepitando.
La prima donna ringraziava di qua e di là, dimenando i fianchi, saettando il collo a destra e a sinistra al pari di una testuggine, mandando baci e sorrisi a tutti quanti sulla punta delle dita, colle labbra cucite dal rossetto, il seno che le scappava fuori tremolante ad ogni inchino.
- Sangue di!...
corpo di!...
- esclamò Canali che era tornato ad applaudire.
- Son maritato!...
son padre di famiglia!...
Ma farei uno sproposito!...
- Papà mio! papà mio! - proruppe allora donna Fifì, scoppiando a piangere addosso al genitore.
- Se mi volete bene, papà mio, fatemi bastonare a dovere quella sgualdrina!...
- Eh?...
- balbettò don Filippo rimasto a bocca aperta e con le mani in aria.
- Che ti piglia adesso?
Donna Bellonia, Mita, Giovannina, tutte insieme si alzarono per calmare Fifì, circondandola, spingendola in fondo, verso l'uscio, per nasconderla.
Nei palchi dirimpetto, giù in platea, vi fu un ondeggiare di teste, delle risate, dei curiosi che appuntavano il cannocchiale verso il palchetto dei Margarone.
Don Filippo, onde far cessare lo scandalo, si mise in prima fila, insieme a Nicolino, appoggiandosi al parapetto, salutando le signore col sorriso a fior di labbra, mentre borbottava sottovoce:
- Stupida!...
Tuo fratello, così piccolo, ha più giudizio di te, guarda!...
Anche nel palco accanto si udiva un tramenìo.
La signora Alòsi tutta affaccendata, con la boccettina d'acqua d'odore in mano, e il barone Mèndola voltando la schiena al teatro, scuotendo per le braccia un ragazzetto bianco al par della camicia, abbandonato sulla seggiola.
- Gli è venuto male al piccolo La Gurna...
- disse il barone Mèndola dal palco di donna Giuseppina.
- Capisce come uno grande!...
Una seccatura!
- Come la mia Fifì...
or ora!...
Benedetti ragazzi! Pigliano tutto sul serio!...
Il fanciullo, pallido, con grandi occhi intelligenti e timidi, guardava ancora la scena a sipario calato.
Donna Giuseppina, dopo che il nipotino si fu riavuto alquanto, offrì per cortesia la sua boccetta d'odore ai Margarone.
Don Filippo seguitò a brontolare sottovoce:
- Tale e quale come il ragazzo La Gurna che ha sett'anni!...
Vergogna!...
Non mi ci pescate più, parola d'onore!
Ma tacque vedendo entrare Mèndola che veniva a far visita, vestito in gala, colla giamberga verde bottiglia, i calzoni fior di pomo, soltanto il corvattone nero pel lutto del cugino Trao.
Andava così facendo visite da un palco all'altro, per non pagare il posto.
- Non vi scomodate...
un posticino...
in un cantuccio...
Voi, Canali, potete andare da donna Giuseppina, qui accanto, che non c'è nessuno!...
No, no, in verità, nessuno!...
Sarino, il suo figliuoletto, quello alto quanto il ventaglio, sapete la canzone?...
e Corradino La Gurna, il ragazzo della zia Trao...
Donna Giuseppina lo conduce dove va per servirle di paravento...
quando aspetta certe visite...
capite? L'hanno mandato apposta da Siracusa per romperci le tasche!...
- Poscia, appena Canali se ne fu andato: - Ora arriva anche Peperito!...
Non mi piace giuocare a tressetti!...
- E ammiccò chiudendo un occhio.
Nessuno gli rispose.
Allora vedendo quei musi lunghi, ripigliò, cambiando tono:
- Che produzione, eh? La donna specialmente!...
M'ha fatto piangere come un bambino!
- Anche qui! anche qui! - rispose don Filippo, fingendo di volgerla in burletta.
- Ah, donna Fifì?...
Allegramente, ché adesso, al terz'atto, fanno pace fra di loro.
Lui è ferito soltanto.
Lo salva una ragazza che l'ama di nascosto, e viceversa poi si scopre esser sua sorella di latte...
Una produzione che fu replicata due sere di seguito a Caltagirone...
Ohi! ohi!...
cos'è adesso?
Il Capitan d'Arme, dal palco dirimpetto, credendo di non esser visto, dietro le spalle della Capitana, faceva segno verso di loro col fazzoletto bianco, fingendo di soffiarsi il naso.
Mèndola nel voltarsi sorprese pure donna Giovannina col fazzoletto al viso.
Ella abbassò subito gli occhi e si fece rossa come un peperone.
- Ah! ah!...
Sicuro! Una bella compagnia! Fortuna che sia capitata da queste parti! La prima donna specialmente!...
Sta lì, di faccia a casa mia, nella locanda di Nanni Ninnarò.
Bisogna vedere ogni sera, dopo la recita!...
- E terminò la frase all'orecchio di don Filippo, il quale rispose: - Ehm!...
ehm!...
- Ti dò uno sgrugno, - minacciò intanto la mamma sottovoce, mangiandosi cogli occhi Giovannina.
- Ti fo venire adesso il raffreddore!...
- Sicuro! - riprese il barone ad alta voce perché non capissero le ragazze.
- Padrone del campo veramente è il padre nobile, quello che avete visto col barbone bianco.
Finta che litigano ogni sera sul palcoscenico...
Ma poi, a casa, bisogna vedere!...
Non vi dico altro! Ho fatto un buco apposta nell'impannata del granaio che guarda appunto in camera sua.
Però ci sono gli avventizî, i devoti spiccioli, capite? quelli che vanno a portare la loro offerta...
Il figlio del notaro Neri ha saccheggiato la dispensa, nel tempo che suo padre era fuggiasco...
salsicciotti, reste di fichi secchi, pezze intere di cacio...
Portava ogni giorno qualcosa in tasca...
Ohi! ohi!...
La signora Capitana si disponeva ad andarsene prima del tempo.
In piedi, sul davanti del palchetto, aveva tolto con mal garbo il guardaspalle al Capitan d'Arme, e l'aveva dato al tenente, il quale glielo accomodava sugli omeri nudi in barba al suo superiore, adagio adagio, facendo il comodo suo, senza curarsi di tutti quegli occhi che avevano addosso.
Don Bastiano Stangafame dall'altro lato, col ventaglio in mano, e il marito, pacifico, che guardava e taceva.
Mèndola diede una gomitata a Margarone, e tutti e due si misero a guardare in aria, grattandosi il mento.
Canali osservò dal palco accanto:
- Un po' per uno, non fa male a nessuno!...
- Badate a voi piuttosto!...
badate!...
- Sì, sì, l'ho visto venire...
Adesso scappo, prima che giunga il cavaliere...
S'imbatté col Peperito giusto sull'uscio del corridoio.
- Oh, cavaliere!...
Beato chi vi vede! S'era inquieti da queste parti...
parola d'onore!...
- Perché? - balbettò Peperito facendosi rosso.
- Così...
Una produzione come questa che fa correre tutto il paese...
Si diceva...
come va che il cavaliere?...
Peperito esitò alquanto, cercando la risposta, non sapendo se dovesse mettersi in collera, e poi gli sbatté l'uscio sul muso.
- Ora fanno il quadro degli innocenti! - soggiunse Canali ridendo.
- Vado in platea per vederlo di laggiù.
- Allegramente, donna Fifì! - disse poi Mèndola.
- Non vi sono né morti né feriti!...
Se non arriviamo a farvi ridere in nessun modo, vuol dire...
In quella si udì nel corridoio un fruscìo di seta, e un rumore di sciabole e di speroni.
Donna Giovannina si fece di brace in volto, sentendosi addosso gli occhi della mamma.
La signora Capitana spinse l'uscio del palchetto, e mise dentro la sua testolina riccioluta e sorridente.
- No, no, non vi scomodate.
Son passata un momento a salutarvi.
Un'indecenza questa produzione...
Io me ne vo per non sentir altro...
E il vestito della donna!...
avete visto, nel chinarsi?...
- Eh! eh!...
- rispose don Filippo accennando alle sue ragazze.
- Precisamente! Una mamma non potrà condurre in teatro le figliuole.
- E' giusto! - osservò allora don Filippo.
- Dovrebbe interessarsene l'autorità...
Il tenente, che le cortesie della signora Capitana avevano messo in vena, aggiunse:
- Io sono l'autorità.
Ora corro sul palcoscenico per vedere s'è quel che dico io...
Voglio toccare con mano come san Tommaso!
Ma nessuno rise.
Solo la Capitana, dandogli un colpetto sul braccio, si chinò sorridendo all'orecchio di donna Bellonia per confidarle ciò che affermava il tenente: - Io dico di no, invece.
Guardate donna Giovannina...
E' grassa quasi quanto la prima donna, eppure non si vede...
Un po'...
sì...
da vicino...
forse pel busto che stringe troppo...
- Graziosissimo!...
- borbottò il Capitan d'Arme dal corridoio.
- Elegantissimo!...
Zacco, che giungeva allora, al vedere gli uniformi stava per tornare indietro, tanta la paura che gli era rimasta da quell'affare della Carboneria.
Ma poi si fece animo, per non destar sospetti, e andò a stringere la mano a tutti quanti, sorridendo, giallo come un morto.
- Vengo dalla cugina Trao.
E' ancora in casa del fratello, poverina! Non si può muovere!...
Ha voluto partorire proprio a casa sua!...
Io non ne sapevo nulla, giacché sono stato in campagna per badare ai miei interessi.
- Ma che aspettano a battezzare cotesta bambina! - chiese Margarone.
- L'arciprete Bugno fa un casa del diavolo per quell'anima innocente che corre rischio d'andare al limbo.
Allora prese la parola il Capitano Giustiziere.
- Aspettano il rescritto di Sua Maestà, Dio guardi...
Un'idea del marchese Limòli, per far passare il nome dei Trao ai collaterali, ora che sta per estinguersi la linea mascolina...
Le carte furono nelle mie mani...
- Sì, una gran famiglia...
una gran casa, - aggiunse la signora Capitana.
- Ci andai per far visita a donna Bianca.
Ho visto anche la bambina...
un bel visetto.
- Benissimo! - conchiuse Zacco.
- Così mastro-don Gesualdo ci ha guadagnato che neppur la sua figliuola è roba sua.
La barzelletta fece ridere.
Canali che tornava colle tasche piene di bruciate, volle che gliela ripetessero.
- Buona sera! buona sera! Non voglio stare a sentire altro! - esclamò la Capitana tutta sorridente, tappandosi le orecchie con le manine inguantate.
- No...
me ne vo...
davvero!...
Erano tutti nel corridoio: donna Fifì masticando un sorriso fra i denti gialli; Nicolino dietro a Canali il quale distribuiva delle bruciate; anche donna Giuseppina Alòsi aveva aperto l'uscio del suo palco, per non dar campo alle male lingue.
Solo donna Giovannina era rimasta al suo posto inchiodata dal viso arcigno della mamma.
Don Ninì che veniva di nascosto per non destar i sospetti della fidanzata vestito di nero, con un mazzolino di rose in mano, rimase un po' interdetto trovando tanta gente nel corridoio.
Donna Fifì gli rivolse un'occhiataccia, e tirò sgarbatamente per un braccio il fratellino che gli si arrampicava addosso onde frugargli nelle tasche.
Il Capitano d'Arme accarezzò il ragazzo, e disse guardando nel palco dei Margarone con certi occhi arditi:
- Che bel fanciullo!...
tanto simpatico!...
Una bella famiglia!...
Donna Fifì gli rispose con un sorriso civettuolo, proprio sotto gli occhi del fidanzato.
La Capitana rise agro anche lei; guardò donna Giovannina che aveva gli occhi lucenti, e siccome Peperito stava accarezzando Corradino La Gurna per far la corte a donna Giuseppina, dicendo che aveva un'aria distinta, tutta l'aria dei Trao, la Capitana aggiunse, colla vocina melata:
- E' sorprendente l'aria di famiglia che c'è fra di loro.
Avete visto come somiglia a don Ninì la bambina di donna Bianca?
- Che diavolo! - le borbottò all'orecchio Canali.
- Che storie andate pescando!...
Successero alcuni istanti di silenzio imbarazzante.
Zacco se ne andò canterellando.
Canali annunziò che stava per cominciare l'ultimo atto.
Ci fu uno scambio di baci e di sorrisi pungenti fra le signore; e donna Fifì si lasciò andare anche a stringere la mano che il Capitano le stendeva alla moda forestiera, con un molle abbandono.
- Via, entrate un momento, - disse donna Bellonia al baronello.
- Vi metterete in fondo al palco, insieme a Fifì, giacché siete in lutto.
Nessuno vi vedrà.
Levati di lì, Giovannina.
- Sempre così! - borbottò costei ch'era furiosa contro la sorella.
- Mi tocca sempre cedere il posto, a me!...
- Mamma...
lascialo andare...
s'è in lutto!...
La commedia potrà vederla dal palcoscenico!...
- sogghignò Fifì.
- Io?...
Ma essa gli volse le spalle.
Mèndola s'era ficcato nel palco prima di tutti gli altri, per veder la scena che aveva detto lui, e faceva la spiegazione a ogni parola.
- State attenti!...
Ora si scopre che la sorella di latte è figlia di un altro...
- Son cose che succedono! - osservò Canali dall'uscio.
- Zitto! zitto! cattiva lingua!
Tutti gli occhi, anche quelli delle ragazze, si rivolsero al baronello, il quale finse di non capire.
- Se vi seccate!...
- borbottò donna Fifì, - giacchè state lì come un grullo...
volete andarvene?...
- Io?...
- Ecco!...
- Interruppe Mèndola trionfante.
- Ecco!...
capite?
- Son maritato!...
- tornò a dire Canali.
- Son padre di famiglia...
Ma farei volentieri uno sproposito per la prima donna!...
Anche il nome ha bello!...
Aglae...
- Agli...
porri!...
che nome!...
- sogghignò il barone Mèndola.
- Io non saprei come fare...
a tu per tu!...
Don Filippo tagliò corto.
- E' un'artistona...
una prima donna di cartello...
Allora si capisce...
- Sicuro, - si lasciò scappare incautamente don Ninì per dire qualche cosa.
- Ah!...
Piace anche a voi?...
- Certamente...
cioè...
voglio dire...
- Dite, dite pure!...
Già lo sappiamo!...
Mèndola fiutò la burrasca e si alzò per svignarsela: - Il resto lo so.
Buona sera.
Con permesso, don Filippo.
Sentite, Canali...
Per disgrazia la prima donna che doveva tenere gli occhi rivolti al cielo nel declamare: "S'è scritto lassù...
dal Fato..." si trovò a guardare nel palco dei Margarone.
Donna Fifì allora non seppe più frenarsi:
- Già, lo sappiamo! Le agglomerate cerimonie!...
le melenzose riga!...
- Io?...
le melenzose?...
Ma lei scattò inferocita, quasi volesse piantargli i denti in volto:
- Ci vuole una faccia tosta!...
Sissignore! la lettera con le melenzose!...
eccola qua!...
- e gliela fregò sotto il naso, scoppiando a piangere di rabbia.
Don Ninì da prima rimase sbalordito.
Indi scattò su come una furia, cercando il cappello.
Sull'uscio s'imbatté in don Filippo, che accorreva al rumore.
- Siete uno stupido!...
un imbecille!...
La bella educazione che avete saputo dare a vostra figlia!...
Grazie a Dio, non ci metterò più i piedi a casa vostra!
E partì infuriato sbatacchiando l'uscio.
Don Filippo che era rimasto a bocca aperta, appena il baronello se ne fu andato, si cacciò nel palchetto, sbraitando contro la moglie alla sua volta:
- Siete una stupida!...
Non avete saputo educare le figliuole!...
Vedete cosa mi tocca sentirmi dire!...
Non dovevate portarmelo in casa quel facchino!...
La rottura fece chiasso.
Dopo cinque minuti non si parlava d'altro in tutto il teatro.
Poco mancò che la produzione non terminasse a fischi.
Il capocomico se la prese colla prima donna, che lo guastava con le prime famiglie del paese.
Ma lei giurava e spergiurava di non conoscerlo neanche di vista, quel barone, e gliene importava assai di lui.
L'udirono mastro Cosimo il falegname e quanti erano sul palcoscenico.
Don Ninì furibondo andò subito il giorno dopo a cercare Ciolla, il quale se ne stava pei fatti suoi, dopo quelle ventiquattr'ore passate in Castello sottochiave.
- Bella figura m'avete fatto fare colle vostre melenzose!...
La sa a memoria tutto il paese la vostra lettera!...
- Ebbene? cosa vuol dire? Segno ch'è piaciuta, se la sanno tutti a memoria!
- E' piaciuta un corno! Lei dice che gliene importa assai di me!
- Oh! oh!...
E' impossibile!...
La lettera avrebbe sfondato un muro! Vuol dire che la colpa è vostra, don Ninì...
Non parlo del vostro fisico...
Bisognava accompagnarla con qualche regaluccio, caro barone! La polvere spinge la palla! Credevate di far colpo per la vostra bella faccia?...
con due baiocchi di carta rasata?...
Giacché a me non mi avete dato nulla, veh!...
Invano gli amici e i parenti tentarono d'intromettersi onde rappattumare i fidanzati.
La mamma ripeteva: - Che vuoi farci?...
Gli uomini!...
Anche tuo padre!...
- Don Filippo la pigliava su un altro tono: - Sciocchezze...
scappatelle di gioventù!...
Fu l'occasione...
la novità...
Le prime donne non vengono mica ogni anno...
Sei una Margarone alla fin fine! Lui non cambia certo una Margarone con una comica! Poi, se perdono io che sono offeso maggiormente!...
Ma donna Fifì non si placava.
Diceva che non voleva saperne più di colui, uno sciocco, un avaraccio, il barone Melenzose!...
Se mai, non le sarebbe mancato un pretendente cento volte meglio di lui...
Andava scorbacchiandolo con tutti, amiche e parenti.
Don Ninì dalla rabbia avrebbe fatto non so che cosa.
Giurava che voleva spuntarla ad ogni costo, ed avere la prima donna, non fosse altro per dispetto.
- Ah! gliela farò vedere a quella strega! La polvere spinge la palla!...
E mandò a regalare salsicciotti, caciocavallo, un bottiglione di vino.
Empirono la tavola della locanda.
Non si parlava d'altro in tutto il paese.
Il barone Mèndola narrava che ogni sera si vedevano le Nozze di Cana dal suo buco.
Regali sopra regali, tanto che la baronessa dovette nascondere la chiave della dispensa.
Mastro Titta venne a dire infine a don Ninì:
- Non resiste più, vossignoria! Ha perso la testa, la prima donna.
Ogni sera, mentre sto a pettinarla, non mi parla d'altro.
- Se mi fa avere la soddisfazione che dico io!...
Sotto gli occhi medesimi di donna Fifì voglio avere la soddisfazione! Voglio farla morir tisica!
Fu una delusione il primo incontro.
La signora Aglae faceva una parte di povera cieca, e aveva il viso dipinto al pari di una maschera.
Nondimeno lo accolse come una regina nel bugigattolo dove c'era un gran puzzo di moccolaia e lo presentò a un omaccione, il quale stava frugando dentro il cassone, in maniche di camicia, e non si voltò neppure.
- Il barone Rubiera, distinto cultore...
Il signor Pallante celebre artista.
Poi volse un'occhiata alla schiena del celebre artista che continuava a rovistare brontolando, un'altra più lunga a don Ninì, e soggiunse a mezza voce:
- Lo conoscevo di già!...
Lo vedo ogni sera...
in platea!
Egli invece stava per scusarsi che in teatro non era venuto a causa del lutto; ma in quella si voltò il signor Pallante colle mani sporche di polvere, il viso impiastricciato anche lui, e una vescica in testa dalla quale pendevano dei capelli sudici.
- Non c'è, - disse con un vocione che sembrava venire di sotterra.
- Te l'avevo detto!...
accidenti! - E se ne andò brontolando.
Ella guardò intorno in aria di mistero, colle pupille stralunate in mezzo alle occhiaie nere; andò a chiudere l'uscio in punta di piedi, e poscia si voltò verso il giovane, con una mano sul petto, un sorriso pallido all'angolo della bocca.
- E' strano come mi batte il cuore!...
No...
non è nulla...
sedete.
Don Ninì cercò una sedia, colla testa in fiamme, il cuore che gli batteva davvero.
Infine si appollaiò sul baule, cercando qualche frase appropriata, che facesse effetto, mentre lei bruciava un pezzettino di sughero alla fiamma del lume a olio che fumava.
Sopraggiunse un'altra visita, Mommino Neri, il quale trovando lì Rubiera diventò subito di cattivo umore, e non aprì bocca, appoggiato allo stipite, succhiando il pomo del bastoncino.
La signora Aglae teneva sola la conversazione: un bel paese...
un pubblico colto e intelligente...
bella gioventù anche...
- Buona sera, - disse Mommino.
- Ve ne andate, di già?...
- Sì...
Non potrete muovervi qui dentro...
Siamo in troppi...
Don Ninì lo accompagnò con un sogghigno, continuando a suonare la gran cassa sul baule colle calcagna.
Ella se ne avvide e alzò le spalle, con un sorriso affascinante, sospirando quasi si fosse levato un peso dallo stomaco.
Il baronello gongolante incominciò.
- Se sono d'incomodo anch'io...
- E cercò il cappello che aveva in mano.
- Oh no!...
voi, no! - rispose lei con premura, chinando il capo.
- Si può? - chiese la vocetta fessa del tirascene dietro l'uscio.
- No! no! - ripeté la signora Aglae con tal vivacità quasi fosse stata sorpresa in fallo.
- Si va in scena! - aggiunse il vocione del signor Pallante.
- Spicciati!
Allora essa, levando verso don Ninì il viso rassegnato, con un sorriso triste:
- Lo vedete!...
Non ho un minuto di libertà!...
Sono schiava dell'arte!...
Don Ninì colse la palla al balzo: L'arte...
una bella cosa!...
Era il suo regno...
il suo altare!...
Tutti l'ammiravano!...
dei cuori che faceva battere!...
- Ah! sì!...
Le ho data tutta me stessa...
Me le son data tutta!...
E aprì le braccia, voltandosi verso di lui, con tale abbandono, come offrendosi all'arte, lì su due piedi, che don Ninì balzò giù dal cassone.
- Badate! - esclamò lei a bassa voce, rapidamente.
- Badate!...
Aveva le mani tremanti, che stese istintivamente verso di lui, quasi a farsene schermo.
Poi si fregò gli occhi, reprimendo un sospiro, e balbettò come svegliandosi:
- Scusate...
Un momento...
Devo vestirmi...
E un sorriso malizioso le balenò negli occhi.
Quel seccatore di Mommino Neri era ancor lì, appoggiato a una quinta, che discorreva col signor Pallante, già vestito da re, colla zimarra di pelliccia e la corona di carta in testa.
Stavolta toccò a don Ninì di farsi scuro in viso.
Ella, come lo sapesse, socchiuse di nuovo l'uscio, sporgendo il braccio e l'omero nudi:
- Barone, se aspettate alla fine dell'atto...
quei versi che desiderate leggere li ho lì, in fondo al baule.
No! nessuna donna gli aveva data una gioia simile, una vampata così calda al cuore e alla testa: né la prima volta che Bianca gli s'era abbandonata fra le braccia, trepidante; né quando una Margarone aveva chinato il capo superbo, mostrandosi insieme a lui, in mezzo al mormorìo che suscitavano nella folla.
Fu un vero accesso di pazzia.
Buccinavasi persino che onde farle dei regali si fosse fatto prestare dei denari da questo e da quello.
La baronessa, disperata, fece avvertire gli inquilini di non anticipare un baiocco al suo figliuolo se no l'avevano a far con lei.
- Ah!...
ah!...
vedranno! Mio figlio non ha nulla.
Io non pago di certo!...
C'erano state scene violente fra madre e figlio.
Lui ostinato peggio d'un mulo, tanto più che la signora Aglae non gli aveva lasciato neppur salire la scala della locanda.
Infine gli aveva detto il perché, una sera, al buio lì sulla soglia mentre Pallante era salito avanti ad accendere il lume:
- E' geloso!...
Son sua!...
sono stata sua!...
Ed aveva confessato tutto, a capo chino, con la bella voce sonora soffocata dall'emozione.
Egli, un gran signore diseredato dal genitore a causa di quella passione sventurata, aveva amata a lungo, pazzamente, disperatamente: uno di quegli amori che si leggono nei romanzi; si era dato all'arte per seguirla; aveva sofferto in silenzio; aveva implorato, aveva pianto...
Infine una sera...
come allora...
ancora tutta fremente e palpitante delle emozioni che dà l'arte...
la pietà...
il sacrificio...
non sapeva ella stessa come...
mentre il cuore volava lontano...
sognando altri orizzonti...
altro ideale...
Ma dopo, mai più!...
mai più!...
S'era ripresa!...
vergognosa...
pentita...
implacabile...
Egli che l'amava sempre, come prima...
più di prima...
alla follia...
era geloso: geloso di tutto e di tutti, dell'aria, del sogno, del pensiero...
di lui pure, don Ninì!...
- Ohè! - si udì il vocione di su la scala.
- Li vuoi fritti o al pomodoro?
Sul viso di lei, dolcemente velato dalla semi-oscurità, errò un sorriso angelico.
- Vedete?...
Sempre così!...
Sempre la stessa devozione!...
Ciolla che era il confidente di don Ninì gli disse poi:
- Come siete sciocco! Quello lì è un...
pentolaccia! Si pappano insieme la roba che mandate voi e il figlio di Neri.
Infatti aveva incontrato spesso Mommino sul palcoscenico, ed anche dinanzi all'uscio della locanda, su e giù come una sentinella.
Mommino adesso era tutto gentilezze e sorrisi per lui.
Quando gli parve proprio di farci una figura sciocca, montò in collera.
- Ah!...
tu lo vuoi? - gli diss'ella infine con accento febbrile.
- Ebbene...
ebbene...
Se non c'è altro mezzo di provarti quanto io t'amo...
Giacché bisogna perdermi ad ogni costo...
stasera...
dopo la mezzanotte!...
Un odore di stalla, in quella scaletta buia, cogli scalini unti e rotti da tutti gli scarponi ferrati del contado.
Lassù in cima, un fil di luce, e una figura bianca, che gli si offrì intera, bruscamente, con le chiome sparse.
- Tu mi vuoi...
baiadera...
odalisca?...
C'erano dei piatti sudici sulla tavola, un manto di damasco rabescato sul letto, dei garofani e un lume da notte acceso sul canterano, dinanzi a un quadrettino della Vergine, e un profumo d'incenso che svolgevasi da un vasetto di pomata il quale fumava per terra.
All'uscio che metteva nell'altra stanza era inchiodato un bellissimo sciallo turco, macchiato d'olio; e dietro lo sciallo turco udivasi il signor Pallante che russava sulla sua gelosia.
Essa, spalancando quegli occhi neri che illuminavano la stanza, mise un dito sulle labbra, e fece segno a Rubiera d'accostarsi.
"Insomma l'ha stregato!" scriveva il canonico Lupi a mastro-don Gesualdo proponendogli di fare un grosso mutuo al baronello Rubiera.
"Don Ninì è pieno di debiti sino al collo, e non sa più dove battere il capo...
La baronessa giura che sinchè campa lei non paga un baiocco.
Ma non ha altri eredi, e un giorno o l'altro deve lasciargli tutto il suo.
Come vedete, un buon affare, se avete coraggio..."
"Quanto?" rispose mastro-don Gesualdo.
"Quanto gli occorre al baronello Rubiera? S'è una cosa che si può fare son qua io."
Più tardi, come si seppe in paese della grossa somma che don Gesualdo aveva anticipata al barone Rubiera, tutti gli davano del matto, e dicevano che ci avrebbe persi i denari.
Egli rispondeva con quel sorriso tutto suo:
- State tranquilli.
Non li perdo i denari.
Il barone è un galantuomo...
e il tempo è più galantuomo di lui.
Dice bene il proverbio che la donna è causa di tutti i mali! Commediante poi!
V
Don Ninì aveva sperato di tenere segreto il negozio.
Ma sua madre da un po' di tempo non si dava pace, vedendolo così mutato, dispettoso, sopra pensieri, col viso acceso e la barba rasa ogni mattina.
La notte non chiudeva occhio almanaccando dove il suo ragazzo potesse trovare i denari per tutti quei fazzoletti di seta e quelle boccettine d'acqua d'odore.
Gli aveva messi alle calcagna Rosaria ed Alessi.
Interrogava il fattore e la gente di campagna.
Teneva sotto il guanciale le chiavi del magazzino e della dispensa.
Come le parlasse il cuore, poveretta! Il cugino Limòli era arrivato a indicarle la signora Aglae che scutrettolava tutta in fronzoli.
- La vedete? è quella lì.
Che ve ne sembra, eh, di vostra nuora? Siete contenta? - Proprio, come le avesse lasciata la jettatura don Diego Trao, morendo!
Nei piccoli paesi c'è della gente che farebbe delle miglia per venire a portarvi la cattiva nuova.
Una mattina la baronessa stava seduta all'ombra della stoia sul balcone, imbastendo alcuni sacchi di canovaccio che Rosaria poi le cuciva alla meglio, accoccolata sullo scalino, aguzzando gli occhi e le labbra perché l'ago non le sfuggisse dalle manacce ruvide voltandosi di tanto in tanto a guardare giù nella stradicciuola deserta.
- E tre! - si lasciò scappare Rosaria vedendo Ciolla che ripassava con quella faccia da usciere, sbirciando la casa della baronessa da cima a fondo, fermandosi ogni due passi, tornando a voltarsi quasi ad aspettare che lo chiamassero.
La Rubiera che seguiva da un pezzetto quel va e vieni, di sotto gli occhiali, si chinò infine a fissare il Ciolla in certo modo che diceva chiaro: Che fate e che volete?
- Benedicite.
- Cominciò ad attaccar discorso lui.
E si fermò su due piedi, appoggiandosi al muro di rimpetto, col cappello sull'occipite e in mano il bastone che sembrava la canna dell'agrimensore, aspettando.
La baronessa per rispondere al saluto gli domandò, facendo un sorrisetto agrodolce:
- Che fate lì? Mi stimate la casa? Volete comprarla?
- Io no!...
Io no, signora mia!...
- Io no! - Tornò a dire più forte, vedendo che lei s'era rimessa a cucire.
Allora la Rubiera si chinò di nuovo verso la stradicciuola, cogli occhiali lucenti, ed entrambi rimasero a guardarsi un momento così, come due basilischi.
- Se volete dirmi qualche cosa, salite pure.
- Nulla, nulla, - rispose Ciolla; e intanto s'avviava verso il portone.
Rosaria tirò la funicella e si mise a borbottare;
- Che vuole adesso quel cristiano? A momenti è ora d'accendere il fuoco.
Ma intanto si udiva lo schiamazzo degli animali nel cortile e i passi di Ciolla che saliva adagio adagio.
Egli entrò col cappello in testa, ossequioso, ripetendo: Deo gratias! Deo gratias! lodando l'ordine che regnava da per tutto in quella casa.
- Non ne nascono più delle padrone di casa come voi, signora baronessa! Ecco! ecco! siete sempre lì, a sciuparvi la vista sul lavoro.
Ne hanno fatta della roba quelle mani!...
Non ne hanno scialacquata, no!
La baronessa che aspettava coll'orecchio teso cominciò ad essere inquieta.
Intanto Rosaria aveva sbarazzato una seggiola del canovaccio che vi era ammucchiato sopra, e stava ad ascoltare, grattandosi il capo.
- Va a vedere se la gallina ha fatto l'uovo, - disse la padrona.
E tornò a discorrere col Ciolla, più affabile del consueto, per cavargli di bocca quel che aveva da dire.
Ma Ciolla non si apriva ancora.
Parlava del tempo, dell'annata, del fermento che aveva lasciato in paese la Compagnia d'Arme, dei guai che erano toccati a lui.
- I cenci vanno all'aria, signora mia, e chi ha fatto il danno invece se la passa liscia.
Benedetta voi che ve ne state in casa, a badare ai vostri interessi.
Fate bene! Avete ragione! Tutto ciò che si vede qui è opera vostra.
Non lo dico per lodarvi! Benedette le vostre mani! Vostro marito, buon'anima!...
via, non parliamo dei morti...
le mani le aveva bucate...
come tutti i Rubiera...
I fondi coperti di ipoteche...
e la casa...
Infine cos'era il palazzetto dei Rubiera?...
Quelle cinque stanze lì?...
La baronessa fingeva d'abboccare alle lodi, dandogli le informazioni che voleva, accompagnandolo di stanza in stanza, spiegandogli dove erano stati aperti gli usci che mettevano in comunicazione il nuovo col vecchio.
Ciolla seguitava a guardare intorno cogli occhi da usciere accennando del capo, disegnando colla canna d'India: - Per l'appunto! quelle cinque stanze lì.
Tutto il resto è roba vostra.
Nessuno può metterci le unghie nella roba vostra finché campate...
Dio ve la faccia godere cent'anni! una casa come questa...
una vera reggia! vasta quanto un convento! Sarebbe un peccato mortale, se riuscissero a smembrarvela i vostri nemici...
ché ne abbiamo tutti, nemici!...
Essa, che si sentiva impallidire, finse di mettersi a ridere: una risata da fargli montar la mosca al naso a quell'altro.
- Cosa? Ho detto una minchioneria? Nemici ne abbiamo tutti.
Mastro-don Gesualdo, esempigrazia!...
Quello non vorrei trovarmelo mischiato nei miei interessi...
Fingeva anche lui di guardarsi intorno sospettoso, quasi vedesse da per tutto le mani lunghe di mastro-don Gesualdo.
- Quello, se si è messo in testa di ficcarvisi in casa...
a poco a poco...
da qui a cent'anni...
come fa il riccio...
La baronessa era tornata sul balcone a prendere aria, senza dargli retta, per cavargli di bocca il rimanente.
Egli nicchiò ancora un poco, disponendosi ad andarsene, cavandosi il cappello per darvi una lisciatina, cercando la canna d'India che aveva in mano, scusandosi delle chiacchiere colle quali le aveva empito la testa sino a quell'ora.
- Che avete da fare, eh? Dovete vestirvi per andare al battesimo della figliuola di don Gesualdo? Sarà un battesimo coi fiocchi...
in casa Trao!...
Vedete dove va a ficcarsi il diavolo, che la bambina di mastro-don Gesualdo va proprio a nascere in casa Trao!...
Ci saranno tutti i parenti...
una pace generale...
Siete parente anche voi...
La baronessa continuava a ridere, e Ciolla le teneva dietro, tutti e due guardandosi in viso, cogli occhi soli rimasti serii.
- No? Non ci andate? Avete ragione! Guardatevi da quell'uomo! Non vi dico altro! Vostro figlio è una bestia!...
Non vi dico altro!...
- Mio figlio ha la sua roba ed io ho la mia...
Se ha fatto delle sciocchezze mio figlio pagherà, se può pagare...
Io no però! Pagherà lui, col fatto suo, con quelle cinque stanze che avete visto...
Non ha altro, per disgrazia...
Ma io la mia roba me la tengo per me...
Son contenta che mio figlio si diverta...
E' giovane...
Bisogna che si diverta...
Ma io non pago, no!
- Quello che dicono tutti.
Mastro-don Gesualdo crede d'essere furbo.
Ma stavolta, se mai, ha trovato uno più furbo di lui.
Sarebbe bella che gli mantenesse l'amante a don Ninì!...
Gli parrebbe di fare le sue follie di gioventù anche lui!...
La baronessa, dal gran ridere, andava tenendosi ai mobili per non cadere.
- Ah, ah!...
questa è bella!...
Questa l'avete detta giusta, don Roberto!...
- Ciolla le andava dietro fingendo di ridere anche lui, spiandola di sottecchi, indispettito che se la prendesse così allegramente.
Ma Rosaria, mentre veniva a pigliar la tela, vide la sua padrona così pallida che stava per chiamare aiuto.
- Bestia! Cosa fai? Perché rimani lì impalata? Accompagna don Roberto piuttosto! - Così Ciolla si persuase ad andarsene finalmente, sfogandosi a brontolare colla serva:
- Com'è allegra la tua padrona! Ho piacere, sì! L'allegria fa buon sangue e fa vivere lungamente.
Meglio! meglio!
Rosaria, tornando di sopra, vide la padrona in uno stato spaventevole, frugando nei cassetti e negli armadi, colle mani che non trovavano nulla, gli occhi che non ci vedevano, la schiuma alla bocca, vestendosi in tutta fretta per andare al battesimo del cugino Motta.
- Sì, ci andrò...
Sentiremo cos'è...
E' meglio sapere la verità.
- La gente che la vedeva passare per le strade, trafelata e col cappellino di traverso non sapeva che pensare.
Nella piazzetta di Sant'Agata c'era una gran curiosità, come giungevano gli invitati al battesimo in casa Trao, e don Luca il sagrestano che andava e veniva, coi candelieri e gli arnesi sacri sotto il braccio.
Speranza ogni momento si affacciava sul ballatoio, scuotendo le sottane, piantandosi i pugni sui fianchi, e si metteva a sbraitare contro quella bambina che le rubava l'eredità del fratello:
- Sarà un battesimo strepitoso! C'è la casa piena...
tutta la nobiltà...
Noi soli, no! Non ci andremo...
per non fare arrossire i parenti nobili...
Non ci abbiamo che vedere, noi!...
Nessuno ci ha invitati al battesimo di mia nipote...
Si vede che non è sangue nostro...
Anche il vecchio Motta s'era rifiutato, la mattina, allorché Gesualdo era andato a pregarlo di mettere l'acquasanta alla nipotina.
Seduto a tavola - stava mangiando un boccone - gli disse di no, levando in su il fiasco che aveva alla bocca.
Poi, asciugandosi le labbra col dorso della mano, gli piantò addosso un'occhiataccia.
- Vacci tu al battesimo della tua figliuola.
E' affar tuo! Io non son nato per stare fra i signoroni...
Voialtri venite a cercarmi soltanto quando avete bisogno di me...
per chiudere la bocca alla gente...
No, no...
quando c'è da guadagnare qualcosa non vieni a cercarmi, tu!...
Lo sai? L'appalto della strada...
la gabella...
Mastro Nunzio voleva snocciolare la litania dei rimproveri, intanto che ci si trovava.
Ma Gesualdo, il quale aveva già la casa piena di gente, e sapeva che non gli avrebbe mai fatto chinare il capo se aveva detto di no, se ne andò colle spalle e il cuore grossi.
Non era allegro neppur lui, poveraccio, sebbene dovesse far la bocca ridente ai mirallegro e ai salamelecchi.
Però infine con Nanni l'Orbo, più sfacciato, che gli rompeva le tasche chiedendogli i confetti a piè della scala, si sfogò:
- Sì!...
Va a vedere!...
Va a vedere come s'è storta fin la trave del tetto, ora ch'è nata una bambina in questa casa!
Barabba e il cacciatore della baronessa Mèndola avevano dato una mano a scopare, a spolverare, a rimettere in gambe l'altare sconquassato, chiuso da tant'anni nell'armadio a muro della sala grande che serviva di cappella.
La sala stessa era ancora parata a lutto, qual'era rimasta dopo la morte di don Diego, coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale, com'era l'uso nelle famiglie antiche.
Don Ferdinando, raso di fresco, con un vestito nero del cugino Zacco che gli si arrampicava alla schiena andava ficcando il naso da per tutto, col viso lungo, le braccia ciondoloni dalle maniche troppo corte, inquieto, sospettoso, domandando a ciascuno:
- Che c'è? Cosa volete fare?
- Ecco vostro cognato, - gli disse la zia Sganci entrando nella sala insieme a don Gesualdo Motta.
- Ora dovete abbracciarvi fra di voi, e non tenere in corpo il malumore, con quella creaturina che c'è di mezzo.
- Vi saluto, vi saluto, - borbottò don Ferdinando; e gli voltò le spalle.
Ma gli altri parenti che avevano più giudizio, facevano buon viso a don Gesualdo: Mèndola, i cugini Zacco, tutti quanti.
Già i tempi erano mutati; il paese intero era stato sottosopra ventiquattr'ore, e non si sapeva quel che poteva capitare un giorno o l'altro.
Oramai, per amore o per forza, mastro-don Gesualdo s'era ficcato nel parentado, e bisognava fare i conti con lui.
Tutti perciò volevano vedere la bambina - un fiore, una rosa di maggio.
- La zia Rubiera abbracciava Bianca, come una mamma che abbia ritrovata la sua creatura, asciugandosi gli occhi col fazzoletto diventato una spugna.
- No! Non ho peli sullo stomaco!...
Non mi pareva vero, dopo d'averti allevata come una figliuola!...
Sono una bestia...
Son rimasta una contadina...
tale e quale mia madre, buon'anima...
col cuore in mano...
Bianca tutta adornata sotto il baldacchino del lettone, pallida che sembrava di cera, sbalordita da tutta quella ressa, non sapeva che rispondere, guardava la gente, stralunata, cercava di abbozzare qualche sorriso, balbettando.
Suo marito invece faceva la sua parte in mezzo a tutti quegli amici e parenti e mirallegro, col viso aperto e giulivo, le spalle grosse e bonarie, l'orecchio teso a raccogliere i discorsi che si tenevano intorno a lui e dietro le sue spalle.
La zia Cirmena, infatuata, rispondeva a coloro che auguravano la nascita di un bel maschiotto, più tardi, che già le femmine sono come la gramigna, e vi scopano poi la casa del bello e del buono per andare a maritarsi...
- Eh...
i figliuoli bisogna pigliarseli come Dio li manda, maschi o femmine...
Se si potesse andare a sceglierli al mercato...
A don Gesualdo non gli mancherebbero i denari per comprare il maschio.
- Non me ne parlate! - interruppe alla fine la zia Rubiera - Non sapete quel che costino i maschi!...
Quanti dispiaceri! Lo so io!...
E continuò a sfogarsi all'orecchio di Bianca, accesa sbirciando di sottecchi don Gesualdo per vedere quel che ne dicesse.
Don Gesualdo non diceva nulla.
Bianca invece, cogli occhi chini, si faceva di mille colori.
- Non lo riconosco più, no!...
nemmeno io che l'ho fatto!...
Ti rammenti, che figliuol d'oro?...
docile, amoroso, ubbidiente...
Adesso si rivolterebbe anche a sua madre, per quella donnaccia forestiera...
una commediante, la conosci? Dicono che ha i denti e i capelli finti...
Deve avergli fatta qualche malìa! Commediante e forestiera, capisci!...
lui non ci vede più dagli occhi...
Spende l'osso del collo...
La gente cattiva...
i birboni anche l'aiutano...
Ma io non pago, no!...
Oh, questo poi, no!
- Zia! - balbettò Bianca con tutto il sangue al viso.
- Che vuoi farci? E' la mia croce! Se sapevo tanto piuttosto...
Don Gesualdo badava a chiacchierare col cugino Zacco, tutti e due col cuore in mano, amiconi.
La baronessa allora spiattellò la domanda che le bolliva dentro:
- E' vero che tuo marito gli presta dei denari...
sottomano?...
L'hai visto venire qui, da lui?...
Di', che ne sai?
- Certo, certo, - rispose in quel punto don Gesualdo.
- I figliuoli bisogna pigliarseli come vengono.
- Zacco a conferma mostrò le sue ragazze, schierate in fila come tante canne d'organo, modeste e prosperose.
- Ecco! io ho cinque figliuole, e voglio bene a tutte egualmente!
- Sicuro! - rispose Limòli.
- E' per questo che non volete maritarle.
Donna Lavinia, la maggiore, volse indietro un'occhiata brutta.
- Ah, siete qui? - disse il barone.
- Siete sempre presente come il diavolo nelle litanie, voi!
Il marchese, che doveva essere il padrino, si era messa la croce di Malta.
Don Luca venne a dire che il canonico era pronto, e le signore passarono in sala, con un gran fruscìo di seta, dietro donna Marianna la quale portava la bambina.
Dall'uscio aperto vedevasi un brulichìo di fiammelle.
Don Ferdinando, in fondo al corridoio, fece capolino, curioso.
Bianca dalla tenerezza piangeva cheta cheta.
Suo marito ch'era rimasto ginocchioni, come gli aveva detto la Macrì, col naso contro il muro, si alzò per calmarla.
- Zitta...
Non ti far scorgere!...
Dinanzi a coloro bisogna far buon viso...
Tutt'a un tratto scoppiò giù in piazza un crepitìo indiavolato di mortaletti.
Don Ferdinando fuggì via spaventato.
Gli altri che assistevano al battesimo corsero al balcone coi ceri in mano.
Persino il canonico in cotta e stola.
Era Santo, il fratello di don Gesualdo, il quale festeggiava a quel modo il battesimo della nipotina, scamiciato, carponi per terra, colla miccia accesa.
Don Gesualdo aprì la finestra per dirgli un sacco di male parole:
- Bestia!...
Ne fai sempre delle tue!...
Bestia!...
Gli amici lo calmarono: - Poveraccio...
lasciatelo fare.
E' un modo d'esprimere la sua allegria...
La zia Sganci trionfante gli mise sulle braccia la figliuola:
- Eccovi Isabella Trao!
- Motta e Trao! Isabella Motta e Trao! - corresse il marchese.
Zacco soggiunse ch'era un innesto.
Le due famiglie che diventavano una sola.
Però don Gesualdo tenendo la bambina sulle braccia rimaneva alquanto imbroncito.
Intanto don Luca, aiutato da Barabba e dal cacciatore, serviva le granite e i dolci.
La zia Cirmena, che aveva portato seco apposta il nipotino La Gurna, gli riempiva le tasche e il fazzoletto.
Le Zacco invece, poiché la maggiore, contegnosa, non aveva preso nulla, dissero tutte di no, una dopo l'altra, mangiandosi il vassoio cogli occhi.
Don Luca incoraggiava a prendere dicendo:
- E' roba fresca.
Sono stato io stesso ad ordinarla a Santa Maria e al Collegio.
Non s'è guardato a spesa.
- Diavolo! - disse Zacco, che cercava l'occasione di mostrarsi amabile.
- Diavolo! Vorrei vedere anche questa!...
- Gli altri facevano coro.
- Ecco che risorgeva casa Trao.
Voleri di Dio.
Quella bambina stessa che aveva voluto nascere nella casa materna.
Il canonico Lupi arrivò anche a congratularsi col marchese Limòli il quale aveva pensato al mezzo di non lasciare estinguere il casato alla morte di don Ferdinando.
- Sicuro, sicuro, - borbottò don Gesualdo.
- Era già inteso...
V'avevo detto di sì allora...
Quando ho detto una parola...
E andò a deporre la figliuola fra le braccia della moglie che le zie si rubavano a vicenda.
La baronessa Mèndola voleva sapere cosa dicessero.
Zacco, premuroso, venne a chiedere dei confetti per don Ferdinando a cui nessuno aveva pensato.
- Sicuro, sicuro.
E' il padrone di casa.
- Vedete? - osservò la zia Rubiera.
- A quest'ora c'è già pel mondo chi deve portarvi via la figliuola e la roba.
Scoppiarono delle risate.
Donna Agrippina torse la bocca e chinò a terra gli occhioni che dicevano tante cose, quasi avesse udito un'indecenza.
Don Gesualdo rideva anche lui, faceva buon viso a tutti.
Alla fine arrischiò anche una barzelletta:
- E quando si marita vi lascia anche il nome dei Trao...
La dote, no, non ve la lascia!...
La Rubiera che stimò il momento propizio, e non voleva perdere l'occasione, lo tirò a quattr'occhi vicino al letto, mentre si udivano in fondo al corridoio Mèndola e don Ferdinando i quali litigavano ad alta voce, e tutti corsero a vedere.
- Sentite don Gesualdo; io non ho peli sulla lingua.
Volevo parlarvi di quello scapestrato di mio figlio.
Aiutami tu, Bianca.
- Io, zia?...
- Scusatemi, io so parlare col cuore in mano...
tale e quale come m'ha fatta mia madre...
Ora che siete padre anche voi, don Gesualdo capirete quel che devo averci in cuore...
che spina...
che tormento!...
Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le avevano insegnato i genitori pei negozi spinosi.
Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente.
Bianca, imbarazzata da quell'esordio, colla figliuoletta in grembo, sembrava una statua di cera.
- Saprete le chiacchiere che corrono, di Ninì con quella comica? Bene.
Di ciò non mi darei pensiero.
Non è la prima e l'ultima.
Suo padre, buon'anima, era fatto anch'esso così.
Ma sinora gli ho impedito di commettere qualche sciocchezza.
Adesso però ci sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni...
Senti, Bianca, io, la mia figliuola, non l'avrei data da battezzare a quel canonico lì!...
Bianca, sbigottita, muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar parole.
Don Gesualdo invece aveva fatto la bocca a riso, come la baronessa scappò in quell'osservazione.
Essa, udendo che tornava gente, gli domandò infine apertamente:
- Ditemi la verità.
V'ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?...
Gliene avete dato?
Don Gesualdo rideva più forte.
Poi vedendo che la baronessa diveniva rossa come un peperone, rispose:
- Scusate...
scusate...
Se mai...
Perché non lo domandate a lui?...
Questa è bella!...
Io non sono il confessore di vostro figlio...
Mèndola irruppe nella camera narrando fra le risate la scena che aveva avuta con quell'orso di don Ferdinando il quale non voleva venire a far la pace col cognato.
La Rubiera, senza dir altro, asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso di dolciume, mentre i parenti toglievano commiato.
Nell'andarsene ciascuno aveva una parola d'elogio sul modo in cui erano andate le cose.
Donna Marianna diceva alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire anche lei, per non dar nell'occhio, per far tacere le male lingue...
L'altra rispose con un'occhiataccia che donna Agrippina colse al volo:
- M'è giovata assai! Serpi sono! Non vi dico altro.
Ci siam messa la vipera nella manica!...
Vedrete poi...
Don Gesualdo, rimasto solo colla moglie tracannò di un fiato un gran bicchiere di acqua fresca, senza dir nulla.
Bianca disfatta in viso, quasi fosse per sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina.
- Te', vuoi bere? - disse lui.
- Devi aver sete anche tu.
Ella accennò di sì.
Ma il bicchiere le tremava talmente nelle mani che si versò tutta l'acqua addosso.
- Non importa, non importa, - aggiunse il marito.
- Adesso nessuno ci vede.
E si mise ad asciugare il lenzuolo col fazzoletto.
Poi tolse in braccio la bambina che vagiva, ballottandola per farla chetare, portandola in giro per la camera.
- Hai visto, eh, che gente? che parenti affezionati? Ma tuo marito non se lo mettono in tasca, no.
Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per vedere uscire gli invitati.
Alla finestra dei Margarone, laggiù in fondo, al di sopra dei tetti, c'era pure dell'altra gente che faceva capolino ogni momento.
La Rubiera cominciò a salutare da lontano, col ventaglio, col fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limòli, talmente accesa che sembrava volessero accapigliarsi.
- Razze di serpi, sono! Cime di birbanti! Se lo mangiano in un boccone quello scomunicato di mio figlio!...
Ma prima l'ha da fare con me! Sentite, accompagnatemi un momento dai Margarone...
E' un pezzo che non ci vediamo...
Infine non è un motivo per romperla con dei vecchi amici...
una ragazzata...
Voi siete un uomo ammodo...
e alle volte...
una parola a proposito...
Venne ad aprire donna Giovannina con tanto di muso.
Si vedeva in fondo l'uscio del salotto buono spalancato; tolte le fodere ai mobili.
Un'aria di cerimonia insomma.
- Che c'è? - chiese il marchese entrando.
- Cosa accade?
- Io non so nulla! - esclamò donna Giovannina la quale sembrava sul punto di scoppiare a piangere.
- Ci sarà gente di là, credo; ma io non ne so nulla.
- Povera bambina! povera bambina! - Il marchese indugiava in anticamera, accarezzando la ragazza.
Le aveva preso con due dita il ganascino da canonico, ammiccando con malizia, guardandosi intorno per dirle sottovoce:
- Che vuoi farci? Pazienza! Chi primo nasce primo pasce.
Ci sarà donna Fifì, colla mamma, a ricevere le visite, eh? Don Bastiano, eh? il Capitan d'Arme?...
Don Bastiano infatti era lì, nel salotto, vestito in borghese, con abiti nuovi fiammanti che gli rilucevano addosso, raso di fresco, seduto sul canapè accanto alla mamma Margarone, come uno sposo, facendo scivolare di tanto in tanto un'occhiata languida e sentimentale verso la ragazza, lisciandosi i baffoni novelli che non volevano piegarsi.
Donna Fifì, al vedere giungere la Rubiera, si ringalluzzì, superbiosa, tubando sottomano col forestiero per farle dispetto.
- Oh, oh, - disse il marchese, salutando don Bastiano ch'era rimasto un po' grullo.
- Siete ancora qui? Bene! bene!
Ed incominciò a discorrere col capitano, intanto che le signore chiacchieravano tutte in una volta, domandandogli perché la Compagnia d'Arme fosse partita senza di lui, se aveva intenzione di fermarsi un pezzetto, se era contento del paese e voleva lasciare le spalline.
Don Bastiano si teneva sulle generali, lodando il paesaggio, il clima, gli abitanti, sottolineando le parole con certi sguardi espressivi rivolti a donna Fifì, la quale fingeva di guardare fuori dal balcone cogli occhi pieni di poesia, e chinava il capo arrossendo a ciascuno di quei complimenti, quasi fossero a lei dedicati.
Il marchese domandò a un tratto che n'era di don Filippo, e gli risposero che era uscito per condurre a spasso Nicolino.
- Ah, bene! bene!
La Rubiera si morsicava le labbra aspettando che il cugino Limòli avviasse il discorso sul tema che sapeva.
Ma intanto osservava di sottecchi le arie languide di donna Fifì, la quale sembrava struggersi sotto le occhiate incendiarie di don Bastiano Stangafame, e non poteva star ferma sulla seggiola, col seno piatto ansante come un mantice, e i piedini irrequieti che dicevano tante cose affacciandosi ogni momento dal lembo del vestito.
La conversazione languiva.
Si parlò del battesimo e della gente che c'era stata.
Ma ciascuno pensava intanto ai fatti suoi, chiacchierando del più e del meno, cercando le parole, col sorriso distratto in bocca.
Solo il marchese sembrava che pigliasse un grande interesse ai discorsi del capitano, quasi non fosse fatto suo.
Poi, sbirciando il viso rosso di donna Giovannina che stava a spiare dall'uscio socchiuso, la chiamò a voce alta.
- Avanti, avanti, bella figliuola.
Vogliamo vedere quella bella faccia.
Siamo qui noi soli, in famiglia...
La mamma e la sorella maggiore fulminarono due occhiataccie addosso alla ragazza, la quale rimaneva sull'uscio, nascondendo le mani di serva sotto il grembiule, vergognosa di esser stata scoperta a quel modo, vestita di casa.
Limòli, senza accorgersi di nulla, domandava sottovoce a donna Bellonia:
- Quando la maritiamo quella bella figliuola? Prima tocca alla maggiore, è naturale.
Ma poi ricordatevi che ci son qua io per fare il sensale...
gratis et amore, ben inteso...
Siamo amici vecchi!...
Donna Bellonia andava facendogli li occhiacci, sebbene il marchese fingesse di non badarci.
Poi gli disse sottovoce:
- Cosa dite!...
che idee da metterle in testa!...
Ancora è troppo giovane...
quasi quasi ha ancora il vestito corto...
- Vedo! vedo! - rispose il marchese sbirciando le calze bianche di donna Giovannina.
Donna Fifì aveva condotto il capitano ad ammirare i suoi fiori sul balcone.
Colse un bel garofano, l'odorò a lungo socchiudendo gli occhi, e glielo porse.
- Vedo, vedo, - ripeté il vecchietto.
La Rubiera allora volle accomiatarsi, masticando un sorriso, coi fiori gialli che le fremevano sul cappellino.
Intanto che le signore barattavano baci ed abbracci, il marchese si rivolse al capitano.
- Mi congratulo!...
Mi congratulo tanto...
davvero...
don Bastiano.
- Perché?...
Di che cosa?...
- Il capitano sorpreso e imbarazzato cercava una botta di risposta.
Ma l'altro gli aveva già voltato le spalle, salutava le signore con una parola gentile per ciascuna; accarezzava paternamente donna Giovannina che teneva ancora il broncio.
- Che c'è? che c'è? Cosa vuol dire? Le ragazze devono stare allegre.
Hai inteso tua madre? Dice che hai tempo di crescere.
Su, dunque! allegra!
La Rubiera sentivasi scoppiare sotto la mantiglia; dopo che si fu voltata indietro a salutare colla mano dalla strada tutti i Margarone schierati sul terrazzino prese a borbottare:
- Avete capito, eh?
- Diamine! Non ci voleva molto.
Anche per la Giovannina bisogna mettersi il cuore in pace...
- Ma sì, ma sì! Con tanto piacere me lo metto il cuore in pace...
Una civetta!...
Avete visto il giuochetto del garofano? Saremmo stati freschi mio figlio ed io...
Quasi quasi se lo meritava! Scomunicato! Nemico di sua madre stessa!...
Lì a due passi si imbatterono in Canali, che andava dai Margarone, e aveva visto da lontano i baciamani fra la strada e il terrazzo.
Canali fece un certo viso, e fermò la baronessa per salutarla, menando il discorso per le lunghe, sgranandole in faccia due occhi curiosi.
- Siete stata da donna Bellonia, eh? Avete fatto bene.
Un'amicizia antica come la vostra!...
Peccato che don Ninì...
La baronessa cercava di scavar terreno anch'essa, in aria disinvolta, facendosi vento e menando il can per l'aia.
- Infine...
delle sciocchezze...
sciocchezze di gioventù...
- No, no, perdonate! - ribatté Canali.
- Vorrei veder voi stessa!...
Un padre deve aprire gli occhi per sapere a chi dà la sua creatura...
Non dico per vostro figlio...
Un buon giovane...
un cuor d'oro...
Il male è che s'è lasciato abbindolare...
circondato da falsi amici...
Di bricconi ce ne son sempre...
Gli hanno carpito qualche firma...
La baronessa lo piantò lì senz'altro.
- Sentite? Vedete? - andava brontolando col cugino Limòli.
Poscia piantò anche lui che non poteva più tenerle dietro.
- Vi saluto, vi saluto - E corse dal notaro Neri, pallida e trafelata, per vedere...
per sentire...
Il notaro non sapeva nulla...
nulla di positivo almeno.
- Sapete, don Gesualdo è volpe fina...
Son cose queste che si fanno sottomano, se mai...
Avranno fatto il contratto da qualche notaio forestiere...
Il notaro Sghembri di Militello dicono...
Ma via...
Non c'è motivo poi di mettersi in quello stato per una cosa simile...
Avete una faccia che non mi piace.
Rosaria, ch'era a ripulire il pollaio quando la sua padrona era tornata a casa, udì a un tratto dal cortile un urlo spaventoso, come stessero sgozzando un animale grosso di sopra, una cosa che le fece perdere le ciabatte correndo a precipizio.
La baronessa era ancora lì, dove aveva cominciato a spogliarsi, appoggiata al cassettone, piegata in due quasi avesse la colica, gemendo e lamentandosi, mentre le usciva bava dalla bocca, e gli occhi le schizzavano fuori:
- Assassino! Figlio snaturato!...
No! non me la faccio mangiare la mia roba!...
Piuttosto la lascio ai poveri...
ai conventi...
Voglio far testamento!...
Voglio far donazione!...
Chiamatemi il notaro...
subito!...
Don Ninì stava bisticciandosi colla sua Aglae, in quella stanzaccia di locanda che per lui era diventata un inferno dal momento in cui s'era messo sulle spalle il debito e mastro-don Gesualdo.
Il letto in disordine, i vestiti sudici, i capelli spettinati, le carezze stesse di lei, i manicaretti cucinati dall'amico Pallante, gli si erano mutati in veleno, dacché gli costavano cari.
Al veder giungere Alessi che veniva a chiamarlo, parlando di notaro e di donazione, si fece pallido a un tratto.
Invano la prima donna gli si avvinghiò al collo, discinta, senza badare al Pallante che accorreva dalla cucina né ad Alessi il quale spalancava gli occhi e si fregava le mani.
- Ninì! Ninì mio!...
Non mi abbandonare in questo stato!...
- Malannaggia! Lasciatemi andare...
tutti quanti siete!...
Vi pare che si scherzi!...
Quella donna è capace di tutto!
Don Ninì, ripreso interamente dall'amor della roba, non si lasciò commuovere neppure dalla scena dello svenimento.
Piantò lì dov'era la povera Aglae lunga distesa sul pavimento come all'ultimo atto di una tragedia, e Pallante che le tirava giù il vestito sulle calze, per correre a casa senza cappello.
Colà ci fu una scena terribile fra madre e figlio.
Lui da prima cercava di negare; poi montò su tutte le furie, si lagnò di esser tenuto come uno schiavo, peggio di un ragazzo, senza due tarì da spendere; e la baronessa minacciava di andare lei in persona dal notaro, per disporre della sua roba, così com'era, in sottana, a quell'ora stessa, se non volevano mandarlo a chiamare.
Don Ninì allora scese a dar tanto di chiavistello al portone, e si mise la chiave in tasca, minacciando di rompere le ossa al garzone, se fiatava.
- Ah! questa è la ricompensa! - borbottò Alessi.
- Un'altra volta ci vò davvero dal notaio.
Finalmente, per amore o per forza, riescirono a mettere in letto la baronessa, la quale si dibatteva e strillava che volevano farla morire di colpo per scialacquare la sua roba: - Mastro-don Gesualdo!...
sì!...
Lui se lo mangia il fatto mio! - Il figliuolo colle buone e colle cattive tentava di calmarla: - Non vedete che state poco bene? Volete ammalarvi per farmi dar l'anima al diavolo? - Poi tutta la notte non chiuse occhio, alzandosi ogni momento per correre ad origliare se sua madre strillava ancora, spaventato all'idea che udissero i vicini e gli venissero in casa colla giustizia e il notaro, maledicendo in cuor suo la prima donna e chi gliela aveva messa fra i piedi, turbato, se si appisolava un momento, da tanti brutti sogni: mastro-don Gesualdo, il debito, della gente che gli si accalcava addosso e gli empiva la casa, una gran folla.
Rosaria venne a bussargli all'uscio di buon mattino:
- Don Ninì! signor barone! venite a vedere...
La padrona ha perso la parola!...
Io ho paura, se vedeste...
La baronessa stava lunga distesa sul letto, simile a un bue colpito dal macellaio, con tutto il sangue al viso e la lingua ciondoloni.
La bile, i dispiaceri, tutti quegli umori cattivi che doveva averci accumulati sullo stomaco, le gorgogliavano dentro, le uscivano dalla bocca e dal naso, le colavano sul guanciale.
E come volesse aiutarsi, ancora in quello stato, come cercasse di annaspare colle mani gonfie e grevi, come cercasse di chiamare aiuto, coi suoni inarticolati che s'impastavano nella bava vischiosa.
- Mamma! mamma mia!
Don Ninì atterrito, ancora gonfio dal sonno, andava strillando per le stanze, dandosi dei pugni sulla testa, correndo al balcone e disperandosi mentre i vicini bussavano e tempestavano che il portone era chiuso a chiave.
Da lì a un po', medico, barbiere, parenti, curiosi, la casa si riempì di gente.
Proprio il sogno di quella notte.
Don Ninì narrava a tutti la stessa cosa, asciugandosi gli occhi e soffiandosi il naso gonfio quasi suonasse la tromba.
Appena vide giungere anche il notaro Neri non si mosse più dal capezzale della mamma, domandando al medico ogni momento:
- Che ve ne sembra, dottore? Riacquisterà la parola?
- Col tempo, col tempo, - rispose infine il medico seccato.
- Diamine, credete che sia stato come fare uno starnuto?
Don Ninì non si riconosceva più da un giorno all'altro; colla barba lunga, i capelli arruffati, fisso al capezzale della madre, oppure arrabattandosi nelle faccende di casa.
Non usciva una fava dalla dispensa senza passare per le sue mani.
Tant'è vero che i guai insegnano a metter giudizio.
Sua madre stessa glielo avrebbe detto, se avesse potuto parlare.
Si vedeva dal modo in cui gli guardava le mani, col sangue agli occhi, ogni volta che veniva a prendere le chiavi appese allo stipite dell'uscio.
E anche lui, adesso che la roba passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pazienza, colle cure amorevoli standole sempre intorno, sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agli estranei.
Sentiva una gran tenerezza al pensare che la povera paralitica non poteva muoversi né parlare per togliergli la roba siccome aveva minacciato.
- No, no, non lo farà! Son cose che si dicono in un momento di collera...
Vorrei vederla!...
Sono infine il sangue suo...
Morirebbe d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e a quello...
PARTE TERZA
I
L'Isabellina, prima ancora di compire i cinque anni, fu messa nel Collegio di Maria.
Don Gesualdo adesso che aveva delle pietre al sole, e marciava da pari a pari coi meglio del paese, così voleva che marciasse la sua figliuola: imparare le belle maniere, leggere e scrivere, ricamare, il latino dell'uffizio anche, e ogni cosa come la figlia di un barone; tanto più che, grazie a Dio, la dote non le sarebbe mancata, perché Bianca non prometteva di dargli altri eredi.
Essa dopo il parto non s'era più rifatta in salute; anzi deperiva sempre più di giorno in giorno, rosa dal baco che s'era mangiati tutti i Trao, e figliuoli era certo che non ne faceva più.
Un vero gastigo di Dio.
Un affare sbagliato, sebbene il galantuomo avesse la prudenza di non lagnarsene neppure col canonico Lupi che glielo aveva proposto.
Quando uno ha fatto la minchioneria, è meglio starsi zitto e non parlarne più, per non darla vinta ai nemici.
- Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago un'ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover'uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello! - Una moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventato, come se volessero farla cascare in peccato mortale ogni volta e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima quand'ella aveva detto di sì...
Bianca non ci aveva colpa.
Era il sangue della razza che si rifiutava.
Le pesche non si innestano sull'olivo.
Ella, poveretta, chinava il viso, arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo...
Ma egli non si lasciava illudere, no.
Era villano, ma aveva il naso fino di villano pure! E aveva il suo orgoglio anche lui.
L'orgoglio di quello che aveva saputo guadagnarsi, colle sue mani, tutto opera sua, quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi le spalle, e quei bocconi buoni che doveva mangiare in punta di forchetta, sotto gli occhi della Trao...
Almeno in casa sua voleva comandar le feste.
E se Domeneddio l'aveva gastigato giusto nei figliuoli che voleva mettere al mondo secondo la sua legge, dandogli una bambina invece dell'erede legittimo che aspettava, Isabella almeno doveva possedere tutto ciò che mancava a lui, essere signora di nome e di fatto.
Bianca, quasi indovinasse d'aver poco da vivere, non avrebbe voluto separarsi dalla sua figliuoletta.
Ma il padrone era lui, don Gesualdo.
Egli era buono, amorevole, a modo suo; non le faceva mancare nulla, medici, speziali, tale e quale come se gli avesse portato una grossa dote.
- Bianca non aveva parole per ringraziare Iddio quando paragonava la casa in cui il Signore l'aveva fatta entrare con quella in cui era nata.
Lì suo fratello stesso desiderava di giorno il pane e di notte le coperte...
Sarebbe morto di stenti se i suoi parenti non l'avessero aiutato con bella maniera, senza farglielo capire.
Soltanto da lei don Ferdinando non voleva accettare checchessia, mentre don Gesualdo non gli avrebbe fatto mancar nulla, col cuore largo quanto un mare, quell'uomo! Gli stessi parenti di lei glielo dicevano: - Tu non hai parole per ringraziare Dio e tuo marito.
Lascia fare a lui ch'è il padrone, e cerca il meglio della tua figliuola.
Poi considerava ch'era il Signore che la puniva, che non voleva quella povera innocente nella casa di suo marito, e la notte inzuppava di lagrime il guanciale.
Pregava Iddio di darle forza, e si consolava alla meglio pensando che soffriva in penitenza dei suoi peccati.
Don Gesualdo, che aveva tante altre cose per la testa, tanti interessi grossi sulle spalle, ed era abituato a vederla sempre così, con quel viso, non ci badava neppure.
Qualche volta che la vedeva alzarsi più smorta, più disfatta del solito, le diceva per farle animo:
- Vedrai che quando avrai messo in collegio la tua bambina sarai contenta tu pure.
E' come strapparsi un dente.
Tu non puoi badare alla tua figliuola, colla poca salute che hai.
E bisogna che quando sarà grande ella sappia tutto ciò che sanno tante altre che sono meno ricche di lei.
I figliuoli bisogna avvezzarli al giogo da piccoli, ciascuno secondo il suo stato...
Lo so io!...
E non ho avuto chi mi aiutasse, io! Quella piccina è nata vestita.
Nondimeno, all'ultimo momento vi furono lagrime e piagnistei, quando accompagnarono l'Isabellina al parlatorio del monastero.
Bianca s'era confessata e comunicata.
Ascoltò la messa ginocchioni, sentendosi mancare, sentendosi strappare un'altra volta dalle viscere la sua creatura che le si aggrappava al collo e non voleva lasciarla.
Don Gesualdo non guardò a spesa per far stare contenta Isabellina in collegio: dolci, libri colle figure, immagini di santi, noci col bambino Gesù di cera dentro, un presepio del Bongiovanni che pigliava un'intera tavola: tutto ciò che avevano le figlie dei primi signori, la sua figliuola l'aveva; e i meglio bocconi, le primizie che offriva il paese, le ciriegie e le albicocche venute apposta da lontano.
Le altre ragazzette guardavano con tanto d'occhi, e soffocavano dei sospiri grossi così.
La minore delle Zacco, e le Mèndola di seconda mano, le quali dovevano contentarsi delle cipolle e delle olive nere che passava il convento a merenda, si rifacevano parlando delle ricchezze che possedevano a casa e nei loro poderi.
Quelle che non avevano né casa né poderi, tiravano in ballo il parentado nobile, il Capitano Giustiziere ch'era fratello della mamma, la zia baronessa che aveva il cacciatore colle penne, i cugini del babbo che possedevano cinque feudi l'uno attaccato all'altro, nello stato di Caltagirone.
Ogni festa, ogni Capo d'anno, come la piccola Isabella riceveva altri regali più costosi, un crocifisso d'argento, un rosario coi gloriapatri d'oro, un libro da messa rilegato in tartaruga per imparare a leggere, nascevano altre guerricciuole, altri dispettucci, delle alleanze fatte e disfatte a seconda di un dolce e di un'immagine data o rifiutata.
Si vedevano degli occhietti già lucenti d'alterigia e di gelosia, dei visetti accesi, dei piagnistei, che andavano poi a sfogarsi nell'orecchio delle mamme, in parlatorio.
Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succedeva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese.
Non si sapeva più chi poteva spendere e chi no.
Una gara fra i parenti a buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era stato sempre in prima fila, e chi veniva dopo.
Quelli che non potevano, proprio, o si seccavano a spendere l'osso del collo pel buon piacere di mastro-don Gesualdo, si lasciavano scappare contro di lui certe allusioni e certi motteggi che fermentavano nelle piccole teste delle educande.
Alla guerra intestina pigliavano parte anche le monache, secondo le relazioni, le simpatie, il partito che sosteneva oppure voleva rovesciare la superiora.
Ci si accaloravano fin la portinaia, fin le converse che si sentivano umiliate di dover servire senz'altro guadagno anche la figliuola di mastro-don Gesualdo, uno venuto su dal nulla, come loro, arricchito di ieri.
Le nimicizie di fuori, le discordie, le lotte d'interessi e di vanità, passavano la clausura, occupavano le ore d'ozio, si sfogavano fin là dentro in pettegolezzi, in rappresaglie, in parole grosse.
- Sai come si chiama tuo padre? mastro-don Gesualdo.
- Sai cosa succede a casa tua? che hanno dovuto vendere una coppia di buoi per seminare le terre.
- Tua zia Speranza fila stoppa per conto di chi la paga, e i suoi figliuoli vanno scalzi.
- A casa tua c'è stato l'usciere per fare il pignoramento.
- La piccola Alimena arrivò a nascondersi nella scala del campanile, una domenica, per vedere se era vero che il padre d'Isabella portasse la berretta.
Egli trovava la sua figliuoletta ancora rossa, col petto gonfio di singhiozzi, volgendo il capo timorosa di veder luccicare dietro ogni grata gli occhietti maliziosi delle altre piccine, guardandogli le mani per vedere se davvero erano sporche di calcina, tirandosi indietro istintivamente quando nel baciarla la pungeva colla barba ispida.
Tale e quale sua madre.
- Così il pesco non s'innesta all'ulivo.
- Tante punture di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra implacabile ch'era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e contro tutti; e lo feriva sin lì, nell'amore della sua creatura.
Stava zitto, non lagnavasi, perché non era un minchione e non voleva far ridere i nemici; ma intanto gli tornavano in mente le parole di suo padre, gli stessi rancori, le stesse gelosie.
Poi rifletteva che ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via.
Così aveva fatto lui con suo padre, così faceva sua figlia.
Così dev'essere.
Si metteva il cuore in pace, ma gli restava sempre una spina in cuore.
Tutto ciò che aveva fatto e faceva per la sua figliuola l'allontanava appunto da lui: i denari che aveva speso per farla educare come una signora, le compagne in mezzo alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritandosi a una Trao - bel guadagno che ci aveva fatto! - La piccina diceva sempre: - Io son figlia della Trao.
Io mi chiamo Isabella Trao.
La guerra si riaccese più viva fra le ragazze quando si maritò don Ninì Rubiera: - S'è vero che siete parenti, perché tuo zio non ti ha mandato i confetti? Vuol dire che voialtri non vi vogliono per parenti.
- L'Isabellina, che rispondeva già come una grande, ribatté:
- Mio padre me li comprerà lui i confetti.
Ci siamo guastati coi Rubiera perché ci devono tanti denari.
- La figlia della ceraiuola, ch'era del suo partito, aggiunse tante altre storie: - Il baronello era uno spiantato.
La Margarone non aveva più voluto saperne.
Sposava donna Giuseppina Alòsi più vecchia di lui, perché non aveva trovato altro, per amor dei denari: tutto ciò che narravasi nella bottega di sua madre, in ogni caffè, in ogni spezieria, di porta in porta.
Nel paese non si parlava d'altro che del matrimonio di don Ninì Rubiera.
- Un matrimonio di convenienza! - diceva la signora Capitana che parlava sempre in punta di forchetta.
Cogli anni, la Capitana aveva preso anche i vizii del paese; occupavasi dei fatti altrui ora che non aveva da nasconderne dei propri.
Allorchè incontrava il cavalier Peperito gli faceva un certo visetto malizioso che la ringiovaniva di vent'anni, dei sorrisi che volevano indovinare molte cose, scrollando il capo, offrendosi graziosamente ad ascoltare le confidenze e gli sfoghi gelosi, minacciando il cavaliere col ventaglio, come a dirgli ch'era stato un gran discolaccio lui, e se si lasciava adesso portar via l'amante era segno che ci dovevano essere state le sue buone ragioni...
prima o poi...
- No! - ribatteva Peperito fuori della grazia di Dio.
- Né prima né poi! Questo potete andare a dirglielo a donna Giuseppina! Se non ho potuto comandare da padrone non voglio servire nemmeno da comodino, capite?...
fare il gallo di razza...
capite? Su di ciò donna Giuseppina potrà mettersi il cuore in pace!
Adesso sciorinava in piazza tutte le porcherie dell'Alòsi, che se vi mandava a regalare per miracolo un paniere d'uva voleva restituito il paniere; e vendeva sottomano le calze che faceva, delle calze da serva grosse un dito, - essa gliele aveva fatte anche vedere sulla forma per stuzzicarlo...
per strappargli ciò che faceva comodo a lei...
Ma lui, no!...
Insomma, andava raccontandone di cotte e di crude.
Corsero anche delle sante legnate al Caffè dei Nobili.
Ciolla gli stava alle calcagna per raccogliere i pettegolezzi e portarli in giro alla sua volta.
Un giorno poi fu una vera festa per lui, quando si vide arrivare in paese la signora Aglae che veniva insieme al signor Pallante a fare uno scandalo contro il barone Rubiera, a riscuotere ciò che le spettava, se il seduttore non voleva vedersela comparire dinanzi all'altare.
Essa giungeva apposta da Modica, sputando fiele, incerettata, dipinta, carica di piume di gallo e di pezzi di vetro, tirandosi dietro la prova innocente della birbonata di don Ninì, una bambinella ch'era un amore.
Così la gente diceva che don Ninì era sempre stato un donnaiuolo, e se sposava l'Alòsi, che avrebbe potuto essergli madre, ci dovevano essere interessi gravi.
Chi spiegava la cosa in un modo e chi in un altro.
Il baronello, quelli che s'affrettarono a fargli i mirallegro onde tirargli di bocca la verità vera, se li levò dai piedi in poche parole.
La Sganci che aveva combinato il negozio stava zitta colle amiche le quali andavano apposta a farle visita.
Don Gesualdo ne sapeva forse più degli altri, ma stringevasi nelle spalle e se la cavava con simili risposte:
- Che volete? Ciascuno fa il suo interesse.
Vuol dire che il barone Rubiera ci ha trovato il suo vantaggio a sposare la signora Alòsi.
La verità era che don Ninì aveva dovuto pigliarsi l'Alòsi per salvare quel po' di casa che don Gesualdo voleva espropriargli.
E' vero che adesso era diventato giudizioso, tutto dedito agli affari; ma sua madre, sepolta viva nel seggiolone non lo lasciava padrone di un baiocco; si faceva dar conto di tutto; voleva che ogni cosa passasse sotto i suoi occhi; senza poter parlare, senza potersi muovere, si faceva ubbidire dalla sua gente meglio di prima.
E attaccata alla sua roba come un'ostrica, ostinandosi a vivere per non pagare.
Il debito intanto ingrossava d'anno in anno: una cosa che il povero don Ninì ci perdeva delle nottate intere, senza poter chiudere occhio, alle volte: e alla scadenza, capitale e usura, rappresentavano una bella somma.
Il canonico Lupi, che andò in nome del baronello a chiedere dilazione al pagamento, trovò don Gesualdo peggio di un muro: - A che giuoco giochiamo canonico mio? Sono più di nove anni che non vedo né frutti né capitale.
Ora mi serve il mio denaro, e voglio esser pagato.
Don Ninì pel bisogno scese anche all'umiliazione d'andare a pregare la cugina Bianca, dopo tanto tempo.
La prese appunto da lontano.
- Tanto tempo che non s'erano visti! Lui non aveva faccia di comparirle dinanzi, in parola d'onore! Non cercava di scolparsi.
Era stato un ragazzaccio.
Ora aveva aperto gli occhi, troppo tardi, quando non c'era più rimedio, quando si trovava sulle spalle il peso dei suoi errori.
Ma proprio non poteva pagare in quel momento.
- Son galantuomo.
Ho di che pagare infine.
Tuo marito sarà pagato sino all'ultimo baiocco.
Ma in questo momento proprio non posso! Tu sai com'è fatta tua zia! che testa dura! Ne abbiamo avuti dei dispiaceri per quella testa dura! Ma infine non può campare eternamente, poveretta, com'è ridotta...
Bianca era rimasta senza fiato al primo vederlo, senza parole, facendosi ora pallida e ora rossa.
Non sapeva che dire, balbettava, sudava freddo, aveva una convulsione nelle mani che cercava di dissimulare, stirando macchinalmente le due cocche del grembiule.
A un tratto ebbe uno sbocco di sangue.
- Cos'è? cos'è? Qualcosa alle gengive? Ti sei morsicata la lingua?
- No, - rispose lei.
- Mi viene di tanto in tanto.
L'aveva anche don Diego, ti rammenti? Non è nulla.
- Bene, bene.
Intanto fammi questo piacere; parlane a tuo marito.
In questo momento proprio non posso...
Ma son galantuomo, mi pare!...
Mia madre, da qui a cent'anni, non ha a chi lasciare tutto il suo.
Bianca cercava di scusarsi.
- Suo marito era il padrone.
Faceva tutto di testa propria, lui.
Non voleva che gli mettessero il naso nelle sue cose.
- Allora perché sei sua moglie? - ribatté il cugino.
- Bella ragione! Uno che non era degno di alzarti gli occhi in viso!...
Deve ringraziare Iddio e l'ostinazione di mia madre se gli è toccata questa fortuna!...
Dunque farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa dilazione?
- E tu cosa gli hai detto? - domandò don Gesualdo trovando la moglie ancora agitata dopo quella visita.
- Nulla...
Non so...
Mi son sentita male...
- Bene.
Hai fatto bene.
Sta tranquilla che agli affari ci penso io.
Serpi nella manica sono i parenti...
Hai visto? Cercano di te, solo quando ne hanno bisogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei morta o viva.
Lascia fare a me che la risposta gliela mando coll'usciere, a tuo cugino...
Così era venuto quel matrimonio, ché il barone Rubiera prima aveva messo sottosopra cielo e terra per trovare i denari da pagare don Gesualdo; e infine donna Giuseppina Alòsi, la quale aveva delle belle terre al sole, aveva dato l'ipoteca.
Don Gesualdo, ottenuta la sua brava iscrizione sulle terre, non parlò più di aver bisogno del denaro.
- Col tempo...
- confidò alla moglie.
- Lasciali tranquilli.
Loro non pagano né frutti né capitali, e col tempo quelle terre serviranno per la dote d'Isabella.
Che te ne pare? Non è da ridere? Lo zio Rubiera che pensa a mettere insieme la dote della tua figliuola!...
Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia.
A quattr'occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba.
Isabella fatta più grandicella passò dal Collegio di Maria al primo educatorio di Palermo.
Un altro strappo per la povera mamma che temeva di non doverla più rivedere.
Il marito, onde confortarla, in quello stato, le disse: - Vedi noi ci ammazziamo per fare il suo meglio, ciascuno come può, ed essa un giorno non penserà neppure a noi.
Così va il mondo.
Anzi devi metterti in testa che tua figlia non puoi averla sempre vicina.
Quando si marita anderà via dal paese.
Qui non ce n'è uno che possa sposarla, colla dote che le darò.
Se ho fatto tanto per lei, voglio almeno sapere a chi lo dò il sangue mio.
Adesso che ti parlo è già nato chi deve godersi il frutto delle mie fatiche, senza dirmi neppure grazie.
Aveva il cuore grosso anche lui, poveraccio, e se sfogavasi a quattr'occhi colla moglie alle volte, per discorrere non si rifiutava però a fare ciò ch'era debito suo.
Andava a trovare la sua ragazza a Palermo, quando poteva, quando i suoi affari lo permettevano, anche una volta all'anno.
Isabella s'era fatta una bella fanciulla, un po' gracile ancora, pallidina, ma con una grazia naturale in tutta la personcina gentile, la carnagione delicata e il profilo aquilino dei Trao; un fiore di un'altra pianta, in poche parole; roba fine di signori che suo padre stesso quando andava a trovarla provava una certa suggezione dinanzi alla ragazza la quale aveva preso l'aria delle compagne in mezzo a cui era stata educata, tutte delle prime famiglie, ciascuna che portava nell'educandato l'alterigia baronale da ogni angolo della Sicilia.
Al parlatorio lo chiamavano il signor Trao.
Quando volle saperne il perché, Isabella si fece rossa.
La stessa storia del Collegio di Maria anche lì.
E la sua figliuola aveva dovuto soffrire le stesse umiliazioni a motivo del parentado.
Per fortuna la signorina di Leyra, che Isabella s'era affezionata coi regalucci, aveva preso a difenderla a spada tratta.
Essa conosceva di nome la famiglia dei Trao, una delle prime laggiù, ove il duca suo fratello possedeva dei feudi.
La duchessina aveva il nome e il parlare alto, sebbene stesse in collegio senza pagare, talché le compagne lasciarono passare il Trao.
Ma don Gesualdo dovette lasciarlo passare anche lui, e farsi chiamare così, per amore della figliuola, quando andava a trovarla.
- Vedrai come si è fatta bella la tua figliuola! - tornava poi a dire alla moglie che era sempre malaticcia.
Essa la rivide finalmente all'uscire del collegio, nel 1837, quando in Palermo cominciavano già a correre le prime voci di colèra, e don Gesualdo era corso subito a prenderla.
Fu come un urto al petto per la povera madre, dopo tanto tempo, quando udì fermarsi la lettiga dinanzi al portone.
- Figlia mia! figlia mia! - colle braccia stese, le gambe malferme, precipitandosi per la scala.
Isabella saliva correndo, colle braccia aperte anche lei.
- Mamma! mamma! - E poi avvinghiate l'una al collo dell'altra, la madre sballottando ancora a destra e a sinistra la sua creatura come quand'era piccina.
Indi vennero le visite ai parenti.
Bianca era tornata in forze per portare in trionfo la sua figliuola, in casa Sganci in casa Limòli, da per tutto dove era stata bambinetta, prima d'entrare in collegio, ora già fatta grande, col cappellino di paglia, le belle treccie bionde - un fiore.
Tutti si affacciavano per vederla passare.
La zia Sganci, divenuta sorda e cieca, le tastò il viso per riconoscerla: - Una Trao! Non c'è che dire.
- Lo zio marchese ne lodò gli occhi, degli occhi blù che erano due stelle.
"Degli occhi che vedevano il peccato", disse il marchese, il quale aveva sempre pronta la barzelletta.
Allorché la condussero dallo zio don Ferdinando, Isabella che soleva spesso rammentare colle compagne la casa materna, negli sfoghi ingenui d'ambizione, provò un senso di sorpresa, di tristezza, di delusione al rivederla.
Entrava chi voleva dal portone sconquassato.
La corte era angusta, ingombra di sassi e di macerie.
Si arrivava per un sentieruolo fra le ortiche allo scalone sdentato, barcollante, soffocato anch'esso dalle erbacce.
In cima l'uscio cadente era appena chiuso da un saliscendi arrugginito; e subito nell'entrare colpiva una zaffata d'aria umida e greve, un tanfo di muffa e di cantina che saliva dal pavimento istoriato col blasone, seminato di cocci e di rottami, pioveva dalla vòlta scalcinata, veniva densa dal corridoio nero al pari di un sotterraneo, dalle sale buie che s'intravedevano in lunga fila, abbandonate e nude, per le strisce di luce che trapelavano dalle finestre sgangherate.
In fondo era la cameretta dello zio, sordida, affumicata, col soffitto sconnesso e cadente, e l'ombra di don Ferdinando che andava e veniva silenzioso, simile a un fantasma.
- Chi è?...
Grazia...
entra...
Don Ferdinando apparve sulla soglia, in maniche di camicia, giallo ed allampanato, guardando stupefatto attraverso gli occhiali la sorella e la nipote.
Sul lettuccio disfatto c'era ancora la vecchia palandrana di don Diego che stava rattoppando.
L'avvolse in fretta, insieme a un fagotto d'altri cenci, e la cacciò nel cassettone.
- Ah!...
sei tu, Bianca?...
che vuoi?...
Indi accorgendosi che teneva ancora l'ago in mano, se lo mise in tasca, vergognoso, sempre con quel gesto che sembrava meccanico.
- Ecco vostra nipote...
- balbettò la sorella con un tremito nella voce.
- Isabella...
vi rammentate?...
E' stata in collegio a Palermo...
Egli fissò sulla ragazza quegli occhi azzurri e stralunati che fuggivano, di qua e di là, e mormorò:
- Ah!...
Isabella?...
mia nipote?...
Guardava inquieto per la stanza, e di tanto in tanto, come vedeva un oggetto dimenticato sul tavolino o sulla seggiola zoppa, del refe sudicio, un fazzoletto di cotone posto ad asciugare al sole, correva subito a nasconderli.
Poi si mise a sedere sulla sponda del lettuccio, fissando l'uscio.
Mentre Bianca parlava, col cuore stretto, egli seguitava a volgere intorno gli occhi sospettosi, pensando a tutt'altro.
A un tratto andò a chiudere a chiave il cassetto della scrivania.
- Ah!...
mia nipote, dici?...
Fissò di nuovo sulla giovinetta lo stesso sguardo esitante, e chinò gli occhi a terra.
- Somiglia a te...
tale e quale...
quand'eri qui...
Sembrava che cercasse le parole, cogli occhi erranti evitando quelli della sorella e della nipote, con un tremito leggiero nelle mani, il viso smorto e istupidito.
Un istante, mentre Bianca gli parlava all'orecchio, supplichevole, quasi le spuntassero le lagrime, egli di curvo che era si raddrizzò così che parve altissimo, con un'ombra negli occhi chiari un rimasuglio del sangue dei Trao che gli colorava il viso scialbo.
- No...
no...
Non voglio nulla...
Non ho bisogno di nulla...
Vattene ora, vattene...
Vedi...
ho tanto da fare...
Una cosa che stringeva il cuore.
Una rovina ed un'angustia che umiliavano le memorie ambiziose, le fantasie romantiche nate nelle confidenze immaginarie colle amiche del collegio, le illusioni di cui era piena la bizzarra testolina della fanciulla, tornata in paese coll'idea di rappresentarvi la prima parte.
Il lusso meschino della zia Sganci, la sua casa medesima fredda e malinconica, il palazzo cadente dei Trao che aveva spesso rammentato laggiù con infantile orgoglio, tutto adesso impicciolivasi, diventava nero, povero, triste.
Lì, dirimpetto, era la terrazza dei Margarone, che tante volte aveva rammentato vasta, inondata di sole, tutta fiorita, piena di ragazze allegre che la sbalordivano allora, bambina, collo sfoggio dei loro abiti vistosi.
Com'era stretta e squallida invece, con quell'alto muro lebbroso che l'aduggiava! e come era divenuta vecchia donna Giovannina, che rivedeva seduta in mezzo ai vasi di fiori polverosi, facendo la calza, vestita di nero, enorme! In fondo al vicoletto rannicchiavasi la casuccia del nonno Motta.
Allorché il babbo ve la condusse trovarono la zia Speranza che filava, canuta, colle grinze arcigne.
C'erano dei mattoni smossi dove inciampavasi, un ragazzaccio scamiciato il quale levò il capo da un basto che stava accomodando, senza salutarli.
Mastro Nunzio gemeva in letto coi reumatismi, sotto una coperta sudicia:
- Ah, sei venuto a vedermi? Credevi che fossi morto? No, no, non son morto.
E' questa la tua ragazza? Me l'hai portata qui per farmela vedere?...
E' una signorina, non c'è che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre però si chiamava Rosaria! Lo sai? Scusatemi, nipote mia, se vi ricevo in questo tugurio...
Ci son nato, che volete...
Spero di morirci...
Non ho voluto cambiarlo col palazzo dove pretendeva chiudermi vostro padre...
Io sono avvezzo ad uscir subito in istrada appena alzato...
No, no, è meglio pensarci prima.
Ciascuno com'è nato.
- Speranza grugniva delle altre parole che non si udivano bene.
Il ragazzaccio li accompagnò cogli occhi sino all'uscio, quando se ne andarono.
Intanto incalzavano le voci di colèra.
A Catania c'era stata una sommossa.
Giunse da Lentini don Bastiano Stangafame insieme a donna Fifì la quale pareva avesse già il male addosso, verde, impresciuttita, narrando cose che dovevano averle fatto incanutire i capelli in ventiquattr'ore.
A Siracusa una giovinetta bella come la Madonna, la quale ballava sui cavalli ammaestrati in teatro, e andava spargendo il colèra con quel pretesto, era stata uccisa a furor di popolo.
La gente insospettita stava a vedere, facendo le provviste per svignarsela dal paese, al primo allarme, e spiando ogni viso nuovo che passasse.
In quel tempo erano capitati due merciai che portavano nastri e fazzoletti di seta.
Andavano di casa in casa a vendere la roba, e guardavano dentro gli usci e nei cortili.
Le Margarone che spendevano allegramente per azzimarsi, quasi fossero ancora di primo pelo, fecero molte compere; anzi non trovandosi denari spiccioli, quei galantuomini dissero che sarebbero ripassati a prenderli il giorno dopo.
Invece spuntò il giorno del Giudizio Universale.
Ciolla era andato a ricorrere dal giudice che gli avevano avvelenate le galline: le portava a prova in mano, ancora calde.
Tornò in casa don Nicolino scalmanato, ordinando alle sorelle di sprangare usci e finestre e non aprire ad anima viva.
Il dottor Tavuso fece chiudere anche lo sportello della cisterna.
I galantuomini, rammentandosi il bel soggetto ch'era il Ciolla, quello ch'era stato in Castello colle manette, sedici anni prima, si armarono sino ai denti, e si misero a perlustrare il paese, se mai gli tornava il ghiribizzo di voler pescare nel torbido.
La parola d'ordine era, sparargli addosso senza misericordia al primo allarme.
I due merciai non si videro più.
Prima di sera cominciarono a sfilare le vetture cariche che scappavano dal paese.
Dopo l'avemaria non andava anima viva per le strade.
Giunse tardi una lettiga, che portava don Corrado La Gurna, vestito di nero, col fazzoletto agli occhi.
I cani abbaiarono tutta la notte.
Il panico poi non ebbe limiti allorché si vide scappare la baronessa Rubiera, paralitica, su di una sedia a bracciuoli, poiché nella portantina non entrava neppure, tanto era enorme, portata a fatica da quattr'uomini, colla testa pendente da un lato, il faccione livido, la lingua pavonazza che usciva a metà dalle labbra bavose, gli occhi soltanto vivi e inquieti, le mani da morta agitate da un tremito continuo.
E dietro, il baronello invecchiato di vent'anni, curvo, grigio, carico di figliuoli, colla moglie incinta ancora, e gli altri figli del primo letto.
Empivano la strada dove passavano: uno sgomento.
La povera gente che era costretta a rimanere in paese stava a guardare atterrita.
Nelle chiese avevano esposto il Sacramento.
Tacquero allora vecchi rancori, e si videro fattori restituire il mal tolto ai loro padroni.
Don Gesualdo aprì le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti; tutte le sue case di campagna alla Canziria e alla Salonia.
A Mangalavite, dove aveva pure dei casamenti vastissimi, parlò di riunire tutta la famiglia.
- Ora corro da mio padre per cercare d'indurlo a venire con noi.
Tu intanto va da tuo fratello, - disse a Bianca.
- Fagli capire che adesso son tempi da mettere una pietra sul passato, gli avessi fatto anche un tradimento...
Abbiamo il colèra sulle spalle...
Il sangue non è acqua infine! Non possiamo lasciare quel povero vecchio solo in mezzo al colèra...
Mi pare che la gente avrebbe motivo di sparlare dei fatti nostri, eh?...
- Voi avete il cuore buono! - balbettò la moglie sentendosi intenerire.
- Voi avete il cuore buono!
Ma don Ferdinando non si lasciò persuadere.
Era occupatissimo ad incollare delle striscie di carta a tutte le fessure delle imposte, con un pentolino appeso al collo, arrampicato su di una scala a piuoli.
- Non posso lasciar la casa, - rispose.
- Ho tanto da fare!...
Vedi quanti buchi?...
Se viene il colèra...
Bisogna tapparli tutti...
Inutilmente la sorella tornava a pregare e scongiurare - Non mi lasciate questo rimorso, don Ferdinando!...
Come volete che chiuda occhio la notte, sapendovi solo in casa?...
- Ah! ah!...
- rispose lui con un sorriso ebete.
- La notte non me lo soffiano il colèra!...
Chiuderò tutte le fessure...
guarda!
E tornava a ribattere: - Non posso lasciar la casa sola...
Ho da custodire le carte di famiglia...
La moglie del sagrestano, che vide uscire donna Bianca desolata dal portone, le corse dietro piangendo:
- Non ci vedremo più!...
Tutti se ne vanno...
Non avremo per chi sonare messa e mattutino!
Anche mastro Nunzio s'era rifiutato ad andare col figliuolo.
- Io mangio colle mani, figliuol mio.
Arrossiresti di tuo padre a tavola...
Sono uno zotico...
Non sono da mettermi insieme ai signori!...
No, no! è meglio pensarci prima! Meglio crepar di colèra che di bile!...
Poi, sai? io sono avvezzo ad esser padrone in casa mia...
Sono un villano...
Non so starci sotto le scarpe della moglie, no!
Speranza mostrò Burgio allettato anche lui dalla malaria.
- Noi non usiamo abbandonare i nostri nel pericolo!...
Mio marito non può muoversi, e noi non ci muoviamo!...
Ecco come siam noi!...
Lo sapete quello che ci vuole a mantenere una famiglia intera, col marito confinato in letto!...
-
Ma non t'ho sempre detto che sarai la padrona!...
Tutto quello che vuoi!...
- esclamò infine Gesualdo.
- No!...
Non vi ho chiesto l'elemosina!...
Non accetteremmo nulla, se non fosse pel bisogno...
grazie a Dio!...
Poiché ci fate la carità, andremo alla Canziria...
Non temete! Così la gente non potrà dire che avete abbandonato vostro padre in mezzo al colèra!...
Voi pensate a mandarci le provviste...
Non possiamo pascerci d'erba come le bestie!...
sentite...
Se avete pure qualche vestito smesso di vostra figlia, di quelli proprio che non possono più servirle...
Già lei è una signora, ma saranno sempre buoni per noi poveretti!...
I Margarone partirono subito per Pietraperzia; tutti ancora in lutto per don Filippo, morto dai crepacuori che gli dava il genero don Bastiano Stangafame, ogni volta che gli bastonava Fifì se non mandava denari.
Annebbiavano una strada.
Il barone Mèndola, che faceva la corte alla zia Sganci, se la condusse a Passaneto, e ci prese le febbri, povera vecchia.
Zacco e il notaro Neri partirono per Donferrante.
Era uno squallore pel paese.
A ventitré ore non si vedeva altri lungo la via di San Sebastiano che il marchese Limòli, per la sua solita passeggiatina del dopopranzo.
E gli fecero sapere anzi che destava dei sospetti con quelle gite, e volevano fargli la festa al primo caso di colèra.
- Eh? - disse lui.
- La festa? Ci avete a pensar voialtri, che vi tocca pagar le spese.
Io fo quello che ho fatto sempre, se no crepo egualmente.
E alla nipote che lo scongiurava di andar con lei a Mangalavite:
- Hai paura di non trovarmi più?...
No, no, non temere; il colèra non sa che farsene di me.
Mentre Bianca e la figliuola stavano per montare in lettiga, giunse la zia Cirmena, disperata.
- Avete visto? Tutti se ne vanno! I parenti mi voltano le spalle!...
E m'è cascato addosso anche quel povero orfanello di Corrado La Gurna...
Una tragedia a casa sua!...
Padre e madre in una notte...
fulminati dal colèra!...
Nessuno ha il mio cuore, no!...
Una povera donna senza aiuto e che non sa dove andare!...
Se mi date la chiave delle due camerette che avete laggiù a Mangalavite, vicino alla vostra casina!...
le camere del palmento...
Siete il solo parente a cui ricorrere, voi, don Gesualdo!...
- Sì, sì, - rispose lui - ma non lo dite agli altri...
- Glielo dirò anzi!...
Voglio rinfacciarlo a tutti quanti, se campo!
II
Quella che chiamavano la casina, a Mangalavite, era un gran casamento annidato in fondo alla valletta.
Isabella dalla sua finestra vedeva il largo viale alpestre fiancheggiato d'ulivi, la folta macchia verde che segnava la grotta dove scorreva l'acqua, le balze in cui serpeggiava il sentiero, e più in su l'erta chiazzata di sommacchi, Budarturo brullo e sassoso nel cielo che sembrava di smalto.
La sola pennellata gaia era una siepe di rose canine sempre in fiore all'ingresso del vial