PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA, di Giacomo Leopardi - pagina 3
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33
Ciaschedun guscio un'animal raccetta,
Che vuol dir della terra un potentato.
In questo un topo, in quello una civetta,
In quell'altro un ranocchio è collocato,
Qui dentro un granchio, e quivi una cutretta
L'uno animal con l'altro equilibrato,
In guisa tal che con diversi pesi
Fanno equilibrio insiem tutti i paesi.
34
Or quando un animal divien più grosso
D'altrui roba o di sua che non soleva,
E un altro a caso o pur da lui percosso
Dimagra sì che in alto si solleva,
Convien subito al primo essere addosso,
Dico a colui che la sua parte aggreva,
E tagliandoli i piè, la coda o l'ali,
Far le bilance ritornare uguali.
35
Queste membra tagliate a quei son porte
Che dimagrando scemo era di peso,
O le si mangia un animal più forte,
Ch'a un altro ancor non sia buon contrappeso,
O che, mangiate, ne divien di sorte
Che può star su due gusci a un tempo steso,
E l'equilibrio mantenervi salvo
Quinci col deretan quindi con l'alvo.
36
Date sien queste cose e non concesse,
Rispose al granchio il conte Leccafondi,
Ma qual nume ordinò che presedesse
All'equilibrio general de' mondi
La nazion de' granchi e ch'attendesse
A guardar se più larghi o se più tondi
Fosser che non dovean topi o ranocchi
Per trar loro o le polpe o il naso o gli occhi?
37
Noi, disse il General, siam birri appunto
D'Europa e boia e professiam quest'arte.
Nota, saggio lettor, ch'io non so punto
Se d'Europa dicesse o d'altra parte,
Perché, confesso il ver, mai non son giunto
Per molto rivoltar le antiche carte
A discoprir la regione e il clima
Dove i casi seguìr ch'io pongo in rima.
38
Ma detto ho dell'Europa seguitando
Del parlar nostro la comune usanza;
Ora al parlar del granchio ritornando,
In nostra guardia, aggiunse, è la costanza
Degli animai nell'esser primo, e quando
Di novità s'accorge o discrepanza
Dove che sia, là corre il granchio armato
E ritorna le cose al primo stato.
39
Chi tal carco vi diè? richiese il conte:
La crosta, disse, di che siam vestiti,
E l'esser senza né cervel né fronte,
Sicuri, invariabili, impietriti
Quanto il corallo ed il cristal di monte
Per durezza famosi in tutti i liti:
Questo ci fa colonne e fondamenti
Della stabilità dell'altre genti.
40
Or lasciam le ragioni e le parole,
Soggiunse l'altro, e discendiamo ai fatti.
Da' topi il re de' granchi oggi che vuole?
Vuole ancor guerra e strage, a tutti i patti?
O consente egli pur, com'altri suole,
Che qui d'accordo e d'amistà si tratti?
E quale, in caso tal, condizione
D'accordo e d'amistà ci si propone?
41
Sputò di nuovo e posesi in assetto
Il General de' granchi, e così disse:
Dalla tua razza immantinente eletto
Sia novello signor.
Guerre né risse
Aver con le ranocchie a lui disdetto
Per sempre sia.
Le sorti a color fisse
Saran dal nostro, a cui ricever piacque
Nella tutela sua lor terre ed acque.
42
Un presidio in Topaia alloggerete
Di trentamila granchi, ed in lor cura
Il castello con l'altro riporrete,
S'altro v'ha di munito entro le mura.
Da mangiare e da ber giusta la sete
Con quanto è di bisogno a lor natura
E doppia paga avran per ciascun giorno
Da voi, finché tra voi faran soggiorno.
43
Dicendo il conte allor che non aveva
Poter da' suoi d'acconsentire a tanto,
E che tregua fermar si richiedeva
Per poter quelli ragguagliare intanto,
Rispose il General che concedeva
Tempo quindici dì, né dal suo canto
Moveria l'oste; e quel passato invano,
Ver Topaia verrebbe armata mano.
44
Così di Leccafondi e del guerriero
Brancaforte il colloquio si disciolse:
E senza indugio alcuno il messaggero
De' topi a ritornar l'animo volse,
All'uso della tregua ogni pensiero
Avendo inteso; e tosto i suoi raccolse.
Nel partir poche rane ebbe vedute
Per negozi nel campo allor venute.
45
Le riconobbe, che nel lor paese
Contezza ebbe di lor quando oratore
Là ritrovossi, ed or da quelle intese
L'amorevole studio e il gran favore
Che prestava ai ranocchi a loro spese
Il re de' granchi, il qual sotto colore
Di protegger da' topi amico stato,
Ogni cosa in sua forza avea recato.
46
E che d'oro giammai sazio non era,
Né si dava al re lor veruno ascolto.
Pietà ne prese il conte, e con sincera
Loquela i patrii dei ringraziò molto,
Che dell'altrui protezion men fera
Calamità su i topi avean rivolto.
Poi dalle rane accommiatato, il calle
Libero prese, e il campo ebbe alle spalle.
CANTO TERZO
1
Intanto Rubatocchi avea ridotte
Le sue schiere in Topaia a salvamento,
Dove per più d'un giorno e d'una notte
Misto fu gran dolor con gran contento.
Chi gode in riveder, chi con dirotte
Lacrime chiama il suo fratello spento,
Altri il padre o il marito, altri la prole,
Altri del regno e dell'onor si dole.
2
Era Topaia, acciò che la figura
E il sito della terra io vi descriva,
Tutta con ammirabile struttura
Murata dentro d'una roccia viva,
La qual era per arte o per natura
Cavata sì che una capace riva
Al Sol per sempre ed alle stelle ascosta
Nell'utero tenea come riposta.
3
Ricordivi a ciascun se la montagna
Che d'Asdrubale il nome anche ritiene,
Là 've Livio e Neron per la campagna
Sparser dell'Affrican l'armi e la spene,
Varcaste per la strada ove compagna
L'eterea luce al viator non viene,
Sotterranea, sonora, onde a grand'arte
Schiuso è il monte dall'una all'altra parte:
4
O se a Napoli presso, ove la tomba
Pon di Virgilio un'amorosa fede,
Vedeste il varco che del tuon rimbomba
Spesso che dal Vesuvio intorno fiede,
Colà dove all'entrar subito piomba
Notte in sul capo al passegger che vede
Quasi un punto lontan d'un lume incerto
L'altra bocca onde poi riede all'aperto:
5
E queste avrete immagini bastanti
Del loco ove Topaia era fondata,
La qual per quattro bocche a quattro canti
Della montagna posta avea l'entrata,
Cui turando con arte a tutti quanti
Chiusa non sol ma rimanea celata,
In guisa tal che la città di fuore
Accusar non potea se non l'odore.
6
Dentro palagi e fabbriche reali
Sorgean di molto buona architettura,
Collegi senza fine ed ospedali
Vòti sempre, ma grandi oltre misura,
Statue, colonne ed archi trionfali,
E monumenti alfin d'ogni natura.
Sopra un masso ritondo era il castello
Forte di sito a maraviglia e bello.
7
Come chi d'Apennin varcato il dorso
Presso Fuligno, per la culta valle
Cui rompe il monte di Spoleto il corso
Prende l'aperto e dilettoso calle,
Se il guardo lieto in su la manca scorso
Leva d'un sasso alle scoscese spalle,
Bianco, nudato d'ogni fior, d'ogni erba,
Vede cosa onde poi memoria serba,
8
Di Trevi la città, che con iscena
D'aerei tetti la ventosa cima
Tien sì che a cerchio con l'estrema schiena
Degli estremi edifizi il piè s'adima;
Pur siede in vista limpida e serena
E quasi incanto il viator l'estima,
Brillan templi e palagi al chiaro giorno,
E sfavillan finestre intorno intorno;
9
Cotal, ma privo del diurno lume
Veduto avreste quel di ch'io favello,
Del polito macigno in sul cacume
Fondato solidissimo castello.
Ch'al margine affacciato oltre il costume
Quasi precipitar parea con quello.
Da un lato sol per un'angusta via
Con ansia e con sudor vi si salia.
10
Luce ai topi non molto esser mestieri
Vede ciascun di noi nella sua stanza,
Che chiusi negli armadi e nei panieri
Fare ogni lor faccenda han per usanza,
E spente le lucerne e i candelieri
Vengon poi fuor la notte alla lor danza.
Pur se luce colà si richiedea
Talor, con faci ognun si provvedea.
11
D'Ercolano così sotto Resina,
Che d'ignobili case e di taverne
Copre la nobilissima ruina,
Al tremolar di pallide lucerne
Scende a veder la gente pellegrina
Le membra afflitte e pur di fama eterne,
Magioni e scene e templi e colonnati
Allo splendor del giorno ancor negati.
12
Certo se un suol germanico o britanno
Queste ruine nostre ricoprisse,
Di faci a visitar l'antico danno
Più non bisogneria ch'uom si servisse,
E d'ogni spesa in onta e d'ogni affanno
Pompei, ch'ad ugual sorte il fato addisse,
All'aspetto del Sol tornata ancora
Tutta, e non pur sì poca parte fora.
13
Vergogna sempiterna e vitupero,
D'Italia non dirò, ma di chi prezza
Disonesto tesor più che il mistero
Dell'aurea antichità porre in chiarezza,
E riscossa di terra allo straniero,
Mostrare ancor l'italica grandezza.
Lor sia data dal ciel giusta mercede,
Se pur ciò non indarno al ciel si chiede.
14
E mercé s'abbia non di riso e d'ira,
Di ch'ebbe sempre assai, ma d'altri danni
L'ipocrita canaglia, onde sospira
L'Europa tutta invan tanti e tanti anni
I papiri ove cauta ella delira,
Scacciando ognun, su i mercenari scanni;
Razza a cagion di cui mi dorrebb'anco
Se boia e forche ci venisser manco.
15
Tornando ai topi, a cui dagli scaffali
Di questi furbi agevole è il ritorno,
Vincea Topaia allor le principali
Città dal tramontano al mezzogiorno,
O rare assai fra quelle aveva uguali,
Proprio de' topi e natural soggiorno,
Là dove consistea massimamente
Il regno e il fior della topesca gente.
16
Perché lunge di là stabil dimora
Avean pochi o nessun di lor legnaggio,
Salvo in colonie, ove soleano allora
Finir le genti or questo or quel viaggio.
Ciò ben sapete lungo tempo ancora
Più d'un popolo usò civile e saggio:
Chiudea sola una cerchia un regno intero,
Che per colonie distendea l'impero.
17
Potete immaginar quale infinita
Turba albergò Topaia entro sue mura.
Di Statistica ancor non s'era udita
La parola a quei dì per isventura,
Ma di più milioni aver compita
Color la quantità s'ha per sicura
Sentenza, e con Topaia oggi si noma
Ninive e Babilonia e Menfi e Roma.
18
Tornato dunque, come sopra ho detto,
L'esercito de' topi alla cittade,
E cessato il picchiar le palme e il petto
Pei caffè, per le case e per le strade,
Cedendo all'amor patrio ogni altro affetto,
Od al timor, come più spesso accade,
Del ritorno a cercar del messaggero
Fu volto con le lingue ogni pensiero.
19
Perché parea che nel saper l'intento
Degl'inimici consistesse il tutto,
E fosse senza tal conoscimento
Ogni consiglio a caso e senza frutto,
Né trattar del durabil reggimento
Del regno aver potesse alcun costrutto,
Se la tempesta pria non si quetasse
Ch'ogni estremo parea che minacciasse.
20
Ma per quei giorni sospirata invano
La tornata del conte alla sua terra,
Il qual, venuto a fera gente in mano,
Regii cenni attendea prigion sotterra,
Crescendo dell'ignoto e del lontano
L'ansia e la tema, ed a patir la guerra
Parendo pur, se guerra anco s'avesse,
Che lo stato ordinar si richiedesse;
21
Giudicò Rubatocchi e i principali
Della città con lui, di non frapporre
Più tempo, né dar loco a novi mali,
Ma prestamente il popolo raccorre,
E le gravi materie e capitali
Del reggimento in pubblico proporre,
Sì ch'ai rischi di fuor tornando l'oste
Dentro le cose pria fosser composte.
22
Ben avria Rubatocchi, e per le molte
Parentele sue nobili e potenti,
E perché de' soldati in lui rivolte
Con amor da gran tempo eran le menti,
E per quel braccio che dal mondo tolte
Cotante avea delle nemiche genti,
Potuto ritener quel già sovrano
Poter che il fato gli avea posto in mano.
23
E spontanei non pochi a lui venendo
Capi dell'armi e principi e baroni,
Confortandolo giano ed offerendo
Se pronti a sostener le sue ragioni.
Ma ributtò l'eroe con istupendo
Valor le vili altrui persuasioni,
E il dar forma allo stato e il proprio impero
Nell'arbitrio comun rimise intero.
24
Degno perciò d'eterna lode, al quale
Non ha l'antica e la moderna istoria
Altro da somigliar non ch'altro uguale,
Quanto or so rinvenir con la memoria,
Fuor tre d'inclita fama ed immortale,
Timoleon corintio ed Andrea Doria,
In sul fianco di qua dall'oceano,
E Washington dal lato americano.
25
Dei quali per pudor, per leggiadria
Vera di fatti e probità d'ingegno,
Negar non vo né vo tacer che sia
Quantunque italian Doria il men degno,
Ma perfetta bontà non consentia
Quel secolo infelice, ov'ebbe regno
Ferocia con arcano avvolgimento,
E viltà di pensier con ardimento.
26
Deserto è la sua storia, ove nessuno
D'incorrotta virtude atto si scopre,
Cagion che sopra ogni altra a ciascheduno
Fa grato il riandar successi ed opre;
Tedio il resto ed obblio, salvo quest'uno
Sol degli eroici fatti alfin ricopre,
Del cui santo splendor non è beato
Il deserto ch'io dico in alcun lato.
27
Maraviglia è colà che s'appresenti
Maurizio di Sassonia alla tua vista,
Che con mille vergogne e tradimenti
Gran parte a' suoi di libertade acquista,
Egmont, Orange, a lor grandezza intenti
Lor patria liberando oppressa e trista,
E quel miglior che invia con braccio forte
Il primo duca di Firenze a morte.
28
Né loco d'ammirar vi si ritrova,
Se d'ammirar colui non vi par degno,
Che redando grandezze antiche innova,
Non già virtudi, e che di tanto regno
Se minor dimostrando in ogni prova,
Par che mirar non sappia ad alcun segno,
Cittadi alternamente acquista e perde,
E il fior d'Europa in Affrica disperde.
29
Non di cor generoso e non abbietto,
Non infedel né pio, crudo né mite,
Non dell'iniquo amante e non del retto,
Or servate promesse ed or tradite,
Al grande, al bel non mai volto l'affetto,
Non agevoli imprese e non ardite,
Due prenci imprigionati in suo potere
Né liberi sa far, né ritenere.
30
Alfin di tanto suon, tanta possanza
Nessuno effetto riuscir si vede,
Anzi il gran fascio che sue forze avanza
Gitta egli stesso e volontario cede,
La cui mole che invan passò l'usanza
Divide e perde infra più d'uno erede;
Poi chiuso in monacali abiti involto
Gode prima che morto esser sepolto.
31
O costanza, o valor de' prischi tempi!
Far gran cose di nulla era vostr'arte,
Nulla far di gran cose età di scempi
Apprese da quel dì che il nostro marte
Costantin, pari ai più nefandi esempi,
Donò col nostro scettro ad altra parte.
Tal differenza insiem han del romano
Vero imperio gli effetti, e del germano.
32
Non d'onore appo noi, ma d'odio e sdegno
Han gara i sommi di quel secol bruno.
Né facilmente a chi dovuto il regno
Dell'odio sia giudicherebbe alcuno,
Se tu, portento di superbia e pegno
D'ira del ciel, non superassi ognuno,
O secondo Filippo, austriaca pianta,
Di cui Satan maestro ancor si vanta.
33
Tant'odio quanto è sul tuo capo accolto
De' tuoi pari di tempo e de' nepoti,
Altro mai non portò vivo o sepolto,
O ne' prossimi giorni o ne' remoti.
Tu nominato ogni benigno volto
Innaspri ed ogni cor placido scoti,
Stupendo in ricercar nell'ira umana
La più vivace ed intima fontana.
34
Dopo te quel grandissimo incorono
Duca d'Alba che quasi emulo ardisce
Contender teco, e il general perdono,
Tutti escludendo, ai Batavi bandisce.
Nobile esempio e salutar, che al trono
De' successori tuoi tanto aggradisce,
A cui d'Olanda il novo sdegno e il tanto
Valor si debbe ed il tuo giogo infranto.
35
Ma di troppo gran tratto allontanato
Son da Topaia, e là ritorno in fretta,
Dove accolto, o lettori, in sul mercato
Un infinito popolo m'aspetta,
Che un infinito cicalar di stato
Ode o presume udir, loda o rigetta,
E si consiglia o consigliarsi crede,
E fa leggi o di farle ha certa fede.
36
Chi dir potria le pratiche, i maneggi,
Le discordie, il romor, le fazioni
Che soglion accader quando le greggi
Procedono a sì fatte elezioni,
Per empier qual si sia specie di seggi,
Non che sforniti rifornire i troni?
Tutto ciò fra coloro intervenia,
E da me volentier si passa via.
37
E la conclusion sola toccando,
Dico che dopo un tenzonare eterno
All'alba ed alle squille, or disputando
Dello stato di fuori, or dell'interno,
Novella monarchia fu per comando
Del popol destinata al lor governo:
Una di quelle che temprate in parte
Son da statuti che si chiaman carte.
38
Se d'Inghilterra più s'assomigliasse
Allo statuto o costituzione,
Com'oggi il nominiamo, o s'accostasse
A quel di Francia o d'altra nazione,
Con parlamenti o corti alte o pur basse,
Di pubblica o di regia elezione,
Doppio o semplice alfin, come in Ispagna,
Lo statuto de' topi o carta magna,
39
Da tutto quel che degli antichi ho letto
Dintorno a ciò, raccor non si potria.
Questo solo affermar senza sospetto
D'ignoranza si può né di bugia,
Essere stato il prence allora eletto
Da' topi, e la novella signoria,
Quel che, se in verso non istesse male,
Avrei chiamato costituzionale.
40
Deputato a regnar fu Rodipane,
Genero al morto re Mangiaprosciutti.
Così quando Priamo alle troiane
Genti e di sua radice i tanti frutti
Mancàr, fuggendo a regioni estrane
Sotto il genero Enea convenner tutti:
Perché di regno alfin sola ci piace
La famiglia real creder capace.
41
E quella estinta, i prossimi di sangue
E poscia ad uno ad un gli altri parenti
Cerchiam di grado in grado insin che langue
Il regio umor negli ultimi attenenti.
Né questo in pace sol, ma quando esangue
Il regno è omai per aspri trattamenti,
Allor per aspra e sanguinosa via
Ricorre in armi a nova dinastia.
42
E quando per qualunque altra occorrenza
Mutando stato il pristino disgombra,
Di qualche pianta di real semenza
Sempre s'accoglie desioso all'ombra.
Qual pargoletto che rimasto senza
La gonna che il sostiene e che l'adombra,
Dopo breve ondeggiar tosto col piede,
Gridando, e con la man sopra vi riede.
43
O come ardita e fervida cavalla
Che di mano al cocchier per gioco uscita,
A gran salti ritorna alla sua stalla,
Dove sferza, e baston forse, l'invita;
O come augello il vol subito avvalla
Dalle altezze negate alla sua vita,
Ed alla fida gabbia ove soggiorna
Dagli anni acerbi, volontario torna.
44
Re cortese, per altro, amante e buono
Veggo questo in antico esser tenuto,
Memore ognor di quanto appiè del trono
Soggetto infra soggetti era vissuto:
Al popol in comun per lo cui dono,
E non del cielo, al regno era venuto,
Riconoscente; e non de' mali ignaro
Di questo o quel, né di soccorso avaro.
45
E lo statuto o patto che accettato
Dai cittadini avea con giuramento,
Trovo che incontro allo straniero armato
Difese con sincero intendimento,
Né perché loco gliene fosse dato,
Di restarsene sciolto ebbe talento.
Di questo, poi che la credenza eccede,
Interpongo l'altrui, non la mia fede.
CANTO QUARTO
1
Maraviglia talor per avventura,
Leggitori onorandi e leggitrici,
Cagionato v'avrà questa lettura.
E come son degli uomini i giudici
Facili per usanza e per natura,
Forse, benché benevoli ed amici,
Più d'un pensiero in mente avrete accolto,
Ch'essere io deggia o menzognero o stolto,
2
Perché le cose del topesco regno,
Che son per vetustà da noi lontane
Tanto che come appar da più d'un segno,
Agguaglian le antichissime indiane,
I costumi, il parlar, l'opre, l'ingegno,
E l'infime faccende e le sovrane,
Quasi ieri o l'altr'ier fossero state,
Simili a queste nostre ho figurate.
3
Ma con la maraviglia ogni sospetto
Come una nebbia vi torrà di mente
Il legger, s'anco non avete letto,
Quel che i savi han trovato ultimamente,
Speculando col semplice intelletto
Sopra la sorte dell'umana gente,
Che d'Europa il civil presente stato
Debbe ancor primitivo esser chiamato.
4
E che quei che selvaggi il volgo appella
Che nei più caldi e nei più freddi liti
Ignudi al sole, al vento, alla procella,
E sol di tetto natural forniti,
Contenti son da poi che la mammella
Lasciàr, d'erbe e di vermi esser nutriti,
Temon l'aure, le frondi, e che disciolta
Dal Sol non caggia la celeste volta;
5
Non vita naturale e primitiva
Menan, come fin qui furon creduti,
Ma per corruzion sì difettiva,
Da una perfetta civiltà caduti,
Nella qual come in propria ed in nativa
I padri de' lor padri eran vissuti:
Perché stato sì reo, come il selvaggio,
Estimar natural non è da saggio:
6
Non potendo mai star che la natura,
Che al ben degli animali è sempre intenta,
E più dell'uom che principal fattura
Esser di quella par che si consenta
Da tutti noi, sì povera e sì dura
Vita ove pur pensando ei si sgomenta,
Come propria e richiesta e conformata
Abbia al genere uman determinata.
7
Né manco sembra che possibil sia
Che lo stato dell'uom vero e perfetto
Sia posto in capo di sì lunga via
Quanta a farsi civile appar costretto
Il gener nostro a misurare in pria,
U' son cent'anni un dì quanto all'effetto:
Sì lento è il suo cammin per quelle strade
Che il conducon dal bosco a civiltade.
8
Perché ingiusto e crudel sarebbe stato,
Né per modo nessun conveniente,
Che all'infelicità predestinato,
Non per suo vizio o colpa anzi innocente,
Per ordin primo e natural suo fato
Fosse un numero tal d'umana gente,
Quanta nascer convenne, e che morisse
Prima che a civiltà si pervenisse.
9
Resta che il viver zotico e ferino
Corruzion si creda e non natura,
E che ingiuria facendo al suo destino
Caggia quivi il mortal da grande altura,
Dico dal civil grado, ove il divino
Senno avea di locarlo avuto cura:
Perché se al ciel non vogliam fare oltraggio,
Civile ei nasce, e poi divien selvaggio.
10
Questa conclusion che ancor che bella
Parravvi alquanto inusitata e strana,
Non d'altronde provien se non da quella
Forma di ragionar diritta e sana
Ch'a priori in iscola ancora s'appella,
Appo cui ciascun'altra oggi par vana,
La qual per certo alcun principio pone,
E tutto l'altro a quel piega e compone.
11
Per certo si suppon che intenta sia
Natura sempre al ben degli animali,
E che gli ami di cor come la pia
Chioccia fa del pulcin che ha sotto l'ali:
E vedendosi al tutto acerba e ria
La vita esser che al bosco hanno i mortali,
Per forza si conchiude in buon latino
Che la città fu pria del cittadino.
12
Se libere le menti e preparate
Fossero a ciò che i fatti e la ragione
Sapessero insegnar, non inchinate
A questa più che a quella opinione,
Se natura chiamar d'ogni pietate
E di qual s'è cortese affezione
Sapesser priva, e de' suoi figli antica
E capital carnefice e nemica;
13
O se piuttosto ad ogni fin rivolta,
Che al nostro che diciamo o bene o male;
E confessar che de' suoi fini è tolta
La vista al riguardar nostro mortale,
Anzi il saper se non da fini sciolta
Sia veramente, e se ben v'abbia, e quale;
Diremmo ancor con ciascun'altra etade
Che il cittadin fu pria della cittade.
14
Non è filosofia se non un'arte
La qual di ciò che l'uomo è risoluto
Di creder circa a qualsivoglia parte,
Come meglio alla fin l'è conceduto,
Le ragioni assegnando empie le carte
O le orecchie talor per instituto,
Con più d'ingegno o men, giusta il potere
Che il maestro o l'autor si trova avere.
15
Quella filosofia dico che impera
Nel secol nostro senza guerra alcuna,
E che con guerra più o men leggera
Ebbe negli altri non minor fortuna,
Fuor nel prossimo a questo, ove se intera
La mia mente oso dir, portò ciascuna
Facoltà nostra a quelle cime il passo
Onde tosto inchinar l'è forza al basso.
16
In quell'età, d'un'aspra guerra in onta,
Altra filosofia regnar fu vista,
A cui dinanzi valorosa e pronta
L'età nostra arretrossi appena avvista
Di ciò che più le spiace e che più monta,
Esser quella in sostanza amara e trista;
Non che i principii in lei né le premesse
Mostrar false da se ben ben sapesse.
17
Ma false o vere, ma disformi o belle
Esser queste si fosse o no mostrato,
Le conseguenze lor non eran quelle
Che l'uom d'aver per ferme ha decretato,
E che per ferme avrà fin che le stelle
D'orto in occaso andran pel cerchio usato:
Perché tal fede in tali o veri o sogni
Per sua quiete par che gli bisogni.
18
Ed ancor più, perché da lunga pezza
È la sua mente a cotal fede usata,
Ed ogni fede a che sia quella avvezza
Prodotta par da coscienza innata:
Che come suol con grande agevolezza
l'usanza con natura esser cangiata,
Così vien facilmente alle persone
Presa l'usanza lor per la ragione.
19
Ed imparar cred'io che le più volte
Altro non sia, se ben vi si guardasse,
Che un avvedersi di credenze stolte
Che per lungo portar l'alma contrasse,
E del fanciullo racquistar con molte
Cure il saper ch'a noi l'età sottrasse;
Il qual già più di noi non sa né vede,
Ma di veder né di saper non crede.
20
Ma noi, s'è fuor dell'uso, ogni pensiero
Assurdo giudichiam tosto in effetto,
Né pensiam ch'un assurdo il mondo e il vero
Esser potrebbe al fral nostro intelletto:
E mistero gridiam, perch'a mistero
Riesce ancor qualunque uman concetto,
Ma i misteri e gli assurdi entro il cervello
Vogliam foggiarci come a noi par bello.
21
Or, leggitori miei, scendendo al punto
Al qual per lunga e tortuosa via
Sempre pure intendendo, ecco son giunto,
Potete ormai veder che non per mia
Frode o sciocchezza avvien che tali appunto
Si pingan nella vostra fantasia
De' topi gli antichissimi parenti
Quali i popoli son che abbiam presenti:
22
Ma procede da ciò, che il nostro stato
Antico è veramente e primitivo
Non degli uomini sol, ma in ogni lato
D'ogni animal che in aria o in terra è vivo.
Perché ingiusto saria che condannato
Fosse di sua natura a un viver privo
Quasi d'ogni contento e pien di mali
L'interminato stuol degli animali.
23
Per tanto in civiltà, data secondo
Il grado naturale a ciascheduna,
Tutte le specie lor vennero al mondo,
E tutte poscia da cotal fortuna
Per lor proprio fallir caddero in fondo,
E infelici son or; né causa alcuna
Ha il ciel però dell'esser lor sì tristo
Il qual bene al bisogno avea provvisto.
24
E se colma d'angoscia e di paura
Del topolin la vita ci apparisce,
Il qual mirando mai non s'assicura,
Fugge e per ogni crollo inorridisce,
Corruzion si creda e non natura
La miseria che il topo oggi patisce,
A cui forse il menàr quei casi in parte
Che seguitando narran queste carte.
25
E la dispersion della sua schiatta
Ebbe forse d'allor cominciamento,
La qual raminga in su la terra è fatta.
Perduto il primo e proprio alloggiamento.
Come il popol giudeo, che mal s'adatta
Esule, sparso, a cento sedi, e cento,
E di Solima il tempio e le campagne
Di Palestina si rammenta e piagne.
26
Ma il novello signor giurato ch'ebbe
Servar esso e gli eredi eterno il patto,
Incoronato fu come si debbe,
E il manto si vestì di pel di gatto,
E lo scettro impugnò, che d'auro crebbe,
Nella cui punta il mondo era ritratto,
Perché credeva allor del mondo intero
La specie soricina aver l'impero.
27
Dato alla plebe fu cacio con polta,
E vin vecchio gittàr molte fontane,
Gridando ella per tutto allegra e folta
Viva la carta e viva Rodipane,
Tal ch'eccheggiando quell'alpestre volta
Carta per tutto ripeteva e pane,
Cose al governo delle culte genti,
Chi le sa ministrar, sufficienti.
28
Re de' topi costui con nuovo nome,
O suo trovato fosse o de' soggetti.
S'intitolò, non di Topaia, come
Propriamente in addietro s'eran detti
I portatori di quell'auree some.
Cosa molto a notar, che negli effetti
Differisce d'assai, benché non paia,
S'alcun sia re de' topi o di Topaia.
29
La noto ancor, però che facilmente
Nella cronologia non poco errato
Potrebbe andar chi non ponesse mente
A questo metafisico trovato,
E creder che costui primieramente
Rodipan fra quei re fosse nomato,
Quando un Rodipan terzo avanti a questo
Da libri e da monete è manifesto,
30
Primo fra' re de' topi, ma contando
Quei di Topaia ancor, s'io bene estimo,
Fu quarto Rodipan.
Questo ignorando
Può la cronologia da sommo ad imo
Andar sossopra.
A ciò dunque ovviando
Notate che costui Rodipan primo,
E il notin gli eruditi e i filotopi,
Fra i re de' topi fu, non fra i re topi.
31
Non era il festeggiar finito ancora
Quando giunse dal campo il messaggero,
Non aspettato ormai, che la dimora
Sua lunga aveane sgombro ogni pensiero;
Né desiato più, che insino allora
Soleano i sogni più gradir che il vero.
Sogni eran gli ozi brevi e l'allegria,
Ver ciò che il conte a rapportar venia.
32
Immantinente poi che divulgato
Fu per fama in Topaia il suo ritorno,
Interrotto il concorso ed acchetato
Il giulivo romor fu d'ogni intorno.
Tristo annunzio parea quel che bramato
E sospirato avean pur l'altro giorno,
Perché già per obblio fatte sicure
Destava l'alme ai dubbi ed alle cure.
33
Prestamente il legato a Rodipane
L'umor del granchio e l'aspre leggi espose,
E nel maggior consiglio la dimane
Per mandato del re l'affar propose.
Parver l'esposte leggi inique e strane,
Fatti sopra vi fur comenti e chiose,
Alfin per pace aver dentro e di fuore
A tutto consentir parve il migliore.
34
Tornò nel campo ai rigidi contratti
Il conte con famigli e con arnesi,
E l'accordo fermò secondo i patti
Che già per le mie rime avete intesi.
Soscriver non sapea, né legger gli atti
Il granchio, arti discare a' suoi paesi;
Ma lesse e confermò con la sua mano
Un ranocchio che allor gli era scrivano.
35
Ratto uno stuol di trentamila lanzi
Ver Topaia lietissimo si mosse,
A doppie paghe e più che doppi pranzi,
Benché rato l'accordo ancor non fosse,
E nella terra entrò, dietro e dinanzi
Schernito per le vie con le più grosse
Beffe che immaginar sapea ciascuno,
Non s'avvedendo quelli in modo alcuno.
36
Nel superbo castel furo introdotti,
Dove l'insegna lor piantata, e sciolta,
Poser mano a votar paiuoli e botti,
E sperar pace i topi un'altra volta.
Lieti i giorni tornàr, liete le notti,
Ch'ambo sovente illuminar con molta
Spesa fece il comun per l'allegria
Dell'acquistata nuova monarchia.
37
Ma quel che più rileva, a far lo stato
Prospero quanto più far si potesse
Del popolo in comune e del privato
Fama è che cordialmente il re si desse.
Il qual subito poi che ritornato
Fu Leccafondi, consiglier lo elesse,
Ministro dell'interno e principale
Strumento dell'impero in generale.
38
Questi a rimover l'ombra ed all'aumento
Di civiltà rivolse ogni sua cura,
Sapendo che con altro fondamento
Prosperità di regni in piè non dura,
E che civile e saggia, il suo contento
La plebe stessa ed il suo ben procura
Meglio d'ogni altro, né favor né dono,
Fuor ch'esser franca, l'è mestier dal trono.
39
E bramò che sapesse il popol tutto
Leggere e computar per disciplina
Stimando ciò, cred'io, maggior costrutto,
Che non d'Enrico quarto la gallina.
Quindi nella città fe' da per tutto
Tante scole ordinar, che la mattina
Piazze, portici e vie per molti dì
Non d'altro risonàr che d'a b c.
40
Crescer più d'una cattedra o lettura
Anco gli piacque a ciaschedun liceo,
Con più dote che mai per avventura
Non ebbe professor benché baggeo.
Dritto del topo, dritto di natura,
Ed ogni dritto antegiustinianeo,
E fuvvi col civil, col criminale
Esposto il dritto costituzionale.
41
E già per la fidanza ond'è cagione
All'alme un convenevol reggimento,
D'industria a rifiorir la nazione
Cominciava con presto accrescimento.
Compagnie di ricchissime persone
Cercar da grandi spese emolumento,
D'orti, bagni, ginnasi e ciascun giorno
Vedevi il loco novamente adorno.
42
Vendite nuove ed utili officine
Similmente ogni dì si vedean porre,
Merci del loco e merci pellegrine
In copia grande ai passeggeri esporre,
Stranie commodità far cittadine,
Nuovi teatri il popolo raccorre,
Qui strade a raccorciar la plebe intenta,
Là d'un palagio a por le fondamenta.
43
Concorde intanto la città con bianchi
Voti il convegno ricevuto avea,
E che di quello dal signor de' granchi
Fosse fatto altrettanto s'attendea.
Andando e ritornando eran già stanchi
Più messi, e nulla ancor si conchiudea,
Tanto che in fin dei principali in petto
Nascea, benché confuso, alcun sospetto.
44
Senzacapo re granchio il più superbo
De' prenci di quel tempo era tenuto,
Nemico ostinatissimo ed acerbo
Del nome sol di carta o di statuto,
Che il poter ch'era in lui senza riserbo
Partir con Giove indegno avria creduto.
Se carta alcun sognò dentro il suo regno
Egli in punirlo esercitò l'ingegno.
45
E cura avea che veramente fosse
Con perfetto rigor la pena inflitta,
Né dalle genti per pietà commosse
Qualche parte di lei fosse relitta,
E il numero e il tenor delle percosse
Ricordava e la verga a ciò prescritta.
Buon sonator per altro anzi divino
La corte il dichiarò di violino.
46
Questi poiché con involute e vaghe
Risposte ebbe gran tempo ascoso il vero,
Al capitan di quei che doppie paghe
Già da' topi esigean senza mistero
Ammessi senza pugna e senza piaghe,
Mandò, quando gli parve, un suo corriero.
Avea quel capitan fra i parlatori
Della gente de' granchi i primi onori.
47
Forte nei detti sì che per la forte
Loquela il dimandar Boccaferrata.
Il qual venuto alle reali porte
Chiese udienza insolita e privata.
Ed intromesso, fe', come di corte,
Riverenza per granchio assai garbata:
Poi disse quel che riposato alquanto
Racconterò, lettor, nell'altro canto.
CANTO QUINTO
1
Signor, disse, che tale esser chiamato
Dei pel sangue che porti entro le vene,
Il qual certo sappiam che derivato
Da sorgente real ne' tuoi perviene
E perché di sposar fosti degnato,
Colei che sola in vita ancor mantiene,
Caduti tutti gli altri augusti frutti,
La famiglia del re Mangiaprosciutti;
2
Degno quant'altro alcun di regio trono
T'estima il signor mio per ogni punto,
Ma il sentiero, a dir ver, crede non buono
Per cui lo scettro ad impugnar sei giunto.
Tai che a poter ben darlo atti non sono,
T'hanno ai ben meritati onori assunto.
Ma re fare o disfar, come ben sai,
Altro ch'a' re non s'appartenne mai.
3
Se vedovo per morte il seggio resta
Che legittimamente era tenuto,
Né la succession sia manifesta
Per discendenza o regio altro statuto,
Né men per testamento in quella o in questa
Forma dal morto re sia provveduto,
Spontaneamente al derelitto regno
S'adopran gli altri re di por sostegno.
4
O un successore è dato a quella sede
Che sia da lor concordemente eletto,
O partono essi re pieni di fede
L'orbo stato fra lor con pari affetto,
O chi primo il può far primo succede
Per lo più chi più forte è con effetto,
Cause genealogiche allegando,
E per lo più con l'arme autenticando.
5
Re novo, di lor man pesato e scosso,
Dare i sudditi a se mai non fur visti,
Né fora assurdo al mio parer men grosso
Che se qualche lavor de' nostri artisti,
Come orologio da portare indosso
O cosa tal che per danar s'acquisti,
Il compratore elegger si vedesse,
Che lei portare e posseder potesse.
6
Negli scettri non han ragione o voto
I popoli nessuno o ne' diademi,
Ch'essi non fer, ma Dio, siccome è noto.
Anzi s'anco talvolta in casi estremi
Resta il soglio deserto non che vòto
Per popolari fremiti e per semi
D'ire o per non so qual malinconia,
Onde spenta riman la monarchia,
7
Al popol che di lei fu distruttore
Cercan rimedio ancor l'altre corone,
E legittimo far quel mal umore
Quasi e rettificar l'intenzione
Destinato da lor novo signore
Dando a quel con le triste o con le buone,
Né sopportan giammai che da se stesso
Costituirsi un re gli sia conesso.
8
Che se pur fu da Brancaforte ingiunto
A' tuoi di provveder d'un re novello,
Non volea questo dir ch'eletto a punto
Fosse il creato re questo né quello,
Ma non altro dar lor se non l'assunto
Che i più capaci del real mantello
Proponessero a' piè de' potentati,
Che gli avriano a bell'agio esaminati.
9
Or dunque avendo alla virtù rispetto,
Signor, che manifesta in te dimora,
E sopra tutto a quei che prima ho detto
Pregi onde teco il gener tuo s'onora,
Non della elezion solo il difetto
Supplire ed emendar, ma vuole ancora
La maestà del mio padrone un segno
Darti dell'amor suo forse più degno.
10
Perché non pur con suo real diploma
Che valevol fia sempre ancor che tardo,
E di color che collegati ei noma
Che il daran prontamente a suo riguardo,
Riponendoti il serto in su la chioma
Legittimo farà quel ch'è bastardo,
Che legittimità, cosa volante,
Vien dal cielo o vi riede in un istante:
11
Ma il poco onesto e non portabil patto
Che il popolo a ricever ti costrinse,
A cui ben vede il mio signor che un atto
Discorde assai dal tuo voler t'avvinse,
Sconcio a dir vero e tal che quasi affatto
La maestà di questo trono estinse,
A potere annullar de' topi in onta
Compagnia t'offerisce utile e pronta.
12
Non solo i nostri trentamila forti
Che nel suo nome tengono il castello
Alla bell'opra ti saran consorti
Di render lustro al tuo real cappello,
Ma cinquecentomila che ne' porti
De' ranocchi hanno stanza, io vo dir quello
Esercito già noto a voi che sotto
Brancaforte in quei lochi or s'è ridotto,
13
E che per volontà del signor nostro
Così fermato in prossime contrade
Aspetta per veder nel regno vostro
Che movimento o cosa nova accade,
Tosto che un cenno tuo gli sarà mostro,
Il cammin prenderà della cittade,
Dove i topi o ravvisti o con lor danno
A servir prestamente torneranno.
14
Fatto questo, il diploma a te spedito
Sarà, di quel tenor che si conviene.
E un patto fra' due re fia stabilito
Quale ambedue giudicherete bene.
Ma troppo oggi, saria diminuito
L'onor che fra' re tutti il mio ritiene
Se un accordo da lui si confermasse
Ch
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