TEOGENIO, di Leon Battista Alberti - pagina 4
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Cosa utile a viversi con industria, modestia e laude, cosa libera dai pericoli la povertà, libera dalle fraude e doppiezza, libera dalle assentazioni e perfidie de' pessimi uomini, sicura in mezzo de' ladroni, né tanto facile ad asseguirla, quando e dovunque ella non ti dispiaccia, quanto a chi ella piaccia bene atta a quiete e dolce ozio.
Polidoro, figliuolo di Priamo re de' Troiani, presso di Virgilio poeta, fu dal re Treicio non per altro crudelissime e iniustissime ucciso che solo pel molto oro quale seco avea dal suo padre portato.
Scrive Iosofo ebreo istorico che molti giudei ierosolomite, assediati dallo essercito de' Romani, fuggendo la fame e peste in quale inchiusi nella terra perìano, in sussidio al suo essilio ne portavano trangusate e inghiottite occulte alcune monete: qual cosa saputa, in uno dì furono di loro uccisi e sparati più e più migliara, tanto fu loro danno e morte trovarsi non in tutto poveri e vacui d'ogni ricchezza.
E sarebbe prolisso recitare, non dico e' principi delle terre, e' tiranni, ma e ancora le provincie, a quali furono sue ricchezze ultimo eccidio e strage.
E' prudentissimi Spartani abdicorono da sé ogni uso dell'oro per non soffrire su' suoi terreni strani inimici, quali rari verrebbero dove poco sperassero preda alle sue armi.
Altri volevano suoi confini essere inculti e in gran spazio deserti per meno allettare chi cerchi a ricchire in altrui imperi.
Ma sia qui argumento non inetto quanto d'ora in ora vedrai ne' luoghi estremi delle città la moltitudine de' poveri nuda sudare, straccarsi per acquistarsi donde pascersi e vestirsi; pur d'ogni età fra loro ti si porgeranno molti e molti lieti quali cantano e soffrano sé stessi sanza tristezza, dove entro a' teatri tutti e' togati e gemmati cittadini stanno agitandosi, mesti, tristi, e a sé e a chi così li miri ingrati, e in suo fronte contratti.
Lieta povertà, inimica delle sollecitudini, contenta di piccole e facile cose quale con poca fatica e presto si trovano e ottengonsi.
Dicea Allessandro re macedone che levarsi inanzi dì e affaticarsi dava iocundissime vivande al desinare, e levarsi dal desinare con volontà di mangiare, quasi fermento della fame, poi la sera aparecchiava ottima cena; qual cose sono agiunte alla povertà, e domestiche e familiari a qualunque povero.
Ma per tornare onde io sciolsi el mio ragionare, Tichipedo mio, io fui ricco, e come conobbi la povertà essere non grave, così provai le ricchezze tanto erano mie quanto io le spendea, e solo, come dice Valerio Marziale ottimo poeta, conobbi essere fuori delle mani della fortuna quello quale io dava a' miei amici; dell'altre ricchezze e fortune mie poterne richiedere nulla più che si volesse e permettesse la fortuna, ma di quelle quali giovorono a' miei amici essermi licito richiederne da chi le ricevette grata memoria e benivolenza.
Non la perfidia degli uomini, non la iniquità della fortuna, non gli incendi, naufragi, ruine, potranno a me rapire tanta mia ricchezza quale io non tema perdere.
E così ancora intesi quelle ricchezze non valere a felicità, per quali si viva sollicito ad acquistarle e timido in dubbio di non le perdere; in qual cosa certo io me propongo a te, o Tichipedo.
Io per uso ed età conosco le fallacie e simulazioni degli uomini tanto meglio che tu, quanto appare che tu ancora non distingui di tanta tua moltitudine di salutatori chi a te sia vero e chi finto amico.
Né credere che persona si possa ben giugnere ad amicizia se non merita essere amato per cosa stabile e quale niuno avverso gli possa torlo.
Né stimare potere richiedere grata memoria da persona quale sia a se stessa ingrata, non adoperando lo 'ngegno e la industria sua in acquistarsi quanto e' debba lode e fama con vertù e studio di cose lodate e degne.
E quando a te fussero copia di ricchezze maggiore che a Crasso, e nutrissi a tutela della patria tua uno e più esserciti, quando e tu ancora ricco simile a quel C.
Cecilio Claudio romano, quale a tempo di Gallo Asinio e Marco Cirinno consoli morendo, benché perdesse assai in la battaglia civile, testò servi quattro milia cento e sedici, gioghi di buoi trecento e sessanta, altri armenti cinquanta e sei migliara, in danari anoverati oro pesi secento milia; e più a ciascuno tuo amico avessi da distribuire sesterzi undici milia quanti Caio Cecilio ordinò si spendesse in la sua sepoltura, non però sarebbe presso di me da più pregiare la tua fortuna che la mia parsimonia: sorella della povertà la parsimonia, come delle ricchezze sempre fu compagna la prodigalità.
Più fu ornamento alla sua patria Fabrizio, e Curio e altri simili parcissimi e modestissimi, quali spregiarono tanto oro per signoreggiare chi possedeva oro, e contenti cenarsi sotto suoi tuguri rape e cauli apparecchiate in mensa con vasi di terra, ornorono la patria sua non meno di vittorie che di buono essemplo a vivere con modestia e senza prodigalità.
Più certo giovorono costoro che le ostentazioni di sue infinite ricchezze quale poi faceano que' fortunatissimi con sue auree cene e spettaculi.
La amplitudine tua e pompa civile, la frequenza di molti salutatori mai a me più piacerà che la mia quieta solitudine.
A te in tanta moltitudine non possono non essere attorno chieditori, delatori, assentatori, ottrettatori, omini lascivi, lievi, immodesti, viziosi, infesti, da' quali ora per ora tu oda e riceva cose odiose e da sdegnarti.
A me niuno più ch'io mi voglia molesto; io mai men solo che quando me truovo in solitudine.
Sempre meco stanno uomini periti, eloquentissimi, apresso di quali io posso tradurmi a sera e occuparmi a molta notte ragionando; ché se forse mi dilettano e' iocosi e festivi, tutti e' comici, Plauto, Terrenzio, e gli altri ridicoli, Apulegio, Luciano, Marziale e simili facetissimi eccitano in me quanto io voglio riso.
Se a me piace intendere cose utilissime a satisfare alle domestiche necessità, a servarsi sanza molestia, molti dotti, quanto io gli richieggio, mi raccontano della agricoltura, e della educazione de' figliuoli, e del costumare e reggere la famiglia, e della ragion delle amicizie, e della amministrazione della republica, cose ottime e approvatissime.
Se m'agrada conoscere le cagioni e principi di quanto io vedo vari effetti prodotti della natura, s'io desidero modo a discernere el vero dal falso, el bene dal male, s'io cerco conoscere me stesso e insieme intendere le cose prodotte in vita per indi riconoscere e riverire il padre, ottimo e primo maestro e procuratore di tante maraviglie, non a me mancano i santissimi filosofi, apresso de' quali io d'ora in ora a me stessi satisfacendo me senta divenire più dotto anche e migliore.
Ma voi principi e primi cittadini in questa vostra amplitudine che cercate voi; laude, gloria, immortalità? Non con pompa, non con ostentazione, non con molto populo d'assentatori asseguirete vera e intera laude, ma solo ben meritando con virtù.
Disse Orazio Flacco poeta:
Qualunque corse ad acquistarsi laude,
giovane, cose molte e dure e gravi
sofferse al freddo e al caldo, e ben se astene
fuggendo con virtù Venere e Bacco.
E niun teatro, come dicea l'Epicuro filosofo, più si truova ben adattato a gloria che la coscienza in noi de' nostri meriti.
Se in te serà l'animo da e' vizi perturbato, se penderai occupato da brutta alcuna espettazione, o non iusto desiderio, o temerario incetto, o inetta paura e sollicitudine, certo sentirai dolcezza niuna, frutto niuno di qualunque grandissima sia tua in la voce del populo promulgata gloria.
E qualunque ivi sia ignominia poco nocerà a quello animo ben composto quale in sé sia splendido e ornato di virtù.
E queste sempre furono cose esposte in mezzo, facile ad asseguirle, licite a' privati come a chi siede in magistrato, concedute a qualunque infimo plebeo non meno che a' primari principi.
Sempre fia presto la virtù a chi non la fugga.
Forse cercate amplitudine per essere temuti.
Vorrebbesi che la natura v'avesse fatti, qual scrive Ifigenio e Ninfodoro, simili a quelli pestiferi uomini quali nati in Affrica fascinano erbe, arbori, fanciugli e tutti gli animali, per modo che ciò che troppo lodino muore e seccasi.
Gioverebbevi ancora essere simili a quelli Illirici e Treballi, quali subito uccidono guardando irati fermo chi si sia; e satisfarebbevi se in voi fusse pari veneno a quelli Etiopi, de' quali chiunche tocca suo pestifero sudore casca infermo a morte, però che a questo modo saresti temutissimi.
Ma se vorrete essere quanto dovete iusti, vi temerà niuno se non gl'ingiusti.
E se vorrete gastigare l'iniustizie altrui a vostro arbitrio, non sarete giusti.
E se asseguirete quanto la legge e vostro giurato magistrato v'impose, non però fia opera qual voi molto abbiate da pregiarla.
Più tosto, se sarete umani, vi dorrà l'errore di chi cade in quella meritata pena.
E se pur vi diletterà essere iniusti, non vi reputo degni d'amplitudine, ché a nuocere a' mortali e usare immanità sempre fu luogo a chi così deliberi.
Qualunque vilissimo potrà, così deliberando in tempo, e calunniare e uccidere e infiammare templi e sacri luoghi.
Che se forse si desidera questa copia di salutatori per propulsare da sé tante ingiurie, da queste sono io liberissimo.
A niuno con detti miei e meno con fatti sono tale che a ragione egli abbi da nimicarmi, né posso solo, vecchio e posto in debole fortuna essere a persona infesto; quale una cosa reputo utilissima contra ogni ingiuria come per altre ragioni così per questa, che volendo essere in questa parte iniusto non m'è licito.
E chi sarà che senza cagione molesti chi, come io, né voglia né possa sostenere alcuna inimicizia? Sogliono e' mali uomini, a nuocere chi nulla gli offenda, non quasi per altro indursi quanto che per trarsene utilità.
Da me, quale sempre diedi opera che niuna mia cosa altrove sia che solo presso a me, nulla può essere rapito.
Mie sono e meco la cognizion delle lettere, e insieme qualche parte delle bene arti, e la cura e amore della virtù, quale cose ottime a bene e beato vivere possono a me né da' casi avversi né da impeto alcuno o fraude essere tolte.
Ad alcuni perversi diletta el male altrui mossi da 'nvidia, ma verso di me, nudo d'ogni delizie, può invidia niuna surgere, ché nulla troveranno apresso di me gl'invidi di quelle cose quale egli stimano o curano d'acquistarsi.
Forse a qualche altro ambizioso non ben consigliato parrà lode succulcare altrui, o timido di non patire a sé superiore, o cupido di non avere pari.
Ma meco simili odiosi ingegni nulla troveranno da concertare, quale a persona mai volli essere superiore d'altro che di virtù, non tanto per essere in voce e favola della plebe, quale sanza iudizio e loda e biasima, quanto per satisfare a me stessi.
E molto più mi parse offizio mio dare ogni opera di meritare lode e grazia che d'asseguirla.
E parebbemi essere dileggiato se altri m'ascrivesse quello ch'io non sentissi in me, né parebbemi però diventare migliore quando ora non conosciuto, poi fussi promulgato buono.
Onde con questa mia ragione del vivere me truovo fermissimo contro ogni ingiuria.
Truovomi da non temere tiranno alcuno per crudelissimo che sia.
Ammunirollo pieno di libertà.
Tu e gli altri simili a te, per paura di non perdere l'amplitudine tua, non tanto insieme con gli altri assentatori e riderai e applauderai al tiranno osservando e temendo ogni suo cenno, ma e ancora a qualsisia de' tuoi settatori e domestici scurre molte patirai cose a te moleste e da non essere sofferte da chi voglia dirsi felice.
Qual cosa se forse vi diletta, e stimate felicità tradurvi a sera vacui di molestia, e per questo cercate potere ciò che v'attagli.
A chi desidera potere ciò che vuole, a costui conviene manchi nulla; a colui manca nulla a cui suppeditano le cose buone e necessarie.
Se così mi concedete, affermo me molto più che voi essere felice.
Tanto sono in questo felice io, quanto quel Metello, quale sopra molti suoi amplissimi onori chiamato per la seguita vittoria macedonico, lasciò in vita suoi quattro figliuoli, fra' quali tre erano stati consoli, uno pretore, due aveano triunfato.
Tanto sono io in questa parte felice, quanto quella lacedemoniese chiamata Lampido, figliuola di re, moglie a re, madre a un re; e quanto presso e' nostri Agrippina, sorella che fu e moglie e madre a chi ebbe imperio e governo in tutte le cose, però che a me sono le cose buone e necessarie in copia non minore che a qual si sia uomo stato in vita.
Le cose a noi mortali necessarie sono quelle quale, richieste dalla natura, non possiamo denegare a noi stessi, e queste sono e poche e minime.
Quello satisfarà a te quale satisfa a uno de' servi tuoi contro la fame, sete e freddo.
Ma a chi sia allevato in questa vita splendida, a sé stessi statuisce essere infinite cose necessarie, quali non l'avendo vi molestano, e avendole infastidiano.
Le cose buone forse sono presso di me molto in maggior numero che presso a voi.
Non io sono quello che affermi la vostra amplitudine, lo stato, l'essere temuto, siano cose buone.
Cosa niuna buona può come queste far male.
Molti, per volere soprastare gli altri, perirono.
Ma son certo a me non negherete la cognizione delle buone cose, l'ingegno esculto di qualche dottrina, nutrito in fra le lettere, essere cosa ottima.
Dicea Aristotile, quella essere beata patria qual sia ottima; essere ottimo chi facci bene; e niuno far bene in cui non sia virtù.
Non adunque in vostre amplitudine consiste felicità, ma in virtù.
L'oraculo d'Appolline rispose al re Gise, Aglao, privato in Arcadia, più era con sua modestia felice che lui re, a cui avanzava tanta regia amplitudine.
Stavasi Aglao in uno ultimo cantuccio della provincia, lavorava una sua villuccia, di qual luogo, cupido di nulla e di sua fortuna contento, mai era uscito.
Solone, conditore delle prime leggi ateniese, quando Creso, re fortunatissimo, gli mostrava le sue maravigliose copie e potenza, e domandava quale egli avesse altrove conosciuto omo più che sé felicissimo, rispuose: 'Vidi Telo cittadino in la terra degli Achei più di te molto felice.
Era Telo buono uomo; ebbe figliuoli ben costumati, e contento non pativa contro sua voglia alcuna necessità'.
Non adunque la affluenza delle cose quanto la modestia e frenare sé stessi rende noi felici.
Ma siano queste vostre amplitudine quanto volete degne, e siano da desiderarle, dilettivi la pompa civile, la amministrazione della republica, el sedere in magistrato, stiavi a dignità quanto voi ben consigliate e' vostri cittadini, sarebbe questa vostra amplitudine da volerla certo se solo avenisse a' degni, sarebbe da non la recusar, benché molesta e piena d'invidia, odi e pericoli, se delle tue fatiche e vigilie non poi più ne fu lodato el caso seguito e fortuna che la diligenza e industria tua.
E vidi spesso la sentenza pestifera e palese temerità d'uno insolentissimo più essere dalla moltitudine favoreggiata che 'l buono ammonimento d'uno sapientissimo e ottimo cittadino.
E così e' buoni contro a' perversi raro accade che possano ben conducere cosa alcuna in sua republica da loro in tempo preveduta e detta; onde quanto più conoscono, tanto più viveno mesti in periculo ed espettazione di piggior fortuna.
Dicea Assioco, presso a Platone, la plebe altro essere nulla che inconstanza, inferma, instabile, volubile, lieve, futile, bestiale, ignava, quale solo si guidi con errore, inimica sempre alla ragione, e piena d'ogni corrotto iudizio.
Apresso e' suoi cittadini Abderites Democrito, summo filosofo, era riputato stolto.
Ancora si leggono le epistole per quale Ippocrate medico fu chiesto a medicarlo.
Antiquissimo e usitato costume di tutti e' populi spregiare e odiare e' buoni.
Scipione Nassica per iuramento del senato reputato ottimo, due volte ebbe iniusta repulsa dal populo.
Coroliano, Camillo e più altri modestissimi e virtuosissimi cittadini dal popolo soffersono contumelia.
Aristide ateniese, cognominato Iusto, solo per odio di tal cognome fu da' suoi cittadini escluso e proscritto.
Socrate dall'oraculo d'Appolline iudicato santissimo, dal populo fu agiudicato a morte.
Alcibiade, ricco, fortunato, amato, d'ingegno quasi divino, e in ogni lode principe de' suoi cittadini, nobilitata la patria sua con sua virtù e vittorie, morì in essilio perduti e' suoi beni in povertà, tanto sempre alla moltitudine dispiacque chi fosse dissimile a sé in vita e costumi.
E fu in questa sapientissimo chi disse el populo essere una tromba rotta quale si possa mai ben sonare.
Onde nulla a me può el mio essilio per questo dispiacermi, poiché io me vedo escluso dal numero e consorzio di molti rapacissimi, invidissimi e immanissimi, a' quali la mia astinenza e modestia era in odio, né vedeano essere a loro licito perturbare quanto e' desideravano le leggi e la libertà della patria se prima non faceano impeto in me.
Ma non però mai alcuna ingiuria tanto in me potrà che io quanto in me sia non osservi fermo amore e integra carità verso la patria mia.
E sempre come io fo, così farò di dì in dì, esporrò quel ch'io sappia, possa e vaglia in premeditare, investigare ed esporre a' miei cittadini, con voce e con scritti, cose utili e accomodate alla amplitudine e degnità della nostra republica.
Quale animo mentre che sarà in me, chi potrà negarmi ch'io non sia vero suo e certissimo suo cittadino? Né crederò tu reputi cittadino qualunque barbero abiti entro quelle mura, ma più tosto iudichi inimico colui quale con suo consiglio, con sua opera, con suoi detti e fatti perturbi l'ozio e quiete de' buoni.
Adunque la diritta affezione in prima verso la patria, non l'abitarvi fa me essere vero cittadino, ché se così non fusse, e i buoni che uscissero in altrui provincie per cose publiche o private, subito resterebbero essere cittadini.
Benché io ivi sono assiduo ne' templi, ne' teatri, in casa de' primari cittadini, ove e' buoni fra loro di me e de' miei studi spesso e leggono e ragionano.
E forse la patria nostra di tutti e' mortali fie quella dove abbiamo lunga età a riposarci, a quale e' Sauromati e posti sotto qualvuoi plaga del cielo sono né più di voi lontani né più vicini, tanta via troverai dall'ultima Germania quanto e dalla estrema India persino sotto terra.
E solete voi ricchissimi computare a felicità el numero dei figliuoli, oppinion certo non in tutto da non la biasimare.
Scrive Eutropio che Massinissa re lasciò in vita di sé nati figlioli uomini quaranta e quattro.
Ad Artasserses, re de' Persi, scrive Iustino, nacquero figliuoli cento e quindici.
Eutromo, re d'Arabia, scriveno vide di sé nati figliuoli settecento.
Se a te fusse populo de' tuoi simile, che laude presso de' buoni e continenti, che autorità presso de' gravi e maturi, che dignità presso de' prudenti e savi uomini a te si potrebbe ascrivere? Non per questo sarebbe lodata la tua equità, non la umanità e frugalità; non sarebbe ascrittoti a virilità, non a continenza, né molta ti seguirebbe però utilità, forse neanche a te per questo sarebbe alcuna voluttà.
Sarebbono sussidio alla tua vecchiezza forse ed eccidio ad ogni tua età.
El figliuolo di Scipione Affricano superiore nulla fu al padre né a' suoi in tanta sua domestica laude simile.
El figliuolo di Fabio Massimo, cittadino clarissimo, fu da Quinto Pompeio, pretore urbano, privato della eredità del padre per suoi brutti costumi e vita; e molti da' figliuoli ricevettono ignominia e calamità a sé e alla sua famiglia.
Né sono e' figliuoli sempre a padri simili, buoni e costumati: quali, benché buoni, se a te fussero pochi, el desiderio d'avere degli altri, e la paura di non perdere questi, e ogni loro picciolo e lieve incommodo a te sarebbe grande e a grave merore e tristezza.
Se fussero molti, tu e di ciascuno aresti qualche cura, e di tutti non potresti insieme non avere molta sollicitudine.
Ebbi figliuoli.
Provai quanto fusse in ogni parte utile o disutile essere padre.
E' miei se forse erano, quanto io troppo gli desiderava, modesti e di lieto ingegno, erami acerbo ogni sospetto quale di ora in ora mi si porgea di loro vita e sanità e fama Se forse talora essi meno con suoi costumi e indole mi satisfaceano, adoloravo.
Ora se in avere figliuoli sta diletto alcuno, a me non mancorono: prova'gli, e furonmi gratissimi.
Se in essere padre mi stava tristezza alcuna, ella non più mi preme.
Per tanto me reputo in questo felice non meno che se io, simile ad Ilario Crisippo fesulano, venissi qui a questo quasi come al fonte d'Elicona a sacrificare, qual fece lui in capitolio in Roma, con cinque figliuoli e due figliuole, dieci e sette nepoti maschi e venti e nuove figliuoli de' suoi nipoti.
Non tanto si contentava lui di tanta sua famiglia quanto io non mi discontento della mia solitudine.
Fui padre amato da' miei.
Mancoronmi in età mia quando io potea volendo ancora averne.
Non mi premea quella sollicitudine qual preme voi altri ricchi, che solliciti desiderate a chi lasciare iusta eredità, le vostre fortune.
Rimaseno a me ricchezze, né tante ch'io dubitassi arrichissero mio niuno inimico, né tali ch'io non potessi dispensandole a' miei amici lasciar in loro mano qualche segno della nostra benivolenza.
Non però voglio stimiate me sì duro né sì inumano che a me fussero ingrati e' miei figliuoli, ma non tanto gli desidero che mi dolga molto non gli avere, qual fanno alcuni ingrati di tanti altri doni quanti di dì in dì ricevereno della natura.
Non rendono grazia de' molti e grandissimi ricevuti beni, ma d'un solo espettato comodo seco troppo si perturbano.
E così degli altri miei, se per età forse erano maggiori di me, non sono io sì tardo d'ingegno ch'io non conosca starmi necessità vivendo vederli uscire di vita.
Non però potetti non dolermi; quando de' miei alcuno mancava, desideravalo, ma poi quando io fra me repetea le cagioni del mio dolore, riconoscealo, quanto egli era, non altronde che da una opinion inetta, per quale io me riputava, mancatomi e' maggiori, crescermi cura e sollicitudine domestica, e sanza e' minori non potere quanto a me stessi in tempo già promisi sussidio e ferma quiete, e troppo me escrucciava non avermi co' e' miei amici e meco nati e giunti per sangue e per benivolenza, a' quali, come ogni nostra fortuna era stata comune, così ancora di dì in dì io dolze comunicassi miei instituti, volontà e studi.
Adunque non era in me molesto alcuno loro male, qual certo dobbiamo stimare a loro nulla fu nel morire.
E se pure stimiamo vi fosse dolore, se quel dolore fu all'animo, non dobbiamo in noi ricevere quello che in altrui ci dispiacque; se fu dolore in loro alle sue membra, d'altro nulla aremo da dolerci che solo forse dove non poterono con animo ben virile el picciol male; ma se furon grandi i loro dolori, crediate non li sentirono.
E hanno questa natura e' dolori in nostre membra che e' piccioli scemano per el sofferire, e se sono veementi e grandi duran poco, però che vincono e atterrano subito e' sentimenti.
Adunque a me mancandomi e' miei solo mi dolea quanto io stimava interrutte mie speranze ed espettazioni, mie' commodi e miei sollazzi; forse ancora mi parea dovuto piangendo mostrarmi simile agli altri inetti, quali credono, graffiandosi e picchiandosi e urlando, o da' vivi essere lodati o da' morti essere uditi o alli dii grati.
Ché se chi noi piangiamo risuscitasse, giurerebbe dispiacerli la nostra stultizia, qual certo non meno debba a noi essere odiosa ove porgiamo e' nostri visi sucidi e troppo deformati dal pianto, e tormentiànci in opera non solo, come dicea Eschillo, perduta, ma e degna di troppo biasimo, perseverare piangendo ove mie lacrime e sospiri né ad altri né a me giovano, ché se le lacrime potessero levarci el merore piangendo, si finirebbe ogni fatica e arebbono le lacrime pregio pur grandissimo.
Ma due cose a me trovai accommodatissime a sollevarmi da tanta inezia.
Prima el tempo, quale come donatore così consumatore di tutte le cose, qual maturando leva ogni acerbità, d'ora in ora in me minuiva dolore dimenticandomi el mio sinistro.
L'altro fu come dice Valerio Marziale di Mitridate, quale uso spesso a gustar el veleno rendette in sé natura sua sì fatta che più niun tossico gli potea noiare.
Così a me gli spessi in casa mia mortori essiccorono le vane lacrime e consumorono in me tutte le inezie feminili, con quali dolendoci del nostro male vogliamo parere piatosi di chi ben morendo ben sia uscito di tante molestie in quante e' lasciò noi che restammo.
E ancora le iterate mie calamità offirmorono in me uno animo tale, che dove prima per troppa molizie infermo e troppo debole io non potea udire la voce e ammonizione de' sapientissimi filosofi, ora essercitato da' casi avversi diligente gli ascoltai, e intesile essere ragioni e documenti ottime e santissime; intesi non avere per rispetto alcuno tanto da dolermi della morte de' miei, che la morte di chi io nulla mi dolea, Omero, Platone, Cicerone, Virgilio, e degli altri quasi infiniti dottissimi stati uomini, non a me molto più che la morte de' miei dovesse essere gravissima e molestissima, da' quali se fussero in vita, senza comparazione potrei ricevere e dottrina a bene e beato vivere e modo a qualunque utile instituto e voluttà in ogni mio pensiero molto e molto più che da qual si fosse nel numero de' miei.
E forse molto conobbi più avermi da dolere della vita e brutti costumi d'alcuno de' miei, che della morte di chi era uscito di tante molestie, in quale noi altri mortali siamo assiduo agitati; e imparai in molte parte vincere me stessi, imitando coloro e' quali in tutte le istorie celebratissimi con animo forte e constante non indugiorono che 'l tempo li vendicasse da tristezza in più lieta pace e quiete del suo animo, ma con ottima ragion e consiglio subito providero fuggire in sé ogni merore.
Marco Valerio, fratello di Publicola, si loda che, udito la morte del figliuolo mentre che consecrava el tempio, nulla si mosse; solo disse: 'Gittatelo ove vi pare: non a me ricevo averne a piangere'.
Dion siracusano, udendo che 'l figliuolo caduto da un tetto era espirato, disse: 'Datelo alle donne: noi fra noi di cose intanto più degne disputeremo'.
Quinto Marzio, lasciato le essequie del figliuolo, venne in senato a consigliare la patria.
Pericle el simile, Telamon e Antigono e Senofonte e Anassagora insieme e quella femmina lacedemoniese; quali uomini a maggior cose desti, rispuosero: 'Sapea io me avere generato un uom mortale e aspettavalo, adoperandosi quanto io el desiderava in cose pericolose per la sua patria, ancora prima udire simile suo ben consigliato offizio'.
E molti altri, quali sarebbe qui lungo recitarli, a me addussi a memoria in que' miei casi, e dispuosi imitarli.
E tanto di me a me stessi fu licito quanto io così disposto volli, e imitando que' savi proposi a me stessi simile a loro laude e lieto frutto.
Dario re, padre di Serse, tra le lode sue dicea sé avere sofferte in pace e in guerra molte cose gravi, e per le avversità sé essere diventato più prudente.
Così fu a me frutto riprovando la fortuna imparare a sofferirla e rimanermi con l'animo libero e vacuo di merore e perturbazione.
Qual tutte cose a te, o Tichipedo mio, non litterato, non essercitato dalla fortuna, non apparecchiato con erudizione alcuna a sostenere o ad evitare gl'impeti avversi, educato in delizie, cresciuto fra uomini assentatori da' quali mai udisti se non quanto ti dierono giuoco e riso, non interverrebbono, a te dico, Tichipedo mio, non interverrebbono; ogni minimo intoppo aresterebbe ogni tuo corso a laude.
Tanto adunque più di me debbi riconoscerti infelice quanto più vivi esposto a ogni strazio della fortuna.
Io me truovo da ogni parte tale che la fortuna più può nulla meco essere infesta.
Non la temo, ché nulla può tormi.
Non la curo, ché nulla più desidero del suo.
A te quale non provasti quanto ne' doni suoi la fortuna più puose fele che mele, certo troppo dolerà non avere premeditato la sua perfidia.
E se da ora ivi tu forse pendi con l'animo quanto mi pare nel tuo fronte comprendere, o Tichipedo, pensando quanto facile e pronto e' casi avversi in un dì, in un momento possono precipitarti di questo tuo stato, certo non vedo possi turbato essere felice».
Così avea Genipatro disputato; adunque fermossi alquanto summirando Tichipedo, quale in sé suspeso e tacito quasi lacrimava; poi si volse a me e con parole a me socquete fra sé stessi pispigliando disse e immutò quel verso di Didone presso a Virgilio: Sic tua te victum doceat fortuna dolere.
E poi raggiunse parole simili alquanto arridendo: «Non però voglio, o Tichipedo, reputi me insolente o teco non ben concorde, se in questi miei ragionamenti volli più tosto consolare me posto in questa quale tu m'adiudicasti infelicità, che mostrarmi in cosa alcuna a te superiore.
Ben conforto te quanto per ingegno, opera, studio e diligenza vali, preponga essere con tua modestia, parsimonia e buoni costumi, con frenare e moderare te stessi, tale che cosa niuna a te manchi a condurti e statuirti in summa e vera felicità; quale opera sarà tanto men difficile a te quanto la fortuna teco fie facile e secunda.
E se forse teco fusse in tempo la fortuna simile a me dura e avversa, o Tichipedo, gioveratti avermi udito, e arai me essemplo donde impari ch'ella così soglia e possa in noi mortali».
LIBRO II
TEOGENIO.
Adunque, o Microtiro, in questa lunga nostra istoria qual tu sì attentissimo ascoltasti, satisfeci io in parte alcuna a quanto ti promisi? Sollevai io te nulla del tuo merore?
MICROTIRO.
Non facile potrei narrarti quanto mi dilettasti e persuadesti e sollevasti con tanta tua copia e varietà ed eleganza.
Fu certo disputazione degna di memoria.
Rendone a te grazia e a Genipatro, quale uomo come in tutti suoi altri detti, così in questo a me parse simile all'oracolo di Appolline.
E con che modo bellissimo pronosticò a Tichipedo la sua prossima calamità; cosa quasi incredibile di tanta felicità subito ruinare in tanta infelicità! Maravigliomene e duolmene.
TEOGENIO.
A Genipatro, uomo prudentissimo, nulla fu difficile conoscere che a que' costumi lascivi e a quella vita oziosa e inerte di Tichipedo non mancherebbono presta miseria e tristezza.
Mai fu che uomo insolente, temerario, lieve, ambizioso, simile a Tichipedo, potesse non ruinare in profonda miseria.
Quelli simili a Tichipedo offendono molti con loro gesti e parole inconsiderate e piene di fastidio e convizio.
E' mal voluti in tempo male ricevono.
E quando bene in Tichipedo fusse stata summa modestia coniunta con summa industria, non però sarebbe da maravigliarsi se a lui non sempre fu la fortuna equale e secunda, quale per sua natura sempre fu volubile e incostante.
Scrive Plinio fra l'altre simile selve e insule una trovarsi nelle acque presso al laco Vadimonio quale né dì né notte si posi in alcuno luogo.
Ancora più e incostante e volubile la fortuna.
Quale a me darai tu omo da te in questa età veduto o appresso delle istorie notato in tanta felicità che el sia uscito di vita senza prima soffrire in sé molta parte di miserie? Recita Cornelio Nepote istorico che Pomponio Attico, omo litteratissimo, fu di sì prospera sanità che in anni trenta mai li bisognò curarsi con alcuna medicina.
E Antonio Castore dicono passò vivendo anni cento che mai in sua vita provò in sue membra alcuno dolore, e in quella età li servia la memoria interissima e duravali ottimo vigore.
Publio Romulo, domandato da Augusto Cesare, rispose avere ben servata in sé la valitudine integra in quale e' lo vedea con ungere el corpo de fuori con olio, entro assumere per suo bere acqua decotta quale chiamavano mulsa.
Visse anni sopra cento ben fermo e in ogni suo membro intero.
Lucio Volusio, scrive Cornelio Tacito istorico, fu sopra degli altri formosissimo.
Visse anni tre e novanta in prima ricco e ornato di buone arti e nulla offeso da tanti sceleratissimi principi quali furono seco in vita.
Senofilo, dicono, visse anni cento e cinque senza sentire a sue membra alcuno incommodo.
Ieronimo istorico, scrive Luciano, visse anni quattro e cento fermo in ogni suo sentimento, ancora e persino all'ultimo dì utile a procreare figliuoli.
Gorgias visse anni otto e cento sempre sano, e di sì rara sua sana età dicea esserne stata cagione la sua continenza.
Dione, tiranno siragusano, persino in anni sessanta visse vacuo d'ogni lutto funebre in casa sua.
Non però crederò che a costoro fusse la fortuna nell'altre cose nulla molesta.
Furono loro gravi le malivolenze, l'invidie, inimicizie, suspizioni, cure, sollicitudini e gli altri casi avversi quali molestano e' mortali.
Crasso fu giovane sopra gli altri ricchi ricchissimo, pur vecchio perì in estrema infelicità.
Quinto Cepione dopo el trionfo suo, e stato consule e massimo pontefice, morì incatenato nella publica carcere.
Policrate, tiranno samio, a cui la fortuna sempre era stata propizia, quello el quale per esperimentare quanto in tutte le cose el fusse alla fortuna accetto, gittò in mare el suo anello e ritrovollo in corpo a un pesce statoli presentato, costui finì morendo con grandissima sua ignominia fitto sulla cima d'un monte in croce.
E se bene essamineremo, forse troveremo vecchio niuno in quello stato in quale e' fu giovane.
Anzi quasi ancora pare che insieme colla felicità sempre sia aggiunta summa miseria.
A Pompeio la sua amplitudine, a Cesare el potere quanto el volea, a Cicerone la sua eloquenza, a Scipione la sua grazia populare, furono capitale e ultimo periculo.
Constituta legge della fortuna pervertere ogni dì nuove cose.
Né debbasi uno e un altro maravigliare se ella seco usa sua innata perfidia.
La famiglia de' Fabii nobilissima da tanto numero, da uomini trecento in un dì fu ridutta a un solo.
Macedonia, provincia gloriosa, quale ebbe imperio in Asia, Armenia, Iberia, Albania, Capadocia, Siria, Egitto, provincie amplissime, ricchissime, potentissime, quale ancora vincendo superò ultimi monti Tauro e Caucaso, quale impose sue leggi a nazione e gente estremissime, Battri, Medi, Persi, e quasi a tutto l'oriente, quale se facea ben riverire e ubbidire sino entro alla India terre luntanissime, costei cadde in calamità e giuoco della fortuna.
In uno dì Paulo Emilio, duttore degli esserciti romani, vendette a servitù città macedoniche trionfali numero settanta e due.
Adunque, non iniuria, dicea Ovidio poeta:
con ambigui passi la fortuna erra,
né segue certa in alcun luogo [mai],
ma or si porge lieta e ora acerba.
Solo una legge serba in esser lieve.
Ma di questa inconstanza non aremo tanto da biasimarne la fortuna, quanto in prima la nostra stoltizia, quali mai contenti delle cose presenti, sempre suspesi a varie espettazioni, vorremo pari alli dii essere beati.
Negava Euripide ad altri che solo alli dii essere concesso durare in perpetua felicità contenti.
Affermano e' fisici, e in prima Ippocrate, essere a' corpi umani ascritta vicissitudine, che o crescano continuo o scemino: quello che tra questi due sia in mezzo, dicono trovarsi brevissimo.
Così e molto più a tutte l'altre cose mortali certo vediamo essere fatale e ascritto ordine dalla natura che sempre stiano in moto, e in difforme successo vediamo e' cieli continuo innovare sua varietà.
Affermava Platone, comune sentenza di tutti e' matematici, non prima con sue stelle tornare in simile sito el cielo, che agiratosi per infiniti avolgimenti anni numero sei e trenta migliara; né però si potrà quell'ora dire simile a questa qual sia più pressa alla fine, più lungi dal principio del mondo.
Vedi la terra ora vestita di fiori, ora grave di pomi e frutti, ora nuda senza sue fronde e chiome, ora squallida e orrida pe' ghiacci e per la neve canute le fronti e summità de' monti e delle piaggie.
E quanto pronto vediamo ora niuna, come dicea Mannilio poeta, segue mai simile a una altra ora, non agli animi degli uomini solo, quali mo lieti, poi tristi, indi irati, poi pieni di sospetti e simili perturbazioni, ma ancora alla tutta universa natura, caldo el dì, freddo la notte, lucido la mattina, fusco la sera, testé vento, subito quieto, poi sereno, poi pioggie, fulgori, tuoni, e così sempre di varietà in nuove varietà.
Forse a te queste simili spesso rivedute cose paion men maravigliose.
Così stima, e' casi avversi spesso rintoppati noi rendono più preveduti e meno proni a perturbarci.
Ma e' suole ancora la natura in cose grandissime e incredibili non meno che la fortuna con noi adoperarsi.
Non recito e' portenti e monstri quali, proverbio de' Greci, sempre ne manda el Nillo e l'Affrica, non e' giumenti ermafroditi quali menavano el giogo a Gaio Nerone Cesare, e simile maraviglie della natura, che sarebbe materia infinita a raccontarli.
Notissima istoria della natura presso di tutti e' poeti, Sicilia un tempo essere stata iunta e continente con Italia, quale ora Silla e Carriddi, monstri immanissimi, tengono divisa et segiunta.
Scriveno che lo essercito d'Antioco re in solo uno dì apresso Carmania in quello proprio luogo combatterono a cavallo in quale avea prima con molte navi combattuto.
Racconta Pomponio Mela una regione oltre al fiume Nabar lungi da ogni mare trovarvisi grandissime spine di pesci e molta copia d'ostree e non raro qualche ancore.
Erodoto istorico affermava el mare già tempo essere stato sopra Memfi, sopra sino a' monti di Etiopia, qual terra ora scoperta forse troppo rimase arrida.
E forse non raro co' mortali irata la natura mostra quanto insieme li diletti adducere cose rare in nostra calamità.
Scriveno che Tantalo, terra grandissima, e Buzorni in Tracia, città nobilissima, intera fu trangugiata e ruinò in profundo abisso.
Pira e Antistia presso a' Meoti, e Licen e Biria città nobilissime appresso Corinto, e parte di Antiochia furono sumerse dal mare.
E tutta la Achaia provincia anni mille e quaranta 'nanzi a Roma condita dicono fu sumersa dalle inundazioni dell'acque, e nei tempi d'Anfione, terzo re di Cicrope in Atene, crebbero l'acque e copersono la maggior parte di Tessaglia.
Perironvi anime innumerabili, e da tanto naufragio quelli solo camparono quali fuggirono al monte Parnaso ove Deucalion regnava.
Quinci trassono e' poeti quanto dicono la generazione umana da Deucalione restituita.
E scrisse Eutropio che 'l mare ne' tempi di Valentiniano principe di Roma crebbe e summerse molta parte di Sicilia e anche più terre altrove.
E a' tempi della olimpiade centesima quinta si truova tutta Italia stata labefattata da' terremuoti.
E ne' tempi che Lisimaco uccise il suo figliuolo, la terra chiamata Lisimachia ruinando sfracellò tutto el suo populo.
La terra de' Lacedemoniesi concussa da e' monti Tageti nel quarto anno che Archidamo regnava, dicono ancora per quello terremuoto ruinò, quale Anassimander li predisse.
E in Siria ne' tempi che Tigranes regnava, scrive Iustino, perirono fiaccati da terremuoti uomini numero cento e settanta migliara.
Ne' tempi di Tiberio dicono in una notte ruinorono in Asia dodici grandissime e famose città, dove ancora e ne' tempi di Nerone più nobile città ruinarono, Apamea, Laodicia, Ieropoli e Colossa.
E scrive Tacito in que' tempi stata in Campagna sì veemente tempesta che pel furore de' venti le ville, gli albori e onni pianta in tutta la provincia si trovò svelta e lungi asportata.
E ne' tempi di Vespasiano in Cipro e ne' tempi di Traiano pur in Asia quattro terre, Elea, Mirina, Pitane, Cume, rotte da' terremuoti mancorono.
E ne' tempi di Galieno Augusto principe romano furono terremuoti maravigliosi.
Muggirono e' monti e in profondo sé apersono, e insieme in più luoghi ruppono lungi dal mare a mezzo e' campi acque salse, e molte furono terre marittime oppresse dal mare e summerse.
Pesaro, dice Plutarco, inanzi alla battaglia qual poi fu tra Cesare e Antonio, ruinò inghiottito dalla terra.
Non adunque dobbiamo maravigliarci, omicciuoli mortali e sopra tutti gli altri animali infermissimi, se mai quando che sia riceviamo qualche calamità, poiché noi vediamo le terre e provincie intere suggette ad ultimi estermini e ruine.
E quale stolto non aperto conosce l'uomo, come dicea Omero, sopra tutti gli altri animanti in terra vivere debolissimo.
Sentenza di Pindaro, poeta lirico, l'omo essere quasi umbra d'un sogno.
Nacque l'uomo fra tanto numero d'animanti, quanto vediamo, solo per effundere lacrime, poiché subito uscito in vita a nulla prima se adatta che a piangere, sì come che instrutto dalla natura presentisca le miserie a quali venne in vita, o come gli dolga vedere che agli altri tutti animali sia dato dalla natura vario e utile vestire, lana, setole, spine, piuma, penne, squame, cuorio e lapidoso scorzo, e persino agli albori stieno sue veste duplicate l'una sopra all'altra contro el freddo e non disutile a diffendersi dal caldo, l'uomo solo stia languido giacendo nudo e in cosa niuna non disutile e grave a sé stessi.
Agiugni che dal primo dì vedesi collegato in fascie e dedicato a perpetua servitù, in quale poi el cresce e vive.
Non adunque iniuria, subito che nasce, piange la sua infelicità, né stracco di dolersi prima prende refrigerio a' suoi mali, né prima ride se non quando se stessi contenne in tristezza interi almeno quaranta dì.
Di poi cresce in più ferma età quasi continuo concertando contra alla debolezza, sempre in qual vuoi cosa desiderando e aspettando l'aito d'altrui.
Nulla può senza precettore, senza disciplina, o al tutto sanza grandissima fatica, in quale sé stessi per tutta la sua età esserciti.
In puerizia vive mesto sotto el pedagogo; e seguenli suoi giorni in gioventù solliciti e pieni di cure ad imparare leggi e instituiti della patria sua; e poi sotto la censura del vulgo in più età ferma posto soffre infiniti dispiaceri.
E quando el ben sia compiuto e offirmato in sue forza e membra, e ornato d'ogni virtù e dottrina, non però ardisce non temere ogni minima bestiuola, e nato per imperare a tutti gli animanti conosce quasi a tutti gl'animali sua vita e salute essere sottoposta.
Un verminuccio el molesta; ogni minima puntura l'uccide.
Scriveno e' poeti che a Orione, figliuolo di Iove, compagno di Diana, gloriandosi d'essere sopra degli altri fortissimo e potere uccidere qualunque fera a lui si opponesse, gli dii comossi dierono che un picciolo scorpione lo atterrò in morte.
Affermano e' medici una moscolina pasciuta d'un cadavere venenoso potere essere mortifera.
E raccontano e' fisici trovarsi uno animale chiamato salamandra quale solo salendo avenena tutti e' pomi in su quello albero dove e' salse, di veneno simile all'acconito, ed esserne già periti e' populi.
Potrei estendermi in quante erbe, in quanti frutti, in quanti animali, in quante cose la natura vi ponesse contro di noi veneno e morte, e quasi possiamo affermare nulla trovarsi fra e' mortali in quale non sia forza di darci a morte.
Un pelo beuto fra el latte strangolò Fabbio senatore.
Uno acino d'uva strozzò Anacreonte filosofo.
Ma che più? Non solo la essalazion, quale fumma d'alcune aperture della terra, come presso a Pozzuolo e presso a Suessa, uccide, ma e ancora el fummo della lucerna spenta anneca el parto e dàllo abortivo.
E non solo queste cose materiali, ma e in qualunque vòi altra cosa troverai morte.
L'agitazion dell'animo ci sta mortale.
Scrive Flavio Prisco, siracusano istorico, che ne' tempi quando Caro Augusto principe romano uscì di vita, molti da subiti tuoni impauriti caderono e perirono.
Chilo filosofo, Dionisio tiranno, Sofocles tragico vittore per troppa letizia usciron di vita.
E quella donna in sulle porte di Roma vedendo el figliuolo, quale essa avea udita essere morto, per letizia cadde.
P.
Apuleio, udita la repulsa del fratello, per dolore espirò: Filemon pel troppo ridere.
Omero investigando solvere uno enigma datoli da' pescatori, in quel pensiero mancò.
Isocrate, quale nato anni sei e novanta scrisse e' panogirici, udita la clade de' suoi ateniesi ricevuta in Cheronia da Filippo, per dolore espirò.
El subito e veemente vergognarsi uccise Diodoro filosofo.
Aulo Manlio Torquato per troppa volontà di mangiare una torta perì.
A Tales milesio el tedio d'ascoltare e' poeti tragici, e a Crisippo figliuolo d'Apolline el ridere fu mortale.
Cosa quasi incredibile che le parole fascinino e perdano gli uomini.
Lucio Luccullo, summo principe romano, impazzò a morte guasto da incanti amatori.
Curione oratore si dolea in iudizio avere per simile malefici perduta la memoria.
Agiugni le altre infermità quale già tante passate età con tante vigilie, tante investigazioni, tanta industria, tanta copia di scrittori e volumi, tanta varietà di rimedi possono né vietarle né ben distorle.
E insieme aggiugni e' nuovi e vari morbi quali di dì in dì surgono a' mortali.
In Roma e non quasi altrove ne' tempi di Tiberio Cesare scriveno sopravenne nuovo malore non pericoloso a morte ma contagioso e fastidiosissimo.
Cominciava al mento, poi dagli occhi in fuori copriva tutta la persona, e cadevagli la pelle d'ogni membro in minuta furfura.
El carbunculo, pessimo male ne' tempi di Luzio Paulo e Quinto Marzio censori, primo fu veduto a' nostri Latini.
Silla dittatore perì corroso da' pidocchi.
A Pericle sirio molta copia di serpenti ruppeno del suo corpo.
Mecenate sofferse in sua vita perpetua febbre, e visse anni tre senza mai riposarsi dormendo.
Ma che più? Cosa incredibile! Scriveno che nei tempi di Luzio Elio Antonino principe romano uscì d'una cassetta d'oro dedicata ad Apolline in Babilonia fiato sì pestilente che col suo veneno pervenne dando a morte infiniti mortali persino entro la provincia de' Parti.
E così molte egritudini e peste a' tempi nascono e di provincia in provincia transcorrono.
Agiugni quanto non raro ancora e' minutissimi animali insieme coniunti portino peste ed eccidio contro alla generazione umana.
Scrive Iustino e Paulo Orosio istorici ch'e' populi chiamati Obderite, e que' che si nominano Avienate, fuggirono e abandonarono el suo paese cacciati dalla moltitudine de' topi e dalle ranelle.
E scrisse M.
Varrone in Ispagna essere stata svelta una terra da' conigli, e in Tessaglia simile dalle talpe data in ruina un'altra città.
E racconta Plinio quanto siano infestissimi inimici a' populi cirenaici e' grilli.
E così troverai in le istorie spesso state a' mortali gravissime calamitate addutte da tali vilissimi animanti.
Né trovasi animale alcuno tanto da tutti gli altri odiato quanto l'uomo.
Agiugni ancora quanto a sé stessi l'uomo sia dannoso con sua ambizione e avarizia e troppa cupidità del vivere in delizie e ozio pieno di vizi; qual cose non meno che gli altri suoi infortuni premono e' mortali.
Agiugni la somma stoltizia quale continuo abita in le menti degli uomini, poiché di cosa niuna contento né sazio sempre sé stessi molesta e stimola.
Gli altri animali contenti d'un cibo quanto la natura richiede, e così a dare opra a' figliuoli servano certa legge in sé e certo tempo: all'uomo mai ben fastidia la sua incontinenza.
Gli altri animali contenti di quello che li si condice: l'omo solo sempre investigando cose nuove sé stessi infesta.
Non contento di tanto ambito della terra, volle solcare el mare e tragettarsi, credo, fuori del mondo; volle sotto acqua, sotto terra, entro a' monti ogni cosa razzolare, e sforzossi andare di sopra e' nuvoli.
Dicono che in Atene fu chi facea volare per aria un palombo edificato di legno.
Che più essemplo detestabile della superstizione degli uomini, che fra' greci scrittori fusse chi di ciascuno membro umano descrivesse qual fusse el suo sapore? O animale irrequieto e impazientissimo di suo alcuno stato e condizione, tale che io credo che qualche volta la natura, quando li fastidii tanta nostra arroganza che vogliamo sapere ogni secreto suo ed emendarla e contrafarla, ella truova nuove calamità per trarsi giuoco di noi e insieme essercitarci a riconoscerla.
Che stoltizia de' mortali, che vogliamo sapere e quando e come e per qual consiglio e a che fine sia ogni instituto e opera di Dio, e vogliamo sapere che materia, che figura, che natura, che forza sia quella del cielo, de' pianeti, delle intelligenze, e mille secreti vogliamo essere noti a noi più che alla natura.
Che se un tuo figliuolo, non voglio dire un simile a te, verso a chi governa el cielo, volesse riconoscere ogni tua opera e pensiero, tu credo non iniuria li porteresti odio capitale.
Nascose la natura e' metalli, nascose l'oro e l'altre minere sotto grandissimi monti e ne' luoghi desertissimi.
Noi frugoli omicciuoli lo producemmo in luce e ponemmolo fra' primi usi.
Ella disperse le
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