PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA, di Giacomo Leopardi - pagina 4
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27
Maraviglia è colà che s'appresenti
Maurizio di Sassonia alla tua vista,
Che con mille vergogne e tradimenti
Gran parte a' suoi di libertade acquista,
Egmont, Orange, a lor grandezza intenti
Lor patria liberando oppressa e trista,
E quel miglior che invia con braccio forte
Il primo duca di Firenze a morte.
28
Né loco d'ammirar vi si ritrova,
Se d'ammirar colui non vi par degno,
Che redando grandezze antiche innova,
Non già virtudi, e che di tanto regno
Se minor dimostrando in ogni prova,
Par che mirar non sappia ad alcun segno,
Cittadi alternamente acquista e perde,
E il fior d'Europa in Affrica disperde.
29
Non di cor generoso e non abbietto,
Non infedel né pio, crudo né mite,
Non dell'iniquo amante e non del retto,
Or servate promesse ed or tradite,
Al grande, al bel non mai volto l'affetto,
Non agevoli imprese e non ardite,
Due prenci imprigionati in suo potere
Né liberi sa far, né ritenere.
30
Alfin di tanto suon, tanta possanza
Nessuno effetto riuscir si vede,
Anzi il gran fascio che sue forze avanza
Gitta egli stesso e volontario cede,
La cui mole che invan passò l'usanza
Divide e perde infra più d'uno erede;
Poi chiuso in monacali abiti involto
Gode prima che morto esser sepolto.
31
O costanza, o valor de' prischi tempi!
Far gran cose di nulla era vostr'arte,
Nulla far di gran cose età di scempi
Apprese da quel dì che il nostro marte
Costantin, pari ai più nefandi esempi,
Donò col nostro scettro ad altra parte.
Tal differenza insiem han del romano
Vero imperio gli effetti, e del germano.
32
Non d'onore appo noi, ma d'odio e sdegno
Han gara i sommi di quel secol bruno.
Né facilmente a chi dovuto il regno
Dell'odio sia giudicherebbe alcuno,
Se tu, portento di superbia e pegno
D'ira del ciel, non superassi ognuno,
O secondo Filippo, austriaca pianta,
Di cui Satan maestro ancor si vanta.
33
Tant'odio quanto è sul tuo capo accolto
De' tuoi pari di tempo e de' nepoti,
Altro mai non portò vivo o sepolto,
O ne' prossimi giorni o ne' remoti.
Tu nominato ogni benigno volto
Innaspri ed ogni cor placido scoti,
Stupendo in ricercar nell'ira umana
La più vivace ed intima fontana.
34
Dopo te quel grandissimo incorono
Duca d'Alba che quasi emulo ardisce
Contender teco, e il general perdono,
Tutti escludendo, ai Batavi bandisce.
Nobile esempio e salutar, che al trono
De' successori tuoi tanto aggradisce,
A cui d'Olanda il novo sdegno e il tanto
Valor si debbe ed il tuo giogo infranto.
35
Ma di troppo gran tratto allontanato
Son da Topaia, e là ritorno in fretta,
Dove accolto, o lettori, in sul mercato
Un infinito popolo m'aspetta,
Che un infinito cicalar di stato
Ode o presume udir, loda o rigetta,
E si consiglia o consigliarsi crede,
E fa leggi o di farle ha certa fede.
36
Chi dir potria le pratiche, i maneggi,
Le discordie, il romor, le fazioni
Che soglion accader quando le greggi
Procedono a sì fatte elezioni,
Per empier qual si sia specie di seggi,
Non che sforniti rifornire i troni?
Tutto ciò fra coloro intervenia,
E da me volentier si passa via.
37
E la conclusion sola toccando,
Dico che dopo un tenzonare eterno
All'alba ed alle squille, or disputando
Dello stato di fuori, or dell'interno,
Novella monarchia fu per comando
Del popol destinata al lor governo:
Una di quelle che temprate in parte
Son da statuti che si chiaman carte.
38
Se d'Inghilterra più s'assomigliasse
Allo statuto o costituzione,
Com'oggi il nominiamo, o s'accostasse
A quel di Francia o d'altra nazione,
Con parlamenti o corti alte o pur basse,
Di pubblica o di regia elezione,
Doppio o semplice alfin, come in Ispagna,
Lo statuto de' topi o carta magna,
39
Da tutto quel che degli antichi ho letto
Dintorno a ciò, raccor non si potria.
Questo solo affermar senza sospetto
D'ignoranza si può né di bugia,
Essere stato il prence allora eletto
Da' topi, e la novella signoria,
Quel che, se in verso non istesse male,
Avrei chiamato costituzionale.
40
Deputato a regnar fu Rodipane,
Genero al morto re Mangiaprosciutti.
Così quando Priamo alle troiane
Genti e di sua radice i tanti frutti
Mancàr, fuggendo a regioni estrane
Sotto il genero Enea convenner tutti:
Perché di regno alfin sola ci piace
La famiglia real creder capace.
41
E quella estinta, i prossimi di sangue
E poscia ad uno ad un gli altri parenti
Cerchiam di grado in grado insin che langue
Il regio umor negli ultimi attenenti.
Né questo in pace sol, ma quando esangue
Il regno è omai per aspri trattamenti,
Allor per aspra e sanguinosa via
Ricorre in armi a nova dinastia.
42
E quando per qualunque altra occorrenza
Mutando stato il pristino disgombra,
Di qualche pianta di real semenza
Sempre s'accoglie desioso all'ombra.
Qual pargoletto che rimasto senza
La gonna che il sostiene e che l'adombra,
Dopo breve ondeggiar tosto col piede,
Gridando, e con la man sopra vi riede.
43
O come ardita e fervida cavalla
Che di mano al cocchier per gioco uscita,
A gran salti ritorna alla sua stalla,
Dove sferza, e baston forse, l'invita;
O come augello il vol subito avvalla
Dalle altezze negate alla sua vita,
Ed alla fida gabbia ove soggiorna
Dagli anni acerbi, volontario torna.
44
Re cortese, per altro, amante e buono
Veggo questo in antico esser tenuto,
Memore ognor di quanto appiè del trono
Soggetto infra soggetti era vissuto:
Al popol in comun per lo cui dono,
E non del cielo, al regno era venuto,
Riconoscente; e non de' mali ignaro
Di questo o quel, né di soccorso avaro.
45
E lo statuto o patto che accettato
Dai cittadini avea con giuramento,
Trovo che incontro allo straniero armato
Difese con sincero intendimento,
Né perché loco gliene fosse dato,
Di restarsene sciolto ebbe talento.
Di questo, poi che la credenza eccede,
Interpongo l'altrui, non la mia fede.
CANTO QUARTO
1
Maraviglia talor per avventura,
Leggitori onorandi e leggitrici,
Cagionato v'avrà questa lettura.
E come son degli uomini i giudici
Facili per usanza e per natura,
Forse, benché benevoli ed amici,
Più d'un pensiero in mente avrete accolto,
Ch'essere io deggia o menzognero o stolto,
2
Perché le cose del topesco regno,
Che son per vetustà da noi lontane
Tanto che come appar da più d'un segno,
Agguaglian le antichissime indiane,
I costumi, il parlar, l'opre, l'ingegno,
E l'infime faccende e le sovrane,
Quasi ieri o l'altr'ier fossero state,
Simili a queste nostre ho figurate.
3
Ma con la maraviglia ogni sospetto
Come una nebbia vi torrà di mente
Il legger, s'anco non avete letto,
Quel che i savi han trovato ultimamente,
Speculando col semplice intelletto
Sopra la sorte dell'umana gente,
Che d'Europa il civil presente stato
Debbe ancor primitivo esser chiamato.
4
E che quei che selvaggi il volgo appella
Che nei più caldi e nei più freddi liti
Ignudi al sole, al vento, alla procella,
E sol di tetto natural forniti,
Contenti son da poi che la mammella
Lasciàr, d'erbe e di vermi esser nutriti,
Temon l'aure, le frondi, e che disciolta
Dal Sol non caggia la celeste volta;
5
Non vita naturale e primitiva
Menan, come fin qui furon creduti,
Ma per corruzion sì difettiva,
Da una perfetta civiltà caduti,
Nella qual come in propria ed in nativa
I padri de' lor padri eran vissuti:
Perché stato sì reo, come il selvaggio,
Estimar natural non è da saggio:
6
Non potendo mai star che la natura,
Che al ben degli animali è sempre intenta,
E più dell'uom che principal fattura
Esser di quella par che si consenta
Da tutti noi, sì povera e sì dura
Vita ove pur pensando ei si sgomenta,
Come propria e richiesta e conformata
Abbia al genere uman determinata.
7
Né manco sembra che possibil sia
Che lo stato dell'uom vero e perfetto
Sia posto in capo di sì lunga via
Quanta a farsi civile appar costretto
Il gener nostro a misurare in pria,
U' son cent'anni un dì quanto all'effetto:
Sì lento è il suo cammin per quelle strade
Che il conducon dal bosco a civiltade.
8
Perché ingiusto e crudel sarebbe stato,
Né per modo nessun conveniente,
Che all'infelicità predestinato,
Non per suo vizio o colpa anzi innocente,
Per ordin primo e natural suo fato
Fosse un numero tal d'umana gente,
Quanta nascer convenne, e che morisse
Prima che a civiltà si pervenisse.
9
Resta che il viver zotico e ferino
Corruzion si creda e non natura,
E che ingiuria facendo al suo destino
Caggia quivi il mortal da grande altura,
Dico dal civil grado, ove il divino
Senno avea di locarlo avuto cura:
Perché se al ciel non vogliam fare oltraggio,
Civile ei nasce, e poi divien selvaggio.
10
Questa conclusion che ancor che bella
Parravvi alquanto inusitata e strana,
Non d'altronde provien se non da quella
Forma di ragionar diritta e sana
Ch'a priori in iscola ancora s'appella,
Appo cui ciascun'altra oggi par vana,
La qual per certo alcun principio pone,
E tutto l'altro a quel piega e compone.
11
Per certo si suppon che intenta sia
Natura sempre al ben degli animali,
E che gli ami di cor come la pia
Chioccia fa del pulcin che ha sotto l'ali:
E vedendosi al tutto acerba e ria
La vita esser che al bosco hanno i mortali,
Per forza si conchiude in buon latino
Che la città fu pria del cittadino.
12
Se libere le menti e preparate
Fossero a ciò che i fatti e la ragione
Sapessero insegnar, non inchinate
A questa più che a quella opinione,
Se natura chiamar d'ogni pietate
E di qual s'è cortese affezione
Sapesser priva, e de' suoi figli antica
E capital carnefice e nemica;
13
O se piuttosto ad ogni fin rivolta,
Che al nostro che diciamo o bene o male;
E confessar che de' suoi fini è tolta
La vista al riguardar nostro mortale,
Anzi il saper se non da fini sciolta
Sia veramente, e se ben v'abbia, e quale;
Diremmo ancor con ciascun'altra etade
Che il cittadin fu pria della cittade.
14
Non è filosofia se non un'arte
La qual di ciò che l'uomo è risoluto
Di creder circa a qualsivoglia parte,
Come meglio alla fin l'è conceduto,
Le ragioni assegnando empie le carte
O le orecchie talor per instituto,
Con più d'ingegno o men, giusta il potere
Che il maestro o l'autor si trova avere.
15
Quella filosofia dico che impera
Nel secol nostro senza guerra alcuna,
E che con guerra più o men leggera
Ebbe negli altri non minor fortuna,
Fuor nel prossimo a questo, ove se intera
La mia mente oso dir, portò ciascuna
Facoltà nostra a quelle cime il passo
Onde tosto inchinar l'è forza al basso.
16
In quell'età, d'un'aspra guerra in onta,
Altra filosofia regnar fu vista,
A cui dinanzi valorosa e pronta
L'età nostra arretrossi appena avvista
Di ciò che più le spiace e che più monta,
Esser quella in sostanza amara e trista;
Non che i principii in lei né le premesse
Mostrar false da se ben ben sapesse.
17
Ma false o vere, ma disformi o belle
Esser queste si fosse o no mostrato,
Le conseguenze lor non eran quelle
Che l'uom d'aver per ferme ha decretato,
E che per ferme avrà fin che le stelle
D'orto in occaso andran pel cerchio usato:
Perché tal fede in tali o veri o sogni
Per sua quiete par che gli bisogni.
18
Ed ancor più, perché da lunga pezza
È la sua mente a cotal fede usata,
Ed ogni fede a che sia quella avvezza
Prodotta par da coscienza innata:
Che come suol con grande agevolezza
l'usanza con natura esser cangiata,
Così vien facilmente alle persone
Presa l'usanza lor per la ragione.
19
Ed imparar cred'io che le più volte
Altro non sia, se ben vi si guardasse,
Che un avvedersi di credenze stolte
Che per lungo portar l'alma contrasse,
E del fanciullo racquistar con molte
Cure il saper ch'a noi l'età sottrasse;
Il qual già più di noi non sa né vede,
Ma di veder né di saper non crede.
20
Ma noi, s'è fuor dell'uso, ogni pensiero
Assurdo giudichiam tosto in effetto,
Né pensiam ch'un assurdo il mondo e il vero
Esser potrebbe al fral nostro intelletto:
E mistero gridiam, perch'a mistero
Riesce ancor qualunque uman concetto,
Ma i misteri e gli assurdi entro il cervello
Vogliam foggiarci come a noi par bello.
21
Or, leggitori miei, scendendo al punto
Al qual per lunga e tortuosa via
Sempre pure intendendo, ecco son giunto,
Potete ormai veder che non per mia
Frode o sciocchezza avvien che tali appunto
Si pingan nella vostra fantasia
De' topi gli antichissimi parenti
Quali i popoli son che abbiam presenti:
22
Ma procede da ciò, che il nostro stato
Antico è veramente e primitivo
Non degli uomini sol, ma in ogni lato
D'ogni animal che in aria o in terra è vivo.
Perché ingiusto saria che condannato
Fosse di sua natura a un viver privo
Quasi d'ogni contento e pien di mali
L'interminato stuol degli animali.
23
Per tanto in civiltà, data secondo
Il grado naturale a ciascheduna,
Tutte le specie lor vennero al mondo,
E tutte poscia da cotal fortuna
Per lor proprio fallir caddero in fondo,
E infelici son or; né causa alcuna
Ha il ciel però dell'esser lor sì tristo
Il qual bene al bisogno avea provvisto.
24
E se colma d'angoscia e di paura
Del topolin la vita ci apparisce,
Il qual mirando mai non s'assicura,
Fugge e per ogni crollo inorridisce,
Corruzion si creda e non natura
La miseria che il topo oggi patisce,
A cui forse il menàr quei casi in parte
Che seguitando narran queste carte.
25
E la dispersion della sua schiatta
Ebbe forse d'allor cominciamento,
La qual raminga in su la terra è fatta.
Perduto il primo e proprio alloggiamento.
Come il popol giudeo, che mal s'adatta
Esule, sparso, a cento sedi, e cento,
E di Solima il tempio e le campagne
Di Palestina si rammenta e piagne.
26
Ma il novello signor giurato ch'ebbe
Servar esso e gli eredi eterno il patto,
Incoronato fu come si debbe,
E il manto si vestì di pel di gatto,
E lo scettro impugnò, che d'auro crebbe,
Nella cui punta il mondo era ritratto,
Perché credeva allor del mondo intero
La specie soricina aver l'impero.
27
Dato alla plebe fu cacio con polta,
E vin vecchio gittàr molte fontane,
Gridando ella per tutto allegra e folta
Viva la carta e viva Rodipane,
Tal ch'eccheggiando quell'alpestre volta
Carta per tutto ripeteva e pane,
Cose al governo delle culte genti,
Chi le sa ministrar, sufficienti.
28
Re de' topi costui con nuovo nome,
O suo trovato fosse o de' soggetti.
S'intitolò, non di Topaia, come
Propriamente in addietro s'eran detti
I portatori di quell'auree some.
Cosa molto a notar, che negli effetti
Differisce d'assai, benché non paia,
S'alcun sia re de' topi o di Topaia.
29
La noto ancor, però che facilmente
Nella cronologia non poco errato
Potrebbe andar chi non ponesse mente
A questo metafisico trovato,
E creder che costui primieramente
Rodipan fra quei re fosse nomato,
Quando un Rodipan terzo avanti a questo
Da libri e da monete è manifesto,
30
Primo fra' re de' topi, ma contando
Quei di Topaia ancor, s'io bene estimo,
Fu quarto Rodipan.
Questo ignorando
Può la cronologia da sommo ad imo
Andar sossopra.
A ciò dunque ovviando
Notate che costui Rodipan primo,
E il notin gli eruditi e i filotopi,
Fra i re de' topi fu, non fra i re topi.
31
Non era il festeggiar finito ancora
Quando giunse dal campo il messaggero,
Non aspettato ormai, che la dimora
Sua lunga aveane sgombro ogni pensiero;
Né desiato più, che insino allora
Soleano i sogni più gradir che il vero.
Sogni eran gli ozi brevi e l'allegria,
Ver ciò che il conte a rapportar venia.
32
Immantinente poi che divulgato
Fu per fama in Topaia il suo ritorno,
Interrotto il concorso ed acchetato
Il giulivo romor fu d'ogni intorno.
Tristo annunzio parea quel che bramato
E sospirato avean pur l'altro giorno,
Perché già per obblio fatte sicure
Destava l'alme ai dubbi ed alle cure.
33
Prestamente il legato a Rodipane
L'umor del granchio e l'aspre leggi espose,
E nel maggior consiglio la dimane
Per mandato del re l'affar propose.
Parver l'esposte leggi inique e strane,
Fatti sopra vi fur comenti e chiose,
Alfin per pace aver dentro e di fuore
A tutto consentir parve il migliore.
34
Tornò nel campo ai rigidi contratti
Il conte con famigli e con arnesi,
E l'accordo fermò secondo i patti
Che già per le mie rime avete intesi.
Soscriver non sapea, né legger gli atti
Il granchio, arti discare a' suoi paesi;
Ma lesse e confermò con la sua mano
Un ranocchio che allor gli era scrivano.
35
Ratto uno stuol di trentamila lanzi
Ver Topaia lietissimo si mosse,
A doppie paghe e più che doppi pranzi,
Benché rato l'accordo ancor non fosse,
E nella terra entrò, dietro e dinanzi
Schernito per le vie con le più grosse
Beffe che immaginar sapea ciascuno,
Non s'avvedendo quelli in modo alcuno.
36
Nel superbo castel furo introdotti,
Dove l'insegna lor piantata, e sciolta,
Poser mano a votar paiuoli e botti,
E sperar pace i topi un'altra volta.
Lieti i giorni tornàr, liete le notti,
Ch'ambo sovente illuminar con molta
Spesa fece il comun per l'allegria
Dell'acquistata nuova monarchia.
37
Ma quel che più rileva, a far lo stato
Prospero quanto più far si potesse
Del popolo in comune e del privato
Fama è che cordialmente il re si desse.
Il qual subito poi che ritornato
Fu Leccafondi, consiglier lo elesse,
Ministro dell'interno e principale
Strumento dell'impero in generale.
38
Questi a rimover l'ombra ed all'aumento
Di civiltà rivolse ogni sua cura,
Sapendo che con altro fondamento
Prosperità di regni in piè non dura,
E che civile e saggia, il suo contento
La plebe stessa ed il suo ben procura
Meglio d'ogni altro, né favor né dono,
Fuor ch'esser franca, l'è mestier dal trono.
39
E bramò che sapesse il popol tutto
Leggere e computar per disciplina
Stimando ciò, cred'io, maggior costrutto,
Che non d'Enrico quarto la gallina.
Quindi nella città fe' da per tutto
Tante scole ordinar, che la mattina
Piazze, portici e vie per molti dì
Non d'altro risonàr che d'a b c.
40
Crescer più d'una cattedra o lettura
Anco gli piacque a ciaschedun liceo,
Con più dote che mai per avventura
Non ebbe professor benché baggeo.
Dritto del topo, dritto di natura,
Ed ogni dritto antegiustinianeo,
E fuvvi col civil, col criminale
Esposto il dritto costituzionale.
41
E già per la fidanza ond'è cagione
All'alme un convenevol reggimento,
D'industria a rifiorir la nazione
Cominciava con presto accrescimento.
Compagnie di ricchissime persone
Cercar da grandi spese emolumento,
D'orti, bagni, ginnasi e ciascun giorno
Vedevi il loco novamente adorno.
42
Vendite nuove ed utili officine
Similmente ogni dì si vedean porre,
Merci del loco e merci pellegrine
In copia grande ai passeggeri esporre,
Stranie commodità far cittadine,
Nuovi teatri il popolo raccorre,
Qui strade a raccorciar la plebe intenta,
Là d'un palagio a por le fondamenta.
43
Concorde intanto la città con bianchi
Voti il convegno ricevuto avea,
E che di quello dal signor de' granchi
Fosse fatto altrettanto s'attendea.
Andando e ritornando eran già stanchi
Più messi, e nulla ancor si conchiudea,
Tanto che in fin dei principali in petto
Nascea, benché confuso, alcun sospetto.
44
Senzacapo re granchio il più superbo
De' prenci di quel tempo era tenuto,
Nemico ostinatissimo ed acerbo
Del nome sol di carta o di statuto,
Che il poter ch'era in lui senza riserbo
Partir con Giove indegno avria creduto.
Se carta alcun sognò dentro il suo regno
Egli in punirlo esercitò l'ingegno.
45
E cura avea che veramente fosse
Con perfetto rigor la pena inflitta,
Né dalle genti per pietà commosse
Qualche parte di lei fosse relitta,
E il numero e il tenor delle percosse
Ricordava e la verga a ciò prescritta.
Buon sonator per altro anzi divino
La corte il dichiarò di violino.
46
Questi poiché con involute e vaghe
Risposte ebbe gran tempo ascoso il vero,
Al capitan di quei che doppie paghe
Già da' topi esigean senza mistero
Ammessi senza pugna e senza piaghe,
Mandò, quando gli parve, un suo corriero.
Avea quel capitan fra i parlatori
Della gente de' granchi i primi onori.
47
Forte nei detti sì che per la forte
Loquela il dimandar Boccaferrata.
Il qual venuto alle reali porte
Chiese udienza insolita e privata.
Ed intromesso, fe', come di corte,
Riverenza per granchio assai garbata:
Poi disse quel che riposato alquanto
Racconterò, lettor, nell'altro canto.
CANTO QUINTO
1
Signor, disse, che tale esser chiamato
Dei pel sangue che porti entro le vene,
Il qual certo sappiam che derivato
Da sorgente real ne' tuoi perviene
E perché di sposar fosti degnato,
Colei che sola in vita ancor mantiene,
Caduti tutti gli altri augusti frutti,
La famiglia del re Mangiaprosciutti;
2
Degno quant'altro alcun di regio trono
T'estima il signor mio per ogni punto,
Ma il sentiero, a dir ver, crede non buono
Per cui lo scettro ad impugnar sei giunto.
Tai che a poter ben darlo atti non sono,
T'hanno ai ben meritati onori assunto.
Ma re fare o disfar, come ben sai,
Altro ch'a' re non s'appartenne mai.
3
Se vedovo per morte il seggio resta
Che legittimamente era tenuto,
Né la succession sia manifesta
Per discendenza o regio altro statuto,
Né men per testamento in quella o in questa
Forma dal morto re sia provveduto,
Spontaneamente al derelitto regno
S'adopran gli altri re di por sostegno.
4
O un successore è dato a quella sede
Che sia da lor concordemente eletto,
O partono essi re pieni di fede
L'orbo stato fra lor con pari affetto,
O chi primo il può far primo succede
Per lo più chi più forte è con effetto,
Cause genealogiche allegando,
E per lo più con l'arme autenticando.
5
Re novo, di lor man pesato e scosso,
Dare i sudditi a se mai non fur visti,
Né fora assurdo al mio parer men grosso
Che se qualche lavor de' nostri artisti,
Come orologio da portare indosso
O cosa tal che per danar s'acquisti,
Il compratore elegger si vedesse,
Che lei portare e posseder potesse.
6
Negli scettri non han ragione o voto
I popoli nessuno o ne' diademi,
Ch'essi non fer, ma Dio, siccome è noto.
Anzi s'anco talvolta in casi estremi
Resta il soglio deserto non che vòto
Per popolari fremiti e per semi
D'ire o per non so qual malinconia,
Onde spenta riman la monarchia,
7
Al popol che di lei fu distruttore
Cercan rimedio ancor l'altre corone,
E legittimo far quel mal umore
Quasi e rettificar l'intenzione
Destinato da lor novo signore
Dando a quel con le triste o con le buone,
Né sopportan giammai che da se stesso
Costituirsi un re gli sia conesso.
8
Che se pur fu da Brancaforte ingiunto
A' tuoi di provveder d'un re novello,
Non volea questo dir ch'eletto a punto
Fosse il creato re questo né quello,
Ma non altro dar lor se non l'assunto
Che i più capaci del real mantello
Proponessero a' piè de' potentati,
Che gli avriano a bell'agio esaminati.
9
Or dunque avendo alla virtù rispetto,
Signor, che manifesta in te dimora,
E sopra tutto a quei che prima ho detto
Pregi onde teco il gener tuo s'onora,
Non della elezion solo il difetto
Supplire ed emendar, ma vuole ancora
La maestà del mio padrone un segno
Darti dell'amor suo forse più degno.
10
Perché non pur con suo real diploma
Che valevol fia sempre ancor che tardo,
E di color che collegati ei noma
Che il daran prontamente a suo riguardo,
Riponendoti il serto in su la chioma
Legittimo farà quel ch'è bastardo,
Che legittimità, cosa volante,
Vien dal cielo o vi riede in un istante:
11
Ma il poco onesto e non portabil patto
Che il popolo a ricever ti costrinse,
A cui ben vede il mio signor che un atto
Discorde assai dal tuo voler t'avvinse,
Sconcio a dir vero e tal che quasi affatto
La maestà di questo trono estinse,
A potere annullar de' topi in onta
Compagnia t'offerisce utile e pronta.
12
Non solo i nostri trentamila forti
Che nel suo nome tengono il castello
Alla bell'opra ti saran consorti
Di render lustro al tuo real cappello,
Ma cinquecentomila che ne' porti
De' ranocchi hanno stanza, io vo dir quello
Esercito già noto a voi che sotto
Brancaforte in quei lochi or s'è ridotto,
13
E che per volontà del signor nostro
Così fermato in prossime contrade
Aspetta per veder nel regno vostro
Che movimento o cosa nova accade,
Tosto che un cenno tuo gli sarà mostro,
Il cammin prenderà della cittade,
Dove i topi o ravvisti o con lor danno
A servir prestamente torneranno.
14
Fatto questo, il diploma a te spedito
Sarà, di quel tenor che si conviene.
E un patto fra' due re fia stabilito
Quale ambedue giudicherete bene.
Ma troppo oggi, saria diminuito
L'onor che fra' re tutti il mio ritiene
Se un accordo da lui si confermasse
Che con suddita plebe altri contrasse.
15
Né certo ei sosterrà che d'aver fatto
Onta agli scettri il popol tuo si vanti,
E che che avvenga, il disdicevol patto
Che tutti offender sembra i dominanti
Combatterà finché sarà disfatto,
Tornando la città qual era innanti.
Questa presso che ostil conclusione
Ebbe del capitan l'orazione.
16
Rispose Rodipan, che udir solea
Che stil de' granchi era cangiare aspetto
Secondo i tempi, e che di ciò vedea
Chiara testimonianza or per effetto,
Essendo certo che richiesto avea
Senzacapo che un re subito eletto
Fosse da' topi allor che avea temenza
D'altra più scandalosa esperienza.
17
Che stato franco avessero anteposto
A monarchia di qualsivoglia sorte,
E che l'esempio loro avesse posto
Desiderio in altrui d'un'ugual sorte,
La qual sospizion come più tosto
S'avea tolto dal cor, di Brancaforte
Condannava i trattati, e i chiari detti
Torceva a inopinabili concetti.
18
Privo l'accordo del real suggello
Né re de' topi alcun riconosciuto
A se poco gravar, ma che il castello
Con maraviglia grande avria veduto
Da genti granchie ritener, che in quello
Entrar per solo accordo avean potuto,
Se non sapesse ai popoli presenti
Esser negati i dritti delle genti.
19
Anzi i dritti comuni e di natura:
Perché frode, perfidia e qual si sia
Pretta solenne autentica impostura
È cosa verso lor lecita e pia,
E quelli soppiantar può con sicura
Mente ogni estrania o patria monarchia,
Che popolo e nessun tornan tutt'uno,
Se intier l'ammazzi, non ammazzi alcuno.
20
Quanto al proposto affar, che interrogato
Capo per capo avria la nazione,
Non essendo in sua man circa lo stato
Prender da se deliberazione,
E che quel che da lei fosse ordinato
Faria come per propria elezione,
Caro avendo osservar, poi che giurollo,
Lo statuto.
E ciò detto, accommiatollo.
21
L'altra mattina al general consiglio
Il tutto riferì personalmente,
E la grandezza del comun periglio
Espose e ragionò distesamente,
E trovar qualche via, qualche consiglio,
Qualche provvision conveniente
Spesse volte inculcò, quasi sapesse
Egli una via, ma dir non la volesse.
22
Arse d'ira ogni petto, arse ogni sguardo,
E come per l'aperta ingiuria suole
Che negl'imi precordii anche il codardo
Fere là dove certo il ferir dole,
Parve ancora al più vile esser gagliardo
Vera vendetta a far non di parole.
Guerra scelta da tutti e risoluto
Fu da tutti morir per lo statuto.
23
Commendò Rodipan questo concorde
Voler del popol suo con molte lodi,
Morte imprecando a quelle bestie sorde
Dell'intelletto e pur destre alle frodi;
Purché, disse, nessun da se discorde
Segua il parlar, non poi gli atti de' prodi:
E soldatesche ed armi e l'altre cose
Spettanti a guerra ad apprestar si pose.
24
Di suo vero od al ver più somigliante
Sentir, del quale ogni scrittore è muto,
Dirovvi il parer mio da mal pensante
Qual da non molto in qua son divenuto,
Che per indole prima io rette e sante
Le volontà gran tempo avea creduto,
Né d'appormi così m'accadde mai,
Né di fallar poi che il contrario usai.
25
Dico che Rodipan di porre sciolta
La causa sua dalla comun de' topi
In man de' granchi, avea per cosa stolta,
Veduto, si può dir, con gli occhi propi
Tanta perfidia in quelle genti accolta,
Quanta sparsa è dagl'Indi agli Etiopi,
E potendo pensar che dopo il patto
Similmente lui stesso avrian disfatto.
26
Ma desiato avria che lo spavento
Della guerra de' granchi avesse indotto
Il popolo a volere esser contento
Che il seggio dato a lui non fosse rotto,
Sì che spargendo volontario al vento
La fragil carta, senza più far motto,
Fosse stato a veder se mai piacesse
Al re granchio adempir le sue promesse.
27
Così re senza guerra e senza patto
Forse trovato in breve ei si saria,
Da doppio impaccio sciolto in un sol tratto
E radicata ben la dinastia,
Né questo per alcun suo tristo fatto,
Per tradimento o per baratteria,
Né violato avendo in alcun lato
Il giuramento alla città giurato.
28
Queste cose, cred'io, tra se volgendo
Meno eroica la plebe avria voluta.
Per congetture mie queste vi vendo,
Che in ciò la storia, come ho detto, è muta.
Se vi paresser frasche, non intendo
Tor fama alla virtù sua conosciuta.
Visto il voler de' suoi, per lo migliore
La guerra apparecchiò con grande ardore.
29
Guerra tonar per tutte le concioni
Udito avreste tutti gli oratori,
Leonidi, Temistocli e Cimoni,
Muzi Scevola, Fabi dittatori,
Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,
E somiglianti eroi de' lor maggiori
Iterar ne' consigli e tutto il giorno
Per le bocche del volgo andare attorno.
30
Guerra sonar canzoni e canzoncine
Che il popolo a cantar prendea diletto,
Guerra ripeter tutte le officine
Ciascuna al modo suo col proprio effetto.
Lampeggiavan per tutte le fucine
Lancioni, armi del capo, armi del petto,
E sonore minacce in tutti i canti
S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.
31
Primo fatto di guerra, a tal fatica
Movendo Rubatocchi i cittadini,
Fu di torri e steccati alla nemica
Gente su del castel tutti i confini
Chiuder donde colei giù dall'aprica
Vetta precipitar sopra i vicini
Poteva ad ogn'istante, e nella terra
Improvvisa portar tempesta e guerra.
32
Poi dubitato fu se al maggior nerbo
De' granchi che verrebbe ormai di fuore
Come torrente rapido e superbo
Opporsi a mezza via fosse il migliore,
Ovver nella città con buon riserbo
Schernir, chiuse le porte, il lor furore.
Questo ai vecchi piacea, ma parve quello
Ai damerini della patria bello.
33
Come Aiace quel dì che di tenebre
Cinte da Giove fur le greche schiere,
Che di servar Patroclo alla funebre
Cura fean battagliando ogni potere,
Al nume supplicò che alle palpebre
Dei figli degli Achei desse il vedere,
Riconducesse il dì, poi se volesse
Nell'aperto splendor li distruggesse;
34
Così quei prodi il popolar consiglio
Pregàr che la virtù delle lor destre
Risplender manifesta ad ogni ciglio
Potesse in parte lucida e campestre,
Né celato restasse il lor periglio
Nel buio sen di quella grotta alpestre.
Vinse l'alta sentenza, e per partito
Fuori il granchio affrontar fu stabilito.
35
E già dai regni a rimembrar beati
Degli amici ranocchi che per forza
Gli aveano insino allor bene albergati
Movevan quei dalla petrosa scorza
Brancaforte co' suoi fidi soldati,
Per quel voler ch'ogni volere sforza
Del lor padrone e re che di gir tosto
Sopra Topaia aveva al duce imposto.
36
Dall'altra parte orrenda ne' sembianti
Da Topaia movea la cittadina
Falange che di numero di fanti
A un milione e mezzo era vicina.
Serse in Europa non passò con tanti
Quando varcata a piè fu la marina.
Coperto era sì lunge ogni sentiero
Che la veduta si perdea nel nero.
37
Venuti erano al loco ove diè fine
Alla fuga degli altri il Miratondo,
Loco per praticelli e per colline
E per quiete amabile e giocondo.
Era il tempo che l'ore mattutine
Cedono al mezzodì le vie del mondo,
Quando assai di lontan parve rimpetto
All'esercito alzarsi un nugoletto.
38
Un nugoletto il qual di mano in mano
Con prestezza mirabile crescea
Tanto che tutto ricoprire il piano
Dover fra poco e intenebrar parea,
Come nebbia talor cui di lontano
Fiume o palude in bassa valle crea,
Che per soffio procede e la sua notte
Campi e villaggi a mano a mano inghiotte.
39
Conobber facilmente i principali
Quel di che il bianco nugolo era segno,
Che dai passi nascea degli animali
Che venieno avversari al misto regno.
Però tempo ben parve ai generali
Di mostrar la virtù del loro ingegno,
E qui fermato il piè, le ardite schiere
A battaglia ordinàr con gran sapere.
40
Al lago che di sopra io ricordai,
Ch'or limpido e brillando al chiaro giorno
Spargea del Sol meridiano i rai,
Appoggiàr delle squadre il destro corno,
L'altro al poggio che innanzi anco narrai
Alto ed eretto, e quanti erano intorno
Lochi angusti e boscosi ed eminenti
Tutti fero occupar dalle lor genti.
41
Già per mezzo all'instabil polverio
Si discernea de' granchi il popol duro,
Che quetamente e senza romorio
Nella sua gravita venia sicuro.
Alzi qui la materia il canto mio
E chiaro il renda se fu prima oscuro,
Qui volentieri invocherei la musa
Se non che l'invocarla or più non s'usa.
42
Eran le due falangi a fronte a fronte
Già dispiegate ed a pugnar vicine,
Quando da tutto il pian, da tutto il monte
Diersi a fuggir le genti soricine.
Come non so, ma né ruscel né fonte
Balza né selva al corso lor diè fine.
Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi
Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.
43
Fuggiro al par del vento, al par del lampo
Fin dove narra la mia storia appresso.
Solo di tutti in sul deserto campo
Rubatocchi restò come cipresso
Diritto, immoto, di cercar suo scampo
Non estimando a cittadin concesso
Dopo l'atto de' suoi, dopo lo scorno
Di che principio ai topi era quel giorno.
44
In lui rivolta la nemica gente
Sentì del braccio suo l'erculea possa.
A salvarla da quel non fu possente
La crosta ancor che dura ancor che grossa.
Spezzavala cadendo ogni fendente
Di quella spada, e scricchiolar fea l'ossa,
E troncava le branche e di mal viva
E di gelida turba il suol copriva.
45
Così pugnando sol contro infiniti
Durò finché il veder non venne manco.
Poi che il Sol fu disceso ad altri liti,
Sentendo il mortal corpo afflitto e stanco,
E di punte acerbissime feriti
E laceri in più parti il petto e il fianco,
Lo scudo ove una selva orrida e fitta
D'aste e d'armi diverse era confitta,
46
Regger più non potendo, ove più folti
Gl'inimici sentia, scagliò lontano.
Storpiati e pesti ne restaron molti,
Altri schiacciati insucidaro il piano.
Poscia gli estremi spiriti raccolti,
Pugnando mai non riposò la mano
Finché densato della notte il velo,
Cadde, ma il suo cader non vide il cielo.
47
Bella virtù, qualor di te s'avvede,
Come per lieto avvenimento esulta
Lo spirto mio: né da sprezzar ti crede
Se in topi anche sii tu nutrita e culta.
Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,
O nota e chiara o ti ritrovi occulta,
Sempre si prostra: e non pur vera e salda,
Ma imaginata ancor, di te si scalda.
48
Ahi ma dove sei tu? sognata o finta
Sempre? vera nessun giammai ti vide?
O fosti già coi topi a un tempo estinta,
Né più fra noi la tua beltà sorride?
Ahi se d'allor non fosti invan dipinta,
Né con Teseo peristi o con Alcide,
Certo d'allora in qua fu ciascun giorno
Più raro il tuo sorriso e meno adorno.
CANTO SESTO
1
Meta al fuggir le inviolate schiere
Di Topaia ingombràr le quattro porte.
Non che ferir, potute anco vedere
Non ben le avea de' granchi il popol forte.
Cesar che vide e vinse, al mio parere,
Men formidabil fu di Brancaforte,
Al qual senza veder fu co' suoi fanti
Agevole a fugar tre volte tanti.
2
Tornata l'oste a' babbi intera e sana,
Se a qualcuno il fuggir non fu mortale,
Chiuse le porte fur della lor tana
Con diligenza alla paura uguale.
E per entrarvi lungamente vana
Stata ogni opra saria d'ogni animale,
Sì che molti anni in questo avria consunto
Brancaforte che là tosto fu giunto,
3
Se non era che quei che per nefando
Inganno del castello eran signori,
E ch'or più faci al vento sollevando
Sedean lassù nell'alto esploratori,
Visto il popolo attorno ir trepitando
E dentro ritornar quelli di fuori,
Indovinàr quel ch'era, e fatti arditi
I serragli sforzar mal custoditi.
4
E con sangue e terror corsa la terra
Aprir le porte alla compagna gente,
Che qual tigre dal carcer si disserra,
O da ramo si scaglia atro serpente,
Precipitaron dentro, e senza guerra
Tutto il loco ebber pieno immantinente.
Il rubare, il guastar d'una nemica
Vincitrice canaglia il cor vi dica.
5
Più giorni a militar forma d'impero
L'acquistata città fu sottoposta,
Brancaforte imperando, anzi nel vero
Quel ranocchin ch'egli avea seco a posta
A ciò che l'alfabetico mistero
Gli rivelasse in parte i dì di posta,
E sempre che bisogno era dell'arte
D'intendere o parlar per via di carte.
6
Tosto ogni atto, ogn'indizio, insegna o motto
Di mista monarchia fu sparso al vento,
Raso, abbattuto, trasformato o rotto.
Chi statuto nomava o parlamento
In carcere dai lanzi era condotto,
Che del parlar de' topi un solo accento
Più là non intendendo, in tal famiglia
Di parole eran dotti a maraviglia.
7
Leccafondi che noto era per vero
Amor di patria e del civil progresso,
Non sol privato fu del ministero
E del poter che il re gli avea concesso,
Ma dalla corte e dai maneggi intero
Bando sostenne per volere espresso
Di Senzacapo, e i giorni e le stagioni
A passar cominciò fra gli spioni.
8
Rodipan mi cred'io che volentieri
Precipitato i granchi avrian dal trono.
Ma trovar non potendo di leggeri
Chi per sangue a regnar fosse sì buono,
Spesi d'intorno a ciò molti pensieri,
Parve al re vincitor dargli perdono,
E re chiamarlo senza altro contratto,
Se per dritto non era almen per fatto.
9
Ma con nome e color d'ambasciatore
Inviogli il baron Camminatorto,
Faccendier grande e gran raggiratore
E in ogni opra di re dotto ed accorto,
Che per arte e per forza ebbe valore
Di prestamente far che per conforto
Suo si reggesse il regno, e ramo o foglia
Non si movesse in quel contro sua voglia.
10
Chiuso per suo comando il gabinetto,
Chiuse le scole fur che stabilito
Aveva il conte, come sopra ho detto,
E d'esser ne' caratteri erudito
Fu, com'ei volle, al popolo interdetto,
Se di licenza special munito
A ciò non fosse ognun: perché i re granchi
D'oppugnar l'abbiccì non fur mai stanchi.
11
Quindi i reami lor veracemente
Fur del mondo di sopra i regni bui.
Ed era ben ragion, che chiaramente
Dovean veder che la superbia in cui
La lor sopra ogni casa era eminente
Non altro avea che l'ignoranza altrui
Dove covar: che dal disprezzo, sgombra
Che fosse questa, non aveano altr'ombra.
12
Lascio molti e molti altri ordinamenti
Del saggio nunzio, e sol dirò che segno
Della bontà de' suoi provvedimenti
Fu l'industria languir per tutto il regno,
Crescer le usure, impoverir le genti,
Nascondersi dal Sol qualunque ingegno,
Sciocchi o ribaldi conosciuti e chiari
Cercar soli e trattar civili affari.
13
Il popolo avvilito e pien di spie
Di costumi ogni dì farsi peggiore,
Ricorrere agl'inganni, alle bugie,
Sfrontato divenendo e traditore,
Mal sicure da' ladri esser le vie
Per tutta la città non che di fuore;
L'or fuggendo e la fede entrar le liti,
Ed ir grassi i forensi ed infiniti.
14
Subito poi che l'orator fu giunto
Cui de' topi il governo era commesso
Dal re de' granchi, a Brancaforte ingiunto
Fu di partir co' suoi.
Ma dallo stesso
Cresciuto insino a centomila appunto
Fu lo stuolo in castel male intromesso,
Il resto a trionfar di topi e rane
Tornò con Brancaforte alle sue tane.
15
Allor nacque fra' topi una follia
Degna di riso più che di pietade,
Una setta che andava e che venia
Congiurando a grand'agio per le strade,
Ragionando con forza e leggiadria
D'amor patrio, d'onor, di libertade,
Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
Di fuggir come dianzi avevan fatto,
16
E certo quanto a se che pur col dito
Lanzi ei non toccheria né con la coda.
Pure a futuri eccidi amaro invito
O ricevere o dar con faccia soda
Massime all'età verde era gradito,
Perché di congiurar correa la moda,
E disegnar pericoli e sconquasso
Della città serviva lor di spasso.
17
Il pelame del muso e le basette
Nutrian folte e prolisse oltre misura,
Sperando, perché il pelo ardir promette,
D'avere, almeno ai topi, a far paura.
Pensosi in su i caffè, con le gazzette
Fra man, parlando della lor congiura,
Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
Cantando arie sospette ivano a schiere.
18
Al tutto si ridea Camminatorto
Di sì fatte commedie, e volentieri
Ai topi permettea questo conforto,
Che con saputa sua senza misteri,
Lui decretando or preso, or esser morto,
Gli congiurasser contro i lustri interi:
Ma non sostenne poi che capo e fonte
Di queste trame divenisse il conte.
19
Al quale i giovinastri andando in frotte
Offrian se per la patria a morir presti;
E disgombro giammai né dì né notte
Non era il tetto suo d'alcun di questi.
Egli, perché le genti ancorché dotte
E sagge e d'opre e di voleri onesti,
Di comandare altrui sempre son vaghe,
E più se in tempo alcun di ciò fur paghe;
20
Anche dal patrio nome e da quel vero
Amor sospinto ond'ei fu sempre specchio,
Inducevasi a dar, se non intero
Il sentimento, almen grato l'orecchio
Al dolce suon che lui nel ministero,
E che la patria ritornar nel vecchio
Onore e grado si venia vantando,
E con la speme il cor solleticando.
21
L'ambasciador, quantunque delle pie
Voglie del conte ancor poco temesse,
Pur com'era mestier che molte spie
Con buone paghe intorno gli tenesse,
Rivolger quei danari ad altre vie,
E torsi quella noia un giorno elesse,
E gentilmente e in forma di consiglio
Costrinse il conte a girsene in esiglio.
22
Peregrin per la terra il chiaro topo
Vide popoli assai, stati e costumi;
A quante bestie narrò poscia Esopo
Si condusse varcando or mari or fiumi,
Con gli occhi intenti sempre ad uno scopo
D'augumentar come si dice i lumi
Alle sue genti, e se gli fosse dato
Trovar soccorso al lor dolente stato.
23
Com'esule e com'un ch'era discaro
Al re granchio, al baron Camminatorto,
E ch'alfabeto e popolo avea caro,
Molte corti il guardàr con occhio torto.
Più d'un altro con lui fu meno avaro,
Più d'un ministro e re largo conforto
Gli porse di promesse, ed ei contento
Il cammin proseguia con questo vento.
24
Una notte d'autunno, andando ei molto
Di notte, come i topi han per costume,
Un temporal sopra il suo capo accolto
Oscurò delle stelle ogni barlume,
Gelato un nembo in turbine convolto
Colmò le piagge d'arenose spume,
Ed ai campi adeguò così la via,
Che seguirla impossibil divenia.
25
Il vento con furor precipitando
Schiantava i rami e gli arbori svellea,
E tratto tratto il fulmine piombando
Vicine rupi e querce scoscendea
Con altissimo suon, cui rimbombando
Ogni giogo, ogni valle rispondea,
E con tale un fulgor che tutto il loco
Parea subitamente empier di foco.
26
Non valse al conte aver la vista acuta,
E nel buio veder le cose appunto,
Che la strada assai presto ebbe perduta,
E dai seguaci si trovò disgiunto.
Per la campagna un lago or divenuta
Notava o sdrucciolava a ciascun punto.
Più volte d'affogar corse periglio,
E levò supplicando all'etra il ciglio.
27
Il vento ad or ad or mutando lato
Più volte indietro e innanzi il risospinse,
Talora il capovolse e nel gelato
Umor la coda e il dorso e il crin gli tinse,
E più volte a dir ver quell'apparato
Di tremende minacce il cor gli strinse,
Che di rado il timor, ma lo spavento
Vince spesso de' saggi il sentimento.
28
Cani pecore e buoi che sparsi al piano
O su pe' monti si trovàr di fuore,
Dalle correnti subite lontano
Ruzzolando fur tratti a gran furore
Insino ai fiumi, insino all'oceano,
Orbo lasciando il povero pastore.
Fortuna e delle membra il picciol pondo
Scamparo il conte dal rotare al fondo.
29
Già ristato era il nembo, ed alle oscure
Nubi affacciarsi or l'una or l'altra stella
Quasi timide ancora e mal sicure
Ed umide parean dalla procella.
Ma sommerse le valli e le pianure
Erano intorno, e come navicella
Vota fra l'onde, senza alcuna via
Il topo or qua or là notando gia.
30
E in suo cor sottentrata allo spavento
Era l'angoscia del presente stato.
Senza de' lochi aver conoscimento,
Solo e già stanco, e tutto era bagnato.
Messo s'era da borea un picciol vento
Freddo, di punte e di coltella armato,
Che dovunque, spirando, il percotea,
Pungere al vivo e cincischiar parea.
31
Sì che se alcun forame o s'alcun tetto
Non ritrovasse a fuggir l'acqua e il gelo,
E la notte passar senza ricetto
Dovesse, che salita a mezzo il cielo
Non era ancor, sentiva egli in effetto
Che innanzi l'alba lascerebbe il pelo.
Ciò pensando, e mutando ognor cammino,
Vide molto di lungi un lumicino,
32
Che tra le siepi e gli arbori stillanti
Or gli appariva ed or parea fuggito.
Ma s'accorse egli ben passando avanti
Che immobile era quello e stabilito,
E di propor quel segno ai passi erranti,
O piuttosto al notar, prese partito:
E così fatto più d'un miglio a guazzo,
Si ritrovò dinanzi ad un palazzo.
33
Grande era questo e bello a dismisura,
Con logge intorno intorno e con veroni,
Davanti al qual s'udian per l'aria oscura
Piover due fonti con perenni suoni.
Vide il topo la mole e la figura
Questa aver che dell'uomo han le magioni.
Dal lume il qual d'una finestra uscia
Ch'abitata ella fosse anco apparia.
34
Però di fuor con cura e con fatica
Cercolla il topo stanco in ogni canto,
Per veder di trovar nova od antica
Fessura ov'ei posar potesse alquanto,
Non molto essendo alla sua specie amica
La nostra insin dalla stagion ch'io canto.
Ma per molto adoprarsi una fessura
Né un buco non trovò per quelle mura.
35
Strano questo vi par, ma certo il fato
Intento il conducea là dove udrete.
Che vedendosi omai la morte allato,
Che il Cesari chiamò mandar pel prete,
E sentendosi il conte esser dannato
D'ogni male a morir fuorché di sete
Se fuor durasse, di cangiar periglio,
D'osare e di picchiar prese consiglio.
36
E tratto all'uscio e tolto un sassolino,
Dievvi de' colpi a suo poter più d'uno.
Subito da un balcon fe' capolino
Un uom guardando, ma non vide alcuno.
Troppo quel che picchiava era piccino,
Né facil da veder per l'aer bruno.
Risospinse le imposte, e poco stante
Ecco tenue picchiar siccome avante.
37
Qui trasse fuori una lucerna accesa
L'abitator del solitario ostello,
E sporse il capo, e con la vista intesa
Mirando inverso l'uscio, innanzi a quello
Vide il topo che pur con la distesa
Zampa facea del sassolin martello.
Crederete che fuor mettesse il gatto,
Ma disceso ad aprir fu quegli a un tratto
38
E il pellegrin con modo assai cortese
Introdusse in dorati appartamenti,
Parlando della specie e del paese
Dei topi i veri e naturali accenti.
E vedutol così male in arnese,
E dal freddo di fuor battere i denti,
Ad un bagno il menò dove lavollo
Dalla mota egli stesso e riscaldollo.
39
Fatto questo, di noci e fichi secchi
Un pasto gli arrecò di regal sorte,
Formaggio parmegian, ma di quei vecchi,
Fette di lardo e confetture e torte,
Tutto di tal sapor che paglia e stecchi
Parve al conte ogni pasto avuto in corte.
Cenato ch'ebbe, il dimandò del nome
E quivi donde capitasse, e come.
40
A dire incominciò, siccome Enea
Nelle libiche sale, il peregrino.
Al dirimpetto l'altro gli sedea
Sur una scranna, ed ei sul tavolino
Con due zampe atteggiando, e gli pendea
Segno d'onor dal collo un cordoncino,
Che salvo egli a fatica avea dai flutti,
Dato dal morto re Mangiaprosciutti.
41
E dal principio il seme e i genitori
E l'esser suo narrò succintamente.
Poi discendendo ai sostenuti onori
Fecesi a ragionar della sua gente,
Narrò le rane ed i civili umori,
La carta e il granchio iniquo e prepotente,
Le due fughe narrò chinando il ciglio,
E le congiure, ed il non degno esiglio.
42
E conchiudendo, siccom'era usato,
Raccontò le speranze e le promesse
Che da più d'un possibile alleato
Raccolte avea autentiche ed espresse,
E l'ospite pregò che avesse dato
Soccorso anch'egli ai topi ove potesse.
Rari veleni d'erbe attive e pronte
Quegli offerì, ma ricusolli il conte.
43
Dicendo, ch'oltre al non poter sì fatto
Rimedio porsi agevolmente in opra,
A quell'intento saria vano affatto
Ch'egli ad ogni altro fin ponea di sopra,
Che il popol suo d'onor fosse rifatto,
Dal qual va lunge un ch'arti prave adopra.
Lodò l'altro i suoi detti e gli promesse
Che innanzi che dal sonno egli sorgesse,
44
Pensato avrebbe al caso intentamente
Per trovar, se potea, qualche partito.
Già l'aere s'imbiancava in oriente
E di più stelle il raggio era sparito,
E il seren puro tutto e tralucente
Promettea ch'un bel dì fora seguito.
Quasi sgombro dall'acque era il terreno,
E il soffio boreal venuto meno.
45
L'ospite ad un veron condusse il conte
Mostrando il tempo placido e tranquillo.
Sola i silenzi l'una e l'altra fonte
Rompea da presso, e da lontano il grillo.
Qualche raro balen di sopra il monte
Il nembo rammentava a chi soffrillo.
Poscia a un letto il guidò ben preparato,
E da lui per allor prese commiato.
CANTO SETTIMO
1
D'aggiunger mi scordai nell'altro canto
Che il topo ancor l'incognito richiese
Del nome e dello stato, e come tanto
Fosse ad un topo pellegrin cortese,
E da che libri ovver per quale incanto
Le soricine voci avesse apprese.
Parte l'altro gli disse, e il rimanente
Voler dir più con agio il dì seguente.
2
Dedalo egli ebbe nome, e fu per l'arte
Simile a quel che fece il laberinto.
Che il medesimo fosse antiche carte
Mostran la fama aver narrato o finto.
Se la ragion de' tempi in due
...
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