STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 109
...
.
L'amore eroico è proprio delle nature superiori, dette «insane», non perchè non sanno, ma perchè «soprasanno», sanno più dell'ordinario, e tendono più alto, per aver più intelletto.
La visione o contemplazione divina non è però oziosa ed estrinseca, come ne' mistici e ascetici: Dio è in noi, e possedere Dio è possedere noi stessi.
E non ci viene dal di fuori, ma ci è data dalla forza dell'intelletto e della volontà, che sono tra loro in reciprocanza d'azione: l'intelletto, che, suscitato dall'amore, acquista occhio e contempla; e la volontà che, ringagliardita dalla contemplazione, diviene efficace, o doppiata: ciò che Bruno esprime con la formola: «io voglio volere».
Dalla contemplazione esce dunque l'azione: la vita non è ignoranza e ozio, anzi è «intelletto e atto mediante l'amore», secondo la formola dantesca rintegrata da Bruno: è intendere ed operare.
Maggiori sono le contrarietà e le necessità della vita, e più intensa è la volontà, perchè amore è unità e amicizia de' contrari, o degli oppositi, e nel contrasto cerca la concordia.
La mente è unità,;l'immaginazione è moto, è diversità; la facultà razionale è in mezzo, composta di tutto, in cui concorre l'uno con la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto con lo stato, l'inferiore col superiore.
Come gli dèi trasmigrano in forme basse e aliene, o per sentimento della propria nobiltà ripigliano la divina forma; così il furioso eroico, innalzandosi per la conceputa specie della divina beltà e bontà, con l'ale dell'intelletto e volontà intellettiva s'innalza alla divinità, lasciando la forma di soggetto più basso:
da soggetto più vil divegno un dio...
Mi cangio in Dio da cosa inferiore.
«Cangiarsi in Dio» significa levarsi dalla moltitudine all'uno, dal diverso allo stesso, dall'individuo alla vita universale, dalle forme cangianti al permanente, vedere e volere nel tutto l'uno e nell'uno il tutto.
O, per uscire da questa terminologia, Dio è verità e bontà scritta al di dentro di noi, visibile per lume naturale; e cercarla e possederla è la perfezione morale, lo scopo della vita.
È stato notato che Bruno non ti offre un sistema concorde e deciso.
La filosofia è in lui ancora in istato di fermentazione.
Hai i vacillamenti dell'uomo nuovo, che vive ancora nel passato e del passato.
Combatte il soprannaturale, ma il suo lume naturale, la sua «mens tuens», la sua intuizione intellettiva, ne serba una confusa reminiscenza.
Contempla Dio nella infinità della natura, ma non sa strigarsi dal Dio estramondano, e non sa che farsene, rimasto come un antecedente inconciliato della sua speculazione.
Ora quel Dio è verità e sostanza, e noi siamo sua ombra, «umbra profunda sumus»; ora quel Dio è proprio la natura, o, «se non è natura, è natura della natura».
Ci è in lui confuso Cartesio, Spinosa e Malebranche.
Combatte la scolastica, e ne conserva in gran parte le abitudini.
Odia la mistica, e talora, a sentirlo, è più mistico di un santo padre.
Rigetta l'immaginazione, e ne ha tutt'i vizi e tutte le forme.
Manca l'armonia nel suo contenuto e nelle sue forme.
E non è maraviglia che anche oggi i filosofi si accapiglino nella interpretazione del suo sistema.
Interessantissima è questa storia interiore dello spirito di Bruno nelle sue distinzioni e sottigliezze, e nelle oscillazioni del suo sviluppo; anzi è questa la sua vera biografia.
Niente è più drammatico che la vita interiore di un grande spirito nella sua lotta con l'educazione, co' maestri, con gli studi, col tempo, co' pregiudizi, nelle sue imitazioni, fluttuazioni e resistenze.
La sua grandezza è appunto in questo, di vincere in quella lotta, cioè che di mezzo a quelle fluttuazioni si stacchino con maggior forza ed evidenza le sue tendenze predilette, che gli danno un carattere ed una fisonomia.
E questa fisonomia di Bruno noi dobbiamo cercare, a traverso i suoi ondeggiamenti.
Innanzi tutto, Bruno ha sviluppatissimo il sentimento religioso, cioè il sentimento dell'infinito e del divino, com'è di ogni spirito contemplativo.
Leggendolo, ti senti più vicino a Dio.
E non hai bisogno di domandarti, se Dio è, e cosa è.
Perchè lo senti in te, e appresso a te, nella tua coscienza e nella natura.
Dio è «più intimo a te che non sei tu a te stesso».
Tutte le religioni non sono in fondo che il divino in diverse forme.
E sotto questo aspetto Bruno ti fa un'analisi assai notevole delle religioni antiche e nuove.
L'amore del divino, il «furore eroico», è il carattere delle nobili nature.
E questo amore ci rende atti non solo a contemplare Dio come verità, ma ancora a realizzarlo come bontà.
Ivi ha radice la scienza e la morale.
Questi concetti non sono nuovi, e di simili se ne trovano nella Scrittura e ne' padri.
Ma lo spirito n'è nuovo.
Non è solo questo, che «i cieli narrano la gloria di Dio», ma quest'altro, che i cieli sono essi medesimi divini, e si movono per virtù propria, per la loro intrinseca divinità.
È la riabilitazione della materia o della natura, non più opposta allo spirito e scomunicata, ma fatta divina, divenuta «genitura di Dio».
È il finito o il concreto che apparisce all'infinito, e lo realizza, gli dà l'esistenza.
O, come dicesi oggi, è il Dio vivente e conoscibile che succede al Dio astratto e solitario.
L'universo, eterno ed infinito, è la vita o la storia di Dio.
Questo è ciò che fu detto il «naturalismo di Bruno», o piuttosto del secolo, ed era il naturale progresso dello spirito, che usciva dalle astrattezze scolastiche, o, come dice Bruno, «dalle credenze e dalle fantasie», e cercava la sua base nel concreto e nel finito era la prima voce della natura che scopriva se stessa e si proclamava di essenza divina, una e medesima che la divinità, «secondo che l'unità è distinta nella generata e generante, o producente e prodotta».
Bruno nel suo entusiasmo per la natura divina dice che lo spirito eroico
«vede l'anfitrite, il fonte di tutti i numeri, di tutte specie, di tutti i raggioni, che è la monade, vera essenza dell'essere di tutti, e, se non la vede in sua essenza, in absoluta luce, la vede nella sua genitura, che gli è simile, che è la sua imagine: perchè dalla monade, che è la divinitate, procede questa monade, che è la natura, l'universo, il mondo, dove [ella] si contempla e si specchia»
cioè dove s'intende ed è intelligibile.
Questa visione di Dio, privilegio dello spirito eroico, non ha nulla a fare col lume soprannaturale, con la fede, o la grazia, o l'estasi, o altro che dal di fuori piova nell'anima.
Dio, fatto conoscibile nel mondo, diviene materia della cognizione, e l'anima effettua la sua unione con lui per un atto della sua energia, per intrinseca virtù.
La visione è intellettiva, e il suo organo è la mente, dove Dio, o la Verità, si rivela, come «in propria e viva sede», a quelli che la cercano, «per forza del riformato intelletto e volontà», cioè per la scienza.
L'amore del divino, spinto sino al «furore eroico», lega Bruno co' mistici.
Il naturalismo letterario era pretto materialismo, che si sciolse nella licenza e nel cinismo, e mise capo in ozio idillico snervante, peggiore dell'ozio ascetico.
Il naturalismo di Bruno era al contrario non il divino materializzato, ma la materia divinizzata.
La materia in se stessa è volgare bestialità; essa ha valore come divina.
Il divino non è infuso o intrinseco, ma è insito e connaturato.
Cercarlo ed effettuarlo è il degno scopo della vita.
E non si rivela se non a quelli che lo cercano e lo conquistano col lavoro della mente illuminata dall'amore eroico.
Ciò distingue i vulgari da' nobili spiriti.
Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.
«Molti rimirano, pochi vedono.» Bruno parla spesso con tale unzione e con tale esaltazione mistica, che ti pare un Dante o un san Bonaventura.
Ma i mistici sono semplicemente contemplanti, dove per Bruno non è contemplazione nella quale non sia azione, e non è azione nella quale non sia contemplazione.
La nuda contemplazione è ozio.
Contemplare è operare.
Si vede l'uomo che esce dal convento ed entra nella vita militante.
Folengo esce dal convento, rinnegando Dio e sputando sul viso alla società.
In lui il secolo scettico e materialista ha la sua ultima espressione.
Anche a Bruno abbonda la satira e l'ironia; anche in lui ci è un lato negativo e polemico, sviluppato con potenza e abbondanza d'immaginazione.
Ma questo lato rimane assorbito nella sua speculazione.
Il suo scopo è tutto positivo: è la restaurazione di Dio, e con esso del sentimento religioso e della coscienza.
Ciò che Savonarola tentò con la fede e con l'entusiasmo, egli tenta con la scienza.
Non accetta Dio come gli è dato, nè se ne rimette alla fede, perchè non è un credente.
Dio vuole cercarlo e trovarlo lui, con la sua attività intellettuale, con l'occhio della mente.
E questo Dio, da lui trovato, e di cui sente l'infinita presenza in se stesso e negl'infiniti mondi e in ciascun essere vivente, nel massimo e nel minimo, non rimane astratta verità nella sua intelligenza, ma scende nella coscienza e penetra tutto l'essere, intelletto, volontà, sentimento e amore.
Comincia scredente, finisce credente.
Ma è un «credo» generato e formato nel suo spirito, non venutogli dal di fuori.
Per questo «credo» non gli fu grave morire ancor giovane sul rogo, dicendo a' suoi giudici le celebri parole: «Maiori forsitan cum timore sententiam in me dicitis, quam ego accipiam».
Sembra che il suo maggior peccato innanzi alla Chiesa sia stata la sua fede negl'infiniti mondi, come traspare da questa malvagia ironia dello Scioppio: «Sic ustulatus misere periit, renunciaturus credo, in reliquis illis, quos finxit, mundis, quonam pacto homines blasphemi et impii a romanis tractari solent».
Insisto su questo carattere entusiastico e religioso di Bruno, o, com'egli dice, «eroico», che gli dà la figura di un santo della scienza.
Quante volte l'umanità, stanca di aggirarsi nell'infinita varietà, sente il bisogno di risalire al tutto ed uno, all'assoluto, e cercarvi Dio, le si affaccia sull'ingresso del mondo moderno la statua colossale di Bruno.
Il suo supplizio passò così inosservato in Italia, che parecchi eruditi lo mettono in dubbio.
Nè le opere sue vi lasciarono alcun vestigio.
Si direbbe che i carnefici insieme col corpo arsero la sua memoria.
Anche in Europa il brunismo lasciò deboli tracce.
Il progresso delle idee e delle dottrine era così violento, che il gran precursore fu avvolto e oscurato nel turbinìo.
Come Dante, Bruno attendeva la sua risurrezione.
E quando dopo un lungo lavoro di analisi riappare la sintesi, Jacobi e Schelling sentirono la loro parentela col grande italiano, e riedificarono la sua statua.
In Bruno trovi la sintesi ancora inorganica della scienza moderna, con le sue più spiccate tendenze, la libera investigazione, l'autonomia e la competenza della ragione, la visione del vero come prodotto dell'attività intellettuale, la proscrizione delle fantasie, delle credenze e delle astrazioni, un più intimo avvicinamento alla natura o al reale.
Dico «tendenze», perchè nel fatto l'immaginazione e il sentimento soprabbondavano in lui, e gli tolsero quella calma armonica di contemplazione, senza la quale riesce difettiva la virtù organizzatrice, e quella pazienza di osservazione e di analisi, senza la quale le più belle speculazioni rimangono infeconde generalità.
Quanto alla sua sintesi, il Dio astratto ed estramondano fatto visibile e conoscibile nella infinita natura, l'unità e medesimezza di tutti gli esseri, l'eternità e l'infinità dell'universo nella perenne metempsicosi delle forme, il sentimento dell'anima o della vita universale, l'infinita perfettibilità delle forme nella loro trasformazione, la produttività della materia dal suo intrinseco, l'azione dinamica della natura nelle sue combinazioni, la libertà distinta dal libero arbitrio e rappresentata come la stessa effettuazione del divino o della legge, la moralità e la glorificazione del lavoro, sono concetti che, svolti lungamente e variamente da Bruno in opere latine e italiane, appaiono punti luminosi nella speculazione moderna, e ne trovi i vestigi in Cartesio, in Spinosa, in Leibnitz, e più tardi in Schelling, in Hegel e ne' presenti materialisti.
Se dovessi con una sola formola caratterizzare il mondo di Bruno, lo chiamerei il «mondo moderno ancora in fermentazione».
Roma bruciava Bruno, Parigi bruciava Vanini.
I loro carnefici li dissero atei.
Pure Dio non fu mai cosa sì seria, come nel loro petto.
- Andiamo a morir da filosofo - disse Vanini, avvicinandosi al rogo.
Eran detti anche «novatori», titolo d'infamia, che è divenuto il titolo della loro gloria.
Nel 1599.
Bruno era già nelle mani dell'Inquisizione, e Campanella nelle mani spagnuole.
Nel primo anno del Seicento Bruno periva sul rogo, e Campanella aveva la tortura.
Così finiva l'un secolo, così cominciava l'altro.
«Tu, asinus, nescis vivere», dicevano a Campanella amici e nemici: «ne loquaris in nomine Dei».
E lui prendeva ad insegna una campana, con entrovi l'epigrafe: «Non tacebo».
Anche Bruno diceva di sè: «Dormitantium animorum excubitor».
La nuova scienza sorge come una nuova religione, accompagnata dalla fede e dal martirio.
«Philosophus» diceva il Pomponazzi per esperienza propria «ab omnibus irridetur, et tamquam stultus et sacrilegus habetur; ab inquisitoribus prosequitur, fit spectaculum vulgi: haec igitur sunt lucra philosophorum, haec est eorum merces».
Pure questi uomini nuovi derisi, perseguitati, spettacolo del volgo, avevano una fede invitta nel trionfo delle loro dottrine.
L'accademia cosentina di Telesio avea per impresa la luna crescente, col motto: «Donec totum impleat orbem».
Bruno, perseguitato dal suo secolo, diceva: - La morte in un secolo fa vivo in tutti gli altri.
- Campanella paragona il filosofo al Cristo, che il terzo giorno, spezzando la pietra, risorge.
Il carattere era pari all'ingegno.
Dietro al filosofo ci era l'uomo.
Telesio è detto da Bacone il «primo degli uomini nuovi».
Ma la novità era già antica di un secolo, e Telesio che avea fatto i suoi studi a Padova, a Milano, a Roma, professato a Napoli, quando, stanco di lotte e di persecuzioni, deliberò di ritrarsi nella nativa Cosenza, vi portò il motto del pensiero italiano, la «filosofia naturale», fondata sull'esperienza e sull'osservazione.
Il suo merito è di avere esercitata una seria influenza intellettuale tra' suoi concittadini e di aver fondata sotto nome di «accademia» una vera scuola filosofica.
Come Machiavelli, così egli non segue altro che l'osservazione e la natura: «poichè la sapienza umana è arrivata alla più alta cima che possa afferrare, se ha osservato quello che si presenta a' sensi, e ciò che può esser dedotto per analogia dalle percezioni sensibili».
Sincero, modesto, d'ingegno non grande ma di grandissima giustezza di mente e di sano criterio, fu benemerito meno per le sue dottrine, che per il metodo ed il linguaggio.
E in verità, la grande e utile novità era allora il metodo.
Il suo maggiore elogio lo ha fatto Campanella in queste parole: «Telesius in scribendo stylum vere philosophicum solus servat, iuxta verum naturam sermones significantes condens, facitque hominem potius sapientem quam loquacem».
L'obbiettivo era sciogliere il pensiero dalla servitù di Aristotile, «tiranno degl'ingegni», e metterlo in diretta comunicazione con la natura, rifarlo libero, ciò che con una precisione uguale alla concisione dice Campanella nel suo famoso sonetto a Telesio:
Telesio, il telo della tua faretra
uccide de' sofisti in mezzo al campo
degl'ingegni il tiranno senza scampo:
libertà dolce alla verità impetra.
L'impresa non era lieve.
Resistevano tutte le dotte mediocrità, tutto quel complesso di uomini e d'istituzioni che l'Aretino chiamava «la pedanteria», i «Polinnii» di Bruno spalleggiati da francescani, domenicani e gesuiti, e spesso l'ultimo argomento era il rogo, il carcere, l'esilio.
Dir cose nuove era delitto non solo alla Chiesa, ma a' principi venuti in sospetto di ogni novità nelle scuole: pure la fede di un rinnovamento era universale, e «Renovabitur» fu il motto del Montano, discepolo di Telesio, nel compendio che scrisse della sua dottrina.
Si era fino allora pensato col capo d'altri: gli uomini volevano ora pensare col capo loro.
Questo era il movimento.
E fu così irresistibile, che la novità usciva anche da' segreti del convento.
Fu là che si formò ne' forti studi libera e ribelle l'anima di Bruno.
E là, in un piccolo convento di Calabria, si educava a libertà l'ingegno di Tommaso Campanella.
Assai presto oltrepassò gli studi delle scuole, e, fatto maestro di sè, lesse avidamente e disordinatamente tutti quei libri che gli vennero alle mani.
Nella solitudine si fa presto ad esser dotto.
Ivi il giovine raccolse immensi materiali in tutto lo scibile.
Il suo idolo era Telesio, il gran novatore; il suo odio era Aristotile con tutto il suo seguito, e, come Bruno, preferiva gli antichi filosofi greci, massime Pitagora.
Venuto in Cosenza, i suoi frati, che già conoscevano l'uomo, non vollero permettergli di udire, nè di veder Telesio: ciò che infiammò il desiderio e l'amore.
Il giorno che Telesio morì, fu visto in chiesa accanto alla bara il giovine frate, che dovea continuarlo.
I cosentini, sentendolo nelle dispute, dicevano che in lui era passato lo spirito di Telesio.
La scuola telesiana o riformatrice, come era detta, gli fu tutta intorno, il Bombino, il Montano, il Gaieta, da lui celebrati insieme col maestro.
Il suo primo lavoro fu una difesa di Telesio contro il napoletano Marta.
Venuto a Napoli per la stampa dell'opera, attirò l'attenzione per il suo ardore nelle dispute, per l'agilità e la presenza dello spirito, per la franchezza delle opinioni, e per l'immenso sapere.
E gl'invidiosi dicevano: - Come sa di lettere costui, che mai non le imparò? - E recavano a magia, a cabala, a scienza occulta ciò che era frutto di studi solitari.
Le opinioni telesiane poco attecchivano in Napoli, onde il buon Telesio avea dovuto andar via per le molte inimicizie.
Anche il Porta ci stava a disagio, e dovea con le commedie far perdonare alla sua filosofia.
Naturalmente, si strinse un legame tra Campanella e l'autore della Magia naturale e della Fisionomia.
Disputavano, leggevano, conferivano i loro lavori.
Frutto di questa dimestichezza fu il libro De sensu rerum, a cui successe l'altro: De investigatione.
Ivi si stabilisce per qual via si giunga a ragionare «col solo senso e colle cose che si conoscono pe' sensi»: ciò che è il metodo sperimentale, base della filosofia naturale.
Ci si vede l'influenza di Telesio, di Porta e di tutta la scuola riformatrice.
Porta potè esser tollerato a Napoli, perchè era non solo gentiluomo e assai riverito, ma uomo di spirito, e amabilissimo.
Ma Campanella non sapea vivere, come dicevano i suoi emuli.
Era tutto di un pezzo, e alla naturale, veemente, rozzo, audace di pensiero e di parola.
E venne in uggia a moltissimi, e anche ai suoi frati, che non gli potevano perdonare l'odio contro Aristotile.
Come Bruno, lasciò il convento, e indi a non molto Napoli, e con in capo già una nuova metafisica tutta abbozzata, fu a Roma, poi a Firenze, dove il destino faceva incontrare i due grandi ingegni di quel tempo, Campanella e Galilei.
Michelangiolo moriva, e tre giorni prima, il 15 febbraio del 1564, nasceva in Pisa Galileo Galilei.
Tutto gli rise nel principio, levato maraviglioso grido di sè per le sue invenzioni della misura del tempo per mezzo del pendolo, del termometro, del compasso geometrico, del telescopio.
Con questo potente istrumento iniziò le sue speculazioni astronomiche, che rinnovavano il cielo biblico e tolemaico.
Parecchi fatti, divinati da Bruno, acquistavano certezza, come ciò che si vede e si tocca.
Il suo Nunzio sidereo appariva così maraviglioso, come il viaggio di Colombo.
Le montuosità della luna, le fasi di Venere e di Marte, le macchie del sole, i satelliti di Giove erano tali scoperte a breve distanza, che spoltrivano gli animi oziosamente cullati ne' romanzi e nelle oscenità letterarie.
La filosofia naturale vinceva oramai le ultime resistenze nella pubblica opinione.
Non si trattava più d'ipotesi e di astratti ragionamenti.
I fatti erano là, e parlavano più alto che i sillogismi de' teologi e degli scolastici.
La cosa effettuale di Machiavelli, il lume naturale di Bruno, il metodo sperimentale di Telesio, la libertà dolce alla verità di Campanella avevano il loro riscontro nelle belle parole di Galileo: - «Ah viltà inaudita d'ingegni servili, farsi spontaneamente mancipio!» -.
Il buon Simplicio, il pedante aristotelico, come Polinnio, risponde: - «Ma, quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia?» -.
E Galileo replica pacatamente: - «...I ciechi solamente hanno bisogno di guida..
Ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta» -.
Il lume soprannaturale, la scienza occulta, il mistero, il miracolo scompariva innanzi allo splendore di questo lume naturale dell'occhio e della mente: la magia, l'astrologia, l'alchimia, la cabala sembravano povere cose innanzi a' miracoli del telescopio.
Colombo e Galileo ti davano nuova terra e nuovo cielo.
Sulle rovine delle scienze occulte sorgevano l'astronomia, la geografia, la geometria, la fisica, l'ottica, la meccanica, l'anatomia.
E tutto questo era la filosofia naturale, il naturalismo.
- «La filosofia - diceva Galileo - è scritta nel libro grandissimo della natura.» - E stupendamente diceva Campanella:
Il mondo è il libro, dove il Senno eterno
scrisse i propri concetti.
Campanella nacque il 1568, quattro anni dopo Galileo.
Si videro a Firenze: Galileo già famoso, in grazia della Corte, professore, con un concetto dell'universo e della scienza chiaro, intero, ben circoscritto: Campanella, oscuro, conscio del suo ingegno, di concetti molti e arditi e smisurati, in aria di avventuriere che cerchi fortuna, più che di un savio tranquillo e riposato nella scienza.
Cercò una cattedra.
- Chi è costui? - E il Granduca chiese le informazioni al generale di San Domenico, il quale rispose: «Alquanto differente relazione tengo io del padre fra Tommaso Campanella di quella è stata fatta a Vostra Altezza...
io farò prova del valore e sufficienza sua».
Le raccomandazioni di Galileo non valsero contro l'ira domenicana.
Campanella non riuscì, e la ragione è detta da Baccio Valori:
«Procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la filosofia del Telesio, con colore che la pregiudichi alla teologia scolastica fondata in Aristotile da lui così riprovato, corre qualche risico conseguente [Tommaso Campanella] della medesima scuola, e per avventura il più terribile per eccellenza de' suoi concetti, che veramente sono e alti e nuovi.»
Campanella aveva allora ventiquattro anni.
L'indomabile giovane si vendicò, scrivendo una nuova difesa di Telesio.
Aveva già scritto un trattato De sphaera Aristarchi, dove sostiene l'opinione copernicana del moto della terra.
Vagheggiava una scienza universale, col titolo De universitate rerum, che diventò più tardi la sua Philosophia realis. A lui dovea parere molto modesto Galileo, che lasciava da banda teologia e metafisica ed ogni costruzione universale, contento ad esplorar la natura ne' suoi particolari.
E gli scriveva: «Invero non si può filosofare, senza un vero accertato sistema della costruzione de' mondi, quale da lei aspettiamo: e già tutte le cose sono poste in dubbio, tanto che non sapemo se il parlare è parlare».
Domandava egli a Galileo una riforma dell'astronomia e della matematica sublime, una vera filosofia naturale.
«Scriva pel primo» diceva «che questa filosofia è d'Italia, da Filolao e Timeo in parte, e che Copernico la rubò da' predetti e dal ferrarese suo maestro; perchè è gran vergogna che ci vincan le nazioni che noi avemo di selvagge fatte domestiche».
Ma Galileo rimase fermo nella sua via.
Anche lui aveva i suoi pensieri e le sue ipotesi; ma gli parea che il vero filosofo naturale dovesse lasciare il verisimile, e attenersi a ciò che è incontrastabilmente vero.
E rispondea a Campanella ch'ei non volea «per alcun modo, con cento e più proposizioni apparenti delle cose naturali, screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazione esser vere».
Stavano a fronte la saviezza fiorentina e l'immaginazione napoletana, o, per dir meglio, due culture, la cultura toscana, già chiusa in sè e matura, e veramente positiva, e la cultura meridionale, ancor giovane e speculativa, e in tutta l'impazienza e l'abbondanza della giovanezza.
In Galileo si sente Machiavelli; e in Campanella si sente Bruno.
Vedi la differenza anche nello scrivere.
Chi legge le lettere, i trattati, i dialoghi di Galileo, vi trova subito l'impronta della coltura toscana nella sua maturità, uno stile tutto cosa e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e di ogni maniera, in quella forma diretta e propria, in che è l'ultima perfezione della prosa.
Usa i modi servili del tempo senza servilità, anzi tra' suoi baciamano penetra un'aria di dignità e di semplicità, che lo tiene alto su' suoi protettori.
Non cerca eleganza, nè vezzi, severo e schietto, come uomo intento alla sostanza delle cose, e incurante di ogni lenocinio.
Ma se causa le esagerazioni e gli artifici letterari, non ha la forza di rinnovare quella forma convenzionale, divenuta modello.
Avvolto in quel fraseggiare d'uso, frondoso e monotono, trovi concetti nuovi e arditi in una forma petrificata dall'abitudine, pure eletta, castigata, perspicua, di un perfetto buon gusto.
Al contrario in Bruno e in Campanella la forma è scorretta, rozza, disuguale, senza fisonomia; ma ne' suoi balzi e nelle sue disuguaglianze, viva, mobile, nata dalle cose.
Ivi ti par di avere innanzi un bel lago, anzi che acqua corrente; non una formazione organica e conforme al contenuto, ma una forma già fissata innanzi e riprodotta, spesso priva di movimenti interni, sola esteriorità: qui vedi una lingua ancora mobile e in formazione, con elementi già nuovi e moderni.
Alcune pagine di Bruno sembrano scritte oggi.
Ma saviezza fiorentina e immaginazione napoletana erano del pari sospette a Chiesa e Spagna.
Il libro della natura era libro proibito, e chi vi leggeva era eretico o ateo.
Prima ci capitò Campanella.
Fu a Venezia, a Padova, a Bologna, a Roma, co' suoi manoscritti appresso, e scrivendo sempre per sè e per altri, in verso e in prosa, in latino e in italiano, trattati, orazioni, discorsi, dispute.
A Bologna gli furono rubati i manoscritti.
E che importa? Rifaceva, rinnovava, con una vena inesauribile.
Venuto in sospetto a Roma, torna a Napoli, e va a prender fiato a Stilo sua patria.
Ivi sperava riposo; ma «accadde a me quello che dice Salomone: quando l'uomo avrà finito, allora comincerà; quando riposerà, sarà affaticato».
Ivi cominciarono i suoi guai.
Avvolto in una cospirazione, fu come reo di maestà condotto nelle prigioni di Napoli.
Chiarito innocente di un'accusa, se ne suscitava un'altra, perchè «gl'iniqui non cercavano il delitto, ma farmi comparir delinquente».
- Come sai tu le lettere, se non le imparasti mai? Forse hai addosso il demonio.
- «Ma io - rispose il prigioniero - ho consumato più d'olio che voi di vino.» - Lo si fece autore del libro De tribus impostoribus, Mose, Christo et Mahumed, stampato trent'anni prima ch'ei nascesse.
Fu detto che voleva fondar la repubblica con l'aiuto de' turchi, e che era un eretico, e aveva dottrina pericolosa, e non credeva a Dio.
Invano scrisse Della monarchia, e l'Ateismo vinto, e la Disputa antiluterana.
Fu condannato da Roma e da Spagna, ribelle ed eretico, e tenuto in prigione ventisette anni, sottoposto alla tortura sette volte.
«Mi fur rotte le vene e le arterie; e il cruciato dell'eculeo mi lacerò le ossa..., e la terra bevve dieci libbre del mio sangue...: risanato dopo sei mesi, in una fossa fui seppellito, ove non è nè luce, nè aria, ma fetore e umidità e notte e freddo perpetuo.
»
Dopo dodici anni di tali martìri fa questo triste inventario de' suoi mali:
Sei e sei anni che in pena dispenso
l'afflizion d'ogni senso,
le membra sette volte tormentate,
le bestemmie e le favole de' sciocchi,
il sol negato agli occhi,
i nervi stratti, l'ossa scontinuate,
le polpe lacerate,
i guai dove mi corco,
li ferri, il sangue sparso e il timor crudo
e il cibo poco e sporco.
Fra tanti tormenti scriveva, scriveva sempre, versi e prose.
I tempi si facevano più scuri.
Copernico era uomo piissimo, chiuso ne' suoi studi matematici; era un matematico, non un filosofo, dicea Bruno, che di quel sistema avea saputo fare un così terribile uso col suo ingegno libero e speculativo.
Il sistema era presentato come una pura ipotesi e spiegazione de' fenomeni celesti e naturali, e i filosofi avevano sempre cura di aggiungere: «salva la fede».
Così il libro di Copernico, dedicato a Paolo terzo, fu tenuto innocuo per ottanta anni.
Ma la sua dottrina si diffondeva celeremente, propugnata da Bruno, da Campanella, da Galileo e da Cartesio, che si preparava a farne una dimostrazione matematica.
Il libro di Copernico parve allora cosa eretica, e fu condannato, essendo cosa più facile scomunicare che confutare.
Cartesio pose a dormire la sua dimostrazione.
Il povero Galileo, processato e torturato, dovette confessare che «Terra stat et in aeternum stabit», ancorchè la sua coscienza rispondesse: - Eppur si muove.
- E la sua scrittura sulla mobilità della terra mandò al Granduca con queste parole, ritratto de' tempi:
«Perchè io so quanto convenga obbedire e credere alle determinazioni de' superiori, come quelli che sono scorti da più alte cognizioni, alle quali la bassezza del mio ingegno per se stesso non arriva, reputo questa presente scrittura che gli mando, come quella che è fondata sulla mobilità della terra, ovvero che è uno degli argomenti che io produceva in sostegno di essa mobilità, la reputo, dico, come una poesia, ovvero un sogno, e per tale la riceva l'Altezza Vostra.»
Altrove la chiama una «chimera», un «capriccio matematico», e nasconde la verità, come fosse un delitto o una vergogna.
Di quest'accusa e di questo processo giunse notizia a Tommaso Campanella, e fra' tormenti del carcere scrisse l'apologia di Galileo.
Galileo fu lasciato vivere solitario in Arcetri, già rifugio del Guicciardini, dove i dispiaceri e le malattie prima gli tolsero la vista e poi la vita.
Morì nel 1642, l'anno stesso che nacque Newton.
L'anno dopo Torricelli, suo allievo, trovava il barometro.
Tre anni prima moriva Campanella in Francia dov'erasi rifuggito, e dove potè pubblicare la sua filosofia.
A Galileo chiusero gli occhi i discepoli.
Le sue scoperte ed osservazioni diedero un impulso straordinario alle scienze, e formarono attorno a lui una scuola di filosofi naturali, Castelli, Cavalieri, Torricelli, Borelli, Viviani, illustri non solo per valore scientifico, ma per bontà di scrivere.
Veniva il mondo, di cui erano stati precursori incompresi e perseguitati Alberto Magno e Ruggiero Bacone: Galileo ripigliava la bandiera con miglior fortuna.
E l'Italia, maestra di Europa nelle lettere e nelle arti, aveva ancora il primato nelle scienze positive, o, come dicevasi, nella «filosofia naturale».
Qui venivano ad imparare gli stranieri; qui Copernico imparava il moto della terra, e qui imparava Harvey la circolazione del sangue.
Qui sorgeva l'accademia del Cimento, dove «provando e riprovando» si studiava la natura.
Geografia, astronomia, anatomia, medicina, botanica, ottica, meccanica, geometria, algebra ebbero qui i loro primi cultori e propagatori.
Tra gli scrittori giova mentovare Francesco Redi, in cui fa la sua ultima comparsa il toscano, già finito e chiuso in sè, e Lorenzo Magalotti, di una limpidezza già vicina alla forma moderna.
Altro fu il fato del Campanella.
Come Bruno, è un naturalista, e crede che la filosofia non si possa fondare che su' fatti.
Onde Galileo tirava questa conseguenza, che dunque bisognava prima studiare i fatti.
In tanta scarsezza di fatti naturali, morali, sociali ed economici, in tante lacune delle scienze positive filosofare significava foggiarsi un mondo a modo degli antichi filosofi greci, con l'immaginazione divinatrice, ed avere per risultato l'ipotetico e il probabile, anzi che il certo e il vero.
Questo, pensava Galileo, non è scienza.
Pure è chiaro che una certa idea del mondo l'avevano anche i filosofi naturali, e che quel medesimo porre le fondamenta della scienza sull'osservazione, e tagliarne fuori le credenze e le fantasie, era già mettere in vista un mondo metafisico tutto nuovo, il naturalismo, la natura fatta centro di gravità dello scibile a spese del Dio astratto, o, per parlare secondo quei tempi, Dio fatto visibile e conoscibile nella natura, un Dio intimo e vivo.
Questo era il significato stesso di quel movimento che tirava gli spiriti dalle astrazioni scolastiche alla investigazione de' fatti naturali; e Bruno e Campanella non fecero che dare a quel movimento la sua coscienza metafisica e fondarvi sopra tutta una filosofia.
Se necessario fu Galileo, non fu meno necessario Bruno e Campanella.
Un nuovo mondo si formava, una nuova filosofia era in vista all'orizzonte con lineamenti abbozzati appena e vacillanti.
Era quella sintesi poetica e provvisoria, preludio della scienza, il presentimento e la divinazione dell'ultima sintesi, risultato di una lunga analisi, e corona della scienza.
Quella prima sintesi te la dànno Bruno e Campanella, appassionatissimi degli antichi filosofi greci, a cui rassomigliavano.
È una sintesi inorganica e contraddittoria.
E la contraddizione è ancora più accentuata in Campanella che in Bruno.
Trovi in lui scienze occulte e scienze positive, soprannaturale e naturale, medio evo e Rinascimento, tradizione e ribellione, assolutismo e libertà, cattolicismo e razionalismo, e mentre combatte, come Bruno, le credenze e le fantasie, nessuno più di lui dommatizza e fantastica.
Pongono in opera tutto quel materiale che hanno innanzi, mancando ancora quel lavoro di eliminazione e di analisi, senza il quale è impossibile la composizione.
Hanno fede nell'ingegno, e si mettono all'opera con l'ardore di una speciale vocazione, si sentono attirati da una forza fatale verso quelle alte regioni, verso l'infinito o il divino, a rischio di perdervisi.
Ciò che ispira a Bruno, o all'anonimo autore, questo sublime sonetto:
Poi che spiegate ho l'ali al bel desio
quanto più sott'il piè l'aria mi scorgo
più le veloci penne all'aria porgo,
e spregio il mondo e verso il ciel m'invio.
Nè del figliuol di Dedalo il fin rio
fa che giù pieghi, anzi via più risorgo:
ch'i' cadrò morto a terra, ben mi accorgo;
ma qual vita pareggia al viver mio?
La voce del mio cor per l'aria sento:
- Ove mi porti, temerario? China,
chè raro è senza duol troppo ardimento.
- Non temer - rispond'io - l'alta ruina:
fendi sicur le nubi, e muor' contento,
se il ciel si illustre morte ne destina.
-
Anche Campanella è poeta, e si sente la stessa vocazione.
Si chiama «luce tra l'universale ignoranza», «fabbro di un mondo nuovo», «Prometeo che rapisce il fuoco sacro a Giove»:
Con vanni in terra oppressi al ciel men' volo
in mesta carne d'animo giocondo;
e se talor m'abbassa il grave pondo,
l'ale pur m'alzan sopra il duro suolo.
Campanella avea vivo il sentimento di un mondo nuovo che si andava formando, e ci vedea in fondo, ultimo termine, una rediviva età dell'oro, l'attuazione del divino sulla terra, il regno di Dio, invocato nel «paternostro», quel mondo della pace e della giustizia appresso al quale sospirava Dante e molti nobili intelletti Bruno rimane nelle generalità metafisiche.
Campanella abbraccia l'universo nelle sue più varie apparizioni, e ti delinea tutto quel mondo ideale, di cui spera l'effettuazione.
Nel suo sistema trovi complicati e combinati senza intima fusione tutti gl'indirizzi percorsi dalla moderna filosofia.
Il punto di partenza è la coscienza di sè, «io, che penso, sono», divenuto la base del sistema cartesiano.
Questa è la sola cognizione innata, occulta: tutto il resto è cognizione acquisita per mezzo de' sensi.
Qui si sviluppa il sensismo di Telesio non solo come metodo, ma come contenuto.
Tutte le cose sono animate; il mondo stesso è «animal grande e perfetto».
In ciascuna cosa è la divina Trinità, i tre princìpi o «primalità», com'egli dice, potenza, sapienza e amore.
Ciascuna cosa che è, può essere: ama il suo essere, e lo ama perchè lo conosce, ne ha una certa notizia.
Perciò tutte le cose hanno senso.
Lo spirito stesso è carne.
L'animale pensa come l'uomo; ha fino la facoltà dell'universale.
Ci si vede in germe Locke e tutto il sensismo moderno.
Ma ci è una facoltà propria dell'uomo, e negata all'animale, il sentimento religioso.
Perciò, quando il corpo è formato, vi entra l'anima, che esce «fanciulla dalle mani di Dio», come dice Dante.
L'anima è la facoltà del divino, o, come si direbbe oggi, dell'assoluto.
Ella ti dà la contemplazione di Dio.
Non è ragione o dialettica questa facoltà dell'assoluto, e nemmeno discorso o processo intellettivo (ciò che entra nella mente o visione di Bruno) ma è intuito, estasi, fede, un ponte fatto alla rivelazione e alla teologia, uno studio di conciliazione tra il medio evo e il mondo moderno.
Qui vedi spuntare la moderna filosofia dell'assoluto nel suo doppio indirizzo, razionalista e neocattolico.
Tutte le idee e tutti gl'indirizzi, che anche oggi agitano le coscienze, fermentano nel suo cervello.
Come Bruno, Campanella non ha il senso del reale e del naturale; e neppure ha il senso psicologico, ancorchè parli spesso di coscienza e di esperienza, e le faccia basi del suo filosofare.
Aveva al contrario quella seconda vista propria degli uomini superiori, facoltà da lui non scrutata, non compresa e non disciplinata, ch'egli confonde con l'estasi e col puro intuito, e che lo gitta in braccio alla teologia, al soprannaturale e alle scienze occulte.
Cerca una conciliazione tra' due uomini che pugnavano in lui, l'uomo di Telesio e l'uomo di san Tommaso, e vi logora le sue forze, senza riuscire ad altro che a mettere in maggior lume la contraddizione.
Perciò il suo metodo rimane scolastico, cumulo di argomenti astratti, e la sua filosofia partendo da Telesio riesce a san Tommaso.
Attendendo da Galileo la costruzione del mondo, provvisoriamente crede all'astrologia e alla magia, e oggi gli spiritisti e i magnetisti lo chiamano loro precursore.
Nelle applicazioni hai lo stesso uomo.
Il mondo è atto della volontà di Dio: atto conforme al disegno o all'idea del mondo preordinato nella sua mente, perciò conforme alla ragione.
Dio dunque governa il mondo, e per esso il papa che lo rappresenta in terra, e il cui braccio è l'imperatore.
Qui siamo con san Tommaso nel più puro medio evo, ancora più indietro di Dante e di Machiavelli, perchè l'elemento laico è sottoposto all'ecclesiastico.
E si concepisce come il nostro filosofo se la prenda fra tutti col Machiavelli, uomo «senz'alcuna specie di scienza e di filosofia, semplice storico o empirico», che voleva fare della religione uno strumento dello Stato.
Ma Campanella non si accorge ch'egli è più Machiavelli del Machiavelli, perchè nessuno ha spinto così avanti l'annichilamento dell'individuo e l'onnipotenza dello Stato nella sua doppia forma, ecclesiastica e laica.
In quel tempo che la monarchia assoluta si sviluppava nella Spagna e nella Francia col favore e l'appoggio del papato, egli era la voce dell'assolutismo europeo, e ci mettea una sola condizione: che quell'assolutismo fosse il potere esecutivo del papa, il braccio del papato.
Hai il vecchio quadro del medio evo, con tinte ancora più decise.
Egli dice a Filippo: - I re sieno tuoi sudditi, e la terra sia tua, a patto che tu sii veramente «il cattolico», primo suddito della Chiesa.
- Questa è la carta di alleanza fra il trono e l'altare.
L'Italia ha perduto l'imperio del mondo, nè ci si può più pensare, perchè il passato non torna più; ma l'Italia si consolerà, perchè ha nel suo seno il papato, e per esso dominerà ancora il mondo.
Che cosa è l'individuo in questo sistema? Nulla.
Egli ha doveri, non ha dritti.
Non ha il dritto di scegliersi la sua donna, di crearsi la sua proprietà, di educare ed istruire la sua prole, di mangiare, di dormire, di vivere a suo gusto, di esaminare, discutere, accettare o rigettare: non può dire: - Questo è mio -; e non può dire: - No.
- Il dritto è nella società, e per essa nel papa e nell'imperatore.
Hai per risultato il comunismo, l'assolutismo della società e l'ubbidienza passiva dell'individuo.
Il comunismo è in fondo a tutte queste teorie di monarchia universale e assoluta, di dritto divino, e Campanella va sino in fondo.
Il che sempre avviene quando l'unità è posta fuori dell'umanità in una volontà a lei estrinseca, e quando l'unità rimane astratta, e tiene non in sè, ma dirimpetto a sè il vario e il molteplice.
In questa unità va a naufragare ogni particolare, l'individuo, la famiglia, la nazione.
Or questa è la filosofia sua, questa è la sua «città del sole», la sua rediviva età dell'oro.
Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo.
Perchè Campanella è un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perchè la ragione governa il mondo.
Dio è il Senno eterno; il sovrano dee essere anche lui il sapientissimo di tutti.
Non è re chi regge, ma chi più sa.
Il vero sovrano è la scienza.
E l'obbiettivo della scienza è il progresso e il miglioramento dell'uomo.
Si maraviglia come si studi a migliorare la razza cavallina o bovina, e si lasci al caso e al capriccio individuale la razza umana.
Egli ha fede nel miglioramento non solo morale, ma fisico dell'uomo, per mezzo della scienza, applicata da un governo intelligente e paterno.
E suggerisce provvedimenti sociali, politici, etici, economici, che sono un primo schizzo di scienza sociale nelle sue varie diramazioni ancora confuse, guidato da una rettitudine e buon senso naturale, con uno sguardo delle cose non nella loro degenerazione, «come fecero Aristotile e Machiavelli», ma nella loro origine e purezza natia, «come fecero Platone e gli stoici».
E balzan fuori idee, utopie, ipotesi, speranze, aforismi, che sono in parte veri presentimenti e divinazioni del mondo nuovo.
Con tante novità in capo, la società in mezzo a cui si trovava non gli dovea parere una bella cosa.
Accetta le istituzioni, ma a patto che le si trasformino e diventino istrumento di rigenerazione.
Vuole un papato ed un monarcato progressista; ed è chiaro che a Filippo di Spagna poco garbasse trar di prigione un così pericoloso alleato, un nuovo marchese di Posa.
Accanto alla sua ricostruzione ci è dunque un elemento negativo, una critica della società, com'era costituita.
Il suo punto di mira sono sofisti, ipocriti e tiranni, come contraffattori e falsificatori delle tre primalità, sapienza, amore e potenza, «di tre dive eminenze falsatori»:
Io nacqui a debellar tre mali estremi,
tirannide, sofismi, ipocrisia...
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d'ignoranza, radice e fomento hanno:
dunque a diveller l'ignoranza io vegno.
Dal qual concetto nasce un magnifico sonetto sulla storia del mondo, foggiata dall'amor proprio:
Credulo il proprio amor fe' l'uom pensare
non aver gli elementi nè le stelle
(benchè fusser di noi più forti e belle)
senso ed amor, ma sol per noi girare:
poi tutte genti barbare ed ignare,
fuor che la nostra, e Dio non mirar quelle:
poi il restringemmo a que' di nostre celle;
sè solo alfine ognun venne ad amare,
e per non travagliarsi il saper schiva;
poi visto il mondo a' suoi voti diverso,
nega la provvidenza, o che Dio viva.
Qui stima senno le astuzie: e perverso,
per dominar fa nuovi dèi, poi arriva
a predicarsi autor dell'universo.
Se tutt'i mali sono frutto dell'ignoranza, si comprende il suo entusiasmo per la scienza e per la sua missione.
Il savio è invitto, perchè vince, anche se tu l'uccidi:
S'e' vive, perdi, e s'ei muore, esce un lampo
di deità dal corpo per te scisso,
che le tenebre tue non han più scampo.
I guai più spandono suo nome e gloria, e ucciso è adorato per santo; nè è sventura eh'ei sia nato di vil progenie e patria, perchè illustra egli le sue sorti.
Più è calpesto, e più s'innalza:
E il fuoco più soffiato, più s'accende:
poi vola in alto e di stelle s'infiora.
La sua vita è antica quanto il mondo:
Ben seimila anni in tutto 'l mondo io vissi:
fede ne fan le istorie delle genti,
ch'io manifesto agli uomini presenti
co' libri filosofici ch'io scrissi.
Il mondo è un teatro, dove le anime mascherate de' corpi
di scena in scena van, di coro in coro,
si veston di letizia e di martoro,
dal comico fatal libro ordinate.
In questa commedia universale l'uomo spesso segue più il caso che la ragione:
chè gli empi spesso fur canonizzati,
gli santi uccisi, ed i peggior tra noi
principi finti contro i veri armati.
Principi veri sono i savi:
Neron fu re per sorte in apparenza,
Socrate per natura in veritate...
Non nasce l'uom con la corona in testa,
come il re delle bestie...
E se non fossero i savi, che sarebbe il mondo?
Se a' lupi i savi, che 'l mondo riprende,
fosser d'accordo, e' tutto bestia fòra.
La vera nobiltà nasce non dal sangue e non dalla ricchezza:
In noi dal senno e dal valor riceve
esser la nobiltade, e frutta e cresce
col bene oprare...
Il savio è re, è nobile; il savio è libero.
La plebe è serva per la sua ignoranza:
Il popolo è una bestia varia e grossa
che ignora le sue forze...
Tutto è suo, quanto sta fra cielo e terra:
ma nol conosce; e se qualche persona
di ciò l'avvisa, e' l'uccide ed atterra.
Quest'apoteosi della scienza è congiunta con un vivo sentimento del divino, anzi la scienza non è che il divino, il senno eterno, che comunica alla natura i suoi attributi o primalità, la potenza, la sapienza e la bontà, della quale segno esteriore è la bellezza.
Tale era la natura nell'età dell'oro, e tale ritornerà:
Se fu nel mondo l'aurea età felice,
ben essere potrà più ch'una volta;
chè si ravviva ogni cosa sepolta,
tornando il giro ov'ebbe la radice...
Se in fatti di mio e tuo sia il mondo privo
nell'util, nel giocondo e nell'onesto,
cangiarsi in paradiso il veggo e scrivo;
e 'l cieco amore in occhiuto e modesto,
l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,
e 'n fratellanza l'imperio funesto.
Base dell'età dell'oro è la fratellanza e uguaglianza umana, l'amor comune sostituito all'amor proprio:
...
chi all'amor del comun Padre ascende,
tutti gli uomini stima per fratelli,
e con Dio di lor beni gioia prende.
Buon Francesco, che i pesci anche e gli uccelli
«frati appelli»; oh beato chi ciò intende!
È ciò che direbbesi oggi «democrazia cristiana», un ritorno alla Chiesa primitiva di Lino e di Callisto, a' puri tempi evangelici, vagheggiati da Dante e da Campanella, quando si mangiava in carità, e non ci era ricco nè povero, non mio e tuo.
Avvezzo a guardare le cose nella loro origine e non nella loro degenerazione, il sogno di Campanella è che il mondo «nel suo giro torni là ov'ebbe radice».
Il progresso è la ristaurazione del buon tempo antico.
Bruno spregia l'età dell'oro, stato d'innocenza, alla quale contrappone la virtù.
Innocenza è ignoranza, virtù è sapienza.
Ed è sapienza non infusa e comunicata dal di fuori, ma prodotto della libera attività individuale.
In questo sistema la libertà è sostanziale; l'ideale è il progresso per mezzo della libertà.
In questi due grandi italiani spuntano già le due vie dello spirito moderno, vedi il razionalista e il neocattolico.
L'uno volge le spalle al passato, l'altro cerca di trasformarlo e farsene leva per il progresso
Attendendo l'età dell'oro, Campanella vede il mondo nella sua degenerazione, grazie a' tiranni, a' sofisti e agl'ipocriti.
Tra' sofisti pone i poeti, seminatori di menzogne:
In superbia il valor, la santitate
passò in ipocrisia, le gentilezze
in cerimonie, e 'l senno in sottigliezze,
l'amor in zelo, e 'n liscio la beltate,
mercè vostra, poeti, che cantate
finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze,
non le virtù, gli arcani e le grandezze
di Dio, come facea la prisca etate.
Altrove li rampogna che, in luogo di cantare Colombo e gli alti fatti moderni, stieno impaludati nelle favole antiche.
Nè gli è caro che sciupino l'ingegno in argomenti futili.
Bellezza è segno del bene: bella ogni cosa è dove serve e quando, e brutta dov'è inutile, o mal serve, e più s'annoia:
Il bianco, che del nero è ognor più bello,
più brutto è nel capello...
pur bello appar, se prudenza rassembra.
Belle in Socrate son le strane membra,
note d'ingegno nuovo; ma in Aglauro
sarian laide: e negli occhi il color giallo,
di morbo indicio, e brutto, è bel nell'auro,
ch'ivi dinota finezza, e non fallo.
Ci s'intravvede la nuova critica, che richiama gli spiriti dalle forme alle sostanze, dalle parole alle cose, dal di fuori al di dentro.
Di che esempio è lui stesso, che scrive cose nuove e alte nel più assoluto disprezzo della forma.
La sua poesia nervosa, rilevata, succosa, e insieme rozza e aspra, è l'antitesi di quella letteratura vuota, sofistica, e leziosa, venuta su col Marino.
Campanella scrisse infiniti volumi, e de omnibus rebus.
Nessuna parte dello scibile gli è ignota, scienze occulte e naturali, teologia, metafisica, astronomia, fisica, fisiologia.
È un primo schizzo di enciclopedia, un primo albero della scienza.
Dovunque fissa lo sguardo, vede o intravede cose nuove.
Notabile è soprattutto l'interesse che prende per l'educazione e il benessere del popolo.
La scienza fino allora è stata aristocratica, religiosa e politica, rimasta nelle alte cime, più intenta al meccanismo sociale che al miglioramento dell'uomo.
In lui si vede accentuata questa tendenza, che i mutamenti politici sono vani, se non hanno per base l'istruzione e la felicità delle classi più numerose.
A questo scopo si riferiscono i suoi più bei concetti: la riforma delle imposte, sì che non gravassero principalmente sugli artigiani e i villani, toccando appena i cittadini o borghesi, e niente i nobili; l'imposta sul lusso e su' piaceri; i ricoveri per gli invalidi; gli asili per le figliuole de' soldati; i prestiti gratuiti a' poveri sopra pegni, le banche popolari, gli impieghi accessibili a tutti, un codice uniforme, l'uniformità delle monete, l'incoraggiamento delle industrie nazionali, «più proficue che le miniere».
Lasciare le discussioni astratte, le sottigliezze teologiche, malattia del tempo, e volgersi alla storia, alla geografia, allo studio del reale per migliorare le condizioni sociali, questa è l'ultima parola di Campanella.
La prima opera del filosofo, egli dice, è comporre la storia de' fatti.
Ci è già la nuova società che si andava formando sulle rovine del regime feudale.
Ci è tutto un rinnovamento sociale, accompagnato, quanto a' suoi procedimenti, da questo motto profondo: che i moti umani durevoli «son fatti prima dalla lingua e poi dalla spada»; o, in altri termini, che la forza non può fondare niente di durevole, quando non sia preceduta e accompagnata dal pensiero.
Ugual soffio spirava da Venezia.
Centro già di lettere e di coltura con Pietro Bembo, ora diveniva il centro italiano del libero pensiero.
Celebre era la scuola materialista di Padova.
La stessa indipendenza si sviluppava in materia politica.
Di là all'Italia serva giungevano i liberi accenti di Paolo Paruta.
Dal Machiavelli in poi pullulavano scritti politici sotto i nomi di Tesoro politico, Principe regnante, Segretario, Chiave del gabinetto, Ambasciatore, Ragion di Stato, guazzabuglio di luoghi comuni e di erudizione indigesta.
I fatti più tristi vi sono giustificati, la notte di san Bartolomeo e le stragi del duca d'Alba.
Il che non toglie che tutti non se la prendano col Machiavelli, accusandolo e insieme rubandogli i concetti.
Fra gli altri è degno di nota il Botero nella sua Ragion di Stato, dove combatte il Machiavelli, e segue i suoi precetti, applicandoli contro i novatori e gli eretici.
Quel libro è il codice de' conservatori.
A lui sembra che tutto sta benissimo come sta, e che non rimane che a prender guardia contro le novità: «bonum est sic esse».
Nacque nel 1540, lo stesso anno che nasceva Paolo Paruta, il più vicino di spirito e di senno a Nicolò Machiavelli.
Mentre l'Italia sonnacchiava tra l'assolutismo papale e spagnuolo, e si fondavano in Europa le monarchie assolute, lo storico veneto scriveva che «tolta la libertà, ogni altro bene è per nulla, anzi la stessa virtù si rimane oziosa e di poco pregio»; che il vero monarca è la legge; e che «chi commette il governo della città alla legge, lo raccomanda ad un Dio; chi lo dà in mano all'uomo, lo lascia in potere di una fiera bestia».
«Nascere e vivere in città libera», è per lui l'ideale della felicità.
Ne' suoi Discorsi politici trovi il successore di Machiavelli e il precursore di Montesquieu, il senso pratico veneziano e l'acume fiorentino.
Il sentimento politico era in lui contrastato dal sentimento religioso.
Il dispotismo papale e spagnuolo, base della restaurazione cattolica, parevagli minaccioso alla libertà veneziana, e non guardava senza speranza nel moto germanico, dove gli pareva di trovare il contrappeso.
La contraddizione era più profonda nella sua intelligenza, dove ragione e fede contendevano senza possibilità di conciliazione.
Nel suo Soliloquio s'intravedono quegli strazi interiori, che amareggiarono ancora i primi anni del Tasso.
La qual contraddizione non risoluta lo tiene in una certa mezzanità di spirito, e gli toglie quella fisonomia di originalità e di sicurezza, propria degli uomini nuovi.
Non altre erano le condizioni morali dello spirito veneto in quel tempo di transizione.
Erano buoni cattolici, ma gelosi della loro libertà, avversi alla Curia e soprattutto a' gesuiti, già temuti per la loro abile ingerenza nelle faccende politiche, nè erano disposti a tener vangelo tutte le massime della Chiesa, specialmente in fatto di disciplina.
Con queste disposizioni gli animi doveano essere accessibili alle dottrine della Riforma, nè senza speranza i luterani aveano scelto Venezia come loro base di operazione per la diffusione dello scisma in Italia.
Sorsero molti opuscoli e trattati in favore e contro; nè le dispute religiose poterono esser frenate dall'Inquisizione, che in città così difficile procedea mite e rispettiva.
Alle contensioni religiose si mescolavano contenzioni di giurisdizione tra il governo e il papa, per le quali non dubitò Paolo V di fulminare l'interdetto su tutta la città, che sortì un effetto contrario al suo intento, rese ancora più viva e più tenace la lotta.
Il personaggio, intorno a cui si raccoglie tutto questo movimento, è Paolo Sarpi, l'amico di Galileo e di Giambattista Porta, e della stessa scuola.
Teologo, filosofo e canonista sommo, non era meno versato nelle discipline naturali, fisica, astronomia, architettura, geometria, algebra, meccanica, anatomia; a lui si attribuisce la scoperta della circolazione del sangue.
Mescolato nella vita attiva, non specula, come Bruno e Campanella, e non inventa, come il Galileo, ma scende nella lotta tutto armato, e mette le sue cognizioni in servigio del suo patriottismo.
Sceglie le sue armi con la sagacia dell'uomo politico, anzi che con la passione del filosofo e del riformatore; perchè il suo scopo non è puramente filosofico o scientifico, ma è pratico, indirizzato a raggiungere certi effetti.
Mira a interessare nella lotta i principi, come facevano i protestanti, sostenendo la loro indipendenza verso il potere ecclesiastico.
Continuando Dante e Machiavelli, nega al papa ogni potestà su' principi, e vuole al contrario ricondurre i chierici sotto il dritto comune, non altrimenti che semplici cittadini.
Emancipare lo Stato, secolarizzarlo, assicurargli la sua libertà dirimpetto alla corte di Roma, questo era un terreno comune, dove spesso s'incontravano principi e riformatori.
Paolo Sarpi ebbe il buon senso di mantenervisi, con una chiarezza e fermezza di scopo assai rara in scrittore italiano.
D'ingegno sveltissimo e di amplissima coltura, non lascia tralucere delle sue idee se non quello solo che può avere un effetto pratico a quel tempo e in quella società, usando una moderazione di concetti e di forme più terribile che non l'aperta violenza.
Taglia nel vivo con un'aria d'ingenuità e di semplicità, come chi ti faccia una carezza.
Cinque volte si tentò di ammazzarlo; e all'ultima, colpito dal ferro assassino, esclamò: - Conosco lo stile della romana curia.
-
La sua Storia del Concilio di Trento è il lavoro più serio che siasi allora fatto in Italia.
Quel concilio era la base della restaurazione cattolica, o piuttosto reazione, e delle pretese della corte romana.
Vi fu consacrato il potere assoluto del papa e la sua supremazia sul potere laicale.
Ivi aveano radice i diritti giurisdizionali, che curia e gesuiti cercavano di far valere negli Stati, concitando contro di sè non solo i protestanti, ma i principi cattolici.
Era il medio evo rammodernato nella superficie, di apparenze più corrette e meno rozze.
Scrivere la storia di quel concilio, e dimostrare la sua mondanità, cioè a dire i fini, le passioni e gl'interessi mondani, che resero possibili quei decreti, e prevalenti le opinioni estreme e violente, era un attaccare il male nella sua base.
A questa impresa si accinse il Sarpi.
E se la passione politica fosse in lui soprabbondata, tirandolo a violenza d'idee e di espressioni, e a volontarie alterazioni e mutilazioni di fatti, il suo scopo sarebbe mancato.
La sua forza è nella sua moderazione e nella sua sincerità.
Nè questo egli fa solo per sagacia di uomo politico, ma per naturale probità e per serietà di storico e letterato.
La storia nelle sue mani non è solo un istrumento politico: è un sacro ufficio, che egli non sa prostituire alle passioni contemporanee, e al quale si prepara con ogni maniera di studi e d'investigazioni.
E qui è l'interesse di questo libro.
Ha voluto scrivere una storia imparziale con sincerità e gravità di storico, e riesce parzialissimo, perchè l'uomo con le sue passioni, con le sue simpatie e antipatie, co' suoi fini politici, con le sue opinioni traspare da ogni parte e si fa valere.
La parzialità non è volontaria, e non è nella materialità de' fatti, ma è nello spirito nuovo che vi penetra, non solo nella sua generalità dottrinale, ma nelle sue più concrete determinazioni politiche ed etiche.
Non ci è autorità che tenga; Sarpi studia tutto, sente tutti; ma decide lui.
L'autorità legittima è nella sua ragione.
Il suo ideale è la Chiesa primitiva e evangelica, sgombra di ogni temporalità, e non di altro sollecita che d'interessi spirituali.
Condanna soprattutto la gerarchia, «nata di ambizione papale e d'ignoranza de' principi».
Nè per questo fra Paolo si crede men cattolico del papa, anzi è lui che vuole una vera restaurazione cattolica, riconducendo la religione nella prisca sincerità e bontà, e rendendo possibile quella conciliazione fra tutte le confessioni, che dovea essere procurata, e fu impedita dal Concilio.
Perciò chiama il Concilio l'«Iliade del secolo» per i mali effetti che ne uscirono, e la sua opera giudica non una riforma, ma una «difformazione».
Qual era la riforma da lui desiderata, traspare da' concetti che attribuisce a quel buon papa di Adriano sesto, «uomo germano, e pertanto sincero, che non trattava con arti e per fini occulti», il quale confessava il male esser nato dagli abusi e dalle usurpazioni della monarchia romana, e prometteva piena riforma, «quando anche avesse dovuto ridursi senza alcun dominio temporale, e anco alla vita apostolica».
Grande è in questo libro l'armonia tra il contenuto e la forma.
Il concetto fondamentale del contenuto è questo, che come la verità è nella sostanza delle cose, non nei loro accidenti e apparenze, così la religione ha la sua essenza nella bontà delle opere, e non nella osservanza delle forme o nelle concessioni e grazie pontificie, e parimente non è la diligente narrazione de' peccati, ma il proposito di mutar vita, che assicura efficacia alla confessione.
Questo è lo stesso concetto dello spirito nuovo, che, già adulto, dalla moltiplicità delle forme e degli accidenti saliva all'unità e alla sostanza delle cose.
È lo spirito che animava Machiavelli, Bruno, Campanella e Galileo e Sarpi, e che in questa Storia penetra anche nella forma letteraria.
Perchè qui la forma non è niente per sè, e non è altro che la cosa stessa, liberata da ogni elemento fantastico e rettorico, è il positivo e il reale, proprio l'opposto della letteratura in voga.
Il Pallavicino, che per commissione della Curia scrisse una storia del Concilio in confutazione di questa, dice: «Il fuoco delle ribellioni non si smorza se non o col gielo del terrore o con la pioggia del sangue».
Dice cosa gravissima con lo spirito distratto dalla forma, cercando metafore.
Qui la forma non è espressione, ma ostacolo; nè da questi lisci può venire la grave impressione che pur dee fare sullo spirito un pensiero così feroce, base dell'Inquisizione.
Sarpi fa dire il medesimo a papa Adriano; nella forma vi penetra una energia e una precisione di colorito, che ti rende la cosa nella sua crudeltà e insieme nella sua ragionevolezza.
Ci è la cosa come sentimento e come idea.
«Se non potranno con le dolcezze - dice Adriano a' principi tedeschi - ridur Martino e i suoi seguaci nella dritta via, vengano a' rimedi aspri e di fuoco, per risecare dal corpo i membri morti.»
Si vede nel Pallavicino la vanità della forma nella indifferenza del contenuto; si vede nel Sarpi l'importanza del contenuto nella indifferenza della forma, una forma che è il contenuto stesso nel suo significato e nella sua impressione.
Trovi in lui una elevatezza d'ingegno, che gli fa spregiare i lenocini e gli artifizi letterari, una viva preoccupazione delle cose, una chiarezza intellettiva accompagnata con un vigore straordinario d'analisi, e quel senso della misura e del reale che lo tien sempre nel vivo e nel vero.
Aggiungi l'assoluta padronanza della materia, la conoscenza de' più intimi secreti del cuore umano, la chiara intuizione del suo secolo e della società in mezzo a cui viveva ne' suoi umori, nelle sue tendenze e ne' suoi interessi, e si può comprendere come sia venuta fuori una prosa così seria e così positiva.
L'attenzione volta al di dentro, e non curante della superficie, ti forma un'ossatura solida, una viva logica, maravigliosa per precisione e rilievo, ma scabra e ruvida.
Manca a questa prosa quell'ultima finitezza, che viene dalla grazia, dalla eleganza, dalle qualità musicali.
È il difetto della sua qualità più spiccato in lui, non toscano e con l'orecchio educato più alla gravità latina che alla sveltezza del dialetto natio.
Machiavelli, Bruno, Campanella, Galileo, Sarpi non erano esseri solitari.
Erano il risultato de' tempi nuovi, gli astri maggiori, intorno a cui si movevano schiere di uomini liberi, animati dallo stesso spirito.
Cosa volevano? Cercare l'essere dietro il parere, come dicea Machiavelli; cercare lo spirito attraverso alle forme, come dicea la Riforma; cercare il reale e il positivo, e non ne' libri, ma nello studio diretto delle cose, come dicea Galileo; o, come diceano Bruno e Campanella, cercare l'uno attraverso il molteplice, cercare il divino nella natura.
Sono formole diverse di uno stesso concetto.
Riformati e filosofi nelle loro tendenze s'incontravano su di un terreno comune.
Camminavano con disugual passo; molti erano innanzi troppo; altri restavano a mezza via; ma per tutti la via era quella.
Volevano squarciar le forme addensate dalla superstizione e dalla fantasia e fatte venerabili, e guardare le cose svelate nella loro sostanza o realtà, guardarle col proprio sguardo, col lume naturale.
La lotta contro Aristotile e gli scolastici, contro le forme e le dottrine ecclesiastiche, contro le «intrusioni umane» nella Chiesa, contro i simboli, le fantasie, i dogmi, il soprannaturale, era il lato negativo di questo movimento.
Lato positivo era il reale, come metodo e come contenuto: l'uomo e la natura studiati direttamente dall'intelletto, prendendo per base l'esperienza e l'osservazione.
Paolo Sarpi trasportava la lotta dalle generalità filosofiche in mezzo agl'interessi, dove potea aver favorevoli i principi e i popoli: perciò fu più temuto, ed ebbe più influenza.
Se la ristaurazione cattolica fosse stata vera e ragionevole restaurazione, cioè a dire conciliazione, come volea il Sarpi, e come fantasticava il Campanella, si sarebbe assimilato il nuovo in ciò che era pratico e compatibile.
Ma la storia non si fa co' «se», nè col senno di poi.
Il movimento era ancora nella sua forma istintiva, nel suo stato violento e contraddittorio.
D'altra parte la Chiesa più che da sentimenti e convinzioni religiose era mossa da interessi mondani e da passioni politiche.
Perciò la restaurazione si chiarì un'aperta reazione.
Nessuno di queste condizioni morbose ha avuto una intelligenza più chiara che Paolo Sarpi.
Ecco alcuni brani delle sue pitture:
«Le pene canoniche erano andate in disuso, perchè, mancato il fervore antico, non si potevano più sopportare...
Il presente secolo non era simile a' passati, ne' quali tutte le deliberazioni della Chiesa erano ricevute senza pensarci più oltre, là dove nel presente ognuno vuol farsi giudice ed esaminar le ragioni...
Il rimedio è appropriato al male, ma supera le forze del corpo infermo, ed in luogo di guarirlo sarebbe per condurlo a morte e pensando di riacquistar la Germania, farebbe perdere l'Italia, ed alienare quella maggiormente.»
Così parlava il cardinale Pucci, per dissuadere Adriano sesto, che voleva a forza di pene canoniche sradicare le idee nuove, e ricondurre
«l'aureo secolo della Chiesa primitiva, nel quale i prelati avevano assoluto governo sopra i fedeli, non per altro se non perchè erano tenuti in continuo esercizio colle penitenze; dove ne' tempi che corrono, fatti oziosi, vogliono scuotersi dall'ubbidienza».
Del qual parere era anche il cardinale fra Tommaso da Gaeta, a cui il Sarpi fa dire:
«Il popolo germanico, che sepolto nell'ozio presta orecchio a Martino che predica la libertà cristiana, se fosse con penitenze tenuto in freno, non penserebbe a questa novità.»
Oltre a questo rimedio delle penitenze, il buono Adriano voleva una seria riforma, quando anche dovesse lasciare il potere temporale.
Ma contro gli ragiona il cardinale Soderino in questo modo:
«Non esservi speranza di confondere ed estirpare i luterani colla correzione de' costumi della Corte; anzi questo essere un mezzo di aumentare a loro molto più il credito.
Imperocchè la plebe, che sempre giudica dagli eventi, quando per l'emenda seguita resterà certificata che con ragione il governo pontificio era ripreso in qualche parte, si persuaderà facilmente che anco le altre novità proposte abbiano buoni fondamenti...
In tutte le cose umane avviene che il ricevere soddisfazione in alcune richieste dà pretensione di procacciarne altre e di stimare che sieno dovute.
Nissuna cosa far perire un governo maggiormente che il mutare i modi di reggerlo; l'aprire vie nuove e non usate essere un esporsi a gravi pericoli, e sicurissima cosa essere camminare per li vestigi de' santi pontefici.
Nissuno avere mai estinto l'eresie con le riforme, ma con le crociate e con eccitare i prencipi e popoli all'estirpazione di quelle.»
Quel bravo cardinale ammette che ci è del cattivo; ma non bisogna toccarvi, per non dar ragione agli avversari.
E all'ultimo riserba il più prezioso, la ragione più efficace:
«Nissuna riforma potersi fare, la quale non diminuisca notabilmente l'entrate ecclesiastiche; le quali avendo quattro fonti, uno temporale, le rendite dello Stato ecclesiastico, gli altri spirituali, le indulgenze, le dispense e la collazione de' beneficii, non si può otturare alcuno di questi che le entrate non restino troncate in un quarto.»
Adriano conchiuse che farebbe le riforme passo a passo: il qual sistema moderato non piacque a' tedeschi, i quali rispondevano motteggiando che da un passo all'altro sarebbe corso un secolo.
Si può immaginare quale impressione dovessero fare su' contemporanei queste rivelazioni di Paolo Sarpi, che metteva in tanta evidenza i motivi mondani e politici della ristaurazione cattolica.
La quale, essendo aperta reazione, fondavasi sopra idee e tendenze affatto opposte alle altre.
Questi proclamavano l'indipendenza e la forza della ragione, quelli la sua incompetenza e la sua debolezza.
Questi celebravano la coltura e la scienza, quelli stavano con la pura fede, co' poveri di spirito e con i semplici di cuore.
Gli uni si fondavano sull'esperienza e sull'osservazione; gli altri sulla rivelazione e sull'autorità di Aristotile, degli scolastici, de' santi Padri e de' dottori.
Gli uni facevano centro de' loro studi la natura e l'uomo; gli altri sottilizzavano sugli attributi di Dio, sulla predestinazione e sulla grazia.
Gli uni volevano togliere alla Chiesa ogni temporalità, e semplicizzare le forme ed il culto; gli altri volevano mantenere inviolate tutte le forme, anche le assurde e le grottesche, e non che rinunziare al temporale, ma volevano dilatare la loro ingerenza e il loro dominio, prendendo a base il potere assoluto del papa e la sua supremazia anche nelle cose temporali.
Fin d'allora valse il motto: «Aut sint ut sunt, aut non sint»; o vivere così, o morire.
Questa reazione così cieca sarebbe durata poco, se non fosse stata sorretta dalla tenace abilità de' gesuiti, la milizia del papa.
I quali, doma l'aperta ribellione co' terrori dell'Inquisizione, vollero guadagnare alla restaurazione anche le volontà e le coscienze, mostrando in questo assunto una conoscenza degli uomini e del secolo e un'arte di governo, che li resero degni continuatori della politica medicea.
Persuasi che governa il mondo chi più sa, coltivarono gli studi e si sforzarono di mantenere il primato del clero nella coltura.
Non potendo estirpare in tutto il nuovo, accettarono la superficie, e vestirono la società a nuovo per meglio conservare il vecchio.
Presero dunque aria di uomini colti e liberali, scossero da sè la polvere scolastica, e per meglio vincere il laicato presero ne' modi e ne' tratti apparenze più laicali che fratesche, confidandosi di abbatterlo con le sue armi.
Divenuti amici e protettori de' letterati e fautori della coltura, apersero scuole e convitti, e presero nelle loro mani l'istruzione e l'educazione pubblica.
Non mancarono i teatrini, le commedie, le accademie, altre imitazioni degli usi laicali.
La superficie era la stessa, lo spirito era diverso.
Perchè, dove gli uomini nuovi miravano a tirare l'attenzione dal di fuori al di dentro, dagli accidenti e dagli accessorii al sostanziale, dalle forme allo spirito, essi miravano a coltivare la memoria, ad allettare i sensi e l'immaginazione più che l'intelletto, a trattenere l'attenzione sulla superficie, sì che l'intelligenza fra tante cognizioni empiriche rimaneva passiva e vuota: onde usciva una coltura mezzana e superficiale, più simile ad erudizione che a scienza.
Al che si accomodava facilmente la tempra fiacca de' più, contenti di quello spolvero, che dava loro un'aria di nuovo, l'aria del secolo e così a buon mercato.
I gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri ordini religiosi, come restii ad ogni novità.
Il loro successo fu grande, perchè in luogo di alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell'ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione, che è peggiore dell'ignoranza.
Parimente, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si disse, una doppia coscienza.
E nacque la dottrina del «probabilismo», secondo la quale un «doctor gravis» rende probabile un'opinione, e l'opinione probabile basta alla giustificazione di qualsiasi azione, nè può un confessore ricusarsi di assolvere chi abbia operato secondo un'opinione probabile.
Un giudice, dice un dottore, può decidere la causa a favore dell'amico, seguendo un'opinione probabile, ancorchè contraria alla sua coscienza.
Un medico, dice un altro dottore, può con lo stesso criterio dare una medicina, ancorchè egli opini che farà danno.
Richiedono sola cautela che non ci sia scandalo, e non già perchè la cosa sia in sè cattiva, ma per il pregiudizio che ne può venire.
Questa morale rilassata era favorita da un'altra teoria, «directio intentionis», formulata a questo modo, che un'azione cattiva sia lecita quando il fine sia lecito.
È la massima che il fine giustifica i mezzi, applicata non solo alle azioni politiche, ma alla vita privata.
Non è peccato annegare in un fiume un fanciullo eretico, per battezzarlo.
Uccidi il corpo, ma salvi l'anima.
Non è peccato uccidere la donna, che ti ha venduto l'onore, quando puoi temere che svelando il fatto noccia alla tua riputazione.
E all'ultimo viene la dottrina «reservatio et restrictio mentalis».
Il giuramento non ti lega, se tu usi parole a doppio senso, rimanendo a te l'interpretazione, o se aggiungi a bassa voce qualche parola che ne muti il senso.
Non è bugia, dice un dottore, usare parole doppie che tu prendi in un senso, ancorchè gli altri le prendano in un senso opposto.
E non è bugia dire una cosa falsa, quando nel tuo pensiero intendi altro.
Hai ammazzato il padre; pure puoi dire francamente: - Non l'ho ammazzato -, quando dentro di te pensi a un altro che realmente non hai ammazzato, o ci aggiungi qualche riserva mentale, come: - Prima ch'egli nascesse, non l'ammazzai di certo.
- Questa scaltrezza, aggiunge il dottore, è di grande utilità, porgendoti modo di nascondere senza bugia quello che hai a nascondere.
Vedi quante scappatoie! E ce n'era per tutt'i casi.
In quell'arsenale trovi come puoi senza peccato non andare talora a messa, o spendervi poco tempo, o durante la messa conversare, o andando a messa guardare le donne con desidèri amorosi.
Se vuoi rimanere in buon concetto presso il tuo confessore, scegli un altro, quando abbi commesso qualche peccato grave.
E se ti pesa il dirlo, usa parole doppie, o fa una confessione generale per gittarlo così alla rinfusa nella moltitudine de' peccati vecchi.
Ciascuno immagina, con quella facile scienza, con quella più facile morale, che seguito e che favore dovettero avere i gesuiti, maestri, confessori, predicatori, missionari, scrittori, uomini di mondo e di chiesa.
Seppero conoscere il secolo, e lo dominarono.
E mantennero il dominio con l'energia e la logica della loro volontà.
Salirono a tanta potenza che ingelosirono i principi, e posero talora in sospetto anche i papi.
Prendendo a base l'ubbidienza passiva, di modo che l'uomo dirimpetto al suo superiore fosse «perinde ac cadaver», stabilirono la monarchia assoluta.
Ma volevano che il papa dominasse i principi, e volevano loro dominare il papa.
I principi si difendevano, offendendo, e cercando fino un sostegno nelle idee nuove.
Così Paolo Sarpi difendeva la libertà di Venezia.
La lotta era disuguale, perchè alle armi spirituali era scemata la riputazione, e i principi avevano guadagnata tutta quella forza, ch'era mancata a' feudi ed a' comuni.
I gesuiti allora, non trasandando le armi puramente ecclesiastiche, operarono principalmente come un corpo politico, e seppero maneggiare le armi mondane con una tenacità uguale alla destrezza.
Presero aria di democratici, e cercarono forza ne' popoli contro i principi.
Fin dal 1562 Lainez, il secondo generale de' gesuiti, sosteneva nel Concilio di Trento che la Chiesa ha le sue leggi da Dio, ma la società ha il dritto di scegliersi essa il suo governo.
Il cardinale Bellarmino sostiene che il potere politico è da Dio; ma il dritto divino è non ne' singoli uomini, ma nella intera società, non ci essendo nessuna buona ragione che uno o molti debbano comandare agli altri; che monarchia, aristocrazia, repubblica sono forme che derivano dalla natura dell'uomo; e che perciò, quando ci è alcuna legittima ragione, può il popolo mutare la sua forma di governo, come fecero i romani.
Ecco già spuntare la «sovranità del popolo», e il «dritto dell'insurrezione».
Mariana vuole la monarchia, ma a patto che ubbidisca al consiglio de' migliori cittadini raccolti in senato.
Era spagnuolo, e scriveva sotto Filippo terzo, che tenea Campanella nelle prigioni di Napoli.
Non ammette il dritto ereditario, «nato dalla troppa possanza de' re e dalla servilità de' popoli», e causa di tanti mali, non ci essendo niente più mostruoso che «commettere le sorti di un popolo a fanciulli ancora in culla e al capriccio di una donna».
Re che offende i dritti de' popoli e disprezza la religione è come una bestia feroce, e «ciascuno gli può metter le mani addosso».
I dritti di successione non possono esser mutati che col consenso del popolo; perchè «dal popolo viene il dritto della signoria».
Il re ha il suo potere dal popolo; perciò «non è signore dello Stato o de' singoli individui, ma un primo magistrato, pagato da' cittadini».
Il re non può da solo porre le tasse, fare leggi, scegliersi il successore; perchè «le son cose che interessano non solo il re, ma anche il popolo».
Il re è sottoposto alle leggi, e quando le viola, il popolo ha il dritto «di deporlo e punirlo con la morte».
Queste erano le risposte che davano a' principi i gesuiti.
Ma erano armi a doppio taglio.
Perchè si potea loro rispondere che se il dritto di signoria è non ne' singoli individui, ma nella universalità de' cittadini, quel dritto nelle faccende ecclesiastiche è non nel papa, ma nella Chiesa o universalità de' fedeli, e per essa nel concilio, che può perciò deporre e anche punire il papa.
Che cosa diveniva allora il loro papa, il vicario di Dio? Essi erano repubblicani dirimpetto allo Stato, ed assolutisti dirimpetto alla Chiesa.
E, per dire la verità, si mostravano repubblicani per meglio dominare i principi, ed erano assolutisti per avere tutto il potere nelle loro mani.
Nè voglio dir già che i loro scrittori erano di mala fede, anzi moltissimi erano sinceri, credenti e patrioti, primo fra tutti Mariana.
Parlo de' capi, più uomini politici che uomini di fede.
Dicono che corruppero e infiacchirono i popoli.
Il che è così poco giusto, come dire che Marino corruppe il gusto.
Furono effetto e causa.
Furono il cattolicismo rammodernato, accomodato possibilmente a' nuovi tempi per meglio conservarlo nella sua sostanza; furono l'intelletto che succede alla fede e all'immaginazione, e si affida più nell'arte del governo che nelle passioni e nella violenza, l'intelletto spinto sino alla sua ultima depravazione, sofistico e seicentistico; nacquero da quello stesso spirito che portò sulla scena del mondo Machiavelli.
Perciò furono un progresso, un naturale portato della storia.
La loro responsabilità è questa, che, trovando nel secolo fiacchezza e ignoranza, non lavorarono a combatterla per migliorare l'uomo, anzi la favorirono e se ne fecero piedistallo.
Torto di tutte le reazioni.
Vollero una coltura con licenza de' superiori, e stretta in pochi.
E quando la coltura, rotte le dighe, si diffuse, finì il loro regno.
La diffusione della coltura era visibile in Italia.
E non parlo solo delle scienze esatte e naturali, dove i gesuiti si mostrarono valentissimi, seguendo anche loro la via aperta da Galileo, ma pur delle scienze storiche e sociali.
L'abbondanza dell'oro per la scoperta dell'America e la crisi monetaria die' occasione a' primi scritti di economia, il Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l'oro e l'argento di Gaspare Scaruffi, che propugnava, come Campanella, l'uniformità monetaria; e il trattato sulle Cause che possono fare abbondare i regni di oro e d'argento di Antonio Serra di Cosenza, scritto alla Vicaria, dove l'autore, come complice di Campanella, era tenuto prigione.
Moltiplicarono i trattati di giurisprudenza, massime nella seconda metà del secolo.
Alberico Centile nel suo libro De iure belli fa già presentire Grozio, e gli è vicino per forza speculativa Alessandro Turamini, che scrisse De Pandectis.
Tra gl'interpreti del dritto romano sono degni di nota l'Alciato, l'Averani, il Farinaccio, il Fabro.
Fondatori della storia del dritto furono il «gran» Carlo Sigonio, come lo chiama Vico, e il Panciroli, maestro del Tasso.
Pubblicarono lavori non dispregevoli di cronologia l'Allacci, il Riccioli, il Vecchietti.
Comparivano storie venete, napolitane, piemontesi, pisane, il Nani, il Garzoni, il Summonte, il Capecelatro, il Tesauro, il Roncioni: cronache più che storie, volgari di sentimento e di stile.
In Roma naturalmente si sviluppava l'archeologia.
Il Fabretti di Urbino scrivea degli Acquidotti romani e della Colonna traiana, e pubblicava in otto serie quattrocentotrenta iscrizioni dottamente illustrate.
Moltiplicavano le compilazioni, le raccolte, come sussidio agli studiosi.
Il Zilioli scrisse l'Indice di tutt'i libri di dritto pontificio e cesareo, e il Ziletti in ventotto volumi il trattato Iuris universi.
Avevi già annali, giornali, biblioteche, cataloghi, e simili mezzi di diffusione.
Vittorio Siri aveva pubblicato il Mercurio politico e le Memorie recondite, l'Avogadro il Mercurio veridico.
Il Nazzari cominciò a Roma nel 1668, il Giornale de' letterati, e il Cinelli pubblicava la Biblioteca volante, una specie di storia letteraria.
Comparivano gli Annali del Baronio, le Vite de' pàpi e cardinali del Ciacconio, la Storia generale de' concili di monsignor Battaglini, la Storia delle eresie del Bernini, la Napoli sacra di Cesare Caracciolo e la Sicilia sacra del Pirro, liste e notizie di vescovi, la Miscellanea italica erudita del padre Roberti, la Bibliotheca selecta e l'Apparatus sacer del gesuita Possevino, il Mappamondo storico del padre Foresti, continuato da Apostolo Zeno, un primo tentativo di storia universale.
Aggiungi relazioni come la Descrizione della Moscovia del Possevino, i viaggi del Carreri napolitano, che nel 1698 compì a piedi il giro del mondo, la Relazione dello Zani bolognese, che fu in Moscovia, le Lettere del Negri da Ravenna, che giunse fino al capo Nord, la descrizione delle Indie del fiorentino Sassetti, che primo die' notizia della lingua sanscrita.
Si conoscea meglio il mondo, e meglio i popoli stranieri.
Pietro Maffei da Bergamo scrivea in elegante latino delle Indie orientali, il Falletti ferrarese della Lega di Smalcalda, il Bentivoglio in lingua artificiata e falsamente elegante delle Guerre di Fiandra, il Davila con semplicità trascurata delle Guerre civili di Francia, il padre Strada prolissamente delle cose belgiche.
A questa coltura empirica e di mera erudizione partecipavano tutti, laici e chierici, uomini nuovi e uomini vecchi, e i gesuiti vi si mostravano operosissimi: si pensava poco, ma s'imparava molto e da molti.
La coltura guadagnava di estensione, ma perdeva di profondità.
Chi avesse allora guardata l'Italia con occhio plebeo, potea dirla una terra felice.
Rivoluzione e guerra aveano abbandonato le sue contrade: piena pace, tranquilli gli spiriti, in riposo il cervello.
Le piccole cose vi erano avvenimenti: l'Inghilterra aveva Cromwell, ella avea Masaniello.
L'Europa camminava senza di lei e fuori di lei, tra guerre e rivoluzioni nelle quali si elaborava e si accelerava la nuova civiltà.
Lei giaceva beata in quel dolce ozio idillico, che era il sospiro e la musa de' suoi poeti.
Dalle guerre di Alemagna usciva la libertà di coscienza, dalle rivoluzioni inglesi usciva la libertà politica, dalle guerre civili di Francia usciva la potente unità francese e il secolo d'oro, la monarchia di Carlo quinto e di Filippo secondo si andava ad infrangere contro la piccola nazionalità olandese.
L'Italia assisteva a questi grandi avvenimenti senza comprenderli.
Davila e Bentivoglio ci pescavano intrighi e fattarelli curiosi, la parte teatrale.
E sì che tra quegli avvenimenti ci erano pure grandi attori italiani, Caterina de' Medici, Mazzarino, Eugenio di Savoia, Montecuccoli, il cui trattato della guerra è una delle opere più serie scritte a quel tempo.
Si combatteva non solo con la spada, ma con la penna: le quistioni più astratte interessavano ed infiammavano le moltitudini; dall'attrito scintillavano nuovi problemi e nuove soluzioni; era una generale fermentazione d'idee e di cose.
Ciò che fermentava nel cervello solitario di Bruno e di Campanella, fluttuante, contraddittorio, lì era pensiero, stimolato dalla passione, affinato dalla lotta, pronto all'applicazione, in un gran teatro, fra tanta eco, con una chiarezza e precisione di contorni, come fosse già cosa.
Questa chiarezza è già intera in Bacone e in Cartesio, dove il mondo moderno si scioglie da tutti gli elementi scolastici e mistici, da tutti i preconcetti, e si afferma in forme nette e recise.
Perciò Galileo, Bacone, Cartesio sono i veri padri del mondo moderno, la coscienza della nuova scienza.
Il metodo, che Galileo applicava alle scienze naturali, diviene nelle mani di Bacone il metodo universale e assoluto, la via della verità in tutte le sue applicazioni: l'induzione caccia via il sillogismo, e l'esperienza mette in fuga il soprannaturale.
Cartesio col suo «de omnibus dubitandum» riassume il lato negativo del nuovo movimento, togliendo ogni valore all'autorità e alla tradizione - e col suo «cogito, ergo sum» pone la prima pietra alla costruzione dell'edificio, inizia l'affermazione.
Come la Riforma, così Cartesio pone a fondamento della coscienza il senso individuale; e come Galileo stabilisce il mondo naturale su' fatti, così egli stabilisce il mondo metafisico su di un fatto, «io penso».
All'esperienza esterna si aggiunge l'esperienza interna, l'analisi psicologica.
L'ente, ch'era il primo filosofico, qui è un prodotto della coscienza, un «ergo».
L'evidenza innanzi a' sensi e innanzi alla coscienza, il senso interno, è il criterio della verità.
Cartesio, che era un matematico, introduce nella filosofia la forma geometrica, credendo che in virtù della forma entrasse nel mondo metafisico quella evidenza ch'era nel mondo matematico.
Era un'illusione, il cui benefizio fu di cacciar via definitivamente le forme scolastiche e aprire la strada a quella forma naturale di discorso, di cui Machiavelli avea dato esempio, ed egli medesimo nel suo ammirabile Metodo.
Queste idee non erano nuove in Italia, anzi erano volgari a tutti gli uomini nuovi; ma, naufragate in vaste sintesi immature e senza eco, rimanevano sterili.
Qui le vedi a posto, staccate, rilevate, formulate con chiarezza ed energia, e parvero una rivelazione.
D'altra parte Cartesio ebbe cura di non rompere con la fede, e di accentuare la natura spirituale dell'anima e la sua distinzione dal corpo, base della dottrina cristiana, sì che dicea parergli meno sicura l'esistenza del corpo che quella dello spirito; oltre a ciò, con le sue idee innate lasciava aperto un varco alla teologia e al soprannaturale.
Così egli ti dava la prima filosofia nuova che sembrasse conciliabile con la religione, in un tempo che per l'infanzia della critica e della coscienza non era facile pesare tutte le sue conseguenze.
Perciò, come la Riforma religiosa, la sua riforma filosofica ebbe un gran successo; perchè le riforme efficaci son quelle che prendono una forma meno lontana dal passato e dallo stato reale degli spiriti.
Aggiungi la sua superficialità, l'estrema chiarezza, la forma accessibile, quel presentar poche idee e nette innanzi alle moltitudini: si rivelava già lo spirito francese volgarizzatore e popolare.
La conseguenza naturale della riforma era questa, che l'uomo rientrava in grembo della natura, diveniva una parte della storia naturale.
Posto che la filosofia ha la sua base nella coscienza, lo studio della coscienza o de' fatti psicologici diveniva la condizione preliminare di ogni metafisica, come lo studio della natura diveniva l'antecedente di ogni cosmologia.
Il mondo usciva dalle astrazioni degli universali ed entrava in uno studio serio dell'uomo e della natura, nello studio del reale.
Per questa via modesta e concludente si era messo Galileo; di là uscivano i grandi progressi delle scienze positive.
Cartesio applicava alla metafisica gli stessi procedimenti della filosofia naturale, togliendola di mezzo al soprannaturale, al fantastico, all'ipotetico, e dandole una base sicura nell'esperienza e nell'osservazione.
Ma i fatti psicologici erano ancora troppo scarsi e superficiali, perchè ne potesse uscire una soluzione de' problemi metafisici, e l'Europa era ancora troppo giovane, troppo impregnata di teologia e di metafisica, di misteri e di forze occulte, perchè potesse aver la pazienza di studiare i dati de' problemi prima di accingersi a risolverli.
Le «idee innate» e i «vortici» di Cartesio, la «visione di Dio» di Malebranche, la «sostanza unica» di Spinosa, l'«armonia prestabilita» di Leibnizio erano teodicee ipotetiche e provvisorie, che appagavano il pensiero moderno abbandonato a se stesso, e attestavano il suo vigore speculativo.
Ma l'impulso era dato, e fra quelle immaginazioni progrediva la storia naturale dell'intelletto umano, la scienza dell'uomo.
Le meditazioni di Cartesio, i maravigliosi capitoli di Malebranche sull'immaginazione e sulle passioni, i Pensieri di Pascal, dove l'uomo in presenza di se stesso si sente ancora un enigma, preludevano al Saggio sull'intelletto umano di Giovanni Locke, l'erede di Bacone, di una grandezza eguale alla sua modestia.
Ivi la riforma cartesiana aveva la sua ultima espressione, il suo punto di fermata; ivi la filosofia trovava il suo Galileo, realizzava l'ideale del suo risorgimento, al quale fra molti ostacoli tendevano gli uomini nuovi, acquistava la sua base positiva, fondata sull'esperienza e sull'osservazione, sulla «cosa effettuale», come dicea Machiavelli, e col «lume naturale», come dicea Bruno, con la scorta dell'occhio del corpo e della mente, come dicea Galileo, e leggendo nel libro della natura, come dicea Campanella.
Cadevano insieme forme scolastiche e forme geometriche; la filosofia usciva dal suo tempo eroico ed entrava nella sua età umana; agli oracoli dottrinali succedevano forme popolari, e vi si affinavano le moderne lingue.
La semplicità, la chiarezza, l'ordine, la naturalezza divenivano le qualità essenziali della forma, e n'era un primo e stupendo esempio il Saggio di Locke.
Così la filosofia nella sua linea divergente dalla teologia giungeva sino all'opposto, dal soprannaturale e dal soprasensibile giungeva al puro naturale ed al puro sensibile, giungeva al motto: «Niente è nell'intelletto che non sia stato prima nel senso».
E non era già un concetto astratto e solitario, era lo spirito nuovo, penetrato in tutto lo scibile, e che ora, come ultimo risultato, faceva la sua apparizione in filosofia.
Anche la morale si emancipava dal precetto divino o ecclesiastico, e cercava la sua base nella natura dell'uomo, e non dell'uomo quale l'avea formato la società, ma nell'integrità e verginità del suo essere.
Comparve un dritto naturale, come era comparsa una filosofia naturale; ed entrano in iscena Grozio, Hobbes, Puffendorfio.
A quel modo che Campanella e Sarpi con tutti i riformati vagheggiavano la Chiesa primitiva nella purità delle sue istituzioni, e in nome di quella attaccavano come alterazione e falsificazione l'opera posteriore de' papi, i filosofi vagheggiavano l'uomo primitivo, nello stato di natura, e combattevano tutte le istituzioni sociali, che non erano di accordo con quello.
Il movimento religioso diveniva anche politico e sociale; l'idea era una, che si sentiva ora abbastanza forte per dilatare le sue conseguenze anche negli ordini politici.
Sorge uno spirito di critica e d'investigazione, che non tien conto di nessun'autorità e tradizione, e fa valere il suo scetticismo in tutti i fatti e i princìpi tenuti fino a quel punto indiscutibili, come un assioma.
Bayle è là, con la sua ironia, col suo dubbio universale.
Come Locke realizzava il «cogito», egli realizzava il «de omnibus dubitandum».
E chi paragoni il suo Dizionario con le Raccolte italiane, può vedere dov'era la vita e dov'era la morte.
Che faceva l'Italia innanzi a quel colossale movimento di cose e d'idee? L'Italia creava l'Arcadia.
Era il vero prodotto della sua esistenza individuale e morale.
I suoi poeti rappresentavano l'età dell'oro, e in quella nullità della vita presente fabbricavano temi astratti e insipidi amori tra pastori e pastorelle.
I suoi scienziati, lasciando correre il mondo per la sua china, si occupavano del mondo antico e scrutavano in tutti i versi le reliquie di Roma e di Atene; e poichè le idee erano date e non discutibili, si occupavano de' fatti, e non potendo essere autori, erano interpreti, comentatori ed eruditi.
Letteratura e scienza erano Arcadia, centro Cristina di Svezia, povera donna, che non comprendendo i grandi avvenimenti, de' quali erano stati tanta parte i suoi Gustavo e Carlo, si era rifuggita a Roma co' suoi tesori, e si sentiva tanto felice tra quegli arcadi, ch'ella proteggeva, e che con dolce ricambio chiamavano lei «immortale e divina».
Felice Cristina! E felice Italia!
L'inferiorità intellettuale degli italiani era già un fatto noto nella dotta Europa, e ne attribuivano la cagione al mal governo papale-spagnuolo.
Gli stessi italiani aveano oramai coscienza della loro decadenza, e non avvezzi più a pensare col capo proprio, attendevano con avidità le idee oltramontane, e mendicavano elogi da' forestieri.
Giovanni Leclerc scriveva anno per anno la sua Biblioteca, una specie d'inventario ragionato delle opere nuove.
E come si tenea fortunato quell'italiano, che potea averci là dentro un posticino! La lingua francese era divenuta quasi comune, e prendeva il posto della latina.
Un movimento d'importazione c'era, lento, e impedito da molti ostacoli, e vivamente combattuto nelle accademie e nelle scuole, dove regnava Suarez e Alvarez, tra interpreti e comentatori.
La Fisica di Cartesio penetrò in Napoli settanta anni dopo la sua morte, e quando già era dimenticata in Francia, e non si aveva ancora notizia del suo Metodo e delle sue Meditazioni.
Grozio girava per le mani di pochi.
Di Spinosa e di Hobbes il solo nome faceva orrore.
Di Giovanni Locke appena qualche sentore.
Un movimento si annunziava negli spiriti, quel non so che di vago, quel bisogno di cose nuove che testimonia il ritorno della vita.
Pareva che il cervello, dopo lungo sonno, si svegliasse.
I renatisti penetravano nelle scuole co' loro «metodi strepitosi», come li chiamava Vico, promettitori di scienza facile e sicura.
Definizioni, assiomi, problemi, teoremi, scolii, postulati cacciavano di sede sillogismi, entimemi e soriti.
Il «quod erat demonstrandum» succedeva all'«ergo».
Chiamavano «pedanti» i peripatetici, e questi chiamavano loro «ciarlatani».
Sempre così.
Il vecchio è detto «pedanteria», ed il nuovo «ciarlataneria».
E qualche cosa di vero c'è.
Perchè il vecchio nella sua decrepitezza e stagnazione ha del pedante, e il nuovo nella sua giovanile esagerazione ha del ciarlatano.
Ciascuno ha il suo lato debole, che non può nascondere all'occhio acuto e appassionato dell'avversario.
La riforma cartesiana in Italia non produsse alcun serio progresso scientifico, com'è d'ogni scienza importata e non uscita da una lenta elaborazione dello spirito nazionale.
Fu utile come mezzo di diffusione delle idee nuove.
Le quali, cacciate d'Italia co' roghi, con gli esili, con le torture e coi pugnali, vi rientrarono sotto la protezione delle idee cristiane.
La riforma era detta il «platonismo cartesiano», ed aveva aria di ribenedire la religione in nome della filosofia.
L'Inquisizione, in quel movimento rapidissimo d'idee, preoccupata di Spinosa, aperto nemico, lasciava passare il nuovo Platone, che almeno non toccava i dogmi.
I peripatetici invocarono l'Inquisizione contro i novatori, e i novatori rispondevano proclamando Aristotile nemico della religione.
Così il movimento ricominciava in Italia, col permesso o almeno la tolleranza di Roma.
Ed era movimento arcadico, confinato nelle astrattezze e rispettoso verso tutte le istituzioni.
Il movimento rimaneva superficiale; ma si diffondeva, guadagnava gli animi alle novità, sopraffaceva i peripatetici, s'infiltrava nella nuova generazione, la metteva in comunione coll'Europa, preparava la trasformazione dello spirito nazionale.
Il serio movimento scientifico usciva di là, dove s'era arrestato, dal seno stesso dell'erudizione.
Lo studio del passato era come una ginnastica intellettuale, dove lo spirito ripigliava le sue forze.
Alle raccolte successero le illustrazioni.
E vi si sviluppò uno spirito d'investigazione, di osservazione, di comparazione, dal quale usciva naturalmente il dubbio e la discussione.
Lo spirito nuovo inseguiva gli eruditi tra quegli antichi monumenti.
Già non erano più semplici eruditi, erano critici.
In Europa la critica usciva dal libero esame e dalla ribellione: era roba eretica.
In Italia era parte di Arcadia, un esercizio intellettuale sul passato, e li lasciavano fare.
Il critico di Europa era Bayle; il critico d'Italia era Muratori.
Le sue vaste e diligenti raccolte, Rerum italicarum scriptores, Antiquitates medii aevi, Annali d'Italia, Novus thesaurus inscriptionum, la Verona illustrata e la Storia diplomatica di Scipione Maffei, le Illustrazioni del Fabretti segnano già questo periodo, dove la scienza è ancora erudizione, e nella erudizione si sviluppa la critica.
Non è ancora filosofia, ma è già buon senso, fortificato dalla diligenza della ricerca, e dalla pazienza dell'osservazione.
Muratori è assai vicino a Galileo per il suo spirito positivo e modesto, e pel giusto criterio.
E anche egli osò.
Osò combattere il potere temporale, osò porre in guardia gl'italiani contro gli errori e le illusioni della fantasia.
Se non gliene venne condanna, fu tolleranza intelligente di Benedetto decimoquarto, il quale disse che «le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e che la quistione del potere temporale «era materia non dogmatica nè di disciplina».
Anche il Maffei parve incredulo al Tartarotti, perchè negava la magia, e parve eretico al padre Concina, perchè scrivea De' teatri antichi e moderni; ma quel buon papa decretò «non doversi abolire i teatri, bensì cercare che le rappresentazioni siano al più possibile oneste e probe».
L'Italia papale era più papista del papa.
Un arcade era pure Gian Vincenzo Gravina, tutto Grecia e Roma, tutto papato e impero, fra testi e comenti, con le spalle vòlte all'Europa.
Dommatico e assoluto, sentenzia e poco discute, in istile monotono e plumbeo.
È ancora il pedante italiano, sepolto sotto il peso della sua dottrina, senza ispirazione, nè originalità, e così vuoto di sentimento, come d'immaginazione.
Pure già senti che siamo verso la fine del secolo.
Già non hai più innanzi l'erudito che raccoglie e discute testi, ma il critico che si vale della storia e della filosofia per illustrare la giurisprudenza, e si alza ad un concetto del dritto, e ne cerca il principio generatore.
Anche la sua Ragion poetica, se non mostra gusto e sentimento dell'arte, colpa non sua, esce da' limiti empirici della pura erudizione, e ti dà riflessioni d'un carattere generale.
Ecco un altro uomo d'ingegno, Francesco Bianchini, veronese.
A che pensa costui? Pensa agli assiri, a' medi e a' troiani.
Non raccoglie, ma pensa, cioè a dire scruta, paragona, giudica, congettura, arzigogola e costruisce.
I monumenti non rimangono più lettera morta: parlano, illustrano la cronologia e la storia.
Per mezzo di essi si stabiliscono le date, le epoche, i costumi, i pensieri, i simboli, si rifà il mondo preistorico.
In questa geologia della storia i fatti e gli uomini vacillano, si assottigliano, diventano favole, e le favole diventano idee.
Comparve la sua Storia nel 1697, Vico aveva ventinove anni.
L'erudizione generava dunque la critica.
In Italia si svegliava il senso storico e il senso filosofico.
E si svegliava non sul vivo, ma sul morto, nello studio del passato.
Questo era il carattere del suo progresso scientifico.
Quelli che si occupavano del presente a loro rischio, erano cervelli spostati.
E tra questi cervelli balzani c'era il milanese Gregorio Leti, che pose in luce la cronaca scandalosa dell'età in uno stile che vuol essere europeo e non è italiano, e Ferrante Pallavicino nel suo Corriere svaligiato, una specie di satira-omnibus, dove ce n'è per tutti.
In quel vacuo dell'esistenza sciupavano l'ingegno in argomenti grotteschi, e in forme che parevano ingegnose ed erano freddure, un seicentismo arcadico.
Il canonico Garzoni scrivea il Teatro de' cervelli mondani, L'Ospedale de' pazzi incurabili, la Sinagoga degl'ignoranti, il Serraglio degli stupori del mondo.
Sono discorsi accademici, infarciti d'erudizione indigesta, più curiosa che soda.
I quali erano la vera piaga d'Italia, e attestavano una coltura verbosa e pedantesca senz'alcuna serietà di scopo e di mezzi.
Il più noto di questi dotti, e ce n'erano moltissimi, è Anton Maria Salvini, cervello ingombro, cuore fiacco e immaginazione povera, vita vuota.
E volle tradurre Omero.
Fra tanta erudizione cresceva Vico.
Studiò la filosofia in Suarez, la grammatica in Alvarez, il dritto in Vulteio.
Pedagogo in casa della Rocca in Vatolla, un paesello nel Cilento, si chiuse per nove anni nella biblioteca del convento, e vi si formò come Campanella.
Quando, compiuto il suo ufficio, tornò in Napoli, era già un uomo dotto, come poteva essere un italiano, e ce n'erano parecchi anche tra' gesuiti.
Era il tempo del Muratori, del Fontanini, dell'abate Conti, del Maffei, del Salvini.
«dottissimo, eruditissimo» era Lionardo da Capua, e Tommaso Cornelio «latinissimo»: così li qualifica Vico.
Il quale conosceva a fondo il mondo greco e latino, Aristotile e Platone con tutta la serie degl'interpreti fino a quel tempo; ammirava nel Cinquecento quello stesso mondo redivivo ne' Ficini, ne' Pico, ne' Mattei Acquaviva, ne' Patrizi, ne' Piccolomini, ne' Mazzoni; di letteratura, di archeologia, di giurisprudenza peritissimo; il medio evo gli era giunto con la scolastica e con Aristotile, il Cinquecento con Platone e Cicerone; de' fatti europei sapeva quanto era possibile in Italia.
Era un dotto del Rinnovamento, che scoteva da sè la polvere del medio evo e cercava la vita e la verità nel mondo antico.
Il suo sapere era erudizione, la forma del suo pensiero era latina, e il suo contenuto ordinario era il dritto romano.
Avvocato senza clienti, fece il letterato e il maestro di scuola.
Passati erano i bei tempi di Pietro Aretino.
La letteratura senza l'insegnamento era povera e nuda, come la filosofia.
Andava per le case insegnando, facea canzoni, dissertazioni, orazioni, vite, a occasione o a richiesta.
Lo conobbe don Giuseppe Lucina, «uomo di una immensa erudizione greca, latina e toscana in tutte le spezie del sapere umano e divino», e lo fe' conoscere a don Niccolò Caravita, un avvocato primario e «gran favoreggiatore de' letterati».
Vico, parte merito, parte protezione, fu professore di rettorica all'università.
Vita semplice e ordinaria, dal 1668 al 1744.
Vita accademica, tranquilla, di erudito italiano, formatosi nelle biblioteche e fuori del mondo, rimasto abbarbicato al suolo della patria.
Il movimento europeo gli giunse a traverso la sua biblioteca, e gli giunse nella forma più antipatica a' suoi studi e al suo genio.
Gli venne addosso la fisica di Gassendi, e poi la fisica di Boyle, e poi la fisica di Cartesio.
- La gran novità - pensava il nostro erudito.
- Ma l'hanno già detto, questo, Epicuro e Lucrezio.
- E per capire Gassendi si pose a studiare Lucrezio.
Ma la novità piacque.
- Fisica, fisica vuol essere, - diceva la nuova generazione - macchine; non più logica scolastica, ma Euclide; sperimenti, matematiche; la metafisica bisogna lasciarla ai frati.
- Che diveniva Vico con la sua erudizione e col suo dritto romano? Reagì, e cercò la fisica non con le macchine e con gli sperimenti, ma ne' suoi studi di erudito.
Le scienze positive entravano appena nel gran quadro della sua cultura, e di matematiche sapeva non oltre di Euclide, stimando «alle menti già dalla metafisica fatte universali non...
agevole quello studio proprio degli ingegni minuti».
Cercò dunque la fisica fuori delle matematiche e fuori delle scienze sperimentali, la cercò fra i tesori della sua erudizione, e la trovò nei «numeri» di Pitagora, ne' «punti» di Zenone, nelle «idee divine» di Platone, nell'antichissima sapienza italica.
L'Europa aveva Newton e Leibnizio; e a Napoli si stampava De antiquissima italorum sapientia.
Erano due colture, due mondi scientifici che si urtavano.
Da una parte era il pensiero creatore, che faceva la storia moderna, dall'altra il pensiero critico che meditava sulla storia passata.
Chiuso nella sua erudizione, segregato nella sua biblioteca dal mondo de' vivi, quando Vico tornò in Napoli, trovò nuova cagione di maraviglia.
L'aveva lasciata tutto fisica; la trovava tutto metafisica.
Le Meditazioni e il Metodo di Cartesio avevano prodotto la nuova mania.
Vico sentì disgusto per una città che cangiava opinione da un dì all'altro «come moda di vesti».
E vi si sentì straniero, e vi stette per alcun tempo straniero e sconosciuto.
Vedeva il movimento attraverso i suoi studi e i suoi preconcetti.
Quelle fisiche atomistiche gli pareva non poter condurre che all'ateismo e alla morale del piacere, e le accusava di falsa posizione, perchè l'atomo, il loro principio, era corpo già formato, perciò era principiato e non il principio, e andava