TEOGENIO, di Leon Battista Alberti - pagina 3
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Così Tichipedo con molti gesti osceni, con molte parole ventose quivi si riscaldò, e fra molte altre più lieve parole disse: «E che bella e usitata vostra astuzia di voi litterati, o Teogenio! Tu lodasti qui costui per insieme lodare te e commendare l'arte tua.
Ma fra l'altre sue e tue infelicità, Teogenio mio, a me pare la prima che voi consumiate vostre vigilie, espognate tanta opera, duriate con tanta assiduità in cose inutilissime.
Saravve licito mai restare di volgere tutto el dì e poi la notte ancora queste vostre carte? E che dolce amicizia vi porgono questi vostri libri, fra' quali voi occupati vivete pallidi, estenuati, consumati, poveri e infermicci? Che cercate voi con tante vostre inquietissime fatiche? Volete sapere che si facci in cielo, e dove quella e quell'altra stella s'agiri, e non sapete donde abbiate da pascervi e vestirvi.
Cercate immortalità già non in tutto vivi in vita pel vostro troppo ostinato studio.
Ma che, potete voi scrivere favola nuova e non prima da molti scritta e promulgata? Restavi cosa più laboriosa ad accatarvi el pane che queste vostre letteruzze?»
MICROTIRO.
Rido la inezia di costui.
TEOGENIO.
E così fa, Microtiro mio, sollèvati dal tuo merore.
Così giova ridursi a memoria simili cose ridicule per dimenticarci el dolore sorridendo.
Sorrise adunque Genipatro e alquanto fermò gli occhi; poi se raccolse e disse: «Io fui giovane un tempo ricco e in fortuna non dissimile alla tua, o Tichipedo, e posso in questa disputazione iudicare quello quale non puoi tu, a cui l'una e l'altra via non sia nota.
Tanto t'affermo, questo stato, in quale voi me vedete debole, solo e povero, molto mi diletta, e in la mia vecchiezza truovo solazzi non pochissimi, né certo minimi.
Ramentami avere in me e in altri veduto essempli quasi infiniti onde imparai nulla confidarmi né obligarmi alla fortuna.
Conosco la sua instabilità e perfidia, provo che chi con la fortuna vorrà avere niuna trama, niuno commercio, costui da lei nullo potrà ricevere danno.
E qual cose può la fortuna altro torci che solo quello quale tu con molto grado accettasti da lei? Che può ella farti danno ritollendoti quello quale tu da lei nulla stimasti? Dotto adunque e per lungo uso seco ben saggio, a me stesso insegnai contenere mia volontà e frenare e' miei appetiti.
E così a me fu licito chiudere ogni addito verso me alla fortuna onde ella possa poi richiedermi el suo e discontentarmi.
A questo l'uso delle cose, l'essere stato spesso da lei ingannato, l'avere in ogni cosa notato la sua volubilità e incostanza, fu a me ottimo precettore, quale non può essere apresso se non de' vecchi e vivuti con lunga industria.
E truovo in questa mia vecchiezza non minima utilità, ove molte cose molestissime quali me soleano infestare giovane, ora o sazio o libero nulla meco possono.
Refrigerato, spento, sublato l'incendio amatorio, sedate le face dell'ambizione, acquietato mille sollicitudini e cure cocentissime quale sono domestiche e assidue alla inesperta gioventù, truovomi ancora per la età reverito, pregiato, reputato; consigliansi meco, odonmi come padre, ricordanmi in suoi ragionamenti, aprovano, seguono i miei ammonimenti; e se cosa vi manca, vedome presso al porto ove io riposi ogni stracchezza della vita, se ella forse a me fusse, qual certo ella non è, grave.
Nulla truovo per ancora in vita che mi dispiaccia, e in questo mi conosco oggi dì più felice che mai, poiché in cosa niuna a me stesso dispiacio: qual cosa giovane non m'interveniva.
Accusava, incolpava, castigava miei errori, mia tardità, mie' precipitosi consigli, mie immoderate voluntà, miei studi lievi, mia incostanza.
Ora di me stesso contento a me stesso gratifico; quale una faccenda tanto mi diletta quanto, per essere a me più grato e accetto, di dì in dì mi rendo migliore e di dottrina più esculto e di virtù più ornato.
E sono le mie quale io vecchio testé prendo voluttà maggiori e dolci molto più che quelle quali io presi giovane, però ch'io sono senza sollicitudine libero d'ogni premolestia, ove quelle da giovane tanto erano dolze e grate quanto erano da me state desiderate ed espettate.
Quanto fu prima la molestia desiderando cose amatorie, tanto fu poi dolze la voluttà; quanto la sete, la fame, tanto el saziarmi.
Fu adunque la premolestia agiunta e quasi madre della voluttà in le cose quale a me giovane dilettorono; quale premolestia non ora in mie voluttà interviene.
Godo testé qui ragionando con voi, godo solo leggendo in questi libri, godo pensando e commentando queste e simili cose de' quali io vi ragiono, e ricordandomi la mia ben transcorsa vita, e investigando fra me cose sottili e rare sono felice, e parmi abitare fra li dii quando io investigo e ritruovo el sito e forze in noi de' cieli e suoi pianeti.
Somma certo felicità viversi sanza cura alcuna di queste cose caduche e fragili della fortuna coll'animo libero da tanta contagione del corpo, e fuggito lo strepito e fastidio della plebe in solitudine parlarsi colla natura, maestra di tante maraviglie, seco disputando della cagione, ragione, modo e ordine di sue perfettissime e ottime opere, riconoscendo e lodando el padre e procreatore di tanti beni.
E affirmoti ancora (disse Genipatro), non per queste sole, ma e per molte altre ragioni nulla pospongo la mia fortuna, o Tichipedo, alla tua.
E come pospongo non la mia vecchiezza alla tua gioventù, così prepongo non le tue ricchezze e amplitudine alla mia povertà, non la tua populosa famiglia alla mia solitudine».
MICROTIRO.
Cose maravigliose e degne.
TEOGENIO.
«Non insisto», disse Genipatro, «disputando e' giovani quanto meno ch'e' vecchi moderati e continenti, tanto più parati a grandissime e ultime egritudine, e de' giovani morire numero più quanto si vede che de' vecchi.
E sia quanto tu vuoi forza e consuetudine della gioventù avervi robusti, sofferenti in ogni fatica e disagio possiate la polvere, el sole, e' ghiazzi, e' venti, che utilità presterete voi giovani alla patria, alla famiglia vostra? Fugarete, ucciderete, sometterete a servitù con vostre mani e armi uno e un altro inimico.
Non però tu, o Tichipedo, avanzerai le vittorie, né asseguirai pari insegne e lode in arme a Luzio Tizio Dentato, quale uno uomo invittissimo, provocato a certare a solo a solo, vinse ferocissimi otto uomini armati inimici, e in giusta e ordinata battaglia spogliò combattendo armati uomini trenta e quattro.
Quale uno uomo ancora in espedizioni e pugne numero cento e venti sé ebbe strenuissimo e virilissimo, tale che ricevute ferite gravi non meno che cinque e quaranta, tutte dinanzi in la faccia, nel petto, niuna dirietro, premio di tanta sua virtù ebbe da' suoi imperadori prigioni ventimilia e altri doni militari; suo nomi: aste pure, torque, armille, grillande d'oro e d'argento; numero: ottanta volte dieci e sette centinara.
Ma sia, quanto a te conceda la fortuna e ottima tua natura, in te pari lode e virtù quale fu in Luzio Dentato, siavi ancora agiunta la prodezza di Mallio Capitolino, quello quale solo e grave ferito salvò el capitolio assediato da' Galli, gente arditissima; e insieme vi sia in te la perseveranza in arme di Marco Sergio, omo invittissimo e per sue bene adoperate forze e arme celebratissimo; ucciderai con tua mano numero de inimici assidui e iratissimi forse quanti ne uccise M.
Servilio, omo stato consule, quale, dice Plutarco, combattette con venti e tre armati inimici e atterrogli? Forse quanti ne uccise Aureliano Augusto principe romano, quale scrive Flavio Prisco che in la battaglia sarmatica diede a morte armati uomini quaranta, e in più altri luoghi da lui si trovorono atterrati inimici circa mille? Apresso Omero, Agamennon desiderava in tanto suo essercito solo avere dieci simili a quel vecchio prudente Nestore, ché nulla dubitava per loro potere suvvertere ogni inimica moltitudine.
E così t'affermo, in qualunque sia vecchio, mediocre prudenza e certo uso delle cose potrà ogni dì suvvertere e perdere amplissimi e potentissimi populi contro la sua patria armati.
Valse el consiglio di Fabio Massimo, quel vecchio, restituire le cose romane quasi da tutti e' giovani desperate.
Con sua maturità Fabio propulsò l'ultima manifesta e pronta ruina alla patria, e sostenne quello Anibale quale tanto numero d'armati fortissimi giovani con suo petto e sangue a Trebia, a Trasimene, a Canne, nulla poterono sostenerlo.
Appio Claudio, vecchio e cieco, con sua sentenza restituì dignità e virilità a' suoi cittadini, e raddusse la provincia Epirotarum armatissima e bellicosissima a ubbidire latine legge e imperio.
Potrei addurvi Solone e suoi Ariopagite, insieme e ancora Ligurgo e sue santissime leggi, e infiniti altri simili, per quali vederesti sempre el consiglio de' vecchi stato alla patria sua più molto utile e pregiato che l'arme e gagliardia della gioventù».
MICROTIRO.
Cose degnissime e verissime, né puossi non assentirli.
TEOGENIO.
Così adunque provato non la sua vecchiezza essere da posporla alla gioventù di Tichipedo, seguitò Genipatro e disse: «Le ricchezze tue, o Tichipedo, non nego, sono ornamento alla patria e alla famiglia tua, non quanto tu le possiedi e procuri, ma quanto tu bene le adoperi.
Non ascrivo a laude che a tua custodia stiano cumuli d'oro e gemme, ché se così fusse, quelli che la notte sulle torri e specule hanno cura e custodia della terra, più arebbono che tu da gloriarsi.
Ma tanto te loderò quanto in salvare e onestare la patria tua e i tuoi espenderai non le ricchezze sole, ma ancora el sudore, el sangue, la vita.
Io fui ricco, o Tichipedo.
Non però, perdute le mie ricchezze, feci come quel Menippo cinico quale, perché gli furono imbolati i suoi danari, se impiccò: omo avaro e, quanto io interpetro, d'animo vile, che non si fidava potere in povertà sostenersi in vita.
Iero tiranno siracusano a Senofone Colofonio, omo litterato, quale si dolea non avere bene donde nutrirsi, rispose: 'Benché Omero sia già molti anni morto, pur così morto nutrisce più e più migliaia d'uomini'.
Simile adunque come non in tutto nudo di virtù e dottrina, così fui d'animo non abietto, e nulla abandonai me stesso, e ridussimi a mente a quanti le ricchezze siano state dannose, dove la povertà a chi bene la sopporti da parte niuna si truova inutile.
Scrive Plutarco che uomini sedeci della famiglia nobilissima de' Fabii insieme sotto un tetto abitavano.
Questo potea la povertà fra tanti uomini: mantenere intera concordia e fermo amore.
Né assentisco a quel satiro, altrove grave e perito poeta, quale ascrive alla povertà ch'ella rende e' buoni beffati e nulla pregiati.
Assai arà in sé pregio chi se porgerà virtuoso.
E come Zenone filosofo dicea, udendo essere la nave sua perita in naufragio: 'Così noi lasciate le ricchezze ora con men molestie filosoferemo in ozio'.
E così troviamo, benefizio della povertà, allevati in veste stracciate più dotti e virtuosi che se fussero stati educati in purpure e delizie.
Né può quella povertà, benché laboriosa, distorti da virtù quale t'accresca industria, se così è che la necessità abiti in casa de' poveri, quale dicono fu madre della industria, e insieme colla industria sempre crebbe virtù.
E noi stolti mortali per mare, per monti, per mille pericoli fuggiamo la povertà, e più molte e molte molestie soffriamo fuggendo la povertà che se sopportassimo qualunque incomodi seco porti l'ultima egestà.
E per asseguire ricchezze piene di mali, esposte a tutti e' pericoli, per quali tutti gl'invidi, tutti gli avari, tutti gli ambiziosi, cupidi, lascivi, voluttuosi e dati a guadagno e nati al spendere, numero infinito d'uomini pestilenziosi, ne assediano con animo inimicissimo, con opera infestissima, assidui, vigilantissimi per espilarci e satisfarsi de' nostri incomodi; e noi per asseguire tanta peste sottomettiamo nostri pensieri, opere e studi a mille brutte fatiche e servitù, ed ecci in odio la povertà.
Cosa utile a viversi con industria, modestia e laude, cosa libera dai pericoli la povertà, libera dalle fraude e doppiezza, libera dalle assentazioni e perfidie de' pessimi uomini, sicura in mezzo de' ladroni, né tanto facile ad asseguirla, quando e dovunque ella non ti dispiaccia, quanto a chi ella piaccia bene atta a quiete e dolce ozio.
Polidoro, figliuolo di Priamo re de' Troiani, presso di Virgilio poeta, fu dal re Treicio non per altro crudelissime e iniustissime ucciso che solo pel molto oro quale seco avea dal suo padre portato.
Scrive Iosofo ebreo istorico che molti giudei ierosolomite, assediati dallo essercito de' Romani, fuggendo la fame e peste in quale inchiusi nella terra perìano, in sussidio al suo essilio ne portavano trangusate e inghiottite occulte alcune monete: qual cosa saputa, in uno dì furono di loro uccisi e sparati più e più migliara, tanto fu loro danno e morte trovarsi non in tutto poveri e vacui d'ogni ricchezza.
E sarebbe prolisso recitare, non dico e' principi delle terre, e' tiranni, ma e ancora le provincie, a quali furono sue ricchezze ultimo eccidio e strage.
E' prudentissimi Spartani abdicorono da sé ogni uso dell'oro per non soffrire su' suoi terreni strani inimici, quali rari verrebbero dove poco sperassero preda alle sue armi.
Altri volevano suoi confini essere inculti e in gran spazio deserti per meno allettare chi cerchi a ricchire in altrui imperi.
Ma sia qui argumento non inetto quanto d'ora in ora vedrai ne' luoghi estremi delle città la moltitudine de' poveri nuda sudare, straccarsi per acquistarsi donde pascersi e vestirsi; pur d'ogni età fra loro ti si porgeranno molti e molti lieti quali cantano e soffrano sé stessi sanza tristezza, dove entro a' teatri tutti e' togati e gemmati cittadini stanno agitandosi, mesti, tristi, e a sé e a chi così li miri ingrati, e in suo fronte contratti.
Lieta povertà, inimica delle sollecitudini, contenta di piccole e facile cose quale con poca fatica e presto si trovano e ottengonsi.
Dicea Allessandro re macedone che levarsi inanzi dì e affaticarsi dava iocundissime vivande al desinare, e levarsi dal desinare con volontà di mangiare, quasi fermento della fame, poi la sera aparecchiava ottima cena; qual cose sono agiunte alla povertà, e domestiche e familiari a qualunque povero.
Ma per tornare onde io sciolsi el mio ragionare, Tichipedo mio, io fui ricco, e come conobbi la povertà essere non grave, così provai le ricchezze tanto erano mie quanto io le spendea, e solo, come dice Valerio Marziale ottimo poeta, conobbi essere fuori delle mani della fortuna quello quale io dava a' miei amici; dell'altre ricchezze e fortune mie poterne richiedere nulla più che si volesse e permettesse la fortuna, ma di quelle quali giovorono a' miei amici essermi licito richiederne da chi le ricevette grata memoria e benivolenza.
Non la perfidia degli uomini, non la iniquità della fortuna, non gli incendi, naufragi, ruine, potranno a me rapire tanta mia ricchezza quale io non tema perdere.
E così ancora intesi quelle ricchezze non valere a felicità, per quali si viva sollicito ad acquistarle e timido in dubbio di non le perdere; in qual cosa certo io me propongo a te, o Tichipedo.
Io per uso ed età conosco le fallacie e simulazioni degli uomini tanto meglio che tu, quanto appare che tu ancora non distingui di tanta tua moltitudine di salutatori chi a te sia vero e chi finto amico.
Né credere che persona si possa ben giugnere ad amicizia se non merita essere amato per cosa stabile e quale niuno avverso gli possa torlo.
Né stimare potere richiedere grata memoria da persona quale sia a se stessa ingrata, non adoperando lo 'ngegno e la industria sua in acquistarsi quanto e' debba lode e fama con vertù e studio di cose lodate e degne.
E quando a te fussero copia di ricchezze maggiore che a Crasso, e nutrissi a tutela della patria tua uno e più esserciti, quando e tu ancora ricco simile a quel C.
Cecilio Claudio romano, quale a tempo di Gallo Asinio e Marco Cirinno consoli morendo, benché perdesse assai in la battaglia civile, testò servi quattro milia cento e sedici, gioghi di buoi trecento e sessanta, altri armenti cinquanta e sei migliara, in danari anoverati oro pesi secento milia; e più a ciascuno tuo amico avessi da distribuire sesterzi undici milia quanti Caio Cecilio ordinò si spendesse in la sua sepoltura, non però sarebbe presso di me da più pregiare la tua fortuna che la mia parsimonia: sorella della povertà la parsimonia, come delle ricchezze sempre fu compagna la prodigalità.
Più fu ornamento alla sua patria Fabrizio, e Curio e altri simili parcissimi e modestissimi, quali spregiarono tanto oro per signoreggiare chi possedeva oro, e contenti cenarsi sotto suoi tuguri rape e cauli apparecchiate in mensa con vasi di terra, ornorono la patria sua non meno di vittorie che di buono essemplo a vivere con modestia e senza prodigalità.
Più certo giovorono costoro che le ostentazioni di sue infinite ricchezze quale poi faceano que' fortunatissimi con sue auree cene e spettaculi.
La amplitudine tua e pompa civile, la frequenza di molti salutatori mai a me più piacerà che la mia quieta solitudine.
A te in tanta moltitudine non possono non essere attorno chieditori, delatori, assentatori, ottrettatori, omini lascivi, lievi, immodesti, viziosi, infesti, da' quali ora per ora tu oda e riceva cose odiose e da sdegnarti.
A me niuno più ch'io mi voglia molesto; io mai men solo che quando me truovo in solitudine.
Sempre meco stanno uomini periti, eloquentissimi, apresso di quali io posso tradurmi a sera e occuparmi a molta notte ragionando; ché se forse mi dilettano e' iocosi e festivi, tutti e' comici, Plauto, Terrenzio, e gli altri ridicoli, Apulegio, Luciano, Marziale e simili facetissimi eccitano in me quanto io voglio riso.
Se a me piace intendere cose utilissime a satisfare alle domestiche necessità, a servarsi sanza molestia, molti dotti, quanto io gli richieggio, mi raccontano della agricoltura, e della educazione de' figliuoli, e del costumare e reggere la famiglia, e della ragion delle amicizie, e della amministrazione della republica, cose ottime e approvatissime.
Se m'agrada conoscere le cagioni e principi di quanto io vedo vari effetti prodotti della natura, s'io desidero modo a discernere el vero dal falso, el bene dal male, s'io cerco conoscere me stesso e insieme intendere le cose prodotte in vita per indi riconoscere e riverire il padre, ottimo e primo maestro e procuratore di tante maraviglie, non a me mancano i santissimi filosofi, apresso de' quali io d'ora in ora a me stessi satisfacendo me senta divenire più dotto anche e migliore.
Ma voi principi e primi cittadini in questa vostra amplitudine che cercate voi; laude, gloria, immortalità? Non con pompa, non con ostentazione, non con molto populo d'assentatori asseguirete vera e intera laude, ma solo ben meritando con virtù.
Disse Orazio Flacco poeta:
Qualunque corse ad acquistarsi laude,
giovane, cose molte e dure e gravi
sofferse al freddo e al caldo, e ben se astene
fuggendo con virtù Venere e Bacco.
E niun teatro, come dicea l'Epicuro filosofo, più si truova ben adattato a gloria che la coscienza in noi de' nostri meriti.
Se in te serà l'animo da e' vizi perturbato, se penderai occupato da brutta alcuna espettazione, o non iusto desiderio, o temerario incetto, o inetta paura e sollicitudine, certo sentirai dolcezza niuna, frutto niuno di qualunque grandissima sia tua in la voce del populo promulgata gloria.
E qualunque ivi sia ignominia poco nocerà a quello animo ben composto quale in sé sia splendido e ornato di virtù.
E queste sempre furono cose esposte in mezzo, facile ad asseguirle, licite a' privati come a chi siede in magistrato, concedute a qualunque infimo plebeo non meno che a' primari principi.
Sempre fia presto la virtù a chi non la fugga.
Forse cercate amplitudine per essere temuti.
Vorrebbesi che la natura v'avesse fatti, qual scrive Ifigenio e Ninfodoro, simili a quelli pestiferi uomini quali nati in Affrica fascinano erbe, arbori, fanciugli e tutti gli animali, per modo che ciò che troppo lodino muore e seccasi.
Gioverebbevi ancora essere simili a quelli Illirici e Treballi, quali subito uccidono guardando irati fermo chi si sia; e satisfarebbevi se in voi fusse pari veneno a quelli Etiopi, de' quali chiunche tocca suo pestifero sudore casca infermo a morte, però che a questo modo saresti temutissimi.
Ma se vorrete essere quanto dovete iusti, vi temerà niuno se non gl'ingiusti.
E se vorrete gastigare l'iniustizie altrui a vostro arbitrio, non sarete giusti.
E se asseguirete quanto la legge e vostro giurato magistrato v'impose, non però fia opera qual voi molto abbiate da pregiarla.
Più tosto, se sarete umani, vi dorrà l'errore di chi cade in quella meritata pena.
E se pur vi diletterà essere iniusti, non vi reputo degni d'amplitudine, ché a nuocere a' mortali e usare immanità sempre fu luogo a chi così deliberi.
Qualunque vilissimo potrà, così deliberando in tempo, e calunniare e uccidere e infiammare templi e sacri luoghi.
Che se forse si desidera questa copia di salutatori per propulsare da sé tante ingiurie, da queste sono io liberissimo.
A niuno con detti miei e meno con fatti sono tale che a ragione egli abbi da nimicarmi, né posso solo, vecchio e posto in debole fortuna essere a persona infesto; quale una cosa reputo utilissima contra ogni ingiuria come per altre ragioni così per questa, che volendo essere in questa parte iniusto non m'è licito.
E chi sarà che senza cagione molesti chi, come io, né voglia né possa sostenere alcuna inimicizia? Sogliono e' mali uomini, a nuocere chi nulla gli offenda, non quasi per altro indursi quanto che per trarsene utilità.
Da me, quale sempre diedi opera che niuna mia cosa altrove sia che solo presso a me, nulla può essere rapito.
Mie sono e meco la cognizion delle lettere, e insieme qualche parte delle bene arti, e la cura e amore della virtù, quale cose ottime a bene e beato vivere possono a me né da' casi avversi né da impeto alcuno o fraude essere tolte.
Ad alcuni perversi diletta el male altrui mossi da 'nvidia, ma verso di me, nudo d'ogni delizie, può invidia niuna surgere, ché nulla troveranno apresso di me gl'invidi di quelle cose quale egli stimano o curano d'acquistarsi.
Forse a qualche altro ambizioso non ben consigliato parrà lode succulcare altrui, o timido di non patire a sé superiore, o cupido di non avere pari.
Ma meco simili odiosi ingegni nulla troveranno da concertare, quale a persona mai volli essere superiore d'altro che di virtù, non tanto per essere in voce e favola della plebe, quale sanza iudizio e loda e biasima, quanto per satisfare a me stessi.
E molto più mi parse offizio mio dare ogni opera di meritare lode e grazia che d'asseguirla.
E parebbemi essere dileggiato se altri m'ascrivesse quello ch'io non sentissi in me, né parebbemi però diventare migliore quando ora non conosciuto, poi fussi promulgato buono.
Onde con questa mia ragione del vivere me truovo fermissimo contro ogni ingiuria.
Truovomi da non temere tiranno alcuno per crudelissimo che sia.
Ammunirollo pieno di libertà.
Tu e gli altri simili a te, per paura di non perdere l'amplitudine tua, non tanto insieme con gli altri assentatori e riderai e applauderai al tiranno osservando e temendo ogni suo cenno, ma e ancora a qualsisia de' tuoi settatori e domestici scurre molte patirai cose a te moleste e da non essere sofferte da chi voglia dirsi felice.
Qual cosa se forse vi diletta, e stimate felicità tradurvi a sera vacui di molestia, e per questo cercate potere ciò che v'attagli.
A chi desidera potere ciò che vuole, a costui conviene manchi nulla; a colui manca nulla a cui suppeditano le cose buone e necessarie.
Se così mi concedete, affermo me molto più che voi essere felice.
Tanto sono in questo felice io, quanto quel Metello, quale sopra molti suoi amplissimi onori chiamato per la seguita vittoria macedonico, lasciò in vita suoi quattro figliuoli, fra' quali tre erano stati consoli, uno pretore, due aveano triunfato.
Tanto sono io in questa parte felice, quanto quella lacedemoniese chiamata Lampido, figliuola di re, moglie a re, madre a un re; e quanto presso e' nostri Agrippina, sorella che fu e moglie e madre a chi ebbe imperio e governo in tutte le cose, però che a me sono le cose buone e necessarie in copia non minore che a qual si sia uomo stato in vita.
Le cose a noi mortali necessarie sono quelle quale, richieste dalla natura, non possiamo denegare a noi stessi, e queste sono e poche e minime.
Quello satisfarà a te quale satisfa a uno de' servi tuoi contro la fame, sete e freddo.
Ma a chi sia allevato in questa vita splendida, a sé stessi statuisce essere infinite cose necessarie, quali non l'avendo vi molestano, e avendole infastidiano.
Le cose buone forse sono presso di me molto in maggior numero che presso a voi.
Non io sono quello che affermi la vostra amplitudine, lo stato, l'essere temuto, siano cose buone.
Cosa niuna buona può come queste far male.
Molti, per volere soprastare gli altri, perirono.
Ma son certo a me non negherete la cognizione delle buone cose, l'ingegno esculto di qualche dottrina, nutrito in fra le lettere, essere cosa ottima.
Dicea Aristotile, quella essere beata patria qual sia ottima; essere ottimo chi facci bene; e niuno far bene in cui non sia virtù.
Non adunque in vostre amplitudine consiste felicità, ma in virtù.
L'oraculo d'Appolline rispose al re Gise, Aglao, privato in Arcadia, più era con sua modestia felice che lui re, a cui avanzava tanta regia amplitudine.
Stavasi Aglao in uno ultimo cantuccio della provincia, lavorava una sua villuccia, di qual luogo, cupido di nulla e di sua fortuna contento, mai era uscito.
Solone, conditore delle prime leggi ateniese, quando Creso, re fortunatissimo, gli mostrava le sue maravigliose copie e potenza, e domandava quale egli avesse altrove conosciuto omo più che sé felicissimo, rispuose: 'Vidi Telo cittadino in la terra degli Achei più di te molto felice.
Era Telo buono uomo; ebbe figliuoli ben costumati, e contento non pativa contro sua voglia alcuna necessità'.
Non adunque la affluenza delle cose quanto la modestia e frenare sé stessi rende noi felici.
Ma siano queste vostre amplitudine quanto volete degne, e siano da desiderarle, dilettivi la pompa civile, la amministrazione della republica, el sedere in magistrato, stiavi a dignità quanto voi ben consigliate e' vostri cittadini, sarebbe questa vostra amplitudine da volerla certo se solo avenisse a' degni, sarebbe da non la recusar, benché molesta e piena d'invidia, odi e pericoli, se delle tue fatiche e vigilie non poi più ne fu lodato el caso seguito e fortuna che la diligenza e industria tua.
E vidi spesso la sentenza pestifera e palese temerità d'uno insolentissimo più essere dalla moltitudine favoreggiata che 'l buono ammonimento d'uno sapientissimo e ottimo cittadino.
E così e' buoni contro a' perversi raro accade che possano ben conducere cosa alcuna in sua republica da loro in tempo preveduta e detta; onde quanto più conoscono, tanto più viveno mesti in periculo ed espettazione di piggior fortuna.
Dicea Assioco, presso a Platone, la plebe altro essere nulla che inconstanza, inferma, instabile, volubile, lieve, futile, bestiale, ignava, quale solo si guidi con errore, inimica sempre alla ragione, e piena d'ogni corrotto iudizio.
Apresso e' suoi cittadini Abderites Democrito, summo filosofo, era riputato stolto.
Ancora si leggono le epistole per quale Ippocrate medico fu chiesto a medicarlo.
Antiquissimo e usitato costume di tutti e' populi spregiare e odiare e' buoni.
Scipione Nassica per iuramento del senato reputato ottimo, due volte ebbe iniusta repulsa dal populo.
Coroliano, Camillo e più altri modestissimi e virtuosissimi cittadini dal popolo soffersono contumelia.
Aristide ateniese, cognominato Iusto, solo per odio di tal cognome fu da' suoi cittadini escluso e proscritto.
Socrate dall'oraculo d'Appolline iudicato santissimo, dal populo fu agiudicato a morte.
Alcibiade, ricco, fortunato, amato, d'ingegno quasi divino, e in ogni lode principe de' suoi cittadini, nobilitata la patria sua con sua virtù e vittorie, morì in essilio perduti e' suoi beni in povertà, tanto sempre alla moltitudine dispiacque chi fosse dissimile a sé in vita e costumi.
E fu in questa sapientissimo chi disse el populo essere una tromba rotta quale si possa mai ben sonare.
Onde nulla a me può el mio essilio per questo dispiacermi, poiché io me vedo escluso dal numero e consorzio di molti rapacissimi, invidissimi e immanissimi, a' quali la mia astinenza e modestia era in odio, né vedeano essere a loro licito perturbare quanto e' desideravano le leggi e la libertà della patria se prima non faceano impeto in me.
Ma non però mai alcuna ingiuria tanto in me potrà che io quanto in me sia non osservi fermo amore e integra carità verso la patria mia.
E sempre come io fo, così farò di dì in dì, esporrò quel ch'io sappia, possa e vaglia in premeditare, investigare ed esporre a' miei cittadini, con voce e con scritti, cose utili e accomodate alla amplitudine e degnità della nostra republica.
Quale animo mentre che sarà in me, chi potrà negarmi ch'io non sia vero suo e certissimo suo cittadino? Né crederò tu reputi cittadino qualunque barbero abiti entro quelle mura, ma più tosto iudichi inimico colui quale con suo consiglio, con sua opera, con suoi detti e fatti perturbi l'ozio e quiete de' buoni.
Adunque la diritta affezione in prima verso la patria, non l'abitarvi fa me essere vero cittadino, ché se così non fusse, e i buoni che uscissero in altrui provincie per cose publiche o private, subito resterebbero essere cittadini.
Benché io ivi sono assiduo ne' templi, ne' teatri, in casa de' primari cittadini, ove e' buoni fra loro di me e de' miei studi spesso e leggono e ragionano.
E forse la patria nostra di tutti e' mortali fie quella dove abbiamo lunga età a riposarci, a quale e' Sauromati e posti sotto qualvuoi plaga del cielo sono né più di voi lontani né più vicini, tanta via troverai dall'ultima Germania quanto e dalla estrema India persino sotto terra.
E solete voi ricchissimi computare a felicità el numero dei figliuoli, oppinion certo non in tutto da non la biasimare.
Scrive Eutropio che Massinissa re lasciò in vita di sé nati figlioli uomini quaranta e quattro.
Ad Artasserses, re de' Persi, scrive Iustino, nacquero figliuoli cento e quindici.
Eutromo, re d'Arabia, scriveno vide di sé nati figliuoli settecento.
Se a te fusse populo de' tuoi simile, che laude presso de' buoni e continenti, che autorità presso de' gravi e maturi, che dignità presso de' prudenti e savi uomini a te si potrebbe ascrivere? Non per questo sarebbe lodata la tua equità, non la umanità e frugalità; non sarebbe ascrittoti a virilità, non a continenza, né molta ti seguirebbe però utilità, forse neanche a te per questo sarebbe alcuna voluttà.
Sarebbono sussidio alla tua vecchiezza forse ed eccidio ad ogni tua età.
El figliuolo di Scipione Affricano superiore nulla fu al padre né a' suoi in tanta sua domestica laude simile.
El figliuolo di Fabio Massimo, cittadino clarissimo, fu da Quinto Pompeio, pretore urbano, privato della eredità del padre per suoi brutti costumi e vita; e molti da' figliuoli ricevettono ignominia e calamità a sé e alla sua famiglia.
Né sono e' figliuoli sempre a padri simili, buoni e costumati: quali, benché buoni, se a te fussero pochi, el desiderio d'avere degli altri, e la paura di non perdere questi, e ogni loro picciolo e lieve incommodo a te sarebbe grande e a grave merore e tristezza.
Se fussero molti, tu e di ciascuno aresti qualche cura, e di tutti non potresti insieme non avere molta sollicitudine.
Ebbi figliuoli.
Provai quanto fusse in ogni parte utile o disutile essere padre.
E' miei se forse erano, quanto io troppo gli desiderava, modesti e di lieto ingegno, erami acerbo ogni sospetto quale di ora in ora mi si porgea di loro vita e sanità e fama Se forse talora essi meno con suoi costumi e indole mi satisfaceano, adoloravo.
Ora se in avere figliuoli sta diletto alcuno, a me non mancorono: prova'gli, e furonmi gratissimi.
Se in essere padre mi stava tristezza alcuna, ella non più mi preme.
Per tanto me reputo in questo felice non meno che se io, simile ad Ilario Crisippo fesulano, venissi qui a questo quasi come al fonte d'Elicona a sacrificare, qual fece lui in capitolio in Roma, con cinque figliuoli e due figliuole, dieci e sette nepoti maschi e venti e nuove figliuoli de' suoi nipoti.
Non tanto si contentava lui di tanta sua famiglia quanto io non mi discontento della mia solitudine.
Fui padre amato da' miei.
Mancoronmi in età mia quando io potea volendo ancora averne.
Non mi premea quella sollicitudine qual preme voi altri ricchi, che solliciti desiderate a chi lasciare iusta eredità, le vostre fortune.
Rimaseno a me ricchezze, né tante ch'io dubitassi arrichissero mio niuno inimico, né tali ch'io non potessi dispensandole a' miei amici lasciar in loro mano qualche segno della nostra benivolenza.
Non però voglio stimiate me sì duro né sì inumano che a me fussero ingrati e' miei figliuoli, ma non tanto gli desidero che mi dolga molto non gli avere, qual fanno alcuni ingrati di tanti altri doni quanti di dì in dì ricevereno della natura.
Non rendono grazia de' molti e grandissimi ricevuti beni, ma d'un solo espettato comodo seco troppo si perturbano.
E così degli altri miei, se per età forse erano maggiori di me, non sono io sì tardo d'ingegno ch'io non conosca starmi necessità vivendo vederli uscire di vita.
Non però potetti non dolermi; quando de' miei alcuno mancava, desideravalo, ma poi quando io fra me repetea le cagioni del mio dolore, riconoscealo, quanto egli era, non altronde che da una opinion inetta, per quale io me riputava, mancatomi e' maggiori, crescermi cura e sollicitudine domestica, e sanza e' minori non potere quanto a me stessi in tempo già promisi sussidio e ferma quiete, e troppo me escrucciava non avermi co' e' miei amici e meco nati e giunti per sangue e per benivolenza, a' quali, come ogni nostra fortuna era stata comune, così ancora di dì in dì io dolze comunicassi miei instituti, volontà e studi.
Adunque non era in me molesto alcuno loro male, qual certo dobbiamo stimare a loro nulla fu nel morire.
E se pure stimiamo vi fosse dolore, se quel dolore fu all'animo, non dobbiamo in noi ricevere quello che in altrui ci dispiacque; se fu dolore in loro alle sue membra, d'altro nulla aremo da dolerci che solo forse dove non poterono con animo ben virile el picciol male; ma se furon grandi i loro dolori, crediate non li sentirono.
E hanno questa natura e' dolori in nostre membra che e' piccioli scemano per el sofferire, e se sono veementi e grandi duran poco, però che vincono e atterrano subito e' sentimenti.
Adunque a me mancandomi e' miei solo mi dolea quanto io stimava interrutte mie speranze ed espettazioni, mie' commodi e miei sollazzi; forse ancora mi parea dovuto piangendo mostrarmi simile agli altri inetti, quali credono, graffiandosi e picchiandosi e urlando, o da' vivi essere lodati o da' morti essere uditi o alli dii grati.
Ché se chi noi piangiamo risuscitasse, giurerebbe dispiacerli la nostra stultizia, qual certo non meno debba a noi essere odiosa ove porgiamo e' nostri visi sucidi e troppo deformati dal pianto, e tormentiànci in opera non solo, come dicea Eschillo, perduta, ma e degna di troppo biasimo, perseverare piangendo ove mie lacrime e sospiri né ad altri né a me giovano, ché se le lacrime potessero levarci el merore piangendo, si finirebbe ogni fatica e arebbono le lacrime pregio pur grandissimo.
Ma due cose a me trovai accommodatissime a sollevarmi da tanta inezia.
Prima el tempo, quale come donatore così consumatore di tutte le cose, qual maturando leva ogni acerbità, d'ora in ora in me minuiva dolore dimenticandomi el mio sinistro.
L'altro fu come dice Valerio Marziale di Mitridate, quale uso spesso a gustar el veleno rendette in sé natura sua sì fatta che più niun tossico gli potea noiare.
Così a me gli spessi in casa mia mortori essiccorono le vane lacrime e consumorono in me tutte le inezie feminili, con quali dolendoci del nostro male vogliamo parere piatosi di chi ben morendo ben sia uscito di tante molestie in quante e' lasciò noi che restammo.
E ancora le iterate mie calamità o
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