POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 9
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E già fuori
correa del bosco, sopra acute roccie;
e d'una in altra egli balzava, pari
allo stambecco, e a ogni lancio udiva
l'urlo e lo sforzo d'un simile lancio,
poi dietro sé picchierellare il passo
eterno con la sùbita eco breve.
Fin che giunse al burrone, alto, infinito,
tale che all'orlo non giungea lo stroscio
d'una fiumana che muggiva al fondo.
Allor si volse per lottar con Ate,
il buono al pugno Mecisteo di Gorgo;
volsesi e scricchiolar fece le braccia
protese, l'aria flagellando, e il destro
piede più dietro ritraeva...
e cadde.
Cadde, e, precipitando, Ate vide egli
che all'orlo estremo di tra i caprifichi
mostrò le rughe della fronte, e rise.
II
L'ETÈRA
O quale, un'alba, Myrrhine si spense,
la molto cara, quando ancor si spense
stanca l'insonne lampada lasciva,
conscia di tutto.
Ma v'infuse Evèno
ancor rugiada di perenne ulivo;
e su la via dei campi in un tempietto,
chiuso, di marmo, appese la lucerna
che rischiarasse a Myrrhine le notti;
in vano: ch'ella alfin dormiva, e sola.
Ma lievemente a quel chiarore, ardente
nel gran silenzio opaco della strada,
volò, con lo stridìo d'una falena,
l'anima d'essa: ché vagava in cerca
del corpo amato, per vederlo a cora,
bianco, perfetto, il suo bel fior di carne,
fiore che apriva tutta la corolla
tutta la notte, e si chiudea su l'alba
avido ed aspro, senza più profumo.
Or la falena stridula cercava
quel morto fiore, e batté l'ali al lume
della lucerna, che sapea gli amori;
ma il corpo amato ella non vide, chiuso,
coi molti arcani balsami, nell'arca.
Né volle andare al suo cammino ancora
come le aeree anime, cui tarda
prendere il volo, simili all'incenso
il cui destino è d'olezzar vanendo.
E per l'opaca strada ecco sorvenne
un coro allegro, con le faci spente,
da un giovenile florido banchetto.
E Moscho a quella lampada solinga
la teda accese, e lesse nella stele:
MYRRHINE AL LUME DELLA SUA LUCERNA
DORME.
È LA PRIMA VOLTA ORA, E PER SEMPRE.
E disse: Amici, buona a noi la sorte!
Myrrhine dorme le sue notti, e sola!
Io ben pregava Amore iddio, che al fine
m'addormentasse Myrrhine nel cuore:
pregai l'Amore e m'ascoltò la Morte.
E Callia disse: Ell'era un'ape, e il miele
stillava, ma pungea col pungiglione.
E disse Agathia: Ella mesceva ai bocci
d'amor le spine, ai dolci fichi i funghi.
E Phaedro il vecchio: Pace ai detti amari!
ella, buona, cambiava oro con rame.
E stettero, ebbri di vin dolce, un poco
lì nel silenzio opaco della strada.
E la lucerna lor blandia sul capo,
tremula, il serto marcido di rose,
e forse tratta da quel morto olezzo
ronzava un'invisibile falena.
Ma poi la face alla lucerna tutti,
l'un dopo l'altro, accesero.
Poi voci
alte destò l'auletride col flauto
doppio, di busso, e tra faville il coro
con un sonoro trepestìo si mosse.
L'anima, no.
Rimase ancora, e vide
le luci e il canto dileguar lontano.
Era sfuggita al demone che insegna
le vie muffite all'anime dei morti;
gli era sfuggita: or non sapea, da sola,
trovar la strada: e stette ancora ai piedi
del suo sepolcro, al lume vacillante
della sua conscia lampada.
E la notte
era al suo colmo, piena d'auree stelle;
quando sentì venire un passo, un pianto
venire acuto, e riconobbe Evèno.
Ché avea perduto il dolce sonno Evèno
da molti giorni, ed or sapea che chiuso
era nell'arca, con la morta etèra.
E singultendo disserrò la porta
del bel tempietto, e presa la lucerna,
entrò.
Poi destro, con l'acuta spada,
tentò dell'arca il solido coperchio
e lo mosse, e con ambedue le mani,
puntellando i ginocchi, l'alzò.
C'era
con lui, non vista, alle sue spalle, e il lieve
stridìo vaniva nell'anelito aspro
d'Evèno, un'ombra che volea vedere
Myrrhine morta.
E questa apparve; e quegli
lasciò d'un urlo ripiombare il marmo
sopra il suo sonno e l'amor suo, per sempre.
E fuggì, fuggì via l'anima, e un gallo
rosso cantò con l'aspro inno la vita:
la vita; ed ella si trovò tra i morti.
Né una a tutti era la via di morte,
ma tante e tante, e si perdean raggiando
nell'infinita opacità del vuoto.
Ed era ignota a lei la sua.
Ma molte
ombre nell'ombra ella vedea passare
e dileguare: alcune col lor mite
demone andare per la via serene,
ed altre, in vano, ricusar la mano
del lor destino.
Ma sfuggita ell'era
da tanti giorni al demone; ed ignota
l'era la via.
Dunque si volse ad una
anima dolce e vergine, che andando
si rivolgeva al dolce mondo ancora;
e chiese a quella la sua via.
Ma quella,
l'anima pura, ecco che tremò tutta
come l'ombra di un nuovo esile pioppo:
"Non la so!" disse, e nel pallor del Tutto
vanì.
L'etèra si rivolse ad una
anima santa e flebile, seduta
con tra le mani il dolce viso in pianto.
Era una madre che pensava ancora
ai dolci figli; ed anche lei rispose:
"Non la so!"; quindi nel dolor del Tutto
sparì.
L'etèra errò tra i morti a lungo
miseramente come già tra i vivi;
ma ora in vano; e molto era il ribrezzo
di là, per l'inquïeta anima nuda
che in faccia a tutti sorgea su nei trivi.
E alfine insonne l'anima d'Evèno
passò veloce, che correva al fiume
arsa di sete, dell'oblìo.
Né l'una
l'altra conobbe.
Non l'avea mai vista.
Myrrhine corse su dal trivio, e chiese,
a quell'incognita anima veloce,
la strada.
Evèno le rispose: "Ho fretta."
E più veloce l'anima d'Evèno
corse, in orrore, e la seguì la trista
anima ignuda.
Ma la prima sparve
in lontananza, nella eterna nebbia;
e l'altra, amante, a un nuovo trivio incerto
sostò, l'etèra.
E intese là bisbigli,
ma così tenui, come di pulcini
gementi nella cavità dell'uovo.
Era un bisbiglio, quale già l'etèra
s'era ascoltata, con orror, dal fianco
venir su pio, sommessamente...
quando
avea, di là, quel suo bel fior di carne,
senza una piega i petali.
Ma ora
trasse al sussurro, Myrrhine l'etèra.
Cauta pestava l'erbe alte del prato
l'anima ignuda, e riguardava in terra,
tra gl'infecondi caprifichi, e vide.
Vide lì, tra gli asfòdeli e i narcissi,
starsene, informi tra la vita e il nulla,
ombre ancor più dell'ombra esili, i figli
suoi, che non volle.
E nelle mani esangui
aveano i fiori delle ree cicute,
avean dell'empia segala le spighe,
per lor trastullo.
E tra la morte ancora
erano e il nulla, presso il limitare.
E venne a loro Myrrhine; e gl'infanti
lattei, rugosi, lei vedendo, un grido
diedero, smorto e gracile, e gettando
i tristi fiori, corsero coi guizzi,
via, delle gambe e delle lunghe braccia,
pendule e flosce; come nella strada
molle di pioggia, al risonar d'un passo,
fuggono ranchi ranchi i piccolini
di qualche bodda: tali i figli morti
avanti ancor di nascere, i cacciati
prima d'uscire a domandar pietà!
Ma la soglia di bronzo era lì presso,
della gran casa.
E l'atrio ululò tetro
per le vigili cagne di sotterra.
Pur vi guizzò, la turba infante, dentro,
rabbrividendo, e dietro lor la madre
nell'infinita oscurità s'immerse.
III
O quale Glauco, ebbro d'oblìo, percosse
la santa madre.
E non poté la madre
che pur voleva, sostener nel cuore
quella percossa al volto umile e mesto;
ché da tanti dolori liso il cuore,
ecco, si ruppe; e ne dové morire.
E subito il buon demone sorvenne,
e più veloce d'un pensier di madre
ultimo, la soave anima prese,
la sollevò, la portò via lontano,
e due tre volte la tuffò nel Lete.
E le dicea: "Dimentica per sempre,
anima buona; ché sofferto hai troppo!"
E pose lei nel sommo della terra,
dove è più luce, più beltà; più Dio:
nel calmo Elisio, donde mai non torna
l'anima al basso, a dolorar la vita.
Ma nel profondo della terra il figlio
precipitò, nel baratro sotterra,
tanto sotterra alla sua tomba, quanto
erano su la tomba alte le stelle.
E là fu, nella oscurità, travolto
dalla massa d'eterna acqua, che sciacqua
pendula in mezzo all'infinito abisso;
che, mentre oscilla il globo della terra,
là dentro flotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
E l'anima di Glauco era travolta
nell'acqua eterna, e or lanciata contro
le roccie liscie, or tratta dal risucchio
giù.
Né un raggio di luce, ma una romba
senza pensiero, e senza tempo il tempo.
Quando, un flutto sboccò con un singulto
in un crepaccio, e Glauco sgorgò dentro
l'antro sonante, e si trovò su l'onda
d'un nero fiume che correa sotterra
rapacemente.
Ed era tutto un pianto,
un pianto occulto, il pianto dopo morte,
oh! così vano, le cui solitarie
lacrime lecca il labile lombrico.
E il fiume cieco del dolor sepolto
portò Glauco vicino alla palude
Acherusìade, ove tra terra e acqua
errano l'ombre a cui la morte insegna,
e che verranno ad altra vita ancora,
quando il destino li rivoglia in terra.
E vide le aspettanti anime Glauco
sul denso limo, a cui l'urtava il flutto,
e gridò Glauco, alto, e chiamò la madre:
"Madre che offesi...
madre che percossi...
madre che feci piangere...
Ma vengo
sul fiume eterno, o mamma, a te, del pianto!
O mamma che...
feci morire! E morto
ti sono anch'io; nato da te! più morto!
Sì: t'ho percossa.
Ma non sai con quanta
forza alle scabre roccie mi percuota
l'acqua laggiù, nel baratro; e che buio
laggiù! che grida! Oh! mai non fossi nato!
Mamma...
pietà! perdonami! Se lasci
ch'io salga; e basta che tu voglia, io salgo;
oh! sarò buono! buono, ora per sempre!
non ti batterò più!...
Mamma, già l'onda
mi porta via...
perdona dunque! Io torno
laggiù...
fa presto.
Un tempo eri più buona,
o mamma!...
O madre, ti mutò la morte!"
Così pregava, il figlio.
Ecco, e l'ondata
dal molle limo lo staccò, lo volle
con sé, lo stese, lo portò nel fiume
del pianto vano.
E singultendo, il fiume
lo versò nell'abisso; e nell'abisso
se lo riprese il vortice segreto.
E l'anima dell'empio era travolta
dall'acqua eterna, e tratta dal risucchio
giù, poi, nel buio, qua e là percossa.
Ed ella su, nel sommo della terra,
dove è più luce, più beltà, più Dio,
sedea serena; e con la guancia offesa
sopra la palma, si facea cullare
dal grande mare d'etere, dal breve,
lassù, mollissimo, oscillìo del mondo.
Ecco, levò dalla tranquilla palma
la guancia offesa, e riguardava intorno,
inorecchita.
E il buon demone accorse
e le diceva: "Vieni al dolce Lete,
a bere ancora: non assai bevesti!"
Ed ella bevve.
Ma via via dagli occhi
le usciva il pianto e le cadea nell'onda.
E le premeva il demone, soave-
mente, la nuca, e le diceva: "Ancora!
Ancora! Bevi! Non assai bevesti!"
E docile beveva ella, e nel Lete
le cadea sempre più dirotto il pianto.
Oh! non beveva che l'oblìo del male,
la santa madre, e si levò piangendo,
e disse: "Io sento che il mio figlio piange.
Portami a lui!" Né il demone s'oppose;
ché cuor di madre è d'ogni Dio più forte.
E con lei scese, ed ella andò sotterra
sempre piangendo e giunse alla palude
Acherusìade.
Ed ella errò tra l'alga
deforme, ed ella s'aggirò tra il fango,
sempre accorrendo ad ogni sbocco appena
sentia mugghiare una marea sotterra,
e il pianto vano venir su, dei morti,
sui neri fiumi, di su i rossi fiumi.
Ed un flutto, laggiù, con un singulto
gittò Glauco in un antro, e poi su l'onde
del nero fiume che correa sotterra,
del pianto occulto, pianto dopo morte;
e lo portò vicino alla palude:
e gridò Glauco, alto, e chiamò la madre:
"Madre, eri buona, e ti mutò la morte!
mamma, io ti feci piangere; mammina,
io sì ti feci, io figlio tuo, morire..."
Ma ella, prima anche di lui, gridava
dal triste limo, tra il fragor dei flutti:
"Mia creatura, non lo feci apposta
io, a morir così d'un subito, io
io, a non dirti che non era nulla,
ch'era per gioco...
Vieni su: perdona!"
E Glauco ascese.
E poi la madre e il figlio
vennero ancor dalla palude in terra,
l'una a soffrire, e l'altro a far soffrire.
SILENO
- Figlio di Pan, figlio del dio silvestre
che nei canneti sibila e frascheggia,
là, nell'Asopo, e frange a questa rupe
il lungo soffio della sua zampogna;
tornar nell'ombra io volli a te, Sileno,
ora che tace la diurna rissa
del maglio e della roccia, or che non odo
più lime invide, più trapani ingordi;
or che gli schiavi qua e là sdraiati
sognano fiumi barbari; e la luna
prendendo il monte, il monte di Marpessa,
piove un pallore in cui tremola il sonno.
Sono un fanciullo, sono anch'io di Paro;
Scopas il nome; palestrita: ed oggi,
coronato di smilace e di pioppo,
correvo a gara con un mio compagno:
e giunsi qui dove gl'ignudi schiavi
Paflàgoni con cupi ululi in alto
tender vedevo intorno ad una rupe
le irsute braccia ed abbassar di schianto.
Ecco, il compagno rimandai soletto
al grammatista e al garrulo flagello;
ma io rimasi ad ammirar gl'ignudi
schiavi intorno la rupe alta ululanti.
Su sfavillìo di cunei l'arguto
maglio cadeva; e io seguia con gli occhi
l'opera grande della breve bietta,
ch'entra sottile come la parola,
poi sforza il masso, come quella il cuore;
quando, con uno scroscio ultimo, il blocco
s'aprì, mostrando, come in ossea noce
bianco gariglio, te di Pan bicorne
figlio, o Sileno: e tu ridevi al sole
riscintillante sopra l'ulivete;
e tu puntavi con l'orecchie aguzze
l'aereo mareggiar delle cicale.
Ma che mai cela questa rupe? Io venni
a domandarti perché mai sorridi
solo, costì, col tuo marmoreo volto,
e come tendi le puntute orecchie
al sibilìo de' fragili canneti.
Od altro ascolti e vedi altro, Sileno?
Scopas, alunno dell'alpestre Paro,
così parlava al candido Sileno
figlio improvviso della roccia, nato
sotto martelli immemori di schiavi.
Il giovinetto gli sedea di contro
sopra un macigno, con al vento i bruni
riccioli, in mezzo a molti blocchi sparsi,
come il pastore tra l'inerte gregge.
E gli rispose il candido Sileno,
o parve, a un tratto con un volger d'occhi
simile a lampo che vaporò bianco
e scavò col fugace alito il monte.
Ed a quel lampo il giovinetto vide
ciò che non più gli tramontò dagli occhi.
Vide, sotto la scorza aspra del monte,
vide il tuo regno, o bevitor di gioia,
vecchio Sileno: una palestra: in essa
sorprese il breve anelito del lampo
in un bianco lor moto i palestriti:
l'ombra seguace irrigidì quel moto
per sempre; e stette nelle braccia tese
degli oculati pugili già pronto
lo scatto di fischiante arco di tasso,
ed alla mano al lanciator ricurvo
restò sospeso impazïente il disco
in cui pulsava il vortice di ruota,
ed alla pianta alta de' corridori
l'impeto rapido oscillò del vento:
gli efebi intenti a contemplar la gara
ressero sul perfetto omero l'asta.
In tanto a luminosi propilei,
con sul capo le braccia arrotondate,
vedeva lente vergini salire:
la pompa che albeggiò per un momento,
eternamente camminò nell'ombra.
Vide, sotto la scorza aspra del monte,
emersa dalle grandi acque Afrodite
vergine, al breve anelito del lampo
che la scopriva, con le pure braccia
velar le sacre fonti della vita:
l'ombra seguace conservò per sempre
la dolce vita ch'esita nascendo.
E vide anche la morte, anche il dolore:
vide fanciulli e vergini cadere
sotto gli strali di adirati numi,
e tutti gli occhi volgere agl'ingiusti
sibili: tutti: ma non già la madre:
la madre, al cielo; e proteggea di tutta
sé la più spaurita ultima figlia.
In tanto le Nereidi dal mare
volsero il collo, con la nivea spinta
del piede su le nuove onde sospesa;
mentre al bosco fuggivano le ninfe
inseguite da satiri correnti
con lor solidi zoccoli di becco;
e un baccanale dileguò sul monte.
Il giovinetto udì strepere trombe,
gemere conche, ed ascoltò soavi,
tra l'immensa manìa bronzosonante,
squillare i doppi flauti di loto.
Ed ecco il monte ritornò com'era,
tacito immoto, se non se nel fosco
gomito d'una forra anche appariva
l'ultimo bianco di lucenti groppe
di centauri precipiti, e sonava
un quadruplice tonfo di galoppo,
che poi vanì.
Ma quando tacque il tutto,
oh! come sotto il velo di grandi acque,
s'udiva ancora eco di cembali, eco
di timpani, eco di piovosi sistri;
ed euhoè ed euhoè gridare
come in un sogno, come nel gran sogno
di quelle rupi candide di marmo
dormenti nella sacra ombra notturna.
E con quel grido si mescea nell'eco
il lungo soffio della tua zampogna,
o Pan silvano; e percotea la fronte
del sorridente bevitor di gioia,
e del fanciullo che sedea tra i blocchi,
quale un pastore tra l'inerte gregge.
POEMI DI PSYCHE
I
PSYCHE
O Psyche, tenue più del tenue fumo
ch'esce alla casa, che se più non esce,
la gente dice che la casa è vuota;
più lieve della lieve ombra che il fumo
disegna in terra nel vanire in cielo:
sei prigioniera nella bella casa
d'argilla, o Psyche, e vi sfaccendi dentro,
pur lieve sì che non se n'ode un suono;
ma pur vi sei, nella ben fatta casa,
ché se n'alza il celeste alito al cielo.
E vi sfaccendi dentro e vi sospiri
sempre soletta, ché non hai compagne
altre che voci di cui tu sei l'eco;
ignude voci che con un sussulto
sorgere ammiri su da te, d'un tratto;
voci segrete a cui tu servi, o Psyche.
Intorno alla tua casa, o prigioniera,
pasce le greggi un Essere selvaggio,
bicorne, irsuto; e sui due piè di capro
sempre impennato, come a mezzo un salto.
E tu ne temi, ch'egli là minaccia
impazïente, e sempre ulula e corre;
e spesso guazza nel profondo fiume,
come la pioggia, e spesso crolla il bosco,
al par del vento; e non è mai l'istante
che tu non l'oda o non lo veda, o Psyche,
Pan multiforme.
Eppur talvolta ei soffia
dolce così nelle palustri canne,
che tu l'ascolti, o Psyche, con un pianto
sì, ma che è dolce, perché fu già pianto
e perse il tristo nel passar dagli occhi
la prima volta.
E tu ripensi a quando
vergine fosti ad un'ignota belva
data per moglie, crudel mostro ignoto.
E sempre al buio tu con lui giacesti
rabbrividendo docile, ed alfine,
vigile nel suo sonno alto di fiera,
accesa la tua piccola lucerna,
guardasti; e quella belva era l'Amore.
E lo sapesti solo allor che sparve,
l'Amore alato.
E ne sospiri e l'ami.
E nella casa di ben fatta argilla,
dove sei schiava delle voci ignude,
sempre l'aspetti, che ritorni, e dorma
con te.
Tu piangi, quando Pan, la notte,
fa dolcemente sufolar le canne;
piangi d'amore, o solitaria Psyche,
nella tua casa, dove più non tieni
posto, che l'ombra, e non fai più rumore,
che l'alito; e le voci odi che fanno
all'improvviso a te cader dal ciglio
la stilla che non ti volea cadere.
Però che sono e sùbite e severe
le più; ma più di tutte una che sempre
contende e grida, ad ogni tuo sospiro
verso l'alata libertà: "Non devi!"
Quella non t'ama, credi tu; ma un'altra
è, sì, che t'ama, e ti favella a parte
e ti consola, e teco piange, e parla
così sommessa che tu credi a volte
che sia meschina prigioniera anch'ella.
E tu devi, d'un mucchio alto di semi,
far tanti mucchi, e sceverare i grani
d'orzo, i chicchi di miglio, le rotonde
veccie, i bislunghi pippoli di rena.
E come fine polvere di ferro
sparsa per tutto il mucchio è la semenza
dei papaveri.
E tu, Psyche, tu gemi
trepida, inerte; e poi con le tue dita
d'aria ti provi, scegli a lungo i semi
del papavero immemore, e in un giorno
tanti ne cogli, quanti appena udresti
cantare nella secca urna d'un fiore.
E piangi, ed ecco vengono le figlie
dell'alma Terra, frugole e succinte,
dalla pineta dove a Pan selvaggio
frangean tra gli aghi dei pinastri il suolo.
Non so chi disse alle operaie nere
di Pan la cosa.
Ma si fa d'un tratto
un brulichìo per l'odorata selva;
e sgorgano esse a frotte dai minuti
lor collicelli, mentre Pan nell'ombra
s'addorme al canto delle sue cicale.
E salgono alla casa, onda su onda,
fila incessante di formiche, ed opre
vengono a te; ma prima i grani d'orzo,
pesi, e i bislunghi pippoli di vena
portano, due di loro uno di quelli;
fanno le veccie di tra il biondo miglio,
poi fanno il miglio minimo, poi vanno.
E resta a te la polvere di semi,
di cui ciascuno dal suo nulla esprima
un lungo stelo e il molle fior del sonno.
E il molle sonno tu lo chiami, o Psyche,
dacché di quelle voci una, la voce
che non t'ama e ti sgrida aspra, ti disse:
"Vil fanticella, prendi questa brocca
e va per acqua al nero fonte; al fonte
di cui sgorga l'oscura onda, sotterra,
al fiume morto.
Esci per poco, e torna."
E tuo mal grado, o schiavolina, andasti
con la tua brocca di cristallo al fonte;
e là vedesti, su la grotta, il drago,
l'insonne drago, sempre aperti gli occhi;
e tu chiudesti, o Psyche, i tuoi, da lungi
rabbrividendo; ed ecco, non veduto,
uno ti prese l'anfora di mano,
che piena in mano dopo un po' ti rese,
e dileguò.
Tu lentamente a casa
tornavi smorta, e con un gran sospiro,
apristi gli occhi, e nel cristallo puro
tu guardasti l'oscura acqua di morte,
e vi vedesti il vortice del nulla,
e ne tremasti.
E Pan allora un dolce
canto soffiò nelle palustri canne,
che tu piangesti a quel pensier di morte
come piangevi per desìo d'amore:
lo stesso pianto, così dolce, o Psyche!
Ma pur ne tremi, o Psyche, ancora, e mesta
invochi il sonno, perché a te nasconda
quell'altro sonno, che non vuoi, più grande!
Ma delle voci di cui tu sei schiava,
quella che t'ama e ti consola a parte,
ecco che ti favella e ti consola:
"Povera Psyche, io so dov'è l'Amore.
Oh! l'Amore t'aspetta oltre la morte.
Di là, t'aspetta.
Se tu passi il nero
fiume sotterra, troverai l'Amore.
Tremi? C'è un vecchio, vecchio come il tempo,
che tutti imbarca, e non fa male a Psyche!
E c'è un cane, oltre il fiume, che divora
ciò ch'è di troppo, e non fa male a Psyche!
Pallida Psyche, prendi tra le labbra
che sembrano due petali appassiti
di morta rosa, un obolo, e leggiero
tienlo, così, che te lo prenda il vecchio,
né tu lo senta; e chiudi gli occhi, e dormi.
E prendi una focaccia, anche, col miele
e col mite papavero, e leggiera
tienla, così, che te la prenda il cane,
né tu lo senta; e chiudi gli occhi, e dormi.
Appena desta, rivedrai l'Amore."
Tu la focaccia prendi su, col miele,
tu chiudi nelle labbra scolorite
l'obolo; e non so quale alito lieve
ti porta via.
Per dove passi, un'ombra
passa, non più che d'ali di farfalla.
Ma tu non dormi; e lievemente il vecchio
ti prende il piccolo obolo di bocca;
ma tu lo senti, e senti anche la rauca
lena del vecchio rematore, come
se alcuno seghi il duro legno, e come
se alcuno picchi su la putre terra;
anche senti un latrato, solitario;
e tremi tanto, che di man ti sfugge
ah! la focaccia, e fa un tonfo nell'acqua
morta del fiume.
Ed anche tu vi cadi,
cadi nel queto vortice del nulla.
Ma Pan il gregge pasce là su l'orlo
del morto fiume.
Non udivi il suono,
là, della vita? Tremuli belati
e cupi mugli, il gorgheggiar d'uccelli
tra foglie verdi, e sotto gravi mandre
lo scroscio vasto delle foglie secche.
E ti cullava nella vecchia barca
un canto lungo, che da te più sempre
s'allontanava sino a dileguare
nella dimenticata fanciullezza.
Pan! era Pan! Egli ti porge un braccio
ispido, e su ti leva intirizzita,
gelida, o Psyche; immemore; e ti corca
nuda così, lieve così, nel vello
del suo gran petto, e in sé ti cela a tutti.
Quali alte grida là dal mondo! Quali
tristi lamenti intorno alla tua casa,
d'argilla, o Psyche, donde più non esce
il tenue fumo, alla tua casa vuota
di cui sparve il celeste alito in cielo.
Ti cercano le genti, o fuggitiva.
O Psyche! o Psyche! dove sei? Ti cerca
nel morto fiume il vecchio che tragitta
tutti di là.
Ti cerca, acre fiutando,
dall'altra riva il cane che divora
ciò ch'è di troppo.
Tutti, o Psyche, invano!
O Psyche! o Psyche! dove sei? Ma forse
nelle cannucce.
Ma chi sa? Tra il gregge.
O nel vento che passa o nella selva
che cresce.
O sei nel bozzolo d'un verme
forse racchiusa, o forse ardi nel sole.
Ché Pan l'eterno t'ha ripresa, o Psyche.
II
LA CIVETTA
"O tristi capi! O solo voci! O schiene
vaie così come la biscia d'acqua!
Via di costì!" gridava agro il custode
della prigione.
Era selvaggio il luogo,
deserto, in mezzo della sacra Atene,
con sue deformi catapecchie al piede
di bigie roccie dalle strie giallastre,
piene di buchi, verdeggianti appena
qua e là di partenio e di serpillo.
Il sole era sui monti, e nell'azzurro
passava fosco a ora a ora un volo
d'aspri rondoni che girava attorno,
sopra la rocca, alla gran Dea di bronzo,
forte strillando.
Ed anche in terra un gruppo
di su di giù correva, di fanciulli;
strillando anch'essi.
Ed ecco s'aprì l'uscio
della casa degli Undici, e il custode
alzò dal tetro limitar la voce.
Egli diceva: "È per voi scianto ancora?
Ieri da Delo ritornò la nave
sacra, e le feste sono ormai finite.
Non è più tempo di legar col refe
gli scarabei! Non più, di fare a mosca
di bronzo!" Un poco più lontano il branco
trasse, in silenzio.
Poi gridarono: "Ohe?
che parli tu di scarabei, di mosche?
È una civetta." In vero una civetta
tutta arruffata era nel pugno a Gryllo
figlio di Gryllo facitor di scudi,
ch'era il più grande.
Ma l'avea pocanzi
in un crepaccio Hyllo predata, il figlio
d'Hyllo vasaio, ch'era il più piccino.
In un crepaccio della bigia rupe,
sotto un cespuglio di parïetaria,
vide due rilucenti Hyllo stateri
d'oro, nell'ombra, e s'appressò; ma l'oro
non c'era più: poi li rivide i due
fissi e tondi nell'ombra occhi d'uccello.
Una civetta della Dea di Atene
immobilmente riguardava il figlio
d'Hyllo vasaio; che con le due mani
all'improvviso l'abbrancò su l'ali,
e la portava.
E Coccalo sorvenne
che gliela prese; a Coccalo la prese
Cottalo; e Gryllo a lui la vinse: allora
Cottalo pianse, Coccalo sorrise,
e il piccolino frignò dietro il grande.
Ma Gryllo avvinse con un laccio un piede
della civetta, e la facea sbalzare
e svolazzare al caldo sole estivo.
E dai tuguri altri fanciulli, figli
d'arcieri sciti, figli di metèci,
trassero.
E in mezzo a tutti la civetta
chiudeva apriva trasognata gli occhi
rotondi, fatti per la sacra notte.
E il coro "Balla" cantò forte "o muori!"
E nel carcere in tanto era un camuso
Pan boschereccio, un placido Sileno
col viso arguto e grossi occhi di toro.
Dolce parlava.
E gli sedeva ai piedi
un giovanetto dalla lunga chioma,
bellissimo.
E molti altri erano intorno,
uomini, muti.
Ed a ciascuno in cuore
era un fanciullo che temeva il buio;
e il buon Sileno gli facea l'incanto.
"Voi non vedete ciò ch'io sono.
Io sono"
egli diceva "ciò che di me sfugge
agli occhi umani: l'invisibile.
Ora
s'ei guarda, come fosse ebbro, vacilla;
ma non è lui, non è quest'io, che trema:
trema ciò ch'egli guarda, che si vede,
che mai non dura uguale a sé, che muore.
Io, di me, sono l'anima, che vive
più, quanto più vive con sé, lontana
dal mondo, nella sacra ombra dei sensi.
E s'ella parta libera per sempre,
nella notte immortale, ove si trovi
ella con tutto che non mai vacilla,
ella morrà? non vedrà più?" Qualcuno
"Vedrà" rispose; "Non morrà" rispose.
Poi fu silenzio.
Il musico vegliardo
Pan era solo, accanto al suo pensiero,
invisibile.
Il bello adolescente,
supino il capo, con la lunga chioma
spiovente, lungi dalla nuca, all'aria,
beveva l'eco delle sue parole.
Ed ecco entrò dall'abbaino un canto
d'acute voci: "Balla, dunque, o muori!"
E il custode dal tetro uscio i fanciulli
striduli fece lontanar nel sole,
fuor dell'ombra dei tetti e della roccia.
Ma là, nel sole, molleggiò più goffa
sul pugno a Gryllo, s'arruffò, chiudendo
aprendo gli occhi, la civetta, e i bimbi
ridean più forte.
Onde il custode: "O Gryllo
figlio di Gryllo, tu che sei più savio,
dà retta.
Sai: codesto uccello è sacro
alla Dea nostra, a cui tu canti l'inno
movendo nudo coi compagni nudi
per la città.
La nostra Dea sa tutto,
ché gli occhi ha grigi, di civetta, e vede
con essi per l'oscurità del cielo."
"No, che non vede" disse Hyllo "né vuole
vedere, e chiude gli occhi tondi al sole."
"Passero, taci.
Tu, Gryllo" il custode
riprese, "grande già mi sei.
Conosco
tuo padre, il buono artefice di scudi.
Tu gli somigli come fico a fico.
Fa chetare le tortore ciarliere.
C'è dentro la mia casa uno che muore!"
"Chi? Questa sera?" "Al tramontar del sole!"
"Perché?" "La nave ritornò da Delo.
Ed egli vide un sogno: una vestita
di bianche vesti, che gli disse: O uomo,
il terzo giorno toccherai la terra!
E la cicuta, sì, berrà dentr'oggi.
Tra poco, o Gryllo.
Che in silenzio ei muoia!"
Tacquero allora i giovanetti a lungo
pensando all'uomo che così, per mare,
tornava in patria.
E Gryllo disse: "È l'uomo
che andava scalzo e passeggiava in aria,
e diceva che il sole era una pietra,
e sapeva che terra era la luna..."
Ed in silenzio trassero alla roccia
tutti, e stettero presso la prigione,
come aspettando.
E la civetta, al lento
filo costretta, si posò sul ramo
d'un oleastro che sporgea dal masso
sopra i ricciuti capi dei fanciulli.
Si chinò, s'arruffò, molleggiò, cieca
per la gran luce rosea del tramonto.
E dai tegoli un passero la vide
e garrì contro la non mai veduta,
e vennero altri passeri al garrito;
e il frastuono eccitò le rondinelle,
e fuori ognuna si versò dal nido;
e da un tacito ombroso bosco sacro
venne la capinera e l'usignuolo.
E grande era lo strepito e il bisbiglio,
pur non udito dai fanciulli, attenti
ad una voce che venìa di dentro,
di chi tornava alla sua patria terra
invisibile, e placido parlava
a un'altra barca che incrociò sul mare.
E poi cessato il favellìo di dentro,
un dei fanciulli disse: "Hyllo, tu monta
su le mie spalle, e narra quel che vedi."
Hyllo montò sul dorso a quel fanciullo,
e sogguardò per l'abbaino: "Io vedo."
"Hyllo, che vedi?" "Un buon Sileno vecchio."
"Che dice?" "Dice che andrà via, che il morto
non sarà lui: seppelliranno un altro."
Il sole in tanto ritraeva i raggi
dai bianchi templi della sacra Atene.
Sola splendea la cuspide dell'asta
che aveva in mano la gran Dea di bronzo.
Brillò d'un tratto e poi si spense; e il sole
calò raggiando dietro il Citerone.
"Hyllo, che vedi?" "Beve." "La cicuta!"
"Piangono, gli altri; uno si copre il capo
con la veste, uno grida." "Esso, che dice?"
"Dice di far silenzio, come quando
si sparge l'orzo, presso l'ara, e il sale."
Ed era alto silenzio, che s'udiva
il passo scalzo su e giù dell'uomo,
e poi nemmeno si sentì quel passo..
"Hyllo, che vedi?" "È sul lettuccio; un altro
gli preme un piede.
S'è coperto.
Muore..."
"Dunque non esce?" "Ora si scopre.
Dice:
Un gallo al Dio che ci guarisce i mali!"
"Che? La cicuta è un farmaco salubre?"
"Uno gli chiude ora la bocca e gli occhi."
"Dunque non parte? è sempre lì?" "Sì, morto."
E bisbigliando stavano i fanciulli
lungo la roccia, al buio.
Ecco e la porta
s'aprì.
N'usciva con singhiozzi e pianti
un vecchio, un giovinetto, altri poi molti
tristi gemendo.
E dall'inconscie dita
il filo uscì con un lieve urto a Gryllo:
e il sacro uccello della notte in alto
si sollevò con muto volo d'ombra.
E i compagni del morto ed i fanciulli
scosse un subito fremito, uno strillo
di sopra il tetto, Kikkabau...
dall'alto,
Kikkabau...
di più alto, Kikkabau...
dal cielo azzurro dove ardean le stelle.
E disse alcuno, udendo il fausto grido
della civetta: "Con fortuna buona!"
I GEMELLI
Che sente il fiore cui la molle forza
di vita svolge i petali del boccio?
Quel che sentiva allora la fanciulla,
che si svolgea dal calice più bianca
e più sottile, il collo così lasso,
che lo piegava l'occhio di sua madre.
La neve già struggeva, ma non tutta:
se ne vedeva qua e là sui monti.
Spuntava l'erba, verdicava il salcio,
e ravvenate ora mescean le polle.
Era sui monti, era a bacìo la neve
ancora: ella si fece anche più bianca
e più sottile: un pianto nella casa
sonò: poi, la fanciulla era sparita.
E il suo gemello la richiese al padre
meditabondo.
Egli accennò lontano.
E la richiese alla soletta madre,
che gli sorrise, e lacrimò più tanto.
"Sappi: è nel prato asfòdelo...
C'è bello...
Lieta, sebbene senza il suo gemello...
No, non è sola, ma tra un fitto sciame...
Un fiore hanno alla sete ed alla fame...
Sì: tu ci andrai...
Sì: la vedrai...
tra giorni...
Resta con me! s'ora ci vai, non torni!"
Ma il giovinetto andò per prati e boschi,
sempre cercando.
Un giorno seguì l'api
a un prato, le ronzanti api ad un fonte.
Nel fonte ritrovò la sua sorella.
Il giovinetto si chinò sul fonte,
e la fanciulla apparve su dal fonte.
Egli era mesto, ed era, anch'ella, mesta.
Ma le sorrise, ed ella gli sorrise.
Aprì la bocca per chiamarla a nome;
subito anch'ella aprì la bocca a un nome.
Ed egli chiese, chi l'avea rapita,
se lieta le era la solinga vita;
ed ella presto rispondea, ma troppo,
ch'ella parlava mentre egli parlava.
Ed egli tacque, ed ella tacque: allora
egli riprese, ma riprese anch'ella.
E il giovinetto non intese, e pianse.
E la fanciulla si confuse, e pianse.
Ora una voce chiamò lui: la voce
della sua madre che l'avea smarrito.
"Ci chiama.
Vieni con il tuo gemello
dalla tua madre.
C'è, con lei, più bello!"
Ella rispose; ma fondea nell'ansia
le sue parole con le sue parole.
"Qui non c'è fiori per il tuo digiuno!
Tu sei nel prato ove non c'è nessuno!"
La madre ancora lo chiamò.
Le labbra
chinò...
che freddo in quelle dolci labbra!
Le diede un bacio sussurrando, Addio!
ed un gorgoglio udì nell'acqua: Addio!
E il giovinetto s'alzò su dal fonte,
e la fanciulla sparve giù nel fonte.
"O madre! O madre! È dove tu m'hai detto!
Ma ella è sola, nel fonte soletto.
Non ho veduto altro che il suo, di capi.
Non ho sentito altro ronzio, che d'api.
Non ha vicine altre compagne care!
Non ha quei fiori per il suo mangiare!
Vieni tu, madre; ella ritornerà!"
"O figlio! O figlio! T'ha deluso un Dio!
Il fior che dissi è il fiore dell'oblio.
E tu non vieni dal fiorito prato
ch'è più lontano del cielo stellato!
A chi ci va, gli è presso, come l'orto;
ma chi ne torna, anche se arriva smorto
a dove dormì, è tuttavia di là!"
Ma il giovinetto le afferrò la mano,
e disse: "O Vieni, se non è lontano!"
E, giunti al prato, si chinò sul fonte,
e la sorella venne su dal fonte.
Ah! ma nel fonte presso il suo sorriso
c'era la madre col suo mesto viso!
"O madre! O madre! Ecco che lei s'attrista
dacché nel grave tuo dolor t'ha vista!"
"O figlio! O figlio! Io sono lì pur quella!
Non hai due madri! E non hai più sorella!"
E turbò l'acqua.
E madre e figlia sparve
oscuramente, qua e là, nel gorgo;
fin che, ondeggiando, tremuli, a fior d'acqua
vennero ancora figlio e madre in pianto.
Ed egli allora oh! sì, capì.
Ma venne
per molti giorni al tralucente lago,
a rivedere in sé la sua sorella
che in lui viveva; ed esso in lei moriva.
Ed era il tempo che il nostro dolore
cadea qual seme, e ne nasceva un fiore:
un fior dal sangue delle nostre vene,
un fior dal pianto delle nostre pene.
Ed egli fu il leucoio, ella il galantho,
il fior campanellino e il bucaneve.
E questo avea tre petali soltanto;
e quello, sei, coi sommoli un po' verdi.
Candidi entrambi, a capo chino entrambi.
Spuntava il croco, il morto per amore
bel giovinetto.
E non fu lor compagno.
E non l'AI AI videro del giacinto
dal vento ucciso.
Non fioriva ancora.
Erano soli soli; ché la neve
era sui monti, era a bacìo, tuttora.
E qualche alato, ch'ebbe vita umana
già, come loro, già piangea, ma seco,
sommessamente: o dentro sé pensava
quel pianto amaro ch'è poi dolce canto.
I due puri gemelli esili fiori,
fu breve la lor vita anche di fiori.
Amor fu quello prima dell'amore.
Non, forse, amore, ma dolor, sì, era.
Sparvero prima della primavera.
I VECCHI DI CEO
I
I DUE ATLETI
Nella rocciosa Euxantide, sul monte
tra la splendida Iulide e l'antica
sacra Carthaia, cauto errava in cerca
non so se d'erbe contro un male insonne
o di fiori per florido banchetto,
Panthide atleta: atleta già, ma ora
medico, di salubri erbe ministro.
E coglieva, più certo, erbe salubri,
ché il capo bianco non chiedea più fiori.
Partito già da Iulide pietrosa
era su l'alba.
Or l'affocava il sole;
sì che saliva al vertice del monte
folto di quercie nel cui mezzo è l'ara
del Dio che manda all'arsa Ceo le pioggie
tra un bombir lieto.
E giunse tra le quercie
sul ventilato vertice.
E gli occorse
uno ascendente per la balza opposta.
E riconobbe un vecchio ospite, atleta
anch'esso: Lachon, che vedeasi in casa
molte corone, il secco appio dell'Istmo,
il Nemèo verde, non ormai già verde,
e l'alloro e l'olivo: altri germogli
no; non di cari figli altra corona.
Ché solo egli era.
E per la via selvaggia
coglieva anch'esso erbe salubri o fiori,
per morbo insonne o florido convito:
ma, più certo, salubri erbe, ché un cespo
svelgendo allora da un sassoso poggio,
le vecchie rughe egli facea più tante.
Ora gli stette agli omeri Panthide,
non anco visto, immobile, col fascio
dei lunghi steli dietro il dorso; e l'altro
sentì che un'ombra gli pungea la nuca;
e si voltò celando la mannella
della sua messe.
Ma con un sorriso
a lui mostrò la sua Panthide, e disse:
"Oh!" disse "vedo.
Non è crespo aneto,
Lachon, per un convito; non è mirto;
né cumino né molle appio palustre..."
Erano cauli con, nel gambo, rosse
chiazze e con bianchi fiorellini, in cima.
E Lachon interruppe: "Ospite, il Tempo,
che viene scalzo, all'uno e all'altro è giunto,
della cicuta; come è patria legge:
CHI NON PUÒ BENE, MALE IN CEO NON VIVA."
Disse Panthide: "Ricordiamo il detto
dell'usignolo che di miele ha il canto,
dell'isolana ape canora: Il cielo
alto non si corrompe, non marcisce
l'acqua del mare...
L'uomo oltre passare
non può vecchiezza e ritrovare il fiore
di gioventù." "Noi ritroviamo il fiore
della cicuta!" con un riso amaro
Lachon riprese, e poi soggiunse: "Un fascio
coglierne, tutto in un sol dì, per vecchi,
ospite, è grave.
Oh! non ha senno l'uomo!
Sin dalla lieta gioventù va colto,
un gambo al giorno, il fiore della morte!"
II
L'INNO ETERNO
E sederono all'ombra d'una quercia
l'un presso l'altro.
Sotto la lor vista
tra bei colli vitati era una valle
già bionda di maturo orzo; e le donne
mietean cantando, e risonava al canto
l'aspro citareggiar delle cicale
su per le vigne solatìe dei colli.
E nella pura cavità del cielo,
di qua di là si rispondean due voci
parlando di lor genti che lontane
tenea Corinto dove è un tempio dove
sono fanciulle ch'hanno ospiti tanti...
E nel mezzo alla valle era Carthaia
simile a bianco gregge addormentato
da quell'uguale canto di cicale.
Il mare in fondo, qualche vela in mare,
come in un campo cerulo di lino
un portentoso biancheggiar di gigli.
Tra mare e cielo, sopra un'erta roccia,
la Scuola era del coro: era, di marmo
candido, la ronzante arnia degl'inni.
Ivi le frigie tibie, ivi le certe
doriche insieme confondean la voce
simile ad un gorgheggio alto d'uccelli
tra l'infinito murmure del bosco.
Ivi sonava, dolce al cuor, la lode
del giovinetto corridore e il vanto
del lottatore; e per sue cento strade
l'inno cercava le memorie antiche,
volava in cielo, si tuffava in mare,
incontrava sotterra ombre di morti,
tornando, ebbro di gioia ebbro di pianto,
con due fogliuzze a coronar l'atleta.
Era lontano, e non vedean che il bianco
dei marmi al sole, i due pensosi vecchi.
Eppur di là l'alterna eco d'un inno
giungeva al cuore, o forse era nel cuore.
Da destra il giorno si movea col sole,
portando il canto e l'opere di vita,
verso sinistra, al mesto occaso, donde
co' suoi pianeti si volgea la notte
tornando all'alba e conducendo i sogni,
echi e fantasmi d'opere canore.
Fluiva il giorno, rifluìa la notte.
Sotto il giorno e la notte, e la vicenda
di luce e d'ombra, di speranza e sogno,
stava la terra immobile.
Ma il coro
era più rapido.
Arrivava un'onda
dal mare, un'altra ritornava al mare.
Era la vita.
Dopo il moto alterno
d'un'onda sola che salìa cantando
scendea scrosciando, mormorava il mare
immobilmente.
E molte vite in fila
salìan dal mare riscendean nel mare:
quindi l'eterno.
E dall'eterno altre onde:
i figli.
Altre onde dall'eterno: i figli
dei figli.
E onde e onde, e onde e onde...
III
EFIMERI
Disse Panthide: "Ospite, ho cinque figli
molto lodati, come sai: Zelòto
il primo: Argeo, buono alla lotta, eppure
fiorito appena di peluria il labbro,
l'ultimo: è questi ora su l'Istmo, ai giochi.
Lachon, ascolta.
Ieri udii, su l'alba,
un grido in casa, un fievole vagito
che mi chiamava al talamo del figlio
più grande.
Andai.
Vidi una luce: un uomo
novo fiammante! E con le sue manine
egli annaspava come a dire - O vedi
ch'io l'ho pur qui la lampada di vita
accesa a quella ch'alla tua s'accese!
Più non è danno se la tua si spenge:
Son io Panthide.
Puoi partire, o nonno! -
Parlato ch'ebbe, egli movea le labbra
come assetato...
E io dovrei tutt'ora
tener le labbra al pispino del fonte,
vietando io vecchio al mio novello il bere?
gli dovrei forse intorbidar la polla?
Io parto.
E, come io sono lui, non muoio."
E Lachon disse: "Oh! io vorrei che un poco
la piccoletta fiaccola negli occhi
miei balenasse! Oh! io vorrei per poco
con la mia mano ripararle il vento!
vorrei, seduto per qualche anno al fonte
di vita, senza berne più che un sorso,
vorrei vedere quella rosea bocca
arrotondarsi sul bocciuol materno!
Ospite, io credo, più di me tu muori."
Tacquero intenti a udirsi, dentro, l'inno
del lor respiro, onda che viene e onda
che va, seguite da un pensiero immoto.
Le mietitrici avean ripreso il canto
tra l'orzo biondo, e risonava al canto
l'aspro citareggiar delle cicale.
E disse Lachon: "Troppo bella, o sacra
isola Ceo! Chi nacque in te, che volle
morire altrove? Ma sei poca a tanti!"
A cui Panthide: "Poca sì...
ma Delo
appena morti i figli suoi bandisce.
Partono i morti dalla sacra Delo
sopra la nave nera, esuli, e vanno
mirabilmente pallidi, sul mare,
alla Rhenèa dove non son che morti;
e sole capre e pecore selvaggie
belano errando sopra il lor sepolcro."
Lachon pensava e su la palma il capo
reggea dubbioso.
"Io mi ricordo" ei disse
"un inno udito, ora è molt'anni, in Delfi,
lungo l'Alfeo: Siamo d'un dì! Che, uno?
che, niuno? Sogno d'ombra, l'uomo!"
L'ombra di lui teneva su la palma il capo:
pensava, a piè dell'albero; e vicine
stridere udiva l'ombre delle foglie.
IV
L'INNO ANTICO
Poi raccolti i lor fasci di cicute
sorsero entrambi, e dissero: Va sano!...
Va sano!...
E ritornavano cogliendo
ancor pei greppi i fiori della morte.
Esalava il canùciolo e il serpillo
odor di cera e dolce odor di miele.
Ronzavano api e scarabei de' fiori.
E Lachon giunse al prònao d'Apollo,
alla Scuola del coro.
Era già sera,
una sera odorosa; ed il suo nome
udì gridare a voci di fanciulli.
Eran fanciulli che, in lor giochi, un inno
volean cantare a mo' dei grandi, un inno
vecchio, che ognuno aveva, in Ceo, nel cuore.
Presto un impube corifeo la schiera
ebbe ordinata, e già da destra il coro
movea cantando per la via del sole,
verso la sera, con gridìo d'uccelli.
Pubertà,
fonte segreto che spiccia
senza un tremito e un gorgoglio,
ma che di tenero musco
veste insensibilmente lo scoglio:
a te dia Lachon l'erba del leone,
l'appio verde del bosco Nemèo.
Conobbe l'inno, il primo inno cantato
a lui quand'era il suo destino in boccia
tuttora, quanti anni passati? Tanti!
E da sinistra volsero i fanciulli,
come i notturni aurei pianeti, a destra.
Nulla sta!
Tutto nel mondo si muove,
corre, o giovinetto atleta,
come nell'inclito stadio
tu col piede di vento alla meta:
di che la prima delle tue corone
tu riporti all'Euxantide Ceo.
I fanciulli si volsero con gli occhi
al cielo e al mare, fermi su la terra
sacra, alzando le acute esili voci.
Ora è ora d'amare.
L'appio verde vuoi sol tu?
Corrano, un tempo, le gare,
dove Lachon non sia più,
giovani ch'ansino e rapidi sbuffino l'anima
tua, la tua, lungo l'Alfeo!
E nel cospetto dei fanciulli apparve
Lachon il vecchio con le sue cicute,
e intorno al vecchio corsero i fanciulli
gridando: "A noi, perché ci sia ghirlanda!
l'appio a noi! l'appio verde! l'appio verde!"
V
L'INNO NUOVO
E Panthide a quell'ora era pur giunto
sotto l'aerea Iulide natale.
E vide in mare una bireme, e vide
che ammainando entrava già nel porto.
E dall'aerea Iulide e dal grande
leon di pietra accovacciato in vetta,
il popolo scendea lungo l'Elixo,
scendea dall'alto in lunga fila al mare.
Veniano primi i giovinetti a corsa,
dando alla brezza i riccioli del capo;
poi le donne altocinte, ultimi i vecchi,
spartendo tra due passi una parola.
Poi che giungea dall'Istmo, la bireme,
portando alfine i buoni atleti a casa,
e quante niuno ancor sapea, ghirlande.
E trasse al lido anche Panthide, in seno
celando il fascio delle sue cicute.
Stava in disparte.
Ed ecco dalla nave
scese una schiera di settanta capi
bruni, tutti fioriti di corimbi,
e su la spiaggia stettero.
Un chiomato
citaredo sedé sopra un pilastro,
e presso lui gli auleti con le lunghe
tibie alla bocca.
E il mare eterno, il mare
alterno, a spiaggia sospingea l'ondate,
le ricogliea, così tra il canto e il pianto.
Stridé la tibia, tintinnì la cetra,
e il coro alzò tra il sussurrìo del mare
un inno di Bacchylide.
In disparte
era Panthide, e il vecchio cuor batteva
contro la manna delle sue cicute.
L'onda ascendeva, discendeva l'onda;
e il coro andò, poi ritornò sul lido.
O sacra Ceo!
mosse ver te la fulgida
Fama che in alto spazia,
a te recando un messo
pieno di grazia,
che nella lotta il pregio
fu del valido Argeo;
e noi la grande
gloria, sull'istmio vertice,
venuti dall'Euxanti-
d'isola dia, facemmo
chiara coi canti
nostri, noi coro adorno
di settanta ghirlande:
ed or la musa indigena
suscita il dolce strepito
di tibie lyde
per onorar d'un inno
il tuo figlio, o Panthide!
Udì Panthide, e il cuor batté più forte
contro la manna delle sue cicute.
Ora poteva sciogliere la vita
felicemente, come alcuno un fascio
d'erbe e di fiori che nel giorno colse,
sfa, su la sera, che ne fa ghirlanda,
tornato a casa.
Ché dei cinque figli
niuno lasciava senza lode in terra.
Gli avea ben fatto il Sole, e dalle Grazie
avea sortito ciò Che all'uomo è meglio.
Ammirato dagli uomini mortali
tornava a casa, per pestare, il saggio
medico, l'erbe nel mortaio di bronzo.
E la notte era dolce, aurea; tranquillo
era il suo cuore.
Ché il Panthide nuovo
s'era acquetato sul materno petto,
e il forte Argeo, stanco di mare e gioia,
dormiva, già sognando altre corone.
Buona, la sorte! buona! Ché concesso
non gli era mica di salire al cielo!
ALEXANDROS
I
- Giungemmo: è il Fine.
O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell'aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa.
Dall'ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l'ultimo fiume Oceano senz'onda.
O venuti dall'Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo.
II
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.
Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
il sogno è l'infinita ombra del Vero.
III
Oh! più felice, quanto più cammino
m'era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl'infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,
sempre più lungi, ardea come un tesoro.
IV
Figlio d'Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi.
Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l'auleta:
soffio possente d'un fatale andare,
oltre la morte; e m'è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente...
e il canto passa ed oltre noi dilegua.
-
V
E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall'occhio nero come morte;
piange dall'occhio azzurro come cielo.
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell'occhio nero lo sperar, più vano;
nell'occhio azzurro il desiar, più forte.
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell'immenso piano,
come trotto di mandre d'elefanti.
VI
In tanto nell'Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d'un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
TIBERIO
I
Discende a notte Claudïo dal monte
Borèo: col vento dalle nubi fuori
rompe la luna e gli balena in fronte,
fuggendo.
Egli rimira, a quei bagliori,
Livia e l'infante: intorno vanno frotte
silenziose di gladïatori.
S'ode tra lunghe raffiche interrotte
l'Eurota in fondo mormorar sonoro;
s'ode un vagito.
E nella dubbia notte
le nere selve parlano tra loro.
II
Rabbrividendo parlano le selve
di quel vagito tremulo, che a scosse
va tra quel cauto calpestìo di belve.
Sommessamente parlano, commosse
ancor dal vento, che vanì; dal vento
Borea, che le aspreggiò, che le percosse.
Dal ciel lontano a quel vagito lento
egli era accorso; ma nell'infinito
ansar di tutto, dopo lo spavento,
risuona ancora quel lento vagito.
III
Chi vagisce, è Tiberio.
E il vento accorre
dal ciel profondo tuttavia; spaura
le nubi in fuga, e sbocca dalle forre.
Le selve il mormorìo della congiura
mutano in urlo, e gli alberi giganti
muovono orridi in una mischia oscura.
Lottano i pini coi disvincolanti
frassini, e l'elci su la stessa roccia
coi faggi urtano i vecchi tronchi infranti.
E il fiore della fiamma apresi e sboccia.
IV
Sboccia la fiamma, e il vento la saetta,
come una frusta lucida e sonante,
via per ogni pendìo, per ogni vetta.
Il vento con la frusta fiammeggiante,
col mugghio d'una mandrïa di tori,
cerca il vagito del fatale infante.
Ardono i monti; ma ne' suoi due cuori
Livia tranquilla, indomita, ribelle,
tra i rossi òmeri de' gladïatori,
nutre Tiberio con le sue mammelle.
GOG E MAGOG
I
A mandre, come gli asini selvaggi,
in vano andava e ritornava in vano
Gog e Magog coi neri carriaggi;
e la montagna li vedea nel piano
errare, udiva di tra le tormente
di quelle fruste lo schioccar lontano;
ed un bramir giungeva, della gente
di Mong, come umile abbaiar di iene,
all'inconcussa Porta d'occidente.
II
Ché tra due monti grande era, di rosso
bronzo, una porta; grande sì, che l'ombra
ne trascorreva all'ora del tramonto
mezza la valle.
Il figlio dell'Ammone
la incardinò per chiudere gl'immondi
popoli, e i neri branchi di bisonti:
la sprangò, chiuse.
Ma ristette al sommo
dei monti: un chiaro strepere di trombe
giungea dalle Mammelle d'Aquilone.
III
V'era il Bicorne...
E gli ultimi che, infanti,
aveano udito il gran maglio cadere
su le chiavarde, erano grigi vecchi;
e non partiva...
E i figli lor, giganti
dagli occhi fiammei, dalle lingue nere,
o nani irsuti dai mobili orecchi,
erano morti; e d'ognun d'essi, i mille
erano nati, quante le faville
da un tizzo: ma il Bicorne era lassù.
IV
In alto in alto, a guardia dell'Erguene-
cun; e lo squillo delle sue diane
movea valanghe e rifrangea morene.
S'empiva, ogni alba, il cielo di poiane;
e l'Orda a valle, come nubi al suono
del nembo, nera s'addossava al Kane:
carri che rotolavano dal cono
delle montagne; un subito barrito
d'elefanti; una voce come tuono...
V
Ma meno udian di giorno quel tumulto
lassù; di giorno anche le genti chiuse
ruggìano, e il cibo dividean con l'unghie.
Vaniva il grido di lassù nell'urlo
della lor fame.
Era, di giorno, tutto
al sangue, Alan, Aneg, Ageg, Assur,
Thubal, Cephar.
Più, nelle notti lunghe,
s'udiva, quando concepìan, nel Yurte,
le loro donne i figli di Mong-U.
VI
La luna andava su per orli gialli
di nubi, in fuga: per l'intatta neve
stavano in cerchio mandre di cavalli:
le teste in dentro, immobili, tra il bianco,
stavano: a ora a ora un nitrir breve,
un improvviso scalpitìo del branco.
Ché tutta la montagna solitaria
muggìa.
Temeva anche la luna, e lieve
balzava su, da nube a nube, in aria.
VII
O risplendea sul murmure infinito,
pendula.
Cinto d'edere e d'acanti
l'Eroe, tolte le faci del convito,
scorreva in festa i gioghi lustreggianti,
e laggiù, dalle tonde ombre dei pini,
l'Orda ascoltava lunghi aerei canti;
udiva lunghi gemiti marini
di conche, e, tra il tintinno della cetra,
timpani cupi, cimbali argentini.
VIII
Gog e Magog tremava; e le sue donne
dissero: "Non ha madre Egli, cui dolce
gli sia tornare, pieno d'ambra e d'oro?
non figli, greggi? non fiorenti mogli
presso cui, sazio di narrar, si corchi?
Forse hanno a sdegno lui così bicorne!
Dunque e perché non scende Egli dal monte
né prendesi una dalle nostre torme,
che gli sia bestia, tra Gog e Magog?"
IX
Gog e Magog tremava...
Uno dei nani
cauto trovò gli stolidi giganti.
"Noi moriamo, o giganti, ed Egli no.
Io che muovo gli orecchi come i cani,
intesi cose.
Non c'è sempre avanti
Zul-Karnein.
A volte a Rum andò.
Parte col sole.
A un fonte va, di stelle
liquide, azzurro.
Con le due giumelle
v'attinge vita.
Ogni cent'anni un po'."
X
Ora Egli un giorno (la Montagna tetra
parea più presso e, come scheletrita,
mostrava il bianco ossame suo di pietra)
per l'ombra, dove non sapea che dita
reggeano erranti lampade d'argento,
per l'ombra andava al fonte della vita.
E non più squilli di tra i gioghi, e il vento
soffiava in vano.
La gran Porta un poco
brandiva, a tratti, con émpito lento.
XI
Gog e Magog tre dì, vigile, attese;
tre notti attese; e non udì, che a sera
la Porta a quando a quando brandir lenta.
Non c'era più sui monti...
E l'Orda prese
la via dei monti.
Andava l'Orda nera
formicolando sotto la tormenta.
All'alba mugliò lugubre un bisonte,
nitrì un cavallo, si spezzò la schiera...
Uno squillo correa da monte a monte.
XII
E dissero le donne: "Uomo da nulla
Zul-Karnein! Tornasti in fretta! O forse
non c'era al fonte sola una fanciulla?
non una tua sorella, che la secchia
abbandonò vuota sul fonte, e corse
ansando in casa alla tua madre vecchia?
Or fa, divino ariete, sonare
le trombe! Al suono delle tue fanfare
l'uom ci si desta, e poi...
non dorme più."
XIII
E gli uomini ulularono: "Ha bevuto
in Rum al fonte delle stelle azzurro!
Zul-Karnein è sempre ciò che fu."
E lor fu in odio ogni altra vita, e il frutto
d'ogni altro ventre; e il rosso sangue munto
bevvero alle bisonti, alle zebù.
Né più sonava per la valle un muglio.
Non sonò più, Gog e Magog, che l'urlo
interminato delle sue tribù.
XIV
Ma sì, partì Zul-Karnein, nel fuoco
d'un vespro: per il monte erano stese
porpore cupe a margini di croco.
Nel cocchio d'oro folgorando ascese
l'Eroe; nell'ombra lontanò tra un gaio
ridere di berilli e di turchese,
Un balenìo di cuspidi d'acciaio,
un'eco d'inni che tremola ed erra
qua e là...
Tacque infine irto il ghiacciaio.
XV
Tre anni attese il Tartaro, tre anni
spiò l'arrivo degli stessi draghi
dagli occhi d'oro sopra la montagna
tacita e sola.
Il Tartaro guardava,
né già temeva, e più sentìa la fame
e l'ira, e con man d'orso per la valle
svellea betulle, sradicava ontani.
Ma vide gli occhi degli stessi draghi
la terza volta, e venne alla montagna.
XVI
A piè delle Mammelle d'Aquilone
giunsero cauti.
E il vecchio nano astuto
con mani e piedi rampicò sui tufi.
E vide in cima un grande padiglione
come di tromba, e vi scivolò muto:
v'udì soffi, vi scorse occhi di gufi.
Un nido immondo riempiva il vuoto
di quella tromba.
Un grande gufo immoto
v'era, due ciuffi in capo irti, da re.
XVII
Prese due penne il vecchio nano, e stette
sopra una roccia, ed agitò le penne,
e chiamò l'Orda, che attendeva: "A me,
Gog e Magog! A me, Tartari! O gente
di Mong, Mosach, Thubal, Aneg, Ageg,
Assum, Pothim, Cephar, Alan, a me!
A Rum fuggì Zul-Karnein, le ferree
trombe lasciando qui su le Mammelle
tonde del Nord.
Gog e Magog, a me!"
XVIII
O stolti! Quelle trombe erano terra
concava, donde il vento occidentale
traeva, ansando, strepiti di guerra.
Rupperle disdegnando col puntale
de' lor pungetti, e dalle trombe rotte
gufi uscivan con muto batter d'ale.
Risero accorti, e sparsi per le grotte
bevvero sangue.
Sopra loro un volo
muto, di sogni, e i gridi della notte.
XIX
Alla gran Porta si fermò lo stuolo:
sorgeva il bronzo tra l'occaso e loro.
Gog e Magog l'urtò d'un urto solo.
La spranga si piegò dopo un martoro
lungo: la Porta a lungo stridé dura-
mente, e s'aprì con chiaro clangor d'oro.
S'affacciò l'Orda, e vide la pianura,
le città bianche presso le fiumane,
e bionde messi e bovi alla pastura.
Sboccò bramendo, e il mondo le fu pane.
LA BUONA NOVELLA
I
IN ORIENTE
I
Si vegliava sui monti.
Erano pochi
pastori che vegliavano sui monti
di Giuda.
Quasi spenti erano i fuochi.
Altri alle tombe mute, altri alle fonti
garrule, presso.
Il plenilunio bianco
battea dai cieli sopra le lor fronti.
Ognun guardava ai cieli, come stanco,
stanco nel cuore; ognuno avea vicino
il dolce uguale ruminar del branco.
Sostava sino all'alba del mattino
il cuor del gregge, sazio di mentastri;
ma il cuore de' pastori era in cammino
sempre; ch'erano erranti come gli astri,
essi: avean la bisaccia irta di peli
al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,
e cinti i lombi, e nella mano steli
d'issopo.
E alcuno, come è lor costume,
cantava, fiso, come stanco, ai cieli.
E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
a piè dell'universo, era sommesso,
era non più che un pigolìo d'implume
caduto, sotto il suo grande cipresso.
II
Maath cantava: - O tu che mai non poni
il tuo vincastro, e che pari nell'alto
le taciturne costellazïoni,
Dio! che la nostra vita cader d'alto
fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
la pietra cade sopra il Mar d'asfalto.
Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda,
la vita! Cosa grave che galleggia,
e va e va dove la porta l'onda!
O Dio, noi siamo come questa greggia
che va e va, né posso dir che arrivi,
nemmen se giunga al pozzo della reggia! -
Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
o greggia, che non mai dalle tue strade
vedi la Morte ferma là nei trivi.
Vedo qualche smarrito astro che cade:
muore anche l'astro.
Ma tu, pago il cuore,
stai ruminando sotto le rugiade.
O greggia, solo chi non sa, non muore!
Tu non odi l'abisso che rimbomba
presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore
del loto eterno ai sassi della tomba.
III
E un canto invase allora i cieli: PACE
SOPRA LA TERRA! E i fuochi quasi spenti
arsero, e desta scintillò la brace,
come per improvvisa ala di venti
silenzïosi, e si sentì nei cieli
come il soffio di due grandi battenti.
Erano in alto nubi, pari a steli
di giglio, sopra Betlehem; già pronti
erano, in piedi, attoniti ed aneli,
i pastori guardando di sui monti,
e chi presso le tombe, onde una voce
uscìa di culla, e chi presso le fonti,
onde un tumulto scaturìa di foce:
e un angelo era, con le braccia stese,
tra loro, come un'alta esile croce,
bianca; e diceva: "Gioia con voi! Scese
Dio sulla terra." Ed a ciascuno il cuore
sobbalzò verso: il bianco angelo, e prese
via per vedere il Grande che non muore,
come l'agnello che pur va carponi;
il Dio che vive tutto in sé, pastore
di taciturne costellazioni.
IV
Mossero: e Betlehem, sotto l'osanna
de' cieli ed il fiorir dell'infinito,
dormiva.
E videro, ecco, una capanna.
Ed ai pastori l'accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.
E d'un figlio dell'uomo era, ma era
quale d'agnello.
Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,
sopra la paglia.
Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi: all'albergo alcun le disse: È pieno.
Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.
- Noi cercavamo Quei che vive...
- entrato
disse Maath.
Ed ella con un pio
dubbio: - Il mio figlio vive per quel fiato...
- Quei che non muore...
- Ed ella: - Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l'agnello
suo tremebondo) in una croce...
- Dio...
-
Rispose all'uomo l'Universo: È quello!
II
IN OCCIDENTE
I
Grande, lungo le molte acque, al sussurro
del fiume eterno, sopra i sette monti,
bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro,
Roma dormiva.
Agli archi quadrifronti
battea la luna; e il Tevere sonoro
fiorìa di spuma percotendo ai ponti.
Alto fulgeva col suo tetto d'oro
il Capitolio: ma la notte mesta
adombrava la Via Sacra del Foro.
Nell'ombra un lume: il fuoco era di Vesta,
che tralucea.
Nel tempio le Vestali
dormian ravvolte nella lor pretesta.
Era la notte dopo i Saturnali.
Nelle celle de' templi, sui lor troni,
taceano i numi, soli ed immortali.
Intorno alla Dea Madre i suoi leoni
giacean nel sonno.
Gli ebbri Coribanti
dormian con nell'orecchio ululi e tuoni.
Rosso di sangue uno giaceva avanti
la Dea.
Dischiuso il tempio era di Giano.
Esso attendeva, coi serrami infranti,
l'aquile che predavano lontano.
II
Roma dormiva, ebbra di sangue.
I ludi
eran finiti.
In sogno le matrone
ora vedean gladiatori ignudi.
Ne' triclini ai dormenti le corone
eran cadute, e s'imbevean le rose
nel sangue che fluì dal mirmillone.
Dormivan su le umane ossa già rose,
le belve in fondo degli anfiteatri;
e gli schiavi tornati erano cose.
Dopo la breve libertà, negli atrï
giacean gli ostiari alla catena, quali
cani la cui leggera anima latri.
Era la notte dopo i Saturnali;
ed ogni schiavo dalla tarda sera
dormiva, udendo ventilar grandi ali,
e gracidare.
Erano cigni a schiera
sul patrio fiume...
No: su l'Esquilino
erano corvi in una nube nera...
Ei tesseva e stesseva il suo destino:
vedea sua madre; poi sentia la voce
del banditore: apriva al suo bambino
le braccia, e le sentia fitte alla croce.
III
Roma dormiva.
Uno vegliava, un Geta
gladïatore.
Egli era nuovo, appena
giunto: il suo piede, bianco era di creta.
L'avean, col raffio, tratto dall'arena
del circo; e nello spolïario immondo
alcun nel collo gli aprì poi la vena,
Rantolava; il silenzio era profondo:
il cader lento d'una goccia rossa
solo restava del fragor del mondo.
Ma d'uomini gremita era la fossa
in cui giaceva.
All'occhio suo, tra un velo,
parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.
Ed era solo, e l'uomo che col gelo
lo pungea di sua cute, più lontano
gli era del più lontano astro del cielo;
più della terra sua, più del suo piano
lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora
sdraiati ruminavano pian piano,
e de' suoi figli ch'attendean l'aurora,
piccoli nella lor nomade cuna,
e del suo plaustro, ch'era sua dimora,
là fermo e nero al lume della luna.
IV
E venne bianco nella notte azzurra
un angelo dal cielo di Giudea,
a nunzïar la pace; e la Suburra
non l'udiva; e nel tempio alto di Rhea
bandì la pace; e non alzò la testa
quell'uomo rosso ai piedi della Dea;
e vide, un fuoco, e disse, PACE; e Vesta
ardeva, e le Vestali al focolare
sedeano avvolte nella lor pretesta;
e vide un tempio aperto, e dal sogliare
mormorò, PACE; e non l'udì che il vento
che uscì gemendo e portò guerra al mare.
E l'angelo passò candido e lento
per i taciti trivi, e dicea, PACE
SOPRA LA TERRA!...
Udì forse un lamento...
Vegliava, il Geta...
Entrò l'angelo: PACE!
disse.
E nella infinita urbe de' forti
sol quegli intese.
E chiuse gli occhi in pace·
Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,
e i morti ai morti, e le tombe alle tombe
e non sapeano i sette colli assorti,
ciò che voi sapevate, o catacombe.
FINE
Note:
[1] In un mio libro, non troppo fortunato, che s'intitola Miei Pensieri di varia Umanità (Messina, Muglia, 19O3), parlo, nel Fanciullino, di questa malattia che non è, a dir vero, di letteratura, come era stampato nella I ed.
dei P.
C., ma di storia letteraria, come ho corretto in questa II.
"(La Poesia) la dividiamo per secoli e scuole, la chiamiamo arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica, e va dicendo.
Affermiamo che progredisce, che decade, che nasce, che muore, che risorge, che rimuore.
In verità la poesia è tal meraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa qualità che una vera poesia di quattromila anni sono.
Come mai? Così: l'uomo impara a parlare tanto diverso o tanto meglio, di anno in anno, di secolo in secolo, di millennio in millennio; ma comincia con far gli stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi.
La sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli.
Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto.
E quindi, né c'è poesia arcadica, romantica, classica, né poesia italiana, greca, sancrita; ma poesia soltanto, soltanto poesia, e...
non poesia.
Si: c'è la contraffazione, la sofisticazione, l'imitazione della poesia, e codesta ha tanti nomi.
Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli; e al fischio sembrano uccelli; e non sono uccelli, sì uccellatori.
Ora io non so dire quanta vanità sia la storia di codesti ozi..."
E più oltre: "(Noi in Italia) ragioniamo e distinguiamo troppo.
Quella scuola era migliore, questa peggiore.
A quella bisogna tornare, a questa rinunziare.
No: le scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi.
Non c'è poesia che la poesia.
Quando poi gl'intendenti, perché uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade: e perché un altro, in una vera poesia ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo: ecco gl'intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo.
Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore: qualunque tenue cosa può a quegli occhi parere grandissima.
Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare), se furono quegli occhi che videro; e lasciar da parte secento e arcadia."
E anche: "E le scuole ci legano.
Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo ad ogni tratto d'inciampare e di cadere.
L'ho già scritto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme che lo chiamino arcade..."
Ma io lascierò dire.
...
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