POEMI DEL RISORGIMENTO, di Giovanni Pascoli - pagina 4
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È di noi madri, umili ignare oscure,
cui tolse i nati, al fine della notte,
su la dolce alba, piombo corda scure.
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VII
Ed ei pensava: - E perché mai v'ho tolti:
figli, alle madri? Era di voi più morta,
o per lei morti, o dentro lei sepolti,
l'Italia.
Dunque...
Oh! per un mio delirio!
Fra terra e cielo io la vedea risorta
con su la chioma il tremolìo di Sirio! -
VIII
E nella notte insonne, lunga, vuota,
che aveva del giorno anche obbliato il nome,
sbalzava al suono d'una voce nota,
la voce, d'uno che passava, d'uno
che si fermava, lo chiamava - Come?...
Iacopo! - S'affacciava, ansio...
Nessuno!
IX
Su tre lunghi anni avea soffiato un breve
attimo - Vive! Ha franto i ceppi! È meco! -
Nessuno là nel grande albor di neve.
Oh! dal sepolcro...
egli credea che fosse
bianco vanito nel biancor, senz'eco.
C'erano sulla neve goccie rosse...
X
Era vanito nella forra brulla
dicendo, Vieni, in suo passaggio, e il vento
vaniva anch'esso per la via del nulla;
vaniva là con lunghe voci, e gemiti
e fremiti, urla d'ira e di spavento
e di minaccia e di rampogna - Eh? Tremi! -
XI
Oh! avesse accanto un'anima serena,
un cuore amico, per placar con esso
quei morti in ira, quelle madri in pena...
per non vedere l'altro figlio d'Eva,
il reo, l'uguale, l'altro sé, sé stesso,
cui malediva, sopra cui piangeva...
XII
E sì, qualcuno era pur giunto...
Forse
quei che move all'intorno un nembo d'aria
salsa di mare, il giovane dell'Orse,
quel timoniere d'anime tranquillo
avvezzo ai gridi della procellaria,
Borel! ch'ha nella voce alta lo squillo.
XIII
Né lui, né altri.
Era Borel lontano
tutto l'Oceano e le sue cento aurore.
A Cabo Frio portava ferro e grano.
La sua sumaca era agghindata a festa.
Ma il cabottiere si mangiava il cuore,
ed anelava al largo e alla tempesta.
XIV
Egli era stanco d'udir sempre il rombo
della risacca contro la scogliera,
e dove giungea l'ombra di Colombo,
di bordeggiar con una garapera.
Borel, un giorno, in mare mutò rombo;
virò di bordo, issò nuova bandiera.
XV
Dodici cacciatori di jaguari,
re delle Pampe, mulattier dell'Ande,
eran con lui, sbuffanti dalle nari
il tedio di quel navigare a rande.
Ei disse: - Siate, d'ora in poi, corsari.
La nostra Italia, ora sarà Rio Grande.
XVI
Noi più non siamo mercatanti ignavi
che in ogni rada gettino i grippini;
noi combattiamo per pezzenti e schiavi,
siamo l'Italia, o miei lupi marini.
Avanti! un guscio contro cento navi!
contro un impero, il nome tuo, Mazzini!
XVII
Mazzini un giorno si destò tranquillo,
sereno.
Ognuno, non il suo destino,
ma porta dentro il cuore il suo vessillo.
Avanti! L'uomo, alta la fronte o bassa,
non è, lieto o piangente, un pellegrino:
ma è un celeste messagger che passa.
XVIII
Avanti! Tutti hanno il lor fine al mondo.
Tutti hanno un posto loro nel gran mare
dell'essere, e sia pur l'alga del fondo!
Avanti! Dice Dio: Quando son io
che mando, andate, senza mai sostare
senza mai riposare.
- E dove, o Dio? -
Tu che devi morire, uomo, a morire!
Tu che devi soffrire, uomo, a soffrire!
GARIBALDI IN AMERICA
I
VIAGGIO A ESCOTÈRO
Torna al Rio Grande col suo pro' compagno,
torna il Filibustiere, ora a cavallo.
Prese il cavallo nella mandra al laccio,
frenò, sellò: lo domerà stradando.
Galoppa dietro il cavalier selvaggio
tutto con un cupo tumulto il branco:
falbe giumente col puledro accanto,
stalloni in corsa inalberati al salto.
Ed egli, quando il suo cavallo è stanco,
getta le frombe sibilanti a un altro;
lo frena e sella e monta su fischiando.
Il vento in mare gl'insegnò il suo canto.
I mustang, le giumente e le puledre,
liberi seguono il Filibustiere.
Sul feltro suo beccheggiano due penne,
lunga la chioma al vento si distende.
Ma queta il passo ove la steppa è verde,
perché i cavalli pascano le alte erbe,
perché bevano chiaro le giumente
a qualche stagno ombrato di ninfee.
Sembra un pastore.
E indugia perché vede
i puledrini ancora alle mammelle.
L'armento nell'oscurità s'aduna,
fa un grande cerchio in mezzo alla pianura.
Le teste l'una all'altra hanno congiunte:
sognano insieme orecchio a orecchio, il puma,
l'uomo, il jaguar: l'un dopo l'altro, sotto
l'ombra stellata, rigna e scalcia al sogno.
E l'uomo giace sulla terra nuda
e guarda in cielo e naviga lassù.
Passa tra grigie nebulose ed erra
tra gruppi ignoti.
Avvista Altair e Vega
che riconosce.
E sempre più s'inciela.
Da stelle a stelle, è sopra la sua terra.
Dal cielo azzurro grida Italia! Italia!
E sbalza in piedi ad un nitrito.
È l'alba.
Per boschi e campi passa il cavaliere
tra uno svolar di code e di criniere,
e groppe mosse su e giù come onde,
e ringhi acuti ed ansie fremebonde,
ed urli e calci al vento e salti a sghembo,
e il subito ampio rotolar d'un nembo.
II
A PIRATINIM - IL CAPO
E in nove giorni giungono al silvestre
Piratinim.
Il popolo ribelle
avea sui muli e in carri la sua legge
portata là coi fasci delle verghe.
Là, Bento, un vecchio alto e salcigno siede
in terra, in mezzo alle araucarie nere.
- Ospite, siedi.
Hai molto pel Rio Grande
fatto e patito, in terra e in mare.
Grazie.
Or verrai meco, ch'io mi vuo' condurre
in armi al passo delle due Lagune.
-
Cavalli a un tronco avvinti per la briglia,
pascono intanto melega e gramigna.
Ed arde un fuoco lì da parte e brilla;
un uomo, un Combo, lento su vi gira
l'arrosto pingue: cola, sfrigge il sangue
e un grasso odore nell'aria si spande.
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GARIBALDI VECCHIO A CAPRERA
AL FOCOLARE
Garibaldi siede al focolare,
siede avanti fuoco di lentischio.
A Caprera cupo batte il mare,
il libeccio l'empie del suo fischio.
Egli vecchio dalla barba bianca
cova il fuoco, cova il suo pensiero;
e si trova sur una barranca,
la gran chioma scossa dal pampero.
Vede un mare verde là che sogna
d'esser terra né flottare più.
L'aria porta beli di vigogna
alti e bassi fischi di gnandù...
Oh! le pampe dell'immenso Plata
verdi sotto il cielo senza nubi,
una solitudine ondulata
sparsa d'isolette di carrubi,
sola terra degna che vi scenda
il marino che patì fortuna;
egli d'una vela fa la tenda,
e vi sogna sotto l'alta luna.
Ecco un tuono, un calpestìo di zampe
che s'appressa sempre sempre più...
Va sul mare verde delle pampe
lo stallone e la sua gioventù.
Come è bello il libero stallone
con la coda e la criniera ai venti!
Mai ne' fianchi non ebbe lo sprone
né il ribrezzo del ferro tra i denti.
Pura è l'unghia di fimo di stalle,
brilla al sole la lucida groppa.
E' raccoglie le sparse cavalle,
annitrisce al pampero, e galoppa.
Va, galoppa! Va libero e fiero
della tua solitudine tu!
più veloce sei tu del pampero,
più del tempo...
del tempo che fu...
INNO A ROMA
Gl'Itali non mutato dal tempo di Romolo il nome,
Roma, ti serbano: Roma era ne' secoli, ed è.
IL NOME MISTERIOSO
O - ma qual nome ora, de' tuoi tre nomi,
dirà l'Italia? Il nome arcano è tempo
che si riveli, poi ch'è il tempo sacro.
Risuoni il nome che nessun profano
sapea qual fosse, e solo nei misteri
segretamente s'inalzò tra gl'inni:
mentre sull'ombra attonita una strana
alba appariva, un miro sole, e i cavi
cembali intorno si scotean bombendo -
Amor! oh! l'invincibile in battaglia!
oh! tu che alberghi nei tuguri agresti!
oh! tu che corri l'infinito mare!
Vennero in prima schiere a te, per l'onde,
d'esuli armati, ed una stella d'oro
reggea le navi incerte del cammino;
a te noi genti italiche la stella
d'allora, tra le fiamme e tra le morti,
col raggio addusse che giammai non muta.
IL PRIMO EROE
Chi per te primo, immensamente amata,
cercò la morte? Fu nella penombra
dei tempi, grande, lungo il Tebro, un pianto.
L'eroe Pallante era caduto.
Offerse
l'àlbatro il bianco de' suoi fiori, il rosso
delle sue bacche e le immortali fronde.
Gli fu tessuto il letto di quei rami
de' tre colori, e furono compagni
mille al fanciullo nel ritorno a casa.
E fisi in quella bara tricolore
i mille eroi con le possenti mani
premean le spade; ed era in esse il fato.
Oh! ma che pianto fu così tornando
al vecchio padre! Era suo padre un vecchio
povero re, dalla silvestra reggia.
Fauno, il suo nome; ed abitava i sassi
del Palatino, tra le antiche selve
misteriose.
E tu non eri, o Roma.
Anzi per il rupestre Campidoglio
eran macerie già muscose, e bianchi
ruderi sparsi si vedean tra i folti
cespugli del Gianicolo: rovine
di due città vinte dal tempo; ed ora
quelle rovine trite e sonnolente
empiva a volte del suo rauco augurio
lo stuol de' corvi.
E Fauno avea per reggia
una capanna piccola, coperta
di felci e stoppia.
E guardie sulla soglia
avea due cani, che correndo innanzi
bandìan, lieti abbaiando, il suo ritorno.
Al re non tromba dividea la notte
buia in vigilie: gli diceva - È l'alba -
di sul colmigno il passero, e la rondine,
anche più presso, gliel garrìa dal trave.
E quindi il tempo portò via quel Fauno
e il suo dolore, e la caduca reggia;
e sul Palazio ignare le giovenche
pascevano, e la valle posta al piede
si mescolava d'un belar d'agnelli.
E se il pastore aveva udito un qualche
urlo di lupi, egli, racchiuso il gregge
in uno speco, s'addormìa tranquillo.
Veniva allora, per le tenebre, una
lupa, e fiutava il chiuso lupercale.
E Fauno, il buono, nelle selve ombrose
cantava il canto delle foglie ai venti,
invisibile.
E sulle antiche quercie
picchierellando senza fine il picchio
sacro contava gli anni tanti, gli anni
tardi a venne.
LUPI E AQUILE
Aprile, che s'apriva
il fiore, venne, e il Tevere più gonfio
portava l'onde con un grande rombo:
e d'ogni parte sulle piane e i colli
arsero fuochi nella notte sacra.
Tutto splendé.
Fiamme correva il fiume.
Però che, intorno, alle selvaggie stanze
fuoco i pastori davano, mutando
già le capanne, d'erbe e frasche, in case.
E poi saltando sulle fiamme, un canto
diceano, sacro: «Fuoco puro, Fuoco
grande, buon Fuoco, che ammollisci e domi,
portati via queste capanne, portati
via questi nidi! Noi non siamo uccelli,
lupi noi siamo.
Addio, cose d'un'ora!
Siamo per fare una città ch'eterna
duri, ed un proprio focolare, in mezzo,
sarà per te, che mai non dormi, o Fuoco!»
Ed una torma giovanil più fiera
diceva: «Oh! bello andare al vento! È bella
l'ora che fugge, e sempre un altro il sole!
La terra sempre nuova sotto quelle
antiche stelle! Voi da voi ponete
tra il mondo e voi pur quella fossa ignava:
sia senza fine a noi la via, la terra
senza confine! Lupi, sì; ma ora...
dateci l'ale, o aquile!»
L'ARATORE
Uno arava.
Egli segnava, sull'aurora, un solco
quadrato intorno al colle Palatino.
Sentian le zolle il primo aratro allora.
E sotto il giogo era una vacca bianca
e un rosso toro, che di quando in quando
il rauco fiato si gemean sui collo,
molto anelando.
E la città futura
stava e mirava, coi vincastri in mano
e con indosso pelli irte di capre.
Ma gli altri fieri, a chi piacea l'andare
col gregge errante, e l'erba che più bella
rinasce sempre sotto il dente al gregge,
ridean dei semi che dovean sotterra
marcire al buio.
E gli uni e gli altri torvi
aveano gli occhi, e l'ansito ondeggiante.
Stava il fratello, qua, del Capo, anch'esso,
con lui, lattonzo della lupa; ed ora
schifiva, lui villano, egli pastore.
Taciti i buoi tiravano nel cupo
tacer di tutti; ché fuggiano il grande
bifolco orrendo ch'era loro a tergo.
E qui, con l'ale largamente aperte
al sole, apparve un'aquila, che ferma
mirava a lungo qual lavoro in terra.
Poi, fisa sempre, s'affondò nel cielo.
LE VOCI DEL FIUME E DEL MARE
Il pazïente aratro col suo coltro,
allora, più splendente della spada,
prendeva a forza, con ferite a fondo,
la terra; e il Tebro che lambiva il colle
con l'acque torbe, vie più alto un suono
mettea chiamando l'anima dei forti:
«Oh! voi, che aprite con un rostro adunco
la terra, omai la prora che toglieste
alla mia nave, a lei rendete, o figli;
ed ora in me, con quella ch'è il mio coltro,
segnate un lungo solco sino al mare,
sino al gran mare, azzurro e piano; e oltre!
Bene avverrà!» Così diceva il Tebro
con l'incessante murmure; ma il vento
di primavera dal lontano lido,
sempre più forte, le narici aperte
a lor bagnando de' suoi salsi spruzzi,
«Oh! voi che fate una città pastori,»
diceva.
«eccovi l'atrio, ecco le porte
color di cielo, e il limitar che tuona
sparso di schiuma dalle larghe ondate.
O cittadini, ecco la via già fatta,
labile, piana, e ne son pietre i flutti.
Dall'urbe uscite: avanti voi c'è l'orbe!»
Allor li prese un vago amor dell'onde
che sempre vanno a modo de' pastori;
di sempre andare e pascolare il mondo.
LA RISSA
Pales, o grande e buona Iddia, di latte,
munto d'allora, ti facean l'offerta.
Nella città non nata la giovenca
cimava steli e fiori; a lunghi sorsi
beveva il toro; ed il tuo colle a un tratto
suona di grida.
Rissano i pastori
proprio nel solco, un passo dall'aratro,
che riposava.
Gli uni avean lo spiedo
da caccia, gli altri aveano l'ascia in mano.
Questi già pietre, qua e là, da terra
traean tagliando e scalpellando; e quelli
piangean la terra duramente offesa.
«Non era assai picchiarla con la zappa,
fenderla poi col vomere! Ecco, rossa
vogliono ancora frangere alla madre!»
Vennero all'armi, e l'ascia del lavoro
sentì la morte, e tu nell'aria rosa
tremavi, o stella d'oro della sera,
vedendo in cielo nuvole suffuse
del sangue ch'era sparso in terra.
L'ASCIA
Roma
purificata balzò su dal solco
rosso di sangue, ché alla Terra Madre
consacrò l'ascia onde l'avea ferita,
onde l'avrebbe per le genti tutte
ferita ancora.
O ascia, in ogni plaga
ti dedicò, per questa grande Italia,
ti seminò, ti sotterrò nel mondo.
Tu sotto i templi e sotto l'are e sotto
gli anfiteatri semiruinati
ti trovi e sotto l'ardue terme, infrante
presso le nubi.
Te nel cor le sponde
sentirono del Reno e del Danubio,
t'ebbero le foreste invïolate
e le sabbie arse che il leon sue rugge.
Tu sei presso le moli, ove sepolti
sono i giganti; sotto gli occhi fissi
eternamente della muta Sfinge;
tu sotto accampamenti che nessuno
più moverà.
Tu scalpellasti i massi
per le infinite pompe del trionfo.
E per te l'Arco trionfal si prese
l'arco del cielo, e sulle vie la Gloria
aprì tra due colonne le sue porte
senza battenti.
LE STRADE
Era vicino al tempio
del dio Saturno, dio seminatore
e falciatore, un grande cippo, d'oro.
Di lì per l'orbe tutto lanciò Roma
le strade sue di duro sasso e duro
suono.
Di lì, dal cippo d'oro, sette
vie quattro volte si lanciarono oltre,
ai quattro venti, e prima tra sepolcri
moveano, a piè di tumuli e cipressi,
sotto la tacita ombra funerale;
poi via per verdi campi e per deserti,
diritte come solchi, e via tra rupi
tagliate da scalpelli, e via per selve
profonde, mute, solo allor ferite
dal ferro ignoto, e via sopra veloci
fiumi aggiogati con eterni ponti,
e via per l'Alpi, che vincean con giri
blandi, le irate.
Da quel sasso, a forza
ruppero un tempo tante vie sul mondo.
Parea che un luminoso Sagittario
via via volgesse a tutti i venti il grande
arco fatale, e saettasse intorno
intorno, stante nel bel mezzo, il cielo.
LA LEGIONE
Le dure suole e i cerchi delle ruote
fecero i solchi in queste vie, battute
dalle coorti che movean le insegne
contro i terrestri.
Andavano, e la schiera
villesca alzava per insegna un fascio
d'erba.
Prima la falce e poi la spada.
Mai non mancava fra le spighe il rosso
di qualche fiore.
Fissa, poi, sull'asta
era una mano, ch'è una pianta sola
con più rampolli.
Della via fu guida
poscia la lupa; e si vedean passare
cignali e smisurati liofanti.
E fausta, infine, di tra un baglior d'oro
l'aquila uscì: le ignare terre e l'onde
remote corse un brivido ed un fremito
al ventilare delle sue grandi ale.
E le legioni col lor pilo grave
per quelle vie senza la meta e il fine,
mossero intorno.
Ed assembrava allora
tutte le genti e i popoli l'antica
bùccina, che al pastore fuor di mano
sul far di notte avea mandato un segno.
E dominava sotto giusto impero,
tutti, il sottile tralcio d'una vite.
I MESSAGGERI
Alle battaglie, in mezzo ad una nube,
eran presenti i due gemelli Dei.
E niuno mai li vide; ma soltanto
tra squilli gravi delle trombe, acuti
de' litui, e grida ed ansimar feroce,
s'udiano al vento alti selvaggi ringhi.
L'uno era chiaro come l'aureo sole;
l'altro parea la notte opaca, ed era
avviluppato in ombra di dolore.
Ivano a paro avanti le coorti
di bronzo, i forti giovinetti in fiore,
erti su gl'immortali lor cavalli.
Ma in mezzo al mare, quando sulle lievi
liburne erano le aquile, ondeggianti
per la fortuna, e l'armi contro l'armi
cozzanti, allora divenian due stelle,
che rifulgeano fisse tra il brandire
degli alberi e l'oscillar delle antenne.
Erano questi i tuoi corrieri, al cenno
pronti, o Vittoria.
All'apparir del vespro,
volgean del pari il corso de' cavalli,
e per le strade andava il colpo e il tonfo
dei risonanti zoccoli; e i cavalli,
ecco, anelanti, essi adduceano all'acqua:
o dea Iuturna, all'acqua tua perenne:
né già cadean le stelle, né le nubi
dalla prima alba erano ancora orlate.
Vegliava un solo focolare in Roma,
v'era una sola casa, che mandasse
baglior di luce dalle sue transenne.
Vesta attendeva i reduci seduta
al fuoco inestinguibile.
AI DUE GEMELLI
Fratelli!
O in pace alfine (come voi chiamasse
il tempo antico) ora; non già, fratelli,
allora, anche pugnaci sotto il ventre
della nutrice vostra lupa fosca:
tante pendean le poppe, e tra voi d'una
sorgea contesa, per averla entrambi:
voi che la lupa con la scabra lingua
non ammansava, ed ammansò la morte:
che stretti poi con infrangibil patto,
come la notte è giunta al dì, celesti
cavalcatori, componete il tempo,
non interrotto, con la luce e l'ombra;
su! le criniere v'attorcete in mano,
saltate su, lanciateli: da tanto
hanno i cavalli l'émpito nel cuore!
Al lor ritorno avvinti per le briglie
alle colonne vostre, dagli augusti
ruderi il loglio antico pasceranno.
Ma ora andate a rivedere i campi
delle legioni, a riveder le terre
onde v'avvenne riportare il nunzio
della vittoria.
Si combatte ancora
con ferro e fuoco.
Sono le coorti
d'allora; al ciclo va la polvere, alto
suona il fragore.
Colmano bassure,
piantano i valli, sfanno i colli, occulte
forano vie per entro le montagne.
Sono picconi l'armi nostre.
Andate
propiziando! il Popolo pilumno
pensi i trionfi che menò, le leggi
che fece, il dritto che impartì, la pace
che diede, e allievi il suo lungo lavoro
d'oggi con la sua gloria veterana.
LA VERGINE MASSIMA
Ora, ascoltando le sorsate al fonte
sacro, e il bussar dell'unghie alterne in terra,
nel tempio augusto pallida taceva,
fisa con gli occhi, la sacerdotessa;
poi, nell'alto silenzio risonando
una voce mirabile: Vittoria!
ella premea nel cuore quella voce
e quel portento e s'avviava all'arce
del Campidoglio.
E il popolo mirava
tacitamente ascendere il pontefice
e la vergine massima.
IL PASSO DI ROMA
Divina,
così, con passo, sempre ugual, di gloria
andava Roma verso il grande imperio.
E monti e valli e fiumi e selve al passo
fremean sonanti sotto il piè di Roma,
della Immortale sempre più lontana.
E mille passi delle sue legioni
fulgureggianti di metallo al sole,
ella chiudeva in uno dei suoi passi.
Ed una pietra ne segnava l'orma
tutte le volte, e i popoli, a quell'orme
così distanti, abbrividian nel cuore.
I DUE IMPERATORI
Oh! ben temeano i popoli le scuri.
Ché per il mondo si vedea passare
un uomo grande più che l'uomo, un grande
che dava a tutto, il freno o l'urto, ei solo,
della sua mano.
Egli partìa la terra
con la sua spada e il cielo col suo lituo,
augure circondato dalle rote
degli avvoltoi.
Lanciava egli all'assalto
con un suo cenno l'aquile, e le lievi
turme al galoppo, e l'ululo di morte
ravvolto nella polvere veloce.
Eppur mostrava placido alle genti
placate il volto, e calmo i cavalloni,
ancora irati dopo la tempesta,
con quella mano che impugnò la spada,
calmava, e dal belligero cavallo
dicea le leggi e l'arti della pace.
Salve, o possente Roma! Tu le terre
hai dissodate col tuo duro coltro;
la macchia hai franta perché desse il grano
placido.
Il grande imperio era il tuo fato.
Quando a te fu dagli ampi omeri tolta
la porpora, ecco il re de' sacrifizi
uscì da templi novi e da miti are.
E poi levò di terra la corona
e ne cinse la lunga chioma bionda
d'un re che aveva la fràmea per lancia;
e poi, volgendo i secoli, battaglia
mosse, egli re dei riti, al re dell'armi.
E tempo venne che dall'alto soglio,
con la corona sulla fronte eretta,
con nella mano la stellante spada
(stettero i messi attoniti nell'aula,
e reprimeano i secoli la corsa
infrenabile, come visto un cenno
rapido di far sosta e di dar volta),
«Che domandate?» addimandò.
«Ciò ch'egli,
il vostro re, domanda, è mio.
Son io
il Cesare, son io l'Imperatore!
Andate!» E il re sacrìfico si prese
i fasci albani; e l'ara vide al lume
dei sacri ceri scintillar le scuri.
GLI DEI
Fu la tua parte.
Era il tuo fato, o Roma.
Tu sulla poppa assisa, non volesti
per nessun vento abbandonar la barra.
Profughe genti vennero dal mare
a darti inizio; e i profughi tu sempre
prendesti a bordo della ma gran nave.
Tu sei, d'antico, un santo limitare
d'asilo ai popoli esuli, tu sacra
fossa cavata, in cui le genti i semi
posero, e zolle della patria, e cose
sacre, e le lor memorie ed i lor Mani.
Fosti l'altare per gl'iddii fuggiaschi;
pur solo ad uno implacida, ad un solo,
povero, un dio sì umilmente dio!
Altri alla luce aperta gli stranieri
numi adorando, i lor pingui altari
facean vermigli di taurino sangue;
altri in cortei, per la città, solenni,
batteano i cupi timpani e le strade
tutte accendean di queruli ululati.
Ma quelli per le volte e per le ambagi
d'un nero sotterraneo laberinto
seguivano una fiaccola, e con voce
segreta, là, benedicean cantando,
ignoti a tutti, il loro ignoto Dio.
Per tempio avean, per i lucenti altari
di Roma, alcun muffito sepolcreto,
e la lor vita era coi lor sepolti.
Avanti l'arche, fiale rugginose
di sangue, e lumi dall'esigua fiamma.
Dicea quel lume che la vita scorsa
era col sangue, sì, ma invano.
Il morto
dormiva.
E il sonno era leggero e breve.
Una colomba col suo roseo becco
svellea da un canto un ramicel d'ulivo,
e si levava, con la frasca, a volo.
Ed un pastore s'era messo in collo
l'agnello stanco, e andava con la verga
sua pastorale e col secchiello in mano.
C'era la croce, e dubbio era, se croce
fosse od àncora.
Sbalzata dal vento,
percossa dalla folgore, la nave
era al sicuro, alfine in pace: aveva
gettata l'àncora nel cielo.
ch'ella da molti secoli nell'ombra
era discesa, tutta rughe e muffa:
«...
non cadrà più, poi ch'è il dolore umano!
Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!
È il dio sol esso, il solo dio fra tutti,
che non può mai morire!»
L'ESACRAZIONE
Cadean gli dei; restava il Campidoglio,
invïolato; e immobile la rupe
pendea sull'urbe.
E il Barbaro selvaggio
invase l'urbe, e la guastò col ferro
e con la fiamma, e l'unghia de' cavalli,
grave, pestò le sue ceneri: invano.
Fin ch'un di loro decretò che lento
mortal languore la struggesse.
Vinta,
egli poteva anche spianarla al suolo.
«Ma no» diss'egli: «la sommuova il verno,
la inondino le pioggie, e disdegnando
da sé la scuota e gitti via la terra:
la frangano le folgori tonanti:
sia sacra a Dio, precipitino i cieli
sulla lor cosa.» Tanto ei volle, e tutti
al suo comando, partono, e le madri
sono strappate all'are, ed i fanciulli
vanno e le indarno verginette in fiore.
Poi, per le vie del duro suono, i plaustri
Goti e i cavalli e le Àmale coorti,
piene di preda, andarono sull'orme
degli antichi manipoli, e lontano
il vincitore in sua lorica d'oro
LE FAVISSE
Intanto, quali in una torba sera
fuggon le nubi d'ogni parte e vanno,
gemendo, spinte qua e là dai venti,
tali gli dei cacciati dai lor templi
empìan notturni il cielo di querele.
E di quei templi l'umide cisterne,
sin le favisse sotto il Campidoglio,
fervean d'un cupo murmure.
Ché i molti
idoli sacri, l'uno dopo l'altro,
vi discendeano.
E Venere, la vita,
vedea la prima volta ora i vetusti
lupi e cignali, e là pur mo' gettata
schifìa Minerva i rozzi cippi e il vano
dio, ch'era un legno putrido, ed ansante
non ravvisava, nel Mamurio irsuto,
Marte sé stesso.
E scese alfin dal sommo
dell'arce, dietro gli altri dei consenti,
Giove pieno di nubi il sopracciglio.
«O già potenti in cielo, sulla terra,
nel mondo oscuro: fummo.
Noi cacciammo
altri dal soglio, ed altri noi discaccia.
Ma non è vano l'aspettar vicenda.
Quel dio rifatto, a cui cedemmo contro
cuore, fuggiasco, povero, deforme,
il cui soglio è la croce, ed il cui serto
sono le spine dei roveti...» Ed altro
egli diceva, ma seguì con voce
piena d'orrore la Carmenta antica
vaticinante, a nessun dio più nota,
svanì lasciando gli edifici soli,
già balenanti, già meditabondi
tra sé e sé, del crollo ultimo, e Roma,
Roma, sotto il suo sole almo, deserta.
IL GRANDE SEPOLCRO
E fu silenzio dentro le muraglie
sacre, e il pomerio grande ora cingeva
grande un sepolcro.
E il sole che la vide
tacita, a poco a poco calò, lento
sfiorando con un alito di luce
le cupole e i lunghissimi obelischi;
e poi nel trarre fuori il dì, tentando
invano di svegliarla dal gran sonno,
stupiva di vederla altra e la stessa.
Suono non v'era se non d'improvviso
crollo di muro o il tonfo di finestre,
cui si provava di serrare il vento.
Talvolta andando e riandando i corvi,
gracchianti, a stormo, quel letargo strano
scotean, nell'ira, d'uomini e di cose.
E molti discendean dall'Aventino
foschi avvoltoi, che ripetean l'augurio
natale, in alto, sulla città morta.
E poi notturna i cuccioli la volpe
guidava, e le basiliche del Foro
cauta girava e le colonne antiche.
E dopo i lunghi secoli le lupe
del tempo primo vennero, cercando
gli antri per l'alte sedi imperïali.
Parean, destati dal lor sonno i templi,
aperti stare, stare ed aspettare
i sacerdoti immemori.
Giaceva,
abbandonata per i sette monti,
Roma.
E le acquate assidue la battono
e le raffiche rapide del vento,
e la fiammante folgore del cielo
ormai fa divampare il rogo.
IL NOME CELESTE
Aprile
era vicino, era, con lui, vicino
il dì natale della città morta.
E di narcissi dalla chioma d'oro,
di crochi dagli stami d'oro rise
la solitudine, e dalle rovine
dei templi il rosso smìlace comparve;
e le vïole al fonte di Iuturna,
caste, s'abbeveravano, e gli sparsi
ruderi si gremìano di giacinti;
e tutti i bronchi e pruni aspri, nel Foro
Romano, in cima avevano una rosa,
e sopra i marmi antichi era l'antica
porpora.
Per nessuno, dal sepolcro,
dal suo sepolcro, ch'era anch'esso infranto,
spargea, versava senza fine al cielo,
nel tempo dolce ch'è il suo tempo, i fiori
che sono suoi, quella che in cielo è Flora.
A FLORA
Flora! madre dei fiori, o tu cui sempre
è primavera, o tu che per le genti
immense hai sparso il nuvolo dei semi,
la Terra aiuta! Questa pia saturnia
terra produca in maggior copia i frutti
che già versava dal fecondo grembo.
Nutra di sé quelli che già nutriva,
armenti e greggi, e tornino gli uccelli,
ormai spariti, a liberare i campi,
e per i campi floridi echeggiare
facciano la dolcezza del lor canto.
Alle mammelle opime della Terra
sugga una prole più gagliarda il latte
e insiem col latte la virtù romana;
ed ogni mare solchi ed ogni terra
calchi, anche il cielo navighi, sembrando
candidi stormi di canori cigni.
La tua città non lasciar più che cinta
sia di deserti e verdi acque muggenti
del torvo bue selvaggio che vi guazza.
Riguarda quei villaggi di capanne,
quelle capanne squallide di stoppia,
o Flora! Dunque non distrusse il fuoco
de' primi dì tutti i tuguri? Dunque
non toccò tutti gli uomini il Diritto
con la sua verga? Guarda: sono schiavi,
sotto le bestie! Rendi a quei meschini,
o Flora, il suo; liberatrice abbraccia
quelli spogliati; e per sé solo, o Flora,
raccolga chi le seminò, le messi,
come allorquando si lasciava a mezzo
solco l'aratro e s'assumeano i fasci.
Rinnova l'arte antica, cingi al capo
l'antico serto e fa che mai non cada
l'inno di gloria che beò l'Italia.
Sian, per i colli, glauchi olivi e verdi
viti, e di spighe rigogliose ondeggi
la valle immensa.
E fiacchino la forza
del vento e il nembo struggitor le selve
veglianti a guardia sul cigliar dei monti.
Il Rubicone, ecco, già bianchi ammira
enormi tori.
Egli che vede andare
per la campagna tante paia e vede
da dieci bovi tratto un solo aratro,
egli che già non obliò nel sonno
le bronzee file della forte Alauda,
pensa all'imperio, a Cesare, ai trionfi.
Noi non l'imperio, non i cortei lunghi
di quei trionfi a te chiediamo.
Un'Ara
abbiamo, e noi, di Pace, eretta, o Flora.
I fiori dà color di sangue ogni anno
(solo nei fiori tu il color di sangue
lodi e nel casto viso di fanciulle:
miele, olio, vino, o Flora, ami; non sangue),
dà le memori foglie dell'acanto
per adornar quest'ara.
Alto nel mezzo
noi collocammo in una vampa d'oro
chi la portò; questa concordia augusta.
E quanti ancora col lor sangue, eccelsi
spiriti, questa pace e questa patria
fecero a noi, là stanno.
E sono, o Flora,
la messe tua che cade sì, ma sempre
nuova nei lunghi secoli germoglia.
IL PRIMO COLLE E I PRIMI PASTORI
Certo è che vive in questa terra occulto
qualche portento, e sì, nel monte, dove
Roma quadrata germinò dal solco.
Pastori un tempo (luce ed ombra incerte
vi si spargean sotto la falce d'oro)
erano là coi rastri.
Era la gloria
vanita già di Roma, era d'Apollo
sparito il tempio.
Tutto il sacro colle
tenean le infrante vecchie pietre ingombro.
Cespi d'acanto, nuove polle uscenti
da qualche ceppa d'albero che appena
sapea sé stesso, s'opponeano al piede.
Giacean rottami candidi di marmo
tra i rovi e i pruni, e sorrideano al suolo
i capitelli ai cardi ispidi e duri.
Muri con archi, cui copriva il musco,
pendean crollanti, si scoteano al vento
ad ogni crepa le parïetarie
come ciarpame pendulo a finestre
d'un abituro.
Qua le acquate al tutto
finìan gli dei dipinti nella calce,
qua le ventate stridule uno straccio
sempre rapìan da tende non più fisse.
Scabbia di pietre, lue di sassi verdi
per tutto, ed archi che teneano ancora
sol per l'abbraccio d'edere contorte.
Credean gl'ignari di veder spelonche
di giganti che dopo un'ardua rissa
con massi enormi, ora, cocendo l'ira,
lontani e soli errassero sui monti.
IL SEPOLCRO DEL PRIMO EROE
Ed i pastori, come un tempo, in cerca
di preda, una spelonca aprono, un sasso
movendo, immenso, e vedono nel fondo
della spelonca balenare un lume.
E quindi - era un sepolcro - gigantesche
membra d'un uomo vedono, che il petto
aveva aperto da una lunga piaga.
Stupor li prese di quel corpo cinto
d'armi cangianti, di quel capo ignoto
dentro l'irsuta gàlea.
Ché tutte
l'arme egli avea, fuor della spada, e il petto
non gli cingeva il balteo d'oro, vario
di spesse borchie.
Sull'ignoto capo,
alto, vegliava un fuoco e gli sfiorava
l'antica piaga con l'assidua fiamma.
Un dei pastori, simile ad un Fauno,
vide fra tanto impallidire il cielo,
languire insiem le tenebre e le stelle.
LA LAMPADA INESTINGUIBILE
Ogni maceria gorgheggiava.
I nidi
s'erano desti, delle rondinelle,
in fila sotto i capitelli neri.
E si vedean le macchie, e tremolando
splendean le cime delle selve, e i pini
alti sopra la vetta Pallantea.
Ed il pastore trasse fuori all'alba
la lampada e l'oppose al mattutino
vento.
E il suo lume si sbatté, ma visse.
E vi soffiò con le selvaggie labbra,
e la tuffò nell'acqua d'una pozza;
ma il lume visse.
Ed e' la rese ardente
al suo sepolcro e l'appendé dov'era,
e col suo masso chiuse la spelonca.
Dove ancor pende e raggia ancor la luce
su te, giovine eroe primo, che fosti
di tanta gloria e tanta lotta e tanto
dolore e amore la primizia santa.
Son tre millenni ch'ella dal sepolcro
veglia su Roma con l'eterna luce.
A ROMA ETERNA
Spirito eterno, eterna forza, o Roma!
Dopo il gran sangue, dopo l'oblìo lungo,
e il fragor fiero e il pallido silenzio,
e tanti crolli e tante fiamme accese
da tutti i venti, tu col piè calcando
le tue ceneri, tu le me macerie,
sempre più alta, celebri il più grande
dei tuoi trionfi; ché la morte hai vinta.
Tu in faccia a tutti i popoli che a parte
chiamasti del tuo dritto, ora apparisci
nel primo fior di giovinezza ancora,
meravigliosa, simile a Pallante,
difesa intorno dal fulgor dell'armi,
e con la spada; e pende sopra il mondo
quella al cui lume accesero le genti
tutte il lor lume, quella che noi rompe
l'ombra: o Roma possente, la possente
tua più che il tempo lampada di vita.
INNO A TORINO
I
Toro divino ch'oltra due fiumane
giaci e, fiso nel gran murmure, guardi
l'Eridano, che passa e che rimane:
macro pascesti sotto i baluardi
donde i Titani si sporgean, le spine
dei rovi, un tempo, ed il salistio e i cardi!
Ti distendevi immenso sul confine
delle montagne, nella notte, attento
tra il fioccar bianco e le tormente alpine;
facesti il nerbo di cento anni in cento,
solo e rubesto, caute le pupille,
sbalzando al piano, corneggiando al vento,
Amavi l'ombra; amavi le tranquille
acque e verzure; eppure avesti in sorte
la guerra eterna, dai mille anni ai mille.
Passavi i fiumi baldo allora e forte,
cedevi passo passo, e insanguinato
col dosso all'Alpi combattevi a morte.
Da due nemici preso a volte in guato,
di qua di là, volgevi tu d'un salto
a questo e quello il fiero capo armato.
Alfine come statua di basalto
tu ti piantasti quadro sulle sponde
Ticine, or pronto a rintuzzar l'assalto,
or volto verso il piano, oltre quell'onde,
verde, ove il tuo nemico, il tuo rivale,
erbe non sue pasceva e non sue fronde:
il collo in arco, a fronte bassa, male
pensando, e il sì nel fiero cuore e il no...
finché mugliasti, rauco, trionfale,
lungo; e l'Italia tutta ne sonò.
II
Quale eri tu? Non l'ITALO tu forse
che per la grande terra della sera
trasse un fatale popolo, e la corse
tutta col nome che tuttor non era?
Fuggìano, andando, le paludi oscure
tinte d'un lividore di tramonti;
fuggìan le macchie vergini di scure
e il fuoco acceso notte e dì sui monti.
Sospesi, se temere, se sperare,
tendean l'orecchio ad altri gridi umani;
ma non s'udiva che scrosciare il mare
e rintronare lava di vulcani.
Emergeano cavalli-d'-acqua a torme,
spruzzando pioggia dalle froge grosse.
Volgeano i piccoli occhi e il muso enorme,
chiedendo a sé, quella tribù, che fosse.
Fendeva i boschi un calpestìo selvaggio
ed un fragor di grandi alberi infranti.
Pareva un cieco nembo; era il passaggio,
là, di rinoceronti e d'elefanti.
E quando a notte era sparita, avvolta
d'aride foglie la raminga gente,
a prender sonno, tutta notte in volta
andava l'ombra del leon ruggente.
Ma sempre tu, senza guardarti attorno,
guidavi, o Toro, i tuoi Taurini erranti,
allor che i piè, sempre più lenti, un giorno
fermasti.
T'era una palude avanti:
una palude gialla che tra l'ulva
lasciava sette cime già scoperte
di colli.
La rapace aquila fulva
gridava all'acqua che stagnava inerte.
Ma nubi nere e sfavillìo di lava
uscian di notte dalle verte nude
dei monti, intorno, e sempre sussultava
la terra e balenava la palude.
Era lontana l'augurale aurora,
che s'aspettava.
E tu, col tuo profondo
muglio, colei ch'era nascosta ancora
dall'acqua ed alga, la chiamavi al mondo.
Dopo gran tempo era per balzar fuori
Roma, nei dì che da te spunta il sole,
Toro che spargi sulla terra i fiori
e in ciel t'impenni tra le stelle sole.
Roma era allora cinta dalla dia
vigile Terra.
Tardo, a poco a poco,
continuasti, o Toro, la tua via,
volgendo al tuono il capo, spesso, e al fuoco.
Tutta così la terra senza nome
varcasti lungo il risonante mare
passando fiumi e valli oscure; e come
fosti alla fine del fatale andare;
la Primavera Sacra che dai solchi
natii fu data ai venti e alle venture,
il tuo ramingo popolo, i bifolchi,
ITALO, tuoi, levando l'aste pure,
dissero: Italia! Vollero che il breve
lido del mare fosse Italia, fosse
di te.
L'Etna alitava, tra la neve,
nuvole, ver' la verde Italia, rosse.
Poi dove il Sole ha i pascoli, tu insieme
ai tuoi Taurisci a nuoto un dì passavi.
Ma sopravenne dalle prode estreme
l'Eroe più dio che gl'Immortali ignavi.
«Indietro!» disse, e tese l'arco.
Indietro
volgesti allor, parando le tue torme,
girando spesso attorno gli occhi tetro,
ponendo i piedi sulle tue grandi orme.
Passando, quella ch'era un dì palude,
vedesti arare e seminar già doma.
Era un pastore dalle membra nude
che seminava l'avvenir di Roma.
Aveva atteso te, la primavera
tua, la ma stella.
Anche di lì cacciato,
spingevi innanzi la tribù tua fiera,
volgendo il capo, ed obbedendo al fato.
T'era alle spalle, simigliante a notte
oscura, te seguendo sempre al varco,
una grande ombra in mezzo a nubi rotte,
l'ombra di lui, con nudo e teso l'arco.
Ma tu posasti, dove due fiumane
angolo fanno, certo del destino.
Si sparse intorno per capanne e tane
il tuo tenace popolo Taurino.
Appiè dell'Alpi t'accostasti come
sopra una soglia.
Il tuo viaggio vano
pensavi e il lido cui tu desti il nome,
e l'avvenire, grande, alto, lontano.
III
Itale vergini, Alpi dal bel velo
bianco, tendenti all'alto, che la veste
lasciate lungi dagli sguardi impuri,
la veste, sì, di prati e di foreste
cader lasciate, ma soltanto in cielo:
di quali voci allora e qual concento
empian le Madri i neri boschi cupi!
quali lontani portentosi auguri
gemean negli antri, o dritte sulle rupi
gridavan alto tra la neve e il vento!
- Un re verrà (fermo è nel fato e fisso)
dalla sventura.
Caccerà camosci
per l'Alpi sue.
Sempre nel cuore il fischio
avrà dei venti, sempre avrà gli scrosci
delle valanghe e l'anelante abisso.
Il re vedrà, tra nubi grigie e meste,
un segno bianco e snuderà la spada.
Il re porrà tutto sé stesso al rischio
per liberare tutta la contrada,
alzando al cielo il suo segno celeste.
Il re trarrà dalle grandi Alpi al piano
di nuovo il Toro; dal suo doppio fiume,
lungo la terra della stella, al mare;
a riveder la prima Italia al lume
del pino acceso dal suo gran vulcano.
Questi, quel Donno, il Regolo fatale.
Gl'Itali udrà gridare di dolore.
Gl'Itali lo vedranno cavalcare
con l'asta lunga.
O Roma, egli, vittore,
dell'elmo ferreo t'armerà, che ha l'ale.
-
Così le madri predicean nel santo
orror dei boschi, ed ora al sacro fonte
sotterra dell'Eridano.
E, pur bassa
fosse la voce, trascorrea dal monte
Vesulo sino al mare Adriaco il canto.
Via via le ripe faceano eco; e in doppi
lunghi filari le sorelle fise
a rimirar l'acqua ch'eterna passa,
tutte, in udir, crollavano improvvise
le loro chiome tremule di pioppi.
Abbrividiano come per un blando
soffio di venti.
Un dolce suono usciva
dalle lor foglie ov'era un usignolo.
Così lunghesso la lunata riva
parcano andare in compagnia, cantando.
Faceano un solo inno d'amore i puri
virginei canti.
E tu, come una nave
bianca dall'acqua fluttuando a volo,
cantavi ancor più forte e più soave
le morti, o cigno, degli eroi futuri.
Gli eroi nel bosco del perenne alloro
erano insieme assisi al sacro fonte
dell'Eridano, e tutti, redimita
già delle vitte candide la fronte,
diceano l'inno della gloria in coro.
Anime pure, anime senza sangue
erano ancora, ancor sul limitare;
che alfin trovato il lume della vita,
alla lor Patria dar la vita, dare
tutto voleano alla lor Patria il sangue.
IV
Taurina gente, sacra sin dagli anni
primi all'Italia, o fuochi accesi in vetta
delle bianche Alpi, o saldi cuori e forti,
o guardie eterne poste a vigilare
l'estrema, immensa, ardua trincèa di Roma!
L'avea, la forza del maggior nemico,
varcata già la cerchia di granito,
le avea forzate l'ultime muraglie
sacre d'Italia e della sacra Roma.
Veniva già col vento e la tempesta,
invisibile in mezzo alla tormenta.
Sul capo suo cadeva franto il cielo
che nascondea nel polverìo le turbe.
Per cime e valli andava, e il suo cammino
dalle macerie era, del cielo, ingombro.
Ma egli andava, come in un gran sogno,
sempre, non mai volgendo gli occhi, avanti.
Intorno a lui sonava il faticoso
nitrito de' cavalli, a cui le sabbie,
auree nel caldo anelito del sole,
rideano al cuore; avvezze a pascolare
sotto le palme, le turrite mandre
barcollanti incedean degli elefanti.
Alle sue spalle, un fragor grande, crolli,
fuga, tumulto, e scrosci di foreste
schiantate e grosso crepitar di fiamme.
Era un serpente enorme che con torve
spire seguiva, e i culti campi larga-
mente prostrava e sradicava i boschi
e con la coda distruggea le intere
città; che tutto con la bocca ardente
dava alle fiamme, insieme, ed alla morte.
Era la vïolenta idra straniera,
la sventura d'Italia, che d'allora
avrebbe osato rompere i confini
sacri, in eterno, e sulla devastata
terra l'immane corpo arrotolare
e covar sopra ceneri di messi
e sopra roghi di città distrutte.
Allora in prima il mal serpente infranse,
per farsi via, le rupi ond'è costrutto,
insino al cielo, il Termine d'Italia;
Termine immenso che da mare a mare,
col fondamento nel lor fondo, incurva
sé stesso e sembra, a Dio caduto, un arco.
Allora in prima con le spade in mano
guizzanti, voi sbalzaste su, Taurini,
e sulla soglia della patria terra
gettaste il sangue, sin d'allor col sangue
segnando il patto con il vostro fato.
Ma voi vedeste chi, le italiche Alpi,
da questa Italia le ascendea Romano;
ma voi vedeste poi le italiche armi
oltre i confini propagar la pace
del giusto Lazio.
In mezzo a voi, Taurini,
come nel marmo in cui la vita scorra,
Cesare apparve.
Nel paludamento
imperïale ei conducea l'Alauda
fulva le chiome: intorno a lui le scuri
nei fasci, e i pili della sua coorte.
Oppur liete parole egli intrecciava
coi fidi amici, o nella molle cera
solchi imprimea col vomere, gittando
in quella il seme del suo gran pensiero.
Ora i fasti romani, ora le guerre
per terra e mare, e il mondo vinto, e, in mezzo
ai suoi trionfi e alla sua pace, Roma;
or meditava arguti versi e dolci
esili carmi, e si beava il cuore.
Qui mentre un dì cadea la neve a fiocchi,
dicono, entrò nella capanna trista
d'un re selvaggio.
Largo il re, di latte
giovò gl'ignoti, e loro appose i frusti
d'uno stambecco.
E la coorte in tanto
motti avventava contro il re dei monti,
gran cacciatore, e l'un mostrava all'altro
quel re seduto sulla panca al fuoco,
rugoso in fronte ed accigliato.
Ed uno
disse: «E' mi pare il dio Cernunno, il dio
della ricchezza, con le corna in capo.»
Cesare, grave, disse allora: «Io primo
sia qui piuttosto che secondo in Roma!»
Regolo alpino, tu balzasti allora,
a un tratto, su, dalla massiccia panca.
Di nera luce ardevano al Romano
gli occhi mortali; dalle tue pupille,
splendeano ignude due cerulee spade.
Nel focolare arse più chiaro il fuoco,
vampeggiò, crepitò, fece faville.
E per le forre, con un'eco arcana
dell'infinito, a lungo mugliò una
raffica, come se parlasse il Tempo.
Allora avanti Cesare quel Gallo,
irto di peli il labbro, stette, e parve
grande del pari, ed esclamò: «L'augurio
accetto.
Viva io qui tranquillo e pago
di questo regno povero, cacciando
i cervi, errando pei selvaggi monti,
fin ch'io non possa essere il primo in Roma!»
Risero tutti, sì, ma la lontana
posterità ventò sulla coorte,
quasi alitando i secoli futuri.
Cesare quindi una città di guerra
fece ai Taurini, e la munì di vallo,
e di due torri ornò le porte, e, cauto
dell'avvenire, i veterani astati
pose in questo romano accampamento,
forti coi forti.
E la quadrangolare
città nel suolo si piantò, sicura
per le sue pietre e più per i suoi cuori.
A destra poi, per una grande porta,
badava ad ogni voce, ad ogni suono,
se udisse mai venire le coorti,
se un clangor, lungi, si levasse al vento,
frangesse il vento uno squillar di trombe,
la via strepesse al duro cuoio e ai chiodi
della legione, e Roma ritornasse:
o se, di tra gli stipiti rimasti
l'eterna fuga a contemplar degli anni,
s'avesse alfine a ritornare a Roma.
Fuggiva il tempo, e l'acqua dei due fiumi
fuggiva anch'ella, in grande oblìo di tutto.
Dalle sue porte la città spiava
i quattro venti, rivolgendo a un tratto
l'attento orecchio ognor dall'Alpi a Roma.
Ecco luccicar d'armi ampio e di schiere.
Ferro era tutto, che copria cavalli
e cavalieri, e tutto il piano era aspro
come di fulva ruggine di ferro.
- Romani voi? Partiti sì da Roma,
ma non Romani.
Dove i pili e i valli?
Che v'appiattate sotto il fosco ferro? -
Ed altre schiere ecco venir dall'Alpi
traboccando dall'alto arco dell'ampia
porta d'Italia.
Per il ciel sereno
in faccia ad essi era una bianca croce.
Stupore ebbe le genti, e il condottiere
- Prendi l'insegna della tua vittoria! -
udì.
Vinsero in vero, e le lor brevi
spade la via trovarono del sangue
sotto le squamme, in mezzo al vostro cielo
restò, Taurini, quella bianca croce,
ora lucente nell'azzurro, ed ora
scialba, e da un triste nimbo incoronata;
finché quel segno fu dalla vittoria
ripreso in mano, quando, o Italia, forte
martire, Italia, delle genti, orlavi,
recando in alto la tua verde palma,
la veste bianca di purpureo sangue.
E Roma intanto dalle sette cime
era crollata, e dell'Esperia guasta
da ferro e fuoco, nulla più che l'ombra
era, del nome.
E tempo corse, e il nome
anche svanì, come in un rogo immenso
ultima brilla e muore una favilla.
Duca era allora dei Taurini un uomo
di quei barbari, che nemici a Roma
avea la biondeggiante Elba mandati.
Il duca era partito per le liete
nozze del re, per le fiorenti mense.
Appena giunto era nell'aula: un tuono
rimbombò, subito, ed un lampo insieme
illuminò per l'aula le criniere
fulve e le barbe e le dense aste e l'azze
razzanti, e il re.
Li scosse e impietrò tutti,
ed il palagio con un lungo rombo
scrollò.
- Del re breve la vita e il regno!
Duca Agilulf, diremo noi tra breve
te re.
- Queste parole e' le nascose
nel cuore, il duca, e ne ronzava il cuore
profondo.
Ma non volsero molti anni:
furono vere.
Né, concordi, a grida
sonore i duchi porsero a lui l'asta,
a lui dicendo di regnar su loro;
ma la regina fu che il regno e un colmo
calice, prima a fior di labbro attinto,
offerse a lui di rosso italo puro
vino, e gli disse: «Generose genti
come codesto vino vendemmiato,
Re Agilulf, su colli che il sole ama,
tu reggerai; ma l'arte dell'impero
è presso loro, e tu da lor l'apprendi.»
Fecero quindi un tempio.
Era, sull'alba
dei secoli, uno errante nel deserto.
«Fate le vie» gridava, «e le spargete
di palme: l'Aspettato è per venire!»
Fecero a lui di marmo un tempio, e dono
posero, in esso una corona d'oro
fulgida, cui cingesse l'aspettato,
il re d'Italia ch'era omai per via.
Ma l'oro puro intorno inanellato
era di ferro, che già ferreo chiodo
fu della croce.
- Oh! come tutto è vero!
Ma lo vedranno i secoli lontani.
Vero! Alla croce sarà reso il chiodo!
Vero! Al sovrano de' Taurini resa
sarà l'aurea corona.
Egli su tutta
l'Italia re dominerà.
L'Italia
renderà questi agli Itali e al destino.
Ma dopo lunghi secoli con molto
purpureo sangue, ma con fuoco e ferro! -
Allor col ferro impresero i Taurini
a perigliar la cara vita, e sempre
alla futura patria addimostrarsi,
in disventura ed in povertà, forti.
E sì pareano immemori del fato
e pur del nome e dei costumi antichi
e del linguaggio che fu già di Roma.
Né più le genti capo avean: l'augusta
città fatta straniera: e valli e monti
dell'armi ostili eran per tutto ingombri.
E tramontata era la sacra insegna,
né v'era alcuno che levarla al cielo
potesse ancora: Donno era lontano;
esilïato Donno era dalle Alpi.
Presso i due fiumi, come corpo morto,
come travolto da una gran valanga,
Toro progenitore, eri prostrato:
quando, Testa di ferro, tutto ferro,
alto levando, come alfier, la spada,
puntando ai fianchi del destrier gli sproni,
egli tornò.
Tornava dall'esilio:
dalla vittoria.
E il popolo Taurino
gridò: «Già viene! Ecco il signor con noi!
Vero il tuo nome dice Emanuele!»
Egli ristette e il suo cavallo immane
fermò, trasse le redini, e nascose
nella guaina la sua grande spada.
Non fosti tu, tu stesso, che, tre volte
volti cent'anni, la levasti al sole?
Grida di morte, grida di dolore,
in ogni tempo, d'ogni parte, al cuore
giungeano ardenti.
Quel rapace drago
strisciava per la terra della sera,
tutto abbattendo, e il popolo le ingiuste
verghe provava e le superbe scuri
dei re tiranni.
Sì, ma tu le udisti
quelle infinite grida di dolore,
la grande spada tu, d'un dì, snudasti,
la croce bianca tu, d'un dì, levasti.
Oltra Ticino, sommovesti all'armi
tutte le genti e le guidasti a guerra
ch'è santa e pia, se libera e redime.
Poi col tuo nome mille eroi due navi
salgono, e vanno all'isola che porta
chiare di dei, di semidei, le traccie.
Rossa la veste dei remigatori
divini; capo era il divino Ulisse.
E tu combatti ancora e sempre.
Alfine
re dell'Italia tutta imponi al capo
il ferro e l'oro della sua corona.
La croce alfine segno di vittoria,
splendé dal cielo sulla terra verde
ch'ha n
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