STORIA DI UNA CAPINERA, di Giovanni Verga - pagina 7
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Il marito è ritornato dalle vigne, ha deposto lo schioppo accanto alla porta e si è messo a giocherellare col suo figliuoletto che si tiene fra le ginocchia.
Tutto è calma, pace, serenità.
Io sola sono inquieta, triste, infelice.
Ti scrivo tutto quello che mi passa pel cuore, e allorché le lagrime non mi lasciano più vedere quello che scrivo, guardo il cielo stellato e l'ombra degli alberi dalla mia finestra; penso a quella festa, e a tutta quella gente allegra, che si diverte, che è vicino a lui!...
penso a lui!...
E allora non posso più scrivere, non ho pensieri che per lui solo; bisogna che lo vegga almeno cogli occhi della mente, mentre egli laggiù balla e ride con un'altra...
e ti dico addio...
21 Novembre
Marianna! Marianna! piangi con me! ridi con me! abbracciami! Egli mi ama! nol sai?...
mi ama! intendi?...
non posso dirti dippiù! Tu comprenderai tutto quello che vogliono dire queste due sole parole: mi ama!
Ieri a sera, ti rammenti? ero con quella triste lettera dinanzi agli occhi, coi gomiti appoggiati al tavolino.
Le lagrime cadevano chete chete sulla carta, e senza che me ne avvedessi cassavano quello che avevo scritto.
Tutt'a un tratto si udì rumore al di fuori...
il rumore di un passo!...
Sapresti dirmi perché il rumore di taluni passi si senta col cuore come se il cuore udisse? e perché scuota tutti i nervi, e faccia gelare tutto il sangue?...
Levai gli occhi...
la finestra era aperta, e dietro la finestra c'era un'ombra, una voce che mi chiamava sommessamente...
Lui! intendi?...
Lui!...
Se non gridai si fu perché mi mancò il respiro.
«Perdonatemi, signorina,» mi diceva egli «perdonatemi» non diceva altro.
Io non osava guardarlo: ma quelle parole mi scendevano al cuore dolci come il miele.
«Vostra madre è ingiusta e cattiva con voi.
Tutti laggiù si divertono, ed io ho pensato a voi ch'eravate qui sola...
Ho fatto male;» aggiunse dopo una breve pausa, durante la quale avrà udito i battiti del mio cuore; «mi perdonerete?» Allora levai gli occhi su di lui e lo vidi coi gomiti appoggiati sul davanzale e il mento sulle mani come l'avevo visto altra volta.
Egli aveva pensato a me e la sua voce tremava! «Signore!...» gli dissi, «signore!...» e non sapevo dire altro.
Allora egli si mise a sospirare così che sospirai anch'io, ed egli mi disse: «Ascoltatemi, Maria...» e non diceva altro, e si passava la mano sugli occhi, pareva che balbettasse, lui, un uomo! io tremai tutta come se quel nome mi penetrasse da tutti i pori della viva carne.
Mi diceva Maria!...
capisci?...
Perché mi faceva quell'effetto il sentirmi a chiamare per nome? «Ascoltatemi», ripigliò; «voi siete una vittima.» «Oh! no, signore!» «Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!» «No, signore, no!» «Perché dunque siete costretta a farvi monaca?» «Nessuno mi ha costretta, signore...
è stata la mia libera volontà...» «Ah!» ed egli sospirò di nuovo, anzi mi parve che si asciugasse gli occhi.
Io non potevo vederlo distintamente perché egli stava al buio, nel vano della finestra, e le lagrime mi velavano gli occhi.
«La necessità», ripresi.
Egli non disse nulla.
Poi dopo alcuni istanti di silenzio mi domandò, ma la sua voce era rauca: «E rientrerete in convento?».
Esitai, ma risposi: «Sì».
Egli tacque di nuovo.
Non disse più nulla.
Allora aspettai, aspettai lungamente ch'egli mi dicesse qualche cosa; mi asciugai gli occhi per vedere se fosse partito: era ancora lì, allo stesso luogo, nella stessa positura, soltanto aveva il viso celato fra le mani.
Ciò mi diede animo e feci un passo per scostarmi dalla candela che mi infastidiva...
Tu sai quanto sia angusto il mio camerino; in un passo si arriva alla finestra...
Egli mi udì, alzò il capo e vidi che piangeva.
Mi stese la mano senza dire una parola.
Ci fu un istante che non vidi più nulla né con la mente né cogli occhi e mi trovai colle mani nelle sue.
«Maria» mi diceva, «perché andrete in convento?» «Lo so io, forse? È necessario, nacqui monaca.» «Voi mi lascerete adunque?...» e piangeva in silenzio come un fanciullo, senza aver l'orgoglio che hanno gli altri uomini di nascondere le lagrime.
Credo che piangessi anch'io perché mi trovai le gote tutte bagnate, ed anche le mani...
ma le mani potevano esser umide delle lagrime di lui che vi sentivo cadere sopra a goccia a goccia...
anzi quando fui sola e chiusa nella mia cameretta...
rimproverami, sgridami se vuoi...
ma io baciai le mie mani ancora umide...
Rimanemmo molto tempo così in silenzio.
Egli diceva soltanto: «Quanto son felice!».
«Anch'io!» risposi quasi senza avvedermene.
Vedi, Marianna, piangevamo e dicevamo d'esser felici! Ma ancora non ci eravamo detto che ci amavamo.
Avevo il cuore inondato di tanta dolcezza che non pensavo più a nulla, e non mi vergognavo più di star con un uomo...
con lui...
sola di notte! Non parlavamo, non ci guardavamo...
Tenevamo gli occhi fissi nel cielo, e mi pareva che le anime nostre si parlassero attraverso l'epidermide delle nostre mani e si abbracciassero nei nostri sguardi che s'incontravano nelle stelle.
Marianna! Questa parte di Dio ch'è stata data alla creatura deve essere ben grande se innanzi ad essa tutto è meschino, il peccato come il delitto, i doveri come le affezioni più care...
Se essa può fare un paradiso di una sola parola!...
Ora ti lascio.
Ho il cuore troppo pieno per pensare ad altro.
Scrivendoti ho provato ancora le stesse emozioni...
Ora ho bisogno di rimaner sola, di sognare e di pensare di esser felice...
26 Novembre
Quanto siamo meschini, amica mia, se non possiamo essere giudici della nostra istessa felicità.
Ti ho scritto una lettera che oggi è un'amara ironia, che non posso leggere senza piangere.
Ascolta.
Eravamo lì, alla finestra, silenziosi, felici, sognando.
Tutt'a un tratto si udì rumore; Vigilante abbaiava.
Si udì la voce di mio padre e quella di Gigi.
Mi trassi indietro bruscamente, e chiusi la finestra.
Tremavo tutta come se avessi commesso un gran fallo.
Il babbo mi trovò a letto, avevo la febbre e mi durò tutta la notte.
Giuditta non venne; la sentivo parlare nell'altra stanza; sembrava irritata e di assai cattivo umore.
Il giorno dopo mi levai così pallida che il babbo voleva mandare pel medico.
Più tardi la mamma mi chiamò nella sua stanza e al solo guardarla in viso mi sentii piegar le ginocchia.
Ella mi parlò lungamente de' suoi doveri, dei miei, della mia vocazione, della necessità impostami dalla mia povertà di dar retta a quella vocazione.
Mi parlò dei pericoli che una ragazza destinata al chiostro può incontrare anche nelle più semplici relazioni, e finì coll'ordinarmi che per l'avvenire, quando giungeranno estranei in casa nostra, fossero anche i signori Valentini, io dovrò restarmene chiusa nel mio camerino.
Mio Dio! come sopportai la tortura di quelle ammonizioni?...
sembrava che ella si divertisse a punzecchiarmi a colpi di spillo, ad accusarmi in enigma di mille torti, e non mi fece neanche intendere se avesse scoperto oppure no che Nino aveva lasciato il ballo per venirmi a trovare.
Più di una volta, mentre ella parlava, mi sentii sul punto di svenire; ma ella non si avvide del mio pallore, del mio tremito, non si avvide che dovetti afferrarmi alla spalliera di una seggiola perché non mi reggevo più.
Se si fosse accorta del mio stato, ne avrebbe avuto pietà certamente, e mi avrebbe risparmiato quel supplizio.
Quando potei rimaner sola andai a mettermi a letto; la febbre mi aveva riassalita; mi sentivo malata e avrei voluto morire.
Giuditta non venne neanche allora.
Mi teneva il broncio!...
Che le ho fatto, mio Dio?...
Mi pareva di essere come quei delinquenti che tutti sfuggono e che nessuno ardisce avvicinare...
Arrossivo di quella finestra che stava lì, di faccia al mio letto, come un'inflessibile accusatrice.
Quella solitudine, quell'abbandono mi facevano male; verso sera chiamai mia sorella, avevo bisogno di vederla, di essere confortata.
Anche il mio caro babbo mi sembrava più serio del solito.
Giuditta venne infine, ma mi sembrò assai fredda.
Mi gettai nelle sue braccia, e mi parve che quel pianto che mi faceva tanto bene l'irritasse.
Ora son sola.
Mi pare che tutti mi fuggano; sono odiosa a me stessa.
Hanno ragione, sono molto colpevole! Dio solo può perdonarmi: Dio verso di cui ho peccato amando una sua creatura più di Lui...
Agucchio, agucchio, gli intieri giorni presso la finestra di cui le tende sono accuratamente chiuse, e piango quando ho la felicità di non esser veduta e di potermi sfogare...
e gli occhi mi abbruciano...
Il cielo è nuvoloso, i campi son desolati, il mormorio del bosco mi fa paura; gli uccelli non cantano più...
soltanto qualche volta, laggiù l'assiuolo piange...
Me ne sto delle ore intiere colle mani incrociate sulle ginocchia a guardare attraverso i vetri della finestra quei grossi nuvoloni bigi che corrono verso il ponente, e le cime di quegli alberi che si agitano lentamente e scuotono le loro foglie morte.
È l'inverno della natura che sopraggiunge, com'è sopraggiunto l'inverno dell'anima! Il mio Carino è fuggito, poverino! l'ho trascurato tanto! ed è andato a recare altrove la sua allegria e il suo vispo cinguettare, perché l'atmosfera in cui vivo è malinconica assai.
Vigilante solo viene di tanto in tanto a cercarmi, mi domanda un sorriso, vuole le mie carezza, si avanza pian pianino, come esitante, domandandomi coi suoi begli occhi se è indiscreto, poi si arresta indeciso, e dimena la coda, e si lecca il muso, tutte cose che vogliono dire: «Perdonami la mia insistenza;» e viene a posarmi la testa sui ginocchi per dirmi che mi vuol bene ancora, e allorché si allontana è triste, ma dimena ancora la coda e si ferma sull'uscio per dirmi addio.
Tutto il giorno odo nelle altre stanze la voce dei signori Valentini che sono a discorrere insieme ai miei.
Due o tre volte ho udito una voce che mi ha penetrato nel cuore...
la sua!
Lui! lui! sempre lui! sempre cotesta spina fitta nel cuore, questa tentazione nella mente, questa febbre nel sangue! lui sempre fisso dinanzi agli occhi, lì, presso quella finestra, col volto fra le mani!...
Il suono di quella voce sempre nelle orecchie, le mani sempre umide di quel pianto!...
Dio mio! Dio mio!
Ho udito qualche volta un passo dietro la mia finestra, e il cuore m'è sembrato scapparmi dal petto.
Provo delle vertigini, degli smarrimenti, dei deliri.
Non posso più piangere, non posso più dormire, non posso pregare!...
Oh! Marianna mia!...
Che penserà egli di me non vedendomi più? Saprà che mi è stato proibito?...
mi maledirà forse?...
sarà in collera?...
mi dimenticherà?...
Vedi quanto son caduta al basso! Prego Iddio di farmelo dimenticare e mi pare d'impazzire al solo pensiero che egli possa dimenticarsi di me! Qualche volta, all'alba, quando sono ben sicura che nessuno potrebbe sorprendermi, apro pian pianino la finestra per vedere laggiù in fondo alla valle, la casa dove egli abita, dove egli dorme forse a quell'ora, per vedere il suo tetto, la sua finestra, quel vaso di gelsomini,quella vite che ombreggia la sua porta...
Poi cerco d'indovinare il punto del davanzale dove egli appoggerà i gomiti allorché aprirà la finestra, la zolla dove egli poserà la prima pedata, la traccia che seguirà nell'aria il suo primo sguardo che cercherà la mia finestra...
perché il cuore mi dice che il suo sguardo sarà per la mia finestra, e che egli saprà che io sono stata qui a vederlo dormire, a pensare a lui.
Sempre a lui! nei sogni, prima d'addormentarmi, al primo svegliarmi, nella preghiera! Oh! Marianna! prega per questa povera peccatrice che è più debole del suo peccato; mandami l'abitino della Madonna del Carmine che fu benedetto a Roma; mandami il tuo libriccino di preghiere.
Voglio pensare a Dio; voglio pregare la Madonna che mi protegga, che mi nasconda sotto il suo manto misericordioso agli occhi del mondo, a me stessa, alla mia vergogna, alla mia colpa, al castigo di Dio!...
20 Dicembre
Sono stata malata, amica mia, molto malata, ecco perché non ti ho più scritto.
Ci furono dei giorni in cui tutti piangevano, ed io ringraziavo Iddio che mi dava la pace dello sfinimento.
Ho visto tutti quei volti pallidi intorno al mio letto, tutte quelle lagrime che si dissimulavano con un sorriso ancora più doloroso...
ed i miei occhi vedevano come in sogno e guardavano tranquillamente...
ho visto tutti i miei cari, tutti...
lui solo no!...
gli avranno proibito di venire; eppure, colla squisita sensibilità degli infermi, io sentivo ch'egli era lì, dietro quella finestra, a piangere, a pregare...
ed i miei occhi stanchi della vita si affissavano su quei vetri da dove un raggio di sole invernale veniva a posarsi sul mio letto.
Non saprei esprimerti quello che provavo dentro di me; mi sentivo più calma, più leggera, in un'atmosfera di pace e di serenità; pensavo sempre a lui, ma con tale tranquilla dolcezza che mi pareva essere fra gli angeli, ed uno di questi che si chiamava Nino mi avesse preso per mano, mi chiamasse per nome, e guardassimo entrambi le stelle come in quella notte.
Fa freddo, piove, sai com'è triste il rumore di quella pioggia che batte sui vetri della finestra! Gli uccelletti vengono tremando a cercar rifugio sotto la gronda; il vento sibila nel castagneto; all'infuori di quel rumore, ch'è malinconico, tutto è silenzio.
Stamattina mi son levata da letto per la prima volta, barcollante, rifinita di forze.
Se vedessi come ti scrivo!...
appoggiata ad un monte di guanciali, arrestandomi ogni momento per riprender lena, per asciugare il sudore della mia fronte...
eppure fa freddo, vedi! La testa mi pesa, la mano mi trema, il pensiero è confuso, vacillante.
Mi hanno detto che sei venuta a trovarmi...
Non me ne rammento, Marianna mia! sarà stato in uno di quei giorni che non avevo coscienza di quello che si faceva vicino a me.
Questo piccolo stanzino ove ho tanto sofferto, quel lettuccio, quel crocifisso, quei mobili mi pare che sieno diventati parte di me.
Ho passato tante lunghe ore nella malinconica inerzia della convalescenza fantasticando non so che, a guardare tutti gli oggetti della mia cameretta; ché la forma dei mobili, e la fisionomia, direi, delle pareti mi son care.
Ora i medici dicono che sto meglio, Dio sia lodato! Poiché bisogna sempre lodarlo in quello che Egli fa, il buon Dio!...
Mio padre, Giuditta, Gigi, tu e Annetta ne sarete tutti contenti...
e lui! anche lui...
Com'è dolce ritornare alla vita dopo essere stati sul punto di abbandonarla! Non fosse altro che per vedere tutti quei volti ridenti, per ricevere tutte quelle carezze, per sentirsi amati, per guardare il cielo, per sentire il vento, la pioggia, il pigolare degli uccelletti che hanno freddo.
Tutto sembra nuovo e bello; sembra che la mente stanca si risvegli, e a misura che il pensiero corre ad una cosa cara si prova una grata sorpresa di trovarla più viva.
Si ama tutto, si benedice Iddio! Tutti mi prendono la mano che è scarna e pallida, la stringono, la baciano...
lui solo no! lui solo!...
Mi sono alzata vacillante, appoggiandomi ai mobili, ed ho aperto la finestra.
Mio Dio! com'è incantevole tutto quello che veggo, malgrado che faccia freddo, e il suolo sia coperto di neve e gli alberi non abbiano foglie, e il cielo sia nero! Ho veduto laggiù quella casetta, dopo tanto tempo! quella vite quel davanzale, quella porta...
il gelsomino non c'è più, la vite è sfrondata, le porte sono chiuse, tutto ha un'aria di tristezza, eppure mi è parso il paradiso...
Mi è sembrato veder socchiudere la finestra...
Mio Dio!...
ho gli occhi così deboli!...
Ho veduto un'ombra nel vano delle imposte...
Lui!...
lui! è lui! mi ha veduta!...
mi attendeva! Oh! Dio! Dio! è lui, Marianna! non lo vedi? è lui!
26 Dicembre
Finalmente il medico mi ha permesso [di] affacciarmi alla porta in sul mezzogiorno, quando il tempo sarà bello.
Dicono che ho bisogno di tanti riguardi perché la mia salute è delicata.
Anche mia madre, poverina!, era di salute delicata, ed è morta giovane.
Ieri fu il Natale, quella bella festa di Natale che al convento ci passare una notte di canti e allegrezze, e la commovente messa di mezzanotte...
ti rammenti? I signori Valentini son venuti tutte le sere della Novena a giuocare insieme ai miei parenti.
Li ho uditi parlare e ridere nella stanza da pranzo, ove era acceso un buon fuoco, cogli usci ben chiusi, e il vento che mugolava al di fuori, e qualche volta anche la grandine che scrosciava sui tetti.
Come devono esser stati felici lì in crocchio, ben caldi, ben riparati, mentre al di fuori faceva freddo e pioveva!
Oggi abbiamo solennizzato la festa con un buon pranzo, ma senza i signori Valentini...
per colpa mia, l'ho capito, per non farmi incontrare con lui.
E la festa è stata senza allegria in confronto del bel pranzo del giorno onomastico di mio padre, te ne rammenti?
La mattina splendeva un bel sole.
Sono uscita un momento dinanzi alla porta; mi sopraccaricarono di scialli e di mantelli, e il babbo mi sorreggeva.
Come tutto era lieto e mi sorrideva! il cielo splendente di un azzurro purissimo, il sole che indorava la neve di cui l'Etna era tutto coperto, e il mare ceruleo, i campanili di quei villaggi che biancheggiavano fra gli alberi, quei campi in cui il verde dell'erba contrastava col bianco della neve, quel bosco che taceva perché non c'era vento e non aveva più foglie da lasciar cadere, quella spianata ove abbiamo tanto ballato e giocherellato, quelle galline che razzolavano sulla paglia, quella capannuccia che fumava della neve che squagliava al sole, gli uccelletti che cinguettavano sul tetto, Vigilante disteso sulla soglia che si scaldava al sole, la castalda che sciorinava i panni bagnati sui rami del castagno spogli di fronde, e canterellava volgendo uno sguardo di ineffabile contentezza materna ai suoi due bimbi che si trastullavano sulla porta.
Dio sia benedetto! Dio sia lodato della gioia, della felicità che accorda all'uccello che canta, alla foglia che nasce, al rettile che si scalda, al sole che brilla, alla madre che si tiene al seno il [suo] bimbo, alla povera anima mia che esulta e lo ringrazia.
Come viene presto la notte d'inverno! avrei voluto star fuori lungamente a riempire di quell'arietta frizzante il mio povero petto affaticato, e strascinarmi alla meglio, appoggiata al braccio di mio padre, sino al limite di quel bel castagneto ove ho passato tante ore felici! Avrei voluto assidermi su quel muricciolo che il musco ha tappezzato di verde.
Faceva freddo, il sole mi diceva addio, laggiù nella vallata si levava una fitta nebbia, gli uccelli non cantavano più.
Come è mesto il silenzio del tramonto in inverno! Mio padre vole ch'io rientrassi in casa, e che mi mettessi a letto mentre la più bella luna del mondo faceva scintillare i vetri della finestra.
Avrei desiderato che almeno mi lasciassero quel bel lume di luna, ma chiusero anche le imposte.
Son malata, capisci? fa freddo...
bisogna pure!...
La sera si aspettavano i signori Valentini a cena.
Che bella sera è mai quella del Natale! Anche qui, in questa solitudine, tutto ha un'aria di festa: il contadino che arriva canterellando dalla pianura per fare il Natale colla sua famigliuola, il fuoco che crepita sotto una buona caldaia, le villanelle che ballano al suono della cornamusa.
Ho visto in cucina i preparativi della cena, la legna sul braciere, le candele e le carte da giuoco preparate sulla tavola; sul tavolino presso la finestra un piatto di confetture ed alcune bottiglie di rosolio.
È tutto il lieto apparecchio di una veglia di Natale da passarsi in famiglia.
Ho contato le seggiole disposte attorno alla tavola, erano otto...
la mia non c'era più...
Ho visto però il posto dove soleva assidermi e la seggiola ch'egli occupava presso di me quando guardava le mie carte.
Ho pensato a tutte coteste cose stando in letto tutta sola, in quel piccolo camerino ch'è oscuro, silenzioso, ed ha un aspetto melanconico.
Avrei voluto addormentarmi, avrei voluto non udire quei discorsi, quelle voci, quell'allegria vicino a me...
Ho passato la notte agitatissima senza poter chiudere occhio.
Credo che abbia ancora la febbre.
Son così debole! Ho trattenuto il respiro tutta la notte per ascoltare le parole di lui, per indovinare dal suono della sua voce se egli fosse tristo o allegro.
L'ho udito tre volte; una volta disse «grazie», un'altra volta «tocca a me», l'ultima «signorina».
Se tu potessi immaginarti tutto quello che c'è in coteste parole! se potessi esprimerlo!
Hanno giuocato sino alla mezzanotte.
Io li ho udito da qui.
Poi si son messi a tavola...
Ora sono stanca, la testa mi vacilla...
Ti ho scritto per tenermi desta...
per fare qualche cosa anch'io...
Parliamo di te piuttosto...
e tu hai fatto buon Natale? sei contenta? sei felice?
Voglio stordirmi; voglio far forza a me stessa questi ultimi giorni; voglio vincere questa prova durissima.
Dio ch'è misericordioso mi aiuterà! Scrivimi, scrivimi.
Fra breve forse ci rivedremo, e allora quante cose avrò a dirti!
30 Dicembre
Oh! Marianna! Marianna mia! quanto ho pianto! quanto ho sofferto! I signori Valentini partiranno domani! intendi? Non c'è più coléra! non c'è più nulla!...
partiranno!...
Non lo vedrò più!...
L'ho saputo a caso, pochi momenti or sono.
Non hanno almeno avuto la pietà di dirmelo!...
M'è sembrato di morire, ho rimproverato Dio che mi fece guarire! Ho pianto tutta la notte.
Il petto mi duole assai.
Qualche volta ho singhiozzato così forte che Giuditta mi avrà udito.
Sono una sfacciata! non ho più ritegno; non ho che un solo pensiero; sono uscita come una pazza a chiedere informazioni alla castalda.
È per domani! Egli è venuto a dire addio alla mia famiglia, e non me l'hanno fatto vedere almeno per l'ultima volta!...
e non lo vedrò più...
e non l'ho saputo che a notte fatta, quand'era buio...
quando non potevo più scorgere e salutare quella casetta dove egli passerà l'ultima notte!...
Che gente è quella, Dio mio?...
che gente senza cuore, senza pietà e senza lagrime!...
Che notte! che notte orribile! Com'è angusto questo stanzino, come son cupi questi luoghi! Tutta la notte la pioggia ha scrosciato sui vetri, il vento ha fatto scuotere le imposte, il tuono pareva che ci rovinasse addosso col tetto della casa, e i lampi penetravano fin dentro coi loro sinistri bagliori...
Avevo paura e non osavo segnarmi...
sono una maledetta, una scomunicata, poiché anche in quel momento non pensavo che a lui...
e più di una volta ho pregato Iddio ed ho sperato che quell'uragano durasse, non saprei dire io stessa quanto, purché egli non partisse, purché rimanesse sempre vicino a me...
questo solo!...
non vederlo, non parlargli, ma saperlo laggiù, in fondo a quella valle, sotto quel tetto, dietro quella finestra, inviargli un saluto la mattina, baciare cogli occhi quella soglia, quella terra, quell'aria...
È troppo poi questo? Dio mio! se mi contento di questo!...
Ma egli non ha dunque pensato che io muoio per lui? che io son debole, inferma? Non ha pianto, non ha sofferto anche lui? Perché non è venuto un momento, un sol momento, da lungi soltanto per farsi vedere un'ultima volta, per dirmi addio?
Perché non mi ha fatto udire la sua voce? perché non è passato pel bosco? perché non ha tirato una fucilata in aria? perché non ha fatto abbaiare il suo cane che mi domandava se gli volessi bene, e sulla testa del quale avea posato la mano accanto alla mia?
Mio Dio! Mio Dio!...
Ti scrivo dal letto, su di un grosso libro che mi tengo sulle ginocchia.
Qualche volta ho dei brividi di freddo, delle vertigini; ma se non ti scrivessi non potrei star qui rinchiusa, mi parrebbe di divenir pazza.
Non ho più lagrime e l'angoscia mi divora come un cane rabbioso.
Provo una smania, una febbre, un delirio! Cotesta pioggia che cade, cotesto vento che sibila, cotesti tuoni, cotesti lampi sono insoffribili; questo tetto mi schiaccia, queste pareti mi soffocano.
Vorrei aprire la finestra, vorrei sentirmi battere sulla fronte questa pioggia ghiacciata, vorrei bevermi questo vento freddo; vorrei godermi quei fulmini, quella tempesta che urla, che si contorce, che geme come me.
Se mi avessero detto che doveva tanto soffrire!...
Perché mi hanno tratta fuori dal convento, codesta gente senza pietà? Perché non mi hanno lasciato morir colà, sola, senza aiuto, di coléra, di abbandono.
...
Ah!...
Zitto!...
Ascolta, Marianna!...
Non hai sentito?...
Mi è sembrato...
là, dietro quella finestra, fra il vento, la pioggia, il turbine...
un passo...
sì! sì! è lui!...
è lui! Il cuore mi si spezza! Mi afferro la testa con ambo le mani, perché mi sembra che anche qualche cosa della mia testa mi sfugga! È lui! Che fa? che vuole? Ha picchiato sui vetri!...
Dio! Dio mio!...
fatemi morire! fatemi morire! Mi dice addio! Egli! egli!...
ed io! ed io!...
Che cosa succede dentro di me, Dio mio?...
Ho avuto un colpo di tosse...
È il mio addio...
Egli l'avrà udito...
Non veggo più...
Mi sento morire...
Dio mio! Se mi trovassero morta con questa lettera, questa vergogna!
31 Dicembre
Dio ha avuto pietà di me; ho riaperto gli occhi e mi sono trovata ancora questa lettera fra le mani.
Nessuno l'ha vista; l'uscio è ancor chiuso.
Il sole già rischiara il mio stanzino da tutte le commessure delle imposte.
Gli uccelli cinguettano sul davanzale...
Il sole! com'è orribile! ma dunque la tempesta?...
ma dunque?...
Balzo dal letto...
Non ho forza di reggermi in piedi...
non ho il coraggio di aprire la finestra.
Pure...
...
Dio mio, sia fatta la vostra volontà!...
Tutto è finito! Ho visto quella casa muta, quelle imposte chiuse, un'aria di silenzio, di desolazione e di abbandono tutto all'intorno che spezza il cuore!
Ho interrogato questo cielo che ci ha veduti vicini, questi alberi che hanno stormito sul suo capo, questi monti che poche ore innanzi ci erano ancora comuni e che adesso son soli, tristi, abbandonati!...
È partito! è partito!
Sotto la mia finestra ho visto sul suolo molle di pioggia e bianco di neve le sue orme...
l'ultime sue orme!...
Il suo piede vi si è posato, la sua mano ha toccato questo davanzale...
egli è stato lì! lì! Quest'aria lo ha circondato e tutto quello che io veggo l'ha veduto!...
ed ora non c'è più...
nulla, nulla!
Ho trovato sul davanzale una rosa appassita, una povera rosa che egli mi aveva quasi rubato, e che io gli avevo lasciato rubare.
La pioggia l'ha infradiciata.
È una reliquia.
L'ho qui sul petto...
e quando le forbici recideranno i miei capelli vi metterò in mezzo quel povero fiore morto, e li manderò a mia sorella...
7 Gennaio, 1855
Oggi è l'ultimo giorno che passeremo qui a Monte Ilice.
Domattina partiremo per Catania.
Se toccheremo Mascalucia ti rivedrò.
Se vedessi come tutto qui è triste! Il cielo nuvoloso, l'aria fredda, le valli che son velate di nebbia, i monti che son coperti di neve, gli alberi che non hanno le foglie, gli uccelletti che non hanno allegria, il sole ch'è pallido, quelle lunghe file nere di corvi che si aggirano gracidando per l'aria, que' contadini rannicchiati attorno al fuoco.
I miei non ne potevano più di starsene qui, soli, nella cattiva stagione, e adesso che la paura del coléra è cessata, il babbo non vede l'ora di andarsene.
Io me ne sto delle ore intiere a pensare a non so che cosa, appoggiata sul davanzale, quando il sole splende, o guardando tristamente il cielo attraverso i vetri.
Mio Dio! questa è la morte...
la morte della natura come la morte del cuore...
come la morte della povera rosa...
E pensare che questi luoghi erano tanto belli! che sono stata tanto felice qui!
Mi son riconciliata con Dio, colla mia vocazione.
Ho visto che la pace, la quiete, la tranquillità non si trovano che laggiù, in quella cella, ai piedi di quel crocifisso; che tutte le gioie del mondo lasciano infine un senso di amarezza...
tutte!
Eppure mi pare di lasciare una parte del mio cuore in questi luoghi ove ho passato tante ore tristi e tanti giorni deliziosi.
Ad ogni oggetto che ho visto, ho pensato: domani non lo rivedrò più! Questa sera ho fatto un'ultima passeggiata nel bosco; mi sono assisa un'ultima volta su quel muricciolo; ho contemplato quella capannuccia posta di faccia alla nostra porta, e stando alla finestra ho guardato con un senso inesplicabile di mestizia gli alberi, i monti, quei burroni, il cielo ove si spegneva il raggio del giorno...
e li ho salutati per l'ultima volta, ed ho salutato persino la pietra coperta di musco, sin la gronda che si stende sul mio capo.
Tutte queste cose hanno una fisonomia particolare, la fisonomia malinconica degli oggetti che sembrano dirci addio...
Ed il mio addio sarà eterno.
L'anno venturo, allorché questi monti che adesso tacciono e sono tristi, saranno allegri di suoni, di luce e di fragranze, quando le villanelle canteranno per le vigne e la lodoletta pei cieli, i miei parenti torneranno qui...
Essi rivedranno questi luoghi deliziosi...
Io no! Io sarò lontana, chiusa in convento...
e per sempre.
Ho riveduto quella casetta...
Sembra che pianga, che abbia paura, sola, fredda, silenziosa, perduta in fondo alla valle.
ho chiuso l'ultima volta la mia finestra; ho visto il crepuscolo morire sui vetri e le stelle accendersi ad una ad una nel firmamento; le pareti illuminate dalla candela dell'ultima sera hanno una fisionomia particolare; quel lettuccio, quel crocifisso, quei mobili, tutte quelle piccole cose son diventate intelligenti, sono meste, mi hanno detto addio...
Anch'io son mesta...
ho pianto, e mi son sentito alleggerire il cuore.
Catania, 9 Gennaio
Mia cara Marianna, tu mi avrai aspettato inutilmente.
Non toccammo Mascalucia, perché avremmo allungato di molto il nostro viaggio e il tempo era al cattivo: ma avrei desiderato tanto di vederti!...
Adesso siamo qui da ieri sera, e domani rientrerò in convento.
Siamo partiti da Monte Ilice verso le dieci, col tempo che minacciava pioggia.
Tant'è, ogni cosa era disposta per la partenza e la mamma non avrebbe voluto di nuovo disfare di nuovo i bauli e le valigie per tutto l'oro del mondo.
Meglio così.
A che rimanere più a lungo lassù? Il cielo stesso sembrava scacciarci.
Nondimeno allorché oltrepassai la soglia di quella casa mi sentii un gruppo al cuore.
Volli passare in rassegna un'ultima volta quelle stanzine, la spianata, la capannuccia del castaldo, il muricciolo, quel bel castagno che stende i suoi rami sul tetto! Ho abbracciato le pareti, i mobili del mio camerino; ho aperto un'ultima volta la finestra per udire quello stridere dei gangheri che piangeva.
ho fatto il giro della casetta onde vedere la mia finestra dal di fuori com'egli l'avrà vista...
onde cercare d'indovinare il luogo dov'egli ha posto i piedi...
Tutti erano allegri, Giuditta, Gigi, anche il babbo e la mamma; Vigilante saltellava, poverino, come se non sapesse che l'abbandonavamo.
La castalda ci dava il buon viaggio con tutti i suoi bimbi che le si aggrappavano alle vesti; un uccelletto tremante di freddo è venuto a posarsi su di un ramoscello senza foglie del castagno e si è messo a pigolare anche lui.
Siamo partiti a piedi; in fondo alla valle ci aspettavano gli asinelli per andare sino a Trecastagne, poiché tu sai che su questi monti non si può venire che a cavallo.
Di tratto in tratto ci volgevamo a guardare un'ultima volta quei luoghi che abbandonavamo.
Allo svoltar del viottolo, laggiù nella valle, siam passati vicino quella casetta...
Il cuore non mi reggeva a guardarla, eppure le menome particolarità di essa mi son rimaste scolpite in mente.
La finestra di lui ha le imposte verdi e un vetro è rotto; sul davanzale c'è un segno di umidità al posto dov'era il vaso di gelsomini; il vento ha strappato i tralci della vite che si stendevano sulla porta e li ha gettati a terra; sulla spianata, dinanzi alla porta, ci son ancora dei vetri rotti e alcuni brani di lettere e di giornali fradici dalla pioggia che il vento fa svolazzare di qua e di là; sul davanzale c'è ancora una pipa rotta.
Tutte quelle cose parlano e dicono: Non c'è più! ci ha lasciato! siamo soli!
Quello era il viottolo pel quale egli veniva da noi.
Quante volte ci sarà passato!...
Da quel punto doveva vedere la nostra casetta far capolino lassù attraverso i castagni.
Quante volte l'avrà guardata!...
E quante volte i suoi sguardi si saranno posati su queste pietre coperte di musco, e vi sarà seduto col suo bel cane disteso ai piedi!...
Marianna! non mi regge il cuore a tutte codeste memorie!
Siamo andati a cavallo sino a Trecastagne ove ci aspettava la carrozza.
Il povero Vigilante ci faceva festa per invitarci a condurlo con noi.
Che potevo io fare? L'ho accarezzato ed ho avuto quasi le lagrime agli occhi vedendolo allontanarsi per forza, strascinato dal castaldo che l'aveva legato al guinzaglio.
Rivolsi un ultimo sguardo sul mio caro Monte Ilice e non vidi più né la casa, né la capannuccia, né la vigna.
Vidi soltanto una massa bruna ch'è il castagneto e il resto confuso nella nebbia e biancheggiante di neve.
Montammo in carrozza e partimmo.
Quando siamo entrati in città, il cuore mi si è fatto leggero leggero.
Guardavo fuori lo spettacolo e mi pareva ravvisar lui in ogni persona che incontravo...
Mi avranno creduto una sfacciata!...
quando vedevo un crocchio di gente non potevo frenarmi di mettere il capo fuori lo sportello; ero tutta sossopra come se fossi certa di vederlo in quel cerchio...
la carrozza passava oltre rapidamente e il cuore mi si stringeva come se non avessi avuto il tempo di ravvisarlo fra quella gente.
Chi sa dove abitano i signori Valentini? Venti volte questa domanda m'è venuta sulle labbra, ma non ne ho avuto il coraggio.
Catania è tanto vasta! Non è come quei nostri cari monti! Colà si sapeva sempre ove cercare una persona! Coteste immense vie mi son sembrate tetre; tutta cotesta gente mi è parsa triste.
Siamo arrivati a casa, la casa di mia matrigna, ove mi son trovata come un'estranea in mezzo alla mia famiglia che ne baciava le pareti.
Chi sa se i signori Valentini sapranno del nostro arrivo? Chi sa se verranno? Chi sa se lo vedrò passare per la strada?...
Mio Dio! la nostra strada è tanto deserta! Non si viene a passeggiare da queste parti...
a meno che..
Ma egli potrebbe...
Chi sa dove egli sarà a passeggiare in questo momento? E se poi mi vedessero alla finestra!...
Mia matrigna mi ha detto che domani rientrerò in convento.
Ha creduto certamente darmi una consolazione, e non sa che mi son sentita come agghiacciare di terrore...
Non ci pensavo più...
Ma bisogna rassegnarsi...
Quella è la mia dimora.
Dio mi perdonerà e metterà il balsamo in questo povero cuore che non avrebbe mai dovuto allontanarsi da Lui.
Rivedrò la mia celletta, il mio crocifisso, i miei fiori, la chiesa, le educande mie compagne...
te sola no! tu non verrai più in convento!...
sia fatta la volontà del Signore!...
Qualche volta almeno tu verrai a trovare la tua povera amica che è tanto infelice...
Chi sa se potrò più scriverti e sfogarmi con te?...
Addio! Addio!
10 Gennaio
Ti scrivo un sol rigo che forse sarà l'ultimo.
La carrozza è giù che aspetta.
Il babbo, la mamma, Gigi e Giuditta si son vestiti da festa per accompagnarmi.
Ho pianto; mi asciugo gli occhi; respiro un'ultima boccata di quest'aria libera.
I signori Valentini sono venuti a dirmi addio...
Lui non c'era! Mi hanno abbracciato.
Che piangere si è fatto con Annetta!
Scenderò la scala; monterò in carrozza, e fra venti minuti tutto sarà finito!
Addio anche a te...
Addio! Il cuore mi si spezza.
Dal convento, 30 Gennaio
Non ho voluto lasciare passare il mese senza scriverti.
Tu avresti potuto credere che io sia triste, infelice, mentre qui, ai piedi degli altari, nelle pratiche austere del nostro rito ho trovato, se non la pace, almeno la calma del cuore.
È vero.
Si prova uno sgomento invincibile entrando qui, sentendosi chiudere alle spalle quella porta, vedendosi mancare ad un tratto l'aria, la luce, sotto questi corridoi, fra questo silenzio di tomba e il suono monotono di queste preci.
Tutto rattrista il cuore e lo spaurisce: quelle fantasime nere che si veggono passare sotto la fioca luce della lampada che arde dinnanzi al crocifisso, che s'incontrano senza parlarsi, che camminano senza far rumore come se fossero spettri, i fiori che intristiscono nel giardino, il sole che tenta invano [di] oltrepassare i vetri opachi delle finestre, le grate di ferro, le cortine di saia bruna.
Si ode il mondo turbinare al di fuori e i suoi rumori vengono ad estinguersi su queste mura come un sospiro.
Tutto quello che viene dal di fuori è pallido e non fa strepito.
Son sola in mezzo a cento altre derelitte.
Ho perduto anche la consolazione della famiglia; non posso vederla che in presenza di molta gente, in una gran sala oscura, attraverso la doppia grata che difende la finestra.
Le nostri mani non possono stringersi scambievolmente.
L'intimità sparisce.
Non restano che fantasmi che si parlano attraverso le gelosie, e ogni volta domando a me stessa se quello è mio padre, quel padre che mi sorrideva e mi abbracciava, s'è quella stessa Giuditta che saltellava con me, s'è quello stesso Gigi ch'era così vispo e allegro.
Ora son serî, freddi, malinconici; mi guardano attraverso le grate della gelosia come viventi che si affacciano alla tomba per vedere cadaveri che parlano e si muovono.
Eppure tutte queste privazioni, tutte queste austere pratiche servono a distaccare il cuore dalla fragilità della terra, ad isolarlo, a farlo pensare a sé stesso, a dargli quella mutua calma che viene da Dio e dal pensiero che così si abbrevia il nostro pellegrinaggio sulla terra.
Mi son confessata.
Ho detto tutto! tutto! Quel buon padre ha avuto compassione del mio povero cuore malato.
Mi ha confortato, mi ha consigliato, mi ha aiutato a strapparmi il demone dal seno.
Mi sento più libera, più tranquilla, più degna della misericordia di Dio.
Domani entrerò in noviziato.
Hanno voluto indugiare ancora pochi giorni perché la mia salute è malferma.
Non mi son rimessa mai intieramente dalla malattia che soffersi lassù a Monte Ilice.
Ogni due o tre giorni ho la febbre e tossisco tutte le notti.
Ma Dio mi darà la forza di sopportare la prova del noviziato.
D'ora innanzi però non potremo vederci che assai di raro e non potrò scriverti perché non vedrò tanto spesso Filomena, quella buona sorella laica che si è incaricata di trasmetterti le mie lettere.
Non vedrò più nemmeno il mio povero babbo!...
Sia fatta la volontà del Signore!
Marianna, raccomandami a Dio perché io subisca codesta prova con rassegnazione.
8 Febbraio, 1856
Ho compito il noviziato.
Mi hanno ottenuto una dispensa per ragioni della mia salute ch'è sempre cattivissima.
Ho spesso la febbre, tossisco e son diventata così debole che la menoma fatica mi stanca.
Però il cuore è calmo, e questa è la maggiore benedizione che Dio abbia potuto accordarmi.
Qualche volta la fragilità si ribella, la tentazione mi riassale, allora mi prostro ai piedi dell'altare, passo le notti inginocchiata sul freddo pavimento del coro, macero il mio corpo coi digiuni e colle penitenze e allorché la materia è doma, allorché le mie forze son rifinite, la tentazione è vinta, e la calma ritorna.
Quest'anno di prova è stato assai duro.
Ma il buon Dio me ne ha fatto trionfare.
Ho veduto partire la mia famiglia al sopravvenire del coléra, l'estate scorsa; ho provato anche l'abbandono dei miei...
sono stata sul belvedere a fissare gli occhi su quei bei luoghi ove un tempo anch'io era con loro...
Ahimè! i bei tempi!...
Ho pensato a tante cose...
Ho pianto, sì, è vero, mi son sentita debole qualche volta, ma infine ho trionfato.
Ogni cosa qui serve a rinchiudere l'anima in sé stessa, a circoscriverla, a renderla muta, cieca, sorda per tutto quello che non è Dio.
Eppure anche ai piedi del Crocifisso, quando mi assalivano quelle tentazioni...
e pensava a quella nostra casetta, a quei campi, a quella capannuccia, a quel fuoco che cuoceva la minestra della castalda, domandavo a me stessa se quella povera contadina che si cullava i suoi bimbi sulle ginocchia, senza le mie tentazioni, senza i miei scrupoli, senza i miei rimorsi, non sia più vicina a Dio di me che mortifico con mille privazioni il mio spirito ribelle.
Quante volte non mi sono passati dinanzi agli occhi quei monti, quei boschi, quel cielo ridente!...
Quante volte non ho detto: a quest'ora essi son seduti in crocchio sotto quel castagno; a quest'ora passeggiano pel viale della vigna; a quest'ora Vigilante abbaia, gli uccelletti pispigliano sulla gronda!...
e quando mi son destata come di sognare mi son trovato il viso tutto bagnato di lagrime.
E poi un altro pensiero...
un altro fantasma...
lì...
sempre lì, fisso dinanzi agli occhi...
ai piedi della croce, in mezzo alla folle che ascolta la messa in chiesa, al capezzale del mio letto, dietro quella cortina di saja verde! la tentazione che mi afferra pei capelli, che mi strappa dalla preghiera, che mi fa piangere, che mi fa delirare...
Delle volte mi è sembrato di divenir pazza, e ne ho ringraziato Iddio, perché i pazzi non sono colpevoli...
La domenica, fra tutta, quella gente laggiù in chiesa mi sembra di veder lui!...
Mi segno, corro ai piedi del confessore spaventata, piangente; il buon vecchio tenta confortarmi, e mi prescrive quelle penitenze che devono scancellare dal mio cuore codesta macchia, ma che riescono inefficaci perché io sono una gran peccatrice.
...
Ma egli avrebbe potuto venire in chiesa una sola volta almeno...
ad ascoltar la messa...
senza neanche alzare gli occhi verso il coro...
ma soltanto per farsi vedere...
Egli saprà che son qui e non ha cercato di vedermi!
Dio! Dio mio! Perdonami, Marianna...
vedi come son colpevole! come sono infelice!..
È il demone che mi assale quando meno me lo aspetto...
Quante volte, pregando il Signore che mi tolga da cotesta croce, non ho abbassato gli occhi verso la chiesa per vedere se egli fosse là, per cercarlo tra la folla! e la preghiera è spirata sulle mie labbra!...
e il mio pensiero si è arrestato su di lui!...
a vaneggiare, a sognare di correre pei campi, di ascoltare quel passo, quel colpo bussato alla finestra, e a guardare quelle stelle, e toccare quella mano accarezzando la testa di quel bel bracco e sentirmi alle orecchie quel nome: Maria! come se venisse dal cielo!...
Oh Dio mio, son fragile, son debolissima...
ma lotto, mi difendo...
Non ci ho colpa, Dio mio!..
È più forte di me, della mia volontà, del mio rimorso, della mia fede.
Tu mi scrivi che sei felice, che sei contenta anche fuori del convento.
Ringrazia il buon Dio, Marianna mia, che ti ha serbato la mamma, che non ti ha fatto nascere povera, che non ti ha confitto nel cuore questa spina, che non ti ha fatta debole, isterica, nervosa, malaticcia.
Solo quando questa materia si dissolverà io non soffrirò più.
Ecco perché vorrei staccarmi dal mondo che mi afferra ostinatamente, ed alzo gli occhi e le braccia supplichevoli verso il cielo...
Ora che son ritornata presso alla mia buona Filomena, che ha pietà delle mie pene e mi procura il conforto di scriverti e di ricevere le tue lettere, ti scriverò qualche altra volta prima di profferire i voti solenni.
Tu verrai alla cerimonia, non è vero?
Voglio dire addio a tutti coloro che mi son cari attraverso a quella gelosia, tra il fumo degli incensi e il suono dell'organo.
Voglio che tutti quei volti amici mi confortino all'arduo passo, perché il mio povero cuore è debole; ho bisogno di poter fissare i miei occhi nei tuoi e in quelli del babbo, di mia sorella, di Gigi, di Annetta, allorché sentirò la forbice stridere fra i miei capelli...
Ho paura, ho paura, Marianna!...
Ho paura di quelle forbici...
Ho paura di quel momento!...
Ho paura di lui...
s'egli venisse in chiesa quel giorno!...
Dio mio! No! no! son debole, Dio mio!...
no! per pietà!...
Tu verrai insieme a tuo padre, Giuditta, mio fratello, la mamma, Annetta, i signori Valentini...
Dio mio! sia fatta la vostra volontà!
27 Febbraio
Marianna mia! sorella mia!...
M'era sembrato d'essermi agguerrita contro il dolore, ma quest'altro che sopravviene mi lacera, mi schiaccia, mi annichilisce! Eccomi più debole, più meschina di prima! Dio mio!...
Anche cotesto!...
Anche cotesto!...
Quello che ho saputo, Marianna! quello che ho saputo!...
Avresti mai potuto immaginarlo? Sono stata malata per più di due settimane.
Ora mi son levata, ti scrivo, piango con te.
Che è mai questa cosa meschina ch'è dentro di me, che geme, che soffre, che non sa strapparsi da tutte coteste miserie per elevarsi a Dio?...
Ma essi avrebbero dovuto farmelo ignorare...
Sono senza pietà!...
No! piuttosto io son debole, io son colpevole! Dio mi punisce.
Il signor Nino sposerà mia sorella...
intendi?...
Son venuti a darmi la lieta novella!...
È un buon matrimonio...
ambedue sono ricchi...
Giuditta è contenta, felice...
Non ho avuto il coraggio di domandar loro in grazia di risparmiarmi la prova della visita d'uso...
perché anch'egli verrà...
Sento che non avrò la forza di quest'altro sacrifizio...
mi ucciderà...
Ed egli!...
egli...
l'avrà?
Ma pregherò tanto Iddio...
per me...
e per lui...
mi flagellerò tanto...
piangerò tanto che Dio ci darà ad entrambi la forza di superare la prova crudele.
Ho pianto; sino a quando non avevo più lagrime.
Il mio petto si lacera; la mia testa vaneggia; vorrei dormire; vorrei soprattutto che il Signore mi risparmiasse questo dolore...
Sia fatta la volontà di Dio!
28 Febbraio, mezzanotte
Dio sia lodato! la prova è subìta.
Mi è parso di morire...
ma è passata...
ora è tutto finito...
Mi avevano fatto prevenire, come anche tutte le monache nostre parenti, la madre abbadessa, e la direttrice delle novizie.
Noi aspettavamo nella sala grande che precede il parlatorio; ero seduta fra l'abbadessa e la madre direttrice.
Sono arrivati puntualmente all'ora stabilita.
Ho udito la carrozza che si fermava alla porta, i loro passi che salivano le scale e si avvicinavano alla grata...
Mi son levata barcollante...
non ci vedevo...
Ho sentito la campana che mi chiamava...
La direttrice aprì la cortina; mi aggrappai alla tenda; mi lasciai cadere sulla panca di legno; vidi in confuso quella inferriata affollata di visi...
ma non mi avranno veduta; qui faceva buio.
Essi parlavano.
Dopo un po' di tempo ho potuto udire anch'io.
Parlava mia matrigna...
anche il babbo...
Giuditta non diceva nulla...
e neanche lui...
Mia sorella aveva una veste e un cappellino color di rosa, sembrava felice.
Lui le stava accanto; aveva il suo cappello fra le mani e lo lisciava coi guanti...
Non piangevo...
mi pareva di sognare...
ero sorpresa come non soffrissi dippiù...
poi si alzarono...
Il babbo mi disse addio, la mamma mi sorrise, Giuditta mi ha mandato un bacio, Gigi mi chiese dei dolci...
egli s'inchinò.
Lo vidi allontanarsi...
Egli era al fianco di Giuditta: sulla soglia le diede il braccio...
Indi la porta si rinchiuse, i passi si allontanarono...
poi non si udirono più.
La carrozza partì...
rimasi al silenzio.
Più nulla!...
Nulla!...
Son sola!...
10 Marzo
Fra un mese prenderò il velo.
Si fanno già i preparativi per la festa.
Tutti mi colmano di carezze.
Non passa giorno che il babbo e la mamma non vengano a trovarmi.
Hanno voluto solennizzare quest'avvenimento.
Ci sarà della musica, dei fuochi d'artificio, degli invitati.
Il mio caro babbo sembra felice che anch'io prenda stato, com'egli dice.
Giuditta è venuta anche lei qualche volta.
Se vedessi come la rende bella la felicità! Che Dio la benedica!
Anche tu sei fidanzata, Marianna mia? Mi scrivi che sei felice! Così sia! Ma non dimenticare nella felicità la tua povera amica che abbisogna più che mai del tuo affetto.
Di tanto in tanto quando ne avrai il tempo, vieni a trovarmi.
Se sapessi come sono felice in quei pochi e rari momenti in cui rivedo le persone che mi vogliono bene! Sai che è atto di carità visitare i poveri carcerati!
Tu che sei sposa, tu che sei felice, dimmi com'è fatta quella gioia, quella festa, quel gaudio che deve provar mia sorella; dimmi che cosa ci deve essere nel suo cuore vedendosi sempre accanto la persona amata senza scrupoli, senza rimorsi, senza paure, benedetta, festeggiata, accarezzata da tutti; dimmi come deve essere fatta la felicità di pensare che ella sarà di lui, ch'egli le apparterrà, che lo vedrà tutti i giorni, tutte le ore, che l'udrà parlare, che si appoggerà al braccio di lui, che gli dirà all'orecchio tutto quello che le passerà per la mente, che si chiamerà col nome di lui, che verrà il giorno in cui si cullerà sulle ginocchia i suoi figli e insegnerà loro ad amarlo, a pregare il buon Dio per lui...
Pensare che tutto sarà una festa, e che questa festa non avrà mai fine! Com'è buono il Signore a concedere tanta felicità.
Ho saputo che lo sposalizio si farà domenica...
Che Dio li benedica!
Domenica, 29 Marzo, mezzanotte
Marianna mia, ti scrivo dalla mia cella, di notte, temendo che il mio lumicino venga scoperto attraverso la cortina, e che mi sia tolto anche il meschino conforto di aprirti tutta l'anima mia.
Che giornata è stata questa per me, Marianna! Non cesserò dunque mai di soffrire?
Son sola, tremante di freddo; tutto è silenzio, non si ode che il pendolo dell'orologio come il passo di uno spettro che passeggi pei vasti corridoi oscuri.
Sono stata tutto il giorno nel coro a pregare, a piangere al cospetto di Dio.
Ora son debole, stanca, non ne posso più, ma sono alquanto più calma.
È domenica!...
Tu comprenderai tutto quello che c'è in questa parola...
e non dico altro...
È stato oggi!...
Mi hanno portato i rinfreschi della festa, sai!...
Non si rammentarono che sono malata e che mi farebbero male?
Come avrebbero potuto pensarci? Tutti sono allegri, è un giorno di giubilo...
La colpa è mia che sono una povera donnicciuola infermiccia ed uggiosa.
Che festa sarà stata mai quella!...
Tutta la scorsa notte non ho potuto dormire...
Anch'essi non avranno dormito aspettando l'alba di questa domenica...
sognando ad occhi aperti quei fiori, quegli abiti da festa, quella folla, quei visi ridenti...
Anch'io ho visto, ho sognato tutte quelle cose.
Ho veduto Giuditta così bella col suo abito da sposa, col suo velo bianco, e la sua corona di fiori d'arancio!...
E lui...
lui che le dava la mano, le sorrideva...
andavano in chiesa, circondati d'amici, di parenti, di persone care...
l'altare era tutto illuminato, l'organo suonava...
Poi si sono inginocchiati ed hanno chiamato Dio a testimonio della loro felicità.
Dio ch'è misericordioso avrà fatto dimenticare a lui quella sera in cui mi prese la mano, quelle parole che mi disse, il raggio di quelle stelle, quella notte d'uragano in cui a dirmi addio, quel bussare che fece alla finestra, la tosse che mi assalì...
Anch'io l'ho dimenticato...
Voglio dimenticarlo...
Tutto è finito...
tutto...
Vedi che son rassegnata, Marianna, che Dio ha avuto pietà di me!...
Domani mi preparerò al gran passo con gli esercizi spirituali.
Non ti scriverò; non vedrò più nessuno, neanche mio padre...
È l'agonia.
Quei due cuori felici avranno pensato qualche momento, in mezzo al turbine della loro felicità, a questa povera donna che si muore qui, sola, derelitta?
Vieni alla cerimonia...
Sarà per domenica, 6 Aprile.
È un'altra domenica, come tu vedi...
soltanto quest'altra è triste!...
Verrai? Ti aspetto.
Addio.
Non ti pare assai malinconica?
Sabato, 5 Aprile
Ti scrivo un rigo in fretta per rammentarti che ti aspetto, che ho bisogno di te, di voi tutti; che ho bisogno di forza e di coraggio.
Mi hanno portato il velo, i fiori, la veste nuova; è una bella veste da sposa.
Si fanno gli ultimi apparecchi.
È per domani...
Se vedessi che movimento insolito, che frastuono, che giubilo! è una festa per tutte coteste povere recluse.
Quest'immenso sepolcreto si anima soltanto allorché si spalanca per un'altra vittima.
È un bel giorno d'Aprile.
Il tempo è stato cattivo sino ad oggi; ma adesso brilla un bel sole.
Sono stata sul belvedere a respirare un ultimo sorso di vita.
Quante cose ho visto da lassù, Marianna! i campi, il mare, quell'immenso mucchio di palazzi, l'Etna laggiù, in fondo...
Tutte queste cose sembrava che avessero un'aria triste...
Avrei voluto vedere un'ultima volta Monte Ilice, la nostra casetta, quel bel castagneto...
Non ho potuto vederli...
non li vedrò più...
ho un gruppo qui nel cuore!...
Dalla strada saliva sino al belvedere un frastuono, un rumore di carri, di vetture, di voci, di gente che lavora, che va e viene...
Tutta quella gente ha degli affari, delle gioie, delle pene, cammina, vive...
Quegli uccelli che volano lontano...
Fra me e tutta questa vita che mi circonda, domani, fra poche ore, si leverà un muro insormontabile, un abisso, una parola, un voto...
Come passerò questa notte?...
Se ti avessi almeno qui con me!...
Ho paura!...
Dio mio, sorreggetemi!
Lunedì, 7 Aprile
Sorella mia! Hai udito mai i defunti parlare dalla tomba?
Son morta! La tua povera Maria è morta.
M'hanno disteso sul cataletto, m'hanno coperto del drappo mortuario, hanno recitato il requiem, le campane hanno suonato...
Mi pare che qualche cosa di funereo mi pesi sull'anima, e che le mie membra siano inerti.
Fra me e il mondo, la natura, la vita, c'è qualche cosa di più pesante di una lapide, di più muto di una tomba.
È uno spettacolo che atterrisce! La morte fra il rigoglio della vita, fra il tumulto delle passioni, il corpo che vede morire l'anima, la materia che sopravvive allo spirito!
Apro gli occhi come trasognata; spingo lo sguardo nell'immensità, fra quel buio, quel silenzio, quella quiete inerte...
Tutto è ad una immensurabile distanza.
Ti vedo come in sogno, al di là dei confini della realtà...
Sei tu che sei svanita nel vuoto, oppure son io che mi sono smarrita nel nulla?
Sono ancora sbalordita.
Mi pare di aggirarmi in un immenso sepolcreto, mi pare che tutto ciò sia un sogno...
che non debba essere per sempre, che io debba svegliarmi.
Ho assistito ad uno spettacolo solenne, ma mi pare che non sia stato per me...
Mi pare che io sia stata presente come tutti gli altri ad un funerale, ad una lugubre cerimonia religiosa, ma che quando tacerà quella musica, quando non suoneranno più quelle campane, quando si spegneranno quei ceri, quando quei preti sfileranno in sagrestia, quando tutta quella gente si leverà per andarsene, debba andarmene anch'io e non abbia a restare sola, qui...
dove ho paura...
Ho visto tutti quei lugubri apparecchi che stringono il cuore, e si trattava di me?...
ed ero io che morivo?...
Tutta quella gente vestita a festa, tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me?...
Ed io ho potuto acconsentire a morire?...
Ho voluto morire?...
M'avevano abbigliata da sposa, col velo, la corona, i fiori; m'avevano detto ch'ero bella.
Dio mel perdoni!...
io ne fui contenta soltanto per lui che mi avrebbe veduta così!...
M'affacciarono alla grata della chiesa.
Tu mi vedesti; io non vidi nessuno; vidi una nube di incenso, un brulichìo, molte torce che ardevano; udii l'organo che suonava.
Poi chiusero la cortina, mi spogliarono di quei begli abiti, mi tolsero il velo, i fiori, mi vestirono della tonaca senza che me ne avvedessi.
Io non udivo, non vedevo nulla...
lasciavo fare, ma tremavo talmente che i miei denti scricchiolavano gli uni contro gli altri.
Pensavo alla bella veste da sposa di mia sorella, alla cerimonia cui ella aveva dovuto assistere senza provare lo sgomento che allora mi invadeva.
La cortina fu riaperta.
Tutta quella gente era ancora lì, guardava, ascoltava, con un'avida curiosità che mi agghiacciava di inesplicabile terrore.
Mi sciolsero i capelli e me li sentii fin sulle mani che tenevo giunte; li raccolsero tutti in pugno...
e allora si udì uno stridere d'acciario...
mi parve che mi cogliesse il ribrezzo della febbre, ma era quella sensazione di fresco che provai sul collo allorché quella cosa fredda s'introdusse fra il volume delle mie chiome; del resto non aveva che un'idea confusa di quanto accadeva.
Vidi mio padre che piangeva.
Perché piangeva? Vidi mia madre, Giuditta, Gigi...
Accanto a Giuditta c'era un'altra persona ch'era pallida pallida e mi guardava cogli occhi spalancati.
In quel punto lo stridere di quella cosa agghiacciata mi parve che superasse il canto dei preti, il suono dell'organo, i singhiozzi di mio padre.
I capelli mi cadevano da tutte le parti a ricci, a trecce intere...
e le lagrime mi cadevano dagli occhi...
Allora l'organo si fece mesto, le campane parvemi che piangessero.
Mi stesero sul cataletto, mi coprirono colla coltre dei trapassati.
Tutte quelle figure nere mi circondarono; mi guardavano, pallide, impassibili come spettri, salmodiando, colle torce in mano.
La cortina si rinchiuse.
In chiesa si udì lo scalpiccìo di tutta quella gente che se ne andava...
Tutti mi abbandonavano...
anche mio padre...
Gli spettri mi abbracciavano, mi baciavano, avevano le labbra fredde e sorridevano senza far rumore.
Tutto ciò significava che io morivo! E com'è bastato questo solo ad addormentare tutti gli affetti che mi bollivano in seno? a soffocarli? Quella cerimonia, quei lumi, quel cataletto, quelle forbici come hanno avuto il potere di lasciarmi il petto vuoto, i sensi inerti? come hanno potuto farmi discendere viva nella tomba, farmi rinunziare a tutti i beni di Dio, l'aria, la luce, la libertà, l'amore?...
Ancora il peccato!...
ancora!...
dopo morta!...
Ma anch'esso morrà.
Qui dove c'era il cuore, adesso non c'è più nulla.
Sono gli ultimi aneliti di vita, è la lotta dell'anima che non vuol morire.
Penso, gemo, mi agito, soffro, ma sarà per poco.
Ho passato tutta la notte senza poter chiudere occhio, senza sognare, senza poter pensare.
Che ne hanno fatto di me? che cosa? Ecco quello che domando a me stessa con terrore.
Tutta la notte, là, al disopra di quella cortina, c'è sempre quel volto...
il volto di colui...
mi ha guardato, muto, pallido, cogli occhi spalancati, mentre le forbici stridevano incessantemente fra i miei capelli.
Non ho più la forza di piangere: il nulla mi ha invaso.
No! non è vero! quello strano mistero che si è compiuto non mi ha avvicinato a Dio...
mi ha lanciato nel buio, nel vuoto; mi ha annichilito.
Non so che cosa ci sia più dentro di me...
È un silenzio che mi spaventa.
15 Maggio
Ti scrivo dal letto.
Sono assai malata.
Se tu mi vedessi, cara Marianna, come la febbre ha divorato le mie carni! Allorché guardo le mie povere mani pallide e tremanti mi pare di vedervi il sangue circolare nelle vene, tanto sono scarne.
Ho un ardore, un bruciore qui, nel petto!...
Oggi mi sento alquanto meglio ed ho la forza di scriverti.
Vorrei ciarlare con te e pensare a quei bei giorni ch'erano pieni di vita e di allegria; ma tutto quello che mi circonda è sì triste, che il mio cuore non ha la forza di sorridere neanche chiudendo gli occhi e sognando il passato.
Ho sofferto assai, ma il Signore non mi ha abbandonato.
Mi hanno trasportato all'infermeria, e questo è stato un gran dolore.
Almeno nella mia celletta ci avevo tante memorie che sebbene dolorose tuttavia mi erano care; ma qui mi sembra che tutto sia lugubre, che ogni inferma vi abbia lasciato lo spettro delle sue sofferenze.
Chi sa quante monache son morte qui?...
forse in questo stesso mio letto!...
E quando, nelle lunghe notti insonni in cui la febbre più mi travaglia, io faccio coteste riflessioni, provo un ribrezzo invincibile, e veggo i fantasmi avvolti nel velo nero strisciare lievemente sulle pareti facendo vacillare il debole lume della lampada dal corridoio...
ed ho paura, e nascondo il capo sotto i lenzuoli.
Piango da mane a sera ricordandomi di quel caro stanzino di Monte Ilice, le cui pareti mi conoscevano e mi sorridevano, accanto ai miei parenti, con quel bel sole, quell'aria, quei volti amati...
E quando il mio cuore ha maggior bisogno di affetto e di conforto, non si vede attorno che i visi delle infermiere, rese impassibili dall'abitudine di veder soffrire.
Anche il raggio che attraversa la finestra è pallido, scolorito, malaticcio.
La primavera è passata ridendo sulla terra senza mandare un solo dei suoi colori festosi su quest'
angolo derelitto di pene e di miserie.
Ieri una farfalletta tutta bianca venne svolazzando a posarsi fin sui vetri della finestra.
Tu, benedetta dal Signore, che vedi il sole, che respiri l'aria libera a pieni polmoni, non puoi farti un 'idea di quel senso di tenerezza che può recare la vista di una farfalla, il profumo di un fiore, all'anima di un 'inferma! Mi pareva che tutto il lieto corteggio della primavera, il venticello profumato, il verde dei prati, il canto mattutino dell'allodola aleggiasse intorno a quella farfalletta, e fosse venuto ad allegrare il doloroso asilo di tante derelitte.
Ahimè! la farfalla dopo di essersi fermata un istante su quel triste fiorellino che spunta dal crepaccio del davanzale, si staccò agitando le sue alucce e si perdette nell'azzurro del cielo...
era libera, allegra, e avea forse visto tutti quei visi pallidi e tutte quelle lagrime!
Fra due o tre giorni spero levarmi un'ora o due.
Farò forza a me stessa, purché mi permettano di ritornare alla mia celletta...
purché mi tolgano da questo luogo...
Chi sa quando potrò rivederti? Mi sento talmente sfinita di forze che mi sembra non debba mai più alzarmi da questo letto.
Ti ho scritto in due o tre riprese, e tuttavia non potresti immaginare quanta fatica mi abbia costato lo scriverti...
Pure è stato un gran conforto per me...
il solo conforto che mi sia rimasto.
Non vorrei mai lasciare il chiacchierare con te, perché intanto non penso che soffro, che son qui...
e tante altre brutte cose.
Ma adesso non ne posso più.
Ti ho scritto una lunga lettera, non è vero? molto lunga per una povera malata quale io sono.
Ti costerà un po' di fatica il decifrare la scrittura, perché la mano è malferma; ma tu che mi ami indovinerai quello che ho scritto...
e quello che non ho scritto.
Bisogna ringraziare Iddio anche di questa malattia.
Sono come istupidita.
Mi pare di sognare, e ancora non saprei render conto a me stessa di quello che son diventata...
Quando mi sveglierò, il buon Dio mi darà la forza...
Addio...
27 Maggio
Perché tutti mi avete abbandonato, Marianna? anche mio padre! anche tu! Son qui, tutta sola, a soffrire, in questo vasto corridoio dove non c'è sorriso di sole né di volti amorevoli; sono in uno stato da far compassione alle pietre.
Morirò, Marianna mia; la tua povera amica morirà qui e non ti vedrà più...
e non vedrà più suo padre!
Credevo di star meglio; avevo sperato di lasciare questo orrido asilo.
Ho peggiorato, e nessuno mi dissimula più la gravità del mio stato.
Se dovessi morire, qui, sola!...
La notte!...
Com'è terribile la notte, Marianna!...
Quelle lunghe ore non finiscono mai! quel lumicino vacillante, quel crocifisso, quelle pitture tenebrose, quei lamenti soffocati, quel russare delle infermiere che dormono sulle poltrone.
Ardo di sete e non oso disturbare le suore infermiere che brontolano, poverine, quando sono svegliate spesso.
L'altra notte tentai strascinarmi sino al tavolino per estinguere quest'arsura che mi consuma le viscere.
Mi pareva di smarrire la ragione per la gran sete; ma appena mi levai da letto caddi a terra svenuta, e mi feci una larga ferita al capo.
Mi trovarono in un lago di sangue...
L'alba arriva scolorita, mesta, senza sorriso.
La notte sopraggiunge piena di paure e di larve.
Penso a mio padre, alla mia famigliuola, a tutte quelle cose che addolcirebbero anche le presenti sofferenze, e piango, piango, e il petto mi si rompe.
Dio mio! se morissi qui!...
se morissi...
senza veder mio padre?
Dev'essere un gran brutto momento quello, Marianna! Ho paura a pensare che sarò sola, senza nessuno che mi conforti...
Se potessi vedere mio padre almeno! Non ti pare una barbarie codesta di non farci vedere i nostri più cari almeno un 'ultima volta in quel momento solenne? Il solo conforto che mi abbia è quello di scrivergli, come scrivo a te; ma quando non potrò più scrivere?...
Se il mio babbo sapesse la centesima parte di quello che io soffro!
Quanto mi costa lo scriverti! Nei rari momenti in cui mi sento un po' rianimata, mi sforzo a fare due o tre righi; mi pare di riattaccarmi alla vita, e ti assicuro che mi ci attacco disperatamente; ma la mano mi trema in modo che non saprei rileggere io stessa quello che ho scritto, ed ho la testa così debole che non so quello che mi dica.
Ripiglio dieci volte la lettera per scriverti dieci versi.
Quell'anima caritatevole di Filomena viene a vedermi tutti i giorni e mi reca le vostre notizie.
Che Dio la benedica pel conforto che dà alla povera inferma! Non potrei mai dirti quanto sia prezioso per la desolata anima mia il più piccolo favore, il più lieve segno di simpatia...
Ho tanto bisogno di essere amata, di amare...
di amare assai poiché la vita mi sfugge!...
3 Giugno
Oh! Marianna!...
domani mi recheranno il viatico!...
Dunque il mio stato è davvero assai grave?
Eppure non mi sento in punto di morte...
Dio mio! sia fatta la vostra volontà!
Al di fuori di quella finestra c'è ancora il sole che splende, si sente il rumore di tanta gente che si muove, che vive...
un raggio di sole ha attraversato i vetri e viene a posarsi sul mio letto...
Quante cose ci sono in un raggio di sole!...
Tutte quelle cose che egli vede ed illumina in questo istesso momento...
tante gioie, tanti dolori, tante persone che si amano...
e lui!...
Sulla gronda c'è un nido di rondini...
anche per esse il sole splende...
Mio Dio!...
Ma come dovrò morire senza veder mio padre? Non dovrò vederlo più? Dio mio! Dio mio! Son rassegnata a morire, m a vorrei veder mio padre per l'ultima volta...
egli non saprà che muoio, quel povero babbo!...
perché non l'hanno avvisato?...
perché non l'hanno chiamato?...
Chi sa quanto piangerà!...
Morire! morire così giovane!...
Non ho ancora ventun anni!
Oh! Dio!
Quando morrò? Morissi subito almeno! Quest'agonia allo spirito è dolorosa.
4 Giugno
Mi son confessata.
Che terrore! che terrore, Marianna!
Tutti quegli apparecchi mi parlavano dell'altra vita ed io pensavo ancora a lui!...
ed io aveva il nome di lui sulle labbra mentre tutte le suore inginocchiate intorno al mio letto recitavano le litanie!
Che lugubre cerimonia! quelle torcie, quel campanello, quel baldacchino, quelle salmodie!...
Addio, voi tutti che amo, padre mio, Marianna, sorella mia, mio Gigi...
e tu...
addio!
Oh! Marianna...
digli che io ho pensato a lui anche in questo momento!...
7 Giugno
Oh! Mariana! Marianna! ringrazia il buon Dio!...
non son morta...
forse vivrò!...
Dio mi userà misericordia e mi farà rivedere i miei cari...
M'hanno detto che anche questa lusinga è un peccato, e che bisogna rassegnarsi ai divini voleri...
Vi chieggo perdono di questo mio desiderio, Signore! Ma il cuore è debole ed infermo!...
10 Giugno
Oh! Dio è misericordioso! non morrò! Il medico dice che sto meglio...
Vivrò! vivrò! Marianna!...
Dio mi farà vivere! Son così debole...
prego...
benedico il Signore...
e quando vedo quel raggio di sole che scintilla sui vetri della finestra piango di tenerezza, e il pianto mi fa bene.
Oh! Marianna mia!
13 Giugno
Che festa sarà quella quando rivedrò quel buon vecchio, e tutti i miei cari!...
che lagrime! che consolazione!...
Mi proibiscono di affaticarmi; non ti scriverò a lungo.
Peraltro non ne avrei la forza.
Se tu vedessi com'è ridotta la tua povera Maria!...
Mi dicono di esser calma...
ma non possono impedire alla mia mente di correre e correre, e pensare a tutte quelle cose che fanno piangere di gioia...
al giorno in cui scenderò in parlatorio, e vi vedrò...
e la povera anima mia è tutta allegra...
Ma poi ve ne andrete!...
e mi lascerete di nuovo qui!...
sola!...
24 Giugno
Dio sia benedetto! ho veduto alfine il mio babbo! Tu sai quanto abbia dovuto pregare il medico e l'abbadessa perché mi fosse concessa codesta grazia.
Ieri finalmente il buon dottore mi permise di uscire dall'infermeria.
Il tempo era bella; sentivo il mio povero petto tanto malato dilatarsi nel respirare l'aria vivificante del mattino; Filomena mi dava il braccio.
Attraversai il giardino ove c'era un bel sole e dei fiori...
avevo avuto tanto freddo in quei tristi cameroni quasi bui! Le fogliuzze stormivano appena perché la brezza non può spirare in questo recinto chiuso da mura così alte, la sabbia dei viali scricchiolava sotto i passi, due o tre farfallette svolazzavano di fiore in fiore...
Era ben poco, è vero, ma tu non sai quanto valga questo pochissimo per una povera reclusa! Lassù, in alto, ad una finestra del dormitorio, un canarino cantava dolcemente...
è vero ch'è chiuso in gabbia, poverino! e se si potesse intenderlo si saprebbe che invece egli piange...
ma pure tutti questi nulla ineffabili, che per molti passeranno certamente inosservati, formano tesori di dolcezze per chi non ha altro che gli rammenti i campi, i boschi, la vita...
e fanno sorridere il cuore, se non la mente.
Chiudendo gli occhi in quest'angolo di terra recinto dalla clausura si potrebbe dimenticare di essere in convento ed immaginarsi di essere circondati di liete campagne, di luce, di aria...
e di essere liberi.
Ma poi si vedono muri così alti, e finestre tutte chiuse da gelosie...
e il cuore si stringe involontariamente.
Vedi come son fatta! Pensare che avrebbe potuto bastarmi quest'angolo di terra, uno spicchio di cielo, un vaso di fiori, per godere tutte le felicità del mondo, se non avessi provato la libertà e se non mi sentissi in cuore la febbre roditrice di tutte le gioie che son fuori di queste mura!...
e pensare che se ricadrò malata, se mi chiuderanno di nuovo in quell'infermeria, sarò privata anche di questo giardinetto, di questi fiorellini, di questo sole che non viene a visitare i poveri infermi, perché anche il suo raggio diverrebbe triste...
Oh! Marianna! quello che provai allorché scorsi il mio babbo adorato che mi aspettava in parlatorio! quello che provai allorché appoggiai le mie mani tremanti a quella grata!...
non saprei dirti nemmeno se fu gioia o dolore.
Il buon vecchio, come mi vide così pallida e così disfatta, non poté frenare le lagrime; Gigi piangeva anche lui, ed anche Giuditta, ed io che ho il cuore infermo, che sono così debole, che mi struggo in lagrime per un nulla, ruppi in singhiozzi che mi alleggerivano il seno.
Avrei voluto buttarmi fra le sue braccia, e quella grata dura e fredda stava lì, fra di noi, fra il padre e la figlia che si rivedono dopo essere stati sul punto di non vedersi mai più...
Non ho mai compreso prima d'allora tutto quello che c'è di odioso nella clausura.
Quando ci fummo sfogati in lagrime, mio padre mi domandò le più minute informazioni della mia malattia.
Tentava di sorridere, di confortarmi, e di tratto in tratto i singhiozzi gli strozzavano la parola, e le lagrime cadevano sulla sua barba grigia senza che egli se ne avvedesse...
Come si stringeva il mio cuore!...
eppure avrebbe dovuto essere una festa, quella!...
non è vero? Giuditta era lì, così pallida! piangeva anch'essa; la guardavo, la guardavo come se trovassi in lei qualche cosa di nuovo, d'indefinibile.
Avrei voluto singhiozzare o piangere a voce alta fra le sue braccia, e sentivo che l'affetto di lei mi faceva male al cuore; la guardavo, e gli occhi mi si riempivano di lagrime, e attraverso le lagrime la tentazione ma faceva scorgere accanto alla sua testa un altro viso pallido pallido...
Oh! Marianna! è la debolezza che mi viene dalla lunga malattia sono allucinazioni prodotte dal demonio...
Dio mio! aiutatemi!
E poi fra me e le persone che mi sono più care, in quei momenti ineffabili che dovrebbero essere sacri, c'era la monaca che mi accompagnava, estranea ed indifferente a quella gioia, a quel dolore, a quelle lagrime...
Non ti pare che le lagrime abbiano anch'esse il loro pudore?...
C'era anche mia matrigna che ci proibiva il dolce sfogo del pianto sotto pretesto che mi facesse male.
Fra tutte queste cose fredde, dure, ingrate, le sbarre dell'inferriata erano le meno repulsive.
Come scorsero in un lampo le due ore che mi fu concesso rimanere al parlatorio! Finalmente tutte quelle care persone che son parte di me dovettero lasciarmi.
Le accompagnai cogli occhi fino alla porta; ma allorché furono per oltrepassare la soglia, il cuore non mi resse, mi parve di smarrire il senno; chiamai il babbo ad alta voce, quasi fuori di me, come se non dovessi rivederlo mai più; cercavo un pretesto per trattenerlo ancora pochi minuti e non seppi dir nulla, e scoppiai in lagrime.
Piangevamo tutti e nessuno poteva trovare una sola parola.
Il babbo mi promise che sarebbe ritornato il giorno dopo.
Questa volta partì davvero, e il rumore della porta che si chiudeva me lo sentii ripercuotere nel cuore; stringevo la grata di ferro con mano convulsa e fissavo ancora gli occhi su quella porta chiusa...
Che momenti son quelli, Dio mio! Le monache mi aiutavano a risalire nella mia cella, e quando fui sola, senza testimoni, allora soltanto potei mettermi ginocchioni e sfogarmi in singhiozzi.
Ora son più tranquilla.
Ho ringraziato il Signore di avermi fatto rivedere il babbo; gli ho chiesto perdono di questo mio soffrire che è una colpa, perché avevo già accettato cotesta vita di privazioni e di dolori, avevo fatto voto di dedicarmi a Lui intieramente...
e il mondo mi avvince ancora con i suoi legami più tenaci.
Dio misericordioso! ci ho colpa io se non ho forza di rompere cotesti legami?
Marianna mia, non verrai uno di questi giorni a visitare la povera inferma? Vieni, vieni.
Ho tanto bisogno di vederti!
28 Giugno
Chi sa che cosa penserai di me, di una monaca che geme, che si lamenta, che ti scrive clandestinamente? Quando scendo ad esaminare me stessa, mi trovo così colpevole, così abbietta che non so comprendere come tu mi lasci ancora la carità della tua amicizia...
Il mio peccato è mostruoso, è vero ma sento che nella mia sventura c'è qualche cosa ch'è più colpevole di me stessa...
e Dio mi perdonerà per questa ragione.
Ci son dei momenti in cui, se non ti scrivessi, tutto quello che soffro dentro di me griderebbe ad alte strida da tutti i miei pori...
Lo sai, Marianna? lo sai?...
quella tentazione mi possiede ancora! quel serpe l'ho sempre qui, fitto nel cuore! Quando ti parlo di cose indifferenti e cerco dissimularlo a te e a me stessa, allora mi morde più aspramente, mi lacera coi suoi denti avvelenati.
Ho paura di esser dannata; mi dibatto contro il Demonio, ed esso mi avvinghia più tenacemente...
mi possiede! comprendi?...
mi possiede! Ora che la malattia mi ha indebolito, io non ho più la forza di lottare.
Non vorrei morire perché ho paura dell'inferno...
perché amo il mio peccato!...
Oh! perdonami, sorella mia!...
anch'io inorridisco di quello che scrivo, di quello che penso...
Non so più pregare Iddio perché non oso più levare la fronte verso di Lui!...
Dio mio! che ho fatto? che ho fatto io mai?...
L'amo sempre! l'amo più di prima! l'amo sino alla pazzia...
e son monaca!...
ed egli è sposo!...
sposo di mia sorella! è orribile! è mostruoso!...
son perduta, sono maledetta!...
Ma che colpa ci ho io?...
Come ho potuto meritarmi un castigo sì duro? Ora che son rinchiusa vivente nella tomba quest'amore si è fatto un delirio, una collera, una rabbia!...
Non mi ricordo più di quei momenti di paradiso, non provo più quelle trepide gioie...
Ho sempre qui nella mente, nel cuore, dinanzi agli occhi, una figura spaventosa che mi fa ardere d'angoscia e di passione...
Sento una voce che viene d'oltre tomba, che mi chiama...
Ascolta...
Maria!...
Maria!...
il nome con cui mi chiamavano al mondo...
Adesso Maria è morta...
e trema tutta, e il sudore si agghiaccia pel terrore delle sue membra, perché sente la mano del demone che l'afferra pei capelli e la trascina nell'abisso...
Vedere tutte codeste vergini sì pure, sì innocenti, inginocchiarsi, pregare, e sentirsi la sola colpevole fra di loro! e dover dissimulare il rimorso allorché punge più acuto! e le più confortanti pratiche religiose esser divenute un altro peccato per la povera donna perduta!...
ed esser costretta ad ingannare Iddio!...
Oh!..
Tutte le domeniche vado al confessionale, m'inginocchio!...
ma, ahimè! non ho la forza di confessare quella colpa mostruosa...
Invento anche dei peccati che non ho mai commesso come per farne un compenso con quello che non oso mai dire, che mi nascondo gelosamente nel cuore come una lupa nasconde i suoi figli nell'antro!
Marianna! mi pare di esser pazza...
Vorrei strapparmi i capelli; vorrei lacerarmi il petto colle unghie; vorrei urlare come una belva, e scuotere codeste grate di ferro che imprigionano il mio corpo, torturano il mio spirito, e che irritano la mia sensibilità nervosa...
Se diventassi pazza davvero? Ho paura!...
ho paura!...
Un brivido mi ricerca tutte le fibre; il sangue mi si agghiaccia nelle vene.
Ho paura di quella povera suor Agata ch'è rinchiusa da quindici anni nella cella dei matti.
Ti rammenti quel volto scarno, pallido e spaventoso? quegli occhi stupidi e feroci, quelle mani ossee dalle unghie lunghe, quelle braccia nude, quei capelli canuti? Essa si aggira senza tregua nel breve spazio della sua stanzuccia, abbranca le sbarre di ferro e si affaccia alla grata come una bestia feroce, seminuda, urlando, ringhiando!...
Ti rammenti anche della paurosa tradizione del convento che quella cella non debba rimanere vuota, e che alla morte di una povera matta siavi sempre qualche altra disgraziata da rinchiudervi? Marianna! ho paura che io debba succedere a suor Agata quando Dio le farà la carità di chiamarla a sé.
Ho la febbre.
Io morrò giovine.
Oh, Dio non mi punirà a quel segno!...
Ho paura, ho paura di quei capelli canuti, di quegli occhi, di quel pallore, di quel ghigno, di quelle mani che si avvinghiano alle spranghe della grata...
Se diventassi così anch'io!...
Oh! no! no!
È notte; tutto è silenzio; la finestra è aperta.
Ho udito un bottegaio che litigava colla moglie, e infine l'ha battuta!...
felice! felice lei! Sulla strada si odono i passi di qualcuno in ritardo; quell'uno avrà una casa, dei parenti, degli oggetti cari!...
Perché penso a queste cose che mi fanno piangere? perché son malaticcia, perché ho la testa debole, perché sono colpevole...
Oh la colpa! non ci pensavo più!
Ora senti com'è spaventoso il mio peccato: come si riproduce sotto tutte le forme.
Domenica era in coro ad ascoltare la messa; mi sentivo in seno una calma, una pace, una serenità!...
mi pareva che alfine Iddio avesse compassione di me e mi perdonasse; pregavo e tenevo gli occhi fissi su di un uomo che stava laggiù in chiesa appoggiato ad una colonna: aveva la sua statura, i suoi capelli neri...
aveva certi atteggiamenti che somigliavano a quelli di lui.
Avrei data la poca speranza di vita che mi rimane per vederlo soltanto levar la testa verso il coro.
Lo guardavo...
e delle volte mi sembrava che fosse lui senza dubbio...
e allora il sangue incominciava a turbinarmi nella testa.
Finita la messa, egli si mosse per andarsene, ed io pregavo la Vergine che gli facesse levare gli occhi verso la sua immagine ch'è presso al coro perché io potessi vederlo in viso; ma partì e non potei accertarmi che fosse lui.
Rimasi lì, come pietrificata, non so quanto tempo, cogli occhi fissi su quella colonna a cui forse si era appoggiato uno sconosciuto.
5 Luglio
Voglio vederlo! voglio vederlo! una sola volta! un momento solo!...
Dio mio, è un gran peccato poi vederlo? Vederlo soltanto...
da lontano...
attraverso la gelosia! Egli non mi vedrà; non saprà che dietro quella gelosia ci è chi muore qui dannata per lui...
Perché me l'hanno strappato? perché me l'hanno rubato il mio Nino?...
il mio cuore, l'amor mio, la mia parte di paradiso?...
Assassini!...
assassini! che uccideste il mio corpo, e che mi martoriate ancora l'anima...
Oh, come l'amo! come l'amo! Sono monaca...
lo so! che m'importa? io l'amo! egli è il marito di mia sorella...
io l'amo! è un peccato, un delitto mostruoso...
io l'amo! io l'amo!
Voglio vederlo! voglio vederlo! fosse anche per l'ultima volta! L'aspetterò alla finestra del campanile che dà sulla strada...
l'aspetterò tutti i giorni...
egli passerà...
una volta, una sola volta...
Dio lo manderà da queste parti...
Dio?...
Oh! Marianna! come questa parola mi atterrisce! deliro, tu lo vedi...
sono fuori di me...
non so che cosa abbia...
sarà la febbre...
saranno i nervi...
sarò matta...
25 Luglio
L'ho veduto, Marianna! l'ho veduto! Ho provato quest'altro spasimo! Che Dio sia benedetto!...
Egli passava insieme ad altri suoi amici...
Non ha levano nemmeno gli occhi...
Non si è forse rammentato che in questo convento ci doveva essere la sua Maria...
la sua povera Maria di Monte Ilice, che è pallida, che piange, che trema di febbre, che muore, che lo ha sempre qui nel cuore...
le scintille che scaturivano dai miei occhi non l'hanno abbarbagliato!...
parlava, rideva, aveva il sigaro in bocca, e il fumo saliva verso la mia finestra...
l'ho visto, sì, sì, lui, il suo viso, i suoi abiti, i suoi movimenti, e ho avuto paura di quell'uomo che sorrideva, che fumava, che discorreva coi suoi amici...
non era una cosa orribile, mostruosa?...
Poi è sparito; ha svoltato il canto di un'altra via, e non l'ho più visto...
Tutta quella gente seguitava a passeggiare, a discorrere, a divertirsi...
e non s'accorgeva che lui non c'era più!...
Dov'era? dov'è andato?...
a casa sua? da mia sorella...
da sua moglie!...
Ah! vorrei essere tigre! vorrei essere demonio! vorrei strapparmi a brani queste carni! vorrei avvelenare colla mia disperazione quest'aria! accecare col mio lutto questo sole!...
Maledizione! maledizione su me, su lui, su tutti!...
Oh! Dio, Dio! Che volete da me?
5 Agosto
Marianna! domando perdono a te, domando perdono a tutti quelli cui ho potuto recare scandalo coi miei peccati, come ho domandato perdono al Dio misericordioso.
Che avrai pensato di me? di questa abbietta peccatrice che logora la vita ai piedi della Croce per cancellare col pianto e la preghiera le sue colpe?
Abbiamo fatto un corso estraordinario di esercizi spirituali; venne chiamato un rinomatissimo predicatore; Dio ha tuonato per la sua bocca in mezzo alle semitenebre della chiesa di cui le finestre sono velate a nero.
Com'è terribile la parola del Signore! No! sono i miei peccati, è la mia coscienza turbata, è il mio rimorso che me l'hanno resa spaventevole; poiché il cuore mi dice che la parola del buon Dio non può suonare che amore e misericordia senza limiti.
Quale impressione mi hanno lasciato quelle prediche! è sgomento, è terrore, direi...
Dio mi è apparso terribile; ho visto la collera celeste fulminare dall'alto dell'altare; ho sentito il ringhio dei demonî perduto sotto la cupola, ed ho visto disegnarsi le nere ali di pipistrello nelle ombre delle arcate.
Dio ha parlato dell'inferno, di dannati...
e mi è sembrato tutta la notte di udire lamenti di torturati, ululi dell'altro mondo...
ed ho avuto paura...
paura di me, paura del peccato.
Ora mi sento tutta sconvolta...
il mio cuore tenta invano asilarsi nel pensiero della misericordia celeste...
il mio peccato è mostruoso; potrò mai essere perdonata? Quel predicatore parlò in termini vaghi; enumerò tutte le colpe; ma fra i peccati più enormi su cui fulminava la vendetta celeste non osò neanche supporre il mio!...
la sua mente sarà rifuggita dall'enormità di esso!...
Che sono diventata io dunque, buon Dio?...
non avrò forse neanche il diritto d'invocarvi!...
Perduta nella colpa...
dannata alla vostra collera, posso ancora ascoltare la vostra parola? posso ancora prostrarmi ai vostri piedi fra codeste vergini che sono le vostre elette?
Marianna mia, è spaventoso! abbandonata anche dal Signore! Eppure delle volte la tentazione mi dice che io sono innocente: che non c'è colpa nel mio peccato, che Dio potrebbe perdonarmi...
Perché sono perduta? che ho fatto io?...
È il demonio che mi suggerisce codesti dubbi; il demonio che mi possiede!
Mi considero come una maledetta; ho paura e ribrezzo di me stessa; sono piena di rimorsi, di terrori; eppure amo ancora il mio Dio, e vorrei potere sfogare ai piedi del crocifisso l'immensurabile angoscia dell'anima mia.
Non lo posso, non lo posso...
sono maledetta!...
La notte!...
se sapessi che notti! il lume che si spegne, l'ombra che vacilla, i mobili che crepitano, il silenzio che è pieno di sibili e di rumori indistinti, hanno misteri di sepolcri, ringhio di demoni, ululi di dannati, fruscìo di ali maledette; questo corridoio vasto, muto, oscuro, i morti che dormono sotto i nostri piedi, quella chiesa, quelle lampade, quelle pitture, tutto è funereo; si v
...
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