TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 103
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Ella prese un fiore che si piegava avvizzito nel vasetto d'argento, e gli disse tristemente:
- Vedete questa rosa che mi avete donata ieri? -
Casalengo chinò la fronte sulla mano, e tacque un istante.
- Partirete? - domandò poi.
- Sì.
- Per dove? -
Ella non rispose.
- Volete darmi almeno quel fiore? - chiese tristemente Alvise.
Ella esitò alquanto, prima di rispondere.
- Grazie!...
Voi sapete vivere...
-
Egli si alzò in piedi, leggermente pallido, stretto nel vestito che gli dava ancora la sua aria militare, ma perfettamente padrone di sé, col sorriso un po' ironico dei suoi bei giorni.
- E lasciar vivere...
sì, ho imparato a mie spese.
Mi permettete di darvi un consiglio, in nome di questa benedetta esperienza?
- Dite.
- Partite sola...
e più tardi che potete -.
Ella arrossì sino ai capelli.
- Non dubitate.
Ci avevo pensato...
pel vostro amor proprio.
- No, mia cara, per voi stessa, quando ritornerete, e avrete bisogno dei vostri amici -.
E inchinandosi a baciarle la mano, aggiunse con un sorriso pallido:
- Voglio rimanere vostro amico...
se volete...
se sapete...
-
PRIMA E POI
- No - m'avete detto.
- Non sciupiamo il bel sogno d'oro, Riccardo! -
Ah, voi non sapete cos'è quel sogno d'oro nei vostri occhi che cercano i miei, e il fascino che metteva allora nel vostro pallido sorriso la triste scienza del poi!
Tutto, tutto l'ho assaporato quel terribile fascino - nel dolce lividore che i baci altrui v'hanno lasciato sulle palpebre, nella rugiada di cui sono ancora umide le vostre labbra, nel molle abbandono con cui vi appoggiavate al parapetto del battello, nel gesto carezzevole della vostra mano che additava Capri, laggiù in fondo, a Casalengo - lui che non trema, né impallidisce più nel parlarvi.
No, non voglio pensare a lui.
Mi sembra d'impazzire.
Avete indovinato quanto ho sofferto in quell'eterna gita di piacere? E anche voi! Ho sentito tremare la vostra mano mentre vi aiutavo a scendere nella barca.
Oh, Ginevra, quando vi siete abbandonata trasalendo contro il mio petto nel buio della Grotta Azzurra!...
Che m'importa di Casalengo, che m'importa del poi, che ve ne importa anche a voi, poiché le vostre pupille s'intorbidano e si smarriscono figgendosi nelle mie?...
Sentite, ieri sera son tornato da voi, sapendo che vi avrei trovato quell'altro e che non mi avreste ricevuto.
Gioconda m'ha detto infatti: - La signora non c'è -.
E s'è fatta rossa, vedendomi così pallido.
Avevo visto del lume nel vostro salotto.
Mi son fermato nella via sino alle undici per vederlo ancora e sentirmene ardere gli occhi ed il sangue - sino all'ora in cui l'altro se n'è andato.
Ho cercato di indovinare se l'amate ancora, dal suo passo e dalla sua andatura.
Se avessi visto quel lume nella vostra camera da letto mi sarei ucciso.
Oggi avete risposto alla domanda insidiosa della vostra amica Gemma con uno scherzo amaro: - Né mai, né sempre! - Ah, com'era dolorosa la vostra gaiezza in quella gita di piacere! e quanto avete dovuto amare quell'uomo, per non voler più amare!
Ho sentito parlarne sin laggiù, in capo al mondo, dove l'avventura di Alvise Casalengo metteva in rivoluzione il quadrato degli ufficiali, e il vostro bel nome correva come un bacio sulla bocca dei giovani allievi.
Voi mi avete preso sin d'allora, colla curiosità o la vaga gelosia che m'ispiravate, quando pensavo a voi che non conoscevo, nelle lunghe vigilie di quarto, sotto le stelle di un altro emisfero.
M'avete preso colle vostre bianche mani, dandomi il ventaglio da tenere, la prima volta che c'incontrammo, vi rammentate? Voi, mondana, non immaginaste neppure ciò che poteva essere una vostra parola o un semplice gesto pel giovane selvaggio che vi arrivava da Zanzibar già innamorato e pauroso di voi, quanta avida e gelosa penetrazione fosse negli occhi che divoravano la vostra bellezza offerta alteramente, il sorriso noncurante col quale ne accoglievate l'omaggio, l'abbandono ch'era nel concedervi ai vostri ballerini, il suono della voce con cui parlavate ad Alvise - e in cui sentivo le dolci parole che gli avrete dette - l'ebbrezza che provai io stesso la prima volta che mi deste del voi, quasi m'aveste già dato qualcosa della vostra persona.
Vi rammentate? quel giorno che sorprendeste il primo lampo di follìa e d'adorazione nei miei occhi, e vi faceste di porpora, odorando il mazzo di fiori che vi aveva mandato Casalengo, per coprirvene il seno?...
Così m'avete preso, per sempre! Non ci credete voi a questa parola? Perché avete chinato il capo quando vi ho confidato tremando il mio segreto? e avete lasciato la vostra mano nella mia? Quante cose mi avete dette senza parlare, in quell'angolo del salotto che sono rimasto a guardare dalla strada, stanotte! Quante cose vi ho detto chinando la fronte sul vostro ritratto che sorride dalla cornicetta di strass posata sul tavolino! Così mi pareva di veder brillare e sorridere a quell'altro i vostri occhi in quelle tre ore orribili che ho passato sotto le vostre finestre.
- Quando m'è sembrato di vedere Alvise dietro i vetri, quando vi siete avvicinata a lui, forse per porgergli una tazza di thè, forse per guardare nella via, e le vostre due ombre si sono confuse insieme...
Mi avete visto voi, Ginevra, laggiù, sotto la pioggia, coi piedi nel rigagnolo? Vi siete rammentata allora del dubbio atroce che doveva torturarmi, e che cercate di scacciare, ogni volta, quando posate la mano sul mio capo, pallida anche voi della mia angoscia, e balbettate: - No!...
no, Riccardo, vi giuro?...
-
Vi credo, voglio credervi, ho bisogno di credervi.
Perché dunque? perché mi fate soffrire a questo modo? Perché temete di sciupare il bel sogno d'oro? Oh, se sapeste come l'ho visto dietro le cortine color di rosa, che sembravano agitarsi e palpitare allorché siete passata nella vostra camera da letto, e animarsi di un incarnato più vivo quando vi siete avvicinata allo specchio, e velarsi di un'ombra pudica, dove passava la carezza dei vostri movimenti! Poi quella stessa ombra ha trasalito quasi, e s'è dileguata a un tratto dalla finestra del vostro spogliatoio, ed è solo rimasto il chiarore diffuso del globo roseo che veglia sui vostri sogni dolci e sulle vostre palpebre chiuse.
Oh, struggersi e morire su quelle palpebre chiuse - perché non abbiate a temere il poi - perché duri sempre il bel sogno d'oro! Sempre! Sempre! Il poi non esiste, quando si ama.
Non esiste il domani, non esiste quel ch'è stato ieri, non penso più a Casalengo.
Penso a voi, e vi amo, e vi voglio, come se tutta la mia vita e l'universo intero fossero in questo momento e in questo desiderio.
Ahimè, Riccardo, il bel sogno d'oro è finito, da che vi siete svegliato nelle mie braccia.
Non ve ne voglio, e vi prego di non volermene.
Soltanto non ostiniamoci a chiudere gli occhi, con questo bel sole che deve accompagnarvi nella vostra traversata.
Buon viaggio, amico mio.
Vi scrivo seduta a quel medesimo tavolinetto della veranda su cui posavate la vostra tazza, quando venivate a prendere il thè nel mio salotto.
La signorina del N.
17 continua a strimpellare quel valzer che vi metteva di cattivo umore - Dolores, mi sembra - e anche a me, quando vi vedevo così uggito.
Ma adesso, non so il perché - forse il bel sole, dopo questa eterna notte in cui m'è parso d'impazzire, forse il vostro ricordo, come che sia - mi mette in cuore delle ondate di dolcezza malinconica, specialmente alla ripresa delle prime battute che piacevano anche a voi, alle volte, nei momenti buoni.
Ho ancora dinanzi agli occhi il movimento del vostro capo che segnava il tempo - il bel tempo e le buone risate che si facevano, allora...
Dove vi raggiungerà questa lettera, a Lima, al Messico? Vorrei che vi portasse il sorriso che vi piaceva tanto, una volta, e che non aveste a temere di trovarvi né lagrime né piagnistei, prima d'aprirla.
Le arie di salice piangente non mi vanno.
Anzi! M'avete sempre detto che son venuta al mondo ridendo...
e civettando.
È vero, sì.
Com'ero felice di vedervi fare il muso lungo! M'avete amata pazzamente e lealmente.
Che Dio ve lo renda coll'amore delle altre, di tutte quelle a cui sorriderete e a cui piacerà il vostro sorriso.
M'avete dato il bel fiore azzurro del vostro cuore e della vostra giovinezza.
Quante volte ci siamo inebriati insieme del suo profumo, tenendoci per mano, fra gente nuova e paesi sconosciuti, sotto le altre stelle a cui davamo dei nomi dolci, appoggiando al vostro braccio la mia persona stanca e addolorata d'aver tanto amato - e non voi soltanto.
- Vedete che vi dico tutto, e non mi faccio migliore di quel che sono.
Voi mi avete amata forse per questo; e non mi amaste più di quando sentiste ch'ero tutta vostra, tutta, tutta, Riccardo! senza pensare al poi che doveva venire tosto o tardi - e ch'è venuto.
Ora ho civettato e riso coi vostri amici, con tutti quelli che mi conducevate in casa per aiutarvi a passare le sere insieme a me.
- Hadow specialmente, che ha i più bei denti di cristianità e mi faceva perdere la testa colla sua gaiezza.
Voi non ve ne siete neppure accorto, ahimè!
Poi che siete partito ho paura di Hadow, e partirò anch'io, appena mi sarò rimessa del tutto, per tornare in Europa.
Questo cielo implacabilmente azzurro m'acceca e mi fa male.
Gioconda, che sta preparando i bauli, ha trovato degli oggetti che avete dimenticato qui: una scatola di sigarette, un fazzoletto colla vostra cifra.
Vi porterò ogni cosa a Napoli, dove vi ho conosciuto, e dove ho lasciato degli altri amici come voi.
Ve lo restituirò poi laggiù, il fazzoletto, "terso di lagrime" quando vi rivedrò, se vi rivedrò, e tornerete da me, come gli altri amici.
Adesso mi sento abbastanza forte per affrontare il viaggio di ritorno.
M'avete perdonato le pene e le noie che vi ho date da Genova sin qua? Come siete stato buono e affettuoso con questa povera ammalata! - malata di corpo e d'anima.
-
Quanto m'avete resa felice, e come m'avete guastata! Ieri sera, quando ci lasciammo, "ho fatto i capricci" proprio come una bimba viziata.
Non me ne do pace, no, Riccardo! Gioconda pretendeva che avessi la febbre, che dovessi prendere del laudano, del cloralio, che so io, alle quattro del mattino, figuratevi! Ah, che misera cosa non poter cambiar d'umore come si cambia di vestito, e avere dei nervi che fanno la festa mentre si ha voglia di dormire! La buona dormita che vorrei fare sino a Napoli, tutta d'un fiato, senza sogni e senza sentirmi vivere, e svegliarmi laggiù, nel paese che ride e canta, senza pensare a quel ch'è stato ieri o a quel che sarà domani! Quando ci rivedremo, laggiù, se ci rivedremo, voglio che mi troviate savia, grassa e prosperosa come quella bionda vergine ch'è venuta a far la tisica, qui all'albergo, e la vocina sottile per cantare le arie del Tosti, svenendosi sul piano.
Voglio che torniamo a ridere, senza musi lunghi, e senza "dolci languori negli occhi desiosi".
Oh, no! A che pro adesso? Noi ci siamo detto tutto.
E le parole amare che rimangono all'ultimo...
No, Riccardo! quelle no! Ieri sera eravate nervoso anche voi.
La mano che vi ho stesa nel dirvi addio, la mano che vi parlava altre volte, e vi diceva tante cose, non ha saputo trattenervi.
Ho persa anche la fede in quel povero neo che vi faceva perdere la testa a voi, una volta, e che non ha saputo dirvi nulla neppure esso, ahimè!
Ecco ora che fo la sfacciata per non sembrarvi noiosa, perché l'ultima immagine mia, l'ultimo ricordo che vi lascio sia buono, dolce, affettuoso e piacevole.
Sarà forse l'ultima civetteria che rimane, dopo la fine.
Vorrei che mi vedeste ancora come vi son piaciuta, quando vi son piaciuta, senza menzogne, senza reticenze, senza veli, tutta per voi, anima e corpo, tutta una cosa con voi, come quando si ama bene e molto - fin sopra ai capelli - direte voi.
E la prova è che abbiamo vuotato il sacco della felicità, voi forse più in fretta, io certo con maggior spensieratezza, poiché dovevo sapere come vanno a finire queste cose, io che son più vecchia di voi.
- Ho cent'anni da ieri in qua, amico mio.
- Ma non mi pento di avervi lasciato sfogliare pazzamente "le rose del cammino" perché ce n'erano tante, e così belle, che sembrava non dovessero terminare giammai; e vi ho aiutato anch'io a sfogliarle, sorridendo e chiudendo gli occhi, come fo adesso, per non sentirne le spine.
Se mentre vi scrivo per l'ultima volta non ho saputo nascondervi tutte quelle che mi son rimaste nelle mani, perdonatemi.
Non è come cavarsi un guanto, capirete! Ma "è pena così dolce" che tornerei a chiudere gli occhi, e a buttarmi a capofitto nelle spine.
- Non con voi, Riccardo.
Con voi il bel sogno d'oro è finito, e bisogna metterci sopra la croce delle orazioni funebri.
Il salice piangente stavolta son proprio io, la Ginevra vostra di un tempo.
CIÒ CH'È IN FONDO AL BICCHIERE
Quando la signora Silverio tornò insieme al marito - da Nuova York, da Melbourne, chi lo sa? - tutti videro ch'era finita per lei, povera Ginevra.
Metteva del rossetto; portava ancora la pelliccia nel mese di maggio; veniva a cercare il sole e l'aria di mare alla Riviera di Chiaja, dalle due alle quattro, nella carrozza chiusa, come un fantasma.
Ma ciò che stringeva maggiormente il cuore era la macchia sanguigna di quell'incarnato falso nel pallore mortale delle sue guance, e il sorriso con cui rispondeva al saluto degli amici - quel triste sorriso che voleva rassicurarli.
Anche il Comandante non si riconosceva più: aveva la barba quasi grigia, le spalle curve, e delle rughe che dicevano assai su quella faccia abbronzata d'uomo di mare.
Indovinavasi ciò che avessero dovuto fargli soffrire i farfalloni che svolazzavano un tempo intorno alla sua bella Ginevra, adesso che non era più geloso di lei, ed era tornato a prendersela sotto il braccio pietosamente, chinando il capo a tutti i suoi capricci, quasi sapesse che la poveretta non ne avrebbe avuti per molto tempo...
Dopo era ripartito subito, per ordine superiore, dicevasi; e dicevasi pure che l'ordine d'imbarcare l'avesse chiesto colla stessa sollecitudine con cui un tempo aveva desideravo di non lasciare la moglie e il Dipartimento di Napoli.
Essa, disperatamente, s'attaccava alla vita colle manine scarne, povera donna, e affaticavasi a menare a spasso i suoi guai e i suoi terrori segreti, ai balli, in teatro, come ripresa dalla febbre mondana - e forse era la stessa febbre che la teneva in piedi, sotto le armi, torturandosi delle ore dinanzi allo specchio, per strascinarsi poi col fiato ai denti sino al suo palchetto, o per passare soltanto da una sala da ballo.
- Ma così felice, sotto la carezza dei binoccoli che si puntavano sul suo petto anelante, e sembravano scaldarle il sangue nelle vene! Così grata a quell'anima buona che venisse a farle un briciolo di corte! - Senza cadere in tentazione, no! La tentazione ormai era lontana, e le aveva lasciato i lividori sulle carni.
- Tanto che sorrideva al marito, quando egli era ancora lì, come a dirgli:
- Vedi, che male c'è?...
-
Aveva preso un quartiere in via di Chiaja, per stare notte e giorno in mezzo al rumore e al movimento della città; perché gli amici venissero a trovarla più facilmente, all'uscire dal teatro o prima di pranzo, e riceveva specialmente il mercoledì sera.
Suo marito stesso me ne aveva fatto cenno al caffè, prima di partire, dimenticando le sue prevenzioni contrarie e forse anche i suoi sospetti: - Venga a trovarla, povera Ginevra.
Le farà tanto piacere -.
Ella accoglieva con gran festa tutti quanti.
Appena mi vide, mi corse incontro col suo bel sorriso che innamorava, stendendomi le mani.
Era proprio tornata la bella signora Silverio che ci faceva perdere la testa a tutti noi della Regia Marina, quando i disinganni e le amarezze non avevano ancora spento il suo bel sorriso civettuolo, e messo qualcosa di duro nella linea delle sue labbra.
- Ho lasciato tutto lì, le noie, le cose tristi! - pareva dire; e faceva un gesto grazioso col braccio esile, accennando lontano, allorché tornavano nel discorso i ricordi malinconici.
Al primo vederla, sotto il gran paralume chinese vicino al quale stava più volentieri, non mi parve nemmeno tanto patita.
Dei pizzi superbi davano una certa vaporosità alla sua figurina snella, e dei grossi filari di perle le coprivano interamente la scollatura del vestito.
Ripeteva sovente: - Adesso sto bene.
Son guarita interamente -.
Sorrideva anche delle sue paure.
Soleva rammentarle soltanto per far capire che le avevano lasciato una grande indulgenza per tutte le debolezze e tutti gli errori umani.
- E i tradimenti anche! - mi disse, spalancando gli occhioni, e accennando col muovere del capo e col sorriso che mi accusavano.
- Sapete che sono stata molto male, caro d'Arce? Ho creduto di fare il gran viaggio! Torno da lontano, adesso...
di laggiù, dove si sa tutto, e tutto si perdona!...
-
Si volse a cercare la sua amica Maio, e la pregò lei stessa di offrirmi il thè.
Da lontano vidi i suoi occhi fissi su di noi, nel breve istante che scambiammo un profondo inchino cerimonioso.
Poi la bella Maio tornò a raccogliere gli omaggi altrui come una regina.
Quando andai a posare la tazza vuota sul tavolinetto, al quale la signora Ginevra appoggiava di tanto in tanto la mano, coll'aria un po' stanca e affaticata, ella mi chiese a bruciapelo, fissandomi in viso quegli occhi luminosi:
- Così? Non avete più nulla da dirvi, né voi né lei?
- Ahimè, no.
- Oooh! - esclamò ridendo, - oooh!...
-
E inzuccherò senza pietà il thè dell'Ammiraglio.
La contessa Ardilio le offrì di aiutarla.
Ella accettò subito per venire a sedere accanto a me su di un canapè d'angolo.
- Abbiamo molte cose da dirci; ma è meglio non parlarne, è vero? A che serve oramai? Siamo perfettamente ragionevoli tutti e due...
Allora...
quando seppi il torto che avete fatto alla parola datami...
il giuramento del marinaio, vi rammentate?...
- E sorrideva, povera Ginevra.
- Però non ve ne volli...
né a voi, né a lei...
Ebbi dei torti anch'io...
Ma voi sapevate che non ero libera...
-
Allora mi parlò francamente di Alvise, il solo che non potesse farsi vivo fra i suoi amici.
- Anch'io ho bisogno di perdono, lo so!...
Ora tutto ciò è passato...
lontano tanto!...
Vedete come ve ne parlo?...
-
Tornava a fare quel gesto vago, tirando in su i guanti lunghissimi.
Tutta la sua civetteria riducevasi adesso a una cura gelosa di nascondere le sue povere carni mortificate.
E di colui pel quale aveva sentito forse più trionfante la vanità della sua bellezza, quando appariva in una festa, colle spalle e le braccia nude, soltanto per lui, discorreva adesso tranquillamente, con una certa amara disinvoltura.
Solamente non lo chiamava più pel suo nome di battesimo:
- Povero Casalengo...
Un buon amico e un uomo di mondo...
Dei pochi che sappiano pigliarlo com'è, il mondo!...
-
Rammentava ancora gli altri, passando in rivista delle memorie che accendevano dei punti luminosi nelle sue pupille.
D'un solo non fece motto, forse perché era ancora troppo presente dinanzi ai suoi occhi, quando parevano oscurarsi a un tratto, e pareva come delle ombre livide le lambissero il viso emaciato.
Ma tornava subito gaia e sorridente, occupandosi dei suoi invitati, facendosi in quattro per pensare a tutti.
Si avventurò sino all'uscio del salotto ove fumasi, col fazzoletto alla bocca, con quella gaiezza che rendeva così ospitale la sua casa.
- No, no, mi piace anzi! Fumerei anch'io, se non mi facesse tossire -.
Avrebbe chiuso gli occhi, e si sarebbe lasciata soffocare per far piacere agli altri, ed avere tutte le sere la casa piena di gente sana e allegra che la facessero illudere d'esser sana e allegra lei pure.
Aveva inchiodato Sansiro al pianoforte, e minacciava di fare un giro di valzer.
- No! con lei, no! giammai! - mi disse respingendomi con le braccia tese.
Sembrava proprio rivivere nel suo elemento, e parlava insino di "lasciarsi andare" a bere "qualcosa di forte" eccitandosi, colle guance già accese e il sorriso ebbro, lei che aspirava soltanto delle lunghe boccate d'etere "per tenersi su".
Però, di tanto in tanto, alla sfuggita, guardavasi furtivamente negli specchi, e l'occhiata ansiosa, quasi smarrita, tradiva l'interno sbigottimento.
Tutt'a un tratto, mentre mesceva il thè a dei giovanotti ch'erano giunti tardi, venne meno fra le braccia di Serravalle, tutta di un pezzo, come un cencio.
Nondimeno, appena si riebbe alquanto, cercò di rassicurare amici ed amiche che le si affollavano intorno, volgendo la cosa in scherzo, bianca come il suo vestito, facendosi vento col fazzoletto, balbettando, col sorriso smorto:
- Ah!...
la colpa è di Serravalle!...
Non posso vedermelo accanto senza cadergli fra le braccia...
È destinato, povero Serravalle!...
Si rammenta, quella volta che si ballava insieme in casa Maio? -
Fu l'ultima sua festa, povera donna.
A poco a poco gli amici dileguarono quasi tutti; e ciò la rattristiva assai, quantunque non lo dicesse.
Chiedeva di loro ai pochi fedeli che continuavano a farle visita, di tanto in tanto.
Un giorno che le recai il saluto di Alvise provò un gran piacere.
- Ah, Casalengo...
si rammenta!...
- mormorò lieta.
Volle anche sapere a chi Casalengo facesse la corte, in quel tempo, e le sfavillavano gli occhi alle piccole maldicenze che si fanno sottovoce nei circoli mondani.
- Colui, sì!...
sa vivere! - ripeté, e accennava pure col capo, assorta.
Mi era grata del tempo che rubavo "all'altra mia amica" per dedicarlo a lei, e mi chiamava "il suo buon fratello".
- Fratello, non è vero? - ripeteva colla sua grazia maliziosa.
E c'era quasi un rimasuglio di rancore involontario nella carezza della parola affettuosa.
Alcune volte, quando mi diceva quelle cose, specie sull'imbrunire, che provava una gran tristezza e mi aveva pregato di non lasciarla mai sola, al vedere i suoi occhi luminosi, il sorriso ancora dolce che le rianimava il viso e pareva dissiparne le ombre, mi sentivo riprendere irresistibilmente da quella moribonda, con un'immensa dolcezza amara.
Essa preferiva quell'ora, l'angolo del salotto riparato dal paravento chinese, la mezzaluce che dissimulava il suo pallore e il suo male.
Era il suo pudore e l'ultima sua civetteria.
Nell'ombra sentiva che il suo profumo e la sua voce ancora dolce mi parlavano meglio di lei, della Ginevra che avevo conosciuta un tempo.
- Colei lo sa che siete qui...
che fate un'opera buona...
per meritarvi il paradiso? -
Come diceva quelle parole! Come esse sonavano e penetravano! Come attiravano verso di lei quell'anelito frequente e quelle povere mani febbrili!
- No...
non mi fiderei più degli amici...
e delle amiche! Ho imparato a spese mie, caro d'Arce! -
Una sera che aveva tossito più del solito, e parlava più triste, reggendosi il capo col braccio appoggiato al tavolino, mi disse guardandomi fisso, china verso di me, nello stesso tempo che schermivasi dalla luce colla mano aperta:
- Noi non siamo stati mai...
nulla.
Ecco perché mi siete rimasto fedele -.
Le si era fatta la voce un po' roca.
Tutto ciò che le veniva alla mente e sulle labbra aveva la stessa velatura stanca, e un abbandono che avvinceva me pure.
Senza quasi avvedermene le avevo preso la mano, ed essa me la lasciò, calda ed inerte.
Allora, senza guardarmi, quasi senza volerlo, mi confidò il segreto di ciò che aveva sofferto laggiù, lontana da tutti, in paese straniero.
Una storia semplice e dolorosa, senza dramma, senza neppure l'ombra di una rivale.
Colui pel quale aveva abbandonata la sua casa e la sua patria non l'amava più: ecco tutto.
- Amore...
chi lo sa?
Anch'io avevo amato Casalengo...
o m'era parso, prima di lasciarlo per quell'altro...
Per una parola che ci suoni meglio all'orecchio, per un'occhiata che lusinghi il nostro vestito nuovo, per una frase musicale che ci faccia sognare ad occhi aperti...
Ecco perché ci perdiamo, e ciò che forma quest'amore.
Quando egli non ebbe più dinanzi altre seduzioni con cui confrontare la mia, quando non temé più altri rivali...
Una mattina, sull'alba, tornò pallido e fosco.
Aveva perduto.
Giuocava da un pezzo, da che non mi amava più.
E si voleva uccidere perché non poteva pagare...
Non per me...
Lui che aveva tutte le delicatezze, tutta la poesia, tutta la nobiltà dell'animo.
E l'ultima rottura fra di noi, l'ingiuria che non poté perdonarmi, fu quando gli offrii d'aiutarlo, io ch'ero parte di lui, che vivevo soltanto per lui, che gli avevo sacrificato ben altro, che non sapevo cosa farmi del mio denaro...
Mi lasciava appunto per questo, perché egli non ne aveva più.
L'onore degli uomini è così fatto.
Poi, quand'egli fu partito, colui che aveva detto di non poter vivere senza di me, lasciandomi sola e moribonda in un albergo...
mio marito ebbe pietà di me - lui che non mi amava più e non doveva più amarmi...
Pagò un altro debito d'onore anche lui...
-
Parlava calma, con un filo di voce, interrompendosi di tratto in tratto e lasciando morire in un soffio certe parole.
Le passò sul volto un sorriso che la fece sembrare più pallida.
- Povero d'Arce! V'ho intronate le orecchie per narrarvi le solite storie.
Cose che succedono a tutti...
Lo sappiamo e torniamo a cascarci.
Allora vuol dire che dev'essere così, non è vero? Anche voi...
-
Nel luglio e l'agosto stette meglio.
Però non si lasciò indurre a mutar paese per qualche tempo.
Il silenzio e la quiete della campagna le facevano paura.
Volle piuttosto andare alla festa di Piedigrotta.
S'era fatto fare apposta un vestito elegantissimo, e aveva combinato una carrozzata allegra, nella quale ero invitato io pure.
- La Maio, no! - mi disse sfavillante.
Tutto quel chiasso e quel movimento l'eccitavano assai.
Tornò stanchissima e si mise a letto per due o tre giorni.
Dopo si strascinò ancora un pezzo fra letto e lettuccio.
La tristezza delle giornate autunnali la pigliava lentamente.
Se non mi vedeva all'ora solita, mi teneva il broncio, quasi avessi mancato a una tacita promessa.
Faceva spesso dei progetti per l'avvenire; s'illudeva più facilmente, ora che le fuggiva la terra sotto i piedi, e che non aveva più la forza di strascinarsi sino al canapè.
Così tenacemente s'attaccava al mio braccio, che le parlavo anch'io di Sorrento e di Nizza, col cuore stretto.
Ella diceva di sì, di sì, tutta contenta, tornando ad affermare col capo, tornando a sorridere come una bambina.
Consultava insieme a me delle guide e dei giornali di mode, e aveva fissato l'epoca del viaggio: - Dopo il carnevale, appena tornerà la primavera.
Tornerò a rifiorire anch'io, vedrete! tutti v'invidieranno la vostra bella amica...
Amica, veh! -
Aveva ordinato degli abiti da ballo per quell'inverno.
Si faceva bella ancora per me.
Diceva "che erano le sue prove generali".
Una sera si fece trovare in abito da ballo, presso un gran fuoco.
Com'era contenta, povera Ginevra! Quel sorriso ingenuo nella bocca e negli occhi che le mangiavano il viso, mi mise un brivido nei capelli: lo stesso brivido che mi faceva trasalire quando l'udivo gemere sottovoce nella stanza accanto per abbigliarsi - e quel giorno che la cameriera mi chiamò spaventata, cercando colle mani tremanti la boccettina d'etere sopra la tavoletta.
Essa, pure in quel momento, coprivasi colle mani il misero petto scarno...
Una volta mi disse: - Quanto saremmo stati felici...
allora...
di poterci vedere liberamente, come adesso!...
-
In dicembre peggiorò rapidamente.
Non si alzò più dal letto; non parlò più di viaggi.
Il parlare stesso la stancava.
La baraonda e l'allegria fragorosa del Natale napoletano le davano noia.
Sembrava distaccarsi a poco a poco da ogni cosa.
Però voleva ancora che andassi a vederla spesso, più che potevo, e lagnavasi che tutti l'abbandonassero.
Stava poi ad ascoltarmi, immobile, guardandomi fisso.
Alle volte i suoi occhi si offuscavano, quasi guardassero dentro se stessa, o in un gran buio, e il viso le si affilava maggiormente, con un'espressione d'angoscia vaga.
Dopo sembrava ritornare da lontano, con una cert'aria smarrita.
Mi sorrideva dolcemente, quasi per scusarsi dell'involontaria distrazione, ma in modo che stringeva il cuore.
In quei giorni tornò a Napoli suo marito, chiamato per telegrafo.
Essa volle festeggiare con lui l'ultima sera dell'anno, e invitò pochi amici.
Le avevano apparecchiato un tavolino accanto al letto, e dei fiori, un gran numero di candele nella camera.
Era raggiante, poveretta, e sembrava proprio una bambina, sparuta, fra le gale e i pizzi della cuffia e del corsetto.
Ci salutava col capo ad uno ad uno, alzando verso di noi la coppa nella quale aveva fatto versare un dito di champagne, e beveva cogli occhi alla nostra salute, senza accostarvi le labbra, come sapesse ciò che si trova in fondo al bicchiere, come anche i nostri auguri la rattristassero.
Infine si lasciò vincere dalla comune gaiezza; parve che tornasse a sorridere a una vaga speranza, e sorrideva a tutti, a tutti noi, cogli occhi e le labbra, col viso pallido e magro.
Il capo d'anno le recai dei fiori, un gran fascio di rose che ero andato a cogliere per lei a Capodimonte.
Ella si levò giuliva a sedere, e le volle sul letto, tutte.
Ripeteva: - Quante! quante! - scegliendo le più belle, immergendovi le mani...
Era tanto contenta! Mi mostrò i regali che le avevano mandato gli amici, e le amiche...
- tutti quanti! - La camera n'era piena, sulle mensole, sul canapè, da per tutto.
Ella indicava ad uno ad uno il nome del donatore.
Dalla gioia mi pose un braccio intorno al collo, dicendomi:
- Ma nessuno come voi!...
nessuno! Voi siete il mio caro fratello, non è vero? E mi vorrete sempre bene così, sempre sempre...
perché non fummo mai altro!...
Un momento...
ci fu il pericolo...
Vi rammentate? Ma era scritto lassù!...
lassù...
-
In quel momento portarono il regalo del marito: un magnifico abito da ballo che la cameriera spiegò trionfante sulla poltrona.
Ella indovinò la delicata e pietosa intenzione d'illuderla che c'era nella scelta del dono, e ne fu scossa profondamente.
Non disse nulla; gli occhi le si fecero più grandi e più lucenti, e tornò a coricarsi, tirandosi la coperta fino al mento.
Mi lasciò senza dirmi addio, povera e cara Ginevra! L'ultima volta che la vidi, in presenza del marito e di due o tre altri, ella sembrava già non fosse più di questo mondo.
Non mi disse nulla; non sembrò nemmen accorgersi di me.
Stava zitta, chiusa, cogli occhi sbarrati e fissi.
Il Comandante rispondeva per lei qualche parola, colla voce rauca, i capelli arruffati, la barba incolta, pallido anche lui, e col viso gonfio dalle notti insonni.
Un momento appena, udendo la mia voce, ella volse su di me quegli occhi che non guardavano e non dicevano più nulla: e tornò a rivolgerli altrove, indifferente.
Li attirava adesso soltanto una striscia di luce che moriva sulle tendine istoriate.
Fu l'ultima volta che la vidi.
Dopo, l'uscio delle sue stanze rimase chiuso per tutti.
Erano arrivati dei parenti da Venezia e da Genova.
Gli amici erano tornati a chiedere di lei o a lasciare il loro nome alla porta: tutti coloro che avevano ballato in quella casa e vi avevano passato delle ore liete.
Parecchi ci avevano perduto anche la testa, un tempo, e parlavano di lei che moriva, a voce bassa, prima di tornare al Circolo o al teatro, facendosi piccini dinanzi al marito che ripigliava il suo posto in casa sua, all'ultima ora, invecchiato in un mese, rispondendo alle condoglianze e alle strette di mano collo sguardo chiuso e la mano gelida.
Seppi ch'era morta dall'invito per assistere ai funerali.
Nelle sale dove essa ci aveva ricevuti festante, era una gran folla, e molti fiori, come il primo giorno dell'anno, sulle mensole, sui tavolini, sul pianoforte.
C'erano tuttora gli avanzi delle candele dei candelabri posti dinanzi agli specchi dove ella s'era guardata.
Le sue amiche misero dei fiori sulla bara.
La signora Maio soffocava i singhiozzi con un fazzolettino di pizzo.
Prima di morire aveva detto che voleva una semplice bara coperta di raso bianco, e una semplice lapide col suo nome.
Non ci furono discorsi sulla tomba.
La sua orazione funebre fu fatta da Casalengo, che venne a trovarmi la sera stessa, per parlarmi di lei.
- Povera Ginevra! - e non disse altro.
DRAMMA INTIMO
Casa Orlandi era tutta sossopra.
La contessina Bice spegnevasi lentamente: di malattia di languore, dicevano gli uni: di mal sottile, dicevano gli altri.
Nella gran camera da letto, quasi buia in tutto il quartiere illuminato come per una festa, la madre, pallidissima, seduta accanto al letto dell'inferma, aspettava la visita del dottore, tenendo nella mano febbrile la mano scarna e ardente della figliuola, parlandole con quell'accento carezzevole, e quel falso sorriso con cui si cerca di rispondere allo sguardo inquieto e scrutatore dei malati gravi.
Tristi colloqui che celavano sotto una calma apparente la preoccupazione di un morbo fatale, ereditario nella famiglia, il quale aveva minacciato la contessa medesima dopo la nascita di Bice - il ricordo delle cure inquiete e trepide che avevano accompagnato l'infanzia delicata della bambina - l'ansia dei presentimenti minacciosi che avevano quasi soffocato la maternità della genitrice e scusato i primi traviamenti del marito, morto giovane, di un male da decrepito, dopo avere agonizzato degli anni su di una poltrona.
Più tardi un altro sentimento aveva fatto rifiorire la giovinezza della vedova, appassita anzi tempo fra quella culla minacciata, e quello sposo di già cadavere prima di scendere nella tomba: un affetto profondo e occulto, inquieto, geloso, che si mischiava a tutte le sue gioie mondane e sembrava vivere di esse, e le raffinava, le rendeva più sottili, più penetranti, quasi una delicata voluttà che profumava ogni cosa, una festa, un trionfo di donna elegante.
Adesso quell'altra nube paurosa, sorta a un tratto colla malattia della figlia in quel cielo azzurro, sembrava posare simile a una gramaglia sui cortinaggi pesanti del letto dell'inferma, e distendersi sino a incontrare degli altri giorni neri: la lunga agonia del marito, la faccia grave e preoccupata di quello stesso medico ch'era venuto quell'altra volta, il tic-tac di quella stessa pendola che aveva segnato delle ore d'agonia, e riempiva ora tutta la camera, tutta la casa, di un'aspettativa lugubre.
Le parole della madre e della figliuola, che volevano sembrar gaie e tranquille, morivano come un sospiro nella penombra della vòlta altissima.
A un tratto il campanello elettrico squillò nella lunga fila di stanze sfavillanti e deserte.
Un servitore silenzioso precedeva in punta di piedi il medico, vecchio amico di casa, il quale sembrava solo calmo, nell'attesa inquieta di tutti.
La contessa si rizzò in piedi, senza poter dissimulare un tremito nervoso.
- Buona sera.
Un po' tardi oggi...
Finisco adesso il mio giro.
E questa ragazza com'è stata? -
S'era seduto di contro al letto; aveva fatto togliere la ventola dal lume, ed esaminava l'inferma tenendo fra le dita bianche e grassocce il polso delicato e pallido della fanciulla, ripetendo le solite domande.
La contessa rispondeva con un lieve tremito nervoso nella voce; Bice, con monosillabi tronchi e fiochi, sempre fissando il medico con quegli occhi inquieti e lucenti.
Nell'anticamera si succedevano gli squilli sommessi del campanello che annunziavano altre visite, e la cameriera entrava come un'ombra per annunziare all'orecchio della signora il nome degli amici intimi che venivano a chieder notizie della contessina.
A un certo momento il dottore rizzò il capo.
- Chi è entrato adesso nella sala accanto? - domandò con una certa vivacità.
- Il marchese Danei, - rispose la contessa.
- La solita pozione per questa notte, - continuò il medico quasi avesse dimenticato la sua domanda.
- Bisogna osservare a che ora cadrà la febbre.
Del resto, nulla di nuovo.
Diamo tempo alla cura...
-
Ma non lasciava il polso dell'inferma, fissando uno sguardo penetrante sulla fanciulla, la quale aveva chinato gli occhi.
La madre aspettava ansiosa.
Un istante le pupille ardenti della figlia si fissarono in quelle di lei, e Bice avvampò subitamente in viso.
- Per carità, dottore! per carità! - supplicava la contessa, riaccompagnando il medico, senza badare agli amici e ai parenti che aspettavano in sala chiacchierando fra di loro sottovoce.
- Come ha trovato stasera la mia ragazza? Mi dica la verità!
- Nulla di nuovo, - rispondeva lui.
- La solita febbriciattola...
il solito squilibrio nervoso...
-
Ma quando furono in un salottino appartato, si piantò ritto dinanzi alla contessa, e disse bruscamente:
- La sua figliuola è innamorata di questo signor Danei -.
La contessa non rispose sillaba.
Solo impallidì orribilmente, e per istinto si portò le mani al petto.
- È un po' di tempo che lo sospettavo, - riprese il medico con certa rude franchezza.
- Ora ne son certo.
È una complicazione nella malattia, che per la estrema sensibilità dell'inferma, in questo momento, può farsi grave.
Bisogna pensarci.
- Lui! - fu la prima parola che sfuggì alla madre, quasi fuori di sé.
- Sì, il polso me l'ha detto.
Lei non aveva alcun indizio? Non ha mai sospettato qualche cosa?
- Mai!...
Bice è così timida...
così...
- Il marchese Danei viene spesso in casa? -
La poveretta, sotto lo sguardo fisso e penetrante di quell'uomo che assumeva l'importanza di un giudice, balbettò:
- Sì.
- Noi altri medici alle volte abbiamo cura d'anime, - aggiunse il dottore sorridendo.
- Forse è stata una fortuna che quel signore sia venuto mentre io ero qui.
- Ma ogni speranza non è perduta, dottore? Per l'amor di Dio!...
- No...
secondo i casi.
Buona sera -.
La contessa rimase un momento in quella stanza, quasi al buio, asciugandosi col fazzoletto il freddo sudore che le bagnava le tempie.
Quindi ripassò per la sala, rapidamente, salutando gli amici con un cenno del capo, guardando appena Danei, ch'era in un canto, nel crocchio degli intimi.
- Bice!...
figlia mia!...
Il medico t'ha trovata meglio oggi, sai!
- Sì, mamma! - rispose la fanciulla dolcemente, con quell'amara indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore.
- Di là ci sono degli amici...
che sono venuti per te...
Vuoi vederli?
- Chi sono?
- Ma tutti.
La zia, Augusta...
il signor Danei...
Possono entrare un momentino? -
Bice chiuse gli occhi, come assai stanca, e nell'ombra, così pallida com'era, si vide lieve rossore montarle alle guance.
- No, mamma.
Non voglio veder nessuno -.
Attraverso le palpebre chiuse, delicate come foglie di rosa, sentiva fisso su di lei lo sguardo desolato e penetrante della madre.
All'improvviso riaprì gli occhi, e le buttò al collo quelle povere braccia esili e tremanti sotto la battista, con un atto ineffabile di confusione, di tenerezza e di sconforto.
Madre e figlia si tennero abbracciate a lungo, senza dire una parola, piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi.
Ai parenti e agli amici che chiedevano premurosi notizie dell'inferma, la contessa rispondeva come al solito, ritta in mezzo alla sala, senza poter dissimulare uno spasimo interno che di quando in quando le mozzava il respiro.
Allorché tutti se ne furono andati, rimasero faccia a faccia Danei e lei.
Tante volte, durante la malattia di Bice, erano rimasti soli alcuni minuti, come allora, nel vano della finestra, scambiando qualche parola di conforto e di speranza, o assorti in un silenzio che accomunava i loro pensieri e le loro anime nella stessa preoccupazione dolorosa.
Momenti tristi e cari, nei quali essa attingeva il coraggio e la forza di rientrare nell'atmosfera cupa e lugubre di quella stanza d'inferma con un sorriso d'incoraggiamento.
Stettero alquanto senza aprir bocca, colla fronte sulla mano.
La contessa aveva tale espressione di tristezza in tutta la persona, che Danei non trovava la parola da dirle.
Finalmente le tese la mano.
Ella ritirò la sua.
- Sentite, Roberto...
Ho da dirvi una cosa...
una cosa da cui dipende la vita di mia figlia...
-
Egli aspettava, serio, un po' inquieto.
- Bice vi ama!...
-
Danei parve sbalordito, guardando la contessa che si era nascosto il viso fra le mani, e piangeva dirottamente.
- Essa!...
È impossibile!...
Pensateci bene!...
- No...
È un'idea che m'ha fatto nascere il suo medico...
Ed ora ne son certa.
Vi ama da morirne...
- Vi giuro!...
Vi giuro che...
- Lo so, vi credo.
Non ho bisogno di cercare perché mia figlia vi ami, Roberto! - esclamò la madre tristamente.
E si abbandonò sul divano.
Roberto era commosso anche lui.
Tentò di pigliarle la mano un'altra volta.
Ella la respinse dolcemente.
- Anna!...
- No...
no! - rispose lei risolutamente.
E le lagrime silenziose parevano che le solcassero le guance delicate come degli anni, degli anni di dolore e di gastigo che sopravvenivano tutt'a un tratto nella sua esistenza spensierata.
Il silenzio sembrava insormontabile.
Infine Roberto mormorò:
- Cosa volete che faccia?...
dite...
-
Essa lo guardò smarrita, con un'angoscia indicibile, e balbettò:
- Non so!...
non so...
Lasciatemi tornar da lei...
Lasciatemi sola...
-
Come rientrava nella camera dell'inferma, dall'ombra del cortinaggio gli occhi della figlia luccicarono ardenti, fissi su di lei, con un lampo incosciente che agghiacciò la madre sulla soglia.
- Mamma, - chiese Bice, - chi c'è ancora?
- Nessuno, figlia mia.
- Ah!...
Statti con me, allora.
Non mi lasciare -.
E le teneva le mani, tremante.
- Povera bambina! Povero amore! Guarirai presto, sai! L'ha detto il medico.
- Sì, mamma.
- E...
e...
sarai felice -.
La figlia le fissava sempre in viso quello sguardo.
- Sì, mamma -.
Poi chiuse gli occhi, che sembravano neri nelle orbite incavate.
Successe un mortale silenzio.
La madre scrutava quel viso pallido e impenetrabile con uno sguardo ardente, arrossendo e impallidendo a vicenda.
A un tratto si fece smorta come lei, e la chiamò con un'altra voce:
- Bice! -
Il suo petto si contraeva spasmodicamente, come se qualche cosa vi agonizzasse dentro.
Poscia si chinò sulla figliuola, posando la guancia febbrile su quell'altra guancia scarna, e le mormorò nell'orecchio, con un soffio appena intelligibile:
- Senti, Bice...
tu ami?...
-
Bice spalancò gli occhi all'improvviso, tutta una fiamma in volto.
E con quegli occhi sbarrati e quasi paurosi, affascinati dagli occhi lagrimosi della madre, balbettò con un accento ineffabile d'amarezza, e quasi di rimprovero:
- Oh mamma!...
-
Allora la sventurata, sentendosi penetrare quella voce e quelle parole sino all'intimo del cuore, ebbe il coraggio di aggiungere:
- Danei ha chiesto la tua mano.
- Oh mamma! oh mamma! - ripeteva la fanciulla con lo stesso accento supplichevole e dolente, stringendosi nelle coperte con un senso di pudore.
- Mamma mia!...
-
La contessa, che sembrava anche lei nello smarrimento dell'agonia, balbettò:
- Però...
se tu non l'ami...
se non l'ami...
di'!...
-
L'inferma ascoltava palpitante, ansiosa, agitando le labbra senza proferir parola, con gli occhi spalancati, enormi sul volto rifinito, che interrogavano gli occhi della madre.
Tutt'a un tratto, come quella si chinava verso di lei, l'abbracciò stretta, tremando a verga, stringendola con tutta la forza delle sue povere braccia, con un'effusione che diceva tutto.
La madre, in un impeto d'amore disperato, singhiozzava:
- Guarirai! Guarirai! -
E tremava convulsivamente ancor essa.
Il giorno dopo la contessa aspettava Danei nel suo gabinettino, seduta accanto al caminetto, stendendo verso il fuoco le mani così bianche che sembravano esangui, cogli occhi fissi sulla fiamma.
Quanti pensieri, quante visioni, quanti ricordi passavano dinanzi a quelli occhi! La prima volta che si era turbata al cospetto di Roberto - il silenzio ch'era caduto all'improvviso fra di loro - e le prime parole d'affetto che egli le aveva sussurrato all'orecchio, abbassando la voce ed il capo - il batticuore delizioso che soleva imporporarle le gote ed il seno, quando egli l'aspettava nel vestibolo dell'Apollo, per vederla passare, bella, fine, elegante, nella mantellina di raso bianco.
- Poscia, le lunghe fantasticherie color di rosa, in quel posto medesimo, le gioie trepide e intense, le attese febbrili, nelle ore in cui Bice prendeva la lezione di musica o di disegno.
Ora, allo squillare del campanello, si rizzò con un tremito nervoso; e immediatamente, mercé uno sforzo della volontà, tornò a sedere, colle mani in croce sulle ginocchia.
Il marchese si fermò esitante sull'uscio.
Ella gli stese la mano che ardeva, evitando di guardarlo.
Siccome Danei, non sapendo che pensare, chiedeva della Bice, la contessa rispose dopo un breve silenzio:
- La sua vita è nelle vostre mani.
- Per l'amor di Dio, Anna!...
v'ingannate!...
- rispose lui.
- Bice s'inganna...
Non può essere...
non può essere!...
-
La contessa scosse il capo tristamente.
- No, non m'inganno! Me l'ha confessato lei...
Il dottore dice che la sua guarigione dipende...
da ciò!...
- Da che cosa?...
Per tutta risposta ella gli fissò negli occhi gli occhi arsi di febbre.
Allora, sotto quello sguardo, la prima parola di lui, impetuosa, quasi brusca, fu:
- Oh!...
no!...
-
Ella giunse le mani.
- No.
Anna! pensateci bene...
Non può essere...
V'ingannate...
- ripeteva Danei, agitato anche lui violentemente.
Le lagrime le soffocarono la voce in gola.
Poi stese le mani a Roberto, senza dir nulla come nei bei tempi trascorsi.
Soltanto, quel viso che gli esprimeva uno spasimo d'angoscia e una preghiera straziante, era diventato tutt'altro in ventiquattr'ore.
Roberto chinò il capo al pari di lei.
Erano entrambi due cuori onesti e leali, nel significato mondano della parola, nel senso di esser sinceri in ogni loro atto.
Perché la fatalità facesse abbassare quelle teste alte e fiere, bisognava che le avesse messe per la prima volta di fronte a un risultato che rovesciava bruscamente tutta la loro logica, e ne mostrava la falsità.
La rivelazione della contessa aveva colpito Danei di stupore.
Adesso, ripensandoci, ne era spaventato; e in quel contrasto d'affetti e di doveri combattentisi sotto il riserbo imposto ad entrambi dalla rispettiva posizione che li rendeva più difficili, egli trovavasi imbarazzato.
Parlò di loro due, del passato, dell'avvenire che gli faceva paura; cercando le frasi e le parole onde scivolare sui tanti argomenti scabrosi, per non urtare o ferire alcuno di quei sentimenti così delicati e complessi.
- Pensateci bene, Anna! Questo matrimonio è impossibile! -
Essa non sapeva che dire.
Balbettava solo: - Mia figlia! mia figlia! -
- Ebbene...
Volete che io parta...
che mi allontani per sempre!...
Sapete qual sacrifizio farei!...
Ebbene, lo volete?
- Ella ne morrebbe -.
Roberto esitò, prima d'affrontare l'ultimo argomento.
Poi mormorò abbassando la voce:
- Allora...
allora non resta che confessarle ogni cosa...
-
La madre s'irrigidì in una contrazione nervosa, con le dita increspate sul bracciuolo della poltrona.
E rispose con voce sorda, chinando il capo:
- Lo sa!...
Lo sospetta!...
- E nondimeno?...
- riprese Danei dopo un breve silenzio.
- Ne sarebbe morta...
Le ho fatto credere che s'ingannava.
- E lo ha creduto?
- Oh! - esclamò la contessa con un triste sorriso.
- L'amore è credulo...
Lo ha creduto!
- E voi! - chiese Roberto con un tremito che non poté dissimulare nella voce.
- Io ho già tutto sacrificato a mia figlia -.
Poi gli stese la mano, e soggiunse:
- Sentite com'è calma?
- Siete certa che sarà sempre così calma?
Ella rispose:
- Sempre! -
E sentì freddo nella nuca, alla radice del capelli.
Si alzò vacillante, e si strinse il capo di lui sul petto.
- Ascoltate, Roberto, ora è la madre che vi abbraccia! Anna è morta.
Pensate a mia figlia; amatela per me e per essa.
Ella è pura e bella come un angelo.
La felicità la farà rifiorire.
Voi l'amerete come non avete mai amato...
Dimenticherete ogni cosa...
siate tranquillo! -
Roberto, pallidissimo, non rispose verbo.
Il matrimonio della contessina Bice fu annunciato officialmente pochi giorni dopo che essa entrò in convalescenza.
Amici e parenti venivano a congratularsi nello stesso tempo dei due fortunati avvenimenti.
Il marchese Danei era uno sposo convenientissimo, e se qualche indiscreto arrischiò delle osservazioni sulla disparità degli anni - o altro - fu messo subito a tacere dal coro unanime delle signore che si sollevavano scandolezzate.
La fanciulla risanava davvero, raggiante di vita nuova, colla sincerità, la credulità, l'oblio, l'egoismo della felicità, che espandeva nel seno della madre, la quale trovava la forza di sorriderle.
Il medico si fregava le mani, borbottando:
- Io non ci ho alcun merito.
Fo come Pilato.
Questa benedetta gioventù se ne ride della scienza.
Adesso ecco le mie prescrizioni: - Recipe: L'inverno a San Remo o a Napoli.
L'estate a Pegli o a Livorno.
Una scappata a Roma, nel carnevale, e un bel maschiotto alla fine della cura -.
La contessa, alla figliuola che avrebbe voluto condurla seco, aveva risposto:
- No.
Io e il dottore non ci abbiamo più nulla a fare in questo viaggio.
Tutta la mia pretesa è che siate felici -.
E sorrideva agli sposi, col suo sorriso un po' triste.
La figliuola, a volte, aveva inconsciamente degli sguardi acuti che correvano come un lampo dal fidanzato alla madre.
A quelle parole, senza saper perché, l'abbracciava ogni volta strettamente, nascondendole il viso in seno.
La contessa aveva detto che quella sarebbe stata l'ultima sua festa; e le sue spalle bianche e delicate mostraronsi realmente un'ultima volta allo sposalizio, nelle sale scintillanti di lumi e affollate d'amici e parenti come nei giorni più tristi in cui erano venuti a chieder notizie della Bice.
Roberto, allorché baciò la mano della contessa, non poté dissimulare un certo turbamento.
Poscia quando l'ultima carrozza fu partita, e non rimase a piè dello scalone che il piccolo coupé del marchese, e la carretta inglese che portava alla stazione il bagaglio degli sposi, mentre Bice era andata a cambiarsi d'abito, rimasti soli un momento, la contessa e Roberto:
- Fatela felice! - disse lei.
Danei era nervoso; abbottonava macchinalmente il soprabito da viaggio e tornava a cavarsi i guanti.
Non disse nulla.
Madre e figlia s'abbracciarono teneramente, a lungo.
Infine la contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo:
- È tardi.
Perderete il treno.
Andate, andate! -
La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell'inverno, e di tanto in tanto aveva avuto bisogno del medico.
Costui, onde non spaventarla, la sgridava, perché essa soleva passare la mattinata in chiesa - a salvarsi l'anima e perdere il corpo - diceva lui.
Il buon uomo pigliava la cosa leggermente, per rassicurarla, ma in realtà era inquieto, e ingannandosi a vicenda con una finta gaiezza, pensavano entrambi a una minaccia più grave.
Bice scriveva che stava bene, che si divertiva tanto, che era tanto felice, e più tardi accennò anche vagamente a un altro avvenimento che avrebbe affrettato il loro ritorno prima che finisse l'anno.
La contessa telegrafò di non farne nulla, di aspettare l'avvenimento là dove si trovavano, protestando che temeva per la figliuola lo strapazzo del viaggio.
Piuttosto sarebbe andata lei stessa a raggiungerli.
Però non andava mai, cercando mille pretesti, differendo di giorno in giorno quel viaggio, quasi le pesasse.
I telegrammi si succedevano.
Infine Roberto ebbe un dispaccio: - Arrivo stasera -.
La prima persona che Anna vide sul marciapiedi della stazione, giungendo, fu Roberto che l'aspettava, solo.
Ella si premeva con forza il manicotto sul cuore, quasi le mancasse il respiro.
Il marchese le baciò la mano, sul guanto, e le diede il braccio, mentr'essa balbettava:
- Bice?...
Come sta? -
Fuori era fermo il piccolo coupé del marchese, col servitore accanto allo sportello.
Ella esitò un istante, al momento di montare insieme a lui.
Poi si strinse nel suo cantuccio, chiusa nella pelliccia, col velo sul viso.
- Bice sta bene, - rispondeva lui, -...per quanto è possibile...
Sarà tanto contenta! - Sembrava che cercasse le parole, col viso rivolto allo sportello, impaziente d'arrivare.
Sfilavano le case e le botteghe illuminate.
A un tratto successe l'oscurità, nell'attraversare una piazza.
Tutti e due istintivamente, si scostarono e tacquero.
Bice era corsa ad incontrare la madre, e le si buttò al collo con un diluvio di carezze e di parole sconnesse.
Era sofferente, e Roberto le diede il braccio per salire le scale.
La contessa veniva dopo, un po' stanca anch'essa, soffocata dalla pelliccia greve.
Allorché furono nel salotto, in piena luce, ella fu colpita dall'aspetto di Bice, dalla sua veste da camera larghissima, dalle mani venate d'azzurro, posate sui bracciuoli della poltrona dove s'era lasciata cadere come sfinita, ma raggiante di una serena felicità.
Roberto si chinava per parlarle nell'orecchio.
Senza avvedersene si appartavano entrambi spesso e volentieri, discorrendo sottovoce fra di loro, presso la fiamma del caminetto che li colorava di un'aureola rosata, lontani dal mondo, lontani da tutti, dimenticando ogni cosa...
Dopo il primo sbigottimento di quella sera, la contessa sembrava più calma.
Allorché trovavasi sola con Roberto, e lui parlava, parlava, quasi avesse paura del silenzio, ella ascoltava col sorriso distratto, sprofondata nella poltrona, accanto al fuoco che lumeggiava d'azzurro i capelli neri, col fine profilo opaco inquadrato nella luce al pari di un cammeo.
Però un nube sembrava sorgere fra madre e figlia, nell'intimità della famiglia: una freddezza incresciosa e insormontabile che agghiacciava le affettuose espansioni: un imbarazzo che rendeva moleste le premure di Roberto per l'una o per l'altra, e spesso anche la presenza fra di loro - come un'ombra del passato che offuscava gli occhi della figlia, che faceva impallidire la madre, che turbava anche Roberto, di tanto in tanto.
Una sfumatura d'amarezza accennavasi a volte nelle parole più semplici, nei sorrisi che si evitavano, negli sguardi che si cercavano sospettosi.
Una sera che Bice s'era ritirata prima del solito, e Roberto era rimasto nel salotto insieme alla contessa, per farle compagnia, il silenzio piombò all'improvviso, quasi minaccioso.
Anna stava a capo chino, dinanzi al fuoco che spegnevasi, presa da un brivido, tratto tratto, e il lume posato sul caminetto le accendeva dei riflessi dorati alla radice dei capelli, sulla nuca che sembrava accendersi anch'essa di fiamme vaghe.
Come Roberto si chinò a prender le molle, essa trasalì vivamente, e si alzò di scatto per augurargli la buona notte, accusando un po' di stanchezza.
Il marchese l'accompagnò sino all'uscio, in preda anche lui a un vago turbamento.
In quella apparve Bice, come un fantasma, vestita del suo accappatoio bianco.
Madre e figlia si guardarono, e la prima rimase senza parola, quasi senza fiato.
Roberto, il meno imbarazzato di tutti e tre, chiese:
- Che hai, Bice?
- Nulla...
Non potevo dormire...
Che ora è?
- Non è tardi.
Tua madre stava per ritirarsi...
dice di sentirsi stanca...
- Ah, - rispose Bice.
- Ah...
- E non disse altro.
Anna, ancora tremante, balbettò con un triste sorriso:
- Sì...
sono stanca..
Alla mia età...
figliuoli miei!...
- Ah, - ripeté Bice.
Allora la madre, facendosi pallida come una morta, come soffocata da un'angoscia ineffabile, aggiunse con quello stesso sorriso doloroso:
- Non mi credete?...
Non mi credi, Bice?...
-
E rialzando alquanto i capelli sulle tempie, mostrò che quelli di sotto erano tutti bianchi.
- Oh...
È un pezzo...
tanto tempo!...
-
Bice, con uno slancio affettuoso, le buttò le braccia al collo, e le cacciò la testa in seno, senza dir altro.
E le mani della madre sentirono che tremava tutta quanta, ancor essa.
Roberto, il quale sembrava sulle spine, s'era levato per andarsene, quasi vedesse di esser di troppo fra quelle due donne, e nell'istante in cui i suoi occhi s'incontrarono in quelli di Anna, arrossò, e parve divampare in quell'istante un ricordo del passato.
La contessa Anna passò due settimane in casa della figlia, dove si sentiva estranea, accanto a Bice, accanto a lui! Come erano mutati! Quando egli le dava il braccio per andare a tavola, quando la figliuola le diceva - Mamma! - senza guardarla, e arrossiva se parlava di suo marito! - Dimenticherete, siate tranquillo! - ella aveva detto a Roberto.
E non avevano dimenticato del tutto, né l'uno né l'altra!...
Chiudeva gli occhi e rabbrividiva a quel pensiero...
Qualche volta, all'improvviso, la sorprendevano anche degli impeti di collera, di un'altra gelosia pazza.
Le aveva rubato perfino il cuore di sua figlia, colui! Tutto le aveva tolto quell'uomo!
Una sera si udì un gran trambusto per la casa.
Cocchieri e servitori erano stati spediti in fretta; il medico e un'altra donna erano giunti premurosi, ed erano entrati subito nella camera di Bice.
E nessuno era venuto a cercare di lei, sua figlia stessa non la voleva al suo capezzale, in quel momento.
- No, nessuno aveva dimenticato! - Quand'egli venne ad annunziarle la nascita della sua nipotina, quell'uomo!...
Quando lo vide così commosso e raggiante...
- Non l'aveva mai visto così! - Quando lo vide al capezzale di Bice, che era supina sul letto, come fosse già morta, con una lagrima di tenerezza per lui soltanto negli occhi socchiusi...
degli occhi che non cercavano che lui!...
Allora sentì un odio implacabile contro quell'uomo che accarezzava la sua figliuola dinanzi a lei, e a cui Bice soltanto sorrideva, anche in quel punto.
Come misero il suo nome alla neonata, ed essa la tenne al battesimo, disse sorridendo: - Ora posso morire -.
Bice andava rimettendosi lentamente.
Però il suo organismo delicato vibrava ancora.
Nei lunghi giorni di convalescenza le venivano dei pensieri neri, degli impeti d'irritazione sorda e irragionevole, degli scoramenti improvvisi, quasi tutti l'abbandonassero.
Allora guardava muta, cogli occhi neri, e diceva al marito con accento indescrivibile:
- Dove sei stato? - Dove vai? - Perché mi lasci sola? -
Ogni cosa la feriva; sembrava ingelosirsi anche di quel resto di eleganza ch'era sopravvissuto nella madre sua.
Era arrivata a dirle, cercando di dissimulare la febbre che le si accendeva suo malgrado negli occhi: - Quando partirai? -
La madre chinò il capo, quasi sotto il peso di un gastigo inevitabile.
Ma Bice tornava poi in sé, e pareva chiedere perdono a tutti colle sue parole e le sue carezze affettuose.
Appena incominciò ad alzarsi da letto, la contessa fissò il giorno della partenza.
Nel lasciarsi, madre e figlia, alla stazione, erano commosse entrambe, abbracciandosi senza dire una parola, all'ultimo momento, quasi dovessero lasciarsi per sempre.
La contessa giunse tardi a casa sua, di sera, affranta, intirizzita dal freddo.
La casa vuota e deserta era fredda ancor essa, malgrado il gran fuoco acceso, malgrado le lumiere solitarie, nelle stanze malinconiche.
La salute della contessa Anna declinò rapidamente.
Da prima ne accusò la stanchezza del viaggio, le commozioni, la stagione rigida.
Stette circa tre mesi fra letto e lettuccio, e il medico tornò a visitarla tutti i giorni.
- Non è nulla - ripeteva lei.
- Oggi mi sento meglio.
Domani m'alzerò -.
Alla figliuola scriveva regolarmente, senza accennare però alla gravità del male che l'uccideva.
Verso il principio dell'autunno parve migliorare davvero.
Ma a un tratto peggiorò in guisa che i familiari si credettero obbligati a telegrafare al marchese.
Roberto giunse il giorno dopo, spaventato.
- Bice non sta bene, - disse al dottore che l'aspettava.
- Sono inquieto anche per lei.
Non sa nulla...
Ho temuto che la notizia...
l'agitazione...
il viaggio...
- Ha ragione...
Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi...
È una malattia gentilizia, pur troppo!...
Io stesso non avrei preso su di me tale responsabilità...
E se non fosse stata la gravità del caso...
- Molto grave? - chiese Roberto.
Il dottore scosse il capo.
L'inferma, appena le annunziarono la visita del genero, entrò in una grande agitazione.
- E Bice? - chiese appena lo vide.
- Perché non è venuta?
Egli balbettava, quasi pallido quanto lei, sentendosi anch'esso un sudore freddo alla radice dei capelli.
- Siete stato voi...
a dirle che non venisse?...
- seguitava lei colla voce tronca e soffocata.
Egli non le aveva mai udito quella voce, né visto quegli occhi.
Una donna, china sul capezzale, sforzavasi di calmare l'inferma.
Infine essa tacque, abbassando le palpebre, stringendo forte le mani sul petto.
Volle confessarsi la sera stessa.
Dopo che si fu comunicata fece chiamare di nuovo il genero, e gli strinse la mano, quasi per chiedergli perdono.
Nella stanza vagava l'odore dell'incenso - l'odore della morte; soffocato di tratto in tratto da un odore più acuto di etere, penetrante, che pigliava alla gola.
Delle ombre livide sembravano errare sul volto della moribonda.
- Ditele...
- balbettò la poveretta.
- Dite a mia figlia...
-
L'affanno la vinceva, soffocandole le parole nella strozza, facendole stralunare gli occhi deliranti.
Allora accennò che non poteva più, con un moto del capo desolato.
Di tanto in tanto bisognava sollevare di peso sui guanciali quel povero corpo consunto, nell'angoscia suprema dell'agonia.
Ella però faceva segno che Roberto non la toccasse.
Le si erano quasi sciolti i capelli, tutti bianchi.
- No...
no...
- furono le ultime sue parole che si udirono gorgogliare indistinte.
Giunse le mani per chiudere la battista che le si era aperta sul petto, e così passò, colle mani in croce.
ULTIMA VISITA
"Vorrei morir...".
Donna Vittoria cantava divinamente.
Però gli amici che frequentavano la sua casa (casa Delfini era una specie di succursale del Circolo) l'udivano raramente.
Essa pretendeva che il canto l'affaticasse; soleva dire ridendo che sarebbe morta di una malattia di petto.
- Per questo motivo, allorché compariva ai balli o al teatro, nel turbinìo infaticabile della vita elegante, splendente di bellezza e scollacciata sino al dorso, su quel petto delicato ch'era rimasto una meraviglia dopo dieci anni di matrimonio, fioccavano i complimenti e i madrigali dei suoi adoratori.
- Ne aveva tanti!...
- essa diceva con quel sorriso che faceva palpitare il bel nasino arcuato - per far la guardia alla sua virtù, guardandosi in cagnesco fra di loro!...
- Amici del marito (il solo del fior fiore del Circolo che non fosse obbligato a farsi vedere un momento nel salotto di lei) o delle sue amiche, le quali venivano a prendere il thè, a farsi ammirare, a darsi degli appuntamenti, a discorrere di tutto, fuorché di musica, ch'era la passione segreta di donna Vittoria - il solo vizio che nascondesse agli amici - diceva lei - il suo egoismo e la sua civetteria - dicevano gli altri.
Talché quella sera che si era lasciata piegare dalle calorose insistenze della cugina Roccaglia, era stato proprio un avvenimento, udire la sua voce un po' velata che accennava squisitamente quella musica, con un certo riserbo signorile, con una tinta di malinconia anche.
- Ah, sì! - esclamò galantemente il vecchio duca d'Orezzo.
- Morire a quella maniera e una bella cosa! -
Ella scherzava adesso gaiamente coi suoi intimi, che si affollavano intorno al pianoforte rimproverandole la sua ingratitudine.
- Ah, valeva proprio la pena di esserle fedeli, tutte le sere, perch'ella fosse così avara della sua voce, soltanto con loro! - Anche lei, Ginoli, ha il coraggio di lagnarsene? - Io no.
La musica mi fa male...
quando le sento dire a quel modo "Vorrei morire!..." - Gli occhi di lei ridevano negli occhi del bel giovane biondo, che si accesero anch'essi un istante di una luce più viva, malgrado il loro riserbo mondano, com'era passata una carezza nel tono della voce che voleva sembrare disinvolta e scherzevole.
- Davvero...
- soggiunse lei.
- Alle volte, sapete...
in certi momenti deliziosamente tristi...
-
Essa parlava gaiamente della morte nel fervore della festa, al ritmo del valzer di Chopin che l'eccitava vagamente, splendente di gemme e di bellezza, sotto gli occhi innamorati di Ginoli.
All'uscire di casa Roccaglia, in mezzo alla scorta di galanti che si affrettavano a metterle la pelliccia sulle spalle, a darle il braccio, ad aprir lo sportello del legnetto tiepido e profumato come un nido, aveva sentito un brivido scenderle per le belle spalle nude, ancora ansanti pel valzer, sotto la lontra del mantello.
Il suo medico, il medico delle signore eleganti, era venuto il giorno dopo a fare quattro chiacchiere, sprofondato nella gran poltrona ai piedi del letto, buttando giù svogliatamente prima d'andarsene, senza togliersi i guanti due o tre lineette della sua bella scrittura da signora su d'un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie.
Alla porta era una vera processione di carrozze, di amici, di servitori in livrea; tutti che lasciavano una parola, un nome, una carta di visita, di cui il portiere ogni sera recava in anticamera un vassoio pieno zeppo, colla lista fitta di condoglianze e di auguri, insieme al bollettino della giornata, redatto in guisa da poter passare sotto gli occhi dell'inferma, la quale voleva leggere ogni giorno i nomi di coloro che si erano ricordati di lei.
Se ne parlava al Circolo, al teatro, come s'incontravano fra di loro, amici e conoscenti di lei, in visita, dal confettiere, allo sportello delle carrozze, a Villa Borghese.
- La povera donna Vittoria!...
- Le visite si succedevano a Casa Delfini: delle signore eleganti, degli uomini che venivano un momento a stringere la mano al marito di lei, delle coppie che vi si davano ritrovo, delle ondate di profumi leggieri e delicati che passavano nell'atmosfera greve, delle osservazioni brevi che si scambiavano i visitatori a bassa voce, nell'uscire, con un gesto del capo, o della mazzettina, stringendo il manicotto al seno, o stringendosi nelle spalle.
La sera miss Florence lasciava il romanzo che stava leggendo, e scendeva colla bimba nella camera della signora, la quale accoglieva entrambi con un sorriso pallido.
La figliuola, una ragazzina bianca e delicata, con lunghe trecce d'oro pendenti giù per le spalle, e la compostezza di una donnina, andava a baciare la mamma in punta di piedi, col passo di signorina ben educata.
Le chiedeva della salute in inglese o in tedesco, secondo la giornata; poi le augurava la buona notte, e se ne andava dietro all'istitutrice, diritta e impettita.
Però una mattina il dottore s'era fatto serio all'udire donna Vittoria lagnarsi di un altro guaio serio, sopravvenutole nella notte: un dolore pungente che le attraversava il petto, dalle spalle al seno: - Come dicono che sia il mal d'amore!...
- Donna Vittoria ne parlava in tono scherzoso, con una specie di febbre d'amore realmente negli occhi, sulle guance, e nella voce rotta.
Il dottore la pregò di lasciarsi osservare, così, sollevandosi un poco, una cosa da nulla.
Una cosa che le faceva un effetto curioso, a lei, al sentire contro la batista quel viso di uomo che pareva l'abbracciasse, e le facesse battere il cuore davvero, e la faceva scomporre in volto, senza saper perché, mentre si forzava ancora di ridere, fra due colpetti di tosse: - Proprio il mal d'amore, eh, dottore? - Egli non rispose subito, intento, coll'orecchio sulle sue spalle delicate che trasalivano e s'imporporavano.
Poi aveva espresso il desiderio "di consultarsi con qualche collega sul metodo di cura", e s'era fermato un momento in anticamera a discorrere sottovoce col marito dell'inferma.
Calava la sera, una sera tiepida di primavera.
Per la via udivasi il rumore non interrotto delle carrozze che tornavano dal passeggio.
Soltanto nella camera dell'inferma, che dava sul giardino, regnava un gran silenzio.
Quando la figliuola era andata ad augurarle la buona notte, secondo il solito, donna Vittoria aveva trattenuta la ragazzina per mano, e le aveva detto, nella sua lingua nativa, poche parole che accusavano la febbre, col sorriso già triste nel viso color di cera.
La bimba ascoltava seria e zitta, coi grand'occhi azzurri spalancati.
Sino a tarda ora, come s'era sparsa la notizia del consulto tenutosi in casa Delfini, erano venuti degli amici di donna Vittoria, che il marito di lei riceveva nel suo salottino da fumare - un salottino da scapolo, con delle figure scollacciate alle pareti, e dove scoppiettava una fiammata allegra - distribuendo dei sigari e delle strette di mano, discorrendo di ciò che avevano detto i medici, e di quel che dicevasi al Circolo e nei crocchi mondani.
Qualche signora, venendo a chiedere notizie dell'amica, dopo il teatro, s'avventurò a cacciare un momento la testolina incappucciata in quel recesso profano, scandolezzandosi "degli orrori" che v'erano in mostra, sgridando Delfini e lasciandogli un saluto per "la cara Vittoria", empiendo le sale del fruscìo dei loro strascichi, e il gaio cinguettìo che fugava le idee nere.
I domestici sbadigliarono un po' più del solito in anticamera, e sino a tarda ora lo stesso coupé che aveva ricondotta la padrona dal ballo in casa Roccaglia stette attaccato a piè dello scalone, coi due fanali accesi che si riverberavano nell'acqua della fontana.
Null'altro.
Ma la stessa notte l'inferma aveva peggiorato rapidamente.
Il medico, chiamato in fretta e in furia sin dall'alba, si turbò in viso al primo vederla.
Stette appena cinque minuti e promise di tornare fra qualche ora.
Intanto fece prevenire il suo collega del consulto, suggerì alla cameriera di svegliare Delfini, che dormiva ancora, prescrisse un sacco d'ordinazioni che fecero perdere la testa ai servitori e alle cameriere.
Per un momento la casa fu tutta sottosopra.
Nel cortile c'era un va e vieni frettoloso di carrozze, coi cavalli fumanti e coi cocchieri ancora in giacchetta.
Dei parenti giungevano a ogni momento, col viso lungo, parlando sottovoce.
Il medico era tornato due volte.
Verso le quattro, prima d'andarsene, aveva scritto un'ultima ordinazione sul tavolino dell'anticamera, volgendo le spalle all'uscio, dinanzi al servitore serio e grave, di già in cravatta bianca sino dalle dieci di mattina.
Poi, il coupé di donna Vittoria era andato a prendere di corsa una lontana parente, mezza beghina, dinanzi al cui vestito dimesso, quasi umile, gli usci dorati si spalancarono premurosamente.
Costei s'era assisa al capezzale dell'inferma, con un'aria d'intimità quasi materna, chiedendole come si sentisse, chiacchierando di cose diverse con la voce pacata delle donne che vivono nella pace della chiesa.
Parlò di sé, dei suoi piccoli guai di tutti i giorni, del solo conforto che si trova nella religione.
- Giusto incominciava allora la quaresima, l'epoca della penitenza, dopo i peccati del carnevale.
A volte le malattie sono avvertimenti che dà il Signore perché ci si rammenti di Lui.
Appunto perciò i buoni cristiani antichi usavano chiedere il Viatico appena s'ammalavano.
Non è giusto aspettare l'ultimo momento per riconciliarsi con Dio.
Già il miglior rimedio è una buona confessione, si era visto tante volte, con dei malati gravi...
Donna Vittoria, bianca come il merletto del guanciale su cui posava la testa, ascoltava senza dire una parola, spalancando gli occhi, quasi affascinata da un'orribile visione interiore, col viso già stravolto da un'angoscia suprema, agitando le mani, agitando il capo che non poteva trovar requie sul guanciale.
Tutt'a un tratto si fece proprio cadaverica in volto, cercando di rizzarsi sulla vita, balbettando:
- No...
più tardi...
più tardi...
Non mi fate questi discorsi...
Non mi fate morir di spavento...
Andatevene, zia!...
andatevene!...
Più tardi poi...
-
La beghina se ne andò finalmente, stringendosi nelle spalle, brontolando delle parole oscure, accennando col capo al marito di donna Vittoria che aspettava all'uscio, sbigottito anche lui.
L'inferma gli fece cenno d'accostarsi, interrogandolo cogli occhi ansiosi, con un'espressione di rancore pure, in fondo a quegli occhi atterriti, chiedendogli perché avessero lasciata entrare quella donna...
perché?...
perché?...
La voce le si era mutata a un tratto, come il viso, come gli occhi che fissava in volto a tutti quanti e domandavano ansiosi: - Sto proprio così male?...
Cosa ha detto il medico?...
Perché non mandate a chiamare il medico? - Ad un tratto si abbandonò sul letto supina, con un terrore immenso nel viso.
- Ah...
Dio mio!...
così presto!...
-
Il triste annuncio giunse di buon'ora al Circolo.
Ginoli teneva banco, aspettando che fosse l'ora d'andare a far visita in casa Delfini, come al solito, quando il duca d'Orezzo, che aveva preso posto fra i giuocatori un momento prima, ripeté la frase che correva da una settimana sulla bocca degli amici: - La povera donna Vittoria!...
- stavolta in tal tono che tutti quanti levarono il capo.
Ginoli aveva voltato un nove.
Allora gli stessi tornarono a chinarsi sulle carte, rannuvolati.
- Pur troppo! - rispose il duca alla domanda di Ginoli, che aveva dimenticato di ritirar le poste.
- S'è già confessata...
-
Ginoli vinceva sempre con una vena implacabile che l'inchiodava al suo posto, e non teneva allegri neppure i suoi compagni di giuoco.
Accusasse un cinque o chiamasse un sette, tutte le follìe di un giuocatore inesperto che voglia fare lo spaccone, o che abbia perduta la testa, gli giovavano invece a sventare le astuzie dei suoi avversari, i quali non sapevano più a che santo votarsi, e maledicevano in cuor loro gli uccelli di malaugurio che vanno in giro a portare la disdetta e le cattive nuove.
Santa-Sira, il quale aveva già le orecchie infocate, saettò di nascosto un'occhiata sul duca.
Ma Lionelli, il quale aspettava la rivincita, e temeva che Ginoli lasciasse le carte, osservò garbatamente che in tal caso non conveniva andare in casa Delfini quella sera...
per non disturbare...
Altri approvarono, guardando alla sfuggita Ginoli a cui tremavano le mani nel dare le carte, e luccicavano delle goccioline di sudore sulla fronte, quasi perdesse tutto sulla parola; e Domitilla discretamente cambiò discorso, per riguardo a Ginoli che teneva il banco, e di cui conoscevasi la relazione con donna Vittoria.
- Peraltro si facevano pochi discorsi, ciascuno avendo da pensare ad altro, con quella maledetta partita che s'era fatta più seria che non si credesse, e che sarebbe stata un disastro per qualcheduno, se Ginoli non fosse stato quel gentiluomo che era, e non avesse capito che gli conveniva continuare a giuocare, come facevano tutti gli altri amici di donna Vittoria, per la riputazione di lei.
Con una partita così grossa, nessuno avrebbe voluto tenere il banco per lui.
- Tanto da lasciarmi tirare il fiato, - aveva egli detto sorridendo, quasi l'emozione della vincita fosse stata realmente tale da togliergli il respiro.
Finalmente, quando poté correre in casa Delfini, dopo una serie fortunata di zeri che gli riconciliò i suoi amici del Circolo, era circa mezzanotte.
Domitilla aveva voluto accompagnarlo per salvare le apparenze.
Salendo la scala gli disse: - Bada...
sei ancora tutto sottosopra...
-
Nel salotto c'erano dei parenti, una signora attempata, amica di casa, che si era offerta di vegliare la notte, e due altri, marito e moglie, zii, per parte di madre, di donna Vittoria.
La zia parlava di cure portentose, di guarigioni insperate.
Gli altri tacevano, senza ascoltare.
La contessa Roccaglia parve molto sorpresa di veder comparir Ginoli, e rivolse la parola a Domitilla, per salvare le apparenze: - Non sapevate...
povera Vittoria!...
-
Allora Ginoli dovette ascoltare le osservazioni della zia, ch'era stata nella camera dell'inferma, e balbettare delle condoglianze comuni, dinanzi a tutti quegli occhi fissi su di lui.
Di tanto in tanto passava un domestico frettoloso; una cameriera socchiudeva discretamente l'uscio delle stanze della signora.
Un momento si vide far capolino anche il marito di lei, pallidissimo, che scomparve subito.
Nel salotto discorrevasi a voce bassa, con parole tronche, con un vago senso di malessere e di fastidio reciproco.
Lo zio guardava l'orologio tratto tratto.
Poi succedevano dei lunghi intervalli di silenzio che pesavano su tutti, quasi d'attesa funebre.
A un certo punto l'uscio si spalancò e comparve prima l'istitutrice, col fazzoletto agli occhi, reggendo la fanciullina che sembrava svenuta; e il padrone di casa attraversò il salotto barcollando, senza salutare nessuno, fissando soltanto uno sguardo singolare su Ginoli che aveva chinato il capo.
Dall'uscio rimasto aperto udivasi il rumore di un affaccendarsi frettoloso, nelle stanze dell'inferma.
La cameriera era venuta correndo a prendere un candelabro dal caminetto.
Allora gli zii e la vecchia signora le erano andati dietro.
Come Ginoli si era alzato anche lui, vacillante, pallido come un cadavere, quasi non sapesse più quel che si faceva, la contessa Roccaglia lo fermò sull'uscio, dicendogli piano:
- No...
S'è confessata or ora...
s'aspetta il Viatico...
-
Si udì il suono funebre di un campanello, e uno scalpiccìo di gente che saliva.
Ginoli, dileguandosi come un'ombra, quasi inseguito dallo squillare di quel campanello, vide un'altra ombra in fondo all'anticamera, dinanzi a cui dovette chinare il capo, irresistibilmente.
BOLLETTINO SANITARIO
San Remo, 10 novembre
Sono qui da ieri sera.
Venite.
VIOLA
San Remo, 21 novembre
VIOLA fa sapere alla sola persona dalla quale è conosciuta, che ella aspetta inutilmente da otto giorni.
San Remo, 8 dicembre
Perché non siete venuto, GIACINTO? Avete letto le mie del 10 e 21 novembre? Avete dimenticato la vostra promessa? Dove siete? Ho bisogno di voi.
San Remo, 16 dicembre
Mi sono ingannata; perdonatemi.
Voi siete come tutti gli altri.
Sorrento, 22 dicembre
Io sono precisamente come tutti gli altri, cara signora VIOLA; anzi, come tutti quegli altri che hanno bisogno di pace, e a cui i medici prescrivono il riposo dell'anima e del corpo, e il clima di Nizza o di Napoli.
GIACINTO
San Remo, 25 dicembre
Godeteveli.
Parto domani.
È inutile dirvi dove andrò, poiché è inutile che mi scriviate.
Addio.
VIOLA
Sorrento, 20 gennaio
Alla signora VIOLA - non del pensiero.
- Mia cara, giacché ai vostri occhi devo comparire assolutamente colpevole, eccovi la mia giustificazione: ve la mando come posso.
Per altro, nessuno vi conosce, nemmen io, e voi non avete esitato per la prima a far correre le poste ai nostri piccoli segreti.
Sono stato malato, molto malato; ho creduto di morire, e ho avuto paura.
Vedete quanto io sia lontano dal mondo e dalle sue illusioni, se vi confesso anche cotesto! Ho vista la vita dall'altro lato.
Se sapeste che rovescio! La giovinezza, il passato, voi! Quante cose si veggono nelle cortine stinte di un letto d'albergo, a cinque lire per notte, coll'odore delle medicine sotto il naso, e il russare dell'infermiera in un canto! Mi sembrava di non dovermi alzare più.
Andavo cercando col pensiero tutto ciò che si era presa la mia vita, e non lo trovavo: il giuoco, gli amici, le amiche...
E i sogni della giovinezza...
Vi rammentate, quella prima sera che mi bruciaste l'anima colle lenti del vostro cannocchiale? Che miseria! E pensare che tutto ciò ora non mi fa battere il cuore come la voce grossa del dottore il quale mi misura la febbre col termometro!
Che cosa volete, cara VIOLA! Ritorno dal paese freddo delle ombre, dove anche il fiore del pensiero intirizzisce; e mi scaldo tranquillamente a questo bel meriggio d'inverno, come un ebete, con un plaid sulle ginocchia, le orecchie ben calde dentro il mio berretto di lontra; e sorrido soltanto al sole che mi bacia le mani diacce, gialle, di un bel giallo d'oro, come i mucchi di luigi che illuminavano le nostre notti di Montecarlo, dove quell'altro mi vinceva anche voi.
Vi rammentate, a Venezia? Avevate un colletto alto da uomo, un ferro di cavallo alla cravatta, un cappellino grigio, a tese piatte, con un ciuffo di piume di struzzo sul davanti: ricordi che mi sembrano gai e festosi in questa bella giornata d'inverno: - l'occhiata lunga e calda che mi lasciaste nel vestibolo, sirena! e la furberia con la quale vi nascondevate dietro le spalle oneste e larghe del vostro compagno, nel palchetto, per puntare il cannocchiale su di me! Quante belle cose ci dicevamo! Due o tre volte chinaste il capo e sorrideste: un sorriso che voleva dire tante cose: - Vi saluto! - Davvero? - Sì! - Venite? - che so io...
forse non lo sapevate voi stessa.
Io sorrisi e chinai il capo come voi.
Che potevamo dire di più? Tutto l'amore umano non è in quel linguaggio senza parole? - Chi sei? - Mi piaci! - Mi vuoi? - Quel bel signore che vi dava il braccio non avrebbe potuto chiedervi né sentirsi rispondere altro da voi, neppure nel momento in cui posava la sua testa accanto alla vostra sul medesimo guanciale.
Eppure, tutta la notte questa visione non mi fece chiudere occhio.
Lasciamo stare, lasciamo stare! Ecco che ricasco di nuovo nella fantasticheria erotica - la più malsana divagazione della mente, dice il mio medico.
Ora non c'è nulla per me che valga una buona nottata di sonno profondo, collo spirito e il corpo nella bambagia tiepida delle coperte.
Erano tante notti che non potevo dormire, mangiato dalla tosse, mangiato dalla febbre! Sentite, quando vi dicono che in cotesti momenti hanno pensato a voi, che siete stata il conforto, il sollievo, che so io, vi mentiscono come furfanti.
In principio, forse, quando il male non ha compìto il suo lavorìo, quando il medico non ha fatto il viso lungo, quando non si è visto passare lo spettro nero nelle prime ombre della sera...
Allora, forse...
quando il sangue ancora ricco dà con la febbre quella sensazione di benessere, si può pensare a lei, alla donna, alla treccia bionda sul guanciale, alla mano bianca che apre dolcemente le cortine, agli occhi lucenti che aspettano...
Così mi guardavate, dal fondo di quella loggia.
- Che cosa ne avete fatto del vostro bel cavaliere? Sapete, ultimamente lo incontrai a Napoli.
Non volle riconoscermi, e fece bene.
Ho un sospetto che quell'uomo in dominò della cavalchina fosse lui, e che abbia udito quando deste l'indirizzo al gondoliere...
Lasciatemi in pace, lasciatemi in pace, ecco quello che vi ho detto poi, nelle lunghe notti senza sonno e senza sogni.
E vi ho detto anche peggio.
Che ve ne importa? Che me ne importa? Io voglio dormire, voglio dormire soltanto.
Voi siete bella, sana, giovane, ricca.
Avete lì San Mauro ai vostri piedi, Giuliano che vi fa ridere, il duca che vi manda delle violette da Nizza.
Lasciatemi in pace.
Vedete, è un'ora che vi scrivo.
Il sole m'ha lasciato adagio adagio, e col sole le liete fantasie che suscitava la vostra memoria.
Ora ho freddo, e la nebbia è calata anche su di voi.
Che colpa ne ho io? Se vedeste com'è triste questo mare che illividisce, e questo verde che si fa scuro! Sento il bisogno del bel fuoco che scoppietta nel camino, e del buon brodo che fuma nella tazza.
Se stanotte potessi dormire senza cloralio, quanto sarei felice! Vedete quanto poco ci vuole per avere la felicità? Il dottore m'assicura che sto meglio, e che forse fra un mese o due potrò lasciare Sorrento...
Giacché dovete sapere che odio Sorrento, odio questo mare, questo cielo, questo verde implacabile, in mezzo al quale sono costretto a vivere, se voglio vivere.
Ora difatti mi sento meglio, ho pensato a voi, ho riletto le vostre lettere, ho sentito rifiorire in me qualcosa del passato che credevo morto, e che mi rianima invece, e mi riscalda.
Dunque anch'io posso rivivere? Allora, allora...
No, non voglio pensare ad altro.
Il medico dice che mi fa male.
Il mio male siete voi.
Non mi importa più di nulla, capite! Sentite...
siete già in collera? Vi chiedo perdono.
Sono un uomo dell'altro mondo: eccovi spiegato il motivo del mio silenzio.
Non pensate più a me.
Se mi vedeste ora, volgereste il capo dall'altra parte.
Lasciatemi in pace.
Sorrento, 25 marzo
È proprio vero.
Sto meglio, son quasi guarito, sapete? Il male non era così grave come si temeva.
Chi ne sa nulla? Questi medici, dottoroni! non lo sanno neppur loro.
Certo è che son guarito, guarito! Oggi ho fatto una lunga passeggiata a piedi.
Che bel sole! che bel verde! Quella ragazza che mi vende le viole ha detto che non mi ha mai visto così di buona cera.
Anche qui si fa la corte, come laggiù la fanno a voi, e non potete immaginare quanto sia ingenua e credula la civetteria dei malati.
Le ho dato venti lire.
Quanta gente si può far contenta con venti lire.
Ho portato il plaid sul braccio, tutto il dopo pranzo.
C'è un povero storpio che suona da un'ora il valzer di Madama Angot sotto le mie finestre.
Sì, quella musichetta gaia può avere il suo merito anch'essa quanto il vostro Chopin e il vostro Mendelssohn.
Le belle sere passate nel vostro salottino, guardandovi le mani e accarezzandovi i capelli! Non mi sgridate.
Sono un gran colpevole che vi domanda perdono e viene a picchiarsi il petto dietro la vostra porta.
Dove siete? Che avete pensato di me? Ero tanto lontano da voi, tanto! Ed ora desidero tanto di rivedervi! Basta, non ne parliamo.
Non me lo merito, lo so.
L'avete ancora quel serpentello d'oro al braccio? Come mi farebbe bene una bella chiacchierata con voi, di quelle chiacchierate che sapete fare, mezzo sdraiata sulla poltrona, e colle scarpette accavalciate l'una sull'altra! Sono circa sei mesi che non parlo.
E vedete, che perciò chiacchiero, chiacchiero per lettera, e vi corro dietro con la mente, e con qualche altra cosa anche, qui nel petto...
Se siete tuttora in collera, dovreste perdonarmi soltanto al pensare che, se voleste dirmi dove siete, verrei a piedi, come un pellegrino, a sciogliere il voto, foste anche in capo al mondo! Non mi sgomenterei, no! Ora son forte.
Ah, com'è bella la vita!
Sì, vi avevo promesso: "Quando mi permetterete di venirvi a trovare...
dovunque sarete..." Poi fui in collera con voi che m'avete lasciato partire.
Quella sera che mi posaste la fronte sul petto, a Villa d'Este? Perché non siete venuta con me? Eravate tutta tremante.
Mi amavate dunque? Perché non avete voluto che ci acciuffassimo pei capelli, io e quell'uomo? Che notte ho passato sotto le vostre finestre! Fu là che presi la tosse...
E ve ne volli.
Sì, sì, quando vi seppi partita, partita con colui, vi odiai, fui malato, volli dimenticarvi.
Giuliano mi disse che San Mauro vi faceva la corte, e che il duca portava discretamente al collo la vostra catena.
Che m'importa adesso? Io so che avete le mani bianche e che ve le siete lasciate baciare da me.
So che a San Remo non siete più da un pezzo, e che mi avete aspettato colà, e che siete partita senza dire per dove.
Ed io vi ho lasciata partire! Ero pazzo allora, o son pazzo adesso? Nessuno potrebbe dirlo.
Quello che so di certo, è che in questo momento vorrei baciare ancora le vostre mani bianche.
Sorrento, 11 aprile
VIOLA cara! VIOLA bella! VIOLA bionda! Eccomi ginocchioni dinanzi a voi, con le mani in croce, la fronte sul tappeto.
Lasciatemi baciare le vostre scarpette piccine! Sì, sì, lo so, sono molto colpevole.
Non merito il perdono.
Ditemelo, ma ditemelo voi stessa.
Sono otto giorni che ho fatte le valige, e che aspetto una vostra parola, dura, assai dura, che mi dica di venirmi a chiedere perdono.
Pensare che forse eravate sola a San Remo, e che avreste lasciato l'uscio socchiuso...
Ah, come darei della testa nella parete! Sono stato peggio di colpevole: sono stato uno sciocco.
Non ci cascate anche voi, se mi amate ancora, per picca, per dispetto.
Pensate che potremmo vederci, soli, dirci colla bocca tutto ciò che ci siamo detto quella sera alla Fenice col cannocchiale! Vi dico delle cose pazze.
Sono pazzo, vi giuro...
Sorrento, 16 aprile
GIACINTO supplica e scongiura a mani giunte VIOLA di fargli avere un rigo, una parola, qualunque sia, perché il silenzio implacabile di lei gli mette addosso tutte le febbri.
Sorrento, 29 aprile
Sentite, non ne posso più.
Aspetterò qui la vostra lettera sino a domani.
Domani, ultimo giorno d'aprile, non so quel che farò.
Vi amo, vi amo, mi sento morire un'altra volta.
Fatelo per pietà almeno, VIOLA! Stanotte ho tossito di nuovo e ho avuto la febbre.
Sorrento, 8 maggio
Ah, che siate proprio tale quale vi avevo giudicata! senza cuore, senza spirito, senz'altro che lo spumeggiare delle vostre trine e lo scintillìo dei vostri diamanti, frivola e dura altrettanto! Vi odio, vi detesto! Voi mi fate morire, consunto da questa febbre che mi avete messa nel sangue, maledetta! Tenetevi il duca che v'insulta co' suoi doni.
Tenetevi Giuliano, che si ride di voi.
Tenetevi San Mauro che vi mette in un mazzo con le ballerine della Scala.
Io vi ho buttato in faccia la giovinezza mia, che avete distrutto, la vita che mi avete succhiata coi baci, vampiro!
GIACINTO
Genova, 8 maggio
Aspettatemi.
Verrò.
VIOLA
Napoli, 14 maggio
No, no, mio caro GIACINTO.
È meglio non vederci più.
Sono stata a trovarvi, incognita; l'albergatore mi aveva aperta una finestra sul giardino, dove eravate a passeggiare.
Come siete mutato, mio povero e caro GIACINTO!
VIOLA è morta.
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DON CANDELORO E C.
(1894)
DON CANDELORO E C.
Don Candeloro era proprio artista nel suo genere: figlio di burattinai, nipote di burattinai - ché bisogna nascerci con quel bernoccolo - il suo pane, il suo amore, la sua gloria erano i burattini.
- Non son chi sono se non arrivo a farli parlare! - diceva in certi momenti di vanagloria come ne abbiamo tutti, allorché gli applausi del pubblico gli andavano alla testa, e gli pareva di essere un dio, fra le nuvole del palcoscenico, reggendo i fili dei suoi "personaggi".
Per essi non guardava a spesa.
Li perfezionava, li vestiva sfarzosamente, aveva ideato delle teste che movevano occhi e bocca, studiava sugli autori la voce che avrebbe dovuto avere ciascuno di essi, Almansore o Astiladoro.
Quando declamava pei suoi burattini, nelle scene culminanti, si scaldava così, che dopo rimaneva sfinito, asciugandosi il viso, nel raccogliere i mirallegro dei suoi ammiratori sfegatati, come un attore naturale.
Di ammiratori ne aveva da per tutto, alla Marina, alla Pescheria, certuni che si toglievano il pan di bocca per andare a sentire da lui la Storia di Rinaldo o Il Guerin Meschino, e se l'additavano poi, incontrandolo per la strada, colla canna d'India sull'omero e la sua bella andatura maestosa, che sembrava Orlando addirittura.
Era un gran regalo quando egli rispondeva al saluto toccando con due dita la tesa del cappello.
Se nasceva una lite in teatro, e venivano fuori i coltelli, bastava che don Candeloro si mostrasse fra le quinte, e dicesse: - Ehi ragazzi!...
- con quella bella voce grassa.
Giacché s'era fatta anche la voce, come il gesto e la parlata, sul fare dei suoi "personaggi" e pareva di sentire un Reale di Francia anche se chiamava il lustrastivali dal terrazzino.
Con queste doti innamorò la figliuola di un oste che teneva bottega lì accanto.
La ragazza era bruttina, ma aveva una bella voce, e doveva avere anche un bel gruzzolo.
- La voce è tutto! - le diceva don Candeloro sgranandole gli occhi addosso, e accarezzandosi il pizzo.
- Grazia! Che bel nome avete pure! - Andava spesso a far colazione all'osteria per amore della Grazia, e le confidò che pensava d'accasarsi, dacché aveva voltato le spalle alla vecchia baracca del padre, e messo su di nuovo teatro che rubava gli avventori al SAN CARLINO, e al TEATRO DI MARIONETTE.
Si mangiavano fra di loro come lupi, padre e figlio, e i suoi colleghi erano giunti ad ordirgli la cabala, e fargli fischiare la Storia di Buovo d'Antona.
- Spenderò i tesori di Creso! - aveva fatto voto quel dì don Candeloro battendo il pugno sulla tavola.
- Ma non son chi sono se non li riduco a chiuder bottega tutti quanti! -
Lui con dei contanti avrebbe fatto cose da sbalordire.
Insino il balletto e la pantomima avrebbe portato sul suo teatro; tutto colle marionette.
- Ci aveva qualcosa lì! - e si picchiava la fronte dinanzi alla Grazia, fissandole gli occhi addosso come volesse mangiarsela, lei e la sua dote.
Si scervellò un mese intero, col capo fra le mani, a cercare un bel titolo pel suo teatrino, qualcosa che pigliasse la gente per gli occhi e pei capelli, lì, nel cartellone dipinto e coi lumi dietro.
- Le Marionette parlanti! - Sì, com'è vero ch'io mi appello Candeloro Bracone! parlanti e viventi meglio di voi e di me! Non deve passare un cane che abbia un soldo in tasca dinanzi al mio teatro, senza che dica: "Spendiamo l'osso del collo per andare a vedere cosa sa fare don Candeloro!" -
L'oste veramente non si sarebbe lasciato prendere a quelle spampanate, perché sapeva che gli avventori seri preferiscono andare a bere il buon vino nel solito cantuccio oscuro; e del resto, lui voleva un genero con una professione da cristiano, come la sua, a mo' d'esempio, e non un commediante con la zazzera inanellata, che parlava come un libro e gli incuteva soggezione.
- Quello è un tizio che ci farebbe muovere a suo piacere come i burattini, te e me! - disse alla figliuola.
- Bada ai fatti tuoi: le buone parole, qualche risatina anche, con gli avventori.
E poi orecchie di mercante.
Hai inteso? -
Ma il tradimento gli venne da un finestrino che dava sul palcoscenico, al quale la ragazza correva spesso di nascosto a mettere un occhio, e dove si scaldava il capo con tutte quelle storie di paladini e di principesse innamorate.
Don Candeloro, dacché s'era dichiarato con lei, lasciava socchiusa apposta l'impannata, e le sfuriate di amore, Rinaldo e gli altri personaggi, le rivolgevano lassù; tanto che la ragazza ne andava in solluchero, e aveva a schifo poi di lavare i piatti e imbrattarsi le mani in cucina.
"Non pur me, ma infiniti signori questo amore ha fatto suoi vassalli, principessa adorata!..."
- Tu non me la dài a intendere! - brontolava l'oste colla figliuola.
- Che diavolo hai in testa? Mi sbagli il conto del vino...
Gli avventori si lamentano...
Questa storia non può durare -.
La catastrofe avvenne alla gran scena in cui la bella Antinisca ritorna alla città di Presopoli, e Guerino "quando la vidde" dice la storia "s'accese molto più del suo amore".
Smaniava per la scena, sbalestrando le gambe di qua e di là, alzando tratto tratto le braccia al cielo, squassando il capo quasi colto dal mal nervoso.
Diceva, con la bella voce cantante di don Candeloro:
"O Dio, dammi grazia ch'io mi possa difendere da questa fragil carne, tanto ch'io trovi il padre mio, e la mia generazione".
E la bella Antinisca, dimenandosi anch'essa, e lagrimando (si capiva dalle mani che le sbattevano al viso):
"O Signor mio, io speravo sotto la vostra spada di esser sicura del Regno che voi mi avete renduto, per questa cagione vi giuro per li Dei che come saprò, che voi siete partito, con le mie proprie mani mi ucciderò per vostro amore, e se mi promettete, che finito il vostro viaggio ritornerete a me, io vi prometto aspettarvi dieci anni senza prender marito".
"Non per Dio, sarete vecchia" disse il Meschino.
"Questo non curo, pur che voi giuriate di tornare a me, di non pigliare altra donna".
(Veramente la bella Antinisca aveva una voce di grilletto che faceva ridere gli spettatori, giacché don Candeloro per le parti di donna aveva dovuto scritturare a giornata un ragazzetto che cominciava adesso a farsi grandicello, e per giunta recitava come un pappagallo, talché alle volte il principale, sdegnato, gli assestava delle pedate, dietro la scena).
Allora la bella Antinisca cadde d'un salto fra le braccia del Guerino, piegata in due dalla tenerezza, e Grazia, arrampicata al finestrino, si sentì balzare così il cuore nel petto, che le sembrava proprio di essere nei panni dei due felici amanti, allorché il Meschino, in presenza di Paruidas, Armigrano e Moretto, giurò per tutti i sagramenti di farla sua donna e legittima sposa.
- Quando saremo marito e moglie, le parti di donna le farai tu! - le aveva detto don Candeloro.
E la ragazza, ambiziosa, si sentiva gonfiare il petto dalla gioia, a quelle scene commoventi che facevano drizzare i capelli in capo ad ognuno, e si vedevano degli uomini con tanto di barba piangere come bambini, fra gli applausi che parevano subissare il teatro.
- Sì! sì! - disse Grazia in cuor suo.
Il babbo invece disse di no.
C'erano continuamente delle scene fra padre e figlia; quello ripetendo che la storia non poteva durare, e minacciando la ragazza di tornare a maritarsi, e metterle sul collo la matrigna.
Lei dura nel proposito: o don Candeloro, o la morte! Quando don Candeloro andò a far domanda formale, vestito di tutto punto, l'oste rispose:
- Tanto onore e piacere.
Ma ciascuno sa i fatti di casa sua.
Sono vedovo, non ho altri figliuoli, e mi abbisogna un genero che mi aiuti...
- Allora vuol dire che non son degno di tanto onore! - balbettò don Candeloro facendosi rosso, e piantandosi di tre quarti, colla canna d'India appoggiata all'anca.
- Nossignore, l'onore è mio.
- L'onore è vostro, ma vostra figlia non me la date...
- Nossignore.
Come volete sentirla?
- Va bene.
Umilissimo servo! - conchiuse don Candeloro calcandosi con due dita la tuba sull'orecchio, e se ne andò mortificatissimo.
- Senti - disse poi alla Grazia dal finestrino.
- Tuo padre è un ignorante che non capisce nulla.
Bisogna prendere una risoluzione eroica, hai capito? -
La ragazza esitava a prendere la risoluzione eroica di infilare l'uscio e venirsene a stare con lui, per costringere poi il babbo ad acconsentire al matrimonio.
Ma don Candeloro aveva il miele sulle labbra, e sapeva trovare delle ragioni alle quali non si poteva resistere.
Le diceva di fare nascostamente il suo fagotto...
con giudizio, s'intende...
- C'era anche la sua parte nei denari del padre, - e venirsene dove la chiamavano i cieli.
- Non hai giurato per gli Dei di essere mia donna e legittima sposa? -
Il vecchio però era un furbo matricolato, il quale cantava sempre miseria, e nascondeva i suoi bezzi chissà dove.
Grazia non portò altro che quattro cenci in un fazzoletto, e quelle poche lire spicciole che aveva potuto arraffare al banco.
- Come? - balbettò don Candeloro che si sentiva gelare il sangue nelle vene.
- In tanto tempo che ci stai, non hai saputo far di meglio?...
-
Questo era indizio che non sarebbe stata buona a nulla, neppure per lui; e le questioni cominciarono dal primo giorno.
Basta, era un gentiluomo, e la promessa di Candeloro Bracone era parola di Re.
Il bello poi fu che lo stesso giorno in cui andarono all'altare, lui e la sposa, il suocero volle fargli la burletta di andarci lui pure, insieme a una bella donnona colla quale aveva combinato il pateracchio lì per lì.
- Senza donne non possiamo stare né io né il mio negozio, cari miei, - gli piaceva ripetere, con quel sorrisetto che mostrava le gengive più dure dei denti, e faceva venire la mosca al naso.
- State allegri e che il Signore vi prosperi e vi dia molti figliuoli.
Alla mia morte poi avrete quel che vi tocca -.
I figliuoli vennero infatti a tutti e due, genero e suocero, uno dopo l'altro.
Ma l'oste prometteva di metterne al mondo quanto il Gran Sultano, e di campare gli anni del Mago Merlino.
Ogni volta che gli partoriva la moglie o la figliuola, invitava tutto il parentado a fare una bella mangiata.
Crescevano i figliuoli, e i pesi del matrimonio; ma viceversa poi diminuivano gli introiti e il favore popolare.
Quella gran bestia del pubblico s'era lasciato prendere a certe novità che avevano portato Bracone il vecchio e il proprietario del SAN CARLINO.
Adesso nei teatrini di marionette recitavano dei personaggi in carne ed ossa, la Storia di Garibaldi, figuriamoci, ed anche delle farsacce con Pulcinella; e vi cantavano delle donne mezzo nude che facevano del palcoscenico un letamaio.
La gente correva a vedere le gambe e le altre porcherie, tale e quale come le bestie, che don Candeloro ne arrossiva pel mestiere, e preferiva piuttosto fare il saltimbanco o il lustrascarpe, prima di scendere a quelle bassezze.
Per non recitare alle panche era arrivato a far entrare in teatro gratis dei vecchi avventori, fedeli alle belle Storie d'Orlando e dei Paladini antichi, coi quali almeno si sfogava dicendo vituperi dei suoi colleghi:
- Perché non mettere le persiane verdi alle porte, come certi stabilimenti?...
Sarebbe più pulito.
Dovrebbe immischiarsene la Questura, per Satanasso! -
Però l'ignoranza e l'ingratitudine del pubblico gli facevano cascare le braccia.
Non valeva proprio la pena di sudare coi libri, e spendere dei tesori per dare roba buona a degli asini.
- Volete lavare la testa all'asino? - Gli stessi burattini recitavano svogliatamente, vestiti come Dio vuole.
- Ci si perdeva l'amore dell'arte e d'ogni cosa, parola di gentiluomo! - Dov'erano andati i bei tempi in cui si facevano due rappresentazioni al giorno, la domenica e le feste, e la gente assediava la porta, quend'era annunziato sul cartellone un "personaggio" nuovo? Don Candeloro, colla barba di otto giorni e la zazzera arruffata, passava le giornate intere nella bettola del suocero, a dir corna dei suoi colleghi, o a litigare colla moglie, ora che in casa pareva l'inferno.
Grazia, adesso che aveva visto cosa c'era dietro le belle scene impiastricciate, stava con tanto di muso a rammendar cenci anche lei, a stemperar colori, e rompersi braccia e schiena, vociando come un pappagallo per le Artemisie e le Rosalinde, dall'avemaria a due ore di notte; che specie quando il Signore le mandava dei figliuoli (e succedeva una volta all'anno) era proprio un gastigo di Dio.
- Tu non sai far altro, per Maometto! - le rinfacciava il marito furibondo.
L'oste dava soltanto buoni consigli: - Non vedete che gli avventori corrono al vino nuovo? Cambiate il vino -.
Ma don Candeloro non si piegava.
Piuttosto avrebbe tolto su baracca e burattini, e sarebbe andato pel mondo a far conoscere chi era Candeloro Bracone, giacché i suoi concittadini non sapevano apprezzarlo.
La piazza "non faceva più" per lui! Se c'era ancora un po' di buon senso e di buon gusto dovevasi andare a cercarlo in provincia, dove non erano ancora penetrate quelle sudicerie.
Finalmente spiantò davvero il teatro, mise ogni cosa su di un carro, e via di notte, per non dar gusto ai nemici.
L'oste prese lui a pigione il magazzino per metterci delle botti, e allargare il negozio, ora che la figliuolanza era cresciuta.
- Te l'avevo detto, - disse alla Grazia.
- Quello non è mestiere da cristiani.
Se fossi rimasta a vendere del vino.
non saresti ridotta adesso a far la zingara.
Ben ti stia! -
Don Candeloro viaggiò per valli e per monti, come i cavalieri antichi, con tutto il suo teatro ammucchiato in un carro, e la moglie e i figliuoli sopra.
Il guaio era che non si trovava con chi combattere.
Quei contadinacci ignoranti ed avari, sfogata la prima curiosità, voltavano le spalle alle "marionette parlanti" o s'arrampicavano sul tetto del teatrino per godersi la rappresentazione gratis.
Arrivando in un villaggio, don Candeloro scaricava la roba sulla piazza, pigliava in affitto una bottega, un magazzino, una stalla, quel che trovava, e si mettevano a inchiodare e incollare tutti quant'erano.
Le stagioni duravano otto, quindici giorni, un mese, al più.
Dopo, si tornava da capo a correre il mondo, e in quel va e vieni la roba andava in malora; si mangiavano ogni cosa le spese d'affitto e di viaggio, con dei carrettieri ladri ch'erano peggio dei saracini, e non usavano riguardi neanche a Cristo.
Don Candeloro, avvezzo ad essere rispettato come un Dio da simile gentaglia, voleva farsi ragione colle sue mani, in principio, sinché si buscò una grandinata di calci e pugni.
E ci dovette arrivare anche lui, Candeloro Bracone, a fare il pagliaccio se volle aver gente nel suo teatro, e a rappresentare le pantomime nelle quali pigliavasi le pedate nel didietro dal minore dei suoi ragazzi per far ridere "la platea".
Quando vide che il pubblico non ne mangiava più in nessuna salsa delle "marionette parlanti", e ci voleva dell'altro per cavar soldi da quei bruti, ebbe un'idea luminosa che avrebbe dovuto fare la fortuna di un artista, se la fortuna baldracca non ce l'avesse avuta a morte con lui...
- Ah, vogliono i personaggi veri?...-
Un bel giorno si vide annunziare sul cartellone che la parte di Orlando, nei Reali di Francia, l'avrebbe sostenuta don Candeloro in persona "fatica sua particolare!" E comparve davvero sul palcoscenico, lui e tutta la sua famiglia, in costume, e armato di tutto punto: delle armature ordinate apposta al primo lattoniere della città, e che erano costate gli occhi della testa.
Il pubblico sciocco invece, al vedere quei ceffi di giudei che toccavano i cieli col capo, e suonavano a ogni passo come scatole di petrolio, si mise a ridere e a tirare ogni sorta d'immondizie sui Paladini, massime allorché ad Orlando cadde di mano la spada, ed egli, tutto chiuso nell'armi, non poté chinarsi per raccattarla.
Urli, fischi e mozziconi di sigari in faccia ai Reali.
Un putiferio da prendere a schiaffi tutti quanti, o da passar loro la spada attraverso il corpo, se non fosse stata di latta, pensando a tanti denari spesi inutilmente.
Da per tutto, ove si ostinava a portare i Paladini di Francia "con personaggi veri" trovava la stessa accoglienza: torsi di cavolo e bucce d'arance.
Il pubblico andava in teatro apposta colle tasche piene di quella roba.
Non li volevano più neanche "coi personaggi veri" i Paladini! Volevano le scempiaggini di Pulcinella, e le canzonette grasse cantate dalle donne che alzavano la gamba.
- E tu fagliele vedere le gambe! - disse infine alla moglie don Candeloro infuriato.
- Diamogli delle ghiande al porco! -
Lui stesso, colle sue mani, dovette aiutare la Grazia ad accorciare la gonnella, litigando con lei che pretendeva di non esser nata per quel mestiere, e si vergognava all'udire i complimenti che il pubblico indirizzava ai suoi stinchi magri.
- Per che cosa sei nata? per far la principessa? Il pane te lo mangi, però! - Lui invece era preso adesso dalla rabbia di mostrare ogni cosa, a quegli animali, la moglie, la figliuola ch'era più giovane e chiamava più gente.
- Anch'io, se vogliono vedermi!...
Voglio calarmi le brache in faccia a quelle bestie! - Faceva delle risate amare, povero don Candeloro! Cercava le farsacce più stupide e più indecenti.
Si tingeva il viso per fare il pagliaccio.
Sputava sul pubblico, dietro le quinte! - Porci! porci! -
LE MARIONETTE PARLANTI
Si rappresenta
Come il MESCHINO andò per le CAVERNE
E trovò MACCO in forma di SERPENTE
Col quale parlò
E giunse alla PORTA della
FATA
Indi farsa con
PULCINELLA
Il cartellone portava dipinto il Meschino, armato di tutto punto contro un drago verde, il quale vomitava delle lettere rosse che dicevano: Ebbi nome MACCO, e andai facendo male sin da piccino: tutta opera di don Candeloro, il quale dipingeva anche le scene, suonava la gran cassa, vestiva i burattini e li faceva parlare, aiutato dalla moglie e dai cinque figliuoli, talché in certe rappresentazioni c'erano fin venti e più personaggi sulla scena, combattimento ad arma bianca, musica e fuochi di bengala, che chiamavano gran gente.
Diciamo cinque figliuoli, però uno di essi veramente era figlio non si sa di chi, raccolto da don Candeloro sulla pubblica via per carità, ed anche perché aiutasse a lavare i piatti, suonar la tromba e chiamar gente, vestito da pagliaccio, all'ingresso del teatro.
- Martino, fate vedere i vostri talenti, e ringraziate questi signori -.
Martino voltava la groppa, si buttava a quattro zampe e imitava il raglio dell'asino.
Egli era il buffo della Compagnia, faceva il solletico alle donne, e andava a cacciare il naso fra le assi del dietro scena, mentre si vestivano per la farsa.
Colla ragazza poi inventava cento burlette che la facevano ridere, e le mettevano come una fiamma negli occhi ladri e sulla faccia lentigginosa.
- Be', Violante, vogliamo rappresentare al vivo la scena fra Rinaldo e Armida? -
Una volta che don Candeloro lo sorprese a far la prova generale colla sua figliuola, la quale si accalorava anch'essa nella parte, e abbandonavasi su di un mucchio di cenci, quasi fossero le rose del giardino incantato, amministrò a tutti e due tal salva di calci e schiaffi da farne passare la voglia anche a dei gatti in gennaio.
- Ah bricconi! Ah traditori! V'insegno io!...
- La Violante ne portò un pezzo il segno sulla guancia.
Ma ormai aveva preso gusto alle monellerie di Martino, sicché andava a cercarlo apposta dietro le quinte, fra le scene arrotolate, e i cassoni delle marionette, mentre lui smoccolava i lumi per la rappresentazione della sera, o soffiava sotto la marmitta posta su due sassi, nel cortiletto.
Gli soffiava fra capo e collo dei sospiri che avrebbero acceso tutt'altro fuoco, pigliandosela colle stelle e coi barbari genitori.
- Sta' tranquilla, - disse Martino, - sta' tranquilla che me la pagherà -.
Adesso era lei che lo stuzzicava, vedendo che il ragazzo, ammaestrato dalle busse, stava all'erta pel principale, coll'orecchio teso e guardandosi intorno prima di allungare le mani verso di lei.
Gli portava di nascosto i migliori bocconi; gli serbava, in certi posti designati, il vino rimasto in fondo al fiasco; per rivolgergli le parole più semplici, dinanzi ai suoi, faceva un certo viso come avesse l'anima ai denti, col capo sull'omero e gli occhi di pesce