PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA, di Giacomo Leopardi - pagina 2
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41
Fu di sua specie il conte assai pensoso,
Filosofo morale, e filotopo;
E natura lodò che il suo famoso
Poter mostri quaggiù formando il topo;
Di cui l'opre, l'ingegno e il glorioso
Stato ammirava; e predicea che dopo
Non molto lunga età, saria matura
L'alta sorte che a lui dava natura.
42
Però mai sempre a cor fugli il perenne
Progresso del topesco intendimento,
Che aspettar sopra tutto dalle penne
Ratte de' giornalisti era contento:
E profittare a quel sempre sostenne
Ipotesi, sistemi e sentimento;
E spegnere o turbar la conoscenza
Analisi, ragione e sperienza.
43
Buon topo d'altra parte, e da qualunque
Filosofale ipocrisia lontano,
E schietto in somma e veritier, quantunque
Ne' maneggi nutrito, e cortigiano;
Popolar per affetto, e da chiunque
Trattabil sempre, e, se dir lice, umano;
Poco d'oro, e d'onor molto curante,
E generoso, e della patria amante.
44
Questi al re de' ranocchi, ambasciatore
Del proprio re, s'era condotto, avanti
Che tra' due regni il militar furore
Gli amichevoli nodi avesse infranti:
E com'arse la guerra, appo il signore
Suo ritornato, dimorò tra fanti,
E sotto tende, insin che tutto il campo
Dal correr presto procacciò lo scampo.
45
Ora ai compagni, ricercando a quale
Fosse in nome comun l'uffizio imposto,
Che del campo de' granchi al Generale
Gisse oratore, e che per gli altri tosto
D'ovviar s'ingegnasse a novo male,
Nessun per senno e per virtù disposto
Parve a ciò più del conte; il qual di stima
Tenuto era da tutti in su la cima.
46
Così da quelle schiere, a prova eretto
L'un piè di quei dinanzi, all'uso antico,
Fu, per parer di ciascheduno, eletto
Messagger dell'esercito al nemico.
Né ricusò l'uffizio, ancor ch'astretto
Quindi a gran rischio: in campo ostil, mendico
D'ogni difesa, andar fra sconoscenti
D'ogni modo e ragion dell'altre genti.
47
E sebben lassa la persona, e molto
Di posa avea mestier, non però volle
Punto indugiarsi al dipartir: ma colto
Brevissimo sopor su l'erba molle,
Sorse a notte profonda, e seco tolto
Pochi servi de' suoi, tacito il colle
Lasciando tutto, e sonnolento, scese,
E per l'erma campagna il cammin prese.
CANTO SECONDO
1
Più che mezze oramai l'ore notturne
Eran passate, e il corso all'oceano
Inchinavan pudiche e taciturne
Le stelle, ardendo in sul deserto piano.
Deserto al topo in ver, ma le diurne
Cure sopian da presso e da lontano
Per boschi, per cespugli ed arboscelli
Molte fere terrestri e molti uccelli.
2
E biancheggiar tra il verde all'aria bruna,
Or ne' campi remoti, or su la via,
Or sovra colli qua e là più d'una
Casa d'agricoltor si discopria;
E di cani un latrar da ciascheduna
Per li silenzi ad or ad or s'udia,
E rovistar negli orti; e nelle stalle
Sonar legami e scalpitar cavalle.
3
Trottava il conte al periglioso andare
Affrettando co' suoi le quattro piante,
A piedi intendo dir, che cavalcare
Privilegio è dell'uomo, il qual di tante
Bestie che il suol produce e l'aria e il mare,
Sol per propria natura è cavalcante,
Come, per conseguenza ragionevole,
Solo ancor per natura è carrozzevole.
4
Era maggio, che amor con vita infonde,
E il cuculo cantar s'udia lontano,
Misterioso augel, che per profonde
Selve sospira in suon presso che umano,
E qual notturno spirto erra e confonde
Il pastor che inseguirlo anela invano,
Né dura il cantar suo, che in primavera
Nasce e il trova l'ardor venuto a sera.
5
Come ad Ulisse ed al crudel Tidide,
Quando ai novi troiani alloggiamenti
Ivan per l'ombre della notte infide,
Rischi cercando e insoliti accidenti,
Parve l'augel che si dimena e stride,
Segno, gracchiando, di felici eventi
Arrecar da Minerva, al cui soccorso
L'uno e l'altro, invocando, era ricorso;
6
Non altrimenti il topo, il qual solea
Voci e segni osservar con molta cura,
Non so già da qual nume o da qual dea
Topo o topessa o di simil natura,
Sperò certo, e mestier gliene facea
Per sollevare il cor dalla paura,
Che il cuculo, che i topi han per divino,
nunzio venisse di non reo destino.
7
Ma già dietro boschetti e collicelli
Antica e stanca in ciel salia la luna,
E su gli erbosi dorsi e i ramuscelli
Spargea luce manchevole e digiuna,
Né manifeste l'ombre a questi e quelli
Dava, né ben distinte ad una ad una;
Le stelle nondimen tutte copria,
E desiata al peregrin venia.
8
Pur, come ai topi il lume è poco accetto,
Di lei non molto rallegrossi il conte,
Il qual trottando a piè, siccome ho detto,
Ripetea per la Valle e per lo monte
L'orme che dianzi, di fuggir costretto,
Impresse avea con zampe assai più pronte,
E molti il luogo or danni ora spaventi
Di quella fuga gli rendea presenti.
9
Ma pietà sopra tutto e disconforto
Moveagli, a ciascun passo in sul cammino,
O poco indi lontan, vedere o morto
O moribondo qualche topolino,
Alcun da piaghe ed alcun altro scorto
Dalla stanchezza al suo mortal destino,
A cui con lo splendor languido e scemo
Parea la luna far l'onore estremo.
10
Così, muto, volgendo entro la testa
Profondi filosofici pensieri,
E chiamando e sperando alla funesta
Discordia delle stirpi e degl'imperi
Medicina efficace intera e presta
Dai giornalisti d'ambo gli emisferi,
Tanto andò, che la notte a poco a poco
Cedendo, al tempo mattutin diè loco.
11
Tutti desti cantando erano i galli
Per le campagne, e gli augelletti ancora
Ricominciando insiem gli usati balli
Su per li prati al mormorar dell'ora,
E porporina i sempiterni calli
Apparecchiava al dì la fresca aurora,
Né potea molto star che all'orizzonte
Levasse il re degli anni alta la fronte;
12
Quando da un poggio il topo rimirando
Non molto avanti in giù nella pianura,
Vide quel che sebbene iva cercando,
Voluto avria che fosse ancor futura
La vista sua, ch'or tutto l'altro in bando
Parve porre dal cor che la paura.
Non sol per se, ma parte e maggiormente
Perché pria del creduto era presente.
13
Vide il campo de' granchi, il qual fugate
Ch'ebbe de' topi le vincenti schiere,
Ver Topaia là dove indirizzate
S'eran le fuggitive al suo parere,
Deliberossi, andando a gran giornate,
Dietro quelle condurre armi e bandiere;
E seguitando lor, men d'una notte
Distava ond'esse il corso avea condotte.
14
Tremava il conte, e già voltato il dosso
Aveano i servi alla terribil vista,
E muro non avria, non vallo o fosso
Tenuto quella gente ignava e trista;
Ma il conte sempre all'onor proprio mosso,
Come fortezza per pudor s'acquista,
Fatto core egli pria, sopra si spinse
Gridando ai servi, ed a tornar gli strinse.
15
E visto verdeggiar poco lontano
Un uliveto, entràr subito in quello,
E del verde perpetuo con mano
O con la bocca colto un ramicello,
E sceso ciaschedun con esso al piano,
Sentendo un gelo andar per ogni vello,
E digrignando per paura i denti,
Vennero agl'inimici alloggiamenti.
16
Non se n'erano appena i granchi accorti,
Quando lor furo addosso, e con gli ulivi
Stessi, senza guardar dritti né torti,
Voleangli ad ogni patto ingoiar vivi,
O gli avrian per lo men subito morti.
Se in difesa de' miseri e cattivi
Non giungeva il parlar, che con eterna
Possanza il mondo a suo piacer governa.
17
Perché, quantunque barbaro e selvaggio
Dei granchi il favellar, non fu celato
Al conte, ch'oltre al far più d'un viaggio.
Sendo per diplomatico educato,
Com'or si dice, aveva ogni linguaggio
Per istudio e per pratica imparato,
E i dialetti ancor di tutti quanti,
Tal ch'era nelle lingue un Mezzofanti.
18
Dunque con parolette e con ragioni
A molcer cominciò quei ferrei petti,
Che da compagni mai né da padroni
Appreso non avean sì dolci detti,
Né sapean ch'altra gente i propri suoni
Parlar potesse dei lor patrii tetti,
E si pensaro andar sotto l'arnese
Di topo un granchiolin del lor paese.
19
Per questo e per veder che radicati
Leccafondi in sul naso avea gli occhiali,
Arme che in guerra mai non furo usati
Né gli uomini portar né gli animali,
Propria insegna ed onor di letterati
Essendo dal principio, onde ai mortali
Più d'iride o d'olivo o d'altro segno
Di pace e sicurtà son certo pegno,
20
Dal sangue per allor di quegli estrani
Di doversi astener determinaro;
E legati così come di cani
O di qualche animal feroce o raro
Non fecer mai pastori o cerretani,
A sghembo, all'uso lor, gli strascinaro
Al General di quei marmorei lanzi,
Gente nemica al camminare innanzi.
21
Brancaforte quel granchio era nomato.
Scortese a un tempo e di servile aspetto;
Dal qual veduto il conte e dimandato
Chi fosse, onde venuto, a quale effetto,
Rispose che venuto era legato
Del proprio campo, e ben legato e stretto
Era più che mestier non gli facea,
Ma scherzi non sostien l'alta epopea.
22
E seguitò che s'altri il disciogliesse,
Mostrerebbe il mandato e le patenti.
Per questo il General non gli concesse
Ch'a strigarlo imprendessero i sergenti,
E perché legger mai non gli successe,
Eran gli scritti a lui non pertinenti,
Ma chiese da chi date ed in qual nome
Assunte avesse l'oratorie some.
23
E quel dicendo che de' topi il regno,
Per esser nella guerra il re defunto,
E non restar di lui successor degno,
Deliberato avria sopra tal punto
Popolarmente, e che di fede il segno
Rubatocchi al mandato aveva aggiunto,
Il qual per duce, e lui per messaggero
Scelto aveva a suffragi il campo intero;
24
Gelò sotto la crosta a tal favella,
Popol, suffragi, elezioni udendo,
Il casto lanzo, al par di verginella
A cui con labbro abbominoso orrendo
Le orecchie tenerissime flagella
Fango intorno e corrotte aure spargendo,
Oste impudico o carrozzier.
Si tinge
Ella ed imbianca, e in se tutta si stringe.
25
E disse al conte: Per guardar ch'io faccia,
Legittimo potere io qui non trovo.
Da molti eletto, acciò che il resto io taccia,
Ricever per legato io non approvo.
Poscia com'un che dal veder discaccia
Scandalo o mostro obbrobrioso e novo.
Tor si fe' quindi i topi, ed in catene
Chiuder sotterra e custodir ben bene.
26
Fatto questo, mandò significando
Al proprio re per la più corta via
L'impensata occorrenza, e supplicando
Che comandasse quel che gli aggradia.
Era quel re, per quanto investigando
Ritrovo, un della terza dinastia
Detta de' Senzacapi, e in su quel trono
Sedea di nome tal decimonono.
27
Rispose adunque il re, che nello stato
Della sedia vacante era l'eletto
Del campo ad accettar come legato;
Tosto quel regno o volontario o stretto
Creasse altro signor; nessun trattato
Egli giammai, se non con tal precetto,
Conchiudesse con lor; d'ogni altro punto
Facesse quel che gli era prima ingiunto.
28
Questo comando al General pervenne
Là 've lui ritrovato aveva il conte,
Perché quivi aspettando egli sostenne
Quel che ordinasse del poter la fonte,
Al cui voler, com'ei l'avviso ottenne,
L'opere seguitàr concordi e pronte;
Trasse i cattivi di sotterra e sciolse,
E sciolto il conte in sua presenza accolse.
29
Il qual, ricerco, espose al Generale
Di sua venuta le ragioni e il fine,
Chiedendo qual destin, qual forza o quale
Violazion di stato o di confine,
Qual danno della roba o personale,
Qual patto o lega, o qual errore alfine
Avesse ai topi sprovveduti e stanchi
Tratto in sul capo il tempestar de' granchi.
30
Sputò, mirossi intorno e si compose
Il General dell'incrostata gente;
E con montana gravita rispose
In questa forma, ovver poco altramente:
Signor topo, di tutte quelle cose
Che tu dimandi, non sappiam niente,
Ma i granchi, dando alle ranocchie aiuto,
Per servar l'equilibrio han combattuto.
31
Che vuol dir questo? ripigliava il conte:
L'acque forse del lago o del pantano,
O del fosso o del fiume o della fonte
Perder lo stato ed inondare il piano,
O venir manco, o ritornare al monte,
O patir altro più dannoso e strano
Sospettavate, in caso che la schiatta
Delle rane da noi fosse disfatta?
32
Non equilibrio d'acqua ma di terra,
Rispose il granchio, è di pugnar cagione,
E il dritto della pace e della guerra
Che spiegherò per via d'un paragone.
Il mondo inter con quanti egli rinserra
Dei pensar che somigli a un bilancione,
Non con un guscio o due, ma con un branco
Rispondenti fra lor, più grandi e manco.
33
Ciaschedun guscio un'animal raccetta,
Che vuol dir della terra un potentato.
In questo un topo, in quello una civetta,
In quell'altro un ranocchio è collocato,
Qui dentro un granchio, e quivi una cutretta
L'uno animal con l'altro equilibrato,
In guisa tal che con diversi pesi
Fanno equilibrio insiem tutti i paesi.
34
Or quando un animal divien più grosso
D'altrui roba o di sua che non soleva,
E un altro a caso o pur da lui percosso
Dimagra sì che in alto si solleva,
Convien subito al primo essere addosso,
Dico a colui che la sua parte aggreva,
E tagliandoli i piè, la coda o l'ali,
Far le bilance ritornare uguali.
35
Queste membra tagliate a quei son porte
Che dimagrando scemo era di peso,
O le si mangia un animal più forte,
Ch'a un altro ancor non sia buon contrappeso,
O che, mangiate, ne divien di sorte
Che può star su due gusci a un tempo steso,
E l'equilibrio mantenervi salvo
Quinci col deretan quindi con l'alvo.
36
Date sien queste cose e non concesse,
Rispose al granchio il conte Leccafondi,
Ma qual nume ordinò che presedesse
All'equilibrio general de' mondi
La nazion de' granchi e ch'attendesse
A guardar se più larghi o se più tondi
Fosser che non dovean topi o ranocchi
Per trar loro o le polpe o il naso o gli occhi?
37
Noi, disse il General, siam birri appunto
D'Europa e boia e professiam quest'arte.
Nota, saggio lettor, ch'io non so punto
Se d'Europa dicesse o d'altra parte,
Perché, confesso il ver, mai non son giunto
Per molto rivoltar le antiche carte
A discoprir la regione e il clima
Dove i casi seguìr ch'io pongo in rima.
38
Ma detto ho dell'Europa seguitando
Del parlar nostro la comune usanza;
Ora al parlar del granchio ritornando,
In nostra guardia, aggiunse, è la costanza
Degli animai nell'esser primo, e quando
Di novità s'accorge o discrepanza
Dove che sia, là corre il granchio armato
E ritorna le cose al primo stato.
39
Chi tal carco vi diè? richiese il conte:
La crosta, disse, di che siam vestiti,
E l'esser senza né cervel né fronte,
Sicuri, invariabili, impietriti
Quanto il corallo ed il cristal di monte
Per durezza famosi in tutti i liti:
Questo ci fa colonne e fondamenti
Della stabilità dell'altre genti.
40
Or lasciam le ragioni e le parole,
Soggiunse l'altro, e discendiamo ai fatti.
Da' topi il re de' granchi oggi che vuole?
Vuole ancor guerra e strage, a tutti i patti?
O consente egli pur, com'altri suole,
Che qui d'accordo e d'amistà si tratti?
E quale, in caso tal, condizione
D'accordo e d'amistà ci si propone?
41
Sputò di nuovo e posesi in assetto
Il General de' granchi, e così disse:
Dalla tua razza immantinente eletto
Sia novello signor.
Guerre né risse
Aver con le ranocchie a lui disdetto
Per sempre sia.
Le sorti a color fisse
Saran dal nostro, a cui ricever piacque
Nella tutela sua lor terre ed acque.
42
Un presidio in Topaia alloggerete
Di trentamila granchi, ed in lor cura
Il castello con l'altro riporrete,
S'altro v'ha di munito entro le mura.
Da mangiare e da ber giusta la sete
Con quanto è di bisogno a lor natura
E doppia paga avran per ciascun giorno
Da voi, finché tra voi faran soggiorno.
43
Dicendo il conte allor che non aveva
Poter da' suoi d'acconsentire a tanto,
E che tregua fermar si richiedeva
Per poter quelli ragguagliare intanto,
Rispose il General che concedeva
Tempo quindici dì, né dal suo canto
Moveria l'oste; e quel passato invano,
Ver Topaia verrebbe armata mano.
44
Così di Leccafondi e del guerriero
Brancaforte il colloquio si disciolse:
E senza indugio alcuno il messaggero
De' topi a ritornar l'animo volse,
All'uso della tregua ogni pensiero
Avendo inteso; e tosto i suoi raccolse.
Nel partir poche rane ebbe vedute
Per negozi nel campo allor venute.
45
Le riconobbe, che nel lor paese
Contezza ebbe di lor quando oratore
Là ritrovossi, ed or da quelle intese
L'amorevole studio e il gran favore
Che prestava ai ranocchi a loro spese
Il re de' granchi, il qual sotto colore
Di protegger da' topi amico stato,
Ogni cosa in sua forza avea recato.
46
E che d'oro giammai sazio non era,
Né si dava al re lor veruno ascolto.
Pietà ne prese il conte, e con sincera
Loquela i patrii dei ringraziò molto,
Che dell'altrui protezion men fera
Calamità su i topi avean rivolto.
Poi dalle rane accommiatato, il calle
Libero prese, e il campo ebbe alle spalle.
CANTO TERZO
1
Intanto Rubatocchi avea ridotte
Le sue schiere in Topaia a salvamento,
Dove per più d'un giorno e d'una notte
Misto fu gran dolor con gran contento.
Chi gode in riveder, chi con dirotte
Lacrime chiama il suo fratello spento,
Altri il padre o il marito, altri la prole,
Altri del regno e dell'onor si dole.
2
Era Topaia, acciò che la figura
E il sito della terra io vi descriva,
Tutta con ammirabile struttura
Murata dentro d'una roccia viva,
La qual era per arte o per natura
Cavata sì che una capace riva
Al Sol per sempre ed alle stelle ascosta
Nell'utero tenea come riposta.
3
Ricordivi a ciascun se la montagna
Che d'Asdrubale il nome anche ritiene,
Là 've Livio e Neron per la campagna
Sparser dell'Affrican l'armi e la spene,
Varcaste per la strada ove compagna
L'eterea luce al viator non viene,
Sotterranea, sonora, onde a grand'arte
Schiuso è il monte dall'una all'altra parte:
4
O se a Napoli presso, ove la tomba
Pon di Virgilio un'amorosa fede,
Vedeste il varco che del tuon rimbomba
Spesso che dal Vesuvio intorno fiede,
Colà dove all'entrar subito piomba
Notte in sul capo al passegger che vede
Quasi un punto lontan d'un lume incerto
L'altra bocca onde poi riede all'aperto:
5
E queste avrete immagini bastanti
Del loco ove Topaia era fondata,
La qual per quattro bocche a quattro canti
Della montagna posta avea l'entrata,
Cui turando con arte a tutti quanti
Chiusa non sol ma rimanea celata,
In guisa tal che la città di fuore
Accusar non potea se non l'odore.
6
Dentro palagi e fabbriche reali
Sorgean di molto buona architettura,
Collegi senza fine ed ospedali
Vòti sempre, ma grandi oltre misura,
Statue, colonne ed archi trionfali,
E monumenti alfin d'ogni natura.
Sopra un masso ritondo era il castello
Forte di sito a maraviglia e bello.
7
Come chi d'Apennin varcato il dorso
Presso Fuligno, per la culta valle
Cui rompe il monte di Spoleto il corso
Prende l'aperto e dilettoso calle,
Se il guardo lieto in su la manca scorso
Leva d'un sasso alle scoscese spalle,
Bianco, nudato d'ogni fior, d'ogni erba,
Vede cosa onde poi memoria serba,
8
Di Trevi la città, che con iscena
D'aerei tetti la ventosa cima
Tien sì che a cerchio con l'estrema schiena
Degli estremi edifizi il piè s'adima;
Pur siede in vista limpida e serena
E quasi incanto il viator l'estima,
Brillan templi e palagi al chiaro giorno,
E sfavillan finestre intorno intorno;
9
Cotal, ma privo del diurno lume
Veduto avreste quel di ch'io favello,
Del polito macigno in sul cacume
Fondato solidissimo castello.
Ch'al margine affacciato oltre il costume
Quasi precipitar parea con quello.
Da un lato sol per un'angusta via
Con ansia e con sudor vi si salia.
10
Luce ai topi non molto esser mestieri
Vede ciascun di noi nella sua stanza,
Che chiusi negli armadi e nei panieri
Fare ogni lor faccenda han per usanza,
E spente le lucerne e i candelieri
Vengon poi fuor la notte alla lor danza.
Pur se luce colà si richiedea
Talor, con faci ognun si provvedea.
11
D'Ercolano così sotto Resina,
Che d'ignobili case e di taverne
Copre la nobilissima ruina,
Al tremolar di pallide lucerne
Scende a veder la gente pellegrina
Le membra afflitte e pur di fama eterne,
Magioni e scene e templi e colonnati
Allo splendor del giorno ancor negati.
12
Certo se un suol germanico o britanno
Queste ruine nostre ricoprisse,
Di faci a visitar l'antico danno
Più non bisogneria ch'uom si servisse,
E d'ogni spesa in onta e d'ogni affanno
Pompei, ch'ad ugual sorte il fato addisse,
All'aspetto del Sol tornata ancora
Tutta, e non pur sì poca parte fora.
13
Vergogna sempiterna e vitupero,
D'Italia non dirò, ma di chi prezza
Disonesto tesor più che il mistero
Dell'aurea antichità porre in chiarezza,
E riscossa di terra allo straniero,
Mostrare ancor l'italica grandezza.
Lor sia data dal ciel giusta mercede,
Se pur ciò non indarno al ciel si chiede.
14
E mercé s'abbia non di riso e d'ira,
Di ch'ebbe sempre assai, ma d'altri danni
L'ipocrita canaglia, onde sospira
L'Europa tutta invan tanti e tanti anni
I papiri ove cauta ella delira,
Scacciando ognun, su i mercenari scanni;
Razza a cagion di cui mi dorrebb'anco
Se boia e forche ci venisser manco.
15
Tornando ai topi, a cui dagli scaffali
Di questi furbi agevole è il ritorno,
Vincea Topaia allor le principali
Città dal tramontano al mezzogiorno,
O rare assai fra quelle aveva uguali,
Proprio de' topi e natural soggiorno,
Là dove consistea massimamente
Il regno e il fior della topesca gente.
16
Perché lunge di là stabil dimora
Avean pochi o nessun di lor legnaggio,
Salvo in colonie, ove soleano allora
Finir le genti or questo or quel viaggio.
Ciò ben sapete lungo tempo ancora
Più d'un popolo usò civile e saggio:
Chiudea sola una cerchia un regno intero,
Che per colonie distendea l'impero.
17
Potete immaginar quale infinita
Turba albergò Topaia entro sue mura.
Di Statistica ancor non s'era udita
La parola a quei dì per isventura,
Ma di più milioni aver compita
Color la quantità s'ha per sicura
Sentenza, e con Topaia oggi si noma
Ninive e Babilonia e Menfi e Roma.
18
Tornato dunque, come sopra ho detto,
L'esercito de' topi alla cittade,
E cessato il picchiar le palme e il petto
Pei caffè, per le case e per le strade,
Cedendo all'amor patrio ogni altro affetto,
Od al timor, come più spesso accade,
Del ritorno a cercar del messaggero
Fu volto con le lingue ogni pensiero.
19
Perché parea che nel saper l'intento
Degl'inimici consistesse il tutto,
E fosse senza tal conoscimento
Ogni consiglio a caso e senza frutto,
Né trattar del durabil reggimento
Del regno aver potesse alcun costrutto,
Se la tempesta pria non si quetasse
Ch'ogni estremo parea che minacciasse.
20
Ma per quei giorni sospirata invano
La tornata del conte alla sua terra,
Il qual, venuto a fera gente in mano,
Regii cenni attendea prigion sotterra,
Crescendo dell'ignoto e del lontano
L'ansia e la tema, ed a patir la guerra
Parendo pur, se guerra anco s'avesse,
Che lo stato ordinar si richiedesse;
21
Giudicò Rubatocchi e i principali
Della città con lui, di non frapporre
Più tempo, né dar loco a novi mali,
Ma prestamente il popolo raccorre,
E le gravi materie e capitali
Del reggimento in pubblico proporre,
Sì ch'ai rischi di fuor tornando l'oste
Dentro le cose pria fosser composte.
22
Ben avria Rubatocchi, e per le molte
Parentele sue nobili e potenti,
E perché de' soldati in lui rivolte
Con amor da gran tempo eran le menti,
E per quel braccio che dal mondo tolte
Cotante avea delle nemiche genti,
Potuto ritener quel già sovrano
Poter che il fato gli avea posto in mano.
23
E spontanei non pochi a lui venendo
Capi dell'armi e principi e baroni,
Confortandolo giano ed offerendo
Se pronti a sostener le sue ragioni.
Ma ributtò l'eroe con istupendo
Valor le vili altrui persuasioni,
E il dar forma allo stato e il proprio impero
Nell'arbitrio comun rimise intero.
24
Degno perciò d'eterna lode, al quale
Non ha l'antica e la moderna istoria
Altro da somigliar non ch'altro uguale,
Quanto or so rinvenir con la memoria,
Fuor tre d'inclita fama ed immortale,
Timoleon corintio ed Andrea Doria,
In sul fianco di qua dall'oceano,
E Washington dal lato americano.
25
Dei quali per pudor, per leggiadria
Vera di fatti e probità d'ingegno,
Negar non vo né vo tacer che sia
Quantunque italian Doria il men degno,
Ma perfetta bontà non consentia
Quel secolo infelice, ov'ebbe regno
Ferocia con arcano avvolgimento,
E viltà di pensier con ardimento.
26
Deserto è la sua storia, ove nessuno
D'incorrotta virtude atto si scopre,
Cagion che sopra ogni altra a ciascheduno
Fa grato il riandar successi ed opre;
Tedio il resto ed obblio, salvo quest'uno
Sol degli eroici fatti alfin ricopre,
Del cui santo splendor non è beato
Il deserto ch'io dico in alcun lato.
27
Maraviglia è colà che s'appresenti
Maurizio di Sassonia alla
...
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