POEMI DEL RISORGIMENTO, di Giovanni Pascoli - pagina 3
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Qualche buttero a cavallo
tra i suoi cavalli riguardava il fiume,
la bianca vela e il mozzo biondo al sole,
ch'era in lui fiso e s'appoggiava al remo.
III
A Ripa Grande a terra balzò.
Roma!
Roma era sempre.
E la cercò sognando
col passo ondante come su la tolda,
con gli occhi aperti come dalla coffa;
e bevve l'acqua delle sue fontane,
e mangiò il pane sulle sue rovine.
Ristette al piede, e sogguardò la cima
brillante al sole d'obelischi rossi.
Vide scogliere di muraglie e d'archi
sparire nella oscurità d'un nembo.
Errava assòrto, e la sonante pioggia
riparò sotto un arco quadrifronte.
Meriggiò stanco al parlottìo d'un fonte
nella spelonca della ninfa Egeria.
Sorseggiò, arso, l'acqua dolce a bocca
a bocca da un leone di basalto.
Salì sul clivo, e vide i due cavalli
condotti al morso dagli dei giganti.
Placido, con la mano alta protesa,
cavalcò verso lui l'imperatore.
IV
E si trovò tra ruderi di templi,
mozze colonne, e grigi archi di marmo.
Crescea per tutto il caprifico e il rovo,
e s'udiva una lunga eco di mugli.
E fanciulle ciociare erano assise
presso l'ignota fonte di Iuturna;
per la Via Sacra andava lento un frate;
giaceano bovi in una piazza erbosa;
giaceano lì nel tempio della Pace
butteri all'ombra delle rosse arcate.
E si trovò presso un'immensa mole
semisepolta, rotta, ispida, sola.
E un eremita come in un deserto,
v'era, e condusse il biondo mozzo in alto.
Errò pei muti portici; ma quando
il capo sporse e riguardò da un arco,
ruggì un leone, e sorse di sotterra
il sordo urlo di mille altri leoni,
e un plauso enorme; poi tutto improvviso
lo scroscio e il crollo della città morta.
V
Ed ei fuggì con nell'orecchio il rombo
del tempo antico, verso il fiume eterno;
e passò il fiume, e s'avviò soletto
per luoghi ignoti.
Egli saliva il colle
del Dio che il grande cielo apre e lo chiude.
Udì strepito d'acque e salmodie
ché già cadea la sera.
Ed una porta
gli era davanti, e domandò qual era.
- Di San Pancrazio.
- Uscì.
Vide una villa,
il marinaio, simile a un vascello,
grande, impietrito.
Agli alberi suoi neri
venian da Roma strepitando i corvi.
Ed altre ville ai quattro venti, e neri
pini e cipressi cui sfiorava il sole.
Stette: un'immensa cupola in disparte
vegliava in alto.
E Roma era ai suoi piedi.
Il giovinetto udì squillare intorno
tutte le squille e ne tremava il cielo:
ed un rintocco era tra lor più cupo.
Poi fu silenzio.
- E apparvero le stelle.
-
GARIBALDI COI SANSIMONIANI
I DODICI ESULI
Filava la goletta ad ali aperte.
Quasi
striscia di luna ardea la scia fosforescente.
Soffiava ancora il caldo odore delle oàsi.
Era la notte luminosa d'Orïente.
*
Sovra coverta un gruppo era adagiato a tondo,
di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.
Avean bordone al lato ed una corda all'anche.
Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo.
Lungo, il cammino loro! Avean patito fame,
avean falciato il fieno, avean mietuto il grano,
parlato a turbe, tesa a qualche pio la mano,
e maledetto al sangue a piè del palco infame.
Rincorsi dalla plebe e dalla legge oppressi,
s'erano posti in via, pellegrinando assòrti.
Dormian nei cimiteri, in compagnia dei morti,
sul marmo dei sepolcri, al tronco dei cipressi.
Ma ora discendea la pace.
Era l'avvento.
Parlavano soave al lume delle stelle.
E dalla Terra Nera ov'è la Sfinge, il vento
moriva in un ronzio di sartie e di griselle.
*
- Dio! Tutto ciò che è.
Noi siamo in lui, da lui.
Nessuno è Dio, nessuno è fuor di Dio, ch'è tutto.
Che è ciascun vivente? Un seme.
Il seme, il frutto.
Io sono: sarò sempre.
Io sono: sempre fui.
È l'Universo un tempio: il tempio di Dodona.
Pendono bronzei vasi ad una selva immensa.
Uno ne tocchi, vibra ogni altro.
Il Cielo pensa,
e la Terra lontana a quel pensier risuona.
Amore.
sei tu, Dio! Ma solo ti riveli
pensiero e forza: l'occhio e la possente mano.
O nuovo Adamo ed Eva, o riprincipio umano,
ti sia, qual è, la Terra: una stella dei cieli!
Lavora, adora.
Sappi e crea.
Sempre più! Chiedi
alla messe il tuo pane, e non al mietitore.
Abbiano la tua vita, e non l'altrui, gli eredi.
E in terra sarà Dio, ché vi sarà l'amore.
-
*
E David intonò l'inno di pace; e calme
sorsero su le calme onde le voci in coro.
Cantarono la Madre, Eva del tempo d'oro,
Eva aspettante al pozzo, all'ombra delle palme:
del tempo avanti noi, non dietro noi: miraggio
che sembra un sogno in cielo ed è un'oàsi in terra;
dove riposerà l'uomo che soffre ed erra,
e pace avrà dal forte, e bere avrà dal saggio.
E poi, sotto le stelle, essi giaceano vinti
dal sonno.
Ed il Secondo anche restò sul ponte
e guardava, tra l'acqua e l'aria, all'orizzonte,
là, tra i presagi informi ed i ricordi estinti.
Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo.
E Garibaldi assòrto era nel ricordare
di qual Argo il timone esso reggea, securo,
in una sacra notte, in un ignoto mare...
A TAGANROK
IL CREDENTE
A Taganrok, nella taverna a mare,
sedean nocchieri.
Uno parlava a tutti.
I
«O della sera giunti qui sui flutti,
la patria vive in un silenzio all'erta.
Pare la patria un'isola deserta,
con soltanto il gridìo dei cormorani.
Si parlano nel cavo delle mani
scrivendo il nome con le caute dita.
Presso un antico tempio è la lor vita:
ne son gli eredi ed i maestri e l'opre.
Ma il muschio al tempio non si sa se copre
i primi muri o l'ultima rovina.
Stanno in capanne d'erica e savina:
un lume brilla nella notte oscura.
Marre, squadre, il grembiule alla cintura:
vegliano muti fin che il gallo canti.
Noi tra il cielo e l'abisso, o naviganti,
possiam gettare al vento al mare un nome;
ed il vento urla e il mare sbalza, come
per afferrarlo, questo nome: Italia!»
Gridaron tutti: Italia! Italia! Italia!
Parve, in un canto, che un leon ruggisse...
II
Quegli guardò verso il ruggito; e disse:
«L'Italia è vinta, ora non v'è più guerra..
Ma non v'è pace.
Cova ancor sotterra
nato dal fuoco il genitor del fuoco.
Annerisce sotterra a poco a poco:
ora si fredda perché poi più bruci.
Brilla la macchia qua e là di luci:
sono baracche in mezzo alle radure.
Vegliano i boscaioli: hanno la scure
tra i piedi, hanno la zappa, hanno la pala.
S'appoggia alla parete alta una scala.
Siedon su tronchi, verdi ancor, di querce.
La venderanno, la lor fosca merce,
allor che il sole tocchi la foresta.
Ma cantò il gallo, l'aquila s'è desta,
il toro muglia, è sorta già l'aurora.
È nato il sole, il sole è alto, è l'ora:
è sempre l'ora.
ORA, fratelli, E SEMPRE.»
ORA - gridaron tutti a un tratto - E SEMPRE!
Sobbalzò il fulvo, le pupille fisse...
III
Quegli guardò la fulva giuba, e disse:
«È sorto un uomo, un messo da Dio venne.
O tu dal bosco, prendi la bipenne!
Lascia annerire il tuo carbon sotterra.
Lascia la zappa, e il grande albero atterra,
lascia la pala, e taglia doga e trave.
Esci dalla foresta e fa la nave
per questa Italia e per la sua fortuna:
giovine Italia, grande, libera, una.
Tu lascia squadre e marre: ecco la spada.
Il caval nero pasce erba e rugiada
nel cimitero, il lenzuol morto indosso.
Móntavi ancora su, monaco rosso!
Galoppa ancora, cavalier templare!
In questa Terra Santa fa volare
sul saio rosso il gran bianco mantello!
Popolo, avanti! teco è Dio!» - Fratello! -
Il giovin fulvo si lanciò, s'apprese
alla sua mano, l'abbracciò, gli chiese:
- Chi è? - Tu? - Garibaldi.
- Egli, Mazzini.
GARIBALDI IN CERCA DI MAZZINI
ORA E SEMPRE
I
Mazzini e i suoi dispersi nello stesso
luogo sedeano attorno alla parete.
Giovanni al seno gli piangea sommesso.
Ei disse: - Il pianto è l'acqua per la sete
del cuore.
Anela per il suo deserto
a quella fonte l'anima.
Piangete.
Iacopo! Era il mio primo, era il più certo,
era il più mite.
Amava l'ombra.
Volle
essere, ma dall'odor suo, scoperto.
Parea quei gigli fatti di corolle
né d'altro; d'una purità di cima,
ma nati a valle, nati a piè del colle:
chino anche lui non come fior che opprima
la pioggia, ma che il solo essere fiore
pieghi sul tenue gambo, da sé, prima.
Oh! egli aveva la mestizia al cuore
di quei ch'è solo, perché primo, in via,
e vede appena Chanaàn, che muore.
Ma ei sapeva, avea già detto: «Sia!
anche s'è morto l'albero onde nacque,
il seme è buono; ed uno gittò via
il pane, ed altri lo trovò su l'acque.» -
II
Gli esuli intorno singultian pian piano.
- Male ei gittò, ciò ch'è di Dio, la vita?
Fu, come il bimbo ch'ha il suo pane in mano:
il pane e il pomo che sua madre, uscita,
diede al fanciullo che mangiasse intanto:
ed altri l'urta e fa ch'apra le dita.
O no, ma disse: «Eccomi afflitto, affranto!
Per non peccare contro i miei fratelli,
contro te pecco, che perdoni, o Santo!»
Ora il suo sangue grida ne' lavelli
là della Torre.
Un grido che si vede.
O re, più brilla, quanto più cancelli!
Vendetta! Ogni uomo è diventato erede,
Iacopo, tuo.
L'Italia oggi t'adora,
martire primo d'una nuova fede.
Furon le dita rosee d'un'aurora,
con che scrivesti nella cella nera!
La nuova Italia cominciò d'allora.
E cominciò d'allora la nuova Èra
che rivedrà nell'avvenir profondo,
con terra e cielo nella sua bandiera,
Roma al timone, placida, del mondo.
-
III
Gli esuli lontanare vedean quella
gran nave.
Egli, il profeta, stupì come
sbocciasse a lui dall'anima una stella.
La stella illuminava le tre Rome;
auree cupole, archi trionfali
e una città che non avea che il nome.
Erano un atrio, i ruderi immortali,
di questa.
Antica su l'antica croce
quetava l'aquila il rombar dell'ali...
Egli guardava...
Ed esclamò con voce
alta e profonda: - O gioventù latina,
se non è il fonte, non sarà la foce.
Dio t'urla in cuore, o gioventù: Cammina!
Ascendi il monte! Sosta sulla vetta!
Snuda la spada e butta la guaina!
O gioia mattinale! uno in vedetta
sul picco, mentre dormono i trecento
sopra le foglie morte, nella stretta
dei monti, e in mezzo la bandiera al vento
sibila e schiocca, ed egli ode lontane
della città grida e rintocchi, attento...
«All'armi! all'armi!» Tra il tumulto immane
passi la rossa schiera con la romba
della sua corsa, e sopra le campane
squilli secura lieta alta, la tromba.
-
IV
Tre colpi all'uscio.
Era un fratello.
Avanti!
Un uom di mare entrò, larga la fronte,
bronzato, con fulvi capelli ondanti.
Stette sereno come ancor sul ponte
della sua nave, fisso alla Polare.
ORA! - sembrò parlasse il mare al monte
con un'ondata.
- E SEMPRE - il monte al mare
immobilmente.
- Giunsi or ora in porto...
da Taganrok...
Voi siete a comandare
qui sul ponte, io...
vengo a supplire un morto -
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MAZZINI
LA TEMPESTA DEL DUBBIO
I
Mazzini, già, come Gesù trentenne,
era già solo.
Un'ombra si diffuse
su la solinga anima, e il dubbio venne.
Tutto crollato: le speranze, morte,
e morti i cuori.
S'erano richiuse
per sempre - con un lento addio - le porte.
II
Con ferro suo la palma volta in mano
cadea l'Italia! Ora non più risveglio.
Tutto era stato, ed ora e sempre, in vano!
Solo - e dal volgo si credea ch'esangue,
cupo, mandasse i fidi, come il veglio
della montagna, ebbri d'haschisch, al sangue.
III
Spenta la fede anche ne' suoi più cari;
chi lontanò crollando il capo stanco,
chi lo seguiva con sorrisi amari.
Fuggiano, al verno, come morte foglie:
scendea dal ciel, non loro, il lenzuol bianco
ch'eternamente a gli occhi altrui ci toglie.
IV
Sol gli restava la sua madre, in pianto,
pianto lontano sul deserto mare,
cui esso, o madre! era dolor soltanto.
O madre! o madre! o alte mute grida
vedendo in sogno il figlio suo passare
scalzo, col velo nero - un parricida! -
V
O le altre madri ai piedi della croce
pregare udiva ed accusare a Dio
lui, col materno pianto nella voce.
E le vedeva in fila uscir dal chiostro
per dire a lei: - Che piangi? Il pianto è mio:
non voglio.
Il pianto è nostro! Il pianto è nostro!
VI
È di noi madri, che i figliuoli appena
presti alla vita li sappiamo in grotte,
sotterra, come bestie, alta catena.
È di noi madri, umili ignare oscure,
cui tolse i nati, al fine della notte,
su la dolce alba, piombo corda scure.
-
VII
Ed ei pensava: - E perché mai v'ho tolti:
figli, alle madri? Era di voi più morta,
o per lei morti, o dentro lei sepolti,
l'Italia.
Dunque...
Oh! per un mio delirio!
Fra terra e cielo io la vedea risorta
con su la chioma il tremolìo di Sirio! -
VIII
E nella notte insonne, lunga, vuota,
che aveva del giorno anche obbliato il nome,
sbalzava al suono d'una voce nota,
la voce, d'uno che passava, d'uno
che si fermava, lo chiamava - Come?...
Iacopo! - S'affacciava, ansio...
Nessuno!
IX
Su tre lunghi anni avea soffiato un breve
attimo - Vive! Ha franto i ceppi! È meco! -
Nessuno là nel grande albor di neve.
Oh! dal sepolcro...
egli credea che fosse
bianco vanito nel biancor, senz'eco.
C'erano sulla neve goccie rosse...
X
Era vanito nella forra brulla
dicendo, Vieni, in suo passaggio, e il vento
vaniva anch'esso per la via del nulla;
vaniva là con lunghe voci, e gemiti
e fremiti, urla d'ira e di spavento
e di minaccia e di rampogna - Eh? Tremi! -
XI
Oh! avesse accanto un'anima serena,
un cuore amico, per placar con esso
quei morti in ira, quelle madri in pena...
per non vedere l'altro figlio d'Eva,
il reo, l'uguale, l'altro sé, sé stesso,
cui malediva, sopra cui piangeva...
XII
E sì, qualcuno era pur giunto...
Forse
quei che move all'intorno un nembo d'aria
salsa di mare, il giovane dell'Orse,
quel timoniere d'anime tranquillo
avvezzo ai gridi della procellaria,
Borel! ch'ha nella voce alta lo squillo.
XIII
Né lui, né altri.
Era Borel lontano
tutto l'Oceano e le sue cento aurore.
A Cabo Frio portava ferro e grano.
La sua sumaca era agghindata a festa.
Ma il cabottiere si mangiava il cuore,
ed anelava al largo e alla tempesta.
XIV
Egli era stanco d'udir sempre il rombo
della risacca contro la scogliera,
e dove giungea l'ombra di Colombo,
di bordeggiar con una garapera.
Borel, un giorno, in mare mutò rombo;
virò di bordo, issò nuova bandiera.
XV
Dodici cacciatori di jaguari,
re delle Pampe, mulattier dell'Ande,
eran con lui, sbuffanti dalle nari
il tedio di quel navigare a rande.
Ei disse: - Siate, d'ora in poi, corsari.
La nostra Italia, ora sarà Rio Grande.
XVI
Noi più non siamo mercatanti ignavi
che in ogni rada gettino i grippini;
noi combattiamo per pezzenti e schiavi,
siamo l'Italia, o miei lupi marini.
Avanti! un guscio contro cento navi!
contro un impero, il nome tuo, Mazzini!
XVII
Mazzini un giorno si destò tranquillo,
sereno.
Ognuno, non il suo destino,
ma porta dentro il cuore il suo vessillo.
Avanti! L'uomo, alta la fronte o bassa,
non è, lieto o piangente, un pellegrino:
ma è un celeste messagger che passa.
XVIII
Tutti hanno un posto loro nel gran mare
dell'essere, e sia pur l'alga del fondo!
Avanti! Dice Dio: Quando son io
che mando, andate, senza mai sostare
senza mai riposare.
- E dove, o Dio? -
Tu che devi morire, uomo, a morire!
Tu che devi soffrire, uomo, a soffrire!
GARIBALDI IN AMERICA
I
VIAGGIO A ESCOTÈRO
Torna al Rio Grande col suo pro' compagno,
torna il Filibustiere, ora a cavallo.
Prese il cavallo nella mandra al laccio,
frenò, sellò: lo domerà stradando.
Galoppa dietro il cavalier selvaggio
tutto con un cupo tumulto il branco:
falbe giumente col puledro accanto,
stalloni in corsa inalberati al salto.
Ed egli, quando il suo cavallo è stanco,
getta le frombe sibilanti a un altro;
lo frena e sella e monta su fischiando.
Il vento in mare gl'insegnò il suo canto.
I mustang, le giumente e le puledre,
liberi seguono il Filibustiere.
Sul feltro suo beccheggiano due penne,
lunga la chioma al vento si distende.
Ma queta il passo ove la steppa è verde,
perché i cavalli pascano le alte erbe,
perché bevano chiaro le giumente
a qualche stagno ombrato di ninfee.
Sembra un pastore.
E indugia perché vede
i puledrini ancora alle mammelle.
L'armento nell'oscurità s'aduna,
fa un grande cerchio in mezzo alla pianura.
Le teste l'una all'altra hanno congiunte:
sognano insieme orecchio a orecchio, il puma,
l'uomo, il jaguar: l'un dopo l'altro, sotto
l'ombra stellata, rigna e scalcia al sogno.
E l'uomo giace sulla terra nuda
e guarda in cielo e naviga lassù.
Passa tra grigie nebulose ed erra
tra gruppi ignoti.
Avvista Altair e Vega
che riconosce.
E sempre più s'inciela.
Da stelle a stelle, è sopra la sua terra.
Dal cielo azzurro grida Italia! Italia!
E sbalza in piedi ad un nitrito.
È l'alba.
Per boschi e campi passa il cavaliere
tra uno svolar di code e di criniere,
e groppe mosse su e giù come onde,
e ringhi acuti ed ansie fremebonde,
ed urli e calci al vento e salti a sghembo,
e il subito ampio rotolar d'un nembo.
II
A PIRATINIM - IL CAPO
E in nove giorni giungono al silvestre
Piratinim.
Il popolo ribelle
avea sui muli e in carri la sua legge
portata là coi fasci delle verghe.
Là, Bento, un vecchio alto e salcigno siede
in terra, in mezzo alle araucarie nere.
- Ospite, siedi.
Hai molto pel Rio Grande
fatto e patito, in terra e in mare.
Grazie.
Or verrai meco, ch'io mi vuo' condurre
in armi al passo delle due Lagune.
-
Cavalli a un tronco avvinti per la briglia,
pascono intanto melega e gramigna.
Ed arde un fuoco lì da parte e brilla;
un uomo, un Combo, lento su vi gira
l'arrosto pingue: cola, sfrigge il sangue
e un grasso odore nell'aria si spande.
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GARIBALDI VECCHIO A CAPRERA
AL FOCOLARE
Garibaldi siede al focolare,
siede avanti fuoco di lentischio.
A Caprera cupo batte il mare,
il libeccio l'empie del suo fischio.
Egli vecchio dalla barba bianca
cova il fuoco, cova il suo pensiero;
e si trova sur una barranca,
la gran chioma scossa dal pampero.
Vede un mare verde là che sogna
d'esser terra né flottare più.
L'aria porta beli di vigogna
alti e bassi fischi di gnandù...
Oh! le pampe dell'immenso Plata
verdi sotto il cielo senza nubi,
una solitudine ondulata
sparsa d'isolette di carrubi,
sola terra degna che vi scenda
il marino che patì fortuna;
egli d'una vela fa la tenda,
e vi sogna sotto l'alta luna.
Ecco un tuono, un calpestìo di zampe
che s'appressa sempre sempre più...
Va sul mare verde delle pampe
lo stallone e la sua gioventù.
Come è bello il libero stallone
con la coda e la criniera ai venti!
Mai ne' fianchi non ebbe lo sprone
né il ribrezzo del ferro tra i denti.
Pura è l'unghia di fimo di stalle,
brilla al sole la lucida groppa.
E' raccoglie le sparse cavalle,
annitrisce al pampero, e galoppa.
Va, galoppa! Va libero e fiero
della tua solitudine tu!
più veloce sei tu del pampero,
più del tempo...
del tempo che fu...
INNO A ROMA
Gl'Itali non mutato dal tempo di Romolo il nome,
Roma, ti serbano: Roma era ne' secoli, ed è.
IL NOME MISTERIOSO
O - ma qual nome ora, de' tuoi tre nomi,
dirà l'Italia? Il nome arcano è tempo
che si riveli, poi ch'è il tempo sacro.
Risuoni il nome che nessun profano
sapea qual fosse, e solo nei misteri
segretamente s'inalzò tra gl'inni:
mentre sull'ombra attonita una strana
alba appariva, un miro sole, e i cavi
cembali intorno si scotean bombendo -
Amor! oh! l'invincibile in battaglia!
oh! tu che alberghi nei tuguri agresti!
oh! tu che corri l'infinito mare!
Vennero in prima schiere a te, per l'onde,
d'esuli armati, ed una stella d'oro
reggea le navi incerte del cammino;
a te noi genti italiche la stella
d'allora, tra le fiamme e tra le morti,
col raggio addusse che giammai non muta.
IL PRIMO EROE
Chi per te primo, immensamente amata,
cercò la morte? Fu nella penombra
dei tempi, grande, lungo il Tebro, un pianto.
L'eroe Pallante era caduto.
Offerse
l'àlbatro il bianco de' suoi fiori, il rosso
delle sue bacche e le immortali fronde.
Gli fu tessuto il letto di quei rami
de' tre colori, e furono compagni
mille al fanciullo nel ritorno a casa.
E fisi in quella bara tricolore
i mille eroi con le possenti mani
premean le spade; ed era in esse il fato.
Oh! ma che pianto fu così tornando
al vecchio padre! Era suo padre un vecchio
povero re, dalla silvestra reggia.
Fauno, il suo nome; ed abitava i sassi
del Palatino, tra le antiche selve
misteriose.
E tu non eri, o Roma.
Anzi per il rupestre Campidoglio
eran macerie già muscose, e bianchi
ruderi sparsi si vedean tra i folti
cespugli del Gianicolo: rovine
di due città vinte dal tempo; ed ora
quelle rovine trite e sonnolente
empiva a volte del suo rauco augurio
lo stuol de' corvi.
E Fauno avea per reggia
una capanna piccola, coperta
di felci e stoppia.
E guardie sulla soglia
avea due cani, che correndo innanzi
bandìan, lieti abbaiando, il suo ritorno.
Al re non tromba dividea la notte
buia in vigilie: gli diceva - È l'alba -
di sul colmigno il passero, e la rondine,
anche più presso, gliel garrìa dal trave.
E quindi il tempo portò via quel Fauno
e il suo dolore, e la caduca reggia;
e sul Palazio ignare le giovenche
pascevano, e la valle posta al piede
si mescolava d'un belar d'agnelli.
E se il pastore aveva udito un qualche
urlo di lupi, egli, racchiuso il gregge
in uno speco, s'addormìa tranquillo.
Veniva allora, per le tenebre, una
lupa, e fiutava il chiuso lupercale.
E Fauno, il buono, nelle selve ombrose
cantava il canto delle foglie ai venti,
invisibile.
E sulle antiche quercie
picchierellando senza fine il picchio
sacro contava gli anni tanti, gli anni
tardi a venne.
LUPI E AQUILE
Aprile, che s'apriva
il fiore, venne, e il Tevere più gonfio
portava l'onde con un grande rombo:
e d'ogni parte sulle piane e i colli
arsero fuochi nella notte sacra.
Tutto splendé.
Fiamme correva il fiume.
Però che, intorno, alle selvaggie stanze
fuoco i pastori davano, mutando
già le capanne, d'erbe e frasche, in case.
E poi saltando sulle fiamme, un canto
diceano, sacro: «Fuoco puro, Fuoco
grande, buon Fuoco, che ammollisci e domi,
portati via queste capanne, portati
via questi nidi! Noi non siamo uccelli,
lupi noi siamo.
Addio, cose d'un'ora!
Siamo per fare una città ch'eterna
duri, ed un proprio focolare, in mezzo,
sarà per te, che mai non dormi, o Fuoco!»
Ed una torma giovanil più fiera
diceva: «Oh! bello andare al vento! È bella
l'ora che fugge, e sempre un altro il sole!
La terra sempre nuova sotto quelle
antiche stelle! Voi da voi ponete
tra il mondo e voi pur quella fossa ignava:
sia senza fine a noi la via, la terra
senza confine! Lupi, sì; ma ora...
dateci l'ale, o aquile!»
L'ARATORE
Uno arava.
Egli segnava, sull'aurora, un solco
quadrato intorno al colle Palatino.
Sentian le zolle il primo aratro allora.
E sotto il giogo era una vacca bianca
e un rosso toro, che di quando in quando
il rauco fiato si gemean sui collo,
molto anelando.
E la città futura
stava e mirava, coi vincastri in mano
e con indosso pelli irte di capre.
Ma gli altri fieri, a chi piacea l'andare
col gregge errante, e l'erba che più bella
rinasce sempre sotto il dente al gregge,
ridean dei semi che dovean sotterra
marcire al buio.
E gli uni e gli altri torvi
aveano gli occhi, e l'ansito ondeggiante.
Stava il fratello, qua, del Capo, anch'esso,
con lui, lattonzo della lupa; ed ora
schifiva, lui villano, egli pastore.
Taciti i buoi tiravano nel cupo
tacer di tutti; ché fuggiano il grande
bifolco orrendo ch'era loro a tergo.
E qui, con l'ale largamente aperte
al sole, apparve un'aquila, che ferma
mirava a lungo qual lavoro in terra.
Poi, fisa sempre, s'affondò nel cielo.
LE VOCI DEL FIUME E DEL MARE
Il pazïente aratro col suo coltro,
allora, più splendente della spada,
prendeva a forza, con ferite a fondo,
la terra; e il Tebro che lambiva il colle
con l'acque torbe, vie più alto un suono
mettea chiamando l'anima dei forti:
«Oh! voi, che aprite con un rostro adunco
la terra, omai la prora che toglieste
alla mia nave, a lei rendete, o figli;
ed ora in me, con quella ch'è il mio coltro,
segnate un lungo solco sino al mare,
sino al gran mare, azzurro e piano; e oltre!
Bene avverrà!» Così diceva il Tebro
con l'incessante murmure; ma il vento
di primavera dal lontano lido,
sempre più forte, le narici aperte
a lor bagnando de' suoi salsi spruzzi,
«Oh! voi che fate una città pastori,»
diceva.
«eccovi l'atrio, ecco le porte
color di cielo, e il limitar che tuona
sparso di schiuma dalle larghe ondate.
O cittadini, ecco la via già fatta,
labile, piana, e ne son pietre i flutti.
Dall'urbe uscite: avanti voi c'è l'orbe!»
Allor li prese un vago amor dell'onde
che sempre vanno a modo de' pastori;
di sempre andare e pascolare il mondo.
LA RISSA
Pales, o grande e buona Iddia, di latte,
munto d'allora, ti facean l'offerta.
Nella città non nata la giovenca
cimava steli e fiori; a lunghi sorsi
beveva il toro; ed il tuo colle a un tratto
suona di grida.
Rissano i pastori
proprio nel solco, un passo dall'aratro,
che riposava.
Gli uni avean lo spiedo
da caccia, gli altri aveano l'ascia in mano.
Questi già pietre, qua e là, da terra
traean tagliando e scalpellando; e quelli
piangean la terra duramente offesa.
«Non era assai picchiarla con la zappa,
fenderla poi col vomere! Ecco, rossa
vogliono ancora frangere alla madre!»
Vennero all'armi, e l'ascia del lavoro
sentì la morte, e tu nell'aria rosa
tremavi, o stella d'oro della sera,
vedendo in cielo nuvole suffuse
del sangue ch'era sparso in terra.
L'ASCIA
Roma
purificata balzò su dal solco
rosso di sangue, ché alla Terra Madre
consacrò l'ascia onde l'avea ferita,
onde l'avrebbe per le genti tutte
ferita ancora.
O ascia, in ogni plaga
ti dedicò, per questa grande Italia,
ti seminò, ti sotterrò nel mondo.
Tu sotto i templi e sotto l'are e sotto
gli anfiteatri semiruinati
ti trovi e sotto l'ardue terme, infrante
presso le nubi.
Te nel cor le sponde
sentirono del Reno e del Danubio,
t'ebbero le foreste invïolate
e le sabbie arse che il leon sue rugge.
Tu sei presso le moli, ove sepolti
sono i giganti; sotto gli occhi fissi
eternamente della muta Sfinge;
tu sotto accampamenti che nessuno
più moverà.
Tu scalpellasti i massi
per le infinite pompe del trionfo.
E per te l'Arco trionfal si prese
l'arco del cielo, e sulle vie la Gloria
aprì tra due colonne le sue porte
senza battenti.
LE STRADE
Era vicino al tempio
del dio Saturno, dio seminatore
e falciatore, un grande cippo, d'oro.
Di lì per l'orbe tutto lanciò Roma
le strade sue di duro sasso e duro
suono.
Di lì, dal cippo d'oro, sette
vie quattro volte si lanciarono oltre,
ai quattro venti, e prima tra sepolcri
moveano, a piè di tumuli e cipressi,
sotto la tacita ombra funerale;
poi via per verdi campi e per deserti,
diritte come solchi, e via tra rupi
tagliate da scalpelli, e via per selve
profonde, mute, solo allor ferite
dal ferro ignoto, e via sopra veloci
fiumi aggiogati con eterni ponti,
e via per l'Alpi, che vincean con giri
blandi, le irate.
Da quel sasso, a forza
ruppero un tempo tante vie sul mondo.
Parea che un luminoso Sagittario
via via volgesse a tutti i venti il grande
arco fatale, e saettasse intorno
intorno, stante nel bel mezzo, il cielo.
LA LEGIONE
Le dure suole e i cerchi delle ruote
fecero i solchi in queste vie, battute
dalle coorti che movean le insegne
contro i terrestri.
Andavano, e la schiera
villesca alzava per insegna un fascio
d'erba.
Prima la falce e poi la spada.
Mai non mancava fra le spighe il rosso
di qualche fiore.
Fissa, poi, sull'asta
era una mano, ch'è una pianta sola
con più rampolli.
Della via fu guida
poscia la lupa; e si vedean passare
cignali e smisurati liofanti.
E fausta, infine, di tra un baglior d'oro
l'aquila uscì: le ignare terre e l'onde
remote corse un brivido ed un fremito
al ventilare delle sue grandi ale.
E le legioni col lor pilo grave
per quelle vie senza la meta e il fine,
mossero intorno.
Ed assembrava allora
tutte le genti e i popoli l'antica
bùccina, che al pastore fuor di mano
sul far di notte avea mandato un segno.
E dominava sotto giusto impero,
tutti, il sottile tralcio d'una vite.
I MESSAGGERI
Alle battaglie, in mezzo ad una nube,
eran presenti i due gemelli Dei.
E niuno mai li vide; ma soltanto
tra squilli gravi delle trombe, acuti
de' litui, e grida ed ansimar feroce,
s'udiano al vento alti selvaggi ringhi.
L'uno era chiaro come l'aureo sole;
l'altro parea la notte opaca, ed era
avviluppato in ombra di dolore.
Ivano a paro avanti le coorti
di bronzo, i forti giovinetti in fiore,
erti su gl'immortali lor cavalli.
Ma in mezzo al mare, quando sulle lievi
liburne erano le aquile, ondeggianti
per la fortuna, e l'armi contro l'armi
cozzanti, allora divenian due stelle,
che rifulgeano fisse tra il brandire
degli alberi e l'oscillar delle antenne.
Erano questi i tuoi corrieri, al cenno
pronti, o Vittoria.
All'apparir del vespro,
volgean del pari il corso de' cavalli,
e per le strade andava il colpo e il tonfo
dei risonanti zoccoli; e i cavalli,
ecco, anelanti, essi adduceano all'acqua:
o dea Iuturna, all'acqua tua perenne:
né già cadean le stelle, né le nubi
dalla prima alba erano ancora orlate.
Vegliava un solo focolare in Roma,
v'era una sola casa, che mandasse
baglior di luce dalle sue transenne.
Vesta attendeva i reduci seduta
al fuoco inestinguibile.
AI DUE GEMELLI
Fratelli!
O in pace alfine (come voi chiamasse
il tempo antico) ora; non già, fratelli,
allora, anche pugnaci sotto il ventre
della nutrice vostra lupa fosca:
tante pendean le poppe, e tra voi d'una
sorgea contesa, per averla entrambi:
voi che la lupa con la scabra lingua
non ammansava, ed ammansò la morte:
che stretti poi con infrangibil patto,
come la notte è giunta al dì, celesti
cavalcatori, componete il tempo,
non interrotto, con la luce e l'ombra;
su! le criniere v'attorcete in mano,
saltate su, lanciateli: da tanto
hanno i cavalli l'émpito nel cuore!
Al lor ritorno avvinti per le briglie
alle colonne vostre, dagli augusti
ruderi il loglio antico pasceranno.
Ma ora andate a rivedere i campi
delle legioni, a riveder le terre
onde v'avvenne riportare il nunzio
della vittoria.
Si combatte ancora
con ferro e fuoco.
Sono le coorti
d'allora; al ciclo va la polvere, alto
suona il fragore.
Colmano bassure,
piantano i valli, sfanno i colli, occulte
forano vie per entro le montagne.
Sono picconi l'armi nostre.
Andate
propiziando! il Popolo pilumno
pensi i trionfi che menò, le leggi
che fece, il dritto che impartì, la pace
che diede, e allievi il suo lungo lavoro
d'oggi con la sua gloria veterana.
LA VERGINE MASSIMA
Ora, ascoltando le sorsate al fonte
sacro, e il bussar dell'unghie alterne in terra,
nel tempio augusto pallida taceva,
fisa con gli occhi, la sacerdotessa;
poi, nell'alto silenzio risonando
una voce mirabile: Vittoria!
ella premea nel cuore quella voce
e quel portento e s'avviava all'arce
del Campidoglio.
E il popolo mirava
tacitamente ascendere il pontefice
e la vergine massima.
IL PASSO DI ROMA
Divina,
così, con passo, sempre ugual, di gloria
andava Roma verso il grande imperio.
E monti e valli e fiumi e selve al passo
fremean sonanti sotto il piè di Roma,
della Immortale sempre più lontana.
E mille passi delle sue legioni
fulgureggianti di metallo al sole,
ella chiudeva in uno dei suoi passi.
Ed una pietra ne segnava l'orma
tutte le volte, e i popoli, a quell'orme
così distanti, abbrividian nel cuore.
I DUE IMPERATORI
Oh! ben temeano i popoli le scuri.
Ché per il mondo si vedea passare
un uomo grande più che l'uomo, un grande
che dava a tutto, il freno o l'urto, ei solo,
della sua mano.
Egli partìa la terra
con la sua spada e il cielo col suo lituo,
augure circondato dalle rote
degli avvoltoi.
Lanciava egli all'assalto
con un suo cenno l'aquile, e le lievi
turme al galoppo, e l'ululo di morte
ravvolto nella polvere veloce.
Eppur mostrava placido alle genti
placate il volto, e calmo i cavalloni,
ancora irati dopo la tempesta,
con quella mano che impugnò la spada,
calmava, e dal belligero cavallo
dicea le leggi e l'arti della pace.
Salve, o possente Roma! Tu le terre
hai dissodate col tuo duro coltro;
la macchia hai franta perché desse il grano
placido.
Il grande imperio era il tuo fato.
Quando a te fu dagli ampi omeri tolta
la porpora, ecco il re de' sacrifizi
uscì da templi novi e da miti are.
E poi levò di terra la corona
e ne cinse la lunga chioma bionda
d'un re che aveva la fràmea per lancia;
e poi, volgendo i secoli, battaglia
mosse, egli re dei riti, al re dell'armi.
E tempo venne che dall'alto soglio,
con la corona sulla fronte eretta,
con nella mano la stellante spada
(stettero i messi attoniti nell'aula,
e reprimeano i secoli la corsa
infrenabile, come visto un cenno
rapido di far sosta e di dar volta),
«Che domandate?» addimandò.
«Ciò ch'egli,
il vostro re, domanda, è mio.
Son io
il Cesare, son io l'Imperatore!
Andate!» E il re sacrìfico si prese
i fasci albani; e l'ara vide al lume
dei sacri ceri scintillar le scuri.
GLI DEI
Fu la tua parte.
Era il tuo fato, o Roma.
Tu sulla poppa assisa, non volesti
per nessun vento abbandonar la barra.
Profughe genti vennero dal mare
a darti inizio; e i profughi tu sempre
prendesti a bordo della ma gran nave.
Tu sei, d'antico, un santo limitare
d'asilo ai popoli esuli, tu sacra
fossa cavata, in cui le genti i semi
posero, e zolle della patria, e cose
sacre, e le lor memorie ed i lor Mani.
Fosti l'altare per gl'iddii fuggiaschi;
pur solo ad uno implacida, ad un solo,
povero, un dio sì umilmente dio!
Altri alla luce aperta gli stranieri
numi adorando, i lor pingui altari
facean vermigli di taurino sangue;
altri in cortei, per la città, solenni,
batteano i cupi timpani e le strade
tutte accendean di queruli ululati.
Ma quelli per le volte e per le ambagi
d'un nero sotterraneo laberinto
seguivano una fiaccola, e con voce
segreta, là, benedicean cantando,
ignoti a tutti, il loro ignoto Dio.
Per tempio avean, per i lucenti altari
di Roma, alcun muffito sepolcreto,
e la lor vita era coi lor sepolti.
Avanti l'arche, fiale rugginose
di sangue, e lumi dall'esigua fiamma.
Dicea quel lume che la vita scorsa
era col sangue, sì, ma invano.
Il morto
dormiva.
E il sonno era leggero e breve.
Una colomba col suo roseo becco
svellea da un canto un ramicel d'ulivo,
e si levava, con la frasca, a volo.
Ed un pastore s'era messo in collo
l'agnello stanco, e andava con la verga
sua pastorale e col secchiello in mano.
C'era la croce, e dubbio era, se croce
fosse od àncora.
Sbalzata dal vento,
percossa dalla folgore, la nave
era al sicuro, alfine in pace: aveva
gettata l'àncora nel cielo.
ch'ella da molti secoli nell'ombra
era discesa, tutta rughe e muffa:
«...
non cadrà più, poi ch'è il dolore umano!
Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!
È il dio sol esso, il solo dio fra tutti,
che non può mai morire!»
L'ESACRAZIONE
Cadean gli dei; restava il Campidoglio,
invïolato; e immobile la rupe
pendea sull'urbe.
E il Barbaro selvaggio
invase l'urbe, e la guastò col ferro
e con la fiamma, e l'unghia de' cavalli,
grave, pestò le sue ceneri: invano.
Fin ch'un di loro decretò che lento
mortal languore la struggesse.
Vinta,
egli poteva anche spianarla al suolo.
«Ma no» diss'egli: «la sommuova il verno,
la inondino le pioggie, e disdegnando
da sé la scuota e gitti via la terra:
la frangano le folgori tonanti:
sia sacra a Dio, precipitino i cieli
sulla lor cosa.» Tanto ei volle, e tutti
al suo comando, partono, e le madri
sono strappate all'are, ed i fanciulli
vanno e le indarno verginette in fiore.
Poi, per le vie del duro suono, i plaustri
Goti e i cavalli e le Àmale coorti,
piene di preda, andarono sull'orme
degli antichi manipoli, e lontano
il vincitore in sua lorica d'oro
LE FAVISSE
Intanto, quali in una torba sera
fuggon le nubi d'ogni parte e vanno,
gemendo, spinte qua e là dai venti,
tali gli dei cacciati dai lor templi
empìan notturni il cielo di querele.
E di quei templi l'umide cisterne,
sin le favisse sotto il Campidoglio,
fervean d'un cupo murmure.
Ché i molti
idoli sacri, l'uno dopo l'altro,
vi discendeano.
E Venere, la vita,
vedea la prima volta ora i vetusti
lupi e cignali, e là pur mo' gettata
schifìa Minerva i rozzi cippi e il vano
dio, ch'era un legno putrido, ed ansante
non ravvisava, nel Mamurio irsuto,
Marte sé stesso.
E scese alfin dal sommo
dell'arce, dietro gli altri dei consenti,
Giove pieno di nubi il sopracciglio.
«O già potenti in cielo, sulla terra,
nel mondo oscuro: fummo.
Noi cacciammo
...
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