TEOGENIO, di Leon Battista Alberti - pagina 2
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Quale tutte cose tanto dicono essere buone quanto noi a bene le adirizziamo e bene le adopriamo.
Ma pareno a iudizi corrotti e pieni d'errore e di perturbazione ora buone ora non buone quanto el nostro iudizio le pesa e accetta.
Certa consiste ferma e constante sempre in ogni suo ordine e progresso la natura; nulla suol variare, nulla uscire da sua imposta e ascritta legge, né può patire che grave alcuno mai sia non atto a descendere, sempre volle che 'l fuoco sia parato ad incendere e dedurre a cenere ogni oposta materia.
All'acqua diede la natura propria attitudine di effundersi, e adempiere ogni forma di qualunque vacuo vaso.
E così mai fu da natura cosa buona atta a non benificare, e ogni male sempre fu presto a nuocere e danneggiare.
Adunque, quanto le vediamo varie e volubile le cose della fortuna, elle non sono tali che noi possiamo affermarle da natura buone o non buone, quale mutata la oppinione e iudizio tanto e in sì diversa parte variano.
Conviensi pertanto moderare e bene instituire nostre oppinioni e sentenza, ove molte cose a noi forse paiono utili qual sono disutili, e stimiamo cose non poche gravi essere e moleste quali certo sono levissime e facillime.
E a potere questo m'occorreno infinite sentenze, bellissimi detti da' savi antiqui filosofi e ottimi poeti, cose ritrassinate quasi da tutti li scrittori, tale ch'io non so donde incominciare.
Ma piacemi in prima investighiamo le cose estrinseche e proprie della fortuna, quale stimo certo comprenderemo ch'elle sono e buone in sé e non buone quanto noi a noi le riceveremo ed estimeremo.
E insieme vederemo le cose aggiunte a noi non però molto avere in buona o in mala parte forza.
Ultimo, non dubito a noi rimarrà persuaso solo in noi essere qualunque cosa vero sia o buona o non buona, e pertanto niuno potere cosa alcuna di male ricevere da altri che da sé stessi.
E per asseguire questo con qualche iocundità quanto instituimo, mi pare da recitarti la disputazione ebbe a questo proposito Genipatro, quel vecchio qua su, quale in queste selve disopra vive filosofando, omo per età ben vivuta, per uso di molte varie cose utilissime al vivere, per cognizion di molte lettere e ottime arti prudentissimo e sapientissimo; ché mi stimo le sue parole presso di te, amatore de' dotti e studiosi, aranno autorità, e diletteratti la nostra istoria certo degna d'essere conosciuta.
E come furono suoi argomenti e ammonimenti a me sì grati e sì utilissimi che in ogni vita mia tutta ora più li sento da molto pregiarli e comendarli, così certo qui saranno attissimi e convenientissimi a sollevarti da questa conceputa tristezza tua e mala valitudine.
Ma prima dimmi, el nostro Tichipedo vive egli quale e' solea lieto, e quanto esso se riputava beato?
MICROTIRO.
O infelicissimo Tichipedo! E tu, Teogenio, non udisti il suo infortunio? Morì el padre in essilio, proscritto e fugato da que' suoi inimici quali con arme occuparono la amministrazione delle cose publiche, confiscato e predato le sue fortune; el suo figliuolo notando affogò; la moglie e pel dolore del figliuolo perduto e per altra mala sua valitudine in parto abortivo e difficile mancò; el fratello, uomo temerario e precipitoso, per false insimulazioni e relazioni da occulti loro inimici tratto in iudizio, sé stessi in carcere strangolò.
Per qual calamità Tichipedo provide alla sua salute, e fuggendo a sé simile già apparecchiato infortunio me abbracciò e disse lacrimando: «O Microtiro, Dio a te dia miglior fortuna.
Io dalla patria mia e dai miei altro nulla porto che ingiuria, sdegno e dolore, e quello che più m'adolora è la carissima madre mia rimasta sola a piangere el mio infortunio e a soffrire di dì in dì infinite miserie».
Partissi.
Di poi intesi vivea in servitù preso da inimici della nostra patria.
Piansi.
TEOGENIO.
Intesi più dì fa la avversità di Tichipedo, ma parsemi utile così domandartene per redurti a memoria quanto a' tuoi dì vedesti essemplo ottimo e degnissimo onde tu discerna la volubilità e mutabilità della fortuna, e insieme statuisca non te essere, quanto testé dicevi, uno sopra gli altri mortali misero e infelicissimo; se già non intervenisse, come dicono, ch'e' nostri mali veduti da presso più che gli altrui a noi paiono maggiori: qual cosa ancora si confermerebbe per quanto io recitai che simili mali cresceno in noi e scemano quanto la nostra oppinione gli stima.
Ma torniamo al primo nostro ragionamento.
Qui presso a questo fonte Genipatro e io, come sempre fu nostra consuetudine trovarci spesso insieme, leggiavamo.
Ecco Tichipedo con suoi cani e moltitudine di levissimi e vilissimi uomini cacciando le fere sopragiunse; giovane in que' tempi per troppa sua seconda e prospera fortuna elato, insolente, ostentava le gemme, luceali indosso la seta, le perle e le pitture fatte ad ago, e arrogante agitandosi in molti modi mostrava in sé levità e odiosa alterezza.
Cominciò a molto lodare questo luogo, e giurò mancarli a somma felicità altro nulla che questo fonte, e certo pur troppo desiderarlo presso alla sua ornatissima villa.
A cui Genipatro, omo prudentissimo, con suoi gesti modestissimi e pieni di maravigliosa umanità disse: «Tu, o Tichipedo, non vedesti tutte le delizie di Teogenio molto più che questo fonte amenissime e da volerle.
Ma se altro a te non manca, io sempre ebbi tanta autorità in le cose di Teogenio ch'io in questo posso satisfarti: concedoti ne lo porti teco questo fonte; ponlo ove a te piace».
Rispuose Tichipedo: «Senza tuo danno saresti meco liberale donando a me quello ch'io non posso accettare».
Questo adunque disse Genipatro: «Ti giovi la nostra liberalità che tu conosca te tanto essere non felice quanto in te seggia desiderio di cose alcune a te non possibili.
E abbi cura, o Tichipedo mio, che a te non manchino più cose non da te conosciute facile ad averle, e molto più che questo fonte dilettose, senza quali non puoi essere non misero e infelice».
Qui uno de quegli assentatori venuti con Tichipedo: «E qual cosa», disse, «può desiderare uno uomo per essere felicissimo quale non sia presso di Tichipedo, bello, ricco, amato, e fra' suoi cittadini in ogni amplitudine quasi primo fortunatissimo?».
Qui Genipatro porse la mano aperta verso di me in mezzo e sorridendo disse: «Le cose qual sono qui presso a Teogenio, quanto mi pare comprendere, sono quelle che mancano a simili a voi benché fortunatissimi.
Simile a costui, o Tichipedo, convien che sia chi vuol essere felice, el quale gode questo fonte amenissimo da te tanto desiderato».
«Anzi», dissi io, «a te, Genipatro, sia simile chi desidera sé essere beato, apresso cui sono tutte le cose degne e lodate».
«Noi adunque», disse quello assentatore, credo per muoverci a riso, «quali desideriamo essere felici, sarà nostra opera tanto zappare su questi monti che le nostre mani diventino callose per non essere dissimili da Genipatro!».
Erano le mani a Genipatro callose per lo essercitarsi alla coltura dell'orto suo quando ogni dì esso dava opera qualche ora alla sanità.
Rise Tichipedo.
Adunque disse Genipatro: «O dolcissimi, quando voi arete inteso el nostro ragionamento, credo iudicherete questi miei calli come segni di qualche industria così più accomodati a felicità che tutte le gemme, con quali ornamenti spesso gli ambiziosi sogliono ostentare sue ricchezze».
Molte parole quinci e quindi furon fra quelli inettissimi assentatori, per quali Genipatro vedendosi fatto loro giuoco dedusse e' ragionamenti, e con maturità si volse a Tichipedo e disse: «Tu, o Tichipedo, giovane fermo e robusto: io vecchierello, debole, languido.
Tu ricco, abbiente danari, massarizie, armenti, prati, boschi, orti, ville, possessioni entro e fuori della terra: io povero, nudo.
A te padre ottimo, procuratore delle tue fortune; a te figliuoli, a te fratelli temuti e reveriti: io solo.
Tu in la tua patria fra' primi amministratori delle cose noto e nominato: io in essilio ignobile.
Difformità tra noi grandissima.
Ma quale stimi tu direbbe un savio uomo più fusse di noi due beato?».
MICROTIRO.
O disputazione degnissima! Seguita, non ti interrumpo.
TEOGENIO.
Percosse Tichipedo el piede suo in terra, e protendendo aperte le mani rise con molta voce e disse: «Potrai domandarne tutti e' nostri cittadini a cui tu e io saremo presenti.
Non recuso vivere in questa tua fortuna in quale me duole vederti, se di tutti loro uno solo non in tutto stoltissimo elegge non in prima essere me che te».
Qui disse Genipatro: «O felicissimo, se e' sapranno qual altra differenza sia tra te e me, se conosceranno che tu non puoi farmi parte de' tuoi beni sanza imminuirli a te, e vederanno le mie ricchezze tali ch'io posso renderne te pari a me ricchissimo con mio emolumento e utilità, forse non responderanno come tu stimi.
Ma ecco qui Teogenio, omo né vulgare né d'ingegno tardissimo, e a te e a me familiare.
Cominciamo.
Dimmi, o Teogenio, se chi può, Dio, maestro delle cose, così a te concedesse quale dimanderai essere quello sarai, a quale di noi due chiederesti essere consimile?».
Qui rispuosi io: «Preeleggerei certo essere te, Genipatro».
Gridò Tichipedo e disse: «Dileggi tu, che se questo udissero e' nostri cittadini, riderebbero».
«E se Teogenio vedesse de' suoi amici chi preferisse lo stato tuo al mio», disse Genipatro, «piangerebbe che tanto fusse tardo e stoldo, e sé desiderasse essere infelicissimo.
Ma vediamo chi con più ragione si movesse, o que' tuoi cittadini tutti, o Teogenio solo».
MICROTIRO.
E chi non recusasse vita simile a quella di Tichipedo? Ozioso, inerte, ambizioso, arrogante, levissimo, temerario, lascivo in que' tempi, e ora per povertà diventato invidiosissimo e maledicentissimo; a cui il non avere alcuna degna faccenda era faccenda laboriosissima.
Vita odiosa la sua!
TEOGENIO.
Affermo cotesta tua sentenza, Microtiro, e così statuisco: la vita di Tichipedo, quando la fortuna seco in que' tempi era propizia, solea esserli grave, né da tanto suo tedio il sollevava l'affluenza e copia delle voluttà in quali sazio sé stesso fastidiva.
Quello non ti concedo che la povertà lo faccia essere maledico e invidioso.
Erano in lui questi uniti con gli altri suoi vizi, ma non aveano luogo da palesarsi; onde ben dicono quel proverbio, che a chi manchi e' panni, può non bene coprirsi.
Ma saratti non ingrata la mia risposta.
Dissili: «Tu, Tichipedo, non nego, stai primo fra i nostri fortunatissimo cittadino, e sono pronte e palese le tue ricchezze; ma chi in mezzo esponesse le ricchezze di Genipatro, forse tu in prima muteresti opinione, e piacerebbeti non essere a te stessi simile per imitarlo.
A te, Tichipedo, non mancano gratissimi e carissimi figliuoli, non forse costumati, non forse dotti, non forse di natura e ingegno civile e atti quanto vorresti, e di dì in dì mortali.
A Genipatro viveno più e più figlioli, e' libri suoi da sé ben composti ed emendatissimi, pieni di dottrina e maravigliosa gentilezza, grati a' buoni e a tutti gli studiosi, e quanto dobbiamo sperarne immortali.
A te ancora, Tichipedo, sopravive il padre, la madre, co' quali tu te consigli e recrei.
A Genipatro né manca, né mancherà iusto padre d'ogni suo instituto e santissima madre d'ogni sua volontà, l'intelletto sincero e la ragione interissima.
Atorno te ancora, Tichipedo, convengono moltitudine di domestici e familiari, fannoti ridere, lodano te in presenza e onorano, vedi la casa tua ornata e frequentata.
Da Genipatro mai si partono quanto e' vuole ottimi e sapientissimi suoi amici, questi libri co' quali tu 'l vedi tuttora essercitarsi e ornarsi di virtù e pregio tale, ch'egli è e da chi lo conosce e da chi mai lo vide lodato e onorato».
MICROTIRO.
Rimase, credo, vinto, che?
TEOGENIO.
Notasti tu mai el costume degli ignoranti e insolenti uomini? Vedili superbi, ostinati, poco cedere alla ragione che li convince, meno patire ordine o tempo alcuno a rispondere, e con voce e gesti concitati, con parole rissose, sdegnando el vero, spregiando ogni bene addutta argumentazione nulla acquistano disputando che solo farsi conoscere immodesti.
Così Tichipedo con molti gesti osceni, con molte parole ventose quivi si riscaldò, e fra molte altre più lieve parole disse: «E che bella e usitata vostra astuzia di voi litterati, o Teogenio! Tu lodasti qui costui per insieme lodare te e commendare l'arte tua.
Ma fra l'altre sue e tue infelicità, Teogenio mio, a me pare la prima che voi consumiate vostre vigilie, espognate tanta opera, duriate con tanta assiduità in cose inutilissime.
Saravve licito mai restare di volgere tutto el dì e poi la notte ancora queste vostre carte? E che dolce amicizia vi porgono questi vostri libri, fra' quali voi occupati vivete pallidi, estenuati, consumati, poveri e infermicci? Che cercate voi con tante vostre inquietissime fatiche? Volete sapere che si facci in cielo, e dove quella e quell'altra stella s'agiri, e non sapete donde abbiate da pascervi e vestirvi.
Cercate immortalità già non in tutto vivi in vita pel vostro troppo ostinato studio.
Ma che, potete voi scrivere favola nuova e non prima da molti scritta e promulgata? Restavi cosa più laboriosa ad accatarvi el pane che queste vostre letteruzze?»
MICROTIRO.
Rido la inezia di costui.
TEOGENIO.
E così fa, Microtiro mio, sollèvati dal tuo merore.
Così giova ridursi a memoria simili cose ridicule per dimenticarci el dolore sorridendo.
Sorrise adunque Genipatro e alquanto fermò gli occhi; poi se raccolse e disse: «Io fui giovane un tempo ricco e in fortuna non dissimile alla tua, o Tichipedo, e posso in questa disputazione iudicare quello quale non puoi tu, a cui l'una e l'altra via non sia nota.
Tanto t'affermo, questo stato, in quale voi me vedete debole, solo e povero, molto mi diletta, e in la mia vecchiezza truovo solazzi non pochissimi, né certo minimi.
Ramentami avere in me e in altri veduto essempli quasi infiniti onde imparai nulla confidarmi né obligarmi alla fortuna.
Conosco la sua instabilità e perfidia, provo che chi con la fortuna vorrà avere niuna trama, niuno commercio, costui da lei nullo potrà ricevere danno.
E qual cose può la fortuna altro torci che solo quello quale tu con molto grado accettasti da lei? Che può ella farti danno ritollendoti quello quale tu da lei nulla stimasti? Dotto adunque e per lungo uso seco ben saggio, a me stesso insegnai contenere mia volontà e frenare e' miei appetiti.
E così a me fu licito chiudere ogni addito verso me alla fortuna onde ella possa poi richiedermi el suo e discontentarmi.
A questo l'uso delle cose, l'essere stato spesso da lei ingannato, l'avere in ogni cosa notato la sua volubilità e incostanza, fu a me ottimo precettore, quale non può essere apresso se non de' vecchi e vivuti con lunga industria.
E truovo in questa mia vecchiezza non minima utilità, ove molte cose molestissime quali me soleano infestare giovane, ora o sazio o libero nulla meco possono.
Refrigerato, spento, sublato l'incendio amatorio, sedate le face dell'ambizione, acquietato mille sollicitudini e cure cocentissime quale sono domestiche e assidue alla inesperta gioventù, truovomi ancora per la età reverito, pregiato, reputato; consigliansi meco, odonmi come padre, ricordanmi in suoi ragionamenti, aprovano, seguono i miei ammonimenti; e se cosa vi manca, vedome presso al porto ove io riposi ogni stracchezza della vita, se ella forse a me fusse, qual certo ella non è, grave.
Nulla truovo per ancora in vita che mi dispiaccia, e in questo mi conosco oggi dì più felice che mai, poiché in cosa niuna a me stesso dispiacio: qual cosa giovane non m'interveniva.
Accusava, incolpava, castigava miei errori, mia tardità, mie' precipitosi consigli, mie immoderate voluntà, miei studi lievi, mia incostanza.
Ora di me stesso contento a me stesso gratifico; quale una faccenda tanto mi diletta quanto, per essere a me più grato e accetto, di dì in dì mi rendo migliore e di dottrina più esculto e di virtù più ornato.
E sono le mie quale io vecchio testé prendo voluttà maggiori e dolci molto più che quelle quali io presi giovane, però ch'io sono senza sollicitudine libero d'ogni premolestia, ove quelle da giovane tanto erano dolze e grate quanto erano da me state desiderate ed espettate.
Quanto fu prima la molestia desiderando cose amatorie, tanto fu poi dolze la voluttà; quanto la sete, la fame, tanto el saziarmi.
Fu adunque la premolestia agiunta e quasi madre della voluttà in le cose quale a me giovane dilettorono; quale premolestia non ora in mie voluttà interviene.
Godo testé qui ragionando con voi, godo solo leggendo in questi libri, godo pensando e commentando queste e simili cose de' quali io vi ragiono, e ricordandomi la mia ben transcorsa vita, e investigando fra me cose sottili e rare sono felice, e parmi abitare fra li dii quando io investigo e ritruovo el sito e forze in noi de' cieli e suoi pianeti.
Somma certo felicità viversi sanza cura alcuna di queste cose caduche e fragili della fortuna coll'animo libero da tanta contagione del corpo, e fuggito lo strepito e fastidio della plebe in solitudine parlarsi colla natura, maestra di tante maraviglie, seco disputando della cagione, ragione, modo e ordine di sue perfettissime e ottime opere, riconoscendo e lodando el padre e procreatore di tanti beni.
E affirmoti ancora (disse Genipatro), non per queste sole, ma e per molte altre ragioni nulla pospongo la mia fortuna, o Tichipedo, alla tua.
E come pospongo non la mia vecchiezza alla tua gioventù, così prepongo non le tue ricchezze e amplitudine alla mia povertà, non la tua populosa famiglia alla mia solitudine».
MICROTIRO.
Cose maravigliose e degne.
TEOGENIO.
«Non insisto», disse Genipatro, «disputando e' giovani quanto meno ch'e' vecchi moderati e continenti, tanto più parati a grandissime e ultime egritudine, e de' giovani morire numero più quanto si vede che de' vecchi.
E sia quanto tu vuoi forza e consuetudine della gioventù avervi robusti, sofferenti in ogni fatica e disagio possiate la polvere, el sole, e' ghiazzi, e' venti, che utilità presterete voi giovani alla patria, alla famiglia vostra? Fugarete, ucciderete, sometterete a servitù con vostre mani e armi uno e un altro inimico.
Non però tu, o Tichipedo, avanzerai le vittorie, né asseguirai pari insegne e lode in arme a Luzio Tizio Dentato, quale uno uomo invittissimo, provocato a certare a solo a solo, vinse ferocissimi otto uomini armati inimici, e in giusta e ordinata battaglia spogliò combattendo armati uomini trenta e quattro.
Quale uno uomo ancora in espedizioni e pugne numero cento e venti sé ebbe strenuissimo e virilissimo, tale che ricevute ferite gravi non meno che cinque e quaranta, tutte dinanzi in la faccia, nel petto, niuna dirietro, premio di tanta sua virtù ebbe da' suoi imperadori prigioni ventimilia e altri doni militari; suo nomi: aste pure, torque, armille, grillande d'oro e d'argento; numero: ottanta volte dieci e sette centinara.
Ma sia, quanto a te conceda la fortuna e ottima tua natura, in te pari lode e virtù quale fu in Luzio Dentato, siavi ancora agiunta la prodezza di Mallio Capitolino, quello quale solo e grave ferito salvò el capitolio assediato da' Galli, gente arditissima; e insieme vi sia in te la perseveranza in arme di Marco Sergio, omo invittissimo e per sue bene adoperate forze e arme celebratissimo; ucciderai con tua mano numero de inimici assidui e iratissimi forse quanti ne uccise M.
Servilio, omo stato consule, quale, dice Plutarco, combattette con venti e tre armati inimici e atterrogli? Forse quanti ne uccise Aureliano Augusto principe romano, quale scrive Flavio Prisco che in la battaglia sarmatica diede a morte armati uomini quaranta, e in più altri luoghi da lui si trovorono atterrati inimici circa mille? Apresso Omero, Agamennon desiderava in tanto suo essercito solo avere dieci simili a quel vecchio prudente Nestore, ché nulla dubitava per loro potere suvvertere ogni inimica moltitudine.
E così t'affermo, in qualunque sia vecchio, mediocre prudenza e certo uso delle cose potrà ogni dì suvvertere e perdere amplissimi e potentissimi populi contro la sua patria armati.
Valse el consiglio di Fabio Massimo, quel vecchio, restituire le cose romane quasi da tutti e' giovani desperate.
Con sua maturità Fabio propulsò l'ultima manifesta e pronta ruina alla patria, e sostenne quello Anibale quale tanto numero d'armati fortissimi giovani con suo petto e sangue a Trebia, a Trasimene, a Canne, nulla poterono sostenerlo.
Appio Claudio, vecchio e cieco, con sua sentenza restituì dignità e virilità a' suoi cittadini, e raddusse la provincia Epirotarum armatissima e bellicosissima a ubbidire latine legge e imperio.
Potrei addurvi Solone e suoi Ariopagite, insieme e ancora Ligurgo e sue santissime leggi, e infiniti altri simili, per quali vederesti sempre el consiglio de' vecchi stato alla patria sua più molto utile e pregiato che l'arme e gagliardia della gioventù».
MICROTIRO.
Cose degnissime e verissime, né puossi non assentirli.
TEOGENIO.
Così adunque provato non la sua vecchiezza essere da posporla alla gioventù di Tichipedo, seguitò Genipatro e disse: «Le ricchezze tue, o Tichipedo, non nego, sono ornamento alla patria e alla famiglia tua, non quanto tu le possiedi e procuri, ma quanto tu bene le adoperi.
Non ascrivo a laude che a tua custodia stiano cumuli d'oro e gemme, ché se così fusse, quelli che la notte sulle torri e specule hanno cura e custodia della terra, più arebbono che tu da gloriarsi.
Ma tanto te loderò quanto in salvare e onestare la patria tua e i tuoi espenderai non le ricchezze sole, ma ancora el sudore, el sangue, la vita.
Io fui ricco, o Tichipedo.
Non però, perdute le mie ricchezze, feci come quel Menippo cinico quale, perché gli furono imbolati i suoi danari, se impiccò: omo avaro e, quanto io interpetro, d'animo vile, che non si fidava potere in povertà sostenersi in vita.
Iero tiranno siracusano a Senofone Colofonio, omo litterato, quale si dolea non avere bene donde nutrirsi, rispose: 'Benché Omero sia già molti anni morto, pur così morto nutrisce più e più migliaia d'uomini'.
Simile adunque come non in tutto nudo di virtù e dottrina, così fui d'animo non abietto, e nulla abandonai me stesso, e ridussimi a mente a quanti le ricchezze siano state dannose, dove la povertà a chi bene la sopporti da parte niuna si truova inutile.
Scrive Plutarco che uomini sedeci della famiglia nobilissima de' Fabii insieme sotto un tetto abitavano.
Questo potea la povertà fra tanti uomini: mantenere intera concordia e fermo amore.
Né assentisco a quel satiro, altrove grave e perito poeta, quale ascrive alla povertà ch'ella rende e' buoni beffati e nulla pregiati.
Assai arà in sé pregio chi se porgerà virtuoso.
E come Zenone filosofo dicea, udendo essere la nave sua perita in naufragio: 'Così noi lasciate le ricchezze ora con men molestie filosoferemo in ozio'.
E così troviamo, benefizio della povertà, allevati in veste stracciate più dotti e virtuosi che se fussero stati educati in purpure e delizie.
Né può quella povertà, benché laboriosa, distorti da virtù quale t'accresca industria, se così è che la necessità abiti in casa de' poveri, quale dicono fu madre della industria, e insieme colla industria sempre crebbe virtù.
E noi stolti mortali per mare, per monti, per mille pericoli fuggiamo la povertà, e più molte e molte molestie soffriamo fuggendo la povertà che se sopportassimo qualunque incomodi seco porti l'ultima egestà.
E per asseguire ricchezze piene di mali, esposte a tutti e' pericoli, per quali tutti gl'invidi, tutti gli avari, tutti gli ambiziosi, cupidi, lascivi, voluttuosi e dati a guadagno e nati al spendere, numero infinito d'uomini pestilenziosi, ne assediano con animo inimicissimo, con opera infestissima, assidui, vigilantissimi per espilarci e satisfarsi de' nostri incomodi; e noi per asseguire tanta peste sottomettiamo nostri pensieri, opere e studi a mille brutte fatiche e servitù, ed ecci in odio la povertà.
Cosa utile a viversi con industria, modestia e laude, cosa libera dai pericoli la povertà, libera dalle fraude e doppiezza, libera dalle assentazioni e perfidie de' pessimi uomini, sicura in mezzo de' ladroni, né tanto facile ad asseguirla, quando e dovunque ella non ti dispiaccia, quanto a chi ella piaccia bene atta a quiete e dolce ozio.
Polidoro, figliuolo di Priamo re de' Troiani, presso di Virgilio poeta, fu dal re Treicio non per altro crudelissime e iniustissime ucciso che solo pel molt
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