POEMI DEL RISORGIMENTO, di Giovanni Pascoli - pagina 2
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IV
Ma dall'ignoto Spirito sferzate
corrono a lui le riluttanti nubi,
strisciano appiè di lui, sorgono a un tratto,
lo velano, lo celano.
È sparito
sotto la pioggia fumida, sparito
nel grembo grigio.
Né baleno guizza
mai da due nubi frante che divida
l'oscurità.
Niuno lo veda! Niuno
veda la fronte cupa, niuno veda
quegli occhi tristi, i tristi occhi veglianti,
come due tristi uccelli della notte,
sul suo terribile sorriso.
Non lampo mai; né mai rimbomba il tuono
seguace; ch'altri non lo creda il tuono
della sua secca chioccia bronzea voce,
usa a guattire sola tra il silenzio
di cupi pallidi uomini e il sommesso
loro anelare; ch'altri mai non pensi
che dalla tacita isola dei morti,
d'oltre l'Oceano e il popolo dei sogni,
sia quella voce che di tra l'eterna
penombra, sopra il sonno delle genti,
sul mondo forse immemore, passando,
scoppi e si franga all'improvviso,
e chiami e scuota, e susciti nel mondo
squilli di trombe, rulli di tamburi,
scroscio di marcie, suon di ferro, strido
di ruote, émpito e ringhio di cavalli,
polvere e fumo, e grandinar di palle,
scintillar d'armi, e rombo di cannoni,
assalti, fughe, mura umane, stagni
di sangue umano: ululi d'odio, strazi
di pianto, un pianto immenso, un campo immenso
che piange, tutto un piangere di madri;
e fuoco, sangue, orrore, morte; e un grido
solo: L'Imperatore è là!
V
Or tra gli smerghi e l'aquile marine
è là, celato; e raro e breve il sole
s'affaccia e getta, per vederlo, un raggio:
ché brama il sole di veder quel pari
a sé terrestre; ché anche il sole è solo.
Guarda, e si cela.
E non appena il giorno
egli ha compiuto, subito nel buio
precipita, né roseo s'indugia
nella soave ora crepuscolare
a consolare il cielo d'una blanda
chiarità ampia che si muta in ombra,
così, più dolce che la luce.
No: ch'egli, come il simile terrestre,
precipita.
Se non è dì, sia notte.
E rare a notte vengono le stelle
vergini, vengono all'Ignoto ignote,
la Croce insieme e la Corona australi,
per veder l'uomo che nella sua mano
tenne il timone dell'opaca Terra
e volle unico reggerla sul mare
del rezzo eterno.
Cercano le stelle
quell'Orïone cacciator di fiere,
armato d'oro, cercano quel nuovo
divino pùgile Polluce.
Avea lottato, il Pùgile, con Dio!
Avea ghermito una sua stella a Dio!
Volea rapire una sua stella errante!
la nera Terra! E l'altre stelle erranti
già ne' lor pii crepuscoli il pianeta
vedean, tremando, prigionier d'un uomo;
vedeano rosso al placido orizzonte
spuntare il globo, vario di grandi ombre,
soffuso forse, ogni dì più, di sangue;
nel cielo ancora ma non più del cielo.
Empia e sicura al non tuo cielo, o Terra,
montavi lentamente su.
VI
L'anima egli era, e tutto il mondo, il bruto.
Soltanto braccia egli chiedeva, e l'ebbe.
Fu come il Brahma, a cui sporgean dai lati
mille migliaia di guizzanti braccia,
mille, di mani, ognuna d'esse un ferro.
Né città v'era né deserto al mondo,
né tempio augusto, né sublime reggia,
né foro né castello né ruina;
o dove nasce o dove cade il sole,
a sud, a nord; sopra la cui parete
non apparisse; alfine un giorno, l'ombra
adunca d'una sua gran mano.
Egli era dio d'un proprio suo diviso
regno di dio.
Per tutto egli era, e tutto.
Ne ripeteva, paventando, il nome
l'eco dei monti e la marea dei mari.
Empiano i suoi migranti padiglioni
le nivee steppe e le assolate arene.
Gittava al Tutto egli le braccia armate,
calmo, dal perno, e tra lo scatto enorme,
tra l'infinito riscintillamento
delle sue braccia, si vedea quel mezzo
Sorriso breve cui covava eterna
la sua tristezza di Titano.
Ed egli volle un vicedio ch'eterno,
per il dio triste, sorridesse al mondo.
Volle, e compose un idolo fasciato
di bianca seta, rilucente d'oro,
aspro di gemme, gli occhi pii, le labbra
sottili, aperte sempre al dolce assenso.
E lo vegliava, ché dovea placare
gli uomini a Dio, con la gemmata mano
benedicente, e gli uomini pregare
per l'immortale.
Ond'egli cupo in vista
mostrava il placido idolo alle torve
inginocchiate sue tribù.
VII
Altri al timone siedono del mondo.
Son mozze alfine le sue mille e mille
e mille braccia, e guizzano per tutto,
cadute a terra, le convulse mani
cercando il ferro.
Egli nell'aria fosca
leva, stillanti sangue, i moncherini.
È chiuso là nell'isola deserta
tra le grandi acque, che l'attendamento
de' re terrestri il suo dolor non turbi
con l'alte grida.
Sullo scoglio assiso
forse nel mar tuffa le braccia, e lava
le innumerabili ferite.
Credono i re di udire la selvaggia
querela atroce, l'aspro grido acuto
ch'egli dal lido getti alle fuggiasche
vele atterrite.
No; ch'ei tace, o parla
soltanto a smerghi ed aquile marine.
Ei siede e tace, mentre sull'Oceano
purpureggiante le sue braccia affonda.
Tace ed assiduo, tra la nebbia, lava
il sangue inesauribile che sgorga
dai milïoni delle braccia, il sangue
che sgorga dalla pallida sua vita,
di milïoni d'altre vite.
Non è fragore ondoso di risacca
alla scogliera, non è vento urlante
nei boschi morti, non tempesta in mare
che l'isola urti, e sciacqui nell'abisso.
È lui che sparge sopra sé l'immenso
Oceano rosso, per lavare il sangue.
A grandi ondate abbraccia il mare, e tutto
l'attira a sé.
Cupo silenzio è intorno.
Là, nell'oscurità caliginosa,
vedono l'ombra del ferito immane
i brevi re, tremando ancor dell'uomo
ch'è tutto ancora, e non è più.
VIII
Anch'egli vede nella lontananza
perduta, un altro, indissolubilmente,
tra l'acqua e l'aria, a' suoi travagli avvinto.
Lo vede: egli solleva alte le braccia.
Egli sostiene il polo sulle spalle,
del cielo, ed allontana con le braccia
dal capo suo le costellazioni,
e la marea mugge a' suoi piedi infranta.
Passano lente sopra lui le ruote
del Carro, e geme sotto lui l'Abisso,
e lungo lui scrosciano andando i fiumi
alle voragini profonde.
Ed anche un altro ei vede: una vedetta,
stante, ed insonne, e immobile, sospesa
al duro scoglio, attraversato il petto
dal cuneo lungo di mordace acciaio,
serrato da infrangibili catene
l'un piede e l'altro a due lontane rupi.
E tra i due piedi passano le navi,
ch'egli insegnò; ché diede all'uomo il fuoco
delle cento arti e delle cento morti.
Ora egli sta, né più goder del bene
può né vietare il male, avanti il riso
innumerevole dell'onde.
E solo, come i due Titani, è il nuovo
venuto, solo tra sé stesso e il mondo.
L'onde che s'accavallano spumando
sulle ginocchia al reggitor del cielo,
intorno ai ceppi al rapitor del fuoco,
son quelle dove tuffa le sue braccia
inutile l'uomo.
E il suo pensier soggiace
all'universo, ch'egli può, l'invitto.
Ma il triste cuore e il fegato, rombando
nella penombra con le sue grandi ali,
a lacerarli senza fine scende
l'imperïale aquila giù.
IL RE DEI CARBONARI
I
Nella foresta murmuri notturni:
breve nel buio balenìo di luci.
Forse non son che lucciole e che gufi:
gufi con gli occhi tondi ne' lor buchi.
O non son essi.
Vanno attorno i lupi
con passi sordi sulle felci e i muschi.
O forse vanno per la solitudine
anacoreti con lor pii sussurri.
Bussano andando i cavi tronchi duri,
che ognun si scosti e qua o là s'occulti.
No: sono boscaioli con le scuri,
così lontani che gli ansiti lunghi
e i grandi colpi sembrano minuti
picchi di picchi e singultìo di chiù.
II
Il fuoco dorme in mezzo alla foresta
nella sua piazza.
Dai cagnoli il fuoco
occhieggia e guizza.
Ma di foglie mista
la terra chiude la fumante bocca.
Il fuoco è dentro: inconsumabile arde.
Nelle baracche, cui di frondi è il tetto,
i carbonari dalle lunghe barbe
su tronchi assisi, vegliano, tenendo
la scure in mano.
Una lucerna brilla
sul maggior tronco con le sue tre fiamme.
Il gran maestro alza le mani al Santo
e intuona il canto nel silenzio sacro:
III
- Oh! questa è gioia, questo al mondo è bene,
in un sol luogo dimorar fratelli.
È come unguento sparso sui capelli,
che piove giù dal capo sulla barba.
È come unguento scorso sulla barba,
che scorre, e bagna l'orlo della veste.
Come sereno piovere celeste,
come rugiada che vien giù dal cielo;
rugiada che discende dal Carmelo,
discende ai colli, e poi da' colli al piano.
Ché Dio segnò quei luoghi di sua mano,
e vita avranno fin che secol duri.
E voi le mani alzate con le scuri
stando nell'atrio, in cuor pensosi e pronti.
La notte cade.
Luce è già sui monti.
Le scuri alzate contro il dì che viene.
-
IV
Il gran maestro con la scure il tronco
batte tre volte.
Grave parla, e dice:
«Udite, o nati da fratelli.
All'uscio
d'una baracca uno picchiò notturno.
Era smarrito tra la notte e il nembo,
nella foresta.
Vide il fuoco in una
radura, acceso.
Vide le tre luci
nella capanna.
Entrò.
Giovane e bello
era, coi segni del dolore in fronte.
Era un'errante zingara sua madre.
Per lunghe strade lo traea fanciullo
meditabondo.
Sempre gli occhi al cielo
teneva, fissi, per vedere un astro,
che non sorgeva.
E nel suo cuore il sangue
del Conte Verde era e del Conte Rosso.
Re, per destino, egli sarà dei monti;
ma noi l'ungemmo re della foresta.
Contro lui geme ed ulula il lupatto
dell'Apennino, e l'aquila a due rostri
lo spia dall'alto senza muover l'ale,
tacita, intenta.
Ma il re nostro un giorno
trarrà la spada, leverà lo scudo,
ché Dio lo vuole, con la bianca croce,
mettendo in fuga tutti i lupi e i gufi,
allor che la grande aquila ferita.
trasvolerà, rauca strillando, l'Alpi.»
V
- O Carbonari, uscite dalle porte
dell'acque, con le accette sulle spalle.
Uscite al monte, andate nella valle,
tagliate rami verdi d'oleastro.
Recate ognuno frondi d'oleastro,
rami di mirto, calami di canna.
Fatevi, come è scritto, una capanna,
un vostro asilo tacito e selvaggio.
Una capanna, usciti di servaggio,
fate di rami d'acero e di pino;
ove beviate in pace il dolce vino
e vi cibiate della pingue carne.
Ma la sua parte niuno oblii mandarne,
a chi non n'ha, ché questo è il giorno santo.
E lieti siate, ed obliate il pianto.
Gioia è di Dio che il cuore ci fa forte.
-
VI
Così celati aspetteranno il giorno
d'andare incontro al gentil re crociato.
Libereranno dalle piote arsite
allor la bocca, e il carbon nero al vento
prenderà fuoco e brillerà sul filo
di mille scuri, e da quel fuoco il fumo
a grandi spire salirà nel cielo.
Nero il vessillo come carbon nero,
e rosso e azzurro come fuoco e fumo,
sia nelle vostre mani, o boscaiuoli,
o taglialegne nati da fratelli,
o carbonari, avanti al re che viene!
VII
Passano intanto i carbonati occulti
la notte, alzando le due mani ai puri
astri del cielo, tra gli scabri fusti
d'annose quercie, nei romani luchi.
Gittano sangue al lor passaggio i pruni,
scrosciano foglie, fischiano virgulti.
Sotterra il fuoco hanno sepolto muti,
siccome seme gli aratori ignudi.
Germinerà.
Nei taciti interlunii,
chiusi nei tabernacoli fronzuti,
pensano al re fanciullo, che tra i lupi
ignaro passa, che di tra le nubi
l'aquila veglia, e piomba già su lui
stringendo sempre il nero volo più.
GARIBALDI FANCIULLO A ROMA
PEPIN
I
L'isola sacra, l'isola dei morti
aveano a poggia, piena d'asfodeli.
Là bianchi i morti, volti alla marina,
sui tumoleti, tendono le mani
al sole occiduo.
Ora al chiaror dell'alba
v'erano voci di piombini e chiurli.
E la tartana lontanò.
Ma il vento
batté la vela e sibilò nei fiocchi;
e sorse allora un mozzo biondo, il figlio
del padron vecchio, col grondante remo;
e stette a prua guardando muto il fiume,
l'Albula chiara, del color d'argilla;
a cui d'estate non mescean le pioggie,
non i ghiacciai, ma grandi opachi laghi,
sotterra, ignoti.
E contro lui correva,
fremendo al sommo, il Tevere immortale.
Ma il vento salso avea seguito a volo
dal mar tirreno il marinar fanciullo,
e fischiò tra gli stragli e arruffò fresco
la lunga sua capellatura fulva.
II
La prua solcava l'ombre ora di glauchi
canneti in fiore, ora di rade quercie.
Dove accosciata era la scrofa bianca
coi trenta bianchi suoi porcelli intorno?
Dove la reggia alta tra i boschi sacri,
nell'atrio i sacri vecchi re di cedro?
Là, da pantani pieni d'erbe e giunchi,
sporgean la testa i bufali selvaggi.
Dov'era il bosco della Dea Larenzia
co' grandi suoi dodici figli arvali,
danzanti al sole ed invocanti il sole
con bionde spighe sulle lanee bende?
Brulla, ondulata, solitaria, mesta
vedeva il mozzo tutta la campagna,
sparsa di cippi, ruderi, muri, archi
intorno a cui pascevano le greggi,
piccole.
Qualche buttero a cavallo
tra i suoi cavalli riguardava il fiume,
la bianca vela e il mozzo biondo al sole,
ch'era in lui fiso e s'appoggiava al remo.
III
A Ripa Grande a terra balzò.
Roma!
Roma era sempre.
E la cercò sognando
col passo ondante come su la tolda,
con gli occhi aperti come dalla coffa;
e bevve l'acqua delle sue fontane,
e mangiò il pane sulle sue rovine.
Ristette al piede, e sogguardò la cima
brillante al sole d'obelischi rossi.
Vide scogliere di muraglie e d'archi
sparire nella oscurità d'un nembo.
Errava assòrto, e la sonante pioggia
riparò sotto un arco quadrifronte.
Meriggiò stanco al parlottìo d'un fonte
nella spelonca della ninfa Egeria.
Sorseggiò, arso, l'acqua dolce a bocca
a bocca da un leone di basalto.
Salì sul clivo, e vide i due cavalli
condotti al morso dagli dei giganti.
Placido, con la mano alta protesa,
cavalcò verso lui l'imperatore.
IV
E si trovò tra ruderi di templi,
mozze colonne, e grigi archi di marmo.
Crescea per tutto il caprifico e il rovo,
e s'udiva una lunga eco di mugli.
E fanciulle ciociare erano assise
presso l'ignota fonte di Iuturna;
per la Via Sacra andava lento un frate;
giaceano bovi in una piazza erbosa;
giaceano lì nel tempio della Pace
butteri all'ombra delle rosse arcate.
E si trovò presso un'immensa mole
semisepolta, rotta, ispida, sola.
E un eremita come in un deserto,
v'era, e condusse il biondo mozzo in alto.
Errò pei muti portici; ma quando
il capo sporse e riguardò da un arco,
ruggì un leone, e sorse di sotterra
il sordo urlo di mille altri leoni,
e un plauso enorme; poi tutto improvviso
lo scroscio e il crollo della città morta.
V
Ed ei fuggì con nell'orecchio il rombo
del tempo antico, verso il fiume eterno;
e passò il fiume, e s'avviò soletto
per luoghi ignoti.
Egli saliva il colle
del Dio che il grande cielo apre e lo chiude.
Udì strepito d'acque e salmodie
ché già cadea la sera.
Ed una porta
gli era davanti, e domandò qual era.
- Di San Pancrazio.
- Uscì.
Vide una villa,
il marinaio, simile a un vascello,
grande, impietrito.
Agli alberi suoi neri
venian da Roma strepitando i corvi.
Ed altre ville ai quattro venti, e neri
pini e cipressi cui sfiorava il sole.
Stette: un'immensa cupola in disparte
vegliava in alto.
E Roma era ai suoi piedi.
Il giovinetto udì squillare intorno
tutte le squille e ne tremava il cielo:
ed un rintocco era tra lor più cupo.
Poi fu silenzio.
- E apparvero le stelle.
-
GARIBALDI COI SANSIMONIANI
I DODICI ESULI
Filava la goletta ad ali aperte.
Quasi
striscia di luna ardea la scia fosforescente.
Soffiava ancora il caldo odore delle oàsi.
Era la notte luminosa d'Orïente.
*
Sovra coverta un gruppo era adagiato a tondo,
di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.
Avean bordone al lato ed una corda all'anche.
Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo.
Lungo, il cammino loro! Avean patito fame,
avean falciato il fieno, avean mietuto il grano,
parlato a turbe, tesa a qualche pio la mano,
e maledetto al sangue a piè del palco infame.
Rincorsi dalla plebe e dalla legge oppressi,
s'erano posti in via, pellegrinando assòrti.
Dormian nei cimiteri, in compagnia dei morti,
sul marmo dei sepolcri, al tronco dei cipressi.
Ma ora discendea la pace.
Era l'avvento.
Parlavano soave al lume delle stelle.
E dalla Terra Nera ov'è la Sfinge, il vento
moriva in un ronzio di sartie e di griselle.
*
- Dio! Tutto ciò che è.
Noi siamo in lui, da lui.
Nessuno è Dio, nessuno è fuor di Dio, ch'è tutto.
Che è ciascun vivente? Un seme.
Il seme, il frutto.
Io sono: sarò sempre.
Io sono: sempre fui.
È l'Universo un tempio: il tempio di Dodona.
Pendono bronzei vasi ad una selva immensa.
Uno ne tocchi, vibra ogni altro.
Il Cielo pensa,
e la Terra lontana a quel pensier risuona.
Amore.
sei tu, Dio! Ma solo ti riveli
pensiero e forza: l'occhio e la possente mano.
O nuovo Adamo ed Eva, o riprincipio umano,
ti sia, qual è, la Terra: una stella dei cieli!
Lavora, adora.
Sappi e crea.
Sempre più! Chiedi
alla messe il tuo pane, e non al mietitore.
Abbiano la tua vita, e non l'altrui, gli eredi.
E in terra sarà Dio, ché vi sarà l'amore.
-
*
E David intonò l'inno di pace; e calme
sorsero su le calme onde le voci in coro.
Cantarono la Madre, Eva del tempo d'oro,
Eva aspettante al pozzo, all'ombra delle palme:
del tempo avanti noi, non dietro noi: miraggio
che sembra un sogno in cielo ed è un'oàsi in terra;
dove riposerà l'uomo che soffre ed erra,
e pace avrà dal forte, e bere avrà dal saggio.
E poi, sotto le stelle, essi giaceano vinti
dal sonno.
Ed il Secondo anche restò sul ponte
e guardava, tra l'acqua e l'aria, all'orizzonte,
là, tra i presagi informi ed i ricordi estinti.
Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo.
E Garibaldi assòrto era nel ricordare
di qual Argo il timone esso reggea, securo,
in una sacra notte, in un ignoto mare...
A TAGANROK
IL CREDENTE
A Taganrok, nella taverna a mare,
sedean nocchieri.
Uno parlava a tutti.
I
«O della sera giunti qui sui flutti,
la patria vive in un silenzio all'erta.
Pare la patria un'isola deserta,
con soltanto il gridìo dei cormorani.
Si parlano nel cavo delle mani
scrivendo il nome con le caute dita.
Presso un antico tempio è la lor vita:
ne son gli eredi ed i maestri e l'opre.
Ma il muschio al tempio non si sa se copre
i primi muri o l'ultima rovina.
Stanno in capanne d'erica e savina:
un lume brilla nella notte oscura.
Marre, squadre, il grembiule alla cintura:
vegliano muti fin che il gallo canti.
Noi tra il cielo e l'abisso, o naviganti,
possiam gettare al vento al mare un nome;
ed il vento urla e il mare sbalza, come
per afferrarlo, questo nome: Italia!»
Gridaron tutti: Italia! Italia! Italia!
Parve, in un canto, che un leon ruggisse...
II
Quegli guardò verso il ruggito; e disse:
«L'Italia è vinta, ora non v'è più guerra..
Ma non v'è pace.
Cova ancor sotterra
nato dal fuoco il genitor del fuoco.
Annerisce sotterra a poco a poco:
ora si fredda perché poi più bruci.
Brilla la macchia qua e là di luci:
sono baracche in mezzo alle radure.
Vegliano i boscaioli: hanno la scure
tra i piedi, hanno la zappa, hanno la pala.
S'appoggia alla parete alta una scala.
Siedon su tronchi, verdi ancor, di querce.
La venderanno, la lor fosca merce,
allor che il sole tocchi la foresta.
Ma cantò il gallo, l'aquila s'è desta,
il toro muglia, è sorta già l'aurora.
È nato il sole, il sole è alto, è l'ora:
è sempre l'ora.
ORA, fratelli, E SEMPRE.»
ORA - gridaron tutti a un tratto - E SEMPRE!
Sobbalzò il fulvo, le pupille fisse...
III
Quegli guardò la fulva giuba, e disse:
«È sorto un uomo, un messo da Dio venne.
O tu dal bosco, prendi la bipenne!
Lascia annerire il tuo carbon sotterra.
Lascia la zappa, e il grande albero atterra,
lascia la pala, e taglia doga e trave.
Esci dalla foresta e fa la nave
per questa Italia e per la sua fortuna:
giovine Italia, grande, libera, una.
Tu lascia squadre e marre: ecco la spada.
Il caval nero pasce erba e rugiada
nel cimitero, il lenzuol morto indosso.
Móntavi ancora su, monaco rosso!
Galoppa ancora, cavalier templare!
In questa Terra Santa fa volare
sul saio rosso il gran bianco mantello!
Popolo, avanti! teco è Dio!» - Fratello! -
Il giovin fulvo si lanciò, s'apprese
alla sua mano, l'abbracciò, gli chiese:
- Chi è? - Tu? - Garibaldi.
- Egli, Mazzini.
GARIBALDI IN CERCA DI MAZZINI
ORA E SEMPRE
I
Mazzini e i suoi dispersi nello stesso
luogo sedeano attorno alla parete.
Giovanni al seno gli piangea sommesso.
Ei disse: - Il pianto è l'acqua per la sete
del cuore.
Anela per il suo deserto
a quella fonte l'anima.
Piangete.
Iacopo! Era il mio primo, era il più certo,
era il più mite.
Amava l'ombra.
Volle
essere, ma dall'odor suo, scoperto.
Parea quei gigli fatti di corolle
né d'altro; d'una purità di cima,
ma nati a valle, nati a piè del colle:
chino anche lui non come fior che opprima
la pioggia, ma che il solo essere fiore
pieghi sul tenue gambo, da sé, prima.
Oh! egli aveva la mestizia al cuore
di quei ch'è solo, perché primo, in via,
e vede appena Chanaàn, che muore.
Ma ei sapeva, avea già detto: «Sia!
anche s'è morto l'albero onde nacque,
il seme è buono; ed uno gittò via
il pane, ed altri lo trovò su l'acque.» -
II
Gli esuli intorno singultian pian piano.
- Male ei gittò, ciò ch'è di Dio, la vita?
Fu, come il bimbo ch'ha il suo pane in mano:
il pane e il pomo che sua madre, uscita,
diede al fanciullo che mangiasse intanto:
ed altri l'urta e fa ch'apra le dita.
O no, ma disse: «Eccomi afflitto, affranto!
Per non peccare contro i miei fratelli,
contro te pecco, che perdoni, o Santo!»
Ora il suo sangue grida ne' lavelli
là della Torre.
Un grido che si vede.
O re, più brilla, quanto più cancelli!
Vendetta! Ogni uomo è diventato erede,
Iacopo, tuo.
L'Italia oggi t'adora,
martire primo d'una nuova fede.
Furon le dita rosee d'un'aurora,
con che scrivesti nella cella nera!
La nuova Italia cominciò d'allora.
E cominciò d'allora la nuova Èra
che rivedrà nell'avvenir profondo,
con terra e cielo nella sua bandiera,
Roma al timone, placida, del mondo.
-
III
Gli esuli lontanare vedean quella
gran nave.
Egli, il profeta, stupì come
sbocciasse a lui dall'anima una stella.
La stella illuminava le tre Rome;
auree cupole, archi trionfali
e una città che non avea che il nome.
Erano un atrio, i ruderi immortali,
di questa.
Antica su l'antica croce
quetava l'aquila il rombar dell'ali...
Egli guardava...
Ed esclamò con voce
alta e profonda: - O gioventù latina,
se non è il fonte, non sarà la foce.
Dio t'urla in cuore, o gioventù: Cammina!
Ascendi il monte! Sosta sulla vetta!
Snuda la spada e butta la guaina!
O gioia mattinale! uno in vedetta
sul picco, mentre dormono i trecento
sopra le foglie morte, nella stretta
dei monti, e in mezzo la bandiera al vento
sibila e schiocca, ed egli ode lontane
della città grida e rintocchi, attento...
«All'armi! all'armi!» Tra il tumulto immane
passi la rossa schiera con la romba
della sua corsa, e sopra le campane
squilli secura lieta alta, la tromba.
-
IV
Tre colpi all'uscio.
Era un fratello.
Avanti!
Un uom di mare entrò, larga la fronte,
bronzato, con fulvi capelli ondanti.
Stette sereno come ancor sul ponte
della sua nave, fisso alla Polare.
ORA! - sembrò parlasse il mare al monte
con un'ondata.
- E SEMPRE - il monte al mare
immobilmente.
- Giunsi or ora in porto...
da Taganrok...
Voi siete a comandare
qui sul ponte, io...
vengo a supplire un morto -
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MAZZINI
LA TEMPESTA DEL DUBBIO
I
Mazzini, già, come Gesù trentenne,
era già solo.
Un'ombra si diffuse
su la solinga anima, e il dubbio venne.
Tutto crollato: le speranze, morte,
e morti i cuori.
S'erano richiuse
per sempre - con un lento addio - le porte.
II
Con ferro suo la palma volta in mano
cadea l'Italia! Ora non più risveglio.
Tutto era stato, ed ora e sempre, in vano!
Solo - e dal volgo si credea ch'esangue,
cupo, mandasse i fidi, come il veglio
della montagna, ebbri d'haschisch, al sangue.
III
Spenta la fede anche ne' suoi più cari;
chi lontanò crollando il capo stanco,
chi lo seguiva con sorrisi amari.
Fuggiano, al verno, come morte foglie:
scendea dal ciel, non loro, il lenzuol bianco
ch'eternamente a gli occhi altrui ci toglie.
IV
Sol gli restava la sua madre, in pianto,
pianto lontano sul deserto mare,
cui esso, o madre! era dolor soltanto.
O madre! o madre! o alte mute grida
vedendo in sogno il figlio suo passare
scalzo, col velo nero - un parricida! -
V
O le altre madri ai piedi della croce
pregare udiva ed accusare a Dio
lui, col materno pianto nella voce.
E le vedeva in fila uscir dal chiostro
per dire a lei: - Che piangi? Il pianto è mio:
non voglio.
Il pianto è nostro! Il pianto è nostro!
VI
È di noi madri, che i figliuoli appena
presti alla vita li sappiamo in grotte,
sotterra, come bestie, alta catena.
È di noi madri, umili ignare oscure,
cui tolse i nati, al fine della notte,
su la dolce alba, piombo corda scure.
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VII
Ed ei
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